Blog Tour “Il senso del limite” di Gianni Zanolin, Rizzoli editore. Terza Tappa “L’ambientazione del romanzo”. A cura di Alessandra Micheli

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Quando un libro è di difficile interpretazione, o scritto con un linguaggio criptico e poco scorrevole, o quando il genere non è ben definito, ci può aiutare, per dare un senso al testo uno dei suoi elementi chiave l’ambntazione. La localizzazione geografica o simbolica di un testo non solo ci dice molto sui personaggi che si muovono in esso, ma spesso racchiude l’intero senso e significato del libro.

E’ nelle descrizioni della città o del paese, che troviamo la pietra d’angolo sui cui si eriga l’impalcatura spesso grandiosa, della fantasia dello scrittore, una fantasia che non è mai solo immaginazione lasciata scorrere libera, ma è e resta, falsificazione del reale, libera percezione di chi, in quei luoghi, si muove e vive o semplicemente li assurge a archetipo di un vizio o di un male di vivere.

Pertanto è proprio in questo dato che il libro di Gianni Zanolin si rivela in modo potente e chiaro: nella descrizione di Pordenone.

Principale città del Friuli,da territorio improntato esclusivamente all’agricoltura (con tutte le conseguenze sociali di quella scelta economica) si sviluppò notevolmente a livello industriale specialmente riguardo al settore tessile, metalmeccanico e del mobile. E fu questo sviluppo iniziato nell’ottocento e proseguito con ferocia con il dopoguerra, che la portò a divenire provincia.

Grazie al boom industriale, la città venne ritenuta una delle più dinamiche di tutto il nord est, fino all’inevitabile declino grazie alla crisi economico finanziaria del 2007, che portò Pordenone e il suo territorio a divenire il simbolo della “crisi italiana.

Ed è proprio da questo nefasto simbolo che si dipana il libro di Zanolin, rendendo vive e reali le parole del sociologo Mongardini:

Il disagio della cultura moderna si manifesta attraverso l’inconsistenza e la disfunzionalità delle sue istituzioni.

Quest’inconsistenza, la si ravvisa nel descrizioni, perfette e inquietanti del nostro baldo autore:

La velocità con cui copro il percorso che ho scelto per andare in municipio mi sembra assurda dentro a questo silenzio e alla luce spezzata dall’umidità che pare rallentare tutto. Ho la sensazione che tutto sia fermo e attonito, quasi in attesa di una tragica notizia che solamente io già conosco. L’essere costretto a correre mentre mi sembra che la città, istintivamente, si sia già bloccata e quasi trattenga il fiato

Inizia con ripetuti accenni a una sorta di nebbia caliginosa e soffocante, diversa dal clima che ci si aspetta, quello frizzante, gelido ma quasi vivo in una città che risulta all’inizio della narrazione, un piccolo angolo di paradiso:

Prima ancora di guardar fuori, ascoltando i rumori che giungono dal parco e dalla roggia, so già che tempo fa, se il cielo è sgombro o piove, se c’è freddo e quanto, se fa caldo oppure no. Una fra le cose che mi ha insegnato mio padre, e di cui gli sono più grato, è che per capire il tempo atmosferico bisogna ascoltare. Fu proprio il silenzio a convincermi definitivamente a comperare questa casa in pieno centro città, che confina col grande parco dei conti di Porcia, da cui è separata solo da una bella roggia d’acqua sorgiva, sempre pulita. L’ascolto mattutino dei rumori della natura e quel mio ragionare su quale sia il tempo che mi aspetta fuori casa è proprio una di quelle cose a cui sento di non poter rinunciare.

Due descrizioni di stridente contrasto, che ci danno subito l’idea di una città che, lungi dal conservare la purezza delle sue tradizioni contadine fatte si di elementi semplici ma anche di una saggezza rara e eterna, si perde lungo la strada verso il “progresso”

Fuori, quando sono sulla strada, provo di nuovo una sensazione di freddo, la temperatura deve essersi ancora abbassata. Guardo il cielo, per quanto mi è possibile per le troppe luci che lo rendono quasi indecifrabile allo sguardo. Si annuncia una notte umida e gelida, simile a quella precedente. Mi viene naturale collegare quel freddo allo smarrimento, all’intorpidimento, allo sbalordimento paralizzante, all’impoverimento e all’attesa in cui inevitabilmente si trova, in questo momento, la mia città.

Ecco che l’ambiente stesso e la narrazione di quelle emozioni che sembrano rendere Pordenone viva nelle parole si, ma distrutta nei fatti, calcano la mano acuendo un senso di angoscia di cui il suicido è solo l’acme.

Avremo una giornata senza nuvole ma, in mattinata, il cielo sarà velato da leggere nebbie e solo nelle ore centrali potremo vedere il sole. Poi, al tramonto, la forte umidità riprenderà il sopravvento, la luce dei lampioni si spezzerà contro miriadi di goccioline d’acqua. Tutto allora sarà destinato a sembrare soffuso, triste, quasi immateriale e impalpabile….

La decadenza è iniziata.

Nell’aria solo silenzio frustrato, cittadini impalpabili come spettri si aggirano per le strade di una città vuota, svuotata, quasi destinata all’oblio

Sento solo un gran silenzio. La piazza anti-stante lo storico palazzo del comune è praticamente vuota, anche dentro ai bar vedo poca gente.

e inesorabilmente, questa discesa trascina con se non solo le vite degli abitanti ma sopratutto la speranza:

Voglio vivere in un posto dove la gente ha speranze nel futuro, altrimenti è come essere già morti.

Cosa succede a Pordenone?

Qua l’è il male che l’affligge?

Ecco la viva voce dei suoi ex cittadini

Ma in che brutte mani è Pordenone?» si chiede una terza. Mi vien da pensare che la domanda Ma in che man semo? , in che mani è questa città, verrà pronunciata molto di frequente, questa sera e nei prossimi giorni. L’ultima signora continua. «Da questo colpo, credetemi, noi non ci tireremo più su. La città è in piena crisi, i palazzi si svuotano, nascono sempre meno bambini, i ragazzi se ne vanno via e qui rimangono quasi solo vecchi, sempre più acidi, sempre …..I figli quasi tutti lontani e loro sono soli. Perfino gli immigrati, che pure si accontentano di poco, se ne vanno via. C’è un brutto clima, sento solo persone pessimiste. Siamo depressi e non è solo una questione di soldi. Adesso nemmeno io credo più in questa città

E’, dunque, la mancata credibilità di una politica che si nutre solo di potere a aver deciso la distruzione della solidarietà sociale?

Non solo.

Il fulcro del disagio è nel passaggio da una civiltà “contadina” improntata sui legami di cittadinanza e di comunanza a una improntata soltanto sulla concezione imprenditoriale: ognuno per se e ognuno con lo sguardo fisso sull’orizzonte del guadagno.

Scrive a tal proposito Mongardini:

…una delle istituzioni rimesse in questione sulla decadenza della modernità è lo spazio socialmente rilevante che è stato costituito e strutturato nella fase di espansione della modernità. In quanto spazio fisico sociale e simbolico esso ha giocato un ruolo essenziale nello sviluppo di questa cultura…lo spazio divide e unisce. Rappresenta l’identità dell’io, l’appartenenza e quindi la distanza ma anche l’unità del noi e quindi il prolungamento del’io, l’identificazione e il territorio sul quale si esercita la potenza e il dominio ( la sovranità Ndr.) Tutta la dialettica io -noi-l’altro si svolge nello spazio.

(Carlo Mongardini, Forme e formule della rappresentanza politica)

In sostanza, durante il passaggio dalla modernità alla post modernità ha portato alla grande unificazione degli spazi alla formazione degli stati nazionali e alle unioni multinazionali. Questo è stato possibile soltanto destrutturando l’antica mentalità, riducendo l’individuo solidale in massa informe e controllabile, con una cancellazione dell’identità di cittadino e di persona grazie alla globalizzazione. L’antico senso di comunanza viene, pertanto annichilito, rendendo le persone fragili e indifese davanti all’avanzare del potere non più politico (nel senso di polis ossia di servo della sovranità popolare) ma economico, laddove conta il business a ogni costo:

i pordenonesi si chiederanno se ci sia qualcosa o qualcuno in cui credere, a cui dare fiducia. A me pare che, se non c’è più niente e nessuno in cui riconoscere segni di speranza, questo in realtà accade perché di speranza non ce n’è dentro di noi, e perciò non la conosciamo, non sappiamo cosa sia.

Ecco che le stesse istituzioni, da semplici delegati della volontà generale, divengono entità astratta capaci solo di pensare ai propri inciuci:

Una stupida convenzione ci spinge a pensare solo alle istituzioni che per un attimo rappresentiamo. Così si disumanizza la città, la dimensione pubblica della vita, la polis che deve vivere invece dentro ogni persona, non indipendentemente dalle persone.»

Ecco che la nuova economia non fa altro che portare via il sentimento dalle relazioni sociali in favore di un eccesso di razionalizzazione dei processi della vita collettiva, ridotti a voto, accettazione e ossequio costante dell’autorità. Il primo cittadino, ossia il sindaco, esautorato dalla sua funzione di collante della comunità pertanto diviene non più uno di noi, ma altro da noi e quindi distante, evanescente, fino a morire lentamente di inedia

Chi dovrebbe tenere insieme il tutto, dare il senso di marcia, non ce la fa, proprio per l’incertezza di tutte le persone sul proprio ruolo, che le spinge a presidiare continuamente, ossessivamente, un piccolo orto. Così governare, me ne rendo conto anch’io in questura, è sommare i desideri, al massimo cercare di ancorarli alla realtà. Ma oggi sembra inutile tentare di indirizzarli, di condurli tutti verso una meta che, presumibilmente, sia buona perlomeno per la grande maggioranza delle persone. Non c’è più destino comune e non c’è ruolo per chi lo cerca: chi è chiamato a indicarlo vede quanto ciò sia vano, si rinchiude, si dedica a soddisfare i desideri individuali di altri, dei sodali, i suoi stessi. Chi di tutto questo ha un minimo di consapevolezza si ritrae spaventato, disgustato, a meno che non sia proprio quello, ciò che cerca e vuole ottenere dalla vita pubblica e istituzionale: bruto potere. E denaro.

Ecco che l’ambientazione tutta, diviene un feroce atto di denuncia a una post modernità che lungi dall’arricchire il progresso diviene semplicemente regresso. E lo si vede perché Pordenone non perde soltanto speranza ma anche consistenza:

Nessuno in osteria fa più un ragionamento politico pacato, ci sono solo animosità, rabbia, rancore. Anche odio. E quanto più crescono questi sentimenti, tanto più mi pare che si sviluppi un senso di estraneità alla città, una diffidenza sempre più grande, un rifiuto

Ma non è solo una città localizzata geograficamente a subire questo regresso,ma tutta la nostra bell’Italia:

Mi viene da pensare che questo distacco dalla politica, che è anche lontananza della campagna dalle città, sia una costante del nostro tempo, che ha già fatto danni gravi altrove.

In quest’ottica, il dramma che si svolge davanti ai nostri occhi, nella mente di Zanolin non diviene solo un fatto concreto di questa lenta asfissia, ma anche una sorta di possibilità per rinascere, riconoscendo il male, guardandolo negli occhi e cercare di sconfiggerlo in qualche modo:

Sento che quello che sto vedendo è qualcosa di molto importante nella mia vita. Una lezione, un ammonimento. Intuisco per la prima volta che potrebbe essere così per tutta la città

La speranza è nel cambiamento che può essere introdotto grazie alla sensazione di rabbia, che il nostro ispettore osserva un po ovunque, nei caffè, per le strade, nelle periferie:

Mi dico che verrà, prima o poi, una bella bora a portarci l’aria delle steppe russe, ucraine e ungheresi: un freddo secco, vero, che spazzerà via nebbia, smog e questi spettri.

Ed è questa sorta di vento sferzante che, davanti al dramma svelato con coraggio, senza timore, senza accogliere le seduzioni del male, diviene arma di riscatto

Perché vedi, Monique, è possibile che per Pordenone ci sia futuro in ogni caso. Ma io qui ci vorrei proprio vivere, anche se ci si facesssero tanti buoni affari e la disoccupazione fosse bassissima, se tramontasse la speranza di avere perlomeno un po’ giustizia.

Ed è in questa frase che si trova racchiuso il senso dell’intero libro: l’Italia e Pordenone, potranno risollevarsi soltanto qualora, lo stesso suddito tornerà a essere cittadino, usando le emozioni negative ( rabbia, delusione persino odio per il sistema) per alzare la testa da troppo tempo china e riprendersi la propria storia.

Senza essere mai più complici acquiescenti.

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Blog tour “Il sangue di Roma” di Massimo Giulio Tancredi, Fanucci editore. Quarta tappa:”I tatuaggi dei Pitti “. A cura di Alessandra Micheli

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I tatuaggi dei Pitti e i simboli celtici.

Scese in cucina. Morgause era già lì, abbigliata dell’abito più bello: aveva messo a Morgana un vestitino della festa, tinto con lo zafferano, che face-va apparire la bimba ancora più scura, come se appartenesse alla stirpe dei pitti

Marion Zimmer Bradley-Le nebbie di Avalon

Il mio primo incontro con i pitti avvenne proprio grazie alla magia intessuta da Marion Zimmer Bradley. Nella sua ricostruzione al confine tra fantasia e storia, faceva apparire Morgana la fata, come appartenente a una particolare tribù celtica, considerata la più selvaggia che nella fantasia di Marion e non solo ma anche nei racconti orali, veniva assimilata alla stirpe del popolo fatato, anch’esso abituato a dipingersi il corpo di blu.

Appartierni al popolo fatato? Ha il segno azzurro sulla fronte…

Marion Zimmer Bradley-Le nebbie di Avalon

Cosi Ginevra descritta dalla Bradley approcciava una Morgana che appariva stridente con il nuovo corso della storia datoci dai romani conquistatori, e sembrava riecheggiare una storia ancora più antica persa nei meandri del tempo, che l’abilità di tancredi fa riemergere dall’oblio.

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Iniziamo a descrivere questo strano popolo, descritto come battagliero, sanguinario, ferino e selvaggio. I pitti abitarono la parte settentrionale dell’Inghilterra e rappresentavano una parte della variegata popolazione celtica, descritti persino da poeti latini come Claudiano. I pitti sfiorarono la leggenda, divenendo simbolo dell’amor patrio e della ribellione contro il potere dominante a causa delle sue “scorribande” contro i romani. A loro essi si opposero con successo, presentandosi agli occhi del “raffinato”conquistatore come guerrieri barbari dal corpo possente e nudo ricoperto di disegni e tatuaggi.

Una visione che sicuramente colpì la fantasia a volte eccessivamente logica e quasi arida dei miei antenati e che, dopo un periodo di oblio, ritrovarono nel periodo elisabettiano il loro posto di tutto rispetto nell’immaginario collettivo. Specialmente i loro simboli.

Anche il nome pitti, assegnato a questa strana tribù dai romani significa, appunto i dipinti e potrebbe essere legato a quello dei pictones una popolazione stanziata sulla costa dell’atlantico, sul golfo di biscaglia menzionati da Cesare e altri. Il nome picti non è esente dalla connotazione negativa che spesso, i dominanti, attribuiscono ai dominati infatti, tale vocabolo compete al gergo militare: secondo alcune fonti esso sarebbe stato coniato verso la fine del II secolo dai soldati per indicare quelle popolazioni vicine al Vallo di Adriano e poi, per esteso a tutti i guerrieri tatuati. Fino a definirli cosi profondamente che anch’essi l conservarono nei loro racconti orali autodefinendosi pitti. Ecco come ce li presenta il nostro autore:

Il silenzio si addensò a tal punto da fargli male alle orecchie, e in esso si insinuò all’improvviso un canto malinconico e sfibrato proveniente dal bosco. Il canto di un druido. L’uomo appeso alla croce spalancò gli occhi di colpo. Occhi castani e pieni di terrore. Gli occhi di un legionario romano. Annio intuì il pericolo e balzò giù dal cavallo, scattando in avanti senza aver modo di riflettere. Gli acquitrini ribollirono e sputarono fuori guerrieri, come se la voce del druido avesse risvegliato Scilla e Cariddi. L’aria si riempì delle grida di battaglia dei pitti e di quelle di sorpresa dei romani. L’impressione che ebbe Annio in quella manciata di istanti fu che i cadaveri crocifissi lungo il sentiero fossero tornati dall’oltretomba per vendicarsi.

Una scena che fa davvero venire i brividi e che rappresenta perfettamente tutte le rappresentazione di un un popolo leggendario…

E’ pur vero che tale raffigurazione (cosi come quella dei galli o dei germani)è frutto di un certo discorso politico che tende a svalutare e a stereotipare il “nemico” relegandolo a semplice accessorio, quasi spersonalizzato, di una compagine più ampia sotto l’ala protettrice dell’impero. Troppi popoli diversi, troppi fieri di se, con troppa storia per poter “convivere” in pace sotto l’Egidia del diritto. Ecco che un certo alone di “selvaggio” veniva usato per porsi come unico rappresentante della vera civilizzazione:

Sperimentare di persona la ferocia dei pitti mi ha fatto capire quanto sia precaria la nostra presenza su queste terre. Non possiamo conquistare la Caledonia, e allo stesso tempo non possiamo lasciare che quei selvaggi mettano a repentaglio il nostro dominio in Britannia. Dobbiamo preservare questo baluardo del mondo civilizzato riservatadalla loro folle barbarie. Se è vero che non c’è modo di sconfiggerli, né di scendere a patti con loro, allora significa che dobbiamo tenerli lontani.

Pertanto in seguito Roma distinguerà tra i Britanni sottomessi e quelli al di là del vallo di Adriano, i selvaggi Pitti.

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E adesso, dopo aver fatto la conoscenza di questo maestoso popolo andiamo a osservare la pratica rituale del tatuaggio.

I suoi muscoli, molto più sviluppati di quelli di Drest, erano solcati da tatuaggi che ricalcavano il decorso delle vene, dando forma all’immagine di un immenso albero aggrappato alla pelle che fremeva a ogni contrazione. Ai rami dell’albero dipinto sul suo corpo stavano appese, come frutti surreali, raffigurazioni di occhi, ossa e organi umani. Era stato il druido a tracciare quei segni su di lui, rammentò Drest, per proteggerlo dal maleficio

La pratica del tatuaggio pittico sembra discendere da un collegamento con gli sciti, gli antichi abitanti delle steppe ( tra Mnogolia e Ungheria) cosi come ci raccontano le fonti greche a partire dal V secolo a.c. Che significato aveva per queste popolazioni la pratica di incidere la pelle?

Erodoto afferma che:

l’essere tatuato si considera un segno di nobiltà e il non esserlo di ignobiltà”

Mentre Strabone scriverà:

Il loro armamento è celtico e sono tatuati come il resto degli Illiri e dei Traci” (Geographica VII 5,4)

Per quanto riguarda i nostri pitti (e tutti i britanni) le interpretazioni sono molteplici. Si tratta di colori cerimoniali di guerra o di veri e propri incantesimi volti a proteggere o donare la forza necessaria alle azioni guerresche.

Fasci di muscoli solcati da tatuaggi, volti che parevano sbozzati dal legno vivo, barbe e capelli fulvi raccolti in lunghe trecce. Erano così diversi dai romani, pensò, guardandoli a sua volta affiorare dalla bruma.

Le fonti più antiche (Tacito) parlano di pitture corporali mentre autori come Pomponio Mela, Solino, Terutullaino, Erodiano descrivono chiaramente alcuni dei loro segni che appaiono identificabili con fiori, alberi, animali e strani ghirigori e spirali.

Alcuni tatuaggi componevano immagini di fiori e alberi sconosciuti tra i seni, lungo il ventre, sulla schiena, dietro le cosce, intrecciandosi con l’armonia di un ricamo.

l giovane sfoggiava un’espressione indecifrabile. Sulla metà sinistra del viso, i tatuaggi di cinque piccoli corvi sembravano spiccare il volo e convergere verso l’occhio, tenendo i becchi socchiusi come per accogliere le sue lacrime.

Ma cosa significava per un guerriero il tatuaggio?

Un simbolo di appartenenza per lo più riferito a una missione o a un sentimento ( proto- patriottico in questo caso) di fedeltà anche alle divinità che proteggevano la loro indole indipendentista, una sorta di magia simpatica per ottenere la capacità di ribellarsi alle leggi umane, oltre che una scelta tattica.

I pitti erano maestri nell’arte di incutere timore, ma a partequesto non si sapeva molto sul loro conto.

Tutte queste sfumature emozionali venivano siglate nel corpo in un patto che aveva radici molto più profonde di quello stipulato solo per il soddisfacimento dei bisogno o per necessità di sopravvivenza. Per i pitti la terra e quindi la fedeltà alla dea sovranità era un fattore sentimentale:

quella foresta era cresciuta bevendo il sangue di intere generazioni di pitti, ma era la loro casa, e senza di essa sarebbero stati perduti.

Ecco che i pitti avevano un corpo su cui prendere appunti, per ricordare le proprie origini e non dimenticare la propria storia affidata, quasi esclusivamente, come ogni popolazione celtica, all’oralità e alla narrazione. Ecco che il tatuaggio è un codice comunicativo con una valenza sacrale: dono del Dio di turno manifestatosi nella magia dei loro sacerdoti, i druidi.

LA RELIGIONE DRUIDICA E L’IMPORTANZA DEI SIMBOLI.

Tra i soldati si mormorano storie sui druidi – riprese il numida, abbassando la voce come se non volesse che le guardie sentissero. – Sono tutti terrorizzati dalla loro magia. Si dice che possano schierare dalla loro parte i fiumi, gli alberi e persino le montagne

Il druida o druido è il dignitario appartenente a una classe sacerdotale dotata di potere sovrano e dirigenziale al quale competevano sia i culti religiosi che la conservazione e la trasmissione del sapere tradizionale. Essi inoltre presenziavano le assemblee politiche e arbitravano le controversie relative alla giustizia civile e penale.

La radice della parola è ancora oggetto di controversie scientifico etimologiche, la teoria più accreditata è, però, quella che fa risalire la parola druido alla parola celtica Duir che vuol dire quercia e vir che significa saggezza. É Plinio a darci una prima etimologia collegandola alla parola greca della parola quercia:

“Orbene, quercia in gallico si dice dervo, daur in gaelico, derw in gallese.” “la parola non può che risalire ad un antico celtico druwides che si può scomporre in dru, prefisso accrescitivo di valore superlativo (che si trova anche nel francese dru “folto”, “fitto”, “forte”).

Naturalis Historia XVI, 249-251).

Poco conosciamo delle loro pratiche religiose ma esse possono essere tratte dai racconti sopravvissuti ai tempi ed esse ci appaiono profondamente legate alle tradizioni, fondamentali per il mantenimento di una sorta di coesione tra tribù fatalmente diverse. Erano questi racconti, quest’arte bardica a raccontare le loro oscure origini.

E’ quindi dalla letteratura orale, dalle canzoni sacre dalle preghiere e dagli incantesimi contenuti nei loro racconti mitici che possiamo, seppur in modo frammentario tracciare un breve excursus delle loro credenze religiose che ci appaino una delle più antiche forme di animismo, praticate in Gran Bretagna prima della venuta dei romani. Era una religione che si basava, fondamentalmente, sulla credenza negli spiriti e nelle divinità della natura, ragione per cui venivano anche chiamati sacerdoti degli alberi. Tra le loro divinità infatti, troviamo molti esseri antropomorfi come Cerunnos, il dio cervo, la dea sovranità una forma di madre terra che concedeva il potere regale al sovrano che era, quindi un suo attendente( una sorta di cerimonia paragonabile a quella dell’intronizzazione egizia), Morrigan la Dea corvo che presiedeva alle azioni di guerra. Ci sono poi divinità che sono state sincretizzate con i santi tacitiani come Brigid (Santa Brigida), ma anche dee divenute crudeli streghe come Cailleach l’oscura ( una divinità paragonabile alla Ecate romana) e la Banshee originariamente uno spirito socievole, femminile, divenuto poi collegato alla morte. Ancora dibattuta resta la pratica del sacrificio umano. Lucano ricorda che i galli usavano effettuare sacrifici: Teutates ( mercurio romano per intenderci) veniva palcato mediante la coercizione di un uomo la cui testa veniva immersa in una tinozza d’acqua. Antichi rimasugli della tradizione celtiche di tenersi la testa del nemico, il culto della testa, sopravvive nella meravigliosa leggenda di Bran il benedetto. Questo nella credenza che il cervello fosse la sede dell’anima e che quindi la conservazione della testa fosse un modo per impadronirsi dell’anima del nemico e impedirne, quindi la metempsicosi.

Un altra pratica che ritroviamo nella storia graaliana del Perlesvax serviva per ingraziarsi Esus ( marte). Il sacrificato veniva appeso a un albero a testa in giù, e con un taglio preciso alla gola moriva dissanguato. Altra tradizione tramandataci dai romani che serviva per soddisfare Taranis, consisteva in bruciare vivi i prigionieri in un prigioni di legno. Tale credenza sopravvive nelle campagne inglesi con l’abitudine di bruciare fantocci nei rituali estivi.

La religione celtiche, era quindi una religione che si occupava non solo del viaggio nei campi elisi, ma sopratutto volta a ottenere il successo in questa vita, su questa terra: mandrie abbondanti, lunga vita, successo in battaglia buona salute figli obbedienti.

Tutti gli eventi religiosi ma anche sociali avevano una grande forza simbolica, i simboli erano per i druidi il modo in cui il divino si manifestava sulla terra. Persino la caccia la cerco aveva questo significato archetipo: ossia l’unione dell’uomo con il Dio e la fecondazione della terra. Un giovane prescelto doveva dare la caccia ad un cervo e dopo averlo ucciso indossare le sue pelli e le corna; scegliere la sua sposa e compagna. La simbologia dei celti e quindi dei druidi è un ambito molto complesso e poche sono le conoscenze accertate a causa della loro abitudine di non lasciare documentazione scritta. L’intera tradizione letteraria venne rilegata alla sola trasmissione orale, perdendosi in gran parte con l’estinzione della lingua gallica. Persino il mondo dei racconti e delle leggende è cosi poliedrico da rendere difficile stabilire l’esatta relazione spazio tempo.

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Possiamo però delineare alcuni simboli fondamentali:

Gli alberi:

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Oggetto di divinazione rivestivano per i druidi una particolare importanza religioso politica. Essi erano il simbolo universale della vita: il loro fogliame cade ciclicamente sul terreno divenendo nutrimento, per poi ricrescere scandendo il ritmico susseguirsi delle stagioni, simboleggiando l’eterno. In questa rappresentazione simbolica, le radici che affondano nel terreno, sono il collegamento con i mondi inferiori, il tronco rappresenta il mondo in cui viviamo ed i rami che si protendono verso il cielo sono un legame con i mondi superiori. Le diramazioni chiuse ed i nodi simboleggiano la concatenazione di eventi di cui si compone la vita, gli ostacoli da affrontare e le strade senza uscita che capita di percorrere. Non è possibile individuare un inizio ed una fine della fitta ramificazione dei nodi dell’albero della vita. La loro natura ciclica li porta ad intrecciarsi all’infinito, rappresentando l’eternità della natura.

L’alfabeto di Ogham.

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Collegata agli alberi, era la scrittura segreta utilizzata dai Druidi. Esso indicava i nomi degli alberi e delle piante maggiormente venerati e ogni lettera era associata ad un simbolo grafico ed a un mese dell’anno, motivo per il quale è noto anche come Calendario degli Alberi, il cui tempo era scandito dalle fasi lunari e comprendeva tredici mesi di ventotto giorni. Le restanti sette lettere indicavano giorni di particolare rilievo simbolico: equinozi, solstizi e feste religiose.

L’Aquila

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Animale dai forti legami con la mitologia latina è l’aquila, emblema di Giove sovrano del cielo; durante la conquista romana il dio solare dei Celti si fuse con il nume latino, acquisendone le stesse associazioni simboliche, compresa l’aquila. Nel Mabinogion si racconta che il dio guerriero Lleu, “grande scaltro dalla mano svelta”, ricevuto all’improvviso un colpo fatale si trasformò in aquila e volò tra i rami di una quercia l’albero sacro a Giove.

Cane

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Nel mondo celtico, i cani erano simbolicamente legati alla caccia, alla medicina e alla morte tanto che in tutta l’Europa celtica compaiono dipinti di cani ritratti al fianco di cacciatori, o cacciatrici che se ne avvalevano per difendersi e inseguire le proprie prede. La dea olandese Nehalennia, venerata sulle coste è spesso rappresentata in compagnia di un cane protettore, dall’aspetto piuttosto simpatico: il suo legame con la morte si riferisce invece alla presenza di cani nell’aldilà, nei Mabinogion, Araw, dio degli inferi, è accompagnato da una muta di cani bianchi dalle orecchie rosse.

Il cavallo

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Simbolo di velocità, bellezza e potenza sessuale, il cavallo assunse anche potenti connotazioni religiose presso i Celti, tanto che le sue immagini abbondano nella loro arte. L’animale era strettamente legato al dio solare, che veniva spesso ritratto in groppa a un destriero – vedi l’Arcangelo Michele in molte opere – sulle colonne di Gallia e del centro Europa, ma la più celebre divinità equina fu senza dubbio la dea della fertilità Epona, patrona dei cavalieri; monete risalenti all’età del ferro recano l’immagine di amazzoni o di donne auriga.

Cervo

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Cernunnos, il nume cornuto, “il Signore di tutti i cervi”, fu fra gli dei più potenti del pantheon zoomorfo dei Celti: la simbologia del cervo andava al di là delle manifeste qualità virili e aggressive. Le sue ampie corna , per via della loro struttura ramificata, apparentavano il re della foresta agli alberi: la loro caduta annuale faceva del cervo una incarnazione del ciclo naturale di crescita-decadenza-ricrescita, e insieme al cinghiale era tra le prede più apprezzate dai cacciatori.

Il Cinghiale

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Il cinghiale selvatico è onnipresente nell’iconografia e nella mitologia celtiche,; con le setole irte sul dorso, appare inciso su monete, trombe, calotte di elmi, dall’Inghilterra fino all’Ungheria e alla Romania. La sua ferocia ne fece una naturale icona bellica, ma la sua valenza simbolica era assai più ampia: preda principale del popolo celtico l’animale godeva di un rapporto privilegiato con gli dei della caccia, come Ardwinna, divinità cacciatrice delle Ardenne, per esempio, dove è raffigurata con una daga in pugno e un cinghiale al fianco.

Croce Celtica

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Perfino in epoca pre-cristiana i Celti avevano impiegato la croce come simbolo religioso, segno questo che indica che tale simbolo ha radici ben più antiche della religione cristiana, e che fu solo usata come segno preesistente. La religione e l’iconografia cristiane, quindi, presero piede facilmente subentrando al passato pagano, e la croce poté ulteriormente affermarsi come motivo centrale dell’arte celtica: è soprattutto in Irlanda che l’era cristiana conobbe il culmine della produzione di croci in pietra. Anche i tradizionali manufatti celtici, come i gioielli e gli oggetti di metallo, furono messi al servizio della nuova fede.

La Testa Tripla

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Il numero tre aveva profonde connotazioni numinose per i Celti, perlomeno per quelli che popolavano la Germania, la Gallia e la Gran Bretagna: tra tutti gli elementi dell’iconografia celtica fu la testa – simbolo di potenza spirituale – ad essere la più rappresentata quale soggetto di una triade. Nella letteratura celtica tradizionale la presenza e la ripetizione del numero tre rafforza la trama del racconto; la dea madre era spesso rappresentata in gruppi di tre figure,

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e ancora la si può trovare nei seguaci della Wicca, religione moderna fondata sui principi stregoneschi.

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La Ruota

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Tradizionale icona religiosa del Nord Europa, in epoca romano-celtica la ruota radiata divenne un simbolo specifico del dio del Sole e delle divinità eliache. Esemplari di ruote furono ritrovati all’interno delle tombe, probabilmente sepolti con i defunti per illuminare il loro viaggio nell’aldilà: certe forme di culto prevedevano che si gettassero miniature di ruote in fiumi o laghi come offerte agli dei.

Il Toro

download.jpgRiconosciute quali maggiori virtù del guerriero celtico, l’aggressività e la forza erano associate ai più potenti simboli animali, dove il toro indomito era venerato in ogni angolo dell’Europa celtica, anche se le sue connotazioni belliche erano temperate dal simbolismo associato dalla sua controparte domestica, il bue, abbondanza della terra. Il toro sembra dunque essere stato anche un simbolo di fertilità come testimoniano alcuni racconti che narrano del sacrificio di tori bianchi offerti dai druidi durante i riti della fertilità.

Torquis

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Una delle figure più notevoli ritratte sul calderone di Gundestrup è quella di Cernunnos, dio dalle corna ramificate, che, attorno al collo, porta un collare aperto, il torquis, e in mano ne regge un altro.

Altre divinità celtiche appaiono raffigurate con questo ornamento: si trattava certamente di un simbolo di dignità e di alto rango (personaggi importanti furono seppelliti con un torquis). Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce vari tesori composti da siffatte collane e monete, sepolti probabilmente come offerta agli dei.

Nodi Celtici

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In generale Intrecci e Nodi rappresentano la Continuità della Vita, l’infinito susseguirsi di nascita e morte, giorno e notte, ecc. Per i Celti la Vita non aveva un inizio e una fine, ma procedeva con continuità e infatti non esistono leggende sulla creazione del Mondo nella mitologia celtica.

Gli intrecci e i nodi formati da animali, vegetali ed esseri umani o da semplici linee rappresentano lo scorrere dell’energia divina nelle forme, della Vita Unica che incessantemente riempie e vivifica le molteplici manifestazioni materiali. Pertanto, la morte è solo l’abbandono delle forme da parte di questa energia per trasferirsi altrove, per continuare a scorrere. Gli intrecci rappresentano perciò la Vita, l’energia spirituale, il percorso di crescita, la continuità, la resurrezione, le relazioni con tutti gli esseri (minerali, vegetali, animali, umani e divini), l’immortalità nel movimento, la buona fortuna che deriva dalla capacità di mettere in moto le energie vitali e collaborare coscientemente con esse, ed ecco che vengono spesso usati nei tatuaggi celtici.

 

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A cura di Alessandra Micheli

Blog Tour “All In. Tutto o niente” di Rossella Gallotti. A cura di Francesca Giovannetti

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Introduzione

Scrivere un rosa che sia scevro da stereotipi e da banalità sembra, oggi, un impresa titanica. Molto più semplice diventare un argonauta e andare i cerca del vello d’oro. Manca un po tutto alle nostre fantasiose autrice, trame che divengano simboli universali su come affrontare impervi percorsi di vita, personaggi che lungi dal divenire macchiette a volte comiche, possano ambire a produrre modelli utili a orientarsi in una società cacofonica e troppo complessa.

Manca la volontà di scrivere di accadimenti e emozioni, che oggi ci appaiono scontate e prive di un acme emozionale, come se il vivere stesso fosse solo una giostra impazzita atta a confondere i sensi e a donarci un costante senso, quasi disagiato, di adrenalina.

Per fortuna poi spunta qualcuno che sa osare, che sa sfidare le convenzioni, che decide di narrare non solo la sua visione del reale e dei sentimenti, ma persino domarci qualcosa di più importante della narrazione stessa: la speranza. Speranza che non sia tutto rigido, che non sia tutto scontato ma neanche improntato alla ricerca dell’eccesso. Qualcuno che ci accompagna lungo i solitari sentieri della vita, quelli che si intersecano con la strada chiamata dolore, scelta, decisione e consapevolezza di se.

Ecco che le eroine di Rossella trovano nella loro fragilità non un ostacolo ma un opportunità: quella di conoscersi, di cambiare e di riscrivere secondo i loro desideri, il proibir unico finale. Allora il rosa non è più rosa e incontra la narrativa, con essa danza e si intreccia fino a regalarci non solo emozioni ma pensiero, riflessione e sopratutto senso della meraviglia.

Perchè gli umani raccontati da Rossella non sono ne scontati, ne stereotipi, ne banali.

Sono anime in cerca del loro posto nell’esistenza, della loro personale felicità e nella volontà di lasciarsi trascinare da un amore che sa di concretezza, cosi come di sogno. tutto o niente, non ci sono compromessi ne seduzioni altre. la ricerca è volta alla sola crescita interiore. Che essa sia amore o svelamento della verità poco importa. Importa che finalmente una voce si differenzia dal coro e sa raccontare.

E adesso vi lascio alla perfetta voce narrante di una blogger che fa suo il libro e ve lo dona puro e perfetto a voi lettori.

Buon viaggio

Alessandra Micheli

 

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La storia d’amore fra Jackson e Vivian è emozionante e coinvolgente ma costringere questo meraviglioso libro dentro un confine prettamente rosa sarebbe molto ingiusto.

Il lato passionale e ad alto contenuto erotico è un’impronta profonda. Lo sconvolgimento dei sensi che parte dalla mera attrazione fino a raggiungere la pienezza del sentimento totale coinvolge il lettore fin dalle prime pagine in un crescendo di sensazioni. La descrizione dell’oceano è poesia pura ed elemento quasi simbolico della dinamica della vita. L’oceano è romantico, immenso, volubile, pericoloso e impetuoso, come l’amore.

È una storia d’amore che si intreccia con una storia di dolore in maniera viscerale. Credo che in questo stia l’enorme forza dell’opera. La particolare sensazione che mi ha colto a metà della lettura mi ha lasciato, col senno di poi, veramente sorpresa. Ero infatti convinta di essere giunta all’epilogo e mi sono chiesta : “ e adesso?” E la risposta me l’ha data, sapientemente, l’autrice: adesso comincia la vita, quella vera, quella che si scontra con personaggi perfetti e ci fa scoprire che il “vissero felici e contenti” è solo l’inizio.

I protagonisti si evolvono, si adattano, si plasmano su ciò che la vita in quel momento offre loro. Nessun piedistallo, nessun principe azzurro né principessa , ma un uomo e una donna, innamorati e fragili, forti se stanno vicini, sconfitti se si allontanano.

“Nessuno si salva da solo” e questo l’autrice lo ribadisce con forza ma senza cadere nella banalità. Ed ecco che la tematica della dipendenza da gioco d’azzardo si intreccia con la storia d’amore. Non ci sono mezze misure nel descrivere il baratro. La dipendenza spazza via tutto, la smania, il bisogno incontrollabile del panno verde radono a zero tutto ciò che di buono si è costruito. È una devastazione emotiva totale, non solo per chi la vive in prima persona, ma per tutti coloro che amano chi in questa rete è caduto.

L’autrice è sincera e totalmente implacabile. Con la sua prosa e il suo ritmo riesce a tirare fuori con abilità il meglio e il peggio dai suoi personaggi. Delineati tutti con incredibile precisione e attenzione alle sfumature, mai scontati, sempre rivelatori di nuove sfaccettature e reazioni.

Non si fanno sconti, ognuno deve accettare la sconfitta e decidere della propria vita. Ma essere artefici del proprio destino non implica la solitudine. Ripartire da sé, con l’amore che ci circonda.

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A cura di Francesca Giovannetti

Revisione a cura di F. U

Blog Tour “Una favolosa estate di morte” di Piera Carlomagno, Rizzoli editore. “Focus sulla protagonista”.

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Parlami Floriana, ripeté tra sé Viola indignata. Raccontami di te, aiutami a capire

Ed è grazie a questa frase che è scattata una sorta di empatia tra me e la protagonista.

Istintiva, selvaggia, quasi quanto il suo indomito carattere nel quale mi rispecchio.

Quella sua ansia di conoscere di penetrare nei segreti di un omicidio e nelle pieghe nascoste di una vita, richiama la stessa mia ansia di conoscenza e di vicinanza che scatta a ogni libro.

E lo imploro spesso di parlarmi, di svelarmi i suoi arcani, di farmi entrare nel suo mondo.

Ecco che Viola diviene splendidamente immagine di me stessa.

Una donna sfaccettata in bilico tra tradizione e innovazione, tra amore sviscerato per la sua terra che pulsa e scorre in quel sangue cosi fluido e al tempo stesso corposo, un sangue antico quasi una mala genia e quella volontà di staccarsene, di dirigersi verso la liberazione dalle catene degli usi e costumi di una terra che, in fondo, stenta a liberarsi dalle sue radici.

Ecco che Viola incarna lo spirito della Basilicata, mirabilmente descritto dalla talentuosa autrice:

La Basilicata dà più di quanto prenda, rifletteva Viola, proprio come la sua gente. Negli occhi dei lucani resta questa rassegnazione e l’incapacità di ribellarsi alle cose che accadono. La fede, la magia, il rispetto per gli altri, la riservatezza.

E sopratutto, la sua anima resta incatenata a quel paesaggio di Matera:

Viola era profondamente congiunta a quella terra, al suo mordace sapore, alla sua durezza, agli strapiombi che appartenevano alla sua anima, eppure, arrivata a quel punto del viaggio, cominciò a sentire il profumo del mare.

Una città fatta di discese e di meraviglie, di quei sassi testimoni antichi dello scorrere di un tempo sempre uguale, scandito da rituali come le Lamentazioni, da un tirare a campare che spesso aveva il sapore segreto del compromesso.

Matera accoglieva turisti e visitatori con un po’ di riluttanza, la città dei Sassi restava difficile da raggiungere: selezionava, decideva. Non aveva intenzione di lasciarsi sopraffare dall’entusiasmo che il mondo mostrava dopo aver scoperto la sua esistenza. 

E Viola è cosi.

Sofferente dopo un adolescenza segnata dai pregiudizi, da voci sussurrate, cattive, come pugnali pronti a lacerare l’io, a sottolinearne l’alterità, quella nomea di strega che non la lascia un secondo.

Poco si fa sedurre dalla rinnovata capacità di essere inserita nel contesto sociale della città.

Lei oramai dedita alla scienza, l’anatomopatologa che pone le sue doti logiche al servizio della questura, resta forte e antica, dotata di una forza selvaggia come i suoi amati “sassi”, guardiani dello scorrere del tempo.

Maestosi elementi capaci di sfidare tempeste, calura e persino la speculazione edilizia.

Viola è la dicotomia irrisolta in questa società che corre tra scienza e istinto, quella che viaggia in un terzo universo, laddove le contraddizioni, impossibili da risolvere in questi tempi affranti, ritrovano la loro originaria armonia.

Viola non è la strega, la strix che di notte succhia il sangue ai bambini, è la donna saggia capace con l’intuizione o quel terzo occhio, favoleggiato in tanti racconti leggendari, di penetrare dentro il cuore pulsante delle persone e dei fatti, di sollevare il velo, di comprenderne la natura segreta, nascosta, esoterica, in barba alle belle apparenze che tanto piacciono alla sua città.

Gli altri hanno bisogno di credere che il progresso ha toccato anche loro, eppure restano avvinti in comodi stereotipi che Viola osserva affascinata e spesso anche infastidita, conscia che è in quelle radici non logiche che si trova la verità occultata dal perbenismo.

Viola riesce a mettere in contatto due mondi, quello razionale e quello magico, consapevole che solo l’unione degli opposti porta allo svelamento dei misteri sepolti in quella terra forte e fragile

Viola metteva nel lavoro la stessa forza che il nonno farmacista, e anche il padre, usavano quando zappavano le terre di proprietà insieme ai contadini. Quei colpi e quel tirare fuori umido e odori forti, compressi di segreti millenari, accompagnati da un respirare profondo, dentro l’aria, giù nello stomaco, fuori ogni tensione, via con un fischio lungo. Forza e intenzione. Ogni indizio lei lo dedicava a un dio, un diavolo, un nemico. Credeva nella scienza e in tutto ciò che aveva studiato. Che non era poco.

Ed è questo, la bellezza spettacolare di questa ricostruzione grandiosa di un paese che parla poco, ma che ha dato racconti di cronaca a volte agghiaccianti

Anche perché alla fine lo sapeva pure lei che affidarsi agli strumenti scientifici non basta in un’indagine, perché il Dna può stabilire a chi appartiene il sangue e l’anatomia patologica può determinare se certi ematomi c’erano prima della morte, eppure solo un’inchiesta, completa e ragionata, può portare alla soluzione di un caso. E lei procedeva così, come i vecchi investigatori, chiedendo, osservando, collegando. I sensi vigili e all’opera dal primo impatto col cadavere.

E sta quindi alla donna sciamano, colei che conosce il percorso del filo del destino, colei che è capace di sciogliere i nodi, salvare la terra baciata da sole, acqua e montagne per donarla la dignità che le spetta.

E donare dignità alla sua Matera per Viola significa comporre la sua personalità da troppo tempo soffocata dalle consuetudini, restituire a se stessa quella femminilità repressa da una cultura maschile che la venera ma la tempo stesso la teme:

Viola sentiva aria di società borghese di provincia, ipocrita e sessuofobica. Il nemico numero uno era ancora il sesso, argomento rimosso dalla vita quotidiana, causa di battaglie feroci in famiglia,

Una società che in fondo, sacrifica la donna scomoda per scongiurare il pericolo più grande, quello di far cadere a pezzi una società che mostra la fallibilità dei suoi assunti culturali.

Eppure, il dominio maschile non era stato scalfito da decenni di battaglie. In quella terra, erano le streghe a rimboccarsi le maniche, ma erano i preti, i medici, i notai e i signori, a deciderne la sorte. La morte della ragazza aveva generato diffidenza e omertà addirittura nella sua stessa famiglia. La solidità del perbenismo di facciata non era scalfita dal dolore, la polvere, comunque, si nascondeva sotto il tappeto e la superficialità intrinseca dello status sociale restituiva un quadro dalle tinte sfuggenti che però Viola considerava affascinanti perché infilate dentro un microcosmo che prima o poi sarebbe arrivata a comprendere.

Ecco perché Viola fragile e ferita, non cede ma porta avanti il suo lavoro dando voce alle vittime, raccontandole e donando loro la libertà che si meritano.

E ogni donna liberata, è una salvezza per la sua anima che conserva dentro di se un segreto oscuro:

Floriana, ancora lei il capro espiatorio, anche dopo morta, anche da vittima di un brutale assassinio. La colpa era sempre sua.

Ed è Viola con la sua forza delicata che riesce a restituire pace alla vittima, ma, sopratutto, riesce con la sua sete di conoscenza ad acquietare l’oscurità dentro di lei.

Un personaggio indimenticabile al quale mi sento profondamente, inesorabilmente legata.

il formidabile intuito di cui era dotata e che, a volte la portava a credere che, forse sì, qualche potere magico doveva averlo. Ma Viola non l’accettava e lo nascondeva in fondo alla sua coscienza, insieme a un segreto nerissimo, che non voleva rivelare neanche a se stessa.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli

Per il Blog tour “Scarlet” di Chiara Casalini, il nostro blog presenta “La morte e la stregoneria in Scarlet”.

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Morte, oscura signora, rappresentata spesso con una falce in mano, cosi terrificante eppure cosi affascinante tanto da aver ispirato canzoni e mirabili opere di letteratura.

Chi non conosce la sobria poeticità dei Sepolcri?

Con quegli stridii di un upupa che piangeva i giorni ormai trascorsi e lasciati diventare cenere, come le membra umane che li hanno vissuti.

 All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

confortate di pianto è forse il sonno

della morte men duro? Ove piú il Sole

per me alla terra non fecondi questa

bella d’erbe famiglia e d’animali,

e quando vaghe di lusinghe innanzi

a me non danzeran l’ore future,

né da te, dolce amico, udrò piú il verso

e la mesta armonia che lo governa,

né piú nel cor mi parlerà lo spirito

delle vergini Muse e dell’amore,

unico spirto a mia vita raminga,

qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso

che distingua le mie dalle infinite

ossa che in terra e in mar semina morte?

Vero è ben,Pindemonte! Anche la Speme,

ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l’obblío nella sua notte

Lo splendore delle immagini evocate da Foscolo non ha eguali.

Si avverte il dolore per un esistenza giunta davanti alla grande porta, ignara dei misteri contenuti in quella oscura soglia, coperta da un lieve, sottile velo, dove sussurri invitano a danzare un eterno ballo circolare.

E degli arcani dei sepolcri ci illumina il grande Edgar Allan poe:

Sol si trovera’ il tuo spirito tra oscuri pensieri di lapidi
e con nessun della folla che scruti l’intima tua ora segreta.

Sii silente in tal eremo

che non è abbandono – poichè

gli spirti dei morti che ebber

vita innanzi, ancor son

morte attorno e a lor voler ombra sopra a te porranno – sii fermo.

La notte, pur chiara, esibirà il suo cipiglio.

Non faranno le stelle più veglia

dall’alto dei tron della Volta

con luce di speme dagli uomin sì accolta.

I lor globi purpurei, privi di raggi,

a te, consunto, saranno miraggi

di febbre e di fuoco

che eterni arderan sul tuo loco.

I pensier tuoi non proibiranno,
né le vision mai svaniranno;
staran sul tuo spirto, ferme,
eterne, come rugiada sull’erba.

Fermo è il respiro e la brezza divina,
e la nebbia sulla collina.
In ombra, in ombra, intatta in suo regno
è un simbol, un segno.
Sugli alber sospesa, sì mera:
mister dei misteri!

E ancora nella meravigliosa il Verme Conquistatore

Ma, guardate!

attraverso la calca dei mimi una forma strisciante s’avanza,
una cosa rossa di sangue,

che viene torcendosi dalla parte solitaria della scena!

Essa si torce!

Essa si torce!

Con angosce mortali e mimi diventano il suo pasto;

e i serafini singhiozzano vedendo i denti del verme

masticare grumi di sangue umano.

Tutte le luci si spengono: tutte, tutte!

E sopra ogni forma rabbrividente il sipario, vasto drappo mortuario,

discende con la violenza d’una tempesta;

e gli angeli, tutti pallidi e smorti,

levandosi e svelandosi, affermano

che questo spettacolo è una tragedia che si chiama « L’uomo »

in cui il vincitore è il « Verme Conquistatore »

Dove celebra l’insensatezza della meraviglia umana che, oltrepassata la soglia si china e rende vincente un minuscolo essere che si innalza come vero trionfatore della lunga favola chiamata vita.

Ma la morte si tinge anche di bellezza resa eterna, resa immortale da una mano che da artigli si trasforma in carezza:

Dorme la bella Dama. Oh sia il tuo sonno ,

così com’è ostinato, altrettanto profondo !

Il cielo l’abbia in sua sacra custodia !

Questa stanza mutata in una più santa,

questo letto in uno più mesto,

io prego ch’ella qui giaccia per sempre,

serrati per sempre i begli occhi,

mentre bianchi fantasmi le passano daccanto !

Dorme, l’amor mio. Oh, quel sonno

pertinace sia altrettanto profondo !

Le siano lievi i vermi d’intorno!

Lontano, nell’antica oscura selva,

per lei si dischiuda qualche alta volta,

un nobile sepolcro, che abbia spesso dispiegato

i suoi neri, alati e fluttuanti cortinaggi,

quasi in trionfo, sugli stemmati drappi,

nei funebri riti resi al suo alto lignaggio :

un solitario, remoto sepolcro,

alla cui porta ella un tempo, fanciulla,

scagliava i suoi ciottol per gioco,

dalla cui porta mai più un’eco farà risuonare,

con un brivido pensando – figlia del peccato ! –

che fossero i morti a gemere la dentro

Ed è l’amore che della morte si fa beffa e che vince quei gelidi sospiri:

Ma il nostro amore era molto, molto più saldo

dell’amore dei più vecchi di noi

(e di molti di noi assai più saggi):

né gli angeli, in cielo, lassù,

né i demoni, là sotto, in fondo al mare

mai potranno separare la mia anima

dall’anima di Annabel Lee.

Mai, infatti, la luna risplende ch’io non sogni

la bella Annabel Lee:

né mai sorgono le stelle ch’io non veda

splendere gli occhi della bella Annabel Lee,

e così, per tutta la notte, giaccio a fianco

del mio amore: il mio amore, la mia vita,

la mia sposa, nella sua tomba, là vicino al mare,

nel suo sepolcro, sulla sponda del mare.

Perché vi direte voi, inizio questo breve articolo su Scarlet rimembrandovi le suggestioni di poesie gotiche, e sopratutto apparentemente aliene dal contesto prettamente rosa del libro in questione?

Perché all’occhio dell’esperto che son qua chiamata indebitamente a interpretare, la Casalini ha semplicemente descritto anni di poetica relativa alla morte con il simbolo migliore, che racchiude sepolcri e illusioni poeiane, grazie al tema del vampiro.

Mirabilmente espresse, e vi invito a godervi la loro incantevole meraviglia nei racconti come Ligeia, Berenice e Morella.

Ma attenzione.

La morte che del vampiro è la regina, qua non assume la connotazione horror/splatter di molti meravigliosi ma a volte insensati testi.

Il richiamo è alle suggestioni del romanticismo e sopratutto del gotico.

Non a caso il dark accostato al termine romance, è il sintomo che ci si imbatte in un tema eterno, ricco di atmosfere seducenti ma al tempo stesso disperate.

La morte in Scarlett è una signora crudele ma al tempo stesso dispensatrice di benedizioni.

La morte al contempo risveglia l’essere vivente dormiente, affatto riconoscente dei doni che la carne calda pulsante di umanità gli concede.

In Scarlet c’è una prima fase di totale e quasi inutile ribellione alla vita.

Il rifiuto alle regole, il sentirsi bloccata in una società che non la rappresenta.

Questo perché il marchio di una diversa interpretazione del mondo (ci arriveremo tra poco) le adombra gli occhi “sociali”, quelli che la collettività accetta come unici referenti e unici depositari dei valori condivisi.

Ma questi valori cozzano con una natura composita che rende l’uomo si propenso per instaurare rapporti stabili improntati spesso su un’apparenza di normalità ordinata. Ma è altresì vero che dietro il tendere incessante a un certo grado di ordine, esiste la selvaggia spinta al caos che rigenera.

Ecco che allora l’essere sociale diventa dormiente onde acquietare le due diverse anime che lo compongono: la conservazione dello status quo e la spinta alla conoscenza e quindi al cambiamento.

Ed ecco che entra in gioco la stregoneria.

Considerata per troppo tempo un’aberrazione religiosa, essa è ed è stata per secoli, una forma di liberazione emotiva e psichica tendente a combattere, appunto, l’uomo dormiente.

Per togliere, quindi il velo di illusione (che in fondo non è altro che il sistema di convezioni sociali, di valori fondanti e sostenenti la stabilità e il modello di collettività scelto) è necessario un forte trauma, qualcosa che sciocchi in modo cosi profondo da far balzare la psiche, l’apprendimento e l’anima del prescelto o del neofita, in un altro stadio di percezione del reale.

E quale miglior mezzo di crescita se non la morte?

La morte in questo testo non è soltanto fisica.

E’ la morte del vecchio modello, del vecchio approccio al mondo e appunto alla costrizione di una realtà diversa basata meno sulle convezioni e più sull’istinto.

Non a caso il vampiro, il non morto, si nutre di sangue.

Secondo ogni tradizione, scevra da sensazionalismi religiosi, il sangue non è altro che il simbolo di diverse energie interiori; cibarsi di quelle significa privilegiare la parte animalesca del se.

Pericoloso certo, ma liberatorio per chi dei limiti ne ha fatto ragion di vita.

Scarlet però è diversa dagli altri “umani”.

Approcciandosi a una sorta di terapia dell’anima com’è la stregoneria, usata in questo testo ed è la novità meravigliosa, non come una pratica contadina di riparazione dei torti subiti o come mezzo per soddisfare un bisogno, ma come un preciso percorso spirituale capace di creare una nuova identità e al tempo stesso una personalità diversa.

Un po’ come il percorso gnostico che rende gli ilici, ossia gli ossessionati dalla materia, pneumatici o psichici, ossia devoti al lato spirituale dell’esistenza.

Ecco che il vampiro, colui che sfugge il limite considerato solo come catena, rischia di divenire il simbolo delle passioni e della trasgressione sfrenata, tradendo un po’ quell’istintualità che è in realtà, la volontà di tornare all’origine, quando ci si sentiva tutt’uno con il cosmo e con la terra.

Scarlet, invece, acquista tramite il sacrifico della materia, uno status completamente diverso, dalla nigredo dell’abbrutimento umano passa all’albedo della rinascita, conservando il meglio di entrambe le nature.

Ecco che la morte, nell’ottica delle discipline esoteriche abbraccia tutti i concetti espressi, prima di Chiara, dai due maestri della poesia Foscolo e Edgar.

Uno cosciente della caducità della vita e l’altro consapevole dei misteri incredibili dell’ombra, che trasforma gli esseri scialbi, privi di consistenza come l’umano errante, in esseri semi-divini, capaci di penetrare l’oscurità, esserne rigenerati e far parte del mondo numinoso.

L’estremo sacrifico della Dea Scarlet diviene cosi mezzo con cui anche gli altri possono trovare la salvezza, coscienti che la morte e i suo demoni orrorifici, non sono altro che gli ultimi guardiani della soglia.

Quelli che sognano ad occhi aperti sono a conoscenza di molte cose che sfuggono a chi sogna addormentato.” 

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  A cura di Alessandra Micheli.

Per il club di Aurora, il nostro blog propone un’approfondimento “Lo gnosticismo dietro il velo di Oblivion”.

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Oblivion di Aurora stella è uno di quei libri capaci di suscitare visioni e suggestioni nel lettore consapevole.

Il tono quasi onirico lo fa derivare in modo diretto e senza ombra di dubbio dall’opera visionaria di Philip Dick, da cui l’autrice deriva sicuramente il suo estro. In sostanza si sente, si avverte che è stata cresciuta a pane e fantascienza. Ma attenzione. Non una fantascienza qualsiasi ma, lo ribadisco, ricollegabile a quella dickiana da cui trae, in modo oltretutto inconsapevole le suggestioni gnostiche. Ecc che ci si trova davanti a un’opera che racconta non solo la scienza, ma quella collegata alla filosofia mistica, e anche alle scoperte della fisica quantistica. Del resto lo stesso Einstein soleva asserire sempre:

La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poiché deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perché la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sé altre scelte quando creò il mondo

 

 

E infatti, per lui la spiritualità e quindi Dio si risolve in un progetto preciso, concreto e omogeneo:

 

Credo nel Dio di Spinoza che si rivela nell’armonia di tutto ciò che esiste, ma non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni degli esseri umani.

 

Ecco perché trovo utile raccontarvi Oblivion riproponendovi la mia prima impressione sul libro, che lega, indissolubilmente religione, scienza e spiritualità in un corpus omogenico che deve la sua struttura a un libro lontano, raccolto nei deserti mistici di Nag Hammadi e racconta una lontana teoria molto ribelle, che verrà poi raccolta da un uomo per troppo tempo considerato un pazzo a cui Aurora fa uno strepitoso omaggio.

Buona lettura

********************

Fin dalla mia adolescenza ho avuto uno spiccato interesse per due apparentemente opposti argomenti, o campi di studio uno squisitamente esoterico, o per meglio dire gnostico, e uno prettamente scientifico, in particolare riguardo alle innovative scoperte di stampo einsteiniano che molto spesso si avvicinavano alla metafisica. L’esistente di universi paralleli, la teoria delle stringhe ben si sposavano con i bellissimi racconti narranti di un universo fondato su multilivello o come li chiamavano loro eoni, ognuno dotato di caratteristiche e regole specifiche. E questo strato su strato di realtà e percezioni allontanavano il mondo materiale dal piano di esistenza primigenio quello fondato di sola energia o luce, cosi come i cantori d’amore (e i catari) amavano descriverlo. Pertanto, il mio libro preferito da sempre è la pistis sophia, complesso, dispersivo e di difficile comprensione. Lo leggo ormai da anni (venti per l’esattezza se non di più) e sono molto lontana dal capirne tutte le sfumature. Quello che mi è sempre più chiaro, invece, è che questo testo, caposaldo della filosofia gnostica, è il substrato di molti testi specie quelli che vantano la derivazione fantascientifica. Oblivion fa parte di questo mondo. Influenzato da Asimov, Da Bradbury e da film quali la fuga id Logan, si muove in un piano di esistenza doppia, dicotomica anche se in realtà a una più attenta analisi è unitaria. La diversità è rappresentata dal codice con cui lo sui vuol leggere se in chiave metafisica o fisica, ma l’argomento è lo stesso: un testo di rivendicazione della realtà vera, non oscurata da veli come percezioni instillate da cultura e abitudini e la consapevolezza, da sempre presente nell’uomo di vivere, quasi in una sorta di gabbia. Bradbury, e Orwell lo hanno ben esplicato, questo senso di claustrofobia, denunciando la ossessiva presenza di un grande fratello o di un tabù entrambi nati con lo scopo di sottomettere e manipolare l’uomo e il suo pensiero, e di conseguenza tutta la realtà che, dal pensiero, scaturisce. Togliere libertà di azione equivale a limitare la capacità di pensiero, e così via, essendo pensiero e esistere indissolubilmente legati non a caso Cartesio parlava di:

cogito ergo sum

Ma potremmo anche ribaltare il significato come:

sum ergo cogito.

Oblivion è un romanzo sia di liberazione che di stimolo alla consapevolezza totalmente simile alla Pistis Sophia. Andiamo a analizzare perché.

Lo gnosticismo fu una filosofia particolare e particolareggiata in cui il fulcro centrale era la credenza nell’esistenza di due divinità una dominante del regno materiale capace di manipolarci attraverso le sue emanazioni (arconti) servi esclusivi addetti al controllo dei confini in cui si rinchiudono particelle di anima o di luce, fuggiti dalla amorevoli mani di una divinità del mondo spirituale (penumatici) e finiti nel mondo inferiore attraverso una lunga caduta tra le emanazioni dell’arconte (peccati) rei di aver appesantito il loro carico energetico. In parole povere l’uomo, parte del mondo superiore (Dio) discende per un caso o per una mancanza o per la brama di potere, attraverso vari livelli energetici, appesantendosi man a mano fino a rendersi proprietari di un corpo fisico, dotato, quindi di energia pesante.

Questa discesa, considerata sia redenzione che prigionia è sotto il dominio del dio della forma, che gli gnostici chiamavo Jahvè (non a caso il senso ebraico di Jahvè è colui che è e per essere non devo trasformarmi in altro ma restare statico). La divinità originaria, padre delle scintille di energia pure (senza forma) si trova così a lottare per riportare in alto le particelle fuggiasche che soffrono e tentano la riconquista del paradiso perduto attraverso una vita terrena che è non solo Sacrificio” ma anche e soprattutto illusione; non è altro che una pallida parvenza della realtà superiore. Si può dire che il mondo arcontico sia chiuso, sia sono o peggio proiezione olografica di una realtà sfuggente e incomprensibile al pesante livello di energia del mondo basso. non a caso noi non possiamo che percepire una sorta di pallida essenza della realtà energetica superiore proprio perché appesantiti dal corpo e da sensi limitati. E non a caso l’idea di teletrasporto può essere teoricamente possibile solo in presenza di piccole (pure) particelle di energia. Gli agglomerati biologici, infatti, sono troppo pesanti.

E veniamo al libro e alla pistis sophia. Questo libro gnostico non fa altro che raccontare ( ve lo spiego in breva ma vi invito a leggerlo lasciando che la perfetta musicalità del testo vi avvolga la mente) come sia possibile arrivare alla conoscenza (gnosi) e di conseguenza alla liberazione dalla pastoie della materialità attraverso il racconto della redenzione di una caduta, quella della Sophia (sapienza). Rea di aver peccato, scambiando una pallida imitazione della luce del piano superiore (sophia abitava nel tredicesimo eone o nel tredicesimo piano della materia) scende bramosa e affamata, invece, in un paino sempre più materiale, fino ad essere circondata dagli arconti (servi dell’arrogante ossia colui che si adorna del titolo di Dio) e letteralmente divorata, resa prigioniera e resa schiava. Alla Sophia viene tolta costantemente quel filo di unità con la fonte o se vogliamo chiamarlo il nesso, costringendola a credere che il mondo inferiore sia l’unica realtà esistente. E cosa centra con Oblivion?

Beh Oblivion racconta la stessa identica cosa. Due personaggi Nara e Eridan affrontano, ognuno a suo modo, la ricerca della verità rendendosi sempre più consapevoli di una verità liberatoria ma distruttiva ( del loro imprinting sociale ) che il loro mondo è:

Un mondo chiuso, con confini reali e un qualcosa di sconosciuto che sta al di fuori.

E noi siamo in preda di un rigido controllo, in preda di :

una percezione della vita che in realtà non è quella…

La pistis sohpia poi ci parla di una cosmologia molto intrigante: al vertice esiste Dio non un dio ma il Dio per eccellenza dalla cui luce (energia) deriva ogni cosa. questo è immerso e partecipa di spazio purtuttavia distinti:

  • il I spazio o spazio dell’ineffabile;

  • il II spazio o primo spazio del Primo Mistero;

  • il III spazio o secondo spazio del Primo Mistero.

E Aurora stella di cosa ci parla nel libro?

Di tre mondi:

al difuori

al ditsotto

e al diqua.

Caso strano i primi due sono realtà fittizie, quasi vivai artificiali atti a preservare le razze o peggio l’umanità, da qualche disastro naturale o diabolico, una sorta di contenitore (chiamato arca biologica) chiuso e sigillato, dove la vita prospera senza però possibilità di scelta.

Quello che i mondi senza luce (gnosi) preservano è solo la varietà biologica e la biodiversità ma, sono deplorevolmente ignoranti davanti a altri livelli mentali, come empatia, amore, compassione e condivisione. non a caso l’orribile mondo al distotto è considerato regno di demoni, che trattano e prendono ai loro schiavi adrenalina, potere e tutto ciò che li rende quasi convinti di essere vivi. Dall’altra parte il mondo al disopra è profondamente robotico, cosi chiuso in convenzioni rigide dalle quali esclusa la poetica, la creatività e la vera bellezza. Tutti assolcano le regole di chi ha abilmente preso il potere, lavorando e considerando legami, eventi che in un mondo permeato di anima sono carichi di emozionalità come semplici mezzi di sussistenza. in questi due mondi, è infatti deturpata la procreazione: nel primo caso non è contemplata nel secondo è regolata dalla finalità cosciente (ampliare la stirpe).

Cosa significa?

Procreare non è soltanto un atto biologico.

Ma da sempre è considerato un potere legato alla creatività, al caos rigeneratore, al cambiamento.

È un mistero è la capacità di richiamare anime dall’alto dei cieli, di rendersi simili al Dio. non a caso per gli gnostici era l’atto più egoistico e collegato al potere dell’arconte, ossia intrappolare altre anime in un corpo materiale e condannarle alla ricerca della salvezza.

D’altro lato, chi è privato di questa capacità è privato anche dell’immaginazione.

Ecco che la procreazione non è, dunque solo un fatto biologico ma simbolico: tutte e due i mondi privati della vera luce e della vera consapevolezza sono fermi, non sono graziati dalla capacità umana di pensiero e dunque di creazione.

La capacità della tribù di Eridan di cantare ( dal sanscrito kanati o kvanati con il significato di raccontare quindi creare storie o celebrare fino a sfiorare il significato di inno e preghiera) ossia di creare incantesimi (incantare, composto da in- intensivo e cantare recitare formule magiche – da canere cantare; stessa radice del fortunatissimo sinonimo francese “charme”, derivato da carmen canto, poesia, profezia.) non è usata per scopi più sacri ma oserei dire prosaici, quelli che mirano alla finalità di garantire riparo, acqua e cibo.

Ecco la finalità cosciente distorsione di ogni elemento sacro dell’uomo.

Come si raggiunge il mondo oltre i confini?

Con la scoperta della verità, con la ribellione e la lotta. Non esisterà mai un uomo che possa essere benedetto e dunque, unto o salvato che non osi arrogarsi il diritto di dire no, di lottare con divinità ritenute intoccabili o pericolose, con idee e concetti ritenuti inviolati o con percezioni considerate le verità assolute.

La conquista della consapevolezza passa e passerà sempre attraverso la lotta, ed è la lotta che ci rende, davvero, evoluti.

Leggere Oblivion è leggere il percorso simbolico gnostico di un’anima che passa da un mondo prigione dotato di confini che nessuno valica in virtù di un tabù falso (nel nostro sono gli assunti culturali e religiosi che sono il nostro nutrimento fin da piccoli) e la capacità di rendersi conto che, il mondo che vogliamo vedere, è soltanto un ologramma.

quando cercavo la luce, mi diedero le tenebre

quando cercavo la forza

mi dieder

o la materia”

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A cura di Alessandra Micheli 

Blog Tour “Waterloo. I cento giorni leggendari” di Matteo Bruno. Prima tappa “Ambientazione storica del romanzo”.

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Al passaggio del feretro i soldati gli mostrarono le armi rovesciate. La guarnigione suonava la marcia funebre. La pompa era ben poco per chi aveva cambiato il mondo, ma era il massimo sfarzo immaginabile per quell’isola remota. La cassa fu tolta dal carro funebre e venne portata a braccia lungo il sentiero che conduceva alla tomba. La portavano a spalla i granatieri, i soldati e marinai della Royal Navy e i lembi della coltre funebre erano retti dai pallidissimi devoti che avevano assistito l’imperatore per sei anni. Era la scelta di Napoleone, nel caso il destino lo avesse fatto morire su quello scoglio.

(Guido Gerosa, Napoleone)

 

Una personalità forte, magnetica e contradditoria, fonte d’ispirazione per personaggi storici come Mussolini, Hitler, Stalin, Peròn e Fidel Castro. È Napoleone, il primo dei grandi dittatori moderni. A lui dobbiamo l’attuale concetto di proprietà privata, di libertà individuale e di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, principi che diffuse nel suo Codice civile. Egli abolì la legge del “maggiorascato” la quale dava diritto solo al primo figlio maschio di ereditare il patrimonio familiare. Uniformò le unità di misura e introdusse il tricolore italiano nel 1797 come simbolo di un mondo più aperto e moderno. J. Tulard, uno dei più grandi studiosi di Napoleone, scrisse: “E’ il primo generale, forse dopo Cesare, ad avere capito l’importanza della propaganda.” Inventò la guerra moderna e costrinse ad innovarsi in tal senso anche gli avversari che si trovava di fronte, come gli spagnoli che idearono la guerriglia, tecnica usata anche nel Novecento, per contrastarlo. Nell’arte della guerra Napoleone fu un grande inventore. Prima di lui, le armi usate per vincere erano le colonne di soldati a piedi che caricavano, egli, invece, enfatizzò l’uso dell’artiglieria a cui diede un’enorme importanza. Scrisse de Sègur, ufficiale della Grande Armata alle guerre napoleoniche:

 

La sua mano felice sapeva come far attaccare la gente a sé e come plasmare gli uomini ai suoi voleri. Poteva sfoggiare tale charme come non ho mai visto da alcun uomo. Non si aveva difesa contro di lui. Dotato d’immenso magnetismo poteva concentrare l’intensità del suo genio nel più piccolo come nel più grande dei suoi disegni. La sua gentilezza era toccante e misteriosa. Quella voce così carezzante, così piena di gaiezza, echeggiava attraverso l’Europa, dichiarava la guerra, dava ordini in battaglia, arrangiava i destini degli imperi e faceva o spezzava le fortune degli uomini. Nessuno poteva resistere a tanta seduzione.

 

Eppure, verso i suoi soldati fu spietato, tanto da ordinare l’avvelenamento di quelli ammalati a Giaffa affinché non lo intralciassero nella sua ritirata. In Russia lasciò morire centinaia di migliaia di uomini. Ordinò saccheggi atroci come quello di Lubecca e, se lo riteneva necessario, non aveva scrupoli ad abbandonare l’armata al suo destino. Tallerand, il suo “traditore” così ne scrisse:

Quell’uomo era dotato di eccezionale forza intellettuale ma non ha compreso cosa fosse la vera gloria.

 

Come a dire che nella bramosia di conquistare nuovi territori, non si preoccupava dell’infelicità che procurava ai popoli che lo attendevano come il liberatore, considerando i principi della Rivoluzione francese a cui Napoleone diceva di basarsi. Waterloo non è stata solo la sua fine, ma quella del sogno di tutti i francesi dell’epoca. Bisognerà attendere De Gaulle per far rifiorire in loro il senso di grandezza.

Nel corso dei secoli sono state diverse le interpretazioni sulla psicologia, le tattiche militari, le ideologie spirituali e politiche di Napoleone. Ma molte domande rimangono senza risposta. L’unica certezza è che il periodo napoleonico, con le sue innovazioni in materia giuridica e sociale, ha mutato profondamente e in modo indelebile il mondo.

Molto lontano, nel cuore dell’Europa, un grande poeta, Alessandro Manzoni, legge con forte emozione, soltanto la mattina del 17 luglio 1821, nella “Gazzetta di Milano”, la notizia della morte di Napoleone. Si siede alla scrivania in preda all’ispirazione poetica, a un delirio di creazione e, mentre la moglie lo assiste suonando al piano marce militari, compone in due giorni e due notti “Il Cinque Maggio”. È l’inno e l’epopea di quella morte immensa. La musica accende Manzoni; ma all’ “eroe” aveva dedicato una sinfonia lo stesso Beethoven, che si era affrettato a ritrattare la dedica quando aveva avuto la prova delle vere intenzioni del titano.

(Guido Gerosa, Napoleone)

 

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A cura di Monica Maratta

“La vita e il suo valore” blog tour di Enrico Galiano scritta dalla bravissima Elisabetta Pergola che ci onora della sua presenza sul nostro blog

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La vita e il suo valore.

L’ultimo romanzo di Enrico Galiano ci mette davanti le variegate difficoltà che un essere umano può affrontare nella propria vita. Alcune peggiori di altre, apparentemente insuperabili, che pesano come un macigno, ma accomunate tutte dalla stessa cosa: sono quelle che più di tutte ci fanno apprezzare il valore della vita.

Il primo che viene in mente, anche solo leggendo la trama del libro, è sicuramente il Big Bang di Michele. Cos’è un Big Bang secondo Michele? Si tratta di qualcosa, un evento, causato da un fattore esterno, che ha cambiato completamente il corso della vita di una persona, sconvolgendola completamente.

Alcuni non apprezzano il valore della vita finché non si trovano davanti ad uno di questi eventi, altri invece imparano solo una nuova prospettiva di vedere la vita. Ed è qua che, personalmente, ho scorto una contrapposizione tra Michele e Nina.

Michele, come vi accennavo, ha avuto il suo Big Bang a 13 anni, quando un terribile incidente ha spezzato i suoi sogni di adolescente, privandolo della vista. Sicuramente, dopo il trauma iniziale, Michele ha iniziato a vedere la vita diversamente. Da quello che ci racconta, essere non vedente è sicuramente difficile e complicato, gli ostacoli sono tanti, sia materiali che emotivi, ma, se si cerca di vedere il lato positivo, che è quello che fa Michele, che affronta la vita con il sorriso, porta anche a diventare più sensibili, ad imparare ad apprezzare di più gli odori, le voci delle persone, a guardare dentro gli altri. E sicuramente fa sì che si consideri la vita da una prospettiva differente: per quanto non veda, per quanto debba fare il doppio delle fatiche, Michele apprezza la vita. Lui è vivo, e probabilmente sente il valore della vita molto più di altri che, svogliatamente, trascorrono le loro giornate una dietro l’altra secondo uno schema costante, abitudinario, che non fa mai apprezzare loro l’importanza di essere vivi, di esserci, qui ed ora.

L’altra protagonista del romanzo, Nina, ha invece un rapporto sicuramente più complicato con la vita. Anche lei ha avuto un Big Bang, anzi due. Il primo, di cui vi posso parlare perché è riportato nella trama, è la morte del padre. Sicuramente un evento del genere, oltre ad un fortissimo dolore che non si può descrivere, porta a riflettere sul senso della vita: quando una persona cara se ne va, specialmente se è il centro del tuo mondo come il padre era per Nina, ci si trova a riflettere su quanto, talvolta, la vita possa essere ingiusta. Ci si chiede perché il destino è stato tanto crudele da portare via una persona buona, con tanti anni ancora davanti a sé e con tante cose da vivere, assaporare, e insegnare alla sua unica figlia. Il Big Bang di Nina è il momento in cui lei si perde: in cui non dà valore alla vita, in cui cerca di buttarsi via in tutti i modi, in cui, fondamentalmente, smarrisce la strada.

E poi ci sarà un secondo Big Bang, di cui non posso parlare perché vi rovinerei il gusto della lettura, che avrà l’effetto contrario: quello di far apprezzare a Nina la bellezza delle piccole cose, che le farà finalmente capire il suo posto nel mondo.

Ed è anche il momento in cui i due personaggi, per uno strano piano del destino, si incontrano e scoprono un sentimento che spesso dà ancora più valore alla vita. Perché, come insegna Enrico Galiano, apprezzare la vita da soli è bella, ma se trovi la persona giusta può essere un viaggio straordinario.

Il tema del diverso modo di affrontare la vita dalle persone è trattato da Galiano attraverso l’analisi del posto che si sceglie sul treno.

Un passo che mi è piaciuto particolarmente e che voglio condividere con voi:

Secondo me le persone non si siedono a caso sul treno. C’è chi cerca di sedersi sempre verso la destinazione e chi verso il punto di partenza. Chi guarda scorrere il paesaggio in avanti, chi indietro. Il primo è qualcuno che vuole andare dritto verso la sua meta, qualcuno che ha grandi sogni e progetti, qualcuno che non ha un passato in mezzo ai piedi che ancora lo trattiene, qualcuno che ha fretta di crescere e diventare grande; il secondo è qualcuno che ha qualcosa, là dietro, che ancora non si è messo a posto, qualcuno che vuole sempre capire tutto per bene e non si lascia mai scivolare addosso le cose, qualcuno che ha ricordi disseminati dietro di sé con qui ama crogiolarsi e tenersi compagnia. Vabbè, poi c’è chi si siede da una parte o dall’altra perché non c’è posto, o perché così non gli viene mal di treno, ma questo è un altro paio di maniche. Lei, questo era quello che mi sembrava di sentire, era qualcuno che là, in quel passato, aveva qualcosa di brutto, qualcosa che non ne voleva sapere di diventare passato e che si ostinava a rimanere presente.

Blog tour “Bellissima regina” di Miranda Miranda edito da Scrittura &Scritture. “La Napoli del 500”.

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INTRODUZIONE.

IL 500 SECOLO DI OMBRE E LUCI. A CURA DI MONICA MARATTA.

Un complesso e affascinante periodo storico in cui la profonda riflessione sulla concezione dell’uomo, della natura e della civiltà la fa da padrone. Il Rinascimento o se volete la renascentia, come lo definivano gli umanisti del Quattrocento, fu espresso come concetto di rinascita per la prima volta e in maniera più incisiva da Giorgio Vasari che lo indicò come un ciclo che iniziava con Giotto e, passando per Masaccio, Donatello e Brunelleschi, culminava con colui che ebbe l’ardire di superare gli antichi, ovvero Michelangelo.

Il concetto di Rinascimento, tuttavia, fu interpretato in maniera diversa e innovativa nel secolo scorso rispetto all’Ottocento. Nel XIX secolo lo storico svizzero J. Burckhardt diffuse il concetto di “cultura del Rinascimento” per descrivere l’epoca luminosa dopo il lungo periodo di decadimento che era stato il Medioevo. Secondo lo storico, l’uomo medievale perdeva valore al di fuori della collettività o di un ordine, mentre l’uomo rinascimentale era libero e individualista anche nei confronti della politica oltre che della vita in generale. Il singolo individuo era autodeterminato, coltivava le proprie doti e dominava la natura sino a modificarla. Un uomo sfrenato, orgoglioso, irreligioso e amorale che può e fa tutto perché è universale. Il Burckhardt affermava anche che il Rinascimento non sarebbe stato lo stesso senza “lo spirito italiano”:

L’Italia è la prima a squarciar questo velo [intessuto di fede, d’ignoranza infantile, di vane illusioni] e a trattare lo Stato e, in genere tutte le cose terrene, da un punto di vista oggettivo; ma al tempo stesso si risveglia potente nell’italiano il sentimento del soggettivo: l’uomo si trasforma nell’individuo spirituale, e come tale si afferma.

Seppur l’opera di Burckhardt ebbe il merito innegabile di mostrare il concetto di Rinascimento con intensità e suggestione, tuttavia, il tentativo di voler imporre un inizio e una fine cronologica di tale periodo fu giudicato un limite della stessa. È all’inizio del Novecento che si scatena una forte reazione alle sue idee e, con Burdach si comincia a sostenere una continuità tra Medioevo e Rinascimento e che, se proprio si vuole parlare di rinascita, bisogna risalire addirittura all’anno Mille perché i temi luterani erano già contenuti nelle eresie medievali.

Il Medioevo e il Rinascimento, inoltre, hanno una fonte comune: il mondo classico.

Nonostante i vari dibattiti tra gli studiosi è innegabile che il Rinascimento gettò le fondamenta del mondo moderno e pertanto non può limitarsi alla questione storiografica o letteraria. Per la prima volta l’uomo affina il pensiero, ammette e affronta i suoi difetti e le paure, viaggia e scopre i nuovi mondi. D’altro canto, scopre la cupidigia, la sete di potere, invoca i demoni e l’anticristo e si arrischia a superare i limiti della sua stessa natura. Dall’uomo italiano nasce il nuovo uomo europeo al centro di tutto. Viene sconfitta la visione geocentrica e si comincia a colonizzare il mondo, imponendo la propria religione, la lingua e i costumi.

Eppure non solo luci, ma anche tante ombre resero questo periodo interessante per ogni studioso.

Se le arti, la cultura classica, la concezione dell’uomo come essere composito e ricco di potenzialità, ebbe largo consenso tra gli intellettuali, non fu lo stesso a livello societario.

La rinascita non toccò, né riguardò di fatto i ruoli sociali e i vertici del potere che rimasero, totalmente stratificati. I regnanti continuarono a comandare seppur con un cipiglio apparentemente meno arrogante, mentre il suddito continuava la sua perfetta interpretazione del ruolo del dominato.

Dietro alle alte concezioni filosofiche, si annidò anche una recrudescenza della persecuzione religiosa; si pensi che fu proprio con gli inizi del 500 che, per ironia della sorte, ci fu l’esplosione della caccia alle streghe.

Da una parte ci fu la riscoperta del sapere ermetico, della tradizione pitagorica e dell’alta magia. Il sapere magico diventava iniziatici e elitario ed il mago assumeva i connotati di colui che conosceva, scioglieva e univa le energie pulsanti del cosmo dominandole con la forza del suo intelletto. Dall’altra le pratiche stregonesche assumevano l’aspetto volgare spicciolo di una magia incentrata sui bassi appetiti. Al tempo stesso l’accento posto sulla perfettibilità umana ebbe una sorta di battuta d’arresto quando si trattava di mettere in pratica le nobili intenzioni dei colti trattati.

Se infatti, Rinascimento fu ricco di donne illustri e proprio in questo periodo fiorirono numerosi salotti letterari patrocinati dalle nobildonne, tuttavia le stesse erano assoggettate agli interessi della famiglia d’origine e date in sposa per creare alleanze con il dovere di procreare quando non le attendeva un’infelice vita monastica per non disperdere il patrimonio.

Il Rinascimento fu dunque un periodo ambivalente e contraddittorio, e forse per questo profondamente affascinante.

NAPOLI DEL 500. AFFRESCO DI UNA CITTA’ INCANTATA. A CURA DI ALESSANDRA MICHELI

Napule è mille culure

Napule è mille paure

Napule è a voce de’ criature 

Che saglie chianu

E tu sai ca’ nun si sulo

Napule è nu sole amaro

Napule è addore è mare

Napule è na’ carta sporca 

E nisciuno se ne importa

E ognuno aspetta a’ sciorta

Ho accettato di partecipare a questo meraviglioso blog tour per due motivi.

Il primo che Scrittura & Scritture è una garanzia di qualità.

Il secondo motivo è più personale e riguarda un inconfessato amore alla città più bella del mondo. E non è una frase fatta o venata di piaggeria. Napoli è un piccolo incanto brutalmente dimenticato, insozzato da tanti, troppi TG, troppe voci e pochi libri che la esaltano davvero.

Napoli non è mille colori, Napoli è solo noir.

Napoli non è mille culture, Napoli è solo una quella dell’omertà.

Napoli è un solo odore quello della munnezza.

Eppure, la storia è troppo lunga per essere ridotta a un solo elemento, a una sola sfumatura. E dopo il perfetto articolo della mia storica collega, colto e esaustivo, proverò a descrivervi una Napoli diversa, culla di un 500 che celebrava la rinascita, tramite gli estratti del libro di Miranda.

Dietro alla storia d’amore travagliata, ostacolata, vittima del lato oscuro del nostro Rinascimento, esiste però una voce diversa, che risuona di bellezza negli storici vicoli.

E cosi Miranda sceglie consapevolmente di raccontare Napoli con queste parole:

la luce obliqua dell’alba cominciò a penetrare nella stanza era appena un barlume che dal cielo verdognolo cadeva di nuovo sul mondo, Su Napoli, sui lastroni di lava delle sue strade e della via che dal suo palazzo portava a piazza di San Domenico Maggiore. N’era investito anche il tufo della sua chiesa turrita, che sembrava intagliare un pane dolce di spagna o nella sabbia sottile di Mergellina…

Ogni storico, ogni appassionato, me compresa anche se non degna di forgiarmi dell’appellativo storica, ama e deve portare all’attenzione a volte acerba a volte sapiente, una sfumatura precisa della sua epoca del cuore. È in quel preciso istante, congelato in una frase, in una parola o in una descrizione che si cela non solo l’ethos del tempo, la filosofia portante che accompagna il corso dei secoli, ma anche l’identità stessa del narratore.

E in questo suo racconto non solo si omaggia un sentimento dantesco privo di coordinate temporali, ma un periodo spettacolare, da cui, forse Napoli moderna o post-moderna dovrebbe ripartire e dipingersi un diverso futuro. Ecco che è il contesto che fa da sfondo alla struggente storia d’amore che diventa di somma importanza, che fa anche da contraltare alla crudezza, ben esplicata di Monica, della condizione femminile denigrata, cosi stonante in un’epoca di rinascita. La Napoli del primo periodo vicereale, una città ricca di stimoli diversi, orientale e barocca:

ma una sorpresa lieta l’attendeva una di quelle visite che riescono a portare un raggio di gaiezza anche nella vita della più triste tra le donne le aspettava Abu Soliman mercante arabo che periodicamente andava a portarle le sue merci sfavillanti

Ecco che Napoli del 500 si tinge non solo di acerrimo guerreggiare con il nemico di sempre, il turco invasore. Ma diviene mete di incontro, terra globalizzata capace di accogliere e riunire le anime di occidente e oriente, facendo del Mediterraneo la vera culla della civiltà europea con i suoi stimoli e le sue arti:

in pochi minuti la sala fu piena di robe fini. Acque profumate al cedro e all’arancia, all’ambra grigia, alla rosa muschiata, al bergamotto, preziosi olii al gelsomino, al garofano deliziarono il naso delle donne: le fialette in un involucro di argilla e chiuse da un sughero minuscolo erano allineate in cassette di legno a mezze dozzine. Grandi anelli di oro sabbiato riempiti da verdi turchesi, giade evanescenti, lapislazzuli e pietre di vario colore erano adagiati accanto a stravaganti monili, bracciali di legno, collane di frutti essiccati cresciuti sulle rive del Nilo.

capitale del Mediterraneo e metropoli di frontiera del levante.

Dal suo palazzo di San Domenico Maggiore la carrozza aveva preso per la via dello spirito santo arrivando al largo del Gesù, per trottare poi sulla lunga strada reale fino al borgo di Chiaia, lo stretto sentiero che costeggiava la spiaggia. Li le alte torri di avvistamento fatte costruire qualche decennio prima a difesa contro le incursioni di turchi e corsari avevano preso, nel crepuscolo calante, un aspetto malinconico. Poste a distanza regolari, asilo ordinario di gabbiani che adesso stridevano, volteggiando introno alle loro merlature, sembravano voler minacciare anch’esse, piuttosto che proteggere, la riva sempre più oscura.

Quasi un monito per il presente, che iniziava a intessere il futuro, minaccia costante di cadere preda delle sue contraddizioni, che in quel secolo di luce, sembravano superabili e innocue.

Povera e dignitosa:

Bernardo Chiorta, strano miscuglio di mago, musico e mendicante, viveva come al solito la sua giornata ai margini di piazza San Domenico Maggiore. Seduto su una cassetta capovolta, cantava. Non chiedeva nient, ma nel berretto che era ai piedi, spesso le ragazze facevano cadere piccole monete. Alle serve dei palazzi vicini leggeva la sorte sul palmo della mano e vendeva pomate di sua invenzione quando, come primo vaticinio, trovava che esse avevano mani sciupate e indegne di attenzione.

e al tempo stesso elegante e pia

Napoli, in quello scorcio di secolo, viveva una frenetica attività edilizia propiziata dai viceré allo scopo di conciliarsi la benevolenza e la lealtà dei suoi sudditi aristocratici. Ed erano soprattutto le chiese monumentali, dove essi amavamo andare, a essere restaurate in tempi brevissimi.

Signora indomita e senza tempo, sinuosa e orgogliosa.

Napoli che ti cambia dentro:

vedova da molti anni, donna Alma Torres rappresentava nell’ibrido panorama dell’umanità aristocratica partenopea, un tipico esempio: venuta giovanissima da Madrid per sposare il conte di Conza, aveva vissuto a lungo a Napoli tanto da esserne stata, un poco alla volta trasformata. La disinvoltura discreta, frutto di un buon carattere, si era piano piano, tramutata in grande scioltezza di modi, che ai più poteva sembrare stravaganza; il buonsenso giovanile col tempo, era diventato una filosofia libera e spesso cinica; lo sguardo cordiale e curioso con cui guardava il mondo, una ricognizione spietata di fatti e persone. Insomma a Napoli il suo animo aveva messo altre radici…

La Napoli del 500 brilla più in questo meraviglioso testo, che in tutti i saggi colti che ho letto finora.

E spero che questa piccola fiaccola, accesa con maestria da Miranda, continui a brillare nei nostri cuori.

Perché Napoli è stata, sarà sempre, donna dai mille volti, e dai mille colori.

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A cura di Alessandra Micheli e Monica Maratta..

Per il club di Aurora il nostro blog presenta l’articolo: “Il mito del golem golem in Aurora Stella”.

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Nel 1926 venne dato in pasto al pubblico un horror che aveva l’intenzione di romanzare uno dei misteri più inquietanti della mistica ebraica: il Golem. Gustav Meyrink, un grande autore troppo spesso ignorato, creò un libro pregevole, uno di quelli indimenticabili e unici mai più sorpassato da altri, seppur ottimi romanzi.

E la leggenda piacque tanto che altri se ne sono serviti per raccontare, a modo proprio, il mistero della creazione, mistero che ha affascinato da sempre autori e eretici.

Cosa rende un uomo tale?

La coscienza?

L’ Anima?

La capacità di scegliere?

La vita ricreata oggi in laboratorio ma persino la robotica ha questa ansia di superare, contrapporsi e imitare il demiurgo, colui che ha plasmato noi e le nostre realtà.

Da doctor Jekill a mr Franskstein, per approdare ai moderni androidi in Blade Runner, ogni scrittore ha voluto divenire il creatore non soltanto di mondi, ma di esseri viventi.

E poteva restare immune a questa suggestione un’autrice bizzarra curiosa e creativa, come Aurora Stella?

Ovviamente no.

Ed ecco che la sua mente fertile e a volte contorta da alla luce: Emeth.

In questo testo ha voluto raccontarci la sua visione del golem che prende spunto da Meyrink e al tempo stesso lo sorpassa, personalizzando il mito con elementi derivanti dalla sua passione per la fantascienza e da una certa “rabbia” contro il sistema societario.

Tutti questo senza, tuttavia, tradire l’origine della leggenda, che leggenda forse non è, presente nel meraviglioso libro del Sefer Yetzirh, conosciuto anche come libro della formazione.

Piccola digressione.

Il libro delal formazione non è altro che un piccolo indispensabile testo utile per tutti coloro che vogliono apprendere e comprendere i segreti della lingua ebraica, considerata a tutti gli effetti sacra. Si tratta di:

un concentrato di formule e di corrispondenze il cui scopo, da quanto la tradizione cabalistica ci indica, è quello di svelare il parallelismo dei fenomeni nella natura fisica ed umana, e mostrare, inoltre, come le loro radici siano situate nei mondi della pura coscienza divina. Così facendo il Sefer Yetzirah esemplifica la complessità disorganizzata della realtà, riordinandola in un insieme armonico, semplice e simmetrico. L’intelaiatura principale di quest’insieme è costituita da 32 unità fondamentali chiamate i “Trentadue sentieri della sapienza”. Essi sono gli elementi essenziali che, per la Cabalà, costituiscono la realtà, sia nelle sue espressioni fisiche sia in quelle spirituali. Per comodità espositiva rimandiamo una maggiore esplicazione dei “32 Sentieri” al capitolo che abbiamo dedicato al numero “trentadue”.

Danilo Semprini Uno studio sui confini tra lingua sacra ed arbitrarietà

Per altre informazioni vi rimando a san Wikipedia.

Andiamo a osservare, dunque, le sue innovazioni tradizionali, cosi mi pregio di chiamarle.

Innanzitutto il golem di Aurora è molto ligio all’etimologia del termine Golem.

Infatti, questo deriva probabilmente dalla parola ebraica gelem ossia materia grezza o embrione ed è presente nel salmo 139,16 per indicare quella massa priva di una reale forma, quindi un potenziale che gli ebrei fanno corrispondere all’adamo (adam ossia umanità in ebraico. O più precisamente uomo terroso, o della terra rossa) prima dell’infusione del respiro divino (Anima).

Interessante a questo punto sottolineare che il termine golem in ebraico moderno significa anche Robot.

Abbiamo già parecchio materiale su cui lavorare ragazzi, quindi preparatevi al viaggio.

Abbiamo dunque apparentemente due significati diversi forse contrastanti uno embrione e uno ammasso di materia. Nel primo termine il significato preciso non è certamente quello che ha utilizzato Meyrink nel suo libro: l’embrione infatti significa:

1- Organismo nel primo stadio del suo sviluppo, generalmente compreso tra la formazione dello zigote e l’organogenesi.

2- In embriologia umana, il prodotto del concepimento fino alla fine del terzo mese di vita intrauterina.

E sopratutto in senso figurato:

Primo accenno di un pensiero che attende di esprimersi o di svolgersi compiutamente. In embrione, di quanto appare come lontana ma certa premessa.

Ora, creare un embrione significa porre tutte le ordinate e consequenziali situazioni atte per ottenere un futuro essere umano, o nel caso delle idee avere un qualcosa di potenziale che può essere espresso in un concetto organizzato coerente e scorrevole.

Embrione è in sostanza, l’essenza stessa della futura azione, della futura teoria e del futuro “bambino. Un embrione contiene in se tutte le informazioni adatte per svilupparsi e per rispondere in modo appropriato alle esigenze ambientali, strutturali e societarie.

Il senso opposto è massa informe. In questo caso regno del caos, del disordine, della forma non definita, appena abbozzata ma non conclusa. Non ha in se le stesse potenzialità dell’embrione ma deve essere necessariamente plasmata da mano altrui.

L’argilla per esempio.

O la creta.

Ecco che le due definizioni ci parlano di un altro mistero connesso al Golem: ossia il suo creatore.

Secondo la leggenda biblica due sono i volti di dio che concorrono a formare il futuro uomo: Elohim tradotto come le forza che va oltre (la sostanza) e Jahve colui che è (ossia il regno della forma). Questi due aspetti divini hanno finalità totalmente opposte: uno vuole qualcuno da amare a sua immagine e somiglianza, pertanto secondo la versione più eretica gli permette di mangiare i frutti delle conoscenza.

Eh si vi sconvolgerà ma per alcun il famigerato serpente era una divinità benevola.

L’altro, più oscuro e rigido, voleva solo bearsi della propria arte, creando modelli senza aver l’intenzione di elevarsi grazie al suo respiro divino. Ecco che Aurora ben individua il senso della Verità scritta sulla fronte del golem collegandola con l’intenzione:

Quindi, non avendo il golem reale coscienza o un libero arbitrio, non può commettere peccato, dunque non è soggetto alla morte» risponde sorridendo «Oh ma è terribile! Quindi un Golem che ha avuto un imprinting malvagio non può essere fermato?»

Secondo la tradizione i Golem creati dai sacerdoti che erano seguaci dello jahsveismo, potevano fabbricare un gigante di argilla ubbidiente usato come servo, impiegato per svolgere lavori pesanti e sopratutto, cosi come ci racconta il mito del golem di Praga, per difendere in modo acritico il popolo dai suoi persecutori.

Questo golem essendo un ammasso informe è del tutto privo, per intenzionalità, del respiro di Dio.

Diverso è il caso del golem come Embrione.

Ed è a quest’ultima, innovativa e sicuramente eretica visione, che Aurora si rivolge, sicuramente scandalizzando tutti gli studiosi della Cabala.

Il golem embrione è diverso dall’altro perché è potenzialità, perché nato dalle abili mani di qualche divinità che non teme la concorrenza.

Gli lascia ogni possibilità in attesa che l’essere sviluppi seguendo il libero arbitrio ogni sua attitudine compiendo delle scelte.

Emeth non nasce dalla terra con proposito di vendicarsi; ma nasce da una sofferenza che non lascia indifferente una Dea dimenticata, molto simile agli Elohim, una forza feconda che è stata dimenticata in favore di un demiurgo che Aurora chiama il divoratore.

Emeth diviene cosi non argilla ma puro respiro e dolore impastato con una terra diversa dall’argilla: la mota.

Sapete cos’è la mota vero?

E’ terra mischiata ad acquea. Ed è il termine toscano femminile per indicare il fango. E il fango è il simbolo primario per indicare una divinità chiamata Dea madre, fertile salvifica e compassionevole, molto distante da Jahvè e come ho già accennato più vicina a Elohim.

Non c’è argilla, solo mota.

Non terra plasmata a creare il Golem, ma fango e sangue e le radici dei miei alberi a modellarti come fossero esperte mani umane… Ed è con l’ultimo tuo respiro che sigliamo un mutuo accordo.

E’ la Dea a creare il suo golem, invitandolo a proteggerla e a difenderla da un ombra che della sua fertilità, della sua creatività simboleggiata dai bambini si nutre. Emeth la Verità difende la vera creazione inglobata da istinti bassi considerati leciti in un mondo che scorre ignaro e educato a ignorare gli invisibili. La violenza non è solo reale, ma è emotiva: un mondo che mangia le energie pure per creare una gabbia da cui le scintille divine restano invischiate.

In fondo Emeth è differente dagli altri Golem, paragonati agli ilici (terreni) schiavi dei loro pensieri considerati divinità e preda di istinti bassi come vendetta e violenza, e più vicina agli psichici, ossia capaci di dominare le passioni e capaci di scegliere.

Un libro gnostico dunque?

Forse.

Del resto denunciare questo mondo che perde se stesso non stonerebbe sulla bocca dei nostri amati catari, urlanti contro la perversa trasgressione del dio originario ridotto a assetato despota.

Ecco che Emeth invece, a differenza dei Golem la sua anima in embrione ce l’ha. Può svilupparla difendendo la Sohpia che tenta di redimersi, o accettare la tentazione del distruttore che si nutre di sangue e violenza.

Bellissimo e poetico è questo passo:

Sono qui, nel deserto, proprio di fronte a te, coperta dei miei migliori abiti; ho intrecciato fiori nei capelli, ho colorato le labbra, profumato la pelle, ma tu non mi vedi. Bramo le tue parole come un animale assetato anela all’acqua. Ecco ho aperto il mio cuore affinché tu deponga al suo interno le parole d’amore che un tempo mi declamavi. Io le custodirò di nuovo e per te verserò latte e miele.

Danzavamo insieme un tempo. Un passo che era soltanto il nostro. Scuotevi i tuoi biondi capelli e seminavi spighe. Tu seminavi, io custodivo. Dov’è il cielo azzurro dei tuoi occhi?

Nubi plumbee li avvolgono. Il grigio ha preso il posto del ceruleo, la tempesta regna dove il verde della vita faceva capolino.

Chi ha osato dividere l’indivisibile? Tu usurpatrice indegna?

Ricordi, mio sposo, il tempo in cui volteggiavamo nell’infinito?

Quando danzando plasmavamo la vita, quando la giustizia altro non era che misericordia.

Adesso canto sola la nostra canzone qui davanti a te e non mi scorgi. Io ti vedo mentre tu vedi solo ciò che vuoi vedere. Perso è il tuo sguardo divenuto cenere fredda di un fuoco che più non arde.

Chi ti ha strappato dalle mie braccia?

Questo è il canto della sposa perduta, della Dea privata del suo sposo che tenta di riportare la creazione ai suoi antichi splendori. 

e speriamo che questo lamento venga, finalmente, ascoltato. per il bene di noi tutti. 

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A cura di Alessandra Micheli.