“GORDON PYM e il mistero della morte del suo autore”, di vito ditaranto

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“GORDON PYM e il mistero della morte del suo autore”, in ricordo della nascita di Edgar Allan Poe (19 gennaio 1809), di vito ditaranto.

 

 

“Più lottavo con me stesso per non pensarvi, più quelle paure si ingigantivano nella mia mente. Giunse alla fine quella crisi dell’immaginazione, sempre tanto funesta in questi casi, in cui s’incominciano a presentire le sensazioni che si proveranno quando si cadrà, e ci si raffigura il malessere, la vertigine, l’ultimo sforzo supremo, il semideliquio, infine tutto l’orrore della fulminea, precipite caduta a capofitto. Ed ecco che quelle immagini fantastiche si tramutavano di colpo in realtà, tutti quegli orrori pensati soltanto diventavano veri, tangibili, incombenti. Mi sentii tremar sotto le ginocchia, mentre lentamente ma inesorabilmente la stretta delle mie dita sull’appiglio si allentava. Un gran rimbombo mi rintronò nelle orecchie e io mi dissi: “Ecco! Questa è la mia campana a morte!”. Improvvisamente mi assalì un desiderio irresistibile di guardare in basso. Non potevo, non volevo più fissare la parete soltanto, finché con un senso di emozione assurda, indefinibile, in parte fatta di orrore, in parte di sollievo affondai lo sguardo nell’abisso” (Edgar Allan Poe, “Storia di Gordon Pym”)

 

“Sia moralmente che fisicamente ho sempre avuto la sensazione dell’abisso: non solo della vertigine del sonno, ma della vertigine dell’azione, del sogno, del ricordo, del rimpianto, del rimorso, del bello, del numero, etc…” (Charles Baudelaire)

 

“Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco, sopra alcuni bizzarri e strani volumi d’una scienza dimenticata; mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando – d’un tratto, sentii un colpo leggero, come di qualcuno che leggermente picchiasse – pichiasse alla porta della mia camera.

— « È qualche visitatore – mormorai – che batte alla porta della mia camera » —

Questo soltanto, e nulla più. (…). E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!” (Tratto da “Il Corvo” di E.A.POE)

7 ottobre 1849, Baltimora.

La morte di Edgar Allan Poe viene considerata il più grande mistero della letteratura americana, un mistero che avvolge il creatore della letteratura del MISTERO.

In letteratura non passano alla storia solo le opere, ma anche le vite dei loro autori. Spesso sono proprio le esistenze più o meno tranquille dei grandi scrittori che influenzano la creazione di romanzi indimenticabili, e che accrescono l’aura leggendaria dei loro protagonisti.

Se esistesse una classifica degli autori più controversi, tra i primi posti ci sarebbe certamente Edgar Allan Poe. Inventore del racconto poliziesco, massimo esponente del racconto dell’ orrore, progenitore, con il suo romanzo Gordon Pym (che diede lo spunto a Melville per Moby dick), della fantascienza, giornalista, poeta squisito, d’una musicalità che nessuna traduzione, neppure quelle di Mallarmé, ha potuto rendere, infine autore d’un trattato di cosmogonia, Eureka, nel quale scienziati del nostro secolo hanno visto prefigurate chiaramente scoperte della fisica recente: queste le proverbiali benemerenze di Edgar Allan Poe. Il quale, oltre a questi primati ne vanta tuttavia un altro, di ordine biografico: quello d’essere stato, in vita, amato e soprattutto odiato, con una furia che dopo la sua morte, anziché placarsi, si è ampliata ben oltre i confini della sua patria. Charles Baudelaire che, con le sue perfette traduzioni, lo rese meno americano diffondendone in Europa e nel mondo un’ immagine seducente ma arbitraria, di saggio dedito al culto dell’ insolito e dei paradisi artificiali. Mistero e mistificazione: i due poli fra cui si espresse la personalità di Poe, si sono perpetuati a dir poco bizzarramente.  Da quando, adolescente, aveva visto una mano livida uscire dal buio per posarglisi sulla fronte, non riusciva ad addormentarsi se qualcuno non lo teneva per mano confortando il suo ingresso nelle tenebre del sonno. Il teorico del “principio di perversità” pianificò americanamente fin dal 1831, a ventidue anni, di scrivere racconti d’un genere particolare, e per questo fece uno studio quasi statistico del romanzo gotico inglese. dei racconti di Hoffmann e in genere di tutta la letteratura dell’orrore, per impadronirsi alla perfezione degli ingredienti, a cui aggiunse le sue personali ossessioni ma anche il suo gusto della mistificazione.

Le circostanze del suo decesso, avvenuto a Baltimora nel 1849, non sono mai state chiarite: come sia morto il grande scrittore e poeta è un mistero che ancora oggi  aleggia e toglie il sonno ai suoi fan più sfegatati.

Personalmente inizierei ad analizzare il giorno della sua morte. SETTE (7).

Le lettere dell’alchemico V I T R I O L sono 7: Visita, Interiora, Terrae, Rectificando, Invenies, Occultam, Lapidem: visita l’interno della terra (il proprio intimo, la Psiche) e rettificando scoprirai la pietra nascosta (e indagando troverai la tua intima essenza). Il numero 7 rappresenta il tutto, poiché il 7 è il numero della creazione. E’ la legge che domina l’universo condizionando la nostra esistenza. Il numero 7 esprime l’universalità. Considerato fin dall’antichità un simbolo magico e religioso della perfezione, gli antichi riconobbero nel Sette il valore identico della monade in quanto increato, poiché non prodotto di alcun numero contenuto tra 1 e 10. Dai Pitagorici fu considerato simbolo di santità. Secondo questa scuola il 7 era “amitor” (senza madre). Veniva considerato “Veicolo di Vita” in quanto formato dal quattro (azione, materia, femminile) più il tre (spirito, sapienza, maschile). Pitagora, che è stato lo studioso per eccellenza sceglieva i suoi discepoli tra quelli che avevano il 7 nel loro profilo numerologico, in quanto persone introspettive, con un forte intuito e una predisposizione al misticismo. Platone definiva il 7 “anima mundi”. La settima lettera dell’alfabeto ebraico è ZAIN. La sua funzione è: Eternità (come eterne sono le opere di POE). “Il numero Sette” è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino. Un tempo i fanciulli nati col destino 7, venivano iniziati ai misteri esoterici dell’alchimia. Il 7 nel Destino predispone ad un percorso di conoscenza di se stessi. Il percorso può condurre alla ricerca della verità, oltre le apparenze del mondo materiale. Il 7 rappresenta l’immortalità e per me EDGAR ALLAN POE è un immortale la sua filosofia e la sua aura echeggiano ovunque.

ULTIMI BATTITI

Il 3 ottobre 1849, un tipografo del Baltimore Sun, Joseph Walker, passando per High Street vide, giacente sul marciapiede, un uomo dagli abiti sporchi e laceri, in stato di estrema prostrazione fisica, ma anche di confusione mentale.

In quei giorni Baltimora, era in piena campagna elettorale, quindi all’abituale frenesia che caratterizzava normalmente la vita cittadina si sommava quella provocata dalla lotta politica con metodi da far sembrare giochetti gli attuali imbrogli nostrani. Poe fu portato all’ospedale Washington College, dove morì la domenica del 7 ottobre 1849 alle 5:00, padre della letteratura poliziesca e dell’orrore, ma la sua morte è un caso clinico più misterioso dei suoi racconti.  Ebbene la sua morte fu il suo ultimo “racconto misterioso”, un caso clinico ancora irrisolto e che presumibilmente rimarrà tale per sempre

Lo scrittore non rimase mai lucido per spiegare come si fosse trovato in tali gravi condizioni, né come mai indossasse vestiti che non erano i propri.

Si dice che abbia ripetutamente invocato il nome Reynolds ma nessuno è mai riuscito a identificare la persona a cui si rivolgesse. Le sue ultime parole furono:

 “Signore aiuta la mia povera anima…”

I giornali dell’epoca attribuirono la morte dello scrittore a una “infiammazione cerebrale”.

L’alternarsi di depressione e di speranza, che aveva caratterizzato gli ultimi due anni dello scrittore e che aveva visto anche un tentativo di suicidio nel 1848, pareva quasi dimenticato  facendo anche, pubblica promessa di dimenticare il vizio del bere.

Tra le varie ipotesi della causa della sua morte alcuni ritennero che fu vittima del “Cooping”, una pratica fraudolenta in uso nel XIX secolo, che consisteva nel rapire e costringere a bere alcool per essere usato come “elettore forzato”. Gli agenti elettorali battevano le strade cercando persone isolate, preferibilmente forestieri o contadini. Usando la tecnica del cooping, ossia del “mettere in gabbia”, le drogavano con una miscela di whisky e narcotici, e poi li portavano da un seggio elettorale all’altro facendoli votare a ripetizione per questo o quel candidato. Rinchiusi poi in un locale buio venivano successivamente gettati in strada.

Altre ipotesi furono: delirium tremens, attacco cardiaco, epilessia, sifilide, meningite, colera e rabbia.

Molti pensarono, vista la sua vita tormentata, alla conclusione più ovvia: ossia che Poe sia morto a causa di una sbronza fatale, ipotesi questa a mio avviso inverosimile visto e considerato che nell’ultimo periodo della sua vita aveva cominciato ad amare il profumo della vita stessa. Inoltre il medico di Poe dichiarò che il proprio assistito rifiutò l’alcol che gli fu offerto (per curare l’astinenza) e bevve solo acqua, ma con gran difficoltà; questo pare essere un sintomo dell’idrofobia, la paura dell’acqua (in realtà si tratta di un laringospasmo che provoca dolore e difficoltà di deglutizione). Il mistero è aggravato dal fatto che il poeta e collaboratore di diverse riviste letterarie, avesse indosso vestiti troppo grandi per essere i suoi; qui il mistero si infittisce, chi mai ruberebbe dei vestiti lasciando intatto il portafoglio alla propria vittima per poi rivestirlo con altri abiti? Cosa o chi, condusse Poe a trovarsi a Baltimora, quando in realtà era atteso a Philadelfia per un lavoro di revisione su un libro di poemi commissionato da una dama di quella città e pagato ben 100 dollari dal marito di lei?

Lo scrittore Matthew Pearl, nel suo libro “L’ombra di Edgar”, che si sviluppa partendo da un fatto storico reale e si avventura in un’inchiesta per fornire la propria versione dei fatti in modo romanzesco, sostiene di aver trovato le prove per cui Poe sarebbe morto per gli effetti di un tumore al cervello: “Spiegherebbe le sue allucinazioni e il suo stato mentale prima di morire”.

Plausibilmente nessuno potrà mai sapere la vera causa della sua morte.

Delirium tremens?

Oppure delitto?

L’ipotesi è suggestiva e il suo sviluppo è degno delle deduzioni del geniale investigatore Auguste Dupin creato da Poe.

CURIOSITA’ SU POE

I genitori di Poe erano attori e, molto probabilmente, scelsero il suo nome ispirandosi al principe Edgar, uno dei personaggi del Re Lear di Shakespeare, tragedia che stavano portando in scena proprio nel periodo della nascita del futuro scrittore.

Poe ha utilizzato molti pseudonimi nelle sue opere. Tra i tanti, il primo fu Gaffy, soprannome dei tempi del college. Nei panni di Henri Le Rennet firmò la raccolta Tamerlane and Other Poems. Per il certificato di arruolamento nell’esercito utilizzò invece Edgar A. Perry. Per la poesia Il corvo usò il nomignolo Quarles, un gioco di parole (“quarrel” significa “litigio”). Infine, poche settimane prima di morire, chiese a sua zia Maria Clemm di inviargli una lettera, ma indirizzata a E.S.T. Grey.

William Henry Leonard Poe, fratello di Edgar, era un marinaio che ha pubblicato alcune poesie e racconti in una rivista di Baltimora. Ma forse, gran parte di questi lavori erano in realtà del più noto dei due Poe.

Taro Hirai critico letterario e scrittore giapponese della prima metà del Novecento, scrisse numerosi romanzi e racconti gialli. Era un grande ammiratore di Edgar Allan Poe, tanto che assunse lo pseudonimo di Edogaa Aran Poo.

In un articolo dell’Evening Mirror di New York del maggio 1845, Poe accusò il poeta Henry Wadsworth Longfellow di plagio. Una cosa strana, dato che proprio un anno prima lo aveva elogiato definendolo come “il miglior poeta in America”. In difesa di Longfellow rispose all’articolo un misterioso lettore del giornale, un tale Outis. La leggenda vuole che fosse stato proprio Poe a scriversi quella risposta, nel tentativo di occupare più spazio tra le colonne del giornale, firmandosi con lo stesso nome che usò Ulisse con il Ciclope (“Outis” è in greco “Nessuno”).

Nonostante uno dei suoi più famosi racconti (Il gatto nero) parli di macabre pratiche su uno spaventevole felino demoniaco, Poe era un grande fan dei gatti. Ne aveva uno suo, chiamato Catterina (gioco di parole…).

Ed il corvo disse: “MAI PIU’”

 

“I limiti che dividono la Vita dalla Morte sono,

 

nella migliore delle ipotesi,

 

vaghi e confusi”

(E.A.Poe)

 

ho sempre dedicato tutto ciò che scrivo a mia figlia Miriam che amo immensamente, ma oggi dedico questo mio articolo a tutti coloro che in questi giorni soffrono a causa delle calamità che hanno colpito il nostro bel paese e a una collaboratrice di “Les fleurs du mal”, “ALESSIA MUNICCHI” alla quale volgo il mio pensiero…. 

 forza ALESSIA.

vito ditaranto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“AMANDA HOCKING- autrice self”, a cura di vito ditaranto.

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“AMANDA HOCKING- autrice self”

Nel 1840 Edgar Allan Poe scrisse “L’uomo della folla”, in cui il personaggio principale non aveva neanche un nome e si limitava a seguire uno sconosciuto rendendosi conto a poco a poco della sua incapacità nel raccontarlo a se stesso. Ma il personaggio visto da vicino evaporò: “dentro siamo tutti uguali”- scrisse in seguito Poe sul suo racconto. E.A.Poe inizialmente scriveva per se stesso e si autopubblicava su riviste e quotidiani. Oggi Poe è considerato uno dei maggiori scrittori di tutti i tempi.

Mentre in Italia i libri si vendono sempre meno nel mondo aumentano i self-publisher, ovvero gli autori che autopubblicano soprattutto in digitale. Negli Stati Uniti nel 2016 il mercato delle vendite dei libri di autori self ha superato quello degli autori con case editrici con numerosi autori che sono diventati milionari grazie ai libri autopubblicati. In Svezia gli autori self occupano spesso le prime pagine delle riviste letterarie. In Italia purtroppo gli autori self sono spesso demonizzati e poco considerati. Io da accanito lettore quale sono posso garantire di aver letto molti autori self che sono molto al di sopra di scrittori con case editrici spesso sopravvalutati.  Io credo che gli italiani mediamente non leggono gli autori self, semplicemente perché non leggono e quelli che leggono forse leggono due libri all’anno ed è per questo che, secondo loro, preferiscono andare sul sicuro. Comunque, oggi, vorrei presentarvi uno degli autori, anzi in questo caso, una delle autrici self più famose al mondo (tranne forse che in Italia).

AMANDA HOCKING

La storia della Hocking è ormai un caso editoriale di livello mondiale: è iniziato tutto il 15 aprile del 2011 quando l’autrice aveva bisogno di soldi, vivendo quasi ai limiti della sopravvivenza e per guadagnare qualcosa decise di pubblicare i suoi libri che aveva scritto durante la sua vita, sul sito amazon.com, dopo i numerosi rifiuti di pubblicazioni dalle diverse case editrici. La Hocking pubblicò il libro anche su Smashwords per renderlo disponibile anche ai possessori di Nook, Sony, eReader e iPad. Decise di pubblicare “Switched” , il primo episodio della trilogia “Trylle”, che in un solo mese le fece guadagnare più di 6,000 dollari. A gennaio del 2012 stava vendendo più di 200,000 copie al mese dei suoi libri e ad oggi la Hocking ha venduto più di 4 milioni di copie ebook col sistema del self-publishing e per 4,2 milioni di dollari, ha concluso un accordo con la St. Martin’s Press negli Stati Uniti e con la Pan Macmillan nel Regno Unito per la pubblicazione dei suoi libri che sono ora tradotti in più di 20 paesi.

Questo non è l’unico caso, ve ne sono almeno una ventina di casi simili negli Stati Uniti e una decina in nord Europa, questi autori hanno addirittura superato abbondantemente le vendite di molti scrittori di grosse case editrici. In Italia invece cosa accade? Nulla, purtroppo l’Italia è in continuo decadimento e ahimè non solo culturale, un bel paradosso non credete?

Un consiglio non demonizzate a prescindere gli autori self e comunque imparate a leggere dippiù.

“La lettura è il viaggio di chi non può prendere un treno.” Francis de Croisset.

“Non leggete per contraddire e confutare, né per credere e accettar per concesso, non per trovar argomenti di ciarle e di conversazione, ma per pesare e valutare.” Francis Bacon (Francesco Bacone).

“Il mondo è un libro e chi non legge non vive il mondo.”vito ditaranto

 

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto

“L’iniziazione di Cappuccetto Rosso”, di Vito Ditaranto

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La goccia non è parte dell’oceano, ma è l’oceano stesso.

 

 

Si narra nella famosa favola dei fratelli Grimm che un giorno la mamma di Cappuccetto Rosso le diede un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino da portare alla nonna che abitava nel bosco: “Va’ da brava, senza uscire di strada, sennò cadi…” è la sua raccomandazione. Cappuccetto Rosso parte ed entra nel bosco, qui incontra un lupo “ma non sapeva fosse una bestia tanto cattiva e non ne ebbe paura”.

Basterebbero già questi elementi per giustificare un’interpretazione esoterica di  questa fiaba. La bambina rappresenta un’anima che deve intraprendere un percorso evolutivo. Il cappuccetto rosso (regalato dalla nonna-rosso è il colore dell’iniziazione e del sacrificio) rappresenta il paramento iniziatico indossato dal discepolo prima di affrontare una prova. La protagonista lascia la casa su indicazione della mamma (lo spirito), per compiere un cammino nel bosco e giungere dalla nonna, ossia la mamma della mamma (spirito consapevole). Porta con sé il pane e il vino (la carne e il sangue), i due alimenti simbolici per eccellenza.

Nonostante la raccomandazione della mamma di non deviare per non rischiare di cadere(in tentazione), quando Cappuccetto Rosso incontra il lupo non si spaventa e comincia il suo percorso. Il bosco buio rappresenta il cammino dell’anima nella materia, questo è infatti il luogo dove incontra il lupo famelico, che simboleggia le brame della personalità, la quale si cura unicamente di riempirsi lo stomaco (la sua sopravvivenza). Cappuccetto Rosso non ha paura perché non si avvede della pericolosità dell’ascoltare la personalità anziché l’anima, per cui segue il consiglio del lupo e comincia a vagare nel bosco in cerca di fiori. Molto interessante la frase con cui il lupo convince la bimbetta: “Guarda un po’ quanti bei fiori ci sono nel bosco, Cappuccetto Rosso; perché non ti guardi attorno? Te ne stai tutta seria come se andassi a scuola, invece è tutto così allegro nel bosco!”

Il lupo la inganna distraendola dal suo cammino iniziatico. Le dice di guardarsi intorno, la affascina con le bellezze che si trovano nel bosco, a tal punto che la protagonista esce dal sentiero per raccogliere i fiori (perde la retta via). Questo episodio rappresenta le anime che restano intrappolate nelle illusioni della materia e si dimenticano che il bosco (la vita), va solo attraversato velocemente, senza perdere troppo tempo e senza prestare ascolto ai lupi.

Cappuccetto Rosso è distratta dal bosco, il lupo corre dalla nonna e la mangia, quindi si traveste e finge di essere lei. Cosa significa? A causa del lungo tempo trascorso nel bosco la personalità famelica ha avuto il tempo di travestirsi da spirito. Il lupo ha preso le sembianze della realizzazione della consapevolezza finale. Cappuccetto Rosso crederà di aver compiuto il suo cammino iniziatico ed essere finalmente giunta dalla nonna, quando invece si troverà di fronte a un travestimento del lupo.

Questa è la fase più importante della prova del discepolo: “deve stare in guardia rispetto alle false realizzazioni”. Il suo scopo è “raggiungere la nonna” o “tornare a casa del Padre”, come accade anche nel viaggio iniziatico di Pinocchio, e come nella parabola del figliol prodigo, che si colloca a fondamento di queste fiabe esoteriche. Ma a un certo punto, proprio prima della realizzazione finale, l’iniziando può cadere nell’illusione mentale (un’ossessione che lo porta a credere di aver realizzato l’Uno) o emotiva (stati di beatitudine mistica). Il lupo ha inglobato la nonna dentro di sé e adesso finge di essere lei.

Cappuccetto Rosso si lascia ingannare e viene a sua volta mangiata dal lupo. Dopodichè il lupo si mette a dormire (la personalità addormentata).

Ora accade qualcosa di inaspettato, compare una figura nuova: “il cacciatore”. Apre con un paio di forbici la pancia del lupo e ne tira fuori prima la bambina e poi la nonna. Chi è costui che libera sia l’anima che lo spirito rimasti intrappolati nella macchina biologica, portando così la protagonista a realizzare la sua missione (il sacrificio della carne e del sangue serviti alla nonna/spirito, come in una messa)?

Il cacciatore è la ferma Volontà di risvegliarsi. Utilizza due simboli, uno maschile fallico, il fucile, e uno femminile, le forbici. Scrivono i fratelli Grimm: “Stava per puntare lo schioppo quando gli venne in mente che forse il lupo aveva ingoiato la nonna e che poteva ancora salvarla. Così non sparò, ma prese un paio di forbici e aprì la pancia del lupo addormentato.”

 

Il cacciatore avrebbe potuto uccidere rapidamente il lupo sparandogli con il fucile, ma in questo modo avrebbe condannato anche il contenuto del lupo; allora decide di non ucciderlo ed estrarre invece ciò che la personalità porta in sé: l’anima e lo spirito. In questo modo porta a compimento l’Opera alchemica (la nascita dell’uovo filosofico).

“Che paura ho avuto! Era così buio nella pancia del lupo!” dice la protagonista ormai liberata.

Cappuccetto Rosso… una favola per bambini!

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“L’incipit filosofico”, di vito ditaranto

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“L’incipit filosofico”, di vito ditaranto

 

C’era una volta. È la formula che dà inizio alle fiabe. Ma come cominciano i libri di filosofia?

Cartesio divideva il suo incipit in sei parti, ossia in sei punti principali.

Quindi, se si decide di affrontare un discorso complesso e articolato basta scomporlo in più parti, per ritrovare la linearità e per poter ricomporre l’insieme, dal semplice al complesso, con una chiarezza algebrica, che si manifesta nella bellezza dei singoli passaggi, nei segmenti della riflessione.  Bisognerebbe scomporre il messaggio come se fosse una fiaba:

“C’era una volta un mondo oscuro e complesso, ma io ho trovato un modo per rischiararlo e renderlo semplice. Seguitemi e vi mostrerò il sentiero!”. (CARTESIO)

I primi pensatori, i cosiddetti “Presocratici”, si sono interrogati sull’archè, sul principio di tutte le cose. Se conosci l’inizio, conoscerai anche il resto. Iniziare bene significa essere già dentro l’opera. E non è detto che gli incipit filosofici non abbiano un valore letterario! Platone, ad esempio, ci sorprende sempre con la sua abilità narrativa. Fa cominciare così il suo Fedro:

 “Caro Fedro dove vai e da dove vieni?”. Domanda apparentemente banale, ma è anche la domanda delle domande.

Cominciare significa, in un certo senso, abbandonare l’indeterminatezza, per incontrare il reale.

“L’inizio è quel momento di distacco dalle molteplicità dei possibili”. (Calvino)

Il narratore compie una scelta, secondo Calvino:

allontana da sé “la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare”. La fantasia ha bisogno di limiti, di riferimenti concreti, per produrre qualcosa.

La creazione implica sempre una rinuncia, un’esclusione.

Pessoa diceva: “La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”. C’è molto di più nel nostro animo, che resterà inesaudito o che non riuscirà a essere espresso.

E’ anche vero che iniziare non è un atto conclusivo o irrevocabile. Solo iniziando, abbiamo la possibilità di scoprire altro, di cambiare, di far germogliare le nostre possibilità.

È l’incipit vita nova di cui parla Ernst Bloch. Forse non è un caso che Il Principio speranza inizi come il Fedro di Platone: “Chi siamo? Da dove veniamo?”. E inoltre: “Cosa ci aspettiamo? Cosa ci aspetta?”. L’inizio di per sé è vuoto. È il tempo errante della ricerca. “Si aspetta addirittura il desiderio stesso, perché diventi più chiaro”. La filosofia può essere interpretata come un guardarsi indietro oppure come un incipit; ma, in entrambi i casi, acquista un senso se si avvale dell’immaginazione e dell’infinito; se con il pensiero ci sforziamo di anticipare la “vita libera che verrà”.

Un’introduzione ben scritta dà al lettore un’idea generale sull’argomento di cui stai per scrivere. Pone le domande che troveranno risposta nel corso della lettura. Invita alla riflessione. Se vuoi scrivere un’introduzione eccellente e non sai da dove cominciare, continua a leggere. Imparerai come iniziare, come strutturare la parte centrale, e come confezionare il tutto.

Cattura l’attenzione del lettore con una prima frase d’effetto. La prima frase dovrebbe attrarre il lettore e invogliarlo a continuare la lettura. Se il tuo incipit non è interessante o è scontato, il lettore potrebbe non essere motivato a continuare. Dai il giusto tono sin dall’inizio con una frase coinvolgente.

Fai una domanda. Una domanda ben fatta spingerà il lettore a proseguire nella lettura per avere la risposta.

Ad esempio: “Cosa hanno in comune i delfini e gli aerei da combattimento?”

Coinvolgi il lettore con un fatto importante o un dato statistico. Ti permetterà di mettere ciò di cui andrai a scrivere in un contesto.

Usa una citazione. Una citazione di un personaggio famoso (o famigerato) può catturare l’attenzione di chi legge, se il lettore lo conosce.

Ad esempio: “Machiavelli un tempo scrisse: ‘Nessuna grande conquista è stata mai ottenuta senza affrontare dei rischi’.”

Chi ben inizia è già a metà dell’opera.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

“I libri più belli del 2016”, vito ditaranto.

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L’anno è quasi giunto al termine.

Quest’anno ho letto oltre 120 libri così suddivisi:

  • 80%, autori self o emergenti;
  • 20%, autori affermati.

Ho trovato moltissimi autori self veramente bravi e li ho letti realmente con enorme piacere. Come sempre consiglio agli autori self : leggete self, per tre motivi principali, primo se leggete self con molta prevedibilità loro leggeranno voi, secondo, credetemi, ho letto self che farebbero invidia ad autori con case editrici di rilievo e terzo non dovete credere di essere gli unici a scrivere bene.

Quali sono i libri da leggere assolutamente? Difficile rispondere. A me, per esempio, piacerebbe leggerli tutti (o quasi) se solo ne avessi il tempo. Qui di seguito però provo a stilare una classifica delle mie letture migliori e che spero possano anche divenire le vostre. D’accordo, l’elenco non potrà mai essere completo: anche da quello qui sotto forse mancano ancora molti libri. E allora mettiamola così: se qualcuno di voi volesse riempire uno scaffale di libri piacevoli da leggere di sicuro ci sarebbero quelli qui sotto.

Li hai già letti tutti? Proprio tutti? Davvero pensi di abbandonare questo pianeta senza averci mai messo il naso fra le pagine?

Bene, dunque, ho deciso di elencarvi, ma senza fare una classifica, i testi che più ho apprezzato, suddividendoli semplicemente in tre categorie (self, emergenti e autori importanti). L’ordine è casuale, quindi non è una classifica e comunque ho solo seguito i miei gusti e le mie letture.

Autori self

“Laggiù dove muore il sole”- Natascia Lucchetti Un opera intelligente e convolgente. Credetemi, il romanzo incuriosisce, sia per la scrittura dell’autrice e sia  per gli argomenti trattati. Intenso, energico, vigoroso, lancinante, ammaliante, ricco di avvenimenti, ricco di descrizioni suggestive e con un’ambientazione affascinante e suggestiva che contribuisce a rendere questo libro ancora più coinvolgente. Un emozione forte e intensa che difficilmente si dimentica. Natascia Lucchetti: io, ti aspetto “Laggiù dove muore il Sole.” Quest’opera è un libro da amare.

 

“I figli dell’ombra”-Cassandra Green Non deve essere un libro di filosofia o di complessi massimi sistemi, per cui l’ho letto con piacere e con enorme curiosità per il finale. L ‘Autrice scrive bene, sì, indubbiamente ti coinvolge. S ebbene nel suo mondo tutte le creature sono comunque ‘maligne’, pazienza, c’è del buono in qualche perla solitaria qua e la.

 “Il Cerchio”- Cataldo/Ardizzone (ora questo libro è edito, ma io l’ho letto in versione self)-  Il romanzo è a dir poco meraviglioso, ed esprimere questa mia sensazione per un genere che non reputo mio, accresce la simpatia per questi autori, perché il libro è scritto a quattro mani.. Questo “racconto” che ha le fattezze di una sorta di diario, è scritto in maniera così fluida e con una certa eleganza che provoca al lettore quella voglia di continuare a leggerlo.

“Hunters-cacciatori di pedofili”  -Serena Baldoni “…Il paradiso non ha l’aspetto che avevo da sempre immaginato, voglio dire non trovo né soffici nuvole ad attendermi, né la presenza di Matt o Savannah. Sono quasi certa però di sentire la voce di mia nonna paterna, a strappi, che mi ricorda di non arrendermi…”

“Duri come il granito”-Serena Baldoni– Il libro denota un’elevata cultura dell’autrice evidenziata dalle citazioni di Sant’Agostino. Il lessico e la scrittura sono semplici, ma coinvolgenti.  Il libro ha anche risvolti psicologici che in alcuni tratti mi hanno riportato alla mente gli studi di Jung.

“ … quasi egoisticamente, perché è questo che può sembrare quando poi si matura, quando arriva la consapevolezza, quando spero si diventi duri come il granito…”

“Mi chiamavo Susan Forbes”- Rosalba Vangelista- “…Non credevo ai fantasmi, ma adesso so che esistono. A volte si legano a questa terra per l’eternità, cercando il breve respiro della vita che hanno perso…

…mi chiamavo Susan Forbes…”

“Il doppio”-Anton Francesco Milicia- La prosa “attenta e concisa” dell’autore è un vero toccasana per frenare la lussuria, che spesso si impadronisce del nostro animo, facendoci prendere decisioni avventate e poco razionali. Romanzo diviso in due parti, la prima sulla storia della Calabria. La seconda parte entra nel vivo della trama. I dialoghi in dialetto calabrese rendono la storia più vera. Il libro rende bene l’idea del male inconscio dando un’impronta più realistica ai demoni interiori di ogni uomo che possono coesistere con il bene ed avvolgere chi magari non immaginiamo. Geniale nelle sue descrizioni l’autore riesce a rendere reale l’irreale. Lo definirei un romanzo che arricchisce il lettore e lo rende partecipe verso la irrefrenabile caduta in un abisso difficile da immaginare.

“Skeggia 8”- Eleonora Panzeri– L’autrice è talmente brava che le scene del libro sembrano scorrere sullo schermo, come in un  film. “Skeggia8” è sicuramente un buon lavoro e l’autrice ha dimostrato creatività e fantasia nel creare, come ho già detto, un mondo da zero con regole e personaggi ben definiti. Per questo motivo merita grande apprezzamento. L’unica pecca è rappresentata dalla brevità del romanzo. Se siete amanti della fantascienza pura e magari del fantasy futuristico, questo è il vostro libro.

“Onirica”-Aurora Stella- Roma con la sua storia millenaria, le sue contraddizioni e i suoi lati oscuri, è lo sfondo e la cornice in cui si muovono i personaggi di questi otto racconti paranormal.  Gatti neri, serial killer e alieni, perfettamente a loro agio nella città eterna, metteranno a dura prova i protagonisti umani delle vicende. Brevi e affascinanti racconti che se letti attentamente suscitano paura, angoscia in chi li legge. Bisogna staccarsi dalle idee dell’horror che abbiamo oggi altrimenti non si capisce a fondo questo libro. Silenzio e giochi di parole caratterizzano questo libro e lo rendono un libro da non perdere.

“Il nero degli occhi”-Sergio Amato– Compulsivo, con una costante sensazione di pericolo per alimentare l’ansia ma al tempo stesso interrotta da intermezzi romantici che placano la tensione.  Consiglio la lettura di questo libro perché è un libro che ti fa venire l’ansia, ti fa sentire qualcosa che ti emoziona e ti appassiona. Il finale è inaspettato di quelli che piacciono a me dove sino all’ultima pagina nulla è scontato.

Autori emergenti

“Hic sunt leones” –Anton Francesco Milicia– un luogo dove la gente scompare- Gente che scompare. Un dolore sordo in chi resta, che a poco a poco diventa rabbia. Tutta la narrazione risulta avvincente e dallo spiazzante epilogo. La realtà non è sempre come appare.

“Nella valle dell’eden” –Silvana Sanna- Romanzo con dose perfetta tra leggerezza e peso. Un romanzo ben scritto.La storia narrata appare avvincente, affascinante, singolare, dilettevole! Lettura consigliata a coloro che credono nei sogni e nell’amore.

“I roghi delle streghe” –Alessandra Micheli-“La storia delle streghe è la storia di donne che nacquero fate e che morirono amanti del diavolo”- un saggio sulla storia delle streghe molto interessante. Oggi la “caccia alle streghe” è solo un modo di dire: la ricerca ad ogni costo di un responsabile. Ma sin dalla notte dei tempi ed in particolare dal Medioevo sino all’Illuminismo, bastava un semplice evento atmosferico non quotidiano, per accusare qualcuno di essere al servizio del demonio. Affascinante, un libro che tutti dovrebbero leggere, davvero non ci rendiamo conto di quanto la storia sia spesso occultata, e questa storia, non può essere dimenticata.

“Vita e il libro dei morti” –Alessandra Cinardi– L’autrice scruta, indaga e descrive non solo la vita ma tutto l’animo, lo spirito, l’intenzione, l’indole dei protagonisti. Il lettore s’incanta, resta avvinto, affascinato dalla storia, come sempre dovrebbe succedere alla lettura di un buon libro; ma la Cinardi riesce in un di più, crea quell’atmosfera per cui, girata l’ultima pagina, ci si spiace, ci si resta male, si vorrebbe saperne di più, leggere di più, continuare a stare vicino ai protagonisti, seguendone le vicende direi in religioso silenzio, compartecipazione e trepidazione. Si desidera vivere la storia narrata, lasciarsi cullare dal ritmo ipnotico dello svolgersi dei fatti, centellinare le pagine quasi fosse un nettare, un’ambrosia. La cultura è l’unica medicina valida; l’evolversi dell’esistenza deve senza indugio rivolgersi al meglio, al bene, all’amore. In estrema sintesi, questa e solo questa è l’essenza de “Vita e il libro dei morti” di Alessandra Cinardi. Il finale aperto lascia intendere che potrebbe esserci  un seguito.

“L’era ac-caduta”- Emanuele Ambrosone- L’unica cosa che si salva dal dubbio è la mia esistenza come essere pensante: dubito di tutte le cose appena elencate, quindi ci deve essere qualcosa che dubita: ciò che dubita deve per forza esistere. Solo di qui posso cominciare a costruire un sapere certo, saldo e inconfutabile. Ero partito titubante nella lettura di questa opera, ma, mi sono dovuto ricredere mano a mano che la leggevo, un opera che nel suo interno racchiude anche una celata velatura esoterica.

“Vodka e Inferno”- Penelope delle Colonne– Un nuovo mondo in cui tutto viene stravolto, vi sembrerà anche di assistere a qualcosa di visionario, evocativo, una lirica insanguinata che fa della morte la sua maschera più bella. La morte diviene una compagna fidata. Benvenuti nel nuovo mondo di “La morte fidanzata”

“…Vivendo al contrario come le croci…”. Scoprirete che la verità, altro non è che una bugia che vi raccontano.

“Piccoli pensieri omicidi”- Gabriella Galt– Conserva atmosfere e luoghi vissuti da ogni uomo nella sua vita. Non vi è dubbio che la genialità semplice dell’autrice, nel descrivere le sensazioni dell’animo, durerà più a lungo della bellezza delle parole che a volte sembra non siano state scritte.

Autori importanti

 

 “Alaska”- Brenda Novak-  Attraverserete leggendo questo romanzo “30 giorni di buio” (senza i vampiri del film), solo dopo poche pagine. Alla fine del racconto, comunque, tornerà il sole.

“I nove custodi del sepolcro”- Martin Rua– Un bel romanzo d’avventura che vi appassionerà e chi ha già letto i due precedenti romanzi della trilogia non può fare a meno di completare questa splendida trilogia, un romanzo che parla di misteri portati alla luce nel presente carichi del loro passato sconosciuto. Il punto di forza del romanzo, il cammino, l’indagine di Aragona. Un giallo con punte non scontate di esoterismo con note ironiche che rendono la lettura leggera e mai appesantita.

“Il club Dumas”(rilettura)- Arturo Perez Reverte-

“Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E con strani Eoni perfino la morte può morire”.

LIBRO ECCELLENTE E CONSIGLIATISSIMO AGLI AMANTI DEL MISTERO CON UN VELATO MESSAGGIO ESOTERICO.

“Il gioco del male” –Angela Marson- Potremmo definire questo romanzo un vero e proprio thriller psicologico, mi piace viaggiare nella mente e grazie all’autrice ci sono riuscito. Una scrittura fluida e diretta, ci accompagna nei vari scenari mantenendo la suspense ad altissimi livelli. E’ difficile staccarsi dalle pagine. In definitiva il romanzo è scritto molto bene e mette in luce il tema della sociopatia in una forma davvero particolare e ben strutturata.

“Il maestro delle ombre”- Donato Carrisi“…«C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre» rispose Marcus, ripetendo ciò che gli avevano insegnato. «È lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Io sono il guardiano posto a difesa di quel confine. Perché ogni tanto qualcosa riesce a passare… Io sono un cacciatore del buio. E il mio compito è ricacciarlo indietro.»…”

Le tenebre cercheranno sempre di spegnere la luce. E la luce cercherà sempre di scacciare le tenebre. Ora spegnete la luce e che si faccia buio!

“La perfezione del male”-David Morrel- Ho adorato e apprezzato in questo romanzo l’elevazione dell’anima ed i viaggi interiori dei protagonisti. Delle volte l’anima, il carattere e la stravaganza viene trasmesso di generazione in generazione e tutto ciò che potrebbe salvare un discendente, potrebbe anche ucciderlo. Drammatico, feroce e istintivo questo romanzo vi lascerà senza fiato. Uccidere è la mia arte! Lettura Consigliata soprattutto se siete amanti dell’inghilterra vittoriana.

“Il gioco dell’angelo”(rilettura)- Carlos Ruiz Zafon- Un romanzo dalla vena esoterica eccellente, un romanzo misterioso, un romanzo mistico. Se fosse una tesi di laurea meriterebbe centodieci e lode più bacio accademico e forse non sarebbe abbastanza.

“Il Gioco dell’Angelo” è il degno predecessore del più famoso “L’ombra del vento”, questo romanzo sospende il lettore in un limbo in cui il mistico, il surreale e il visionario confondono la realtà, e  commuove nel raccontare l’infrangersi di un sogno e l’inafferrabilità di un amore, per poi porci di fronte a uno dei grandi quesiti esistenziali: la vita, può avere un prezzo? 

“Il labirinto degli spiriti”-Carlos Ruiz Zafon- Ho una leggera dipendenza a Zafon, lo ammetto, e nessun antidoto è mai riuscito a curarmi. In pagine di memoria che sono state scritte col sangue, ho visto uomini soli e contriti, e resi poco sensibili, trascinarmi in un gioco di luci e ombre, sino a quando non hanno esalato l’ultimo respiro. Facendoli fuggire nell’unico luogo dove né il cielo né l’inferno potranno mai trovarli. Perdendomi completamente: imboccando una strada, senza trovare alcuna via d’uscita. E, come un magnifico sole arancione, si leva dietro la frastagliata lontananza di un eco, un rintocco dell’anima, facendomi lentamente uscire dall’oscurità in cui ogni tanto sprofondo. Fumi bianchi che velano gli occhi, il cuore, trasmettendomi il loro nocivo profumo.

Un opera esaltata dal contrasto perfetto tra bellezza e semplicità, pagine bianche che vivono, pulsano, in cui possiamo riconoscere un pezzo di noi stessi, rivelare i nostri segreti, tanto gelosamente custoditi.

 ALTRO NON SAPREI AGGIUNGERE POSSO SOLO DIRVI CHE IL LIBRO E’ MAGNIFICO E LO CONSIGLIO VIVAMENTE.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

BUONA LETTURA.

 

“PERCHÉ SCRIVERE E LEGGERE STORIE?”, di vito ditaranto

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“PERCHÉ SCRIVERE E LEGGERE STORIE?”, di vito ditaranto

 

Scrivere è importantissimo, tanto quanto leggere. Nel momento in cui ti viene in mente “ho pochi lettori e altre cose da fare, perché continuare?”, risponditi che, con le tue storie, stai migliorando la tua vita e quella dei tuoi (anche se pochi) lettori. Stai facendo del bene, stai “curando”, in qualche modo, stai creando il futuro, modellando la realtà.

Ciò che più conta è la  “persuasione”. Persuadere, a fin di bene, è un atto meraviglioso. Pensa a un uomo disperato che tenta di suicidarsi, lanciandosi da un balcone. Il mediatore, accanto a lui, gli racconta di quando sua moglie è morta di tumore e lui avrebbe voluto uccidersi con i barbiturici. Lo convince e lo salva.

Gli ha raccontato una storia, lo ha persuaso. Ha compiuto un grande gesto.

Questo vuol dire narrare storie. Puoi dire ciò che pensi, insegnare ciò che hai imparato, cambiare il modo di pensare e di vedere il mondo di alcune persone, se questo non è funzionale. Con le storie puoi fare ciò che vuoi. Le usano i pubblicitari, sì, ma anche gli psicologi. Lo “storytelling” non è solo inventare storie, è dar vita a  mondi alternativi, in grado di farci meglio comprendere quello reale.

Ammesso che la realtà esista…ma questa è un’altra…storia…

Bisogna scriverle bene, le nostre storie, come ci dicono i luminari. Non basta mettere parole a caso, o raccontare storie tanto per farlo. Dietro c’è un lavoro raffinato e preciso.

Narrare è un’arte e, non so se ci hai già fatto caso, ma “arte” e “artigianato” hanno la stessa radice etimologica. Quindi, per fare arte fatta bene, serve tanto, tanto impegno!

Di rimando, è chiaro che anche leggere le storie degli altri (soprattutto autori self), ci permette di migliorare la nostra vita. Ci permette di ampliare il nostro bagaglio culturale, di guardare al mondo con altri occhi, di vivere emozioni che, magari, la nostra routine quotidiana ci nega.

Le storie sono uno strumento fantastico! Sia che tu voglia vendere i tuoi libri, sia che tu voglia promuovere una causa sociale, sia che tu voglia far sognare gli altri, o insegnare loro qualcosa, sia che tu voglia guarire il prossimo, o riflettere su ciò che tu hai dentro. Perché scrivere è anche un atto di introspezione e riflessione.

E, allora, quando senti di stare lì per perdere la tua motivazione nello scrivere (o leggere) storie e impegnarti in questa nobile arte, rileggiti questo articolo. Di motivi per continuare a scrivere (e leggere) ne hai a bizzeffe. E devi farlo, se ami farlo, sia per te che per gli altri…

Leggete e scrivete.

Un abbraccio.

… a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto

“La parola è potere”, di vito ditaranto

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“La parola è potere”, di vito ditaranto

Il potere della parola è immenso. Anche le parole possono uccidere. Possono uccidere le persone. Possono uccidere la letteratura. Usiamole con cura sia nel parlare e sia nello scriverle.

“Un generale lancia l’ordine d’attacco gridando: «Fuoco!» e in pochi minuti non rimane più niente di quella che era una magnifica città. Egli non ha fatto niente, ha solo pronunciato una parola, ma che potenza era contenuta in quella parola! Oppure, un uomo – o una donna – che conta molto su voi, ma i cui veri sentimenti non conoscete ancora, vi dice o vi scrive un giorno queste semplici parole: «Ti amo», ed ecco improvvisamente la vostra vita illuminarsi!

 

 

Voi sapete che il suono e il modo in cui si esprime una parola o una frase hanno una grande importanza; essi possono, con le loro vibrazioni, avere una conseguenza sul loro destinatario, ma possono anche rassicurare, consolare e calmare. Anche il tono della voce è importante tanto quanto la parola che pronunciate.

Il suono conduce una notevole vibrazione. Anche il nostro canale trasmette la vibrazione «suono», che permette di determinare delle relazioni serene e di offrire, con la parola e il modo di esprimerla, molto più Amore, serenità, gioia e pace.

Tutto ciò è importante poiché, quando siete troppo stressati, anche le vostre parole ne risentono ed emettete, spesso involontariamente, un’energia distruttrice che può quindi.

Più cercherete di comprendere gli altri senza giudizio o apprezzamento, più li aiuterete e così aiuterete voi stessi.

La scelta delle parole che utilizzate è importante! Non siate precipitosi nell’esprimere il vostro pensiero! Non siate precipitosi nello scrivere le parole, a volte si impegano giorni per trovare la parola giusta. La parola è portatrice ma può anche essere devastante; quindi imparate la saggezza del termine, della parola e del suono, in ciò che dite mettete quanto più Amore possibile.

Fate attenzione, ascoltate voi stessi, ascoltate la vostra coscienza.

Naturalmente all’inizio sarà un po’ difficile, ma in seguito diventerà tutto più semplice e più facile. Vigilate e osservate le piccole cose, i dettagli; sicuramente lo siete per le cose importanti, perché in quel momento fate attenzione al vostro comportamento, a ciò che siete e anche alle vostre parole ma, nelle piccole cose, perdete la vostra attenzione e il vostro controllo.

È necessario che siate consapevoli di ciò che siete dell’effetto che potete avere su i vostri pensieri e le vostre parole, e anche di ciò che siete.

Il fascino delle parole è stato ben descritto in un libro recente di Alberto ManguelThe City of Words”. Il grande scrittore di origine argentina, ma vero cittadino intellettuale libero del mondo, cerca di dare delle plausibili risposte ad antichi interrogativi come: “In che modo la lingua caratterizza la nostra immaginazione del mondo? Come le storie fatte di parole ci aiutano a percepire noi stessi e gli altri? Le storie fatte di parole danno una identità alla società? Questa identità è vera o falsa? Le storie e le parole possono aiutarci a cambiare noi stessi e il mondo?”.

Interrogativi decisivi che sfidano la nostra intelligenza e ci invitano a riflettere su come usare al meglio le parole e le storie che leggiamo e scriviamo ogni giorno.

La parola è potere.

Un abbraccio.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto

Consigli per tutti gli autori emergenti, me compreso –di vito ditaranto-

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Consigli per tutti gli autori emergenti, me compreso –di vito ditaranto-

Ciao a tutti, vorrei darvi del tu, perché, io mi ritengo uno di voi, uno come voi, anche se la mia ruota inizia a girare, ho ancora molta strada da percorrere e forse l’avete anche voi.

Quindi indossate delle scarpe comode ed iniziate a camminare.

Ho imparato a capire che le richieste che un aspirante scrittore pone sono sempre le stesse, così come lo sono gli errori e le ingenuità che commette. Basandomi sulla mia personale esperienza ho deciso quindi di condensare in pochi punti quelli che mi sembrano i suggerimenti fondamentali da fornire a chi sta muovendo i primi passi in ambito editoriale.

Il tono brusco è voluto, quindi non offendetevi, anche perché io parlo anche a me stesso.

Impara a leggere

 Non è una battuta, lo so che sai già leggere, ma se intendi dedicarti alla scrittura è bene che impari a dedicarti alla lettura con occhi diversi. Comincia a leggere non per il piacere di farlo, ma con lo sguardo del ricercatore: “perché questo incipit funziona? cosa mi è piaciuto di questo dialogo? perché l’autore ha voluto raccontarmi questi particolari a prima vista insignificanti sul suo protagonista? perché il romanzo è diviso in capitoli? Fatti delle domande, indaga il testo come se fosse un gioco di cui nessuno ti abbia spiegato le regole e toccasse a te scoprirle. Riprendi i tuoi due o tre racconti preferiti e ricavane lo schema che l’autore ha utilizzato. Poi, scrivi un tuo racconto ripercorrendo le stesse mosse. Alla fine lo butterai via, ma avrai imparato un sacco di cose.

Scrivere è come correre: richiede tecniche e allenamento.

Cerca il confronto

Scrivere è una delle attività più solitarie al mondo. E non c’è soluzione, né alternativa: puoi contare solo su te stesso e la tua passione.

Prima di aspirare alla pubblicazione, aspira al confronto. Fai leggere le tue cose e non alla ricerca di complimenti (non ti aiuteranno a crescere), ma di critiche. Fatti dire quello che non funziona e lavora per migliorarlo. È importante ottenere dei pareri oggettivi, non mediati dall’affetto di amici, parenti e fidanzate. Più estraneo è il lettore, più brutale e onesto sarà il suo parere. (se vuoi, questo blog saprà darti un opinione obbiettiva del tuo lavoro)

Impara a leggere altri esordienti (se vuoi essere letto devi anche leggere, non sei Zafon, anche se un giorno potresti diventarlo). Solo leggendo gli esordienti potrai iniziare ad essere letto da loro e questo credimi è partire con il piede giusto.

Non sei Oscar wilde (o perlomeno, non ancora)

Per quanto dotato di talento, nessun autore produrrà testi memorabili al primo tentativo. Purtroppo molti sono convinti del contrario.

Ogni tanto mi capita di ricevere mail del tenore di: “Ciao, ho scritto due racconti, ma prima di mandarteli in lettura vorrei sapere come posso depositarli per garantirmi che non vengano copiati e pubblicati da altri”. Mi sembra un approccio alquanto scorretto. Punto primo, mi stai implicitamente dando del ladro, se prima di inviarmeli già temi che possa rubarteli. Punto secondo, hai scritto due racconti in vita tua e già pensi che siano opere tali che un professionista voglia pubblicarli a nome proprio? Complimenti per la modestia.

A quanto mi risulta, i casi di plagio letterario sono rarissimi e quasi mai riguardano testi di esordienti. Stai tranquillo, il tuo genio è salvo. E comunque con una mail del genere hai solo fatto la figura dell’arrogante, non di colui che vuole consigli e critiche per migliorare.

Sbaglia

Non avere paura degli errori. Tutti noi abbiamo scritto stralci di romanzi orrendi (io ho scritto tantissimi romanzi e solo alcuni alla fine mi sono piaciuti). Il problema non è sbagliare, ma non fare tesoro di queste cadute.

 Ricorda: “scrivere significa soprattutto riscrivere.”

Quando ricevi pareri negativi, non offenderti. Anzi, impara. Le critiche, se sensate e precise, ti aiutano a capire la strada quando l’hai perduta. Ti indicano la strada che devi ancora trovare.

La regola d’oro: “non pagare MAI”.

È davvero molto semplice: se c’è una richiesta di denaro, allora è una truffa. Che si tratti di un concorso letterario, un festival, una rivista, una piccola casa editrice, non fa differenza. Pagare significa solo soddisfare la tua vanità e ci sono decine di presunti editori felici di donarti l’illusione di un libro col tuo nome in copertina a fronte dell’esborso di migliaia di euro.

Una casa editrice seria seleziona pochi testi in un anno e investe su quelli.  Non chiede denaro all’autore, al contrario è pronta a corrispondergli diritti d’autore e (talvolta) anche un anticipo sulle vendite.

Chi pretende un contributo economico già copre le spese e ricava un guadagno. Non  ha quindi, alcun interesse a promuovere il tuo libro.

Ciò che molti esordienti ignorano è che il vero risultato non è essere pubblicati, ma avere una distribuzione. Qualunque stampatore è in grado di produrre un libro. Io ho una legatoria vicino casa mia, se vuoi puoi contattarla e ti stampa tutti i libri che vuoi. Una casa editrice seria non solo lo stampa ma lo rende disponibile nelle librerie di tutto il paese.

Solo attraverso una regolare diffusione il tuo romanzo potrà aspirare al destino per il quale hai lavorato così tanto: finire nelle mani dei lettori.

Con affetto, credimi.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“La perfezione del male” di David Morrell, casa editrice Nord. A cura di Vito Ditaranto

 

“…Si dice che Tiziano, Rubens e Van Dyck esercitassero sempre la propria arte in alta tenuta. Prima d’immortalare le loro visioni sulla tela, si facevano il bagno, purificandosi simbolicamente da qualsiasi distrazione, e indossavano gli abiti più eleganti, le parrucche migliori e, in un caso, persino la spada dall’elsa diamantata. L’Artista della morte si era preparato in modo analogo…

siamo nel 1811 e a distanza di pochi giorni, due famiglie vengono sterminate nelle rispettive case. Sotto la pressione della popolazione, e nonostante le prove siano solo controverse e indiziarie, viene arrestato un certo John Williams. L’uomo si suicida impiccandosi in prigione prima del processo. Era lui il colpevole? Nessuno lo saprà mai.

 Si fa quindi un salto in avanti negli anni, fino al 1854, qui il protagonista del romanzo diviene Thomas De Quincey. Da questo punto in poi realtà e finzione si mescolano.

_Thomas de Quincey (Greenheys, 15 agosto 1785 – Edimburgo, 8 dicembre 1859) è stato uno scrittore, giornalista, saggista e traduttore inglese, fra i più originali e significativi del suo tempo. De Quincey tracciò, soprattutto nelle sue Confessioni, un cammino poi ripreso da Charles Baudelaire, dichiaratosi suo incondizionato ammiratore, dai parnassiani e dai simbolisti. Negli Stati Uniti Edgar Allan Poe si riallacciò, in alcuni suoi immortali racconti, all’umorismo disincantato e nero del De Quincey traslandolo alla Baltimora di metà Ottocento. Anche gli scrittori argentini Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares hanno ammirato Thomas de Quincey a cui si sono talvolta ispirati._

Thomas De Quincey , torna in città dopo il clamore suscitato dal suo scandaloso pamphlet “L’assassinio come una delle belle arti“, in cui aveva lodato la bravura omicida di John Williams. Un libro provocatorio che l’aveva reso famoso ma che ora rischia adesso di costargli caro. Qualcuno ha sterminato un’intera famiglia, replicando fin nei minimi dettagli gli omicidi di quarantatre anni prima. E De Quincey è il principale indiziato non solo della polizia, ma anche dell’opinione pubblica desiderosa di sfogare la propria rabbia contro di lui. Questo scenario agghiacciante mette in moto la mente di Morrell, che si chiede: cosa sarebbe successo se questa parte del libro di De Quincey fosse spunto per un nuovo Assassino? E se proprio De Quincey, dato la sua conoscenza, fosse il maggior sospettato?

Con l’aiuto della figlia e di un giovane investigatore di Scotland Yard, Thomas De Quincey,  cerca di dimostrarsi innocente attraverso l’unica strada possibile: scoprire chi è il vero assassino. Un killer sfuggente come la nebbia notturna che striscia lungo le strade di Londra.

Un lavoro stuzzicante ed interessante che mescola realtà e fantasia. Questo romanzo è frutto di un profondo studio fatto dallo scrittore canadese su un altro scrittore realmente esistito nel 1800: Thomas De Quincey. Un autore sottovalutato dal mondo letterario, anche e soprattutto per la sua dipendenza dall’oppio. Uno dei libri di De Quincey fu proprio Confessioni di un oppiomane a cui fa seguito L’assassinio come una delle belle arti. Entrambi gli scritti saranno la base su cui Morrell svilupperà il suo La perfezioni del male. Dati questi elementi si potrebbe pensare a La perfezione del male, come un romanzo in cui si sfidano De Quincey ed un assassino. In realtà l’opera di Morrell è più complessa ed interessa diversi personaggi. Ryan e Becker, due poliziotti integerrimi che cercheranno di venire a capo degli assassini del 1854.  A farci compagnia in questo viaggio in carrozza ci sarà anche Emily, figlia (non reale) di Thomas De Quincey. Quest’ultima si dimostrerà un personaggio forte, una ragazza che sovverte le regole femminili classiche dell’epoca. Impareremo a conoscere il suo punto di vista attraverso un diario, inserito da Morrell per omaggiare i romanzi vittoriani. La perfezione del male, oltre ad un buon thriller con risvolti truculenti ed abbastanza enigmatici, si rivela un ottimo romanzo storico. Nella postfazione Morrell sottolinea come la sua sia stata un’avventura con l’oppiomane. David infatti si è completamente immerso nello studio di De Quincey, cercando di cogliere aspetti  e sfumature inedite attraverso i romanzi dello scrittore e di altri autori che lo hanno descritto. La full immersion è anche storica e riguarda la Londra del 1854, caratterizzata da strade popolate da barboni e prostitute. Queste figure avranno reali contatti con De Quincey, che in giovinezza perse tutto diventando un barbone e riuscì a risalire la china grazie ad Ann, una prostituta.

Non sarà certo Rambo, ma anche Thomas De Quincey ha avuto una vita movimentata che valeva la pena essere raccontata…

Questo è un libro da dieci e lode!! Lo ammetto, mi aveva attirato la copertina e la trama. Avevo pensato che fosse un libro come un altro, invece lo scritto è perfetto!! Approfondito, sagace e preciso. La narrazione va a fondo e interpreta i vari stili di quell’epoca, strutturati in maniera molto diversi dai nostri.

Purtroppo la lettura ha richiesto alcuni giorni, ma non perché lo scritto fosse arduo ma perché ho avuto mille cose da curare, comunque un buon lettore riesce a divorare questo magnifico libro in due giorni.

Lo stile di questo scrittore è unico, essenziale, istruttivo e meticoloso. David Morrell ha saputo ben dosare ogni elemento. La rocambolesca avventura di De Quincey con la figlia e i due Detective (che l’aiuteranno)si svolgerà in maniera eccellente.

Ho adorato e apprezzato in questo romanzo l’elevazione dell’anima ed i viaggi interiori dei protagonisti.

Delle volte l’anima, il carattere e la stravaganza viene trasmesso di generazione in generazione e tutto ciò che potrebbe salvare un discendente, potrebbe anche ucciderlo. Drammatico, feroce e istintivo questo romanzo vi lascerà senza fiato. Uccidere è la mia arte!

Lettura Consigliata soprattutto se siete amanti dell’Inghilterra vittoriana.

…a Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“IL MAESTRO DELLE OMBRE” di Donato Carrisi – LONGANESI-a cura di Vito Ditaranto

“…A.D. 1521. Nove giorni prima di morire, papa Leone X emette una bolla contenente un obbligo solenne.

Roma non deve «mai mai mai» rimanere al buio.

Il pontefice dispone che strade, chiese e palazzi siano sempre illuminati durante la notte. Nelle lampade non deve mancare l’olio e nei depositi non devono esaurirsi per nessuna ragione le scorte di candele.

Per più di trecento anni, l’ordine papale viene rispettato. Tuttavia, alla fine dell’Ottocento, con l’avvento dell’elettricità la prescrizione contenuta nella bolla diventa superflua.

Storici e teologi si sono interrogati a lungo sui motivi che hanno spinto Leone X a imporre una simile regola. Nei secoli sono fiorite le teorie più varie e, a volte, fantasiose. Ma non si è mai giunti a una vera spiegazione.

Ciononostante, la bolla papale non è mai stata ritirata e, a tutt’oggi, il buio di Roma rimane un mistero insoluto….”

 

23 febbraio 2015. Un temporale si abbatte su Roma causando per la prima volta nella storia un blackout totale. E un nuovo mostro inizia ad aggirarsi nelle strade della città.

Questo è il balzo temporale che Carrisi affronta in questa sua magnifica opera. L’autore ci trascina in un gioco a nascondino fra passato e presente, il tutto all’interno dei segreti ben custoditi dalla Chiesa romana, segreti accumulati nei secoli che portano a conseguenze ben tangibili anche durante l’epoca contemporanea.

Ho atteso a lungo il ritorno di questo mio conterraneo tarantino. Un autore che amo molto.  Il libro è un capolavoro del genere thriller, ben scritto, i personaggi ben definiti e ambigui. L’incessante scorrere degli eventi è ben strutturato e intrigante. Adoro lo stile di Carrisi,non cè nulla da fare. Ha uno stile che riesce a coinvolgere il lettore sin dalle primissime pagine.E così ha fatto anche con questo libro!

Cosa succede nella mente umana quando ci capita qualcosaa di veramente negativo,qualcosa che vogliamo seriamente dimenticarci? Il buio dell’anima prende il sopravvento.  Donato Carrisi si riconferma con questo suo ultimo romanzo, da pochi giorni nelle librerie, un maestro del thriller psicologico, capace di prenderci per mano e condurci ancora una volta negli abissi dell’anima dove risiedono gli impulsi più oscuri e le paure più sommerse. Il male. Il buio.  Fin dai tempi lontanissimi, l’arrivo dell’oscurità era il momento in cui le paure si impossessavano del cuore dell’uomo. La paura del buio è una delle paure primordiali dell’uomo. Per gli uomini primitivi, che vivevano immersi nella natura, il buio era portatore di pericoli e predatori, quindi di grandi paure. Nel tempo poi, i predatori dell’oscurità si sono trasformati in demoni.  Perché è proprio il non poter vedere cosa abbiamo davanti che ci inquieta. Da qui nasce la paura dell’ignoto. Oggi viviamo in una società piena di confort. Le nostre case sono ben illuminate e abbastanza solide. Il tutto ci dona un certo senso di sicurezza. E allora questa paura dell’ignoto e dell’oscurità da dove proviene? La possiamo esclusivamente ricondurre ad un retaggio di sensazioni arcaiche?

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.” (Friedrich Nietzsche)

La vita dell’uomo è una lunga marcia attraverso la notte e verso il buio; nemici invisibili lo circondano, la stanchezza e il dolore lo torturano ed egli avanza verso una mèta che pochi possono sperare di raggiungere e dove nessuno potrà sostare a lungo.

Il buio è il protagonista di questo avvincente romanzo.

Un manto tenebroso, fosco  e irrealmente silenzioso si abbatte all’improvviso sulla città di Roma, complice un blackout di ventiquattrore e un’incessante tempesta. Quando un fulmine colpisce una delle centrali elettriche, alle autorità non resta che imporre un blackout totale, per riparare l’avaria. Le ombre tornano a invadere Roma. Sono passati cinque secoli dalla misteriosa bolla di papa Leone X secondo cui la città non avrebbe «mai mai mai»(TRE VOLTE MAI) dovuto rimanere al buio. Gli abitanti della capitale vengono così travolti da una vera e propria eclissi tecnologica.

 Un po’ come accaddè il 23 settembre del 2003 in tutt’Italia. Chi se lo ricorda? L’incidente fu dovuto ad una serie di eventi scatenati dalla caduta di un albero finito su un traliccio della linea svizzera ad altissima tensione Lavorgo-Mettlen alle ore 03:01 e dall’allungamento dei conduttori per dilatazione termica causata da correnti elevate: la linea si aprì in protezione e non risultò possibile reinserirla. Il carico si redistribuì automaticamente sulle altre linee, che a loro volta andarono oltre i limiti di sicurezza e si aprirono. Io lo ricordo benissimo rimasi bloccato  per ore all’interno di un cortile poiché le porte automatiche non si aprivano poi finalmente un omino le sblocco manualmente. Ricordo la gente che andava in tilt, fortunatamente io rimasi calmo, forse anche perché ero abituato alle situazioni estreme.

Ebbene forse Carrisi ha voluto rievocare in questo suo romanzo quei momenti. Niente cellulari, niente internet, niente radio o televisione. Nessun numero di emergenza da chiamare. Nessuna autorità a garantire il rispetto delle regole. Le ombre avvolgono la solitudine e alimentano la paura, che si trasforma in una folle violenza capace di distruggere in poche ore ciò che l’umanità ha edificato nel corso dei secoli. Ma se nelle tenebre si nascondesse anche un’Ombra diversa, più oscura e malvagia, che continua a uccidere infliggendo antichi riti di tortura? Come fare a muoversi nel buio per seguire una scia di indizi e ricostruire così quello che appare un piano malefico che sembra trovare compimento proprio nel trionfo del buio? A leggere le tracce e inseguire il male è ancora una volta il penitenziere Marcus con l’aiuto della tormentata poliziotta Sandra Vega. In alcuni momenti o meglio in alcuni passi Carrisi mi ha portato alla mente i tre giorni di buio descritti dalla bibbia:

“…i tre giorni di notte accadranno effettivamente. Sarà un momento estremamente penibile per l’umanità. Tutti, compreso tutti coloro che vi saranno preparati, avranno un momento di difficoltà, di adattamento. Per coloro che si saranno preparati, questo durerà molto poco, si capaciteranno subito e sapranno gestire perfettamente questa esperienza…”

Il profeta Gioele ben 600 anni prima della visione dell’Apostolo Giovanni scriveva che “il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e terribile giorno dell’Eterno” (2:31). Lo stesso scrissero i profeti Amos (8:9) e Sofonia (1:14-15) rispettivamente 800 e 700 anni prima che fosse composta l’Apocalisse. Interessante notare che il concetto dell’oscurità in tempi antichi era proprio dello Sheol (שְׁאוֹל), l’oltretomba israelita, dunque strettamente legato alla sfera della morte.

Carrisi ha avuto l’eccellente capacità di riportarmi alla mente questi eventi biblici. Lo stile di Carrisi è inconfondibile. Una trama estremamente articolata e dagli schemi ben congegnati, in cui i diversi personaggi ed elementi narrativi si annodano via via rivelando l’intreccio complessivo. Il ritmo avvincente e le atmosfere cupe e claustrofobiche invogliano la lettura e garantiscono una notte insonne. Eppure il lettore sa che nulla è come sembra e rimane sempre col fiato sospeso in attesa del prossimo colpo ben assestato alla bocca dello stomaco. Carrisi in questo splendido romanzo mette  in campo molti temi, dalla dipendenza tecnologica all’esoterismo, passando per l’introspezione psicologica di personaggi sempre in bilico sul confine tra desiderio di vivere, solitudine e sofferenza.

“…Ma Il tramonto è sempre più vicino, e il buio è un confine oltre il quale resta soltanto l’abisso…”

 

Carrisi unisce in maniera perfetta realtà e finzione descrivendo anche in maniera perfetta anche la “Santa Penitenzieria Apostolica”.

La “Santa Penitenzieria Apostolica”,  è stato uno dei primi tribunali in assoluto della Curia romana ecclesiastica, fu fondata nel tredicesimo secolo quando, per decisione di Innocenzo IV, i vari penitenzieri di Roma si raccolsero in un collegio sotto la presidenza di un cardinale. Il potere di questa istituzione variò a seconda dei tempi, ma ancora adesso continua a occuparsi di misteri indicibili e cose oscure, da vero e proprio tribunale delle anime. Avendo a disposizione l’archivio delle confessioni che riguardano tutti i peccati più gravi, la Penitenzieria è anche archivio di molti crimini passati e presenti. I suoi uomini compaiono spesso sui luoghi degli accadimenti più drammatici in cerca di anomalie ed eventi fuori dell’ordinario, e anche nel modernissimo 2015 descritto da Carrisi,il loro aiuto potrebbe rivelarsi di grande importanza, in particolare con un feroce mostro in circolazione…

Il maestro “Carrisi” anche questa volta non delude, una nuova avventura per la coppia composta da Sandra Vega e dal penitenziere Marcus, il maestro è magistralmente tornato ai tempi del “Suggeritore” non ho potuto fare a meno di leggere quest’opera  tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, una racconto carico di tensione e suspence a cavallo tra il poliziesco, il thriller, semplicemente….magnifico.

“…«C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre» rispose Marcus, ripetendo ciò che gli avevano insegnato. «È lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Io sono il guardiano posto a difesa di quel confine. Perché ogni tanto qualcosa riesce a passare… Io sono un cacciatore del buio. E il mio compito è ricacciarlo indietro.»…”

Le tenebre cercheranno sempre di spegnere la luce. E la luce cercherà sempre di scacciare le tenebre. Ora spegnete la luce e che si faccia buio!

Lettura Consigliata.

…a mia figlia MIRIAM con infinito amore…vito ditaranto.