“La natura dello scorpione” di Gianluca Rampini, Scatole parlanti editore. A cura di Natascia Lucchetti

 

Immaginate di trovarvi nelle valli da sogno delle Dolomiti.

La neve alta, le giornate brevi e fredde.

Tutto sembra silenzioso e tranquillo.

Poche persone.

Poco movimento.

Non potreste mai sospettare che le vostre vite tranquille scorrono parallele a quello di un assassino efferato e delle sue vittime, ammazzate con violenza inaudita.

Ma c’è un legame tra quelle persone, qualcosa che non traspare subito da vite come tante.

Il collegamento giace nel passato, lontano dall’Italia.

È successo loro qualcosa in un Paese dell’Africa, durante una delle guerre civili che hanno sconvolto il continente.

L’indagine dall’ispettore Gava, un uomo distaccato e obiettivo, tagliato per quel mestiere, mette a posto tutti i tasselli del mosaico per arrivare a una soluzione che non vi aspettereste mai.

Non ho intenzione di svelare altro sulla trama, ma andrò ad approfondire tutti gli altri aspetti.

Partiamo con i personaggi. C’è una buonissima introspezione spalmata sui vari capitoli della narrazione. Sono flash che approfondiscono di tanto in tanto i singoli aspetti della personalità di protagonisti e comprimari senza mai appesantire.

Il ritmo è infatti molto veloce. La descrizione delle scene è efficace e asciutta, senza orpelli o edulcoranti. L’autore non si dilunga mai su dettagli superflui e va dritto al punto, portandoci senza pietà nella scena del crimine, o davanti a un omicidio che si compie mentre stiamo guardando.

Grazie all’alternanza dei punti di vista, abbiamo la possibilità di conoscere la furia omicida, l’adrenalina che scorre nelle vene dell’assassino assieme alla rabbia, alla disperazione o al desiderio di ammazzare senza alcuna giustificazione.

Sentiamo anche la paura, il senso di oppressione e l’impotenza delle vittime, quando la morte di avvicina promettendo atroci sofferenze.

Anche l’ambientazione, il gelo, la neve, il suono attutito dalla fredda coltre, contribuisce a rafforzare i toni cupi di questa storia.

Ho adorato questo libro, tanto che quando sono arrivata alla fine ho sentito il bisogno di saperne ancora di più.

Gava è un personaggio interessantissimo e mi sarebbe piaciuto qualche approfondimento su di lui e il legame profondo con la vicenda sanguinosa e centrale del romanzo.

Consiglio la lettura di questo libro a tutti gli amanti del genere giallo e thriller.

I colpi di scena e la completezza della trama che si dipana pian piano a ogni pagina.

Veloce, efficace, crudo, assorbe completamente l’attenzione del lettore e lo accompagna al fianco di Gava in un viaggio cupo, fatto di sospetti e colpi di scena messi al posto giusto.

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“Cecco. Riflessioni di un cinquant’enne” di Cristiano Chesi. A cura di Irene Ceneri

 

Eppure la farfalla nonostante viva pochissimo, si gode magnificamente il tempo a sua disposizione.”

CECCO è un libro che affronta con ironia ed al contempo acutezza difficoltà, realtà, vite e pensieri di un uomo che raggiunge i 50 anni.

Non è un libro pensante, o forse sarebbe meglio dire che nasconde la sua profondità tra le mille sfaccettature delle risate che ti strappa. CECCO siamo tutti noi. CECCO non è uno solo ma una categoria. Lancia interessanti spunti per iniziare a pensare davvero a chi siamo, ed a come dover affrontare una vita che sembra arrivare inesorabile al capolinea.

[…] accetta la sua vita così com’è, lei che ha avuto in dono meno tempo della tartaruga, ma nonostante questo le si posa sul guscio”

 
Adoro lo stile con il quale tutto il libro è scritto.

Sembra davvero partorito tutto dalla propria mente pensante.

Non leggevo… era come se il mio cervello mi parlasse seguendo ragionamenti incredibili.

mi sento come un fachiro che non vede l’ora di rialzarsi dal letto di chiodi dove vuol far credere al mondo di stare comodo”

Mi vengono in mente quelle lunghe chiacchierate fatte al telefono con un amico.

CECCO lo sento realmente familiare.

Vive quotidianità che fanno parte di tutti noi.

Un racconto fresco.

Innovativo.

Un romanzo che non vuole essere fine a se stesso ma che al contrario pianta in chi lo legge un germoglio da difendere.

Un cameo di introspezione.

Un groviglio esilarante di pensieri.

Questo libro ti porta alla voglia irrefrenabile di poter parlare con il protagonista per scambiare opinioni sulle varie tematiche importantissime che tocca.

Social, maschere, gioventù, paura di invecchiare, matrimonio… parlare per poi avvicinarsi a lui e con un buffetto sulla spalla dirgli: non preoccuparti, è tutto più semplice di quello che credi.

Consiglio questo libro a chi sente di dover affrontare milioni di pensieri, a chi vuole confrontarsi con se stesso e con gli altri.

Lo consiglio ai giovani, affinché capiscano il mondo dei cinquantenni ed ai cinquantenni per far sì che capiscano che i loro pensieri e le loro preoccupazioni non sono così strani.

Anzi, sono forse parte di un naturale percorso chiamato VITA.

Mi complimento con C. Chesi che conosco da tempo come cabarettista, ma che scopro oggi come autore.

 

 

“Boccioli di Rose” di Maria Cristina Pizzuto, Policromia. A cura di Loredana Donatella D’ianni

Avete mai fatto caso a quanto siano perfette le rose?

Il disegno di un architetto, le ombre del Caravaggio, i colori di Rubens… sono perfette!

Hanno un profumo inebriante, sono un piacere per gli occhi, scaldano il cuore; eppure decidiamo di reciderle e lasciarle morire lentamente. Come un condannato a morte nella sua cella: una ciotola di acqua, qualche goccia di vita, per poi cedere all’inesorabile sentenza del tempo che scrolla la corolla facendo cadere un petalo, un altro e un altro ancora, il gambo si china mostrando le vertebre, la morte soffia sull’ultimo petalo, i colori si spengono… Così lasciamo morire le rose.

Ci sono, tuttavia, delle rose che si lasciano morire, pur non essendo mai state recise

Maria Cristina ci spalanca le porte del suo cuore lasciandosi sfogliare come un fiore, fino a farci arrivare ai pistilli, e a lasciarci sporcare le mani del suo giallo.

Ci ha affidato il lucchetto del suo diario i cui fogli, petali setosi, si lasciano accarezzare come pelle di pesca graffiata dal timido inchiostro.

 

Non importa dove mi trovassi o cosa facessi: l’unica cosa certa è che la mia vita era un sogno a occhi aperti”.

 

La ragazza ha trovato un escamotage per sfuggire ai suoi tormenti: un mondo parallelo nel quale rifugiarsi quando il mondo grida troppo forte da graffiare i timpani, da far sanguinare i lobi, da percuotere l’incudine, esplodere la coclea.

I pensieri corrono veloci prima che il portellone si chiuda e il volo verso una dimensione extracorporale possa prendere quota.

Maria Cristina si osserva dall’alto, si scruta. Anche gli altri da là su sembrano puntini innocui, mentre nella vita reale sono concause della sua sofferenza interiore.

Una famiglia che non la comprende, il completo rifiuto del mondo esterno…

Una tempesta mi trascina nelle profondità oceaniche, e il mio corpo si abbandona dolcemente alle candide acque”.

 

Il dolore cullato in un sonno che assomiglia a quello eterno, ma dal quale riesce a trarre solo un sollievo momentaneo. Perché la vita chiama, bussa.

 

Ho paura di tutto questo buio che mi circonda. Dante l’avrebbe definito selva oscura ma io da questa misera voce farei scaturire un aggettivo più raccapricciante, più degno di essere nominato dal buco più oscuro dell’inferno che sono diventata”.

 

L’anoressia è un mostro che si insinua nelle vene, è il nero che diventa linfa del male, che avvelena lo stelo e le foglie, è la morte paziente che sa attendere, è il buio che squarcia la luce con il suo mantello.

 

Tutti mi vogliono vedere ingrassare, mi assillano, mi umiliano per farmi reagire, senza capire che così ostacolano la mia guarigione”.

 

La malattia è un mostro, che carpisce la fiducia fino a diventare amico confidente e fedele; è la madre che accoglie e consola, è il camino che scalda

ma fa sanguinare e ferisce, deturpa il corpo.

Quando la malattia arriva coinvolge tutti i familiari, che assistono impotenti al lento sfiorire dei propri cari.

È un nido maledetto, è una rete che imbriglia ma dalla quale, secondo la ragazza, ci si può liberare.

Anche se spesso la disperazione sembra tracciare una strada senza uscita, in fondo a quel sentiero può aprirsi un varco attraverso il quale si intravede il giardino della speranza e della possibile guarigione. Perché la vita continua a bussare e a urlare forte, perché la vita non ama perdere e a volte riesce persino a vincere…

Con tanto amore, con tanta pazienza, con l’aiuto di esperti, con la comprensione e le carezze di chi non ha mai smesso di sperare.

Avete mai fatto caso a quanto siano perfette le rose?

Basta lasciarle crescere con le radici ben salde, ancorate a un terreno fertile, annaffiandole, ogni giorno, di perle di vita affinché i boccioli possano un domani diventare rose.

Senza che vengano recisi o si lascino morire prima di trasformarsi in uno splendido fiore e rimanere eternamente boccioli.

“come bolle di sapone” di ICO. A cura di Irene Ceneri.

 

Quando si deve recensire un libro di poesie, si debbono fare passi in avanti con la mente aperta e la voglia di immergersi in mondi appartenenti  del tutto al poeta. Si sa bene che un poeta si distingue dallo scrittore per il suo modo anche “astratto” di raccontare e raccontarsi. 

Apro l’e-book, leggo in copertina: COME BOLLE DI SAPONE, finalmente un titolo che riesce ad incuriosirmi molto, regalandomi oltretutto non la solita pesantezza e tristezza di molte raccolte di poesia, ma la leggera e colorata allegria di bolle che volano e vagano libere, senza limiti di confine, semplicemente seguendo le correnti. Mi aspetto esattamente questo dalla lettura di questo volume, spero sia un insieme di pensieri che ti attraversano la mente e lasciano un leggero ricordo. Qualcosa di bello da imparare a memoria, versi che possano riconoscersi nella vita trascorsa o presente di ognuno di noi. 

ALBERO

Com’incalliti Giardinieri ci affanniamo

nel potar senza Sosta

I Rami dell’Infinito”

 

Si, la prima poesia mi lascia soddisfatta, ha mosso concetti davvero particolari nella testa, è vero, ci affanniamo sempre in azioni che servono soltanto a distogliere la nostra attenzione da ciò che davvero conta. Mi piace molto la scelta dei titoli dei componimenti, una sola parola, Albero, Coprire, Dedizione, Crepuscolo… la lettura del titolo ti prepara in qualche modo a ciò che arriva con i versi. Il titolo è parte integrante della poesia stessa… come se lo scrittore volesse lasciare tra il titolo ed il primo verso dei puntini di sospensione. Davvero un metodo interessante per lasciare la voglia di leggere fino in fondo la poesia.

BOLLE

siamo Bolle di Sapone

in Meraviglia soffiate

E nel Nulla scoppiate”

 

Sfoglio le pagine, continuo nel mio vagare tra le parole dell’autore. Ed eccola, per me la migliore poesia, quella dal quale deriva il titolo della collezione. Collezione si, perché per ogni poesia che finisco di leggere, mi sembra di mettere in vetrina una pietra preziosa. Una collezione incredibile di concetti soltanto appena sfiorati che lasciano al lettore la profondità di essere snocciolati. Uno spunto per grandi pensieri, per darsi risposte. La magia di Bolle vive librandosi nell’aria. Quello che mi stupisce è che questi versi sono tutto all’infuori che leggeri o felici. Queste poesie sono dolci ma tristi. Sono bolle di sapone dai colori spenti. Eppure l’autore ha saputo renderle semplici e piacevoli.

Non esiste nulla di meglio di lasciare nelle persone concetti importanti con il sorriso sulle labbra.

Sono poesie CONSAPEVOLI.

Mi dispiace che possa esserci qualcuno che non leggerà mai questo libro, capisco che sia così, perché come dice l’autore “ognuno porta un universo dentro di se […] mai tutto si è in grado di esplorarlo”. Questo autore merita. Questa raccolta merita. Consiglio davvero questo libro, perché la dolcezza si può trovare anche in pensieri complessi.

Sicuramente da oggi, questo autore sarà tra quelli che preferisco. Sicuramente il libro lo rileggerò nel tempo.

Consigliato. Senza dubbio alcuno

“La verità sul caso Harry Quebert” di Joel Dicker, Bombpiani editore. A cura di Carlotta Casolaro.

 

E adesso dove andrai, Harry?”

Da qualche parte, Marcus. Ad aspettare Nola”

 

30 agosto, 1975. Una ragazza di appena 15 anni, Nola Kellergan, scompare nel nulla.

I suoi resti vengono rivenuti 30 anni dopo, sepolti nel giardino del celebre scrittore de “Le origini del male”.

Da lì, comincia il percorso che condurrà Marcus Goldman, scrittore di successo nel pieno di un blocco creativo e suo ex allievo, a svelare, una volta per tutte, la verità sul caso Harry Quebert.

Il romanzo, pubblicato per Bompiani e trasmesso su Sky nella forma di una serie di Jean-Jacques Annaud, è puro ritmo creativo. Le pagine palpitano, sotto l’impulso narrativo che vede un Quebert ormai sessantenne parlare della sua relazione 30 anni prima con la piccola Kellergan. La narrazione di Joel Dicker ha una melodia malinconica ed inquieta: Harry Quebert è sepolto dal letame di un amore che non può, in alcun modo, sfogare, a causa dell’enorme differenza di età che li accomuna. L’amore di un trentaduenne verso una quindicenne è errore, strazio, frustrazione e tuttavia è una meravigliosa perversione senza filtri, è brama priva di possesso, è colore puro senza forma. L’amore tratteggiato senza l’ausilio di passione è la prima singolarità dell’opera ; un sentimento represso ha, in sé, più intensità di uno sfogato, disperso nelle mere vie carnali. Ma non è solo l’amore ad addolcire le noti di scalpitante suspanse dell’opera. Difatti, Marcus ed Harry condividono la stessa aspirazione: diventare scrittori del calibro degli “autori-monumento” della letteratura americana.

A scandire il ritmo narrativo, i consigli di Harry a Marcus per mettere a frutto il proprio talento nel migliore dei modi. Ed Harry Quebert lo fa con un’umanità encomiabile; lo scrittore non è solo un caotico insieme di parole, ma anche una nobile fusione di cuori e speranze dei lettori, è velleità che non si esaurisce mai, è malattia di non voler più scrivere ma di doverlo fare per necessità. Non c’è cura, per gli scrittori: la malattia è degenerativa e porta alla lenta morte di una realtà che sa troppo di stereotipo per chi si libra nei sogni.

La piccola Nola Kellergan è costruita con abilità e raffinatezza: non è altro che l’incarnazione della vita, è la gioia sotto le mentite spoglie della fragilità, è ossigeno in un mondo soffocato dai gas.

Harry Quebert è un sommerso di sentimento, ma non è in grado di custodirlo, a primo impatto: è spaventato, privo di guide, condotto dalla menzogna verso una verità troppo complessa per la comprensione umana.

“Ci sono due cose, Marcus, che danno un senso alla vita”

dice

La scrittura e l’amore”.

 

“Occhi dal passato” Di Marco Moretti, Eretica editore. A cura di Irene Ceneri

 

Recensire un libro non è mai un compito semplice. recensire questo mi rende il compito ancora più duro. OCCHI DAL PASSATO, nel titolo in realtà, è racchiusa ogni cosa.

Un libro che devo dire mi ha conquistata molto. Una storia intrigante che vede intrecciarsi in modo incredibile passato e presente, quasi una stesura cinematografica, si legge il libro vedendo perfettamente il film che scorre davanti ai nostri occhi. 

Il libro non lascia troppo respiro, i capitoli non sono Presenti, l’intera storia procede in avanti senza voltarsi mai, probabilmente lo scrittore ha fatto una scelta ragionata a tal proposito, proprio per lasciare questo senso di velocità senza spazio di pensiero. Quasi come quando tutti noi ci prendiamo 10 minuti per  cercare di capire che cosa stia accadendo, come se d’un tratto ci domandassimo come siamo arrivati a quel punto.

Il punto esatto in cui per evitare di rifare errori del passato, se ne commettono di nuovi.

Un libro che regala emozioni di vario genere, e che sopratutto può essere lo specchio delle nostre vite. Si, perché in un personaggio o nell’altro della storia, possiamo ritrovarci tutti.

Quante volte ci capita di scovare un particolare che ci ricorda di scelte fatte in passato, di situazioni non chiuse, di emozioni vissute troppo o perdute.

 

Non credi sia meglio evitare film già visti?”

E se tu sbagliassi? Se non fosse una replica, ma una prima visione?”

Le seconde chance “sono” repliche, non si tratta di nuove sceneggiature”

Quindi se un regista cambia il soggetto, non vincerà comunque alcun premio?

 

Ecco! Tutto ha inizio da qui, e la vita comincia a cambiare.

Rileggerò questo romanzo tra qualche tempo, perché sono sicura che possa ancora regalarmi nuove emozioni, lasciando scoprire di se ancora qualcosa.

Consiglio davvero questa lettura, a chi vuole riscoprire pensieri che sembravano essere scomparsi.

Un viaggio complicato ed interessante. 

“Arma Infero 3. Il Risveglio del Pagan” di Fabio Carta. A cura di Natascia Lucchetti

arma infero

 

 

Natascia torna, più brillante che mai e torna parlandoci di un genere a lei caro la fantascienza. Fabio Carta è sicuramente il migliore esponente contemporaneo di questo genere, per nulla facile e spesso considerato di nicchia. Con una capacità comunicativa fuori dal comune, che coniuga lo stile narrativo antico ( si sente la notevole influenza di Verne) e moderno totalmente originale, Fabio non crea solo mondi, crea una particolare a interessante interpretazione dei fenomeni moderni impiantati su mondi lontani anni luce, ma vicini alle nostre ossessioni postmoderne.

Potrei parlare ore e ore di questo grande artista, ma lascio il posto a una voce forte e poetica che condivide con Fabio lo stesso fuoco talentuoso che io cerco nei libri.

Buona lettura!!

Alessandra

 

 

Fabio Carta non è solo fantascienza, ma anche epica.

Ed è epico questo terzo volume della storia di Karan che riparte da dove si è interrotta con il secondo volume. Tuttavia le vicende raccontate in questa parte della storia sono più cupe. Carta si concentra infatti sulla violenza degli scontri e della guerra che avvelena sia i combattenti che il mondo intero, spogliandolo degli elementi positivi. Non c’è più traccia della nobiltà sottolineata nel primo e in buona parte del secondo volume, dei valori della cavalleria, l’onore. Ormai la preparazione è lasciata alle spalle, come la speranza.

Guerra è guerra, non c’è fantascienza che possa cambiare la definizione data da queste sei lettere. Per quanto i combattenti siano potenziati dalle macchine e da nuove conoscenze, non c’è niente di diverso nella trincea. Lo sforzo, il logoramento del campo di battaglia traspare dalle pagine di questo volume. Fabio è bravo a raccontarlo con il suo stile meraviglioso, che sa di antico, medievale, epico.

Ma non è solo il campo di battaglia ad avermi colpito – le descrizioni degli scontri sono meravigliose, dettagliate, tanto da trasportare chi legge a pochi passi dai protagonisti – ma è l’effetto che questi hanno sul mondo intero, sulle persone che non c’entrano niente con Lakon o Karan, su quelli che vivono le conseguenze di un mondo in tumulto.

E sono proprio i civili a pagare, come del resto accade in ogni guerra che il mondo ha realmente conosciuto. La fantasia di Carta e la sua potente capacità di realizzarla ci fanno riflettere, pensare su quello che è concreto e che spesso ci troviamo a ignorare.

La profondità dei personaggi è uno dei maggiori punti di forza della serie.

Karan, Lakon e gli altri comprimari sono diversi e narrati in maniera completa sia attraverso i dialoghi con cui si raccontano, sia attraverso le loro azioni.

Karan è un protagonista complesso, umano, fallibile, che viene segnato a fondo da ogni evento vissuto. È un eroe con i suoi limiti e le sue debolezze. È molto reale e comprensibile, senza esagerazioni o idealizzazioni. È un uomo che combatte qualcosa di più grande di lui.

Ho già parlato, anche se solo accennando, dello stile dell’autore, epico, aulico, adatto al racconto di leggende e grandi battaglie.

Molto scorrevole e completo, restituisce immagini e situazioni in maniera efficace, lasciandosi leggere con estrema scorrevolezza.

Se avete letto i primi due volumi, amerete anche questo e l’evoluzione della storia.

Se ancora non avete conosciuto la serie Arma Infero e siete appassionati sia di fantasy che di fantascienza, iniziatela.

Vale davvero moltissimo.

“Fingo” di Cristiana Rumori, Bre edizioni. A cura di Maria Sabina Coluccia

 

Una maschera per sentirsi veri.

Fingere per entrare nella verità di chi si è, di ciò che si desidera, di ciò che si teme. Fingo, di Cristiana Rumori, ed. Bre, è un viaggio avventuroso, alla scoperta della natura umana.

Nascondere o svelarsi per come siamo.

Recitare o essere sinceri: con la propria natura, con la propria età, con l’immagine di sé che riflettiamo nel mondo.

Tutto questo è Fingo.

Un testo scorrevole, ben scritto, piacevole come una cioccolata calda con panna, dove cioccolata e panna esprimono il piacere, l’essenza femminile, la bellezza che si trattiene forte forte tra le dita del Tempo.

Così Lola Galliano, la protagonista del romanzo, giornalista cinematografica, si sposta tra finzione e realtà.

E il lettore può solo seguirla.

Lola inizia la sua avventura in una clinica di chirurgia estetica per star del cinema, stringendo tra le dita il Tempo che passa. Finge di essere per sempre giovane, fino a che lascia la presa di colpo e si ritrova su un aereo che la farà atterrare in una specie di terra di mezzo, fatta di attori, cinema, provini, produttori, amiche influenti e amiche confidenti. New York, dove tutto è possibile, dove i sogni si avverano.

Amore, sesso, recitazione, verità.

Lola è abituata a mescolare le carte della vita. Lola sogna, Lola desidera un amore da grande schermo.

Riuscirà nell’impresa di portare la finzione nella sua realtà?

E fino a che punto starà al gioco?

Il romanzo si gioca come una partita a tennis, da una parte lei e dall’altra la storia di Sebastian, attore, coprotagonista dai sogni di cristallo. Fingere, fingere, e ancora fingere per scoprire alla fine che la verità era sempre stata lì, aveva solo bisogno di essere recitata, mascherata, abbellita, vissuta come su un set. Quello di Lola è un viaggio per molti versi iniziatico, un’esplorazione interiore indispensabile al raggiungimento della maturità. Il lettore potrà rispecchiarsi nelle luci e nelle ombre che emergono dal romanzo, luci e ombre che fanno parte della vita.

Aspro in certi passaggi, diretto, realista ai massimi livelli, nel linguaggio crudo e immediato, nella capacità descrittiva di situazioni, emozioni, pensieri, il romanzo della Rumori si tinge altrove di sogno e romanticismo, si stacca lieve dalla cruda realtà, per poi ripiombare in essa magari poche pagine dopo.

Mai volgare, l’autrice dimostra di saper dominare la penna e il pensiero.

Un libro profondo, nella sua apparente leggerezza, un romanzo che lascia il segno.

Un testo che induce alla meditazione e parla a ognuno di noi.

Indossare maschere conduce a conoscere l’essenza reale e profonda dell’Io.

Fingo per conoscere me stessa, potrebbe essere il sottotitolo di quest’opera. Una lettura consigliata, per sollevare veli e trovare risposte.

 

“Don’t cry baby” di Rosalba Vangelista. A cura di Irene Ceneri.

 

Questa mattina mi è stato recapitato un libro da dover recensire.

Don ‘t cry baby, dell’autrice Rosalba Vangelista.

Non avevo mai sentito parlare delle sue opere, ma questo mi piace, perché parto nella lettura in totale assenza di pregiudizio.

Una raccolta di storie di vario genere, amore, seduzione, mistero, horror…

Solitamente, l’approssimarsi di una lettura di questo tipo non mi rende particolarmente curiosa, amo il dettaglio, voglio innamorarmi dei protagonisti del libro, gioire o morire con loro.

Lo stile mi ricorda molto quello irriverente di Dylan Dog, il racconto di apertura certamente lo ricorda moltissimo.

Leggendo i vari capitoli, mi sono resa conto della spiritualità dell’autrice e della sua voglia di far posare i nostri pensieri su particolari situazioni.

Siano esse reali o meno.

Sono rimasta stupita di alcuni dei racconti presenti in quest’opera della.

Sicuramente ha un’ottima capacità di rendere molto interessante ciò che scrive, una capacità riassuntiva incredibile.

Buona la caratterizzazione dei personaggi.

Storie originali.

Argomenti anche molto difficili da affrontare sono trattati con cura, e resi alla portata di tutti, sia dei lettori più esperti, che di coloro che si avvicinano adesso alla lettura.

Certo è che l’amaro resta.

Alcune delle storie presenti in questa opera, mi hanno lasciata “incompleta” in senso positivo, in quanto le ho trovate talmente interessanti, che mi sarebbe piaciuto leggerne di più.

Un libro che mi sento di consigliare ai giovani che sicuramente ne apprezzeranno la facilità di lettura e le argomentazioni davvero variegate.

Che dirvi, anche soltanto per leggere qualcosa di assolutamente diverso, dovreste affidarvi alle pagine di DON’T CRY BABY, dell’autrice Rosanna Evangelista.
Irene Ceneri

“Straniera” di Pamela Schoenewaldt, Ianieri editore. A cura di Sabrina Giorgiani

 

Mai come in questo libro, ho trovato stonata la frase d’obbligo: “Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è puramente causale”. Perché, nonostante la protagonista si chiami Irma, potremmo facilmente sostituire il suo nome con milioni di altri appartenuti e/o appartenenti a uomini, donne e bambini italiani e stranieri che a causa della fame, o di mille altri motivi, hanno dovuto lasciare la loro terra, i loro cari, le loro tradizioni, per cercare “fortuna” fuori dai confini del loro Paese di origine.

Chissà perché poi, ancora oggi, i fenomeni migratori osiamo chiamarli “andare a fare fortuna”.

Non c’è fortuna, ma solo Paesi che non offrono ai propri abitanti quanto è necessario per vivere dignitosamente, per realizzarsi.

Irma Vitale è una giovane donna di origine abruzzese emigrata in America circa un centinaio di anni fa.

Non c’era lavoro nel suo paesino sperso tra le montagne di Abruzzo, c’era la fame però, quella sì ce n’ era tanta.

Non c’era un marito per lei, nessun uomo che potesse prendersene cura. C’era una famiglia però che aveva bisogno di essere aiutata affinché si potesse mettere pane e companatico sul tavolo ogni giorno.

C’era una nonna, malata nel corpo, ma con una mente sana e pulita che le aveva fatto il regalo più grande, le aveva tramandato i valori, le tradizioni, il senso del dovere e sacrificio visto, non come un fardello pesante da portarsi sulle spalle, ma come forza interiore per andare avanti.

Vi è mai capitato di guardare una vecchia fotografia che ritrae piccole comunità contadine?

A me è capitato di recente e mi hanno colpito gli sguardi di chi era povero in soldi ma ricco in fierezza, dignità, orgoglio. Gli stessi valori che ho ritrovano in Irma leggendo la sua storia.

Parte Irma, con una nave attraversa l’oceano e arriva in America. Nel mondo reale chi rimane ha un nuovo peso al cuore, una miscela di dolore che passa dalla sensazione di distacco, alla realizzazione dell’assenza della persona amata. Si lotta contro la mente che propone scenari di pericolo, ma quasi mai si pensa alla sensazione di smarrimento, pur essendo questa, la prima forma di disagio che vive chi emigra.

Nel libro invece, l’autrice si sofferma sul disagio di Irma che, appena sbarcata, non vive un pericolo reale se non quello del disagio di trovarsi circondata da un ambiente sconosciuto, a contatto con persone che non parlano la sua lingua, che hanno un modo di vivere la vita diverso rispetto a quanto lei è abituata. I ricordi la tengono viva, ma sa che prima o poi dovrà lasciarli andare per permettere a se stessa di integrarsi nella nuova realtà.

Il duro lavoro, in primis quello fatto su stessa, e la buona sorte, le permetteranno non solo di sopravvivere ma di emergere. Nonostante questo però, si sentirà sempre straniera nella terra che l’ha accolta.

Il pensiero volerà sempre tra i monti della sua terra, tra i profumi dei campi, tra i volti delle persone con le quali è crescita, ben sapendo che ritornare potrebbe significare, ormai, essere straniera tra la sua gente:

mi avrebbero guardato storto,… le donne avrebbero mostrato diffidenza per “l’Americana”…una straniera di passaggio nelle loro vite”.

Quasi ogni italiano ha un’ “Irma” nel suo albero genealogico. Oggi, per eccesso di povertà d’animo, additiamo sia chi è straniero e arriva, sia chi è italiano e parte.

Una storia intensa, quella raccontata da Pamela Schoenewaldt nel suo libro, perfettamente tradotta nella nostra lingua in modo che neanche la più piccola sfumatura di sentimento e sensazioni sia rimasta tra le righe della penna dell’autrice.