Pasquino torna più incazzato che mai. Cosa avrà da dirci?

romaguidetour-blog-storie-roma-pasquino-statua

 

Alla fine ce semo arrivati eh

ce semo arrivati alla fine della fiera.

E mo so cazzi popolo mio.

Tocca pagalli i debiti che se contraggono quando se fanno li inciuci co li mercanti der tempio.

Se aspettate che un certo Joshua se faccia avanti per buttalli all’aria, state freschi belli mia..

Pure lui s’è trotto li cojoni de st’umanità che balla canta ma se fa li cazzi sua.

De che parli Pasquino mio?

Te sei impazzito?

Me direte voi.

Nun so io pazzo.

Sete voi che ve avvinghiate alla vostra favolosa ipocrisia.

Adesso che la Madre Terra ce presenta er conto dicendo

a chicchi mo pagate pure l’interessi, l’iva e ogni bond che so decenni e secoli che io v’avverto che davanti all’infinito, non sete altro che na scureggia de topo”.

Ma a noi che ce fregava?

Se all’esterno er monno piangneva sui fiumi de sangue.

Se le stragi venivano immortalate in quarche libro polveroso…che ce frega noi c’avevo a tivvù, Sanremo, i mondiali.

Domenica live.

Er grande bordello.

Noi semo un paese vincente eh mica spicci.

Porelli semo passati pe na guerra civile, per tante tragedie, avemo avuto er duce, i nazisti a invadece le case…

E’ vero.

L’Italia è nata da tante troppe macerie.

Ma nun è che poi alla fine avete imparato n’cazzo.

Oggi ve rode er culo de sta a casa.

Ve rode delle libertà perdute ( tranqulli n’avete mai avute eh).

Piagnete i morti, i vostri però.

Perché fino a un mese fa della Siria sotto e bombe, dei regazzini cinesi morti per il virus, non ve fregava un emerito cazzo.

So lontani.

Semo invincibili.

Avemo a Leopolada.

Ci sta Berlusconi che difende l’interessi italiani ( sti cazzi che a concimaje i gerani ce stava un mafioso.)

C’avemo Sarvini che ce citofona pe sape come stamo.

La Cina è lontana.

La Siria mmanco so ndo sta.

Ma esiste?

E il Krnya co i raccolti rovinati dalle locuste, che è un firm?

E mo però ndo vai eh italiano?

Ndo cazzo vai a raccomandatte a quer padreterno che hai tradito per un social o per instamgramm?

Adesso piagni.

Certi lamenti che manco la pora mi nonna co le novene.

Sono disorientato.

Porello.

Quando erano disorientati l’altri però te ne fottevi vero?

Eri perso dietro ai cazzi tua.

Eri li sur piedistallo e ce stavi bene.

L’avevi apparecchiato co le poltrone e i tavolini co li centrini.

E che volevo dire de quello che parla de individualismo osceno de chi, sta situazione l’accetta come parte del dramma umano?

Ah mo chi impara dalla crisi è individualista.

Io lo chiamavo saggio, pensa te quanto so antico.

Io pensavolo individualista lo sei te, mo che morono i tua de parenti.

Che se limitano le tue, de libertà.

Che pensi alla tua nazione.

Perché fino a du settimane fa blateravi contro i migranti che te rompevano er cazzo.

Poco importava se era a causa del tuo tenore de vita, del tuo gretto capitalismo. Adesso fioccano le bandiere della nostra patria.

Quelle su cui prima te ce soffiavi er naso e cor mocciolo scrivevi la tua storia. Cor mocciolo nascondevi le tue complicità.

Eh si sete complici.

Quanno votate.

Quanno credete al testa de cazzo de turno che ve facilità er compito de pensa. Non pensate.

Bastava un atteggiamento finto buono e poi passate a pensà ndo andà a fa l’aperitivo.

Mo ve sete resi conto della crisi sanitaria.

Della povertà.

Della mancanza de lavoro.

Prima eravate tutti calvinisti: eh se è povero è perché sperpera.

Perchè non ha lo spirito imprenditoriale.

Se l’è cercata.

Mo però brucia pure il culo vostro.

Sapete come diceva l’amico mio?

So tutti braci cor culo dell’altri.

Adesso applaudite le misure estreme der governo, che fino a du giorni fa schifavate.

Però nessuno s’è detto aho, tutti co ste soluzioni, i miliardi chiesti all’Europa. Ma io nun ho visto mica un politico di

“A rega io credo nel mio paese. So parte della stessa comunità. Semo tutti fratelli. Per questo me dimezzo lo stipendio, gli lo metto a disposizione su un conto emergenza”

Se lallero, prima de vedello poi morì.

Io so na statua e il ruolo mio è de fa polemica.

Ma a vorte me sento morto più umano de voi.

La rubrica Politica, società e costume presenta “STATI EFFIMERI E VIRTUALI”. A cura di Alfredo Betocchi

 

 

STATO: “Signoria, Dominio, Potere Sovrano, riunione di uomini di un Paese sotto un’unica amministrazione politica, civile, militare ed economica”… …e fin qui la definizione del vocabolario, ma Stato vuol dire anche disporre di se stessi, indipendentemente dagli altri, correttamente, senza prevaricazione dei propri vicini.

Col trascorrere dei secoli, gli Stati sono passati da poche unità (i grandi Imperi) a poco più di duecento.

Niente è tuttavia mai definitivo: la Storia ci ha insegnato che, come gli uomini, anche le Nazioni sono mortali. Alcune vivono secoli come il Sacro Romano Impero altre, più numerose, molto ma molto meno.

Molte Nazioni sorgono, vivono qualche anno, alcuni mesi o addirittura pochi giorni1 poi, travolte da un tragico destino, schiantano per cause esterne o implodono per motivi interni.

Anguilla

Di Stati effimeri è piena la Storia ma la maggior parte di essi sono ignoti al grande pubblico. Chi si ricorda più dell’isola di Anguilla, nei Caraibi, ribellatasi agli inglesi, caduta in mano alla mafia americana e durata meno di due anni dal 1967 al 1969 o la tragedia del Biafra, Stato secessionista dalla Nigeria, la cui indipendenza finì, dopo tre anni dal1967 al 1970, in un tremendo bagno di sangue?

La molla che scatena l’intento indipendentista di molti Stati effimeri o virtuali è sempre “la Protesta Fiscale”, che, detto tra noi, è un gran bel motivo!2

Ecco un indicativo esempio di Stato effimero:

Al largo delle coste orientali dell’Inghilterra, fuori delle acque territoriali britanniche, si trova una struttura galleggiante su un banco di sabbia formata dalla parte superiore di un vascello affondato addirittura negli anni trenta.

Durante la Seconda Guerra Mondiale essa fu occupata da 150-300 membri della Marina Reale e abbandonata dopo la guerra, senza demolirne la struttura.

Il 2 settembre 1967, Paddy Roy Bates proclamò la sua sovranità sulla base, battezzandola “Principato di Sealand”.

La vita del nuovo Stato fu però tormentata. Dopo un incidente con un vascello inglese, Bates venne citato in giudizio dinanzi alla Corte Internazionale dell’Aia.

Questa, a sorpresa, stabilì di non aver competenza poiché l’incidente era avvenuto in acque internazionali. Il Principato emise anche passaporti, vendendoli soprattutto ai paesi dell’est europeo, ma i possessori furono coinvolti in molti importanti crimini, incluso l’omicidio di Gianni Versace.

La famiglia Bates revocò così tutti i passaporti. Tra le attività di Sealand vi fu anche quella di ospitare siti web di dubbia legalità e di aver offerto asilo a Napster, il p2p più discusso della storia.

Chi vuole poi può acquisire, pagandolo, un quartino di nobiltà (diventando conte, barone o marchese). Nel 2007 Sealand è stata messa in vendita ma per ora nessuno si è fatto avanti.- Chi vuol fare il Principe può rivolgersi al sito http://buysealand.com/?p=7.

Paddy Roy Bates, il primo Principe di Sealand, è morto nel 2012 e Michael, suo figlio, ne ha preso il posto. Il fascino di questo piccolissimo principato ha attirato, dopo la Brexit, anche molti scontenti fedeli alla UE che hanno chiesto il passaporto di Sealand. La saga continua…

Le origini del positivo successo degli Stati auto proclamati indipendenti all’interno dell’Australia, ebbero inizio nel lontano 1969.

 

Hutt River

 

In quell’anno Leonard Casley, un coltivatore di grano che possedeva circa 7500 ettari a nord di Perth nell’Australia Occidentale, ebbe una disputa con il Ministero dell’Agricoltura che intendeva diminuire la quota a lui assegnata per la produzione di frumento. Le trattative non portarono a nulla così Casley, il 21 aprile 1969, proclamò la fattoria “Provincia Principesca di Hutt River”, con sè stesso come Principe.

Nel maggio 1980 promosse il suo Principato a Regno. Nel frattempo, ovviamente, aveva smesso di pagare le tasse e di seguire le direttive del Ministero.

Data l’ubicazione remota della sua fattoria, al Ministero si fecero una risata. Molti altri agricoltori, quando il fatto finì sui giornali, seguirono le orme di Casley, fondando fantasiosi Stati sulle loro proprietà: “la Provincia di Bumbunga, lo Stato Indipendente di Rainbow Creek, l’Impero di Atlantius” e via enumerando.

Questi “Stati” sono diventati di un qualche interesse per i turisti in visita ma, naturalmente, non sono stati riconosciuti da nessuno anche se alcuni di essi si rivolsero invano alla Regina Elisabetta (che è formalmente il Capo di Stato dell’Australia) per una improbabile legittimazione.

Tornando dalle parti di casa nostra, in passato ci sono stati due esempi clamorosi di Stati virtuali che tutt’oggi vantano eredi al “trono”: Tavolara e Seborga.

La prima è un’amena isola sullo sbocco del golfo di Olbia. Nel XIX secolo era abitata da non più di 100 pescatori analfabeti e governata dal Capo di una potente famiglia isolana, i Bertoleoni. Costui agiva come un vero e proprio re, dirimendo le controversie e provvedendo ai bisogni dei “sudditi”. Stranamente Tavolara non è mai stata parte del Regno di Sardegna. Nel 1836 il re Carlo Alberto di Savoia, visitando l’isola, riconobbe la sua indipendenza sotto il regno di Paolo I Bertoleoni.

Neanche l’Unità d’Italia produsse cambiamenti poiché nessuno si accorse di questo piccolo Regno. Alla nascita della Repubblica Italiana, il riconoscimento di Carlo Alberto perse efficacia e l’indipendenza svanì. Oggi vi è ancora un Re: tale Carlo II, operaio, con poca salute, abitante a Venezia.

Se andate a visitare la Pinacoteca di Buckingham Palace dove si possono ammirare i quadri delle famiglie reali d’Europa, accanto ai Borboni, agli Hohenzollern e ai Romanov, troverete una graziosa foto d’epoca di Carlo I Bertoleoni di Tavolara con la sua reale famiglia.

Altrettanto pittoresca è la storia del paesino di Seborga in Liguria. Posto nell’entroterra di Bordighera, provincia di Imperia, si allunga su un cucuzzolo tra piante di mimosa, uliveti e prati. E’ un piccolo Principato di duemila persone che conia una sua moneta e ha un piccolo esercito di guardie in eleganti uniformi bianche. Lo governa Giorgio I Carbone, eletto 42 anni fa dai suoi concittadini quando, quasi per caso, si accorsero di essere indipendenti.

Seborga divenne Principato nel 954 e dal 1118 è sede dell’Ordine di S.Bernardo di Chiaravalle. Acquistato dai Savoia (si dice, con i soldi della Massoneria) nel 1729, dopo il Congresso di Vienna (1815), venne praticamente dimenticato.

Giorgio I ha provocato l’Italia battendo moneta – il Luigino – che vale circa quattro euro, stampando francobolli, aprendo Consolati e distribuendo targhe automobilistiche. Egli governò fino al 2019, sostituito poi da Marcello I (Menegatto) e da Nina Menegatto, prima donna a ricoprire la carica di Principessa.

Il Sindaco (quello vero!) eletto in una lista civica è tranquillo: la Principessa paga regolare l’affitto per la sua Reggia e inoltre le sue esternazioni attirano parecchi turisti che incrementano le attività economiche del paese.

Analoga vicenda di borgo dimenticato e Repubblica effimera ma non tanto, fu Cospaia. Nel 1441 la Toscana era dominata da Firenze (a parte Siena) su cui, con bonomia e pugno di ferro, Cosimo il Vecchio sovrastava tutti.

A Basilea, era da poco stato eletto Papa Felice V, di famiglia Savoia, con una elezione a dir poco irregolare: un solo cardinale e trentadue elettori nominati da una commissione manipolata dalla sua potente casata.

A Roma regnava un altro Papa, Eugenio IV; insomma uno non sapeva più a che Papa votarsi.

L’Italia era percorsa da eserciti mercenari e per la povera gente non c’era pace. I confini fra gli Stati erano molto elastici e nessuno sapeva veramente dove passavano le frontiere. Tempo prima, Cosimo aveva prestato al Papa Eugenio ben 25000 fiorini per la contesa con Felice V; non avendo visto indietro il becco di un quattrino, pretese dal Papa il territorio di Borgo Sansepolcro. Per evitare scontri, furono nominate due commissioni che, tra Sansepolcro (Ar) e San Giustino (Pg), dovevano tracciare il nuovo confine. Con buona volontà, i saggi seguirono il corso del torrente Rio senza sapere che questo si divideva, a un certo punto, in due rami.

Avvenne così che mai gabelliere, fiorentino o papalino, si presentò più ad esigere le tasse nel paese di Cospaia, trovandosi questo su di un colle tra i due rami del torrente.

I villici dalla gioia proclamarono prontamente la Repubblica, dotandosi di Gonfaloniere (forse il porcaro), di bandiera nazionale, un campo tagliato diagonalmente di nero su bianco e di un motto: “Perpetua et firma libertas”, che si può vedere sull’architrave della chiesa cittadina.

Oltre al contrabbando, che da quel momento fiorì nella neonata Repubblica, Cospaia divenne famosa, dopo il 1574, per le coltivazioni di tabacco che sono tuttora fiorentissime. La Libera Repubblica di Cospaia non era però destinata a rimanere per sempre tale. Nel 1826 Papa Leone XII ottenne, alla fine, dai 14 anziani del paese la sottomissione tanto agognata. Firenze storse il naso ma abbozzò.

Non si poteva far guerra per 330 ettari di campi coltivati a tabacco e in fondo essa s’era tenuta Sansepolcro. Dei 25000 fiorini…nessuna traccia!

L’indipendenza, per una svista, era durata ben 385 anni e scusate se è poco.

Per finire, vorrei ancora citare i numerosi Stati Virtuali che si possono trovare su Internet. A chi piace può auto-proclamarsi Re, Imperatore o Presidente (secondo i gusti), con un clic. Il gioco ebbe inizio nel 1979 quando un tredicenne americano di Milwaukee, Robert Ben Madison, decise che la sua cameretta (2metri per 3) sarebbe diventata indipendente e sovrana, creando il Regno di Talossa e nominandosi Re Robert I.

Dal 1981 altre persone furono ammesse alla cittadinanza e nello stesso anno si tennero le prime “libere elezioni”.

Nel 1985 il Regno divenne costituzionale e oggi conta centinaia di cittadini viventi in tutto il mondo. Naturalmente lo Stato ha un Parlamento, una bandiera (un campo verde su rosso) e una lingua: il talossiano (con tanto di dizionario on line di 15.000 parole.

Con l’era di Internet, però, iniziarono i guai. Molti cybernauti, divenuti cittadini talossiani accusarono il ragazzo, ormai quarantenne, di essere un dittatore. Infine Robert si è dimesso, lasciando la corona a un suo amico, John Wolley.

Molti sono andati più avanti, aprendo Ambasciate e battendo moneta (sempre virtuale, per motivi fiscali). La maggioranza di queste Computer-Nazioni sono Monarchie (che, nonostante i tempi, godono ancora di un indubbio fascino).

Altre sono Repubbliche, ma si contano anche Comunità Anarchiche e Comunarde.

Chi fosse interessato a giocare, fondando una micro nazione, può provare a questi indirizzi: www.ping.be./leys/mw oppure www.geocities.com/CapitolHill/5111.

Buon divertimento!!!

L’Autore dell’articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

1Come la Repubblica Autonoma del Benin, separatosi dalla Nigeria dal 20 al 22 ottobre 1967.

2Vorrei ricordare che gli Stati Uniti d’America si ribellarono all’Inghilterra a causa di una protesta fiscale.

Viaggio attraverso la storia presenta In cerca di Matilde”. A cura di Alfredo Betocchi

Castello di Canossa

Quando la piana che da Firenze arriva fino all’attuale costa era un mare, di tanto in tanto si aprivano bocche di vulcani che eruttavano lave incandescenti. Alle sua spalle, l’Appennino si elevava in dolci e ondulati pendii mentre in basso il versante appariva più ripido e solcato da profonde forre.

Queste rupi scoscese chiamate in tempi storici “calanchi” o “Rupi del Diavolo”, si rivelarono perfetti per erigervi castelli inespugnabili.

Nell’alto Medioevo ebbe origine il castello di Canossa, così detto dal colore del calcare bianco con il quale era stato costruito (canus – bianco) verso il 940.

La storia del castello è avventurosa ben prima dell’arrivo di Matilde, marchesa di Toscana.

La fortezza fu costruita da Azzo Adalberto, figlio di Sigifredo da Lucca intorno al 940, che ospitò nel 950-51 la regina Adelaide, fuggita dalla prigionia del castello del Garda, dov’era tenuta dal re Berengario II, il quale dopo il 952 assediò per circa tre anni il castello.

Canossa è celebre soprattutto perchè in esso nel 1077, alla presenza della contessa Matilde e di Adelaide, marchesa d’Ivrea (non quella di prima), l’imperatore Enrico IV si riconciliò dopo essersi umiliato, col papa Gregorio VII.

Matilde-di-Canossa

Dal fatto derivò l’espressione proverbiale “andare a Canossa”, per cedere, umiliarsi.

Nel 1092, Enrico IV tentò vanamente di impadronirsi del castello.

Fu teatro di lotte fra la famiglia nobile dei Correggio e il comune di Parma, fu conquistato nel 1409 dagli Estensi e divenne in seguito ragione di contese fra questi e i Farnese.

Oggi il castello è in rovina, come pure la chiesa che vi era annessa e non ne restano che ruderi continuamente minacciati dalle frane.

Molti dei rilievi montuosi dei quali accennavo all’inizio, furono utilizzati al tempo di Matilde e dei suoi antenati per erigervi poderose fortezze capaci di resistere a qualsiasi esercito. Vi sono castelli a Rossena, Rossenella, Bianello, Sarzana e Carpineti. Oggi rappresentano altrettante tappe del cosiddetto “Sentiero di Matilde” che dal paese di “Ciano d’Enza” risale i crinali delle colline fino allo spartiacque toscano per un’ottantina di Km percorribili comodamente in 4-5 giorni a piedi come nel medioevo.

A Bianello in realtà i colli sono quattro e ciascuno ospita un castello come attesta il toponimo “Quattro Castella”, usato ancora oggi. A Bianello nel 1111, fu incoronata la contessa Matilde come Vice Regina d’Italia dall’imperatore Enrico V, figlio ed erede del sovrano penitente. Il fatto è ricordato da una rievocazione storica, il “Corteo Storico Matildico” seguito da una “Quintana dell’Anello” e dal Gran Passo d’Armi”, sfida tra armigeri su una stretta passerella.

Tra agosto e settembre, a Ciano d’Enza (Enzo era il figlio minore di Federico II di Svevia. Sconfitto dai bolognesi a Fossalta nel 1249, vi fu tenuto prigioniero fino alla morte. Il fatto dette il nome alla Val d’ Enza e al fiume omonimo), si svolge la rievocazione storica del “Perdono di Canossa”.

Al di là della Storia, in quei luoghi vi sono anche ottimi sapori culinari, iniziando da quell’Aceto Balsamico tradizionale”, condimento antichissimo tanto che venne citato dal monaco Donizone contemporaneo di Matilde.

Rischierei una scomunica peggiore di quella che colpì Enrico IV se non citassi la cucina dei luoghi matildini, i “Cappelletti”, lo “Gnocco Fritto”, il “Lambrusco” e per finire in bellezza, l’Erbazzone” torta salata ripiena di bietole e abbondante Parmigiano Reggiano.

Continuando la nostra passeggiata sui crinali reggiani, incontriamo Sarzana, dove si può ammirare un castello matildino dalle due torri. Qui lavorò tra l”800 e il ‘900 Maria Bertolani del Rio, psichiatra e storica. Essa pubblicò un repertorio di elementi decorativi dell’XI secolo utili alla terapia di malati mentali. Nacque così l’Ars Canusina .

Il castello di Carpineti ha una triplice cinta di mura e fu molto amato da Matilde che vi soggiornò a lungo. Esso domina la Valle del Serchio nella quale si possono trovare funghi, tartufi e assaggiare un’ottima polenta.

La contessa Matilde fu il più significativo personaggio a cavallo tra XI e il XII secolo. Bella e dallo sguardo volitivo, era discendente da una famiglia tedesca stabilitasi in Toscana.

Nacque nel 1046 dal marchese Bonifacio III e da Beatrice dei duchi di Lorena. Alla morte del padre ereditò vasti domini che comprendevano Reggio, Modena, Parma, Ferrara e i ducati di Spoleto e di Camerino più una parte della Lombardia. Questi erano gli ex territori governati dai Longobardi.

A causa di un matrimonio con un personaggio potentissimo, entrò nel mirino dell’imperatore Enrico III che la temeva. La catturò e la portò prigioniera in Germania. Alla caduta di Enrico III, tornò in Italia, seguendo la politica di alleanza col Papa. Al contrasto tra Enrico IV e il Papa, fece opera di moderazione che sfociò nel “Perdono di Canossa”.

Negli ultimi anni della sua vita, beneficò chiese e monasteri.

Morì a Bondeno il 24 luglio 1115 e venne sepolta nel convento di S.Benedetto di Politrone, presso Mantova.

Nel 1632, per ordine del papa Urbano VIII, la sua salma venne portata a Roma.

Tomba di Matilde (1)

Un rilievo marmoreo, raffigurante l’assoluzione di Enrico IV a Canossa, opera di Stefano Speranza (sec. XVII) si trova nel monumento funebre della contessa Matilde, in S. Pietro.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “IL PALAZZO MEDIOEVALE La torre di Londra”. A cura di Alfredo Betocchi

 

 

Questo è il primo di una breve serie di articoli che ha avuto come apripista quanto scrissi sulla Cattedrale di Notre Dame di Parigi.

Gli argomenti verteranno su Fortezze e Cattedrali dell’Inghilterra, una terra ricca di episodi storici e fatti pittoreschi che hanno acceso la fantasia di generazioni di scrittori e fatto la felicità di milioni di lettori in tutto il mondo.

Da quando l’ultimo centurione romano lasciò la Britannia, all’inizio del quinto secolo d.C., un alone di magia e di eventi significativi avvolse tutto il territorio (ricordiamo fra tutti la leggenda del mago Merlino e quella di Parsifal).

Oggi faremo un giretto nella “TORRE DI LONDRA” che si trova sulle rive del fiume Tamigi.

La Torre di londra

La ricca, variegata storia di questa antica nazione dal 1078, l’anno nel quale iniziò la costruzione della “Torre Bianca”, è concentrata nella Torre di Londra.

I re d’Inghilterra, allor quando l’esito di una battaglia si volgeva contro di loro, trovavano la salvezza nella Torre. Due sovrani trovarono una fine violenta all’interno delle sue mura e uno fu addirittura deposto.

Ai tempi dei Normanni e dei re Plantageneti, la fortezza cambiò frequentemente di mano tra la Corona e i baroni e, sebbene fosse stata spesso assediata, non fu mai catturata.

Sin dal tempo dei Normanni, la Torre fu utilizzata come prigione: i suoi famosi e sfortunati prigionieri compresero John de Baliol, re degli Scoti nel 1296, fino a Rudolf Hess, gerarca nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Essa fu un luogo di torture e di esecuzioni capitali, sulle sue pareti di pietra vi sono ancora incise poesie, invettive e disegni dei condannati che vi dimorarono.

Ma vediamola più da vicino questa terribile Torre.

Il luogo più prestigioso è la “JEWEL HOUSE”, nel quale i re e le regine inglesi conservavano i propri gioielli. Tra qusti si possono ammirare la Corona Imperiale e il Globo d’oro sormontato dalla Croce simbolo di sovranità. Quattro delle cinque spade di Stato. La Saliera di Elisabetta I, usata l’ultima volta durante il banchetto per l’incoronazione di Giorgio IV nel 1820. Ci sono poi due corone di regine: quella appartenuta all’italiana Maria di Modena, seconda moglie di Giacomo II (1685-1688) e quella della Regina Madre, consorte di Giorgio VI (1936-1952) . E ancora l’anello che la regina Elisabetta II indossò il giorno della sua incoronazione nel 1952.

Quale edificio più sicuro e controllato conoscete in Inghilterra?

Guglielmo il Conquistatore, principe normanno, soprannominato così per aver sconfitto Aroldo, re d’inghilterra, strappandogli la corona e la vita, ordinò la costruzione della “TORRE BIANCA” che segnò l’inizio della storia della Torre di Londra come palazzo e come fortezza. Oggi contiene una vasta e bellissima raccolta di armi e di armature.

White Tower

Annessa alla Torre vi è la Cappella di Saint John, uno dei più begli esempi di architettura normanna. Nella cripta sono conservati il ceppo e la scure con la quale fu tagliata la testa di Simon, Lord Lovat nel 1747. Costui morì a causa dell’appoggio dato alla rivolta dei Giacobiti nel 1745, legittimisti inglesi rimasti fedeli a Giacomo II e ai suoi successori dopo la rivoluzione del 1688. I loro tentativi di restaurare la dinastia degli Stuart ebbero fine con la disfatta di Culloden (1746) – battaglia durata solo un’ora – dove si infransero i sogni di indipendenza della Scozia.

Di fronte alla Torre Bianca si trova l’edificio rotondo chiamato “BLOODY TOWER”, costruito da Enrico III nel XIV secolo. In origine era chiamata “GARDEN TOWER”, ma il suo nome fu cambiato nel 1597 in “Torre Sanguinaria” a causa dell’orrendo assassinio di due piccoli principi, Enrico V e suo fratello il Duca di York ad opera del Duca di Gloucester, Riccardo III. Duecento anni dopo, alcuni operai rimuovendo una lastra di pietra nella parte sud della Torre Bianca, scoprirono una bara che conteneva gli scheletri di due ragazzi. Esse furono identificate come quelle dei due giovani assassinati nel 1483. Le ossa furono spostate nella cappella di Enrico VII nell’abbazia di Westminster in un’unica urna.

Nel 1933, l’urna fu aperta da una Commissione Reale che stabilì definitivamente che le ossa appartenevano proprio au due piccoli principi.

In questo luogo fu tenuto prigioniero per tredici anni, fino al 1618, anche Walter Raleigh, navigatore e personaggio eclettico e geniale.

La Torre di Londra è in realtà una fortezza circondata da torri che hanno ognuna un nome diverso.

Molto interessante è invece un luogo particolare detto “WATERGATE”, ossia “CANCELLO FLUVIALE”. Questo passaggio, posto sulle rive del Tamigi, fu fatto costruire dal re Enrico III intorno al 1230 e permetteva al sovrano di accedere alla fortezza direttamente dal fiume, senza pericolo.

Un altro luogo molto significativo è il “CANCELLO DEI TRADITORI”. Tutti i nemici della Corona che fossero entrati da quel cancello di legno erano sicuri di non poter più uscire vivi dalla Torre.

Molti eminenti personaggi attraversarono il “TRAITORS’ GATE”, tra questi: Sir Thomas More, Thomas Cromwell e Robert Devereux Signori dell’Essex, e James Scott Duca di Monmouth, figlio naturale di Carlo II.

Pittoresca è la leggenda che avvolge i Corvi della Torre. Essi vivono nella fortezza da quando questa fu costruita e nel XVII secolo il re Carlo II decretò che i corvi avrebbero dovuto viverci per sempre. Allorquando non vi fossero più corvi nella Torre, l’Inghilterra e il suo impero sarebbero caduti. Ma tutti sappiamo che l’Impero non aspettò la fine dei corvi per dissolversi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la gran parte delle colonie britanniche ebbero accesso all’indipendenza e l’orgoglioso Impero di Sua Maestà scomparve.

I luoghi interessanti della Torre sono molti e lo spazio per la loro descrizione sarebbe troppo lungo. Ne accennerò ancora solamente due.

Su un grazioso quadrato di terra coltivato a prato, posto alla sinistra della Torre Bianca, viene ricordato il luogo delle esecuzioni capitali. Qui furono decapitate la seconda e la quinta regina, mogli di Enrico VIII, Anna Bolena (Ann Boleyn) nel 1536 e Caterina Howard nel 1542. Questo sovrano, che promosse lo scisma dalla Chiesa di Roma, fondando la Chiesa Anglicana, ebbe ben sei mogli. Quale miglior modo per liberarsi della precedente, tagliandole la testa? Nessuno si scandalizzi, i tempi erano quelli. D’altronde le accuse rivolte a queste nobildonne era di adulterio!

Altre famose nobildonne perirono di decapitazione su quel prato: Margareth, contessa di Salisbury nel 1541, Jane, viscontessa di Rochford nel 1542 e Lady Jane Grey nel 1554.

Dopo tanto sangue, un po’ di amenità: Gli “Yo men Warders (nome completo: “Yo men Warders of Her Majesty’s Royal Palace and Fortress the Tower of London”), comunemente conosciuti come “BEEFEATERS”, cioè gli “ALABARDIERI”, esistono in Inghilterra almeno dal XIV secolo e nel 1485 divennero ufficialmente le Guardie del Corpo del re Enrico VII nella Torre di Londra.

Oggi svolgono prevalentemente un servizio di controllo e conducendo visite guidate durante tutta la giornata.

Sono comandati da un Governatore e i suoi membri sono generalmente ex militari dell’esercito o dell’aviazione con un impeccabile curriculum.

 

 

La rubrica Politica, società e costume, presenta “Thor- The Dark World. La vera storia” a cura di Alfredo Betocchi

Thor

 

Il titolo di questo articolo è quello del famoso film di Alan Taylor interpretato dal prestante attore Chris Hemsworth, insieme al bravissimo Anthony Hopkins e all’affascinante Natalie Portman.

Il film è incentrato sulle gesta del supereroe della “Marvel Comics Thor” ed è prodotto dalla Marvel Studios e dai Walt Disney Studios Motion Pictures.

E’ la storia dell’ambiguo, oscuro rapporto di amore-odio tra Thor e il fratello Loki, già cattivissimo nel primo film «Thor -The Avengers» (I vendicatori).

Qui il perfido personaggio, interpretato dal britannico Tom Hiddleston, diventa un alleato inedito delle forze del Bene.

Ma chi sono questi strani e misteriosi personaggi così estremi e violenti?

Qual è la loro provenienza?

Thor è il Dio nordico meglio conosciuto dopo Odino. Da prove archeologiche pare essere stata la divinità preferita dai Vichinghi.

Questo feroce popolo di guerrieri, navigatori e pirati fu il protagonista della grande espansione scandinava che si svolse dall’ottavo all’undicesimo secolo della nostra era. I vichinghi erano conosciuti con nomi diversi: Normanni in occidente (da north man – uomo del nord) e Variaghi (dal russo Varjag) in oriente.

Mappa vichinghi

Nei loro vagabondaggi, conquistarono nel IX secolo molti territori, come il nord della Francia che ancora oggi si chiama Normandia e l’Inghilterra.

Nel secolo successivo occuparono le isole Faeroer, l’Islanda e la Groenlandia.

Da quest’ultima gelida terra fecero un balzo nel nord America, nel Labrador, dove fondarono una colonia chiamata Vinland, che fu distrutta dai pellirosse qualche anno dopo.

I vichinghi si spinsero anche nel Mediterraneo creando gravi problemi a molti stati rivieraschi. Nell’862 una spedizione sbarcò in Liguria, a Luni presso Sarzana, credendo di essere arrivati a Roma. Dopo il saccheggio e la distruzione della città, ripartirono delusi per non tornare mai più.

Poco dopo il mille, con il nome di Normanni, cacciarono gli Arabi dalla Sicilia e s’impadronirono di tutta l’Italia meridionale, fondando un forte regno che tanta parte ebbe nella nostra storia nazionale.

In oriente discesero il lungo fiume Dniepr, in Sarmazia, oggi Ucraina, fondando il Principato di Gardarik, la cui capitale Novgorod fu il primo nucleo del futuro regno di Russia e dando inizio all’omonimo, potente stato che ancora oggi conosciamo.

Raggiunto il Mar Nero, aggredirono perfino Costantinopoli che cercarono di saccheggiare per ben due volte, nell’865 e nel 907.

I vichinghi adoravano numerose divinità che erano molto simili a quelle venerate dagli antichi greci. Ogni dio o dea era preposto a un fenomeno della natura.

Il pantheon delle divinità adorate dai vichinghi comprendeva 2 gruppi o tribù: gli Aesir e i Vanir. Questi ultimi erano più oscuri e raramente menzionati nei miti.

Odino era il capo degli Aesir. Conformemente ad alcuni miti, era il padre di Thor e di molti altri déi nordici. Si può assimilare allo Zeus dei greci e al Giove dei romani. Abitava ad Asgard, il cui palazzo si chiamava Walhalla nel quale confluivano le anime dei guerrieri morti in battaglia, accompagnate dalle Walchirie, vergini guerriere.

Frigga era la moglie di Odino e regina di Asgard, l’Olimpo degli Dei scandinavi.

I testi dicono che abbia avuto il dono della profezia, ma si parla molto poco di lei nei miti.

Loki è il malizioso mistificatore, il cattivo che tenta costantemente di attaccare e insidiare gli Aesir. Egli è il padre della dea Hel, del Serpente Jormungand e del grande Lupo Fenrir. Tutti e quattro verranno combattuti dal Dio Thor.

Ci sono molti nomi difficili da ricordare in questo articolo. La lingua scandinava è, in questo, ostica per la nostra parlata neolatina e sono sicuro che rimanga difficile persino per i tedeschi.

Thor è l’eroe positivo, il dio dei fulmini e delle tempeste, senza macchia e senza paura che venne raffigurato con un enorme martello con il quale riproduceva il rumore del tuono.

Vi sono numerose fonti letterarie in cui trovare notizie di questo terribile Dio dei vichinghi. Prima fra tutti l’«Edda», vergata in due versioni, in poesia da Saemund Sigfusson e in prosa da Snorri Sturluson. Entrambi i poemi furono scritti in Islanda durante il tredicesimo secolo.

L’isola adottò il Cristianesimo verso il 1000 e i miti furono privati del loro contenuto religioso. Rimaneva solo il modello dell’eroe vichingo che adorava sé stesso, in tal modo le storie enfatizzavano soprattutto la sua forza fisica e il suo valore in battaglia. Queste doti erano utilizzate per proteggere Asgard dai giganti invasori.

Ma come si procurò Thor il Martello magico detto «Mjolnir»?

Tutto cominciò da un crudele scherzo del solito dispettoso Loki: la moglie di Thor, Sif, dea della Terra, rinomata per la bellezza della capigliatura bionda, subì l’affronto di Loki che tagliò i suoi capelli in un attacco di pura cattiveria.

Thor s’infuriò talmente tanto per questo scherzo che Loki temette per la sua vita.

Quest’ultimo si rivolse allora a un gruppo di Nani detti «Figli di Ivaldi» che avevano fabbricato magici tesori per gli Aesir. Loki persuase i nani a creare una nuova capigliatura dorata per Sif ed essi riuscirono nell’impresa. Non solo i capelli erano d’oro, ma avevano in più la facoltà di crescere come veri capelli naturali.

Allora Loki pensò all’opportunità per un ulteriore misfatto. Il dispettoso Dio avvicinò quindi due fratelli nani, Brokk e Sindri scommettendo con loro che non sarebbero stati capaci di creare nulla che potesse competere con quella meravigliosa capigliatura.

I due nani si misero al lavoro nella loro fucina. Loki, per essere sicuro di vincere la scommessa, si trasformò in una noiosa mosca e iniziò a tormentarli durante il loro lavoro. Nonostante la distrazione della fastidiosa mosca, i due fabbri mossero il mantice finché non furono in grado di fabbricare un magico cinghiale, chiamato Gullinbursti, cioè “Setole d’oro”. L’animale poteva correre sulle acque e persino volare e il suo vello d’oro illuminava qualsiasi luogo dove si recava.

Il cinghiale venne regalato alla dea Frey dei Vanir e ottenne il suo gradimento.

Uno dei due nani gettò nella fornace ancora dell’oro e lasciò il fratello a lavorare.

Loki/mosca seguitò a volare e a pungergli il nano, ma quello fabbricò un anello d’oro detto Draupnir che aveva la magica facoltà di gemmare da sé altri otto anelli d’oro di uguale peso, ogni nove notti. (Vi ricorda nulla questa leggenda?)

Draupnir fu regalato a Odino che ne fu oltremodo felice.

I fratelli ripresero a lavorare, forgiando il magico martello Mjolnir. Loki punse di nuovo un nano e questa volta in un occhio. Il disgraziato fermò il mantice per un momento e il martello risultò alla fine troppo corto per essere maneggiato.

Nonostante ciò, i due fratelli conclusero che era il più potente attrezzo mai creato in Asgard e lo regalarono a Thor. Questo fu il motivo per cui Thor ebbe bisogno di un paio guanti nuovi di ferro, fatati, per impugnare bene il martello.

Il risultato fu che l’arma non sbagliava mai un bersaglio e ritornava da solo tra le mani del Dio del tuono.

Avendo perso la scommessa, Loki cercò di volare via, ma Thor lo catturò, consegnandolo nelle mani dei due nani i quali decisero di prendersi la loro ricompensa tagliandogli la testa. A quel punto Loki osservò che non potevano tagliargli la testa senza danneggiare il collo e questo non era parte della scommessa.

I due nani allora si accontentarono di cucire la bocca dell’imbroglione.

Molte altre avventure coinvolsero Thor, Loki e gli altri Dei di Asgard.

Thor combatté contro serpenti, giganti e mostri volanti distinguendosi sempre per astuzia e audacia. Le sue avventure ricordano quelle di Ercole, eroe greco in seguito divinizzato.

Anche altri popoli del nord avevano nei loro miti eroi simili. I Germani veneravano il guerriero Donar che Tacito, lo storico romano, paragonava a Ercole.

In Britannia, i pagani anglosassoni adoravano una divinità del tuono chiamata Thunor, nome che non è molto lontano dal Thor scandinavo.

Ogni guerriero vichingo si impersonava nell’eroe Thor, desiderando emulare le sue favolose gesta e invocandolo in battaglia.

Nel XIX e nel XX secolo ci fu un gran rifiorire di studiosi e appassionati dei miti nordici. Più di recente il martello di Thor è stato scelto come emblema da vari gruppi di persone, specialmente legate a idee dell’estrema destra o al neo paganesimo.

Il nome “Thor’s Hammer” (Martello di Thor), per esempio, è stato adottato da una band di black metal in Polonia, che la Lega Anti-diffamazione si è affrettata ad accusare di razzismo.

Viceversa, seguaci neo pagani di Asatru (da Aesir Faith – fede negli Aesir), movimento creato nel 1972 e propagatosi in Scandinavia, USA e altrove, si oppongono e contestano l’uso del martello di Thor da parte di gruppi razzisti e di estrema destra.

***

L’Autore ha pubblicato una Trilogia delle Streghe e il romanzo “Ramesse XI.

La rubrica Politica società e costume presenta “Sfida sotto la Torre. Il Gioco del Ponte a Pisa”. A cura di Alfredo Betocchi

 

Il gioco del ponte 1

E’ ben strano che qui a Firenze si parli e si scriva di Pisa, odiata nemica ghibellina e soprattutto che se ne scriva a Firenze, che tanti dolori ebbe a patire a causa dei Pisani.

Diciamoci la verità: ai fiorentini sarebbe piaciuto che la Toscana fosse rimasta come nel Miocene, con Firenze (cioè il suo territorio) su basse colline all’asciutto e Pisa…come Atlantide, sotto 100 metri d’acqua dove gigantesche balene e pescecani la facevano da padroni. Ma vediamo di essere più realisti.

Pisa, o Pisae, al plurale1 come la chiamavano i romani, cominciò a essere considerata città dall’89 a.C. quando Roma, con la “Lex Julia”, concesse la cittadinanza romana ai Liguri. Ai Liguri perché Pisa e la sua gente erano originari di quelle popolazioni e non, come gli altri toscani, degli Etruschi.

Stretti tra il fiume e il mare, i pisani cominciarono presto a soffrire d’artrite, perciò si dettero subito allo sport e al movimento.

Misero in mare una bella flotta e…giù a remare di gran lena.

Rema oggi, rema domani, i pisani conquistarono la Corsica e la Sardegna.

Quelli che rimasero in città si annoiavano perciò, pensa e ripensa, non trovarono niente di meglio che divertirsi a darsele di santa ragione.

Nel Medioevo, il combattimento corpo a corpo aveva luogo con armature pesanti e soprattutto con il “targone”, una grossa tavola di legno con cui i combattenti dovevano arrivare a conquistare l’altra metà del Ponte di Mezzo2, vincendo la disfida.

Insomma i pisani, non contenti di menar le mani con i Genovesi, i Veneziani, gli Amalfitani, i Saraceni, i Lucchesi e infine i Fiorentini, cioè quando non avevano altro da fare, si picchiavano tra loro con molta soddisfazione.

Lo scontro era regolamentato nella parte in cui i partecipanti erano divisi tra Mezzogiorno e Tramontana, secondo la suddivisione della città. Dopodiché non vi erano più regole, sotto a chi le prendeva di più e…vinca il più forte!

Nel secondo dopoguerra, dopo secoli di fratture, lussazioni e numerosi morti, il combattimento con lo scontro fisico fu soppresso e sostituito dal grosso carrello metallico che i “combattenti” dovevano spingere contro gli avversari, come se fosse un tiro alla fune ma all’inverso.

Il Gioco del Ponte, così detto perché si disputa sul Ponte di Mezzo, (chiamato anche Ponte Vecchio: che copioni, ce l’abbiamo anche noi a Firenze e ben più famoso), è una finta battaglia fra due Fazioni che rappresentano le due parti in cui l’Arno divide la città.

il gioco-del-ponte 2

Su uno dei pilastri del Ponte e precisamente su quello da cui inizia la spalletta del Lungarno Regio, (nominato così per la presenza del Palazzo Reale: grrrr, ghibellini e pure monarchici!), si legge l’iscrizione dettata da Valerio Chimentelli3 nel 1660, che richiama proprio la statua del Dio guerriero Marte, in onore del quale probabilmente in epoca più antica, iniziarono le zuffe cittadine.

Delle due squadre, l’una è quella della parte cittadina volta a Tramontana ed è chiamata Boreale, l’altra è quella della parte meridionale ed è chiamata Australe. Ciascun gruppo consta di sei squadre, forse per ricordare le sei Magistrature di ogni parte.

Ogni squadra reca i propri colori, e la propria impresa, che è uno stemma araldico, di solito molto bello.

La parte di Tramontana conta:

  1. S.Maria, colori: bianco e celeste; impresa: la dea Flora con la Cornucopia.

  2. S.Michele, colori: bianco e rosso; impresa: una Stella a otto punte.

  3. Calci, colori: bianco, verde, beige e giallo oro; impresa: la Fama alata che suona la tromba e reca un ramo d’ulivo.

  4. Calcesana, colori: giallo e nero; impresa: un’Aquila bicipite asburgica, poi sostituita da un’Aquila romana.

  5. Mattaccini, colori: bianco, celeste e rosa; impresa: un “mattaccino” o pazzerello che corre con un cartiglio ed un laccio fra le mani.

  6. Satiri, colori: rosso carminio e nero; impresa: un Satiro armato di clava e scudo

La parte di Mezzogiorno conta:

  1. S.Antonio, colore: rosa vivace; impresa: un Cinghiale.

  2. S.Martino, colori: bianco, rosso cupo e nero; impresa: un Cavallo bianco.

  3. Dragoni, colori: bianco e verde; impresa: un Drago.

  4. Leoni, colori: bianco e nero; impresa: un Leone rampante reggente una palla rossa.

  5. S.Marco, colori: bianco e giallo carico; impresa: il Leone alato col libro (2)

  6. Delfini, colori: turchino e giallo; impresa: un Delfino.

I colori e le imprese delle squadre datano dal XVIII secolo e si sono tramandate, quasi immutate sino ad oggi.

La festa si svolge l’ultima domenica di giugno e, come tutte le rievocazioni tradizionali, comincia con un corteo storico di oltre 700 figuranti vestiti alla moda spagnolesca del 5/600.

La parata accompagna le due squadre fino al Ponte di Mezzo, dove è allestito un grande carrello che sembra un enorme pettine.

Le squadre si sistemano spalle contro spalle e spingono sulle traverse per ricacciare indietro gli avversari.

E’ uno sforzo immane e gli atleti si allenano tutto l’anno.

La squadra che riesce a valicare la metà del ponte, ha vinto.

Solo dagli anni novanta è stato introdotto il pareggio, che si è verificato pochissime volte.

Tamburini, trombette e sbandieratori sottolineano il “combattimento”, allietato anche dagli incoraggiamenti dei rispettivi tifosi.

La giornata continua con i vincitori che passeggiano, rumoreggiando nella parte del ponte da loro “conquistata”, con bandiere trombe e tamburi.

I perdenti si ritirano in buon ordine e, fino l’anno dopo non si fanno più vedere, covando tuttavia sentimenti di rivincita e di riscossa.

***

L’Autore di quest’articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

1Pisae perchè probabilmente il primo insediamento era formato da diversi villaggi in seguito riuniti in un’unica città.

2Sul fiume Arno.

3Antiquario fiorentino (1620-1669)

La rubrica Cinema e parole presenta “Matrix”. A cura di Aurora Stella

matrix_copertina

 

Poiché (mi è stato detto) ho una innata inclinazione a essere Montessoriana, non posso (per natura quindi) esimermi dalla mia missione: donarvi chiavi diverse di lettura per analizzare film (o libri). Così, dopo aver presentato il viaggio dell’eroe in occasione della recensione di Star Wars, i paradossi temporali per Ritorno al futuro, adesso è il turno del mito della caverna di Platone per Matrix e altri film simili. Alla fine, collezionerete talmente tante chiavi che San Pietro non potrà che invidiarvi.

Scherzi a parte, una visione non esclude un’altra: anche una trilogia come Matrix può essere osservata attraverso il filtro del viaggio dell’eroe e volendo anche dei paradossi (in particolare il loop), ma per questo genere di film non sono sufficienti. Occorre inoltrarsi nell’inesplorato, quanto mai bistrattato, territorio della filosofia. In particolare, di quella greca facendo palare il diretto interessato: Platone

Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro.

Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada sia stato eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attirerebbe l’attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un’eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.

Mentre un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall’infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, animali, piante e persone reali.

Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l’uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del sole ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.

Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s’irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.

Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell’acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi. Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno. Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:


«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano.»I prigionieri immobilizzati davanti al muro, incapacitati nel guardare indietro, fissano la parete e vedendo delle ombre, in realtà modellini proiettati dalla luce di una torcia, credono che esse siano vere figure umane.

(PlatoneLa Repubblica, libro VII, 516 c – d, trad.: Franco Sartori)

Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all’ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall’ascesa con “gli occhi rovinati”. Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento e, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell’accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte.

Ora se vi siete annoiati me ne farò una ragione (e Platone pure), ma se leggendo avete tentato di allargare i vostri orizzonti, vi sarete resi conto di quanti film e libri avete visto e letto, supportati in maniera più o meno consapevole da questo mito.

Non ve ne viene in mente neanche uno?

Vi aiuterò io: per i libri le distopie come 1984 o farenight 451, per il film The Truman show. Anche questo film come Matrix prende spunto, per l’intera vicenda, proprio da questo intramontabile e inossidabile mito, pur essendo una commedia.

Andando indietro nel tempo c’è la fuga di Logan, ma anche film insospettabili come Shutter Island o più palesi come Inseption.

Ma veniamo alla nostra trilogia.

In questi film niente è come sembra e ce ne accorgiamo anche dall’utilizzo delle tecniche. Infatti, credo che Matrix abbia influenzato il modo di fare cinema. Un po’ come era accaduto a Sergio Leone e alle sue famose inquadrature “fumettistiche”. Prima dell’avvento del grande regista italiano, ci si limitava a girare le scene in campo lungo, medio, rari primi piani ecc, dopo Leone la cinepresa ha iniziato a viaggiare dai volti alle mani, soffermandosi a volte sugli occhi per balzare repentina al campo lungo per poi tornare su un particolare e così via dando l’impressione, allo spettatore, di trovarsi in un caleidoscopio di emozioni create dal vortice di immagini e suoni. Qui invece è l’utilizzo del bullet time che la fa da padrone. Non che fosse una grande novità girare scene al rallentatore, ma qui vengono inserite in momenti che avrebbero dovuto essere veloci, con lo scopo di restituire l’impressione visiva di un distaccamento nel tempo e nello spazio dalla prospettiva della telecamera, o dell’osservatore, rispetto al soggetto visibile. Il bullet time, unito a un mito intramontabile, da quel momento ha scatenato l’inferno. Non c’è più stato film d’azione o parodia che non abbia avuto un momento di bullet time…

Ma vi avevo promesso Platone e come al solito mi sono lasciata prendere la mano parlando di cose tecniche di cui ho competenza limitata…

Difatti solo quando sceglieremo la famigerata pillola rossa cominceremo a scoprire quanto è profonda la tana del bianconiglio.

Iniziamo dai parallelismi con il mito (nel caso aveste fatto i furbi e aveste evitato di leggere).

Matrix non è nient’altro che la caverna in cui tutti noi viviamo e a cui tutti siamo legati. Lo voglio dire però con le parole di Morpheus a Neo: “come tutti gli altri sei nato in catene, nato in una prigione che non ha sbarre, non ha mura, una prigione per la tua mente”.

Tosta eh? E ancora insistete che non ha nulla a che fare con il mito? Devo scollegarvi per farvene rendere conto?

Ci accontentiamo delle ombre che vediamo proiettate. Ombre di un mondo che fu (nella trilogia) e che adesso vive in parte a Zion E che ci piaccia o no, potremmo essere noi quei corpi utilizzati dalle macchine come fonte energetica per la loro sopravvivenza. Quante volte vi sarà capitato di fare sogni talmente realistici da non distinguere al risveglio la realtà dalla fantasia? E se come dice Morpheus da un sogno del genere non ci dovessimo più svegliare?

O se l’unico modo per svegliarsi fosse, come per inseption, morire?

Da questa frase (ne sono convinta) uno dei miei registi preferiti (Nolan) deve aver tratto il suo inseption, di cui parleremo in un altro momento.

Neo è l’uomo che esce fuori dalla caverna e resta accecato dal sole (forse, tutto sommato, la pillola blu poteva non essere male), gli uomini pronti a uccidere colui che intendesse risvegliarli sono tutti coloro che permettono agli agenti di Matrix di infiltrarsi, praticamente ognuno di noi.

In the Truman show la faccenda è più palese. La caverna è nient’altro che una gigantesca cupola fittizia costruita intorno a un bambino. Tutto il suo mondo è falso. In Matrix siamo noi, che lo riempiamo. Dopo aver visto questo film mi sono spesso chiesta se non fosse così. Se la nostra realtà non fosse nient’altro che una proiezione. Quando poi è arrivato inseption è stato il clou.

C’è persino una Teoria ella fisica quantistica che spiega come noi non siamo altro che proiezioni…

Non ci credete? Ma come? Lo dicono pure su the big bang theory.

Quante volte osservando come stiamo riducendo il nostro povero pianeta, nell’erronea convinzione che esista un pianeta B su cui fare affidamento, le guerre che ciclicamente ci coinvolgono, la totale mancanza di emopatia, ho davvero pensato che questa fosse una realtà immaginaria da cui prima o poi dovrei svegliarmi. Ve lo dico perché, che vi piaccia o no, se questa simulazione collettiva fosse reale e Matrix fosse una sorta di guida, la cosa che ho trovato tremendamente rivelatrice è la frase dell’agente Smith dove paragona gli esseri umani ai virus. Parlando con il prigioniero Morpheus, in attesa che le sue difese inizino a crollare, gli rivela che uno dei primi tentativi delle macchine per assicurarsi un buon raccolto era stato quello di creare una realtà ideale: niente guerre, niente malattie, niente discriminazioni e… sorpresa? Interi raccolti andarono perduti, perché l’uomo non riconosce come propria una realtà paradisiaca. Se non guarda dall’alto in basso i suoi simili, se non vede degrado e violenza non si sente a casa.

Ecco perché non siamo veri mammiferi: ci installiamo in un punto, consumiamo tutte le risorse e poi ci spostiamo da un’altra parte…

E onestamente non riesco a dargli torto.

Dopo questa simpatica considerazione, tralasciamo i pensieri funesti e torniamo per un momento al primo film e al suo finale “aperto”. Neo che fa sapere a Matrix che presto mostrerà all’umanità la verità e poi nei due sequel il film tradisce sé stesso mandando a benedire Platone.

Questo è il vero problema di molti film in generale. Come vi avevo detto anche per i prequel di Star Wars, se ci si discosta troppo dagli archetipi si finisce per tradire lo spirito del film (o del libro). Perché la trilogia originaria di Star Wars funziona, i sequel un po’ meno e i prequel non funzionano? Non parlo a livello di incassi o di critiche, ma di memoria.

Perché tutti, ma proprio tutti, ricordano Luke Skywalker, adesso Kylo Ren (e anche se devono anora digerire alcune cose rimarrà nella memoria), hanno temuto Darth Vader, ma Anakin e i maledetti midiclhorian non hanno fatto breccia? Perché questi ultimi si sono allontanati troppo dalla sicurezza che il viaggio dell’eroe ci fornisce.

Star wars, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un perfetto connubio di fantascienza e fantasy, ma se si sposta l’ago della bilancia in una direzione piuttosto che nell’altra, si fanno danni. Nella trilogia prequel la fantascienza (clonazione, midiclhorian ecc) sottrae il posto al misticismo della forza. I Jedi più che cavalieri sono guardie del corpo armate…e poi? Girano con un kit che fa le analisi del sangue? Quindi la forza è un fattore genetico come gli occhi azzurri? ma per favore…dov’è andata a finire la guerra nessuno grande fa?

Ecco che lo stesso avviene per Matrix reloaded e Matrix revolution. Cosa c’è che non va, vi chiederete? Semplice. Il tradimento dell’idea del mito della caverna. Il finale, seppur aperto del primo film, lasciava intuire che Neo avrebbe potuto distorcere quella realtà a suo piacimento e invece si trova a combattere con i sistemi di prima. Il kung fu per capirci. Quindi fa un passo indietro e si rimette le catene. Ok sono d’accordo che il film si intitola reloaded, però…

Vogliamo parlare poi del più gande buco nella trama? Talmente grande da far apparire la fossa delle Marianne come un lieve avvallamento? Il ritorno dell’odioso agente Smith, riacciuffato per i capelli con l’escamotage di essere divenuto un virus, dopo essere stato eliminato da Neo. In nessuna parte del primo film si dà adito a pensare che non sia stato rimosso. Niente, neanche un pezzettino piccino picciò, una misera inquadratura, un’apparizione sui titoli di coda. Perciò, stramaledetto agente Smith, da dove sbuchi?

Ecco qui il deus ex machina uscito male. Vi avevo già parlato di questo losco figuro a proposito di Star Wars (parliamo del IX film). Ma se su Star Wars in qualche modo Abrams riesce a inserire l’imperatore come burattinaio di tutto, su Matrix l’agente Smith è proprio buttato dentro a calci, peggio del peggior mondo perduto di Crichton (parlo del libro in questo caso) dopo lo splendido Jurassic park.

Nell’insieme i due sequel fanno l’effetto di un riempitivo di pagine. Tutto un parapiglia tra architetto, oracolo, programmi ribelli per poi arrivare a un compromesso che scontenta tutti, dove entalpia e entropia si stringono la mano? Un eterno ritorno dell’uguale dove scopriamo che l’eletto compie le stesse scelte da innumerevoli volte, che Zion non viene mai distrutta definitivamente pur avendone l’opportunità perché anche questo serve alle macchine per avere il controllo (opinabile), che la vera rivoluzione è in una scelta individuale piuttosto che verso la collettività?

Dove mandiamo a far friggere la massima di Spock che recita “ le esigenze dei molti contano più di quelle dei pochi o di uno solo” in questa versione alla Kirk de alla ricerca di Spock, dove l’individuo (in tema Nietzsche appunto) supera la collettività?

Forse. Ma questi concetti cozzano con il mito della caverna e rendono dimenticabili i due sequel. Una volta scoperto il vero mondo, che importanza può avere come intenda liberare dalle catene gli altri uomini? Vi svelo un segreto. Di tutti gli orribili sequel creati, Matrix reloaded e revolution sono quelli che mi hanno deluso di più. Avrei preferito a questo punto immaginare piuttosto che vedere Neo pestare tutti per cercare un oggetto magico di cui non ha bisogno (il fabbricante di chiavi). Apprezzo il tentativo dei fratelli Wachowski di dare un volto ai creatori della caverna, ma tranquillamente avremmo potuto vivere senza.

Volete fare i pignoli e dirmi che alla fine Neo viene accecato come nel mito? Non vi rispondo nemmeno.

Vi consiglio invece di rivedere Matrix (il primo ovviamente) e se proprio volete rivedere anche i sequel vuol dire che bene o male purché se ne parli funziona ancora.

La rubrica politica società e costume presenta “Una cattedrale per l’eternità”. A cura di Alfredo Betocchi

Notre Dame

NOTRE DAME de Paris, è la chiesa più famosa al mondo dopo San Pietro a Roma.

La cattedrale di Parigi ha attraversato nove secoli nei quali è stata più volte sull’orlo della catastrofe.

Incendiata varie volte, minacciata di distruzione nelle rivolte parigine del XIX secolo, è arrivata a superare l’anno duemila per poi rischiare di sparire incenerita dalle fiamme il 15 aprile del 2019.

Notradame in fumo

Dopo l’eroico intervento dei vigili del fuoco di Parigi, il presidente Macron ha promesso che verrà ricostruita in cinque anni. Ce lo auguriamo tutti.

La sua costruzione fu decisa nel 1160 dal vescovo Maurice de Sully d’accordo col re dei Franchi Luigi VII ed è stata più volte rimaneggiata e abbellita.

Ogni angolo delle sue mura trasudano storia e grandezza: lì sono stati incoronati re, sono stati celebrati trionfi militari, sepolti uomini importanti e potenti sovrani.

La sua bellissima facciata di tre portali gotici ha visto innanzi a sé folle inferocite, guerre, patiboli e roghi di eretici.

Le sue statue hanno un che di paganeggiante e nella stagione delle rivoluzioni di fine ‘700 la massoneria e i cabalisti ebrei sostennero la tesi di simbologie arcane.

Le sculture dei 24 re d’Israele che fregiavano gli interni furono distrutti in Place della Concorde dai repubblicani fanatici che li avevano scambiati per i re Merovingi.

Nel 1870 la Comune, una dittatura insurrezionale fanatica e velleitaria, minacciò la distruzione della cattedrale. Fortunatamente, malgrado gli eccessi, la ragione e la repressione dei monarchici sventò questo pericolo mortale.

Ma vediamola più da vicino per coloro che ancora non l’hanno ammirata in tutto il suo splendore:

  1. LA GUGLIA: prima dell’incendio del 2019 era alta più di 90 metri, ma non era quella originale. Fu infatti ricostruita nell’800 al posto di quella medioevale distrutta nel corso del 1700.

  2. I CONTRAFFORTI: sono enormi pilastri di pietra sui quali poggiano gli archi rampanti.

  3. LE VETRATE: Per metà sono ancora quelle del XIII secolo. Il magnifico Rosone Nord è composto da 432 vetrate e misura quasi 13 metri di diametro.

  4. IL CORO: è la parte finale della Cattedrale orientato dove sorge il sole che due volte l’anno, il 1° maggio e il 15 agosto, tramonta proprio lungo l’asse del coro. E’ uno spettacolo meraviglioso da non perdere.

  5. IL TRANSETTO: è la parte che separava i religiosi (coro) dai fedeli (navata). Costruito nel XII secolo, fu ampliato circa cento anno dopo.

  6. LA FORESTA: è il nome dato alla colossale armatura in quercia danneggiata dall’incendio dell’anno scorso. I tronchi erano incastrati tra loro senza chiodi.

  7. LA NAVATA: raggiunge un’altezza di 35 metri, seconda in Francia solo alla cattedrale di Reims. Il tetto è composto da 1326 placche di piombo e pesa ben 210 tonnellate.

  8. LE VOLTE: sono sostenute da immense crociere. Fasci di nervature in legno salgono ad altezze impensabili. Alzando gli occhi si ha un senso d’infinito.

  9. IL VESCOVADO: fu costruito dallo stesso vescovo che volle l’erezione della cattedrale. Andò a fuoco nel 1831 e venne ricostruito in stile finto gotico.

  10. LE STATUE: sopra il portale ce ne sono 28. Quelle originali, come ho già accennato, furono distrutte durante la Rivoluzione Francese. Sono sormontate dalla statua della Madonna che dà il nome alla cattedrale.

  11. LE TORRI: Sono poste soprai i due portali laterali. La torre sud, quella a destra della facciata, è alta ben 69 metri e ospita la più grande campana della cattedrale, pesante 13 tonnellate.

  12. LE PORTE: una antica leggenda narra che il fabbro che le fuse fu aiutato dal Diavolo in cambio ovviamente della sua anima. Il giorno della inaugurazione, nel 1163, il Diavolo si presentò in piazza per riscuotere il suo compenso ma le processioni religiose lo fecero fuggire e il fabbro potè così salvare l’anima.

  13. I GARGOIL: statue che raffigurano mostri. Il loro scopo è esorcizzare le forze del male per difendere la Cattedrale.

  14. LA STRADA: fu costruita per fare transitare i carri dei cantieri poi, una volta finito l’immenso edificio, fu smantellata. Attorno ad essa sorgevano numerose botteghe e chiese ora scomparse.

Pare che questo capolavoro debba realmente attraversare i secoli, nonostante le minacce, gli incendi e le devastazioni della Storia. Sono sicuro che fra quattro anni la rivedremo restaurata e più bella di prima!

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Una mostra del 4040. Intervista al prof. Agenore Benno”. A cura di Alfredo Betocchi

quadri-su-tela-gabinetto

 

 

« Signori olispettatori, buonasera! è il vostro Stilicone degli Ori da Radio Himalaia che vi parla in collegamento dal Museo della Civilltà Antica qui a Mustang.

Si inaugura oggi una nuova, interessantissima mostra sulla cosidetta Epoca dei Primi Video. Come avrete studiato sui libri di storia, questa antica civiltà sorta all’inizio del XXI secolo, durò per circa cinquecento anni per poi evolversi nella successiva Età dell’Ologramma nella quale stiamo vivendo.

Già mille e cinquecento anni sono trascorsi da quell’epoca remota e pochi oggetti preziosi e rari monumenti si sono salvati dalle vicende storico-geologiche che la spazzarono via. Abbiamo qui con noi il professore Agenore Benno che ci descriverà, a grandi linee, il percorso della mostra. Ci parlerà della parabola ascendente e della fine di quegli antichi tempi. Buonasera professore».

«Buonasera a lei e a tutti gli olispettatori. La mia equipe ed io abbiamo condotto accurate ricerche nel continente sommerso che una volta si chiamava Europa e che adesso è formato dalle tre isole Pirenee, Alpine e Appenniniche.

I nostri mezzi subacquei hanno scandagliato per molti anni, nel corso di campagne sottomarine, i fondali alla ricerca di reperti risalenti più o meno al 2000 d. C.

Le nostre ricerche sono state fruttuose ma avare di oggetti. Abbiamo trovato vestiti, oggetti metallici che probabilmente erano usati per deambulare, mobili, oggetti di uso comune e rari gioielli.

L’oggetto più importante rilevato a una profondità di circa cento metri, inserito in un piccolo edificio, stretto e lungo che dall’aspetto pareva parte di un’abitazione primitiva, è quello che abbiamo chiamato “Il Trono dell’Imperatore”.

Questo manufatto costruito in materiale di colore bianco ci è pervenuto, pensiamo, completo.

I nostri colleghi, ovviamente, non sono affatto sicuri che si tratta di un trono ma per praticità i primi scopritori lo hanno chiamato così.»

«Professore, può descrivere per i nostri olispettatori di quali pezzi esso è composto? Siamo tutti curiosi di avere almeno un’anteprima in attesa di ammirare questo rarissimo e prezioso oggetto.»

«Certamente. Esso è formato da quattro reperti di diverso materiale, il più grande dei quali è il cosiddetto “Trono”. Gli altri tre sono di diversa fattura. Vi è quello che sembra un coperchio di forma ovale. Vi è poi un oggetto della medesima forma ma costruito come una cornice. Entrambi sono dello stesso colore del trono.

In un angolo dell’ambiente gli archeologi hanno portato alla luce, semi sepolta, una lunga e fine collana di materiale metallico che sosteneva a un’estremità una sorta di pendente dello stesso materiale bianco del coperchio e della cornice.

Dopo approfonditi studi, abbiamo concluso che tali oggetti facevano parte di un corredo di un potente personaggio dell’epoca. Presumiamo che costui si sedesse sul trono sul quale era fissato il coperchio ovale, mentre al collo portava, come simbolo di sovranità o di importanza sociale, la cornice. La collana metallica era presumibilmente uno scettro.»

«Professor Benno, tutto questo è molto interessante, ma abbiamo letto che la vostra equipe ha fatto una scoperta ancora più interessante. Un’iscrizione dell’epoca su una parete del vano nel quale è stato trovato il Trono. Può dire qualcosa in merito ai nostri olospettatori?»

«C’è poco da dire. Abbiamo rilevato sulla parete, peraltro molto rovinata della sala del trono, pochi segni quasi illeggibili, così composti: “Ce…o f…a t…f..re 3..8…1” .

Ignoriamo quale possa essere il significato di tale messaggio ma crediamo possa essere stata una formula propiziatoria per la carriera dell’illustre personaggio.

Purtroppo non si è trovato nessuna traccia del corpo del sovrano o chi per esso.

Posso solo aggiungere che i nostri ricercatori sono stati fortunati nel rilevare poco più in là del trono una tavola di legno quasi completamente marcita con inserita in un apposito pertugio, una piccola chiave. Sulle liste del legno vi erano incise altri due simboli sconosciuti dei quali, il primo è illeggibile perchè troppo consunto e il secondo è questo: “W”.

Come è noto, il continente Europa fu sommerso dal mare il cui livello si alzò a causa dello scioglimento dei ghiacci dei poli. La mancanza di territorio scatenò una letale guerra fra le potenze dell’epoca per il possesso delle terre e dei mari superstiti.

Questa catastrofe cancellò per sempre, verso il 2500 d.C., quella remota civiltà.»

«La trasmissione si conclude qui. Ringraziamo e salutiamo il professor Benno per la sua spiegazione così chiara e avvincente. Invitiamo gli olispettatori a venire numerosi per visitare questo Museo della Civiltà Antica, unico nel suo genere.

E’ il vostro Stilicone degli Oddi da Radio Himalaia che vi saluta. Buonasera a tutti!»

(I nomi e gli avvenimenti descritti nell’intervista sono frutto della fantasia dell’autore)

***

L’autore del racconto ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo: “Ramesse XI”.

La rubrica Cinema e parole presenta “Ritorno al futuro”. A cura di Aurora Stella

obj108532290_1

 

Se avete letto la mia recensione su Star Wars, avrete capito che quello che cerco di fare è donarvi chiavi di lettura diverse dal solito, per poter approcciare in maniera diversa la visione dei film. Siano essi recenti o datati. La prima di queste chiavi è stata il viaggio dell’eroe un passe-partout valido per quasi tutti i testi e tutti i film. Non occorre infatti che un viaggio sia prettamente “fisico”. Anche un viaggio nell’io è comunque un viaggio. E se l’eroe avrà subito una metamorfosi, allora avrà compito il suo dovere.

Cosa piuttosto evidente anche in questa trilogia.

Nel primo film Marty è insicuro, alla fine del film è maturato. Nel corso degli altri due film, verranno evidenziati anche altri lati negativi del suo carattere (come l’irascibilità) che alla fine riuscirà a dominare. Assodato che non getteremo alle ortiche il lavoro precedentemente svolto, va detto che, per parlare di ritorno al futuro, occorre conoscere i principali paradossi temporali e vi sorprenderà, alla fine del breve elenco, vedere quanti ne sono stati usati in un film dalla trama apparentemente semplice. Nel prontuario che dovrete tenere a portata di mano, metterò anche qualche altro film che poi andrò a recensire.

Cominciamo con quelli definiti paradossi di coerenza:

paradosso dei gemelli: uno dei due gemelli parte per un viaggio a una velocità prossima o superiore a quella della luce, quando torna trova il fratello invecchiato. (Interstellar)

Del nonno: un temponauta torna indietro nel tempo, incontra suo nonno, ma per un incidente fortuito lo uccide (Ritorno al Futuro)

Ci sono poi quelli di conoscenza:

quello di Monna Lisa. Il temponauta fa un viaggio a ritroso per vedergli realizzare le sue opere e se le porta dietro. Quando arriva scopre che il pittore dipinge in maniera ingenua: mostra le tele e il pittore ispirato le copia. (Terminator, Star trek primo contatto, Ritorno al futuro, Torno indietro e cambio tutto)

Paradossi di predestinazione: pur tornando indietro, a causa di una legge naturale è impossibile cambiare gli eventi. (L’esercito delle 12 scimmie)

Co-esistenza. Incontrare sé stessi nel passato, ma non nel futuro. (Ritorno al futuro).

E qui già si generano paradossi nei paradossi…che ridere.

Il multiversum ad esempio (interstellar, ritorno al futuro, terminator, Star Trek)

L’effetto farfalla (interstellar, ritorno al futuro, terminato, Minority reportr)

La cesura cosmica. (l’esercito delle 12 scimmie, per alcuni versi anche minority report)

Il loop. (Ritorno al futuro, Edge of tomorrow)

Ora, parlando della trilogia man mano ve li illustrerò (anche per evitare di dover fare un trattato di fisica quantistica).

Cominciamo però da qualcosa di più tangibile. Cosa ci intriga effettivamente di Ritorno al Futuro?

Marty non torna indietro con un preciso scopo. Anzi non ne ha alcuna intenzione. È solo per una serie fortuita di casualità che raggiunge il suo passato. Per sfuggire ai libici che hanno appena ucciso Doc prende l’auto e la lancia a ottantotto miglia orarie e si ritrova a vivere trenta anni prima.

Rispetto a una letteratura che fino a questo momento ci proponeva (Wells, Asimov) un temponauta consapevole, Marty è là per caso (o forse no) e la prima cosa che fa è creare un paradosso (ovviamente in maniera fortuita). Lui si è spostato nel tempo, non nello spazio. Non è finito in una regione sconosciuta o su un pianeta alieno, ma in un passato relativamente vicino.

E qui il regista molla una stoccata doppia: l’incoerenza dei genitori che mostrano ai figli un profilo perfetto e l’importanza di conoscere le proprie radici. Recuperare quelle storie di famiglia che tengono la famiglia unita, appunto. Se Marty non avesse saputo dai suoi stessi genitori particolari sulla loro storia non avrebbe potuto influenzare il passato affinché prendesse pieghe conosciute.

In questo caso, per Zemeckis, la cesura cosmica non esiste. Se torni indietro nel tempo rischi di innescare un effetto farfalla (generando cambiamenti che possono portare al disastro o alla non esistenza). La sua visione coincide di più con quella di Asimov (la fine dell’eternità) dove i temponauti (i cosiddetti Eterni) potevano interferire con gli abitanti delle varie linee temporali per un bene considerato supremo e generare delle realtà diverse.

È quello che in un certo senso accade in ritorno al futuro.

La strada che deve di intraprendere il regista è quella di evitare la predestinazione e la cesura cosmica.

Il passato può essere cambiato.

Ma abbiamo anche un effetto Monna lisa. Vi ricordate quando Marty canta Jhonny be good? Chi viene interpellato dall’altra parte del telefono?

Proprio il suo creatore. Ora: chi avrà ispirato la composizione del brano? Marty no, perché egli stesso l’ha appresa (quindi doveva esistere), ma nemmeno Chuck Berry può averla composta perché lui era alla ricerca di un nuovo sound che non avrebbe mai scoperto se suo cugino non gli avesse telefonato mentre Marty eseguiva la canzone. Bel rompicapo, eh? Ma a questo servono i paradossi.

Quando poi Marty (nel primo film) torna, un piccolo effetto farfalla ci sarà: i genitori da sfigati, grazie al suo intervento, sono diventati dei vincenti e anche alla fine del terzo, dopo aver vissuto nel west Marty eviterà l’incidente che lo porterà alla disfatta.

La frase di doc “il futuro non è scritto” apre tuttavia le porte a qualcosa che va oltre i viaggi nel tempo.

Il multiversum.

La possibilità che sussistano universi paralleli, mondi e dimensioni alternative che possono esistere, nascere o morire.

Pensiamo al più grande buco nella trama di tutta la trilogia.

Il vecchio Biff Tannen che ruba la macchina a Marty e Doc e torna indietro nel tempo per consegnare a sé stesso l’almanacco che lo arricchirà e che sarà responsabile della creazione di una linea del tempo alternativa.

Beh, che c’è di strano?

Un effetto farfalla come un altro, un paradosso di coesistenza che avrebbe dovuto eliminare l’universo dato dal vecchio Biff che incontra sé stesso giovane, (che comunque genera una linea temporale alternativa), una data che, in un certo senso, rappresenta una sorta di snodo temporale da cui si dipanano tutte le linee alternative.

Ma non vi ho ancora detto dov’è il buco.

Nel momento in cui il vecchio Biff torna verso il suo futuro “attuale” non dovrebbe più trovarlo e , per usare le parole di Doc, in quel momento, la realtà avrebbe dovuto mutare intorno a loro. Ma la realtà resta la stessa. Non ci troviamo nell’orribile futuro dell’orribile città della linea alternativa, ma nel preciso momento in cui serva che torni. Nel 2015 “normale” quello dove Marty ha appena salvato suo figlio (a proposito gli attori indossano davvero vestiti al contrario)

In parole povere, quella realtà sarebbe dovuta sparire nell’istante in cui Biff ruba l’auto.

Ma, mi direte voi, come se ne sarebbero potuti accorgere Marty e Doc del mutamento della realtà circostante se questa fosse cambiata istantaneamente? Semplice: loro non appartengono a quella realtà e un cambiamento lo avrebbero percepito.

Oppure, se il regista avesse voluto, avrebbe dovuto farlo comprendere a noi. Come risolvere dunque questo problema. In parte se ne sono occupati su una puntata di Big Bang Theory, ma io ho una mia proposta.

La soluzione che mi viene in mente è trasversale e va a pescare nel grande serbatoio dei paradossi. Beef è tonato nell’istante in cui è scomparso…

Questo, almeno in teoria, aggiusterebbe le cose aprendo le porte al loop.

Perché, vi domanderete, è tanto importante per me dare un filo logico tutto ciò? Perché scrivo fantascienza, sono una psicopatica e detesto i buchi nelle trame. È sufficiente come risposta?

Se avete sempre evitato di guardare film di fantascienza perché li avete trovati cose per bambini, vi invito a riguardare questa meravigliosa trilogia e porvi, aldilà dei quesiti scientifici, le seguenti domande.

Se fosse capitato a me, quanto so della storia dei mei genitori?

Quante balle mi hanno raccontato?

Rischierei una mossa alla Beef o ci sono cose che volontariamente cambierei?

Viaggerei nel futuro?

Secondo bug che però mi aiuta a riparare il primo.

Se è previsto che non si possa viaggiare nel futuro per vedere se stesi, come hanno fatto Marty e la fidanzata a incontrare i sé stessi più vecchi?

E allora vedete che ho ragione? Quella linea futura alternativa non è che un multiversum, una possibilità. Un po’ come accade quando si parla di orbite e orbitali per gli elettroni. Mi spiego meglio. Nei vecchi modelli atomici si proponeva una sorta di orbita precisa che l’elettrone (come in un mini modello di sistema solare) doveva percorrere. Ma questo modello era lacunoso, perciò, più tardi si elaborò il concetto di orbitale. Non più dunque una linea determinata e precisa ma un concetto di spazio e di possibilità entro il quale l’elettrone poteva trovarsi. Tutto chiaro, no?

No.

Va bene, passerò a un concetto più normale.

L’omaggio che Zemeckis ha tributato ai cosiddetti spaghetti western. Sia nel secondo che nel terzo film. E lo ha fatto non solo mostrando la scena madre di per un pugno di dollari, facendola riprendere dallo stesso Marty, ma anche giocando con le inquadrature alla maniera di Sergio Leone.

Dopo tutto questo bla bla bla, non siete curiosi di rivedere di nuovo la trilogia e divertirvi a scovare i momenti in cui i paradossi si affastellano?