“Racconti neri volume 1” di Alessandro Bettinzana, Calibano. A cura di Alessandra Micheli

Il nero è uno dei colori più controversi di tutti.

E’ anche reo di essere inondato di pregiudizi, di essere relegato nel regno dell’orrore e del terrore.

Nero è male, nero è depressione, disperazione anatema e caos.

Il nero dipinge tutto ciò che va contro ogni concetto umano, religioso e morale di armonia.

Anche l’uomo nero non è affatto ben visto dalla comunità, anzi chi è latore di quest’emozione viene di solito ignorato.

Ma è davvero cosi?

Eppure nero è il colore della terra.

Nero è l’infinito spazio.

Nera è la voragine che si apre sul cosmo dove il segreto dell’esistenza riposa. Nero è l’inizio della vita, quella potenzialità inespressa che, per mezzo della parola pensiero ha creato tutto ciò che è visibile.

E’ nel nero della notte che, per ironia della sorte, rifulgono le stelle.

Per i druidi il nero non era affatto sinonimo di depressione, letargia, disperazione orrore e compagnia bella.

Ma era la luce racchiusa nel ventre molle e materno del regno ctonio.

Mentre il bianco respinge, il nero assorbe e nel suo interno, in quella dimensione quasi onirica troviamo tutta la gamma emozionale possibile, quella che ci rende squisitamente umani.

Ma che sopratutto forma l’uomo in quanto essere ontologico, nato ossia del pensiero.

Cogito ergo sum diviene carne e sangue, effetto tattile e quasi sporco.

Il fango modellato dalla mano di Dio, cosi piacevole seppur ignorato dalla convenzione sociale.

E cosi anche la signora Nera, la morte diviene qualcosa di positivo perché indica l’atto vitale per eccellenza: la trasformazione.

E’ nel momento in cui possiamo assorbire che siamo vivi.

Se respingiamo, restando sempre fedeli a noi stessi, se non cambiamo, se non moriamo beh allora la nostra avventura è finita del tutto.

La stasi arriva e ci sommerge con quel suo corredo di abitudini, di ripetizioni e di banalità. Ecco che il colore di questi racconti, in fondo dice tutto.

Dice molto sulla genesi degli stessi nonché sulla sua funzione, quella di farci toccare l’essenza di noi stessi, perché se il nero contiene in quell’interiorità oscura, possiamo non solo trovare istinti e passioni, desideri e ambizioni ma anche il segreto della nostra genesi.

In questo nero quindi tocchiamo ogni stato dell’essere: dalla morte dell’abitudine, allo scontro che la scienza fa con l’universo ignoto e remoto. Persino la distruzione dell’io, sfaldato nei suoi egoismi fino a tornare all’origine del tutto.

Ecco che la fantascienza diviene sempre meno scienza e più percorso esoterico capace cioè di penetrare nei meandri segreti dell’unica mente possibile non solo umana ma anche sovrumana, quella che ci comprende e al tempo stresso ci sorpassa.

E’ in questo nero mistero affrontato dal nostro Bettinanza che troviamo qualcosa di importante e essenziale che non può essere semplicemente riassunto nel chi siamo e nel da dove veniamo.

Ma che comprende la gnosi cosi come considerata dagli antichi: il nostro ruolo rispetto al mondo, i limiti e il potere del sapere e del non sapere e soprattutto la percezione della realtà.

Noi siamo e esistiamo proprio nel momento in cui ci rapportiamo con quello che ci circonda: alberi, segreti, misteri, altri esseri viventi.

E’ in quello il cogito ergo sum.

E’ nel momento in cui Dio ci permette di nominarlo il mondo che esso esiste.

E in questi tempi in cui sembriamo cosi evanescenti, cosi invisibili questi racconti gettano una nuova luce nel nostro microcosmo che per estensione non è altro che immagine del macrocosmo.

Nominando, assorbendo lo stupore dell’immensità possiamo di nuovo mostrarci in tutto il nostro splendore.


Forse è vero che giunti nel mondo nero non si torna indietro.

Ma vi assicuro che una volta vissuta l’esperienza suprema della conoscenza neanche voi vorrete tornare indietro.

A quell’evanescenza che oggi consideriamo l’unica via possibile e percorribile.

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