“Nel nome della madre” di Maria Cristina Grella, Libromania. A cura di Alessia Bertini

Madre per scelta, madre per caso. Madre come punto di arrivo, madre come nuova partenza.

Ci sono tanti modi per definire la maternità, solo uno e irripetibile quello sentito da ciascuna donna.

Le madri di Maria Cristina Grella sono sole, sono donne in difficoltà piegate dalle dipendenze e dalla violenza. Sono madri potenziali che porteranno per sempre con sé un bambino mai nato.

Un assassino che nel nome della madre diviene giudice e boia, si aggira per le strade di Salerno sentenziando quali donne siano degne di essere madri e a quali invece sia necessario negare questo diritto. Ai suoi occhi, un gesto di pietà, per risparmiare dolore e sofferenza ai figli di prostitute o tossiche che non sarebbero in grado di crescerli con amore. Una grazia concessa a quegli innumerevoli fratelli o sorelle, compagni di destino, nel cui futuro il killer rivede la sua storia. Abusi, solitudine, violenza. Un “Mamma?” rivolto ad un corpo freddo e adagiato su un letto, nessuna risposta in grado di cancellare il sangue e l’abbandono.

Uno strano scherzo del destino che ad occuparsi della serie di omicidi sia Irene Bruno, la giovane madonna nera dagli occhi dorati e dai capelli castani racchiusi in uno chignon. Irene la vedova di Giorgio. Irene che non sorride mai con gli occhi. Irene che madre avrebbe voluto esserlo ma che quel bambino lo ha perso prima di poterlo conoscere, e adesso è sola.

Il vicecommissario Andrea Tittarelli collabora al caso insieme agli ispettori Amina Najib e Giuseppe Loffredo, tre validi membri al fianco di Elena nella ricerca dell’assassino di prostitute incinte.

Andrea vorrebbe entrarci in quella solitudine e ridisegnarla insieme. Discreto, affabile, presente e protettivo. Innamorato. Ma si ritrova a mangiare pizza e a cercare di estorcere delle fusa al peloso padrone di casa Bruno, Meo, anche lui orfano di affetti e solo come la padrona.

La morte di Elena Schiano coinvolge la squadra in interrogatori serrati, in una famelica ricerca di alibi e di connessioni tra presente e passato. Elena è stata tra il secondo e il terzo mese di gravidanza, strangolata. Le analogie con le altre vittime sono evidenti: Erica Rossi, Rosanna Gentile, Amelia Chisinau, tutte donne violentate, abusate e sfinite da una vita difficile e ingrata. Ma Elena sembra in qualche modo diversa, Irene lo percepisce e per andare a fondo in questa storia finirà col mettersi fin troppo in gioco. A suo discapito.

In una bilanciata combinazione tre le componenti di indagine e la vita privata dei personaggi, Nel nome della madre ci fa conoscere Irene Bruno e il suo piccolo team in un esordio dai toni di un thriller classico, senza ricercati enigmi o rocamboleschi inseguimenti. Ci concede tuttavia sul finale un interessante e inatteso risvolto, chiudendo questo primo caso ma volutamente lasciando inappagata la nostra voglia di conoscere meglio Irene, Andrea, Amina e la loro Salerno.

Ecco perché aveva deciso che quella gatta non avrebbe partorito. «Micia, vieni qui» chiamò. Poi prese il coltello più affilato che aveva trovato in cucina e afferrò la bestiola per la collottola. «Farò presto, non ti preoccupare» la rassicurò, mentre la gatta miagolava forte, tentando inutilmente di sfuggirgli.

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