“IO HO SCRITTO UN LIBRO, POI MI DICI DI CHE GENERE È.” A cura di Irene Ceneri

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Fammi capire.

Tu hai scritto un libro.

Questo implica che dovresti conoscerne almeno trama e caratteristiche.

Sempre che sia stato TU a scriverlo.

Lasciamo stare la grammatica italiana che spesso in ogni caso scarseggia, ma chi sono i personaggi, come si svolge la storia, se è un romanzo o un racconto, se è un giallo, un rosa, un horror, narrativa, uno storico, un erotico… 

Certe domande che arrivano in redazione sono talmente assurde da muovere in noi una lunga serie di riflessioni.

MA DICONO SUL SERIO O CI PRENDONO IN GIRO?

Tu hai scritto un libro e noi dobbiamo sapere di che genere si tratta?

È come se mi metto ai fornelli, cucino una ricetta di mia invenzione ed appena arriva l’ospite chiedo: MI DICI COSA C’È QUI DENTRO?

La scrittura è seria.

Bisogna portarle davvero un estremo rispetto.

Un autore può piacere, o non piacere, posso ritenerlo degno della mia libreria personale, o meno.

Il libro può farmi innamorare, incazzare, piangere, sorridere.

Può addirittura lasciarmi del tutto indifferente.

L’importante è che chi sta dietro ad un’opera dimostri di avere davvero molto rispetto per il lavoro dello scrittore, almeno tanto quando noi che ci mettiamo a disposizione ne portiamo ad ogni pagina che ci viene proposta. 

Ma dico, vi rendete conto che cosa accadrebbe se non portassimo rispetto estremo a tutto il tempo, la fatica, l’amore e la concentrazione che una persona impiega nella sua vita per portare a termine un lavoro che in tutta probabilità ha anche timore di proporvi?

Che brutte persone saremmo.

Il compito di tutti noi, è fornire eventuali critiche responsabili, utili e propositive. Ogni appunto che viene fatto, non è per offendere, sminuire o abbattere, anzi, per correggere, migliorare, far riflettere.

Perché noi stessi leggiamo più e più volte una pagina per capirne sotto ogni aspetto le sfumature. 

 

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…”

 

Queste sono parole che dovrebbero esprimere il  CREDO di ogni vero lettore e di ogni vero scrittore. 

Umberto Eco è riuscito ad esprimere quanta importanza ci sia dietro ad un foglio di carta.

Ed allora vi prego.

Se volete scrivere, fatelo con la consapevolezza che qualcuno, prima o dopo, vivrà una nuova vita attraverso quel magico mondo che si attiva all’aprirsi di una copertina, e che resterà vivo in lui per sempre.

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In libreria: Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta di Darcy Ribeiro edito da Negretto Editore (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/03/29/in-libreria-utopia-selvaggia-%E2%80%92-saudade-dellinnocenza-perduta-di-darcy-ribeiro-edito-da-negretto-editore/)

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Chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli? Siamo coloro che furono disfatti in quel che eravamo, senza mai arrivare ad essere quel che saremmo stati o avremmo voluto essere. Non sapendo chi eravamo quando permanevamo innocenti in loro, inconsapevoli di noi, ancor meno sapremo chi saremo.

Darcy Ribeiro

 

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal primo maggio 2019 sarà disponibile “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” romanzo del famoso sociologo, antropologo, scrittore, educatore ed uomo politico brasiliano Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997), pubblicato nella collana “Il Pasto Nudo, assaggi di antropologia” curata da Giancorrado Barozzi per la casa editrice mantovana Negretto Editore con la nuova traduzione ad opera di Katia Zornetta.

La stessa traduttrice ci rivela il suo particolare rapporto con il testo di Ribeiro e con la prima interprete Daniela Ferioli che nel 1987 dialogò con Ribeiro per la trasposizione dal brasiliano all’italiano per la casa editrice Einaudi.

 

Questa ritraduzione di Utopia selvagem è stata innanzitutto una sfida e una sorta di «passaggio di testimone» con la prima traduzione di Daniela Ferioli pubblicata dall’Einaudi nel 1987, che tuttora appare brillante e innovativa. In tempi non lontani ho avuto il privilegio di poter incontrare di persona e intervistare Daniela Ferioli, apprendendo dalla sua viva voce nozioni rivelatesi fondamentali per la mia futura attività di ri-traduttrice. Il testo integrale dell’intervista è riportato in appendice a questo libro. Poter ricreare una «nuova» traduzione, che si potesse contraddistinguere dalla precedente, è stato alquanto difficile perché Ferioli era riuscita a riprodurre lo stile di Darcy Ribeiro nonché a trasporre un mondo sconosciuto, quello indigeno e dei tanti «Brasis», rendendolo accessibile al lettore italiano di trent’anni fa, il quale non aveva molte notizie su un paese come il Brasile, sentito come esotico e distante. […]

 

Nonostante questa nuova traduzione sia stata fatta in dialogo con quella di Daniela Ferioli, “Utopia selvaggia. Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” vuole offrire un nuovo sguardo e una lettura più attuale sul mondo brasiliano e su quello indigeno, cercando di mantenersi il più possibile «fedele» al testo di Ribeiro così da far conoscere senza «filtri» quel mondo, con i suoi costumi, cibi, fauna e flora, lasciandone inalterati, sul piano lessicale, molti termini, in modo che il lettore di oggi possa percepire la specificità del cosmo narrato da Ribeiro e avvicinarsi ad una realtà diversa da quella Occidentale; gustando così il nuovo sapore di quel meticciato linguistico che appare ormai come un «segno» tangibile dei nostri tempi. Katia Zornetta

 

La scelta da parte della casa editrice Negretto Editore in dialogo e collaborazione con Fundar (Fundação Darcy Ribeiro), con sede a Rio de Janeiro, offre un contributo importante all’attuale dibattito sui temi di identità e diversità presenti non solo nel nostro paese ma anche in tutta Europa.

La cosiddetta “crisi migratoria”, che da una decina d’anni si è palesata sulle coste del Mar Mediterraneo e sui confini della Turchia, è una problematica che ancora non ha risposte convincenti e che pian piano si allontana, per la grande paura del disuguale sempre più presente nel popolo europeo, dal concetto di mutuo appoggio tra popolazioni e culture diverse.

La pubblicazione di “Utopia selvaggia” ci pone davanti agli occhi il dialogo che il grande antropologo brasiliano instaurò con i nativi dell’America del Sud, ci ricorda la bellezza della diversità culturale e la necessità di proteggere questa differenza. Lo fa con un romanzo particolare nel quale il protagonista, il Tenente Pitum (Gasparino) Carvalhal, da combattente a nord dell’Amazzonia si trova prigioniero in una tribù di sole donne, le mitiche Amazzoni, e successivamente ospite dai Galibi, una popolazione che sta “subendo” la cristianizzazione ad opera di due missionarie.

 

I missionari si battono per anni, decenni e spendono le loro vite in questa pia vocazione, per niente. Ogni nuova generazione di indios – come di ebrei o di zingari – nasce india e permane india nel profondo del cuore, e vede in noi, gli altri, i cristiani. Sarà perché noi stessi li vediamo solamente come i selvaggi che sono stati?

 

Una fiaba espediente che trascina in continue riflessioni poste dallo stesso autore, “Utopia selvaggia” è infatti in constante dialogo con il lettore e la lettrice sia per ipotizzare una spiegazione degli accadimenti della storia di Pitum sia per esaminare passo passo il processo che la nostra mente attua quando si trova di fronte usi e costumi sconosciuti.

 

Vedi lettore: immersi in questa confusione, discutendo di utopie, il birbante e le due santedame perdono la testa. È così poco plausibile nel Brasile delle monache la rotazione semestrale delle occupazioni, quanto lo è il cambiamento quotidiano delle attività con cui gli utopisti inglesi vollero incoraggiare l’umana vocazione al dolce far niente. E tu cara lettrice, hai visto questa novità del tornare alla vita bucolica? Tanti secoli di lotta e di lavoro in millenni di civiltà urbana per poi, alla fine, abbandonare la vita civile. È mai possibile?

 

Darcy Ribeiro si laurea nel 1946 in Sociologia con una specializzazione in etnologia presso l’Universidade de São Paulo e dal 1947 inizia una decennale peregrinazione nella regione del Pantanal, nelle foreste del Brasile centrale e in Amazzonia, per instaurare una sorta di convivenza con alcuni popoli indigeni: i Kadiwéu, cui dedicò la sua prima monografia (Kadiwéu, 1950), ed i Kaapor. L’antropologo è tra i fondatori dell’Universidade de Brasília, di cui divenne il primo rettore, fu ministro dell’Educazione ed ebbe altri incarichi durante la presidenza di João Goulart (1961-64).

In seguito al golpe militare fu costretto all’esilio: soggiornò in America Latina (Uruguay, Venezuela, Cile e Perù), in Europa ed in Algeria. Rientrò in Brasile nel 1976, dove venne eletto vicegovernatore dello Stato di Rio de Janeiro; nel 1991 fu eletto senatore e l’anno seguente divenne membro dell’Academia brasileira de letras.

Durante il lungo periodo dell’esilio si dedicò alla progettazione di programmi di riforma ed alla composizione dei cinque volumi dei suoi Estudos de antropologia da civilização. Pubblicò il primo romanzo, “Maíra” (1976), al suo rientro in Brasile. Seguirono “O mulo” (1981), la fiaba “Utopia selvagem” (1982) ed il romanzo “Migo” (1988).

 

Se nossos governantes não fizerem escolas, em 20 anos faltará dinheiro para construírem presídios.”

(“Se i nostri governatori non faranno scuole, in 20 anni saranno necessari soldi per costruire le prigioni.”) ‒ Darcy Ribeiro

 

In copertina: Darcy Ribeiro, foto archivio Fundação Darcy Ribeiro

Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

 

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Sito Fundação Darcy Ribeiro

https://www.fundar.org.br/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/03/29/in-libreria-utopia-selvaggia-%E2%80%92-saudade-dellinnocenza-perduta-di-darcy-ribeiro-edito-da-negretto-editore/

“Darcy Ribeiro e la Saudade ” di Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/02/16/le-metier-de-la-critique-darcy-ribeiro-e-la-saudade/)

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Se nossos governantes não fizerem escolas, em 20 anos faltará dinheiro para construírem presídios.”

(“Se i nostri governatori non faranno scuole, in 20 anni saranno necessari soldi per costruire le prigioni.”) ‒ Darcy Ribeiro

 

Figlio del farmacista Reginaldo Ribeiro dos Santos e dell’insegnante Josefina Augusta da Silveira, lo scrittore, antropologo, educatore ed uomo politico Darcy Ribeiro nasce il 26 ottobre del 1922 a Monte Claros (Minas Gerais in Brasile). Frequentò gli studi nella sua città natale, entrò nella facoltà di Medicina ma la abbandonò ben presto decidendo di lavorare in ambito di scienze politiche.

Si laurea nel 1946 in Sociologia con una specializzazione in etnologia presso l’Universidade de São Paulo e l’anno successivo iniziò una decennale peregrinazione nella regione del Pantanal, nelle foreste del Brasile centrale e in Amazzonia, che lo portò a convivere con alcuni popoli indigeni: i Kadiwéu, cui dedicò la sua prima monografia (Kadiwéu, 1950), ed i Kaapor. L’antropologo è tra i fondatori dell’Universidade de Brasília, di cui divenne il primo rettore, fu ministro dell’Educazione ed ebbe altri incarichi durante la presidenza di João Goulart (1961-64).

In seguito al golpe militare fu costretto all’esilio: soggiornò in America Latina (Uruguay, Venezuela, Cile e Perù), in Europa ed in Algeria. Rientrò in Brasile nel 1976, dove venne eletto vicegovernatore dello Stato di Rio de Janeiro; nel 1991 fu eletto senatore e l’anno seguente divenne membro dell’Academia brasileira de letras.

Durante il lungo periodo dell’esilio si dedicò alla progettazione di programmi di riforma ed alla composizione dei cinque volumi dei suoi Estudos de antropologia da civilização. Pubblicò il primo romanzo, “Maíra” (1976), al suo rientro in Brasile. Seguirono “O mulo” (1981), la fiaba “Utopia selvagem” (1982) ed il romanzo “Migo” (1988).

Nel 1991 seguì l’opera memorialistica “Testemunho”, nel 1995 il saggio di antropologia culturale “O povo brasileiro”, la raccolta di saggi e discorsi “Noções de coisas” (1995) ed i Diarios índios (1996). Oltre ad una ricchissima produzione saggistica si ricorda il libro autobiografico pubblicato lo stesso anno della morte “Confissões” ed il libro di poesie pubblicato postumo nel 1998 “Eros e Tanatos”.

Personalità poliedrica e indipendente, ha dato un contributo rilevante, culturale e progettuale, in ciascuno dei settori in cui ha operato. È morto il 17 febbraio 1997 all’età di 74 anni, vittima di cancro.

Nell’autobiografia scrive:

“Termino esta minha vida já exausto de viver, mas querendo mais vida, mais amor, mais saber, mais travessuras” (“Termino questa vita già sfinita dal vivere, ma voglio più vita, più amore, più conoscenza, più scherzetti”).

 

Il libro “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta e con prefazione di Giancorrado Barozzi.

Il termine “saudade” richiama l’epoca medioevale delle liriche dei Canzonieri galego-portoghesi scritte fra il XII d il XV secolo nelle quali ritroviamo “soydade” e “suydade” con successiva evoluzione del dittongo oi in au. Il fenomeno è insolito e ha diverse ipotesi, ha derivazione dal latino sōlĭtās, solitātis, (“solitudine”, “isolamento”) ma è da considerare la presenza di influssi da altri termini, per esempio dal verbo latino saudar (“salutare”) o da espressioni arabe suad, saudá e suaidá (“profonda tristezza”).

La Saudade va collegata esclusivamente al Portogallo e successivamente alle colonie, una parola intraducibile in altre lingue come similmente accade per spleen, flâneur e sehnsucht. Potremo definirla come una nostalgia, quasi un’aspirazione metafisica di qualcosa di intimo che conosciamo nel campo dell’intuito e che quindi esiste prima ancora di conoscerne l’esistenza. La saudade è collegata alla tradizione marinara del Portogallo che geograficamente è aperto all’oceano Atlantico.

Un senso di malinconia e solitudine che nasceva sia nei marinai che lasciavano la propria terra sia da coloro che invece restavano in patria ad attendere il ritorno. Dei canti simultanei di uomini che attraversavano il grande mare per la bramosia di scoperta e successivamente di commercio e di donne che davanti a scogliere e spiagge s’interrogavano sul possibile rimpatrio. Dunque non possiamo semplicemente tradurre saudade in nostalgia (in portoghese “nostalgia”, “falta”) o solitudine (in portoghese “solidão”) perché è una parola collegata al viaggio, al mare ed alla distanza, a quel sentimento di chi parte e di chi resta congiunto dall’aspettativa di incontro e di riapparizione.

Durante i secoli poeti e scrittori hanno cercato di dar voce a questo sentimento, di narrarlo ed esplicarlo. Giungiamo sino ai nostri giorni con Darcy Ribeiro e quel suo “Saudade dell’innocenza perduta come se questo sentire non conosciuto temporalmente fosse accreditato nella realtà grazie all’intuito. In questo modo abbiamo un duplice significato del sottotitolo della fiaba “Utopia selvaggia”, la saudade può esser riferita sia alle popolazioni indios ancora viventi nella grande Amazzonia, percependo in loro un’innocenza perduta a causa della violenta invasione dell’europeo; sia alla Penisola Iberica nel sentimento legato al ricordo di quei coloni che lasciarono la patria per trasferirsi in Brasile e di quelle generazioni successive che non hanno mai visitato la terra d’origine ma alla quale hanno sempre sentito in appartenere nel profondo.

 

“Chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli? Siamo coloro che furono disfatti in quel che eravamo, senza mai arrivare ad essere quel che saremmo stati o avremmo voluto essere. Non sapendo chi eravamo quando permanevamo innocenti in loro, inconsapevoli di noi, ancor meno sapremo chi saremo. […] Stanchi e nauseati dallo sforzo di fingere di essere chi non siamo, imparammo finalmente ad aprire gli occhi e a creare specchi per guardarci.” “Utopia selvaggia”

 

Written by Alessia Mocci

Ufficio Stampa Negretto Editore

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Le métier de la critique: Darcy Ribeiro e la Saudade

Mi prende d’amore una forma di Nadia Alberici: la postfazione dell’editore Silvano Negretto. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/10/23/mi-prende-damore-una-forma-di-nadia-alberici-la-postfazione-delleditore-silvano-negretto/)

 

“Poesia/ mi avvolge sottovoce mi parla/ Vibra/ fino a sfibrare le corde sottese/ Accende/ fuoco o luce o caldo emisfero/ Parla/ con le mani e la bocca/ Trascende/ corpo in primavera/ Rinasce/ di vita una stilla/ Riprende”

 

Le Domande sulla Vita, sul Bene o sull’Amore?

Nadia indaga il senso delle proprie emozioni qui e ora, delle sensazioni di questa notte, dell’amore in determinati momenti di attesa, di fuggevoli inquietudini o illusioni.

La sua poetica, proprio per questi limiti posti a ogni speculazione metafisica, risponde per altre vie, stimolanti quanto originali, a quei perenni quesiti, mai risolti né risolubili sul piano concettuale.

In queste poesie, mai troviamo il lamento, ma sempre una vitalità pensosa, inquieta, non rammaricata del passato, e invece sorpresa del mistero, dell’ineffabile. Le parole non bastano mai, anche se aiutano, per rispondere ai nostri dubbi; e il dubbio non è mai sofferenza, è presa d’atto cosciente della misteriosa bellezza della Materia o Natura vivente di cui Nadia si sente parte.

L’anima, anche quando appare sconvolta dalle emozioni, anche quando rischia di “perdere il senso”, trova stabilità nella “terra inerte”, nella natura stabilmente viva, nella quale con meraviglia siamo immersi. Nelle poesie d’amore, prevale l’osservazione realistica dell’ambiguità del vivere, positivamente vissuta nella cruda quanto “vellutata” memoria delle piacevoli, inquietanti, “vibrazioni” della carne.

Il faticoso percorso del soggetto pensante, quando si fa accettazione cosciente dell’altro da sé (oggetti eventi passioni), trova un sicuro punto d’approdo nel permanere, forte e sempre vigile, di memorie personali depurate da ogni eccesso passionale, quasi fossero osservate dall’esterno.

Nadia evita in modo deliberato ogni intima “confessione”, troppo spesso in molti altri autori dilatata e compiaciuta, che può infastidire il lettore più esigente: il suo percorso di studio e pratica letteraria è pluridecennale; e in questi ultimi anni si è concentrata sul linguaggio, che si presenta ora asciutto, scarno quanto intenso, a volte inquietante, quasi sempre sorprendente nell’uso inedito di metafore metonimie e sinestesie…

L’uso di figure retoriche non è didascalico né forzato: l’Autrice riesce a raggiungere quella sintesi di esperienza vissuta e di controllo della razionalità cosciente, che i filosofi dell’arte poetica – da Aristotele a Kant – individuarono come condizione necessaria di una poesia che ambisca ad essere “universale”.

Il poeta si imbatte, più volte, nella scoperta del mistero, dell’ineffabile senso del vivere quotidiano. Sebbene parli soprattutto delle cose, degli elementi immobili o viventi della natura, non è su quelli che Nadia focalizza il suo sguardo poetico.

Il suo è infatti uno sguardo interiore, e la suggestione dei suoi versi sta nell’allusione a un “altrove” che solo nel silenzio – fuori da quel mondo comunicativo “commerciale” che Heidegger chiamava “la chiacchiera” – può cominciare a svelarsi come Verità.

Per certi pensatori, Heidegger e Lévinas ad esempio, è l’indicibile che costituisce l’obiettivo proprio della filosofia: mentre il silenzio è la condizione necessaria, per la poesia, di parlare dell’indicibile. Se mancasse il silenzio, la poesia si ridurrebbe a un semplice divertente inutile gioco.

Alcuni grandi classici della letteratura, come Leopardi o Baudelaire, o un uomo del Novecento come Pavese, hanno sottolineato questo lato originale quanto essenziale del lavoro poetico: dagli oggetti ed eventi naturali o umani, persino dai sentimenti o movimenti dell’anima, il poeta parte per guardare al di là di questi.

Le immagini suggestive, quasi sempre inedite, di cui Nadia felicemente si avvale, nascono proprio da questo sguardo che cerca l’altrove, e che sperimenta il dolce naufragio – di leopardiana memoria – di ogni parola comune, ovvero del banale ripetitivo ambito della comunicazione intersoggettiva o sociale quotidiana.

La Verità dell’indicibile è così misteriosa e suggestiva perché si nasconde “dis-velandosi” solo nel linguaggio creativo del poeta: molto più che nel discorso argomentativo sillogizzante delle scienze e della filosofia.

Non pretendevo esaurire in queste mie scarne considerazioni l’intero percorso poetico di Nadia Alberici.

Era soltanto mia intenzione evidenziare i motivi che mi hanno indotto a pubblicare, come un dono che l’editore fa ai suoi lettori, la recente produzione di questa Autrice: una voce sincera e fuori dal coro, della quale sono convinto che sentiremo parlare anche in futuro.

Concludo con un recente inedito di Nadia Alberici, tratto dal suo blog Forse Poesia:

 

“Pochi passi stamane in questo legame di cielo/ e strade/ Letture di poesie smuovono occhi e grovigli/ Ho nuotato senza saper nuotare/ E prostrata sono rimasta in questo lago/ Quasi senza vestiti/ Non importa, mi farei lisciare le ossa/ da questo mondo che non serve a nulla/ Se bevo poesia.” ‒ “Se bevo Poesia”

Written by Silvano Negretto

Info

Blog Nadia Alberici

https://sibillla5.wordpress.com/

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Acquista “Mi prende d’amore una forma”

https://www.ibs.it/mi-prende-d-amore-una-forma-libro-nadia-alberici/e/9788895967318

Recensioni “Mi prende d’amore una forma”

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Sito Odori Suoni Colori

http://www.odorisuonicolori.it/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/10/23/mi-prende-damore-una-forma-di-nadia-alberici-la-postfazione-delleditore-silvano-negretto/

L’arte visiva. La fotografia. A cura di Milena Mannini

 

Ogni giorno ci passano davanti mille scene, molte sono dimenticate in poco tempo, molte ci restano impresse nella mente e molte ci colpiscono talmente tanto che le vogliamo fissare in modo indelebile.

In nostro aiuto l’uomo ha creato la macchina fotografica, si stima che la prima immagine impressa su carta chimica sia avvenuta tra 1790/1791 da allora siamo passati dalle prime macchine fotografiche

A quelle che ci permettevano di scattare foto senza però sapere se fossimo stati bravi, bisognava, infatti, aspettare lo sviluppo del famigerato rullino.

E non so voi ma io su trentasei foto ne salvavo al massimo dieci, fino ad arrivare alle moderne macchine fotografiche digitali che ci permettono di scattare migliaia di foto grazie alla sostituzione del rullino con le migliori schede di memoria.

In commercio se ne trovano di tutti i tipi e di tutti i prezzi, compatte e maneggevoli con poche applicazioni per chi è alla prima esperienza come fotografi o anche ragazzini cui si regala per un compleanno, fino ad arrivare a macchine fotografiche digitali che costano anche 5000 euro, ma che portano quella che è una semplice foto ricordo a essere una vera e propria opera d’arte.

Una cosa è certa, con una macchina fotografica, fosse anche la fotocamera del vostro smart phone , ognuno di noi diventa un artista con una propria sensibilità, io per esempio sono attirata dai particolari.

Com’è certo che in mano a persone che spesso rischiano la vita per documentare gli avvenimenti che ci circondano, le macchine fotografiche si trasformano in veri e proprio distributori di sentimenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Realismo magico”. A cura di Gianmario Mattei

 

Lautremont, E.T.A. Hoffmann, Bulgakov, Carroll, Gogol, Evangelisti, Buzzati, Meyrink, Rodari, Gogol, Jodorowsky, Fritzgerald, Fante, Carpentier, Pelevin, Suskind, Moye, Marquez, Poe, Sepùlveda, Kafka, Zola.

Una lista di grandissimi autori così diversi tra loro per stile, tematiche e capacità di trasmissione al lettore (ovviamente nella scala dell’elevatissima capacità menzionata), eppure, allo stesso tempo, così simili, uguali, perché uniti dall’impalpabile e invisibile fili conduttori “magia & realismo”.

Sì, avete letto bene: magia e realismo.

Due termini che per significato letterale cozzano l’uno contro l’altro, allo stesso modo in cui i famigerati scudi spartani si scontrarono e resistettero alle Termopili agli assalti persiani.

Eppure, servendosi di filosofia spicciola, il primo termine non può esistere senza il primo e viceversa, perché entrambi appartengono al riflesso interiore che l’uomo apprende sondando quotidianamente la realtà.

Certo è che oggi risulta difficile capire in che modo la magia possa permeare il mondo che ci circonda, perché il magico ha come peculiarità intrinseca quella di essere lì in ogni cosa e di non poter essere mai del tutto compreso o afferrato, mentre noi viviamo nell’epoca dei filtri digitali e del distacco sensoriale dalla realtà. Eppure è perpetua componente della realtà materiale, ed opera indisturbato senza mai dare troppe spiegazioni. A noi miseri mortali non spetta altro da fare che “scovarne la schiena” guardarlo e apprezzarne le sensazioni che ci dà, senza porci troppe domande in proposito.

Ad esempio: pensate alla sensazione che proviamo nei primi istanti in cui ci troviamo in compagnia di un amico che non vedevamo da molto tempo; o allo sbandamento che ci invade intravedendo tra la folla una persona che ci colpisce per bellezza, fascino, bruttezza e scompostezza; o ancora, tutto lo spettro di emozioni forti che proveremmo addentrandoci in un luogo sconosciuto, magari buio e lasciato all’incuria, e a quanto i nostri sensi si amplino fornendoci sensazioni tali da stravolgerci nel profondo dell’animo. Sono tutte cose realissime, vere, ma che “magicamente”, per l’appunto, ci lasciano qualcosa di inspiegabile.

Con una frase secca, per non continuare e risultare ripetitivo, il magico è l’anima della realtà, la luce che infiamma la materia e la rende viva e in movimento ai nostri occhi.

Ora, tornando a noi e agli autori menzionati in testa, magari ripensando a loro con occhi nuovi, notiamo immediatamente quanto il connubio magia-realtà sia stato fondamentale per loro e lo sviluppo delle opere. In tutte, senza alcuna esclusione se si sa “guardare bene”, emergono elementi caratterizzanti la loro potenza narrativa al pari di “onde ingrossate da improvvisi venti di tempesta” (citando Poe).

Queste “onde” sono varie e tutte egualmente funzionali: un elemento magico, sovrannaturale o paranormale (che viene intuito dai personaggi dell’opera e dal lettore senza poter essere spiegato, ma solo di metterne in questione la logica stessa dell’evento magico); arricchimento eccessivo con dettagli percettivo-sensoriali; distorsione/assenza del Tempo e utilizzo di elementi di ciclicità (hanno la tendenza a far “collassare il tempo” in modo che nell’ambientazione possano coesistere passato, presente e l’intuizione del futuro); inversione della dualità causa-effetto (i personaggi, o uno di loro, possono soffrire dolorosamente prima che l’elemento tragico si manifesti); fondere in un unico campo di esistenza realtà e folklore; ambientazione in area di mescolanza etnica o culturale (ad esempio le prospettive contemporanee di credenti e non-credenti, colonizzatore e colonizzato, aristocratico e povero, colto e ignorante).

Tutti elementi che non devono assolutamente essere confusi con gli elementi caratterizzanti altri generi letterari: il Post-modernismo, ad esempio, poiché il Tempo è in esso lineare e “tracciante” la trama; o il Surrealismo, poiché il realismo magico descrive il mondo reale stesso come dotato di meravigliosi aspetti inerenti ad esso, non come un luogo in cui l’onirico deve valicare le barriere dell’inconscio e concretizzarsi nel reale come indicato dal suo teorico, André Breton; o il Fantastico (fantasy) o la Fantascienza, in quanto il realismo magico descrive la realtà presente e le sue componenti, oppure una realtà temporale in cui qualcuno credeva o potrà crede, mentre questi generi sono creati in realtà immaginarie in cui l’elemento magico o scientifico sono potenziati fino alla tangibilità e apertamente manifesti.

Ritornando alla lista, molti di questi temi sono facilmente individuabili nelle opere degli autori citati mentre in altri sono “collaterali”.

Prendiamo come riferimento del palesato nell’opera Cent’anni di solitudine. Il romanzo che ha reso celebre Gabriel Garcia Marquez si basa sull’osservazione della realtà e la narrazione, come proseguire indistinto, degli avvenimenti che coinvolgono il nucleo familiare dei Buendìa. Fa da sfondo il microcosmo dell’immaginaria città di Macondo che risulta arcano, segregato, arretrato e capace di annullare la linea di demarcazione tra vivi e morti attraverso il dono della chiaroveggenza di cui godono alcuni dei personaggi.

Marquez è l’emblema di quella letteratura latinoamericana che attinge a piene mani dal mondo che lo circonda, dove culturalmente un fatto reale, nel momento in cui viene raccontato, può divenire un fatto soprannaturale, mentre ciò che è di pura fantasia può divenire reale. In Cent’anni di solitudine, Marquez ha conferito un’entità soprannaturale ad alcuni oggetti della vita quotidiana, mentre ha voluto naturalizzare alcuni fenomeni straordinari. È così che prende risalto il senso di “meraviglioso” raccontato come se fosse normale, mentre tutto ciò che è sancito dalla storia convenzionale appare come una cruda deformazione della realtà. Ecco quindi che diviene palese la naturalizzazione del soprannaturale che rende fantastico il quotidiano di tutta la realtà latinoamericana.

Stesso può dirsi per Jodorovsky nel suo “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” o per Sepùlveda ne “La frontiera scomparsa”.

Mentre nelle opere di Hoffman, Meyrink, Poe e il connubio realtà-magia è palesato e complessato a tal punto da risultare inscindibile e irriconoscibile, per molti altri autori “il collaterale” risulta molto più difficile da cogliere, per vari motivi legati al contesto storico e sociale o alla classificazione propria o a posteriori da parte della critica.

Mi riferisco in particolar modo a Zola, padre del Naturalismo, a Kafka e a Gogol.

Parto proprio da quest’ultimo e dalle sue opere più conosciute: il Cappotto, la Taras Bul’ba e Anime morte. Il padre della letteratura russa (detto da Fedor Dostoevskij, quindi inopinabile), è abile maestro della narrazione del reale e delle sue componenti quotidiane. Leggendo le sue opere risalta immediatamente il senso di aridità della società russa che gli era contemporanea, che basava tutto sull’arricchimento smodato di pochi a discapito delle classi sociali inferiore, di manodopera. Ma è proprio in seno a questo suo estremo realismo narrativo che è possibile cogliere il magico: ne “il Cappotto” la spinta del protagonista al risparmio per farsi confezionare una nuova mantella e le sue reazioni nel momento di riceverla, raggiungo un lirismo tale da far sì che i sentimenti del protagonista diventino del lettore e quella felicità momentanea, dettata dall’idea di non essere più diverso dagli altri, diviene “magicamente” contagiosa perché simbolo della possibilità dell’impossibile. In “Anime morte”, invece, l’elemento magico è dettato dal realistico mercanteggio ipotecario da parte del protagonista, delle anime morte, ovvero dei servi della gleba maschi deceduti che non verranno classificati come tali prima del nuovo censimento. Tutto molto reale e allo stesso tempo marcato dalla componente dell’inganno che rende la trattativa e gli sviluppi marcati dagli elementi menzionati come classificanti il Realismo Magico. In Taras Bul’ba, la questione è palesata soprattutto nel racconto Vij, basato sul folklore connesso alle anime dei defunti e della paura della morte.

Per quanto riguarda Zola, so che molti storceranno il naso nel mio tentativo di connetterlo al Realismo magico, non è forse vero che il termine “naturalismo” concerne in sé proprio il connubio di cui stiamo parlando? La descrizione iniziale di Germinale, nuda, cruda e arida del paesaggio, del vento freddo e del vecchio carrettiere che sputa “nero come catrame”, compongono di per sé un quadro talmente realistico che nella sua estremizzazione della sua naturalezza piega la schiena scheletrica e mette in mostra tutta la potenza magica del mondo.

E in Kafka? Potremmo scrivere un intero saggio esclusivamente dedicato all’autore ceco. Nelle sue opere, infatti, non solo l’incanto che adorna la realtà è palesemente manifesto (merito del suo background culturale, soprattutto dello spiritualismo religioso ebraico) ma anche i personaggi, che tratteggia e mai delinea in maniera netta, emanano un’essenza così singolare che valica il termine stesso di Realismo Magico per sfociare nell’Onirismo Magico.

Il Processo, ad esempio, scritto con uno stile apposito a rendere la narrazione spersonalizzante e angosciosa, parte dal presupposto che la giustizia stessa funzioni come un fenomeno fisico manifesto nel mondo attraverso logiche insondabili a autoreferenziali, contro cui Josef K., il protagonista arrestato e accusato per motivi misteriosi, non può combattere. La trama stessa è magistralmente elaborata in maniera tale gettare congetture contraddittorie appositamente volute con lo scopo di indurre il lettore all’assecondamento e all’incapacità di poter prendere una posizione netta. Stesso può dirsi de Il Castello, centrato sui labirintici sentieri della burocrazia della legge inteso come agente di ordine globale, responsabile in primis dell’alienazione e frustrazione dell’uomo e della sua incapacità ad integrarsi nei suoi schemi divenendo, in fine, un emarginato. Anche in questo secondo caso, l’estremo realismo e la sua complessità oggettiva – quella delle leggi – sfociano nel mare del magico nella sua pura potenza disorientante.

Venendo ai giorni nostri è lecito pensare che, data la nostra condizione di uomini prettamente dediti alla materialità e alla realtà, gli autori contemporanei cerchino in qualche modo di riprendere tematica e tecniche del Realismo Magico e riproporle con lo scopo di redarguire l’uomo di oggi a quel qualcosa in più (che in passato ci ha distinto dalle bestie).

Che, come in Anime Morte, i nuovi scritti possano sferzare l’uomo e spingerlo a scollare gli occhi dagli smartphe e ad osservare la bellezza senza prezzo del mondo e lasciarsi trasportare dalla sua semplice complessità. Invece no, continuiamo nella nostra squallida materialità senz’anima, senza spirito, senza magia.

Citando J. K. Huymans, concludo con la speranza che:

 

“Quando il materialismo impera, risorge la magia”

La letteratura IspanoAmericana, a cura di Valentina Menechini

 

La narrativa breve messicana è stata sia il simbolo dell’anti-commerciale di fronte agli interessi degli editori, sia il mezzo di comunicazione di maggiore immediatezza tra gli autori e i lettori dell’epoca. In questo campo letterario a partire soprattutto dal secolo scorso, si sono cimentati molti autori sia maschili che femminili, che non trattano però argomenti stereotipati, anzi molti spesso trattano temi come i movimenti rivoluzionari, che hanno caratterizzato molto il Paese nel secolo scorso, oppure temi classici come l’amore, vi è perfino il poliziesco e il fantastico. Sono in gran parte caratterizzati da una forte ironia e da diversi stili di scrittura, alcuni molto particolari.

Un esempio di testo con uno stile di scrittura particolare è Rapporto in nero di Francisco Hinojosa. Il testo è caratterizzato da brevi paragrafi numerati, simulando una serie di appunti annotati dal protagonista della vicenda.
Il tema è poliziesco e in questa particolare vicenda, scritta in prima persona dal narratore, il protagonista è un ex dipendente di una fabbrica di graffette che ha deciso di investire su sé stesso e di autonominarsi investigatore privato, così modifica il salotto della sua casa trasformandolo in ufficio, mette un annuncio sul giornale e nel bar vicino al suo ufficio porta dei biglietti da visita e mostra una foto di usa madre, mentendo sulla sua identità e dicendo  che è ricercata per omicidio.
Dopo poco tempo viene contattato dalla figlia della sua ex-moglie e si presenta nel suo ufficio ingaggiandolo per investigare circa la morte del suo fidanzato Chucho e di una minaccia di morte rivolta a lei, ricevuta tramite un telegramma firmato da una certa Manola.
Subito l’uomo si mette alla ricerca di informazioni e scopre che il ragazzo è stato ucciso da narcotrafficanti, in quanto faceva uso di droghe e farmaci. Al termine delle sue investigazioni, scopre che anche la figliastra abusa di questi prodotti, confessa il nome dello spacciatore; contemporaneamente viene chiamato dal barista il quale comunica all’ispettore che la donna nella foto si trova nel loro bar.
La donna in realtà non è affatto sua moglie e spiega che il vero assassino si trova in un altro locale, il barista lo accompagna e, fingendosi poliziotti, simulano un arresto dello spacciatore che si offre di portarli da Manola, purchè non venisse consegnato alla giustizia. L’ispettore accetta l’offerta e chiede supporto ad un suo collega poliziotto. Qui c’è un colpo di scena. Gli uomini arrivano nel luogo indicato dallo spacciatore e viene scoperta l’identità di Manola: questa è proprio la madre dell’ispettore.
L’autore ha sapientemente creato un’atmosfera di suspence e mostra come anche un membro della propria famiglia possa in realtà celare un’identità segreta davanti ai nostri occhi, in questo racconto è presente anche il cliché che gli europei spesso hanno riguardo gli abitanti dell’America Latina, ovvero storie di narcotrafficanti e omicidi compiuti da questi, con la particolarità di inserire a capo una donna e per la precisione, la madre del protagonista il quale, invece, si dedica alla giustizia.
Qui è presente una sottile ironia, atta a mostrare l’ingenuità del protagonista e il suo sgomento riguardo la scoperta di avere una madre assassina e spacciatrice. L’ingenuità dell’ispettore si mostra sia all’inizio della storia, fidandosi del racconto della figliastra per poi scoprire la verità su di lei e successivamente anche nei confronti della madre, in particolar modo quando egli la chiama per farsi prestare del denaro per iniziare la sua indagine. La donna lo invita a prendere i soldi nella sua casa, viene accolto dalla sorella che gli porge un grande fascio di banconote e lui si stupisce che sua madre riesca a guadagnare così tanto vendendo solo sciarpe.

 

Un altro racconto caratterizzato da uno stile simile al precedente, ma con un argomento completamente differente è: “da Istruzioni per attraversare la frontiera: Avvertenze- Il lungo viaggio verso la cittadinanza” di Luis Humberto Crosthwaite.
Il testo è scritto sotto forma di un elenco di regole e azioni da svolgere correttamente per poter appunto oltrepassare la frontiera e divenire un cittadino degli Stati Uniti d’America.
La prima parte è caratterizzata da un serie di “norme” da rispettare per riuscire ad attraversare la frontiera ed evitare di non essere ammessi, qui l’autore usa utilizza un’ironia molto forte, che evidenzia come gli Stati Uniti abbiano forti pregiudizi nei confronti dei messicani e della quasi impossibilità di passare il confine senza problemi. Annota perfino la differenza tra due tipi di poliziotti presenti sul luogo, quelli dell’Aduana e quelli della Migra, i quali controllano rispettivamente: presenza di droga e il motivo per cui si sta varcando il confine; entrambi sono molto puntigliosi, ma in particolare la Migra, questi possono essere molto crudeli.
Enfatizza molto anche i tempi di attesa infiniti e come una coppia si debba separare per evitare contrattempi, solitamente la donna rimane in macchina, mentre l’uomo è costretto a scendere a piedi e a ritrovarsi con la moglie in un punto d’incontro.
La seconda parte invece narra del cammino che molte persone intraprendono per ottenere la cittadinanza americana, viene enfatizzato il mito degli Stati Uniti, come un luogo in cui è facile trovare lavoro e che, nonostante il lavoro sia completamente diverso rispetto al proprio campo di studi o al mestiere precedente, la paga sia molto più alta rispetto a quella del Messico.
Perciò molti uomini disprezzano il proprio Paese d’origine e vorrebbero essere nati nel Paese a loro confinante per godere di questi vantaggi fin dalla nascita, ma i loro figli godranno di questi diritti, se loro riescono ad entrare negli USA ed è per questo che iniziano tutte le infinite pratiche per poter ottenere la cittadinanza.
In questa parte del racconto, l’autore mette in evidenza le differenze di due grandi Paesi quali il Messico e gli Stati Uniti, questi ultimi vengono ritenuti più progressisti, hanno un ottimo sistema sanitario e abbiano un fondo pensioni per gli anziani e come vengono assistiti, un Paese perfetto e ricco di speranze; mentre invece il Messico non è altro che un Paese morente e arretrato e dal quale bisogna fuggire e liberarsene al più presto.
Sono presenti però degli elementi che rifiutano però queste “meraviglie” del paese confinante: i genitori di queste persone desiderose di partire. Questi preferiscono vivere come hanno sempre vissuto, hanno una sorta di rifiuto riguardo il trasferimento e non rinnegano affatto le loro origini.
Lo scrittore, in questo testo, ha saputo rappresentare sempre in chiave ironica, oltre che le difficoltà di un trasferimento in paesi completamente diversi di cultura, anche la differenza tra generazioni.

Infine vi è un ultimo testo in cui si parla di un altro mito degli Stati Uniti, visto però sotto un altro punto di vista, più reale e meno conosciuto rispetto a quello che viene solitamente raccontato.
Questo racconto presenta uno stile completamente diverso rispetto ai due citati sopra, non è pi in forma di elenco o annotazioni, ma si presenta sotto forma di intervista.
Il testo in questione si intitola “Marilyn a letto” di Beatriz Espejo Díaz;
come si intuisce dal titolo, l’intervista è quindi rivolta ad un personaggio che ha influenzato particolarmente il secolo scorso, solo non attraverso guerre o rivoluzioni, bensì con il cinema e lo spettacolo: Marilyn Monroe.
Marilyn è stata un idolo, una donna desiderata da tutti, un sex symbol, una persona che ha influenzato generazioni intere. Eppure in questo racconto non è la donna che tutti conoscono, anzi risulta quasi irreale.
La storia inizia con una giornalista che è riuscita ad ottenere un’intervista da Marilyn, dopo la notizia del suo aborto al sesto mese di gravidanza. La giornalista viene ricevuta direttamente nella stanza di Marilyn, una stanza circondata da specchi e con un odore di Chanel n°5 misto ad altre fragranze prodotte dal corpo umano, la donna è coperta da un semplice lenzuolo bianco sporco e non sembra affatto la stessa persona che appare nelle foto dei giornali o sui calendari.
Appare come una persona normale, colta durante il suo risveglio quotidiano. La giornalista non si scoraggia e inizia a chiederle informazioni alle quali Marilyn risponde con voce assonnata e molto bassa raccontando della pietà provata verso i gatti randagi, che la costringevano a scendere fino in cantina per nutrirli, di come suo marito pensava che fossero solo frutto della sua immaginazione e che temeva per la sua salute mentale.
Purtroppo il suo tono è troppo basso e la giornalista insiste con le sue domande alle quali, nuovamente, l’attrice risponde con lo stesso tono e racconta anche parte della sua infanzia vissuta negli istituti e del suo terrore di ritrovarsi instabile mentalmente come sua madre.
Il racconto si conclude con la giornalista che è costretta ad avvicinarsi fino alle labbra di Marilyn, senza però riuscire a capire cosa questa raccontasse.
Se nel precedente racconto viene narrata l’immagine di un’America ricca di speranze, questo rappresenta uno dei lati oscuri che questo paese tanto idealizzato in realtà nasconde, mostra come dietro al successo e alla bellezza non si nasconda altro che depressione, tristezza e finzione.

E a noi piace condividere gli articoli ben fatti. “Blog letterari: approcci, recensioni e polemiche” di Mariano Lodato ( fonte http://universi.altervista.org/blog-letterari-approcci-recensioni-e-polemiche/)

 

Ultimamente non passa settimana senza che venga fuori una nuova polemica sui social: a sto giro è toccato ai blog letterari.
Putroppo, quando la notizia è giunta alla mia attenzione, il post incriminato era già stato cancellato, quindi non mi è stato possibile riuscire a risalire alla causa scatenante della diatriba del momento. Stando a quanto raccontatomi, il tutto è partito dalla recensione fatta a un libro da un blog letterario. L’autrice del libro, per un motivo a me ignoto, si è scagliata contro il blog e la recensione ricevuta. Da qui in avanti è stato un susseguirsi di attacchi, portati da più persone, all’intero mondo dei blogger letterari.

Tra le tante accuse lanciate, è comparsa anche quella secondo cui i blogger affosserebbero gli autori autopubblicati mentre porterebbero avanti i libri pubblicati dalle case editrici. Al di là della veridicità o meno di questa affermazione (è indubbio che di persone scorrette e interessate è pieno il mondo), quanto giusto è scagliarsi contro un’intera categoria per gli errori di una parte di essa?

Allora, torniamo alla polemica in questione. Come dicevo non mi è stato possibile reperire il post incriminato quindi, per farmi un’idea, non ho potuto far altro che risalire alla recensione. Letta la recensione mi son chiesto: “Come autore, che motivo potrei avere per incazzarmi?” La risposta è stata una e una soltanto: “nessuno”.

Solo i neofiti di questo mondo non sanno come funziona per le recensioni. Autore (o CE) contatta il blog “X” e chiede di ricevere una recensione su un dato libro. Il recensore, dopo averlo (si spera) letto, esprime la propria valutazione del testo secondo l’impronta comunicativa stabilita da chi gestisce il sito letterario.
Con quel poco che avevo a disposizione, la mia risposta di prima è dovuta esclusivamente al fatto che, quando un autore contatta un blog, dovrebbe quantomeno aver preso visione della suddetta impronta. Qualora il metodo utilizzato dal blog rispecchi ciò che l’autore si aspetta di ottenere dalla “valutazione” che si intende richiedere, e solo allora, si dovrebbe procedere con la richiesta di recensione. In caso contrario si dovrebbe cercare altrove.

La recensione incriminata è ben lontana dal potersi, secondo i miei canoni, definirsi tale. Priva di qualsivoglia utilità sia per l’autore che per il lettore, per come la vedo io. Tuttavia, come evidenziavo prima, “l’impronta editoriale” del blog è sotto gli occhi di tutti. Recensioni simili per struttura e contenuti erano già presenti, quindi sarebbe stato facile capire che genere di “analisi” sarebbe venuta fuori.

Per quelli come me che non hanno potuto seguire la discussione, appare evidente che la contestazione sia stata scatenata dall’esito non in linea con le aspettative, piuttosto che dal contenuto della recensione. Nel caso così non fosse, mi scuso, ma ci sarebbe comunque da fare una tiratina d’orecchie all’autrice poiché, come detto sopra, sarebbe buona norma (e sarebbe stato preferibile) scegliere con cura il blog a cui affidare il proprio scritto per la valutazione. Come? Leggendo altre recensioni dello stesso blog. Inviare il proprio libro indiscriminatamente a quanti più blogger possibili è una scelta quantomeno discutibile. Fare “+1” solo per arricchire il bagaglio di valutazioni legate a uno scritto non lo farà di sicuro apprezzare di più, anzi: i tempi son cambiati.

Facendo una valutazione generale, non si può non ribadire che, come è stato infatti più volte detto, molti autori si dimenticano di tenere i piedi ben piantati per terra. Forse perché fomentati da sostenitori a loro assai stretti, oppure da guru improvvisati, credono di essere arrivati già all’apice della letteratura dopo un’unica pubblicazione. Ciò porta a infervorarsi quando la valutazione scende al di sotto di un dato numero di stelline (Amazon hai combinato un macello con ste stelline), senza comprendere quello che “chi critica” ha voluto evidenziare con le parole usate per accompagnare dette stelline. Vi siete messi in gioco? Allora portate a casa tutto quello che arriva, nel bene e nel male (purché corrispondente alla realtà logicamente).

Passiamo all’altro corno del dilemma ora. Chi ha seguito i video de “L’Ignaro Lettore” su YouTube ben sa quanto io non approvi i blogger che propongono ai propri lettori delle “recensioni” composte dal 70-80% di riassunti di trama e, nel restante 20-30% pareri personali, spoiler selvaggi o altro. Queste non sono recensioni, e sugli store on line la trama appare già accanto alla foto e al titolo del libro: il lettore ha già dove poterla leggere! Dire che, in quanto a fastidio, questa tipologia di recensioni è appena un gradino sotto a quelle redatte dietro compenso chiesto all’autore è proprio voler essere buono.

Spacciare questi microtesti per recensioni, infarcirle di “io avrei fatto così, io avrei preferito che l’autore avesse fatto cosà, ecc.”, spoilerare la storia, e tutto il resto del peggio che si può trovare in giro per la rete, non potrà mai far bene né ai libri, né agli autori e tantomeno ai blogger. Aprire un vocabolario e leggere la voce “recensione” sarebbe stata la cosa più logica da fare all’atto dell’apertura del blog. Ognuno ci può mettere il suo; scegliere di usare un approccio giocoso piuttosto che uno serioso e distaccato; scegliere di seguire schemi prestabiliti oppure di lasciarsi andare completamente, proprio come ha fatto l’autore del libro appena letto. Ma ricordatevi sempre di fare una recensione, non un mero articoletto che vi porterà qualche visualizzazione in più a seguito delle condivisioni. Il blogger dovrebbe condividere con i lettori (suoi e potenziali dei libri proposti) le emozioni ricevute, i messaggi insiti nel testo, ciò che l’autore ha voluto rappresentare e, qualora lo riteniate opportuno, ciò che funziona e quello che funziona meno nel libro. Le altre info sono di contorno e, in tutta onestà, si potrebbe tranquillamente evitare.

Ho letto in giro che, a seguito degli attacchi generalizzati di ieri, molti blogger stanno pensando di non accettare più le richieste di recensione da parte degli autori autopubblicati. Che gran ca…. (scusate il velato francesismo). Se l’autore si mette in gioco, lasciando che il mondo intero, dal lettore occasionale al più titolato dei critici, possa esprimere il proprio parere sul proprio scritto, anche voi dovreste avere la fermezza e la costanza per mantenere vivo il proposito che vi ha spinti ad aprire un blog. Se sentite di dover dire una cosa, ditela (purché il più possibile priva da condizionamenti di qualsiasi tipo). Se non vi sentite di recensire un libro non abbiate timore a rifiutarlo, ma se l’accettate ricordatevi di assumervi le vostre responsabilità per ciò che affermerete. Soprattutto, e in questo caso mi rivolgo maggiormente ai blogger che sono anche autori, non fate recensioni se avete paura delle possibili ripercussioni negative sui vostri scritti.

Temi e stili del racconto breve messicano. A cura di Valentina Menechini

 

La narrativa breve messicana è stata sia il simbolo dell’anti-commerciale di fronte agli interessi degli editori, sia il mezzo di comunicazione di maggiore immediatezza tra gli autori e i lettori dell’epoca. In questo campo letterario a partire soprattutto dal secolo scorso, si sono cimentati molti autori sia maschili che femminili, che non trattano però argomenti stereotipati, anzi molti spesso trattano temi come i movimenti rivoluzionari, che hanno caratterizzato molto il Paese nel secolo scorso, oppure temi classici come l’amore, vi è perfino il poliziesco e il fantastico. Sono in gran parte caratterizzati da una forte ironia e da diversi stili di scrittura, alcuni molto particolari.

Un esempio di testo con uno stile di scrittura particolare è Rapporto in nero di Francisco Hinojosa. Il testo è caratterizzato da brevi paragrafi numerati, simulando una serie di appunti annotati dal protagonista della vicenda.

Il tema è poliziesco e in questa particolare vicenda, scritta in prima persona dal narratore, il protagonista è un ex dipendente di una fabbrica di graffette che ha deciso di investire su sé stesso e di autonominarsi investigatore privato, così modifica il salotto della sua casa trasformandolo in ufficio, mette un annuncio sul giornale e nel bar vicino al suo ufficio porta dei biglietti da visita e mostra una foto di usa madre, mentendo sulla sua identità e dicendo che è ricercata per omicidio.

Dopo poco tempo viene contattato dalla figlia della sua ex-moglie e si presenta nel suo ufficio ingaggiandolo per investigare circa la morte del suo fidanzato Chucho e di una minaccia di morte rivolta a lei, ricevuta tramite un telegramma firmato da una certa Manola.

Subito l’uomo si mette alla ricerca di informazioni e scopre che il ragazzo è stato ucciso da narcotrafficanti, in quanto faceva uso di droghe e farmaci. Al termine delle sue investigazioni, scopre che anche la figliastra abusa di questi prodotti, confessa il nome dello spacciatore; contemporaneamente viene chiamato dal barista il quale comunica all’ispettore che la donna nella foto si trova nel loro bar.

La donna in realtà non è affatto sua moglie e spiega che il vero assassino si trova in un altro locale, il barista lo accompagna e, fingendosi poliziotti, simulano un arresto dello spacciatore che si offre di portarli da Manola, purchè non venisse consegnato alla giustizia. L’ispettore accetta l’offerta e chiede supporto ad un suo collega poliziotto. Qui c’è un colpo di scena. Gli uomini arrivano nel luogo indicato dallo spacciatore e viene scoperta l’identità di Manola: questa è proprio la madre dell’ispettore.

L’autore ha sapientemente creato un’atmosfera di suspence e mostra come anche un membro della propria famiglia possa in realtà celare un’identità segreta davanti ai nostri occhi, in questo racconto è presente anche il cliché che gli europei spesso hanno riguardo gli abitanti dell’America Latina, ovvero storie di narcotrafficanti e omicidi compiuti da questi, con la particolarità di inserire a capo una donna e per la precisione, la madre del protagonista il quale, invece, si dedica alla giustizia.

Qui è presente una sottile ironia, atta a mostrare l’ingenuità del protagonista e il suo sgomento riguardo la scoperta di avere una madre assassina e spacciatrice. L’ingenuità dell’ispettore si mostra sia all’inizio della storia, fidandosi del racconto della figliastra per poi scoprire la verità su di lei e successivamente anche nei confronti della madre, in particolar modo quando egli la chiama per farsi prestare del denaro per iniziare la sua indagine. La donna lo invita a prendere i soldi nella sua casa, viene accolto dalla sorella che gli porge un grande fascio di banconote e lui si stupisce che sua madre riesca a guadagnare così tanto vendendo solo sciarpe.

Un altro racconto caratterizzato da uno stile simile al precedente, ma con un argomento completamente differente è: “da Istruzioni per attraversare la frontiera: Avvertenze- Il lungo viaggio verso la cittadinanza” di Luis Humberto Crosthwaite.

Il testo è scritto sotto forma di un elenco di regole e azioni da svolgere correttamente per poter appunto oltrepassare la frontiera e divenire un cittadino degli Stati Uniti d’America.

La prima parte è caratterizzata da un serie di “norme” da rispettare per riuscire ad attraversare la frontiera ed evitare di non essere ammessi, qui l’autore usa utilizza un’ironia molto forte, che evidenzia come gli Stati Uniti abbiano forti pregiudizi nei confronti dei messicani e della quasi impossibilità di passare il confine senza problemi. Annota perfino la differenza tra due tipi di poliziotti presenti sul luogo, quelli dell’Aduana e quelli della Migra, i quali controllano rispettivamente: presenza di droga e il motivo per cui si sta varcando il confine; entrambi sono molto puntigliosi, ma in particolare la Migra, questi possono essere molto crudeli.

Enfatizza molto anche i tempi di attesa infiniti e come una coppia si debba separare per evitare contrattempi, solitamente la donna rimane in macchina, mentre l’uomo è costretto a scendere a piedi e a ritrovarsi con la moglie in un punto d’incontro.

La seconda parte invece narra del cammino che molte persone intraprendono per ottenere la cittadinanza americana, viene enfatizzato il mito degli Stati Uniti, come un luogo in cui è facile trovare lavoro e che, nonostante il lavoro sia completamente diverso rispetto al proprio campo di studi o al mestiere precedente, la paga sia molto più alta rispetto a quella del Messico.

Perciò molti uomini disprezzano il proprio Paese d’origine e vorrebbero essere nati nel Paese a loro confinante per godere di questi vantaggi fin dalla nascita, ma i loro figli godranno di questi diritti, se loro riescono ad entrare negli USA ed è per questo che iniziano tutte le infinite pratiche per poter ottenere la cittadinanza.

In questa parte del racconto, l’autore mette in evidenza le differenze di due grandi Paesi quali il Messico e gli Stati Uniti, questi ultimi vengono ritenuti più progressisti, hanno un ottimo sistema sanitario e abbiano un fondo pensioni per gli anziani e come vengono assistiti, un Paese perfetto e ricco di speranze; mentre invece il Messico non è altro che un Paese morente e arretrato e dal quale bisogna fuggire e liberarsene al più presto.

Sono presenti però degli elementi che rifiutano però queste “meraviglie” del paese confinante: i genitori di queste persone desiderose di partire. Questi preferiscono vivere come hanno sempre vissuto, hanno una sorta di rifiuto riguardo il trasferimento e non rinnegano affatto le loro origini.

Lo scrittore, in questo testo, ha saputo rappresentare sempre in chiave ironica, oltre che le difficoltà di un trasferimento in paesi completamente diversi di cultura, anche la differenza tra generazioni.

Infine vi è un ultimo testo in cui si parla di un altro mito degli Stati Uniti, visto però sotto un altro punto di vista, più reale e meno conosciuto rispetto a quello che viene solitamente raccontato.

Questo racconto presenta uno stile completamente diverso rispetto ai due citati sopra, non è pi in forma di elenco o annotazioni, ma si presenta sotto forma di intervista.

Il testo in questione si intitola “Marilyn a letto” di Beatriz Espejo Díaz;

come si intuisce dal titolo, l’intervista è quindi rivolta ad un personaggio che ha influenzato particolarmente il secolo scorso, solo non attraverso guerre o rivoluzioni, bensì con il cinema e lo spettacolo: Marilyn Monroe.

Marilyn è stata un idolo, una donna desiderata da tutti, un sex symbol, una persona che ha influenzato generazioni intere. Eppure in questo racconto non è la donna che tutti conoscono, anzi risulta quasi irreale.

La storia inizia con una giornalista che è riuscita ad ottenere un’intervista da Marilyn, dopo la notizia del suo aborto al sesto mese di gravidanza. La giornalista viene ricevuta direttamente nella stanza di Marilyn, una stanza circondata da specchi e con un odore di Chanel n°5 misto ad altre fragranze prodotte dal corpo umano, la donna è coperta da un semplice lenzuolo bianco sporco e non sembra affatto la stessa persona che appare nelle foto dei giornali o sui calendari.

Appare come una persona normale, colta durante il suo risveglio quotidiano. La giornalista non si scoraggia e inizia a chiederle informazioni alle quali Marilyn risponde con voce assonnata e molto bassa raccontando della pietà provata verso i gatti randagi, che la costringevano a scendere fino in cantina per nutrirli, di come suo marito pensava che fossero solo frutto della sua immaginazione e che temeva per la sua salute mentale.

Purtroppo il suo tono è troppo basso e la giornalista insiste con le sue domande alle quali, nuovamente, l’attrice risponde con lo stesso tono e racconta anche parte della sua infanzia vissuta negli istituti e del suo terrore di ritrovarsi instabile mentalmente come sua madre.

Il racconto si conclude con la giornalista che è costretta ad avvicinarsi fino alle labbra di Marilyn, senza però riuscire a capire cosa questa raccontasse.

Se nel precedente racconto viene narrata l’immagine di un’America ricca di speranze, questo rappresenta uno dei lati oscuri che questo paese tanto idealizzato in realtà nasconde, mostra come dietro al successo e alla bellezza non si nasconda altro che depressione, tristezza e finzione.

In libreria Cinema e Pittura: condivisioni, presenze, contaminazioni di Luc Vancheri edito da Negretto Editore. A cura di Alessia Mocci ( Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/06/13/in-libreria-cinema-e-pittura-condivisioni-presenze-contaminazioni-di-luc-vancheri-edito-da-negretto-editore/)

 

“[…] qual è il rapporto dell’immagine con il visibile, la realtà, il pensiero, il desiderio, la rappresentazione? E come vi si accostano il cinema e la pittura?”

“Il cinema rende sensibile ed intelligibile la presenza della pittura nei suoi film, ma come la espone? Secondo quale logica formale, figurativa o plastica? E a quale fine?”

 

Pubblicato nel 2007 dalla casa editrice francese Armand Colin, “Cinema e pittura” arriva il 30 giugno 2018 in Italia con la casa editrice Negretto Editore per la collana editoriale Studi cinematografici, diretta dal prof. Alberto Scandola, docente di Storia e Critica del Cinema presso l’Università di Verona.

L’autore, Luc Vancheri, è docente di Studi Cinematografici nel dipartimento di Cinema e Studi Audiovisual presso l’Università Lumière di Lione.

La traduzione di “Cinema e Pittura: condivisioni, presenze, contaminazioni” è firmata da Chiara Prezzavento; la traduzione della bibliografia e revisione che privilegia le opere che hanno nutrito il libro disegnando un quadro generale estetico e storico è a cura di Caterina Rossi (docente di Storia del Cinema e dello Spettacolo presso la Libera Accademia di Belle Arti di Brescia).

Il saggio, con progetto grafico di Ornella Ambrosio, si presenta in copertina con un fotogramma del film del grande regista francese Jean-Luc Godard “Passion” (1982) che presagisce la posizione avanguardistica del suo contenuto.

Suddiviso in quattro capitoli, “Cinema e Pittura” è composto di tre parti fondamentali dedicate alla questione dell’estetica, della poetica e di analisi plasmate dal confronto fra l’immagine e l’arte che aprono lo sguardo verso la letteratura, lo studio teorico e l’analisi filmica.

Lo stesso autore, nell’introduzione, principia il problema di ricreare la realtà in forma astratta prendendo ad oggetto il film del 1966 di Michelangelo Antonioni “Blow Up”, e chiude rafforzando l’importante concetto di analisi e corrispondenze:

 

“Seguire le linee dell’invenzione poetica e al tempo stesso, e con la stessa attenzione, quelle della formalizzazione teorica, le loro sovrapposizioni e le loro divaricazioni, le loro velocità variabili e le loro modulazioni reciproche, le loro origini e insieme i loro effetti: ecco il progetto e il metodo di questo libro.”

 

Invenzione poetica e conservazione della realtà concorrono di pari passo per un podio: il potere dello sguardo del pubblico. Dunque, l’opera d’arte è scissa tra la possibilità di attingere al materiale immaginifico ed a quello imitativo del reale per catturare e sbalordire lo sguardo del singolo spettatore.

Vedere e creare, avvicinare la realtà e formarne l’immagine sono problemi pittorici così come cinematografici.

L’occhio critico di Luc Vancheri si muove essenzialmente dall’800 al ‘900 in una comparazione che prende ad oggetto l’immagine in toto sia essa consumata in poesia, pittura, fotografia, cinema e filosofia. In “Cinema e Pittura” si passa in modo armonico da citazioni de “L’Art Romantique” di Charles Baudelaire sul concetto di modernità

 

(“il transitorio, il fuggevole, il contingente, metà dell’arte, la cui altra metà è l’eterno e l’immutabile”)

 

alla pittura olandese con il saggio “Les Maîtres d’autrefois” di Eugène Fromentin

 

(“Una cosa colpisce quando si studia il fondo morale dell’arte olandese: l’assenza totale di quel che oggi chiamiamo “un soggetto”. Dal giorno in cui la pittura cessò di prendere in prestito dall’Italia il suo stile e la sua poetica, il gusto per la storia, la mitologia, le leggende cristiane, fino al momento di decadenza, in cui essa vi ritornò – a cominciare da Bloemaert e da Poelemburg fino a Lairesse, Filippo Van Dyck e più tardi Troost – passò quasi un secolo durante il quale la grande scuola olandese parve pensare soltanto a dipinger bene. Si contentò di guardarsi intorno e fece a meno dell’immaginazione”).

 

E se nei primi tre capitoli troviamo un discorso che riflette sulla scelta del titolo del saggio, sulla presenza della congiunzione tra le due arti, sui passaggi che portano alla genealogia di un’immagine, sulla ragione che ha portato il movimento delle immagini, sulla disputa teologica sulla fotografia, sull’istituzionalizzazione di una nuova pratica sociale dell’immagine, sullo sconvolgimento della pittura con la nascita del cinema, sui laboratori avanguardistici nati in Europa che sperimentano le possibilità della nuova arte; il quarto capitolo di “Cinema e Pittura” si articola in vere e proprie monografie di film scelti ad hoc e che espongono la presenza della pittura in un rapporto prospettico e formativo nel cinema. Avremo in ordine di comparsa la difesa dei moderni con “Titanic” di James Cameron, l’elogio dei classici con “Passion” di Jean-Luc Godard, lo schermo della pittura con “L’umanità” di Bruno Dumont, la cattura del desiderio con “Il ritratto di Dorian Gray” di Albert Lewin, l’andare oltre la somiglianza con “La donna che visse due volte” di Alfred Hitchcock, il sapersi dipingere ed il sapersi pittore con “La cagna” di Jean Renoir, la musca depicta con “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini, l’uomo che entra nelle immagini con “Sogni” di Akira Kurosawa ed il documentare la pittura con “Edvard Munch” di Peter Watkins.

 

“Dando alla metafisica il senso stesso della sua storia e quasi l’immagine del suo ribaltamento, il nichilismo di Nietzsche ha lasciato aperta all’artista (l’artista-filosofo chiamato ad essere il medico della civiltà) la possibilità di essere nel pensiero così come nell’opera, anche se Heidegger si sente ancora troppo debole per assumere «che davvero un dire poetico possa essere anche l’opera di un pensiero». Poiché Nietzsche considera l’arte «il grande stimolante della vita» (Af. 851, 1888) e il valore supremo, di questo privilegio costante dell’artista rispetto alla vita permane l’affermazione di un regime del soggetto e dell’arte che non può ridursi alle sole regole e maniere, e quasi lo sviluppo di un’affermazione vitale dell’opera, vale a dire che essa è effettivamente connessa agli stati fisici, agli stati creatori dell’artista.”

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

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In libreria “Cinema e Pittura: condivisioni, presenze, contaminazioni” di Luc Vancheri edito da Negretto Editore