Blogtour “Bestie d’Italia. Volume 1” Autori vari, NPSedizioni.

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Strade di campagna, portatemi a casa

Ai luoghi che mi appartengono

mamma Montagna dell’ovest Virginia

Portatemi a casa, strade di campagna

Mentre pensavo a come scrivere una degna recensione per la strabiliante raccolta di NPSedizioni, ascoltavo uno dei miei brani preferiti, John Denver “Take me Home. Coutry Roads”.

Perché ti piace tanto questa musica country che sa di kitsch direte voi?

Non sei la fans numero uno di Vecchioni?

Si miei cari lettori.

Ma vedete il country ha il sapore di casa, della semplicità di paesaggi apparentemente banali di fronte alle luci sfavillanti di una New York o alla bellezza effimera id Washington.

Eppure sono i luoghi in cui il nostro Denver sogna di tornare, perché rappresentano CASA.

Per lui il West Virginia, nonostante le sue difficoltà (e credetemi quella parte d’America di fatica ne fa ogni giorno) trova nei volto conosciuti, nella loro lingua dai termini magari storpiati, in quelle infinite strade di campagna l’essenza della sua stessa anima.

Vedete, possiamo essere cittadini del mondo, decidere di viaggiare, conoscere, immedesimarci in ogni volto che incontreremo, in ogni colore, in ogni dialetto, ma una parte di noi avrà sempre un luogo da chiamare casa.

E sarà il posto da cui siamo partiti a esercitare su noi un’attrazione indescrivibile, e sarà creata da colori unici, magari meno brillanti, ma quelli con cui i nostri occhi si sono beati nell’infanzia, il giallo del grano, il verde smorto dei fili d’erba, i sapori antichi di una torta, di un manicaretto cucinato da una nonna lontana nei ricordi, ma presente ne cuori.

Saranno gli effluvi dell’aria, intrisi di mille ricordi oramai racchiusi nel cuore.

Sarà la nostra Terra a richiamare la nostra immaginazione e la nostra fantasia, quella che a John Denver faceva dire portami a casa, tra i colori, tra gli occhi spenti della mia gente, tra le distese infinite, in quelle strade che toccano l’orizzonte.

Ed è questo che mi provoca un fitte di dolore al cuore.

Perché noi italiani a differenza dei tanti biasimati cantanti del mio amato country, questa passione l’abbiamo persa o forse mai avuta.

Non ricordiamo la nostra storia, non ammiriamo la nostra geografia variegata che dalla montagna scende a picco sul mare.

Non conosciamo gli odori contadini dei nostri piatti, quelli che invece in America vanno coi tanto di moda ( grazie Joe Bastianich).

Non conosciamo addirittura le mille creature magiche che affollano misteriose e lievi i nostri incubi. Non conosciamo la nostra Italia.

E questo non è solo un fatto nazionalistico e patriottico, ma di sentimento. Non sta il sentimento, non alberga nei nostri cuori.

Siamo così impantanati a vivere nel virtuale che ci siamo scordati di guardare fuori alla finestra e emozionarci per un tramonto. E nessuno sente l’esigenza di tornare a casa: take me home è un grido disperato che forse conoscono gli emigrati, che forse cantano le persone costrette a lasciare il bel paese. Per gli altri è solo un coro di lamenti, di indignazione, di schifo per questo paese che è sempre un po’ furbo, un po’ guascone, un po’ scugnizzo e tanto chiuso. È solo un notare i mille difetti nel nostro modo di rimodernare o intorbidire teorie e ideali, persino sistemi politici e economici, quel nostro stare sempre con due piedi in una scarpa, senza mai decidere del tutto, quel nostro tiriamo a campare. Ed è vero che siamo cosi creativi da aver scelto una democrazia mista, né troppo popolare, né troppo autoritaria, un sistema economico non troppo liberista, né troppo statale e uno stato né troppo laico né troppo confessionale.

Un passo avanti e uno trasversale, sempre accorti a non esagerare, sempre attenti a non prendere posizione, se non si è sentito almeno un’autorità esterna.

Siamo un paese strano, creativo ma mai troppo, non sia mai ci facesse male.

Ma siamo un paese che prova a sopravvivere, che ha una sua storia e una sua cultura specifica fatta di mille sfaccettature, di mille sfumature, di mille sentimenti e di leggende.

Siamo un paese di santi e sognatori, troppo sognatori per creare uno stato davvero machiavellico.

Anche se il furbo non ci manca, anche se con il male sappiamo scendere a patti. Siamo un pese che soffre di autolesionismo, sempre pronto a vedere e lodare la bruttura, ma quasi schivo a alzare la testa e elencare con orgoglio la meraviglia. Perché forse, dopo tutti questi anni, siamo ancora sconvolti dalla notizia che beh, siamo anche noi una nazione. E di questi salti nel buio, delle imperfezioni come della magia, dovremmo essere fieri. Perché solo dai punti di partenza inizia il viaggio. E invece siamo quasi titubanti a voler dire all’Europa e al mondo, ehi ci siamo anche noi, con i nostri difetti, con le nostre mille voci, con i nostri colori e con tutti i dialetti del mondo capaci di rendere la nostra lingua viva e ricca.

Siamo pronti a prendere in prestito persino le mitologie di altri paesi, come se noi fossimo terribilmente scarsi di miti, di racconti, di creature misteriche, di tradizioni.

L’Italia è un paese fondato sul magico.

Persino la volontà giolittiana di creare l’italiano medio si fonda sul mito.

Persino Mussolini, l’innominato, cercò di creare l’uomo nuovo partendo da una lontana e favolosa leggenda: quella della lupa, quella dei riti di fondazione dell’antica Roma, tra cui l’omphalos. Importiamo feste anglosassoni, quando anche noi abbiamo i nostri riti per venerare i defunti e persino riti per celebrare la fine dell’estate, Abbiamo il nostro Samahin, i nostri demoni e la nostra modalità per scacciare le tenebre. Abbiamo i nostri dolci dei morti, le grotte in cui si nascondono le fate, che si chiamino Salighe o le janas o la bella m’briana o addirittura la Longana.

E cosa dire di ninfe e fauni?

Abbiamo i nostri draghi, specie quello di Malagrotta, oggi sede di una atroce discarica.

i folletti tra cui il buffardello, il mazzamuarello, il munaciello o il tummà.

Abbiamo le streghe come le corgas, le janare, le majare e le masche, demoni come la mama e su sole, l’orcolat, il krampus, il marabecca.

E che dire dei lupi mannari?

Abbiamo persino la versione montana chiamata l’uomo selvaggio, parente stretto dell’uomo verde presente in molte cattedrali gotiche. E infestano i boschi della val d’Aosta, chiamato der ronker, del Piemonte luz ravas nelle valli valdesi con il nome di luop ravert, fino al leggendario lupo mannio della toscana più precisamente Pontremoli.

Ecco che gli esseri mitologici, effimeri evanescenti, rei di scomparire nei nostri sogni perché nessuno ci credeva più, perché il popolo aveva smesso di raccontare le loro gesta attorno al fuoco, sostituiti dai loro parenti irlandesi o scandinavi, prendono di nuovo vita e sfrecciano veloci infestando, anzi oserei dire arricchendo la nostra stantia quotidianità.

Nel racconto di Malaspina il luna park il confine tra le due dimensioni sfuma, fino a far toccare, compenetrare le dimensioni che avevamo cosi affannosamente separato. Ecco che i nostri amati folletti, minacciosi, dispettosi, ma cosi teneri in fondo, sorridono e iniziano a salutarci con una mano inquietamente artigliata, felici di avere di nuovo corporeità e sfrecciare veloce godendosi le emozioni sfrenate dell’umano. Perché vedete il mondo numinoso ha bisogno di noi e della nostra capacità tutta umana di provare emozioni. E noi abbiamo bisogno di loro, perché una vita senza fantasia è una vita a metà.

E cosi la dolce Leonardi fa rivivere i miti della Roma antica, ma sopratutto ci fa capire che in fondo questi esseri non vanno addomesticati perché rappresentano la nostra parte più intensa, più selvatica e più vera. Vanno amati, coccolati e avvolti nei nostri sogni. Per poter creare assieme un mondo diverso, meno scontato, più misterioso e pericoloso. In fondo i Fauni anche se abbastanza irresponsabili, svegliano la parte meno piacevole di noi è vero, ma quella che ha portato questi meravigliosi autori a creare un libro pieno di magia, di amore per la loro terra e di rispetto per quella capacità dei nostri antenati di sognare. E tramite il sogno dare vita a creature indimenticabili.

Io non posso che ringraziare questi favolosi creatori di sogni e i loro capitano, dal coraggio e dal core puro come quello di un artico cavaliere, capace di difende, davvero anche se soltanto con un libro, la nostra vera autentica essenza.

Io ho viaggiato con voi, nei meandri del mito, tornando ad abbracciare felice il mistero e la mia Italia. E invito ognuno di voi a lasciare per un istante facebook instangram e a provare a viaggiare con il pensiero, attraverso le tortuose ma sfavillanti vie del mito.

Grazie per questi momenti.

Adesso scusate ma ho una danza nei boschi con il mio fauno.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli.

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Review party “La sorella perduta” di Kate Furnivall, Piemme Editore.

 

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Due sorelle gemelle, tanto uguali quanto diverse, una integrata alla perfezione nella società, l’altra difficile e ribelle.

La prima, Florence, che, forte di un matrimonio con un uomo impegnato politicamente, tesse tele di relazioni pubbliche con i più potenti; l’altra, Romaine, totalmente opposta.

Idealista, scapestrata, utopista.

Un’aviatrice, una delle prime della sua era, che lotta feroce per ciò in cui crede, una combattente.

Entrambe immerse nell’atmosfera parigina della seconda guerra mondiale, in una Francia in bilico tra l’essere succube della Germania nazista e la voglia di non soccombere del tutto, resistendo indomita all’avanzare del morbo tedesco, cercando accordi, sotterfugi e trattative pur di evitare lo scontro bellico.

E in più un evento lontano che sin dalle prime pagine lega la storia, le due donne e il lettore indissolubilmente, lasciandolo spesso col fiato sospeso.

E poi ancora il rapporto stesso tra le sorelle, che lungo le pagine vedrà il loro affetto vacillare insieme alle proprie convinzioni; o l’amore, gli intrighi e uno sguardo sulla Parigi caotica, tentacolare e a volte violenta della seconda metà degli anni 30 del secolo scorso.

Un mix di storia e fantasia; di suspense e passione, quella tra le persone e quella delle idee, che fanno sì che il libro sia godibile dall’inizio alla fine, che lascia spesso colui che legge in trance, come scosso.

Scosso forse da ” uno scorcio di un mondo adulto che infierisce sui propri simili…”, come un personaggio del libro, e come tutti coloro che vedono nelle violenze della guerra qualcosa di molto simile all’antro dell’inferno.

La Furnivall è una scrittrice fenomenale, che riesce a creare atmosfere e emozioni vive e vivide, cosa che solo i grandi riescono a fare.

Per fortuna che ci sono ancora scrittori, e scrittrici così, mi viene da dire.

 

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Recensione a cura di Vincenzo de Lillo

Blog tour di “Dove il destino muore” di Elisabetta Cametti, il Cairo editore. Approfondimento, “Radiografia della scrittura: il vero senso di un libro tra le pagine di Dove il destino non muore. “.

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Elisabetta Cametti è stata per me non solo una scoperta, ma quasi un’amica.

Mi sono resa conto che, quando ero stanca o arrabbiata o delusa dal mio lavoro da blogger, mi immergevo nel mondo (neanche tanto fantastico) creato da Elisabetta.

E sparivo per almeno un’ora.

Un’ora soltanto, perché purtroppo i suoi libri finiscono presto, nonostante siano composti da parecchie pagine.

Li inizi e all’improvviso eccoti arrivata alla fine.

E ti restano dentro non tanto le emozioni, quanto una curiosità incontenibile.

E spesso sono andata a riprendere testi che avevo nel cassetto, sono tornata a scrivere i saggi e a chiedermi, ogni volta che guardavo il cielo, perché in fondo l’astronomia fosse cosi importante per gli antichi e per noi.

Potrei approfondire il suo testo raccontandovi dei misteri archeologici veri, cosi com’è vera l’innovazione del grande Napoleone, cosi piccolo di statura ma cosi gigante nel cuore e nel coraggio.

Potrei narrarvi dei misteri di Waterloo, o della meraviglia dello zodiaco di Dendera, dei segreti millenari della sfinge o della teoria che collega l’inizio della civiltà evoluta nel 10mila A.C.

Potrei portarvi le prove scientifiche della nuova datazione della Sfinge, insomma potrei accompagnarvi lungo i misteri dei guardiani della storia, che non è fantasia per nulla.

Ma, stupitevi, non lo farò.

Dovrete cercarli da soli e usare la vostra mente, stuzzicata dalla curiosità.

Io non vi aiuterò.

Ma farò, a parer mio, qualcosa di più importante.

Svelerò attraverso le parole di una scrittrice di indubbio talento, cosa davvero significa scrivere.

Parlando con tante imbrattacarte ho notato come il sogno ricorrente in Tizia Caia e Sempronia sia diviso in due parti: la prima, essere letta. La seconda, creare un prodotto perfetto.

E le vendite.

Quindi il voler essere letto presuppone un’indagine affannosa verso il lettore: cosa chiede, di cosa ha bisogno, cosa desidera, cosa lo fa emozionare.

E questo è semplicemente marketing.

L’altra è un’incessante quanto assurda ricerca della perfezione.

Che rende il testo fruibile (ossia leggibile) da tutti, coerente, ben documentato, perfetto stilisticamente e a livello di forma, con la giusta dose di infodump e show don’t tell.

E cosi ecco una serie di libri ben confezionati, strutturati rigidamente.

E voi nuovi pionieri della letteratura non storcete il naso.

Già vi vedo iniziare la campagna contro di me.

Fatelo.

Ma intanto io continuo.

Ecco che l’autore sceglie l’argomento più cool, più in voga e si sottomette alla cosiddetta dittatura del lettore.

Voglio il lieto fine!

Voglio sognare!

Voglio la trasgressione!

Voglio piangere ridere, avere l’ormone a palla.

Voglio e sempre voglio.

Il problema è che mai ciò che vogliamo coincide con ciò di cui abbiamo bisogno.

E di cosa abbiamo bisogno oggi?

Di pensare.

Di sentirci parte di un mondo tutto ancora da scoprire, da immaginare, da raccontare, sempre nuovo e sempre elettrizzante.

Abbiamo bisogno di magie di dubbi, più che di certezze.

Questo perché le certezze ci fanno sentire importanti e invincibili ci fanno sentire unici, fortunati, privilegiati, il popolo eletto.

Perché è la certezza di avere raggiunto il massimo livello evolutivo a darci l’illusione di essere liberi.

Un popolo che non pensa e non è stimolato a pensare, può essere davvero libero?

La letteratura è una delle basi più importanti della nostra socializzazione.

È il modo con cui o si assimilano e legittimano gli assunti culturali di una società o si criticano, e si propongono nuove idee, nuove interpretazioni… nuovo e mai vecchio. E sapere di essere solo anelli della catena chiamata civiltà, una catena lunga e complessa, non fa altro che responsabilizzarci non solo su scelte e azioni, ma anche sui significati da proporre.

La bellezza di Dove il destino non muore, non è solo quello di affrontare il tema della storia e dei suoi guardiani, non è solo quello di raccontarci una donna che non è più a bella Biancaneve da salvare, ma è quella di spingerci a dire “ forse non è tutto qua.” Pensateci.

Cosa provate nel leggere di Kathrin che decide di essere sola e di affrontare in totale indipendenza la vita?

Una donna che sa arrabbiarsi e magari difendersi, ma allo tempo stesso è empatica e prova dolore?

Ve lo dico io.

Stupore.

Qualcuno, per la prima volta in un libro, non vi fa passare il messaggio di una donna vittima, un po’ ebete che una volta trovato il principe azzurro, se ne fotte di tutto.

Kat vive e sceglie.

Vive e si impegna.

Contrasta il potere maschile, pensa riflette e si sente fiera di essere diversa.

Iniziate a comprendere il valore salvifico di un libro?

Elisabetta scrive.

Racconta una storia che l’appassiona.

Osa.

Rompe il muto e complice silenzio dell’ortodossia.

Propone una donna che fa una letteratura antica.

Che non crea a tavolino con i nuovi software i personaggi.

Non affibbia loro punti di importanza.

Va nell’iperuranio, trova idee e le trasporta su carta.

E leggete, ma leggete bene questo passaggio:

«Nella mia mente esistono. Eccome, se esistono. Da lettrice, mi sono sempre interrogata su che tipo di relazione avesse Agatha Christie con Hercule Poirot e Miss Marple. Ora che sono passata dall’altra parte, l’ho capito. Chi inventa storie e scrive romanzi non può fare a meno di credere nei propri personaggi. Dedichiamo talmente tanto tempo a crearli e a renderli ciò che sono! Costruiamo il loro carattere, i loro gusti, addirittura le loro manie… non solo diventano reali, ma finiscono per vivere con noi ogni santo giorno

Capite?

Nella sua mente.

Non in un corso di scrittura creativa, non nel manuale del perfetto word-building, non nei consigli dell’editor cool di turno.

Nella sua mente.

Nella sua fantasia, in una regione quasi sacrale, fatata, essi esistono. E la chiamano: Ehi Betta vieni qua devo parlare!

E la nostra Elisabetta li prende con sé e gli dà parola.

E loro parlano a volte sovrapponendosi e accantonando l’autrice.

In questo libro non c’è la volontà del lettore.

C’è un libro che si anima e parla.

Ecco cosa significa scrivere.

Lasciarsi andare, affrontare anche il bellissimo rischio dell’imperfezione, perché quando il libro è creato, quando la pagina VIVE e respira l’imperfezione diviene perfetta.

E quando vi chiederete cosa significa essere scrittori, rispondetevi con questa frase:

«Non mi sento uno scrittore nemmeno adesso.»

«Ma hai già pubblicato una marea di libri…»

«Non basta pubblicare libri per esserlo. Sei uno scrittore quando con le tue parole riesci a mostrare una realtà che il lettore non aveva neppure immaginato… e sulla base di quella realtà lo induci a riflettere, fino a portarlo a vedere le cose dalla prospettiva opposta. Sei uno scrittore se il lettore si sente una persona diversa appena inizia il viaggio con te. Se a metà libro avverte il bisogno di approfondire le verità che gli hai suggerito. Se prima di affrontare l’ultimo capitolo ha già deciso che terrà vive le emozioni di cui si è nutrito pagina dopo pagina. Sei uno scrittore se offri visione, conoscenza, cambiamento, e tutti i vocaboli che il dizionario ti propone come loro sinonimi. Altrimenti sei solo un uomo, uno dei tanti.»

Non è importante pubblicare o essere letti.

Non è importante avere follower o seguaci.

O gruppi dedicati a te che ti esaltano.

Sei scrittore quando proponi cambiamento, quando spingi qualcuno a ricercare le verità che mostri ma non riveli, quando non solo lo fai sognare, ma lo fai interrogare.

Quando sostituisci al vecchio status quo un mondo più ricco e sfaccettato. Quando il sogno deve diventare realtà, una di quelle che sembravano impossibili.

Quando cerchi di creare in terra la tua isola che non c’è e te ne freghi di chi ti chiama pazzo.

Dopo aver chiuso il libro, se il lettore si sentirà ancora legato a te, lo riprenderà rileggendolo e troverà ogni volta un significato, uno sprone, un incitamento, una ribellione.

Quando il libro parlerà con lui e non solo di lui, proponendogli verità che non sapeva di aver bisogno.

Ecco chi è uno scrittore.

Ecco chi è lo scrittore che io voglio custodire dentro di me.

Tenere quel testo sul comodino perché la luce che irradia, non smetta mai.

Perché mi ricordi che anche io non sono un semplice uomo, ma un custode della verità.

per consentire alla storia di non essere dimenticata. Né violentata

Ecco noi che amiamo davvero i libri, leggendo Elisabetta possiamo ricordarci della meravigliosa canzone di Vecchioni, il libraio di Selinute

Così di notte, quando tutto era silenzio nella strada, 
io scavalcavo la finestra e camminavo con le scarpe in mano, 
e m’infilavo nella luce fioca della sua bottega, 
per sentire la voce di quel piccolo uomo. 

Così di notte in quella stanza dove mi dimenticavo il tempo, 
io stavo ad ascoltarlo di nascosto mentre lui leggeva 
parole di romanzi e versi come cose da toccare 
e al frusciare di pagine mi sentivo volare…

e le parole come musica di seta 
mi prendevano per mano, 
e mi portavano lontano dove il cuore 
non si sente più lontano: 
dentro le immagini, nei libri e nella pelle 
di chi aveva già vissuto cose tanto uguali a me; 
nella follia d’essere uomo e nelle stelle 
per andare oltre il dolore più inguaribile che c’è; 
e le parole si riempivano d’amore, 
le sue parole diventavano d’amore, 
le sue parole diventavano l’amore

Questa è Elisabetta.

E questo è l’approfondimento che voglio scrivere.

Perché il suo libro omaggia i miei miti, perché cura e guarisce una letteratura azzannata, ferita, e dileggiata.

E questa sua parola salvifica, vale più di mille dati storici.

Quelli li troverete da soli.

Capire, invece, cosa deve darvi un libro in questo mondo cacofonico, è molto più difficile.

Grazie dal profondo del cuore Elisabetta,  perché tu si che difendi un libro, un libro vero.

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 A cura di Alessandra Micheli

Blog tour “Dove il destino non muore”, terzo libro della Trilogia di K, di Elisabetta Cametti, Il Cairo editore.

 

 

 

 

Cosa deve fare un libro?56533725_843562022668202_2149550725565251584_n

Sento già la vostre risposte. Emozionarmi. Coinvolgermi. Darmi il sogno di una vita che per mille motivi non posso vivere.

Farmi evadere, rilassarmi…

Eppure non sento una voce capace di sussurrare, “voglio vedere o imparare a vedere l’altro lato della realtà, quella che non ci insegnano a scuola, quella che è rinchiusa nei polverosi antri della cultura accademica, quella innovativa, distruttiva, capace di suscitare meraviglia.” Ecco, chi leggerà la serie K, avrà molto di più di un minuto di relax.

Avrà a disposizione un costante e ininterrotto stimolo alla conoscenza e al pensiero. Libero, scevro da banalità.

E sopratutto capace di oltrepassare tempo e spazio che non saranno (in fondo lo abbiamo scoperto grazie a Einstein) rigidi e dai confini precisi, ma malleabili, costruiti a stringhe, capaci di operare corsi e ricorsi in un andamento non più lineare, ma a spirale. Il bello dei thriller archeologici, del mistery di Elisabetta, è proprio in questa concezioni spiraliforme del tempo, che pone passato e futuro (ma anche presente) non come categorie rigide e distanti una dall’altra, ma come facce della stessa medaglia chiamata vita.

Ecco che i protagonisti della storia si muovono come se appartenessero a ogni tempo e la storia diviene viva, diviene non più disciplina, ma essenza vitale che permea le nostra scelte.

La storia non è più un insieme di dati, di fatti di azioni, ma di responsabilità delle scelte.

E per chi come me è fissato per le parole, cambia tutto.

I guardiani della storia, i protagonisti dei suoi libri non sono supereroi, ma sono sicuramente dotati di una visione ampia, di talenti diversi e pertanto pericolosi, sono persone che compiono “Miracoli” solo perchè responsabilizzano quella meravigliosa dotazione chiamata libero arbitrio.

I guardiani sono chiamati a fare delle scelte per proteggere il futuro che è stato scritto. È la loro missione. Forse è per questo che non possono governare le visioni. Ciò che devono vedere fa parte di un piano superiore: momenti dell’altro guardiano essenziali per le decisioni che dovranno prendere. Così le scelte dei guardiani si sommano tra loro, tanti puntini sparsi nel tempo e nello spazio ma uniti da un filo invisibile… una rete di aiuti alla storia. E il cerchio si chiude.» Sospirò. «Perché i segreti del futuro sono racchiusi nel passato.»

Quindi i guardiani, cosi come li intende la Cametti, non sono altro che parti consapevoli dell’intero organismo sociale capaci di comprende non tanto l’attualità e l’importanza delle storie e della storia, ma semplicemente quanta responsabilità comportano ogni bivio. È dal tipo di strada, dal tipo di idea o ideale che si sposa che il passato e il presente possono colorare il futuro. Ora io potrei raccontarvi la trama, tediarvi con i dettagli dello stile, ammorbarvi con la precisa caratterizzazione dei personaggi o ammaliarvi tentando di farlo attraverso gli argomenti e i messaggi che la Cametti inserisce come piccole perle nel suo testo. E ovviamente io ho deciso consapevolmente di scegliere la seconda opzione. Oltre a evidenziare la responsabilizzazione umana, Elisabetta decide di raccontarci la sua visione della storia, una visione necessaria oggi che siamo tutti bombardati da notizie, messaggi e informazioni, cosi incapaci di comprendere quale sia la falsa e quale sia la reale. Oggi tutto è a disposizione di tutti. E questo comporta due conseguenze: uno che possiamo svelare i retroscena di tanti accadimenti, persino quella sotto storia che Balzac riteneva l’unica degna di nota

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad “usum delphini”, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.

L’altro è che tali accadimenti possono essere essi stessi strumenti di coercizione e id manipolazione; ecco che in quest’epoca virtuale spuntano come funghi le fake news. Dalle teorie cospiratori a quella più deliranti che pongono come nuovo antagonista religioso…il rettiliano.

Tra queste due realtà dobbiamo destreggiarsi e ci destreggiamo quasi sempre annichilendo e addormentando la ragione critica.

Kant ringrazia.

Ecco che tante notizie dagli out parts, alle nuove scoperte archeologiche, o linguistiche del passato arrivano quasi ignorate, quasi in sordina, a passo felpato e non riescono a asservire al loro compito: quello di titillare e stimolare il pensiero. E invece sono proprio quei dati, i dati discordi, strani, quelli incongruenti con le nostre certezze a darci la somma di quanto il mondo e la realtà umana sia meravigliosa. Sono i misteri della storia a indicarci che il nostro sviluppo è sol agli inizi e che possiamo migliorarci, che il livello alto non è ancora stato per nulla sfiorato. Il problema però è molto più complesso. E si riconnette con la necessaria scelta responsabile dei guardiani. Quanto davvero la conoscenza e la verità possono essere svelate tutte assieme senza che il contenuto informativo danneggi l’intero corpus sociale?

È questo un problema che si sono posti un po’ tutti i riformatori. Alcuni hanno sentenziato sull’inutilità della segretezza.

Altri hanno convintamente patrocinato la necessità che essa, la gnosi, sia elargita a piccole dosi e soltanto dopo un lungo apprendimento.

Questo sulla convinzione che il sistema mentale, spesso paragonato a un ardito e complesso “computer” inframmezzato però da impulsi che esulano il campo della matematica e del sistema BINARIO ( i cosiddetti residui paretiani, ossia la parte non logica di ogni idea e di ogni ideale) possa subire una vera crisi qualora non sia adeguatamente supportato per inserirvi il sistema percettivo nuovo. È come se in un pc capace solo di accogliere il sistema operativo Vista, immettessimo il più moderno e potente sistema Windows 10. Io ci provai tempo fa e il risultato è stato un crack, o per dirla in italiano, la completa fusione dell’hard-disck. Ma se il mezzo elettronico può essere aggiustato o buttato, l’hard-disck umano, ossia la mente, una volta rotta è quasi impossibile da riparare. Può essere controllata, può essere curata ma non riparata. I danni apportati alla mente sono duri, difficili e spesso irreversibili. La follia, seppur usata per creare, può anche essere fattore di distruzione.

E ecco allora che certe conoscenze hanno bisogno del terreno adatto. Bisogna lavorarci su e creare sempre l’apprendimento superiore.

Il rischio di dare informazioni di alto livello è troppo grande. La conoscenza in mani sbagliate è una bomba atomica.

E vi ricorderete, spero, cosa successe con l’invenzione del nucleare a Hiroshima. Non è stata certo usata l’energia atomica per far crescere. È stata usata per annientare e dominare.

E cosi tutte le esplorazioni identificate dalla Cametti, reali e per nulla fantasiose: esse in mani sbagliate possono creare una società manipolata. Pensate se un giorno scoprissimo che non siamo cosi tanto evoluti come crediamo.

Che siamo solo capaci non di innovare ma di ri-scoprire.

Perché è la certezza di avere raggiunto il massimo livello evolutivo a darci l’illusione di essere liberi. Cosa sarebbe di noi se scoprissimo che siamo ignoranti rispetto a civiltà che ci hanno preceduto?

Quando ho apprezzato l’idea di essere solo un anello di una catena più antica, un punto nell’immenso, mi sono sentita piena di meraviglia e di emozione. Mi sono sentita quasi responsabile di proteggere tutto quel passato che gravava sulle mie spalle.

Finalmente il piedistallo angoscioso su cui l’educazione mi elevava “Tu padrona del mondo” è sceso dalle mie spalle. E ho trovato il mio centro, cosi come lo trova Katherine: sono solo un pezzo singolo, brillante e importante di un immenso mosaico. E ho sentito il legame con i miei progenitori, con antenati, con visi e volti passati. Entrambi fedeli all’idea che in fondo, l’universo intero è l’unica mia certezza. E l’universo cresce si espande e poi crolla per poter poi rinascere. È un’emozione meravigliosa strabiliante e straordinario.

Mi sono resa conto che la storia…siamo noi.

E noi siamo responsabili, noi siamo i guardiani, noi dobbiamo proteggere il corso degli eventi voluto dal disegno universale.

Capisco che per molti sembri spaventoso. Ma se leggendo il libro della Cametti, oltre all’adrenalina al sentimento, riuscissimo a sentire quella senso di appartenenza e di avvedutezza, allora la nostra “guardiana” non avrà solo creato personaggi eterni, ma avrà semplicemente creato un altro piccolo gradino capace di farci toccare il cielo.

E in quel cielo torneremo a essere davvero noi stessi, figli della ribellione, figli della capacità di trasgredire le regole e iniziare sempre un cammino nuovo:

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, 
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo. 
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso. 
La storia siamo noi, 
siamo noi queste onde nel mare, 
questo rumore che rompe il silenzio, 
questo silenzio così duro da raccontare. 

Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone, 
la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione. 
La storia siamo noi, 
siamo noi che scriviamo le lettere, 
siamo noi che abbiamo tutto da vincere 
e tutto da perdere. 

E poi la gente (perché è la gente che fa la storia) 
quando si tratta di scegliere e di andare, 
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, 
che sanno benissimo cosa fare. 
Quelli che hanno letto milioni di libri 
e quelli che non sanno nemmeno parlare, 
ed è per questo che la storia dà i brividi, perché nessuno la può fermare. 
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, 
siamo noi, bella ciao, che partiamo. 
La storia non ha nascondigli, 
la storia non passa la mano. 
La storia siamo noi, 
siamo noi questo piatto

di grano.

 

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Recensione a cura di Alessandra Micheli.

Continua il blog tour del “Diario della verità perduta” di Giacomo Fratini, Efesto edizioni. Oggi parleremo del clou del testo “Le verità perdute”.

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INTRODUZIONE.

Il libro di Giacomo Fratini è un libro ammaliante.

Suadente, permeato di folle bellezza.

La storia che racconta diviene così ramificata da essere complessa e al tempo stesso logica.

Ma sopratutto molto vicina a noi a quell’animo umano che spinse un giorno Eva a sperimentare, a domandarsi la veridicità o meno del tabù divino e quindi a conoscere.

E’ da quell’atto ribelle, amato e odiato, ma strettamente necessario per la nostra crescita, che inizia il cammino dell’umanità.

Di infrazioni ai comandi, alle limitazioni dell’esistenza perfetta, la mitologia che ne regala a iosa. Da Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dei per regalarlo agli uomini, alla discesa dei favolosi e splendenti vigilanti.

Furono i figli di Dio a regalarci la conoscenza metallurgiche, quelle mediche, magiche e scientifiche, in un atto d’amore che aveva il sapore della trasgressione: i vigilanti dovevano proteggere la gnosi divina, credevano nel loro compito, eppure si fecero convincere, condizionare o sedurre da occhi cangianti e ammalianti dell’amore.

E ancora secondo le teorie di alcuni ricercatori in odore di eresia, antichi visitatori non terrestri portarono ai nostri primitivi genitori conoscenze di alto livello tecnologico, scientifico che permisero la costrizione dei grandi monumenti megaliti, delle piramidi maya e egizie, della sfinge, che molti geologi considerano molto più antica della datazione classica ( si vedano i lavoro di Mark Lehner) delle splendide linee di Nazca e persino i famosi e contestati teschi di cristallo.

Perché vi racconto questo?

Perché ogni mito, ogni folclore non è altro che una scatola, uno scrigno intarsiato che contiene quella che Renè Guenon chiama la scienza sacra.

Questa è riconosciuta da ogni filosofo, da ogni scienziato, convinto che in un lontano passato alcuni uomini straordinari, giganti non solo di statura fisica ma morale, collezionarono racchiudendoli in storie dal sapore esotico, in architetture, persino nei tarocchi, insomma la storia non solo di conoscenze specifiche, quelle capaci di ampliare i nostri orizzonti, ma anche della stessa evoluzione cognitiva umana. La scienza sacra si avvicina e racchiude sia la scienza nel senso moderno del termina, sia quella propriamente spirituale e religioso.

Erano unite, erano indissolubilmente sorelle, erano uno lo specchio dell’altra.

E siamo noi oggi, grazie alla critica cartesiana che abbiamo disunito pleroma e creatura per dirlo alla Bateson, spirito e materia e sovrannaturale e meccanico. Il compito di alcuni libri è quindi, quello di stuzzicare la nostra curiosità e raccontarci in chiave romanzata conquiste che spesso dimentichiamo a favore della nuova tecnologia ma da cui questa è nata e si è sviluppata. In realtà, ogni scoperta di oggi è solo un ricordare l’intelletto di ieri, tanto che persino la fisica quantistica nello splendido lavoro di Philip Roth non è altro che un elaborazione in linguaggio post moderno di un mix alchemico, magico, psicologico e persino simbolico. (Vedesi I cercatori di Dio di Philip Roth).

Fratini non fa altro che contenere tutti questi passaggi che portano semplicemente non tanto alla scoperta dei misteri divini dell’universo, ma dell’immensa potenzialità della creatura chiamata uomo. E soltanto ritrovando le verità perduta nei meandri del tempo, della coscienza e dell’esperienza, possiamo ancora bearci e credere nella nostra perfettibilità.

Buon viaggio.

PRIMA VERITÀ‘. NEWTON HA SBAGLIATO

Oggi i maghi si chiamano fisici. E non fisici qualunque ma adepti del genio rappresentato da un certo Albert Einstein. Osserviamo la formula straordinaria della teoria della relatività : E=mc². E’ grazie a questa si compiono, oggi, strabilianti azioni. Una semplice formula diviene incantesimo e ciò causa la distruzione di un precedente sistema di pensiero che apre le porta alla fantascienza: dall’antimateria alla possibilità dei multi-universi sono reali, e tangibili.

Ma sopratutto tale scoperta contrasta con la primitiva legge di Newton, confermando, tramite la genialità della fisica quantistica, la sua inesattezza. lo spazio e il tempo ASSOLUTI non esisteranno più e saranno rimpiazzati da un’entità chiamata SPAZIO/TEMPO dove essi si influenzeranno a vicenda.

Ebbene, queste conoscenze che in fondo sembrano riportare alla nuova fisica, erano in possesso, pare, di vetusti popoli. Che li descrissero nei loro sacri libri.

Uno di questi concetti scientifici di avanguardia, era il potere del suono.

Per i nostri progenitori, il suono era un’energia capace di influire con le sue vibrazioni, su ogni tipo di materia. Anche quella più pesante, più dotata, cioè di massa. Quindi, per forza Newton era diciamo sorpassabile. Le trombe di Gerico, la costruzione delle piramidi egizie, i racconti dei monaci tibetani, erano forse testimonianze di conoscenze scientifiche perdute. E a chi ribatteva che si trattava di scritti allegorici, un simpatico geniale omuncolo dimostrò che non era cosi.

SECONDA VERITÀ‘ L’OCCULTO POTERE DEL SONO, DA’ VITA ALLA MERAVIGLIA : CORAL CASTLE

Trattasi di una struttura architettonica in pietra calcarea progettata da un certo Edward Leedskalnin. E si trova, nientepopodimeno che in Florida ad Homestad. Ora immaginate un castello, anzi un vero e proprio parco, adornato di blocchi di pietra lavorati e scolpiti a forma di mura, grandi tavoli e sedie, bassorilievi e un torrione abitabile.

Tutto innalzato nell’arco di 28 anni dal 1923 al 1951. E dove sta il mistero? Che il nostro Leedskalnin mantenne uno strano, ambiguo riserbo sulle tecniche utilizzate (il blocco più grande pesava circa 30 tonnellate).

Ogni tanto, stuzzicava l’interesse dei giornalisti l’accenno a segreti costruttivi della grande piramide di Giza. E in più, scrisse brevi memorie autobiografiche come il Magnetic current in cui sono condensava le sue idee come l’elettromagnetismo e anche un accenno all’utilità del suono come strumento per spostare grandi massi. Ovviamente il riferimento alla piana di Giza, più il fatto che l’Egitto e gli antichi regni sumeri (misteriosi e avvolti da un aura di strano mistero grazie a Sitchin) rimandano la mente ai misteriosi poteri del suono. Il suono stesso, in fondo risulta una forza indispensabile per dare sprint all’umanità: se si legge la bibbia (anch’essa mutuata dagli antichi scritti mesopotamici, come vedete tutto torna) si racconta come era il verbo ( il suono) l’elemento creatore per eccellenza.

Anche il famoso tempio di Salomone (sancta sancturoum, fulcro della religiosità ebraica) pare abbia avuto, sopratutto, la funzione di custode di conoscenze complicate. Addirittura c’è chi proponeva l’arca dell’alleanza come prototipo di una macchina ad energia nucleare.

TERZA VERITÀ‘. SOTTO IL TEMPIO ANTICHE MEMORIE

Chi non conosce le meraviglie del tempio di Salomone?

Credo tutti abbiate sentito la storia straordinaria di quel sancta sanctorum custode dei mille arcani segreti della tradizione magica ebraica.

Non solo strumenti di culto, ma anche la mitologica Arca dell’alleanza, tangibile simbolo della grazia che il dio degli eserciti concesse al popolo eletto.

Ora non vi tedierò con la descrizione della sua costruzione e dei tesori ivi contenuti, vi invito però a leggere i passi della bibbia in cui viene raccontato (Cronache I 22,14, cronache II 3,1, Samuele II 24,21, Re I 5,-6,1-19 e Re I 8,9, Re II 16,14 RE I 7,23-26 Samuele II 24

Per quanto riguarda il problema e la controversia della localizzazione pare che tale tempio fosse posto sulla parte orientale delle due colline che oggi formano la spianata nell’area dove oggi sorge la Moschea del Quds. Altri due siti alternativi proposti sono circoscritti alla roccia che oggi è coperta dalla cupola con il tempio disposto verso ovest; la seconda ipotesi situa il Sancta Sanctorum sulla cima della roccia, spiegando cosi la sua altezza.

Quello che però a noi interesse è chi sostò sull’area suddetta tra il XI e il XII secolo….. Proprio loro….i Templari…

Ed ecco il secondo riferimento alle arcane conoscenze: l’ordine guerriero fu, secondo molti scritti e molte teorie, il depositario di segreti inconfessabili. Cosa fossero possiamo fare solo congetture.

Chi propone il ritrovamento del vangelo Q, in cui si sancirebbe l’umanità del Cristo. Chi il ritrovamento della salma di Gesù.

Chi documenti attestano un’altra verità: non Pietro come il fondatore della chiesa, ma la Maddalena.

Chi la stirpe sacra nata dal matrimonio di due nobili stirpi, appunto la Maddalena e Joshua. Chi addirittura l’arca dell’alleanza. Chi altri manufatti sacri ebraici.

E chi, appunto, scritti attestanti le conoscenze evolute della mistica ebraica, mutuate proprio dai Sumeri, la cui origine “aliene” viaggia ancora nella fantasie odierna.

Cosa secondo Fratini, i nostri protagonisti ritroveranno, beh lo dovete scoprire voi leggendo.

QUARTA VERITÀ‘. TERRA DI LEGGENDE TERRA ARCANA

Sapete quale fu la regione di maggior sviluppo templare?

La Linguadoca.

Il Razes.

La Francia meridionale.

In questa ragione arcana convivono in un curioso binomio, leggenda e realtà. E sono proprio quei miti, quelle saghe e quelle leggende che possono raccontare quell’ethos particolare che non solo da sfondo al mistero del libro di Fratini ma che addirittura lo investe di un’anima peculiare diversa da ogni mito finora conosciuto.

Primo dato. La Casa dell’eresia.

Nell’XI e XII sec. la zona era invidiata in tutta Europa per la sua civiltà e cultura. Questo fatto era dovuto, in sostanza a un atteggiamento culturale dell’élite al potere che dava spazio e anzi incoraggiava il conseguimento della conoscenza, tollerando forme di pensiero radicale.

Un ruolo fondamentale in questo clima culturale fu svolto dai trovatori.

Questi erano menestrelli vaganti di corte, le cui canzoni d’amore si presentavano essenzialmente come inni alla donna, intesa come principio femminile. Al centro della tradizione dell’amor cortese, esisteva una donna idealizzata, la donna ideale, ossia la Dea. Non solo. Per quanto cantassero di temi essenzialmente spirituali le canzoni dei trovatori comunicavano, anche, un erotismo reale, in totale contrasto con l’ortodossia dominante della Chiesa Cattolica che, di norma, aveva un atteggiamento chiuso e prevenuto nei confronti della sessualità, nonché portavoce di una misoginia congenita, che vedeva nella donna la causa di ogni male, la principale responsabile della caduta dell’uomo.

Secondo dato. Il paganesimo vive.

Al giorno d’oggi parecchi elementi pagani sopravvivono in questa regione e si ritrovano in molti luoghi sorprendenti.

Ad esempio vi sono innumerevoli sculture dell’Uomo Verde, l’antico Dio della Vegetazione venerato in molte regioni rurali dell’Europa, presente anche in molte chiese cristiane. Nella cattedrale di St Bernard de Commingens nei Pirenei, la dea Lilith trova addirittura il suo posto in una chiesa: là una scultura rappresenta una donna alata e con i piedi di uccello che dà alla luce una figura dionisiaca di un uomo verde.

Una leggenda interessante della Linguadoca, riguarda la Reine du Midi (regina del sud) un titolo della contessa di Tolosa. Nel folclore la protettrice di Tolosa è la Reine Pendauque (regina dei piedi d’oca). Questo può essere un riferimento espresso in un linguaggio esoterico che prende spunto dal mondo degli uccelli al Pays D’oc, ma può essere anche identificato con la figura della Dea siriana Anath a sua volta strettamente legata a Iside e alla dea Lilith dai piedi di uccello.

Non a caso Lilith la prima moglie di Adamo in realtà una dea molto più antica, la prima femminista del mito ferrea nel suo rifiuto di sottomettersi all’uomo. In questo episodio della Bibbia dove l’ardire di Lilith fu punito relegandola da una posizione celeste a una infernale o terrena, si può notare il passaggio da una cultura religiosa di stampo femminile ad una patriarcale con tutte le conseguenze del caso. Lilith, ma anche Anath la moglie di Jahvè, vennero spodestate e relegate nell’immaginario collettivo, spesso in veste di demoni e streghe. È dunque interessante notare come nell’Aude esse invece sono presenze familiari e venerate.

Terzo dato. Abbondanza di mitologie riguardanti il ruolo gnostico della femminilità.

Un altro personaggio leggendario, infatti, è Meridiana. Il suo nome sembra collegarla sia con il mezzogiorno sia con il meridione (midi in francese).

La sua più famosa apparizione avvenne quando Gerbert D’Aurillac, che divenne più tardi papa con il nome di Silvestro II, si recò in Spagna per imparare i segreti dell’alchimia. Silvestro, che possedeva una prodigiosa testa parlante, ricevette la sua sapienza da questa Meridiana che gli offrì il suo corpo, la sua saggezza e la sua sapienza magica. Questa leggenda può essere interpretata, anche, come una trasmissione di una qualche forma di conoscenza esoterica ed alchemica attraverso una iniziazione di tipo sessuale. Barbara G. Walker fa derivare il nome Meridiana, da Mary Diana collegando questa composita divinità pagana alle leggende della Maddalena nel sud della Francia.

Quarto dato. Presenza dei celti.

Ma chi erano i Celti?

Alcuni aspetti delle loro origini sono note grazie alle fonti greche che parlano di un gruppo ariano-europeo che, stanziatesi nel periodo neolitico in una vasta regione compresa tra il mare del nord e il Danubio, si sposta in seguito verso la Gallia, la penisola iberica, la Britannia e l’Irlanda. La diffusione dei Celti è notevole; già nell’VIII secolo a.C. si trovano in tutta Europa settentrionale e nei secoli successivi occupano l’Italia fino a Roma. Se alcuni eventi storici sono deducibili dalle scarse testimonianze, più difficile risulta l’analisi esaustiva della loro religione e delle tradizioni culturali. Le uniche testimonianze ce le forniscono gli storici greci e latini, in particolare il De Bello Gallico di Cesare forniscono un panorama indicativo e spesso approssimativo delle loro tradizioni culturali e magiche. Qualcosa di più esaustivo ci viene fornito dalle scarse tradizioni letterarie spesso compilate da monaci convertitisi al cristianesimo. Qui nelle saghe e nei miti possiamo rinvenire una piccolissima parte del variopinto e mutevole universo sacro dei Celti. Abbiamo divinità che possono essere assimilate a quelle dei romani come Tanaros, dio del cielo (assimilato a Giove), il tricefalo Teutanates il dio veggente (assimilato a Marte o Mercurio ma anche a parer mio a Saturno) e Belenus (identificato con Apollo) il dio portatore di luce. Un’altra importante divinità era quella di Cerunnos, il dio selvaggio, una figura maschile cornuta effigiato come signore degli animali e dei sacrifici, un Dio prettamente sciamanico, che presiedeva all’iniziazione e all’illuminazione, un Dio antico che secondo Marija Gimbutas risale anch’esso al neolitico.

È comunque evidenziabile da queste saghe mitologiche che le divinità dei Celti hanno una fisionomia propria, una loro originalità, dovuta anche dal fatto che essi sono soprattutto signori della natura.

Quinto dato. Troppe donne, troppe.

Un’importanza notevole viene assunta dalle divinità Femminili le Dee Madri che per alcuni hanno la loro origine nelle credenze del neolitico, spesso concepite in forma di diadi o triadi. Queste triadi sono rappresentazioni, non solo degli stadi principali della vita umana, (nascita, vita e morte) ma anche delle fasi lunari che apparivano così importanti nelle loro oscure ritualità. Queste simbologie collegavano le Madri nel campo della fecondità, della rinascita e della conoscenza..

Importante a tal fine è il mito di Ceridwen la Dea Maga che possedeva un calderone nel quale ribolliva una mistura potente in grado di donare l’illuminazione e la sapienza a chiunque l’avesse bevuta. Un altro magico calderone è posseduto da Bran il benedetto re di Britannia, figlio del dio Llyr. La leggenda racconta che per scongiurare una guerra tra la Britannia e l’Irlanda, Bran offrì al re irlandese il calderone della Rinascita che aveva la proprietà di ridare la vita a un guerriero ucciso che vi fosse posto dentro. In entrambi i miti si ravvedono gli elementi tipici della simbologia graaliana come la lancia, la ferita mortale di un Re e il banchetto rituale.

La testa di Bran sembra contenere in sé gli attributi più importanti del Graal, non solo abbondanza e conoscenza, ma anche la capacità di allontanare le debolezze dell’uomo tanto da farlo restare sospeso in una specie di limbo magico: il Graal come canale di passaggio per l’altro mondo.

Sesto dato. Quanti tesori!

I Celti tramandarono anche le leggende sui favolosi depositi di oro, di argento e altri metalli preziosi nascosti nelle miniere della zona. Il fatto stesso che i fiumi che scorrono il Blanque e il Sals avessero le acque particolarmente ricche di minerali ferrosi denotava la sicura presenza di metalli o alla fonte, oppure durante il loro corso.

A Rennes les Bains, ad esempio, si trova una fontana dove mista all’acqua escono ogni tanto tracce di mercurio, salnitro e anche bitume.

La notizia della presenza di giacimenti minerari sarebbe stata divulgata anche dallo storico siriano Posidonius, che afferma che lo stesso toponimo Pirenei deriva da Monts embrases (Monti Incendiati) a causa di un immenso incendio che avrebbe fatto uscire dalle rocce incandescenti fiumi di argento fuso. I pastori ignorandone il valore lo avrebbero lasciato nelle mani dei fenici.

Settimo dato. Dentro il cuore della terra.

Un’altra leggenda narra che, dai sotterranei del castello di Rennes, si può comunicare con molte caverne, nelle quali vivrebbe un popolo che ignora la luce e lo scorrere del tempo. Sarebbero i discendenti di una popolazione preistorica che si è mantenuta integra e pura, proprio vivendo sottoterra e ignorando il resto dell’umanità.

È facile scorgervi tracce delle teorie in voga negli anni del nazismo della terra vuota e della favolosa Thule alla quale sarebbe possibile accedere da passaggi sotto i poli terrestri. Non solo. Ma si vedono tracce del mito ancora più antico della mitica Agharta. Oltre alle miniere le popolazioni che vissero nel territorio del Razès si interessarono delle acque, soprattutto quelle calde.

È a loro che si deve la costruzione delle terme di Rennes les Bains. Questa località peraltro importante in tutta la vicenda Saunniere, deve il suo nome Regnes cioè acque rosse, proprio a quelle ferruginose del torrente Sals che bagna l’abitato. A Rennes le Bains peraltro, esistono ancora le tracce di un antico tempio celtico.

E non solo!

I romani in particolare hanno sempre tenuto in grande considerazione le terme che reputavano luoghi fondamentali per la cura del corpo e dello spirito, e forse è proprio quest’ultimo aspetto aveva la prevalenza sul primo.

Ottavo dato. Salomone si è fermato a Rennes.

Come si è viso durante il sacco di Roma del 410 d.C. Alarico re dei visigoti si impossessò del tesoro del tempio che era stato requisito dai romani durante gli anni della guerra giudaica del 70 d.C. si racconta che Salomone avesse utilizzato nella costruzione del Tempio, più di cinquecento tonnellate di oro e argento.

Oltre alla notevole quantità di metalli preziosi, esso custodiva anche l’arca dell’alleanza e le tavole della legge, il propiziatorio, l’altare dei profumi e la menorah, il simbolo di Israele. Secondo la leggenda il tesoro prende dunque la via dell’occidente verso la Linguadoca dove si installeranno proprio i Visigoti.

Con l’avvento dei franchi, sempre stando alla tradizione orale, gran parte dei loro beni furono sotterrati nelle montagne del Razes. La parte più cospicua di questi oggetti si troverebbe da qualche parte sulla montagna di Blanchefort, a metà strada tra Rennes le Chateau e Rennes les Bains. È da questi dati spesso frammisti a leggende che si sviluppò la tradizione di un tesoro sepolto nelle viscere del territorio di Rennes e sono altresì queste innumerevoli leggende che si intrecciarono con l’intricata e ambigua vicenda che stiamo per affrontare.

QUINTA VERITÀ‘. EMILE , L’ALTRO NOME DI RENNES

Preparatevi, il cammino è lungo….Emile è Rennes e Rennes è il cuore di ogni tradizione esoterica. Nella sua stessa leggenda troviamo racchiusi tutti i miti del Razes sopra elencati.

Pronti per il viaggio?

Innegabile che ad attrarre la curiosità di turisti e ricercatori sia la famosa leggendaria vicenda, piena di misteri e enigmi che vide protagonista Berenger Saunniere.

Ci sono tutti gli ingredienti del thriller: un misterioso ritrovamento, una improvvisa immensa ricchezza, personaggi che si muovono nell’ombra, sette esoteriche, conoscenze eretiche, cospirazioni, morti misteriose. Tutto questo sullo sfondo di una terra antica piena di leggende e storia.

Addentriamoci nei meandri di questa complessa storia dai mille volti e dalle mutevoli sfaccettature.

Quando si può datare l’inizio del mistero?

Secondo gli appassionati esso inizia quando il parroco della sperduta località di Rennes le Chateau durante i lavori di restauro della chiesa diroccata del X sec. fece una scoperta che rivoluzionò la sua vita rendendolo immensamente ricco. Eppure tracce di questo misterioso segreto si rintracciano già nel 1644 quando Francois Pierre marchese di Blanchefort e signore di Rennes le Chateau, redasse un testamento che accennava a un segreto di stato.

Ancora, nel 1781, il curato di Rennes Le Chateau, Antoine Bigou, ricevette in confessione in punto di morte dalla marchesa d’Hautpuol, Marie de Negre D’Arles, un segreto di famiglia che sarebbe dovuto essere tramandato. La marchesa morì il 17 gennaio 1781 e il curato fece collocare sulla tomba della stessa (posta sotto il campanile) 10 anni dopo nel 1791, una pietra tombale, proveniente da un’altra tomba che si trovava nella zona conosciuta come Les Pontils ad Arques nella valle de la Sals. Sempre secondo la leggenda, infatti, Bigou avrebbe nascosto in uno dei pilastri vicino all’altare, alcuni documenti (forse relativi al fantomatico segreto) e fece posare capovolta, sempre vicino all’altare, la cosiddetta Dalle de las chevaliers.

Già troviamo tutti gli ingredienti adatti a un giallo: un segreto probabilmente importante e pericoloso, conservato e custodito da una famiglia nobile ed evidentemente importante, strani spostamenti, spesso illogici e soprattutto la presenza di un prete particolare, una sorta di antesignano di Saunniere, l’abate Bigou.

Anche la figura di Antoine Bigou è enigmatica e fuori luogo in un contesto ortodosso. Nel 1791 venne dichiarato prete non giurato e per questo, si rifugiò in Spagna dove morì il 21 Marzo del 1794. Bigou aveva sostituito come curato di Rennes lo zio Jean lo stesso giorno della morte. Di lui non si sa quasi nulla, non si trovano documenti relativi alla sua esistenza.

L’unica cosa che si sa sul suo conto, è quello strano fatto della dichiarazione di prete non giurato.

Esiste il registro parrocchiale del 1694 che attesta come a quel tempo, esisteva la cripta della famiglia d’Hautpoul il cui ingresso si trovava all’interno della chiesa vicino alla balaustra. Nel registro ogni qualvolta decedeva qualcuno legato alla famiglia dei Blancheford veniva annotato non solo la data ma anche la collocazione. Per la marchesa, invece, questo non risulta; la data del decesso c’è ma non la dicitura sulla collocazione. È impensabile che una marchesa appartenente a una famiglia tanto illustre (si dice che fosse membro della dinastia merovingia e nelle cui file vi fossero stati dei templari) non venisse tumulata nella tomba di famiglia.

Il segreto, qualunque esso fosse, venne comunque tramandato. Bigou, infatti, lo confidò all’abate Courneille, il quale a sua volta lo affidò ad altri due abati, Jean Viè (curato di Rennes les Bains) ed Emile Francois Cayron (curato di San Laurent de las Cabreisse). Dopo Jean Viè, a Rennres les Bains fu nominato curato Henrì Boudet che seppe dell’esistenza del segreto e che diventerà di Saunniere nominato molto amico di Saunniere, nominato curato di Rennes dal vescovo di Carcassonne monsignor Billard. Francois Berenger Saunniere, venne nominato curato di Rennes le Chateau, il 1 giugno 1885. La chiesa a quel tempo aveva bisogno di restauri urgenti. Ma egli non aveva fondi.

Ciò che è importante osservare è come a quel tempo il curato si interessava anche di politica. Infatti, secondo alcune fonti, a causa di un discorso antirepubblicano, marchesa pronunciato nell’ottobre dello stesso anno, fu mandato in esilio dall’aprile al luglio 1886. Dopo di che fece ritorno a Rennes dove trovò aiuto, sostegno e conforto nella giovane Marie Denarnaud. Grazie alle sue posizioni filo monarchiche Saunniere poté ottenere dei contributi notevoli utili al progetto di restauro della chiesa dalla marchesa di Chambord che gli offrì circa 3000 franchi. Il comune invece gli riconobbe il contributo di 1400 franchi. Con questa cifra iniziale Saunniere poté cominciare i lavori di restauro. I primi interventi riguardarono il pavimento della chiesa. Gli operai raccontarono poi che, in una cavità posta nel pavimento avevano recuperato un recipiente (un paiolo) colmo di pezzi d’oro. Saunniere occulto la scoperta sostenendo che si trattava di alcune medaglie della madonna di Lourdes senza alcun valore. Ma alla richiesta degli operai di averne qualcuna come ricordo il parroco oppose un fermo rifiuto…..

Nel 1891, Saunniere chiese e ottenne dal comune di utilizzare un terreno di fronte alla chiesa dove fece realizzare una grotta nella quale costruì un calvario. La bizzarria di questo progetto si trova in un’iscrizione. Cosa possa mai significare la dicitura Crhistus AOMPS Defendit nessuno lo sa. Le traduzioni più conosciute, ma non accreditate propondono per due inteprertzzione: una eretica come prova dell’adesione di Saunniere al fantomatico ed enigmatico Priorato di Sion, (un’organizzazione mistica e politica che come obiettivo ha la restaurazione della monarchia guidata dalla dinastia merovingia superstite nonostante la persecuzione della chiesa di Roma)e una invece, propendono per una spiegazione più ortodossa

I lavori all’interno della chiesa, intanto, procedevano rapidamente. L’altare era costituito da una lastra di marmo poggiante su delle colonne. La lastra venne tolta ed all’interno della cavità di una delle due colonne sembra che venne rinvenuta una boccetta al cui interno furono trovati dei manoscritti recanti il sigillo di Bianca di Castiglia. Gli operai avvisarono subito Saunniere il quale sostenne che si trattava di reliquie.

Ciò nonostante il curato capovolse la colonna e in cima fece ergere una statua della Madonna di Lourdes con inciso la seguente frase Penitence, penitence. Mission 1891. Per quanto riguarda i documenti ritrovati secondo le fonti ufficiali e non, essi consisterebbero in alcune pergamene e precisamente l’albero genealogico di Dagoberto II dal 691 al 1244 e dal 1244 al 1644 e due testi codificate dei vangeli (Giovanni 12,10 e Luca 6,6).

Il giorno dopo il ritrovamento Saunniere fece sollevare da due operai, Rousset e Babon, davanti alla balaustra, una lastra di pietra. Una volta sollevata poté osservare che la stessa era composta da due pannelli scolpiti: su di uno vi è raffigurato un personaggio a cavallo che suona un corno, sull’altro un cavallo in groppa al quale stanno due personaggi un uomo e un bambino. Si trattava della lastra tombale di Sigobert IV (figlio di Dagobert II) morto nel 758. Era la lapide che aveva fatto posare l’abate Bigou nel 1791. Sotto la lapide vi era l’ingresso della cripta di famiglia dei D’Hautpoul.

A questo punto il curato sospese i lavori e si recò da Monsignor Felix Billard vescovo di Carcassonne. Allo stesso riferì della scoperta non solo perché suo diretto superiore ma soprattutto, perché Billard, secondo la leggenda, faceva parte di un ordine segreto. Di che tipo non è dato sapere.

Il vescovo lo autorizzò ad andare a Parigi per far decifrare le pergamene.

Ed è questo uno dei fatti che suscitano più di una domanda: perchè èproprio a Parigi?

E non è un caso che all’epoca, la città francesxe era la culla dell’esoterismo europeo.

Fatto sta che Saunniere rimase a Parigi tre settimane invece dei cinque giorni autorizzati. Egli si recò direttamente a San Sulpice dove era direttore l’abate Bieil. Qui conobbe il nipote Emile Hoffet che lo introdusse nei circoli culturali ed artistici più in voga dell’epoca dove ebbe modi di conoscere anche la cantante Emma Calvè, appassionata di occultismo e filosofie orientali. Hoffet era un giovane seminarista molto erudito che in seguito si interesserà di massoneria e dirigerà assieme all’esoterista Renè Guenon la rivista Regnabit.

Tra gli altri contatti di Saunniere figurano altri membri illustri come Claude Debussy e anche un uomo di fama ambigua che parte importante avrà nella vicenda di Saunniere come il famoso Charles Plantard, che andrà spesso a trovarlo a Rennes le Chateau.

I manoscritti frattanto vennero decifrati. Una copia degli stessi e dell’albero genealogico rimasero ad Hoffet; alla sua morte, infatti, la biblioteca di sua proprietà fu acquistata dalla Lingue del Librarie Ancienne. In una lettera del 2 luglio del 1966, inviata al signor Fantin proprietario del castello di Rennes, riporta la lista dei libri acquistati dalla biblioteca stessa tra cui figurano anche il famoso testamento di Francoise Pierre d’Hautpoul.

Di ritorno a Rennes, Saunniere fece riprendere i lavori. Fece costruire davanti al cimitero una porta sulla quale collocò un teschio con 22 denti e le ossa incrociate (un richiamo a templari e alla massoneria?) in metallo ed una struttura che gli abitanti chiamavano biblioteca e che fu distrutta da un incendio nel 1895. Per qualche tempo il curato abitò in quella struttura mentre la notte compiva strani scavi nel cimitero….

Tra le tombe deturpate e divelte figura anche quella di Marie de Negre D’Ables. Ed è proprio questo particolare che destra attenzione e sospetto.

La stessa Marie Dernaud ebbe a dichiarare che erano stati sorpresi mentre aprivano una tomba; da lì a collegare il mistero con le incomprensibili due tombe della marchesa è un passo inevitabile. Il municipio protestò per il comportamento inaccettabile del parroco, su istigazione dei numerosi devoti che consideravano sacrileghe le attività notturne del curato.

Per questo motivo Saunniere dovette sospendere i suoi inquietanti lavori notturni.

Ma oramai il più era fatto: aveva trovato la cosa che gli interessava ossia la tomba della marchesa d’Hautpoul Banchefort, l’aveva letta e decifrato la misteriosa iscrizione presente sulla lapide, cancellandola poi del tutto.

Non sapeva però che i suoi sforzi erano vani. Infatti quella famigerata iscrizione era stata copiata nel 1905 e pubblicata in un articolo di M. Elie Tisseyre sul bollettino della società degli studi scientifici dell’Aude. In questo articolo appunto si parlava appunto di una pietra tombale larga 0,65 m e lunga 1,30 m riportandone addirittura l’iscrizione.

Non solo.

Questa pietra era stata già disegnata da Stulbein nel 1884.

Insomma doveva essere qualcosa di molto particolare ed interessante dato gli sforzi, non solo di distruzione di Saunniere, ma visto anche gli interessi di due studiosi nel riportarne ogni singolo particolare.

Il 6 luglio del 1897, la chiesa, sulla cui facciata fu inciso il motto questo è un luogo terribile venne inaugurata per due anni. Saunniere si assenterà spesso ed in modo sistematico da Rennes le Chateau. Ricevette spesso la visita di Jean Stepahne D’Harbourg che secondo le fonti sarebbe venuto per offrirgli delle somme di denaro per la ricerca di alcuni documenti.

Insieme avevano aperto dei conti in una banca svizzera. Amicizie ben strane per un semplice ed innocuo parroco di campagna. Nel 1900 il curato acquistò sei terreni e li intestò a Marie Dernanaud. Eresse Villa Betania che dopo la morte di Saunniere sarebbe dovuta diventare casa di riposo per i preti della diocesi. All’interno fece edificare una cappella personale per avere la possibilità di dire messa. Costruì inoltre un serbatoio per l’acqua a beneficio della popolazione e una strada di collegamento per Rennes.

Ma, soprattutto, si dedicò all’innalzamento del monumento più famoso di Rennes: la Tour Magdala. Il curato l’aveva ideata per ospitare il suo studio e la biblioteca curando il progetto nei minimi particolari. Alcuni davvero strani…. Intanto il via vai di personaggi illustri continuò ad affluire senza posa. Tra gli amici di Saunniere troviamo Henri Charles Etienne Dujardin Beaumetz, della loggia la Clementè Amitiè. Si pensa che lo stesso curato fosse stati iniziato a quella loggia.

Dato allarmante era il flusso di denaro che interessava il nostro coraggioso Abate: esiste, infatti, un libro dei conti dell’abate in cui vi è riportato un versamento effettuato a Saunniere tramite Marie Dernanaud di 4.516.681 franchi. Questi finanziamenti furono misteriosamente sospesi nel 1903. Da allora Saunniere verserà in cattive condizioni economiche. Dal 1915, dopo la morte di Boudet, avvenuta il 30 marzo, Saunniere non avrà più difficoltà economiche. Il successore di Monsignor Billard, monsignor De Beausejor, convocò più volte il curato per conoscere la natura di quegli strani movimenti ma Saunniere non si presentò mai inducendo varie scuse, solo una volta fece sapere che i soldi da lui maneggiati e usati per le costruzioni provenivano da persone che desideravano conservare l’anonimato. Il vescovo non gli credette e nel 1909 lo fece sostituire con l’abate Marty nominandolo curato di Coustage. Gli abitanti della cittadina non accettarono una simile decisione. Infatti, per protesta, non frequentarono più le messe del nuovo curato, preferendo andare ad ascoltare quelle di Saunniere a villa Betania.

Nel 1911 il vescovo lo incriminò di traffico di messe e lo sospese. Fece appello a Roma e difeso dal canonico Huguet. Riabilitato l’11 aprile 1915, venne definitivamente sospeso a divinis, in quanto non volle are spiegazioni neanche a Roma. Gli fecero sapere che sarebbero stati clementi con lui se avesse fatto ammenda e spiegato tutto ma Saunniere non lo fece mai. Il 5 gennaio 1917, decise di iniziare un’altra costruzione: una torre di 60 metri. Lo stesso giorno subì un attacco per opera di ignoti nella torre Magdala che lo spaventò parecchio. Il 17 gennaio si sentì male e fece chiamare l’abate Riviere per confessarsi. La confessione durò a lungo ma molti testimoni riportano che non ebbe l’assoluzione.

Morirà per un’emorragia cerebrale il 22 gennaio del 1917, una morte che a molti non sembrò naturale. Sulla sua tomba è riportata la scritta INRI anche in questo casocon la n capovolta.

Volete una pseigazione adatta alla verità perduta?

Uno scrivano catalano, Prudenci Reguantì Torres, spiega che la N, che vuol dire Nazareth, al rovescio è da interpretare come Htzeran che in ebraico significa: HA TE RAZ AN, ossia io so dove è la camera misteriosa del re dei Giudei.

All’apertura del testamento, si scoprì che tutti i suoi beni eranointestati a Marie Dernanaud.

Inoltre, Marie fu sempre molto categorica nella sua intenzione di non voler cedere la sua proprietà alla chiesa decidendo invece di cederla a Noel Corbu il quale trasformerà villa Betania in un Hotel ristorante la Torre. Nonostante dunque i tentativi dell’ortodossia di appropriarsi dei luoghi del mistero essi rimasero forse intatti, recando su di loro impresso in modo indelebile tutto il fascino di questo enigmatico mistero.

Marie soleva pronunciare spesso: “…con quello che ha lasciato Saunniere

si potrebbe nutrire Rennes per un centinaio di anni…..

La cosa più strana in tutto questo era la frase che rivolse, secondo le fonti, a Noel Corbù “Un giorno vi rivelerò un segreto che vi farà molto ricco”. Marie però non fece in tempo a raccontare nulla poiché ebbe un attacco cardiaco che la lasciò paralizzata impedendole di parlare. Corbù dunque non conobbe mai la natura del segreto, però raccontò la storia dell’abate registrandola su un nastro magnetico che faceva ascoltare ai suoi clienti. Fra questi vi erano alcuni giornalisti che scrissero tutto sui loro giornali. Oramai la vicenda di Rennes le Chateau era conosciuta da tutti, e Saunniere aveva guadagnato l’immortalità

SESTA VERITÀ‘. LUOGHI ENERGETICI.

Perché proprio la Linguadoca diviene la porta dei misteri?

La risposta non è sicuramente semplice e i motivi possono essere molteplici: politici, filosofici, geografici e storici sono strettamente intrecciati e ugualmente importanti. Proviamo ad elencarne alcuni:

1. Si trattava di un territorio in cui la preesistenza delle tradizioni celtiche poteva rendere più facile la penetrazione del pensiero gnostico. Del resto quella celtica era una popolazione indoeuropea con una forte componente mistica dove il sacro regnava sovrano e permeava ogni aspetto della vita dell’uomo. Pertanto anche se non apertamente dualisti, la loro influenza culturale sembra fosse decisiva per incorporare idee apparentemente così diverse. Certo è che entrambi paiono avere origini comuni: l’enigmatica Asia, e più in genere il mitico continente iperboreo.

2. Nel caso specifico della Linguadoca, la diffusione fu anche favorita dalla presenza della cultura araba e ebraica, nonché dalla coesistenza con immigrati bulgari. Ognuno di questi gruppi era in possesso di conoscenze mistico-esoteriche di varie origini. Ad esempio il pensiero arabo fu il tramite con cui l’alchimia si diffuse dall’Egitto in Occidente, oppure basti pensare alla mistica sufi. Anche l’ebraismo possedeva un nucleo di pensiero esoterico come la cabala, influenze essene e forse conservò anche l’autentico insegnamento del faraone eretico Akhenathon. E poi la Bulgaria dove nacquero e si svilupparono le eresie dei pauliciani e dei bogomili che a loro volta ereditarono elementi del paganesimo trace. Tutti elementi che fanno presupporre una cultura potenzialmente anticattolica.

3. La cultura occitana godette di una sostanziale indipendenza e soprattutto fu protetta a viso aperto da alcune importanti famiglie nobili: i Trevencal, gli Aniort, i Voisin, i Blanchefort. E sopratuttoqueste tradizioni furono il substrato filosofico che sostenne, spesso, le lotte per l’indipendenza occitana.

4. Ultimo ma non meno importante, è l’elemento relativo alla geografia sacra. In questa regione c’è qualcosa che attira le persone da migliaia di anni, qualcosa di innato, di insito nel cuore stesso del territorio. Molti parlano di magnetismo, un effetto che provoca una specie di distorsione del tempo e che incide sugli oggetti elettronici. Questa sensazione è stata sperimentata da molte persone in luoghi particolari ad esempio la stessa sensazione è stata documentata all’interno della Grande Piramide.

Si tratta forse, delle famose ley lines?

Di vortici di energia che pare si snodino in questa terra? O di porte stellari?

Un punto centrale in cui queste forze magnetiche si incontrano? Interessante a questo punto citare le parole della scrittrice Kathleen Mc Gowan:

questa regione sarebbe il centro del dualismo. Il Re del Mondo (Rex Mundi) era l’essere inferiore che era a guardia del mondo terreno e che rappresentava tutte le tentazioni terrene e fisiche, risiederebbe qui. L’equilibrio terreno tra luce e buio, tra bene e male,avrebbe luogo in questo piccolo villaggio e nelle sue immediate vicinanze. E in un certo senso quei due elementi sarebbero in perenne contrasto fra di loro…alcuni dicono che i Catari hanno costruito i loro castelli come fortezze di pietra per difendersi dalle energie maligne e hanno scelto di costruirle sopra ai vortici o ai punti di energia dove potevano svolgere i loro riti sacri per controllare o per sconfiggere le forze del male.

Il vangelo di Maria Maddalena

Furono questi gli elementi che resero pericolose le influenze che andavano attecchendo in Linguadoca e che furono alla base dell’evento cruciale che scosse questa regione, la crudele e tremenda crociata contro gli albigesi (e gli eretici in generale) che determinò la fine ufficiale del catarismo. Bandita da papa Innocenzo III nel 1209, rappresentò un evento mai del tutto dimenticato, che, tuttora a distanza di secoli, gli abitanti sentono vivo e presente.

SETTIMA VERITÀ. LA CURIOSITÀUCCISE IL GATTO. STRANE MORTI E PRETI ENIGMATICI

Tutto il libro e non facciamo che trovare movimenti sotterranei divisi tra bene e male e misteriosi rituali e uccisioni macabre. Se pensate che è farina del sacco immaginario di Fratini vi sbagliate di grosso. Nella vicenda da cui il libro è ispirato è ispirato troviamo strane morti, personaggi enigmatici e il filo rosso dell’eresia.

Scrive Giorgio Baietti

..sembra che esista qualcosa di terribile che si nutre del mistero e incombe sulla zona e che saltuariamente, ma in modo preciso mette in moto un meccanismo di morte per colpire chi trasgredisce le ferree leggi del silenzio.

Infatti, tutta la vicenda è costellata di strane morti, inquietanti e brutali che spesso rimangono senza un colpevole. Il 27 maggio 1732, venne ucciso il parroco di Nort de Saux, Bernard Mongè. In questo caso però, l’assassino fu arrestato. Si chiamava Francois de Montroux, tutore nientedimeno che di Marie de Negre la futura moglie di Francois d’Hautpoul signore di Rennes. Montroux, avrebbe ucciso per un motivo che si rivela apparentemente bizzarro: il possesso del presbiterio del paese. Fatto ancor più strano, il futuro sposo di Marie de Negre Hautpoul, acquistò a suo nome il suddetto presbiterio utilizzando il denaro prestato dall’assassino a sua moglie. Un altro efferato omicidio, avvenne nel 1897 e colpì di nuovo un sacerdote amico e confidente di Saunniere, Antoine Gelis, parroco di Coustaussa, villaggio di antiche radici catare, poso di fronte a Rennes le Chateau. Gelis, per un certo periodo, formò con Saunniere e Boudet un trio piuttosto affiatato, a differenza degli altri due però, non aveva né la spavalderia di Saunniere, né la preparazione o la cultura di Boudet. Era il ritratto molto più fedele del tranquillo parroco di campagna. Come è possibile che un uomo simile, senza nulla di eclatante e sconvolgente nella sua vita ordinaria, faccia una fine così orrenda?

Secondo le testimonianze, ad un certo punto Gelis inizia inspiegabilmente, ad aver paura di qualcosa tanto da dotare il presbiterio di un sistema di allarme composto da una serie di campanelli che si mettevano a suonare ogni qualvolta qualcuno apriva la porta e per evitare di trovarsi in pericolo decide di non lasciare più la propria abitazione salvo che per officiare la messa.

Di cosa aveva paura?

Si trattava di un pericolo reale, vista l’orribile fine a cui andò incontro. Ma che tipo di nemici poteva avere un uomo ordinario come lui?

Secondo le testimonianze la sera del 31 ottobre 1897, Gelis fu visto per l’ultima volta dalla nipote, nella cucina del presbiterio in compagnia di una persona voltata di spalle. Gelis le disse di lasciarli soli perché si trattava di un amico. Fatto sta, la mattina seguente il curato fu trovato assassinato con la testa fracassata. L’unico indizio trovato dagli inquirenti, fu un pacchetto di cartine per sigarette di marca Tzar, sul quale era scritto: Viva Angelina

Le indagini si incentrano sull’unica Angelina conosciuta all’epoca, ossia una prostituta di Narbonne che però risulta estranea ai fatti. Così le indagini si concentrano su un’altra pista, uno dei moventi più classici di un omicidio: il denaro. Anche qui l’attività di curato risulta straordinariamente redditizia furono trovate notevoli quantità di denaro, un vero e proprio piccolo tesoro.

Evidentemente l’attività ecclesiastica nell’Aude rende davvero bene!

Tutto questo denaro non aiuta affatto le indagini che rimangono a un punto morto.

L’assassino non verrà, infatti, mai trovato.

E neanche le ipotesi di un delitto a sfondo economico regge, in quanto la casa non apparirà rovistata e i cassetti della stanza dove è avvenuto l’omicidio, verranno ritrovati più di 700 franchi.

Torna così, sotto i riflettori, l’ipotesi un coinvolgimento con qualche tipo di società segreta, portatrice di una tradizione occulta forse eretica, tanto più se teniamo conto che, forse, l’Angelina di cui si è parlato a proposito dell’omicidio Gelis non è una donna, ma una società segreta la società Angelique, altrimenti nota come le Brouillard di cui facevano parte anche Poussin e Rabelais.

Del resto due dati fanno pensar male: uno è la presenza in alto sulla lapide dl parroco fa bella mostra di sé il simbolo della rosacroce. Due, nella sua chiesa, in particolare nella sacrestia, si trova un oggetto curioso e particolare: un simbolo marinista composto da due triangoli equilateri di colore giallo incollati uno sopra l’altro, simbolo che tra l’altro ricorre anche nella tradizione massonica.

Ed entrambe le correnti esoteriche erano e sono considerate eretiche, tanto che oggi ma ancor più di un secolo fa era quasi blasfemo per un sacerdote cattolico custodire un oggetto che richiama riti e tradizioni che si pongono molto al di fuori della linea del credo apostolico romano. Basti pensare che il marinismo affonda le sue radici nella tradizione egiziana, nello gnosticismo cristiano e nella cabala.

Troviamo, così, riferimenti che anche la mente più scettica collocherebbe alla solita oramai familiare corrente sotterranea, dove confluiscono le teorie esoteriche più importanti, quelle che in fondo hanno dato vita alla storia spirituale dell’uomo.

Nel 1915 muore un altro sacerdote Joseph Marie Rescanieres il successore di Boudet alla guida della parrocchia di Rennes les Bains. Anche lui prima di morire riceve la visita di due persone sconosciute mai viste nella zona e che avevano, il compito di comunicare qualcosa di molto importante, oppure eliminare testimoni scomodi. La stessa cosa che sembra sia accaduta sia a Saunniere sia a Gelis. Un’altra persona che ha avuto contatti, seppur indiretti con Saunniere, verrà trovata assassinata il 28 agosto 1974, sempre con il cranio fracassato. Si tratta della nipote di Marie Dernanaud che sfortunatamente ricevette in dono dalla defunta zia dei gioielli che sembravano appartenere all’epoca visigota. L’assassino in questo caso verrà scoperto. Si tratta di un membro di una setta segreta.I casi sono due, o è l’aria del Razes ad essere nociva, specie per i sacerdoti, o qui si sarebbe mosso un qualcosa di grande e terribile.

Un tesoro o più probabilmente conoscenze da custodire anche a costo di commettere omicidi brutali.

OTTAVA VERITÀ‘. AGHARTI E’ SOTTOTERRA

Secondo, Mariano Bizzari, sotto Rennes si dirama una tradizione occulta, demoniaca, iniziata con un lontano esoterista un certo Gerard de Nerval e finita con un vangelo perduto quello dei Cainiti, strana setta gnostica che venerava come salvatore e redentore, non il povero Abele ma il crudele Caino. Un Caino si fratricida, ma stranamente intoccabile dal marchio che lo stesso dio aveva apposto nelle sue carni. Nessuno tocchi Caino è oggi, il mantra di coloro che sono contro la pena di morte.

Peccato che, ehm, secondo la Bibbia, Caino non era uno stinco di santo. Insomma ammazzare il fratello non è contemplato nel manuale del bon ton.

In quella regione, secondo lo storico Louis Fediè, si narra dell’esistenza di cunicoli sotterranei il cui ingresso di collocherebbe sotto il peyte dreto il menhir posto sotto il meridiano zero nel comune di Peyrolles.

E in quegli anfratti vivevano le fate del mondo altro, las Encantados. Alcuni studiosi, raccontano che questi encantadores, in fondo, non erano altro che una popolazione celtica, la cui caratteristica era un acre odore della pelle ed un incarnato pallido, dai capelli cosi biondi da risultare bianchi, seguaci “sanguinari” di una vetusta divinità chiamata appunto Dea bianca ( la dea oggetto di studi del grandioso Robert Graves).

E quella popolazione, parrebbe essere risorta nelle vesti di una strana etnia, bistrattata durante il medioevo, derisa e oggetto di terrore cieco: i cagots.

NONA VERITÀ‘. FRATINI E GRAVES, I FIGLI DELLA DEA

Nel 1948 fu pubblicato per la prima volta un libro particolare (uno dei miei preferiti) scritto da un certo Robert Graves. Chi era costui? E’ stato uno dei maggiori poeti e letterati inglesi del compianto ventesimo secolo autore non solo di saggi critica ma persino di opere di fantascienza.

Difese strenuamente le regioni della poesia in un’epoca dominata a suo parere da meri interessi economici e fanatismi politici; l’arte era l’unica forma possibile di resistenza. Non credo ci sia da commentare questa sua opinione attualissima.

Torniamo alla nostra candida Dea. Il testo tratta della natura del mito poetico e rappresenta Un approccio allo studio della mitologia particolarmente creativo e contro la sudditanza dell’accademica ragione; partendo da una prospettiva idiosincratica ( per chi non conoscesse il termine si tratta dell’influenza di un fattore esogeno, ossia esterno che influisce soltanto una particolare variabile e soltanto quella a discapito del tutto. Dio che fatica illuminare la via che porta fuori da questa valle di lacrime) che conduce a conclusioni che toccano da vicino i temi considerati esoterici (ossia misteriosi e nascosti).

Il punto di partenza di questa analisi che è più vicina alla creazione poetica che alla saggistica è il famoso Ramo d’oro di James Frazer uno dei primi studi antropologici moderni. Tutti o gran parte del testo di Graves affronta e approfondisce temi che Frazer aveva soltanto accennato. Sinteticamente Robert propone l’idea dell’esistenza di un culto antichissimo e arcaico che racconta e sostiene l’esistenza di un un unica divinità (fin qui nulla di sconvolgente) la Dea Bianca signora e padrona dell’amore, della morte e simile se non identica alla Dea Madre del matriarcato sostenuto da alcuni studiosi, tra cui Maraja Gimbutas. Questa divinità era ispirata e rappresentava la Luna e le sue fasi nascita, piano sviluppo e morte, che giace e sta alla radice delle storie mitologiche, dei racconti e persino delle favole.

La stessa poesia è collegata a questo antico culto rituale che faceva della parola e del ritmo la somma espressione della preghiera. Dalla sua analisi si delinea una storia precisa e rafforzata da studi etnologici successivi: il dio monoteistico (rappresentazione simbolica del maschio dominante prende il sopravvento rispetto alla società precedente, governata dallo spirito femminile causando la caduta e la dimenticanza della nostra Dea. Che però non sparisce del tutto ma si ritrova in tanti racconti, in astrologia e in tante immagini da noi oggi venerate e persino nei dipinti.

Uno dei simulacri che ricordano e omaggiano la candida Dea sono le vergini nere che indicano luoghi di culto particolari. Esse sono quasi sempre poste nel sottosuolo ove la presenza di correnti terrestre si fa sentire. E il colore nero rappresenta la loro identità di divinità ctonie, legate ossia alla fertilità della terra.

La Dea bianca ricorre, inoltre nel numero tredici, nelle fasi lunari, nei segni zodiacali nel mito degli apostoli , persino nel mistero di Fatima dove l’apparizione di questo essere divino avviene ogni tredicesimo giorni do ogni mese. E’ inoltre ricordato in molte favole laddove il tredicesimo personaggio di un gruppo viene tradito, ucciso e poi risorge segnalando la possibilità di una redenzione. Tra la narrazioni più note James Vogh autore di “Aracne sorgente: il tredicesimo segno” annovera una antica versione della bella addormentata; a farla cadere in catalessi è la tredicesima fata, la storia di re Artù e i cavalieri dove il traditore è il 13esmi ossia Mordred suo figlio.

E i dipinti?

A tal proposito segnalo bellissimo e particolare dipinto di J.B.B. Rouch chiamato il Cristo e la lepre. (1835).

La scena si svolge all’interno di una grotta fuori della quale si intravede una strana roccia che sembra un dolmen e sotto, nel prato si può notare un enorme ragno. Protagonista è Gesù, oramai morto, adagiato su una pietra a forma di poltrona coperta da un lenzuolo bianco.

La particolarità del quadro risiede però, nel gioco visivo che si osserva nel ginocchio destro del Cristo che nasconde la testa di una lepre.

E che ci frega della lepre?

Ah se sapeste!

La nostra lepretta non è soltanto un simpatico roditore, ma è uno degli elementi che racchiude un messaggio scomodo cosi scomodo da dover essere reso invisibile.

Infatti, i due simboli citati non sono altro che un omaggio….alla divinità femminile, in questo caso portante il nome di Eostre/Ostara. E da cui il termine inglese Easter (pasqua). Questa Eostre era un’antica divinità pagana dei popoli nordici, assimilabile a Venere, Afrodite e Ishtar, la quale presiedeva ad antichi culti legati al sopraggiungere della primavera e alla fertilità dei campi. I popoli Celti denominavano l’equinozio di Primavera Eostur-Monath e successivamente Ostara. Il nome sembrerebbe provenire da aus o aes e cioè Est, e, infatti, si tratta di una divinità legata al sole nascente e al suo calore. E del resto il tema dei fuochi e del ritorno dell’astro sarà un tema ricorrente nel prosieguo delle tradizioni pasquali. A Eostre era sacra la lepre, simbolo di fertilità e animale sacro in molte tradizioni.

I Britanni associavano la lepre alle divinità della luna e della caccia e i Celti la consideravano un animale divinatorio. Si dice che i disegni sulla superficie della luna piena raffigurino una lepre, ricordo questo dell’associazione dell’animale con divinità lunari. Questa raffigurazione della “lepre nella luna” appare nelle tradizioni cinesi, europee, africane e indiane.

Nella tradizione buddhista le leggende narrano di come una lepre si sacrificasse per nutrire il Buddha affamato, balzando nel fuoco. In segno di gratitudine, il Buddha impresse l’immagine dell’animale sulla luna. In Cina la lepre lunare ha un pestello ed un mortaio con cui prepara un elisir di immortalità.

Gli Indiani Algonchini adoravano la Grande Lepre che si diceva avesse creato la Terra.

Nell’antica Europa i Norvegesi rappresentavano le Divinità lunari accompagnate da una processione di lepri che portano lanterne. Anche la Dea Freya aveva come inservienti delle lepri e la stessa Dea Eostre era raffigurata con una testa di lepre. In sostanza, la dea Eostre annuncia la rinascita della nuova vita, così come Cristo stesso, morendo, risorge a nuova vita.

Non solo. Entrambe le divinità apportano rigenerazione tramite la riunione degli opposti, dualità delle forze maschili e femminili rappresentate dal giorno e la notte che hanno la stessa durata e dell’equilibrio cosmico che producono, garantendoci vita e abbondanza.

Lo stesso simbolo del ragno è associabile al culto della divinità femminile, un culto che, come Rouch sembra suggerire, è sostenuto e condiviso proprio da Gesù. Il suo essere circondato anche da discepole, lo dimostra appieno. Le donne, infatti, spesso svolgono dei ruoli fondamentali nella storia della salvezza, ruoli spesso sminuiti dalla gerarchia, ma che segnano uno spartiacque importante con la tradizione patriarcale ebraica.

Il ragno, è collegato ad Arachne la dea del destino, uno di volti temibili della Grande Madre. Questo culto è identificato con il culto ancora più antico della Dea Bianca, associato alla fertilità. E una fanciulla dalla candida veste, nei racconti arturiani la custode del Graal, il sacro calice che dona fertilità, rinascita e conoscenza. associato alla fertilità. E una fanciulla dalla candida veste, nei racconti arturiani la custode del Graal, il sacro calice che dona fertilità, rinascita e conoscenza. E lo Stesso Gesù è nato da una donna e da un’altra, regale e accomunata con la fanciulla del cantico dei cantici “Nera sono ma bella” unge e consacra lo stesso Gesù. La Dea non scompare. Vive e regna tra noi anche quando non lo sappiamo…

DECIMA VERITÀ. CHI CERCA TROVA…. OAK ISLAND

Ecco l’ultimo ma non meno importante riferimento alle verità perdute Oak Island.

Al largo della costa della Nuova Scozia esiste una piccola isola piena di misteri per chiunque famosa per l’esistenza di una fossa molto profonda che ha dato luogo a una lunga e a volte infruttuosa caccia la tesoro. Si ritiene che il fosso sia un condotto che porta a delle caverne sotterranee e che esso contenga un tesoro. Le ipotesi vanno dal sacro Graal all’arca dell’alleanza o una misteriosa tomba dimenticata, contenente forse, i resti del cristo o della Maddalena. Il fosso sembra caratterizzato da piani disposti ogni tre metri costituti da tronchi e pietra. La storia del pozzo affonda in racconti che riconducono al 1795, i primi tentativi di scavo quando un certo Daniel Mc Ginnis venne incuriosito, durante una passeggiata da una depressione sul terreno situata vicino a una vecchia quercia tra i rami del quale spiccava una sorta di carrucola usata anche sulle navi.

Il giorno dopo Daniel in compagnia di alcuni amici al corrente di leggende locali su pirati e tesori nascosti iniziarono gli scavi. ;a ben presto si resero conto di un particolare agghiacciante ossia l’esistenza di un pozzo molto particolare. Andando in profondità ogni tre metri scoprivano una piattaforma di tavole in legno di quercia finché arrivati al terzo strato furono costretti ad abbandonare l’impresa troppo difficile per loro. E da li nacque la leggenda di Oask island e il pozzo prese il nome di Money Pit il pozzo del denaro.

Nel 1802 una compagnia privata la Onslow Company dando credito alle storie, riprese gli scavi e trovarono alcuni astrati di carbone e argilla a fibre di cocco. Peccato però che in Canada la palma da Cocco non cresce. A 30 metri di profondità trovarono una lastra di pietra recante incisioni indecifrabili…. Cosa si celava sotto questa strana lastra, che non può non ricordarci la dalle de les chevallier e la lastra della contessa D’Hautpoul?

Se i lavoratori si convinsero di essere a un passo dalla risoluzione del mistero, si sbagliavano….durante la notte le acque dell’altantico aveva completamente allagato il pozzo. I tentativi di svuotarlo furono vani: il livello dell’acqua rimaneva costante. Era come il pozzo fosse difeso da un complicato e tecnologico sistema idraulico atto a preservare il segreto quando sembrava minacciata la sua incolumità…. Si racconta, infatti, che esista un condotto di tubi che parte dalla baia Smith: quando la marea sale il condotto porta acqua al Money Pit. Durante fgli anni sono stati fatti svariati tentativi tutti coronati da enormi insuccessi…Fino a che….

Su Aplha, il canale 59 esiste una trasmissione amata da noi, poveri amanti del mistero Oak Island e il tesoro maledetto.

A molti anni dall’ultimo scavo, precisamente dal 1996 i fratelli Langina hanno deciso di scoprire a ogni costo se esiste davvero un bottino pirata. Ossessionati dal Money Pit, Rick e Marty hanno usato i loro ingenti capitali per acquistare l’intera isola e impiegato le tecnologie più moderne per iniziare la comprensione del segreto. Ma una serie di strani imprevisti li hanno ostacolati, gli stessi che recisero i sogni di tutti gli altri. Narra infatti, un antica profezia che

sette persone dovranno morire prima che il tesoro possa essere svelato

A dire il vero il conto, oggi è arrivato fino a sei.

Finora le scoperte rilevanti sono state una spilla contenente una rossa, sfaccettata gemma di 500 anni fa e una spada romana. Ovviamente nei pressi della baia. Questo ha intrigato gli storici di tutto il mondo, visto che l’idea che l’America non sia stata una scoperta di colombo ma una ri-scoperta aleggia da anni: i precursori del nostro genovese partono, infatti, dagli antichi egizi, fino ai vichinghi per toccare persino i templari, che avrebbero ricercato in America il sogno di una nuova terra da cui ripartire.

CONCLUSIONI

Il viaggio è apparentemente concluso.

Ma tanti ancora sono i tasselli per ricostruire la nostra conoscenza perduta. Stavolta non si sarà né prometeo, ne Eva neanche i Nephilin ad aiutarci. Sarà solo la nostra creatività e la nostra capacità cognitiva ad aiutarci. Perché la gnosi porta alla consapevolezza, e la consapevolezza di fa comprendere che l’angusta grotta in cui ci beiamo di forme create dalle ombre è solo una parte del meraviglioso regalo che un dì, la divinità ci ha fatto.

Non smettete mai di cercare.

Che sia vicina o lontana l’ora in cui mi sia dato di rivedere il Graal, fino ad allora non conoscerò più gioia. E’ al Graal che vanno tutti i miei pensieri. Nulla mi distoglierà da esso, finchè io viva

Percival, in Parzifal di Wolfram Von Eschenback)

1

 

A cura di Alessandra Micheli.

Blog tour di “pizzica Amara” Rizzoli editore. Seconda tappa “Il giallo di Gabriella Genisi”.

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Iniziamo dall’ABC.

Chi è Gabriella Genisi?

La risposta è apparentemente semplice e immediata: è una scrittrice. Ma non una qualunque ma una delle migliori penne noir oggi in circolazione.

Ed è italiana, profondamente imbevuta, nutrita, cresciuta con una tradizione tutta pugliese.

Precisamente di Bari, città ricca di cultura e tradizione, basti ricordare alla meravigliosa e misteriosa basilica di San Nicola, con il suo strano crittogramma e quell’accenno alla leggenda arturiana…..( un giorno vi parlerò del suo stretto collegamento con il mito del Santo Graal, ma non è questo il luogo).

E questa sua appartenenza, la caratterizza profondamente, perché crea un giallo che poco si discosta dall’innovazione di un altro grande Italiano ossia Camilleri che ha restituito finalmente il lato sociale a un noir che era divenuto solo apparenza scenografica.

Sua è l’invenzione di un commissario donna, che si dibatte tra la quotidianità, l’amore per la giustizia,che la porta a compiere indagini condotte in modo quasi sonnolento e indolente ( ecco che ci richiama la flemma del mio amato Montalbano). Ed è questo modo cosi stralunato, un Colombo in gonnella, che è soltanto una facciata atta a nascondere una mente acuta, sveglia e soprattutto
“maschile”, ossia portata a una logica concreta e stringente. Come a sfatare il mito della lunaticità del femminile, della sua propensione all’irreale e alla non concretezza.

No cari miei, noi donne siamo fin troppo razionali, altro che sentimentalismi da Bovary!.

Il commissario Lolita Lobosco è figlia dei suoi tempi e sopratutto della sua terra, una terra arcana, amata e odiata, odiata forse proprio perché tanto amata.

Una terra di possibilità frenate da un vivere tutto italiano dedito al compromesso e alla macchinazione. Ma questo miei cari lo osserveremo in seguito

Sei sono i libri con protagonista la Lobosco tutti editi da sonzogno:

GIALLO CILIEGIA

Una protagonista fuori dal comune combattuta tra il senso del dovere e la voglia di sedurre. Lolita Lobosco, trentasei anni, commissario della Questura di Bari, sezione omicidi: sempre sul filo del rasoio, sia sul lavoro sia nelle passioni e nei dolori della sua complicata vita sentimentale. Politicamente scorretta, ma con un grande cuore. Nella torrida estate dei Mondiali 2010, nella Bari vecchia di Antonio Cassano, Lolita indaga sulla scomparsa di un ragazzo, muovendosi nel sottobosco di network e chat.

 LA CIRCONFERENZA DELLE ARANCE

Un commissario di polizia così a Bari non se l’erano mai nemmeno immaginato: Lolita Lobosco, detta Lolì, 36 anni, occhi sempre accesi, lunghi capelli corvini e una quinta di reggiseno che negli uomini evoca la pienezza dei frutti mediterranei. Al commissariato l’attende una sorpresa. C’è un arrestato, le dicono, uno stimato professionista, con il golfino di cachemire e le mani tanto curate, accusato di violenza sessuale. Ordinaria amministrazione. Almeno finché Lolì non incrocia lo sguardo dell’incriminato. Quell’uomo lei lo conosce bene.

UVA NOIR

In una Bari sonnolenta e distratta, dove i tanti scandali scuotono il perbenismo della città, un bambino scompare, e qualche giorno dopo viene ritrovato senza vita nel giardino della villa di famiglia Le indagini di polizia si rivelano subito piuttosto complesse. Tra i sospettati c’è la mamma del bimbo, donna molto bella e inquieta, meglio conosciuta con il soprannome di Uva ‘gnura, Uva nera. Separata dal marito, un farmacista assai noto e rispettato, la donna risulta essere invischiata in affari loschi e frequentazioni malavitose.

GIOCO PERICOLOSO

Durante la partita decisiva per la qualificazione in serie A del Bari, al san Nicola muore un giocatore. Una morte naturale, si direbbe, però con qualche mistero di troppo. Pochi mesi dopo, infatti, il commissario Lolita, indagando su quello che a tutti è sembrato un incidente, si imbatte in un intrigo internazionale destinato a colpire le fondamenta del calcio italiano. Un losco mix di sport e malavita che rischia di sconvolgere anche la vita di Lolì.

SPAGHETTI ALL’ASSASSINA

Per cucinare gli spaghetti all’Assassina, il piatto più famoso di Bari, ci vuole la padella in ferro nero che si trova solo nella città vecchia. Ed è proprio lì che sorge il ristorante di Colino Stramaglia, inventore della ricetta. Una mattina di primavera, il grande chef viene trovato morto ammazzato in maniera talmente efferata da far sospettare un torbido movente passionale. Fra le persone informate sui fatti, un affascinante cuoco algerino, una spogliarellista brasiliana e un capocameriere con un’aria da becchino uscito da un film western. A indagare è il commissario Lolita Lobosco, che stavolta trova imbrattate di sangue le sue due attività preferite: l’amore e la cucina. Sullo sfondo di una città sempre più pulp, una nuova intricata indagine, con fosche tinte da noir mediterraneo, metterà a dura prova l’abilità e l’istinto della caparbia investigatrice barese.

MARE NERO

A Polignano, nei pressi di Bari, in un pomeriggio d’inverno, il mare restituisce i corpi di due giovani, da poco fidanzati. Insieme ad altri amici, approfittando della bella giornata, si erano immersi per una gita subacquea, ma l’allegra escursione si è trasformata in tragedia. Sembra il tipico incidente, dovuto all’imprudenza o alla fatalità. Eppure, quando arrivano i risultati dell’autopsia, tutto un altro scenario prende forma. Qualcuno ha voluto uccidere. Ma perché? Toccherà al commissario Lolita Lobosco indagare su questo caso. E per venirne a capo dovrà entrare nel mondo patinato dei circoli nautici, smuovere il fondo limaccioso dell’amore e, letteralmente, tuffarsi nelle gelide acque del suo mare.

DOPO TANTA NEBBIA

Lolita Lobosco è stata promossa questore e deve trasferirsi a Padova. Ma gli inizi non sono facili: l’ambiente si rivela più intollerante del previsto, la nebbia confonde i pensieri e mortifica i capelli, l’orizzonte d’acqua di Bari è troppo lontano per curare la solitudine. Anche il lavoro stenta a decollare, e poi, con i nuovi colleghi, proprio non riesce a legare. Solo grazie all’aiuto e ai consigli di Giancarlo Caruso, affascinante vicequestore di origini siciliane, le cose migliorano, mentre un caso di bullismo – la scomparsa, nell’omertà generale, di un ragazzo da uno dei licei più in vista della città del Santo – mette a dura prova il talento investigativo di Lolì. Dopo tanto freddo, intorno e nell’anima, la commissaria più bella del Mediterraneo riesce finalmente a farsi richiamare nella sua amata Puglia, dove pure l’attende un mistero da risolvere: una sensuale arpista è stata massacrata in un appartamento. I sospetti sono tanti, ma c’è uno strano testimone… Alle due estremità della penisola, tra panzerotti e pettole di Natale, la passionale poliziotta barese torna a ricercare la verità, sui luoghi di delitti efferati e nel fondo stropicciato del proprio cuore.

Breve analisi dei testi

Il primo dato che emerge da una parziale analisi dei testi è l’indissolubile legame tra sapori e odori e dramma: come dice la stessa autrice i sentimenti passano anche attraverso i nostri sapori, che titillano le diverse papille gustative e si armonizzano in un estasi dolceamara; cosi com’è in fondo, la nostra stessa funestata patria. Dolce e amaro, sapido e lezioso, sono le vere caratteristiche dei suoi personaggi, il piacere godereccio proprio di una terra solare e sbarazzina si fonde con un certo gusto alla drammatica deriva societaria che oggi ha preso l’Italia in generale e il sud in particolare. Carnale, sexy e irriverente e al tempo stesso dotata di una sottile e raffinato intuito investigativo, in ogni romanzo la Lobosco. Sopratutto, in ogni suo libro la Genisi non affronta temi di fantasia, la sua creatività si basa sull’osservazione diretta del suo oggi, della sua quotidianità, si basa su fatti di cronaca, come quello dei fratelli Gravina protagonisti del primo libro della serie.

 

L’ULTIMO CAPOLAVORO: PIZZICA AMARA

Ultimo ed è il libro che interessa a noi e che alla fine racchiude tutti i lavori precedenti è l’inquietante Pizzica Amara. In questo giallo, metà tra il noir classico, la detective story e il mistery, emerge tutta la vena di riformatore e critico sociale della nostra autrice.

Pizzica non è un semplice libro di evasione.

Pizzica affonda la mano, una mano uncinata acuminata, nel substrato peggiore della nostra società: il potere e le sue deviate ramificazioni.

Questo perché, e la Genisi finalmente sdogana un idea che, finora, era propria dei gialli stranieri, il vero scopo del genere suddetto di fungere da lente di ingrandimento della vita contemporanea, della politica, dell’ipocrisia borghese (si nonostante tutto ancora soffriamo di questa tara vittoriana) del marcio che ci cela nei substrati alti della società, nell’elitè che ci governa, sia le anime sia il portafoglio e di conseguenza sull’intera realtà sociale.

Emerge in pizzica tutta la barbarie di un mondo che tenta di evolversi nascondendo sotto il tappeto di marca tutto quel lato oscuro che fa parte della nostra eredità etnologica.

La Puglia, in questo caso il Salento, cosi come tutta la nostra bell’Italia ha profonde radici nel mito e nella superstizione. Per quanto moderni vogliamo apparire, per quanto la tecnologia oggi ci invada, dentro il nostro animo esiste una parte oscura della interiorità collettiva rifiutata e esclusa dalla coscienza vigile. Tradizioni che hanno il sapore di una ribellione di genere, non a caso qua si parla del fenomeno della tarantolate, unico escamotage per far emerge il femminile sensuale, scomodo, erotico escluso dal perbenismo.

Tradizioni che creano un connubio malsano tra accettazione sociale, gestione del potere e una forma di religiosità al contrario che funge da nuovo patto scellerato per l’acquisizione di uno status elitario. Abbiamo al massoneria deviata, e il satanismo il modo in cui gli impulsi più nefandi delle classi elevate, dei politici addirittura dei vertici del potere ecclesiastico, usano per celebrare in un orrido olocausto della purezza, il loro status di privilegiato.

E corrompono giovani, proponendogli come nuovo dio da venerare il denaro, la ricchezza e la possibilità di una vita di agi.

E quale miglior metodo per sancire la loro onnipotenza se non quello della dominazione e della manipolazione?

E c’è di più.

I rituali oscuro descritti in pizzica servono anche, come ho accennato da controllo sociale: una volta sancito un accordo per la spartizione di risorse e favori, la partecipazione a orge. Depravazioni e trasgressioni al limite del lecito è un’ottima forma di ricatto.

La superstizione, rinnegata, derisa sostituita dai santi cattolici, riappare in una forma demoniaca. E disgregatoria di una società che già di dibatte tra innovazione e arretratezza.

Ecco che il delitto non è improntante di per se.

Non ci serve soltanto scoprire chi, come e cosa hanno posto fine all’esistenza delle vittime; la Genisi si interessa ai meccanismi alla base dell’azione delittuosa, ai segreti che essa protegge e alla motivazione che porta alle estreme conseguenze.

E il dato che emerge da ogni elemento criminoso è l’omertà.

Un omertà che lega tutti in una complicità preoccupante e che rende la terra meravigliosa, la terra rossa degli ulivi, delle coltura quella che si riflette sul mare, una terra distrutta, una terra perduta, il cui futuro incerto è ben simboleggiato dall’ospite alieno che divora i millenari ulivi. Come un cancro che corrode l’organismo sociale, la noncuranza del vecchio principio contadino di solidarietà, di cooperazione e di libertà viene ridotto all’osso.

Perchè i giovani, tutti i protagonisti ivi descritti non sono liberi, ma schiavi di ossessioni, pulsioni, e istinti.

A restare in piedi è solo quell’apparenza che funge da richiamo sirenesco per un turista distratto, alla ricerca dell’autenticità. Ma l’autenticità di una tradizione nobile, una consuetudine di forza indomita, ricca di passaggi culturali, una terra che è nata dallo scambio costante e dall’incontro, oggi è perduta.

E l’amore per la sua terra la Genisi in questo testo lo fa emergere proprio dalla sua non volontà di chiudere gli occhi.
Come camilleri profondamente imbevuto di orgoglio siciliano, la Genisi è profondante convinta dell’importanza delle sue radici, radici masticate da vermi striscianti che intendono solo radere al suolo ogni cosa solo per arricchirsi.

Il territorio pugliese risultano cosi malato, inquinato da scorie che noi stessi produciamo: il nostro non voler vedere, il sotterrare il male sotto gli ABILI travestimenti del perbenismo è il modo peggiore di dimostrate il nostro attaccamento alla nostra terra.

E se la Puglia è un piccolo microcosmo, come nelle tradizioni filosofiche ermetiche esso non è che specchio e riflesso del macrocosmo che lo ospita: l’Italia essa stessa malata, essa stessa sfinita e corrosa.

Alla fine la magia quella che ha colorato il Salento di mistero e incanto, non è altro che l’abile maschera con cui i loschi traffici si travestono.

Ecco che il suo giallo diviene denuncia sociale.

Diviene una romanzo fondamentale che con un pugno elegante e al tempo stesso forte forse risveglia le nostre coscienze assopite dall’assuefazione al virtuale. Ed è quella che ci distanzia dall’azione concreta, che fa si che il male, oggi prosperi.

E rimanga impunito.

Perchè il male trionfi è necessario che i buoni restino in silenzio.

 

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A cura di Alessandra Micheli

 

 

 

 

Blog tour “Le alternative dell’amore” di Lorenzo Licalzi, Rizzoli. Ambientazione e periodo storico.

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Introduzione

Ci sono romanzi che emozionano par la carica emotiva del loro messaggio. Altri deliziano grazie allo stile perfetto capace di interpretare perfettamente il genere scelto. Altri commuovono perché la trama cattura e rapisce facendo viaggiare in posti esotici o fantastici. E poi ci sono libri che raccontano un pezzo di storia ancora troppo scomoda di fronte ai nostri attoniti occhi, una storia da cui vogliamo liberarci perché troppo pesanti sono i sensi di colpa, troppo a fondo dovranno indagare e ammettere la nostra complicità.

Nonostante siano passati oramai anni dalla fine, tragica, della seconda guerra mondiale, ancora è difficile per noi accettare la sua natura più orrorifica che portò un razzismo, cominciato nel lontano medioevo, al suo culmine, rendendo reali le intenzioni più nascoste, chiude nel nostro io più profondo. L’olocausto. Il progetto abominevole di Htiler che fece da sfondo alle motivazioni più blande e che rese questa guerra, una grossa grassa beffa all’umanità.

E Licalzi riesce, con la sua indubbia bravura, a centrare quel periodo concentrandosi con il declino, quello che acuì la recrudescenza della mistica depravata del nazismo.

Ed è proprio la scelta dell’ambientazione che rende il libro ancor più profondo, ancor più seducente e al tempo stesso perfetto Je t’accuse.

E quindi sarà mio sommo onore guidarvi verso i luoghi del romanzo e concentrarmi nel periodo storico. Ma non temete il viaggio non sarà affatto noioso. Forse difficile da digerire, ma magari, chissà, potrà essere utile per non ripetere errori del passato.

Anche se sembra che abbiamo una sorta di occulto burattinaio da cui non riusciamo a separarci.

L’ambientazione.

Il luogo scelto da Licalzi è un paesino adorabile della Borgogna, Morgy, laddove la serenità sembra la giusta ricompensa per l’orrore subito nel passato. Sappiamo subito che è un paesino ferito, sede di uno dei folli eccidi provocati dai nazisti come risposta all’attività, spesso sconsiderata, della resistenza. Siamo quindi un luogo preciso, che tenta di scollarsi quell’aura di morte, quel sangue che ha nutrito la terra. E che per questo rende l’aria dell’adorabile paesino, dicotomica.

Se da una parte l’inizio ci mostra un luogo di pace, n cui i morti devono riposare sereni e i vivi tornare a patti con la propria umanità, sappiamo che, in fondo, la violenza lascia quasi una marcia occulta, che forse inconsapevolmente il cittadino di Morgy respira.

Vedete la Francia, seppur orgogliosa e fiera di essere stata uno degli avamposti migliori della lotta al nazifascismo, ha da sempre un’anima controversa. Non a caso nella prima decade del secolo, fu complice ospite di tante idee deliranti, e pervasa da una strana e ambigua accettazione del razzismo di stato. E questa sua vena autoritaria e settaria si scontra con la sua evidente ribellione verso lo status quo, portata avanti dai miti della sua storia, come catari e eretici. O addirittura il buon Napoleone, portatore e apoteosi di idee rivoluzionaria che rendevano giustizia a quell’anima rivoluzionaria che mise tanto in difficoltà la Roma imperiale. Tanto che oggi si parla del razzismo in Francia come di un male cronico. Del resto uno stato cosi sicuro di sé, cosi certo della sua superiorità non poteva non esimersi da porsi come modello di sviluppo per le altre società, considerate inferiori, e a cui si elargiva con sussiego il motto libertè egalitè fraternitè, con il conseguente rifiuto dell’identità plurale. Posso citarvi alcuni nomi: Robert Brasillach o il nostro amato Louis-Ferdinand Céline, fino ad arrivare al governo di Vichy. Ma anche Pierre Plantard con la sua Action francaise. E cosa dire dell’affaire Dreyfuss?

Ecco che Morgy rappresenta l’archetipo di queste due anime: una bucolica e soave, fatta di dolci colline, di semplicità e di anima contadina, l’altra più oscura e strisciante.

Morgy all’inizio del testo ci appare cosi:

Arrivai a scorgere le case di Morgy quando il sole dell’ultimo giorno di aprile stava calando dietro ai filari di vite distesi lungo la collina sulla quale sorgeva il paese. Il quattro tempi della mia moto, finalmente libero dai condizionamenti del traffico, rimandava un rumore basso, regolare, quasi ipnotico. Da qualche minuto avevo abbandonato la provinciale. La strada era deserta, non fossi stato così stanco me la sarei goduta, con tutte quelle curve che si insinuavano, come una biscia d’asfalto, nella Côte d’Or, il cuore della Borgogna. Invece sembravano non finire mai, come i vigneti dovunque si volgesse lo sguardo, in tutte le esposizioni possibili. Li divideva soltanto la strada stretta, tra poderi scoscesi a valle e piccoli muri a secco che delimitavano quelli a monte. Muri di pietra color ocra, della stessa sostanza delle rocce madri che spuntavano a chiazze nella parte alta della collina.

Ecco che l’atmofera ci appare ricca di sensazioni positive, un borgo perso nei tempi e deciso a vivere di nature e elementi naturali. Un posto perduto nei meandri del tempo quasi ritroso a mostrarsi

Lessi il cartello MORGY quando il sole era già tramontato. Percorsi tutta la strada che fiancheggiava il paese fino a un grande spiazzo con qualche macchina posteggiata e delimitato dal solito muro in pietra dietro il quale salivano, da un lato, altri filari di vite, dall’altro, un sentiero che si inerpicava sull’ultimo tratto della collina attraversando un boschetto. In mezzo, un lungo sterrato di polvere bianca che arrivava fino a una casa che sorgeva, solitaria e imponente, sulla sua cima

Ma è una ritrosia di chi rifiuta la modernità o esiste altro?

Morgy è davvero ciò che sembra?

È davvero solo un avamposto che tenace decide di omaggiare un passato che gli è stato strappato da una mano invisibile e crudele?

Era un pezzo di storia di Francia, arredata come in certi film quando ricostruiscono i bistrot degli anni Cinquanta, ma qui ogni cosa era genuina, a partire dall’odore di soffritto e di formaggi stagionati e di vino e di pietanze che cuocevano sui fornelli, il tutto mirabilmente fuso in un profumo che sollecitava l’appetito, anche se io non avrei avuto bisogno di alcuna sollecitazione. Le pareti della sala erano intonacate di giallo, in parte scrostate, e una, davanti alla quale erano posizionate due botti, rivestita di pietra locale, la solita color ocra sbiadito, con mattoncini rettangolari, molti dei quali sbeccati, che davano l’idea di essere lì da sempre, come i quadri alle pareti, per lo più fotografie in bianco e nero del pae- se, di filari di vite, e di persone che a giudicare dall’età e dall’epoca in cui erano state ritratte, ormai dovevano essere morte da un pezzo.

Ma che Morgy nasconda altro, lo si scopre piano piano e l’ambientazione smette di colorarsi di candore per tinteggiarsi di elementi crepuscolari:

Insomma è una presenza inquietante, un peso per il paese, che la posizione della casa, così dominante, non alleggerisce, basta alzare lo sguardo e tutti i ricordi che abbiamo cercato di dimenticare tornano a galla, anche se, ormai, di gente che ha vissuto quegli avvenimenti non ce n’è quasi più

una colpa, una sorta di memento che ricorda come dietro la perfezione esista qualcosa di meno bello, di meno pacifico. Ecco che iniziano a scoprirsi i lati compromettenti, gli scambi di favori e sopratutto quell’anima compiacente dei piccoli paesi in cui tutto esista purché non rovini l’apparente tranquillità del borgo:

neppure i segreti del confessionale erano tali a Morgy.

E ancora il vero mantra di Morgy non è la volontà di cancellare la violenza del passato

La reputazione, Baumann, a Morgy conta più di ogni cosa.

Allora non è cosi idilliaco e Morgy: in fondo non è che la ripetizione di mille cittadine, di mille borghi in cui l’omertà e un sostanziale individualismo sfumano i confini del bene e del male.

Il periodo storico

della seconda guerra mondiale e sopratutto del periodo caotico tra il 1944 e il 1945, con la conseguente sconfitta del nazifascismo, si sono scritte pagine e pagine. E si elaborano gli eventi, si tenta di risalire al dato che ha portato al crollo del colosso di Hitler che sembrava cosi imbattibile, cosi indistruttibile. Tanto da par propendere per l’avvento reale del mito dell’anticristo. Del resto come poteva un omuncolo dotato di un intelligenza media aver coinvolto milioni e milioni di tedeschi e sopratutto aver permesso quell’abominio dell’olocausto?

Solo un patto diabolico poteva renderlo capace di irretire i sensi. E la domanda importantissima per comprendere quel disastro che ancora oggi ci portiamo dietro è: com’è stato possibile?

Sappiamo che uno dei colpi maggiori inflitti alla sua avanzata fu la campagna russa. La stessa che distrusse il sogno di Napoleone. Come a dire non è mai possibile imparare dal passato?

Ringraziamo Dio, in questo caso, della sua cecità.

La tattica tedesca era quella di appropriarsi di punti strategici da cui combattere l’avanzata degli alleati. E per mantenere l’ordine, con una popolazione che risultava dissidente e spesso capace di sostenere la resistenza, (molto spesso essi erano figli, padri, e nonni degli stessi cittadini) spesso si ricorreva a metodi estremi, tra cui i famosi eccidi, passati alla storia come atti di vera brutalità. Ricordo a tal proposito quello delle Fosse Ardeatine: per scovare l’attentatore si proponeva la ritorsione, che contemplava l’uccisione di almeno dieci o più persone del luogo in cui il fatto avveniva. Era una sorta di metodo per spaventare e atterrire le ansie ribelli non solo dei partigiani, ma sopratutto della popolazione: divide et impera, dividere per governare.

Ma la storia raccontata da Licalzi ci rivela una verità scomoda: non più gesti di puro eroismo, ma una sorta di strana morale in cui ci si abbandonava a atti giustificati con la necessità di combattere il vero nemico. Fu cosi che i russi, prima protagonisti di una vera persecuzione degli ebrei (i pogrom) si presentarono come i veri salvatori dello stesso popolo odiato per secoli. O si presentarono come i buoni e si nascosero sotto un tappeto di immagini edulcorate, atti di bestialità compiuti dagli eserciti, legittimati a annichilire il nemico con i suoi stessi mezzi:

Sono nato in un piccolo villaggio della Prussia orientale, non lontano da Königsberg, che subito dopo la guerra prese il nome di Kaliningrad e fu annessa all’Unione Sovietica. Lì viveva la mia famiglia: mio padre, titolare della cattedra di metafisica e logica che fu di Immanuel Kant, mia madre, bibliotecaria nella stessa università, un fratello di poco maggiore, in guerra anche lui e del quale non avevo più notizie da mesi e una sorella di dodici anni più grande di me, musicista, una pianista di grande talento. Non trovai più nessuno. I russi avevano raso al suolo il paese, dato fuoco alle case, ammazzato gli uomini e violentato le donne, di qualsiasi età. Non fummo soltanto noi a macchiarci di orrendi crimini di guerra.

La violenza era ormai sotto controllo. Ed è per questo che Licalzi analizza il periodo storico non tanto dal punto di vista di date o di accadimenti, quanto lo analizza proponendo, finalmente, una sorta di sociologia della storia, in grado di tiare fuori che tipo di ethos infervorò gli animi di quei tempi bui e disperati.

Il primo concetto esposto è la diversa morale che accompagna gli uomini costretti da giovani a assistere a comportamenti amorali:

Sai che devi uccidere per non essere ucciso, e lo vuoi fare, perché hai di fronte il nemico, che odi perché è davvero tale, un nemico come di più non lo potrebbe essere, perché anche lui vuole ucciderti.

E questo è mirabilmente espresso anche da De André nella guerra di Piero

Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue

E se gli spari in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore

E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia

La guerra di Piero.Fabrizio De Andre 

E c’è un altro dato interessante. In quelle condizioni estreme, avvolte dalle tenebre sanguigne, l’unico tuo riferimento è il commilitone:

Combatti e non pensi a nessun’altra cosa tranne che a quello, combattere, senza per forza essere eroi; poi, se salvi la pelle, tutto ciò che hai provato non avendone quasi consapevolezza, compresa la paura, si trasforma in esaltazione pura e senso di fratellanza verso gli uomini che erano con te, il più grande umanamente possibile perché nasce dalla condivisione suprema, la vita, quella che hai rischiato di perdere, e magari qualche compagno ti ha salvato. Nessuno lo può comprendere se non è stato in mezzo alla battaglia, per davvero, con nessuno puoi essere così in sintonia come con chi l’ha vissuto. La guerra, questa è la guerra, per questo chi l’ha combattuta non la potrà mai dimenticare e… mi costa dirlo, temo in qualche modo rimpiangere. Non rimpiangi la guerra, ma quel senso di fratellanza e quel turbinio di emozioni che hai provato e che proprio perché eri così a contatto con la morte ti facevano sentire vivo, che così tanto non lo eri mai stato, perché quando è tutto finito lo sei, vivo, e ti sembra un miracolo.

Questo senso di fratellanza è certamente effimero ed è forse il modo con cui, nella seconda guerra mondiale, con quelle condizioni di perpetua paura, sia verso il nemico che verso la tua stessa patria, si innesca una sorta di autodifesa: la mente per non soccombere, cambia prospettiva.

Ed è questo il motivo della particolare crudeltà di quegli anni lontani. E Licalzi ce lo spiega meglio di tanti libri di storia, che ho letto e divorato in cerca di risposte e lo fa usando la bellezza di un saggio da me molto amato “La banalità del male” di Hanna Arendet

Immagino conosciate Hannah Arendet… ebbene lei, proprio riferendosi a quegli anni, affermava che, per compiere azioni malvagie, non occorre essere crudeli, basta essere messi nelle condizioni di non pensare. Il male, allora, diventa quasi un’incombenza burocratica, un compito da assolvere, un lavoro da svolgere con scrupolosa coscienza all’interno di un ingranaggio che fa del male una prassi, e di cui tu sei una semplice rotella. Se tutti uccidono, se i miei capi mi dicono di uccidere perché è la cosa giusta da fare, e questa “abitudine”, chiamiamola così, dura da tanto tempo, e il mio “lavoro” è quello di uccidere, a poco a poco non penso più che sto uccidendo, e a poco a poco uccidere diventa una cosa normale, una cosa banale. Allora prima uccido e poi faccio altro, mangio bevo dormo, provo una struggente nostalgia quando penso alla mia famiglia, ai miei figli, alla persona amata, addirittura rido e scherzo con i compagni, e non ho rimorsi, perché il male è diventato un effetto collaterale di un famigerato meccanismo che non lo fa vivere come tale. È terribile, ma è vero. Tolstoj diceva che la pietà è forse l’unica legge dell’esistenza umana, ebbene noi non la provavamo, perché la banalità del male, ancora più dell’odio, ti consente di infrangerla, impedendoti perfino di pensare che stai infrangendo una legge. Lo stesso vale per la cosiddetta legge morale.

In sostanza, l’intero periodo storico della seconda guerra mondiale e delle sue devastazione è racchiuso in questa frase. Perché quello che rese orribile questo conflitto non furono le strategie di combattimento, le alleanze o le linee maginot. Fu l’apparente e profonda amoralità di ciascuno schieramento che oggi, impedisce a noi studiosi di decidere se davvero si possa parlare di ragion di stato o di fine che giustifica i mezzi.

Non furono le singole battaglie, fu il fatto che entrambi si lasciarono andare alle peggiori impensabili violenze. O pensiamo che Hiroshima fu un male necessario?

Quello che molti storici però, non sottolineano, nella ricostruzione di quegli anni convulsi e disperati, fu una singola immensa scintilla divina che alimentò tanti protagonisti, passati quasi in modo invisibile nella storia e che furono di grado di compiere il miracolo:

Ma sappiate che io ero l’eccezione, e non nel senso di essere un mostro, eppure è forse proprio questa la mia colpa più grave, io sono sempre stato consapevole del male, e che non fosse una banalità. Per questo motivo ho cercato, nei limiti del possibile, di fare qualcosa, di ribellarmi al famigerato meccanismo.

Ecco che Schindler, Albert Battel, lo stesso Roncalli, Paul Grueninger,Karl de Bavier, Hans Georg Calmeyer ,Maria Helena Francoise Isabel von Maltzan, Raoul Wallenberg ,Berthold Beitz, Dietrich Bonhoeffer

sono coloro che lasciarono un insegnamento fondamentale

non ero in cerca di gratitudine, e neppure di alleviare i miei sensi di colpa, forse volevo soltanto dimostrare a me stesso di non essere come gli altri, che nonostante tutto ero riuscito a mantenere una mia autonomia di pensiero e che almeno un briciolo della mia morale non era stata contaminata dalla guerra.

Ecco imparare a raccontare un periodo storico non soltanto attraverso date, fatti, strategie e luoghi, forse può davvero aiutarci perché la banalità del male non ci invada più l’anima.

E ringrazio Licalzi perché lo ha fatto suo e regalato a noi oggi sperduti in mezzo a tanti stimoli e a tante rivisitazioni e negazioni.

Difendetevi leggendo un libro del genere.

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A cura di Alessandra Micheli

In occasione dell’evento “Il club di Aurora” organizzato da Elisa Costa, il nostro blog presenta l’articolo “La distopia in Aurora Stella”.

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Che cos’è questa famosa distopia?

Una parolaccia?

Una maledizione in aramaico antico?

No miei cari lettori è un genere letterario appartenente alla macro categoria della fantascienza.

E da questa se ne distacca soltanto ed esclusivamente per la sua portata di denuncia sociale. Letteralmente dis-topia è il contrario di Utopia, ossia quella forza immaginativa e forse sognatrice che con le sue argomentazioni spesso illusorie e ottimistiche, tentava di dare indicazioni su come sviluppare al meglio e in ogni sana potenzialità il mondo in cui si trovava a muoversi, vivere e agire. Famosi utopistici furono Tommaso Campanella e Tommaso Moro (forse nel nome Tommaso c’è proprio una sorta di DNA della speranza ottimistica?).

Nelle loro opere di portata politica e ontologica immensa concepivano un mondo non soltanto idilliaco, ma organizzato attorno ai valori di saggezza, ordine e sopratutto pace sociale. Questo comportava due conseguenze: uno l’ammissione che i loro tempi erano imperfetti e i governanti gretti e chiusi mentalmente,il secondo era la convinzione di una proto concezione cibernetica del mondo, ossia un organismo interconnesso in cui le singole parti non erano egoisticamente concentrate sul personale concetto di benessere, ma contribuivano a quello che più tardi Rosseau Definirà Volontà Generale.

O Bene supremo secondo la nostra amata zia Jo (Rowling).

Nonostante abbiano nutrito generazione di idealisti ( me compresa) l’utopia appariva evanescente, poco attinente a percorsi reali, troppo incentrata su un ideale quasi illusorio. Allora come tamponare le cesure di un mondo che, mano mano l’avanzamento dei secoli, perdeva la sua legittimità e la sua ragion d’essere? Con il mezzo mutato dalle religioni misteriche orientali, ossia la colpa e la punizione suprema. Ecco che nasce il distopico,quel mondo altamente indesiderabile causato dalla mancanza di responsabilità e di comprensione del sistema sociale e delle sue leggi. Una volta ignorato il cosiddetto effetto farfalla Azione/retroazione/ conseguenza il risultato poteva essere solo uno: il totalitarismo, la manipolazione e l’egoismo portato ai massimi livelli. Ogni libro “distopico” contiene non tanto una visione pessimistica e nichilistica dell’uomo, quanto mette e punta l’attenzione sulle conseguenze di azioni scellerate nutrite soltanto a istinto e passioni PERSONALI.

Non è quindi un caso che la distopia sia il genere preferito dei ribelli o di coloro che esternano con forza e spesso con toni duri la loro non accettazione del sistema. Accanto alla denuncia distopica ecco che si affianca la sua sorella preferita l’ucronia.

In questo caso si tratta di un salto immaginativo ancora più radicale che risponde alla domanda “E se le cose fossero andate in maniera diversa?”.

E spesso l’ucronia fa avverare i nostri peggiori incubi, quelli in cui non esistono i sistemi inconsci di controllo degli eventi, ossia dei meccanismi mentali che ci spingono a fermarci a un passo dal baratro. Ogni volta che siamo sull’orlo del distruzione il sistema mondo, tenta un aggiustamento dell’ultimo secondo: è stato cosi per la guerra fredda, per l’olocausto fermato a un passo dal disastro totale, e viaggia nelle sinapsi più nascoste della nostra psiche. Questi meccanismi di sopravvivenza non ci sono nell’ucronia.

Nella storia alternativa il disastro è portato alle estreme conseguenze: si pensi a George Orwell o al fantastico la Svastica nel sole di Dick, o ancora Fatherland di Robert Harris.

E ora arriviamo a inquadrare Furens in questo filone polemico.

Che Aurora non è un’autrice commerciale risalta agli occhi. Ogni suo scritto ha quella vena anticonformista, ossia fuori dalle norme classiche e soprattutto anti sistema (termine inteso con una non accettazione del sistema moderno basato su vinti e vincitori) abbastanza marcato. Il suo interesse per il filone fantascientifico e horror lo dimostra: considera la società convenzionata come la massima prigione atta a ingabbiare le ali di angeli resi inermi. La sua idea si avvicina a quella di un mistico molto controverso della storia Cattolica un certo Antony de Mello che raccontava una storia curiosa che secondo me, spiega ogni testo della Stella compreso il filone iniziato con Furens: siamo tutte aquile che hanno passato la vita a considerarsi polli. Incapaci, quindi, di spiccare voli pindarici. Ed è il senso della costruzione semantica e ontologica della storia di Sylvein: una vita passata a considerare la nuoca Roma il non plus ultra del progresso umano. Ogni suo pensiero nei primi capitoli esalta le conquiste negando per educazione, il lato oscuro dell’impero. Lato oscuro fatto, ovviamente di manipolazione, di controllo e persino di prigionia: ogni essere umano ha una sua precisa collocazione. E se qualcuno ha una mente più inflessibile, poco incline all’apprendimento statico, atto a mantenere lo status quò è considerata un anomalia.

Da combattere a ogni costo.

E perchè proprio la scelta di Roma?

Perché Roma fu un grande impero, crollato sotto il peso di contraddizioni interne che non è riuscita a sbrogliare a causa di una strana, ma classica tendenza a mantenere i privilegi saldi. Ogni impero, stato, regione, città incapace di adattarsi ai tempi veloci dell’evoluzione, crolla sotto il peso della sua antiquata visione del mondo. UN impero per non crollare DEVE trasformarsi. Roma non si trasformò. Ebbe notevoli atti eroici, personaggi di spicco, tutti sacrificati sull’altare dell’egoismo sociale.

Allora Aurora compie un passo ulteriore, con arguzia e con una conoscenza ottimale dello stile ucronico, ha cercato nel suo libro di raccontare una storia alternativa della storia, evitando il crollo totale del grande impero romano, che sa uscire dalla crisi totalmente restaurata.

Ed ecco che Roma in aurora brilla. Ma…esiste un ma enorme come Arcore. Aurora sa che il patto che si sottoscrive per il mantenimento di un grande impero presuppone il baratto di qualcosa, nel caso di Roma è la sua anima multiculturale e liberale. Il tempo può essere manipolato soltanto se si rinuncia a qualcosa e quindi:

 

Alla fine la rinata Roma non è che una pia illusione. Un perfetto mondo al quale tutti, in qualche modo, aderiscono. Attraverso un’appendice neurale con cui ogni persona nasce, i membri di questo club particolare controllano tutti e li dirigono dove vogliono comandandoli come burattini , solleticando le loro vanità seducendoli , tentandoli e assecondandoli. Il tutto per evitare, non già la fine di un impero, ma quella dell’uomo stesso

 

Ed in questo reale affresco, si note e si deve notare come:

 

E, ho voluto che a distruggere la perfezione, fosse l’Amore. Quello vero, con la A maiuscola, ostacolato , demonizzato , brutalizzato, ma anche perdono, sacrificio e martirio.

 

Perché affinché i palazzi del potere restino intatti, nonostante l’apparente distruzione, non deve esserci amore ma una sottile, atroce coercizione.

In fondo, affinché tutto resti immobile si devono fare cambiamenti.

Ma non della musica ma soltanto dei suonatori.

 

Consiglio di leggere il libro “Furens lupus sum” grazie al quale ho potuto compiere il mio approfondimento. 

 

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A cura di Alessandra Micheli

 

Blog tour “L’uomo delle castagne” di SØREN SVEISTRUP. Identikit del Serial Killer.

 

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Introduzione.

La mia passione quasi ossessiva per i thriller nasce da un’esigenza profonda, devo poter studiare il male, inquadrarlo individuarlo per poterlo privare delle sue armi. Il male mi spaventa, mi terrorizza perché sono consapevole da sempre che non riguarda una qualche entità deforme dalle lunghe corna, appartenente a una dimensione diversa, ma vive e prospera dentro di noi: nelle regioni infere dell’uomo.

I demoni sono le nostre pulsioni profonde non riconosciute e ingigantite dal silenzio e dalla noncuranza, rese torbide dalla frustrazione e rese pericolose dalla violenza e da ferite inferte, non sempre ma spesso, nell’infanzia. Il male è prodotto e scarto della società che nella sua ansia di ordine e di organizzazione, elimina e mette negli angoli tutti gli istinti più cupi e oscuri, e tutti i bisogni che minano alla base l’armonica coesione umana. Ecco che nasce il dissidente, il ribelle, il colpevole, il mostro che incarna, in un atto apotropaico, tutte le paure della collettività. Ma in questa nostra volontà di ordine assoluto, rigoroso, questa nostra strana tendenza a nascondere appunto nelle periferie dell’Io cosi come delle città o dietro le porte chiuse di perfette villette a schiera, le parti più scabrose e meno nobili di noi stessi, significa anche dare a tali parti una forza indomita. Chiudere gli occhi davanti alle problematiche psicologiche (ricordo che fino agli anni 50 la schizofrenia veniva curata con l’esorcismo) ma anche etiche, morali ed educative, non fa altro che creare una figura ombrosa, scomoda e terrificante che varia dal disagiato, al malato mentale fino a creare delle figure identificate come serial killer. Mio intento è provare a creare una sorta di identikit per comprendere quando la l’alienazione, il disagio, le ferite e un certo tipo di carattere, diviene preda di impulsi così oscuri e così dominanti da creare questo spaventoso mostro. Perché il serial killer è un mostro, in ogni senso. Dotato di una totale incapacità empatica, di una coscienza distorta che lo rende immune al dolore degli altri, considerato invece, come fonte estrema di potere e di piacere ma anche di un intelligenza fuori dal comune, straordinaria ma asservita alla volontà di rivalsa così eccessiva che, sposandosi con la vendetta, diviene brutale violenza, cieca e malsana.

Ecco il serial killer è fondamentalmente “malsano”, vittima e carnefice della sua distorsione mentale che gli preclude una percezione in grado di considerare come via alternativa alla dominazione la cooperazione e la collaborazione. Il sentirsi parte del tutto. Uccidere e deturpare spersonalizza la vittima e la rende soltanto oggetto, e l’oggetto è nelle mani del demiurgo che infligge la sua volontà dominatrice fornendo dolore e morte come un’oscura divinità ctonia.

Il serial killer non opera la coesione ma opera la distruzione.

 

Chi è il serial killer: prime analisi

Il serial killer non è il frutto della nostra moderna epoca. Forse il post moderno ha esacerbato la tendenza, ma questa figura è presente in ogni tempo. Quello che si è cercato di fare durante la modernità, in particolare quella di fine ottocento, è di circoscrivere scientificamente il fenomeno per studiarlo e quindi per poter trovare una soluzione, di cura e forse di redenzione. A tal proposito non posso esimermi dal citare gli studi, contestati e spesso dileggiati di Cesare Lombroso, che tentò con la fisiognomica di individuare le persone problematiche o i possibili criminali, attraverso dati fisici. Sarebbe stato davvero un passo avanti se gli studi di Lombroso avessero avuto delle certezze. Vero è che l’intelligenza della sua teoria fu quella di collegare interiorità ed esteriorità: le problematiche della mente, secondo lui, non potevano non essere individuate in tratti della fisicità. Forse questo punto sarebbe da indagare più approfonditamente. Valore della fisiognomica, a mio avviso, la ravvisiamo nella comunicazione non verbale, usata anche dalla polizia negli interrogatori. Altro valore delle teorie di Lombroso è quello di aver considerato il criminale come un “malato”, e questo permetterà alla psicologia di rilevare gli aspetti inconsci che permettono di formulare una diagnosi più approfondita sul perché si delinque.

 

Ma si può individuare il serial killer?

Ci sono dei professionisti, i profiler specificatamente, ma anche i criminologi che riescono, tramite osservazioni scientifiche che spaziano dalla biologia alla psicologia a trarre delle conclusioni generali atte a delimitare il fenomeno. Prima di tutto è necessario studiare la scena del crimine. Ogni elemento lasciato dal criminale si rivela utilissimo per poter tracciare un profilo del soggetto ricercato, e da quei dati fisici (impronte, tracce biologiche ) e materiali (oggetti vari e persino marchi di fabbrica del criminale ), si può provare a tracciare il cosiddetto criminal profiling che pone l’attenzione sul comportamento e sul modus operandi del soggetto studiato. Uno dei dati più interessanti è senza dubbio la tipologia della vittima, le caratteristiche di status, geografiche e fisiche, nonché il tipo e la forma delle ferite riportate. Questi possono dirci molto sia del tipo di serial killer sia una prima scrematura delle motivazioni complessive che lo portano a uccidere.

Da queste prime analisi si traccia un primo profilo: il seria killer ha ucciso almeno tre persone in tempi diversi e luoghi diversi, le motivazioni pur non essendo comprensibili a un primo esame, hanno comunque uno sfondo sessuale (il serial killer si eccita all’idea di essere onnipotente), i periodi di tempo sono piuttosto lunghi da giorni a anni, e la sua azione non è localizzata, ma può variare di molti chilometri nel raggio di azione omicidiario.

Da queste basilari norme possiamo distinguere tra :

ritual murder, ossia l’assassino uccide per adempiere ai dettami e ai rituali di sette pseudo-religiose o pseudo-psicologiche o a sfondo esoterico, con scopi di iniziazione, purificazione, propiziatori orgiastici (ne troviamo un caso interessante nel testo di di Tess Gerritsen Il club mefistofele). Un caso di cronaca è sicuramente rappresentativo dalla setta, operante negli anni 60 da Charles Mason;

Serial killer comune, in genere trova il suo sfondo ideale nelle città metropolitane, laddove riesce a emergere dal suo anonimato grazie alla sua azione criminosa, che lo eleva al di sopra della massa. Ovviamente la sua azione si concentra in zone ad alto rischio di marginalità e in condizioni di povertà, ed è per questo che spesso si identifica il serial killer con la sua genesi statunitense. La sua azione è favorita dalla perdita di controllo e monitoraggio sociale (la solidarietà contadina) propria di una società primitiva o rurale.

 

Finalmente un identikit.

Eccoci alla prova del nove, tentare di porre dei dettami generali per inquadrare il soggetto in esame.

1. Sono prevalentemente maschi di razza bianca nel 90% dei casi hanno un età compresa tra 27 e 45 anni. Sono sia eterosessuali che omosessuali;

2. Primogeniti;

3. Hanno trascorso infanzia e adolescenza in famiglie violente con madre dominatrice o patologica e padre assente o violento;

4. Da bambini sono stati trascurati o maltrattati, oggetto di bullismo o di violenze anche sessuali;

5. Da questo loro background hanno sviluppato comportamenti asociali e amorali, quali torture di animali (e conseguente insensibilità al dolore altrui) episodi di piromania e un marcato isolamento sociale;

6. Il mancato sperimentare di rapporti interpersonali e validi modelli di riferimento provoca l’incapacità di relazione con l’altro sesso, e l’accumulo di frustrazione e rabbia;

7. Manifestazione di comportamenti al limite quali furti, violenze, fughe da casa, abuso di alcol e farmaci;

8. Sono dotati un quoziente intellettivo medio/alto;

9. Assumono spesso una facciata di normalità che rasenta l’anonimato;

10. Per sfuggire allo stress e all’insoddisfazione si rifugiano spesso in un mondo immaginario;

11. Prima dell’omicidio vero e proprio attraversano una fase di fantasie onnipotenti di morte che si fanno, con il tempo, sempre più vivide e ingombranti che devono sfociare nell’azione delittuosa.

Le fantasie secondo, Roger Depue esperto dell’FBI, si fondano quasi sempre sul binomio sesso/violenza: con l’eliminazione fisica, con torture e brutalità varie, il serial killer appaga i suoi demoni che reclamano morte e distruzione, concretizzando un fantasma affamato di rivalsa, di vendetta e che lo porti a essere specialo in senso negativo con quella sensazione di onnipotenza. Aver avuto pieno dominio sul libero arbitrio dell’altro gli comunica eccitazione, trasgressione e lo fa sentire Vivo.

Ultimo ma non meno interessante catalogazione è sulle motivazioni:

abbiamo serial killer psicotici (guidati da allucinazioni uditive e visive):

1. Gli edonisti, uccidono per l’emozione e il piacere che provoca il dolore e l’istante in cui la vita abbandona il corpo;

2. I lust killer, ossia che uccidono per raggiungere l’orgasmo;

3. I missionari, ovvero che uccidono sulla base di motivazioni morali, e si rivolgono a una determinata categoria di persone, quali prostitute (ricordo Jack The Ripper) e tutte quelle considerate feccia. Uccidono anche sulla base della vendetta personale.

 

Conclusioni

Ovviamente non tutti i disturbati divengono serial killer. La scienza comportamentista che si occupa di questi soggetti è in continuo divenire. La mente umana è e resta ancora un mistero, ma sicuramente qualcosa dentro di noi ci pone su una sottile fune sospesa sull’abisso.

E forse è meglio imparare a fare amicizia con quell’ombra, se non vogliamo che l’abisso si nutra di noi e ci seduca.

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A cura di Alessandra Micheli

Il nostro blog è lieto di partecipare al blog tour di Tiziana Silvestrin “La profezia dei Gonzaga” edito da Scrittura e scritture. Oggi andremo a esplorare, “La citta di Mantova”.

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L’importanza dell’ambientazione per un libro è tutto.

Ne determina sia l’impatto emotivo e la capacità di immedesimazione sia il messaggio.

E’ il contesto a dare più corpo e significato alla scrittura, rendendola meno evanescente e più corposa, quasi una sorta di rappresentazione materiale della commedia umana in atto.

Perché sicuramente, il libro è e resta, un guitto che si mostra entusiasta e spavaldo al pubblico.

Nel caso di Tiziana Silvestrin, non sono solo gli accadimenti a parlare, ma è la città stessa che è la vera voce narrante. Quindi, nel libro la profezia dei Gonzaga, oltre alla descrizioni dei luoghi, spesso ombrosi e chiusi, come a sottolineare l’atmosfera di tragicità in conseguenza dell’atto doloso, è Mantova con la sua bellezza da regina mai sfiorita a darci il suo saluto, con quel sorriso saggio e vetusto, tipico delle classi alti, laddove eleganza, classe e accettazione della miseria, sempre nobile e mai totalmente disperata, convivono in un armonia indiscussa.

Com’è la Mantova della Silvestrin?

Oserei dire dicotomica.

Ha una parte oscura, poco luminosa, adombrata da una sorta di aria tetra :

un antica profezia si è avverata…un’oscura minaccia incombe sul ducato.

E una che la rende quasi irreale, eterea come una Avalon sbucata dalle nebbie.

Soffiava un vento leggero e umido, si sentiva l’odore del lago era una bella sera rischiarata da un cielo luminoso e non servivano fiaccole per attraversare la città.

E’ una città acquea, quasi a sottolineare la profonda emotività del testo incentrato sullo scorrere del tempo incessante e minaccioso, sulla costante sensazione di pericolo, di perdita, di catastrofe, di claustrofobia.

La privazione della sicurezza, garantita dalla dinastia “sacra”, rende Mantova sperduta, in cerca di un appiglio, in balia di burrasche e allagamenti.

Eppure, certe scenografie non possono non dare quel senso di immensa libertà al lettore, che cozza contro le catene della superstizione:

Tra i folti canneti che invadevano le acque dei laghi e le valli del Mincio esistevano percorsi nascosti che permettevano ai pescatori di raggiungere i posti dove si nasconde il luccio e il carpione…

Un luogo quasi mistico, laddove terra e cielo si confondono in chiare fresche e dolci distese limpide. Dove la pioggia, altro elemento acqueo, si fonde con la terra creando fango, elemento primigenio di ogni creazione:

il giorno dopo, sotto il dolce tepore di un sole ancora estivo una carrozza avanzava lentamente lungo la strada su cui insistevano larghe pozzanghere di acqua fangosa…..dopo il violento temporale notturno i fossi erano pieni di acqua, i germani nuotavano allegramente sulla strada nei punti il in cui il Mincio era straripato costringendo il cocchiere a rallentare i cavalli oramai ricoperti di fango…

Si tocca quasi la Mantova, il libro è profondamente vivo, quasi una sorta di magico portale per quella città cosi intimamente legata a questa dinastia, cosi antica e moderna al tempo stesso, cosi sonnacchiosa eppur viva…

Del resto seppur di origini antichissime (Fu città sotto il dominio etrusco così profondamente legato agli elementi di terra e ai galli così invece profondamente intrisi di un sacro timore e una sacra venerazione per le fonti, e per le polle in cui la divinità esprimeva il suo volere. ) il suo destino fu da sempre legato alla dinastia dei Gonzaga, che conquistarono il potere nel 1328 (sottraendolo, tramite una congiura ai Bonaccolsi. Pinamonte Bonaccolsi nel 1276 di fece proclamare capitano e generale perpetuo di Mantova).

Potere che tennero fino al 1707.

E furono gli anni del ducato di Guglielmo fino al sacco di Mantova del 1630, che videro fiorire una corte al suo massimo splendore. I tre duchi furono capaci, con la loro personalità estremamente peculiare di trasformare completamente ( in apparenza almeno) l’atmosfera che vi regnava.

La città stessa, fitta di palazzi , chiese, conventi, botteghe laboratori artigianali, negozi e mercati, interagirà con la corte ducale accogliendola al centro del suo enorme pulsante cuore.

Personaggi affaccendati come api operose, ricoprono le cariche e i ruoli più importanti, un microcosmo perfettamente organizzato, autonomo che vive e respira in un continuo scambio dialettico tra entità diverse ma tenute assieme dalla stessa tradizione e dalla stessa idea fondante: i Gonzaga sono i protettori, i garanti dell’ordine e della stabilità, demiurghi magici in grado di difendere il talismano della loro autorevolezza: la mummia del passerino.

Ecco che la città cosi moderna per l’epoca convive con una superstizione che richiama i miti della fondazione di altre città importanti.

La torre di Londra per esempio, difesa dalla regale testa di Bran il Benedetto.

Accanto a un variopinto mondo intellettuale, alla egregia manualità dei suoi artigiani, la religiosa venerazione del sacro domina le atmosfere del testo, sussurri di quella fornita compagine di alchimisti, chiromanti, e perché no ciarlatani che mantengono viva una sorta di tradizione esoterica.

Ecco allora che nebbia dei dubbi, ma anche intensi e torbidi laghi dell’inconscio collettivo, laddove il bisogno di simboli e di archetipi diviene impellente, fanno da sfondo a una ctonia natura di Mantova, custode di una sapienza che spesso trattiamo in modo superficiale e svogliato:

La profezia…vi siete dimenticati della profezia! “ sulla porta era apparsa la figura aguzza di Ludovico Ghisolfi. “ La dinastia dei Gonzaga governerà il mantovano, fintanto la mummia del passerino resterà in suo possesso. Aveva aggiunto in tono lugubre. “Finiscila Ludovico! E’ meglio che non ripeti più questa scemenza o qualcuno potrebbe buttarti da una finestra” gli intimò Menapace. “Scemenza alla quale tutti credono. E’ da quando è stata rubata la mummia che si respira un’aria pesante. Tutti abbiamo paura “

Mantova diviene cosi simbolo dell’eterna ricerca dell’uomo, la stabilità una legge superiore capace di convertire la barbarie:

il freddo si era fatto veramente intenso, il fiato formava piccole nuvole davanti alle facce e i residui di sangue rimasti sul pavimento delle Beccherie erano ormai diventati pezzi di ghiaccio scuro, le acque del rio si vedevano appena attraverso la foschia.

in sublime bellezza:

stando attenti a non scivolare attraversarono il ponte ammirando sotto di loro lo spettacolo dei laghi ghiacciati.

Stavolta non ho voluto raccontarvi i dati storici, o farvi rivivere Mantova attraverso un moderno viaggio turistico.

Una città non è formata solo da edifici, vie, monumenti, per quanto meravigliosi essi possano essere.

Ma da un ethos inscritto in un DNA profondo, che solo l’arte della scrittura può farvi conoscere.

E la Silvestrin, quest’arte la possiede appieno.

Buon Viaggio.

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A cura di Alessandra Micheli.