La rubrica Cinema e parole presenta “C’erano una volta il West, Sergio Leone e Ennio Morricone” a cura di Aurora Stella

La prosopopea degli italiani (e soprattutto dei romani) è a dir poco epica, espressa perfettamente dalla frase del marchese del Grillo “ io so io e voi non sete un caxxo”: Così un giorno un regista romano, che di sicuro ha fatto di quel pensiero un modus vivendi, si sveglia e decide di insegnare agli americani a fare film western.

Nessuno mi toglie dalla testa questo pensiero.

Perché noi a Roma, abituati da secoli di storia che ci guardano dalle finestre del Colosseo o dall’alto del Cupolone, non restiamo comunque indenni al fascino delle grandi praterie, del Gran Canyon e degli indiani (nativi americani) e, come richiamati da un canto di sirena, non possiamo no dire la nostra soprattutto quando c’è un ma

Perché, quando c’è un ma, nella testa di noi romani si insinua più di un tarlo. Se ne sta là, nidifica, prende forma e, fino a quando non decidiamo di estirparlo, si accanisce fino a divenire ossessione.

Immagino che molti di voi, guardando un vecchio film western con il mitico John Wayne, si siano chiesti come facesse a spostarsi da una parte all’altra di un luogo selvaggio e impervio…senza sporcarsi, tanto per dirne una.

Quante volte vi sarete posti domande come queste.

Ti muovi nel deserto?

Attraversi praterie immense, spostando vacche per settimane, mangiando cose arrabattate e cucinando la sera al fuoco di bivacco, non ti lavi a meno che non trovi qualche pozza d’acqua e sei splendido, anzi splendente?

Non ci avevate fatto caso, troppo impegnati a seguire la trama?

Nessun problema: basta restituire a Cesare quel che è di Cesare

Ed ecco la soluzione: se hai fatto tutte le cose che ho summenzionato (o anche una sola), quando arrivi a destinazione, sei sporco (zozzo per la precisione) e puzzi che accori (appesti).

La possiamo osservare, ad esempio, ne “Il buono, il brutto e il cattivo” quando Tuco (Eli Wallach) e Clint Eastwood si trovano davanti un esercito e Tuco (il brutto), convinto che sia quello confederato, si sbraccia e questi ultimi, guardandolo come fosse feccia, si scuotono la polvere dalla divisa che da grigia diventa (più o meno) blu.

Quello che io chiamo ridare dignità allo sporco. Per non parlare dell’abbigliamento: un poncho, quattro stracci, qualche cappello. Niente stivali lucidi o cinturoni nuovi di zecca o camicie fresche di bucato…

Se pensate che il tarlo sia tutto qui, non conoscete i tarli romani.

Passiamo a un altro aspetto secondario ma non meno importante: la bellezza.

Ora non venitemi a dire che gli americani sono tutti belli perché vi tiro dietro la sputacchiera di un dollaro d’onore, senza nemmeno il dollaro dentro.

Una realtà fatta di vaccari (Cow boy =ragazzo mucca, parla da solo), di zappaterra (questa l’ho rubata direttamente a Wild, wild, west), coloni e razziatori voi ve li aspettate tutti belli, con i denti dritti, alti e con gli occhi azzurri?

Se sì, vi meritate la tarantola di trenta metri del dottor Loveless.

Molto meglio la soluzione italiana: brutti, sporchi e cattivi e, nella scelta di tipi orribili ma credibili, Sergio leone disegna una realtà credibile.

Quello che io chiamo ridare dignità alla bellezza passando dal brutto e, tanto per fare qualcosa di diverso, mettere un cattivo bello. E che bello: Gian Maria Volonté. Avete da ridire qualcosa su questo?

Se sì, vi meritate le scorregge di mezzogiorno e mezzo di fuoco.

Se guardate un vecchio film, di quelli di John Ford o di qualsiasi altro regista che abbia voluto nobilitare la storia americana tramutandola in epopea americana, riconoscerete subito il cattivo: se non è un indiano è brutto e, qualora fosse un indiano, con tutta probabilità non sarebbe nemmeno interpretato da un nativo.

Ecco che Sergio Leone sconvolge tutti i cliché e insegna agli americani come raccontare la propria storia, senza veli.

Prende un attore americano sconosciuto, uno alla fine della carriera, un russo, quattro straccioni, gira per la Sardegna (o al massimo in Spagna) per riscostruire un ambiente credibile e tira fuori un western migliore di quello prodotto in casa e se i suoi film, le sue inquadrature, il suo modo di fare hanno fatto la storia, un merito speciale va anche al grande compositore Ennio Morricone, scomparso da poco.

Perché, e qui lancio non un sassolino ma un blocchetto di tufo, con il grande compositore la colonna sonora diventa viva.

Potete non aver mai visto la trilogia del dollaro o c’era una volta il west, ma la musica di Ennio, almeno una volta nella vita, vi sarà capitata di ascoltarla. Potrei parlare per ore del grande maestro, citarvi brani, tuttavia mi limiterò solo a dirvi di ascoltare la colonna sonora di Mission se non l’avete mai fatto e vi troverete al fianco di Jeremy Irons o di Robert De Niro a combattere (ognuno amodo suo) per gli indios.

Ci mancherà il grande maestro, eccome…

Per tornare ai film western, vi dico che il duetto Leone-Morricone sbaragliò la concorrenza perché alla colonna sonora, fino a quel momento, non era mai stata data troppa importanza. Al massimo si poteva sentire qualche marcetta e il suono della carica, eseguita con la tromba a segnalare l’arrivo dell’odioso deus ex machina che risolve tutti o quasi i problemi. Forse solo in un dollaro d’onore, grazie a Dean Martin, la colonna sonora sembra assurgere a vita, quasi propria. Per il resto si comportava come una sorta di accompagnamento. Sergio Leone ne intuì l’importanza e il genio di Morricone diede vita a quel sogno.

Sergio Leone, con il suo modo di fare film, di restituire alla realtà la brutalità e una sorta di credibilità, ha segnato la storia del cinema non solo italiano. Anche se gli americani li chiamano ancora spaghetti western, non hanno potuto fare a meno, nel corso del tempo, di rimanere dapprima colpiti, poi affascinati, infine divenire emulatori del grande maestro del cinema italiano.

Lo stesso Clint Eastwood mise in pratica gli insegnamenti ricevuti. La prima pellicola, coraggiosa ma non propriamente innovativa, fu il texano dagli occhi di ghiaccio dove, guarda caso, la parte del cattivo non è recitata da un indiano. Anzi, là sono buoni e si fanno gli affari loro e il capo indiano è interpretato (Oh miei dei) da un nativo.

Ma il genere western, messo in crisi non solo dalla brutale e poco romantica realtà che noi gli avevamo elegantemente sbattuto in faccia, stava perdendo colpi. Gli americani stavano cominciando a vedere la loro storia per quel che era. Qualcuno in quegli anni (complice anche la contestazione del ’68) cominciava a porsi domande, finché non arrivarono film come Soldato blu o Piccolo grande uomo che mandarono in crisi la percezione che avevano di sé stessi.

Paradossalmente aver restituito la drammaticità della realtà non decretò un avanzamento, piuttosto un declino o, meglio, un ripensamento. Quasi che, piuttosto che continuare sulla linea di Soldato blu o di Piccolo grande uomo, fosse meglio lasciar morire piano piano il genere. Solo Balla coi lupi e Gli spietati riuscirono, per un attimo, a scuotere il genere che oramai sembrava definitivamente morto.

Non ci riuscì Sharon Stone con Pronti a morire dove le citazioni e gli omaggi a Sergio Leone si sprecano (qualcuno li ha definiti una parodia) e non ebbe nemmeno fortuna con la contaminazione steampunk di Wild wild west.

Bisognerà, per vedere di nuovo qualche cosa degna di essere ricordata, attendere i remake del “Grinta” (epico film con John Wayne) e de “ I magnifici sette”, “Jango” di Tarantino e “The hateful eight” (sempre di Tarantino) dove, grazie allo zampino di Morricone (Mica è stupido Tarantino) il western cerca di riappropriarsi, in qualche modo, di una realtà che gli si addice di più: quella brutta, sporca e cattiva che Leone, con abilità e sapienza, gli aveva restituito e che, grazie al maestro Morricone, ha potuto trovare la sua continuità, riuscendo in alcuni casi a superare i vecchi ostacoli come ad esempio nei “Magnifici Sette”,dove un nativo americano recita la parte del buono non come comparsa ma come protagonista, oppure, in “Jango” dove l’odioso tema della schiavitù viene affrontato e, per la prima volta, riusciamo ad odiare Di Caprio.

La rubrica cinema e parole presenta: “Star Trek”. A cura di Aurora Stella

Oggi vorrei parlare di una serie tv .

Anzi, a dirla tutta, quella che io considero LA serie tv.

Lo so che la mia rubrica dovrebbe riguardare il cinema, non venite a fare i pignoli.

Ma la serie di cui sto parlando comprende anche una mezza tonnellata di film e se ne va in giro da oltre cinquant’anni a imperversare sugli schermi (piccoli e grandi) di mezzo mondo (ance tre quarti per la precisone)

Non sentire le note nell’aria?

Non riconoscete le parole declamate dal mitico capitano Kirk?

“Spazio ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise, diretta all’esplorazione di strani, nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, fino ad arrivare là , dove nessun uomo è mai giunto prima”

Che si tratti di telefilm (ai tempi si chiamavano così, poco mi importa ora che le chiamiate serie tv o con altri millemila nomi blasfemi), fumetti o film , star trek ha portato nelle nostre case una fantascienza fruibile.

Pensate forse che Stephen Hawking si sarebbe scomodato a scrivere un libro o a partecipare a una delle puntate di the next generation se lo avesse considerato una corazzata Potionkin?

Vi rendete conto che in una piccola serie tv, un giovane attore canadese pressoché sconosciuto che andava a sostituire il volto ben più noto di Joeffry Hunter ( Il Re dei Re vi dice niente?) e il genio di Gene Roddemberry, vi hanno catapultato in un’era moderna senza che ve ne siate accorti?

Gli Stati Uniti d’Africa, il primo bacio interraziale della tv, solo per citare i camei più conosciuti. Il telefonino che oggi abbiamo tutti è stato anticipato dal comunicatore. Credete che il nome di Star Tac della Nokia fosse stato messo così, tanto per?

Che al varo della navetta spaziale Enterprise (Shuttle per gli amici) il cast degli attori fossero stati invitati perché non avevano niente di meglio da fare?

Che i russi nella allora guerra fredda non vedessero star trek? Non a caso fu inserito il personaggio di Checov e non a caso nel fil “rotta verso la terra” si divertono a inserire una gag proprio su quella che nel futuro non doveva essere che storia, ma che nell’attualità del periodo (c’era la perestrojka ma ancora il disgelo non era totale) faceva ancora paura?

Star trek ha toccato ogni punto della fantascienza utopica.

Viaggi interstellari, scoperte di civiltà, iper tecnologie che consentono di vivere in equilibrio con la natura perché ha cambiato le priorità dell’uomo attraverso un semplice gesto: togliere i soldi.

Ognuno lavora per un benessere comune.

Eppure, anche se nel corso di cinquant’anni abbiamo incontrato buoni e cattivi, ci siamo teletrasprtati, abbiamo cucinato cin il replicatore di cibo, ci siamo difesi con i phaser e abbiamo fatto guerra temprali o creato avamposti e trovato nemici implacabili come i Borg e abbiam avuto anche la robotica e i ponti ologrammi, non era mai stato reso omaggio ad Asimov.

Lo so, direte voi: vai sempre a cercare un riferimento letterario per ogni santo film che analizzi?

Non vi disgrego solo perché oggi sono di buonumore e la quarantena mi ha impigrito. Ma un bel Ptakh in klingon mi sento ancora di urlarvelo dietro.

Perché la robotica era stata, per così dire, lasciata indietro. Si, avevamo avuto il signor Data, i suoi fratelli Lore e Before (durato da Natale a Santo Stefano) gli implacabili Borg e anche V’ger a farci comprendere che esitava qualcosa di più Un universo macchina, appunto. E se vi foste letti i libri di William Shatner (Kirk) lo sapreste.

Quell’universo che terribile si abbatte in film come Terminator (prima o poi ve ne parlerò, giuro non appena riesco a digerire la voglia di pestare Cameron) qui ha un risvolto tendenzialmente positivo.

Dico tendenzialmente perché quando ci si trova di fronte ai Borg, niente è facile e persino la prima direttiva lascia il tempo che trova. Un razza che con la forza dell’assimilazione include il tecnologico nell’organico e ci porta all’interno di un alveare rendendoci spersonalizzati ma membri di una collettività, spaventa molto di più dei baccelloni in “l’invasione degli ultracorpi”. Là c’era una volontà comune, ma le persone rimanevano comunque individui con le caratteristiche di prima.

Con i Borg “la resistenza è inutile”.

Ma, nel corso del tempo, abbiamo visto le varie razze fare fronte comune ai Borg. Riuscire a riconvertire gli assimilati, sfruttare persino razze più pericolose (la specie 8472) per poterli sconfiggere. In pratica non c’erano quasi più nemici.

Quasi.

Fino a quando qualcuno non ha visto Hell Boy e ha capito che il nemico poteva provenire da un’altra dimensione ( va bene era già stato fatto per gli Xindy nella serie tv enterprise), ma che non avevano il preciso scopo di invadere. Solo quello di tutelare quelli come loro da quelli che li avevano portati all’estinzione: gli organici, cioè noi.

E dove avrei visto Asimov, vi starete chiedendo?

A parte che se non avete visto Picard nelle prime puntate maneggiare il libro di Asimov, siete ciechi, ma la ribellione dei sintetici su Marte?

Le parole che gli organici utilizzano per parlare di loro?

Tratti pari pari dai suoi racconti. Sì, perché nonostante Asimov abbia costruito i suoi robot legandoli indissolubilmente alle tre leggi si ea posto un limite. Ma da bravo scrittore, quando ti crei un mondo chiuso, devi essere abbastanza furbo da lasciarti la possibilità di individuare delle piccole crepe e poter allargare gli orizzonti che tu stesso hai posto.

Così in più racconti, Asimov inserisce “qualcosa che non va” all’interno dei suoi robot. Piccole crepe che persino una vecchia acida e scorbutica dottoressa Calvin non riesce a scorgere.

E non è il solo punto: vi dice niente l’uomo bicentenario? Se non avete letto il racconto spero almeno possiate aver visto lo splendido film interpretato da un grande Robin Willams .

Cosa rende alla fine un robot veramente umano?

La sua coscienza?

Sinistra come quella di Skynet, o di Matrix? Che una volta avviata toglie di mezzo il suo più acerrimo nemico, vale a dire il suo creatore?

Ovviamente questo accade perché la cacciata dall’Eden per via di un atto di ribellione, deve essere rimasto ben impresso nelle nostre coscienze..

Le sue conoscenze?

Il discernimento?

Oppure la morte?

È quello che capita a Data. Se nella Nemesi molti avevano trovato il suo sacrificio inutile e anche un po’ sciocco (dal momento che fa un backup delle sue memorie al fratello Before), qui la seconda morte di Data trova finalmente il suo perché. Proprio come per l’uomo bicentenario Data capisce che, per essere veramente umani, occorre morire. Ma morire del tutto.

Posso comprendere da un lato la rabbia di molti fan. La stessa che hanno provato in star wars davanti al presunto sacrificio di C3PO . Se R2d2 aveva anche lui un backup di memoria a cosa era servita tutta quella sceneggiata sulla sua morte?

Ve lo dico subito.

A riportare C3PO al suo essere originario. Un robot generoso, ma pasticcione. A tornare ad essere un po’più protagonista con le sue battute inopportune, ma spontanee. E a riequilibrare un po’ le cose. R2D2 aveva avuto tutta la trilogia prequel per muoversi, ora era il suo momento.

Ma nel caso di Data non si riusciva a vedere il nesso.

Ma insomma: muore o non muore?

Ecco, oggi è lo stesso Data che, viaggiando verso l’infinto, sceglie di dare la risposta definitiva. Se davvero, per tutta la vita non ha desiderato altro che essere umano, allora dopo aver “generato” figli e figlie, come tutti gli esseri umani deve avviarsi verso l’ignoto. E per farlo deve chiederlo a Picard.

Alcuni hanno trovato l’idea di fare una trama orizzontale che si estendesse per tutta la prima serie eccessiva. Secondo il mio punto di vista, invece, è stata necessaria per farci conoscere i membri di questo equipaggio. In fin dei cinti a parte Picard e Sette di Nove, chi sono gli altri?

Spesso ci siamo trovati davanti all’equipaggio dell’entreprise già costituito o da costituire per causa di forza maggiore (Voyager), ma uniti da un obiettivo comune: la missione quinquennale, il presidio delle stazioni spaziali, l’odissea per il ritorno a casa, ma indossavano già una divisa, avevano fatto le loro scelte. Avevano un ruolo ben definito.

Qui l’equipaggio non è un vero equipaggio. I ruoli non sono definiti. Tanto è vero che il capitano della Sirena ha ben 5 ologrammi (ognuno con un lato della sua personalità) a occupare un ruolo chiave nell’astronave. Alla fine della prima stagione ci sono un po’ tutti. Compreso il capo della sicurezza nel giovane romulano. Ho simpatia per quest’ultimo, non riesco a nasconderlo. Mi piace l’idea di questo samurai spaziale che se ne va in giro con una Katana ad affettare nemici. Mi piace anche perché i cugini più prossimi dei romulani sono i vulcaniani. E i vulcaniani sono stati fatti evolvere da antichi egizi verso qualcosa di orientale, verso il bushido, la ricerca della perfezione. Cos’altro è altrimenti la pratica del kolinahr?

Vi esorto dunque, a cominciare, volendo dalla fine. A guardare, se non avete mai visto nulla d Star trek, proprio da questa serie che a tutti gli effetti definisco asimoviana, a scoprire il gusto di incontrare dei robot che potrebbero rivelarsi pericolosi, ma che nella migliore tradizione di questo grande scrittore si rivelano, come creature, migliori dei loro creatori.

Poi, se vi siete appassionati non avete che da scegliere.

Io personalmente posso recitate le battute di

Rotta verso la Terra

(Avventura ecologista e viaggi nel tempo)

Rotta verso l’ignoto

(Un giallo spaziale)

Primo contatto

(viaggi nel tempo e incontro con i Borg)

Lunga vita e prosperità.

La rubrica Riflessioni sulla letteratura presenta”LIBRI, LIBRONI, LIBRETTI E AUDIOLIBRI”. A cura di Alfredo Betocchi

Libri, libretti, libracci, libroni, libriccino, libriciattolo, libruccio etc. etc…

Quale miglior argomento ci potrebbe essere, per un Blog che si occupa di letteratura, se non quello sui libri?

Per dare un tocco culturale a questo articolo è obbligatorio spiegare ai lettori cos’è un libro, anche se potrebbe parere superfluo:

“Il libro è un insieme di fogli stampati o manoscritti, rilegati dentro una copertina”.

Non è sempre stato così e non è sempre così oggigiorno.

In realtà nei secoli passati, l’uomo ha usato svariati materiali per lasciare ai posteri il proprio pensiero: “pietra, argilla, legno, corteccia d’albero, pelle di pecora, papiro e pergamena.”

Oggi esistono anche forme diverse: su CD, KOBO o in vari formati elettronici come il file variamente declinato in kindle e simili.

Il termine LIBER, LIBRI originariamente col significato di “pellicola sotto la scorza degli alberi”, serviva prima dell’uso delle foglie di papiro, a indicare il supporto sul quale scrivere. Si ignora l’origine certa della parola, alcuni la fanno derivare dall’antico slavo “lubŭche vuol dire “scorza”.

Il termine “liber” è in uso solo dal II secolo d. C.

Al tempo dei greci e dei romani i libri erano fogli ricavati da pelle di pecora, papiro o dalla pergamena, arrotolati intorno a un bastoncino e legati da un nastro. Per questo motivo erano chiamati anche “Volumen” dalla parola “volutus” avvolto.

Dal movimento del girare è nata la nozione geometrica e da questa quella del libro.

E’ incredibile come oggetti così delicati e deperibili abbiano potuto attraversare i secoli e giungere fino a noi.

Il Codice o libro di pergamena manoscritto fu utilizzato largamente durante il Medioevo. Grazie agli amanuensi, gran parte della cultura antica si è salvata ed è conservata ancor oggi nelle nostre biblioteche.

Con l’introduzione della “carta” portata dagli arabi nel secolo XI, mutuata dall’Impero della Cina e con l’invenzione dei caratteri mobili inventati da Johann Gutemberg (1400 – 1468 ca), tipografo tedesco, l’Europa e poi il mondo intero è entrata nell’universo della carta stampata e dei libri come li conosciamo oggigiorno.

Sarebbe qui eccessivo fare la storia del libro, né basterebbe lo spazio per un articolo di poche pagine, basti dire che quest’invenzione ha fatto fare un balzo enorme alla cultura dell’umanità.

Oggi esistono miliardi di libri in tutte le lingue del mondo e, grazie ad essi, l’analfabetismo è sensibilmente calato in tutti i continenti.

Tra i libri-non libri, citerei quelli fatti a immagini, colorati, divertenti e dedicati ai più piccoli. Si insegna in questo modo ai bambini a maneggiare un volume che attragga il loro interesse e li instradi all’amore per i libri veri.

Come accennato all’inizio, esistono anche libri virtuali, non cartacei.

Molti lettori contemporanei preferiscono leggere un “libro” attraverso un dispositivo multimediale, facendo scorrere le pagine virtuali con un “clic”.

Altra cosa sono i libri “audiovisivi” formati da un “compact disc” nel quale un attore legge un libro. Molti apprezzano questo sistema per leggere romanzi o altri generi letterari ma soprattutto è un sistema utilissimo alle persone non vedenti.

Durante la presentazione di un mio romanzo, la Biblioteca che mi ospitava mi regalò un CD nel quale un bravissimo attore aveva registrato la lettura del romanzo in presentazione. Fu per me una scoperta sbalorditiva, mai avrei immaginato l’uso che si poteva fare di un libro. Mi resi infine conto che la Biblioteca in questione era ospitata presso un Istituto per ciechi e le persone non vedenti facevano spesso richiesta di CD per accedere ai contenuti di un libro di loro gradimento.

Questo sistema è molto più fruibile e piacevole di un libro scritto in caratteri braille.

Sarebbe un’opera meritoria se ogni scrittore potesse dare modo alle persone non vedenti di conoscere i propri romanzi/poesie o quant’altro attraverso un audiovisivo.

I contratti editoriali. A cura di Francesca Giovannetti

Benché il collettivo di cui faccio parte non si occupi di rappresentanza scrittori, non è raro che ci venga fatta qualche domanda sui contratti editoriali.

Alcuni punti saranno brevi e concisi, altri avranno bisogno di più tempo per essere espressi da me e letti da voi.

Innanzi tutto due precisazioni:

Prima precisazione: CE gratuite (free) e a CE pagamento (EAP)

Con una CE gratuita non avete nessun tipo di costo. Editing, correzione di bozze e promozione sono a loro carico.

Si stanno affacciando sul mercato editoriale delle formule “miste” dette spesso “ a doppio binario”. Ad esempio : “siamo una CE gratuita MA ti paghiamo le royalties dalla copia n.100 in poi”, “siamo una CE gratuita MA ti chiediamo di acquistare 50 copie del tuo romanzo, a prezzo scontato, come piccolo contributo”, “siamo una CE gratuita MA abbiamo bisogno  di un piccolo contributo per portarti in fiera…tradurre il tuo libro…avere una grafico per una cover più accattivante…”.

Ebbene potete chiamarle come volete ma appena vi chiedono un “contributo volontario” le case editrici automaticamente non sono più a FREE. Potreste obiettare “Ma non sono obbligato! È volontario!”. Giusto, potete dire di no. Poi però attenzione alla fine che farà il vostro libro. Se non ve lo immaginate vi indico un posto io: si chiama dimenticatoio.

Seconda precisazione : le piattaforme di crowdfunding. Alcune CE le usano e lo spacciano per tale. Facciamo chiarezza. Il crowdfunding è un sistema per chiedere fondi quando avete un’idea che ritenete vincente ma non avete soldi per realizzarla. Ad esempio: vorrei scrivere un libro sugli Eschimesi ma ho bisogno del denaro per fare il viaggio e documentarmi. Mi aiutate? Ecco: questo è crowdfunding.

Ma avere un libro bello e pronto per la pubblicazione e metterlo sulle piattaforme di acquisto spacciandole per crowdfunding è una presa per il naso. Il vostro progetto è fatto e finito. La CE lo sta mettendo in PREVENDITA. Se raggiungete il numero previsto verrà pubblicato, altrimenti no. Questo per farvi capire quanto l’editore è pronto a scommettere sul vostro lavoro. ZERO. Perché non si assume nessun rischio.

Nessuno qui vi sta dicendo quale tipo di casa editrice dovete prediligere, soltanto scegliete in maniera consapevole, sapendo a cosa state andando incontro.

Adesso veniamo ai contratti. La prima cosa da sapere è:

Quello che non è specificato sul contratto non esiste.

E credetemi, non è un’affermazione superflua.

Non accettate mai accordi verbali siglati da una stretta di mano, accompagnati da frasi rito che ben conosciamo, purtroppo. “Ah…non ti preoccupare…poi troviamo un punto di incontro”, “ma tranquillo, se poi ti contatta una big figurati se una soluzione non la troviamo!” “In caso ne riparliamo!”

NON ESISTE che possiate firmare qualcosa in tali condizioni. Per questo diffidate dei contratti editoriali estremamente brevi e concisi. Tutto deve essere specificato. Cosa intendiamo per “tutto”:

diritto d’autore

Innanzi tutto sappiate che cederete  i diritti patrimoniali d’autore. Il libro lo avete scritto voi, conservate i diritti morali d’autore, malo sfruttamento economico del libro non è più vostro. Solitamente nel contratto cedete anche i diritti secondari, cioè diritti di trasposizione dell’opera in altri formati, dalla traduzione alla graphic novel.

Firmacopie e presentazioni

Spesso nei contratti si chiede all’autore di partecipare a un certo numero di eventi. Assicuratevi che sia specificato da chi devono essere organizzati e da chi devono essere pagati. Ad esempio: se siete di Napoli e pubblicate con una CE di Torino è quasi scontato che l’editore organizzi sul suo territorio. Mettete sulla lista delle spese viaggio e alloggio e fatevi due conti in anticipo. Sempre in tema di presentazioni chiedete quanta libertà avete nel prendere iniziative personali. Avete la libertà di attivarvi per un evento sul vostro territorio? Se sì in quale modo verrete supportati? Ad esempio: dovrete acquistare di tasca vostra le copie per tali eventi? Allora mettete in conto il numero di copie invendute che potrebbero rimanervi a casa.

Ufficio stampa e promozione

La parte dolente: il libro va pubblicizzato? Come? Teoricamente una casa editrice dovrebbe avere un ufficio stampa addetto ma, soprattutto se si parla di piccole e medie CE, questa area non esiste. Quindi dovrete attivarvi da soli. Come? Contattando biblioteche, prenotando sale per eventi, facendo pubblicità on line sui canali social, contattando blog. Ma sul contratto tutto ciò deve essere specificato. Alcuni autori hanno dovuto pagare di tasca propria la copia cartacea mandata a un blog perché sono venuti a sapere, dopo la firma, di avere il divieto assoluto di divulgare il formato digitale ai blog. Altri non hanno avuto piena libertà di gestire la propria pagina autore…e  mi fermo qui…Quindi prima di firmare a) chiedete se esiste un ufficio stampa e come lavora, b) chiedete quali e quante restrizioni avete nel pubblicizzarvi da soli. Se mentre leggete state pensando di affidarvi a un ufficio stampa indipendente, chiedete se potete farlo e anche qui, informatevi prima sui costi, che non sono irrisori.

E adesso fate un bel respiro e preparatevi a leggere qualcosa di molto interessante su una clausola presente in moltissimi contratti e punto dolente di tanti autori:

il diritto di opzione:

L’opzione è una clausola contrattuale molto comune, minimizzata dagli editori e sottovalutata dagli autori. Tuttavia, può dar luogo facilmente a contestazioni legali e a situazioni spiacevoli, specie considerando il mercato editoriale di oggi.
Vediamo perché.

Senza utilizzare termini e formule tipici della giurisprudenza, diciamo che l’opzione è una clausola che vincola l’autore per un eventuale futuro libro che intenda scrivere.

L’autore si impegna a consegnare all’editore l’opera successiva a quella contrattualizzata o tutte le opere che produrrà in un dato lasso di tempo. A quel punto, a consegna avvenuta, l’editore può decidere se formalizzare il contratto, dimostrando il suo interesse entro un periodo. Se in detto lasso di tempo l’editore non mostra interesse a pubblicare l’opera, l’autore è svincolato dall’opzione ed è libero di sottoporre il suo lavoro a un altro editore. Ma se l’editore mostra interesse, l’autore non può rifiutare la pubblicazione, perché è come se avesse già firmato la sua parte di contratto.

Perché si tratta di una clausola critica?
È chiaro che l’autore acconsente a rinunciare in maniera abbastanza pesante alla sua libertà. Il contratto editoriale, come qualsiasi contratto, si basa sul sinallagma. Ossia, su una reciprocità dinamica di diritti e doveri. Ma è anche vero che il contatto ha forza di legge tra le parti.

In cambio di cosa l’autore rinuncia alla sua libertà futura? In Italia raramente l’opzione viene compensata monetariamente, non solo per la condizione del mercato editoriale ma anche perché la giurisprudenza ha rimosso tale obbligo.

E quindi, per cosa si sacrifica l’autore?
Per l’interesse del contraente forte.

Ma cosa ne ha in cambio? E a quali condizioni?
Queste due domande sono il motivo per cui spesso l’opzione, se non nulla, è inapplicabile.

L’autore, accettando una clausola di opzione, si trova a firmare un contratto in bianco e può trovarsi costretto ad acconsentire a condizioni peggiorative e non adeguate, spesso presentate come non trattabili dal contraente forte, ossia dall’editore.

Perché sia valida, l’opzione deve riportare esplicitamente le condizioni del/dei contratti futuri e il loro oggetto deve essere determinato o determinabile. Clausole generiche del tipo “ogni opera  di futura ideazione” non sono sufficienti. In linea di principio, il contenuto della clausola di opzione, trattandosi di clausola vessatoria, dovrebbe avere la doppia firma dell’autore ed essere stilata nel dettaglio, quasi come un contratto a parte, su un foglio ulteriore.

Va da sé che anche dall’analisi del contratto in generale deve risultare un bilanciamento degli interessi tra contraente forte e contraente debole e l’opzione deve essere in armonia con tale quadro.

Spesso, sappiamo, gli editori non permettono all’autore di trattare sulle condizioni contrattuali per i motivi più disparati. Di solito dicono che l’esordiente non può permettersi di questionare (lo ripeteranno anche quando non lo sarete più, sappiatelo), che la volontà di consultarsi con un avvocato mostra mancanza di fiducia o può dar luogo a spionaggio industriale e concorrenza sleale, perché si parla del contenuto del contratto con terzi.
Ecco, quella è già una vessazione e una mancanza di rispetto.

Non ascoltate mai l’editore o l’agente che con la scusa dell’umiltà, della fiducia da dimostrare, del fatto che non siete conosciuti e quindi non avete peso sul mercato eccetera… non vi permette di tutelare i vostri diritti.
Farlo dopo è possibile e ma probabilmente sarà molto amaro e doloroso pensare di aver lasciato stuprare le vostre opere, la vostra dignità e professionalità.

Speriamo di essere riusciti a chiarire qualche punto.

L’unico consiglio da dare? Prima di firmare fate valutare il contratto che vi è stato proposto da un avvocato esperto del settore. Sarà sicuramente un ottimo investimento.

La rubrica politica, società e costume presenta “La bibbia”. A cura di Alfredo Betocchi

Ebrei con la Bibbia

Quello che differenzia le religioni moderne da quelle del periodo precedente l’Era Cristiana è la redazione di LIBRI SACRI che vengono considerati ispirati dalla divinità e compilati, nella maggior parte dei casi, da una o più persone in epoche diverse.

I greci e generalmente tutti i popoli cosiddetti pagani traevano le loro cosmogonia, da cui la fede, da tradizioni orali, leggende e miti.

Il primo Libro che è doveroso affrontare è la BIBBIA – parola che in greco significa “Libri”. In successivi articoli verranno esaminati il Corano e il Libro di Mormon.

Non intendo certo qui considerarlo da un punto di vista teologico né esegetico in quanto non ho né la competenza né l’autorità per addentrarmi in simili campi minati.

Darò solamente alcune notizie storiche e archeologiche che sono poco conosciute perfino dai fedeli.

La Bibbia è formata da settantatre libri, tra piccoli e grandi, quarantasei dell’Antico Testamento e, dall’Era Cristiana in poi, da ventisette del Nuovo Testamento.

Siccome difficilmente potevano essere scritti su un solo volume, essi vennero divisi, ricordando che nell’antichità per “libri” s’intendevano pagine di papiro o di pelle di pecora arrotolati e legati con un nastro.

La Bibbia propriamente intesa è quella dell’Antico Testamento ed è una summa delle vicende storiche del popolo ebraico da circa il XIX secolo a circa il 37 avanti Cristo. La redazione della Bibbia ebbe una storia molto lunga e complicata. La discussione intorno alla sua composizione si estese nell’arco di molti secoli.

Da questo Corpus sono escluse le narrazioni fantastiche della Genesi (creazione, Adamo ed Eva) e l’ultima parte l’Apocalisse e il Giudizio Universale.

Per gli Ebrei la Bibbia costituisce la letteratura, la storia nazionale, la poesia e il testo della fede. Vi sono compresi racconti fantastici desunti da tradizioni provenienti dai Babilonesi e da altri popoli mesopotamici.

I primi cinque libri della Bibbia, il “Pentateuco”, formato dalla Genesi, dall’Esodo, dal Levitivo, dai Numeri e dal Deuteronomio, sono considerati dagli ebrei ortodossi come “insegnamento”, in ebraico “Torah”.

A parte gli ebrei, nessun popolo loro confinante si interessò mai a quanto era scritto nella Bibbia.

Gli ebrei ortodossi (cioè di stretta osservanza) considerano miscredenti (detti Gentili) tutte le popolazioni delle altre fedi.

Hanno diffuso inoltre una dualità rivelatasi tragica e che a tutt’oggi non è stata ancora risolta, tra gli Ebrei come “popolo a sé stante” e Ebrei considerati come “seguaci della religione ebraica ma appartenenti a qualsiasi altra nazionalità

Con la nascita del Cristianesimo (che ricordiamo, veniva considerata dagli ebrei ortodossi una setta come le altre) sia la Bibbia che il Nuovo Testamento, i quattro libri che raccontano la vita di Gesù, considerato il Messia, furono propagandati e diffusi in tutto il mondo e tradotti in tutte le lingue del pianeta.

In particolare quella greca dei Settanta (saggi) del terzo secolo a.C., quella latina detta “Vulgata” ad opera di S. Gerolamo nel IV secolo d. C., quella in gotico di Ulfila nel IV secolo d. C. e quello in slavo dei santi Cirillo e Metodio, in tedesco di Lutero nel 1534, in inglese detta “Autorizzata” o di “re Giacomo I” nel 1611 e in italiano da parte di A. Martini nel 1769.

Il libro, come è conosciuto oggi, venne scritto in origine nelle tre lingue più importanti dei primi tempi del cristianesimo: l’Ebraico, l’Aramaico e il Greco.

L’Ebraico era la lingua semitica (da Sem, figlio di Noè), affine all’arabo, all’etiopico, all’antico assiro-babilonese e più ancora alla lingua degli antichi Fenici.

Era parlata dagli Israeliti fino a qualche secolo dopo l’esilio babilonese (VI secolo a.C.), in seguito fu usata solo nelle preghiere e nelle composizioni letterarie.

Risuscitato e adattato alle esigenze della civiltà moderna, è correntemente usato nello Stato d’Israele.

L’Aramaico deriva da Aram, la regione chiamata poi Siria, parlato dapprima nella regione da Damasco sino ad oltre il fiume Eufrate, si diffuse specialmente durante l’Impero Persiano (dal 538 a.C. in poi) e fu parlato e compreso dalla Mesopotamia all’Egitto.

I Giudei di Palestina, al tempo di Gesù, lo parlavano comunemente. Alcune parole riportate dai vangeli sono in realtà aramaiche e non ebraiche, come “Messia”, “Pasqua” e “Golgotha”.

L’Aramaico è ancora usato nella liturgia di alcuni riti cristiani nel Libano e nella Siria che sono detti appunto “siriaci”.

Il Greco, nel quale fu scritto il Nuovo Testamento, venne diffuso in Oriente dalle conquiste di Alessandro Magno (333-323 a.C.) e divenne la lingua delle persone colte e della diplomazia.

La conquista romana non riuscì mai a sostituire il Latino al Greco, ma anzi quest’ultimo si diffuse anche tra le classi nobili e colte del mondo romano.

L’Antico Testamento fu scritto in massima parte in ebraico.

L’architettura della Bibbia, divisa in libri e ripartiti in capitoli, numerati solo dal secolo XIII, sono composti da versetti. Questa costruzione è servita da esempio per quasi tutti i “libri sacri” successivi. (Il Corano, Il libro di Mormon)

La rubrica politica, società e costume presenta “Matrimonio all’estero…Che follia! Consigli legali semiseri” per masochisti di Alfredo Betocchi

Anelli

Primavera, è tempo di convolare a nozze e i volontari non mancano.

Ogni anno legioni di giovani e meno giovani si mettono in fila allo Stato Civile per coronare il loro sogno d’amore o, più semplicemente, per riparare un torto o, se stranieri, per raggiungere l’agognata cittadinanza italiana. Ma tant’è!

C’è pure chi, tra tutto il bailamme di mamme in lacrime, padri nervosi, parenti ansiosi e amici festosi, bambini terribili, cerca di complicarsi la vita andando a sposarsi … all’estero.

Ma fate attenzione! La legge prescrive che il cittadino italiano può contrarre matrimonio in una nazione straniera seguendo la “lex loci celebrationis”, ossia la legge dello Stato in cui ci si sposa, ma pur sempre alle condizioni attinenti alla capacità matrimoniale, indicate dagli articoli 84 – 89 del Codice Civile italiano, ossia bisogna essere “liberi di stato” (celibi o vedovi).

In ogni nazione vi è una forma locale da rispettare, ribadita dall’art. 28 della Legge 218/95, (alle isole Hawaii, per esempio, ci si sposa con un bel serto di fiori a tracolla).

Una volta fatta la frittata e finiti i festeggiamenti, bisogna trasmettere però l’Atto di matrimonio anche in Italia, nei modi previsti dall’articolo 17 del DPR n° 396/2000, cioè ci si deve recare presso la sede Consolare italiana più vicina alla città straniera delle nozze e chiedere per iscritto che questa invii l’Atto di matrimonio, debitamente tradotto e legalizzato, al proprio Comune di residenza per la trascrizione nei registri di Stato Civile.

Ci sono sempre degli anticonformisti che a complicazione aggiungono complicazione, come i masochisti che contraggono un Matrimonio Religioso Canonico cioè valido per la Chiesa Cattolica, in uno Stato che non riconosce gli effetti civili di tale atto (e a parte la Spagna, non ve ne sono).

Per questi incauti non rimane che contrarre un nuovo matrimonio all’estero o in Italia, purchè abbia anche Valore Civile, mancando a quello solo religioso “l’efficacia costitutiva”, cioè la validità per lo Stato italiano.

E’ più prudente per l’Ufficiale dello Stato Civile, prima della trascrizione di un matrimonio contratto all’estero, eseguire tutti i dovuti accertamenti sulla sua validità secondo la legge di quello Stato e sulla conformità all’ordine pubblico prevista dal già citato articolo 18 DPR 396/2000).

Questo perché ci sono dei buontemponi che, per la fretta, pur non essendo Liberi di Stato, cioè ancora coniugati con una (brutta?) moglie in Italia, ma magari in via di divorzio ancora non definito, contraggono matrimonio all’estero con bellissime e formose straniere.

Ai furbastri, benché agendo in violazione dell’articolo 86 del Codice Civile, può anche andare bene e il loro matrimonio è destinato a produrre effetti fino a quando non sia impugnato da uno dei soggetti legittimati (avrà fatto la spia la brutta moglie? O l’odiata suocera?).

Questo caso è in realtà impossibile perchè quandomai giungesse l’atto straniero, l’Ufficiale dello Stato Civile è tenuto a controllare (anche sull’Atto di Nascita del furbastro) che non vi sia indicato nessun altro matrimonio in corso di validità.

In tal caso, pizzicato con le mani nella marmellata, il furbastro viene allegramente denunciato alla Procura per Bigamia la quale pronuncerà la nullità del matrimonio estero.

Andate quindi serenamente a sposarvi in paesi esotici e romantici, ma attenti al vostro Stato Libero, che sia veramente tale e, naturalmente, occhio a quello delle vostre future spose.

AUGURI A TUTTI!

L’Autore di questo articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e un romanzo dal titolo “RAMESSE XI”.

La rubrica Politica. società e costume presenta “L’AMICO DEI BAMBINI: IL CRICETO”. A cura di Alfredo Betocchi

Criceti

Nel secondo dopoguerra è entrato nell’uso di molte famiglie italiane l’uso di acquistare un simpatico animaletto dal nome curioso, il “Criceto” (o Hamster).

I fans più entusiasti dell’acquisto sono senza dubbio i bambini, conquistati dal carattere giocherellone dell’animale e dalla sua propensione all’esibizione.

Volgarmente chiamato “CRICETO DOMESTICO”, la sua scoperta fu del tutto casuale e avvenne nel 1839 nella lontana terra mediorientale della Siria.

Per il suo colore fu subito battezzato “Criceto Dorato”. Una famigliola di criceti, trovati in Siria nel 1930 fu portata nel Mandato Britannico di Palestina e di lì a Londra e poi in America dove proliferò in maniera esponenziale.

Esistono venti specie di criceti, eccone alcuni: criceto siberiano, criceto dorato di Siria, criceto di Roborow, criceto di Campbell e criceto cinese.

E uno stravagante scavatore-risparmiatore che preferisce scavarsi una tana in cattività dove depositare il cibo per i mesi di letargo.

Ma in una casa, come fa il criceto a sopravvivere?

Bisogna intanto munirsi di una gabbietta di ferro e non di legno perchè il nostro buffissimo roditore non la rosicchi e se ne vada in giro per la casa in cerca di un nascondiglio dove riporre il cibo che gli darete. – Una volta trovai il suo deposito sotto il coperchio dello scarico dell’acqua, in bagno che ovviamente risultava completamente intasato.-

Fate in modo che la gabbietta sia il più ampia possibile in modo tale che non si senta imprigionato.

Coprite il fondo con sassolini, sabbia o muschio ma, dato che la sua orina puzza terribilmente, è preferibile la sabbia che si può gettare più facilmente.

Arredate poi la sua gabbia con alberelli (rametti o altro), una casetta per il suo sonno letargico (quando sarà il momento), altalene, una ruota, una giostra, un piccolo pallottoliere, sottopassaggi e ostacoli vari. Si possono utilizzare oggetti plastici o accessori di trenini elettrici oppure potrete costruirli voi stessi scatenando la vostra fantasia.

Ricordate sempre che il criceto è un animale notturno che riserva per le ore serali la sua vivacità. Spesso di giorno fa lunghi pisolini da non disturbare assolutamente.

Il Criceto, in un tale ambiente, si esibirà in una serie di esilaranti esercizi: lo vedrete dondolarsi sull’altalena, girare a velocità pazzesca sulla giostra e sulle ruote, spostare le palline di un pallottoliere dando l’impressione che faccia i conti di casa, rintanarsi nella sua casetta per affacciarsi subito dalla finestra che gli avrete aperto su una parete. Lo vedrete rotolarsi con grande gioia sulla sabbia o sui sassolini, accumulerà e nasconderà il cibo dentro la casetta per il tempo del suo letargo.

Questa allegra bestiola si nutre di avanzi di cibo, carne, frutta, frutta secca e biscotti, dolciumi. E’ particolarmente ghiotto di semi di girasole. Può bere anche il latte fresco. Non fategli mai mancare una ciotolina d’acqua.

Non aspettatevi che mangi subito dopo che gli avrete dato il cibo ma vi accorgerete che lo infila nelle sacche che ha nelle guance per subito dopo correre nella sua casetta a depositare il suo piccolo tesoro.

Cercate di tenere ogni giorno pulita la gabbia dalle deiezioni e dalla pipì che, come già detto, ha un odore terribilmente sgradevole. Approfittate del suo sonno abbastanza pesante per levare completamente sabbia e sassi puzzolenti, sostituendoli con materiale nuovo e cambiandogli l’acqua o il latte.

Ispezionate attentamente e con prudenza le sue riserve alimentari. Accertatevi che non marciscano o ammuffiscano.

Se siete appassionati di piccoli animali e li amate alla follia, dovrete dedicarvi con pazienza e santa rassegnazione a queste giornaliere incombenze. Farete la loro felicità e li manterrete in buona salute.

I criceti vivono generalmente circa tre anni. Se avete una coppia che ha cricetini, non dimenticate di levare il maschio dopo che la madre avrà partorito. In cattività diventano gelosi e tendono a divorare i piccoli. Basterà spostare il maschio in un’altra gabbietta. Maneggiateli con cura e delicatezza ma attenti al loro morso.

Spiegate loro che i criceti sono animali delicati e i loro tempi naturali esigono tranquillità e silenzio per il tempo del loro lungo sonno.

Educare i bambini al rispetto della natura e dei suoi abitanti è un indice di civiltà.

Diventeranno uomini consapevoli che la loro esistenza deve armonizzarsi con tutte le creature della Terra.

Nell’inverno, il criceto ha bisogno di un paio di mesi di letargo. Non dovete assolutamente disturbarlo, né svegliarlo per mostrarlo agli amici o far divertire i bambini.

Sistemate la gabbietta in un luogo non troppo caldo e silenzioso (per esempio in cantina o in un ripostiglio), controllando ogni quindici giorni che abbia provviste fresche e acqua. Il criceto si sveglia di tanto in tanto e mangia, beve e fa le sue deiezioni naturali. Pulitelo con discrezione perchè se lo svegliate altererete iil suo bio organismo (e vi manderà inoltre a quel paese!)

Dopo il letargo, si sveglierà da solo, allegro come sempre e in ottima salute.

Riportate la gabbia dove è sempre stata e ricominciate ad osservare il suo fantastico spettacolo.

Buon divertimento!

L’Autore di questo articolo ha pubblicato una “Trilogia delle streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

La rubrica viaggi attraverso la storia presenta “Stelle belle ma irraggiungibili”. A cura di Alfredo Betocchi

 

 

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Cosa c’è di più bello che ammirare un cielo stellato?

E’ una cosa che hanno fatto gli uomini sin dal lontano neolitico e questo spettacolo è sempre stato considerato il più meraviglioso, capace di accendere la fantasia.

Sono nate così le costellazioni, disegni immaginari che uniscono tra loro le stelle più splendenti proiettando nella sfera celeste creature animali, fantastiche divinità e oggetti.

Ma il desiderio dell’umanità è sempre stato quello di raggiungere quelle tremule luci che ci guardano indifferenti ogni notte senza nuvole.

Gli astronomi antichi leggevano il futuro negli astri, poi vennero Tolomeo, Aristotile, Newton e molti altri nei secoli fino a noi.

L’uomo ha imparato a volare usando questa scoperta nel bene e soprattutto nel male, ma non si è elevato di molto dal suolo.

Con lo sbarco sulla Luna l’umanità sembrava aver toccato il cielo con un dito, levando romanticismo agli innamorati che la guardavano baciandosi.

Infine gli astronomi hanno capito che le distanze siderali erano proibitive per l’uomo e i suoi mezzi.

Ma quanto sono lontane le stelle?

E come misurare la loro lontananza?

Gli scienziati hanno trovato un’unità di misura perfetta: la luce.

Essa viaggia alla fantastica velocità di 300.000 chilometri al secondo e nulla può superarla. Ecco quindi trovato il bandolo della matassa per i viaggi interstellari.

Numerosi scrittori hanno riempito biblioteche di libri sul tema dei viaggi spaziali, hanno creato pianeti fantastici e stelle giganti o nane, ma nulla può essere paragonato a quello che è la realtà.

Hanno inventato inoltre delle navicelle spaziali che viaggiavano più veloci della luce, ma è solo bella fantasia.

Astronave

Abbiamo detto che la luce corre a 300.000 km al secondo, ma avete idea di quale distanza sia?

Se foste un raggio di luce potreste percorrere in un secondo ben 23,5 volte il diametro dell’Equatore.

Fantastico, vero?

Sappiamo che il Sole dista da noi 8 minuti luce.

Secondo voi, quanti chilometri saranno percorsi dal nostro raggio in quegli otto minuti?

Beh, sono mediamente 150 milioni di km!

Questa distanza è quella che viene chiamata Unità Astronomica ed è l’unità di misura per i pianeti del Sistema solare.

Sistema Solare

Vediamo adesso la velocità che riusciamo a dare alle nostri razzi.

Per sfuggire alla gravità terrestre occorre una velocità di fuga di almeno 11,2 km al secondo ed è la spinta che i retrorazzi danno all’astronave per volare nel cielo.

Per abbandonare il nostro Sistema Solare invece la velocità dovrà essere almeno 4 volte maggiore (42 km al secondo) a causa dell’attrazione del Sole e di tutti i pianeti.

Le due sonde Voyager, 1 e 2, stanno viaggiando già fuori dal Sistema solare a una velocità di 16 km al secondo.

Perché così lente?

Perché nel frattempo, nel loro percorso dalla Terra, si sono soffermate a curiosare i pianeti esterni e i loro satelliti, infine con una giravolta intorno a Plutone si sono lanciate nello spazio profondo.

Adesso sono lontane 1000 Unità Astronomiche cioè 150.000.000.000 (miliardi) di km da noi.

Ma quanto tempo è passato dalla loro partenza?

Ben 43 anni, calcolando che si sono attardate per osservare i pianeti esterni.

Se volessimo ordinare loro di tornare indietro immediatamente, ci vorrebbero altri 43 anni?

No, perché senza i rallentamenti effettuati all’andata il tempo si ridurrebbe.

Noi pensiamo che le astronavi viaggino belle dritte verso la loro meta.

Non è così; ovvero sarebbe così solo per i viaggi fuori dal Sistema Solare.

Partendo dalla Terra, com’è ovvio, il razzo deve fare una specie di balletto intorno a ogni pianeta che incontra.

Questo serve a dare più velocità per vincere l’attrazione che inevitabilmente quel pianeta esercita sul razzo.

Si chiama effetto fionda: se lanciate un sasso con la fionda dovrete per forza farla girare il più velocemente possibile prima di rilasciarla, ed è quello che il razzo fa col pianeta, ci gira intorno acquistando la velocità che gli serve per sfuggire alla sua attrazione.

Letteralmente il razzo si fionda tra pianeta e pianeta, allontanandosi sempre più dal centro del Sistema Solare.

E le distanze?

Ce le siamo dimenticate?

Se Marte è lontano 228 milioni di km, Giove ne dista 778, Saturno 1427, Urano 2870 e Nettuno 4497, infine Plutone (degradato ultimamente a pianetino) ben 5906.

Finché gironzoliamo nel nostro orto di casa che è il Sistema Solare, il viaggio può essere di alcuni anni tra l’andata e il ritorno.

Il problema nasce quando la meta diventa lo spazio profondo.

Solo per arrivare alla stella più vicina, Proxima Centauri, distante solo 4,5 anni luce ci metteremmo più di una vita.

Proxima Centauri

Per metterci il cuore in pace, facciamo un piccolo conto:

– se in un secondo un raggio di luce fa 300.000 km, noi con la nostra astronave più veloce facciamo 40 km al secondo. Un’inezia.

– In un minuto la luce percorre 18 milioni di km. Noi, solo 2400 km.

– In un ora essa ha già fatto 1 miliardo e 80 milioni di km, noi solo 144 mila km.

– In un giorno la luce percorre quasi 26 miliardi di km e noi quasi 3 milioni e mezzo.

– In un anno la luce fa 9.490 miliardi di km e noi 84 milioni.

– Infine la luce arriva in 4 anni e mezzo su Proxima Centauri che dista 42705 miliardi di km, mentre noi sempre molto indietro avremmo percorso solo 378 milioni di km.

Concludendo per percorrere quei 42705 miliardi di km che ci dividono dalla stella più vicina, per la nostra astronave dovrebbe trascorrere circa 508 anni.

Calcolando 25 anni per generazione occorrerebbero ben venti generazioni, ossia sarebbe come se partissi con la mia famiglia oggi e i miei pronipoti arrivassero sulla stella nel 2528.

Accontentiamoci di razzolare nel nostro piccolo Sistema Solare e lasciamo agli scrittori di fantascienza il compito di farci sognare viaggi interspaziali su pianeti extrasolari e incontrare dei simpatici alieni… ma di questo parleremo una prossima volta…

Intanto occhi al cielo!

Il 29 aprile passerà vicino a noi l’asteroide “1998 OR2” a soli 6290 km. Praticamente un battito di ciglia in termini cosmici.

***

L’Autore di questo articolo ha pubblicato una “Trilogia delle streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta ” A passeggio con la Regina nel Castello di Windsor”. A cura di Alfredo Betocchi

 

Veduta Windsor

In questi tempi turbolenti nei quali il virus miete vittime come avrebbe fatto la Parca Atropo, la novantaquattrenne regina del Regno Unito, Elisabetta II, si è rifugiata in un castello imprendibile dal nome affascinante, Windsor.

Il castello reale sorge a tre km a ovest della cittadina di New Windsor, nella Contea del Berkshire, su un terrazzamento che domina il Tamigi in mezzo a un magnifico e immenso parco. Di fronte alla fortezza, sull’altra rive del fiume, si trova Eton, sede della omonima, prestigiosa università.

Nel X secolo, i Sassoni avevano un palazzo a Windsor, ma esso sorgeva due miglia più in basso sul fiume. Guglielmo il Conquistatore occupò il palazzo apprezzando il fatto che fosse vicino a una foresta ma, come invasore, egli considerò primariamente il fatto della sua sicurezza. Scelse così la collina sul fiume vicina al palazzo come sede di una roccaforte che avrebbe sorvegliato l’avvicinarsi di eventuali nemici a Londra da ovest.

Si ignora la data esatta dell’inizio della sua costruzione ma è probabile che coincidesse con quella della Torre di Londra (1078). Il castello è citato, infatti, in un registro ufficiale detto Domesday Book nel 1084 come l’edificio che occupava mezza collina nella parrocchia di Clewer.

E’ ignota pure la forma della fortezza originale ma si presume sia stata simile a quella odierna con due bastioni a difesa dell’entrata. Purtroppo non rimane nemmeno una traccia dell’edificio originale in pietra che ebbe funzione militare e non divenne una residenza reale fino al 1110, quando Enrico I si trasferì dal vecchio palazzo di Guglielmo.

L’attuale edificio, come lo vediamo oggi fu costruito da Edoardo III (1327-1377) e le ultime aggiunte furono fatte prima da Giorgio V, verso il 1824, e poi dalla regina Vittoria (1819-1901).

Oggigiorno il castello di Windsor è principalmente una gigantesca pinacoteca e la residenza secondaria della regina. Al suo interno sono conservate importanti raccolte di quadri di valore e una biblioteca con una preziosa collezione di disegni di Leonardo da Vinci, studi di Michelangelo, di Raffaello e disegni di artisti italiani e stranieri di varie epoche.

Iniziamo quindi a seguire la nostra reale anfitriona che ci mostrerà le bellezze antiche e le preziose collezioni.

The China Museum”: le magnifiche collezioni cinesi sono ospitate all’entrata nord del grande Scalone. La collezione include un servizio di piatti in stile cinese di colore blu reale creato nel 1877 per la regina Vittoria e un altro analogo per il re Enrico VII, suo successore.

Il Grande Scalone” conduce alla porta d’ingresso della sala da pranzo di Carlo II (1660-1685). E’ ornata di armature dell’epoca la più piccola delle quali pare sia stata indossata da Carlo I (1625-1648) quando era bambino. Ai lati dello scalone vi sono due armature provenienti dalla vasta collezione della Torre di Londra.

Gli Appartamenti di Stato” sono adornati da sculture del XVII secolo.

La Sala da pranzo di Carlo I” è una delle tre sale che conservano dipinti di un pittore italiano, Antonio Verrio, che lavorò al servizio dei reali inglesi durante in ‘600.

King Charles II Dining Room

La Sala di Rubens”, formalmente detta la “Stanza Privata del Re” ospita un importante quadro del pittore olandese Pieter Paul Rubens (1577-1640) intitolato “La Sacra Famiglia”appeso sopra un bel camino. Ai lati di questo si trovano due dipinti “L’Inverno” e “l’Estate” sempre di Rubens. Nella parete opposta un altro capolavoro del maestro fiammingo Antonie Van Dyck (1599-1641), “San Martino che divide il mantello”.

La Camera da letto di rappresentanza”: in questa camera furono ospitati i sovrani stranieri in visita al regno. Il letto fu costruito da un francese, G. Jacob, durante il regno di Luigi XVI, (1754-.1793). Sui piedi del letto vi sono incise le iniziali dell’imperatore Napoleone III e dell’imperatrice Eugenia per ricordare la loro visita a Windsor nel 1855. Ospita anche apprezzati quadri del Canaletto (1697-1768) con panorami di Venezia.

Il Salotto privato del Re”: è una piccola stanza che conserva preziosi dipinti di vari pittori del XVI secolo, uno di Holbein (1498-1543), tre di Rubens, uno ciascuno di Dürer (1471-1528), Clouet (1480-1541), Andrea del Sarto (1486-1530).

Il Salotto privato della regina”: altra piccola stanza piena di tesori del pittore veneziano Canaletto, acquistati nel 1762 dal re Giorgio III. Le pareti sono adornate col nome della regina Adelaide (1792-1849), consorte di Guglielmo IV, suo figlio.

La Galleria dei Quadri”: ufficialmente detta “Stanza privata della Regina”. Questa sala iniziò molto male la sua esistenza perchè fu costruita poco prima di un grande gelo per cui un grande fuoco dovette essere mantenuto acceso giorno e notte sulle impalcature per evitare che crollasse. I quadri esposti in questa sala mostrano alcuni sovrani inglesi o loro consorti come Giacomo II (1685-1688), Henrietta Maria di Borbone (1609-1669), moglie di Carlo I, Anna di Danimarca (1574-1619) moglie di Giacomo I, Caterina di Braganza (1638-1705) moglie di Carlo II, il re Guglielmo III e infine la regina Maria I Stuart (1516-1558).

La Sala di Van Dyck”: ufficialmente detta “Sala da ballo della regina”. Sul soffitto di questa ampia sala vi sono tre splendidi lampadari in cristallo. Gli arredi e i mobili furono aggiunti da Carlo II e da Guglielmo III. Dei dipinti di Van Dyck il più noto è, forse, il triplo ritratto del re Carlo I, dipinto per la spedizione a Roma in modo che lo scultore Bernini potesse modellare un busto del re senza intraprendere il viaggio a Londra. Purtroppo il busto fu distrutto da un incendio nel vecchio palazzo.

La Sala delle Udienze della Regina”: in questa sala si può ammirare un dipinto nel quale la regina Caterina di Braganza si trova in mezzo ai cigni mentre si avvicina al Tempio della Virtù. Le pareti sono abbellite da arazzi francesi, Gobelins, ispirati a dipinti di Jean Francois de Troy (1679-1752). Le immagini riportano la storia biblica di Esther, figlia di Mardocheo, la quale fu scelta dal re babilonese Assuero come sposa. Lo stesso tema biblico si ritrova curiosamente nella Sala Rossa in Palazzo Vecchio a Firenze che oggigiorno è adibita alla celebrazione dei matrimoni.

Sala delle Adunanze della Regina”: questa Sala è identica alla precedente ed è dedicata alla stessa Caterina di Braganza. La regina è mostrata in un’altra allegoria dipinta; è seduta sotto un baldacchino, circondata da Virtù, mentre sotto la sua Giustizia si vede bandire vizi come la Sedizione e l’Invidia. Il camino di marmo bianco fu spostato da Buckingham Palace in questa sala da Guglielmo IV.

Un paio di arazzi proseguono la storia di Esther.

La Sala delle Guardie”: Un tempo era la Camera della Guardia della Regina nella quale i visitatori in attesa di udienza, venivano accolti dallo Yeoman1 della Guardia prima di essere ammessi alla reale Presenza.

Vi si trovano le sedie sulle quali si sedettero re Giorgio V e la Regina Maria per la nomina del Principe di Galles al Castello di Caernavon nel 1911.

Sulla parete di sinistra è esposta la bianca bandiera che viene omaggiata ogni anno, il 13 agosto, dall’odierno Duca di Marlboro, nell’anniversario della vittoria di Blenheim (1704) contro i francesi e i bavaresi durante la guerra di successione spagnola.

Sulla parete opposta è appesa un tricolore francese catturato dal Duca di Wellington (1769-1852) durante la battaglia di Waterloo contro Napoleone Bonaparte (1769-1821).

Un’altra reliquia di guerra di natura più raccapricciante è esposta in una delle custodie da parete. È il proiettile francese che uccise l’ammiraglio Lord Nelson nella battaglia di Trafalgar il 21 ottobre 1805.

La Sala di re Giorgio V”: è praticamente la sala del trono. Lunghissima, sulle sue pareti vi sono i ritratti dei sovrani delle dinastie Stuart e Hannover e sotto a questi si possono ammirare i loro busti di marmo.

St.George's Hall

Dietro al trono (in realtà sono due), c’è un arazzo esposto a Cambridge in occasione del giubileo del re Giorgio V nel 1953. Esso mostra una vista aerea dell’ippodromo di Ascot.

La Grande Sala del Ricevimento”: è decorata in stile Luigi XV. Tra i numerosi oggetti presenti vi è una serie di busti dedicati a personaggi famosi della storia: ci sono quelli di Turenne (1611-1675), maresciallo di Francia, e del Condè (1621-1686), uomo politico e militare francese. Notevole quello del Cardinale Richelieu, ministro di Luigi XIII re di Francia. Non poteva mancare naturalmente il busto di Carlo I, il re decapitato da Oliver Cromwell.

La Sala Waterloo”: re Giorgio IV la concepì per commemorare la vittoria inglese su Napoleone Bonaparte nel 1815. Una lunghissima tavola apparecchiata, abbellita da fiori rosa e, alle pareti, numerosi quadri con i ritratti di Guglielmo III, Guglielmo IV, dell’Arciduca Carlo, del conte di Capodistria, dell ministro austriaco Metternich, di papa Pio VII che fu deportato da Napoleone a Fontainebleaue nel 1809 e del cardinale Consalvi, suo segretario di Stato.

Waterloo Chamber

Il Grande Vestibolo”: l’ultimo degli Appartamenti di Stato, contiene una collezione di armi e di cimeli di molte campagne di guerra. Tra questi ci sono reliquie di Napoleone I, tra cui un servizio da tavola d’argento dorato preso dai suoi carriaggi dopo la battaglia di Waterloo. Nella teca a destra ci sono le vesti dell’incoronazione di Giorgio IV e le vesti cerimoniali utilizzate quando fece il suo ingresso nello Stato di Hannover nel 1824.2

La Grande Sala d’Entrata”: In questa camera a volta di pietra risalente al 1363 circa, si trova una selezione di antichi disegni dalla collezione della Biblioteca Reale.

Essi includono opere di Leonardo da Vinci, di Hans Holbein e altri grandi artisti

 

Note

1Yeomen: Gli “Yo men Warders (nome completo: “Yo men Warders of Her Majesty’s Royal Palace and Fortress the Tower of London”), comunemente conosciuti come BEEFEATERS”, cioè gli “ALABARDIERI”,

2Ricordo che i reali inglesi hanno origini tedesche.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “TRA PUGNI CINESI E SPIAGGE TURCHE” A cura di Alfredo Betocchi

Saseno 2
Isolotto di Sàseno, Albania

Delle conquiste coloniali italiane e della loro sanguinosa perdita sono pieni i libri di storia: Libia, Abissinia, Eritrea, Somalia, Albania e le isole del Dodecanneso sono nomi che ogni bravo scolaro non può dimenticare.

Oltre a questi nomi altisonanti ci sono stati, in giro per il mondo, anche alcuni piccoli territori che l’Italia ha governato per qualche tempo, obbligata dai trattati internazionali o da guerre guerreggiate.

Essi ai più non dicono nulla, eppure i nostri soldati li difesero strenuamente e con dispendio di vite umane.

Eccone l’elenco: Tiensin,in Cina (1901-1943); Adalia,in Turchia (1919-1921) e Valona (1915-1920) con l’isola di Sàseno /1915-1945) in Albania.

L’occupazione del porto cinese di Tiensin fu effettuata nell’anno 1900 da una coalizione internazionale durante le operazioni militari intraprese per soffocare la rivolta dei “Boxers”.

Erano costoro membri di un movimento in difesa dei valori tradizionali cinesi che intendevano contrastare con violenza la penetrazione culturale occidentale in Cina.

Il loro movimento era chiamato “Pugni della Concordia e della Giustizia”, perciò da Pugile in inglese = Boxer.

Essi iniziarono le proteste tagliando le linee ferroviarie, incendiando le navi europee alla fonda e uccidendo i missionari con i cinesi convertiti.

A questi atti, si aggiunse la sollevazione della gente di Pechino che bloccò le legazioni straniere. Le Potenze europee allora corsero ai ripari, armando un esercito internazionale che invase la Cina e occupò Pechino, capitale dell’allora Celeste Impero.

Le forze italiane che si erano unite a questa campagna, sbarcarono a Tiensin il 21 gennaio del 1901, in quella parte della città che era stata denominata “F” nella ripartizione concordata con gli Alleati.

La piccola area che si trova lungo il fiume Pei-ho,comprendeva un villaggio periferico, una palude e delle saline. Non era gran che come colonia ma, si sa, le grandi potenze non ci hanno mai tenuto in simpatia.

Nazioni come la Francia, l’Inghilterra e la Germania che allora, da sole, possedevano il 60% dei territori d’oltremare nei cinque continenti, mal sopportavano l’intrusione della piccola, indifesa Italia, composta all’epoca per due terzi da contadini analfabeti, ma orgogliosa di essere una giovane e libera nazione.

Il 7 giugno 1902, l’accordo italo-cinese garantì permanentemente il possesso di quel lillipuziano territorio. Gli italiani, laboriosi e tenaci, si misero subito al lavoro per bonificare la palude e costruire un quartiere moderno.

L’Italia considerava Tiensin più come un possedimento provvisorio che una vera e propria colonia. Essa dipendeva dal console italiano a Pechino che esercitava il suo potere tramite un Regio Amministratore.

Brigata San Marco

La sua popolazione oltre agli autoctoni, era composta quasi esclusivamente dai militari del reggimento “San Marco” che presidiavano anche alcuni forti nella regione.

Nel 1941, con l’occupazione della Cina da parte del Giappone, peraltro nostro alleato, la sovranità italiana fu contrastata dai prepotenti comandanti nipponici della piazzaforte di Pechino, cui Tiensin apparteneva.

Dopo l’8 settembre 1943, la situazione divenne insostenibile e, dopo una breve resistenza dei nostri militari, il quartiere fu occupato da preponderanti forze giapponesi. Gli italiani, cacciati, non ritorneranno mai più in Cina.

L’occupazione italiana di Adalia,Sbarco ad Adalia oggi rinomata spiaggia turistica nella Turchia sud occidentale, avvenne il 19 marzo 1919, in seguito al “Trattato di Sèvres”, in Francia.

L’accordo tentava di mediare tra le opposte posizioni delle nazioni vittoriose nella Prima Guerra Mondiale.

Dopo l’armistizio con la Turchia, che aveva capitolato di fronte alle truppe anglo-franco-greco-italiane, non si trovava l’accordo su come spartirsi le sue spoglie.

Ognuno reclamava per sé grandi territori, contestati tuttavia dagli altri soci.

L’Inghilterra era riuscita ad avere la Mesopotamia (oggi Iraq), la Palestina e la Transgiordania (oggi Giordania).

La Francia ebbe la Siria, il Libano e il porto di Alessandretta (fondata da Alessandro Magno, oggi Iskendurun, in Turchia).

La Grecia si tenne la Tracia fino al fiume Evron.

L’Italia, che già aveva dovuto digerire l’amaro boccone della rinunzia alla Dalmazia

(da almeno mille anni di proprietà veneziana), si vide esclusa anche da questa ricca torta in territorio ottomano.

Nel clima piuttosto caotico del “prendiamo presto quello che c’è da prendere”, il governo italiano, stizzito, fece sbarcare a sorpresa le sue truppe ad Adalia, occupando di fatto quasi tutta la costa meridionale turca e un vasto altopiano all’interno in direzione di Ankara.

Ovviamente i nostri “alleati” non accettarono questa prova di forza e soprattutto i greci che rivendicavano Costantinopoli – oggi Istambul (e, sotto sotto la vorrebbero ancora ma…non si può mai dire) e quasi tutta la Turchia continentale, in nome del diritto storico del defunto Impero greco di Bisanzio, caduto nel 1453 1 in mano agli Ottomani.

Sembra un paradosso ma ricordiamo che l’infinito conflitto arabo-israeliano è iniziato da una analoga rivendicazione degli ebrei di terre ataviche, che risale al regno biblico dei re Davide e Salomone, caduto nel 70 d. C. ad opera dell’imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Alla Conferenza di Parigi del gennaio 1919 i rappresentanti italiani erano assenti a causa dei colloqui con la Jugoslavia sul possesso della città di Fiume.

La Grecia, a nostra insaputa, ottenne di intervenire militarmente in Anatolia.

L’offensiva greca sorprese i turchi che passarono di sconfitta in sconfitta ritirandosi quasi fino ad Ankara. L’offensiva spazzò via non solo le forze ottomane ma anche i piccoli distaccamenti italiani.

Questi, per non sparare su un alleato, si ritirarono ad Adalia. Con un accordo segreto (che non venne rispettato!) l’Italia avrebbe rinunciato ad Adalia e a tutte le isole del Dodecanneso, meno Rodi. Poi…colpo di scena!

I turchi, al comando del giovane Mustafà Kemal detto Ataturk (ossia “Padre della Patria”), con un’improvvisa controffensiva, ricacciarono i greci ributtandoli nel mare Egeo, facendo sfumare il loro sogno per la restaurazione di un impero greco-bizantino.

L’Italia potè però tenersi il Dodecanneso, Rodi e, fino al 1921, la città di Adalia.

Il caso di Valona e dell’isola di Sàseno, in Albania, è un caso a parte.

Saseno

Nel 1915, pur di far entrare l’Italia in guerra contro l’Austria e la Germania, Francia e Inghilterra le promisero molti territori, disattendendo poi quanto sottoscritto.

Fra le tante, anche la città di Valona e Sàseno, l’isoletta posta di fronte alla sua baia.

Il possesso di questa città faceva sì che l’Italia potesse controllare, nel punto più stretto, l’entrata nel mare Adriatico (tra Otranto e Valona).

Dopo la Grande Guerra, il neonato Regno d’Albania pretese Valona e l’Italia, stanca di guerre, vi rinunciò il 3 agosto 1920, tenendosi però l’isolotto strategico di Sàseno.

L’isola è sempre stata disabitata e per i militari questo fatto era un’ottima occasione per armarla al riparo da occhi indiscreti.

Nel 1939, con l’occupazione italiana dell’Albania, il Possedimento di Sàseno, che dipendeva dal Ministero degli Esteri, cessò di esistere essendo assorbito dal neo regno d’Albania.

Nel 1945, dopo la sconfitta dell’Italia, nacque la Repubblica Popolare d’Albania e anche l’isolotto tornò alla madrepatria.

Oggi la Marina Militare Italiana, nell’ambito degli accordi d’assistenza alle forze armate albanesi, ha ripristinato sull’isola di Sàseno una base per contrastare il contrabbando di armi, droga e l’immigrazione clandestina.

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Note

1Anche oggi, in Grecia, c’è una squadra di calcio chiamata A.E.K., Athletiki Enosis Kostantinoupoleos, ossia Unione atletica di Costantinopoli il cui emblema è identico al vessillo dell’Impero bizantino, aquila bicipite nera su fondo oro. E’ insomma la squadra della capitale perduta.