“Kwaidan” di Lafcadio Hearn, libreria pienogiorno. A cura di Alessandra Micheli

I primi libri che ho letto riguardavano la strana e suadente mitologia e folclore gallese e irlandese.

Fate, folletti, streghe.

Fantasmi e antichi manieri, cerchi di pietre e eroi sedotti dal regno incantato, sono queste le letture con cui sono cresciuta.

E il folclore mi ha sempre affascinata perché significava entrare nell’ethos particolare di una cultura e di una civiltà precisa.

Oltrepassando i tempi, entrando nel regno del per sempre.

Dall’Irlanda e dal Galles sono poi arrivata in Bretagna, per poi passare in india e in Finlandia e passeggiando per le tenebrose foreste del nord ghiacciato.

E poi sono arrivati i nativi americani con tutta la loro tradizione e mi sono cosi ritrovata a ridere a crepapelle con Kokopelli e la donna ragno.

In pratica grazie ai racconti popolari ho girato un po’ tutto il mondo.

Perù, Messico, persino Asia e Egitto.

Fino a toccare l’Australia e bearmi dell’alba di Alchera.

Persino in Cina e nel polo sud, assorbendo le storie strane e accattivanti di una tradizione, eschimese, poco conosciuta.

Ho ascoltato la voce di Sherazade, vissuto strabilianti avventure con Aladino. Sognato, cantato, amato e pianto con tutte le divinità, tutti i protagonisti di brughiere, deserti e boschi frondosi.

Ma, lo ammetto, solo un paese mi era sconosciuto ed è proprio il Giappone. Affascinate senza dubbio.

Particolare cosi oramai capace di aprirsi alla curiosità di noi occidentali.

Ma non ho mai preso la porta magica capace di condurmi in quei luoghi con una magia molto differente da quella a cui io ero abituata.

Un po tenebrosa, molto oscura forse eppure luminosa, poetica e folle.

Il Giappone mi appariva torbido e lontano, cosi rigido eppure cosi segreto, da spaventare ogni mio tentativo di provarci, provare a ascoltarlo.

Ammetto che in me, chissà per quale strano mistero o quale strana coincidenza viaggiano le suggestioni irlandesi e gallesi, persino quelle egizie e americane. Sono a mio agio persino con le divinità di Haiti che amo e rispetto.

Ma quelle strane figure che vagano nella nebbia o nella neve, quei demoni e quelle streghe sembravano porte chiuse, silenti eppure cosi affascinanti.

Come poterle far parlare?

Bisognava, forse perché davvero il Giappone è un po’ un altro mondo, trovare qualcuno capace di fungere da mediatore e da anfitrione e accompagnarmi proprio nei suoi misteri, in quelle donne volpe, in quelle orribili figure senza core divoratrici di umani e disperate.

E chi meglio di lui, di Lafcadio poteva accompagnarmi?

Lui con la sua maestria, con quella classe e quella capacità di essere un uomo di mezzo, mai davvero inglese e forse mai davvero giapponese, capace pertanto di carpire con arguzia il vero sentimento celato dietro le storie spaventose di fantasmi, demoni e astuti e crudeli folletti.

Ecco che la chiave apriva una porta desiderata da tempo, mai davvero raggiunta, mai davvero aperte.

Ero come Alice incapace di raggiungere la famigerata chiave, costretta a spiare dietro la serratura un mondo di magie e di poesia, dove la paura avere una indubbia e suadente classe.

Vedete il terrore di queste storie eterne è davvero particolare.

E’ inquietudine.

E’ la meraviglia dell’uomo smaliziato di fronte all’altrove che si manifesta con forza, contro ogni tentativo di regola.

Il mondo magico del Giappone è totalmente, assurdamente, meravigliosamente folle.

E’ il weird che si apre con un passo studiato davanti allo spettatore attonito.

E’ il rituale che si nutre di calma e si prende tempo.

Persino i suoi demoni hanno un’eleganza ordinata che forse manca ai miei fantasmi irlandesi, troppo caotici, troppo sicuri di se e quasi arroganti.

In queste storie ogni Mosnsturm è al tempo stesso miracolo e maledizione.

E’ l’incontro sublime con il mondo numinoso, ma fatto di cortesia e di una pacatezza molto aliena a noi occidentali, affannati, umani troppo umani anche di fronte al sacro.

In questi scorci invece lo spirito, malevolo o benevolo, è trattato con rispetto e con riverenza.

Anche il demone, anche l’azione più malvagia segue con lentezza, regole millenarie.

E ci stupisce, ci esalta e perché no ci terrorizza.

In questa placidità noi possiamo scorgere ogni linea del volto di questo famoso altro mondo, tanto decantato ma poco osservato.

In questi racconti invece dobbiamo davvero poter vedere ogni sua sfaccettatura, inchiodati a questo momento che è si magico ma anche perturbante in quanto infrange la sicurezza di un uomo che non sarà mai più al centro del mondo.

Ma sarà vittime e succube di ben altre leggi, di ben altre regole ..e questo Giappone sognante, quasi evanescente ci fa provare uno strano, insospettabile senso di nostalgia, per qualcosa che ci appare ma che presto scappa via lontano da noi.

Leggere Kwaidan è e resta una delle esperienze più sublimi del mio percorso da lettrice.

E difficilmente lo dimenticherò.

E ora tocca a voi con luce soffusa attendere che l’impossibile divenga realtà…

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