La satira politico sociale in Mysteriana, di Giuseppe De Felice, Nero press edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

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Se il mio egregio collega vi ha parlato con professionalità del testo Mysteriana nella sua organica struttura evidenziandone i punti di forza, io che sono più bastarda di lui, vi tedierò con i temi portanti del geniale libro di Giuseppe de Felice.

Il primo elemento che risalta ai miei occhi, occhi fondamentalmente “nerd” lo ammetto, è la curiosa omonimia del nome.

L’autore mi richiama alla mente un altro grande protagonista della storiografia italiana, ossia Giuseppe de Felice Giuffrida, un politico italiano catanese per l’appunto di stampo socialista, promotore fasci italiani.

E che cos’erano?

Si trattò di un movimento di massa di ispirazione democratica, libertaria, socialista riformista, spontaneo sviluppatosi in Sicilia attorno al 1891 e il 1894. Diffusosi tra il proletario urbano, i bracciati agricoli, minatori e gli operai, fu disperso soltanto dopo un duro intervento militare durante il governo Crispi, intervento avallato dal re Umberto I.

Ufficialmente, il nostro De felice fu il fondatore, anzi colui che diede organizzazione politica a un movimento nato sul momentaneo bisogno di una società in transizione, che uscirà con le ossa a pezzi dopo l’orrore della prima guerra mondiale.

E già qua la mia mente nutrita a saggi di politica è entrata in fibrillazione.

Quale grande eredità aveva questo giovane autore!

Si perché il De Felice, controverso (come ogni interventista e innovatore politico), considerato da alcuni il fondatore di una corrente politica che si distingueva dal socialismo classico ( da cui il nome socialismo riformista), fu anche giornalista e pubblicista. Suoi sono i bellissimi saggi riguardanti la mafia e la delinquenza in Sicilia, testi fondamentali a parer mio, che gettano le basi per comprendere la fondazione della nostra odierna repubblica italiana.

E continuo.

Il socialismo anche di stampo riformista, intriso di ideali nazionalistici, riguardanti la creazione di un vero stato italiano, furono oggetto di indagine e di studio di un altro personaggio abbastanza controverso, un certo Benito.

E sapete che questo Benito fu il maggior esponente della corrente massimalista di questo partito?

Come, direte voi, anime candide, Mussolini mo era socialista?

Si mie fulgide testine.

Fu esponente di spicco del partito socialista italiano e direttore del quotidiano Avanti. Fu espulso dal PSI solo riguardo a un cambiamento di idee circa l’intervento o meno dell’Italia nella seconda guerra mondiale.

Interessante vero?

Ma già vi sento vocette indignate: ma che ci frega a noi di Benito?

Stiamo parlando di Mysteriana!

Appunto.

Ora Mysteriana lo potete leggere in due modi.

O come un bel giallo tranquillo, intrigante e di evasione, ma cosi facendo insultata l’intelligenza di Giuseppe e della Nero Press, o come un abile, mascherato, intenso e satirico ritratto del vero “fascismo”.

E raccontare la società improntata su questo tipo di politica significa raccontare, oggi, la nostra società.

E io mi impegnerò a rivelare la genialità dell’autore.

Vedete, il nostro adorabile reporter non è solo un millantatore, un arrivista senza etica come tanti nostri giornalisti, ma anche uno “sfigato” che per voglia di rivalsa, per una sorta di orgoglio professionale, si ritrova immischiato nei fattacci che nascevano e prosperavano dietro le retrovie della perfetta società fascista dell’epoca.

Ora qua bisogna fare un po’ di storia sociale, o di sociologia.

O di indagine sull’ethos di quel particolare periodo.

L’Italia unita era unita solo geograficamente.

E l’impegno dei nostri politici, colti e sopratutto informati sulle strategie economiche, si trovò a cercare alternative più o meno creative, per la risoluzione di problema intricato e angosciante : c’era l’Italia, i confini erano delimitati, il governo attivo, ma non ESISTEVANO gli italiani.

Mancava un principio comune in grado di rendere coeso un paese, di dargli una profonda struttura etico sociale, di renderli insomma nazione nel vero senso della parola. La nazione non era solo confini e giurisdizione, era un sentirsi parte di un qualcosa di organico, un sentirsi membri di una volontà generale per dirla alla Rosseau.

E quale miglior mezzo per unire se non la religione?

Pertanto, impegno di Giolitti e company, fu quello di tentare di creare una religione politica, con il suo organico sistema di simboli, ideali, storia e tradizioni. Peccato che l’Italia era formata da tradizioni antitetiche e spesso distanti, prive di elementi comuni.

E qua interviene il controverso Benito.

Lui utilizzò il mito della fondazione di Roma e della Repubblica, per unire un popolino disgregato

E il nostro autore lo racconta con una perfezione che commuovere gli appassionati di politica come me.

E iniziamo con gli estratti che parlano da soli.

Primo estratto. Il ritratto perfetto della società che io ho malamente delineato prima:

Perciò, cominciamo a tratteggiare lo sfondo e a dare un po’ d’atmosfera, qualche pennellata di colore per cogliere bene il clima in cui si svolse. L’Italia era entrata da qualche anno nel gran carnevale del fascismo. Tutti portavano la camicia nera, facevano il saluto romano, si davano del “voi” e pregavano perché Dio gli conservasse il Duce in buona salute e stramaledicesse gli inglesi. I treni arrivavano in orario, c’erano l’Impero e le Terre d’Oltremare, il dopolavoro e l’Opera Balilla, le bonifiche delle paludi e le colonie marine per i Figli della Lupa. L’Italietta di Giolitti era solo un brutto ricordo, il nostro paese si atteggiava a potenza e Gabriele D’Annunzio passava ormai quasi tutto il suo tempo a scrivere slogan e inventare per il regime nuove parole che andassero a sostituire gli odiosi barbarismi.

La rinascita apparente di un paese che era appena formato e che non aveva le stesse basi ontologiche dei paesi europei che iniziarono per primi il percorso verso la loro identificazione come stati nazionali. Seppur con le loro differenze, avevano un idea comune: il sovrano, la monarchia o soltanto l’ethos particolare che li faceva sentire francesi, inglesi e spagnoli. E se questo ethos doveva soffocare le tendenze indipendentistiche, beh poco male, ogni volontà particolare doveva convergere verso il bene comune.

Mussolini ci riuscì richiamando alla memoria e edulcorandolo ovviamente, l’agiografica mitologia dell’impero romano.

E questo ideale era sostenuto anche da grandi intellettuali.

Secondo estratto:

Con l’EUR e i Fori Imperiali, quel tronfio fantoccio di Mussolini sta facendo allestire una bella scenografia di cartone come sfondo per i suoi vagheggiamenti da nuovo Cesare. Ma è solo questo: scenografia. Nessuno ci crede davvero, come in Germania, dove Hitler e la sua congrega di spostati sono riusciti a prendere il potere sostanzialmente aizzando le fantasie più malsane del popolo tedesco. Il fascismo è stato accettato per quieto vivere, non per convinzione, e ci pensano i bastoni degli uomini della Milizia a farlo ingoiare a quelli che non ne sono convinti affatto.

 

Il fascismo non fu, secondo un grande storiografico, di nome Karl Dietrich Bracher, un vero e proprio totalitarismo. Nel suo “Il novecento, secolo delle ideologie” Bracher iscrisse Mussolini nella gamma dei regimi autoritari.

La differenza?

Leggetevi Bracher!

Scherzo ora ve la racconto io, in modo semplicistico per darvi uno spunto.

Nello stato AUTORITARIO in diritti degli individui sono sottoposti ai principi informatori dello stato stesso e finalizzati a raggiungere il cosiddetto interesse superiore, nico autentico e vero creatore di NORME. Diventa TOTALITARIO quando inizia a regolamentare TUTTA la vita dei cittadini negli aspetti privati, e spirituali. E quindi ogni manifestazione è regolamentata, scienza che diviene di stato, morale educazione e manipolazione mentale. Si è portati a credere reali i miti fondanti la “ragione di stato”.

E la differenza, chi studia davvero bene i regimi del novecento, salta subito all’occhio.

Ma i nostro Giuseppe la racconta meglio di Bracher:

 

Stiamo parlando di fascisti, non di nazisti, Jack. I nazi era persi per quelle puttanate della Tradizione con la “T” maiuscola, la Terra Cava, l’Agharta e tutte queste baggianate, tu ne dovresti sapere molto più di me…»

«Un misticismo allucinato, fanatico e crudele».

«Che al fascismo non apparteneva. I nostri gerarchi erano buontemponi paragonati ai capi delle SS. Quando si trattò di passare al lavoro veramente sporco, durante la Repubblica Sociale, dovettero rivolgersi a depravati da manicomio criminale e delinquenti comuni per organizzare le Brigate Nere».

«Suona un po’ come una citazione presa da un libro di Pansa».

«Non sto difendendo il fascismo, che era una gran merda nella sua totalità. Solo, era molto diverso, nelle sue basi ideologiche, dal nazismo.

E ancora:

Nelle alte sfere, tutta questa buffonata a base di orbace, fez, parate e cantare a squarciagola Giovinezza è stata accolta con… indulgenza? Un male necessario per tenere la teppa al suo posto. Il fascismo ha smontato i sindacati, ammazzato o mandato al confino socialisti, comunisti e anarchici, soffocato i conflitti sociali nel drappo tricolore del patriottismo. Ma quelle scemenze su Roma caput mundi può bersele il popolino e basta. La verità, è che il fascismo, con tutte le sue censure, le pretese di dirigere la cultura e il mondo dello spettacolo tramite un apposito ministero e il patto di ferro con la Chiesa, risulta terribilmente… noioso.

Vi garantisco che nel mio studio dei movimenti ideologici, ho sempre vissuto questa dicotomia tra fascismo e nazismo.

Il fascismo era pragmatico, di facciata ma non vissuto pienamente dai loro gerarchi perché non sussisteva un condizionamento mentale autentico.

Tutto serviva semplicemente per unire le masse disgregate e fornire una base per legittimare azioni che avevano sempre scopi materiali.

Il nazismo no.

Era un movimento che nell’occulto si sguazzava, capace di titillare non le esigenze spicce del popolo, ma il lato oscuro, quello nascosto, frustrato, deriso dagli accordi post primo conflitto. E’ quella banalità del male, quel patto con il demonio che aveva un odore sulfureo, e che faceva del mito norreno e nordico, privato della sua poetica e reso soltanto sangue e brama, il vero substrato tradizionale da imporre agli altri tramite la manipolazione psicologica.

Ed è la noia subita da un regime scarno come quello fascista, prettamente pratico che cercava in modo becero e assurdo di rispondere alle esigenze di un paese raffazzonato più che creato, di un paese nato per proteggere interessi e privilegi, veniva curata con un richiamo di facciata, alle teorie allucinanti e allucinatorie che nel nazismo viaggiavano libere e incontrollate.

Ma era non un esigenza luciferina, ma veniva anch’essa sacrificata a fini mondani, che si servivano del “diavolo” soltanto per avvicinarsi in modo immediato alla bella vita.

Se altri organismi sociali e politici all’esoterismo ci credevano veramente, il racconto onirico e apparentemente assurdo che fa da sfondo a Mysteriana, non è altro che quello che oggi noi viviamo costantemente.

Il sacro è merce di scambio, l’esoterismo finisce in banca in buoni, azioni e ville. La magia è uno strumento per assicurarsi i salotti buoni e magari un perfetto lifting.

Basta che il sale non si sciolga per portare i guadagni nelle off shore.

Ecco che Mysteriana, tramite l’indagine di un problema mai del tutto superato mette a nudo il nostro modo di vivere e persino la nostra anima, quella di sfruttatori di ogni emozionalità, di ogni sentimento, del sesso, dell’arcano, dell’esoterico per un baratto meno nobile di quello di Otto Rahn ( che almeno il graaal lo voleva trovare davvero per assicurarsi la conoscenza suprema) quella di sbarcare il lunario.

Noi oggi non abbiamo i Plantard, i De Cherisey, i Papus.

Non abbiamo Steiner, Gurdjieff, Blavatasky, Bailey.

Anche se almeno un Evola lo possiamo vantare.

Abbiamo Othelma, Wanna Marchi, i cartomanti e il mago Don Nascimiento.

Non abbiamo riviste come Circuits, o studi alla Guenon.

Abbiamo mysteriana e company.
Abbiamo lo sfruttamento del mondo occulto semplicemente per comprarci il completo firmato.

 

un mare fatto di testimonianze finto-autentiche, notizie pseudo-storiche e informazioni quasi-scientifiche, in cui navigava un’umanità in cerca di redenzione dall’orrore del quotidiano o soltanto disfatta, credulona, ignorante. Per lui e quelli come lui, semplicemente un gregge da mungere. Raccogli dichiarazioni e notizie, infiocchettale e pubblica tutto. Due siti web che facevano trentamila l’anno di pubblicità e un mensile con una tiratura sempre in aumento.

E ancora:

Tanti tuoi colleghi fanno la fame nelle redazioni dei quotidiani, mentre tu galleggi beato, cullato dalle onde del Golfo Onirico, nessuna fatica, le notizie vengono a te, spontaneamente, tu devi solo servirle agli interessati, dal produttore al consumatore praticamente senza intermediari, vita facile e stipendio sicuro, e anche questo è giornalismo, no? Lascia perdere i sogni, le ambizioni giovanili (e magari giovanilistiche) di inchieste che rovesciano governi o di reportage in stile gonzo. Non eri tu quello che poteva diventare l’Hunter S. Thompson italiano. Uno come Thompson, in questo paese di merda, non si può neppure immaginarlo.

E anche qua la satira è sullo invilimento di una nobile professione che oggi naviga grazie al gossip agli articoli da marchettari, alle fake news e all’utile e interessante (ammazza ) propaganda elettorale.

E tutto questo marcio, dalla letteratura al giornalismo prezzolato, ha le radici nel nostro ieri, fatto di compromessi e di accettazione muta e poco convinta, in favore del buon vivere e del mutuo pagato.

Storia di un lungo intrigo, storia di una degradazione del nostro più importante dono: l’immaginazione.

Questo non è solo un libro di svago, un giallo, un thriller, con un umorismo graffiante.

E’ il racconto crudo di noi stessi e di quell’abominio che oggi insistiamo a chiamare cultura.

E forse è il libro più intellettualmente onesto, più evocativo e più importante che possiamo oggi leggere.

Perché tra una risata e uno scoop, forse il pensiero si sentirà stuzzicato e forse, ripeto forse, il cambiamento avvierà quando lo stesso si troverà di fronte alle sue cadute.

Del resto non sempre una caduta ci trasforma in demoni.

Anche se in questo libro, i demoni sono molto più saggi di noi.

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“Identità culturale”. A cura di Alessandra Micheli

Di identità culturale se ne sente parlare sempre più spesso. In questo nuovo ciclo cosmico, si assiste al disfacimento della cosiddetta omogeneità culturale e alla sostituzione di un modello culturale multietnico, o per dirla, parafrasando i sociologi, a un nuovo ambiente Fuzzy. L’ambiente fuzzy, è quello in cui le sfumature fanno da padrone. Non più una suddivisione gerarchica tra bianco e nero, tra bene e male, tra amico e nemico. Un ambiente in cui, la flessibilità, è la risposta più valida al vivere sociale e umano.  Significa scardinare modi di pensare e di vivere e questo porta con se, necessariamente, un po’ di paura. Per tale motivo, ci si aggrappa con forza all’identità culturale, alle radici, alla tradizione. Come se fosse uno scoglio sicuro che permette la conservazione di se stessi e della propria uniformità. Ci si riscopre cristiani, islamici, indiani.
Per me la situazione è molto più complessa. La mia formazione antropologica mi porta ad avere uno spiccato interesse per le altre culture e tradizioni, la mia vena storica mi porta a cercare di capire se, dietro i grandi eventi, rannicchiata nella microstoria, esistano legami indissolubili o differenze insormontabili.
Ma a dettare legge su tutto, è il mio viaggio attraverso la cosiddetta tradizione primordiale.
Questo viaggio, incominciato per caso attraverso il sacro e le sue forme, non ha sicuramente quell’impronta scientifica che caratterizza i miei interessi, ma, mi porta a credere che, la parola identità culturale, non spieghi ne esaurisce la vasta esperienza umana. Attraverso miti, storie leggende, allegorie, simboli, si cela la vera scienza dell’uomo, una scienza codificata in strabilianti ed eccezionali miti dell’origine. Non solo storie, non solo superstizioni, non solo vagheggiamenti mistici ma un vero e proprio linguaggio comune, voci di millenni che ci parlano di noi, di chi siamo, da dove veniamo. Ma, soprattutto, ci ricordano che tutto questo vociferare di razze, culture, etnie, radici, sono solo parole umane prive di senso.
Il primo lascito di questi grandi uomini del passato, di grandi patrimoni di conoscenze è che tutti noi apparteniamo al cielo. In tutte le tradizioni c’è questo splendido racconto di uomini caduti o discesi dall’alto per errori di orgoglio, cecità, per oblio, o solo per portare un dono alla terra. Da questo punto di partenza, in cui dal paradiso siamo sprofondati nel caos, vi sono stati nei secoli personaggi straordinari, gruppi di illuminati che hanno avuto l’intelligenza di conservare il patrimonio culturale dell’umanità. Non di un’etnia specifica, ma dell’umanità intera, l’adamas della bibbia. Oramai, il mondo si era diviso in cielo e terra, gli uomini erano dispersi, dimentichi della realtà del mondo. Una realtà semplice e bellissima. Nonostante le apparenti diversità, siamo tutti parte di un tutto più grande che ci comprende e ci trascende. Uniti in un’immensa rete di cause ed effetti, interazioni e scambi.
L’identità culturale vista in quest’ottica, non esiste. La tradizione primordiale appartiene a tutti. Forse l’abbiamo dimenticata. Ma ci sono sempre stati gruppi che hanno conservato piccoli frammenti del mosaico originale. Non esistono identità culturali diverse, civiltà superiori e inferiori. Esistono uomini che dimenticano e uomini che cercano di ritrovare il punto di origine. Ogni religione, ogni tradizione conserva una piccola scintilla della verità originaria.
Per questo, io non mi considero italiana, cristiana, o altro. Perché considero tali limiti semantici, concetti statici, che mal si accordano con l’originaria flessibilità e dinamicità della vita. Ognuno di noi uomini, divisi per comodità scientifica in etnie e culture, siamo participi della stessa natura. Ognuno con talenti diversi, con capacità diverse e mentalità diverse. Questo non per distinguerci ma perché ognuno porti il suo personale e unico contributo alla ricerca eterna dell’unità originaria. Bellissima a questo proposito l’immagine dell’albero con tanti rami, come tante le strade che portano alla verità. Mandei, falasha, dogon, sufi, incas, maya, taoisti,greci, etruschi, indù, celti, nativi americani,italici e tanti altri hanno trovato un piccolo ma prezioso pezzo della nostra storia.
Ma noi ci fissiamo con le parole: la mia tradizione, la mia terra, il mio progresso. Le parole sono utili ma, spesso, distolgono dalla realtà. Non esiste mio e tuo, noi e loro. La terra non può essere di nessuno, la terra esiste per tutti. Il sole splende su tutti. Un fiore profuma per tutti. Essere fieri delle proprie radici è forse una bella cosa ma, la domanda che mi pongo è: quali sono in verità queste radici? Limitarle al suolo in cui si è nati, alla cultura e religione in cui si è stati socializzati ed educati, è riduttivo. Significa porre limiti all’uomo, alla sua vera essenza. In fondo, potrebbe essere frutto del caso. O addirittura se le radici sono un argomento così importante, averle solo per diritto di nascita e non come scoperta o ricerca costante, sarebbe un controsenso che vanificherebbe la loro presunta importanza. Per me, ad esempio, L’Italia è stata un importante punto di partenza. Conoscere la storia, le culture che qui hanno prosperato, mi ha permesso di spingermi verso l’eterna ricerca della Verità. Ma, la mia identità, è qualcosa di più vasto di ciò che è racchiuso in un nome, in una nazionalità, in una tradizione. E un qualcosa che si collega con l’eternità. La vera identità non nasce come acquisizione esterna, ma nasce e si sviluppa come ricerca ininterrotta, avvicinandosi a chi, nei secoli, ha appreso la saggezza, l’ha conservata, l’ha protetta. E ha capito che questa saggezza appartiene a tutti. A noi figli del cielo.

(fonte didaweb/mediatori.it)

Quando un libro bussa alla coscienza, non resta che aprirgli grati. Analisi del libro “Nora” Di Giacomo Ferraiuolo, dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Da quando sono entrata nel mondo della “letteratura” tutte le mie convinzioni sulla lettura e sulla critica alla lettura sono crollate. E non perché fossero sbagliate, perché in quel caso non turberebbero me, ma le idee di autori oggi venerati. Umberto Eco, Italo Calvino o addirittura gli studi sulla semantica e sulla semiotica. Sono crollate perché, purtroppo, una recensione è stata snaturata dalla sua etimologia originale senza che la crusca abbia potuto valutare se fosse il caso. Per molti la recensione è un elogio sulla scia del gusto. E questo elogio ha, proprio perché pubblico e perché usa il magico potere della parola, un impatto sulla percezione altrui. Anche se non parliamo di grandi nomi, di grandi firme, leggere “mi fa schifo” “non mi è piaciuto”, viene adombrato da quel senso di autorevolezza, concesso solo dall’essere lettori che hanno speso denaro per un testo.

E quell’essere lettori, senza neanche chiedersi cosa significa davvero leggere, diviene una giustificazione e una legittimazione a dire cosa si pensa. Il problema è che non sempre il pensiero genera brillanti concetti. La mente è un contenitore, in cui possono ritrovarsi impulsi, emozioni, ricordi, ossessioni e persino idee distorte. Capite bene che, in quel caos, è necessario usare l’arma della categorizzazione critica, distinguendo il concetto dal suo refuso (uso la parola che tanto vi piace va).

Ecco che non tutti i pensieri sono leciti, che non tutti vanno espressi senza responsabilità e che non sempre si pensano alte astrazioni.

Personalmente il mio cervello, attivo e instancabile, produce anche tanta immondizia inutile.

Magari voi sarete geniacci.

E allora mi inchino alla vostra mente.

Ecco la parola chiave.

Responsabilità.

Nello scritto come nell’elucubrazione, nel giudizio, come nella recensione che è e resta, un’analisi critica del testo, finché la Crusca (e non quella che fa andare al bagno) non deciderà di cambiargli etimo.

E quando capiterà sarò la prima a prenderne atto.

Come si fa un’analisi critica?

La prima regola è rendersi conto che il gusto è un tuo problema. Alla gente, a meno che non te lo domandi, di cosa ti piace o no, non gli frega un cazzo. Ed è educazione comprenderlo.

E cosi un libro.

Il lettore non deve sapere da te se ti piace. Deve capire cosa contiene. Perché, se ci si avvicina alla recensione e non si segue il mio misero esempio, (che compro a genere o leggendo la trama, rendendomi conto che sono in grado di decidere cosa acquistare o no, senza avere  il promoter alle calcagna che mi assilla) significa che deve essere aiutato, o educato alla lettura consapevole. E qua entra il blogger che è e resta non un influecer ma un mediatore tra autore e lettore. Mediatore significa che, se il libro per me risulta ostico, io devo creare con la mia analisi un ponte affinché il soggetto possa attraversarlo e entrarci in punta di piedi.

Essere blogger non è uno status sociale, né un’evoluzione che vi renderà guru spirituali. Ma semplicemente “interpreti”.

Ecco il secondo punto.

La prima cosa si dovrebbe far capire di un libro il suo essere una creatura composita. Stile, trama, linguaggio e senso sono indissolubilmente legati uno all’altro, e sono gli elementi che intessono quella magia che, chi ama i libri ben conosce.

Non solo.

Ogni elemento della trama deve avere un collegamento con il messaggio e deve portare il semplice lettore, a assorbirlo piano piano. È un mosaico e non si può parlare del mosaico estrapolando un solo tassello e raccontandolo come se fosse il disegno completo. È la maledizione della cultura occidentale quella di segmentare la totalità non per un’agevolazione allo studio ma per giudicare e categorizzare i singoli pezzi. Il libro è un processo e come tale va letto, il libro è la mappa ma il territorio a cui si deve arrivare è il senso.

Questo oggi manca.

Manca la comprensione del perché un autore sceglie quel genere per rappresentare la sua idea e manca la capacità di leggere.

Vedete leggere non è solo decifrare il codice, ma interiorizzarlo, assorbirlo e andare alla fonte, oltrepassando la semantica (ossia la decifrazione delle regole e della logica interna al codice linguistico) e entrando nel campo della semiotica (ossia la trasmissione, l’interpretazione e il significato che il codice ha per una determinata cultura in un determinato periodo storico).

Ecco leggere deve unire le due scienze e solo allora il libro verrà svelato.

Questo non accade.

Non accade con i libri di svago. Non accade con i classici, non accade con i libri colti e ancor di più non accade con i libri dal profondo significato sociale, quelli che incidono profondamente sulla pelle della nostra civiltà.

Mi preoccupa, mi allarma e mi spinge a scrivere quando, tale incomprensione o meglio tale volontà di non voler comprendere per infimi motivi come la concorrenza, o per altri più profondi come alcune resistenze pregiudiziali al cambiamento, invadino libri che potrebbero avere un importante significato sociale.

E io alla società tengo in particolar modo.

Forse per colpa della mia formazione politica, ho una sorta di venerazione per quell’ibrido chiamato polis e che raccoglie sia il sistema istituzionale, sia quello valoriale che fonda quella compagine (la società appunto) che riveste un ruolo fondamentale nella nostra formazione come esseri umani, come cittadini e come persone, attraverso la socializzazione e l’acquisizione di un preciso sistema di valori. il problema grosso è che questo sistema spesso non è affatto etico ma morale, dipende, cioè, dal tempo in cui esso è nato e strutturato. Come dire la morale cambia come cambiano le epoche, l’etica, per fortuna, rimane.

Ed è però, sul valore morale che si può agire, qualora esso si rivolti contro l’uomo invece di aiutarlo a rapportarsi con l’altro e con l’ambiente stesso.

E per reagire a qualcosa che disturba, che degrada, o che presenta i sintomi del pericolo abbiamo uno strumento eccelso: la comunicazione.

E cos’è che da sempre comunica?

Toh che bizzarria…ma la scrittura ovviamente!

La parola è e resta la forma con la quale rappresentiamo sia il nostro io che la nostra società. Semplice, lineare, quasi scontato.

Se un atteggiamento di netta chiusura, si rivolge ha un libro che contiene dettagli che possono scuotere le coscienze, la mente assopita dal grande fratello, io mi sento in dovere di dire alt, parliamone. E non perché mi sta simpatico l’autore X. Imparate che a me, in fondo, non sta simpatico assolutamente nessuno. Piuttosto riesco a individuare cosa può serve a quel bene superiore che è per me il benessere della collettività.

E di questa collettività, visto che ingloba anche me, se ha delle distorsioni, dei rumori che confondono il messaggio, che creano devianti, io me ne sento altamente responsabile.

E qual è uno dei maggiori problemi della nostra società?

Il pregiudizio e lo stereotipo. È da quello che derivano le peggiori nefandezze di cui la civiltà si è macchiata oggi come nel passato. Femminicidio, sterminio, olocausto, bullismo derivano tutti da questa nostra insana falsificazione. E c’è un libro che lo racconta nel modo migliore. e non lo dico solo io ma ogni sociologo e soprattutto uno studioso che amo, Murray Edelman. Ecco leggetevi il suo “Come costruire lo spettacolo politico” e poi leggete Nora. O viceversa. E poi ne riparliamo.

Nora non è un semplice horror. Se così fosse non avrei speso tempo e energie a scrivere la mia protesta. Nora è un testo che può e anzi DEVE cambiare la nostra percezione.

E vi spiego oggi perché.

Ho avuto il piacere di incontrarlo alla fiera di Roma più libri più liberi ed è una persona di una dolcezza assoluta. Il problema è che la sua adorabilità sparisce o si eclissa quando scrive, per la sua immensa capacità di raccontare la parte meno bella, oscura e marcia dell’essere umano. E questa convivenza tra ombra e luce è già qualcosa di unico, che rende la sua personalità armonica e sfaccettata ma soprattutto sana. Giacomo ha trovato il modo di far parlare l’ombra in modo positivo, affinché essa gli narri una storia che lui potrà regalare al lettore, e questa storia busserà alla coscienza, alla psiche facendo emergere qui demoni che, se tenuti troppo chiusi divengono DANNOSI.

E cosi si comprende un primo elemento: questo non è un horror.

Ma come, direte voi anime innocenti, ci avevi detto il contrario.

Proprio cosi miei assetati lettori.

Dietro alla facciata di libro horror, quindi di evasione, il maestro ha inserito un valore sociale.

Ora ai veri amanti del genere non dovrebbe stupire. Chi si è abbeverato alle parole di Stephen King sa di cosa parlo. In tal caso eviterà di continuare a leggere il mio sproloquio e andrà a prendersi Nora.

Gli altri proseguiranno con me.

Giacomo non ci descrive mostri e spettri. Ma innesta su una trama classica un esperimento a dir poco strabiliante, coraggioso e azzardato: mette alla prova il lettore. E non lo mette alla prova come semplice fruitore di libri, ma come persona. Mette alla prova quei valori, che sembrano fondare il nostro civile vivere e che sbandieriamo contenti e felici come uno stendardo in grado di assicurarci il ruolo di persone perbene, perché vogliamo essere politicamente corretti, o perché forse ci crediamo davvero. E saranno le reazioni di tutti coloro che leggeranno Nora a farci capire se a questi valori noi crediamo davvero o li appoggiamo soltanto perché è così che ci si comporta, o perché sembra orribilmente poco elegante dar voce al nostro vero io.

Nora parla di stereotipi, dell’orrore che si cela in ogni società perfetta, del marcio che si nasconde tra gli anfratti più bui del perbenismo borghese e soprattutto parla di violenza sulle donne

E lo fa in un modo che lascia senza parole.

E perché dico cosi?

È molto facile provare empatia per le vittime quando esse stesse tendono a aderire al ruolo di vittima.

Cosa significa?

Purtroppo è oramai noto a psicologi e sociologi che esiste una sorta di oscura complicità tra il soggetto designato come vittima o capro espiatorio e la società che ha bisogno delle stesse. Che sia una donna, una minoranza, un’etnia, una categoria quasi senza accorgersene, inconsciamente (forse se ne avessero consapevolezza crollerebbe l’intero sistema valoriale che sorregge questo bieco meccanismo) accettano il loro ruolo di vittima sacrificale.

Non sto insinuando che la persona oggetto di violenza “se la cerca “anzi. La persona che subisce violenza fa parte di un sistema talmente manipolatorio che convince il soggetto stesso di essere privato di diritti, spersonalizzato da dover essere necessariamente sacrificato per il bene comune. La vittima in questo caso la donna diventa il mezzo con cui la perfezione tenta di redimersi dai suoi inconfessabili peccati e diventa lo strumento per cui si può essere effettuato quel rito apotropaico in grado di salvare la società dalla distruzione. In sostanza io sacrifico il male, affinché questo male stia lontano da me

E si mie adorabili testoline, tutto questo è in Nora.

Immagino sgraniate per lo stupore i vostri belli occhioni vero?

E per rendere evidente questo meccanismo la protagonista non rispecchia affatto il cliché della vittima. non è dolce, non è eterea, non è indifesa né aggraziata e soprattutto non è sottomessa. Nora viene caricata, invece, di tutti gli stereotipi, di tutti i pregiudizi sulla femminilità, di tutte le paure ancestrali dell’uomo. Nora è la strega, è Medea che uccide la stessa figlia, è circe che seduce e uccide gli uomini, è la gorgone che li pietrifica, è la menade che li tracina nella lussuria più sfranata solo per divorarli.

Freud fu il primo a raccontare l’ansia di castrazione proponendo la spaventosa immagine della vagina dentata. Questo “fenomeno” era ispirato da varie leggende riguardanti donne con vagine contenenti denti affilati o altre armi con le quali erano in grado di uccidere o peggio, evirare il partner.

Né è un esempio Le Sheela na Gig provenienti dall’Irlanda dove l’immagine del sesso femminile, vorace e minaccioso incuteva uno strano timore.

Peccato che le Sheela na Gig era semplicemente un inno alla fertilità e alla fecondità femminile e un’esaltazione della sacralità del sesso. Come stravolgere un mito positivo.

Ecco che la donna/strega diventa una fagocitatrice della virilità dell’uomo che lo priva della sua sovranità che gli spetta di diritto. Quale diritto non ci è dato di capire.

Nora il sesso lo usa. Lo usa, per circuire ma soprattutto per Essere. Per essere capite l’orrore terrificante?

io sono soltanto se copulo, se mostro il mio corpo, se accetto di soddisfare i biechi desideri. In quel caso sarai utile al mantenimento dell’equilibrio, tu donna troia e l’altra la santa.

Cosa accade quando al posto di una Biancaneve candida e pura, noi abbiamo una protagonista alla Nora?

Cosa succede se lei si carica di tutte le nostre paure più recondite?

Nora diventa il male. La perfidia maliarda la personificazione dei peggiori timori di quell’agglomerato di case che sono vicine fisicamente ma lontane anni luce a livello di solidarietà e di emozionalità.

Ed è così che il lettore si trova a un bivio. Se un lettore crede davvero, profondamente che la volenza non sai la risposta che nessun essere umano debba essere vittima di violenza tanto meno una donna, non in quanto donna ma in quanto essere umano, anche una Nora va difesa.

Se io credo all’universalità dei diritti, anche l’imperfetta, limitata Nora li possiede.

Perché nel momento in cui Nora viene picchiata a sangue (una scena orribile è quella in cui lei vaga in condizioni estreme, pietose per le strade del quartiere) nessun vicino la sorregge, la protegge e le apre la porta. Perché lei è soltanto una “puttana”. Lei usava il sesso in modo libero, lei per quella sua liberalità deve essere punita:

 

Nora si meritò tutte le botte che lui le diede,

ogni schiaffo, ogni pugno ogni costola incrinata.

si meritò tutto….. Una notte si presento qui nuda dicendo che lui la voleva ammazzare. io non le ho aperto, gli ho detto cosa pensavo. Si meritava tutte quelle botte

 

Nel momento in cui noi ci troviamo di fronte una donna che accetta un certo tipo di vita, dei valori quindi è sottomessa anche se non lo dimostra, appoggia tutte le nostre idee su come deve essere una donna allora la porta può essere aperta.

A Nora chiudono la porta.

In fondo non ha fatto altro che effettuare la scelta orrifica: ha deciso di usare il suo corpo.

Badate bene. Giacomo non è uno stupido. Inserisce la spiegazione profonda del comportamento di Nora, ma lo fa in modo soffuso, quasi distratto, beffardo e con un ghigno amaro. Perché sa benissimo, che nonostante il bandolo della matassa, il perché capace di chiudere il cerchio brilli li al centro delle pagine, non verrà mai colto. Esiste, lui ne parla, ma non la evidenzia.

E sapete perché?

Perché per noi sarà molto più semplice condannare. E questo ci toglierà ogni maschera rivelando il nostro fallimento.

Perché cosa se credi davvero che la violenza non si debba usare su nessuno a Nora tu devi aprire la porta.

Nora invece si merita le botte perché è scorretta.

È differente dall’immaginario lecito che dobbiamo avere della femminilità e della donna perbene. E’ relegata al ruolo di non essere umano. È un anatema, è una distorsione, è la creatura infernale è la Lilith con artigli sporchi di sangue.

Ora, la mia emozione nel leggere il libro scaturisce anche dal fatto che è scritto da un uomo.

Ma quest’emozione viene distrutta nel leggere beceri commenti da parte di donne, e me ne rammarico che dicono la stessa orribile frase

“e ma come posso provare empatia con Nora? E’ antipatica”

E dopo la mia lecita e colorita espressione alla romana, vi sovviene però un pensiero più coerente alla mente, ossia un suggerimento su come divenire empatici con Nora. No tranquilli miei adorati, non è una parolaccia ma una semplicissima verità

Sapete come si diventa empatici con Nora?

Credendo davvero, nel profondo di noi stessi, che violenza chiama violenza.

Credendo davvero che la società è malata e forse possediamo la cura, ossia la nostra capacità critica.

E questa capacità non può non renderci coscienti che in fondo siamo tutti complici, e che per spezzare l’orrida e marcia catena, bisogna solo esserne consapevole.

Io che voglio fare la vittima e tu che mi rendi vittima. Io che sono convinta di non avere diritti e tu che me li neghi. Gli esseri umani sono imperfetti, vivono di luce come di ombre e quelle ombre avvolgeranno alla fine tutto questo quartiere rivelandone il marciume. Anzi le ombre stesse si nutriranno delle loro assurde ossessioni.

La violenza va rifiutata non perché è il mezzo con cui si schiacciano le anime pure. La violenza va rifiutata perché a noi questo sistema non ci piace. Ne vediamo la decadenza, ne osserviamo le contraddizioni e desideriamo cambiarlo a favore di uno meno distorto e più armonico.

Quando definiamo vittima di discriminazione qualcuno in realtà lo stiamo imprigionando in una gabbia di pregiudizi e di aggettivi da cui sarà difficile se non impossibile liberarsi. Quando voi definite una persona vittima voi la rendete vittima.

Per sentirci perfetti, per viaggiare sui binari della stabilità noi abbiamo uno strano bisogno di educare alcuni individui tarati da una debolezza indotta o presunta a essere mostri, in modo da non affrontare quel lato oscuro presente in ciascuno di noi per esorcizzarlo in un atto quasi magico.

Il male a noi ci serve, ci serve per sentirci migliori.

Nora ci serve.

Ma nel momento in cui Nora, bussa alla nostra mente coperta di sangue nonostante le sue imperfezioni e noni gli apriamo la porta a noi della violenza non ce ne frega un cazzo.

Noi ogni volta che chiuderemo le porte di fronte a Nora, o attaccheremo il libro, o ne vedremo solo la scabrosità, stiamo semplicemente appoggiando un sistema, lo stesso che critichiamo, contestiamo magari partecipando alle conferenze, scrivendo un bel libro o sfilando per le piazze con indosso il fiore rosa. O postato su Instagram le foto delle scarpe rosse.

E quando leggo che si vede solo la violenza sessuale e mai la redenzione, mi prende un senso di sconforto. Perché quello è un simbolo ricco di significato: l’infermiere rappresenta tutti noi, quella società che finge di curare ma che inietta di veleno, ma che improvvisamente riesce a vederla come persona e non più come oggetto.

È un’utopia o una speranza?

E se una donna, sottolineo una donna non riesce a comprenderlo, allora tutti noi dovremmo piangere lacrime amare.

Dovremmo sentirci sconfitti. Dovremmo capire che la scommessa di Giacomo, sulla nostra umanità sulla sua fiducia spassionata e pura sull’umanità dell’uomo, è inesorabilmente persa.

In alcune recensioni la femminilità perde. Viene lacerata.

Ma io, come Giacomo, ancora ci crediamo che quel racconto possa sollevare un grido “no”

Io spero tanto e lo spero con tutta me stessa, che davanti a una Nora imperfetta e sbagliata, una Nora puttana, in cerca però di aiuto ciascuno di voi aprirà la porta. E se ne fregherà se è stata con mille uomini se ha tradito, se è andata contro la morale corrente. Io vorrei che Nora fosse accolta in quanto essere umano che ha il sacro diritto di sbagliare anche di essere una stronza. Noi non dobbiamo avere rispetto perché dolci e coccolose non devo oscillare tra la Maria e la Maddalena redenta. È un essere umano è soggetta a caduta.

L’importante è che si rialzi.

E Nora si rialzerà se ognuno di voi, invece che lasciare inutili e ipocrite recensioni su Amazon si immergerà nel libro e tenderà a Nora la mano.

Io ho solo la penna come arma. E continuerò a imbracciarla come un fucile. Di Alessandra Micheli

 

Oggi dovevo scrivere una recensione. Una giornata bellissima a Roma.

Entusiasmo e le vite che rigano ben dritto di fronte ai loro binari. Inquadrati, convinti sostenitori, a nostro malgrado di un sistema che non tentiamo neanche di guardare negli occhi. Facce di tristi burattini che sfuggono lo sguardo della coscienza, immersi in piccole idiosincrasie quotidiane, piccole ossessioni, ideali cosi fallaci da essere spazzati al primo vento.

Tifosi che discutono sull’eticità di un gioco venerato dalla borsa di Milano.

Animalisti convinti che la salvezza del mondo è nella liberazione animale. Ideologie che ancor ‘oggi si scontrano in vista di un idilliaco futuro che viri da destra a sinistra, a cento e centro destra. E basta questo per sentirci importanti rivoluzionari, pensare che un blog o un libro o la dicitura autore, possa farci essere protagonisti di una vita che, bene o male, è bella.

Bella perché soddisfa ogni nostro bisogno, che sia di essere il nichilista di turno, il radical chic che urla contro la decadenza della cultura e che, però in segreto, siede sulla poltrona di Mammona.

Gente che la sua rabbia, perché la vita non lo riverisce, la scaglia contro ogni fatto quotidiano, immolandosi sulla pira del politicamente scorretto.

Tranquillo caro urlatore. Sei perfettamente inserito perché il sistema ha bisogno di chi urla e sembra combatterlo ma che in segreto lo abbraccia.

E tutti noi in questo triste girotondo di voci, volti confusi, di eloqui da applauso, coroniamo una giornata perfetta.

Ma per me non è perfetta per nulla.

A me in questo aprile macabro non arriva il profumo del maestrale.

Ma del sangue.

E davanti a me non sfila il successo di un blog, scritti e liti tra autori, ma volti di bambini massacrati.

Ma perché interessarsene?

Non sono agnelli.

Non sono italiani che sono stati sventrati dalla logica finanziaria della droga.

Sono siriani.

Troppo lontani da noi.

Sono voci troppo flebili per essere ascoltate.

Sono lontani, troppo lontani da noi.

Sono mani che hanno smesso di giocare alle ombre cinesi sui muri. Sono volti che non sorrideranno più. Sono semplicemente fatti di cronaca.

Noi abbiamo altro da pensare.

La lotta contro lo sfruttamento delle galline. Contro l’orrore di un orso ucciso.

Contro tutto quello che in fondo è distante da noi. Ci fa stare bene. Ma non scuote nulla di questo oscuro mondo.

In fondo come dite voi?

Ce lo meritiamo. La terra si ribella. Dio ci punisce. Siamo una civiltà perduta.

E allora perché nessuna cazzo di bomba cade su di noi?

E non parlo di quegli atti di terrorismo che hanno la finalità di farci riunire attorno al populista di turno.

Parlo di missili, di eserciti, di puzza di carne bruciata.

Parlo di occhi fissi, di case distrutte, di speranze spezzate solo perché sei nato nella parte sbagliata dal mondo.

E’ vero.

Le tragedie sono terribili.

Ma sono naturali e frutto della vita di madre Terra.

Parlo di guerra, di una brutta guerra, fatto ben più orripilante.

Parlo di decisioni prese a tavolino, da gente che vede solo l’oro nero. Di gente che ride calpestando cadaveri. Di gente che un domani tornerà più amica di prima.

E allora oggi ninna nanna della guerra.

Per quei pochi che culleranno i cadaveri dei bambini e della nostra stessa civiltà.

Non scrivo per rabbia.

Ma per dolore.

Un dolore che non si cheterà mai.

Perché passano i secoli, ma noi continueremo a non capire un cazzo.

“Le Barriere Culturali” di Alessandra Micheli (Fonte (fonte didaweb.it)

 

Le frontiere culturali sono in realtà delle barriere che delimitando l’ambiente sociale operando una netta divisione nelle sue varie componenti: etnie, classi, popoli, gruppi religiosi.

Le barriere sociali sono utilizzate per distinguere, per affermare un’identità e sono principalmente utili strumenti di indagine sociologica. La realtà che ci circonda, infatti, appare composta da molteplici variabili, sfuggente e complessa. La divisione in categorie, seppur semplicistica, assume il ruolo di strumento di indagine in quanto, smembrandola in più settori e scomparti, permette uno studio più agevolato, anche se parziale. Si cerca, cioè, di capire il funzionamento di ogni singolo fattore, i suoi meccanismi di azione, per poi analizzare le sue interazioni con le altre parti.

Ma, quando la barriera sociale e culturale, da mero strumento di indagine diventa parte del pensiero con cui ci si rapporta con l’esterno, le cose non solo cambiano prospettiva, ma, rischiano di trasformarsi in fattori altamente patologici.

L’identità culturale, che si esplica in una serie di atteggiamenti, scale di valori civili, religiosi, orientamenti di pensiero, viene rafforzata ed esaltata proprio da questa divisione binaria che pere sua intrinseca natura viene stratificata in senso verticale, inferiore/superiore, amico/nemico. Inoltre, la società di appartenenza, attua sugli attori sociali un’ulteriore pressione sicché questi orientamenti di pensiero risultino sempre più radicati dentro di noi.

Se le barriere di tipo fisico, sono oggi in qualche modo più superabili, le barriere culturali restano, invece, più difficili da superare poiché, spesso, risultano inconsce. Le si apprendono, infatti, fin dall’infanzia e si manifestano tramite atteggiamenti aggressivi verso gli altri ( in particolare il diverso, l’estraneo), e con una comunicazione patologica imperniata sul controllo, sulla manipolazione della realtà, e sugli stereotipi.

Per superare le barriere culturali, occorre fare una vera e propria destrutturazione della personalità sociale, agire sui suoi modi di pensare,di approcciarsi al reale, e di costruire la propria realtà. Se non si agisce modificando gli assunti culturali corrotti o patologici, si rischia di mettere in campo comportamenti che tendono non solo alla segregazione, ma anche alla distruzione dell’intero corpus sociale. Le barriere culturali, infatti, mettono in antagonismo parti che in realtà sono interdipendenti tra di loro; si tratta cioè di minare le basi della civiltà stessa, frutto di una fondamentale cooperazione, e collaborazione tra più parti. L’eterno antagonismo, il desiderio che la parte dotata di un atteggiamento di superiorità sottometta la parte che di riflesso assume una connotazione inferiore, innescano una reazione di causa ed effetto che nel lungo periodo diverranno sempre più esplosive e pericolose, portando la civiltà sull’orlo del collasso.

Come rimediare? In una situazione patologica, di solito, si tende a curare il sintomo ma non la causa. Ed è questo il sentimento che agisce come benzina sul fuoco. Curare e modificar la causa, è sicuramente un processo lungo e difficile ma necessario. Significa andare a ricercare il famoso bandolo della matassa e ristabilire, se non l’unità originaria, il senso di comune appartenenza, di reciproca interdipendenza, di cooperazione che, caratterizza da sempre la specie umana. Significa porre la concorrenza non sul piano dell’annientamento totale dell’altro, ma sulla sana spinta al miglioramento costante. Questa diversa concezione della competizione, assumendo come propria l’ottica della crescita e dell’evoluzione, presuppone il riconoscimento formale dell’avversario, come dotato degli stessi diritti, delle stesse potenzialità, della stessa capacità dell’altro. Riconoscere l’altro da se, come oggetto avente diritti, doveri e potenzialità, è il primo passo verso una trasformazione del pensiero sociale, e rappresenta un requisito imprescindibile per l’attuazione di una vera a propria convivenza multietnica.

Questo riconoscimento però non va confuso con l’atteggiamento di tolleranza. Se io riconosco l’altro come mio pari posso anche non tollerarlo, posso condividerlo o meno, ma il confronto si sposterà comunque e sempre sul piano del rispetto. Da un dialogo così improntato potranno nascere nuove modalità di convivenza, potranno usciere fuori delle nuove civiltà, dei nuovi assunti culturali. Il risultato sarà, comunque, il cambiamento e l’evoluzione non la distruzione. Confrontarsi sui grandi temi del multiculturalismo significa porsi in uno stato di ascolto, di predisposizione alla trasformazione, alla flessibilità. Potrà prendere per modello la civiltà che reputo più omogenea o armonica, oppure potrà indurre una modifica dei principi portanti di una civiltà senza però, apparire come una distruzione e come una perdita di identità.

La tolleranza, invece, viene usata, nel contesto multiculturale, in modo improprio. Nel caso dell’immigrazione, si tratta di un approccio banale per affrontare una situazione delicata come quello dell’incontro tra due culture diverse. La tolleranza presuppone un ipocrita atteggiamento di passiva accettazione, che in realtà nasconde una sottile e pericolosa forma di razzismo. Tollerare tutto significa porsi, comunque, in un atteggiamento di superiorità; chi assume questo atteggiamento si ritiene tanto superiore da sopportare o lasciar correre le stravaganze dell’altro considerato così inferiore da insistere con atteggiamenti o assunti primitivi o nel peggior caso infantili.

Tollerare tutto senza fermarsi a capire è solo una pericolosa forma di leggerezza. L’incontro con l’altro che è sempre diverso da noi, significa uscire da se stessi, essere curiosi, disposti a capire ed accettare le diversità ma senza assumere l’atteggiamento paternalista che spesso accompagna l’atteggiamento di tolleranza. Significa anche che non necessariamente bisogna accettare ciò che si scontra con i cosiddetti valori universali. Ci sono valori che si protraggono nei secoli e che rappresentano l’essenza stessa dell’essere umano. Il rispetto della vita, l’altruismo, l’armonia, la coscienza di una legge non scritta ma impressa nel nostro DNA, significa che ognuno di noi, nell’incontro con l’altro deve aspirare alla stessa armonia che gli antichi ritrovavano nel cielo. Significa ricreare la divinità in terra, con lo stesso meccanismo di proporzione mirabile, di corrispondenza e di equilibrio.

Significa che l’uomo è investito del sacro compito di portare avanti la creazione, di creare egli stesso forme nuove. Ma significa anche che per la sua natura essenzialmente divina, quelle forme nuove non possono esulare dalle famose proporzioni divine, dai dettami del libro del cielo, o semplicemente da quelle che Sant’Agostino chiamava le Verità Eterne.

 

Educazione e apprendimento, capisaldi dell’umanità. A cura di Alessandra Micheli

 

In un articolo precedente ho asserito con convinzione che, la  religione è e resta un mezzo educativo importante in quanto rende noto alle nostre coscienze come ogni creatura è la variazione di un processo che fa parte di una natura prettamente sistemica del mondo.

Grazie a questo aspetto pedagogico della religione possiamo addentrarci anche in quello a essa parallelo, quello dell’educazione e dell’apprendimento. In quanto metafore, le religioni comunicano dei principi e delle verità eterne della storia e della biologia, permettendo agli uomini di modellare il proprio sistema sociale in analogia con il più ampio sistema ecologico.

Come nella religione, anche nell’educazione in genere, si dovrebbe garantire l’acquisizione di una visione olistica dato che si è potuto osservare come, il divario mente/natura, la miopia sistemica e la finalità cosciente, non abbiano fatto altro che accentuare la tendenza dell’uomo a provocare danni al proprio ambiente. Nella sua varietà di forme, nel suo continuo cambiare e nella sua staticità, il mondo attorno a noi sembra allo stesso tempo familiare e sconosciuto. Quell’avvertire con la parte non consapevole di noi analogie e differenze, consonanze e dissonanze e il fornire risposte esplicite alle esplicite domande sul perché e sul come accade è la premessa del nostro essere vivi, del nostro apprendere. Apprendere è la specialità dell’essere umano, significa elaborare un processo di conoscenza che passa attraverso un riconoscere la struttura che connette a noi stessi. Se la finalità cosciente impedisce la visione unitaria del reale, è necessario recuperarla per vivere i rapporti in una maniera più sana; bisogna trovare un metodo educativo diverso più attento alla sensibilità alle relazioni e alla sensibilità estetica della consapevolezza sistemica per poter vivere in maniera più sana e meno distruttiva le scelte che il nostro essere umani ci impone.

Il processo dell’apprendimento è dotato di una doppia struttura: una componente selettiva, conservativa e una componente casuale, creativa che prelude perciò al cambiamento. La componente conservativa, agisce da filtro critico per ammettere il nuovo; attraverso il metodo della comparazione, le nuove idee si confrontano con le idee preesistenti con la logica e con il senso comune. Qui la componente due si manifesta nell’interazione con l’ambiente esterno. Interagendo con gli aspetti causali imprevedibili della vita, ogni organismo apprende e mette in atto strategie adattative: è qui che la creatività, l’immaginazione producono nuovi pensieri e creano forme nuove. Il cambiamento avviene in virtù della flessibilità degli organismi; nell’adattarsi all’ambiente esterno l’organismo può sì cambiare i contesti entro cui vive, ma può anche adattare la propria capacità di adattamento ed essere facilitato in questo dal fatto che apprende ad apprendere.

Nel processo mentale dell’apprendimento, però, può accadere che gli individui o la società, incamerino stabilmente apprendimenti e quindi cambiamenti senza averli precedentemente codificati (ossia senza aver assegnato un nome al processo). La codificazione diviene un processo cruciale; in questo processo però gli esseri umani possono cadere in errori di tipizzazione logica (di assegnazione di nomi e classi). Nell’accettare il nuovo e nel tendere a massimizzare più che ad ottimizzare, essi potrebbero fissare stabilmente una variabile che sembrerebbe assicurare un momentaneo benessere e assuefarsi all’adattamento che hanno incorporato senza aver verificato a quale tipo logico appartenga.

La configurazione degli organismi viventi manifesta rapporti di relazione, e gli apprendimenti codificati, resi stabili in virtù del continuo ritornare sugli stessi contesti, creano forme rese evidenti non soltanto dal codice verbale ma anche dall’assenza di parole. Il codificare gli apprendimenti procedendo per successivi aggiustamenti, il creare o il riprodurre modelli, schemi astratti e inconsapevoli, permette di rendere stabile:

 

 “ciò che non deve essere facilmente cambiato: costituisce le premesse del cambiamento che è tale in quanto agisce per differenza.”

Conserva R. Immaginazione e rigore nei processi di apprendimento in Gregory Bateson, a cura di Marco Deriu,

 

L’immaginazione e la creazione di nuove forme, vengono così temprate dal rigore e si fanno strada nel confronto (e anche nello scontro) con la rigidità del sistema che vogliono cambiare. Ogni sistema cui venga affidato l’apprendimento, viene visto come un filtro critico sotto cui debba passare il nuovo.

Pianificare tutte le soluzioni o tenere sotto controllo tutte le variabili di un progetto educativo è pressoché impossibile; conviene piuttosto ampliare le domande e riformularle al fine di inserire le risposte in una prospettiva più grande. Quello che serve per educare l’uomo verso una strada che, passando attraverso i tradizionali metodi educativi porta alla pace, è ripensare il pensiero, la nostra umanità, le nostre epistemologie alla luce di una Gestalt più vasta, per riconsiderare, alla luce del fondamento biologico della vita e della conoscenza, i contesti entro cui ragioniamo di apprendimento e i contesti dove viene programmata (in una mescolanza di vicoli formali, e della novità del cambiamento) la trasmissione culturale dei contenuti e dei metodi educativi.

Nel caso dell’educazione che possa portare a una sana gestione dei conflitti, bisogna rendersi conto di un fatto scontato ma di fondamentale importanza che spesso viene trascurato, la trasmissione culturale sarebbe facile se, coloro che apprendessero, fossero macchine banali.

Le persone alle quali si rivolgono i metodi educativi, coloro che imparano per tentativi ed errori, hanno già maturato alcune idee su se stessi e sul mondo. L’apprendere per tentativi ed errori convive, infatti, con l’apprendimento che avviene nella prima infanzia e che struttura quello che poi noi saremo, il nostro modo di segmentare gli eventi e l’esperienza. L’apprendimento conseguito nella prima infanzia, ha la caratteristica di autocovalidarsi e di conseguenza lo rende quasi inestirpabile. L’accettare la pluralità delle intelligenze in qualsiasi processo educativo ( specie in quello che ha per obiettivo non il semplice ripetere meccanico di rituali o procedure, ma quello che ha per obiettivo un mutamento nella scala dei valori) si rivela sì una scelta saggia e obbligata, ma rappresenta anche un fattore di rischio perché se tutte le epistemologie funzionano ( grazie al loro continuo autoconvalidarsi) non tutte sono corrette, soprattutto dal punto di vista dell’ecologia delle idee. Ad esempio, un’epistemologia incentrata interamente sull’io e non sulla relazione con l’altro, può essere distruttiva per entrambi e per tutto il sistema sociale. La relazione con l’altro fondata sulla comprensione e sul rispetto, è fondamentale sia per la transizione da uno stato di disordine ( che si possono esplicare in un contrasto societario, nella formazione di stereotipi, nella considerazione binaria del sistema società Amico/nemico) sia per la risoluzione dei conflitti vera e propria, una risoluzione che non può essere soltanto giuridica ma che investe il piano sociologico e psicologico degli attori sociali.

Oltre dunque alla modifica di componenti del carattere che possono rendere inutile lo sforzo del militare e di ogni addetto alla costruzione della pace, è necessario che si adegui il comportamento al contesto. Il nostro contesto postmoderno risulta, molto spesso, difficile non solo da gestire a causa della sua logica ambigua e sfumata, ma anche perché risulta differente dal modello comportamentale a cui siamo stati educati. Le riflessioni sul contesto di apprendimento, quindi, si rivelano utili per capire come, si possa rispondere a questa esigenza. Il contesto sociale in cui l’apprendimento si svolge (che può essere la scuola, la famiglia, la società) appare come il luogo dove, alla cura dell’estetica della relazione, si accompagna una costante verifica delle variabili che collaborano a definire la forma del contesto, la sua adeguatezza agli apprendimenti sollecitati e dei comportamenti strutturati nel carattere delle persone.

 Nasce, così, il problema di quali resistenze al cambiamento del carattere vadano rimosse, laddove la centralità della persona rischia di vanificare il progetto di un’educazione aperta alla collettività. Certe rigidità, risultato dell’assuefazione e di una certa maniera di segmentare l’esperienza, non sono stati immutabili che informano in modo deterministico sui futuri cambiamenti. La reversibilità delle abitudini apprese dimostra che un organismo può conseguire un adattamento nuovo a nuovi contesti; è lecito ammettere e richiedere cambiamenti che il carattere di un individuo può sopportare, e che sono ragionevolmente finalizzati e motivati dal contesto di apprendimento. Esiste da un lato una tendenza verso la coerenza che è propria dell’organismo, il quale pertanto tende a rifiutare ciò che avverte letale per il suo equilibrio; però d’altro lato ci può essere la coerenza e la persistenza del nuovo stimolo. A favore del cambiamento o del miglioramento dell’apprendimento collaborano la durata della sequenza correttiva, l’aver adattato un certo apprendimento all’età e il ritorno ciclico sulle stesse cose e anche l’esercizio; è così che un apprendimento, casuale e aleatorio, da semplice percezione di una differenza, si trasforma in cambiamento.  La persistenza di un’idea nuova è garantita non soltanto dalla sua forza interna e dall’ essersi combinata con abilità complementari, ma anche e soprattutto dalla sua durata

 

“anche le idee migliori resteranno scritte sulla sabbia e sull’acqua, se l’incursione nel casuale non si accompagna alla ricerca di una forma che le faccia durare.”

Gregory Bateson Una sacra unità

 

Dietro tanti comportamenti inadeguati al contesto esiste un uso sconsiderato della libertà o l’ignorarne i limiti ma anche l’assenza da parte dell’apparato educativo di messaggi che informino sia sul necessario rigore delle procedure sia sulle forme e sui processi che facilitano la stabilità degli apprendimenti e il riconoscerli da parte di chi apprende.

Sono molti gli apprendimenti che possiamo comprendere e di cui possiamo avere consapevolezza. Si può ragionare anche sugli automatismi e prendere atto che sono sbagliati, cambiarli però, è un passaggio di altro ordine. L’affrontare un problema per tentativi ed errori è salutare nella fase di scoperta del problema, ciascuno nel tenere sotto controllo l’elemento casuale, si misurerà con l’esperienza acquisita e le competenze ridurranno il tempo di acquisizione per tentativi ed errori, della nuova competenza. Nel tempo però, è conveniente convertire quella flessibilità in rigidità occorre che, quel fermarsi a comprendere, sia convertito in memoria stabile e inconsapevole. Per conseguire la competenza stabile, occorre che su qualche versante colui che apprende crei qualche rigidità; sarà così più probabile che la tensione verso un certo apprendimento giunga a manifestarsi in una forma adeguata. Nel corso di queste operazioni si potrebbero incamerare altre nozioni, anche quelle che non si era messo in conto di imparare. L’apprendimento imprevisto acquista significato in virtù di quella rigidità che intenzionalmente escludeva altri apprendimenti; questo modo di atteggiarsi verso la molteplicità degli eventi ha all’origine alcuni apprendimenti forti e ben costruiti, magari saranno quegli apprendimenti che avranno cambiato il grado di flessibilità (l’aver esplorato più campi disciplinari può aver accresciuto la flessibilità). La scoperta di nuovi apprendimenti e di nuovi modi di segmentare gli eventi e di integrarli con la personale epistemologia, porta a riconsiderare la relazione tra sè o l’oggetto dell’apprendimento.

Il concetto di deuteroapprendimento consente all’attore sociale:

 

 “di modificare la sua capacità di apprendere da parte dello stesso sistema in rapporto ai contesti co-costruiti, consente di acquisire un saper-fare, ma anche un saper fare acquisizione di sapere, per riconoscere non soltanto ciò che in modo virtuale, era già noto”.

Stefano Manghi . (a cura), Attraverso Bateson,

 

 

Apprendere comporta l’unione del conosciuto con lo sconosciuto, comporta l’organizzare e riorganizzare l’equilibrio/disequilibrio di un sistema rispetto all’ignoto al nuovo. Il riuscire a superare i contrasti tra ciò che siamo e i contesti che attraversiamo, rappresenta un cambiamento di epistemologie. Tale cambiamento risulta necessario specie oggi poiché molti dei comportamenti sociali (per esempio rispetto al problema immigratorio) sono sostenuti da epistemologie che hanno sì dimostrato la loro nocività ma che sono profondamente radicate nella nostra morale. La concezione, per esempio, dell’esistenza di un nemico è nata da bisogni di espansione, di difesa, di attacco e di conquista, mentre oggi noi dobbiamo educare dei volontari per compiti che si prefiggono di tamponare, se non addirittura allontanare, le fratture del sistema che provocano la diffidenza e in casi estremi una vera e propria guerra civile.

La violenza non è più il mezzo idoneo per conseguire i nuovi obiettivi di risoluzione dei conflitti e il militare tradizionale non è più l’attore sociale protagonista delle nuove operazioni.

D’altro canto la nuova educazione dei cittadini rappresenta una necessità primaria; educare sopratutto al rigore di valori condivisi quali la democrazia, la pace, il rispetto e la comprensione, ma educare anche al conseguimento di un ordine superiore di cambiamento, ossia alla flessibilità e alla creatività. Queste riflessioni, forse, possono contribuire alla formazione di una cittadinanza più consapevole e preparata ad affrontare gli innumerevoli contesti e le innumerevoli ambiguità insite in questo mondo così eterogeneo e multiculturale.

 

Religione e responsabilità. A cura di Alessandra Micheli

 

La saggezza sistemica può essere appresa attraverso le tradizioni religiose che racchiudono e delimitano l’area del sacro. Il sacro si riferisce all’unione, alla globalità dell’essere, alla connessione totale del sistema uomo ambiente.

Il sacro ci aiuta a riconoscerci come parte di un tutto più ampio che ci comprende e ci trascende.

La religione, in quanto espressione rituale di questa unità, viene presentata come rivolta a problemi epistemologici ineludibili quali i limiti della conoscenza, le lacune inevitabili di ogni descrizione, i paradossi generati dalla ricorsività.

Nel corso della storia dell’uomo la religione è stata forse, l’unico sistema cognitivo capace di fornire un modello dell’integrazione e della complessità del mondo naturale. L’atto di fede nei confronti del sacro, diviene sinonimo di un atto di fede nel tessuto integrato del processo mentale che avvolge tutta la nostra vita.

Come è possibile, in un’epoca di disordini come quella attuale, conseguire un educazione olistica del genere?

E che benefici può apportare la stessa al problema pratico di adattare il pensiero alla situazione sociale e politica di oggi?

Il conseguimento della visione olistica può apportare il beneficio della flessibilità, e soprattutto può portare la riconquista della già citata saggezza sistemica. Riconoscerci come parte di un tutto più ampio non è una speculazione mistica; riconoscere la natura olistica del mondo equivale ad acquistare quella che Vincent Kenny chiama:

 

“il compito senza speranza dell’umanità”

Vincent Kenny

La nozione del sacro in Bateson

http://www.oikos.org/vincsacro

 

 

ossia la responsabilità personale verso il sacro (inteso come concezione sistemica).

Non è certo possibile una definizione univoca di  sacro in quanto esso fa parte dell’indescrivibile dell’esperienza umana e deve necessariamente rimanere tale. Il suo connotato principale, però, è identificabile nel requisito fondamentale di possedere dei confini che lo delimitano e che lo distinguono dal profano. Quando osservo come sia nocivo il finalismo cosciente, non fa altro che mettere in evidenza come, i tentativi disperati di spiegare la nostra esperienza umana, sono sempre e necessariamente incompleti e che c’è molto di più nella vita e nella mente di ciò che si incontra nel finalismo:

 

” …Ma le parti o i pezzi che appaiono alla coscienza invariabilmente forniscono un quadro errato della mente come totalità. Il carattere sistemico della mente non è mai rappresentato, perché il modello è stabilito dallo scopo prefissato…Noi non vediamo mai in consapevolezza che la mente è come un ecosistema (una rete di circuiti autocorrettivi). Noi vediamo solo degli archi di questi circuiti, e l’istintiva volgarità dello scienziato consiste nello scambiare questi archi con la più ampia verità…L’ego personificato di Freud, l’io, il super-ego, non sono effettivamente personificati. Ognuno dei loro componenti è costruito sull’immagine della sola consapevolezza e la consapevolezza non assomiglia all’intera persona. La consapevolezza isolata è necessariamente depersonificata”.

Bateson G., Bateson M.C.

Dove gli angeli esitano: Verso un’epistemologia del sacro

 

Secondo Vincent Kenny, il modo in cui gli uomini si sono occupati di questa inevitabile caratteristica che limita gli sforzi umani, ha riguardato anche l’evoluzione delle religioni per maneggiare questa scomoda circostanza. Ciò porta ad ammettere l’impossibilità di costruire un ponte sul divario e quindi coinvolge la totale consegna delle nostre responsabilità per vivere questo divario ad una speciale classe o setta di persone, abbiamo delegato la responsabilità personale del sacro su una parte del nostro stesso sistema che è considerato estraneo a noi. I preti o i druidi sono l’altro. Per vivere pienamente il nostro essere umani, il nostro essere parte di un tutto più ampio che ci comprende e ci trascende, si deve resistere alla tentazione di scaricare su qualcun altro, o su qualcos’altro, le nostre responsabilità personali di come stiamo vivendo la distanza tra le nostre vivide esperienze e i vani tentativi di descrivere e spiegare queste esperienze. Il dolore, la gioia, la rabbia, non possono essere codificate dal linguaggio umano.

Il Dio sistemico punisce chi non comprende di essere parte del tutto, perché, così facendo, limita l’integrazione delle esperienza umane in un ciclo naturale di cui ci sentiamo estranei. Perdendo il contatto con il sacro, abbiamo perso il senso di responsabilità verso il mondo. In un’ottica di totale separazione simile a quella che stiamo vivendo, contiamo solo noi, il nostro gruppo, la nostra setta, la nostra nazione, il nostro clan; tutto ciò che sta fuori è una minaccia per la nostra sopravvivenza, è minaccia per le regole fittizie che ci siamo dati per vivere questo drammatico divario. Qualsiasi significato noi riusciamo a trovare, rimane interamente di nostra proprietà soggettiva e che non verrà mai a descrivere un reale stato delle cose. Ma, paradossalmente noi possiamo e dobbiamo superare la nostra coscienza muovendoci oltre i limiti del linguaggio mettendo in dubbio i limiti stabiliti dell’azione e i limiti stabiliti di significato ed entrando per scelta nel dominio dove la nostra comprensione si distrugge.

La volontà di fare questo sforzo impossibile è un sintomo della presenza del sacro: arrivare nell’ignoto nel senso di essere parte di una mente più grande. Il Dio ecologico, il Dio che non si può beffare, viene esaminato in modo scientifico perché questo tema può aiutarci ad assumere responsabilità verso i sistemi e verso la nostra stessa vita. Credere nel sacro, infatti, ci rende in grado di essere responsabili di fronte a tutte le manifestazioni della vita dei sistemi viventi di cui anche noi siamo parte. Il sacro ci rende responsabili anche verso la costruzione di miti alla produzione di ideologie che guidano ogni giorno le nostre azioni e che racchiudono in sè l’essenza del sacro. La religione permea ogni periodo storico e ogni momento della vita umana e può fungere da strumento educativo; ma può altresì essere tanto manipolata da rappresentare un fattore di gravissime patologie. Nelle culture occidentali e anche in quelle orientali, esiste una tendenza crescente a fare un uso scorretto del sacro:

 

 ”…Abbiamo qualcosa di bello, di fondamentale per la nostra civiltà che tiene insieme tutti i valori collegati con l’amore, l’odio, il dolore, la gioia e il resto, un modo per dare un certo senso alla vita”

Gregory Bateson. Una sacra unità.

 

e poi invece il sacro viene usato come scusa per conquistare il potere, per uccidere in nome di principi costruiti dall’uomo, per dare sfogo agli impulsi più bassi, per giustificare una guerra o un massacro.

La nozione di responsabilità non investe solo il macrosistema ma investe anche il micro-sistema uomo. L’uomo è continuamente lacerato dal dualismo imperante tra coscienza e corpo tra spirito e materia tra logico e non logico. Questo dualismo, percepito come insanabile, limita gli sforzi per comprendere il mondo e per vivere in armonia con esso. La delega di responsabilità personale verso terze persone o verso costruzioni personali come ideologie o principi reificati, è il dramma dell’umanità, un dramma complicato dall’esistenza di una finalità egoistica che ci ha allontanato bruscamente “dall’Eden”. L’uomo irresponsabile di fronte alle sue distruttive scelte e ai suoi patologici comportamenti, si chiede spesso qual è la sua identità, qual è il suo scopo nella vita dove è il fine ultimo dell’esistenza.

Viviamo l’oggi, il presente, la vita, non più come se fosse il massimo dei beni, ma sostituendolo da altre costruzioni mentali che ci allontanano di più dalla sua natura sistemica.

Il finalismo cosciente si inventa così dogmi intoccabili, religioni sempre più intransigenti e chiuse all’esterno, inventa una serie di comode scorciatoie per arrivare a quella pienezza che gli è preclusa dal peccato originale.

L’uomo dotato di libero arbitrio si sente paradossalmente privo di libertà originaria che consisteva nel riconoscere in sè gli stessi cicli naturali cui era soggetto l’ecosistema. Si sente privato della sua umanità della conoscenza e se la prende con un Dio che ha tentato di ingannare. L’uomo compie ogni giorno scelte che vengono effettuate senza un reale conoscenza dei meccanismi che regolano la sua vita, così come regolano il mondo circostante; opera scelte che lo portano a contrapporsi a elementi che fanno parte del suo sistema; abbiamo l’uomo contro l’uomo, l’uomo contro il suo ambiente, abbiamo in realtà l’uomo che distrugge se stesso.

Se queste scelte, operate senza responsabilità dall’uomo, gli si rivoltano contro, come si possono modificare atteggiamenti ed epistemologie sbagliate?

Come è possibile generare una comunicazione migliore tra la coscienza e l’inconscio tra la realtà e le nostre decodifiche della stessa?

Ecco che  la religione si presenta come un modo per educare l’uomo a vivere con saggezza, ma è possibile anche imparare dalla religione una maniera meno confusa e nociva di educare e comunicare con i vari livelli della realtà affinchè essi possano essere compresi accettati e integrati nella nostra visione.

 

“La saggezza sistemica” di Alessandra Micheli

 

Il mondo post moderno, desidera fortemente che, l’uomo, in particolare l’uomo occidentale, veda se stesso integrato in un più ampio sistema che lo incorpori e al tempo stesso lo trascenda. Si tratta di ricevere un nuovo dono, quello della saggezza sistemica.

Cos’è la saggezza sistemica?

Si tratta di una percezione in grado di farci contemplare un orizzonte più vasto, in cui noi siamo una piccola componente di un complesso e raffinato sistema cibernetico naturale che tende all’equilibrio omeostatico di tutte le sue parti e dove queste componenti, dipendono per la propria sopravvivenza, le une dalle altre. Concependo il mondo in questo modo è logico che, se le componenti di questo organismo entrano in conflitto tra di loro, il risultato non potrà non essere quello della morte del sistema totale. Per questo esso va trattato con responsabilità ed amore.  Per saggezza si intende:.

 

 “la conoscenza del più vasto sistema interattivo, quel sistema che, se è disturbato, genera con ogni probabilità, curve di variazione esponenziale…l’amore può sopravvivere solo se la saggezza ( cioè la capacità di sentire o di riconoscere la realtà circuitale) sa parlare con voce efficace

 

L’amore implica una disponibilità a rapportarsi nel modo in cui la saggezza riconosce come la struttura fondamentale della creatura. Speciali esperienze come la perdita del sé, il desiderio di fondersi in un unico corpo, sono basate su un’accurata percezione della natura sistemica di particolari relazioni. La saggezza sostiene l’amore attraverso il riconoscimento del tipo di mondo in cui quel tipo di amore è la più fondamentale esperienza.

La saggezza, comunque, differisce dall’amore nel senso che, nell’amore le computazioni della relazione possono rimanere inconsce, risuonando nella coscienza solo sotto forma di emozioni. La saggezza, invece, richiede non solo il riconoscimento della circolarità, ma richiede un riconoscimento cosciente radicato nell’esperienza.

I percorsi che alcuni filosofi hanno indicato come una via verso la crescita della saggezza, includono l’amore (l’amore verso i sistemi naturali), le arti e la religione e tutti agiscono in modi differenti e a differenti livelli. La società contemporanea include molti modi istituzionalizzati di funzionamento parziale delle persone, ovvero di negazione del processo primario, separando il corpo dalla mente, l’emozione dalla ragione. Poiché i nostri attuali sistemi cognitivi enfatizzano solo le parti, essi rafforzano le parti stesse, il meta-messaggio sottinteso si riassume nella convinzione che queste divisioni sono appropriate.

La saggezza dunque non è solo un’esperienza, la saggezza è la conclusione di un processo multistratificato di cognizione a tutti i livelli della mente e questo è li motivo per cui le tradizioni spirituali sono così sovente contrassegnate da paradossi dell’esperienza di dissonanza tra livelli che devono essere trascesi. La saggezza, come riconoscimento della natura del sistema creato attraverso la partecipazione, è l’equivalente della autocoscienza sistemica.

Quando gli esseri umani si riconoscono come parti della mente, piuttosto che quali singoli individui, essi hanno raggiunto la saggezza.

Questa considerazione evoca un intero spettro di tradizioni artistiche e religiose, chiamando in causa personaggi dotati di saggezza sistemica quali Gesù, Buddha e Pitagora. La saggezza si avvicina così all’area del sacro.

 

“La finalità cosciente. Il dramma dell’uomo”. A cura di Micheli Alessandra

 

Qual è il vero dramma dell’uomo?

Cosa si nasconde dietro le sue scelte spesso disastrose?

Semplice.

L’uomo manca di saggezza.

Non parlo di una filosofia religiosa, parlo di una mancanza di consapevolezza del funzionamento di quelli che possiamo chiamare sistemi biologici (uomo e cosmo compreso).
Questa è sempre punita. I sistemi complessi infatti, puniscono ogni specie che sia tanto stolta da andare contro la propria ecologia. La punizione che le forze sistemiche infliggono alla specie colpevole di tale cecità di fronte alla reale natura del mondo,viene esemplificata dalla versione cristiano del mito paradiso terrestre.

 

“C’era una volta un giardino il quale conteneva molte centinaia di specie che vivevano in fecondità ed equilibri. In quel giardino c’erano due antropoidi più intelligenti degli altri animali. Su uno degli alberi c’era un frutto che le due scimmie non erano in grado di raggiungere. Essi cominciarono allora a pensare, a pensare per raggiungere un fine. Dopo un po’ la scimmia maschio, che si chiamava Adamo, andò a prendere una cassa vuota che mise sotto l’albero…si arrampicò sulla cassa e finalmente raggiunse la mela. Adamo ed Eva erano ebbri di eccitazione. Così si doveva fare: si escogita un piano ABC, e si ottiene D. Cominciarono allora ad esercitarsi a fare le cose secondo un piano. Di fatto estromisero dal giardino il concetto della sua natura sistemica globale e della loro stessa natura sistemica globale. Dopo aver estromesso Dio dal giardino, essi si misero a lavorare seriamente in questo modo finalizzato. Ben presto l’humus scomparve, parecchie piante divennero malerbe, e alcuni animali divennero flagelli. Adamo dovette guadagnarsi il pane con il sudore della fronte e disse “è un Dio vendicativo; non avrei mai dovuto mangiare quella mela”. Inoltre, dopo che essi ebbero cacciato Dio dal giardino, intervenne un cambiamento qualitativo nei rapporti tra Adamo ed Eva. Eva cominciò a sentire il peso della riproduzione e della sessualità; ogni volta che questi fenomeni basilari interferivano con la sua vita, che ora si svolgeva in modo finalizzato, le tornava alla mente la più vasta vita che era stata bandita dal giardino”

Gregory Bateson, Verso un ecologia della mente

 

Questa parabola rappresenta un efficace strumento esplicativo del pericolo che la finalità cosciente rappresenta per l’uomo. Essa ci allontana dalle forze sistemiche, da Dio se vogliamo chiamarlo così; la finalità cosciente, rende squilibrato il sistema. La distruzione dei sistemi naturali, in effetti, implica la distruzione di un equilibrio conservativo. Le creature e le piante vivono insieme in una combinazione di concorrenza e di dipendenza reciproca ed è questa combinazione la cosa importante da considerare. Ogni specie ha una capacità malthusiana primaria,  ossia se una qualunque specie non produca più individui nuovi di quanti non siano gli individui della generazione dei padri, è votata all’estinzione.

Ma se ogni specie ha un aumento potenzialmente positivo, allora è un affare complicato raggiungere la stabilità, entrano in gioco tutti i tipi di equilibri e di dipendenze interattive, e sono questi i processi che hanno il tipo di struttura circuitale tipica del sistema cibernetico. In un sistema ecologico siffatto è chiaro che ogni interferenza provocherà la rottura dell’equilibrio del sistema, qualche pianta diventerà un flagello, alcune creature saranno sterminate, e il sistema, in quanto sistema squilibrato andrà a verso il disastro.
Tutti i cambiamenti importanti nella società, come quelli della persona umana, sono da considerarsi uno slittamento del sistema in qualche punto lungo una curva esponenziale. In tale slittamento è sempre implicito un pericolo: la possibilità che qualche variabile possa raggiungere un valore tale che un ulteriore slittamento sia controllato da fattori che sono intrinsecamente dannosi.

Per quanto riguarda l’organismo individuale, questo assomiglia nella sua struttura all’ecosistema, i suoi controlli vengono collocati nella mente totale che forse è solo il riflesso del corpo totale. Nell’organismo vi è un certo grado di divisione in compartimenti. Una di queste divisioni resta misteriosa sotto certi aspetti, ma di importanza notevole: il legame semipermeabile tra la coscienza e il resto della mente totale. Una certa limitata quantità d’informazione su ciò che accade in questa più ampia porzione della mente, sembra essere trasmessa a ciò che si può chiamare schermo della coscienza. Ma sappiamo anche che le informazioni giunte alla coscienza vengono selezionate. Ogni ulteriore passo verso un aumento della coscienza porterà il sistema più lontano dalla coscienza totale:

 

“aggiungere la descrizione degli eventi in una certa parte della macchina farà in realtà diminuire la percentuale di tutti gli eventi descritti”.

 

Se il sistema cibernetico viene tracciato in modo selettivo, per rispondere a requisiti di finalità, si hanno trucchi che fungono da scorciatoie o da placebo per raggiungere lo scopo prefisso, non di agire con la massima saggezza per vivere, ma di seguire il più breve cammino logico per ottenere ciò che si desidera.

La finalità cosciente è una caratteristica che per secoli ha accompagnato l’uomo nelle sue scelte sia politiche, sia sociali sia affettive. Ciò che rende più complesso il quadro è l’aggiunta della tecnica moderna al vecchio sistema decisionale. Oggi infatti, i fini della coscienza sono realizzati da macchine sempre più possenti, dalle armi sempre più letali, dalla medicina che sempre più osa sfidare Dio, dagli insetticidi sempre più potenti. La finalità cosciente ha oggi il potere di turbare gli equilibri del corpo, della società e del mondo biologico. La carenza di saggezza sistemica come si è visto dal racconto biblico del paradiso terrestre, è sempre punita:

 

“L’uomo commette l’errore di pensare in modo finalizzato e trascura la natura sistemica del mondo, agisce secondo quanto pensava fosse sensato ma si ritrova nei guai, non si rende neanche conto di ciò che lo ha cacciato nei guai ma sente che quanto gli è accaduto è in qualche modo ingiusto”

Gregory Bateson

 

L’uomo non riesce a vedersi come parte del sistema in cui accadono i disastri e allora dà la colpa al resto del sistema o a una delle sue componenti. Se si osserva la storia ci si rende conto di quante volte sia stata ignorata la natura sistemica del mondo a favore della finalità e del buon senso. Il presidente Johnson, ad esempio, si rendeva conto di avere davanti a se spinose questioni da risolvere non solo per quanto riguardava il Vietnam ma anche per altre faccende entro gli ecosistemi nazionali o internazionali, dal suo punto di vista era convinto di aver risolto o affrontato innumerevoli faccende guidato del buon senso, e che i guai erano stati causati dalla malvagità altrui. Il governo dei Talebani è convinto che l’attentato alle torri gemelle e il terrorismo praticato da Bin Laden, siano il mezzo più idoneo per perseguire i propri fini, e che i disastri cui sta andando incontro siano causati dalla malvagità degli occidentali; l’America è convinta che la tragedia subita sia causata dalla malvagità altrui e che nulla centri la politica finalizzata perseguita dai suoi presidenti. Il risultato della finalità cosciente è un dramma continuo in cui si gioca con le vite umane e in cui distruggendo ogni singola parte, si ha il risultato di distruggere il sistema totale. Il problema della guerra e dell’inquinamento che oggi sono strettamente collegati derivano anche dall’ignoranza di politici e dei governi. Le loro decisioni vengono da secoli prese senza conoscere i problemi sollevati, come se queste fossero soltanto speculazioni filosofiche. In realtà questo atteggiamento mostra la non conoscenza dei meccanismi regolatori della nostra società e della nostra vita, il problema può essere ignorato ma rimane; il problema è di natura sistemica.

L’umiltà si propone come rimedio, è un elemento che dovrebbe essere incorporato nella filosofia scientifica che possa controbilanciare l’arroganza che la nostra cultura ha sempre dimostrato. l’uomo occidentale, si è sempre considerato un autocrate dotato di potere assoluto su un universo fatto di fisica e di chimica. Questa arroganza ha impedito che si confrontasse con umiltà con altre culture e modi di vita, che osservasse, capisse e accettasse i meccanismi regolatori della vita e le leggi a cui siamo soggetti; leggi che, se violate, non perdonano “Dio non si può beffare,” scriveva Bateson in Dove gli angeli esitano.

Il rimedio per i mali della finalità può ritrovarsi in ciò che ci libera dall’ossessione del potere, del denaro, del possesso, in ciò che ci fa allentare la nostra arroganza in favore di un’esperienza creativa in cui la mente cosciente ha solo una piccola parte. Nella creazione artistica, ad esempio, o nella religione, l’uomo deve sentire se stesso tutto il suo io come un modello cibernetico.

 

“Omaggio a Gregory Bateson”. A cura di Micheli Alessandra

 

Perché un articolo su Gregory Bateson?
Questa è la prima domanda che mi sono posta di fronte al foglio bianco.

Perché diffondere il pensiero batesoniano, la sua peculiare forma mentis nonché il suo stile comunicativo?

Poi ho iniziato a guardarmi attorno, i giornali, la TV sono pieni di quello che oramai può essere chiamato a ragione il delirio del post moderno. Un post moderno in crisi sospeso tra la possibilità di redenzione e la distruzione. Una modernità in cui le modalità dei rapporti con gli altri e con il mondo, la corsa selvaggia verso il profitto rischia di distruggere il mondo biologico e umano. Rischia di sprofondarci nel caos totale. L’uomo creatura meravigliosa oggi si ritrova sospeso tra una scelta cruciale: il sublime e il nefasto. L’elevazione e l’abbassamento verso gli istinti più perniciosi che l’anima umana possa concepire. Il mondo post moderno con le sue guerre, le sue sopraffazioni, la sua tecnologia, il suo slancio verso l’universo, non riesce più a vivere sulla terra con i suoi simili, con l’ambiente che lo ospita.

Per questo la necessità è quella di ripensare gli assunti culturali della nostra società e del nostro essere occidentali, richiede nuovi filtri con cui osservare e capire il mondo e noi stessi. Abbiamo bisogno cioè di un’epistemologia in grado conoscere un mondo diverso che non accetta più la contrapposizione di valori, l’unità fittizia, la unicità delle culture, il mondo standardizzato. Del resto viviamo in un’epoca in cui esiste la globalizzazione, la multiculturalità., la varietà delle opinioni e degli stili di vita

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Gregory Bateson è un autore rivoluzionario che entra negli animi con la forza devastante e purificante di un uragano. Un uragano necessario per tutti colore che si aggrappano alle certezze, alle sicurezze impossibili in una realtà che riacquista la sua giusta complessità, una realtà più reale dei nostri tentativi di inglobarla in definizioni, modelli, semplificazioni. Il nuovo ci impone un diverso stile di vita, un diverso modo di comunicare tra le parti, di rapportarci con la complessità del reale. La nostra vita intellettuale e psichica ha bisogno di ripensare il pensiero. Per questo la sua epistemologia ci prende per mano donandoci nuove lenti cognitive con cui osservare il mondo, la società e i fenomeni ad essa connessi, ma soprattutto il mondo mentale che soggiace alla creazione e costruzione della stessa.

Forse molte delle certezze si dissolveranno, i giganti del pensiero e della politica si riveleranno giganti di cartone, forse la nostra vita smetterà di essere tesa in un’eterna contrapposizione per tornare all’unità originaria.
Con Gregory Bateson si può far ordine nel caos proprio nel momento in cui ci sembra di soccombergli. Solo così sarà possibile andare verso la pace, addentrarci lì, dove anche gli angeli esitano.

 

Chi è Gregory Bateson

Per incontrare l’uomo, il filosofo io amo citare uno dei suoi più famosi metaloghi, l’unico a parer mio in grado di far addentrare il neofita tutto di un botto nella usa strabiliante filosofia.
Nel suo libro “Dove gli angeli esitano” Bateson pone una domanda molto interessante:
“perché le cose finiscono in disordine?”.
Una domanda semplice, quasi banale che però ci ricordava Bateson era espressa in modo impreciso. Infatti la maniera corretta di riformulata era il seguente modo:
“perché le cose finiscono in una maniera che io chiamo non ordinata?”.
Questa trasformazione non rappresenta un puro esercizio semantico, ma è un passo logico d’importanza cruciale.

 

“Se ordinato significa, per me, una cosa speciale certi ordini degli altri mi sembreranno disordini….”

La conseguenza di tale modifica è, dunque, la presenza di una relatività dei concetti d’ordine e disordine. Pertanto ci saranno:

“più modi che tu chiami disordinati che modi che chiami ordinati e dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine .”

Basta questo semplice accenno per valutare la portata rivoluzionaria del suo pensiero.
Oggi viviamo in quello che i sociologi definiscono postmoderno. Ossia un ribaltamento di tutte le concezioni, le strutture di pensiero che avevano sostenuto l’indagine sulla realtà degli ultimi decenni.

Caratteristica peculiare di queste strutture è stata la perdita di una flessibilità del pensiero e dei concetti che da complessi e onnicomprensivi si sono ritrovati ad essere settoriali, schematici e spesso dogmatici. Si è ridotta la realtà umana in stereotipi, concetti ristretti, idealtipi. Ad esempio la società in sociologia indica una porzione della realtà ben delimitata da confini che ne esclude per sua stessa natura atri aspetti. La società può essere sezionata in molteplici aspetti, economici, sociali, politici e religiosi. Così come l’uomo dalla sua interezza si è trovato scisso dalle varie branche di una scienza che un tempo era tutt’uno, un intreccio complesso di biologia, sacro, sociale, giuridico ed persino economico.

Se questa scienza è stata necessaria per liberarsi da vecchi concetti, per aprirsi al nuovo significa che si avverte nei processi conoscitivi un fattore di capitale importanza: l’evoluzione. Ma è proprio questo fattore che ci pone oggi davanti ad un ennesimo cambiamento nella nostra realtà.

In un periodo di trasformazioni radicali di tipo sociale politico ed economico, il problema del cambiamento ci riguarda da vicino.

Ma non solo.

La modifica delle strutture sociali dovrebbe andare di pari passo con la conseguente modifica delle strutture conoscitive, delle scienze, e dei nostri filtri. Se ciò non avviene ecco che ci troviamo di fronte alla confusione e al conseguente disordine che essa porta con sé.

Ecco perché il mondo post-moderno sembra andare, sempre di più, verso il disordine ; di fronte a un mondo così mutato, così complesso, (dominato dalla globalizzazione), non si è accompagnato un adeguamento dei filtri conoscitivi. O meglio di filtri che abbiano il sapore scientifico.

In uno scenario che può apparire quasi apocalittico la domanda, che ogni scienziato politico sociale e in generale ogni essere umano si dovrebbe porre, è: come rimediare a tutto questo?

Personalmente credo che il vero bisogno dell’uomo in questo periodo si ritrovi non tanto nella galoppante irrazionalità del mondo moderno (con i suoi profeti e i suoi miracoli), ma in una nuova logica, in un antico e sempre nuovo modo di osservare e analizzare gli eventi, di una nuova epistemologia che ci permetta di analizzare, in un’ottica diversa, il mondo che muta forma.

Ad esempio prendiamo il fenomeno più brutale del mondo postmoderno quello della guerra e del suo eventuale controllo. Per quanto riguarda il problema della guerra, l’ONU ha mostrato di voler agire con l’inaugurazione delle missioni per il mantenimento della pace: il peacekeeping. Che cosa può dare Bateson al peacekeeping? Quale attinenza ha il metalogo sul disordine verso lo stesso? In primo luogo, credo che Bateson possa fornire alle missioni di pace, la necessaria cornice epistemologica in grado di adattarlo alle mutate condizioni socio-politiche del mondo post moderno.

Nel metalogo prima citato si trovano un infinità di spunti per controllare ed analizzare il fenomeno sociale e psicologico della guerra, in particolare fornisce soluzioni al peackeeeping.

Cos’è però questo metalogo?

A cosa serve?

Perché Bateson lo usa spesso per diffondere il suo pensiero?

Il metalogo è una grandiosa tecnica discorsiva, inaugurata da Bateson, che sotto forma di dialogo tra padre e figlia, riguarda sempre un qualche aspetto del processo mentale. Abbiamo, quindi, dialoghi riguardanti domande su cos’è un istinto o su perché le cose hanno contorni, sul significato della segretezza, della dipendenza, dei placebo. Grazie al metalogo, dunque, ci si addentra in una discussione altamente intellettuale quasi senza rendersene conto. Ognuno di questi metaloghi racconta una storia e questa stessa storia, permette la riflessione su un’epistemologia straordinaria come quella di Gregory Bateson.

Bateson, in realtà, è stato spesso considerato portatore di una filosofia confusa e dispersiva. Conosco bene la prima reazione che coglie il neofita davanti ai suoi scritti, ci si chiede quasi sempre che cosa Bateson voglia dire con un suo discorso, dove ci sta portando o, più semplicemente, si ha la convinzione di trovarsi di fronte a un pazzo che ha completamente smarrito la logica. Ma non è così. Bateson non possiede affatto una logica ingarbugliata, confusa e dispersiva. Bateson, semplicemente, possiede ciò che alcuni di noi desiderano e cercano per tutta la vita, una logica lineare, semplice, acuta e sbalorditiva nella sua semplicità. Piuttosto siamo noi studenti, noi scienziati, noi esperti ad aver smarrito la logica, abituati ad un pensiero astratto, ingarbugliato, contorto e irrazionale nella sua presunta razionalità. Nel momento in cui si riesce, per un attimo, a “pensare alla Bateson” si illuminano zone della mente, zone della conoscenza, che in principio si trovavano avvolte nel buio. Queste zone Bateson le ha efficacemente illuminate anche nel metalogo sull’ordine e sul disordine.

Per quale motivo le cose finiscono in disordine?

E cos’è l’ordine e il disordine?

Perché le cose vanno sempre più verso il disordine?

Se si pensa che la coppia ordine/disordine viene usata come equivalente della coppia pace/guerra, le domande possono essere trasformate in questo modo: Perché esistono le guerre?

Cos’è la guerra e cos’è la pace?

Perché noi andiamo sempre più verso le guerre?

Per rispondere a queste domande è necessario analizzare, non tanto i metodi giuridici di risoluzione dei conflitti, quanto la parte storica, sociologica e antropologica del peacekeeping e della società che gli fa da sfondo. Soprattutto è necessario capire in quale maniera deve cambiare la nostra visione del mondo, della società, dell’uomo e della scienza, per contrastare il fenomeno guerra che sembra dilagare con maggior ferocia, trasformando le modalità di contatto tra le nazioni, da competitive in distruttive.

In un’epoca come la nostra, lacerata da drammatici conflitti resi ancor più preoccupanti dall’emergere di nuove tecnologie, queste domande sono sempre più attuali anche nel contesto del moderno peacekeeping.

Per questo motivo Gregory Bateson fu una sorta di custode della pace un peacekeeper in quanto è pronto a donare alle nuove generazioni, siano loro studenti militari e insegnanti, un’epistemologia che assolve ad una duplice funzione: analizzare in una maniera esauriente i problemi della civiltà e curare il sistema invece che il sintomo. Bateson e il suo metodo possono aiutarci ad osservare e comprendere soprattutto noi stessi e i nostri errori epistemologici, in una sorta di auto-coscienza senza la quale nessuna scienza è una vera scienza.

Bateson come mente sensibile pronta ad indagare i fenomeni sociali dal più piccolo al più grande, eclettico, è difficile da collocare in una dimensione intellettuale ben definita. Il suo pensiero è multiforme onnicomprensivo, sfumato eppure solido. Un pensiero flessibile eppure al tempo stesso dotato di una rigidità interna dovuto ai valori cardine che esso contiene.

Questa sua sfuggente sfaccettatura, questo suo essere fuori da ogni definizione, da ogni schematizzazione infatti contengono dentro di sé elementi precisi e per nulla aleatori. Non si tratta di un pensiero labile, evanescente, ma di una epistemologia diversa che andrebbe rivalutata principalmente per due motivi.

Il primo è che essa contiene gli elementi chiave con i quali si può sviluppare efficaci strumenti educativi. Questi presuppongono una modifica sostanziale del retroterra culturale e della percezione che si ha non solo dell’altro, ma anche di se stessi. Le sue ricerche sull’apprendimento, sulla concezione dominante nella scienza, nonché le sue teorie comunicative, possono essere fuse in una teoria principalmente solistica che pone l’accento non solo sulla responsabilità individuale dell’uomo, ma anche sui meccanismi percettivi e manipolativi presenti in ciascuno di noi. Caratteristiche apprese quasi in maniera inconsapevole, che hanno la tendenza di autoconvalidarsi e perciò più insidiose e pericolose.

Il secondo perché Bateson ha elaborato una teoria molto importante in ambito antropologico che serve per la comprensione e l’analisi delle missioni di peacekeeping: il concetto di schismogenesi. La schismogenesi sembra essere, in realtà, il vero nucleo del pensiero antropologico batesoniano. Nata grazie allo studio del rituale Iatmul del Naven, la schismogenesi è in grado di rivelarci i meccanismi emotivi ed educativi dell’interazione umana. Questo concetto è il primo necessario passo per conoscere il modo in cui, i modelli culturali dell’uomo in particolare dell’uomo moderno, sono utilizzati per gli scopi che egli stesso considera come primari. Questi possono portare alla divisione, alla sopraffazione o all’interazione cumulativa.

Se la teoria antropologica risponde alla domanda sul perché e sul come culture e le civiltà entrano in contatto tra di loro, la teoria solistica, invece, risponde al quesito su come e su quale base ontologica si può distinguere un contatto distorto da uno sano, nonché come sia possibile modificare un contatto distorto e nocivo, per la sopravvivenza della vita.

Il dramma dell’uomo, appare incentrato sui meccanismi del contatto dominati dalla finalità egoistica e dalla non conoscenza delle regole e dei procedimenti che ci legano alla biosfera, all’ambiente e ai membri della nostra stessa specie. La religione, in questo caso, rappresenta un rimedio in quanto presuppone saggezza e responsabilità verso i sistemi di cui noi facciamo parte. La concezione del sacro, lo studio attento e illuminato delle metafore religiose, ci permette di distinguere tra rapporti sani e rapporti che soffrono di patologie. I rapporti sani sono quelli in cui il senso del sacro, ossia della concezione di un sistema più ampio che ci comprende e ci trascende, domina ogni nostra azione e ogni nostra epistemologia. Grazie a questa concezione sistemica, dunque, ci sentiamo più responsabili di fronte ad un mondo che noi stessi costruiamo dandogli significato giorno per giorno. Quelle produzioni culturali di miti e simboli non sono senza valore, essi trasformano e costruiscono il nostro mondo, i nostri rapporti ed le modalità con cui ci disponiamo ad accogliere l’altro. Nel momento in cui l’apertura verso l’esterno manca della concezione sistemica, si possono avere patologie come quelle della divisione dell’indivisibile, della sopraffazione e della guerra. Tutto ciò che minaccia l’integrità , rappresenta una patologia i cui effetti sono sempre portati ad un’escalation e che di volta in volta, generano nuovi conflitti. Questa tragica spirale di effetti e controeffetti può provocare ciò che Bateson chiama il disastro finale, ossia l’annientamento dei legami che ci uniscono al mondo e agli altri.

In sostanza l’uomo Bateson di fronte a una realtà potenzialmente pericolosa dissociata dalla coscienza e dalla etica religiosa si prefigge di rispondere in modo coraggioso e responsabile a domande indispensabili, a volte escatologiche: come si può evitare il disastro?

E soprattutto come si può incanalare nella maniera giusta le intenzioni, nate negli ultimi decenni, di fermare la guerra e i disastri a essa associati?

Per Bateson era dovere, non solo di ogni scienziato ma di ogni uomo,  imparare a comprendere le novità del mondo post-moderno e a valutare se i singoli comportamenti siano adeguati al contesto.

Un uomo dunque fuori dal comune ma profondamente umano. Un uomo che in virtù della scoperta bellezza di questa bistrattata umanità ha fatto della sua vita un percorso alla ricerca di una verità che potesse comprendere, spiegare ed analizzare tutti i fenomeni sensoriali e psicologici che facevano parte della vita in genere.

Ed è dalla sua esperienza umana che nascono i primi approcci con la scienza, i primi elaborati filosofici si generano dalle sconfitte come dalle conquiste, da incontri unici irripetibili, dalla continua sperimentazione del mondo e della quotidianità.

Un pensiero che nasce dalla vita stessa dell’essere umano.