Il club di Aurora presenta “I’m for you”. recensione a cura di Alessandra Micheli

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Doveva arrivare il nefasto giorno in cui Aurora Stella, posseduta dal terrificante dio dello rosa vestito dei panni dell’urban mi avrebbe chiesto di leggere e recensire la sua produzione.

Ho aperto il mio Kobo con il terrore negli occhi, perché stavolta non si trattava tanto di un testo irridente al genere, quanto un tentativo, semplice, di scriverlo.

Lei abituata alle atmosfere dell’orrore più cupo, cibatasi di Dick e Asimov, aveva scritto la storia dell’angelo che si innamora della sua protetta umana.

Un filone iniziato, scelleratamente direi visto le conseguenze, con la Chandler con Baciata da un Angelo, seguita da Federica Bosco con il mio angelo segreto e culminata in Becca Fitpatrick.

Insomma l’angelo il messaggero ereditato dalla tradizione mesopotamica diveniva a tutti gli effetti il “mr Grey” del mondo soprannaturale.

Non che la storia fosse cosi originale.

In fondo le prodi autrici sopracitate non si sono basata altro che sul libro di Enoch laddove i figli di dio si innamorarono delle donne mortali, rinunciando alla loro “purezza” intesa ovviamente come lignaggio per portare il mistero e l’evoluzione fra gli uomini.

L’amore dei Nephilim per la donna è leggendario, contenente profondi significati mistici non solo riguardo alla religione proto-ebraica ma anche a livello ontologico: l’evoluzione nasce e prospera soltanto quando le due energie presenti nell’umano ossia spirito e carne si fondono per contemplare i misteri e immetterli in questa dimensione per renderla più simile al luogo della luce originario. Questo significato era, ovviamente aborrito dagli gnostici che consideravano i figli di dio del libro di Enoch dei millantatori e degli arconti.

Gelosi della capacità della Fonte primaria di plasmare il mondo e l’essere umano, cercarono con la loro scintilla di a loro volta imitare, goffamente, il loro padre.

Ecco che la commistione umano divino non viene da loro vista come un esperimento ibrido atto a riunire due realtà separate ma come una commistione di energie troppo diverse con l’obiettivo di annacquarle e forse distruggerle.

Il mondo creato dall’azione umana, appropriatasi indebitamente del mistero, diviene non una sorta di sprone a tornare nel regno numinoso quanto una pallida imitazione di esseruncoli che non sono più capaci a trovare la strada di casa.

Si capirà, allora, come il tema del divino che sposa generando figli con l’umano, ha un significato psicologico e esoterico molto più profondo della mera storia d’amore e del suo inno all’eternità.

Un inno sfarzoso di un sentimento tanto celebrato da divenire anche troppo manifesto.

Del resto la passione amorosa ha la sua origine proprio nel mistero, in quel ritrovare la parte mancante di se, la propria costola per divenire finalmente l’uno, somigliante all’uno originario.

Consapevole, quindi, delle radici simboliche dell’angelo che si umanizza e dona un pizzico di cielo alla sua protetta e perfettamente consapevole della duplicità della simbologia, Aurora cerca di non tradire se stessa e la sua anima curiosa dando alla scenicità del rapporto a due una certa consapevolezza e profondità.

Attraverso, quindi, il percorso che porta alla riunione con l’altro approfitta per dire la sua sull’origine della divinità, reinterpretare a suo modo il mito biblico degli Nephilim e parlando più approfonditamente di cosa rende l’uomo questo essere composito e spesso troppo pigro per alzare gli occhi al cielo cosi speciale tanto da renderlo più su degli angeli e coronarlo di gloria e stelle.

È stata quella creatura» continua parlando a Semeyaza «L’uomo a dare agli animali il nome. E qualsiasi nome abbia scelto, anche il più stupido, il Creatore ha accettato di lasciarglielo. Ma ti rendi conto? Il Creatore gli fa un dono di una portata immane e quell’inetto cosa fa? Se ne sta tutto il giorno a gironzolare nell’Eden con l’aria di chi è stato abbandonato. Io proprio non lo capisco. Ha ricevuto il dono del libero arbitrio, un dono per cui l’Arcangelo Lucifero si è dannato, ha potuto imporre i nomi a tutto il creato e se ne sta abbattuto come se fosse nella peggiore catastrofe! E nemmeno si rende conto dell’importanza del Nome! E tutto perché? Perché chi doveva essergli di aiuto lo ha rifiutato!

In quest’ottica, il tabù relativo all’amore tra due esseri distanti ma compartecipi della creazione, diviene in realtà soltanto una mera illusione, frutto della consapevolezza forse errata, della superiorità angelica.

L’angelo emanazione divina non contaminata dalla carne, non riesce a comprendere l’indulgenza di dio verso di noi, tanto da averci dato un libero arbitrio che alle creatura divine è negato e sopratutto la capacità di creare, che è in fondo paragonabile a quella di generare e immaginare.

Ecco che Dio ci appare molto meno inflessibile dello Jahvè della tradizione ebraica, fautore di un progetto più ampio che porta l’uomo stesso a incontrare il soprannaturale e a volerlo non emulare, ma abbracciare.

Il progetto divino nascosto nella favola urban fantasy non è altro che la speranza, il sogno, la prospettiva di raggiungere noi stessi, le soglie del cielo.

Nonostante ritenga quello di Aurora un opera minore non paragonabile allo spessore di Oblivion, Onirica ed e Vksser ( ma sicuramente molto più semplice da recensire per l’immediatezza apparente del tema trattato) la trovo comunque interessante per il concetto che essa ha espresso del binomio angelo/uomo e del suo concetto di dio.

E questo tentativo riuscito di profondità riesce a far emergere le idiosincrasie di un genere amato, venerato ma non sviluppato pienamente da quasi nessuno scrittore.

La parabola angelica è invece un terreno fertile che comporta una profonda e acuta riflessione. Ed è questo che fonda e crea ogni giorno la realtà che ci circonda.

Però la prossima volta, mettiti alla prova con un altro genere, magari di Philips Dick e H. G.  Wells, e regalaci un bel fantascientifico.

O almeno regalalo a me.

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Il blog è lieto di partecipare al party di Aurora stella con un articolo che speriamo intrigherà i più “Le influenze artistiche nelle opere di Aurora Stella” a cura di Alessandra Micheli

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Cosa spinge un autore a scrivere?

Quale sacro fuoco della passione lo anima?

Da cosa inizia il procedimento della creazione letteraria?

Tutti noi ci siamo fatti da sempre questa domanda. Alcuni hanno evitato la risposta per non avere la magia della lettura rovinata dalla conoscenza. Tutto il procedimento diviene quindi una sorta di atto da demiurgo, si plasma la materia originaria (parola) per creare emozioni e storie. E al tempo stesso le storie intercettano le emotività, le esigenze e le ossessioni dei lettori instaurando il fantomatico patto interpretativo che da voce al libro, rendendolo da oggetto inanimato carne viva e pulsante.

Per altri, me medesima, il conoscere il percorso che porta alla composizione del libro non inficia la meraviglia e l’incanto del prodotto finito. Anzi ne evidenzia la favolosa capacità dell’uomo e della sua mente di usare le fascinazioni che la vita e il nostro cammino per creare arte.

E l’arte parte dalla vita di ogni giorno: sono esperienze raccontate con un codice diverso usando strumenti apparentemente banali, colori o penna o pc, per dare vita a universi e significati.

La mia curiosità su Aurora è immensa.

Conosco un po’ la sua vita e so che il contatto giornaliero con l’altro la porta a ampliare la sua mente creando a volte parodie del nostro quotidiano, a volte proponendo scenari alternativi. O rispondendo in modo tutto personale alle nostre ansie moderne. In ogni libro, quindi l’influenza maggiore la rappresenta la vita stessa, con i suoi dolori, con le sue gioie, le vittorie e le sconfitte, ma anche i difetti e le cesure di una società allo sbando ma ancora strenuamente capace di sognare.

Ma non è solo l’esistenza stessa la fonte del suo atto demiurgo. All’interno di ogni libro possiamo ritrovare una miriade di influenze letterarie e cinematografiche e sarà mio pregio accompagnarmi alla scoperta di libri dimenticati e di film vetusti ma sempre attuali.

La prima influenza che si ravvisa nei suoi scritti in particolare Tiger indomabilis e Furens è senza dubbio l’intramontabile Platone. E non un racconto qualsiasi ma quello racchiuso nel libro settimo della Repubblica e che conosciamo tutti (spero per voi) come il mito della caverna.

Si tratta di uno dei testi fondamentali per la storia del pensiero e della cultura occidentale, un trattato di alta filosofia incentrato sul tema eterno della liberazione dell’uomo dalle pastoie societarie che ne limitano la percezione del reale.

Si immaginano in questa narrazione personaggi incatenati fin dalla nascita nelle profondità oscure di una caverna. Bloccati in modo che i loro occhi possano soltanto fissare il muro di fronte a sé. Alle spalle degli sventurati è acceso un enorme fuoco e che tra esso e i prigionieri esiste una strada rialzata. E su questa strada è eretto un muretto in cui uomini poggiano oggetti vari, animali piante, utensili. Le forme di questi proietterebbero la propria ombra sul muro attirando l’attenzione degli sfortunati. Non avendo esperienza del mondo esterno e non conoscendo la situazione reale (il muretto posa oggetti) essi interpreterebbero le ombre come esseri reali, ossia come le vere piante, i veri animali e i veri utensili. Se in un caso straordinario un prigioniero fosse cosi fortunato da rompere le catene e potesse rivolgere il volto verso l’entrata della caverna, egli sarebbe abbagliato dalla luce e proverebbe un acuto dolore. Inoltre, le forme situate sul muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre a cui esso è abituato, e rimarrebbe dubbioso, incerto e sopratutto disorientato.

E probabilmente l’abitudine, la comodità all’abitudine lo porterebbe verso il conosciuto ossia le ombre. Lo stesso prigioniero se costretto a uscire dalla caverna rimarrebbe accecato, a disagio nel mondo esterno, soffrendo uno shock acuto che lo costringerebbe a rivedere tutte le sue certezze. E proverebbe rabbia per essere costretto ad abbandonare la sua tranquillità. Ci vorrebbe tempo per re-imparare a osservare il paesaggio, tempo per abituarsi ai nuovi concetti, alle nove forme, e tempo per distruggere le precedenti conoscenze e rimpiazzarle con le nuove. Se riuscisse ad apprendere, probabilmente vorrebbe tornare nella caverna al liberare gli altri prigionieri, pervaso dall’euforia di chi scopre la realtà. Ma si ritroverebbe di fronte alla ritrosia dei prigionieri restii ad abituarsi al nuovo, e decisi a credere soltanto alla veridicità delle ombre. Ai loro occhi apparirebbe un pazzo, un folle, un pericoloso agitatore, un ribelle o un disadattato.

Ed è questo che racconta perfettamente il nostro moderno dramma di persone convinte che il solo reale sia la pallida imitazione che vediamo oggi, che il vero reale siano le ombre e siano le concezioni a cui siamo stati abituati da piccoli.

Questo brano ricorda quello gnostico della pistis sohpia, laddove la conoscenza (gnosi) della vera natura di Dio e di conseguenza del mondo creato dal demiurgo, non può non avvenire se non in presenza di un’esperienza di tipo traumatico: rendersi conto di aver creduto da sempre alla menzogna.

E il coraggio di mordere con orgoglio la mela proibita. Questi concetti profondi sulla natura del mondo, delle cose e persino di Dio sono alla base del libro di Aurora e indagano un tema a lei e a me caro: è davvero tutto oro quel che luccica?

La società a cui siamo abituati è davvero quella che ci descrivono?

Dietro a comportamenti apparentemente eroici, umanitari, pregni di buoni sentimenti non si cela forse una sorte di illogicità folle che una volta esternata, li renderebbe meno nobili?

Altre influenze si ravvisano nei capisaldi della fantascienza tra cui il reo confesso è sicuramente Star Trek. E in particolare tre episodi chiave nell’arena dei gladiatori ( qua l’enterprise giunge in un pianeta strano, distopico e una società apparentemente databile al XX secolo, ma dominata da un anacronistico impero romano). Le parole sacre ( geniale rivisitazione della guerra tra pionieri e tribù americane) e un inquietante il ritorno degli arconti. In questa onirica puntata si assiste a una sorta di terapia junghiana al contrario; in questo caso le persone vivono in un modo quasi perfetto idilliaco, sfogando però il loro lato oscuro nel funesto giorno di un misterioso festival, quasi un catartico inno alla violenza sfrenata.

Un film che racconta un evento simile è quello della notte del giudizio scritto da James De Monaco. In questo delirante ma spettacolare film del 2013 si immaginano gli Stati Uniti del 2022 come una nazione rinnovata e governata dai nuovi padri fondatori. Questi per mantenere tassi di criminalità e disoccupazione bassi hanno istituito un periodo annuale di dodici ore, lo sfogo durante il quella tutte le attività criminali, incluso l’omicidio, divengono legali. Unico limite è l’aggressione ai funzionari governativi di livello 10 e il divieto di uso delle armi di guerra di grande calibro. È questo un rito capace, secondo la mente dei governanti, di essere una sorta di catarsi per i cittadini consentendogli di esternare in un rito apotropaico tutte le frustrazioni e i sentimenti negativi purificandosi da esse.

Altro film che influenza l’opera è The Truman show compimento perfetto del mito della caverna di Platone.

Altro omaggio presente nelle pagine è senza dubbio ad Asimov specialmente del testo La fine dell’eternità del 1955 chiave di volta dei romanzi successivi. In questo perfetto libro troviamo l’ossessione del controllo del tempo e l’umana, ma illusoria aspirazione a voler eliminare dalla realtà le sue imperfezioni modificando la storia.

Altro pilatro della narrativa fantascientifica che Aurora cita è senza dubbio Bradbury e le sue Cronache marziane, soprattutto nell’episodio il mattatoio. Proprio come in avviene in Tiger, un inquietante potere mentale, proprietà dei marziani è capace di creare la perfetta illusione. Ogni terrestre vive il suo momento perfetto e quando abbandona la diffidenza, verrà ucciso.

Altra icona della distopia è senza dubbio 1984 di Orwell e la stessa Aurora ci racconta:

L’onnipresente occhio del grande fratello in furens e tiger è rappresentato non solo dal gruppo dei cervelloni (anomalie create dalla natura alla quale si sono ribellati) ma dalla connessione di tutti gli esseri umani che non solo non respingono l’appendice neurale (il biochip) ma amano e riconoscono come propria quella realtà.

Immortale riferimento a un classico della letteratura amato dalla mia generazione è Quo Vadis? Con la toccante storia di Licia e Vinicio, la purezza cristiana contro l’arroganza pagana annullate di fronte alla magia del vero amore.

Lucio e Silyen non esiteranno a sacrificare la propria vita in un eterno ritorno dell’uguale.

Una coppia di giovani martiri creati ad hoc che con il loro amore, pagherà per riscattare l’umanità da sé stessa. Un’umanità che, dopo poco tempo, dimentica per cosa sta lottando e torna sempre sui suoi passi incerti.

Altre influenze le ravvisiamo nelle opere di Verne. È sul sistema presente nell‘isola misteriosa che la genialità di Aurora ha ricostruito Oceania.

O anche Sinuhe l’egiziano di Mika Waltari.

Ma è senza dubbio lo gnostico Matrix ad aver educato la mente di Aurora:

nella visione leggermente gnostica che ho del mondo, noi non viviamo una realtà, ma siamo semplicemente proiezioni e interazioni di un immane videogioco.

Ed è forse questo richiamo occulto, ma neanche troppo agli antichi bogomili, catari e cainiti che rende l’opera di Aurora qualcosa di unico e complesso, ma profondamente vicino alla vera anima occidentale

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.»

(Morpheus a Neo)

Finalmente in arrivo il secondo libro della meravigliosa serie di Kate Ross, targato Dunwich edizioni “Blood of the Prophet.Il Quarto Elemento – Libro Secondo”, festeggiato da tutti noi con un grandioso Release Party! Recensione a cura di Alessandra Micheli

 

Credere in qualcosa, che sia un ideale o un concetto religioso, è per l’essere umano una necessità assoluta. O così sembra. Fin dagli albori della civiltà, esso è stato immerso, non per propria volontà, in un mondo sconosciuto a volte ostile e spesso pericoloso. E pertanto si è cercato di rendere intellegibile l’ignoto, si è cercato di comprenderne i meccanismi principali per poter quindi non più subire, ma agire in questo strano e straordinario universo.

Cosa ci lega uno all’altro?

Cosa ci distingue dalle fiere selvatiche?

Da cosa nasce e perché nasce questo bisogno così forte di unione?

Perché al tempo stesso esso è quasi oscurato da una forza ossessiva, da una tenebrosa volontà di spezzare l’altro, di dominarlo e di sopraffarlo?

Ecco che in risposta a questi quesiti esistenziali nasce, quasi spontaneamente, la dicotomia bene e male, ordine e disordine, quasi in risposta a questi drammi mentali. Buio e luce si rincorrono, via della tenebra e via della fiamma lottano una contro l’altro per ottenere il premio finale: l’uomo. Del resto fu la fiamma o il fuoco il primo elemento oggetto di venerazione, capace di scaldare le nostre membra, cosi come la nostra anima con le sue guizzanti lingue brillanti, capace di allontanare le ombre e i pericoli che questi  portavano sempre con sè.  Pericoli presenti soprattutto nella nostra quasi schizofrenica percezione dell’altro e che ci ha quasi costretto a schematizzarli in  amico/ nemico.

E cosa dire mai di signora morte?

Cosi terrorizzante e al tempo stesso così affascinante, una prospettiva misteriosa e crudele da dover essere affrontata soltanto con l’arma della speranza in una possibile differenza di  rinascita, magari in una forma diversa.  Del resto se la stessa natura, che la base e il contesto dei nostri gesti, movimenti e della sperimentazione dei nostri sensi, alberi piante e fori capaci di sbocciare nuovamente a primavera, in barba al gelo mortale dell’inverno, perché non l’uomo?

Ed ecco che dalle retrovie della paura, della curiosità e delle domande inespresse nascono le religioni e i suoi eterei rappresentanti, i sacerdoti, dotati del potere dell’infallibilità, prescelti dalla forza superiore come suoi emissari. E’ scontato affermare come ogni religione, cercando di dare un’ organizzazione, una coerenza, una spiegazione ai cicli vitali, all’origine dell’uomo, ai legami tra noi e il numinoso, abbia dato vita a una miriade di percezioni diverse, ognuna incarnatasi in una diversa e aliena divinità. Dei e dee, numi e angeli, esseri di luce e esseri di tenebra, corti fatate e corti maledette, demoni e giganti. Tutti i protagonisti del nostro bellissimo folclore. E da questi nacquero i credi, e i credi si mutarono in dogmi e i dogmi decisero cosa era vero o cosa no, cosa era giusto e cosa sbagliato. Ma soprattutto chi peccava e chi era devoto. E chi era malvagio e chi santo.

Perché per poter sopravvivere al costante movimento della vita, al suo incessante cambiare, le religioni hanno bisogno tuttora di una bizzarra figura, creata dalla mente umana: il nemico, l’entità maligna, il dissidente, l’eretico e il ribelle.

Perché vi racconto questo?

Perché il libro va oltre il lato fantasy. Il testo attraverso grandi gesta di condottieri mitici, amori, vendette, guerre, tormenti, dati scenografici, entità misteriose, attraverso una spettacolare rivisitazione della storia antica ci racconta proprio del lato oscuro di questo inconscio bisogno umano: tutti diveniamo prima o poi vittime dell’imbroglio per eccellenza, quello della religione. Che più di una necessità dell’anima diviene paravento molto paraculo di bisogni molto più prosaici: potere, denaro, volontà di vendetta, frustrazioni, voglia di riscatto, senso di inadeguatezza.

E chi meglio di un sacerdote, colui che occupa una posizione che è quasi di stampo divino può soddisfarci?

Kat Ross lo sa benissimo. Ha lavorato all’ONU e di finte guerre religiose ne ha viste. Ha visto falsi idoli venerati come reali, ha visto ideologia che profumavano non solo di sangue ma di denaro e petrolio. Ha visto etnie scontrarsi in virtù di una semplice favola scritta e tacciata da verità assoluta. Ha visto uomini considerati crudeli da sopprimere per il bene dell’umanità. Ha visto bambini legati ai loro aguzzini perché convinti di essere il male assoluto. Ha visto paesi sfruttati sottomessi, uccisi nella loro dignità e finti difensori dell’ordine usarli cosi come i Water Dog usano i Daeva. Ha visto uomini convinti profondamente, da un’educazione melliflua e scorretta , di essere il male e di meritarsi la schiavitù. Di daeva oggi è pieno il mondo,  cosi come è piano di idee preconcette, di pregiudizi incrollabili a cui gli stessi sottomessi credono. Ma nessuno conosce la vera origine dell’uomo, di dio e dei mondi a esso connessi, di cui lui unico creatore e artefice diviene bestemmiato dai suoi stessi credenti. Perché se Dio è inattaccabile, se dio è amore, se dio è ordine come può esistere e essere concepito qualcosa che non sia assolutamente perfetto?

E se tutti seguono la via della fiamma (che non è altro che la religione di oggi buoni pensieri, buone azioni,) perché accanto alla loro superficiale devozione esistono sfruttamenti?

Perché esiste la brutalità?

Se l’uomo è davvero più importante di ogni dogma perché il dogma sconfigge sempre l’uomo?

Nazafreen vede tutto questo. Nazafreen vede bambini convinti fin da piccoli di essere parte di un peccato che gli stessi sacerdoti perpetuano. Nazafreen è l’eretica che vede senza pastoie di un occhiale oscurato e pieno di pregiudizi vede la realtà e si fa domande. Si chiede perché esista il limite fino a spingersi verso esso, verso la sua pericolosità fino a scottarsi. E sapete cosa fa di quel potere chiamato il quinto elemento?

Lo usa per liberare le vittime, i daeva accusati, da non si sa chi, di essere spettri malvagi, libera bambini e libera persone da coloro a cui è stato tolto il libero arbitrio. Non li salva, lascia che siano loro a scegliere, se amare, se odiare, se abbracciare l’ombra, ma se devono scegliere devono farlo senza erronee idee di sé. Devono amarsi, vedersi e decidere loro stessi chi essere.

Kate Ross si sente,  in questo secondo libro,  una voce sarcastica e ben nitida. Si sente un vento di eresia che è come un effluvio di fiori in mezzo al marcio. Perché il mondo raccontato non è poi così lontano dal nostro, non è per nulla distopico né fantastico, ma è un mondo vero e lo vediamo solo se abbiamo voglia di vederli. È  in un mondo in cui

dio non c’era

e giurava di esserci

e non c’era.

Roberto Vecchioni

 

C’è tanto in questo testo ma non dio. C’è una donna che impara a dubitare, a dire non ci sei e a urlare perché l’hanno fregata. È una donna che forse ha perso un credo ma ha guadagnato tanto in coscienza. Perché anche se quel credo, impersonato da un ambiguo profeta le dice, quello è il mostro, quello è il nemico, lei osserva e sa dire no, non lo è. Forse lo diventerà ma non sarà una maledizione o una nascita dannata. Sarà una scelta. Una sua sacra scelta.

E vorrei tanto che alcuni di voi leggendo questo libro, diventassero come Nazafreen, cosi umane e cosi libera di contestare. E di amare fottendosene di catene e dogmi.

Perché religione divenga sì legame, ma mai costrizione.

Potrei aggiungere mille aggettivi per descriverne la bellezza, lo stile incantevole di Kat Ross. Ma ogni parola sarebbe vana, sarebbe limitante, sarebbe solo un suono capace di confondersi con tanti altri suoni. Ci sono libri che devono essere indefinibili, non catalogabili, pertanto eterni. Ed è in questa loro realtà e al tempo stesso evanescenza che si cela la loro preziosità: appartengono non a una data storica, a un contesto sociale, ma all’uomo, quell’uomo che nonostante il fluire del tempo, sarà sempre più grande di stelle e angeli, coronato, nonostante i suoi difetti, da gloria e onore. E soprattutto da dignità. Leggetelo.

Non ve ne pentirete.

 

 

 

 

Dati libro 

TITOLO: Blood of the Prophet (Il Quarto Elemento – Libro Secondo)

AUTRICE: Kat Ross

GENERE: Fantasy

PAGINE: 306

PREZZO: 3,99 ebook (gratis per Kindle Unlimited) 14,90 cartaceo

DATA DI USCITA: 08/12/2017

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