“Creature” di Paolo La Paglia, Nua edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Una notte di tempesta, con quel vento rabbioso che ringhia in quelle strade di una città cacofonica che, con il gelo risulta quasi abbandonata.

Musica, gotica, suonata grazie a un arpa che sembra urlare tutto il suo strazio.

E un piccolo lume capace di rischiarare le pagine, intrise di orrore e di qualcos’altro, qualcosa di indefinito e venato di una certa poesia.

Ecco come ho guastato il libro di Paolo, creature.

Entità cosi antiche da essere perdute con i ricordi di un uomo che, sembra aver dimenticato magie a mistero e persino…antichi e orribili patti fatti nel tempo del sogno, quando la razionalità ancora non viaggiava assieme alla creatività imbrigliandola e forse sottomettendola.

Orrore ragazzi miei che gronda come una appiccicosa melma da ogni pagina. Orrore senza un vero nome e senza, forse un perché.

O con motivazioni cosi aliene dal nostro codice di condotta da apparire, grazie all’abilità dal nostro autore blasfeme, perturbanti e atroci.

Ed è cosi che le immagini appaiono anche a me, io che oramai ho cosi bisogno di horror che se le mie dita non accarezzano quelle pagine, fremono in preda a una sorta di crisi d’astinenza.

E allora, vi chiederete voi, hai usato la parola poesia invano?

Tanto per dare un alone di pomposità ridondante al tuo scritto?

No mie amate creature dell’oscurità.

Perché anche in queste vicende, in cui il ghigno malvagio dell’entità con l’impermeabile ci regala esiste una sorta di crudele poesie.

E’ la poesia che ha raccontato Foscolo tra lapidi e carni straziate dal tempo, la poesia di Poe con quei vermi trionfanti che gioivano di vittoria sopra il corpo martoriato dell’uomo.

Di Lovecraft con quei suoi antichi dagli occhi remoti, in cui galassie di stelle erano capace di girare e girare in una sorta di strana danza a spirale.

Ed è la poesia di questo luogo confine, in cui un tempo quello che noi chiamiamo orrore ma che per loro era altrove donava un senso di sacro al nostro mondo, alla nostra dimensione.

Erano mondi destinati ogni tanto a sfiorarsi.

Noi regalavamo la genuinità della fallacia umana.

Loro al comprensione che, in questo cosmo non esiste la scienza ne la ragione. Esiste l’ignoto, il simbolo e forse l’orrore che solo lo spazio senza fine può donare.

Quel senso di infinito che soffoca e che ci atterrisce perché incompressibile e al tempo stesso seduce proprio perché incomprensibile.

Soul city in fondo non è che la regione dell’anima, in cui quel legame tra noi e altrove, gli Hollowers ( per citare la mesta assoluta la nostra Mary Sangiovanni) è rispettato e quasi osannato.

Ma il tempo scorre.

E questo mondo cosi corrotto dalla banalità divine il luogo del rimorso, della dimenticanza e del grigiore.

E cosi “lezione imparata agire si deve” non è tanto un monito quanto un grido. Di rabbia perché quel miracolo, orrifico per carità, in cui i veli si sfiorano e danzano viene cancellato.

Eppure..è proprio quando la creatura, anzi le creature tornano con malvagità nel nostro universo che l’uomo comincia a vivere davvero.

A agire a scegliere a decidere.

Sono loro a donarci ciò che ha splendidamente illustrato il nostro Tim quando rifiuti la dominanza di questo strana compagine di “mostruosità” che diventi uomo libero.

Libero, libero dalla pastoie di un umanità valutata.

Che ha smesso di guardare le ombre.

Che ha lasciato avvizzire la fantasia.

Che nelle strade, nelle montagne in ogni segreto non trova più il brivido.

Di paura o di emozione.

Che lascia il ricordo in quel cassetto ammuffito.

Che scappa, lontano, lontano dalla sua città dell’anima.

Che non ha più rispetto, riverenza e terrore vesto quell’oltre a cui, forse non crede più.

Più.

Mai più.

Mai più…

Ma le storie, come dice Paolo, restano dentro.

E bussano quasi con sussiego alla nostra porta.

Chi apre e chi fa finta di nulla.

Chi volta la testa e chi invece si unisce a quella danza.

E il ballo vortica sempre più sfrenato.

Fino a lasciarti esausto e terrorizzato ma felice..felice perché è vivo.

Creature è uno splendido orgoglioso mix dei temi a me più cari, quelli che fin dalla mia tenera età, quando ingenua e timorosa mi sono avvicinata a questo genere, elaborati con una genialità e un talento davvero raro.

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