Lo stregatto ci porta con se in quest’ultima tappa indimenticabile, le case infestate. E iniziamo da un vero classico William Hodgson “La casa sull’abisso” a cura di Romina Russo

Tempo fa ricordo di aver letto, da qualche parte, che ciò che ci terrorizza davvero è ciò che non vediamo, che non conosciamo e che ci limitiamo ad immaginare.

Credo che sia stato proprio questo il pensiero da cui presero spunto, nel lontano 1999, i due geniali ragazzi statunitensi che scrissero e diressero il film “The Blair Witch Project”, pellicola accolta con freddezza in Italia, ma acclamata, a buon diritto, come geniale nel resto del mondo.

E credo che anche William Hodgson, autore de “La Casa nell’Abisso”, pubblicato nel 1907, autentico atto di nascita del genere weird di cui Lovecraft sarà araldo e sommo sacerdote, abbia tratto ispirazione, per la sua opera, da tale idea.

Perché al di là di fantasmi, mostri, vampiri, fenomeni paranormali, streghe e maledizioni, emanazioni di una paura che proiettiamo fuori da noi stessi, oggettivandola e, di conseguenza, esorcizzandola, ci sono forme di terrore che non possiamo trasferire all’esterno, universi di tenebra popolati da presenze oscure che vivono dentro di noi, intessuti alle nostre fibre, avvinti alle viscere con una tale forza che è impossibile anche solo pensare di poterli espellere.

Sono lì, strisciano con pelle di rettile, algida e viscida, dentro l’anima.

Ne avvertiamo la presenza indefinibile, la minaccia innominabile, soffocati dall’inquietudine nelle cui spire stringono la nostra essenza, incapaci di dar voce a ciò che sentiamo, di gridare l’orrore, di chiedere aiuto e invocare pietà.

Perché siamo intimamente consapevoli che tali sensazioni altro non sono che i sinistri campanellini che ci ricordano quanto la percezione della nostra natura di esseri commisti di luce e di ombra, di cielo e terra, di vette e di cupo abisso sia ciò che, sfacciatamente, ci rende incredibilmente presenti a noi stessi.

E qualsiasi nostro sforzo per negare ciò che l’istinto stesso ci urla dentro con violenza, ricordandoci quanto la morte e il suo insondabile mistero incombano quotidianamente su ogni nostro respiro, gesto o pensiero, è un movimento goffo, un tentativo buffo, come quello di una scimmia ammaestrata che si adoperi per replicare gli atteggiamenti di un uomo.

Il ritrovamento di un manoscritto che racconta la terribile disavventura di un uomo, ospite molti anni prima, insieme alla sorella, di una strana casa, ora ridotta a un rudere a strapiombo su una cascata, è solo la cornice all’interno della quale Hodgson dipinge, a tinte fosche, il peggiore degli incubi.

Una dimora assediata da strane creature dal volto caratterizzato da grottesche fattezze suine, botole segrete che conducono alle profondità stigie di universi paralleli, il tempo che si trasforma in una sostanza viscosa, informe, che si dilata e restringe, che fagocita, annienta e fa poi rinascere.

Ma si tratta di una rinascita non alla freschezza di una nuova vita, ma ai miasmi di muffa di un ennesimo, lento, spegnersi.

E così, per milioni di anni, il tempo corse veloce verso l’eternità. L’eternità alla quale mi ero sforzato invano di pensare, durante la mia vita terrestre, l’eternità che invano avevo cercato di concepire, con la mia mente limitata dal corpo fisico perché anche il buio deve avere una fine, come la luce.

Ma il buio de “La Casa sull’abisso” non conosce fine. Al massimo, a interromperlo momentaneamente, può sopraggiungere una luce verdastra, nella quale pullulano globuli luminosi e anime di persone amate e perdute.

Ma non c’è speranza o via d’uscita.

Neppure quella di una morte autentica, che spenga definitivamente l’interruttore del dolore e dell’orrore.

Penso che la morte sia vicina. Ma non la temo, poiché ormai so che cos’è. Ciò che mi allarma è l’orrore intangibile, freddo, che si respira nell’aria.

È fredda e intangibile un’eternità di decadenza, priva di epifanie o di risposte.

E il lento disfacimento della casa e dei corpi di coloro che la abitano, non ha niente della triste dolcezza della fiamma di una candela che si estingue.

Ha in sé il grido muto e straziante di anime e menti che muoiono di consunzione, erose da una mostruosa condanna all’incapacità di comprendere.

Quante volte, da vivo, avevo pensato all’opera di distruzione che il tempo avrebbe compiuto nel suo trascorrere, con pertinace pazienza, sulla vecchia casa che amavo, già colpita dai primi segni del decadimento mentre la abitavo! Ma non avrei mai potuto immaginare che a quella dissoluzione io avrei assistito, fino alla fine.

Crollano i muri della casa sull’abisso, i vetri delle finestre finiscono in frantumi, il giardino si trasforma in una selva di muffe nauseabonde.

Restano i vapori di quell’Ade di grugniti e scrosci sul quale la casa maledetta è sospesa, il lezzo di morte del vento che la sferza, l’orrore che scuote l’anima di chiunque la abiti.

Resta il nostro terrore di esseri mortali, incapaci di accettare che esistano domande destinate a restare prive di risposta, paure primordiali, misteri insondabili.

Un monito a non cercare ossessivamente di dare senso e logica all’ignoto?

Forse.

Ma ancor più un invito a non fissare troppo intensamente l’abisso.

Per non rischiare di renderci conto che già ci siamo dentro da un pezzo.

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