“Lontani tutti” di Gaia Greco, DiRenzo editore. A cura di Alessandra Micheli

Ho sempre un enorme difficoltà a raccontare i libri che mi sono entrati nell’anima.

Dovrei avere capacità critiche che non possiedo per poter esprimere, davvero, a parole quello che accade quando il libro chiama, bussa e entra ridendo.

Si ritaglia un posticino nella mia mente e inizia la sua narrazione che non si conclude con le ultime pagine.

Continua e continua ancora, svelando e rivelando i segreti di quel pozzo oscuro che è e resta il mio cuore.

Laddove getto ogni sensazione, ogni esperienza facendo finta che in quell’oscurità essa si dissolva.

E al pari del protagonista Thomas, io cerco di correre via dal passato, da ogni cicatrice capace di ricordarmi una ferita.

Magari disinfettata, superata, suppurata, ma mai davvero dimenticata.

Noi siamo le ferite che la società, la famiglia, un dolore o un sogno mancato ci regalano.

Eh si miei lettori.

Ho detto regalo e continuo a ritenerlo un regalo.

Che però non sappiamo usare.

Che non sappiamo gestire.

Troppo grande, troppo spaventoso per poterne trarre qualche vantaggio.

E questo ci rende schiavi dell’esperienza che diventa il nostro dominatore.

E mentre sei solo, lontano da tutti, quella voce che tenti di ignorare, martellante scava profondamente dentro di te.

Scava proprio attorno a quel pozzo e porta fuori le sue scorie.

Perché quelle sensazioni abbandonate, rifiutate, le esperienze affilate come vetro sono diventate cosi arrabbiate con noi da sentirsi vere e proprio scorie.

Rifiuti da ammantare di silenzio.

E cosi quel vetro affilato diventa un arma con cui ferire la realtà per urlare a ogni taglio io esisto.

In lontani tutti non c’è pietà.

Ne assoluzione.

Esiste solo la verità mostrata senza orpelli, quella che viviamo un po’ tutti, non solo l’immaginaria cittadina di Woolvich.

Tutti noi costretti a essere bravi burattini, senzienti e al tempo stesso immobili in un si e in un inchino doloroso.

Inchino alle convenzioni, a un autorità conquistata quasi mai per merito.

A un ruolo che mangia, giorno per giorno pezzetti di pelle.

Fino a lasciare dietro di se uno scheletro.

E cosi chi muore, lontano da tutti, non può più provare compassione, empatia e persino amore.

Perché tutto quello che sceglie di abbracciare diviene estensione della sua personale crociata per riparare i torti.

Per vendicarsi di chi lo ha incatenato.

Questa è la periferia sonnacchiosa, troppo sonnacchiosa per guardare davvero l’altro.

Ed è in seno a una comunità che di idilliaco ha forse, solo l’apparenza che si compiono atti terribili.

Apoteosi di una collettività già decaduta, crollata, degradata in partenza.

E’ la storia di una sopraffazione silenziosa emersa dai ricordi di un bambino speciale, allontanato da tutti perché incapace di adattarsi, di modificare quella sua specialità in banalità.

Ed è al tempo stesso la speranza di redenzione, annichilita, di questo strano nucleo di persona che ambisce ma non diventa mai davvero gruppo umano.

E gli orrori non sono altro che i modi in cui questo male latente, scoppia ogni tanto, incapace di trasformarsi in opportunità.

Nessuno ascolta.

Voltano la faccia dall’altra parte.

Tutti sanno, ma nessuno agisce.

Lasciano le porte aperte al male.

Ognuno chiuso nella sua illusione.

Ognuno mai davvero vittima.

Ognuno complice, ognuno con un segreto da difendere.

Lontani tutti non è un thriller.

E’ il romanzo più toccante, terrificante e poetico che abbia mai letto.

Nonostante l’orrore, nonostante sia lastricato di sangue.

Ma qua la vera morte è quella dell’anima.

Una morte definitiva, da cui è impossibile scappare.

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