Il club di Aurora presenta “I’m for you”. recensione a cura di Alessandra Micheli

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Doveva arrivare il nefasto giorno in cui Aurora Stella, posseduta dal terrificante dio dello rosa vestito dei panni dell’urban mi avrebbe chiesto di leggere e recensire la sua produzione.

Ho aperto il mio Kobo con il terrore negli occhi, perché stavolta non si trattava tanto di un testo irridente al genere, quanto un tentativo, semplice, di scriverlo.

Lei abituata alle atmosfere dell’orrore più cupo, cibatasi di Dick e Asimov, aveva scritto la storia dell’angelo che si innamora della sua protetta umana.

Un filone iniziato, scelleratamente direi visto le conseguenze, con la Chandler con Baciata da un Angelo, seguita da Federica Bosco con il mio angelo segreto e culminata in Becca Fitpatrick.

Insomma l’angelo il messaggero ereditato dalla tradizione mesopotamica diveniva a tutti gli effetti il “mr Grey” del mondo soprannaturale.

Non che la storia fosse cosi originale.

In fondo le prodi autrici sopracitate non si sono basata altro che sul libro di Enoch laddove i figli di dio si innamorarono delle donne mortali, rinunciando alla loro “purezza” intesa ovviamente come lignaggio per portare il mistero e l’evoluzione fra gli uomini.

L’amore dei Nephilim per la donna è leggendario, contenente profondi significati mistici non solo riguardo alla religione proto-ebraica ma anche a livello ontologico: l’evoluzione nasce e prospera soltanto quando le due energie presenti nell’umano ossia spirito e carne si fondono per contemplare i misteri e immetterli in questa dimensione per renderla più simile al luogo della luce originario. Questo significato era, ovviamente aborrito dagli gnostici che consideravano i figli di dio del libro di Enoch dei millantatori e degli arconti.

Gelosi della capacità della Fonte primaria di plasmare il mondo e l’essere umano, cercarono con la loro scintilla di a loro volta imitare, goffamente, il loro padre.

Ecco che la commistione umano divino non viene da loro vista come un esperimento ibrido atto a riunire due realtà separate ma come una commistione di energie troppo diverse con l’obiettivo di annacquarle e forse distruggerle.

Il mondo creato dall’azione umana, appropriatasi indebitamente del mistero, diviene non una sorta di sprone a tornare nel regno numinoso quanto una pallida imitazione di esseruncoli che non sono più capaci a trovare la strada di casa.

Si capirà, allora, come il tema del divino che sposa generando figli con l’umano, ha un significato psicologico e esoterico molto più profondo della mera storia d’amore e del suo inno all’eternità.

Un inno sfarzoso di un sentimento tanto celebrato da divenire anche troppo manifesto.

Del resto la passione amorosa ha la sua origine proprio nel mistero, in quel ritrovare la parte mancante di se, la propria costola per divenire finalmente l’uno, somigliante all’uno originario.

Consapevole, quindi, delle radici simboliche dell’angelo che si umanizza e dona un pizzico di cielo alla sua protetta e perfettamente consapevole della duplicità della simbologia, Aurora cerca di non tradire se stessa e la sua anima curiosa dando alla scenicità del rapporto a due una certa consapevolezza e profondità.

Attraverso, quindi, il percorso che porta alla riunione con l’altro approfitta per dire la sua sull’origine della divinità, reinterpretare a suo modo il mito biblico degli Nephilim e parlando più approfonditamente di cosa rende l’uomo questo essere composito e spesso troppo pigro per alzare gli occhi al cielo cosi speciale tanto da renderlo più su degli angeli e coronarlo di gloria e stelle.

È stata quella creatura» continua parlando a Semeyaza «L’uomo a dare agli animali il nome. E qualsiasi nome abbia scelto, anche il più stupido, il Creatore ha accettato di lasciarglielo. Ma ti rendi conto? Il Creatore gli fa un dono di una portata immane e quell’inetto cosa fa? Se ne sta tutto il giorno a gironzolare nell’Eden con l’aria di chi è stato abbandonato. Io proprio non lo capisco. Ha ricevuto il dono del libero arbitrio, un dono per cui l’Arcangelo Lucifero si è dannato, ha potuto imporre i nomi a tutto il creato e se ne sta abbattuto come se fosse nella peggiore catastrofe! E nemmeno si rende conto dell’importanza del Nome! E tutto perché? Perché chi doveva essergli di aiuto lo ha rifiutato!

In quest’ottica, il tabù relativo all’amore tra due esseri distanti ma compartecipi della creazione, diviene in realtà soltanto una mera illusione, frutto della consapevolezza forse errata, della superiorità angelica.

L’angelo emanazione divina non contaminata dalla carne, non riesce a comprendere l’indulgenza di dio verso di noi, tanto da averci dato un libero arbitrio che alle creatura divine è negato e sopratutto la capacità di creare, che è in fondo paragonabile a quella di generare e immaginare.

Ecco che Dio ci appare molto meno inflessibile dello Jahvè della tradizione ebraica, fautore di un progetto più ampio che porta l’uomo stesso a incontrare il soprannaturale e a volerlo non emulare, ma abbracciare.

Il progetto divino nascosto nella favola urban fantasy non è altro che la speranza, il sogno, la prospettiva di raggiungere noi stessi, le soglie del cielo.

Nonostante ritenga quello di Aurora un opera minore non paragonabile allo spessore di Oblivion, Onirica ed e Vksser ( ma sicuramente molto più semplice da recensire per l’immediatezza apparente del tema trattato) la trovo comunque interessante per il concetto che essa ha espresso del binomio angelo/uomo e del suo concetto di dio.

E questo tentativo riuscito di profondità riesce a far emergere le idiosincrasie di un genere amato, venerato ma non sviluppato pienamente da quasi nessuno scrittore.

La parabola angelica è invece un terreno fertile che comporta una profonda e acuta riflessione. Ed è questo che fonda e crea ogni giorno la realtà che ci circonda.

Però la prossima volta, mettiti alla prova con un altro genere, magari di Philips Dick e H. G.  Wells, e regalaci un bel fantascientifico.

O almeno regalalo a me.

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Review party “Dracul “di Dacre Stoker e J.D. Barker. A cura di Alessandra Micheli

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Quando un libro mi appassiona, quando entra di prepotenza con la sua forza narrativa dentro il cuore, l’anima e la mente mi faccio sempre la stessa ossessiva domanda come tutto ebbe inizio?

Quali suggestioni, quali visioni e che esperienze portarono l’autore mio preferito a dipingere su un foglio di carta trame cosi eterne da sconfiggere i tempi?

E cosi che inizia la mia ricerca sui libri, sui loro segreti, sulla loro origine e sullo stile di narrazione.

L’ho fatto per la mia amata Jane Austen, per il mio adorato Oscar Wilde e per il mio mito, Charles Dickens.

Sono entrata quasi timorosa nelle loro vite segrete, mi sono impadronita con pudore dei loro segreti e dei misteri che si celano dietro l’apparente razionalità del loro scrivere.

E mi sono fermata ad ammirare i residui non logici dietro un mestiere che sembra fare della coerenza il suo mantra preferito.

Spesso odo queste parole: coerenza letteraria.

Un libro deve essere una sorta di sequenza precisa di fatti e spiegazioni, di eventi e di motivi alla base degli eventi, una narrazione verosimile, una narrazione credibile.

Eppure la narrativa, l’arte del racconto è tutto fuorché credibile.

Essa vive e prospera nella falsificazione di un reale che ci sfuggirà sempre, per quanto possiamo millantare un approccio scientifico, per quanto possiamo venerare il dato statistico, essa, la visione del reale intendo, sarà sempre frutto di uno strano meccanismo del nostro cervello che viene chiamato interpretazione.

Lo stesso Gregoy Bateson e lo psicologo J.R. Ames tramite esprimenti interessantissimi, dimostrarono come la visione del momento, dell’attimo, cosi come del dato, fosse frutto di un meccanismo che tutto doveva alla percezione.

E cosi l’oggetto non sarà mai simile per tutti e cosi l’evento soffrirà o si arricchirà del nostro personale modus vivendi, della nostra esperienze a dei nostri più nascosti impulsi.

Il discorso della credibilità, quindi, si rivela fallace e crolla, miseramente, anche di fronte a stili che si abbelliscono del termine verismo: persino li, nei meandri della rappresentazione corretta ed efficace della realtà, nei dati storici noi avremmo mondi costruiti ex novo, resi potenti dal nostro faccettato io e dal nostro Sè più oscuro e profondo.

Questo discorso combacia perfettamente con una delle narrazioni più conosciute, uno dei libri più amati e al tempo stesso meno letti del nostro ridicolo secolo post moderno: il Dracula di Bram Stoker.

Dico più conosciuto perché grazie alla cinematografia, volenti e nolenti sappiamo di cosa parla.

Ma meno letti, perché a un’attenta analisi il film e il libro si confondono fino a intersecarsi, questo a danno del genio visionario del buon Bram.

Il libro Dracula non fu l’unica sua produzione e molto di ciò che noi oggi conosciamo, deriva da analisi tardive.

La stessa identificazione di Dracul lo strigoi, con il Voivoda valacco è un elemento discordante

Benche´ quasi tutti credano che Dracula sia Vlad Dracul, negli appunti di Bram non si fa nessun cenno a Vlad l’Impalatore. I due non hanno in comune altro che il cognome. Questo collegamento tra Vlad l’Impalatore e Dracula non è stato creato da Bram: si tratta invece di una congettura avanzata da Raymond McNally e Radu Florescu, due professori del Boston College, nel loro libro Alla ricerca di Dracula, pubblicato nel 1972. La teoria di Vlad l’Impalatore è stata poi ripresa da Francis Ford Coppola nel suo film del 1992, Dracula di Bram Stoker.

Queste analisi, queste interpretazioni seppur interessanti hanno da sempre allontanato il libro dalla sua fonte orale, necessaria per ogni atto della narrazione, spesso ostacolata dalla nascita del romanzo moderno :

Il declino della narrazione è la nascita del romanzo alle soglie dell’età moderna. Ciò che separa il romanzo dalla narrazione (e in senso più stretto dall’epica) è il suo legame sostanziale con il libro

Walter Benjamin

Questo significa che, il narrare, il raccontare storie ha una funzione sociale e etnologica più ampia di quella assegnatagli oggi, dalla volontà di divertimento e svago.

E’ un ricordare le origini, un comunicare tradizioni e un rinnovare parole per parola il nostro legame con le nostre più occulte origini

«l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori

Cioè significa che si cerca a ogni costo un originalità impossibile da realizzarsi nel contesto umano, fatto di momenti precisi e celebrati da ogni cultura (nascita, morte, rinascita, iniziazione alla pubertà) dimenticandosi che il racconto è essenzialmente rimembranza, è un riallacciare il legame reciso dalla modernità che incalza con fili molto più segreti e arcani e antichi di quanto noi possiamo immaginare.

Tempo passato e tempo presente si devono unire per creare un arazzo capace di resistere ai cambiamenti, per ricordarci non solo chi eravamo e chi potremmo essere ma anche quali funesti timori hanno ostacolato e ostacolano il nostro cammino verso l’evoluzione.

Dracula è uno di questi racconti che, dall’arts orale passa all’ars scritta.

Il suo vampiro non è solo un nome preciso ma è una figura che dall’ombra della mitologia si innalza e inizia a gettare la sua ombra su ogni uomo.

Lo strigoi è parte di una tradizione molto più antica del voivoda chiamato Vlad e molto più vicina al mondo del numinoso che con la morte aveva contatti strettissimi.

Lo stesso Bram è di sangue irlandese, imbevuto di Banshee, di perfido oscuro folletti, di figure assetate di sangue le cui origini si perdono nelle fredde notti della caccia selvaggia.

Ecco che restituire al libro di Dracula la sua vetusta antichità significa omaggiarlo.

Ma questa restituzione in Dracul non è campata in aria.

Si fonda su un dato interessantissimo e poco conosciuto per Bram i fatti narrati, cosi come scritto nella prefazione perduta erano:

Sono assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e incomprensibili appaiano a prima vista. E sono inoltre convinto che essi debbano per sempre rimanere in qualche misura incomprensibili, anche se forse i progressi della psicologia e delle scienze naturali potranno, negli anni a venire, fornire delle spiegazioni logiche a quegli strani accadimenti che per ora ne´ gli scienziati nella polizia segreta sono in grado di comprendere. Ribadisco che la misteriosa tragedia qui descritta è totalmente vera in tutti i suoi aspetti esterni, benché naturalmente io sia giunto a una conclusione diversa su alcuni punti rispetto a quanti l’hanno vissuta.

E fu questa prefazione che causò il netto rifiuto del suo primo editore Otto Kylman, l’editor di Archibald Constable & Company. Decisione che alla fine costrinse il nostro scrittore a accettare il primo, credo, compromesso della storia cambiando addirittura il titolo da undead (non morto) a dracula.

Sarà per voi strana scoperta che, quando il libro fu infine con un parto doloroso pubblicato

prime 101 pagine erano state tagliate, al testo erano sta-ti apportati numerosi cambiamenti e l’epilogo era stato accorciato, modificando la sorte di Dracula insieme con quella del suo castello. Erano scomparse decine di migliaia di parole, e la prefazione ridotta

Ecco perché il Dracul, oggi del pronipote (provo invidia per la possibilità di maneggiare gli appunti misteriosi e rari del suo prozio) resta non solo un testo di eccelsa letteratura dell’horror, capace di coinvolgere come gli scritto moderni (mi spiace) non sanno fare, ma è per noi curiosi, noi saggisti, noi aspiranti archeologi della letteratura l’anello mancante per comprendere al meglio il Dracula e sopratutto il nostro amato Bram.

In questo testo c’è tutto ciò che un lettore sia neofita che oramai avvezzo al labirintico mondo letterario cerca: adrenalina, suspance, emozioni forti, disgusto, compassione e quella suggestione capace di aprire le porte segrete e occultate del viaggio temporale per piombare con grazia o goffaggine nella Dublino di Stoker.

E nell’Irlanda dei suoi oscuri miti.

Il ritmo sudante e incantato COMPIE la sua magia sul lettore più smaliziato…ma sopratutto, per molti ( non solo per me spero) illumina i passi che in Dracula originale sono ancora in ombra, proprio per quell’opera di epurazione fatta secoli fa.

Ecco che leggendo Dracul tutto sarà più chiaro e il suo creatore uscirà dall’oblio divenendo una figura molto meno evanescente di quella che ci restituisce oggi un mito incompleto e spesso nato da suggestioni che non appartengono ne al carattere di Bram ne al suo tempo.

Tempi difficili, tempi in cui i mostri e i prodi si confondevano in un cerchio cosi stretto da rendere difficile la gerarchia.

Bram vive in un mondo in cui bene e male sono soffusi, in cui scienza e superstizione si danno strettamente la mano, in cui mistero e certezze sono facce della stessa medaglia.

Dracul di Drake Stoker è senza dubbio un elemento fondamentale per ricomporre il mosaico di un testo che è stato importante per tanti autori, ma sopratutto è capace di far rivivere il gotico annaffiandolo con uno stile moderno, senza pertanto intaccare le suggestive atmosfere che rendono, ancor oggi, suadente ogni libro, dal castello di Otranto di Walpole, ai misteri di Udholpo della Radcliffe.

E leggendo, lasciando che l’incanto della narrazione compia il suo destino su di voi capirete che:

La sensazione è che Bram ci stia bisbigliando all’orecchio, avvertendoci che c’è molto di più da raccontare. Cosa c’era in quelle 101 pagine mancanti?

Resta a voi scoprirlo leggendo.

 

Review party “Profumo di riscatto” di Tiziana Lia, Dri editore. A curta di Francesca Giovannetti.

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È un’America ancora tutta da costruire quella che fa da sfondo a questo romanzo.

Un realtà in perpetua evoluzione, in crescendo, come lo è questa opera che inizia con una giovane di 14 anni e un inesperto soldato confederato e termina con una donna e un uomo forgiati dalle loro vite che il destino intreccia.

Julia è ingenua ma caparbia e piena di ideali.

Sogna di diventare un medico, nonostante sia ben consapevole che il suo essere donna sia un ostacolo davanti a ogni passo.

Daniel è un soldato confederato, esegue gli ordini, è leale al suo reggimento, ma questo non lo salverà dalle trame delle ambizioni altrui.

Entrambi puri, coraggiosi, leali con se stessi e con gli altri, Julia e Daniel sono fatti l’uno per l’altra, ma il destino si mette di traverso, costringendoli ad affrontare prove sempre più dure.

Dopo la guerra alla schiavitù, in America si combatte quella contro i nativi. Un’ascesa continua di soprusi e tradimenti inaspriscono gli animi di entrambe le parti. Julia e Daniel rimangono lucidi e implacabili nella difesa delle tribù indiane, alienandosi la benevolenza di tutti quanti gli abitanti del piccolo centro in cui cercano di costruire la loro vita.

Non basterebbero fiumi di inchiostro per descrivere tutto ciò che questo libro racchiude, ma si può tentare.

Una descrizione dell’America dell’Ottocento molto curata e studiata, un’attenzione ai particolari, agli usi e costumi molto ben documentata e resa viva nei particolari, senza scendere mai nello scontato o nel didattico.

Il lettore riesce a vedere i paesaggi, ad ammirare la neve, a danzare coi nativi, a cavalcare in luoghi desolati, a entrare in saloon insicuri, ad accudire gli animali di una fattoria, a osservare le prime rudimentali tecniche della chirurgia.

Riesce a percepire la saggezza e la purezza della cultura dei nativi, priva di complicate sovrastrutture, semplice, giusta, libera…e oppressa.

L’autrice attraverso Julia ci fa conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca, cosa ci si aspettava da loro, come dovevano combattere per inseguire i propri sogni.

Con Daniel invece si tocca un altro tema fondamentale: il riscatto. Sopravvivere a un’ingiustizia è doloroso, porta all’isolamento, a segnare i propri confini senza permettere a nessuno di entrarci. La vita del fuorilegge è una vita solitaria e vuota. L’amore, soltanto quello sarà la forza trainante del riscatto. Un amore libero da costrizioni, profondo , un amore dal quale non si può scappare.

Un libro intenso, con emozioni a ogni pagina, scritto bene, scritto col cuore, scritto con abilità.

Mai stucchevole, mai scontato.

Un equilibrio impeccabile.

Un romance che non è solo per gli amanti del genere, ma per tutti quelli che desiderano leggere un libro completo, ben costruito, dalla trama avvincente, con personaggi veri e non verosimili.

Un’opera che riscattando il suo personaggio, con il suo profumo, riscatta tutto il genere, a volte bistrattato.

Cover reveal “Parole” di Anita Sessa, Dri Editore. Imperdibile!

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Sinossi:

Disincantata, cinica, un po’ scontrosa: questo è ciò che è diventata Livia dopo la morte della madre. Studentessa universitaria di giorno, cameriera in una trattoria in provincia di Pesaro la sera, Livia affronta la vita da sola giorno dopo giorno. Complice uno scambio di battute scritte a lettere cubitali sul fondoschiena di una modella di intimo, ritratta su un poster pubblicitario, Livia conosce Jacopo, manager di trentanove anni impiegato nel campo del marketing e con un matrimonio ai titoli di coda. A suon di battute al vetriolo e scontri verbali, Livia e Jacopo inizieranno un rapporto perennemente in bilico, proteso verso qualcosa che potrebbe essere se solo entrambi si lasciassero andare.

 

 

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Anita Sessa ci regala questa volta, dopo il regency di grande successo La Sposa Inglese, una delicata storia d’amore tra due persone profonde e affascinanti. Due anime molto diverse ma al contempo molto affini. Riusciranno entrambi a lasciarsi andare e superare quello che la vita sembra avergli tolto in passato? Non lo possiamo sapere senza leggere il libro, quello che sappiamo però è che Anita si è superata questa volta, lasciandoci intravedere qualcosa più in profondità di se stessa. Grazie

***** ROMANZO AUTOCONCLUSIVO *****

 

 

Dati libro

Titolo: “Parole”

Autore: Anita Sessa

Editore: Dri Editore

Genere: Contemporary Romance

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 14.99

Lancio: 24 giugno (presentazione ufficiale in occasione del Festival Romance Italiano)

 

Blog Tour “Una favolosa estate di morte” di Piera Carlomagno, Rizzoli editore. “Focus sulla protagonista”.

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Parlami Floriana, ripeté tra sé Viola indignata. Raccontami di te, aiutami a capire

Ed è grazie a questa frase che è scattata una sorta di empatia tra me e la protagonista.

Istintiva, selvaggia, quasi quanto il suo indomito carattere nel quale mi rispecchio.

Quella sua ansia di conoscere di penetrare nei segreti di un omicidio e nelle pieghe nascoste di una vita, richiama la stessa mia ansia di conoscenza e di vicinanza che scatta a ogni libro.

E lo imploro spesso di parlarmi, di svelarmi i suoi arcani, di farmi entrare nel suo mondo.

Ecco che Viola diviene splendidamente immagine di me stessa.

Una donna sfaccettata in bilico tra tradizione e innovazione, tra amore sviscerato per la sua terra che pulsa e scorre in quel sangue cosi fluido e al tempo stesso corposo, un sangue antico quasi una mala genia e quella volontà di staccarsene, di dirigersi verso la liberazione dalle catene degli usi e costumi di una terra che, in fondo, stenta a liberarsi dalle sue radici.

Ecco che Viola incarna lo spirito della Basilicata, mirabilmente descritto dalla talentuosa autrice:

La Basilicata dà più di quanto prenda, rifletteva Viola, proprio come la sua gente. Negli occhi dei lucani resta questa rassegnazione e l’incapacità di ribellarsi alle cose che accadono. La fede, la magia, il rispetto per gli altri, la riservatezza.

E sopratutto, la sua anima resta incatenata a quel paesaggio di Matera:

Viola era profondamente congiunta a quella terra, al suo mordace sapore, alla sua durezza, agli strapiombi che appartenevano alla sua anima, eppure, arrivata a quel punto del viaggio, cominciò a sentire il profumo del mare.

Una città fatta di discese e di meraviglie, di quei sassi testimoni antichi dello scorrere di un tempo sempre uguale, scandito da rituali come le Lamentazioni, da un tirare a campare che spesso aveva il sapore segreto del compromesso.

Matera accoglieva turisti e visitatori con un po’ di riluttanza, la città dei Sassi restava difficile da raggiungere: selezionava, decideva. Non aveva intenzione di lasciarsi sopraffare dall’entusiasmo che il mondo mostrava dopo aver scoperto la sua esistenza. 

E Viola è cosi.

Sofferente dopo un adolescenza segnata dai pregiudizi, da voci sussurrate, cattive, come pugnali pronti a lacerare l’io, a sottolinearne l’alterità, quella nomea di strega che non la lascia un secondo.

Poco si fa sedurre dalla rinnovata capacità di essere inserita nel contesto sociale della città.

Lei oramai dedita alla scienza, l’anatomopatologa che pone le sue doti logiche al servizio della questura, resta forte e antica, dotata di una forza selvaggia come i suoi amati “sassi”, guardiani dello scorrere del tempo.

Maestosi elementi capaci di sfidare tempeste, calura e persino la speculazione edilizia.

Viola è la dicotomia irrisolta in questa società che corre tra scienza e istinto, quella che viaggia in un terzo universo, laddove le contraddizioni, impossibili da risolvere in questi tempi affranti, ritrovano la loro originaria armonia.

Viola non è la strega, la strix che di notte succhia il sangue ai bambini, è la donna saggia capace con l’intuizione o quel terzo occhio, favoleggiato in tanti racconti leggendari, di penetrare dentro il cuore pulsante delle persone e dei fatti, di sollevare il velo, di comprenderne la natura segreta, nascosta, esoterica, in barba alle belle apparenze che tanto piacciono alla sua città.

Gli altri hanno bisogno di credere che il progresso ha toccato anche loro, eppure restano avvinti in comodi stereotipi che Viola osserva affascinata e spesso anche infastidita, conscia che è in quelle radici non logiche che si trova la verità occultata dal perbenismo.

Viola riesce a mettere in contatto due mondi, quello razionale e quello magico, consapevole che solo l’unione degli opposti porta allo svelamento dei misteri sepolti in quella terra forte e fragile

Viola metteva nel lavoro la stessa forza che il nonno farmacista, e anche il padre, usavano quando zappavano le terre di proprietà insieme ai contadini. Quei colpi e quel tirare fuori umido e odori forti, compressi di segreti millenari, accompagnati da un respirare profondo, dentro l’aria, giù nello stomaco, fuori ogni tensione, via con un fischio lungo. Forza e intenzione. Ogni indizio lei lo dedicava a un dio, un diavolo, un nemico. Credeva nella scienza e in tutto ciò che aveva studiato. Che non era poco.

Ed è questo, la bellezza spettacolare di questa ricostruzione grandiosa di un paese che parla poco, ma che ha dato racconti di cronaca a volte agghiaccianti

Anche perché alla fine lo sapeva pure lei che affidarsi agli strumenti scientifici non basta in un’indagine, perché il Dna può stabilire a chi appartiene il sangue e l’anatomia patologica può determinare se certi ematomi c’erano prima della morte, eppure solo un’inchiesta, completa e ragionata, può portare alla soluzione di un caso. E lei procedeva così, come i vecchi investigatori, chiedendo, osservando, collegando. I sensi vigili e all’opera dal primo impatto col cadavere.

E sta quindi alla donna sciamano, colei che conosce il percorso del filo del destino, colei che è capace di sciogliere i nodi, salvare la terra baciata da sole, acqua e montagne per donarla la dignità che le spetta.

E donare dignità alla sua Matera per Viola significa comporre la sua personalità da troppo tempo soffocata dalle consuetudini, restituire a se stessa quella femminilità repressa da una cultura maschile che la venera ma la tempo stesso la teme:

Viola sentiva aria di società borghese di provincia, ipocrita e sessuofobica. Il nemico numero uno era ancora il sesso, argomento rimosso dalla vita quotidiana, causa di battaglie feroci in famiglia,

Una società che in fondo, sacrifica la donna scomoda per scongiurare il pericolo più grande, quello di far cadere a pezzi una società che mostra la fallibilità dei suoi assunti culturali.

Eppure, il dominio maschile non era stato scalfito da decenni di battaglie. In quella terra, erano le streghe a rimboccarsi le maniche, ma erano i preti, i medici, i notai e i signori, a deciderne la sorte. La morte della ragazza aveva generato diffidenza e omertà addirittura nella sua stessa famiglia. La solidità del perbenismo di facciata non era scalfita dal dolore, la polvere, comunque, si nascondeva sotto il tappeto e la superficialità intrinseca dello status sociale restituiva un quadro dalle tinte sfuggenti che però Viola considerava affascinanti perché infilate dentro un microcosmo che prima o poi sarebbe arrivata a comprendere.

Ecco perché Viola fragile e ferita, non cede ma porta avanti il suo lavoro dando voce alle vittime, raccontandole e donando loro la libertà che si meritano.

E ogni donna liberata, è una salvezza per la sua anima che conserva dentro di se un segreto oscuro:

Floriana, ancora lei il capro espiatorio, anche dopo morta, anche da vittima di un brutale assassinio. La colpa era sempre sua.

Ed è Viola con la sua forza delicata che riesce a restituire pace alla vittima, ma, sopratutto, riesce con la sua sete di conoscenza ad acquietare l’oscurità dentro di lei.

Un personaggio indimenticabile al quale mi sento profondamente, inesorabilmente legata.

il formidabile intuito di cui era dotata e che, a volte la portava a credere che, forse sì, qualche potere magico doveva averlo. Ma Viola non l’accettava e lo nascondeva in fondo alla sua coscienza, insieme a un segreto nerissimo, che non voleva rivelare neanche a se stessa.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli

Cover Reveal del nuovo libro edito da Dri edizioni “Profumo di Riscatto” di Tiziana Lia. Un libro da non perdere!

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Sinossi:

20 Maggio 1865. Un’unica notte ha sconvolto la vita di due giovani e il destino sembra giocare con

loro anni dopo.

Con una vita da ricostruire in Oregon e il desiderio di riscattarsi, Julia Montgomery si batte ogni

giorno contro i pregiudizi della società, mentre Daniel Duncan ha una certezza: deve nascondersi.

Nessuno dei due desidera l’amore nella propria vita, ma se il cuore facesse crollare ogni loro

certezza?

Sarà questo lo scontro più difficile da vincere, soprattutto quando il passato torna inesorabile a

chiedere un conto salato.

La speranza di ritrovarsi è l’unica fiammella che tenta di restare accesa, ma il tempo corre e il

mondo cambia attorno a loro. In un’America da costruire a scapito dei deboli, il destino terrà ancora in modo beffardo i destini delle loro vite?

Dopo essersi cimentata nel contemporaneo e nel romantic suspense, Tiziana Lia ci delizia con uno storico emozionante. La sua penna ci trasporterà in un’America ancora tutta da costruire, tra coloni e nativi, tra pregiudizi e ingiustizie, tra odio e amore.

 

 

Dati libro 

Titolo: “Profumo di Riscatto”

Autore: Tiziana Lia

Collana: DriEditore Historical Romance (vol.13)

Editore: Dri Editore

Genere: Regency

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 12.99

Lancio: ufficiale 14 giugno

Review party di “Matrimonio d’onore” di Marilena Boccola, Dri editore. A cura di Irene Ceneri, con un approfondimento a cura di Alessandra Micheli

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La recensione: Matrimonio d’onore, un libro per palati fini.

A cura di Irene Ceneri

 

Ho divorato questo libro in breve tempo. Non conoscevo fino ad ora la sua autrice, eppure si è conquistata un posto sicuro con le sue prossime opere nella mia libreria. 

Il genere regency non è così semplice da trattare come si potrebbe pensare. Si deve far capo ad uso e costumi di epoche lontane, senz’altro diverse da quelle attuali, ed i personaggi devono incarnare alla perfezione uomini e donne di quel passato. 

MATRIMONIO D’ONORE è un romanzo ben scritto, cattura l’attenzione sin dalla prima parola.

Inizia con il racconto di una famiglia devastata dal dolore per la perdita sin troppo prematura di una madre. Se proprio devo trovare un difetto, sicuramente risiede nella trama. Si riesce benissimo a capire dove andrà a parare, ma questo non fa calare l’interesse, anzi fa venir voglia di andare avanti perché si vuole gustare il momento che stiamo aspettando di leggere. 

Ho amato particolarmente una scena, quella dell’incontro di sguardi tra Edward ed Ester a teatro, la descrizione dei luoghi e quel sentirsi attratti che si riesce a percepire sulla nostra stessa pelle durante la lettura. 

E non ti dico la bellezza degli arredi in velluto rosso e avorio, gli stucchi e le decorazioni dorate, la sontuosità delle colonne in marmo e delle statue classicheggianti, per non parlare dell’imponenza delle gradinate, dei numerosi palchi riservati e delle eleganti gallerie!”

Le descrizioni dei luoghi sono brevi, ma molto precise. Il romanzo non annoia mai, dall’inizio alla fine. I personaggi sono caratterizzati in modo perfetto, tanto da amare tutti loro dal primo istante in cui il romanzo ce li fa incontrare… e l’amore, così profondo e così vero che vive tra le pagine di questo libro ci racconta ciò che è la realtà. Un amore non è sempre rose e fiori, non è semplice, non è sempre una favola… l’amore è amore, e basta. 

Consiglio questo libro a chi ama il “c’era una volta” a chi vuole sognare, ed a chi vuole vivere emozioni contrastanti attraverso la sua lettura.

Gli occhi del maggiore si accesero di inaspettato turbamento, mentre quelli della giovane sconosciuta furono invasi da confuso stupore per l’evidente sorpresa di sentirsi osservata con tanta voluttuosa intensità”

 

 

Un approfondimento: Matrimonio D’onore il libro che restituisce vigore al messaggio austeniano.

A cura Di Micheli Alessandra 

 

Inizio questo piccolo approfondimento ammettendo la mia unica pecca. Non leggo rosa.

E non per qualche snobbistica motivazione (tranne il fatto che quelli prodotti ora non elogiano certo il genere…ah mia povera Liala!) ma perché, avendone letti molti nella mia adolescenza, ho fatto indigestione di Delly, Cartland e compagnia bella.

E così, il mio lato oscuro prende il sopravvento facendomi prediligere orrori e omicidi.

E ammetto anche, che essendomi nutrita di vere emozioni, di soavi afflati amorosi, molti dei nuovi rosa sono di scarso interesse. Che siano di ambientazione fantasy, storica o altro preferisco evitarli.

E poi capitano giornate cosi luminose da farti dire, vabbè ma perché non leggerne uno?

E visto l’opportunità datami dalla Dri editore ho approfittato e mi sono messa nella mia comoda poltrona dagli sgargianti cuscini…e mi sono innamorata della scrittura di Marilena Boccola.

Graffiante e al tempo stesso soave, ma con una sottile vena sarcastica che non stonerebbe sulla mia prediletta Austen.

Del resto da lei ha appreso molto.

Badate bene alla parole, appreso non “copiato”.

Ella si è nutrita di letture, di sogni e immaginazione, di insegnamenti preziosi, di argute tecniche letterarie, di astuti abbellimenti per poi prendere i temi eterni della letteratura e innovarli, infondendo in loro la necessaria modernità.

Ecco che ci troviamo di fronte, quindi alla vera, autentica originalità, di chi sa rubare l’arte dello scrivere, e inserirvi le sue personali indagini sui moti dell’animo e la società del tempo, nascondendo tutto sotto il perfetto intrigo amoroso.

Ma andiamo per gradi.

Prima di tutto vi ho accennato la mia avversione per il rosa.

Totalmente superata grazie alla nostra impavida autrice.

Anche se trovo e lo sottolineo questo testo molto più storico di tanti altri, magari più pomposi, più altisonanti ma sicuramente meno capaci di attrarre.

Quando si legge storico, o si è appassionati o si ha un moto di vera repulsione.

Troppo pesante, troppo dettagliato, troppo a volte privo di anima.

Mentre la storia è viva ed è il nostro antefatto, quello che spiega oggi cosa stiamo vivendo in questo buio e gelido secolo perduto.

E allora trovo idoneo e intelligente mascherare il racconto di un epoca, del suo ethos e delle sue ossessioni, attraverso escamotage letterari.

La storia d’amore è uno di questi.

Grazie al percorso relazionale che unisce, se non dopo impervie difficoltà due anime, è possibile e anzi doveroso raccontare altro.

Ad esempio di che tipo di difficoltà di tratta.

Quali sono i pregiudizi che intaccano quella naturale propensione umana a voler interagire con l’altro sesso.

Nel caso dell’epoca scelta poi, è di vitale importanza saperlo raccontare, ossia il periodo napoleonico che precede e fa da apripista al più conosciuto vittoriano, un vero momento di transizione.

Come ci ha giustamente dimostrato la Austen era pieno di stimoli verso un progresso che persino l’Inghilterra riuscirà a “odorare”.

E forse proprio per quegli straordinari effluvi si posa come il primo e più famigerato muro contro l’invasione delle idee napoleoniche.

Lo si ritrova nella moda, elegante a la tempo stesso maliziosa con quel suo sottolineare senza evidenziarle troppo le curve, senza quelle ingombranti sottogonne che sembravano voler nascondere la femminilità.

Ma soprattutto, era la donna a essere diversa, quasi una promessa di libertà dalle convezioni che, al tempo stesso, tentavano di avvilupparsi strettamente alla sua fantasia.

Le donne della Auten cosi come quelle della meravigliosa Boccola, sono variopinte.

C’è Charlotte che richiama seppur se ne discosta perché più delineata e più attuale, la meravigliosa Emma. O alla spavalda Elizaberth Bennett che tento fece penare il nostro povero Darcy.

E Edith che richiama tratti della strana e timida Fanny Price, ma con il nascosto ardore di Marianna Dashwood.

E Marilena, la Austen la conosce bene, visto che comprende e lo racconta nel libro stesso, la sua vena sarcastica di atroce e cinica critica ai costumi societari dell’epoca, costume che tentavano appunto, di imbrigliare il progresso.

“Quello che sto leggendo in questo momento, ad esempio, indaga in modo molto sottile e altrettanto ironico la società inglese dei nostri tempi; non a caso s’intitola Orgoglio e pregiudizio!”

E che, come descritto in Fanny Price,soccomberanno sotto la pruderie.

E cosi la modernità delle due protagoniste fa risultare ancor più stridente il contrasto con le assurde regole del buon vivere inglese, cosi attento all’etichetta e cosi ansioso di nascondere le proprie turbe e le proprie contraddizioni sotto eleganti tappeti o in bui angoli.

Ecco che il romanzo devia da perfetto classico rosa verso uno storico che fa dell’ironia una sottile ma abile arma di denuncia.

Attraverso il dramma amoroso di Edith e Edward si deride in modo aggraziato e elegante proprio la società che contrasta e costringe entrambi a nascondere le propria natura: quella di sognatore di Edward e di donna dall’animo incandescente e mai ebbra di vita di Edith. E attraverso un linguaggio delicato, una trama scorrevole Marilena mi conquista con pungenti affermazioni:

La vita a Londra è molto diversa da quella nell’Hampshire alla quale sono abituata. Qui ogni cosa è più frenetica, vivace e scintillante ma, forse, come piano piano sto imparando a capire, non si tratta altro che di una maschera dorata che cela la vera faccia delle persone.

E cosa dire di una sorta di critica alla condizione femminile?

Per quanto fossero affezionate a zia Mary Anne, avendola frequentata fin da bambine, erano consapevoli del fatto che il suo carattere e il suo modo di fare fossero ben diversi da quelli della madre, la quale le aveva educate trasmettendo loro l’amore per l’arte, la musica e la letteratura, ma soprattutto per l’indipendenza. Di conseguenza, Esther e Charlotte, cresciute con uno spirito libero e un animo sensibile alla bellezza, rischiavano di apparire alquanto bizzarre agli occhi dei benpensanti, per i quali una donna non avrebbe dovuto ambire a nient’altro se non a una bella casa nella quale ricevere gli ospiti e allo sfoggio di una buona posizione sociale.

Ed è un omaggio alla sua musa, zia Jane che fu capace, al suo tempo di rompere le convenzioni sociali e dare una spinta all’indipendenza femminile, purtroppo taciuta e incatenata dal periodo vittoriano.

Seppur con uno stile diverso, moderno e più consapevole, Marilena cavalca il lascito di zia Jane, rendendo il suo messaggio eterno e togliendolo dalla polverosa idea che, in fondo, era oramai un messaggio superato.

La Austen sarebbe fiera di te Marilena!

Per il Blog tour “Scarlet” di Chiara Casalini, il nostro blog presenta “La morte e la stregoneria in Scarlet”.

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Morte, oscura signora, rappresentata spesso con una falce in mano, cosi terrificante eppure cosi affascinante tanto da aver ispirato canzoni e mirabili opere di letteratura.

Chi non conosce la sobria poeticità dei Sepolcri?

Con quegli stridii di un upupa che piangeva i giorni ormai trascorsi e lasciati diventare cenere, come le membra umane che li hanno vissuti.

 All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

confortate di pianto è forse il sonno

della morte men duro? Ove piú il Sole

per me alla terra non fecondi questa

bella d’erbe famiglia e d’animali,

e quando vaghe di lusinghe innanzi

a me non danzeran l’ore future,

né da te, dolce amico, udrò piú il verso

e la mesta armonia che lo governa,

né piú nel cor mi parlerà lo spirito

delle vergini Muse e dell’amore,

unico spirto a mia vita raminga,

qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso

che distingua le mie dalle infinite

ossa che in terra e in mar semina morte?

Vero è ben,Pindemonte! Anche la Speme,

ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l’obblío nella sua notte

Lo splendore delle immagini evocate da Foscolo non ha eguali.

Si avverte il dolore per un esistenza giunta davanti alla grande porta, ignara dei misteri contenuti in quella oscura soglia, coperta da un lieve, sottile velo, dove sussurri invitano a danzare un eterno ballo circolare.

E degli arcani dei sepolcri ci illumina il grande Edgar Allan poe:

Sol si trovera’ il tuo spirito tra oscuri pensieri di lapidi
e con nessun della folla che scruti l’intima tua ora segreta.

Sii silente in tal eremo

che non è abbandono – poichè

gli spirti dei morti che ebber

vita innanzi, ancor son

morte attorno e a lor voler ombra sopra a te porranno – sii fermo.

La notte, pur chiara, esibirà il suo cipiglio.

Non faranno le stelle più veglia

dall’alto dei tron della Volta

con luce di speme dagli uomin sì accolta.

I lor globi purpurei, privi di raggi,

a te, consunto, saranno miraggi

di febbre e di fuoco

che eterni arderan sul tuo loco.

I pensier tuoi non proibiranno,
né le vision mai svaniranno;
staran sul tuo spirto, ferme,
eterne, come rugiada sull’erba.

Fermo è il respiro e la brezza divina,
e la nebbia sulla collina.
In ombra, in ombra, intatta in suo regno
è un simbol, un segno.
Sugli alber sospesa, sì mera:
mister dei misteri!

E ancora nella meravigliosa il Verme Conquistatore

Ma, guardate!

attraverso la calca dei mimi una forma strisciante s’avanza,
una cosa rossa di sangue,

che viene torcendosi dalla parte solitaria della scena!

Essa si torce!

Essa si torce!

Con angosce mortali e mimi diventano il suo pasto;

e i serafini singhiozzano vedendo i denti del verme

masticare grumi di sangue umano.

Tutte le luci si spengono: tutte, tutte!

E sopra ogni forma rabbrividente il sipario, vasto drappo mortuario,

discende con la violenza d’una tempesta;

e gli angeli, tutti pallidi e smorti,

levandosi e svelandosi, affermano

che questo spettacolo è una tragedia che si chiama « L’uomo »

in cui il vincitore è il « Verme Conquistatore »

Dove celebra l’insensatezza della meraviglia umana che, oltrepassata la soglia si china e rende vincente un minuscolo essere che si innalza come vero trionfatore della lunga favola chiamata vita.

Ma la morte si tinge anche di bellezza resa eterna, resa immortale da una mano che da artigli si trasforma in carezza:

Dorme la bella Dama. Oh sia il tuo sonno ,

così com’è ostinato, altrettanto profondo !

Il cielo l’abbia in sua sacra custodia !

Questa stanza mutata in una più santa,

questo letto in uno più mesto,

io prego ch’ella qui giaccia per sempre,

serrati per sempre i begli occhi,

mentre bianchi fantasmi le passano daccanto !

Dorme, l’amor mio. Oh, quel sonno

pertinace sia altrettanto profondo !

Le siano lievi i vermi d’intorno!

Lontano, nell’antica oscura selva,

per lei si dischiuda qualche alta volta,

un nobile sepolcro, che abbia spesso dispiegato

i suoi neri, alati e fluttuanti cortinaggi,

quasi in trionfo, sugli stemmati drappi,

nei funebri riti resi al suo alto lignaggio :

un solitario, remoto sepolcro,

alla cui porta ella un tempo, fanciulla,

scagliava i suoi ciottol per gioco,

dalla cui porta mai più un’eco farà risuonare,

con un brivido pensando – figlia del peccato ! –

che fossero i morti a gemere la dentro

Ed è l’amore che della morte si fa beffa e che vince quei gelidi sospiri:

Ma il nostro amore era molto, molto più saldo

dell’amore dei più vecchi di noi

(e di molti di noi assai più saggi):

né gli angeli, in cielo, lassù,

né i demoni, là sotto, in fondo al mare

mai potranno separare la mia anima

dall’anima di Annabel Lee.

Mai, infatti, la luna risplende ch’io non sogni

la bella Annabel Lee:

né mai sorgono le stelle ch’io non veda

splendere gli occhi della bella Annabel Lee,

e così, per tutta la notte, giaccio a fianco

del mio amore: il mio amore, la mia vita,

la mia sposa, nella sua tomba, là vicino al mare,

nel suo sepolcro, sulla sponda del mare.

Perché vi direte voi, inizio questo breve articolo su Scarlet rimembrandovi le suggestioni di poesie gotiche, e sopratutto apparentemente aliene dal contesto prettamente rosa del libro in questione?

Perché all’occhio dell’esperto che son qua chiamata indebitamente a interpretare, la Casalini ha semplicemente descritto anni di poetica relativa alla morte con il simbolo migliore, che racchiude sepolcri e illusioni poeiane, grazie al tema del vampiro.

Mirabilmente espresse, e vi invito a godervi la loro incantevole meraviglia nei racconti come Ligeia, Berenice e Morella.

Ma attenzione.

La morte che del vampiro è la regina, qua non assume la connotazione horror/splatter di molti meravigliosi ma a volte insensati testi.

Il richiamo è alle suggestioni del romanticismo e sopratutto del gotico.

Non a caso il dark accostato al termine romance, è il sintomo che ci si imbatte in un tema eterno, ricco di atmosfere seducenti ma al tempo stesso disperate.

La morte in Scarlett è una signora crudele ma al tempo stesso dispensatrice di benedizioni.

La morte al contempo risveglia l’essere vivente dormiente, affatto riconoscente dei doni che la carne calda pulsante di umanità gli concede.

In Scarlet c’è una prima fase di totale e quasi inutile ribellione alla vita.

Il rifiuto alle regole, il sentirsi bloccata in una società che non la rappresenta.

Questo perché il marchio di una diversa interpretazione del mondo (ci arriveremo tra poco) le adombra gli occhi “sociali”, quelli che la collettività accetta come unici referenti e unici depositari dei valori condivisi.

Ma questi valori cozzano con una natura composita che rende l’uomo si propenso per instaurare rapporti stabili improntati spesso su un’apparenza di normalità ordinata. Ma è altresì vero che dietro il tendere incessante a un certo grado di ordine, esiste la selvaggia spinta al caos che rigenera.

Ecco che allora l’essere sociale diventa dormiente onde acquietare le due diverse anime che lo compongono: la conservazione dello status quo e la spinta alla conoscenza e quindi al cambiamento.

Ed ecco che entra in gioco la stregoneria.

Considerata per troppo tempo un’aberrazione religiosa, essa è ed è stata per secoli, una forma di liberazione emotiva e psichica tendente a combattere, appunto, l’uomo dormiente.

Per togliere, quindi il velo di illusione (che in fondo non è altro che il sistema di convezioni sociali, di valori fondanti e sostenenti la stabilità e il modello di collettività scelto) è necessario un forte trauma, qualcosa che sciocchi in modo cosi profondo da far balzare la psiche, l’apprendimento e l’anima del prescelto o del neofita, in un altro stadio di percezione del reale.

E quale miglior mezzo di crescita se non la morte?

La morte in questo testo non è soltanto fisica.

E’ la morte del vecchio modello, del vecchio approccio al mondo e appunto alla costrizione di una realtà diversa basata meno sulle convezioni e più sull’istinto.

Non a caso il vampiro, il non morto, si nutre di sangue.

Secondo ogni tradizione, scevra da sensazionalismi religiosi, il sangue non è altro che il simbolo di diverse energie interiori; cibarsi di quelle significa privilegiare la parte animalesca del se.

Pericoloso certo, ma liberatorio per chi dei limiti ne ha fatto ragion di vita.

Scarlet però è diversa dagli altri “umani”.

Approcciandosi a una sorta di terapia dell’anima com’è la stregoneria, usata in questo testo ed è la novità meravigliosa, non come una pratica contadina di riparazione dei torti subiti o come mezzo per soddisfare un bisogno, ma come un preciso percorso spirituale capace di creare una nuova identità e al tempo stesso una personalità diversa.

Un po’ come il percorso gnostico che rende gli ilici, ossia gli ossessionati dalla materia, pneumatici o psichici, ossia devoti al lato spirituale dell’esistenza.

Ecco che il vampiro, colui che sfugge il limite considerato solo come catena, rischia di divenire il simbolo delle passioni e della trasgressione sfrenata, tradendo un po’ quell’istintualità che è in realtà, la volontà di tornare all’origine, quando ci si sentiva tutt’uno con il cosmo e con la terra.

Scarlet, invece, acquista tramite il sacrifico della materia, uno status completamente diverso, dalla nigredo dell’abbrutimento umano passa all’albedo della rinascita, conservando il meglio di entrambe le nature.

Ecco che la morte, nell’ottica delle discipline esoteriche abbraccia tutti i concetti espressi, prima di Chiara, dai due maestri della poesia Foscolo e Edgar.

Uno cosciente della caducità della vita e l’altro consapevole dei misteri incredibili dell’ombra, che trasforma gli esseri scialbi, privi di consistenza come l’umano errante, in esseri semi-divini, capaci di penetrare l’oscurità, esserne rigenerati e far parte del mondo numinoso.

L’estremo sacrifico della Dea Scarlet diviene cosi mezzo con cui anche gli altri possono trovare la salvezza, coscienti che la morte e i suo demoni orrorifici, non sono altro che gli ultimi guardiani della soglia.

Quelli che sognano ad occhi aperti sono a conoscenza di molte cose che sfuggono a chi sogna addormentato.” 

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  A cura di Alessandra Micheli.

Per il club di Aurora, il nostro blog propone un’approfondimento “Lo gnosticismo dietro il velo di Oblivion”.

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Oblivion di Aurora stella è uno di quei libri capaci di suscitare visioni e suggestioni nel lettore consapevole.

Il tono quasi onirico lo fa derivare in modo diretto e senza ombra di dubbio dall’opera visionaria di Philip Dick, da cui l’autrice deriva sicuramente il suo estro. In sostanza si sente, si avverte che è stata cresciuta a pane e fantascienza. Ma attenzione. Non una fantascienza qualsiasi ma, lo ribadisco, ricollegabile a quella dickiana da cui trae, in modo oltretutto inconsapevole le suggestioni gnostiche. Ecc che ci si trova davanti a un’opera che racconta non solo la scienza, ma quella collegata alla filosofia mistica, e anche alle scoperte della fisica quantistica. Del resto lo stesso Einstein soleva asserire sempre:

La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poiché deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perché la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sé altre scelte quando creò il mondo

 

 

E infatti, per lui la spiritualità e quindi Dio si risolve in un progetto preciso, concreto e omogeneo:

 

Credo nel Dio di Spinoza che si rivela nell’armonia di tutto ciò che esiste, ma non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni degli esseri umani.

 

Ecco perché trovo utile raccontarvi Oblivion riproponendovi la mia prima impressione sul libro, che lega, indissolubilmente religione, scienza e spiritualità in un corpus omogenico che deve la sua struttura a un libro lontano, raccolto nei deserti mistici di Nag Hammadi e racconta una lontana teoria molto ribelle, che verrà poi raccolta da un uomo per troppo tempo considerato un pazzo a cui Aurora fa uno strepitoso omaggio.

Buona lettura

********************

Fin dalla mia adolescenza ho avuto uno spiccato interesse per due apparentemente opposti argomenti, o campi di studio uno squisitamente esoterico, o per meglio dire gnostico, e uno prettamente scientifico, in particolare riguardo alle innovative scoperte di stampo einsteiniano che molto spesso si avvicinavano alla metafisica. L’esistente di universi paralleli, la teoria delle stringhe ben si sposavano con i bellissimi racconti narranti di un universo fondato su multilivello o come li chiamavano loro eoni, ognuno dotato di caratteristiche e regole specifiche. E questo strato su strato di realtà e percezioni allontanavano il mondo materiale dal piano di esistenza primigenio quello fondato di sola energia o luce, cosi come i cantori d’amore (e i catari) amavano descriverlo. Pertanto, il mio libro preferito da sempre è la pistis sophia, complesso, dispersivo e di difficile comprensione. Lo leggo ormai da anni (venti per l’esattezza se non di più) e sono molto lontana dal capirne tutte le sfumature. Quello che mi è sempre più chiaro, invece, è che questo testo, caposaldo della filosofia gnostica, è il substrato di molti testi specie quelli che vantano la derivazione fantascientifica. Oblivion fa parte di questo mondo. Influenzato da Asimov, Da Bradbury e da film quali la fuga id Logan, si muove in un piano di esistenza doppia, dicotomica anche se in realtà a una più attenta analisi è unitaria. La diversità è rappresentata dal codice con cui lo sui vuol leggere se in chiave metafisica o fisica, ma l’argomento è lo stesso: un testo di rivendicazione della realtà vera, non oscurata da veli come percezioni instillate da cultura e abitudini e la consapevolezza, da sempre presente nell’uomo di vivere, quasi in una sorta di gabbia. Bradbury, e Orwell lo hanno ben esplicato, questo senso di claustrofobia, denunciando la ossessiva presenza di un grande fratello o di un tabù entrambi nati con lo scopo di sottomettere e manipolare l’uomo e il suo pensiero, e di conseguenza tutta la realtà che, dal pensiero, scaturisce. Togliere libertà di azione equivale a limitare la capacità di pensiero, e così via, essendo pensiero e esistere indissolubilmente legati non a caso Cartesio parlava di:

cogito ergo sum

Ma potremmo anche ribaltare il significato come:

sum ergo cogito.

Oblivion è un romanzo sia di liberazione che di stimolo alla consapevolezza totalmente simile alla Pistis Sophia. Andiamo a analizzare perché.

Lo gnosticismo fu una filosofia particolare e particolareggiata in cui il fulcro centrale era la credenza nell’esistenza di due divinità una dominante del regno materiale capace di manipolarci attraverso le sue emanazioni (arconti) servi esclusivi addetti al controllo dei confini in cui si rinchiudono particelle di anima o di luce, fuggiti dalla amorevoli mani di una divinità del mondo spirituale (penumatici) e finiti nel mondo inferiore attraverso una lunga caduta tra le emanazioni dell’arconte (peccati) rei di aver appesantito il loro carico energetico. In parole povere l’uomo, parte del mondo superiore (Dio) discende per un caso o per una mancanza o per la brama di potere, attraverso vari livelli energetici, appesantendosi man a mano fino a rendersi proprietari di un corpo fisico, dotato, quindi di energia pesante.

Questa discesa, considerata sia redenzione che prigionia è sotto il dominio del dio della forma, che gli gnostici chiamavo Jahvè (non a caso il senso ebraico di Jahvè è colui che è e per essere non devo trasformarmi in altro ma restare statico). La divinità originaria, padre delle scintille di energia pure (senza forma) si trova così a lottare per riportare in alto le particelle fuggiasche che soffrono e tentano la riconquista del paradiso perduto attraverso una vita terrena che è non solo Sacrificio” ma anche e soprattutto illusione; non è altro che una pallida parvenza della realtà superiore. Si può dire che il mondo arcontico sia chiuso, sia sono o peggio proiezione olografica di una realtà sfuggente e incomprensibile al pesante livello di energia del mondo basso. non a caso noi non possiamo che percepire una sorta di pallida essenza della realtà energetica superiore proprio perché appesantiti dal corpo e da sensi limitati. E non a caso l’idea di teletrasporto può essere teoricamente possibile solo in presenza di piccole (pure) particelle di energia. Gli agglomerati biologici, infatti, sono troppo pesanti.

E veniamo al libro e alla pistis sophia. Questo libro gnostico non fa altro che raccontare ( ve lo spiego in breva ma vi invito a leggerlo lasciando che la perfetta musicalità del testo vi avvolga la mente) come sia possibile arrivare alla conoscenza (gnosi) e di conseguenza alla liberazione dalla pastoie della materialità attraverso il racconto della redenzione di una caduta, quella della Sophia (sapienza). Rea di aver peccato, scambiando una pallida imitazione della luce del piano superiore (sophia abitava nel tredicesimo eone o nel tredicesimo piano della materia) scende bramosa e affamata, invece, in un paino sempre più materiale, fino ad essere circondata dagli arconti (servi dell’arrogante ossia colui che si adorna del titolo di Dio) e letteralmente divorata, resa prigioniera e resa schiava. Alla Sophia viene tolta costantemente quel filo di unità con la fonte o se vogliamo chiamarlo il nesso, costringendola a credere che il mondo inferiore sia l’unica realtà esistente. E cosa centra con Oblivion?

Beh Oblivion racconta la stessa identica cosa. Due personaggi Nara e Eridan affrontano, ognuno a suo modo, la ricerca della verità rendendosi sempre più consapevoli di una verità liberatoria ma distruttiva ( del loro imprinting sociale ) che il loro mondo è:

Un mondo chiuso, con confini reali e un qualcosa di sconosciuto che sta al di fuori.

E noi siamo in preda di un rigido controllo, in preda di :

una percezione della vita che in realtà non è quella…

La pistis sohpia poi ci parla di una cosmologia molto intrigante: al vertice esiste Dio non un dio ma il Dio per eccellenza dalla cui luce (energia) deriva ogni cosa. questo è immerso e partecipa di spazio purtuttavia distinti:

  • il I spazio o spazio dell’ineffabile;

  • il II spazio o primo spazio del Primo Mistero;

  • il III spazio o secondo spazio del Primo Mistero.

E Aurora stella di cosa ci parla nel libro?

Di tre mondi:

al difuori

al ditsotto

e al diqua.

Caso strano i primi due sono realtà fittizie, quasi vivai artificiali atti a preservare le razze o peggio l’umanità, da qualche disastro naturale o diabolico, una sorta di contenitore (chiamato arca biologica) chiuso e sigillato, dove la vita prospera senza però possibilità di scelta.

Quello che i mondi senza luce (gnosi) preservano è solo la varietà biologica e la biodiversità ma, sono deplorevolmente ignoranti davanti a altri livelli mentali, come empatia, amore, compassione e condivisione. non a caso l’orribile mondo al distotto è considerato regno di demoni, che trattano e prendono ai loro schiavi adrenalina, potere e tutto ciò che li rende quasi convinti di essere vivi. Dall’altra parte il mondo al disopra è profondamente robotico, cosi chiuso in convenzioni rigide dalle quali esclusa la poetica, la creatività e la vera bellezza. Tutti assolcano le regole di chi ha abilmente preso il potere, lavorando e considerando legami, eventi che in un mondo permeato di anima sono carichi di emozionalità come semplici mezzi di sussistenza. in questi due mondi, è infatti deturpata la procreazione: nel primo caso non è contemplata nel secondo è regolata dalla finalità cosciente (ampliare la stirpe).

Cosa significa?

Procreare non è soltanto un atto biologico.

Ma da sempre è considerato un potere legato alla creatività, al caos rigeneratore, al cambiamento.

È un mistero è la capacità di richiamare anime dall’alto dei cieli, di rendersi simili al Dio. non a caso per gli gnostici era l’atto più egoistico e collegato al potere dell’arconte, ossia intrappolare altre anime in un corpo materiale e condannarle alla ricerca della salvezza.

D’altro lato, chi è privato di questa capacità è privato anche dell’immaginazione.

Ecco che la procreazione non è, dunque solo un fatto biologico ma simbolico: tutte e due i mondi privati della vera luce e della vera consapevolezza sono fermi, non sono graziati dalla capacità umana di pensiero e dunque di creazione.

La capacità della tribù di Eridan di cantare ( dal sanscrito kanati o kvanati con il significato di raccontare quindi creare storie o celebrare fino a sfiorare il significato di inno e preghiera) ossia di creare incantesimi (incantare, composto da in- intensivo e cantare recitare formule magiche – da canere cantare; stessa radice del fortunatissimo sinonimo francese “charme”, derivato da carmen canto, poesia, profezia.) non è usata per scopi più sacri ma oserei dire prosaici, quelli che mirano alla finalità di garantire riparo, acqua e cibo.

Ecco la finalità cosciente distorsione di ogni elemento sacro dell’uomo.

Come si raggiunge il mondo oltre i confini?

Con la scoperta della verità, con la ribellione e la lotta. Non esisterà mai un uomo che possa essere benedetto e dunque, unto o salvato che non osi arrogarsi il diritto di dire no, di lottare con divinità ritenute intoccabili o pericolose, con idee e concetti ritenuti inviolati o con percezioni considerate le verità assolute.

La conquista della consapevolezza passa e passerà sempre attraverso la lotta, ed è la lotta che ci rende, davvero, evoluti.

Leggere Oblivion è leggere il percorso simbolico gnostico di un’anima che passa da un mondo prigione dotato di confini che nessuno valica in virtù di un tabù falso (nel nostro sono gli assunti culturali e religiosi che sono il nostro nutrimento fin da piccoli) e la capacità di rendersi conto che, il mondo che vogliamo vedere, è soltanto un ologramma.

quando cercavo la luce, mi diedero le tenebre

quando cercavo la forza

mi dieder

o la materia”

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A cura di Alessandra Micheli 

Vi sveliamo la cover del nuovo libro della Dri editore “Bugie a Santorini” di Pamela Boiocchi e Michela Piazza. Da non perdere!

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Sinossi:

“Potresti essere sincera. Questa eventualità non la prendi neanche in considerazione?”

Dire la verità ad Alex? Mai. Piuttosto la morte.

Metti una scrittrice che ha perso l’ispirazione e un affascinante, impudente sconosciuto.

Falli scontrare, attrarre, bisticciare. E poi baciare.

Immagina che lui sia l’unico in grado di sbloccare la crisi da pagina bianca della nostra autrice e che lei decida di sfruttare i suoi consigli e le sue carezze per riuscire a terminare il libro.

Aggiungi le isole greche, un mare cristallino, due amiche pazze e una coscienza che parla con la voce di una piratessa del Settecento.

Ah, e non scordare la passione, perché in questa faccenda c’è una dose abbondante di peperoncino.

Cosa può andare storto? Che anche il ragazzo misterioso nasconda dei segreti…

Pronti a fare il doppio gioco?

Qui ognuno mette in palio il proprio cuore, ma la verità non è mai quella che sembra.

“Bugie a Santorini”, una brillante commedia romantica in cui le menzogne hanno il sapore piccante del vero amore.

 

SCHEDA PRODOTTO

Titolo: “Bugie a Santorini”

Autore: Michela Piazza – Pamela Boiocchi

Editore: Dri Editore

Genere: Chick lit

Collana: Brand New Romance

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 12.99

Lancio ufficiale 6 giugno, in preorder dal 2 giugno