Blog tour “Dimmi come si fa” di Silvia Gaiart, Golem edizioni. Silvia si svela a voi lettori. A cura di Alessandra Micheli

Trama

Devany è un genio della musica. Vive in simbiosi con il suo pianoforte ed è riuscita a realizzare tutti i suoi sogni. O almeno è questo quello che cerca di dirsi ogni giorno per convincere se stessa. Dentro di lei sente che c’è un vuoto da colmare. Un vuoto fatto di ricordi e momenti felici che si sono sfumati in un secondo.

Jamie cerca di convivere con i suoi sensi di colpa e con i ricordi di quella ragazza che un tempo era tutto il suo mondo. La rivede nella sua chitarra e nei testi che scrive, pensando solo ed esclusivamente a lei.

Un tempo si sono amati. La musica era tutta la loro vita, e vivevano di note potenti e tasti di pianoforte. Poi la vita ha deciso di dividere le loro strade, separandoli per ben cinque anni.

E se dopo tutto quel tempo i loro occhi si incrociassero di nuovo?

L’autrice:Silvia Gaiart è nata e vive in provincia di Belluno dal 12 agosto del 1989. Mamma di un cane e di un gatto, ama viaggiare, leggere e soprattutto scrivere. Il suo più grande sogno è fare la scrittrice: attraverso le parole vuole trasmettere le emozioni che sente e dare voce a chi non ne ha. Ha esordito come autrice self nel 2017 con La vita nei tuoi occhi, poi nel 2018 con Nonostante tutto.

Dimmi come si fa è il suo terzo romanzo.

Introduzione.

Non solo un libro è uno scrigno di sogni e emozioni.

Ma è anche la mappa verso cui arrivare al cuore della persona che impugna una penna o digita sui tasti.

E l’autore a dare vita e calore alla parola che, all’improvviso muta la sua forma e diventa carne viva.

Possiamo noi del blog esimerci nell’indagare l’animo di Silvia?

Ovviamente no.

Ecco a voi Silvia che si svela a voi lettori

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A.Ciao Silvia grazie per esserti resa disponibile e vittima della mia curiosità!

Partiamo con la prima domanda

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro e cosa speri resti nel lettore?

S. Ciao, be’ innanzitutto ho sempre creduto nelle seconde possibilità e nei legami indissolubili, così questa storia è nata proprio per regalare a chi la legge speranza e coraggio. La vita è imprevedibile, bellissima e ricca di possibilità.

A. Il romanzo rosa è amato e odiato. Ci sono molti pregiudizi sul genere, secondo te per quale motivo?

Secondo me questi pregiudizi sono legati all’uso spropositato di cliché. Ci sono tante storie uguali e banali, il mondo ha bisogno di storie nuove, originali che colpiscano il lettore e lascino un messaggio importante.

A. Nel tuo libro c’è musica: sia nel protagonista che in uno stile armonico. Come mai questa scelta?

La musica per me è fondamentale. Quando scrivo, quando immagino i miei personaggi, quando devo trovare la chiave di lettura a sentimenti che non riesco a comprendere.

La musica come il resto dell’arte in generale è il nutrimento dell’anima, è il collante che può riunire due cuori spezzati come quelli dei miei protagonisti.

A. Il tema del vuoto interiore non è affatto semplice da affrontare, cosi come quello del senso di colpa. Secondo te cosa serve per poter parlare di questi argomenti?

S.Empatia prima di tutto. È importante cercare di comprendere quello che succede ai protagonisti, le dinamiche, le scelte che vengono fatte quando si è comandati dal dolore e dalla perdita. È difficile immedesimarsi nel ruolo di qualcuno che ha sofferto, ma saper ascoltare e leggere oltre le righe, può dare una visione più ampia di tutta la storia.

E poi l’esperienza personale. Quando si vivono situazioni dolorose e di perdita raccontare diventa una necessità per poter estirpare i propri mostri. A me è successo proprio questo. Scrivere di Devany e Jamie e di tutte le difficoltà che hanno dovuto affrontare ha aiutato anche me.

A. Antonello Venditti cantava” certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Quanto è vera questa frase?

S. Verissima. Ci sono legami che sono destinati a esistere e basta. Persone legate da un filo rosso indissolubile. Quando incontri l’anima gemella nemmeno la distanza può separare.

A. Cosa significa per te scrivere?

S.Tutto. Ho sempre amato scrivere, fin da piccola, ma solo in questi ultimi anni è diventato di vitale importanza per me. Scrivere mi ha aiutato tanto: in primis a credere di più in me stessa e nelle mie capacità, poi mi ha fatto capire quale sia la mia strada in questa vita: dare voce a chi non può parlare o non riesce a farlo. Da quando ho incontrato nuovamente la scrittura per me tutto ha più senso. Persino il dolore.

A. Il talento oggi sembra messo in secondo piano rispetto alla capacità di vendersi, tu cosa ne pensi?

S.Purtroppo, mi sono accorta che a volte succede. C’è chi preferisce fare numeri e soldi piuttosto che puntare tutto sulle proprie capacità.

Io amo scrivere e voglio solo fare questo. Se vendo bene, ne sono felice, ma se non succede non ne faccio un dramma. Per me ciò che conta è trasmettere qualcosa

A. Ci sono dei generi che non hai ancora affrontato, ma ti piacerebbe sperimentare?

S. Il genere thriller. Ha fascino e credo ci voglia monta intuizione e preparazione per poterlo affrontare.

A. Cosa può ancora dare ancora il genere rosa in un mondo cosi immediato come quello di oggi?

S. La gente ha bisogno di sognare e di sperare. Necessita di storie vere nelle quali immedesimarsi, e il romanzo rosa è il mezzo migliore.

A. Leggere interessa ancora i giovani?

S. Purtroppo ne vedo pochi. Vorrei fossero di più. Leggere è un modo per scoprire mille altri mondi più veri e autentici di quelli che vengono proposti dai social.

A. Lasciaci un estratto del tuo libro.

“Eravamo in silenzio e ci limitavamo a fare l’unica cosa che ci riusciva bene. Ascoltare la musica del mondo e aprire la nostra anima. E fu inevitabile: mi calmai. Sentii la pace dentro di me. Sentii il fuoco dell’ispirazione.”

***

Dalla chiacchierata con la nostra Silvia mi rimane un senso di bellezza, di dolcezza e di infinito, quello che solo le anime belle possono donarti.

La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio perché non necessita di spiegazioni. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell’acqua scura di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna.
Oscar Wilde

Ringrazio la Golem edizioni per quest’opportunità.

Blog tour La figlia dimenticata di Armando Lucas Correa. “I personaggi del romanzo”. A cura di Alessandra Micheli

un libro non è fatto solo di ambiente, stile e intrecci.

Il libro racconta una storia e nel raccontarla si occupa di persone. Amori, sofferenza, sogni e ideali tutto si mischia dentro quello straordinario essere definito umano.

E cosi quando leggiamo vogliamo che il personaggio esca dal libro si sieda accanto a noi e ci racconti tutto ciò che si cela nel suo cuore. E quindi per comprendere la bellezza ma anche il significato del libro bisogna fare parlare le pagine, circuirle affinché esse rivelino i loro reconditi segreti.

Nella figlia dimenticata i personaggi che ruotano attorno alla complessa e purtroppo realistica vicenda sono molti.

Però io vado controcorrente e vi rivelo quelli che sono il vero fulcro dell’intera storia e che fungeranno da burattinai dei destini di ognuno.

Il primo personaggio sarà, inutile dirlo, la guerra e il suo substrato valoriale.

Valori distorti che intendevano individuare il nemico nel diverso che da cittadino diventerà ebreo. E cosi i destini vengono totalmente modificati. Gli amici si trasformeranno in demoni rei di indebolire l’assurdo sogno ariano di perfezione.

E’ su questo dramma sociale e psicologico che si muoverà Amanda una donna dalla sensibilità spiccata, amante dei libri e dei fiori, che dovrà compiere scelte terribili.

Viera la figlia maggiore l’ombra che stranamente diventerà l’unico legame possibile con il passato e con la propria identità messa a rischio. Julius il padre, medico dedito alla sua professione che pagherà la dedizione alla cittadinanza con la fine più tremenda. Lina, vittima degli eventi, colei che rischierà di perdere non tanto la vita quanto se stessa e la sua coscienza.

Sullo sfondo di un mondo da dimenticare, in cui ancora aleggia il nostro senso di colpa altri personaggi, apparentemente secondari di volta in volta daranno un sorso di speranza a questo interno sceso in terra.

Il primo atto di compassione sarà quello del soldato delle SS che combattendo contro la manipolazione mentale, alla programmazione effettuata dal partito, crederà per primo nel precetto ebraico proclamato da Gesù davanti ai discepoli: l’uomo viene prima del sabato.

Prima di ogni pregiudizio, prima di ogni ideali, prima di ogni assurda convinzione razziale. E sarà il combattimento contro se stesso il letiv motiv si tutto il testo.

Ogni personaggio compirà una vera e propria guerra contro la parte peggior del proprio io venuta fuori in quei tempi senza umanità.

Ci sarà Frau Meyer che pur non comprendendo la scelta di Amanda si comporterà come la sua anima suggerisce: sospendendo il giudizio e cercando di realizzare il disperato sogno di una madre.

Ci sarà la dolce Claire che se ne fregherà dei legami di sangue e aprirà il proprio cuore a un amore che è come un mare impetuoso capace di sfondare ogni diga.

Ci sarà Danielle che supererà la gelosia infantile per diventare una donna, soffocando il dolore e agendo per difendere la vita della sua sorella acquisita.

E ci sarà la bellissima maestosa figura di padre Marcel che il precetto cristiano ama il prossimo tuo lo tatua dentro di se, fino a far sgorgare dalle ferite il sangue per purificare ogni atto contro la vita.

Tutti uniti, tutti assieme per impedire al male non tanto di trionfare, Perché in fondo Hitler per un periodo trionferà, trionfa oggi che si rinnega l’olocausto.

Ma perché non abbia la vittoria che tanto agognò: far diventare l’uomo un essere senza anima, senza compassione, senza coscienza. Spersonalizzato e infarcito di folli proclami, con la sospensione totale del senso critico.

E allora eccovi l’altro protagonista, un libro, un semplice libro, chrysentenum carminatum, che non permetterà mai all’oblio dell’orrore di portare le sue tenebre sulla consapevolezza.

Che non permetterà mai alla luce fievole ma viva della speranza di spegnersi.

Blog tour La ragazza dei segreti di Kate Furnivall. In tour per la Francia degli anni 50.

I FAVOLOSI ANNI 50

Gli anni Cinquanta sono l’idealizzazione di un’epoca in cui, i rapporti tra l’uomo e la donna erano più semplici.

(NCIS Unità Anticrimine

I favolosi anni cinquanta! Cosa ne sapete voi ragazzi di oggi delle suggestioni che hanno procurato in noi film, musica e pin up?

Grease ci dava l’uomo perfetto e una scuola fatta di sospiri e di corse con le auto.

La musica faceva girare la testa e commuoverci al ritmo del rock.

Happy Days raccontava di un età piena di speranze, piena di sogni, in cui la semplicità sembrava illuminare le case dei benestanti. E cosi tra feste, balli, primi baci e intriganti ciuffi adornati di giubbotti di pelle, noi sognavamo su questi edulcorate immagini di anni che sembrano oramai cenere sulla mente troppo presa dall’immediatezza della modernità. Nessun tremore peri l primo bacio, nessuna gamba alzata, nessun cardigan a farci scordare i brividi dall’emozione.

Eppure…

Anche gli anni 50 soffrono della nostra stessa malattia, l’incapacità congenita di osservare soltanto il lato bello dell’esistenza avvolgendo di un sacro terrore quello oscuro. Che una volta ignorato si ingigantisce, cresce e rischia di abbracciare ogni anno e secolo futuro.

I favolosi anni cinquanta furono definiti cosi per una serie di svariati motivi uno dei quali lampante e evidente. Dopo l’orrore che la seconda guerra mondiale portò con se, la ventata di freschezza della ritrovata libertà fu una sorta di sorso di infinito. Le paure e le violenze indicibili erano oramai il passato. Il male era stato sconfitto e l’odierno satana aveva avuto la punizione che si meritava. Questa speranza sembrava discesa dal cvielo tanto che dopo il piano Marshall la distruzione delle economie dell’occidente sembrava un ricordo nefasto e lontano e si abbracciava con gioia e ardore il boom economico.

Ecco perché forse questi favolosi hanno segnato in modo quasi indelebile il nostro immaginario riuscendo furbescamente a evitare le riflessioni sulla sua nera anima.

E non possiamo non amare la musica, cosi come ci appare dal film Grease che più di ogni altro diviene un icona di quegli anni “spensierati”: il juke box inizia a regalare sogni, il giradischi e le radio iniziano a far risuonare note che rendevano il corpo un mezzo per esprimersi, sfacciate e al tempo stesso profumate di libertà…note romantiche e sensuali con la voce di Dean Martin Perry Como e Frank Sinatra. Ma anche la rivoluzione operata da Elvis Presley, Bill Halley e Chuck Berry che daranno vita a un movimento culturale e non solo musicale che esploderà con tutta la sua forza nel 1963 con i Beastles.

Questo il lato sognante. Su quello reale però passarono tanto e forse in modo assurdo le tensioni USA URSS. Iniziava l’altro orrore silente, la guerra fredda che, negli USA e nei paesi a lui collegati diedero vita al maccartismo1. Questo anticomunismo portato all’eccesso precipitò l’occidente e in particolare il continente del self made man in un clima di sospetto politico rasentare l’isteria. Chi aveva idee progressiste poteva essere accusato di alleanze con il nemico, lo spettro rosso.

Mentre gli stati uniti uscivano dalla seconda guerra mondiale in condizioni di prosperità, l’Europa dovettero affrontare la ricostruzione. Ecco perché l’America approfittando delle divisioni interne, si presentò come l’unica ancora di salvezza di un paese distrutto, sia economicamente che sopratutto moralmente.

In giro per Parigi degli anni 50.

Dovete capire che nel 1953 Parigi non era una città. Era una fogna. Ti faceva marcire l’anima. Secondo papà era il buco del culo del diavolo in persona.

Inizia cosi il libro che racconta di un periodo particolare come quello del dopoguerra. Anni cinquanta, la guerra alla spalle, città da ricostruire anche se, Parigi rispetto alle sua colleghe europee fu quella che subi meno danni. Un nuovo nemico però emergeva, dalle nubi di una polvere che odorava ancora di sangue e colpa, ma che disperatamente si tentava di dimenticare. E cosi dopo il nazismo era l’orrore sovietico a minacciare la serenità e la stabilità dei suoi probi cittadini alla ricerca di un angolo di paradiso.

I servizi segreti sovietici avevano una predilezione per le auto nere, e in città ce n’erano molte.

Dopo un iniziale governo provvisorio diretto da nientedimeno che Charles de Gaulle nel 1946 venne emanata una costituzione che fondò ufficialmente la quarta repubblica sotto uno pseudo governo parlamentare controllato fa varie coalizioni.

Ecco come appariva, politicamente la francai in quegli anni favolosi: una profonda crisi del suo impero coloniale si accompagna a un grande e rinomato fermento culturale che porterà, negli anni sessanta alle contestazioni studentesche.

In questo strano contesto, infatti si risvegliarono la voglia di vivere ma anche la passione che tornava a animare, dopo un lungo periodo di censura, i gruppi di intellettuali nei dintorni del famoso quartiere latino. Tutto questo accompagnato da una certa libertà, anzi spregiudicatezza dei costumi e delle mode che furono l’inno silente dei tanti gruppi di avanguardia che si riunivano al suono sfrenato del jazz nelle cantine buie del quartiere di Saint Germain des pres.

Note

Maccartismo.Chiamato cosi dal nome del senatore, Joseph McCarthy, a capo della commissione d’indagine del Congresso (HUAC) che dal ’53 interrogò, perseguitò e in diversi casi  fece imprigionare, centinaia di persone senza prove. McCarthy fu destituito nel ’54 per aver cercato di perseguire persino i vertici dell’esercito, da lui sospettati di comunismo, e morì per alcolismo nel ’57. Ma la black list fu cancellata nei fatti  solo nel 1960 quando Kirk Douglas, attore e produttore di Spartacus (r. di S. Kubrick), riconobbe Dalton Trumbo (uno degli Hollywood Ten che sino a quel momento era stato costretto a firmare le proprie sceneggiature sotto pseudonimo -vincendo anche un oscar in incognito) come autore della sceneggiatura. 

Ecco che torna la Dark Zone a stupirci, emozionarci e farci sognare con le sue nuove uscite “La direzione della coccinella” di Davide Ceraso e “Voodoo” di Andrea Zanotti.

“Non so se tu abbia mai osservato una coccinella in procinto di spiccare il volo. Socchiude un poco le elitre puntinate di nero e le dischiude quel tanto che, per un attimo appena, le fa sembrare un cuore. È difficile starle dietro ma dicono che, se si è abbastanza svelti, ti porterà dalla persona amata, da chi possiede una parte del tuo cuore…”

Lorenzo e Valentina sono uguali e allo stesso tempo diversi: trascorrono le loro giornate in una Torino che respira nebbia e sbuffa cieli tortora, fino a quando le loro vite si incontrano. Tra i due sboccia un sentimento, ma lei sta per partire per l’America. E l’attesa, a vent’anni, è un istante sospeso dal retrogusto amaro. Così Lorenzo s’innamora di Alice, ragazza-madre dalle mille cicatrici celate sotto una pelle pallida e con una figlia, Mia, che osserva il mondo attraverso occhialini da nuoto.

Tutto sembra andare nel migliore dei modi, finché nel silenzio di una notte un messaggio di Valentina sconvolge tutto. Di nuovo. Lorenzo annega nel mare dei dubbi: chi ama davvero? Valentina o Alice?

Nel momento in cui dovrà fare una scelta, sarà una coccinella a indicargli la direzione da prendere. Perché il cuore non sbaglia. Mai.

L’autore

Davide Ceraso (1976) nasce e vive a Cuneo con sua moglie Edy, le figlie Cloe e Camilla e un cane di nome Alfio. È laureato in Scienze Forestali e Ambientali. Scrive da qualche anno seduto sulle carrozze dei treni che lo portano per lavoro a Torino. Beve molti caffè ma riesce a dormire e sognare lo stesso. Ha vinto numerosi concorsi letterari nazionali e ha anche coideato e cosceneggiato un fumetto per Libera Piemonte da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale. Un suo racconto è contenuto nel libro Quartieri – La Feluca Edizioni – mentre altri sono apparsi sulle riviste Crack, Marvin, Voce del Verbo, Smezziamo, Spore, Malgrado le mosche, Neutopia, Rivista Blam, Bomarscé e La Seppia. La direzione della coccinella, pubblicato dalla Dark Zone Edizioni, è il suo primo romanzo.

***

Solo quando arrivo al cospetto del nero mi accorgo che sta pisciando in una ciotola. Quando finisce di scrollarsi l’uccello, lo vedo rimestare nel contenitore impastando ossa di pollo, polvere grigia, legnetti e piscio. Disgustato, faccio per ritrarmi, ma l’uomo si volta verso di me con occhi spiritati.

«La nostra guida, hermano, eccola sorgere!»

Dalla ciotola spunta una sorta di bambolotto, un feticcio dalla pelle scura e dalla testa spropositatamente grande rispetto al corpicino fatto di paglia, sterpi e ossa di pollo. Per occhi ha due conchiglie a spirale color avorio con venature rosse, che mi mettono angoscia. Salta fuori dalla ciotola come una locusta, con rumori di legnetti spezzati, e cammina verso El Roi.

«Che diavoleria è mai questa?» sbotto, allibito, facendomi indietro.

«Perché, campeón, non ti fa tenerezza?»

«Ho sempre avuto il terrore delle bambole assassine.»

«No, hermano, non es asesina, è solo muñeca, Orchidea-muñeca.»

«Cioè? Un demone?» azzardo io, osservando il ghigno sadico che si apre sul volto del bambolotto. Ha denti aguzzi, da piranha, e movenze balorde che sfidano ogni legge della fisica.

«Exacto! Un demone, pequeño. Me ne fotto, io, l’importante è che sappia assolvere al suo compito.»

«Che sarebbe?»

«Farci da guida, da segugio instancabile, meglio di un fottuto cane da tartufo. Sarà lei a guidarci a Orchidea.»

Sono esasperato.

«E chi sarebbe questa Orchidea?» interviene Torakiki, già intento ad accarezzare la testa del piccolo demonio, come fosse un cagnolino da compagnia.

Un fantoccio con conchiglie al posto degli occhi sarà la nostra guida cieca. Siamo messi bene. Sempre meglio!

«Goool! Goool! Evvai!»

La voce di una ragazza.

«Oleee, ole, ole, ole, Itaaalia, olè!»

Cori da stadio mi invadono le orecchie. Apro gli occhi e mi ritrovo in un salotto, innanzi a un televisore. Nell’angolo alto della tv riconosco la bandiera dell’Italia opposta a quella della Germania.

Mi osservo attorno e vedo la mia piccola… Nicoletta ora non è più così piccola in realtà, ma non impiego che un secondo per riconoscerla. È seduta su una poltrona con una coca cola in mano e una sciarpa dell’Italia che mulina nell’aria.

Festeggia spensierata. È diventata sempre più bella, crescendo.

Sul divano a fianco della poltrona vedo in successione Franco, Elisa e Lucrezia. Il bucaniere brinda con una bottiglia di birra con mia moglie. Dopo il brindisi si scambiano un bacio affettuoso, mentre Elisa sventola un tricolore in miniatura.

Bene, si festeggia e l’Italia vince, però non mi riesce di allinearmi all’euforia generale. Anzitutto perché non riconosco quel salotto e ho la spiacevole sensazione che quella possa essere la nuova abitazione sotto il tetto della quale si siano unificate le due famiglie spezzate, per formarne una nuova di zecca.

Nuova e felice. Molto felice, quasi troppo, visto che una ha perso il padre e l’altra la madre. Tutta quell’euforia mi pare ingiustificata, un affronto al dramma della vicenda, al lutto che dovrebbe ammantare quell’ambiente.

Dovrei vergognarmi per questi pensieri da miserabile, insensibile ed egocentrico, ma l’intensità con la quale percepisco la felicità che permea quell’appartamento mi stordisce. La sento colpirmi a ondate, infrangendosi sulla muraglia eretta dalla sofferenza della mia situazione in purgatorio.

Mi odio. Odio loro, la loro felicità, e odio tutti gli Dei e il Fato che mi ha trascinato in questa situazione. Odio i miei compagni e odio il dannato negro che mi ha garantito una speranza ora lontana.

«Meglio di essere al cinema» ghigna Torakiki, vedendomi arrivare. Ha estratto dallo zaino un pacchetto di patatine e se le sgranocchia con un sorriso ebete sul volto tondo. Però ha ragione. Lo spettacolo è maestoso, per quanto terrificante.

«Vedi, ragazzo, gli schermitori delle schiere angeliche hanno ingaggiato i segugi infernali sul fianco sinistro. È solo una manovra per distrarre il nemico. Sul lato opposto, da dietro quelle alture, spunterà la cavalleria pesante.»

Sparviero si crede un novello Napoleone.

«Le fanterie sono al centro di entrambi gli schieramenti. È lì che si deciderà lo scontro. Guarda gli Arcangeli che arringano i canarini! Dall’altra ci sono le Furie, centurioni massicci, capaci di ispirare coraggio a suon di frustate nelle loro truppe di demoni e indemoniati.»

Non è mai stato così loquace.

«Sembra quasi che ti piaccia…»

Per un istante sposta lo sguardo su di me. Uno sguardo folle.

È sul punto di rispondermi, quando un bolide, piovuto dal cielo, deflagra sulle pendici del colle e tutto attorno a noi comincia a tremare. Sulle nostre teste imperversa uno scontro letale fra stormi di angeli ed esseri dalle ali nere che lanciano strida agghiaccianti.

Vedo sopraggiungere una sorta di dragone rosso a tre teste e non posso far altro che gettarmi a terra, sopraffatto da un terrore atavico.

Come ci è finito in quel saloon, e perché quel bruto col cappellaccio da cowboy lo sta aggredendo? Davide non ricorda nulla, né ha il tempo per rifletterci. Certo il cielo grigio nel quale brillano costellazioni rosse sangue non promette nulla di buono.

Possibile che quel luogo alieno sia realmente l’oltretomba, un dannato purgatorio-western, così come gli vogliono far credere i bizzarri componenti del gruppo capeggiato dallo stregone voodoo che lo salvano dalle grinfie del suo aguzzino?

Un macumbeiro al soldo di un Dio avvolto dall’anonimato, che gli promette, niente meno, di poter tornare alla sua vecchia vita e dai propri cari.

Ogni atto magico però necessita di adeguate offerte di sangue, e Davide lo scoprirà a proprie spese, trovandosi innanzi a scelte che determineranno il futuro della sua stessa anima.

L’autore

Classe 1977, vive a Bolzano. Laureato in economia e commercio, si occupa di investimenti di borsa. Amante di wargames e di universi fantastici, gestisce il sito http://www.scrittorindipendenti.com e il progetto InfinitiMondi (www.andreazanotti.com).

Oltre alle pubblicazioni indipendenti delle serie Infiniti Mondi e I Profeti dell’Apocalisse, per Delos Digital ha pubblicato le novelle Progetto Elohim, Glagon in fiamme, La Valle della pace eterna e la raccolta weird western Winchester & Voodoo.

Per Plesio Editore ha pubblicato il romanzo fantasy Dracophobia.

Per Le Mezzelane Casa Editrice il romanzo noir Il Mesmerista (uscita prevista fine 2020).

Blog tour Il sussurro delle api” di Sofia Segovia. Le trasformazioni del 900. A cura di Alessandra Micheli

L’ambientazione è uno degli elementi fondamentali della scrittura. Inquadrare la vicenda e dunque la trama in un periodo storico o sociale preciso dice molto sia dello svolgimento che della psicologia dei personaggi.

Chi per esempio, ambiente i suoi libri nel periodo vittoriano stra cercando la strada per raccontare in modo anche polemico la rivolta della poesia e della fantasia contro l’eccessiva rigidità di una nazione che voleva diventare la guida per l’intera Europa ( a tal proposito consigli oil libro il mistero di paradise road).

Quindi è dalla data, spesso sottovalutata dal lettore, e dalla collocazione geografica che il libro riesce a parlare e a farci entrare fin dentro la sua anima segreta.

Ecco perché ritengo fondamentale sia il periodo storico scelto dalla nostra Sofia Segovia che il paese scelto per ambientare questa imponente saga familiare.

E sono qua proprio per mostravi nel dettaglio cosa questi due elementi ci svelano, portandoci nei segreti mendai del libro che abbiamo scelto.

IL NOVECENTO

Il periodo storico in cui la Segovia colloca la vicenda della famiglia Morales è il novecento, anzi a essere più precisi i primi del novecento. E questo già ci indica una seria di dettagli importanti e fondamentali per la comprensione del testo in questione.

Il novecento è stato, al pari del so fratello il settecento da cui prenderà ampio spunto, uno dei secoli più controversi e studiati da ogni intellettuale possibile e inimmaginabile.

Non a caso, il sommo Bracher e il maestro Cerruti lo definirono il secolo delle ideologie. In questo lasso di tempo, infatti le suggestioni intellettuali e filosofiche del settecento ebbero la loro maturazione unendosi in un matrimonio affatto piacevole con un certo sentimentalismo ottocentesco che rese, pertanto questi ideali divenuti graniti fonte di disastri e di ambiguità. Il nazionalismo per esempio, non più un fatto puramente pragmatico, portato avanti da una lucida analisi delle similitudini e delle necessità economiche, quanto un fatto affettivo: la nazione diventava non più un banale organismo formato da territorio popolo e somiglianze quando un fattore di sangue: la nazione era la madre amorevole che riuniva i suoi figli sotto le sue morbide lai protettive, chiedendo però la totale rinuncia alla logica, all’etica stringendo un patto indissolubile tra lei e i suoi adepti.

I militanti che invocavano termini come patria e nazione divenivano, dunque totalmente ossessionati da questo concetto che molto prendeva dalla filosofia greca dell’appartenenza portandola però al suo estremo: chi abbracciava la patria diventava una cosa sola con essa, rinunciando pertanto anche alla sua porzione di libertà.

E aggiungo io, di libero arbitrio e quindi di umanità.

Se la patria imponeva sacrifici, o azioni contro qualcuno esterno pertanto considerato nemico. Chi amava la nazione doveva farlo in modo totalizzante, doveva sposare completamente, senza la necessaria forza acritica tale ideale.

Nonostante questo suo lato meno flessibile, il novecento fu anche l’epoca dei grandi traguardi, delle invenzioni e del progresso.

La belle epoque.

Con questo colto termine si intende indicare il periodo storico culturale e artistico che va dall’ultimo ventennio dell’ottocento all’inizio della prima guerra mondiale.

Nata in Francia alla fine di un ottocento che ci salutava nostalgico,

fu il culmine delle scoperte scientifiche, delle invenzioni e del progresso della scienza, secondo alcuni non paragonabili con le epoche passate.

Per esempio l’illuminazione elettrica. La radio, l’automobile, il cinema e persino la pastorizzazione (ossia un processo di risanamento termico applicato ad alcuni alimenti allo scopo di minimizzare i rischi per la salute dovuti a microorganismi patogeni sensibili al calore, quali batteri in forma vegetativa, con un’alterazione minima delle caratteristiche chimiche, fisiche ed organolettiche dell’alimento.) tutto questo contribuì sicuramente al miglioramento della condizioni di vita di alcuni ( sottolineo alcuni) e a un malcelato senso di ottimismo.

Di tutti, ma non per tutti

«Nazioni e Imperi, coronati di principi e di potentati, sorgevano maestosamente da ogni parte, avvolti nei tesori accumulati nei lunghi anni di pace. Tutti si inserivano e si saldavano, senza pericoli apparenti, in un immenso architrave. I due potenti sistemi europei stavano l’uno di fronte all’altro, scintillanti e rimbombanti nelle loro panoplie, ma con sguardo tranquillo… Il vecchio mondo, nell’ora del suo tramonto era bello a vedersi…» Winston Churchill, la crisi mondiale, 1921

Dopo gli eventi traumatici del 1873 e del 1895 ( la grande depressione NDR) e molto prima della tragedia spartiacque della prima guerra mondiale, La belle epoque fu idealizzata come un periodo di pace e prosperità in cui si presupponeva, in modo forse molto ingenuo una sorta di soluzione salvifica per tutti o problemi che affliggevano l’umanità. Come le epidemie ad esepmio, o il potere sfrenato della grandi entità nazionali che nella loro assurda corsa per primeggiare si facevano beffe dei loro cittadini.
Ma, sottolineo ma, l’apparente progresso aveva un suo costo: il benessere di alcuni si basava, ovviamente sulle fatiche e sul disagio di molti altri tipo l’operaio, il contadino e il proletariato, questo diede l’avvio delle mobilitazioni operaie e a quelle dei partiti ideologici, che occupavano le piazze con le loro proteste per far valere i propri diritti. I protagonisti della storia furono proprio questi movimenti di massa, i partiti, insieme allo stato, le industrie, le banche. La società industriale, la tecnologi applicata all’economia dei consumi, il carattere globale della vita dell’uomo, l’alfabetizzazione crescente produssero una nuova mentalità, con nuovi comportamenti e interessi

Arriva il grande massacro.

Ecco che anche il nostro famigerato novecento si mostra come Giano bifronte: due volti distanti e al tempo stesso empatici da un lato le grandi conquiste divili economiche sociali e scientifico tecniche dall’altro tragedie immani dal volto sanguinolento della decadenza il cui volto più terrificante è la prima guerra mondiale che diede poi l’avvio a altri grandi disastri sociali e politici ( la seconda guerra mondiale e lo scontro est ovest)

Le tensioni tra gli stati e il desiderio di supremazia furono pertanto la scintilla che diede inizio alla disastrosa guerra, che lacererà la psiche di molti uomini dell’epoca divenendo diversa dai conflitti a cui si era abituati in passato: tecnologica, senza eroismo, capace di alienare la psiche dei molti giovani idealisti che si offriranno come olocausti in pasto alle belve al potere.

La nuova tecnologia si sposerà quindi con la volontà ideologia di annientarlo il nemico caratterizzandosi per la recrudescenza delle battaglia, la disumanità di tante azioni belliche e sopratutto per i massacri che porterà con se.

E fa pena vedere sui grandi viali
tutti quei borghesi in festa;
se per loro la vita è rosea,
per noi non è la stessa cosa.
Invece di nascondersi, tutti quegli imboscati
farebbero meglio a scendere in trincea,
per difendere i loro averi; noi non abbiam nulla,
noialtri, poveri morti di fame.
Tutti i compagni son sepolti là
per difendere gli averi di quei signori.
Quelli coi soldi ritorneranno a casa
perché è per loro che noi si crepa.
Ma ora basta, perché i soldatini semplici
ora si metteranno in sciopero.
Sarà il vostro turno, grassi borghesi,
di salire sull’altopiano,
perché se volete la guerra
pagatela con la vostra pelle…

Canzone di Craonne (Francia, 1917)

La terribile pandemia.

Altra tragedia, citata nel libro stesso fu la terribile pandemia della cosiddetta spagnola uno stato influenzale insolitamente mortale che fra il 1918 e il 1920 uccide decine di milioni di persone nel mondo.

Non solo la guerra, ma anche la natura sembra voler partecipare all’orrore.

E il messico?

Per quanto riguarda il Messico riporto uno stralcio del testo in questione

In certi momenti, prima della guerra, con tutte le promesse tangibili e lì davanti a lei, Beatriz si era sentita fortunata a essere una donna di quell’epoca e che le sue figlie fossero donne del nuovo secolo. In quell’era di meraviglie, le possibilità sembravano infinite: la moderna ferrovia accorciava le distanze e muoveva merci e persone in gran quantità. Le navi a vapore permettevano di attraversare l’Atlantico in direzione dell’Europa in poche settimane. Il telegrafo consentiva a una persona di venire a sapere, nonostante le grandi distanze e nello stesso giorno, della nascita o morte di un parente, o di portare a termine velocemente un affare che, tempo prima, avrebbe impiegato mesi a concludere. La luce elettrica aveva reso possibile una vasta gamma di attività notturne e il telefono, sebbene non fosse ancora d’uso generalizzato, avvicinava le persone.

Tuttavia, invece di avvicinarsi grazie a queste meraviglie, le persone si intestardivano ad allontanarsi: per prima cosa, in Messico, la Rivoluzione. Poi, nel mondo, la Grande guerra, che finalmente sembrava sul punto di finire. Ma non contenti di essere impegnati a soffrire e a lottare in questo conflitto, ora i russi se ne preparavano uno tutto loro in casa, fratelli contro fratelli, sudditi contro re.

Echi di grandi avvenimenti come appunto la rivoluzione russa e la grande guerra, sembrano scuotere una sorta di idilliaco quieto vivere , la famiglia Morales, sfiorandoli forse ma imprimendo su ognuno di loro il terribile marchio della violenza.

Sono questi avvenimenti che, forse, diedero fuoco alle polveri delle tante, troppe contraddizioni sociali presenti in molti paesi che, seppur apparentemente beneficiari di una ventata indiscussa di novità e benefici, non erano capaci di viverle fino in fondo, limitandosi a goderne dei benefici materiali, tecnologici, costruendo muri affinché come direbbe il buon Giuseppe Tomasi di Lampedusa:

Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente

il gattopardo

Ecco che l’innovazione stessa era riservata agli eletti, ai privilegiati, lasciando gli altri nelle condizioni più disagevoli.

Echi della rivoluzione.

E cosi mentre la guerra mondiale:

Vista da questa prospettiva, la guerra le sembrava lontana.

un altro evento si palesa sullo sfondo del sussurro delle Api: la rivoluzione messicana.

Dopo la severa punizione federale imposta in seguito al tentativo indipendentista del governatore Vidaurri, alla fine del secolo precedente, il popolo dello Stato del Nuevo León preferiva mantenersi relativamente alla larga dalle oscillazioni di questa guerra. Non tutto il male vien per nuocere, pensava Beatriz. Ora si rendeva conto di essersi sbagliata: in un certo senso, si era convinta che, finché non l’avesse sentita propria, la guerra non avrebbe toccato né lei né i suoi cari. All’inizio la giovinezza e l’idealismo l’avevano portata a condividere il principio di non rielezione e il diritto al voto valido. «Suffragio effettivo, no alla rielezione»: le era parsa una frase elegante e degna di passare alla storia. Di certo era ciò di cui aveva bisogno il Paese, per rinnovarsi ed entrare in pieno nella modernità del ventesimo secolo. Avrebbe regnato il buon senso, la guerra presto si sarebbe conclusa con l’allontanamento dell’eterno presidente Díaz e sarebbe tornata la pace. Alla fine, l’unica persona di buon senso di questa storia si era dimostrato lo stesso Porfirio Díaz, che aveva smesso di restarsene attaccato al potere, si era accorto che non vale-va la pena di difendere l’indifendibile, aveva fatto le valigie e, dopo pochi mesi di scontri, se n’era andato in esilio.

La rivoluzione messicana ebbe inizio nel 1910 per porre fine alla dittatura militare del presidente Porfirio Diaz e terminò nel 1917 con la promulgazione della costituzione.

Durante i suoi 35 anni di governo Diaz portò al Messico una notevole crescita economica e una discreta stabilità politica a costo, ed è il dramma di ogni regime, di alti costi economici e sociali pagati dagli strati meno favoriti della società. E fu proprio la ribellione e l’opposizione al regime al centro della rivoluzione e fu il catalizzatore dello scoppio della ribellione politica.

Tutto iniziato dall’èlite progressista messicana ostile a Diaz guidata da Francisco Madero e appoggiata militarmente da Pascual Orozco e Pancho Villa. Si estese poi alla classe media ai contadini rurali e alla altre classi lavoratrici. Tutto questo postò all’elezione di Madero con una votazione libera ed equa. Essi furono poi deposti e assassinati dal regime controrivoluzionario di del generale Victoriano Huerta che sali al potere sostenuto, udite udite, dall’ambasciatore degli Stati Uniti Henry Lane Wilson, dagli interessi commerciali locali e altre forse reazionarie. E fu questo evento, inito alla costante intromissione delle ptoenze straniere una Adele cause che affliggeranno il pese, portandolo sempre sull’orlo del baratro a causa di costanti e crudeli guerre civili.

Epilogo

Una storia complessa, fatta di problematiche tipice del Messico, di una non volontà di creare un paese davvero florido e libero, si scontrarono con i problemi di un Europa che pensava di trovare una sua identità nelle guerre, nel nazionalismo e nel razzismo poi.

Ed è in questo momento quasi disperato, in questo novecento allo sbando che una luce filtra dalle pagine.

E Simonopio e la sua capacità di far pace con il silenzio senza la costante tentazione di riempirlo di urla e cacofonia.

Simonipio forse emerge con tutta la sua radiante bellezza quasi a voler esaltare l’autentico spirito, perso nei vagheggiamenti politici del secolo in questione.

La luce nel buio dell’arretratezza, sopratutto mentale, ostacolata da esseri senza scrupoli

Quando l’impegno civile sposa la bellezza, non può non nascere un capolavoro ” Aqua Ploma” di Daisy Franchetto, Dark Zone. Non sarà facile resistere a questo libro. pertanto lasciate che esso raggiunga il vostro cuore e vi trasformi.

I fori di proiettile erano undici in tutto. Due sulle cosce, uno al basso ventre, tre al torace, uno al cuore, uno alla gola, due su ciascuna delle spalle e uno al centro della fronte.

Li aveva contati e osservati : erano piccoli, il bordo sembrava bruciato, anche se era difficile dirlo con certezza perché il tempo trascorso in acqua aveva cambiato il colore e la consistenza della pelle, rendendola livida. Oltre ai buchi, il corpo era segnato da due profondi tagli sulle braccia.

Madama Spillo le aveva detto che le ferite sarebbero rimaste e questo era un bene, a suo dire, perché i segni dovevano essere visibili. Persino lei si era tenuta lo spillo che le avevano conficcato in gola, perché fino al momento del passaggio tutto doveva restare immutato.

Nessuno dice la verità. La verità fa paura.

Agua Ploma è uscita dalla palude e non ricorda nulla.

Ma conosce le ferite che porta nel corpo: i fori di proiettile e le cicatrici sulle braccia.

Conosce i suoi occhi color del piombo.

Aveva un altro nome un tempo, in una vita dimenticata?

Forse può ritrovare la memoria perduta e capire perché nella città chiamata Inferno le donne vengono assassinate.

È ancora possibile scoprire la verità.

Basato sulla vicenda dei cimiteri di croci rosa nella città di Ciudad Juárez, in Messico, questo romanzo vi condurrà in un viaggio sospeso tra la vita e la morte, oltre la menzogna e verso la verità, perché le donne di Ciudad Juárez non siano dimenticate.

« Ci sono delle cose che valgono per tutti noi, ricordalo. Non possiamo essere visti da nessuno al di fuori della casa, ci è consentito uscire solo dopo le quattro, dobbiamo fare rientro prima dell’alba e dobbiamo restare dentro ai confini del Cimitero Vecchio, solo così saremo al sicuro. »

La guardava con apprensione. Erano regole che le erano state comunicate al suo arrivo, non sapeva chi le avesse stabilite, venivano rispettate e basta.

Ploma annuì sforzandosi di sembrare serena, l’idea di uscire spaventava anche lei ma voleva almeno provarci.

L’autrice

Daisy Franchetto è nata a Vicenza, città intrisa di grazia palladiana, ma vive a Torino, città del mistero.

È un correttore di bozze ossessivo compulsivo e un addetto stampa scrupoloso.

La scrittura è una passione nascosta che ha iniziato a coltivare tardi.

Ciò che scrive nasce dalle esperienze vissute: il lavoro nelle comunità psichiatriche e per disabili, i viaggi come volontaria in zone di guerra, l’impegno per la difesa dei diritti umani. L’ascolto delle persone in difficoltà e, prima ancora, l’ascolto di se stessa. Il mondo onirico e la ventennale attività di scavo nella psiche.

Questi i romanzi pubblicati:

  • Dodici Porte, DZ Edizioni
  • Sei Pietre Bianche, DZ Edizioni
  • Tre Lacrime d’Oro, DZ Edizioni
  • Tre giorni, autopubblicato
  • Jerome La crus – Il Mezzovivo, DZ Edizioni
  • Agua Ploma, DZ Edizioni

Si tolse il soprabito e lo appoggiò alla testiera del letto, passò le dita cianotiche tra i capelli per sistemarli. Raggiunse lo specchio per potersi osservare, il cappuccio aveva aggrovigliato la capigliatura rendendola una nuvola di ragnatele. Passò le dita più volte con pazienza, fino a quando riuscì a lisciarli. Si fissò accarezzandosi il volto e le labbra bluastre.

Era il suo viso e lo sentiva estraneo, eppure non ne immaginava uno diverso, così come non ricordava di aver mai avuto un altro corpo. Era sempre stato crivellato da colpi d’arma da fuoco e segnato da due tagli cicatrizzati sulle braccia. Quando lo guardava, era come se sentisse l’aria gravarle addosso, le spalle si piegavano sotto quella pressione e anche gli angoli della bocca scendevano.

Gli occhi vagavano tra le ferite, le studiavano. La carne bruciacchiata intorno ai fori, scuri come tane scavate da animali. I bordi spessi dei tagli alle braccia, che si erano incollati tra di loro in alcuni punti lasciando delle aperture, come una cerniera rotta. Se avvicinava un dito alla carne del suo viso cianotico la sentiva rigida, quasi non volesse essere toccata.

Torna a emozionarci e stupirci la meravigliosa arte targata Dark Zone. Ecco a voi le nove uscite “Sospesi nel nulla” di Filippo Mammoli e “Il tempo dei mezzosangue. Le fauci degli abissi” di Rob Himmel

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La perfezione di una bellezza eterea non lasciava spazio ai più bassi impulsi della carne. Con la mano destra si accarezzò il fianco, scendendo dal torace fino al rialzo appuntito dell’anca. Continuò ad abbassare la mano scivolando verso l’interno, per apprezzare l’enormità dell’incavo tra le cosce.

Un corpo perfetto è quello in cui non c’è più nulla da togliere, perché il superfluo è già stato eliminato, pensò con soddisfazione puntando gli occhi in quelli della sua figura esile riflessa dallo specchio. Stava accadendo tutto in modo molto naturale, più di quanto si fosse aspettata.

Mantenendo lo sguardo fisso davanti a sé, portò le mani sulla schiena, dove il leggero dolore stava aumentando di intensità. Si erano formati due rigonfiamenti allungati, ma non se ne meravigliò. Vi passò sopra i polpastrelli, sentendo quelle escrescenze gonfiarsi fino a scoppiare.

 

Sinossi

Quindici racconti ambientati ai nostri giorni, quindici storie dove la vita, con le sue pulsioni più elementari e i suoi sentimenti più genuini, si scontra con muri invalicabili.

In una baraccopoli indiana come nel lussuoso studio di un avvocato, in un letto d’ospedale o nel cortile di un manicomio, in una Firenze agghindata per la vigilia di Natale o in paesi del meridione d’Italia dove anche sognare è impossibile, il grido di dolore per le assurdità e le ingiustizie si leva prepotente e inconsolabile in questa suggestiva e sensibile raccolta.

Emergono così vivide istantanee a ricordare le gabbie e le angosce, ma anche il desiderio d’amore e di libertà che caratterizza l’esistenza dell’uomo del nostro tempo, senza alcuna possibilità di sciogliere il «nodo gordiano» della contraddizione.

Sogni, visioni, paure e ansie da psicanalisi raccontano un’umanità lanciata a folle velocità verso l’abisso, fotografata un istante prima del punto di non ritorno.

 

Si accorse che doveva muoversi. Fece una doccia di cinque minuti, poi prese un caffè in piedi, si infilò pantaloni, giacca e cravatta e si catapultò in macchina. Alle otto aveva la riunione con i rappresentanti del sindacato a cui avrebbe dovuto comunicare i nomi dei venti operai da licenziare. Come sempre in queste occasioni, si era preparato un bel discorsetto. Analisi di mercato, crisi congiunturale, spending review, delocalizzazione, competitività… Le solite favole a cui nessuno credeva più, ma che funzionavano sempre.

Continuavano a chiamarlo per questo, in quella come in tante altre aziende. Il primo nome che avrebbe fatto sarebbe stato senz’altro quello di Rapezzi, il più giovane ma più politicizzato di tutti. Non conosceva nessuno dei dipendenti dell’azienda, non li aveva mai incontrati. Non doveva. Il rischio di associare alla faccia una storia e una rete di relazioni che lui avrebbe incrinato era un lusso che non poteva permettersi. Sarebbe stato un errore imperdonabile. Per lui, il tagliatore di teste, dovevano essere solo nomi e numeri, pedine da sacrificare sull’altare del profitto e delle leggi del bilancio.

 

Biografia

Filippo Mammoli è nato a Prato il 5 agosto del 1972. Ingegnere elettronico, è responsabile dello sviluppo software di un’azienda fiorentina che lavora nel settore del controllo qualità tramite machine vision.

La sua passione per la scrittura inizia dalla poesia, con cui si cimenta fin dall’età di vent’anni. Ottiene premi in concorsi letterari e pubblicazioni nell’antologia del concorso “Daniela Pagani” indetto dal C. A. L. C. I. T Chianti fiorentino nel 2004. Nel 2005 pubblica un’altra poesia nell’antologia “I segreti di Pulcinella” edita da Giulio Perrone.

Nel 2016 pubblica in self publishing il suo primo romanzo dal titolo “I casi del destino”.

Nel 2018 il suo racconto “Purezza” viene inserito nell’antologia “Racconti toscani” edita da Historica edizioni.

Nel 2019 vede la luce il thriller “Oltre la barriera” pubblicato da Dark Zone edizioni con cui partecipa al Salone del libro di Torino.

Sempre nel 2019 esce per un’altra casa editrice, la Jolly Roger edizioni, il thriller dal titolo “Il bosco delle more di gelso”.

 

Un gruppo di giovani che scherzavano e chiacchieravano appoggiati ai motorini parcheggiati davanti alla chiesa, attirò la sua attenzione. La risata squillante di una ragazza sui sedici anni abbracciata a un suo coetaneo funzionò da macchina del tempo.

Agnese si bloccò a osservarla con la sigaretta in bocca e, per alcuni istanti, smise di aspirare. Aveva avuto anche lei sedici anni, ricordava bene la spensieratezza e la capacità di sognare orizzonti impossibili, tipiche di quell’età. Non riusciva però a provarne nostalgia. Era altresì invasa da un sentimento misto di compassione e rabbia. Compassione per quella povera ragazzina illusa e rabbia per la fine poco poetica che avevano fatto tutti i suoi progetti di allora.

Aveva imparato col tempo ad annegare le delusioni nell’alcol e nelle sigarette che ormai divorava senza quasi più assaporarne il gusto, ma soprattutto era diventata bravissima a non lasciar trapelare nulla all’esterno. Aveva imparato a tenersi tutto dentro per non rovinare a se stessa e agli altri il quadretto rotondo di una tranquilla e laboriosa famiglia del Nord. Quel nord dove si lavora, si crescono i figli e la domenica si va a messa, dove si fa volontariato e non si ha tempo per pensare a cose futili e inafferrabili come la felicità.

 

***

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«Oh… ti prego… Basta, basta!» singhiozzò Lenara, agitandosi nel letto e ridendo a causa del solletico. Quando il momento di ilarità terminò, si fece seria e guardò in direzione della finestra sbarrata. «Quanto pensi che durerà… tutto questo? La notte non potrà nasconderci per sempre.»

Lui si stese sul fianco, puntellando il gomito e poggiando la testa sul palmo. La guardò dritta negli occhi. «Perché adesso? Sarebbe meglio lasciare simili pensieri a momenti meno belli… questi dovremmo dedicarli soltanto a noi due.»

Lenara sospirò. «Hai ragione, ma ogni volta che lascio il castello di nascosto rischio di essere scoperta da Varo. Se dovesse accadere prima delle nozze…»

«Non accadrà. Sei troppo astuta per lui, inoltre sei un’esperta di magia illusoria. Non capirà mai quello che stai facendo, e comunque mancano pochi giorni alle nozze, poi attueremo il nostro piano.»

«E dopo, cosa faremo? Una volta restituito il regno nelle mani di Lorigan, che ne sarà di noi due?»

Lui le accarezzò il viso, le baciò la spalla con delicatezza e infine rispose: «Andremo via, lontano da tutti. Costruiremo il nostro futuro secondo ciò che desideriamo. Io e te».

«Sarebbe bello…»

«Ma…?»

 

La campagna di conquista dell’impero Danador sta per collassare su se stessa. Tra i regni sottomessi torna la speranza e cominciano ad accendersi le prime scintille di rivolta, pronti a reclamare la propria libertà a costo della vita.

Tuttavia il vero piano dell’Imperatore Kedrax è passato in sordina, ma quando i Mietimorte svolgono l’incarico affidato loro, la vera minaccia si palesa: le Fauci degli Abissi stanno per spalancarsi.

Separati dagli eventi e sparpagliati in varie parti del continente, Jandar, Lenara, Ethan ed Eliadar, tentano di opporsi a questo flagello con scontri che coinvolgeranno potenze, dèi, arcidemoni e il dragone Namias.

La vera battaglia ha inizio.

Nulla avrebbe potuto scuotergli il sonno nel gelido lago che accoglieva il suo corpo come una tana confortante, mentre la spessa lastra di ghiaccio sopra di sé lo teneva celato ai pochi abitanti delle lande ghiacciate di Ghiarkur.

Nulla avrebbe mai potuto turbare i suoi pensieri, ottenebrati da un sortilegio che serviva ad anestetizzare i suoi sensi di colpa, permettendogli di non rimuginare sui gravi errori commessi un secolo prima.

Nulla avrebbe mai potuto intaccare il desiderio di restare fuori da qualunque evento stesse accadendo nel continente, evitando di immischiarsi nelle faccende dei mortali per l’ennesima volta.

Nulla avrebbe mai potuto, fatta eccezione per una cosa: Jandar. Nel momento stesso in cui lo zaffiro che gli aveva affidato era andato in frantumi, lui lo aveva percepito come una lama penetrata nel cervello. Era stato simile al suono di una campana che continuava a echeggiare nella sua testa, insistente e irritante.

L’autore

Nato in Germania, Rob Himmel è cresciuto in Italia, nella florida terra d’Abruzzo, tra montagne, mare e arrosticini. Fin dalla tenera età si è appassionato ai fantasy, elaborando mondi e storie nelle ore di gioco infantili. Poi, crescendo, ha dato sfogo alla sua creatività inventando giochi da tavola per proprio diletto. Con l’avanzare del tempo, l’adolescenza l’ha condotto a conoscere e innamorarsi di Tolkien con Il Signore degli Anelli. Da amante del genere, si è cimentato per più di una dozzina di anni nel famoso gioco di ruolo Dungeons&Dragons, dove, in quanto Dungeons Master, ha condotto i suoi amici in avventure straordinarie, costruendo mondi, storie e intrighi. Tutta questa creatività è infine sfociata nella scrittura.

Ha esordito con Le lame scarlatte (DZ Edizioni – 2017), premiato al Trofeo Cittadella, poi è stato pubblicato con La progenie di Abaddon (DZ Edizioni – 2018) e la trilogia epic fantasy Il tempo dei mezzosangue (DZ Edizioni – 2018/2019/2020).

 

Il cielo si era schiarito ai primi cenni dell’alba quando un uomo dalla mole impressionante, con barba e capelli folti, uscì sbadigliando e stiracchiando le braccia. Sollevò il mento come ad annusare l’aria, poi raccolse la scure infilzata su un tronco, usato per spaccare la legna accatastata poco più in là, e si allontanò.

Mogurzath osservò la bussola e vide che l’ago non si era spostato dalla casa. Quindi il suo obiettivo era dentro e l’uomo doveva essere solo il Vigilante. Restò ancora nascosto, consapevole di stare sottovento e quindi di non essere individuabile dal mutaforma che si stava allontanando.

Quando lo ritenne distante a sufficienza, avanzò.

«Mi spiace disturbare» esordì Mogurzath, «ma sono venuto per accompagnarti. È giunto il momento di lasciare questo posto.»

Udì dei passi strascicati e sulla soglia si delineò una donna dalla sensualità ammaliante con lunghi capelli neri. Non si era degnata nemmeno di mettersi qualcosa addosso per coprire i seni prosperosi e le parti intime. Vicino all’inguine aveva un tatuaggio che ricordava un serpente stilizzato, o una «S». Si portò una mano sopra gli occhi per attenuare la luce del giorno e con fare assonnato si poggiò allo stipite.

«Chi sei?» biascicò prima di sbadigliare.

«Il mio nome è Mogurzath Cacciamaghi, sono stato assoldato dall’Imperatore Kedrax per portarti da lui.»

Blog tour La Maledizione di Timber Manor, Triskell edizione. Timber Manor e i suoi segreti. A cura di Alessandra Micheli

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Siete pronti al nuovo viaggio?

Vi avverto però.

Non ci saranno dolci sospiri ne sorrisi incantati.

Non ci saranno abbracci, né sentimenti buoni.

O meglio anche quello fa parte dei segreti di Timber Manor.

Ma come voi potrete ben immaginare io non vi guiderò nei luoghi assolati del bene, ma tra le strade infangate di un oscurità che fa parte, inesorabilmente della luce e a lei deve tornare a appartenere per restituire ai luoghi infestati la pace.

Siete pronti allora?

Andiamo ragazzi la strada è lunga e piena di orrore.

Eppure so che in fondo anche se lo negate a voi quel nero piace, stuzzica e seduce.

Piacciono i segreti e i mille misteri che fanno da contorno agli scenari più idilliaci.

Perché in fondo le stelle senza cielo nero, sono cosi noiosa non trovate?

La pioggia batteva forte sulla cabina, il tergicristallo alacremente al lavoro senza troppi risultati, mentre con il pick-up percorrevo l’oscura strada attraverso il bosco. Mi sembrava di guidare sottacqua, sul fondale di un mare dimenticato. La musica era appena un sussurro

Ecco che inizia la nostra strada verso questa vittoriana magione, cosi bella da sembrare uscita da un sogno o da un romanzo:

Potrei giurare che mamma e papà hanno costruito la casa imitando Pemberley

E quindi avremmo:

Sontuosa, enorme, barocca, mozzafiato, tutte parole usate per descrivere la nostra casa nel corso degli anni, su riviste quali People Magazine e Luxury Home e perfino diversi numeri di Forbes Magazine. Definizioni meritate. Era una grande casa di pietra, mattoni e legno, che si stagliava ampia e svettante verso il cielo. Le pareti erano una cascata di finestre che permettevano alla luce di entrare ovunque, mentre il colore alabastro le dava un aspetto caldo e invitante. All’esterno poteva mettere un po’ in soggezione, ma l’interno era sempre accogliente. I mobili erano antichi, ma non del genere freddo e sterile

Bellissimo non trovate?

Eppure, una certa atmosfera strana, come un vento gelido che ogni tanto ci soffia sul viso prende ogni tanto possesso di quel lusso che ci fa sentire un po’ principi e principesse.

Timber sembra allora assumere non il volto soave delle damigella impegnata a danzare ricche di pizzi e merletti per le enormi sale illuminate da lampadari di cristallo, ma quello più scuro di certe magioni soffuse di un fosco chiarore, laddove strani sussurri si agitano la notte, dove le porte battono all’improvviso e dove si avverte una lontana risata risuonare per i corridoi bui.

E Timber diviene simile alla strega delle fiabe, che ti seduce con i dolciumi salvo poi ghignare malevolo alle spalle. E cosi basta attendere l’ora più oscura per avvertire le ombre arrivare, e condensarsi in una sorta di nero inchiostro che imbratta le pareti.

L’ora delle streghe a casa Donnelly. Una notte quieta. I corridoi della grande villa, dove un tempo giocavano i bambini, erano silenziosi come una tomba, la calma infranta solo dal ticchettio dell’orologio a pendolo sul pianerottolo… Le ombre si estendevano minacciose alla luce argentata della luna che filtrava dalle finestre di Timber Manor…. Lentamente, all’inizio solo un incupimento delle ombre dell’orologio, del corrimano, di una sedia regina Anna, di un tavolino all’ingresso dove Carol teneva un vaso con le rose del giardino. Le ombre sembravano emergere da angoli nascosti. Iniziarono a muoversi. Nere come il petrolio, le ombre strisciarono su per i muri e per le scale, per iniziare poi a gocciolare dal soffitto

E sono le ombre custodi di terribili segreti, che come una maledizooni incombono su Timber Manor e raccontano storie terrificanti, storie perdute e dimenticate che non devono, non posso essere assolutamente ricordate:

C’erano troppe cose strane che stavano accadendo con sempre maggior frequenza: punti della casa improvvisamente gelidi, ombre misteriose percepite con la coda dell’occhio, la sensazione di essere osservati

Timber risuona come una campana stonata, con un suono stridente di notte, che ferisce le nostre orecchia abituate alla dolce melodia della notte. Timber ci accoglie ma al tempo stesso si respinge, famelica e triste, crudele eppure piena di speranza.

I suoi segreti sono li, nascosti nelle tenebre.

Sarete pronti a sopportarne la vista?

Il mio ruolo qua si esaurisce, davanti al cancello di una maestosa tenuta, davanti all’ingresso di una casa che ci racconta di gradi fasti ma anche di gradi orrori.

Ora sta a voi scegliere: entrare fuggire a gambe levate verso il bosco?

 

 

 

 

 

 

 

Blog Tour “baci da Polignano” di Luca Bianchini, Mondadori. A cura di Alessandra Micheli

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Vi ricordate la famiglia del mulino bianco?

Ecco scordatevela.

Il senso di famiglia che ci presenta Baci a Polignano è questo di più autentico la nostra bella Italia ci possa donare.

Perché che fulgida ci appare è la tipica famiglia italiana, con le sue meraviglie e le sue “brutture”.

Con le sue debolezze e anche quell’attaccamento spasmodico alla tradizione, ma ricca di voglia di sognare.

E di non lasciare che la vita si afflosci in un eterno, stantio e noioso grigio.

Ecco a voi la meravigliosa compagine di anime umane di Polignano, luogo baciato dal sole, pieno di risate e di sussurri, di pettegolezzi e di una certa chiusura che per, come ogni buon paese del sud sa aprirsi in un estremo atto di generosità abbracciando l’altro.

E nonostante gli apparenti cliché evidenziati quasi per gioco da Bianchini, la sarta bellissima e quasi fuori le righe, un amore adolescenziale sacrificato in nome del quieto vivere, una moglie che compensa una mancanza di passione, cristallizzata in un ricordo reso pesante proprio dalla sua incompiutezza e dei figli che percorrono le strade impervie del gioco chiamato vita.

Tutti attorno a un festeggiamento, un matrimonio che per ironia della sorte sembra unire i loro figli divenuti propaggini di quel sogno illusorio che è restato inchiodato al cuore con il suoi forse.

E da questo incontro, ma anche scontro generazionale ma anche di diverse modalità di vivere i sentimenti, scaturiranno delle conseguenze che si svilupperanno in questo secondo libro.

Baci da Polignano è la conclusione del cerchio, è quella capacità di estrapolare da avvenimenti distruttivi, resi comici da una perfetta capacità di raccontare noi italiani, tutti non solo quelli del sud, con una lucidità per nulla sarcastica, a quasi sorridente, nostalgica e benevola.

E da quella penna lieve che non vuole denunciare malcostumi ma solo rendere egregia e degna di rispetto quella parte scanzonata e autentica, forse un po’ comica di un italianità che è si luogo comune ma sopratutto capacità di guardare l’esistenza e i suoi ostacoli con gli occhi impregnati di sole.

E’ il sole che quindi si irradia su Matilde, su Ninella, su Don Mimì, su Damaino e Chiara, su Orlando ancora in cerca della sua identità più profonda, quella che non solo permette di accettarsi e di accettare le proprie scelte, ma che possa rendere quell’accettazione molto più lieve e limpida.

Limpida come come quello splendido mare che in sottofondo alla storia sembra accarezzare giocoso e delicato le guance colorite di sogni e speranze di Ninella.

E poi troviamo Nancy e le sue velleità da influencer, Zia Dora e quella voglia di ritrovare le proprie radici soffocate da un emigrazione fatta di fisico ma non di cuore e le comari, con la loro capacità di cogliere ogni evento e di colorarlo, come se fossero provetti menestrelli.

La famiglia che qua appare è cosi colorata, caleidoscopica, a tratti disarmonica.

Ma cosi simile ai nostri ricordi di bambina, cosi simile a quelle schermaglie del nostro passato, che l’ultima pagina verrà salutata con un sorriso e una lacrima di malinconia.

In fondo, il senso di questa famiglia non è racchiuso in null’altro che la bramosia, semplice e fondamentale, di ricercare la felicità che sia in un ricordo dolce amaro, in un progetto, in un difficile percorso di accettazione o nella meraviglia di vedere una figlia crescere e puntare i suoi piedini per rivendicare i propri capricciosi diritti.

Ancora una volta la Dark Zone ci lascia senza parole. Ma con tanta voglia di leggere altri libri incantati “Solo per me” di Maria Luisa Gingilli e “Victorian solstice vol 2″di Federica Soprani e Vittoria Corella. Cosa state aspettando?

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«Alessandro guarda là» urlai strattonandolo per un braccio. «I cigni! Ci sono i cigni!» e mi precipitai correndo verso un punto del porticciolo dove almeno una dozzina di esemplari stava mangiando. Di cigni, dal vivo, non ne avevo mai visti.

Mia mamma passava il fine settimana a lamentarsi delle pulizie di casa e mio padre davanti alla tv a seguire il campionato di calcio, così da bambina non mi restava altro che perdermi tra le pagine di un libro o davanti ai documentari. Vedere un cigno imperiale da così vicino era davvero una grande emozione.

«I cigni di questa specie hanno un’apertura alare che nei maschi arriva a quasi tre metri» ci spiegò Giacomo, «e sono molto suscettibili. Sta’ attenta Marghe, rimani a distanza.»

Io però mi ero già avvicinata troppo a uno degli esemplari più belli, un maschio dal piumaggio bianco intento a beccare resti di cibo. L’animale si alzò sulle zampe nere e aprì le ali, mostrandomi tutta la sua maestosità e cominciò a soffiare correndo nella mia direzione.

«Oh. Mio. Dio» urlai, sgranando gli occhi, nel momento in cui capii le vere intenzioni del pennuto. Mi guardai intorno e iniziai a correre verso Alessandro e Giacomo, col cigno che mi seguiva battendo le ali ed emettendo dei suoni incomprensibili. A un certo punto, però, vidi dritti davanti a me Ale e Giacomo, a terra, contorcersi dalle risate, mentre si davano grandi pacche sulle braccia e le spalle, l’uno con l’altro. Un grosso cigno voleva mangiarmi e loro se la ridevano? Mi girai, ancora correndo, e mi resi conto che il cigno che mi aveva attaccato era già tornato al suo pasto, in mezzo agli altri.

Sollevata, rallentai la mia corsa poco alla volta e mi buttai a terra accanto ad Ale, ancora con il cuore a mille.

«Cos’è tutto questo baccano? Si sentono le vostre urla per tutta la baia.»

Alzai la testa verso la ragazza bionda che ci stava rimproverando e a quel punto non riuscii far a meno di scoppiare anche io a ridere, sempre più forte, fino alle lacrime. «Un grosso cigno ha provato a mangiarmi» risposi a Susanna.

Anche lei sbottò a ridere. «I famosi ‘cigni assassini di Galway’, certo!»

 

Quarta di copertina

Un passato doloroso e fatto di rinunce, e la voglia di inseguire i propri sogni, spingeranno Margherita, ventiquattrenne romana, a lasciare la Capitale per trasferirsi a Galway, assieme al suo fidanzato Alessandro.

Tra le suggestive Cliffs of Moher, il Carrick-a-rede Bridge e il maestoso Giant’s Causeway, Margherita proverà a ridisegnare la sua vita sotto al cielo d’Irlanda.

Quella stessa vita, però, le ricorderà presto che dal passato non si può semplicemente scappare e che per crescere certi dolori vanno guardati dritti in faccia.

L’incontro con Joshua, il cugino irlandese della sua amica Susanna, poi, la porrà di fronte a una scelta importante: rimanere nella sua amata comfort-zone o seguire il proprio cuore?

Un viaggio, quello di Margherita, alla scoperta della meravigliosa terra d’Irlanda e della parte più profonda di sé.

Davanti a noi c’era il Mare del Nord, dalle cui acque gelide si ergeva quella piccola isola, mentre il cielo, straordinariamente sereno, rivelava ai nostri occhi milioni di stelle. Margherita continuò a fissarle, non sapevo se perché affascinata da esse o solo per non dover guardare me.

«Non ho mai visto così tante stelle e ne sono quasi ipnotizzata, mi credi? Ti prego dimmi che conosci le costellazioni.»

A quanto pare è davvero interessata al cielo, invece. Risi tra me e me.

«Come no! Quella è l’Orsa Minore… la stella polare» indicai la stella più luminosa vicino al Piccolo Carro, «e quella…»

«Guarda che ti sbagli» mi interruppe. «La costellazione vicino alla Stella Polare è quella dell’Orsa Maggiore. Almeno quelle dovresti conoscerle, le sanno distinguere anche i bambini.»

«Okay, okay, mi hai scoperto» le dissi alzando la mano libera in segno di resa. «Non capisco proprio nulla di stelle, ma volevo fare colpo su di te.»

Margherita scoppiò a ridere. Illuminata solo dalla fioca luce che arrivava dal cielo, era ancora più bella. Inchiodai il mio sguardo al suo, stringendole un po’ di più la mano.

Il suo respiro si era fatto più veloce, anche se in modo quasi impercettibile, e potevo sentire, sfiorandole il polso, come il battito del suo cuore fosse accelerato. Ero certo che se l’avessi baciata, in quel momento, avrei mandato all’aria tutto quello che avevamo condiviso fino ad allora, eppure la tentazione di allungare l’altra mano e spostarle i capelli che le erano ricaduti sulla guancia, per poi posare le mie labbra sulle sue, si fece sempre più forte.

«Ho voglia di baciarti» le dissi, come se non ci fosse nulla di assurdo in quell’affermazione. Mi maledissi subito, però, quando la vidi irrigidirsi all’istante.

La stavo mettendo in difficoltà, ne ero consapevole, eppure mi sentii anche incoraggiato quando notai che non si era spostata di un millimetro dal suo posto, né aveva sottratto la mano alla mia.

L’aria intorno a noi si fece elettrica, mi avvicinai lento al suo volto, per darle il tempo di decidere se volesse o meno quel bacio e fu allora che accadde […]

 

Biografia

Marialuisa Gingilli nasce a Roma nel 1983 e dal 2008 vive nella splendida cornice dei Castelli Romani con suo marito Marco e sua figlia Marlène.

Diplomata presso il Liceo Scientifico Statale “Plinio Seniore”, nel 2002 si iscrive alla facoltà di “Lettere e Filosofia” presso l’università “La Sapienza”.

Solo per me, il suo romanzo d’esordio, esce in versione self-publishing il 6 dicembre 2018, mentre il seguito, “Non te l’ho mai detto”, vede la luce il 27 giugno 2019.

È di febbraio 2019, invece, la pubblicazione di “Se fosse Amore?”, raccolta di dodici racconti firmata assieme a Giusy Moscato, Martina Pirone e Melissa Pratelli.

A inizio 2020, “Solo per me” viene ritirato e torna in libreria nella nuova veste edita Dark Zone Edizioni.

 

Salire in auto, arrivare a casa, gettarmi sotto la doccia. Cancellare con l’acqua il dolore, la rabbia, la delusione. Di questo avevo bisogno.

Misi la stessa maschera di indifferenza che tante volte avevo indossato nella mia adolescenza, quando di fronte agli amici facevo finta che tutto andasse bene, mentre il mio mondo implodeva, pezzettino dopo pezzettino, sotto gli schiaffi di mio padre e l’impotenza di mia madre.

Silenzio. Avevo bisogno del silenzio. Avevo bisogno che il mondo si fermasse, che la smettesse di farmi girare come una trottola impazzita, che la finisse di alternare il dolore con poche, fuggevoli gioie, se poi il risultato era sempre un cuscino bagnato di lacrime.

Mi chiusi nella mia stanza, pregando Susanna, nel nostro linguaggio muto fatto di sguardi e abbracci, di lasciarmi sola. Sola con me stessa, con la paura che sentivo nelle ossa, lo sconforto, il senso di perdita che si intrecciavano intorno al mio cuore.

Il senso di perdita. Una volta lessi da qualche parte che non puoi perdere qualcosa, o qualcuno, se non è mai stato tuo.

***

 

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Jericho Marmaduke Shelmardine spiccava come un virgulto verde e rigoglioso in mezzo a un’aiuola di fiori avvizziti. Un virgulto carnivoro, certo, e velenoso, e proprio per questo gradevole allo sguardo, irresistibile. Intorno a lui, capelli radi e canuti raccolti in acconciature pretenziose, carni vizze strizzate in corsetti che non avevano più nulla da contenere, pelli opache rivitalizzate inefficacemente da cipria color pesca.

«Signor Shelmardine, quando volete…» gorgogliò Lady Hatterton, gratificandolo di un’occhiata civettuola, che enfatizzò la ragnatela di rughe intorno agli scialbi occhi azzurri.

Jericho sorrise, accarezzando con lo sguardo una a una lo stuolo delle sue ammiratrici. Ciascuna di loro avrebbe potuto essere sua madre, e chissà che una non la fosse davvero; ma erano domande oziose che lui aveva cessato di porsi da tempo. Un’unica cosa gli importava di quel nugolo di attempate colombe: erano ricche, dannatamente ricche, e ben disposte a lasciarsi condurre con docile aspettativa nel mondo di arcane suggestioni che di lì a poco avrebbe creato.

Posò un bacio sulla mano sfiorita di Lady Hornfield, che beneficiava di speciali attenzioni per averlo ospitato in casa propria, nonché per essere stata la sua ultima amante accreditata. Ma questo accadeva mesi prima. In un’altra vita.

Avanzò attraverso la stanza con la sua andatura vagamente oscillante, che faceva pensare a un serpente che camminasse in equilibrio su un filo. Le gentildonne gli si accodarono come una scia di crepitante taffetà, per poi disperdersi tra i divanetti. Solo la padrona di casa e le fortunate prescelte che avrebbero preso parte alla seduta lo seguirono fino al tavolo, dove tutto era stato predisposto. Il pubblico prese posto in silenzio, mentre solerti servitori abbassavano le luci per creare l’atmosfera adeguata.

Alla fine solo l’uomo coi capelli rossi rimase in piedi, una sentinella immobile appoggiata allo stipite della porta, le braccia conserte sulla redingote un po’ lisa. Una ruga gli tagliava la fronte, conferendo al suo volto un’espressione acuta e vagamente irritata. Quando Jericho posò le mani sul tavolo e invitò gli altri partecipanti alla seduta a fare altrettanto, quell’espressione si sciolse in una smorfia infastidita e uno sbuffo di frustrazione minacciò di sfuggire dalle labbra sottili. Solo il medium parve udirlo, perché alzò lo sguardo dalla catena di mani che si andava allargando sulla tovaglia di damasco ricamata con simboli esoterici e lo fissò su di lui, solo per un istante. Fu sufficiente.

Jonas Marlowe inghiottì il sospiro, richiamato all’ordine da quegli occhi che, alla luce fioca che pervadeva la sala come oro liquido, apparivano incolori. Strinse le labbra e si rizzò in tutta la sua allampanata persona, assumendo un atteggiamento quasi marziale.

 

 

Nulla che sia innocente può durare, nulla che sia bello

QUARTA

Londra 1891: Jericho Shelmardine, il medium più chiacchierato di Londra, e Jonas Marlowe, ex ispettore di Scotland Yard, sono soci nell’agenzia investigativa J&J Investigations.

Quando il Visconte di Chelsea e la sua innamorata Boudicca Lovelace si presentano da loro chiedendo aiuto per fuggire da Londra e coronare il proprio sogno d’amore, i due investigatori non possono sapere che si ritroveranno invischiati in una guerra senza quartiere tra la più potente organizzazione criminale dell’East End e la cellula più oscura e subdola dei servizi segreti britannici. Ma loro sono abituati alle sfide impossibili.

Come quando Mary Kelly, prostituta di Whitechapel, offre loro tutti i suoi risparmi per rintracciare il mostro di cui è innamorata, l’Orco. Dal passato di Jonas riemerge una vecchia conoscenza, Harper McLeay, e la trama s’infittisce, fino a un epilogo degno di un romanzo gotico. Ma chi sceglierà alla fine la bella tra il mostro e l’eroe?

Jonas e Jericho, paladini dei perduti, custodi dei dimenticati, sono rassegnati a dover fronteggiare solo casi insoliti. Ma forse è l’unico modo che hanno per pareggiare i conti col passato e costruire un nuovo futuro, insieme.

 

«Lui lo sa, vero?» Scandì le parole, la voce appena udibile, trattenuta in gola come un ringhio.

«Che ti prende, adesso?» Era una domanda, ma era anche un avvertimento.

Attenta a quello che fai, donna.

Sapeva che Deirdre Collins era pazza e pericolosa, ma questo non aveva impedito loro di lavorare insieme in quegli anni. Del resto, erano le stesse cose che dicevano di lui.

Di lei sapeva ciò che tutti sapevano, anche se non aveva idea di dove finisse la verità e iniziassero le leggende. Che suo padre ubriaco l’aveva data in pasto ancora bambina ai maiali. Che lei, contro ogni prospettiva, era sopravvissuta, il volto e il corpo devastati dai morsi.

Poi c’era stato il barbiere di Canary Wharf, a cui suo padre l’aveva venduta, perché non sopportava più di vedersela davanti. Il barbiere che l’aveva sposata e poi era morto, la gola squarciata dai suoi stessi rasoi.

Da quel momento in poi la vicenda si confondeva in innumerevoli varianti, nessuna delle quali confortante. Deirdre Collins era stata arrestata ed era finita a Holloway, da cui era fuggita con una rocambolesca evasione. Secondo altri era stata rinchiusa a Bedlam, perché dovevi essere una pazza fottuta per fare quello che lei aveva fatto al marito. E se non era pazza quando era arrivata a Bedlam, sicuro come l’oro che lo era quando ne era uscita. Altre versioni più fantasiose la vedevano in fuga nel Nuovo Mondo, puttana in un bordello itinerante specializzato in deformità, amputazioni e altre piacevolezze. Tutti i rigagnoli si riunivano in un unico, torbido canale di scolo, e confluivano a Londra, al signor Lovelace. E ovviamente a Victor Miranda.

«Certo che lo sa» grugnì Dalton, guardando la mano della donna aggrappata alla sua manica.

Lo sa che moriresti per lui, e resusciteresti come Cristo se te lo ordinasse, che probabilmente muori un po’ ogni giorno e ogni giorno ti costringi a tirarti su, solo perché lui potrebbe chiamarti, potrebbe avere bisogno di te.

C’erano cani che non sceglievano il proprio padrone, e ciononostante non potevano fare a meno di appartenergli.

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SCHEDA

Victorian Solstice è un progetto che esiste dal 2013. Si tratta di una serie di 7 novelle e romanzi brevi (il settimo ancora inedito), che raccontano le avventure di due singolari personaggi, Jonas Marlowe, investigatore di Scotland Yard, e Jericho Marmaduke Shelmardine, sedicente medium beniamino dei salotti inglesi.

Siamo nel 1890, e il teatro di queste avventure è una Londra più gotica che vittoriana, uno scenario ricco di contraddizioni, in cui la nebbia densa di miasmi non è sufficiente a celare quanto di più torbido e oscuro si agita nell’animo umano.

Jonas e Jericho lavorano insieme per risolvere casi polizieschi scomodi, invisi perfino a Scotland Yard, e nel farlo vengono in contatto con una selva di personaggi stravaganti e oscuri, bizzarri e spaventosi, che popolano a tutti i livelli questa metropoli camaleontica.

Victorian Solstice presenta contenuti violenti e scabrosi, quindi è rivolto a un pubblico dai 18 anni in su, con interesse per il thriller, ma anche per i romanzi gotici, il noir e le atmosfere cupe in generale. Non mancano le vicende sentimentali, in primis il rapporto tra i due protagonisti, giocato sempre sul filo di un’ambiguità che assume nel corso dei vari episodi, i contorni di una seppur stravagante storia d’amore.

Abbiamo avuto riscontri positivi tanto da un pubblico femminile quanto maschile. La serie è stata apprezzata dagli estimatori di serie televisive come Penny Dreadful, Ripper Street, Copper, e altre di ambientazione vittoriana.

Sito web: http://www.victoriansolstice.it/

 

 

Intinge il pennino di rame, finché l’occhiello non piange una lacrima d’inchiostro. Sfiora con la punta il bordo del calamaio. Una, due volte. Lo solleva un istante, per permettere al liquido in eccesso di decidersi a venire giù, o forse aspetta solo l’ispirazione. Poi si china tutta sul foglio grigiastro – era carta da macellaio, un po’ chiazzata di marrone – e inizia a scrivere.

«Dove hai imparato a scrivere?» chiede l’Orco avvolto nella coperta.

Un Orco che sussurra va messo nella fiaba. Nel diario. Va scritto.

«Sono andata a scuola, sai? Non ero poi così povera, da bambina, in Irlanda.»

L’Orco fa scivolare la coperta dalle spalle, così larghe che oscurano i vani delle porte. È calda a sufficienza, porta il tepore della sua pelle. Ha il suo odore, nonostante lui, poco prima, abbia fatto il bagno con acqua calda e sapone. La coperta, lui la drappeggia intorno a Mary, sulle spalle minute, piccoli incroci d’osso, sotto muscolo morbido e pelle rosata come petali. «E cosa scrivi?» chiede. A torso nudo fa ancora più paura: è grande come i giganti delle fiabe, e le sue cicatrici non si fermano al volto, ma scendono, scendono giù, segnano il torace come zampate di belva. Una è talmente profonda che il capezzolo sinistro è amputato. La cicatrice scende sullo stomaco piatto, disegna una riga, ormai pallida come latte, lungo la cresta iliaca e scompare sotto la cintura dei pantaloni. «Le cose che mi succedono» risponde Mary. Guarda su, verso di lui.

Karl è per metà in ombra. La parte sana è al buio e allora potrebbe essere un mostro completo, senza occhi, inciso di ragnatele cicatriziali bianche e rosse, con rientranze sbagliate e sporgenze che non dovrebbero esserci. Lei non potrebbe amarlo di più.

«È un diario? Tieni un diario? Ci sono anch’io?» chiede il mostro.

Fa un passo avanti verso il tavolo e la luce debole del lume a petrolio svela l’altra metà. Bello come un principe, un atleta olimpico, una statua del Partenone. A Mary hanno raccontato che quelle statue sono la perfezione assoluta. Vorrebbe vederne una per verificare di persona.

«Ci sei sempre tu, da quando ti conosco. Ascolta.» Da sotto il tavolo prende una scatola. È ricolma di fogli e foglietti. Mary pesca all’interno e ne tira fuori uno piccolissimo, color lavanda. Legge: «‘Lui è perfetto. È così bello, così buono. Era notte, è uscito dal buio come uno spettro e mi ha salvata. Vorrei rivederlo. Sempre che non gli dia fastidio che io faccia quello che faccio. Però lo sapeva, doveva saperlo, eppure era lì per salvare me. È l’eroe delle leggende della mia terra, per metà Cú Chulainn, per metà La Morrigan. Se solo mia nonna avesse potuto vederlo’».

Karl inclina il capo da una parte. «Non conosco queste leggende. Perché non me le racconti?»

Mary sorride. «Potrebbero spezzarti il cuore.»

Karl si stringe nelle spalle. «Non si spezza quello che è già in frantumi.»

 

BIOGRAFIE

Insieme Federica e Vittoria hanno scritto la serie poliziesca vittoriana Victorian Solstice (Darkzone edizioni), il romanzo Steampunk Victorian Vigilante. Le infernali macchine del Dottor Morse (Nero Press edizioni) e il romance edoardiano Una segretaria per Milord (HarperCollins).

Federica Soprani vive a Parma, cercando di coniugare da anni la passione per la scrittura col lavoro e la gestione di una famiglia che ha più zampe che arti. Si è laureata in lettere moderne con una tesi dal titolo La figura del Vampiro nel Teatro tra ‘800 e ‘900.
Il suo romanzo
Corella, l’ombra del Borgia (www.corella.it) ha vinto il Premio Letterario Mondoscrittura 2013. Uscirà a fine 2020 con Nua edizioni.
Insieme a Vittoria Corella ha pubblicato la serie poliziesco-vittoriana
Victorian Solstice (Darkzone Edizioni), il romanzo Steampunk Victorian Vigilante. Le infernali macchine del Dottor Morse (Nero Press) e il romanzo Una segretaria per Milord (Harper Collins Italia).
Nel 2017 ha pubblicato con Edizioni il Vento antico la raccolta di racconti
Quello che sulla Terra sapete.
Nel 2019 ha pubblicato con Triskell Edizioni
Il Cammino del Sapiente, prima volume della trilogia fantasy Cronache di Daederian.
Dal 2018 collabora con la casa editrice Letterelettriche e con la rivista digitale Lost Tales.
Pubblica racconti in antologie, su riviste e periodici.
Il suo sito è http://www.federicasoprani.it 

Vittoria Corella è uno pseudonimo.

La persona che si cela dietro questo nome ha lavorato come giornalista per il Romagna Corriere, il quotidiano più diffuso in Romagna dopo il Resto del Carlino.
Insieme a Federica Soprani ha pubblicato la serie poliziesco-vittoriana Victorian Solstice (Darkzone Edizioni), il romanzo Steampunk Victorian Vigilante. Le infernali macchine del Dottor Morse (Nero Press) e il romanzo Una segretaria per Milord (Harper Collins Italia).
A febbraio 2013 esce per la Mela Avvelenata Bookpress il racconto breve Terra di nessuno. Con Eros Edizioni pubblica il racconto erotico Justify the Strong. Nel novembre del 2014 esce per Lettere Animate, collana I Brevissimi, il racconto Jack.

Vive a Castrocaro Terme, alleva tarantole e ha una gatta a tre zampe.