La rubrica viaggi attraverso la storia presenta “Stelle belle ma irraggiungibili”. A cura di Alfredo Betocchi

 

 

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Cosa c’è di più bello che ammirare un cielo stellato?

E’ una cosa che hanno fatto gli uomini sin dal lontano neolitico e questo spettacolo è sempre stato considerato il più meraviglioso, capace di accendere la fantasia.

Sono nate così le costellazioni, disegni immaginari che uniscono tra loro le stelle più splendenti proiettando nella sfera celeste creature animali, fantastiche divinità e oggetti.

Ma il desiderio dell’umanità è sempre stato quello di raggiungere quelle tremule luci che ci guardano indifferenti ogni notte senza nuvole.

Gli astronomi antichi leggevano il futuro negli astri, poi vennero Tolomeo, Aristotile, Newton e molti altri nei secoli fino a noi.

L’uomo ha imparato a volare usando questa scoperta nel bene e soprattutto nel male, ma non si è elevato di molto dal suolo.

Con lo sbarco sulla Luna l’umanità sembrava aver toccato il cielo con un dito, levando romanticismo agli innamorati che la guardavano baciandosi.

Infine gli astronomi hanno capito che le distanze siderali erano proibitive per l’uomo e i suoi mezzi.

Ma quanto sono lontane le stelle?

E come misurare la loro lontananza?

Gli scienziati hanno trovato un’unità di misura perfetta: la luce.

Essa viaggia alla fantastica velocità di 300.000 chilometri al secondo e nulla può superarla. Ecco quindi trovato il bandolo della matassa per i viaggi interstellari.

Numerosi scrittori hanno riempito biblioteche di libri sul tema dei viaggi spaziali, hanno creato pianeti fantastici e stelle giganti o nane, ma nulla può essere paragonato a quello che è la realtà.

Hanno inventato inoltre delle navicelle spaziali che viaggiavano più veloci della luce, ma è solo bella fantasia.

Astronave

Abbiamo detto che la luce corre a 300.000 km al secondo, ma avete idea di quale distanza sia?

Se foste un raggio di luce potreste percorrere in un secondo ben 23,5 volte il diametro dell’Equatore.

Fantastico, vero?

Sappiamo che il Sole dista da noi 8 minuti luce.

Secondo voi, quanti chilometri saranno percorsi dal nostro raggio in quegli otto minuti?

Beh, sono mediamente 150 milioni di km!

Questa distanza è quella che viene chiamata Unità Astronomica ed è l’unità di misura per i pianeti del Sistema solare.

Sistema Solare

Vediamo adesso la velocità che riusciamo a dare alle nostri razzi.

Per sfuggire alla gravità terrestre occorre una velocità di fuga di almeno 11,2 km al secondo ed è la spinta che i retrorazzi danno all’astronave per volare nel cielo.

Per abbandonare il nostro Sistema Solare invece la velocità dovrà essere almeno 4 volte maggiore (42 km al secondo) a causa dell’attrazione del Sole e di tutti i pianeti.

Le due sonde Voyager, 1 e 2, stanno viaggiando già fuori dal Sistema solare a una velocità di 16 km al secondo.

Perché così lente?

Perché nel frattempo, nel loro percorso dalla Terra, si sono soffermate a curiosare i pianeti esterni e i loro satelliti, infine con una giravolta intorno a Plutone si sono lanciate nello spazio profondo.

Adesso sono lontane 1000 Unità Astronomiche cioè 150.000.000.000 (miliardi) di km da noi.

Ma quanto tempo è passato dalla loro partenza?

Ben 43 anni, calcolando che si sono attardate per osservare i pianeti esterni.

Se volessimo ordinare loro di tornare indietro immediatamente, ci vorrebbero altri 43 anni?

No, perché senza i rallentamenti effettuati all’andata il tempo si ridurrebbe.

Noi pensiamo che le astronavi viaggino belle dritte verso la loro meta.

Non è così; ovvero sarebbe così solo per i viaggi fuori dal Sistema Solare.

Partendo dalla Terra, com’è ovvio, il razzo deve fare una specie di balletto intorno a ogni pianeta che incontra.

Questo serve a dare più velocità per vincere l’attrazione che inevitabilmente quel pianeta esercita sul razzo.

Si chiama effetto fionda: se lanciate un sasso con la fionda dovrete per forza farla girare il più velocemente possibile prima di rilasciarla, ed è quello che il razzo fa col pianeta, ci gira intorno acquistando la velocità che gli serve per sfuggire alla sua attrazione.

Letteralmente il razzo si fionda tra pianeta e pianeta, allontanandosi sempre più dal centro del Sistema Solare.

E le distanze?

Ce le siamo dimenticate?

Se Marte è lontano 228 milioni di km, Giove ne dista 778, Saturno 1427, Urano 2870 e Nettuno 4497, infine Plutone (degradato ultimamente a pianetino) ben 5906.

Finché gironzoliamo nel nostro orto di casa che è il Sistema Solare, il viaggio può essere di alcuni anni tra l’andata e il ritorno.

Il problema nasce quando la meta diventa lo spazio profondo.

Solo per arrivare alla stella più vicina, Proxima Centauri, distante solo 4,5 anni luce ci metteremmo più di una vita.

Proxima Centauri

Per metterci il cuore in pace, facciamo un piccolo conto:

– se in un secondo un raggio di luce fa 300.000 km, noi con la nostra astronave più veloce facciamo 40 km al secondo. Un’inezia.

– In un minuto la luce percorre 18 milioni di km. Noi, solo 2400 km.

– In un ora essa ha già fatto 1 miliardo e 80 milioni di km, noi solo 144 mila km.

– In un giorno la luce percorre quasi 26 miliardi di km e noi quasi 3 milioni e mezzo.

– In un anno la luce fa 9.490 miliardi di km e noi 84 milioni.

– Infine la luce arriva in 4 anni e mezzo su Proxima Centauri che dista 42705 miliardi di km, mentre noi sempre molto indietro avremmo percorso solo 378 milioni di km.

Concludendo per percorrere quei 42705 miliardi di km che ci dividono dalla stella più vicina, per la nostra astronave dovrebbe trascorrere circa 508 anni.

Calcolando 25 anni per generazione occorrerebbero ben venti generazioni, ossia sarebbe come se partissi con la mia famiglia oggi e i miei pronipoti arrivassero sulla stella nel 2528.

Accontentiamoci di razzolare nel nostro piccolo Sistema Solare e lasciamo agli scrittori di fantascienza il compito di farci sognare viaggi interspaziali su pianeti extrasolari e incontrare dei simpatici alieni… ma di questo parleremo una prossima volta…

Intanto occhi al cielo!

Il 29 aprile passerà vicino a noi l’asteroide “1998 OR2” a soli 6290 km. Praticamente un battito di ciglia in termini cosmici.

***

L’Autore di questo articolo ha pubblicato una “Trilogia delle streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta ” A passeggio con la Regina nel Castello di Windsor”. A cura di Alfredo Betocchi

 

Veduta Windsor

In questi tempi turbolenti nei quali il virus miete vittime come avrebbe fatto la Parca Atropo, la novantaquattrenne regina del Regno Unito, Elisabetta II, si è rifugiata in un castello imprendibile dal nome affascinante, Windsor.

Il castello reale sorge a tre km a ovest della cittadina di New Windsor, nella Contea del Berkshire, su un terrazzamento che domina il Tamigi in mezzo a un magnifico e immenso parco. Di fronte alla fortezza, sull’altra rive del fiume, si trova Eton, sede della omonima, prestigiosa università.

Nel X secolo, i Sassoni avevano un palazzo a Windsor, ma esso sorgeva due miglia più in basso sul fiume. Guglielmo il Conquistatore occupò il palazzo apprezzando il fatto che fosse vicino a una foresta ma, come invasore, egli considerò primariamente il fatto della sua sicurezza. Scelse così la collina sul fiume vicina al palazzo come sede di una roccaforte che avrebbe sorvegliato l’avvicinarsi di eventuali nemici a Londra da ovest.

Si ignora la data esatta dell’inizio della sua costruzione ma è probabile che coincidesse con quella della Torre di Londra (1078). Il castello è citato, infatti, in un registro ufficiale detto Domesday Book nel 1084 come l’edificio che occupava mezza collina nella parrocchia di Clewer.

E’ ignota pure la forma della fortezza originale ma si presume sia stata simile a quella odierna con due bastioni a difesa dell’entrata. Purtroppo non rimane nemmeno una traccia dell’edificio originale in pietra che ebbe funzione militare e non divenne una residenza reale fino al 1110, quando Enrico I si trasferì dal vecchio palazzo di Guglielmo.

L’attuale edificio, come lo vediamo oggi fu costruito da Edoardo III (1327-1377) e le ultime aggiunte furono fatte prima da Giorgio V, verso il 1824, e poi dalla regina Vittoria (1819-1901).

Oggigiorno il castello di Windsor è principalmente una gigantesca pinacoteca e la residenza secondaria della regina. Al suo interno sono conservate importanti raccolte di quadri di valore e una biblioteca con una preziosa collezione di disegni di Leonardo da Vinci, studi di Michelangelo, di Raffaello e disegni di artisti italiani e stranieri di varie epoche.

Iniziamo quindi a seguire la nostra reale anfitriona che ci mostrerà le bellezze antiche e le preziose collezioni.

The China Museum”: le magnifiche collezioni cinesi sono ospitate all’entrata nord del grande Scalone. La collezione include un servizio di piatti in stile cinese di colore blu reale creato nel 1877 per la regina Vittoria e un altro analogo per il re Enrico VII, suo successore.

Il Grande Scalone” conduce alla porta d’ingresso della sala da pranzo di Carlo II (1660-1685). E’ ornata di armature dell’epoca la più piccola delle quali pare sia stata indossata da Carlo I (1625-1648) quando era bambino. Ai lati dello scalone vi sono due armature provenienti dalla vasta collezione della Torre di Londra.

Gli Appartamenti di Stato” sono adornati da sculture del XVII secolo.

La Sala da pranzo di Carlo I” è una delle tre sale che conservano dipinti di un pittore italiano, Antonio Verrio, che lavorò al servizio dei reali inglesi durante in ‘600.

King Charles II Dining Room

La Sala di Rubens”, formalmente detta la “Stanza Privata del Re” ospita un importante quadro del pittore olandese Pieter Paul Rubens (1577-1640) intitolato “La Sacra Famiglia”appeso sopra un bel camino. Ai lati di questo si trovano due dipinti “L’Inverno” e “l’Estate” sempre di Rubens. Nella parete opposta un altro capolavoro del maestro fiammingo Antonie Van Dyck (1599-1641), “San Martino che divide il mantello”.

La Camera da letto di rappresentanza”: in questa camera furono ospitati i sovrani stranieri in visita al regno. Il letto fu costruito da un francese, G. Jacob, durante il regno di Luigi XVI, (1754-.1793). Sui piedi del letto vi sono incise le iniziali dell’imperatore Napoleone III e dell’imperatrice Eugenia per ricordare la loro visita a Windsor nel 1855. Ospita anche apprezzati quadri del Canaletto (1697-1768) con panorami di Venezia.

Il Salotto privato del Re”: è una piccola stanza che conserva preziosi dipinti di vari pittori del XVI secolo, uno di Holbein (1498-1543), tre di Rubens, uno ciascuno di Dürer (1471-1528), Clouet (1480-1541), Andrea del Sarto (1486-1530).

Il Salotto privato della regina”: altra piccola stanza piena di tesori del pittore veneziano Canaletto, acquistati nel 1762 dal re Giorgio III. Le pareti sono adornate col nome della regina Adelaide (1792-1849), consorte di Guglielmo IV, suo figlio.

La Galleria dei Quadri”: ufficialmente detta “Stanza privata della Regina”. Questa sala iniziò molto male la sua esistenza perchè fu costruita poco prima di un grande gelo per cui un grande fuoco dovette essere mantenuto acceso giorno e notte sulle impalcature per evitare che crollasse. I quadri esposti in questa sala mostrano alcuni sovrani inglesi o loro consorti come Giacomo II (1685-1688), Henrietta Maria di Borbone (1609-1669), moglie di Carlo I, Anna di Danimarca (1574-1619) moglie di Giacomo I, Caterina di Braganza (1638-1705) moglie di Carlo II, il re Guglielmo III e infine la regina Maria I Stuart (1516-1558).

La Sala di Van Dyck”: ufficialmente detta “Sala da ballo della regina”. Sul soffitto di questa ampia sala vi sono tre splendidi lampadari in cristallo. Gli arredi e i mobili furono aggiunti da Carlo II e da Guglielmo III. Dei dipinti di Van Dyck il più noto è, forse, il triplo ritratto del re Carlo I, dipinto per la spedizione a Roma in modo che lo scultore Bernini potesse modellare un busto del re senza intraprendere il viaggio a Londra. Purtroppo il busto fu distrutto da un incendio nel vecchio palazzo.

La Sala delle Udienze della Regina”: in questa sala si può ammirare un dipinto nel quale la regina Caterina di Braganza si trova in mezzo ai cigni mentre si avvicina al Tempio della Virtù. Le pareti sono abbellite da arazzi francesi, Gobelins, ispirati a dipinti di Jean Francois de Troy (1679-1752). Le immagini riportano la storia biblica di Esther, figlia di Mardocheo, la quale fu scelta dal re babilonese Assuero come sposa. Lo stesso tema biblico si ritrova curiosamente nella Sala Rossa in Palazzo Vecchio a Firenze che oggigiorno è adibita alla celebrazione dei matrimoni.

Sala delle Adunanze della Regina”: questa Sala è identica alla precedente ed è dedicata alla stessa Caterina di Braganza. La regina è mostrata in un’altra allegoria dipinta; è seduta sotto un baldacchino, circondata da Virtù, mentre sotto la sua Giustizia si vede bandire vizi come la Sedizione e l’Invidia. Il camino di marmo bianco fu spostato da Buckingham Palace in questa sala da Guglielmo IV.

Un paio di arazzi proseguono la storia di Esther.

La Sala delle Guardie”: Un tempo era la Camera della Guardia della Regina nella quale i visitatori in attesa di udienza, venivano accolti dallo Yeoman1 della Guardia prima di essere ammessi alla reale Presenza.

Vi si trovano le sedie sulle quali si sedettero re Giorgio V e la Regina Maria per la nomina del Principe di Galles al Castello di Caernavon nel 1911.

Sulla parete di sinistra è esposta la bianca bandiera che viene omaggiata ogni anno, il 13 agosto, dall’odierno Duca di Marlboro, nell’anniversario della vittoria di Blenheim (1704) contro i francesi e i bavaresi durante la guerra di successione spagnola.

Sulla parete opposta è appesa un tricolore francese catturato dal Duca di Wellington (1769-1852) durante la battaglia di Waterloo contro Napoleone Bonaparte (1769-1821).

Un’altra reliquia di guerra di natura più raccapricciante è esposta in una delle custodie da parete. È il proiettile francese che uccise l’ammiraglio Lord Nelson nella battaglia di Trafalgar il 21 ottobre 1805.

La Sala di re Giorgio V”: è praticamente la sala del trono. Lunghissima, sulle sue pareti vi sono i ritratti dei sovrani delle dinastie Stuart e Hannover e sotto a questi si possono ammirare i loro busti di marmo.

St.George's Hall

Dietro al trono (in realtà sono due), c’è un arazzo esposto a Cambridge in occasione del giubileo del re Giorgio V nel 1953. Esso mostra una vista aerea dell’ippodromo di Ascot.

La Grande Sala del Ricevimento”: è decorata in stile Luigi XV. Tra i numerosi oggetti presenti vi è una serie di busti dedicati a personaggi famosi della storia: ci sono quelli di Turenne (1611-1675), maresciallo di Francia, e del Condè (1621-1686), uomo politico e militare francese. Notevole quello del Cardinale Richelieu, ministro di Luigi XIII re di Francia. Non poteva mancare naturalmente il busto di Carlo I, il re decapitato da Oliver Cromwell.

La Sala Waterloo”: re Giorgio IV la concepì per commemorare la vittoria inglese su Napoleone Bonaparte nel 1815. Una lunghissima tavola apparecchiata, abbellita da fiori rosa e, alle pareti, numerosi quadri con i ritratti di Guglielmo III, Guglielmo IV, dell’Arciduca Carlo, del conte di Capodistria, dell ministro austriaco Metternich, di papa Pio VII che fu deportato da Napoleone a Fontainebleaue nel 1809 e del cardinale Consalvi, suo segretario di Stato.

Waterloo Chamber

Il Grande Vestibolo”: l’ultimo degli Appartamenti di Stato, contiene una collezione di armi e di cimeli di molte campagne di guerra. Tra questi ci sono reliquie di Napoleone I, tra cui un servizio da tavola d’argento dorato preso dai suoi carriaggi dopo la battaglia di Waterloo. Nella teca a destra ci sono le vesti dell’incoronazione di Giorgio IV e le vesti cerimoniali utilizzate quando fece il suo ingresso nello Stato di Hannover nel 1824.2

La Grande Sala d’Entrata”: In questa camera a volta di pietra risalente al 1363 circa, si trova una selezione di antichi disegni dalla collezione della Biblioteca Reale.

Essi includono opere di Leonardo da Vinci, di Hans Holbein e altri grandi artisti

 

Note

1Yeomen: Gli “Yo men Warders (nome completo: “Yo men Warders of Her Majesty’s Royal Palace and Fortress the Tower of London”), comunemente conosciuti come BEEFEATERS”, cioè gli “ALABARDIERI”,

2Ricordo che i reali inglesi hanno origini tedesche.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “TRA PUGNI CINESI E SPIAGGE TURCHE” A cura di Alfredo Betocchi

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Isolotto di Sàseno, Albania

Delle conquiste coloniali italiane e della loro sanguinosa perdita sono pieni i libri di storia: Libia, Abissinia, Eritrea, Somalia, Albania e le isole del Dodecanneso sono nomi che ogni bravo scolaro non può dimenticare.

Oltre a questi nomi altisonanti ci sono stati, in giro per il mondo, anche alcuni piccoli territori che l’Italia ha governato per qualche tempo, obbligata dai trattati internazionali o da guerre guerreggiate.

Essi ai più non dicono nulla, eppure i nostri soldati li difesero strenuamente e con dispendio di vite umane.

Eccone l’elenco: Tiensin,in Cina (1901-1943); Adalia,in Turchia (1919-1921) e Valona (1915-1920) con l’isola di Sàseno /1915-1945) in Albania.

L’occupazione del porto cinese di Tiensin fu effettuata nell’anno 1900 da una coalizione internazionale durante le operazioni militari intraprese per soffocare la rivolta dei “Boxers”.

Erano costoro membri di un movimento in difesa dei valori tradizionali cinesi che intendevano contrastare con violenza la penetrazione culturale occidentale in Cina.

Il loro movimento era chiamato “Pugni della Concordia e della Giustizia”, perciò da Pugile in inglese = Boxer.

Essi iniziarono le proteste tagliando le linee ferroviarie, incendiando le navi europee alla fonda e uccidendo i missionari con i cinesi convertiti.

A questi atti, si aggiunse la sollevazione della gente di Pechino che bloccò le legazioni straniere. Le Potenze europee allora corsero ai ripari, armando un esercito internazionale che invase la Cina e occupò Pechino, capitale dell’allora Celeste Impero.

Le forze italiane che si erano unite a questa campagna, sbarcarono a Tiensin il 21 gennaio del 1901, in quella parte della città che era stata denominata “F” nella ripartizione concordata con gli Alleati.

La piccola area che si trova lungo il fiume Pei-ho,comprendeva un villaggio periferico, una palude e delle saline. Non era gran che come colonia ma, si sa, le grandi potenze non ci hanno mai tenuto in simpatia.

Nazioni come la Francia, l’Inghilterra e la Germania che allora, da sole, possedevano il 60% dei territori d’oltremare nei cinque continenti, mal sopportavano l’intrusione della piccola, indifesa Italia, composta all’epoca per due terzi da contadini analfabeti, ma orgogliosa di essere una giovane e libera nazione.

Il 7 giugno 1902, l’accordo italo-cinese garantì permanentemente il possesso di quel lillipuziano territorio. Gli italiani, laboriosi e tenaci, si misero subito al lavoro per bonificare la palude e costruire un quartiere moderno.

L’Italia considerava Tiensin più come un possedimento provvisorio che una vera e propria colonia. Essa dipendeva dal console italiano a Pechino che esercitava il suo potere tramite un Regio Amministratore.

Brigata San Marco

La sua popolazione oltre agli autoctoni, era composta quasi esclusivamente dai militari del reggimento “San Marco” che presidiavano anche alcuni forti nella regione.

Nel 1941, con l’occupazione della Cina da parte del Giappone, peraltro nostro alleato, la sovranità italiana fu contrastata dai prepotenti comandanti nipponici della piazzaforte di Pechino, cui Tiensin apparteneva.

Dopo l’8 settembre 1943, la situazione divenne insostenibile e, dopo una breve resistenza dei nostri militari, il quartiere fu occupato da preponderanti forze giapponesi. Gli italiani, cacciati, non ritorneranno mai più in Cina.

L’occupazione italiana di Adalia,Sbarco ad Adalia oggi rinomata spiaggia turistica nella Turchia sud occidentale, avvenne il 19 marzo 1919, in seguito al “Trattato di Sèvres”, in Francia.

L’accordo tentava di mediare tra le opposte posizioni delle nazioni vittoriose nella Prima Guerra Mondiale.

Dopo l’armistizio con la Turchia, che aveva capitolato di fronte alle truppe anglo-franco-greco-italiane, non si trovava l’accordo su come spartirsi le sue spoglie.

Ognuno reclamava per sé grandi territori, contestati tuttavia dagli altri soci.

L’Inghilterra era riuscita ad avere la Mesopotamia (oggi Iraq), la Palestina e la Transgiordania (oggi Giordania).

La Francia ebbe la Siria, il Libano e il porto di Alessandretta (fondata da Alessandro Magno, oggi Iskendurun, in Turchia).

La Grecia si tenne la Tracia fino al fiume Evron.

L’Italia, che già aveva dovuto digerire l’amaro boccone della rinunzia alla Dalmazia

(da almeno mille anni di proprietà veneziana), si vide esclusa anche da questa ricca torta in territorio ottomano.

Nel clima piuttosto caotico del “prendiamo presto quello che c’è da prendere”, il governo italiano, stizzito, fece sbarcare a sorpresa le sue truppe ad Adalia, occupando di fatto quasi tutta la costa meridionale turca e un vasto altopiano all’interno in direzione di Ankara.

Ovviamente i nostri “alleati” non accettarono questa prova di forza e soprattutto i greci che rivendicavano Costantinopoli – oggi Istambul (e, sotto sotto la vorrebbero ancora ma…non si può mai dire) e quasi tutta la Turchia continentale, in nome del diritto storico del defunto Impero greco di Bisanzio, caduto nel 1453 1 in mano agli Ottomani.

Sembra un paradosso ma ricordiamo che l’infinito conflitto arabo-israeliano è iniziato da una analoga rivendicazione degli ebrei di terre ataviche, che risale al regno biblico dei re Davide e Salomone, caduto nel 70 d. C. ad opera dell’imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Alla Conferenza di Parigi del gennaio 1919 i rappresentanti italiani erano assenti a causa dei colloqui con la Jugoslavia sul possesso della città di Fiume.

La Grecia, a nostra insaputa, ottenne di intervenire militarmente in Anatolia.

L’offensiva greca sorprese i turchi che passarono di sconfitta in sconfitta ritirandosi quasi fino ad Ankara. L’offensiva spazzò via non solo le forze ottomane ma anche i piccoli distaccamenti italiani.

Questi, per non sparare su un alleato, si ritirarono ad Adalia. Con un accordo segreto (che non venne rispettato!) l’Italia avrebbe rinunciato ad Adalia e a tutte le isole del Dodecanneso, meno Rodi. Poi…colpo di scena!

I turchi, al comando del giovane Mustafà Kemal detto Ataturk (ossia “Padre della Patria”), con un’improvvisa controffensiva, ricacciarono i greci ributtandoli nel mare Egeo, facendo sfumare il loro sogno per la restaurazione di un impero greco-bizantino.

L’Italia potè però tenersi il Dodecanneso, Rodi e, fino al 1921, la città di Adalia.

Il caso di Valona e dell’isola di Sàseno, in Albania, è un caso a parte.

Saseno

Nel 1915, pur di far entrare l’Italia in guerra contro l’Austria e la Germania, Francia e Inghilterra le promisero molti territori, disattendendo poi quanto sottoscritto.

Fra le tante, anche la città di Valona e Sàseno, l’isoletta posta di fronte alla sua baia.

Il possesso di questa città faceva sì che l’Italia potesse controllare, nel punto più stretto, l’entrata nel mare Adriatico (tra Otranto e Valona).

Dopo la Grande Guerra, il neonato Regno d’Albania pretese Valona e l’Italia, stanca di guerre, vi rinunciò il 3 agosto 1920, tenendosi però l’isolotto strategico di Sàseno.

L’isola è sempre stata disabitata e per i militari questo fatto era un’ottima occasione per armarla al riparo da occhi indiscreti.

Nel 1939, con l’occupazione italiana dell’Albania, il Possedimento di Sàseno, che dipendeva dal Ministero degli Esteri, cessò di esistere essendo assorbito dal neo regno d’Albania.

Nel 1945, dopo la sconfitta dell’Italia, nacque la Repubblica Popolare d’Albania e anche l’isolotto tornò alla madrepatria.

Oggi la Marina Militare Italiana, nell’ambito degli accordi d’assistenza alle forze armate albanesi, ha ripristinato sull’isola di Sàseno una base per contrastare il contrabbando di armi, droga e l’immigrazione clandestina.

***

Note

1Anche oggi, in Grecia, c’è una squadra di calcio chiamata A.E.K., Athletiki Enosis Kostantinoupoleos, ossia Unione atletica di Costantinopoli il cui emblema è identico al vessillo dell’Impero bizantino, aquila bicipite nera su fondo oro. E’ insomma la squadra della capitale perduta.

La rubrica viaggio attraverso la storia presenta: “WINCHESTER CATHEDRAL”. A cura di Alfredo Betocchi

Winchester Cathedral

Winchester Cathedral, you could have done something

you’r bringin’ me down but you didn’t try

you stood and you watched us you didn’t do nothing

as my baby left town. You let her walk by.

Queste sono le prime due strofe di una nota canzone del 1966, eseguita dalla “New Vaudeville Band” diretta da Geoff Stephens, l’autore che, con un megafono, ammoniva la Cattedrale di Winchester di non aver impedito a una ragazza col suo silenzio, di aver abbandonato il suo innamorato. Se avesse suonato le sue campane forse lei sarebbe rimasta accanto a lui.

Molti persone di una certa età ricordano bene quanto successo ebbe questa piacevole canzoncina che rimase in testa alla Hit Parade per ben tre settimane. Chi volesse riascoltarla può cliccare sul link soprastante tratto da Youtube.

Ma parliamo adesso della vera Cattedrale di Winchester, un capolavoro dell’architettura gotica dell’undicesimo secolo.

Nel 634 una missione di Roma guidata dal vescovo Birinus iniziò la conversione dei Sassoni occidentali, simboleggiata alla maniera di quei tempi dal battesimo nel 635 del re del Wessex, Kynegils.

Inizialmente, Birinus stabilì il suo sgabello da vescovo, o “cattedra” a Dorchester nell’Oxfordshire e, non meno di quaranta anni dopo, il vescovo Hedda trasferì la sua “sedia” a Winchester. Qui, come riferiscono le “Cronache Anglo-Sassoni”, nel 645 Kenwalh divenne re dei Sassoni occidentali e ordinò che la vecchia chiesa di Winchester fosse ricostruita con il nome di “Santa Trinità, San Pietro e Paolo e San Swithun”. Quest’ultimo santo era un personaggio conosciuto come “Svitino”, vissuto nel IX secolo e venerato dai cattolici, dagli ortodossi e dagli anglicani. Tenne la sede episcopale di Winchester tra l’852 e l’862. Verso il X secolo venne proclamato santo.

Nulla è rimasto nella nuova cattedrale della vecchia chiesa salvo il nome .

Il primo edificio del decimo secolo era un po’ diverso da quello attuale, presentando una torre centrale, oggi scomparsa.

Vediamola più da vicino. Essa è senz’altro un capolavoro contenente varie opere artistiche si inestimabile valore.

La Fonte Battesimale”, del dodicesimo secolo, è stata scolpita in marmo nero. Esistono solo sette copie di tali fonti battesimali in tutta l’Inghilterra. Sulle sue pareti sono scolpite scene della vita di San Nicola.

Winchester C Navata

La Navata”, che ha dodici cappelle, è forse l’unico aspetto di nota della cattedrale ed è una magnifica opera d’arte. La sua visione dalla porta ovest, che si estende fino all’altar maggiore, dà un’impressione di maestosità e delicatezza.

Il “Jane Austen Memorial”: questa pietra di marmo segna il luogo di sepoltura di Jane Austen, la famosa scrittrice e novellista che visse la maggior parte della sua vita nella Contea tra il 1775 e il 1817. Autrice apprezzata sin dai suoi tempi, scrisse molti capolavori della letterattura, tra gli altri “Orgoglio e Pregiudizio” nel 1813, e “Emma” nel 1816. Morì a Winchester nel 1817 come attesta una targa in sua memoria lasciata dal fratello, il reverendo George Austen.

The Epiphany Chapel” in puro stile normanno contiene, oltre a delle bellissime e preziose vetrate in stile pre-raffaellita (sec. XIX) che mostrano la vita della Madonna, un interessante targa commemorativa dedicata a un Ugonotto rifugiato in Inghilterra alla fine del sedicesimo secolo il quale, dopo aver scontato 27 anni in galera, per la sua fede protestante, visse fino a tarda età in Inghilterra.

Mary's chair

Mary Tudor’s Chair”: nella cappella del vescovo Gardiner si trova la sedia sulla quale sedette nella cattedrale Maria I Tudor, detta la Cattolica o la Sanguinaria, regina d’Inghilterra dal 1553 al 1558, in occasione del suo matrimonio col re di Spagna Filippo II, il 25 luglio1554.

La cappella del Santo Sepolcro”: questa cappella, una delle più belle della cattedrale, contiene sulle pareti e sul soffitto diversi dipinti preziosi di epoca medioevale. Nel Medioevo, questa era la prima cappella visitata dai pellegrini che si recavano sulla tomba di San Swithun.

Reliquiario di San Swithun”: dopo la distruzione del sepolcro di San Swithun da parte degli emissari del re Enrico VIII (non dimentichiamo che la chiesa era ancora cattolica e il re aveva promosso lo scisma dal Papa fondando l’Anglicanesimo), il luogo era privo di indicazioni a parte l’iscrizione moderna sul pavimento fino al 15 luglio del 1962 quando gli “Amici” (“Friends”, una sorta di Congrega di devoti al santo) non presentarono alle autorità della cattedrale, in occasione del 1100° anniversario della sua morte, il bellissimo nuovo reliquiario.

Sarcofaghi mortuari”: nella parte nord del coro ci sono dei sarcofaghi contenenti le ossa di re Sassoni, vescovi, e del re Canuto Il Grande (995 .ca-1035) con la sua consorte Emma di Normandia.

La tomba di William Rufus”: sebbene questa tomba fosse conosciuta come quella di Guglielmo II, il Rosso (William Rufus), si fece l’ipotesi che fosse appartenuta invece al vescovo Enrico di Blois. Rufus è un residuo della lingua latina, retaggio dell’antica dominazione romana. Guglielmo II era il terzo figlio di Guglielmo il Conquistatore e regnò dal 1087 al 1100.

Ai tempi della Rivoluzione di Oliver Cromwell (1599-1658), la Cattedrale rischiò di venire distrutta dai ribelli repubblicani. Tuttavia essi invasero la chiesa facendo molti danni, mutilando statue e sarcofaghi. Fortunatamente una parte di essi si salvò ad opera di un capitano che impedì loro la compleata distruzione di un simile capolavoro. Cromwell avrebbe voluto l’abbattimento della cattedrale ma una petizione popolare ad opera di Cornelius Hooker, il Cancelliere, sventò il disastro.

Le statue di bronzo di Giacomo I (1566-1625) e di Carlo I, suo figlio (1600-1649) decapitato dal Cromwell, furono rimosse dai loro piedistalli dentro la Cattedrale ma non distrutti. Gravissimi furono però i danni procurati dai ribelli: le ossa dei Sarcofaghi furono sparsi per terra, i monumenti funebri rovesciati, distrutto pure l’Organo e ribaltato l’altare maggiore, rompendone la tavola di pietra.

Con la Restaurazione, (1658), le statue furono rimesse al loro posto. L’altare ripristinato e l’organo ricostruito. Molti sarcofaghi rimasero danneggiati per sempre.

La Biblioteca”: il vescono George Morley resse la Cattedrale dal 1662 al 1684.

Era un uomo di vasta cultura e patrono delle arti. Lasciò in eredità la sua splendida biblioteca, ancora conservata in un elegante edificio ammobiliato con preziosi mobili del 17°secolo. Essa comprende volumi in folio di argomento religioso del 16° e 17° secolo tra i quali una preziosissima e rara Bibbia miniata che è probabilmente il più grande reperto dell’arte inglese del 12° secolo.

Alcuni preziosi reperti”: nella Cattedrale si trovano conservati “il Grande Sigillo” di Carlo I, apposto sugli Statuti che garantiva la Cattedrale; l’Anello e la testa di un Grifone trovati nella tomba di Guglielmo II il Rosso; il Vaso di Shaftesbury del 1000 d. C. circa, donato dalla contessa di quella contea nel 1862. Il vaso era probabilmente un recipiente per deporvi le ceneri di un defunto.

La Cripta”: sotto la cattedrale c’è la cripta costruita al tempo dei Normanni e ricalca la forma del coro con colonne e basse volte. E’ generalmente conosciuta come “Cripta della Tirinità”.

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L’Autore di questo articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

Viaggio attraverso la storia presenta In cerca di Matilde”. A cura di Alfredo Betocchi

Castello di Canossa

Quando la piana che da Firenze arriva fino all’attuale costa era un mare, di tanto in tanto si aprivano bocche di vulcani che eruttavano lave incandescenti. Alle sua spalle, l’Appennino si elevava in dolci e ondulati pendii mentre in basso il versante appariva più ripido e solcato da profonde forre.

Queste rupi scoscese chiamate in tempi storici “calanchi” o “Rupi del Diavolo”, si rivelarono perfetti per erigervi castelli inespugnabili.

Nell’alto Medioevo ebbe origine il castello di Canossa, così detto dal colore del calcare bianco con il quale era stato costruito (canus – bianco) verso il 940.

La storia del castello è avventurosa ben prima dell’arrivo di Matilde, marchesa di Toscana.

La fortezza fu costruita da Azzo Adalberto, figlio di Sigifredo da Lucca intorno al 940, che ospitò nel 950-51 la regina Adelaide, fuggita dalla prigionia del castello del Garda, dov’era tenuta dal re Berengario II, il quale dopo il 952 assediò per circa tre anni il castello.

Canossa è celebre soprattutto perchè in esso nel 1077, alla presenza della contessa Matilde e di Adelaide, marchesa d’Ivrea (non quella di prima), l’imperatore Enrico IV si riconciliò dopo essersi umiliato, col papa Gregorio VII.

Matilde-di-Canossa

Dal fatto derivò l’espressione proverbiale “andare a Canossa”, per cedere, umiliarsi.

Nel 1092, Enrico IV tentò vanamente di impadronirsi del castello.

Fu teatro di lotte fra la famiglia nobile dei Correggio e il comune di Parma, fu conquistato nel 1409 dagli Estensi e divenne in seguito ragione di contese fra questi e i Farnese.

Oggi il castello è in rovina, come pure la chiesa che vi era annessa e non ne restano che ruderi continuamente minacciati dalle frane.

Molti dei rilievi montuosi dei quali accennavo all’inizio, furono utilizzati al tempo di Matilde e dei suoi antenati per erigervi poderose fortezze capaci di resistere a qualsiasi esercito. Vi sono castelli a Rossena, Rossenella, Bianello, Sarzana e Carpineti. Oggi rappresentano altrettante tappe del cosiddetto “Sentiero di Matilde” che dal paese di “Ciano d’Enza” risale i crinali delle colline fino allo spartiacque toscano per un’ottantina di Km percorribili comodamente in 4-5 giorni a piedi come nel medioevo.

A Bianello in realtà i colli sono quattro e ciascuno ospita un castello come attesta il toponimo “Quattro Castella”, usato ancora oggi. A Bianello nel 1111, fu incoronata la contessa Matilde come Vice Regina d’Italia dall’imperatore Enrico V, figlio ed erede del sovrano penitente. Il fatto è ricordato da una rievocazione storica, il “Corteo Storico Matildico” seguito da una “Quintana dell’Anello” e dal Gran Passo d’Armi”, sfida tra armigeri su una stretta passerella.

Tra agosto e settembre, a Ciano d’Enza (Enzo era il figlio minore di Federico II di Svevia. Sconfitto dai bolognesi a Fossalta nel 1249, vi fu tenuto prigioniero fino alla morte. Il fatto dette il nome alla Val d’ Enza e al fiume omonimo), si svolge la rievocazione storica del “Perdono di Canossa”.

Al di là della Storia, in quei luoghi vi sono anche ottimi sapori culinari, iniziando da quell’Aceto Balsamico tradizionale”, condimento antichissimo tanto che venne citato dal monaco Donizone contemporaneo di Matilde.

Rischierei una scomunica peggiore di quella che colpì Enrico IV se non citassi la cucina dei luoghi matildini, i “Cappelletti”, lo “Gnocco Fritto”, il “Lambrusco” e per finire in bellezza, l’Erbazzone” torta salata ripiena di bietole e abbondante Parmigiano Reggiano.

Continuando la nostra passeggiata sui crinali reggiani, incontriamo Sarzana, dove si può ammirare un castello matildino dalle due torri. Qui lavorò tra l”800 e il ‘900 Maria Bertolani del Rio, psichiatra e storica. Essa pubblicò un repertorio di elementi decorativi dell’XI secolo utili alla terapia di malati mentali. Nacque così l’Ars Canusina .

Il castello di Carpineti ha una triplice cinta di mura e fu molto amato da Matilde che vi soggiornò a lungo. Esso domina la Valle del Serchio nella quale si possono trovare funghi, tartufi e assaggiare un’ottima polenta.

La contessa Matilde fu il più significativo personaggio a cavallo tra XI e il XII secolo. Bella e dallo sguardo volitivo, era discendente da una famiglia tedesca stabilitasi in Toscana.

Nacque nel 1046 dal marchese Bonifacio III e da Beatrice dei duchi di Lorena. Alla morte del padre ereditò vasti domini che comprendevano Reggio, Modena, Parma, Ferrara e i ducati di Spoleto e di Camerino più una parte della Lombardia. Questi erano gli ex territori governati dai Longobardi.

A causa di un matrimonio con un personaggio potentissimo, entrò nel mirino dell’imperatore Enrico III che la temeva. La catturò e la portò prigioniera in Germania. Alla caduta di Enrico III, tornò in Italia, seguendo la politica di alleanza col Papa. Al contrasto tra Enrico IV e il Papa, fece opera di moderazione che sfociò nel “Perdono di Canossa”.

Negli ultimi anni della sua vita, beneficò chiese e monasteri.

Morì a Bondeno il 24 luglio 1115 e venne sepolta nel convento di S.Benedetto di Politrone, presso Mantova.

Nel 1632, per ordine del papa Urbano VIII, la sua salma venne portata a Roma.

Tomba di Matilde (1)

Un rilievo marmoreo, raffigurante l’assoluzione di Enrico IV a Canossa, opera di Stefano Speranza (sec. XVII) si trova nel monumento funebre della contessa Matilde, in S. Pietro.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “IL PALAZZO MEDIOEVALE La torre di Londra”. A cura di Alfredo Betocchi

 

 

Questo è il primo di una breve serie di articoli che ha avuto come apripista quanto scrissi sulla Cattedrale di Notre Dame di Parigi.

Gli argomenti verteranno su Fortezze e Cattedrali dell’Inghilterra, una terra ricca di episodi storici e fatti pittoreschi che hanno acceso la fantasia di generazioni di scrittori e fatto la felicità di milioni di lettori in tutto il mondo.

Da quando l’ultimo centurione romano lasciò la Britannia, all’inizio del quinto secolo d.C., un alone di magia e di eventi significativi avvolse tutto il territorio (ricordiamo fra tutti la leggenda del mago Merlino e quella di Parsifal).

Oggi faremo un giretto nella “TORRE DI LONDRA” che si trova sulle rive del fiume Tamigi.

La Torre di londra

La ricca, variegata storia di questa antica nazione dal 1078, l’anno nel quale iniziò la costruzione della “Torre Bianca”, è concentrata nella Torre di Londra.

I re d’Inghilterra, allor quando l’esito di una battaglia si volgeva contro di loro, trovavano la salvezza nella Torre. Due sovrani trovarono una fine violenta all’interno delle sue mura e uno fu addirittura deposto.

Ai tempi dei Normanni e dei re Plantageneti, la fortezza cambiò frequentemente di mano tra la Corona e i baroni e, sebbene fosse stata spesso assediata, non fu mai catturata.

Sin dal tempo dei Normanni, la Torre fu utilizzata come prigione: i suoi famosi e sfortunati prigionieri compresero John de Baliol, re degli Scoti nel 1296, fino a Rudolf Hess, gerarca nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Essa fu un luogo di torture e di esecuzioni capitali, sulle sue pareti di pietra vi sono ancora incise poesie, invettive e disegni dei condannati che vi dimorarono.

Ma vediamola più da vicino questa terribile Torre.

Il luogo più prestigioso è la “JEWEL HOUSE”, nel quale i re e le regine inglesi conservavano i propri gioielli. Tra qusti si possono ammirare la Corona Imperiale e il Globo d’oro sormontato dalla Croce simbolo di sovranità. Quattro delle cinque spade di Stato. La Saliera di Elisabetta I, usata l’ultima volta durante il banchetto per l’incoronazione di Giorgio IV nel 1820. Ci sono poi due corone di regine: quella appartenuta all’italiana Maria di Modena, seconda moglie di Giacomo II (1685-1688) e quella della Regina Madre, consorte di Giorgio VI (1936-1952) . E ancora l’anello che la regina Elisabetta II indossò il giorno della sua incoronazione nel 1952.

Quale edificio più sicuro e controllato conoscete in Inghilterra?

Guglielmo il Conquistatore, principe normanno, soprannominato così per aver sconfitto Aroldo, re d’inghilterra, strappandogli la corona e la vita, ordinò la costruzione della “TORRE BIANCA” che segnò l’inizio della storia della Torre di Londra come palazzo e come fortezza. Oggi contiene una vasta e bellissima raccolta di armi e di armature.

White Tower

Annessa alla Torre vi è la Cappella di Saint John, uno dei più begli esempi di architettura normanna. Nella cripta sono conservati il ceppo e la scure con la quale fu tagliata la testa di Simon, Lord Lovat nel 1747. Costui morì a causa dell’appoggio dato alla rivolta dei Giacobiti nel 1745, legittimisti inglesi rimasti fedeli a Giacomo II e ai suoi successori dopo la rivoluzione del 1688. I loro tentativi di restaurare la dinastia degli Stuart ebbero fine con la disfatta di Culloden (1746) – battaglia durata solo un’ora – dove si infransero i sogni di indipendenza della Scozia.

Di fronte alla Torre Bianca si trova l’edificio rotondo chiamato “BLOODY TOWER”, costruito da Enrico III nel XIV secolo. In origine era chiamata “GARDEN TOWER”, ma il suo nome fu cambiato nel 1597 in “Torre Sanguinaria” a causa dell’orrendo assassinio di due piccoli principi, Enrico V e suo fratello il Duca di York ad opera del Duca di Gloucester, Riccardo III. Duecento anni dopo, alcuni operai rimuovendo una lastra di pietra nella parte sud della Torre Bianca, scoprirono una bara che conteneva gli scheletri di due ragazzi. Esse furono identificate come quelle dei due giovani assassinati nel 1483. Le ossa furono spostate nella cappella di Enrico VII nell’abbazia di Westminster in un’unica urna.

Nel 1933, l’urna fu aperta da una Commissione Reale che stabilì definitivamente che le ossa appartenevano proprio au due piccoli principi.

In questo luogo fu tenuto prigioniero per tredici anni, fino al 1618, anche Walter Raleigh, navigatore e personaggio eclettico e geniale.

La Torre di Londra è in realtà una fortezza circondata da torri che hanno ognuna un nome diverso.

Molto interessante è invece un luogo particolare detto “WATERGATE”, ossia “CANCELLO FLUVIALE”. Questo passaggio, posto sulle rive del Tamigi, fu fatto costruire dal re Enrico III intorno al 1230 e permetteva al sovrano di accedere alla fortezza direttamente dal fiume, senza pericolo.

Un altro luogo molto significativo è il “CANCELLO DEI TRADITORI”. Tutti i nemici della Corona che fossero entrati da quel cancello di legno erano sicuri di non poter più uscire vivi dalla Torre.

Molti eminenti personaggi attraversarono il “TRAITORS’ GATE”, tra questi: Sir Thomas More, Thomas Cromwell e Robert Devereux Signori dell’Essex, e James Scott Duca di Monmouth, figlio naturale di Carlo II.

Pittoresca è la leggenda che avvolge i Corvi della Torre. Essi vivono nella fortezza da quando questa fu costruita e nel XVII secolo il re Carlo II decretò che i corvi avrebbero dovuto viverci per sempre. Allorquando non vi fossero più corvi nella Torre, l’Inghilterra e il suo impero sarebbero caduti. Ma tutti sappiamo che l’Impero non aspettò la fine dei corvi per dissolversi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la gran parte delle colonie britanniche ebbero accesso all’indipendenza e l’orgoglioso Impero di Sua Maestà scomparve.

I luoghi interessanti della Torre sono molti e lo spazio per la loro descrizione sarebbe troppo lungo. Ne accennerò ancora solamente due.

Su un grazioso quadrato di terra coltivato a prato, posto alla sinistra della Torre Bianca, viene ricordato il luogo delle esecuzioni capitali. Qui furono decapitate la seconda e la quinta regina, mogli di Enrico VIII, Anna Bolena (Ann Boleyn) nel 1536 e Caterina Howard nel 1542. Questo sovrano, che promosse lo scisma dalla Chiesa di Roma, fondando la Chiesa Anglicana, ebbe ben sei mogli. Quale miglior modo per liberarsi della precedente, tagliandole la testa? Nessuno si scandalizzi, i tempi erano quelli. D’altronde le accuse rivolte a queste nobildonne era di adulterio!

Altre famose nobildonne perirono di decapitazione su quel prato: Margareth, contessa di Salisbury nel 1541, Jane, viscontessa di Rochford nel 1542 e Lady Jane Grey nel 1554.

Dopo tanto sangue, un po’ di amenità: Gli “Yo men Warders (nome completo: “Yo men Warders of Her Majesty’s Royal Palace and Fortress the Tower of London”), comunemente conosciuti come “BEEFEATERS”, cioè gli “ALABARDIERI”, esistono in Inghilterra almeno dal XIV secolo e nel 1485 divennero ufficialmente le Guardie del Corpo del re Enrico VII nella Torre di Londra.

Oggi svolgono prevalentemente un servizio di controllo e conducendo visite guidate durante tutta la giornata.

Sono comandati da un Governatore e i suoi membri sono generalmente ex militari dell’esercito o dell’aviazione con un impeccabile curriculum.

 

 

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Una mostra del 4040. Intervista al prof. Agenore Benno”. A cura di Alfredo Betocchi

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« Signori olispettatori, buonasera! è il vostro Stilicone degli Ori da Radio Himalaia che vi parla in collegamento dal Museo della Civilltà Antica qui a Mustang.

Si inaugura oggi una nuova, interessantissima mostra sulla cosidetta Epoca dei Primi Video. Come avrete studiato sui libri di storia, questa antica civiltà sorta all’inizio del XXI secolo, durò per circa cinquecento anni per poi evolversi nella successiva Età dell’Ologramma nella quale stiamo vivendo.

Già mille e cinquecento anni sono trascorsi da quell’epoca remota e pochi oggetti preziosi e rari monumenti si sono salvati dalle vicende storico-geologiche che la spazzarono via. Abbiamo qui con noi il professore Agenore Benno che ci descriverà, a grandi linee, il percorso della mostra. Ci parlerà della parabola ascendente e della fine di quegli antichi tempi. Buonasera professore».

«Buonasera a lei e a tutti gli olispettatori. La mia equipe ed io abbiamo condotto accurate ricerche nel continente sommerso che una volta si chiamava Europa e che adesso è formato dalle tre isole Pirenee, Alpine e Appenniniche.

I nostri mezzi subacquei hanno scandagliato per molti anni, nel corso di campagne sottomarine, i fondali alla ricerca di reperti risalenti più o meno al 2000 d. C.

Le nostre ricerche sono state fruttuose ma avare di oggetti. Abbiamo trovato vestiti, oggetti metallici che probabilmente erano usati per deambulare, mobili, oggetti di uso comune e rari gioielli.

L’oggetto più importante rilevato a una profondità di circa cento metri, inserito in un piccolo edificio, stretto e lungo che dall’aspetto pareva parte di un’abitazione primitiva, è quello che abbiamo chiamato “Il Trono dell’Imperatore”.

Questo manufatto costruito in materiale di colore bianco ci è pervenuto, pensiamo, completo.

I nostri colleghi, ovviamente, non sono affatto sicuri che si tratta di un trono ma per praticità i primi scopritori lo hanno chiamato così.»

«Professore, può descrivere per i nostri olispettatori di quali pezzi esso è composto? Siamo tutti curiosi di avere almeno un’anteprima in attesa di ammirare questo rarissimo e prezioso oggetto.»

«Certamente. Esso è formato da quattro reperti di diverso materiale, il più grande dei quali è il cosiddetto “Trono”. Gli altri tre sono di diversa fattura. Vi è quello che sembra un coperchio di forma ovale. Vi è poi un oggetto della medesima forma ma costruito come una cornice. Entrambi sono dello stesso colore del trono.

In un angolo dell’ambiente gli archeologi hanno portato alla luce, semi sepolta, una lunga e fine collana di materiale metallico che sosteneva a un’estremità una sorta di pendente dello stesso materiale bianco del coperchio e della cornice.

Dopo approfonditi studi, abbiamo concluso che tali oggetti facevano parte di un corredo di un potente personaggio dell’epoca. Presumiamo che costui si sedesse sul trono sul quale era fissato il coperchio ovale, mentre al collo portava, come simbolo di sovranità o di importanza sociale, la cornice. La collana metallica era presumibilmente uno scettro.»

«Professor Benno, tutto questo è molto interessante, ma abbiamo letto che la vostra equipe ha fatto una scoperta ancora più interessante. Un’iscrizione dell’epoca su una parete del vano nel quale è stato trovato il Trono. Può dire qualcosa in merito ai nostri olospettatori?»

«C’è poco da dire. Abbiamo rilevato sulla parete, peraltro molto rovinata della sala del trono, pochi segni quasi illeggibili, così composti: “Ce…o f…a t…f..re 3..8…1” .

Ignoriamo quale possa essere il significato di tale messaggio ma crediamo possa essere stata una formula propiziatoria per la carriera dell’illustre personaggio.

Purtroppo non si è trovato nessuna traccia del corpo del sovrano o chi per esso.

Posso solo aggiungere che i nostri ricercatori sono stati fortunati nel rilevare poco più in là del trono una tavola di legno quasi completamente marcita con inserita in un apposito pertugio, una piccola chiave. Sulle liste del legno vi erano incise altri due simboli sconosciuti dei quali, il primo è illeggibile perchè troppo consunto e il secondo è questo: “W”.

Come è noto, il continente Europa fu sommerso dal mare il cui livello si alzò a causa dello scioglimento dei ghiacci dei poli. La mancanza di territorio scatenò una letale guerra fra le potenze dell’epoca per il possesso delle terre e dei mari superstiti.

Questa catastrofe cancellò per sempre, verso il 2500 d.C., quella remota civiltà.»

«La trasmissione si conclude qui. Ringraziamo e salutiamo il professor Benno per la sua spiegazione così chiara e avvincente. Invitiamo gli olispettatori a venire numerosi per visitare questo Museo della Civiltà Antica, unico nel suo genere.

E’ il vostro Stilicone degli Oddi da Radio Himalaia che vi saluta. Buonasera a tutti!»

(I nomi e gli avvenimenti descritti nell’intervista sono frutto della fantasia dell’autore)

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L’autore del racconto ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo: “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “L’ETERNA QUESTIONE EBRAICA. A cura di Alfredo Betocchi

Palestina

 

La Palestina occupa un’area di circa 24.000 Km. quadrati, equivalenti pressappoco alla Sardegna ed è prevalentemente una terra agricola e di allevamento. Può essere suddiviso in quattro zone distinte:

a) le pianure costiere, con terreni molto fertili, abbondanti d’acqua e forti precipitazioni, coltivati da sempre ad agrumeti;

b) le regioni collinari, anch’esse con terreni molto fertili ma adatte a piantagioni a terrazze d’alberi decidui, specialmente ulivi;

c) la valle del Giordano col mar Morto, che si trova a 375 metri sotto il livello del mare Mediterraneo, ha un terreno che si presta a ogni tipo di coltivazione, aiutata da irrigazioni di acque pompate dal fiume poiché le precipitazioni sono scarse;

d) il deserto meridionale che si trova anch’esso sotto il livello del mare ma che si divide in due zone ben distinte per sfruttamento del suolo: la parte settentrionale è composta di terreno più fertile, mentre quella meridionale è formata da altipiani, molto erosi e aridi, e da valli e pendii scoscesi.

L’opinione pubblica è sempre stata indotta a credere dai mass-media che la Palestina fosse una terra desolata e infruttuosa, dimenticata e spopolata, abitata da pochi beduini raccolti in rare oasi o in piccoli paesi dagli altisonanti nomi biblici. Ciò non corrisponde affatto a verità: la “Terra Santa” era rinomata sin dal tempo dei Crociati per i suoi uliveti e gli agrumeti. Nel XIX secolo, erano famose in Europa, come oggi, le arance di Giaffa che erano importate in grande quantità, mentre la Bibbia stessa racconta di vigneti e campi d’orzo che imbiondivano al sole. (1)

Non vi è motivo di dubitare che lo sfruttamento del territorio non fosse continuato nei secoli da quel popolo industrioso e pacifico che è il palestinese, nonostante le numerose invasioni.

La Palestina, terra di passaggio senza precisi confini naturali, ha sempre ospitato popoli di varia etnia e religione. Le tensioni e le crisi sono sempre giunte dall’esterno, portate prima dagli arabi poi dalle armate dei Crociati, indottrinate da fanatici predicatori e spinte al massacro delle popolazioni autoctone arabe ed ebree, poi dai Persiani, dai Mongoli, dai Turchi e infine dagli immigrati ebrei, esortati a occupare la terra, promessa da Dio ben 2700 anni prima. (2)

La vita della Palestina era sempre scorsa tranquilla, sia sotto la dominazione ottomana fino al 1918 che sotto il Mandato britannico fino al 1948.

Mussulmani, ebrei e cristiani, dopo la follia omicida delle Crociate, avevano sempre convissuti pacificamente riunendosi ciascuno nei propri templi e adorando la stessa divinità, in qualsiasi modo la si fosse voluta chiamare: Allah, Jahvè o Dio.

Il fulcro della tragedia palestinese dall’inizio del XX secolo é stato lo sradicamento e lo spopolamento degli arabi-palestinesi compiuti per permettere “l’accoglienza” di emigrati di religione ebraica provenienti da ogni parte del mondo, con la conseguente creazione di milioni di profughi che, senza la speranza di un ritorno, procurarono insicurezza e conflitti permanenti oltre che il fenomeno del “terrorismo”.

La costituzione di una forte popolazione di fede ebraica fu pianificata da una idea politica chiamata “Sionismo”.

Pochi numeri a sostegno della verità: la proprietà dei terreni da parte delle persone di fede ebraica nel 1918 ammontava a circa il 2% dell’area totale della Palestina. Quando il Mandato britannico terminò nel 1948 e fu proclamato lo Stato d’Israele, le proprietà ebraiche avevano raggiunto la modesta cifra del 5,67%, una porzione del tutto irrilevante per giustificare una spartizione del territorio. (3)

Il Movimento Sionista fu fondato da Theodor Herzl che convocò un Congresso a Basilea, in Svizzera, nel 1897. Era costui un avvocato austriaco che aveva teorizzato, un anno prima, nel suo libro: “Lo Stato Ebraico, tentativo di una soluzione moderna del problema ebraico”, il ritorno di tutti gli ebrei in Palestina. Tuttavia, dopo aver posto le basi del suo progetto, morì nel 1904, senza vederne mai la realizzazione.

Theodor Herzl

Durante il Congresso, Herzl propose, non senza aspri contrasti, l’obiettivo di creare una patria legale al “popolo” ebraico in Palestina, promuovendo una politica di massiccia emigrazione di contadini e operai ebrei da tutto il mondo, organizzandoli e unendoli attraverso “appropriate istituzioni locali” e rafforzando in loro il sentimento e la coscienza nazionale ebraica; in una parola, risuscitando lo Stato d’Israele che era stato distrutto dalle legioni romane dell’imperatore Tito nel 70 dopo Cristo (1827 anni prima!).

Su quali principi, quindi, si era basato il Movimento Sionista per affermare che gli ebrei rappresentavano un popolo? In definitiva solo tre e molto discutibili

:

  1. Tutti gli ebrei viventi discendono in tutto e per tutto dagli ebrei antichi vissuti in Palestina prima che il re babilonese Nabuccodonosor li deportasse schiavi in Babilonia nel 586 avanti Cristo.

  2. L’idea del ritorno alla Terra Promessa è una speranza che gli ebrei hanno sempre coltivato e che si sono trasmessi di generazione in generazione.

  3. L’antisemitismo è una tendenza radicata in tutti coloro che non sono ebrei.

Con questo incitamento all’immigrazione selvaggia si ignorava, intenzionalmente e del tutto, il fatto che in Palestina viveva già una popolazione omogenea e autoctona e laboriosa, sottomessa ai potenti Stati dell’epoca (l’Impero Ottomano, prima della Grande Guerra e il Mandato Britannico, dopo) in totale disprezzo, inoltre, dello Status Giuridico del territorio, spingendo per il fatto compiuto a detrimento della convivenza pacifica di quelle genti in centinaia d’anni.

Herzl spingeva gli ebrei della Diaspora a tornare in Palestina, incoraggiandoli prima a comprare poi a occupare con la forza terre già abitate, invece di invitarli a erigere uno Stato multi confessionale nel quale ebrei, mussulmani e cristiani potessero convivere tranquillamente, creando una “Repubblica di Palestina”, laica, in cui non fosse gente di una sola fede a governare lo Stato, ma “cittadini”, di qualunque fede essi fossero.

Egli scelse, in pratica la soluzione peggiore con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Lo Stato d’Israele, nato nel 1948, si è circondato così di nemici feroci fuori dai suoi confini e di avversari insidiosi all’interno, creando un’eterna insicurezza ai propri cittadini e impegnandosi periodicamente in guerre sanguinose per sopravvivere (1948, 1956, 1967, 1973, 1982 e 2006 … quando la prossima?)

Non basta, esiste una questione più sottile e più grave da analizzare: la confusione voluta che viene fatta tra Ebraismo e Sionismo.

Chi è “l’Ebreo”? E’, come persona, un cittadino di qualunque nazione di religione ebraica o è parte di un popolo a sé stante, disperso, che vive provvisoriamente all’estero in attesa di tornare presso il proprio focolare nazionale?

Questo è il grave equivoco ancora oggi irrisolto e che continua ad autoalimentarsi, creando polemiche e discussioni perfino fra gli stessi ebrei.

La gente di fede ebraica ha sempre sofferto sulla propria pelle questo dilemma.

Ecco qualche esempio tratto dai libri di storia:

Alla fine del XV secolo gli ebrei furono espulsi dalla Spagna, accusati dei più orrendi crimini (oltre al fatto di aver crocifisso Gesù), di fare sacrifici umani e di rubare i bambini cristiani.

In Russia, in Polonia e nei paesi dell’est europeo, gli ebrei furono discriminati, perseguitati e sterminati con le stesse accuse in sanguinosi “pogrom” (4).

In Italia, negli Stati pre unitari, essi erano rinchiusi in ghetti e costretti a vivere in determinati luoghi delle città, potendo praticare solo l’usura e piccolo artigianato, alimentando così altre calunnie e persecuzioni.

Nel XX secolo tutti sanno quello è successo, gli ebrei sono stati considerati una razza a sé stante e sterminati a milioni.

E’ naturale che sognassero la fine di queste persecuzioni e la fuga dagli stenti, in una Terra Promessa che Dio aveva dato loro quattromila anni fa, come insegnano i rabbini ancor oggi. Ma la Storia non può tornare indietro senza far pagare a qualcun altro un altissimo prezzo da pagare. (Vi immaginate l’Italia che rivendica l’Impero Romano? O la Grecia quello Bizantino?)

Il messaggio di Theodor Herzl ha dato voce e forza a chi sosteneva che l’Ebraismo non è una religione ma un’etnia a sé stante (cos’altro intendeva con “il Popolo Eletto d’Israele?) ed è esattamente l’opposto di quello che avrebbe dovuto predicare per sradicare l’antisemitismo che tanti lutti ha causato.

Semanticamente, l’antisemitismo dovrebbe comprendere tutti i popoli semiti, quindi anche gli arabi.

Nei mass media non si sente mai affermare che la pace in Palestina deve passare “da una convivenza tra credenti nello stesso Stato”, ma che essa deve poggiare sulla “convivenza di due Stati e due Popoli, separatamente” alimentando il razzismo di uno Stato che insegue dopo migliaia di anni la purezza della razza ebraica, chiudendo dietro a un muro di cemento gli abitanti autoctoni e innocenti di quella sfortunata terra di nome Palestina.

  1. La Bibbia. Numeri. Cap. XIII, 29 e segg.

  2. Ibidem, Esodo. Cap. XXIII, 20 e segg.

  3. S.Adawi. “Raccolto amaro” pag.12 – Ed.Est, Roma, 1970

  4. in russo “devastazione”

La rubrica Viaggio attraverso la storia, è lieta di presentarvi “Carnevale nelle regioni tra storia e divertimento”. A cura di Alfredo Betocchi

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Il Carnevale è quel periodo festivo tra l’Epifania e la Quaresima, culminante nei giorni detti “grassi” dal giovedì al martedì che precedono il Mercoledì delle Ceneri.

Nell’antica Roma, i “Saturnali” ne sono l’antecedente pagano più noto.

In Italia il Carnevale viene festeggiato in quasi ogni città o paese con modalità diverse ispirata spesso a tradizioni medioevali o a fatti storici particolari del luogo.

Ecco una breve panoramica, regione per regione, delle feste più curiose, divertenti e originali che meriterebbero una gita fuori porta.

PIEMONTE

Biella: sabato arrivo del “Gipin”, secolare maschera della città, accompagnata dalla moglie “Catlina”, dal figlio “Gipinot” e da clamorosi fragori di banda. Il Martedì Grasso, il Carnevale culmina con il processo al “Baby”, grosso rospo trasportato in gabbia per le strade, giustiziato e poi bruciato in piazza a mezzanotte in un gran rogo che rappresenta la morte del Carnevale.

Chivasso (To): A Carnevale ha luogo l’elezione della “Bela Tulera” e dell’ “Abbà”, personaggio che nel XIV secolo imponeva tasse e balzelli. Si prende lo spunto dalla ribellione contro il crudele marchese di Monferrato ucciso da una mugnaia, “la bela Mulinera” regina della festa, mentre pretendeva di esercitare sulla giovane il “ius primae noctis”.

VALLE D’AOSTA

Allein: Il Carnevale di questo paese è una testimonianza della forte influenza bonapartista in Valle D’Aosta. Tutti vestono come i nobili di fine ‘700 e portano il cappello come lo portava Napoleone in ricordo del passaggio dell’armata francese per il passo del Gran San Bernardo nell’anno 1800.

LIGURIA

Bogliasco (Ge): il Martedì Grasso rassegna carnascialesca locale con majorette, carri allegorici e orsi mascherati.

Santa Margherita Ligure (Ge): da segnalare la simpatica festa del Carnevale dei Piccoli. Chi ha bambini, ci faccia un salto.

LOMBARDIA –

Milano: qui il Carnevale si festeggia col rito “Ambrosiano” allungando i festeggiamenti al sabato successivo al mercoledì delle Ceneri.

Schignano (Co): sfilate dei “bei e dei brutt”. I belli e i ricchi girano per la città con le pance gonfie di paglia a simboleggiare l’opulenza, pavoneggiandosi in sfarzosi costumi. I poveri e i brutti indossano abiti logori e trascinano delle vecchie valige sfondate. L’ultimo giorno di Carnevale si assiste alla pantomima della donna schiava che si ribella al marito, applaudita dalle spettatrici.

TRENTINO –

Ortisei (Bz): Grande corteo di figuranti in antichi costumi della Val Gardena con slitte trainate da cavalli.

VENETO

Sappada (Bl): bellissime maschere di legno massiccio accompagnano il Carnevale sappadino, uno dei più lunghi che si conoscano. Dura quasi un mese. Ogni domenica è dedicata a una categoria. La prima ai “Pettlar Suntag”, i poveri con vestiti cenciosi. La seconda ai contadini che invadono la città con falci, rastrelli e cumuli di fieno. L’ultima domenica è dedicata ai ricchi notabili del paese, dominata dalla presenza del “Rollate”, tipica maschera del Cadore.

Venezia: è inutile citare lo splendido carnevale veneziano nel quale la città si trasforma in un animato palcoscenico popolato da maschere di ogni tipo. Sabato si snoda sul Canal Grande la “vogada in maschera”.

FRIULI VENEZIA GIULIA –

Muggia (Ts): è tra i più vivaci, ricchi ed entusiasmanti carnevali d’Italia. Giovedì arriva in porto la storica barca veneziana “Serenissima”. Il giorno dopo per antica tradizione, le donne in maschera si impadroniscono del centro (un tempo gli uomini erano in mare o nei cantieri).

EMILIA ROMAGNA –

Cento (Fe): la festa ha origine antiche come testimoniano gli affreschi del pittore Guercino (1591-1666) e sono caratterizzate dalla figura del “Tasi”, maschera locale che viene bruciata davanti alla Rocca. Tasi legge un testamento nel dialetto locale dove lascia i suoi averi ai notabili più famosi della sua città.

TOSCANA –

Bibbiena (Ar): nelle stradine del borgo medioevale viene messa in scena la favola della “Mea”, fatto storico che risale al 1359. La bella lavandaia Bartolomea, detta Mea, era una fanciulla promessa sposa al tessitore Cecco. Un giorno, incontrato il figlio del Conte Piero Tarlati, se ne invaghì. Cecco, saputa la tresca, fece il diavolo a quattro, mettendo a soqquadro il paese. Il Conte obbligò la Mea a tornare con il suo innamorato, mettendo fine ai disordini. In paese, in ricordo di ciò, si brucia il “Pomo della pace”.

Viareggio (Lu): uno dei più conosciuti e frequentati carnevali d’Italia. I carri allegorici vengono studiati anno per anno con pungenti allusioni all’attualità.

MARCHE

Fano (PU): “Il Carnevale dell’Adriatico” fra danze, musiche e allegria, culmina nell’ultima domenica con grandi corsi folkloristici, maschere giganti a piedi, complessi musicali e lanci di dolciumi verso il pubblico. L’orchestra è formata da suonatori di pentole.

UMBRIA

Gubbio (Pg): il Martedì Grasso, Carnevale dei bambini con sfilata di carri allegorici e gruppi mascherati. Sono aperti i negozi di salumi e di ceramiche locali.

LAZIO

Ronciglione (Vt): Cavalcate in costumi, sfilata dei “Cavalieri Ussari” con pittoresco carosello in costumi del ‘700 e finale a passo di carica. La “Confraternita dei Nasi Rossi”, tradizionale maschera del paese, tiene una specie di elogio di Bacco in camicia da notte, cuffia e vaso da notte. In paese si celebra anche una corsa di “bàrberi”, cavalli che corrono liberi per le strade di Ronciglione, contendendosi anche brutamente il traguardo. Il vincitore ottiene una balla di fieno e, per il proprietario soldi e prestigio.

ABRUZZO

Lanciano (Ch): il Martedì Grasso si bruciano al rogo i grossi personaggi politici che hanno raggiunto gli indici più alti di impopolarità.

MOLISE

Tufara (Cb):Il diabolo a Tufara” è una manifestazione in costume nell’ultimo giorno di Carnevale. Belzebù circola di casa in casa con la “mascherata del Diavolo”, una questua infernale che si svolge per tutto il paese. Con il ricavato si organizza un banchetto da “girone dei golosi” che dura fino a notte inoltrata.

Vinchiaturo (Cb): Il Martedì Grasso si celebra il “Lancio del Cacio”, una specie di sfida alla forza di gravità. Due squadre di quattro ragazzi devono far rotolare in salita una forma di formaggio che pesa 15 chili. Vince chi riesce a totalizzare, su un percorso particolarmente accidentato, il minor numero possibile di penalità. Finale con festeggiamenti a vino e pecorino.

CAMPANIA

Trentinara (Sa): il Carnevale ripropone ogni anno il tema ricorrente del povero e del ricco. Zavo, un uomo del popolo, per l’occasione rappresenta un ricco e vuole imitare i Signori. Accusato dalla moglie Quaresima, stufa di pagare i bagordi dello scellerato marito, lo farà condannare al rogo. A fianco di questa coppia, la figlia Lucrezia e Tolle, il suo fidanzato. Questi, contrastati dalle rispettive suocere, riusciranno alla fine della rappresentazione a coronare il loro sogno d’amore.

PUGLIA

Palo del Colle (Ba): il Martedì Grasso si corre il “Palio del Viccio”. L’ambito premio è appunto un Viccio, un tacchino. Un tempo la gara era cruenta e quasi macabra perchè i cavalieri dovevano infilzare con la spada e portare via la povera bestia viva. Ad ogni colpo, il tacchino veniva ferito fino a ridursi a una ammasso di sangue.

Oggi, per fortuna la manifestazione consiste nel tentativo di forare una borsa piena d’acqua a circa quattro metri di altezza. Il vero viccio si gode lo spettacolo sistemato in una grossa cesta, mentre la folla gli lancia lupini e fagioli che lui divora con gusto. I “cavalieri” non montano superbi puledri ma solo dei modesti asinelli.

Putignano (Ba): il carnevale di questo paese è il più lungo d’Italia inizia il 26 dicembre, data che vuole ricordare la traslazione delle reliquie di S.Stefano, nel 1349, nel monastero cittadino per proteggerle dalle scorrerie dei turchi. Putignano è famosa per la lavorazione della cartapesta con la quale si fabbricano i carri allegorici.

BASILICATA

Montescaglioso (Mt): panciuto “Carnevalone” a cavallo di un asino, si arrampica per le strade erte del paese, annotando i buoni e i cattivi mentre una cinerea “Parca” roteante un fuso gli fa strada insieme a “Quaremm”, la moglie di lui. Costei porta in braccio un fantolino, simbolo del futuro carnevale. La gente impazza e si diverte ma solo fino a mezzanotte quando arriva la Quaresima.

CALABRIA

Castrovillari (Cs): Grande festa carnevalesca tenuta dalla popolazione di origine albanese, praticamente un “Festival internazionale del folklore”. Vino e cibo a volontà con lo spettacolo dei meravigliosi costumi tradizionali femminili.

Montalto Uffugo (Cs): Nella mattina di Martedì Grasso, un corteo nuziale di soli uomini travestiti da spose, damigelle e invitati, va di casa in casa offrendo dolcetti e ricevendo in cambio vino, il tutto con satire e sberleffi contro i notabili del paese, al ritmo di canti e danze. Poi arrivano i “Gigantizzi”, re e regine con enormi testoni di cartapesta. Il corteo sfila in paese ai ritmi ossessivi dei tamburi finchè a tarda notte il Carnevale esplode in un’unica, enorme sfrenata danza collettiva.

SICILIA

Castellana Sicula (Pa): il Carnevale, anticamente legato a due maschere tipiche locali, “Zu peppi e Zu pappa”, è oggi imperniato su sfilate allegoriche tradizionali.

Sciacca (Me): sfilano carri allegorici caratterizzati ciascuno dal proprio inno e da una recitazione in dialetto siciliano strettissimo. Oratoria involuta e prolissi giri di frase.

I temi sono riferiti all’attualità politica.

SARDEGNA

Mamoiada (Nu) – i “Mammuthones” sono stupende maschere molto antiche e un poco inquietanti, con fazzoletti sul capo e tipica giacca dei pastori. Essi portano un rumoroso mazzo di campanacci da bue e una singolare maschera nera intagliata nel legno. L’abbigliamento sta a indicare il profondo legame della popolazione con la terra. I Mammuthones sono accompagnati, nella sfilata, dagli “issokadores”, uomini non mascherati che, con una lunga fune, tentano di catturare qualche ignara persona tra la folla.

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Note 

(articolo tratto da: “Guida alle feste popolari in Italia” a cura di Carlo Autiero. 1990 Datanews Editrice.)

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L’Autore dell’articolo ha pubblicato una “Trilogia delle streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Il Natale tra storia e feste popolari”. A cura di Alfredo Betocchi

 

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Il Natale è fra tutte le feste dell’anno quella più amata e più desiderata. Chi non ricorda, con una punta di nostalgia e tenerezza, le vigilie trascorse da bambino ad aspettare una magica apparizione che reca con sé doni tanto desiderati?

In tutto il mondo occidentale la festa ha conservato intatta il suo fascino, anche se essa ha perduto molto del suo significato religioso. Pur scristianizzato, il Natale ha comunque la sua incantata dimensione, sostituendo al bambinello un allegro Babbo Natale, figlio del consumismo e della Coca Cola.

Il Natale è la festività che più affonda le sue radici nel nostro paese. Essa era citata nel più antico almanacco cristiano in uso a Roma nel IV secolo d.C. Era indicata proprio la data del” VIII Kalendas Januarias” – cioè il 25 dicembre – per indicare la nascita di Gesù.

Prima dell’era cristiana la data del 25 dicembre indicava la festa del “Sol Invictus”, divinità solare introdotta dall’imperatore Aureliano (270-275 d. C.) per onorare il caldo astro. La nostra stella inizia proprio in quei giorni, infatti, ad allungare le ore di luce.

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Prima del IV secolo le date indicate per la nascita di Gesù erano le più svariate: 28 marzo, 18 aprile o il 29 maggio.

Nella Chiesa orientale il Natale si festeggiava il 6 gennaio, facendola coincidere con una antica festa gnostica (Lo gnosticismo è una corrente ereticale del giudaismo).

La Chiesa di Roma, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari introdotti da Aureliano, pensò di celebrare nello stesso 25 dicembre il Natale di Gesù, visto come unico sole per il credente. Lentamente nella mente della gente si fece strada l’idea dell’identificazione del “Sol invictus” con il Signore dei cristiani.

Da Roma, l’idea si diffuse in tutta la cristianità e, a poco a poco, conquistò anche l’oriente ortodosso. In Italia mille paesi iniziarono a festeggiare il Natale con manifestazioni folkloristiche, per lo più con rappresentazioni della Natività.

In Piemonte a Vercelli e a Viola (Cuneo) si sfila per il paese in costume dando vita a un bellissimo Presepe vivente.

Lo stesso avviene a Chambave, in Val d’Aosta, dove i paesani non hanno nemmeno il bisogno di travestirsi: i loro costumi tradizionali sono molto simili a quelli dei pastori del presepe.

In Lombardia, a Canneto di Mantova, viene fatta una suggestiva fiaccolata della Pastorella con canti tradizionali.

A Laveno sul Lago Maggiore, alla vigilia di Natale, viene allestito un “Presepio sommerso e illuminato” che lascia a bocca aperta chiunque passi di lì.

In Trentino si tengono i tradizionali – Mercatini di Natale – che fanno felici grandi e piccini.

In Veneto, a Verona, si organizza il “Natale in Arena”, rassegna internazionale del presepe nell’arte.

E quale migliore periodo dell’anno, a Treviso, per presentare l’ottimo “Radicchio rosso”?

In Friuli si opta per le corali ed i concerti natalizi.

In Romagna, nel centro storico di Ravenna, si festeggia il Natale con splendide luminarie, un Albero di Natale in Piazza del Popolo e immancabili stand gastronomici.

In Toscana, a Camporgiano (Lu) la sera di Natale si accende un tipico falò di rami di ginepro, abete ed altre essenze profumate al suono della grande campana della chiesa di S.Giacomo. Anche a Gorfigliano (Lucca), si accendono grandi falò, ma sui monti intorno al paese. A Prato ha luogo la tradizionale “Ostensione della Sacra Cintola” dal pulpito scolpito da Donatello, nella Cattedrale.

Nelle Marche, a Tolentino, accolgono il Natale con un Festival di canzoni inedite per bambini.

In Umbria, a Gubbio, alle falde del Monte Ingino, viene acceso – l’Albero di Natale più grande del mondo – , alto quanto una montagna. L’avvenimento è citato anche sul libro dei “Guinness dei primati”. 

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Nel Lazio, a Greccio, avviene la rievocazione del Presepe Vivente,istituita da San Francesco nel 1223 e mai più interrotta. 

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Presepi viventi anche in Abruzzo, terra di pastori; inoltre a Castelli (Teramo), viene allestito uno splendido presepe di ceramica in grandezza naturale.

Ad Agnone (Isernia) in Molise, si tiene una suggestiva “Fiaccolata notturna” a cui partecipa tutta la cittadinanza.

In Campania a Baiano (Av), si svolge per le strade la “Festa del Maio Sparato” in cui un grosso albero di castagno (il Maio, appunto) viene portato in paese tra scoppi di mortaretti, bande musicali e potenti colpi di carabina. Alla fine esso viene incendiato in una sarabanda generale.

In Puglia si preferiscono i concorsi. Numerosi sono infatti, tra i paesi i concorsi sui più bei presepi in famiglia.

In Calabria e in Sicilia, numerose accensioni di falò e sfilate di pastori.

A Cagliari, infine, per tutto il mese di Dicembre, si svolge la “Fiera Internazionale della Sardegna”.

Il nostro allegro popolo italiano, travolto dall’atmosfera di festa che ispira il Natale, si è sbizzarrito anche ad inventare gustose ricette per addolcire la Vigilia e per assaporare il piacere di stare insieme. Tra le tante ricette natalizie, eccone una veramente originale e simpatica:

Le Stelle di Natale

  • Sciogliete 150 g. di burro con 3 cucchiaini di miele d’acacia. Setacciate in una ciotola 500 g. di farina, un cucchiaio di bicarbonato, 100 g. di zucchero semolato, spezie ed un pizzico di sale ed impastate con il mix di burro e miele, ½ litro scarso di latte e due uova intere (sgusciate). Avvolgete la pasta nella pellicola e fatela riposare per un’ora in frigo. Stendete la pasta allo spessore di 2-3 mm., incidete 60 biscotti a stelle di dimensioni crescenti e cuoceteli in forno a 180° per 15 minuti. Intanto mescolate l’albume di 1 uovo con 250 g. di zucchero a velo ed 1 cucchiaino di succo di limone. Se non avete dimenticato le stelle in forno, tiratele fuori, e fissate con la glassa in ordine decrescente ed i confettini di zucchero argentati. Poi ultimate con altro zucchero a velo rimasto. Se non vi è venuto il diabete potete ora offrirle a tutti e mangiarne anche voi…

       BUON NATALE!!!

 

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L’Autore di questo articolo ha pubblicato pure una “Trilogia delle Streghe” e un romanzo dal titolo: “Ramesse XI”.