“Don’t cry baby” di Rosalba Vangelista. A cura di Irene Ceneri.

 

Questa mattina mi è stato recapitato un libro da dover recensire.

Don ‘t cry baby, dell’autrice Rosalba Vangelista.

Non avevo mai sentito parlare delle sue opere, ma questo mi piace, perché parto nella lettura in totale assenza di pregiudizio.

Una raccolta di storie di vario genere, amore, seduzione, mistero, horror…

Solitamente, l’approssimarsi di una lettura di questo tipo non mi rende particolarmente curiosa, amo il dettaglio, voglio innamorarmi dei protagonisti del libro, gioire o morire con loro.

Lo stile mi ricorda molto quello irriverente di Dylan Dog, il racconto di apertura certamente lo ricorda moltissimo.

Leggendo i vari capitoli, mi sono resa conto della spiritualità dell’autrice e della sua voglia di far posare i nostri pensieri su particolari situazioni.

Siano esse reali o meno.

Sono rimasta stupita di alcuni dei racconti presenti in quest’opera della.

Sicuramente ha un’ottima capacità di rendere molto interessante ciò che scrive, una capacità riassuntiva incredibile.

Buona la caratterizzazione dei personaggi.

Storie originali.

Argomenti anche molto difficili da affrontare sono trattati con cura, e resi alla portata di tutti, sia dei lettori più esperti, che di coloro che si avvicinano adesso alla lettura.

Certo è che l’amaro resta.

Alcune delle storie presenti in questa opera, mi hanno lasciata “incompleta” in senso positivo, in quanto le ho trovate talmente interessanti, che mi sarebbe piaciuto leggerne di più.

Un libro che mi sento di consigliare ai giovani che sicuramente ne apprezzeranno la facilità di lettura e le argomentazioni davvero variegate.

Che dirvi, anche soltanto per leggere qualcosa di assolutamente diverso, dovreste affidarvi alle pagine di DON’T CRY BABY, dell’autrice Rosanna Evangelista.
Irene Ceneri

“Straniera” di Pamela Schoenewaldt, Ianieri editore. A cura di Sabrina Giorgiani

 

Mai come in questo libro, ho trovato stonata la frase d’obbligo: “Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è puramente causale”. Perché, nonostante la protagonista si chiami Irma, potremmo facilmente sostituire il suo nome con milioni di altri appartenuti e/o appartenenti a uomini, donne e bambini italiani e stranieri che a causa della fame, o di mille altri motivi, hanno dovuto lasciare la loro terra, i loro cari, le loro tradizioni, per cercare “fortuna” fuori dai confini del loro Paese di origine.

Chissà perché poi, ancora oggi, i fenomeni migratori osiamo chiamarli “andare a fare fortuna”.

Non c’è fortuna, ma solo Paesi che non offrono ai propri abitanti quanto è necessario per vivere dignitosamente, per realizzarsi.

Irma Vitale è una giovane donna di origine abruzzese emigrata in America circa un centinaio di anni fa.

Non c’era lavoro nel suo paesino sperso tra le montagne di Abruzzo, c’era la fame però, quella sì ce n’ era tanta.

Non c’era un marito per lei, nessun uomo che potesse prendersene cura. C’era una famiglia però che aveva bisogno di essere aiutata affinché si potesse mettere pane e companatico sul tavolo ogni giorno.

C’era una nonna, malata nel corpo, ma con una mente sana e pulita che le aveva fatto il regalo più grande, le aveva tramandato i valori, le tradizioni, il senso del dovere e sacrificio visto, non come un fardello pesante da portarsi sulle spalle, ma come forza interiore per andare avanti.

Vi è mai capitato di guardare una vecchia fotografia che ritrae piccole comunità contadine?

A me è capitato di recente e mi hanno colpito gli sguardi di chi era povero in soldi ma ricco in fierezza, dignità, orgoglio. Gli stessi valori che ho ritrovano in Irma leggendo la sua storia.

Parte Irma, con una nave attraversa l’oceano e arriva in America. Nel mondo reale chi rimane ha un nuovo peso al cuore, una miscela di dolore che passa dalla sensazione di distacco, alla realizzazione dell’assenza della persona amata. Si lotta contro la mente che propone scenari di pericolo, ma quasi mai si pensa alla sensazione di smarrimento, pur essendo questa, la prima forma di disagio che vive chi emigra.

Nel libro invece, l’autrice si sofferma sul disagio di Irma che, appena sbarcata, non vive un pericolo reale se non quello del disagio di trovarsi circondata da un ambiente sconosciuto, a contatto con persone che non parlano la sua lingua, che hanno un modo di vivere la vita diverso rispetto a quanto lei è abituata. I ricordi la tengono viva, ma sa che prima o poi dovrà lasciarli andare per permettere a se stessa di integrarsi nella nuova realtà.

Il duro lavoro, in primis quello fatto su stessa, e la buona sorte, le permetteranno non solo di sopravvivere ma di emergere. Nonostante questo però, si sentirà sempre straniera nella terra che l’ha accolta.

Il pensiero volerà sempre tra i monti della sua terra, tra i profumi dei campi, tra i volti delle persone con le quali è crescita, ben sapendo che ritornare potrebbe significare, ormai, essere straniera tra la sua gente:

mi avrebbero guardato storto,… le donne avrebbero mostrato diffidenza per “l’Americana”…una straniera di passaggio nelle loro vite”.

Quasi ogni italiano ha un’ “Irma” nel suo albero genealogico. Oggi, per eccesso di povertà d’animo, additiamo sia chi è straniero e arriva, sia chi è italiano e parte.

Una storia intensa, quella raccontata da Pamela Schoenewaldt nel suo libro, perfettamente tradotta nella nostra lingua in modo che neanche la più piccola sfumatura di sentimento e sensazioni sia rimasta tra le righe della penna dell’autrice.

Lasciami entrare nel tuo inferno di Giusy Pullara, Collana Policromia. A cura di Loredana Donatella D’ianni .

 

Dicono che la solitudine sia la più grande alleata dei libri che non sono ancora nati”.

È proprio dal senso di solitudine che questo libro prende forma. In realtà Nina, la protagonista, non è mai stata sola, ma non ha coscienza di questo. Vivere in un piccolo centro abitato non è semplice per nessuno, tantomeno per una ragazza che sente di non appartenere alle categorie classiche in cui vengono incasellati gli esseri umani. Perché sì, spesso veniamo marchiati a fuoco, come fossimo carne destinata al macello: maschi, femmine, belli, brutti… Come se tutte le altre declinazioni, le altre sfumature fossero solo insignificanti colori di contorno privi di anima e armonia interiore. Nina si percepisce come un colore senza nome, ma è cosciente di appartenere a una tavolozza policroma in cui campeggiano tutti i colori dimenticati.

Quel paese le sta stretto. Nina ha un debito con se stessa: scrollarsi di dosso ansie e paure e regalarsi una seconda chance, una seconda nascita, una seconda vita.

Roma le sembra la soluzione migliore. Non ha tutti i torti, la capitale la accoglie con naturale sfrontatezza, le porge la mano e la accompagna attraverso i suoi vicoli facendole incontrare lungo il percorso nuove persone.

Riceve doni inaspettati quanto graditi: l’amicizia disinteressata, l’amore, l’indipendenza economica, il coraggio di non nascondersi più al mondo e a se stessa.

 

Nessuno dispone di certezze, Nina. È questo lo stimolo che ci invoglia ad alzarci la mattina: andare incontro alle cose ignote, esplorarle, farle nostre”.

 

Ora Nina è più forte, non si sente più sola e trova il coraggio di fare coming out con la madre e successivamente con il padre: ha due splendidi genitori.

Ed è così che la ragazza frustrata si spoglia pian piano della corazza che indossa e si mostra al mondo.

Rinasce portandosi dietro le parole di Diego, suo amico, alter ego, grillo parlante; rinasce con il cuore rattoppato di chi ha caparbiamente amato la persona sbagliata; rinasce con la consapevolezza di aver attraversato l’inferno di un aspirante suicida, rinasce rincuorata dalle parole di un frate, rinasce dai ricordi di com’era e dalla nuova consapevolezza di come è e sarà.

È un libro con qualche ingenuità linguistica e narrativa, escamotage pretestuosi e forzature, ma si lascia leggere e dà spunti di riflessione, riesce a toccare le giuste corde e ad emozionare. Il tema delicato della omosessualità si intreccia con quello di un male invisibile: la depressione.

Cos’è l’inferno?

È quel periodo di indecisione, incertezza, l’attesa di conoscere la reazione dei genitori alla grande rivelazione, o un turbinio di emozioni sopite, che fanno talmente tanta paura da rinunciarvi a priori?

La morte è la soluzione di tutti gli affanni, o è la beffa finale?

La morte sociale non è forse peggiore?

Fammi entrare nel tuo inferno”… e forse, il mio sembrerà un posto migliore.

 

La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, Giunti Editore. A cura di Arianna C.

Marco Malvaldi intreccia la storia e la vita milanese di Leonardo da Vinci a quella della casata degli Sforza guidata da Ludovico il Moro sul finire del ‘400.

È bene chiarirlo subito, questo non è un romanzo su Leonardo da Vinci, bensì un romanzo con Leonardo da Vinci. La differenza è notevole.

Leonardo, alle prese con la fusione della statua equestre in bronzo più grande che si sia mai vista, in onore del Francesco Sforza capostipite della famiglia, vive e lavora a Milano, spronato e controllato dal Moro sotto tanti aspetti. Le vicende narrate in questo romanzo aleggiano attorno a questa statua, ma se ne allontanano egregiamente di “tre passi fuori dai coglioni”, come suggerisce di fare alla madre lo stesso Leonardo nelle prime pagine, e non a caso: il vero problema è ben altro.

Tutto inizia davvero allorché nella piazza d’armi del Castello Sforzesco viene rinvenuto il cadavere di un questuante non ricevuto dal signore di Milano il giorno prima. Ludovico il Moro, uomo molto pratico ma altrettanto superstizioso, fa subito chiamare magistro Ambrosio de Rosate – noto astrologo dell’epoca – per determinare la causa di morte dell’uomo, ma da regnante oculato e attento convoca in seconda battuta anche un uomo dalla filosofia molto più pratica, ben lontana da quella cristiana e astrologica, Leonardo da Vinci, in quale è persuaso l’uomo sia stato ucciso e non morto per qualche misteriosa malattia.

Da qui inizia l’indagine per scoprire l’effettiva causa di morte dell’uomo, chi fosse e perché avesse chiesto udienza al Moro.

L’indagine non è semplice, men che meno banale, e porterà a risvolti inaspettati e che facilmente possono essere rapportati alla moderna scelta di molti discussi e discutibili governi odierni a salvare le banche. Il tutto colorando le pagine di quotidianità, vita rinascimentale spogliata dei lustrini dorati che gli abbiamo cucito addosso con lo studio postumo, rapportando la vita a un quotidiano fatto di anche di risa, goliardate, lampi di genio e profonda umanità.

Accompagneremo quindi Leonardo e la sua improbabile – ma quanto mai vera – veste rosa salmone in giro per Milano e al cospetto dell’altra figura onnipresente, quella di Ludovico il Moro, uomo alto (fisicamente), cupo e serio, impegnato a proteggere il ducato di Milano e soprattutto i propri interessi personali, la cui presenza viene mitigata dalle altre figure che gravitano attorno alla corte milanese: dalle donne del Moro, la moglie e le amanti, ai cortigiani, agli ambasciatori e i loro faccendieri.

Tutti personaggi ben delineati e caratterizzati, tutti meritano la loro giusta dose di attenzione e tutti hanno il loro giusto spazio in un intricato complotto dai risvolti catastrofici e dagli attori impensabili e improbabili, ma recuperabili se si sa leggere tra le righe i minuscoli indizi che Malvaldi lascia cadere con noncuranza qua e là. Come i cazzotti e le randellate in una rissa.

Nota di merito a parte per i faccendieri Mattenet e Robinot, servitori del duca di Commynes e dell’ambasciatore di Francia, capaci di estrarre scene ai limiti dell’assurdo – ma non poi così assurde considerando l’epoca e i figuri – da strapparti sane risate.

Ho apprezzato in modo particolare questo thriller storico per la figura salda e cupa, ma al contempo umana e superstiziosa, del Moro che per la prorompenza della moglie Beatrice d’Este che pur restando nell’ambito familiare non rinuncia a essere accanto al marito anche in politica; sia per l’ambigua figura di Giacomo Trotti, ambasciatore di Ferrara a Milano che regolarmente scrive al suo signore Ercole d’Este, che per la profondità e la vaghezza del genio di Leonardo, che col suo vestito rosa salmone vaga per una Milano che già in epoca rinascimentale mostra lo spirito moderno che sempre l’ha contraddistinta di grande città metropolitana.

Gli ambienti descritti sono scarni come erano davvero, ben più spogli delle ricchezze immaginifiche di cui rivestiamo con la mente il periodo in cui il romanzo è ambientato e allo stesso modo i dialoghi sono altrettanto scarni, pur senza essere pesanti o vacui vanno al punto e non si limitano alla narrazione, ma sfociano nella goliardia tipica dell’epoca e dei signori coinvolti, dando così spessore e vita ai personaggi e agli avvenimenti nonostante incursioni frequenti della voce dell’autore.

Malvaldi ha uno stile di scrittura fresco, immediato, moderno, forse troppo visto il carattere storico del romanzo, eppure non stona nel testo il confronto con la vita moderna, a partire dal paragone del traffico milanese (caotico ora come allora) finanche arrivare alla velocità di diffusione delle informazioni, allora un po’ più da telefono senza fili, ora più su larga scala con Internet. Tuttavia, se manteniamo l’inquadramento della voce narrante di carattere extra-diagetica, il tutto diventa di più facile lettura, di maggior apprezzamento e fa perdonare al lettore le moderne incursioni grazie al sorriso che strappa durante la lettura.

Per tutto il tempo, l’autore è capace di renderci partecipi delle intuizioni geniali del maestro di Vinci, dei fatti che accadono a corollario della vicenda senza tralasciare fatti storici di una certa rilevanza (la discesa in Italia dei francesi per conquistare il Regno degli Aragonesi, per esempio, effettivamente avvallato dallo Sforza) e a trarci con sagace ironia delle belle risate e dei sorrisi divertiti. Come quando va a presentare il re di Francia Carlo VIII… che al termine dell’impietosa descrizione viene sinteticamente definito “uno sgabello montato male”.

Perché è l’ironia la reale e principale protagonista del libro, si presenta subito come una prima donna esigente, a mostrarsi sin dalle prime righe durante la presentazione iniziale dei personaggi e non scompare mai, nemmeno nei ringraziamenti.

“Il ciclo della rinascita” di Francesco Leo, Paguro editore. A cura di Arianna T.

 

Personalmente trovo alquanto riduttivo e incompleto rendere pubbliche le mie personali opinioni su un libro se questo è spezzato in tre volumi, pratica assai diffusa – e che io trovo alquanto fastidiosa – nel comparto fantasy. A molti piace la suddivisione in più volumi, agli editori torna di certo comodo. De gustibus non disputandum est, come ha detto Giulio Cesare.

Non ne è escluso il “Ciclo della Rinascita” di Francesco Leo, una trilogia fantasy che qui valuto nel suo complesso e non nel singolo libro. A titolo informativo, questa saga è composta da tre volumi: Viktor, Nithràl ed Ethèrnal.

Nel complesso la saga si è rivelata completa di tutto: noia, ironia, azione, sentimenti, ritmo serrato. A fermarsi al primo volume le sensazioni che essa suscita alla presentazione del protagonista, Viktor, è quella di trovarsi davanti a un 42 fatto e finito e l’istinto urla forte in testa di cestinare tutto in un nientesimo di secondo. Trovarsi difronte a siffatta perfezione di banali cliché fantasy può dare adito a reazioni mosse da propulsione d’improbabilità.

Quando però si arriva al culmine del secondo volume, toni, stilemi e cliché decadono, trovando la loro strada, ricordando in questo l’esercizio di scrittura di “Aspettando Forrester”, quasi che buona parte del primo libro rappresenti l’incipit da copiare per dare il la all’estro dell’autore affinché nel resto del testo sia solo suo il materiale di costruzione della storia.

E che storia.

L’apice è raggiunto senza dubbio al termine del secondo volume, nello scontro tra l’eletto, Viktor, e colui che rappresenta la sua nemesi, Edgar. Una chiusa di capitolo magistrale, che sferza gli animi, lasciando basiti e facendo sorridere consci che non è finita qui.

Il terzo volume diventa quindi oltre che conclusione forziere di tutte le aspettative del lettore, dandogli credito e stupendo ancora, il cambio di registro è notevole e la noia un brutto e lontano ricordo, la volontà di proseguire la storia barlume di riconoscenza per non aver perso un insieme che pur iniziando con lentezza e fin troppo ricco di improbabilità propulsiva all’azione e al dipanarsi degli eventi, trova un epilogo degno di uno scontro con un dio.

Dietro una copertina di un libro c’è sempre molto di più di quanto si immagini, e nel seguire il percorso di crescita di Viktor è come scalare una montagna: all’inizio si fatica, non si è abituati al movimento, a camminare tanto vedendo così pochi risultati, ma via via che si sale si acquista il ritmo giusto, più si prosegue e più si vede quanta strada è stata fatta, meno ci si affatica. Leggere questa trilogia è stata la mia personale scalata ai monti Jerral, arrivare al monastero la mia vetta raggiunta sulle ali delle aquile.

Lo stesso inerpicarsi lo si evince dallo stile dell’autore che da lento e prolisso, spesso in maniera inutile nel dilungarsi su descrizioni che lasciano il tempo che trovano, man mano che la storia si sviluppa si lascia prendere la mano dal ritmo delle azioni, delle scene e coinvolge il lettore. Non un talento innato, ma frutto del lavoro costante, del camminare sempre verso la vetta anche quando i muscoli delle gambe urlano e il fiato è così corto da rantolare. Leo ha trovato la sua giusta dimensione nel secondo volume, dando egregia prova letteraria nel terzo, non solo per la capacità descrittiva ridotta all’osso senza nulla togliere alla capacità evocativa delle parole a mostrare l’ambiente in cui ci si muove, ma anche per la capacità immaginifica di mostrare al lettore il mondo che lui ha in testa.

Il ritmo serrato degli eventi del terzo libro è la chiave di volta, il raggiungimento della vetta stilistica e dell’originalità che spinge con la potenza di un fiume in piena a volerne sapere di più.

Ma non è tutto rose e fiori, l’insieme di banali cliché fantasy iniziali è troppo grande per essere gestito al meglio, taluni comportamenti dei personaggi risultano fin troppo comandati, in special modo il protagonista non è se stesso, ma il fantoccio della voce narrante che fa ciò che gli viene detto di fare, il tutto rende quindi l’inizio pesante, legnoso, ben poco credibile. In un contesto di tal fatta, lento nelle stesse banalità propinate da qualunque fantasy che voglia tentare di ripercorrere i sentieri tolkeniani del viaggio dell’eroe, anche tutto il resto salta all’occhio del lettore, quali errori grammaticali più o meno gravi e refusi di varia natura. L’utilizzo degli accenti a caso su qualunque nome per dare ancora più senso di “esotico e fantastico” esaspera il senso di fastidio. Questo purtroppo ha la conseguenza che tali errori e refusi vengano notati anche nei libri successivi, per quanto molto più coinvolgenti, capaci di spezzare la catena di anaffettività suscitata dal primo volume, abbassandone non solo il pregio qualitativo, ma anche il legame sul filo del rasoio della sospensione dell’incredulità. Incredulità che segue ogni passo dell’eroe, Viktor e che riecheggia a ogni nuova scoperta sensazionale, ogni nuovo colpo di scena porta sempre più in alto e non delude, in quanto un predestinato a combattere un dio oscuro e corrotto non può essere e rimanere un semplice umano. Nel complesso una buona saga, ma che avrebbe potuto dare molto di più con una maggiore cura editoriale volta a un maggior adeguamento di stile del primo volume agli altri due.

“Giardino d’autunno” di Roberto Chirico, Haiku edizioni. A cura di Rita Scarpelli

 

L’autunno è la stagione della quiete e della riflessione.

I desideri si affievoliscono e lasciano spazio ad atmosfere oniriche caratterizzate dal distacco e dalla chiusura in se stessi, in una sorta

di raccoglimento con il proprio io.

Cadono le foglie marroni, gialle, rosse, rinsecchite, che come

mummie delicate si posano sul pavimento, icone della morte esteriore.

La meditazione prende il posto delle passioni e dell’energia, mentre nell’intimo alberga l’angoscia della morte apparente e la malinconia dei ricordi sui quali il nostro animo indugia come un amante che vive di quel solo amore. Pensieri profondi e intimi testimoniano la fase della maturità e della fine dell’esperienza carnale e vibrante.

Un uomo straniero in terra straniera, una vecchia signora folgorata dall’eterna giovinezza e un giardino che racconta il rapporto fra uomini e donne.

Questi i tre i protagonisti del romanzo “Giardino d’autunno” di Roberto Chirico.

Insieme all’autunno.

Amish, arrivato da molto lontano fino a Bologna per migliorare, in quella stessa Europa dove i rapporti fra i sessi sono liquidi, dove si consente alle donne di indossare jeans e minigonne, la sua vita.

Amish che di Bologna vuole godere della possibilità di avere un posto di lavoro equamente remunerato e una quotidianità dignitosa ma che non è disposto a accettarne il valore assoluto della parità di diritti fra gli uomini e le donne.

Amish scese dall’autobus, semivuoto a quell’ora del mattino. Poche persone erano sprofondate nei sedili e nei loro cappotti autunnali, parte di un’umanità che si aggirava per le vie di Bologna, ognuna verso la propria piccola meta. Si lasciò alle spalle quelle figure silenziose ed evanescenti, intente a vagare con lo sguardo oltre il finestrino, immerse nei loro pensieri. Una volta fuori fu investito da una leggera frescura e tirò su il bavero del pastrano per coprire del tutto il collo. Sebbene fossero passati da poche settimane, erano così lontani i bei tempi dell’estate appena trascorsa, con i suoi colori, la sua vitalità, il suo intenso calore.”

Zaira, una donna avanti negli anni che ha fatto della passione per la vita l’antidoto per la vecchiaia e che cerca un “uomo di compagnia” perché non vuole rinunciare al confronto con l’altro sesso e, soprattutto, continua a giocare l’arma della seduzione fino alla fine.

Zaira che è stata un tempo vittima e un tempo carnefice nelle relazioni amorose vissute e che è in grado di entrare nell’animo di Amish per istillare in lui il seme del dubbio che l’amore non possa essere possessione.

Amish si accorse subito che era piacevole starla ad ascoltare, perché il tono di voce e l’atteggiamento davano grande solennità alle cose che diceva. Quella donna avrebbe potuto parlare delle cose più inutili e frivole del mondo con la capacità di saper interessare, se non addirittura ammaliare, il suo uditorio.”

Infine il giardino, un immaginifico mondo di simbolismi regalati dalla natura che svela e rappresenta il complicato interagire delle relazioni uomo donna, introducendo Amish in un sottobosco nel quale cogliere i segnali più nascosti per percepire l’alterità di genere.

Il giardino che vive della vita di Zaira e che muore quando cala il sipario sull’esistenza della donna, come una scenografia da film kolossal.

In qualche modo, per il solo fatto di entrare in quel giardino, immaginava di essersi insinuato nella vita della signora, una donna che ancora non aveva avuto l’occasione di conoscere, ma con la quale sentiva già di condividere un mondo intero.”

E infine l’autunno, che accompagna il percorso di Amish dalla cieca convinzione che l’amore consista nell’avvolgere l’altro dentro le proprie spirali fino alla folgorazione che solo attraverso il mettersi in sintonia con i bisogni dell’amata può avere senso una passione.

Lo straniero, la diva, il giardino della diversità di genere e l’autunno con i suoi colori e i suoi simbolismi di attesa e di morte per la vita sono gli aquiloni che volano nel cielo del romanzo scritto da Roberto Chirico.

Portando il lettore a sollevare lo sguardo molto in alto, dove tutto è possibile, persino un mondo dove esiste l’essere umano piuttosto che la diversità di genere, dove la vita finisce quando smettiamo di coltivare le passioni, dove la natura è madre e mai matrigna e soprattutto la stagione del depauperamento e dei colori tenui è presagio di crescita e di luce per chi sa guardare oltre le nubi.

 

“Cosa farebbe Frida Kahlo” di Elizabeth Foley e Beth Coates, Sonzogno. A cura di Sabrina Giorgiani.

Viviamo in un’epoca strana e particolare.

Apparentemente ognuno di noi pare sicuro di se stesso e del ruolo che si è dato in questa società.

Con un semplice “click” riusciamo ad arrivare ovunque, commentare ogni cosa, dibattere e ribattere su ogni argomento. Persino gli adolescenti mascherano la loro immaturità con presunzione e supponenza.

Ci sentiamo liberi di dire, di fare, di vestire, liberi nel pensiero e, soprattutto, liberi di giudicare.

Non ci accorgiamo che parliamo per slogan imposti, che vestiamo perché così dice la moda; che ci atteggiamo perché, oggi, apparire è ciò che conta; che discutiamo senza conoscenza perché non importa tanto ciò che si esprime, ma quanto si riesce ad urlarlo con arroganza.

Viviamo in un’epoca povera di ideali, sterile nella conoscenza, distruttiva in tolleranza.

Siamo dei “revisionati” per poi essere “omologati” a nostra insaputa.

Manca la volontà di capire quanto la conoscenza porti alla bellezza; manca l’entusiasmo individuale del voler apprendere, la forza di rischiare per andare contro gli schemi e, soprattutto, mancano i modelli cui prendere ispirazione.

Il libro di E. Foley e B. Coates apre l’introduzione con queste parole:

noi ci siamo trovate a guardare ansiosamente al passato in cerca di rassicurazione e ispirazione: rassicurazione circa il fatto che il mondo continui a diventare sempre più a misura di donna; e ispirazione dalle donne straordinarie che in passato hanno sconfitto il sistema”

Con un pizzico di ironia e leggerezza, le autrici ci descrivono la vita di 50 donne, ognuna vissuta in un’epoca diversa, che può diventare “esempio profondamente ispiratore a nostra disposizione”.

A volerlo leggere, il passato insegna sempre perché, nonostante le epoche storiche e le circostanze siano diverse, si possono trovare esperienze in comune.

Diventa così interessante e formativo riuscire ad individuare come, “dall’antico Egitto all’età d’oro dell’Impero Russo, nel vecchio West come nella Parigi in tempi di guerra” le donne siano riuscite nell’affermazione di sé stesse.

Alcune di loro sono conosciute altre sono quasi anonime, tutte sono state imperfette ma perfette nella loro imperfezione.

Sono tutte figuri femminili che hanno lavorato duramente per avere un peso all’interno della società in cui hanno vissuto. Donne che hanno remato controcorrente per emergere, chi attraverso lo studio, chi attraverso l’ingegno.

Le autrici concludono il loro libro con una poesia che voglio riportare in questa recensione, di Maya Angelou:

Ci estasiamo per la bellezza della farfalla, ma raramente riusciamo ad ammettere i cambiamenti che ha dovuto attraversare per conquistare tale bellezza”.

Questo libro può essere da sprone nell’individuazione del cambiamento che porta alla bellezza, da stimolo a perseguirlo, da incoraggiamento a non mollare mai nella crescita personale.

Questo è ciò che questa narrazione vuole trasmettere ed è per questo motivo che, nonostante siano prese ad esempio figure femminili, mi sento di incoraggiare la lettura sia alle donne che agli uomini.

Un libro formativo, persino motivazionale, scritto con una “leggerezza” che rende ancor più piacevole la lettura.

“La pioggia a Cracovia” di Simone Consorti, Esemble editore. A cura di Rita Z.

 

Cosa accade a una persona quando impazzisce per una delusione d’amore?

O uccide, o si uccide.

In questo libro dalle tinte, ora fosche, ora definite abbiamo la visione della seconda opzione. Anche se nessuno effettivamente muore, diventa però evanescente, inviabile , quasi impalpabile.

Un contesto quasi orrorifico di morti viventi.

Un fotografo e un barbone che potrebbero essere due persone distinte (o una persona che si sdoppia creando un alter ego) che hanno avuto la fortuna di incontrarsi e di scoprire di aver vissuto una storia uguale.

Non ha importanza.

Che sia una persona, due o mille.

Che le loro storie siano simili o uguali o che sia soltanto una la storia.

Chi governa questo libro è il lato oscuro dell’amore. Quello che ci fa percepire l’amato, non già come soggetto senziente, ma come oggetto di desiderio e appagamento. Di possesso.

Quante volte al giorno, ricorre nei telegiornali la parola femminicidio? Quante persone (più spesso uomini ma può accadere anche con le donne) non si rassegnano alla fine di una storia e finiscono per distruggere l’amato bene?

Ma se queste storie tragiche fanno notizia, ci sono anche storie, non meno tragiche, che tuttavia non giungono fino a noi, perché l’occhio dei mass media ha bisogno di macinare di continuo e di proporci immagini forti. In una persona che fotografa e immortala gli istanti e che diviene un invisibile, un barbone, non c’è nulla da vedere. In qualcuno che trascina la propria esistenza in bilico tra la follia e il desiderio di sparire, non c’è niente di interessante. Solo fumo che si dissolve, nebbia mattutina che si solleverà con i primi tiepidi raggi del sole, che diverrà evanescente come una vecchia foto in bianco e nero dai contorni ingialliti. L’unico aggancio alla realtà è il piscio del protagonista, che non lesina di farlo persino sulla statua di Woityla . Compiendo quel gesto tipicamente umano, si libera non solo dei liquidi, degli scarti, ma di tutto ciò che lo ha portato ad essere quel che è.

Un uomo (ma potrebbero essere due) impazzito per gelosia , per incapacità a rassegnarsi di fronte alla fine di un rapporto.

L’ho vista dietro lo specchio
anche stamattina si, era lì seduta
io mi facevo la barba e lei compagnia
poi, non l’ ho più veduta
“sono andata via”
ma solo per un minuto
“ritornerò”
perché ho bevuto
“mi verrai a cercare”
non si cerca il dolore, ma mi batte il cuore.

Parlami di te, bella signora
del tuo mare nero nella notte scura
io ti trovo bella non mi fai paura
signora solitudine, signora solitudine.
parlami di te, bella signora
parlami di te, che non ho paura
portami con…

(G. Morandi)

 

E, per dirla con le parole di Gianni Morandi ecco l’altra faccia della medaglia. La solitudine, meravigliosa se cercata per fare silenzio dentro di sé, per ritrovarsi nel caos della vita moderna, ma terribile se imposta.

E nel libro c’è sovrabbondanza di solitudine, di quella che riduce gli esseri umani a meri oggetti in avanzo, altrimenti noti come scarti, pattume, immondizia.

Ognuno viaggia accanto a lei e non c’è solidarietà.

Nel mondo dimenticato dei barboni, degli invisibili, di coloro che sono umani solo perchè gli scatti fotografici li ritraggono come tali, c’è la donna che non resta incinta nonostante gli stupri che regolarmente subisce da parte di chiunque abbia voglia di togliersi di torno la solitudine, ma non rispetta il lato debole della società, non si chiede il perchè, non gli interessa la sofferenza altrui, lava le proprie malinconie in un amplesso non ricambiato, ma di cui non interessa nulla.

Se la solitudine può far impazzire un uomo, porterà una donna alla devastazione perchè ,oltretutto , incapace di difendersi.

Debole rispetto a una massa che ne considera solo il corpo come fonte di sollievo, di sfogo.

Se da un lato la solitudine abbrutisce, dall’altro annichilisce.

Ma tutto viene lavato via dal consueto gesto dell’orinare da qualche parte: dietro una statua o in un orinatoio. Fosse un rivolo maleodorante o in un intero fiume che lercio e immutabile prosegue il suo percorso.

“Il giro del mondo in sei milioni di anni” di Guido Barbujani e Andrea Brunelli Edizioni il Mulino 2018. A cura di Corrado Leoni

Ho letto questo saggio alcuni mesi fa e i messaggi che contiene continuano a ronzare nel cervello costringendomi a scrivere una recensione, per fissare alcuni punti focali che rendono gli uomini tremendamente uguali a sconfessare razze, diversità culturali, ideologie, sbarazzandosi di tutte le pretese differenze e pregiudizi.

Un personaggio chiamato Esumin accompagna il racconto fin da quando l’uomo ha iniziato a fare il primo passo utilizzando i piedi, viaggia e si evolve toccando tutte le parti della terra e vaga su tutto il mondo fino ravvivare l’odierna vita quotidiana degli umani.

Preponderante è il ragionamento che i due Autori insinuano nella mente del lettore. Viene chiesto al lettore quanti genitori abbia avuto. Non può che rispondere due, padre e madre riconosciuti o meno, ma ad oggi due elementi diversi uno dall’altro. Continuano a chiedere quanti genitori hanno avuto i due genitori e la risposta è sempre la stessa fino ai più lontani antenati. I due Autori chiedono di calcolare all’incirca quante generazioni si alternano nell’arco di cento anni. La risposta è di circa tre generazioni. Gli autori invitano a moltiplicare tre per dieci generazioni, che corrispondono all’incirca a mille anni, e il risultato dà trenta generazioni. Se si pone come base i due genitori e si elevano alla potenza di trenta, risulta una cifra che si aggira a più di un miliardo di esser umani, da cui deriviamo e che influiscono e compongono il nostro DNA e il genoma di ciascuno di noi. Affascinante: ogni uomo e ogni donna hanno in sé una composizione corporea e un’eredità psicofisica derivante dall’influsso di un miliardo di altre persone, solo se consideriamo gli ultimi mille anni; risalendo a ritroso per alcune migliaia di anni si arriva ad avere una misurazione di infinite influenze in ciascuno di noi, sconfessando ogni pregiudizio verso gli altri, verso gli sconosciuti, verso gli africani, da cui i due Autori affermano che provenga l’uomo come noi lo consociamo oggi.

Esumin ci fa viaggiare a est dell’Africa, a sud, a nord, a ovest migrando alla velocità di tre km all’anno fino a giungere a circa diecimila anni fa nel periodo, in cui questi esseri migranti hanno iniziato a applicare le loro conoscenze e impulsi in luoghi fissi, in dimore residenziali riuscendo ad estrarre ferro, rame dai minerali e a costruire comunità complesse come i borghi, le città, ad esprimere e fissare le proprie esperienze nelle tradizioni popolari e nelle scritture, che tramandano le conoscenze di volta in volta conquistate e acquisite.

Esumin sorride e svela il significato del suo acronimo: “esseri umani in movimento” ecco svelato il nocciolo del bellissimo e affascinante saggio di Guido Barbujani e di Andrea Brunelli “Il giro del mondo in sei milioni di anni”. Un saggio a forma di piacevole racconto che è una sfida a qualsiasi rigurgito razzista e condanna a vita breve tutti seminatori di paura verso il diverso, accendendo in ciascuno di noi la consapevolezza che abbiamo tutti lo stesso sangue al di là del colore della pelle, degli usi e costumi, dei pregiudizi in cammino verso una società di gioiosa consapevolezza fraterna.

Durante la lettura di “Il giro del mondo in sei milioni di anni” ha prevalso l’emozione sulla razionalità.

Esumin (esseri umani in movimento) mi ha accompagnato coinvolgendomi in un racconto che spazia nella geografia mondiale suscitando ammirazione, stupore, riconoscenza all’uomo portatore di civiltà e benessere:

“Non si sa quanti anni abbia esattamente Esumin … A volergli credere fin in fondo, Esumin avrebbe partecipato a tutte le grandi migrazioni dell’umanità, fin dalla prima a sentire lui, fin da quando stavamo sugli alberi con un cervellino grande su per giù come quello degli scimpanzé …”

Gli Autori chiosano:

“L’umanità, fin da prima di Homo sapiens, è sempre stata in movimento, e i risultati delle migrazioni e degli scambi si vedono nel nostro DNA, in cui coesistono, oggi come ieri e l’altro ieri, i contributi di antenati di tante origini diverse” (pg. 163).

“Omega. I fuochi della guerra” di Max Peronti, Astro editore. A cura di Arianna C.

 

Da sempre la guerra esercita sugli uomini un fascino irresistibile e, da sempre, essa ha accompagnato l’umanità nella sua evoluzione. Sembra brutto da dire, ma la guerra è imprescindibile dall’umanità, fa parte della cultura del nostro essere umani in quanto tali.

In guerra e in amore tutto è lecito”

La citazione di questo vecchio proverbio non avviene a caso, se non altro per smentirlo. Perché come l’amore, anche la guerra ha le sue regole evolutesi con l’uomo e la sua stessa crescita sociale e personale. Perché se nell’antichità in guerra il nemico andava abbattuto, ucciso, sterminato e catturato per farne schiavi od ottenere ricchi riscatti nel caso di figure importanti, nel tempo all’uccidere l’avversario si preferisce ferirlo e metterne fuori combattimento tre: il ferito e i due che lo portano via dal campo di battaglia.

Nel seguito dell’armata dei ribelli ci si accinge a leggere, vivere e studiare quest’evoluzione, pregnante e collante delle scene epiche di battaglia che in questo volume l’autore non lesina, corroborandone molte anche di aspetti puramente fantasy, incantesimi talvolta anche devastanti e creature del mito capaci di far sognare sempre il lettore.

Affinato lo stile, immersivo pur restando nella terza persona, che rispetto al primo libro è più incisivo e diretto, l’autore sa esprimere i concetti sopra esposti con maestria e senza far pesare nulla, facendo invece vivere al lettore i momenti cruenti degli scontri e non solo quelli sanguinosi delle battaglie, ma anche quelli altrettanto e forse anche più insidiosi delle manovre di palazzo.

I fuochi della guerra sul mondo dipinto da Peronti sono accesi su molteplici fronti, non necessariamente tutti combattuti a fil di spada, anzi spesso intrecciati in scontri di potere tra inganni e diplomazia, laddove il confine tra diplomazia e inganno risulta sempre molto labile.

Un romanzo che al pari del primo volume sa coinvolgere il lettore e portarlo su più piani di lettura e interpretazione, dallo svago alla riflessione. In un mondo chiaramente fantasy, la passione per la storia medievale e per l’antica arte guerresca del periodo emergono prepotenti, mai raggiungono i toni saggistici, ma è innegabile la profonda conoscenza dell’argomento che si fa leggere tra le righe; la trama resta comunque imperniata sulla figura dell’eroe fragile che si erge a roccia e a leader suo malgrado per trascinare i popoli nella più sanguinosa delle guerre, quella per cui chiunque morirebbe, quella per la libertà, un concetto per noi difficile da conciliare con “assenza di”, tanto la diamo per scontata.

Ma nulla in questo libro è scontato, nessuna scena, nessuno sconto e nessun personaggio che, invece, nella sua propria evoluzione mostra nuove sfaccettature e nuove capacità di sacrificio e dovere come espressione del proprio essere e della propria libertà, appunto.

Come ogni buon fantasy che si rispetti, non mancano incontri inconsueti e l’intreccio con “letture di trattati storici” del mondo di Omega danno un senso di alternanza tra azione coinvolgente e momento di riposo, senza una soluzione di continuità e senza tuttavia appesantire la lettura, né interrompere il magico filo conduttore fino al finale, forse scontato o forse no, in cui la summa delle emozioni si libera a invaderci la testa.

Il sacrificio è l’altro leit motif del romanzo, sacrificio per la persona amata, sacrificio per il popolo che si governa, sacrificio per un bene superiore.

Chi può dire quale sia quello giusto?

In coscienza ci sono passaggi in cui il dubbio è più che lecito e lo stesso protagonista è messo in dubbio, il suo stesso sacrificio diventa alibi e giustificazione per sfruttare la sua posizione e il suo potere con l’unico fine di abbattere la tirannia, tuttavia una volta abbattuto il tiranno, cosa succederà?

Si darà la caccia a un altro tiranno?

Se ne creerà uno nuovo da combattere?

Il confine tra bene e male, sempre così labile, in questo romanzo è sfumato per tutto il tragitto dalla prima all’ultima pagina e seppur talvolta sia facile anticipare il personaggio nel compiere determinate scelte o azioni, è la loro grandissima e umana fragilità e incertezza a renderceli cari, a farceli amare e mettere in discussione.

E allora questo uomo, quasi dio, un ambrushur che secondo la filosofia in cui è stato cresciuto e addestrato dovrebbe perseguire il bene dei deboli e la giustizia, se si erge a giudice e boia al contempo, è ancora nel giusto?

E la vendetta avrà il suo peso in questo cammino?

Dubbi leciti e non c’è libro migliore di quello che ti accende il dubbio, poiché esso è il motore del libero pensiero, della filosofia e, in ultima, di quella meravigliosa creatura che è l’uomo. È il dubbio, insomma, il motore della nostra anima.

Quanto proni al dubbio, quanto cauti sono i saggi!”

Omero –