Per l’ottava giornata, Grandi Classici lo stregatto presenta La Notte di Valpurga – Gustav Meyrink. A cura di Romina Russo

“…l’oscuro sentimento che il tempo altro non sia se non una diabolica commedia con la quale un nemico invisibile e onnipotente si prende giuoco del cervello umano…”

Il tempo.

Una commedia veramente diabolica, in questo romanzo onirico e inquietante di Meyrink.

Una dimensione ineffabile, plastica, che si dilata e restringe secondo leggi che non ci è dato conoscere o comprendere.

Che si attorciglia, serpentiforme, su se stessa, avvolgendo nelle sue spire la mente del lettore.

Un tempo che non è lineare, non è circolare, ma è un ghirigoro spaventoso, inciso come una sequenza maledetta di rune indecifrabili sulla corteccia di un albero malato.

È il tempo di un incubo, che procede incespicando, affannato e febbricitante.

Una serie di immagini accostate alle altre, senza soluzione di continuità, come scene impazzite di una spaventosa morality play in cui alla fine non vi è alcun insegnamento o monito, solo un enorme abisso, specchio oscuro di quel viaggio mostruoso in cui l’esistenza può trasformarsi.

“Specchio”, che tra l’altro è anche il significato del nome di Zrcadlo, l’enigmatico e inquietante attore che ricorre nella storia, entità che riflette, deforma e ingigantisce paure, traumi e angosce degli altri personaggi.

E che a narrare gli orrori di un mondo incomprensibile, al punto da sembrare irreale, sia l’allucinato medico di corte Taddeus Flugbeil o la vecchia prostituta Lisa la Boema, la cui antica bellezza ha ormai lasciato il posto a fattezze dalla decadenza grottesca, poco importa.

La pluralità delle voci narranti e dei punti di vista è solo uno stratagemma per amplificare quell’unico, monocorde e silenzioso grido di terrore che è il fil rouge di ogni scena descritta, di ogni allucinazione che ci viene presentata, di ogni incubo nel quale veniamo trascinati.

La Notte di Valpurga, la notte dell’anno che, nella tradizione nordica, viene associata alle scorribande malvagie di orde di streghe, non è che un pretesto, allegoria di un’oscurità infestata da orrori e paure, in un costante e angoscioso oscillare tra i fantasmi del passato e le minacce del futuro.

È lo sguardo atterrito dell’umanità di fronte alla tragedia della Prima Guerra Mondiale, è la fine dell’aristocrazia e l’avvento del socialismo, è il crollo dell’Impero austro-ungarico e la tenebra insondabile di ciò che nascerà dalle macerie di quell’Europa che si sta lentamente sgretolando.

E a sgretolarsi sono anche le certezze più piccole, banali, quotidiane.

Case e volti conosciuti che, improvvisamente, diventano irriconoscibili.

Parenti morti che, di punto in bianco, sembrano tornare in vita, palesandosi con sembianze nuove eppure inconfondibili.

Tutto ha confini labili, fumosi, evanescenti.

Che è mai la vita terrestre se non uno specchio crudele? Essa fa lentamente appassire e rende orribili le immagini che essa stessa genera, prima che scompaiano per sempre.”

L’esistenza è un caleidoscopio che stringiamo fra le mani, ammirando terrorizzati i mostruosi giochi di simmetrie e colori che deforma e sovverte per confonderci.

Ci si smarrisce tra le pagine di Meyrink, si annaspa come cercando di tenere la testa fuori dall’acqua di un fiume impetuoso le cui rive non offrono appigli di alcun genere.

Si sprofonda, si viene ricoperti da flutti gelidi, e gli occhi aperti sott’acqua non individuano nemmeno i contorni consolanti di un fondale melmoso.

C’è solo nulla, abisso senza fine, che fagocita pensieri, raziocinio e significato.

Inutile agitarsi, lottare, disperdere inutilmente energie.

Meglio l’oblio, meglio abbandonarsi, rassegnati.

Talvolta gli eventi ci travolgono e ogni sforzo per tenere testa al destino e al tempo è vano.

E allora forse è meglio lasciarsi levigare dalla vita, come le pietre fanno con l’acqua e il vento.

Può darsi che sia proprio questa la risposta, la destinazione, il fine ultimo.

Lasciarci levigare, diventare noi stessi “specchi”.

E poi scegliere, in quanto specchi, di riflettere, restituendo al mondo soltanto quelle immagini che fanno un po’ meno paura.

Sono quelle che scorgiamo quando siamo inconsapevoli del nostro respiro.

Quelle alle quali rinunciamo a voler dare un nome e un significato.

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