La rubrica Viaggi attraverso la storia presenta “Le bandiere perdute di Dante”. A cura di Alfredo Betocchi

Bandiere di Dante

Tutti sappiamo quanta poca sensibilità e quanta superficialità c’è in Italia nel trattare l’argomento delle bandiere. Forse nell’Ottocento c’era più considerazione perché i vessilli erano visti nell’ottica irredentista del Risorgimento. Quante volte abbiamo visto su stampe antiche feste imbandierate, città, castelli e perfino casali in campagna pavesati di cento bandiere, appese, ondeggianti o sventolate dalla gente.

Col passare degli anni e con il calare del sentimento patriottico per la nazione, dovuto soprattutto alla reazione, nel secondo dopoguerra, dell’esasperato sciovinismo del passato regime, è caduta anche l’attenzione verso i suoi simboli.

Negli anni ’70, a seguito dei successi calcistici della nostra nazionale, il tricolore riapparve nelle nostre strade e sui balconi.

Fortunatamente negli ultimi tempi, con il risveglio della coscienza nazionale promossa dal nostro Presidente della Repubblica, il più amato di tutti i precedenti Capi di Stato italiani, (fatta eccezione forse per Azeglio Ciampi), si è assistito a dimostrazioni popolari in cui l’esposizione della bandiera è stata la più considerevole espressione.

Tuttavia, l’incuria e il disinteresse verso tale simbolo hanno prodotto in passato immensi danni al nostro patrimonio vessillologico.

Ed ecco una storia emblematica di quanto l’indifferenza degli uomini incida nella distruzione dei preziosi cimeli del passato.

Nel maggio 1865 venne celebrata a Firenze appena proclamata capitale d’Italia, una grandiosa festa per il 6° Centenario della nascita del Divino Poeta Dante Alighieri, con la presenza del re Vittorio Emanuele II e la partecipazione di centinaia di delegazioni provenienti da tutta Italia, soprattutto da quelle regione da poco liberate in seguito alla Seconda Guerra d’Indipendenza. 

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Ogni delegazione, formata da sindaci, presidenti di Province, rappresentanti di Accademie culturali, Istituti scolastici, Società operaie e ogni sorta di organizzazioni civiche, portò con sé una bandiera con i colori nazionali o del proprio ente. Alla fine della celebrazione, tutte queste bandiere e gonfaloni furono donate alla città di Firenze e depositate in un ambiente di proprietà comunale.

Nel 1869, appena otto anni dopo l’Unità d’Italia, mentre Firenze era ancora Capitale, la raccolta di vessilli e gonfaloni, in numero di 370, venne depositata presso il Reale Museo annesso alla Chiesa di San Marco, la stessa da dove nel ‘400 governò Girolamo Savonarola e nella quale soggiornò negli anni ’70 del secolo scorso, prima di morire, il Sindaco in odore di santità, Giorgio La Pira.

Anche allora la burocrazia non è che fosse un fulmine. Dal giorno della donazione, ci vollero quattro anni buoni prima di vedere le bandiere in mostra al Museo.

Le bandiere furono esposte in un ambiente attiguo alla Biblioteca Monumentale, nella quale, detto per inciso, anch’io ho lavorato con tanti altri giovani al restauro delle pagine infangate dei testi antichi, nel novembre del 1966, dopo l’alluvione che spazzò tutta la città.

Le bandiere rimasero in quell’ambiente fino al 1878, dopo di che il Comune pensò bene di trasferirli in un’altra più prestigiosa sede: in Palazzo Vecchio, luogo preposto al governo cittadino. Essi furono sistemati prima nella Sala dei Gigli, così detta per i fiordalisi d’oro su fondo azzurro sulle pareti affrescate in onore del Re d Francia da Benedetto da Maiano nel ‘400 poi nella Sala delle Bandiere, cosi detta appunto per le bandiere ivi esposte.

Nel 1908, le bandiere furono traslocate ancora nel Museo del Risorgimento seguendolo poi, nei suoi vari spostamenti, da Palazzo Vecchio a Casa Buonarroti, l’antica dimora del celebre Michelangelo.

Il Museo del Risorgimento venne spostato, e con esso le bandiere, presso il Collegio Militare di Via della Scala, nei pressi della Stazione, dove oggi c’è la Scuola per allievi sottufficiali dei Carabinieri. Infine, dal Collegio Militare, il Museo del Risorgimento fu nuovamente trasferito in locali annessi alla Chiesa di Santa Maria Novella, non lontano da lì.

Nel 1938, il Museo venne smantellato e le opere d’arte e i cimeli di proprietà del Comune finirono in parte nei magazzini e in parte in depositi presso altri istituti, come la Biblioteca ed Archivio del Risorgimento, a tutt’oggi nel complesso dell’ex monastero delle Oblate, nei pressi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova. E’ questo il caso delle nostre bandiere. Nel 1953, in occasione della mostra “Firenze Capitale d’Italia” ospitata in Palazzo Pitti, antica residenza dei Granduchi di Lorena e del Re d’Italia tra il 1865 e il 1870, furono esposte 370 bandiere e nel catalogo della mostra sono state indicate come provenienti dalla Biblioteca e Archivio del Risorgimento. 

 

Poi, in quel tragico avvenimento che fu chiamato “l’Alluvione di Firenze”, la preziosa raccolta subì gravi danni. La protezione civile e “gli Angeli del fango”, così si chiamarono i volontari, si adoperarono generosamente per alleviare gli immensi disagi della popolazione e per salvare i capolavori dell’arte e della scultura. Ovviamente, nessuno ebbe un piccolo pensiero per gli antichi e gloriosi vessilli che tuttavia non furono portati via dalla furia delle acque e dispersi in Arno come si credette per molti decenni ma semplicemente spariti dalla memoria collettiva.

Poi, all’improvviso e sicuramente per caso, la sovraintendente di Palazzo Pitti, già reggia del re d’Italia nel quinquennio 1865-70 di Firenze Capitale,accompagnata da un professore della Scuola Normale Superiore di Pisa, scoprì nei sotterranei del palazzo decine di casse lunghissime. Aperte alcune di esse si trovò dove erano finite le famose bandiere scomparse. La gioia di aver ritrovato quelle illustre bandiere credute perdute fu unanime tra gli intellettuali e i politici italiani e la sua eco arrivò fino ai massimi livelli, fino al Presidente della Repubblica che volle un Convegno dedicato proprio a quell’evento così straordinario. Il 15 ottobre 2013, in Palazzo Vecchio, a Firenze, nel Salone de’ Dugento, parlarono illustri studiosi di Storia Patria e di Vessillologia mentre il Presidente della Repubblica inviò un messaggio di plauso. Purtroppo nessuna delle bandiere ritrovate potè essere messa in mostra a causa del loro precario stato di conservazione. Il restauro sarà lungo e costoso. 

 

 

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La sezione articoli, Viaggi attraverso la storia presenta ““Una goccia come Sinfonia”. A cura di Alfredo Betocchi

21 marzo dell’anno quattrocentomila a. C., verso le sette di sera.

Il tramonto era sopraggiunto da poco e l’aria era fredda. Sul cielo era sorta una grande luna gialla. I lupi ululavano e i piccoli mammiferi notturni uscivano dalle loro tane per la caccia giornaliera.

La famiglia di Bug

La caverna, dove viveva Bug con la sua famiglia, era accogliente e calda. 

Gab, la sua femmina, era seduta con le spalle alla parete e mordeva una pelle di cervo per ammorbidirla e conciarla. I piccini si rotolavano in terra, mordendosi l’un l’altro e cacciando brevi gridolini di gioia.

Bug era concentrato a tracciare con un sasso disegni ben auguranti sulla scura parete.

Ad un tratto, qualcosa giunse al suo orecchio; la sua mano si bloccò a mezz’aria, i suoi sensi si raffinarono per sentire meglio. Il chiasso dei tre piccoli, però, gli impediva di sentire bene. Si girò verso di loro e grugnì un ordine.

I cuccioli si fermarono di mala voglia, guardando la mamma che non si mosse ma girò il viso verso il marito, con aria interrogativa.

Bug s’avvicinò lentamente, senza fare rumore, verso il fondo della caverna.

Uno sgocciolìo lo attirava sempre più verso l’oscura fine della spelonca:

Plin, plin, plin…” il suono affascinava Bug che sentiva dentro di sé una cadenza sempre più prepotente. Con il sasso in una mano iniziò a battere sulla parete all’unisono con le gocce e la cosa cominciò a piacergli.

Bug

Plin… toc…plin…toc…plin…toc” . Il movimento non dava tregua; poi egli si fermò. “Plin, plin…” Bug battè due volte il sasso contro la parete per ogni goccia che sentiva. “Plin, toc-toc, plin, toc-toc”

Il gioco cominciava a divertire anche i bambini che iniziarono a battere i piedi al ritmo della pietra: “Plin, toc-toc, tump-tump, plin, toc-toc, tump-tump…”

La femmina, seduta, smise di masticare e, affascinata dal nuovo passatempo degli altri, battè la mano su una coscia nuda: “Ciac… ciac!”

Bug sorrideva, i bambini si divertivano e anche la mamma ci prese gusto.

Plin, toc-toc, tump-tump, ciac, plin, toc-toc, tump-tump, ciac!”

Bug, l’ominide, aveva così inventato il Ritmo della Musica.

La musica non è un linguaggio delle passioni, come teorizzavano i filosofi e Darwin stesso nell’800, ma una qualsivoglia sensazione e l’espressione di una energia nervosa la quale, nei primitivi, si realizzò con la ripetizione d’una stessa nota e di un piccolo intervallo, che donava un piacere inconscio e una irrefrenabile voglia di muoversi a quel ritmo.

Nasceva, perciò, insieme al ritmo anche il ballo.

Nelle più antiche raffigurazioni di esseri umani, si trovano spessissimo individui con le braccia slanciate in varie direzioni e i piedi divaricati; cos’è se non il disegno di una persona che balla? Non esiste comunità umana, anche antichissima, che non abbia espresso con il ballo e suoni ritmici l’insopprimibile voglia di muoversi.

I motivi erano generalmente religiosi o guerreschi. Le musiche potevano essere lugubri e lenti o sfrenate e selvagge.

I popoli primitivi scoprirono presto il vantaggio di “accompagnare” il ritmo battendo legni o pietre su rocce o tronchi cavi. La cadenza era facilitata e i piedi si muovevano con più scioltezza.

Gli strumenti a fiato videro la luce quando un cacciatore soffiò a tutta forza dentro un corno bucato di qualche grosso mammifero.

 

Flauto primitivo

Le donne, poi, che hanno una spiccata propensione per il divertimento e sono tendenzialmente più allegre, partecipavano volentieri a questa nuova attività della tribù. Chissà che non siano state proprio loro a inventare il flauto, scavando nelle lunghe sere d’inverno, piccole canne o ossa d’animale. 

 

Sicuramente gli strumenti a corda sono stati un’invenzione maschile. La vibrazione del nervo d’animale vicino all’orecchio del cacciatore quando l’arco rilascia la sua freccia dette l’idea di una nuova dimensione del suono. Quando il nervo fu messo sopra un corpo di risonanza (un guscio di testuggine ?), la sua vibrazione sonora aumentò ed ecco comparire prima la Lyra (secondo i Greci inventata dal dio Ermes) e poi gli altri strumenti più articolati.

Quantunque le notizie sulla musica dei popoli primitivi siano molto scarse, si deve riconoscere che gli archeologi hanno potuto darcene una idea abbastanza esatta grazie ai ritrovamenti di tombe, ai graffiti nelle caverne ed ai primi disegni sulle stoviglie di terracotta. Per molte migliaia di anni la situazione non cambiò: canti ritmici, strumenti a percussione e poche innovazioni musicali. Poi la storia entrò prepotentemente sulla scena e … la Musica cambiò musica!

Già i Greci e i Romani, per non parlare della raffinata civiltà degli Egiziani, fecero fare passi da giganti all’arte musicale. 

 

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Infine la vera invenzione, dovuta ai Greci, che fece scalpore e che mise fine alla preistoria della Musica, fu la “Notazione” ossia il poter trasferire sulla carta i suoni, così impalpabili ed effimeri, rendendoli eterni.

Oggi non ci rimane che ringraziare Bug e la sua famigliola per il geniale contributo all’invenzione del ritmo e alla gioia che hanno donato a tutta l’umanità.

 

 

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Alfredo Betocchi, scrittore fiorentino, è l’autore di una Trilogia delle streghe che comprende: “L’OROLOGIO DELLA TORRE ANTICA”, “LA MAGA TARA” e “SELINA, L’ULTIMA STREGA”. Nel 2018 è uscito il suo ultimo romanzo dal titolo “RAMESSE XI”.

La rubrica i nostri articoli, Viaggio nella storia presenta: “MONACHE E DEMONI”. A cura di Alfredo Betocchi

 

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Da quando l’Umanità ha scelto di soffocare le proprie naturali pulsioni sessuali a causa delle credenze religiose, è andata incontro a infinite sofferenze e spesso anche alla morte.

Numerosi articoli e libri sono stati pubblicati nei secoli passati intorno al fenomeno della corruzione che albergava nei conventi abitati da suore (per non parlare dei conventi di frati). Lo scandalo derivava principalmente dalla consuetudine di rinchiudere giovinette, contro la loro volontà e per decisione di famiglie facoltose, in monasteri e conventi con lo scopo palese o segreto di destinare il patrimonio unicamente al primogenito. Se troppo oneroso per le famiglie accollarsi le spese di un matrimonio, la scorciatoia era la scelta sciagurata di mandare figlie, spesso minorenni in convento. Questa pessima abitudine risale forse a tempi molto antichi, forse prima del Mille, sicuramente dopo l’avvento del Cristianesimo.

Solo le vestali sono un esempio dalla fondazione di Roma oltre alla punizione per alcune imperatrici, come Galla Placidia, di essere rinchiuse in un convento.

Il fenomeno ebbe uno sviluppo tumultuoso dopo il Mille, creando migliaia di sfortunate recluse loro malgrado. Non che le femmine rimaste nelle case avessero una sorte migliore: condannate tra quattro mura, dovevano dedicarsi ai lavori domestici o a quelle dei campi se di famiglie contadine.

Tutto questo doveva per forza sfociare in una esplosiva situazione nella quale la violenza, sia essa psicologica che fisica e la trasgressione, conduceva il più delle volte quelle sfortunate ragazze alle punizioni più crudeli se non alla morte.

Ci sono innumerevoli esempi di grossi scandali scoppiati nel ‘500, ‘600 e ‘700 documentati da registrazioni d’archivio e ancora reperibili da chi se ne interessa.

Il caso più famoso, “La Monaca di Monza” é riportato da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi” che scelse di chiamare la religiosa coinvolta, Gertrude.

In realtà la protagonista era Marianna de Leyla .

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La ragazza, rimasta orfana di madre durante la peste del 1576, fu convinta dal padre Don Martin De Leyla, cavaliere spagnolo abitante a Milano, a entrare in convento. L’uomo contava così di evitare il matrimonio della figlia per continuare ad amministrare le proprietà di famiglia senza doverle dividere con un genero.

Marianna all’inizio fu attratta dalla vita monacale, della quale non conosceva nulla e nel settembre del 1591 prese il velo, adottando il nome di Suor Maria Virginia nel Monastero Benedettino di S. Margherita a Monza .

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Una sera, mentre passeggiava nel giardino, udì parole dolci scambiate dalla consorella Isabella degli Ortensi con un certo Gian Paolo Osio, noto libertino e di carattere violento, che aveva pendenze con la Giustizia .

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Maria Virginia rimase fortemente turbata dalle parole del giovane affabulatore e ogni sera prese a spiare i due amanti. Alla fine si innamorò talmente ddi Gian Paolo che, gelosa, avvisò la Madre Badessa della illecita relazione di Suor Isabella. La religiosa colpevole venne prontamente trasferita in un altro convento.

Osio, venuto a sapere chi era l’autrice della soffiata, volle vendicarsi. Prima le mandò un biglietto d’amore compromettente poi uccise in duello, per rappresaglia, un segretario dei feudi dei De Leyla.

Maria Virginia, venuta a conoscenza del delitto, scrisse al giudice di Monza denunciandolo e chiedendone l’arresto. Ma al convento si presentò la madre di Gian Paolo supplicando clemenza e, mossa a pietà, Maria Virginia chiese al giudice una proroga. Gian Paolo venne scarcerato e corse al monastero per ringraziarla…fu amore a prima vista! “La sventurata rispose” come ebbe a scrivere il Manzoni.

Nonostante che la relazione peccaminosa fosse conosciuta nel monastero, nessuna suora voleva inimicarsi la potente famiglia spagnola.

La Lombardia era, infatti sottoposta al dominio della Spagna di Carlo V attraverso un Governatore.

L’intrigo amoroso durò dal 1597 al 1607, ben dieci anni di bollenti incontri carnali.

Suor Maria Virginia ebbe un bambino, nato morto, e una figlia che, consegnata allo scellerato amante, questi procurò di farla sparire. La torbida faccenda fu denunciata nel 1606 quando una conversa, tale Caterina de Meda, messa in punizione pur proclamandosi innocente, affermò ad alta voce che “altre avrebbero ben meritato di stare in prigione per la loro scandalosa condotta. Denunzierò tutto al Vicario delle Benedettine, appena sarò fuori di qui!” Ma la povera Caterina non fece in tempo. Osio, entrato di nascosto nel convento, le spaccò la testa con un tubo di ferro, mise il corpo in un sacco e lo trascinò fino a casa sua dove lo tagliò a pezzi e lo fece sparire.

Un anno dopo, Osio dovette ricorrere a un nuovo delitto per chiudere la bocca allo speziale Rainerio Roncino che aveva dichiarato a conoscenti che lui, sulla Signora, come si faceva chiamare Maria Virginia, “ne sapeva molto”. Osio non si fece scrupoli, gli sparò un colpo d’archibugio e lo zittì per sempre.

L’Arcivescovo Federico Borromeo aveva però udito troppe insinuazioni concordanti e ordinò quindi un’ispezione al monastero il 15 novembre 1607.

Alcune sorelle rivelarono la tresca e Maria Virginia venne arrestata e rinchiusa in una segreta di Santa Maria Valeria a Milano. Osio non era uomo da farsi pizzicare così facilmente e sfuggì agli sbirri non senza prima vendicarsi, uccidendo le due suore che l’avevano aiutato a uccidere suor Caterina. Affogò la prima nel fiume Lambro e ferì gravemente la seconda. Poi sparì.

Un anno dopo, iniziò il processo contro di lui in contumacia presso il Tribunale civile spagnolo. Fu condannato all’impiccagione previo taglio della mano destra dinanzi al monastero. In attesa di arrestarlo, i giudici misero una grossa taglia sul suo capo. Questo fatto fu decisivo per la sua fine.

Un amico di Gian Paolo Osio lo tradì, tendendogli una trappola attirandolo in una cantina della città, dove fu catturato e decapitato per riscuotere la somma.

Il Tribunale, avuta la testa del reo, si limitò a abbattergli la casa e ad alzare al suo posto una “colonna infame”.

A Marianna de Leyla andò peggio: fu accusata d’omicidio volontario della conversa Caterina De Meda, di essersi unita carnalmente con Gian Paolo Osio con l’aggravante del sacrilegio del voto di castità, d’aver praticato atti magici per legarsi all’amante e infine per sospetta complicità nell’omicidio dello speziale Roncino.

Il Tribunale la condannò “alla penitenza della perpetua prigionia in Milano, e doveva lì dimorarvi finchè avrà vita, il giorno e la notte. Non potrà mai uscire e nessuno avrà mai facoltà di cavarla fuori!”

Il cardinale Borromeo andò a visitarla anni dopo e, preso da pietà e avendo capito il suo sincero pentimento, la fece trasferire nel convento di Santa Valeria dove essa morì nel 1650 all’età di settantacinque anni.

Le cronache registrate negli archivi vescovili riportano innumerevoli esempi di questi scandali in molte città italiane e perfino all’estero, soprattutto in Francia.

Chi fosse interessato ad approfondire il tema, può consultare la biblioteca Marciana di Venezia o lo studio di Claudio dell’Orso intitolato “I segreti dei conventi” pubblicato nel 2001 sul n° 2 di “Storia & Misteri” al quale questo articolo si è ispirato.

Note

Alfredo Betocchi, scrittore fiorentino, è l’autore di una Trilogia delle streghe che comprende: “L’OROLOGIO DELLA TORRE ANTICA”, “LA MAGA TARA” e “SELINA, L’ULTIMA STREGA”. Nel 2018 è uscito il suo ultimo romanzo dal titolo “RAMESSE XI”.

“Discorso sul fantasy: limiti e virtù del genere” A cura di Alessandra Micheli

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Una delle caratteristiche principali delle persone è quella di osservare sempre la pagliuzza negli occhi dell’altro senza mai comprendere che il proprio occhio ha una trave enorme.

Manca non tanto il dialogo, manca la volontà di considerare l’altro un vero interlocutore.

Di dialoghi, di comunicazioni sui social specialmente, ce ne sono a iosa. Io propongo la mia visione e tu o rispondi contestandola e qui di mettendo un muro allo scambio, o sei in religioso silenzio a inebriarti delle parole del guru di turno.

Questo presuppone che, non hai la comunicazione atta a trasformare l’informazione in esso contenuta, quanto a presentarla come l’unica l’alternativa valida e possibile.

E questo nell’ottica della contrapposizione e della sopraffazione. Ecco che non manca il dialogo, manca il dialogo costrittivo e non aggressivo.

Nel campo della letteratura, che dovrebbe essere fulgido esempio di virtù e etica, si assiste a un proliferare di idee mutuata, pare da lettura di saggi e manuali.

Di un interpretazione letterale delle regole come se, oggi, la fantasia che dovrebbe essere il primo passo per la costrizione della narrazione, in fondo spaventi.

E non può ricordarmi questa tendenza l’idea che un certo islam ha dell’immaginazione.

Essa è considerata disordine, perché proponendo un’ altra visuale, un’ altra prospettiva, presuppone la possibilità neanche tanto remota, dello sfaldamento dei preconcetti che reggono le società. Attenzione, non quelle scaturite dal patto politico, ma quelle scaturite dai singoli cittadini che propongono la loro idea di decoro, di convenienza e di perbenismo.

Ecco esserci due società: la reale e la non scritta.

Una eretta secondo i criteri della logica e del bene comune, esorcizzando il terrore dell’eccesso di libertà.

L’altra chiusa, moraleggiante, morigerata che esorcizza il terrore del mutamento. La letteratura, nata dai menestrelli, ossia dalla tradizione orale con lo scopo di legittimare i cambiamenti che i tempi portano con sé, si è arroccata il diritto di decidere cosa è bene e cosa è male, cosa è in e cosa è out.

E tutto retto da complicità che non hanno assolutamente il profumo dell’arte.

Ma della commercializzazione, rendendo evidente come, oggi, la polis si stia imbarbarendo nel senso della tecnocrazia.

Pertanto contro un certo schema identitario, nel quale stento a riconoscermi, ho proposto una visione diversa della scrittura. Non granitica, non improntata alla reiterazione pedissequa di regole che dovrebbero agevolare il flusso dei pensieri, ma che in realtà sembrano ingabbiarlo che consistere in una eterna e fondamentale falsificazione del reale.

L’interesse sociologico ma anche umano della narrazione è nella sua capacità di filtrare gli oggetti reali, interpretandoli alla luce della percezione ( secondo gli studi di J. Ames) e propendendo, dunque un qualcosa che pur partendo dalla verosimiglianza se ne stacca riempendo di incongruenze.

La narrazione segue lo schema di emissario-messaggio-rumore- e ricezione.

Ma mentre il rumore nella comunicazione viene costantemente monitorato al fine di eliminarlo, affinché l’essenza del messaggi risulti pura e non degradata, nella letteratura è nel rumore, nelle incongruenze, nella mancanza di coerenza che si riversa il mondo che, a chi come me è fissato con psicologia e sociologia, interessa.

E’ nell’apparente distorsione del messaggio che ci cela l’universo da scoprire.

Pertanto, la creazione in ogni opera di significati e mondi che non aderiscono alla realtà, diviene la ragione d’esistere dell’attività del recensore, che lì, in quelle radici non logiche, i famosi residui parietani, trova materiale per arricchire il proprio mondo interiore e esteriore.

Neanche i generi più ammantati di realtà, come il verismo e lo storico, devono sfuggire alla legge che vuole la coerenza vivere affianco della fantasia sfrenata.

Neanche questi sfuggono alla capacità della mente di filtrare gli oggetti e gli elementi e trasformarli in percezione.

E la prosa narrativa è questa libertà umana di raccontare se stessi, la visione del mondo attraverso elementi che nella nostra mente conscia non troverebbe spazio o sarebbero aborriti come disordine.

Al contrario del saggio che si sforza di essere verosimile, la narrazione è essenza creativa in continua trasformazione.

Una delle polemiche che più infiammano gli animi è sicuramente quella che partendo da questi concetti, sostiene che nel fantasy tutto è possibile se si è in grado di maneggiare le tecniche narrative.

Vero?

Un falso aborrito dagli editor o dai seguaci del purismo letterario?

Ritengo quest’affermazione portante una verità inespressa e poco piacevole, che si scontra con il dogmatismo che, purtroppo, investe ogni idea che si fa ideologia.

Oggi l’ideologia del fantasy regna sovrana, tanto da far affannare provetti autori a spiegare in modo razionale le loro fantasie irrazionali.

Devo spiegarti la magia, le leggi di questo mondo e in cotal modo, si smetta di creare porte verso altri universi, laddove la regole devono per forza di cose, per esigenze emozionali essere stravolte.

Leggo perché voglio entrare in uno stato di sogno e la ragione deve scendere fino agli abissi della coscienza raccogliendo le forse per porre in critica il mio mondo “reale”. Presupponendo che il reale non esiste, ma lo facciamo esistere per non scendere nei meandri della pazzia.

Le leggi servono all’umano per muoversi attraverso un mondo un universo fatto di sottilissimi fili, di interconnessioni chiamate caso, casualità, costanti numeriche o semplicemente Dio.

La scienza serve per rendere intellegibile il mistero.

Se nella vita conscia dobbiamo credere all’oggettività a ogni costo, tradendo la parte oscura di noi, essa per non divenire assassina feroce deve essere titillata appunto dall’arte, dal bizzarro, dal non senso, dalla distorsione delle leggi umane.

Quale sono le leggi del fantasy?

Il fantasy deve essere verosimile.

Andiamo a indagare il senso etimologico di verosimile.


Verosimile ossia Conforme al vero, fino al punto da garantire la probabilità o la credibilità di un fatto anche non avvenuto, non documentato, non atteso.

Qua l’accento è dato sulla parola che regge l’intera struttura semantica: conforme non aderente al vero.

E questo perché conforme significa:

più o meno corrispondente nella forma o nell’aspetto.

Più o meno, non totalmente.

Quindi il fantasy può permettersi un volo pindarico.

 

Se fosse reo di aver fallito nella sua comunicazione si sarebbe detto: aderente al vero:

Che è a stretto contatto, attaccato, Strettamente corrispondente.


Capite la differenza?

Altra idea.

Il fantasy deve essere credibile.

Ora, uno scritto per essere credibile deve:essere:

Accettabile come vero, verosimile, attendibile.

Allora dove sta la credibilità di uno scritto che crea e costruisce altre leggi, altri mondi e considera validi assunti come magia e esistenza di stati evolutivi diversi da quelli accertati dalla scienza?

Se la credibilità è riferita alla trama allora si sfalda tutto il discorso sulla narrazione: i libro diviene saggio, ossia resoconto documentato di un fatto dato per ipotesi.

Se invece riguarda la sua verità interna allora esige un dato fondamentale: il fantasy deve avere la capacità o meno di spingere il lettore a una libera scelta: la sospensione dell’incredulità.

E cos’è questa sospensione?

Arriva l’etimologia e svelarci l’arcano:

La sospensione dell’incredulità, o sospensione del dubbio (suspension of disbelief in inglese), è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia.

Ecco che la parola chiave la pietra d’angolo di tale forma narrativa, è proprio incongruenza.

Ossia mancanza di coerenza, quella che oggi è tanto invocata


Incongruenza: sostantivo femminile indicante mancanza di convenienza o coerenza o comportamento, discorso privo di Coerenza.

La coerenza, che è la base di molti scritti diviene un mero dato accessorio, se riguarda la forma può essere valida, tipo stile in prima persona che disturba se cambia improvvisamente in terza.

Coerenza come intima connessione e interdipendenza delle parti, intreccio fabula, significato.

Ma se si interpreta la coerenza come

Costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni.

Allora la sua validità decade.


Quindi, quali sono i criteri per giudicare valida un opera di fantasia?

Sostanzia,mente ritengo siamo vari, ma posso identificarli come espressione pura del carisma dell’autore che tramite il mezzo scrittura e le sue tecniche rende una fantasia degna di essere vissuta, sospendendo il giudizio logico.

Nel libro le parti devono danzare assieme con la stessa musica, senza sbalzi eccessivi di stile e di tensione. Presenza non cacofonica e equilibrata di incongruenze e al tempo stesso di reale, seppur falsato nell’interpretazione unica dell’autore.

Questo si esprime nel dato eterno del significato.

Ma sopratutto, il puro talento che riesce a farvi sorvolare la logica,la ragione per immergervi in un mondo che la vostra mente cosciente NON accetterebbe mai.

Leggere è e resta un atto di sospensione consapevole dello stato di veglia paragonabile al sogno.

 

LE CONTRADE SOPPRESSE DEL PALIO DI SIENA. A cura di ALFREDO BETOCCHI

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In occasione dell’imminente Corsa del Palio della settimana prossima, ho scritto questo interessante articolo che spero piacerà a tutti e soprattutto ai senesi.

Il Palio di Siena, che è forse la manifestazione storico-folcloristica di maggior richiamo nel mondo intero, viene tenuto due volte l’anno.

Com’è noto, consiste in una corsa sfrenata di cavalli che rappresentano dieci delle diciassette Contrade, cioè i quartieri nella quale è divisa la città.

Il “contradaiolo” sente un profondo attaccamento verso i colori della propria Contrada e ogni due luglio e sedici agosto si immerge in un tripudio di bandiere e di gonfaloni con i colori biamco e nero del Comune. Su tutte le finestre, ogni famiglia espone i colori della propria Contrada.

L’origine delle 17 Contrade che sono: l’Aquila, la Chiocciola, l’Onda, la Pantera, la Selva, la Tortuca, la Civetta, il Leocorno, il Nicchio, la Torre, il Valdimontone, il Bruco, il Drago, la Giraffa, l’Istrice, la Lupa, l’Oca, risale al XIII secolo ed è legata all’origine della Repubblica di Siena. 

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A quell’epoca, la città era divisa in Terzi: il primo detto “di Città”, il secondo detto “di San Martino” e il terzo detto “di Camollìa”, derivato dal latino “casa mulierum” – casa delle donne – a causa di un convento di monache situato in quel borgo.

Sin dal XII secolo era usanza, il 15 agosto, correre a cavallo per i vicoli stretti e tortuosi della città in onore della Madonna. Tale manifestazione si protrasse fino al 1861 quando fu soppressa per la sua pericolosità.

Nel secolo XV le Contrade, suddivisioni dei Terzi, iniziarono a contraddistinguersi con emblemi simboleggianti un animale, vero o fantastico. Questo nuovo “gioco” entusiasmò i senesi che vollero circondare i loro cari animali di colori e disegni fantasmagorici, creando così le bellissime bandiere che possiamo ammirare durante l’esibizione degli sbandieratori sulla Piazza del Campo.

In origine le Contrade erano ventitre e ciascuna di esser forniva una Compagnia militare che prendeva il nome da un santo o da un edificio del quartiere, pubblico o privato, e issava una propria insegna.

Di queste Contrade, sei furono via via soppresse durante il ‘600 per dare un assetto meno parcellizzato e più razionale alla suddivisione della città.

Le Contrade soppresse erano: “Il Gallo”, “il Leone”, “l’Orso”, “la Quercia”, “la contrada degli Spadaforte” e “la Vipera”.

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L’abolizione di queste Contrade è fatta risalire collettivamente all’anno 1675, tuttavia ciò è poco probabile poiché, tenuto conto di quanto contenuto nel “Libro di Balia” che registrava ogni avvenimento di cronaca o di ordine pubblico, queste Contrade erano già inattive prima di quella data.

Interessanti sono gli avvenimenti che portarono alla cancellazione della Contrada degli Spadaforte. Il suo nome deriva da uno dei Signori di Sticciano che aveva un palazzo nella zona. La Contrada ebbe origine dalla Corporazione dei Battilana.

La sua nascita ebbe una vicenda travagliata: il 23 giugno 1673 fu presentato in Balia (cioé all’autorità di polizia) da parte della Contrada della Torre, un esposto in cui si accusavano gli abitanti di San Martino, ove sorgeva il palazzo dei Signori di Sticciano, di volersi costituire in Contrada degli Spadaforte.

La contesa deve essere andata avanti per anni; infatti, ancora due anni dopo, gli Spadaforte si presentarono al Prato di Camollia (zona preposta all’assegnazione dei cavalli del Palio) per ricevere il cavallo per correre il Palio.

La Balia in quell’anno, per evitare disordini e conoscendo la prepotenza dei Signori di Sticciano, decise di non correre il Palio ma di offrirlo alla Madonna di Provenzano.

La statua d’origine quattrocentesca si trova nel duomo nel quartiere di Provenzano e a questa è dedicato il Palio del 2 luglio.

I Signori di Sticciano non si rassegnarono così facilmente alla decisione dell’autorità senese e tentarono a lungo di partecipare al Palio.

Ancora nel 1693, cioè ben vent’anni dopo il primo rifiuto, gli Spadaforte chiesero nuovamente di correre il Palio ma fu loro proibito definitivamente.

Le Contrade soppresse sono oggi comprese nei quartieri limitrofi e, a quanto se ne sa, nessuno rivendica più un’improbabile risorgimento.

Con questo articolo s’interrompe provvisoriamente, causa vacanze estive, la mia collaborazione con il Blog.

Vi do appuntamento per settembre con tanti altri interessanti e divertenti articoli.

AUGURO A TUTTI: BUONE VACANZE!

Alfredo Betocchi

“Garibaldi nel “Secondo Mondo” L’eroe in Sudamerica”. A cura di Alfredo Betocchi

 

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In quell’ultimo scorcio del 1835, la nave con le vele abbassate s’avvicinava velocemente alla costa brumosa del Brasile. Gli occhi azzurri del ventottenne guardavano assorti il porto di Rio che brulicava di gente e di merci. 

Nonostante la giovane età, Giuseppe aveva già sulle spalle una condanna a morte emessa dal Reale Tribunale di Genova per diserzione e alto tradimento.

Fra poche ore la città avrebbe salutato l’inizio dell’anno nuovo e Giuseppe ripensò alla famiglia perduta e a Nizza, la città dove aveva trascorso una felice fanciullezza1.

Sbarcato sul molo, si guardò intorno ma non riconobbe nessuna faccia nota poi una voce maschile lo fece voltare:

«Giuseppe! Benvenuto in America!» Era un ragazzone dall’accento ligure, accento di casa, che lo chiamava.

Rio De Janeiro, a quell’epoca abbondava di italiani e molti di loro erano liguri, suoi compatrioti. Il cuore gli si allargò e Giuseppe l’abbracciò fortissimamente. Anche l’amico ritrovato, Luigi Rossetti, era un patriota. Il giovane presentò Giuseppe ai molti esiliati italiani della città ed essendo un esperto marinaio mise ben presto su una piccola azienda di trasporti marittimi. Con i primi prestiti e un po’ di denaro risparmiato in Italia, comprò una tartana 2, iniziando a trasportare merci su e giù tra le coste del Brasile e dell’Argentina.

I tempi erano duri e gli affari non prosperavano. Giuseppe, spirito ribelle e con l’istinto dell’azione politica, si era intanto messo in contatto con i circoli mazziniani e rivoluzionari della zona. Tra gli altri, vi erano gli indipendentisti della ricca provincia brasiliana di Rio Grande do Sul 3

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Il Brasile a quell’epoca era un Impero dominato da una dinastia di origine portoghese. Proprio poco prima di quegli anni, l’Imperatore Pedro Primo di Baganza era morto lasciando un erede minorenne, il piccolo Pedro Secondo.

A causa della debolezza dello Stato, si erano riaccesi gli aneliti repubblicani e secessionisti di alcune delle regione periferiche del vasto impero.

Rio Grande do Sul fu la prima provincia che, con una rivolta coronata da successo, raggiunse l’indipendenza. Data la violenta reazione dei brasiliani, il neonato governo ribelle chiamò a raccolta tutti gli amanti della libertà e Giuseppe fu tra i primi, nel maggio 1837, ad accorrere a Porto Alegre, la capitale ribelle.

Data la sua esperienza di navigazione, gli fu concessa una patente di “corsa” nell’imminente guerra. Doveva perciò fare il Corsaro per conto della Repubblica.

Giuseppe, con soli dodici uomini, assalì coraggiosamente una goletta brasiliana carica di merci e se ne impadronì. Subito dopo, si diresse verso il porto di Maldonade, nel neutrale Uruguay, dove sperava di rivendere il carico a favore degli insorti ma, all’apparire delle due navi, il governatore locale, non volendo riconoscere la bandiera del Rio Grande, fece aprire il fuoco ai cannoni del porto.

A Giuseppe non rimase che la fuga. Dopo altri abbordaggi e altre battaglie, inseguito da numerose navi nemiche, continuò la sua guerra di “corsa” sui larghi e pescosi fiumi del Brasile, dell’Uruguay e dell’Argentina.

La situazione militare peggiorò quando anche l’Uruguay entrò in guerra contro la neonata Repubblica di Rio Grande.

Per Giuseppe fu un periodo pieno di peripezie e di rischi, stretto tra potenti flotte armate.

Un giorno fu ferito ma riuscì quasi miracolosamente, a sfuggire alla cattura.

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Si diresse in Argentina, anch’essa neutrale, ma le autorità lo fermarono perché combattente di una Repubblica non riconosciuta.

Fu ricoverato presso le carceri di Galeguay. Dopo il lungo e forzato riposo, Giuseppe, mai domo, tentò la fuga ma fu riacciuffato e crudelmente frustato per punizione. Dopo un breve periodo di detenzione, nel 1839, venne liberato.

Ritornò,con mezzi di fortuna e sotto falso nome a Porto Alegre, dove i compagni lo accolsero in trionfo. Il governo ribelle gli affidò, quindi, una piccola flottiglia con la quale riprendere le operazioni nella laguna riograndese e nell’Atlantico.

Un giorno, le truppe navali brasiliane circondarono la flottiglia nella laguna.

Con coraggio e faccia tosta, sbarcò e fece trasportare per terra le sue piccole imbarcazioni, attraversando la lingua di terra che lo divideva dal mare, salvando in tal modo sé stesso e la sua flotta dalla cattura.

Un’altra volta, invece, dovette dar fuoco alle sue navi, danneggiando gravemente anche quelle del nemico e salvando così nuovamente tutti i suoi compagni.

Continuò a combattere per tutto il 1840, ma oramai le sorti della piccola Repubblica erano segnate. Si ritirò perciò sotto falso nome a Montevideo, in Uruguay, mantenendosi dando lezione di algebra e geometria.

E’ in quel raro momento di pace che conobbe la bella Ana Maria Ribeiro da Silva, detta Anita, moglie di un pescatore brasiliano

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. Essa, impazzita d’amore per il biondo eroe italiano, lasciò il marito e fuggì con lui ignara della tragedia che avrebbe provocato. Il marito abbandonato cercò con tutti i mezzi di riavere indietro la donna infine, scoraggiato, morì di crepacuore.

Liberi da obblighi legali, la storia d’amore di Giuseppe e di Anita si concluse sull’altare il 16 marzo del 1842 a Montevideo.

Neanche la nascita di tre figli, Menotti, Teresita e Ricciotti, frenarono la pulsione guerresca di Garibaldi. Ben presto, con al fianco la bella Anita, potè riprendere il mestiere delle armi, arruolandosi al servizio dell’Ururguay in quella che fu detta “La Grande Guerra” con l’Argentina, governata dal dittatore Juan Manuel de Rosas.

Nel giugno del 1842, Giuseppe è al comando di tre navi. Con queste sfidò le preponderanti forze nemiche, talvolta vincendo, talvolta fuggendo sconfitto.

Ad agosto, dovette abbandonare definitivamente le sue navi per salvarsi la vita.

Assunse poi il comando di una nuova flottiglia ma, a novembre, la disfatta dell’esercito uruguayano rese inutile ogni ulteriore ostilità. Il dittatore Rosas, allora, assediò con numerose truppe Montevideo e Garibaldi accorse con i suoi compagni e l’intrepida Anita per dar man forte agli assediati.

Nell’aprile 1843 formò, con ottocento patrioti emigrati, una Legione Italiana issando un vessillo nero con un cerchio bianco, contenente un verde vulcano che eruttava lava rossa

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 Il nero era stato scelto da Garibaldi come colore di lutto per la lontana patria oppressa. I Legionari vestirono una casacca rossa, per la circostanza casuale di un blocco di camicie da macellaio destinato agli scannatoi argentini e rimasto disponibile a poco prezzo.

Nel novembre del 1845, con i suoi Legionari, sfuggì all’assedio e s’imbarcò su alcuni velieri, dirigendosi all’interno del fiume Uruguay fino a un luogo strategico chiamato “Il Salto” a causa di una grande cascata.

Lì il largo fiume si congiungeva a un immissario, detto San Antonio e, con questo nome, è passata alla storia la vittoria di Garibaldi sulle preponderanti truppe argentine, nel febbraio del 1846. Vittoria celebrata da tutto il Sudamerica e perfino nella lontana Europa e che gli diede la fama di generale invincibile.

Mazzini, da Londra, esaltò le gesta della Legione Italiana e a Firenze venne aperta perfino una sottoscrizione per una spada d’onore da donare a Garibaldi.

Erano ormai maturi i tempi che l’eroe dei Due Mondi abbandonasse il “Secondo Mondo” .

Il 15 aprile 1848 Giuseppe Garibaldi partì finalmente per Italia insieme ad Anita per iniziare l’avventura che lo porterà a coronare l’Unità del nostro Paese.

Note 

  1. 1Piccola imbarcazione di legno a un solo albero e con pochi remi,
  1. 2Ossia, Rio Grande del Sud che si trova tra il Brasile e l’Uruguay.
  1. 3 Nizza a quell’epoca faceva parte della regione ligure nel Regno di Sardegna.

“Storie di vampiri”. A cura di Alfredo Betocchi

Twilight

 

Chi non conosce la saga di “Twilight”, famosa pellicola del 2008 e ancora sull’onda del successo, ispirato all’omonimo libro di Stephanie Meyer? 

I bravi interpreti, Kristen Stewart e Robert Pattinson, hanno entusiasmato folle di giovani persi dietro le loro romantiche disavventure.

Migliaia di ragazzi e di ragazze sono stati plagiati dalla trama del film, atteggiandosi sui social a improbabili vampiri, creando Blog e Pagine su Facebook e Twitter, partecipando a feste in costume e dipingendosi il volto con dentini aguzzi da cui colano rivoli di sangue finto.

La credenza dell’esistenza dei vampiri ha un’origine molto antica e diffusa tra tutti i popoli della Terra. Dagli antichi greci al vudù haitiano, dal folklore degli indios cileni ai miti dell’Europa centromeridionale, i vampiri succhiatori di sangue umano hanno sempre affascinato le genti superstiziose e primitive.

Perfino nella bella Toscana è nata una leggende vampiresca secondo la quale, vicino Volterra, esisterebbe un masso da cui, nottetempo, escono delle figure ammantate di neri mantelli macchiati di sangue che terrorizzano i viandanti. Il masso ha un’apertura da cui, si dice, escano le fattucchiere di Mandringa.

Ma il vero Principe delle Tenebre è il personaggio creato nel 1897 da Bram Stoker.

Questa figura immaginaria, concepita dal bravo scrittore irlandese, ha oscurato tutti i miti precedenti, facendo dissolvere perfino il vero Dracula, eroe della riscossa romena contro gli invasori dell’Impero Ottomano.

Dracula, o meglio al secolo Vlad II Tepes, detto Dracul, il Dragone o il Diavolo e soprannominato graziosamente dal suo popolo l’Impalatore, nacque nel 1431 in Valacchia, regione della odierna Romania. 

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Come tutti i regnanti di quei tempo, fu un sanguinario tiranno e un eroe del suo popolo. Nel folklore tedesco, russo, ungherese e italiano, le gesta di Vlad Tepes sono ampiamente riportate. Non è, tuttavia, mai menzionato il suo vampirismo, anche se fu un tiranno spregiatore della vita umana oltre ogni limite.

Alcune delle leggende che circondano la sua figura narrano di come Vlad punisse coloro che lo offendevano. Per esempio, quando gli inviati turchi non si vollero togliere il turbante sulla testa dinanzi a lui fece inchiodare i copricapo sul loro cranio.

Era un tipo originale per l’epoca e sapeva cogliere le occasioni mondane per divertirsi a modo suo, come quando pranzava all’aperto tra le urla delle sue vittime impalate attorno alla tavola imbandita. 

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Di queste piacevolezze è piena la sua biografia, tuttavia in guerra era un autentico condottiero che seppe respingere le mire ottomane sulla Romania. Fu principe regnante della Valacchia in tre occasioni.

Spezzò l’egemonia dei tedeschi che dominavano la sua terra, affrontò coraggiosamente il potere più temuto dell’epoca: l’Impero Turco degli Ottomani.

Fu esiliato, perseguitato, incarcerato e condannato a morte. Governò con illustri monarchi, come Mattia Corvino, re d’Ungheria. Nonostante tutto questo, in tutti i documenti d’archivio che riportano la cronaca delle sue gesta, non vi è una parola sul suo presunto vampirismo. Gli furono attribuiti terribili massacri sanguinari, ma restava pur sempre un guerriero e un monarca. Mai si sognò di bere il sangue delle sue vittime, come invece erano usi fare i khan mongoli.

Dracula” nasce, perciò, interamente dalla formidabile penna di Bram Stoker, un gentleman educato, colto, signorile. Prima studente brillante al Trinity College di Oxford, poi semplice impiegato negli Uffici di Sua Maestà Britannica.

Appassionato di teatro, conobbe il vampirismo dopo aver letto il romanzo “Carmilla”, scritto da Joseph Le Fanu nel 1872.

Storia cupa e sanguinaria dell’agghiacciante e bella vampira Carmilla che, come Dracula, succhiava il sangue alle sue belle e giovani amiche fino a condurle nella tomba. Stoker si appassionò all’argomento, per lui fino a quel momento sconosciuto.

Nelle sue ricerche d’archivio, s’imbattè nel nostro “Eroe Valacco” e fu subito colpo di fulmine. Il nome e le efferate vicende del tiranno rumeno attirarono come una calamita la fantasia di mister Stoker.

Nacque così “Dracula” pubblicato nel 1897 e destinato a un successo che pochi altri libri avrebbero avuto in seguito. Stoker seppe immaginare il vampiro e tutte le regole e le usanze che, da allora, sono prescritte agli uomini nei confronti dei morti viventi:

i canini aguzzi per mordere le loro vittime sul collo, preferibilmente belle e procaci ragazze; l’abilità dei vampiri nel trasformarsi in animali crudeli o della notte, pipistrelli e lupi mannari; la necessità di agire nel buio, l’evitare di sostare dinanzi agli specchi, da cui la loro immagine non viene riflessa ed il terrore per la luce solare che li annichilisce; poi i sistemi per allontanare i vampiri, l’aglio soprattutto e la croce; infine quelli per farli morire definitivamente, il paletto di frassino e le pallottole d’argento.

Da questa figura leggendaria di vampiro nacquero nel ventesimo secolo infinite varianti: vampiri femmine, gay, bambini, zombi, licantropi e perfino un gatto nero vampiro uscito dalla fantasia di lord Halifax nella prima metà del XX secolo 

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Il cinema s’impadronì quasi subito del ghiotto argomento, creando “Nosferatu” , film muto degli anni ’20; “Dracula”, film interpretato magistralmente dall’ungherese Bela Lugosi 

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vampiri comici e tonti come quello con Mel Brooks nel divertente “Per favore non mordermi sul collo” di Roman Polansky; il capolavoro “Dracula il vampiro” di Francis Ford Coppola, fino alla già citata saga “Twilight” che rinverdì il tema, innestando il genere romantico nella storia horror.

A differenza delle storie narrate al cinema negli anni passati, “Twilight” può avvalersi di infiniti veicoli di inserimento nell’interesse del pubblico.

I media oggi sono enormemente diffusi e quasi ogni persona può seguire e alimentare la propria febbre da vampiro, fino allo scoppiare del prossimo fenomeno mediatico ancora di là da venire.

 

“IO SONO IL RE DEL SUD AMERICA”. A cura di Alfredo Betocchi

 

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Questa è l’incredibile storia vera di un uomo, caparbio e sognatore, che fondò un regno e creò una dinastia che dura ancor’oggi.

Chi non ha mai sognato, una volta nella sua vita, di trovarsi in una selvaggia regione di magnifici panorami, dove alte montagne innevate fanno da contrasto a oscure giungle e aride pianure?

Ebbene, questa terra esiste e si chiama Araucania. il nome evoca foreste di conifere, alberi alti e belli, detti “araucaria”, abitati da coloratissimi pappagalli dal nome simile: “ara”.

In questa terra, divisa tra il Cile e l’Argentina, vive il popolo (… neanche a dirlo …) degli Araucani che parla una lingua detta “mapuce”. Provenienti dall’Argentina, gli Araucani si stanziarono in epoca precolombiana sul territorio che da loro prese il nome. (Fig. 1)

Mappa Araucania

Esso si trova a sud del fiume Bio-bio che scorre a meridione della città di Conception, allungandosi fino alle estreme propaggini delle Ande dove sconfinano nella Patagonia … insomma parecchio a sud, nel Sudamerica. L’Araucania fu un potente Stato sin dal 1400 e si oppose fieramente al potente Impero degli Incas. Al tempo della conquista degli Spagnoli, gli Araucani dettero parecchio filo da torcere al Conquistadores che, alla fine, dovettero di malanimo riconoscere la loro indipendenza. Quando sorsero le Repubbliche del Cile e dell’Argentina, nel XIX secolo, gli Araucani contrastarono duramente le truppe di questi due Stati che intendevano sottometterli.

Fu poco dopo che spuntò fuori un francese ricchissimo, altezzoso, aristocratico ma molto sognatore: Orélie-Antoine de Tounens (Fig. 2).

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Egli, dopo aver studiato la storia di quel popolo, ignoto in Europa, pianificò con alcuni amici, come lui nullafacenti, una conquista fulminante di quelle terre misteriose. Partì da solo il 25 giugno 1858 per il Cile dove sbarcò il 22 agosto. Dopo aver inutilmente aspettato per ben due anni gli aiuti promessi dai suoi infingardi e tirchi amici rimasti in Francia, con la testa piena di belle speranze e grandi promesse, si decise a entrare in Araucania il 6 novembre del 1860. Prese subito contatto con i vari Cacicchi, sorta di capitribù che governavano quelle terre, convincendoli a nominarlo loro sovrano. Il 17 novembre promulgò un Decreto in cui stabiliva la fondazione del Regno, la bandiera, un tricolore orizzontale blu su bianco su verde (Fig. 3),

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e il nome del Sovrano: Antoine I, Principe d’Araucania. Con notevole faccia tosta, inviò poi una copia del Decreto al Presidente del Cile. Nello stesso giorno promulgò la Costituzione di 66 articoli come quella francese. Nei giorni successivi molte tribù, appresa la notizia, dettero il loro appoggio al neonato Reame. Questo fatto fece incendiare di entusiasmo tutto il Sudamerica fino in Patagonia. In ogni villaggio s’inneggiava al Re degli Araucani. Travolto dall’entusiasmo dei suoi “sudditi”, Antoine I fece il primo passo falso. Si recò, accompagnato da due o tre Cacicchi, a Valparaiso dal Console francese in Cile per chiedere il riconoscimento del suo “Regno” all’Imperatore Napoleone III. Il Console lo accolse amabilmente ma, alla sua richiesta, rispose che l’Imperatore era grandemente impicciato in Messico con i rivoluzionari … (vi ricordate le imprese di Zorro? Era proprio quell’epoca lì!) Durante il viaggio di ritorno nel gennaio 1862, i cileni che non erano proprio ingenui come il nostro Principe, lo pizzicarono e senza tante cerimonie lo sbatterono in cella. In prigione, Antoine I non si dette per vinto e inviò a tutte le ambasciate straniere in Cile una petizione affinchè riconoscessero il suo regno di Araucania. Solo il Console francese promise un intervento, ma se la prese comoda. Fino alla fine di ottobre non fece nulla poi versò la cauzione e Antoine, liberato, fu espulso dal Cile. Tornato a Parigi, chiese un incontro urgente con Napoleone III che, bontà sua, gli fece fare sei anni di anticamera poi… non lo ricevette. L’Imperatore aveva altre gatte da pelare … per esempio la guerra imminente con la Prussia! Una bazzecola! A Oreliè-Antoine la fissa del Regno non era passata ed essendo ricco di famiglia, aveva intanto raccolto un discreto gruzzoletto. Nel 1869 ritentò perciò una nuova avventura sudamericana. Questa volta per prudenza, provò a passare dall’Argentina. Arrivato in Araucania, fu accolto entusiasticamente dagli indios che non lo avevano dimenticato … almeno loro! Il 17 dicembre il Re istituì pomposamente l’Ordine della Croce di Ferro, insignendovi ovviamente tutti i Cacicchi fedeli. poi costituì un nuovo Governo con cinque capitribù, con le penne in capo, le cerbottane e tutto il resto … Il Presidente cileno a questo punto s’arrabbiò davvero e tentò apertamente di farlo assassinare. Gli indios fedeli, tuttavia, vigilavano e ogni attentato fallì. I cileni, spazientiti, fecero allora intervenire l’esercito ma gli indios non erano così sprovveduti. Apparivano e sparivano nella foresta, lasciando sempre i soldati con un pugno di mosche. Nel giugno 1871, Antoine I si accorse con orrore che i soldi erano finiti e il suo regno traballava. Partì così in segreto per la Francia in cerca di finanziamenti. In quei due anni, però, la Francia era cambiata: i Prussiani avevano battuto Napoleone III e la neonata Repubblica Francese non aveva denaro per regni da operetta. Dopo tre anni, al nostro reuccio, venne un’ottima idea: presentatosi in grand’uniforme ed esibite le credenziali di Re di Araucania, da lui stesso redatte, si accordò con una banca parigina per un cospicuo prestito. In quel secolo di grandi rivolgimenti, i banchieri non erano molto esperti in geografia e gli dettero credito. Nell’aprile 1874 Antoine era di nuovo in Argentina. Stavolta era conosciuto anche a Buenos Aires dove sbarcò e le autorità subito lo arrestarono, imprigionandolo fino all’ottobre 1875. Perso nel suo delirio monarchico, pur espulso, sulla nave di ritorno in Francia, fondò il nuovo “Ordine della Costellazione del Sud”, meditando di insignirne i suoi fedeli Cacicchi e un gonfalone (Fig. 4).

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Mai domo, nei primi mesi del 1876, fece ancora vela per il suo mitico regno che raggiunse di nascosto e con molte difficoltà. Il clima infame, le zanzare e le fughe continue dai soldati argentini e cileni, minarono la sua salute. A ottobre fu ricoverato in ospedale a Buenos Aires fino al gennaio 1877. Tornato in patria ma sfinito dalle febbri, morì nell’ottobre di quello stesso anno. Ebbe però il tempo di indicare un successore al trono: il nobile Gustave Achille Laviarde, Principe di Aucas, suo fedele amico. “Il Re è morto, viva il Re!” Costui si proclamò subito Re di Araucania con il nome di Achille I. Il nuovo sovrano non mise mai piede nel suo regno … troppo rischioso! I tenaci Cacicchi, tuttavia, mantennero in vita un Consiglio di Reggenza fino al 31 dicembre 1882, quando capitolarono di fronte alle truppe cilene. L’attivissimo e ricchissimo re Achille I intanto non dormiva: disegnò una bandiera per lo Stato e stabilì consolati in molte città come Londra, Amsterdam, Saint Malò, Riga e in Italia, a Palermo e Portovenere. Inviò ambasciatori in Grecia, Belgio, Spagna e Marocco. Il Regno di Araucania non esisteva più, ma una grave vertenza sui confini tra il Cile e l’Argentina per il possesso dell’Araucania-Patagonia, permise ad Achille I di avere udienza presso molte corti europee. Alla sua morte, nel 1902, fu eletto dal Consiglio della Corona un nuovo sovrano: Antoine Cros, Duca di Nicadel, altro amico e Ministro di Antoine I, che assunse il nome di Antoine II. In Araucania, intanto, c’era la guerra di tutti contro tutti. Cileni, argentini e indios si affrontavano ferocemente in armi. Nel dicembre del 1902, con arbitrato del Re d’Inghilterra, si stabilirono finalmente i confini fra il Cile e l’Argentina. Nessuno, ovviamente, pensò agli indios. Finito in un bagno di sangue il Regno fantoccio, la dinastia esiliata non cessò. Antoine II morì il primo novembre 1903 lasciando erede sua sorella, la Principessa Laure Therese Cros, prima Regina di Araucania col nome di Laura Teresa I (Fig. 5).

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Anch’essa non vide mai il suo regno e morì in “esilio” il 12 maggio 1916. Il figlio di lei, nuovo re, assunse il nome di Antoine III. La grottesca commedia sembrò finire il 12 maggio 1951 quando, con atto sovrano, costui rinunciò alla corona e al regno. La Storia terrà però ancora in serbo altre sorprese: il 4 giugno 1971, il figlio di Antoine III, Philippe, ebbe riconosciuta dalla Corte di Prima Istanza di Parigi il titolo di Philippe IPrincipe di Araucania”. Morto nel 2014, Philippe I lasciò il trono a Jean-Michel Parasiliti di Para, che assunse il nome di Antoine IV dal 9 gennaio. La bandiera tricolore del Regno continua ancora oggi a sventolare sulla residenza di quest’attempato signore parigino, durante le “Cerimonie di Stato” da lui presiedute tra il salotto e il giardino di casa.

 

“Gli autori esordienti e le battaglie promozionali”. A cura di Francesca Giovannetti.

 

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Non è facile conquistare il pubblico.

In qualsiasi settore, che sia il cinema o il teatro.

Nel nostro caso noi lettori siamo il pubblico, gli scrittori sono gli artisti che si esibiscono.

Dando per scontato che ognuno scelga il genere che risponde ai propri gusti si può notare, frequentando i variegati gruppi di lettori, che esiste una categoria di scrittori vittime di una sorta di pregiudizio che porta a evitarli a “prescindere”: gli esordienti.

La motivazione principale di questo comportamento è basilare: a nessuno piace spendere soldi senza un minimo di garanzia. Si preferisce, quindi, andare sul sicuro.

Esiste però un secondo più intricato e oscuro motivo: la diffidenza.

Una mancanza di prestigio che, secondo molti, soltanto una vera CE concede. Per questo avviene una bizzarra differenziazione: gli esordienti che pubblicano con una casa editrice sono quasi accettati, poiché qualcuno ha “scommesso” su di loro, mentre gli autori che si autopubblicano sono bollati come scarti, appartenenti alla categoria degli esclusi dal patinato mondo della letteratura, rei di non essere spronati da nessuna CE.

Il pensiero può essere riassunto dalla frase “ non li ha voluti nessuno quindi chissà come scrivono”.

Potrebbe esserci del vero in questa affermazione?

Forse.

Ma facciamoci ulteriori domande: è davvero la motivazione dell’esclusione delle CE il motivo per cui si intraprende la strada dell’autopubblicazione?

Se si cerca davvero di comprendere il mondo in cui ci muoviamo le spiegazioni non saranno mai univoche. E possiamo, pertanto, individuare tre fattori chiave che possono rendere più intellegibile la questione: i tempi lunghi dell’editoria, ritenere internet un valido modo di comunicare da poter sfruttare, la possibilità di maggior guadagno netto a fronte delle copie vendute.

Gli autori esordienti possono essere compresi grazie alla fiaba di Cenerentola: c’è chi diventa principessa e chi viene dimenticata. Ma questo fattore non si lega, sempre alla qualità dello scritto. Questo dipenderà da altri elementi che possono partire dal talento, alla capacità tecnica di esprimere il proprio pensiero, alla volontà di scrivere per comunicare. Pertanto potranno trovarsi tra il mucchio opere al limite dell’illeggibile, con errori grammaticali gravi (questo capita più di frequente se non si è supportati da una casa editrice che accompagna la stesura del testo a figure professionali adatte, come editor e correttori di bozze). Ma, altresì potranno esserci anche libri assolutamente godibili e ben scritti che, purtroppo, non riescono a ottenere una discreta visibilità.

E questo ulteriore ostacolo può essere facilmente spiegato con il dramma della promozione.

Per chi entra nel mondo letterario la promozione riveste una notevole importanza e occupa molto del tempo del nostro impavido autore. Ovviamente il “farsi conoscere” non riguarda soltanto chi decide di autopubblicarsi, ma anche chi non viene adeguatamente supportato da una casa editrice.

Quindi è un tema molto più complesso di quanto si pensi e sarebbe necessario un articolo a sé stante. Ma proviamo a tratteggiare delle linee fondamentali.

La qualità della promozione dipende innanzi tutto da quanto si è in grado di investire in termini di denaro e di tempo. Per gli eventi di presentazione del libro è necessario trovare il luogo adatto, uno di questi è la buona vecchia biblioteca che continua a offrire un discreto servizio con sale dedicate agli eventi letterari. Tutto questo a un prezzo accessibile.

Ma, se si vuole dare una sorta di atmosfera più retrò o più raffinata, o più professionale (è il caso del palazzo storico o una sala comunale, o anche , una affermata libreria) le cose cambiano, con un notevole aumento delle spesa. In più molti librai rifiutano l’impegno se l’editore è piccolo o inesistente.

E’ anche necessario strutturare l’evento: chi presenta, chi pone le domande, chi legge brani del libro. Molto spesso è tutto un fai-da-te; si cerca l’amico che si intende di libri e quello che si diletta in teatro, si studia tutto a tavolino onde evitare tempi morti, si cerca di pubblicizzare, come si può l’evento per mezzo di locandine o passaparola.

Insomma, un vero e proprio lavoro che coinvolge totalmente l’autore che si impegna in prima persona a “vendersi” accettando i rischi come i benefici. Complice l’inesperienza e l’anonimato i tentativi per creare un evento decente e un minimo coinvolgente possono essere molteplici fino a ottenere il tanto sospirato passaparola.

Chi si autopubblica utilizza anche i social.

È pur vero, infatti, che una diffusione sul territorio tramite eventi e letture pubbliche ha comunque un raggio di azione limitato, (a meno che non siate Creso, nel qual caso, beati voi).

Con i social tutto cambia, le distanze si azzerano. Ma, il dramma dei social, riguarda le strategie comunicative, che sono essenziali in un mondo interconnesso: né troppo né troppo poco, non stressanti ma comunque incisivi, non insistenti ma presenti, capaci di saper parlare del libro senza parlare del libro.

Insomma, un mestiere a parte.

Per quanto riguarda il margine di guadagno, (che varia considerevolmente fra chi si autopubblica e chi si appoggia a una casa editrice) la questione è meno confusa. Con una casa editrice i margini di guadagno per l’autore sono minimi, intorno al 5-/7% del prezzo di copertina, con il self si arriva anche al 50%. Ma, e qui sta il nodo, una casa editrice ha comunque più canali del singolo autore e la probabilità di acquisto copie potrebbe raddoppiare sensibilmente. Qualche copia verrà acquistata dai lettori.

Invece, la pubblicazione “Self” è molto più discontinua e perigliosa, e se il libro non decolla e sei isolato rispetto ai guru della scrittura, il guadagno rischia di essere pari a zero. E anche se non si vive di sola scrittura, per un’aspirante autore è importante, al di là dei giudizi personali, essere letto, avere il feedback con il lettore, trovare consensi e seguaci.

E adesso torniamo alla domanda iniziale. Consci delle mille difficoltà, di un cammino sempre in salita, perché esiliare, emarginare e isolare uno scrittore esordiente, a prescindere dal canale che sceglie?

E’ per caso il dio denaro?

Togliamoci dalla testa che l’editoria sia un mondo dorato.

Tutti sono oramai convinti che se una CE crede davvero in un libro lo deve o dovrebbe sostenere in tutti i percorsi, dalla stesura al lancio promozionale. Ma viviamo una crisi mondiale non indifferente che coinvolge ogni settore dell’economia e quel lancio, quella cura necessita di uno sforzo economico non indifferente.

Chi può permettersi tale impegno?

Sicuramente i grandi gruppi editoriali.

Ma le piccole e medie case editrici hanno risorse limitate, possono anche credere in un libro ma non avere i mezzi per promuoverlo.

Ecco perché l’autore esordiente a volte sembra dover muoversi in totale indipendenza, e solitudine.

L’autore esordiente, magari anche con in mano un buon prodotto, non ha la stessa visibilità di altri prodotti magari non di eccelsa qualità. Ma è pur vero che quei libri, contestati e contestabili, hanno la legittimazione di qualità dei grandi nomi.

Il buon libro e il libro che vende non sono la stessa cosa.

Dovrebbe, ma non è così.

Un libro può vendere tanto anche a dispetto della qualità, perché è scritto da un personaggio famoso, perché cavalca l’onda della moda del momento, perché, in fin dei conti, è quello che i lettori vogliono leggere.

Ne consegue che, forse essere autori esordienti non è per niente semplice.

Occorre avere una buona penna, una buona dose di capacità comunicativa, tempo a disposizione per creare contatti, e una somma da investire.

E forse neanche questo basta, perché in una realtà italiana, dove gli scrittori sono proporzionalmente più numerosi dei lettori, il rischio di rimanere nell’ombra è comunque alto.

La conclusione di quest’analisi?

Non esiste una strada migliore da percorrere. E’ un rischio.

E mi dispiace se involontariamente ho dettato sui vostri sogni cinismo e frustrazione. Vi chiedo venia.

Ma comprendere la realtà in modo il più possibile oggettivo, non è altro che il mezzo migliore per trovare una via alternativa, consci dei rischi, degli ostacoli e delle difficoltà.

Non è un mondo rose e fiori ma vi confermo l’unico, eterno dato certo: il talento. E’ su quello che dovete puntare, anche se spesso viene trascurato.

E il talento trascurato fa sempre male, o almeno ne fa a me.

“IO HO SCRITTO UN LIBRO, POI MI DICI DI CHE GENERE È.” A cura di Irene Ceneri

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Fammi capire.

Tu hai scritto un libro.

Questo implica che dovresti conoscerne almeno trama e caratteristiche.

Sempre che sia stato TU a scriverlo.

Lasciamo stare la grammatica italiana che spesso in ogni caso scarseggia, ma chi sono i personaggi, come si svolge la storia, se è un romanzo o un racconto, se è un giallo, un rosa, un horror, narrativa, uno storico, un erotico… 

Certe domande che arrivano in redazione sono talmente assurde da muovere in noi una lunga serie di riflessioni.

MA DICONO SUL SERIO O CI PRENDONO IN GIRO?

Tu hai scritto un libro e noi dobbiamo sapere di che genere si tratta?

È come se mi metto ai fornelli, cucino una ricetta di mia invenzione ed appena arriva l’ospite chiedo: MI DICI COSA C’È QUI DENTRO?

La scrittura è seria.

Bisogna portarle davvero un estremo rispetto.

Un autore può piacere, o non piacere, posso ritenerlo degno della mia libreria personale, o meno.

Il libro può farmi innamorare, incazzare, piangere, sorridere.

Può addirittura lasciarmi del tutto indifferente.

L’importante è che chi sta dietro ad un’opera dimostri di avere davvero molto rispetto per il lavoro dello scrittore, almeno tanto quando noi che ci mettiamo a disposizione ne portiamo ad ogni pagina che ci viene proposta. 

Ma dico, vi rendete conto che cosa accadrebbe se non portassimo rispetto estremo a tutto il tempo, la fatica, l’amore e la concentrazione che una persona impiega nella sua vita per portare a termine un lavoro che in tutta probabilità ha anche timore di proporvi?

Che brutte persone saremmo.

Il compito di tutti noi, è fornire eventuali critiche responsabili, utili e propositive. Ogni appunto che viene fatto, non è per offendere, sminuire o abbattere, anzi, per correggere, migliorare, far riflettere.

Perché noi stessi leggiamo più e più volte una pagina per capirne sotto ogni aspetto le sfumature. 

 

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…”

 

Queste sono parole che dovrebbero esprimere il  CREDO di ogni vero lettore e di ogni vero scrittore. 

Umberto Eco è riuscito ad esprimere quanta importanza ci sia dietro ad un foglio di carta.

Ed allora vi prego.

Se volete scrivere, fatelo con la consapevolezza che qualcuno, prima o dopo, vivrà una nuova vita attraverso quel magico mondo che si attiva all’aprirsi di una copertina, e che resterà vivo in lui per sempre.