“La moglie del lobotomista” di Samantha Greene Woodruff, Newton Compton. A cura di Jessica Dichiara

Intanto “la moglie del lobotomista” e “ispirato a una storia vera” insieme a questa cover particolarmente eccentrica… intriga, provoca, cattura. Mi piace!


Walter Jackson Freeman II ed è subito ricerca, prima ancora di cominciare a leggere il romanzo. Che strano effetto hanno sulle persone questi libri! Ti costringono ad informarti, a scavare, a   cercare fonti. Fanno di te una persona sempre diversa, a ogni pagina ti modellano sfidando le più improbabili teorie dell’evoluzione. Freeman è un medico statunitense che lobotomizzò migliaia di pazienti e a lui questa storia è ispirata…


Per entrare nelle pagine bisogna passare dal prologo e non è facile uscirne senza vestirsi di angoscia. Io poi, che sono una “piagnona”, ho respirato tutto il disagio di Margaret, donna, madre di tre figli (proprio come me) e il suo sentirsi inadeguata al tempo, al luogo e alla società in cui vive. La sua tragedia personale assomiglia a quella di molte donne ed è quanto mai attuale. Infatti, pur appartenendo a un tempo ormai lontano, la forza di questo personaggio sta nel suo essere modello di solitudine e di fallimento trasversale a più generazioni. 


Passi in avanti sono stati fatti, è vero, eppure le madri troppo spesso ancora oggi finiscono nel mirino di chi le vuole subito in forma dopo il parto, pronte a pedalare velocemente su quella bicicletta che sembra appartenere solo a loro e sulla quale non possono fare una passeggiata ma devono gareggiare con tutte le altre madri che allattano meglio, non fanno ammalare i propri figli, educano con le ultime teorie (che la Montessori glie’ spiccia casa), lavorano e al contempo hanno la casa perfettamente in ordine e soprattutto mai, mai perdono la pazienza. 


Margaret con le sue fragilità ci ricorda che in fondo è sempre stato così e che dobbiamo ritenerci fortunate se nessuno nel 2023 ha la pretesa di risolvere i nostri problemi con una bella lobotomia.

Ruth e l’altra donna, la protagonista, quella che ha sofferto talmente tanto da riuscire a dare vita al bene. L’Emeraldine hospital, manicomio all’avanguardia per l’epoca, porta il suo cognome e nasce dall’esigenza di sopravvivere al dolore per la morte di suo fratello, vittima del male dei soldati, il proprio vissuto e quel malessere che è proprio un mal-essere e spesso trova soluzione unicamente nella non-esistenza.


Come “quasi” tutti i pazzi, il caro Robert, dott. Robert Apter, ha ricevuto una massiccia dose di fascino da madre natura. Egli infatti è giovane, brillante, ambizioso e destinato al successo. Entra in scena con un colloquio di lavoro, durante il quale convincerà la nostra Ruth ad assumerlo all’EH per portare avanti quella che, secondo lui, è una ricerca che rivoluzionerà il mondo della psichiatria. 

La percezione che ci sia qualcosa che non va nei discorsi di Robert è immediata così come la voglia di avvisare Ruth. “Ragazza mia stai prendendo una cantonata pazzesca, lascia stare, non sono farfalle!” Niente!  Nulla può il lettore davanti al famigerato colpo di fulmine, almeno da parte di Ruth.

Nell’intreccio di questa storia d’amore ci finisce il lavoro per il quale entrambi vivono. Due livelli di lettura dunque, la relazione amorosa e la passione lavorativa, entrambi in un certo senso, patologici.
La narrazione ci porta senza troppi scossoni a ripercorrere le tappe della follia di questo medico talmente ossessionato dal proprio successo dal perdere via via il contatto con la realtà.
Potremmo dire che Robert nel tempo è cambiato, peggiorato se vogliamo. In realtà la percezione che abbiamo nel testo è di avere a che fare con una personalità disturbata già all’inizio e che, per la propria convenienza, ha preferito mantenere un atteggiamento più conciliante e meno intimidatorio. 
La caratterizzazione del protagonista maschile è quindi in sostanza ben riuscita e a mio dire anche ben romanzata perché mi ha lasciato lo spazio necessario per arrabbiarmi e pensare le peggiori torture.

Ruth rimaneva sicuramente più difficile da delineare. È un personaggio che parte intimamente debole e subisce nel corso della lettura un’importantissima evoluzione in senso positivo. Spaventata dai numeri comincia a rendersi conto che quello che ormai è suo marito utilizza un’abile manipolazione per convincere le vittime e i familiari ad effettuare la lobotomia.


Entrambi legati al proprio lavoro da una grande passione, la differenza tra i due coniugi sta, non solo nell’obiettivo, il successo per Robert e il benessere dei pazienti per Ruth, ma anche nell’approccio. Se da una parte abbiamo un medico totalmente privo di empatia e concentrato unicamente su se stesso, dall’altra abbiamo una donna che conosce i pazienti per nome, che ricorda il loro compleanno o la temperatura dell’acqua per il bagno che più gradiscono, che si preoccupa veramente quando si rende conto che il fulmine che l’ha colpita non aveva affatto buone intenzioni.


Così la quarta parte di questo romanzo rimane a tutti gli effetti la più vera, tutti i personaggi mostrano le loro debolezze e accettare i fatti nella loro scientificità diventa una grande sfida che vede il lettore pendere da un’unica parte, quella dell’umanità che prova, sbaglia, cade e si rialza.


Menzione d’obbligo per la traduzione impeccabile di Elena Vaccaro, precisa ma anche passionale nel regalare all’italica gente un viaggio nel tempo e nello spazio di una delle più grandi paure dell’uomo: la pazzia.


Consiglio per la lettura: come direbbe Ruth, avevo preparato dello champagne ma… magari dello scotch?


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