Viaggio attraverso la storia presenta In cerca di Matilde”. A cura di Alfredo Betocchi

Castello di Canossa

Quando la piana che da Firenze arriva fino all’attuale costa era un mare, di tanto in tanto si aprivano bocche di vulcani che eruttavano lave incandescenti. Alle sua spalle, l’Appennino si elevava in dolci e ondulati pendii mentre in basso il versante appariva più ripido e solcato da profonde forre.

Queste rupi scoscese chiamate in tempi storici “calanchi” o “Rupi del Diavolo”, si rivelarono perfetti per erigervi castelli inespugnabili.

Nell’alto Medioevo ebbe origine il castello di Canossa, così detto dal colore del calcare bianco con il quale era stato costruito (canus – bianco) verso il 940.

La storia del castello è avventurosa ben prima dell’arrivo di Matilde, marchesa di Toscana.

La fortezza fu costruita da Azzo Adalberto, figlio di Sigifredo da Lucca intorno al 940, che ospitò nel 950-51 la regina Adelaide, fuggita dalla prigionia del castello del Garda, dov’era tenuta dal re Berengario II, il quale dopo il 952 assediò per circa tre anni il castello.

Canossa è celebre soprattutto perchè in esso nel 1077, alla presenza della contessa Matilde e di Adelaide, marchesa d’Ivrea (non quella di prima), l’imperatore Enrico IV si riconciliò dopo essersi umiliato, col papa Gregorio VII.

Matilde-di-Canossa

Dal fatto derivò l’espressione proverbiale “andare a Canossa”, per cedere, umiliarsi.

Nel 1092, Enrico IV tentò vanamente di impadronirsi del castello.

Fu teatro di lotte fra la famiglia nobile dei Correggio e il comune di Parma, fu conquistato nel 1409 dagli Estensi e divenne in seguito ragione di contese fra questi e i Farnese.

Oggi il castello è in rovina, come pure la chiesa che vi era annessa e non ne restano che ruderi continuamente minacciati dalle frane.

Molti dei rilievi montuosi dei quali accennavo all’inizio, furono utilizzati al tempo di Matilde e dei suoi antenati per erigervi poderose fortezze capaci di resistere a qualsiasi esercito. Vi sono castelli a Rossena, Rossenella, Bianello, Sarzana e Carpineti. Oggi rappresentano altrettante tappe del cosiddetto “Sentiero di Matilde” che dal paese di “Ciano d’Enza” risale i crinali delle colline fino allo spartiacque toscano per un’ottantina di Km percorribili comodamente in 4-5 giorni a piedi come nel medioevo.

A Bianello in realtà i colli sono quattro e ciascuno ospita un castello come attesta il toponimo “Quattro Castella”, usato ancora oggi. A Bianello nel 1111, fu incoronata la contessa Matilde come Vice Regina d’Italia dall’imperatore Enrico V, figlio ed erede del sovrano penitente. Il fatto è ricordato da una rievocazione storica, il “Corteo Storico Matildico” seguito da una “Quintana dell’Anello” e dal Gran Passo d’Armi”, sfida tra armigeri su una stretta passerella.

Tra agosto e settembre, a Ciano d’Enza (Enzo era il figlio minore di Federico II di Svevia. Sconfitto dai bolognesi a Fossalta nel 1249, vi fu tenuto prigioniero fino alla morte. Il fatto dette il nome alla Val d’ Enza e al fiume omonimo), si svolge la rievocazione storica del “Perdono di Canossa”.

Al di là della Storia, in quei luoghi vi sono anche ottimi sapori culinari, iniziando da quell’Aceto Balsamico tradizionale”, condimento antichissimo tanto che venne citato dal monaco Donizone contemporaneo di Matilde.

Rischierei una scomunica peggiore di quella che colpì Enrico IV se non citassi la cucina dei luoghi matildini, i “Cappelletti”, lo “Gnocco Fritto”, il “Lambrusco” e per finire in bellezza, l’Erbazzone” torta salata ripiena di bietole e abbondante Parmigiano Reggiano.

Continuando la nostra passeggiata sui crinali reggiani, incontriamo Sarzana, dove si può ammirare un castello matildino dalle due torri. Qui lavorò tra l”800 e il ‘900 Maria Bertolani del Rio, psichiatra e storica. Essa pubblicò un repertorio di elementi decorativi dell’XI secolo utili alla terapia di malati mentali. Nacque così l’Ars Canusina .

Il castello di Carpineti ha una triplice cinta di mura e fu molto amato da Matilde che vi soggiornò a lungo. Esso domina la Valle del Serchio nella quale si possono trovare funghi, tartufi e assaggiare un’ottima polenta.

La contessa Matilde fu il più significativo personaggio a cavallo tra XI e il XII secolo. Bella e dallo sguardo volitivo, era discendente da una famiglia tedesca stabilitasi in Toscana.

Nacque nel 1046 dal marchese Bonifacio III e da Beatrice dei duchi di Lorena. Alla morte del padre ereditò vasti domini che comprendevano Reggio, Modena, Parma, Ferrara e i ducati di Spoleto e di Camerino più una parte della Lombardia. Questi erano gli ex territori governati dai Longobardi.

A causa di un matrimonio con un personaggio potentissimo, entrò nel mirino dell’imperatore Enrico III che la temeva. La catturò e la portò prigioniera in Germania. Alla caduta di Enrico III, tornò in Italia, seguendo la politica di alleanza col Papa. Al contrasto tra Enrico IV e il Papa, fece opera di moderazione che sfociò nel “Perdono di Canossa”.

Negli ultimi anni della sua vita, beneficò chiese e monasteri.

Morì a Bondeno il 24 luglio 1115 e venne sepolta nel convento di S.Benedetto di Politrone, presso Mantova.

Nel 1632, per ordine del papa Urbano VIII, la sua salma venne portata a Roma.

Tomba di Matilde (1)

Un rilievo marmoreo, raffigurante l’assoluzione di Enrico IV a Canossa, opera di Stefano Speranza (sec. XVII) si trova nel monumento funebre della contessa Matilde, in S. Pietro.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “IL PALAZZO MEDIOEVALE La torre di Londra”. A cura di Alfredo Betocchi

 

 

Questo è il primo di una breve serie di articoli che ha avuto come apripista quanto scrissi sulla Cattedrale di Notre Dame di Parigi.

Gli argomenti verteranno su Fortezze e Cattedrali dell’Inghilterra, una terra ricca di episodi storici e fatti pittoreschi che hanno acceso la fantasia di generazioni di scrittori e fatto la felicità di milioni di lettori in tutto il mondo.

Da quando l’ultimo centurione romano lasciò la Britannia, all’inizio del quinto secolo d.C., un alone di magia e di eventi significativi avvolse tutto il territorio (ricordiamo fra tutti la leggenda del mago Merlino e quella di Parsifal).

Oggi faremo un giretto nella “TORRE DI LONDRA” che si trova sulle rive del fiume Tamigi.

La Torre di londra

La ricca, variegata storia di questa antica nazione dal 1078, l’anno nel quale iniziò la costruzione della “Torre Bianca”, è concentrata nella Torre di Londra.

I re d’Inghilterra, allor quando l’esito di una battaglia si volgeva contro di loro, trovavano la salvezza nella Torre. Due sovrani trovarono una fine violenta all’interno delle sue mura e uno fu addirittura deposto.

Ai tempi dei Normanni e dei re Plantageneti, la fortezza cambiò frequentemente di mano tra la Corona e i baroni e, sebbene fosse stata spesso assediata, non fu mai catturata.

Sin dal tempo dei Normanni, la Torre fu utilizzata come prigione: i suoi famosi e sfortunati prigionieri compresero John de Baliol, re degli Scoti nel 1296, fino a Rudolf Hess, gerarca nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Essa fu un luogo di torture e di esecuzioni capitali, sulle sue pareti di pietra vi sono ancora incise poesie, invettive e disegni dei condannati che vi dimorarono.

Ma vediamola più da vicino questa terribile Torre.

Il luogo più prestigioso è la “JEWEL HOUSE”, nel quale i re e le regine inglesi conservavano i propri gioielli. Tra qusti si possono ammirare la Corona Imperiale e il Globo d’oro sormontato dalla Croce simbolo di sovranità. Quattro delle cinque spade di Stato. La Saliera di Elisabetta I, usata l’ultima volta durante il banchetto per l’incoronazione di Giorgio IV nel 1820. Ci sono poi due corone di regine: quella appartenuta all’italiana Maria di Modena, seconda moglie di Giacomo II (1685-1688) e quella della Regina Madre, consorte di Giorgio VI (1936-1952) . E ancora l’anello che la regina Elisabetta II indossò il giorno della sua incoronazione nel 1952.

Quale edificio più sicuro e controllato conoscete in Inghilterra?

Guglielmo il Conquistatore, principe normanno, soprannominato così per aver sconfitto Aroldo, re d’inghilterra, strappandogli la corona e la vita, ordinò la costruzione della “TORRE BIANCA” che segnò l’inizio della storia della Torre di Londra come palazzo e come fortezza. Oggi contiene una vasta e bellissima raccolta di armi e di armature.

White Tower

Annessa alla Torre vi è la Cappella di Saint John, uno dei più begli esempi di architettura normanna. Nella cripta sono conservati il ceppo e la scure con la quale fu tagliata la testa di Simon, Lord Lovat nel 1747. Costui morì a causa dell’appoggio dato alla rivolta dei Giacobiti nel 1745, legittimisti inglesi rimasti fedeli a Giacomo II e ai suoi successori dopo la rivoluzione del 1688. I loro tentativi di restaurare la dinastia degli Stuart ebbero fine con la disfatta di Culloden (1746) – battaglia durata solo un’ora – dove si infransero i sogni di indipendenza della Scozia.

Di fronte alla Torre Bianca si trova l’edificio rotondo chiamato “BLOODY TOWER”, costruito da Enrico III nel XIV secolo. In origine era chiamata “GARDEN TOWER”, ma il suo nome fu cambiato nel 1597 in “Torre Sanguinaria” a causa dell’orrendo assassinio di due piccoli principi, Enrico V e suo fratello il Duca di York ad opera del Duca di Gloucester, Riccardo III. Duecento anni dopo, alcuni operai rimuovendo una lastra di pietra nella parte sud della Torre Bianca, scoprirono una bara che conteneva gli scheletri di due ragazzi. Esse furono identificate come quelle dei due giovani assassinati nel 1483. Le ossa furono spostate nella cappella di Enrico VII nell’abbazia di Westminster in un’unica urna.

Nel 1933, l’urna fu aperta da una Commissione Reale che stabilì definitivamente che le ossa appartenevano proprio au due piccoli principi.

In questo luogo fu tenuto prigioniero per tredici anni, fino al 1618, anche Walter Raleigh, navigatore e personaggio eclettico e geniale.

La Torre di Londra è in realtà una fortezza circondata da torri che hanno ognuna un nome diverso.

Molto interessante è invece un luogo particolare detto “WATERGATE”, ossia “CANCELLO FLUVIALE”. Questo passaggio, posto sulle rive del Tamigi, fu fatto costruire dal re Enrico III intorno al 1230 e permetteva al sovrano di accedere alla fortezza direttamente dal fiume, senza pericolo.

Un altro luogo molto significativo è il “CANCELLO DEI TRADITORI”. Tutti i nemici della Corona che fossero entrati da quel cancello di legno erano sicuri di non poter più uscire vivi dalla Torre.

Molti eminenti personaggi attraversarono il “TRAITORS’ GATE”, tra questi: Sir Thomas More, Thomas Cromwell e Robert Devereux Signori dell’Essex, e James Scott Duca di Monmouth, figlio naturale di Carlo II.

Pittoresca è la leggenda che avvolge i Corvi della Torre. Essi vivono nella fortezza da quando questa fu costruita e nel XVII secolo il re Carlo II decretò che i corvi avrebbero dovuto viverci per sempre. Allorquando non vi fossero più corvi nella Torre, l’Inghilterra e il suo impero sarebbero caduti. Ma tutti sappiamo che l’Impero non aspettò la fine dei corvi per dissolversi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la gran parte delle colonie britanniche ebbero accesso all’indipendenza e l’orgoglioso Impero di Sua Maestà scomparve.

I luoghi interessanti della Torre sono molti e lo spazio per la loro descrizione sarebbe troppo lungo. Ne accennerò ancora solamente due.

Su un grazioso quadrato di terra coltivato a prato, posto alla sinistra della Torre Bianca, viene ricordato il luogo delle esecuzioni capitali. Qui furono decapitate la seconda e la quinta regina, mogli di Enrico VIII, Anna Bolena (Ann Boleyn) nel 1536 e Caterina Howard nel 1542. Questo sovrano, che promosse lo scisma dalla Chiesa di Roma, fondando la Chiesa Anglicana, ebbe ben sei mogli. Quale miglior modo per liberarsi della precedente, tagliandole la testa? Nessuno si scandalizzi, i tempi erano quelli. D’altronde le accuse rivolte a queste nobildonne era di adulterio!

Altre famose nobildonne perirono di decapitazione su quel prato: Margareth, contessa di Salisbury nel 1541, Jane, viscontessa di Rochford nel 1542 e Lady Jane Grey nel 1554.

Dopo tanto sangue, un po’ di amenità: Gli “Yo men Warders (nome completo: “Yo men Warders of Her Majesty’s Royal Palace and Fortress the Tower of London”), comunemente conosciuti come “BEEFEATERS”, cioè gli “ALABARDIERI”, esistono in Inghilterra almeno dal XIV secolo e nel 1485 divennero ufficialmente le Guardie del Corpo del re Enrico VII nella Torre di Londra.

Oggi svolgono prevalentemente un servizio di controllo e conducendo visite guidate durante tutta la giornata.

Sono comandati da un Governatore e i suoi membri sono generalmente ex militari dell’esercito o dell’aviazione con un impeccabile curriculum.

 

 

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Una mostra del 4040. Intervista al prof. Agenore Benno”. A cura di Alfredo Betocchi

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« Signori olispettatori, buonasera! è il vostro Stilicone degli Ori da Radio Himalaia che vi parla in collegamento dal Museo della Civilltà Antica qui a Mustang.

Si inaugura oggi una nuova, interessantissima mostra sulla cosidetta Epoca dei Primi Video. Come avrete studiato sui libri di storia, questa antica civiltà sorta all’inizio del XXI secolo, durò per circa cinquecento anni per poi evolversi nella successiva Età dell’Ologramma nella quale stiamo vivendo.

Già mille e cinquecento anni sono trascorsi da quell’epoca remota e pochi oggetti preziosi e rari monumenti si sono salvati dalle vicende storico-geologiche che la spazzarono via. Abbiamo qui con noi il professore Agenore Benno che ci descriverà, a grandi linee, il percorso della mostra. Ci parlerà della parabola ascendente e della fine di quegli antichi tempi. Buonasera professore».

«Buonasera a lei e a tutti gli olispettatori. La mia equipe ed io abbiamo condotto accurate ricerche nel continente sommerso che una volta si chiamava Europa e che adesso è formato dalle tre isole Pirenee, Alpine e Appenniniche.

I nostri mezzi subacquei hanno scandagliato per molti anni, nel corso di campagne sottomarine, i fondali alla ricerca di reperti risalenti più o meno al 2000 d. C.

Le nostre ricerche sono state fruttuose ma avare di oggetti. Abbiamo trovato vestiti, oggetti metallici che probabilmente erano usati per deambulare, mobili, oggetti di uso comune e rari gioielli.

L’oggetto più importante rilevato a una profondità di circa cento metri, inserito in un piccolo edificio, stretto e lungo che dall’aspetto pareva parte di un’abitazione primitiva, è quello che abbiamo chiamato “Il Trono dell’Imperatore”.

Questo manufatto costruito in materiale di colore bianco ci è pervenuto, pensiamo, completo.

I nostri colleghi, ovviamente, non sono affatto sicuri che si tratta di un trono ma per praticità i primi scopritori lo hanno chiamato così.»

«Professore, può descrivere per i nostri olispettatori di quali pezzi esso è composto? Siamo tutti curiosi di avere almeno un’anteprima in attesa di ammirare questo rarissimo e prezioso oggetto.»

«Certamente. Esso è formato da quattro reperti di diverso materiale, il più grande dei quali è il cosiddetto “Trono”. Gli altri tre sono di diversa fattura. Vi è quello che sembra un coperchio di forma ovale. Vi è poi un oggetto della medesima forma ma costruito come una cornice. Entrambi sono dello stesso colore del trono.

In un angolo dell’ambiente gli archeologi hanno portato alla luce, semi sepolta, una lunga e fine collana di materiale metallico che sosteneva a un’estremità una sorta di pendente dello stesso materiale bianco del coperchio e della cornice.

Dopo approfonditi studi, abbiamo concluso che tali oggetti facevano parte di un corredo di un potente personaggio dell’epoca. Presumiamo che costui si sedesse sul trono sul quale era fissato il coperchio ovale, mentre al collo portava, come simbolo di sovranità o di importanza sociale, la cornice. La collana metallica era presumibilmente uno scettro.»

«Professor Benno, tutto questo è molto interessante, ma abbiamo letto che la vostra equipe ha fatto una scoperta ancora più interessante. Un’iscrizione dell’epoca su una parete del vano nel quale è stato trovato il Trono. Può dire qualcosa in merito ai nostri olospettatori?»

«C’è poco da dire. Abbiamo rilevato sulla parete, peraltro molto rovinata della sala del trono, pochi segni quasi illeggibili, così composti: “Ce…o f…a t…f..re 3..8…1” .

Ignoriamo quale possa essere il significato di tale messaggio ma crediamo possa essere stata una formula propiziatoria per la carriera dell’illustre personaggio.

Purtroppo non si è trovato nessuna traccia del corpo del sovrano o chi per esso.

Posso solo aggiungere che i nostri ricercatori sono stati fortunati nel rilevare poco più in là del trono una tavola di legno quasi completamente marcita con inserita in un apposito pertugio, una piccola chiave. Sulle liste del legno vi erano incise altri due simboli sconosciuti dei quali, il primo è illeggibile perchè troppo consunto e il secondo è questo: “W”.

Come è noto, il continente Europa fu sommerso dal mare il cui livello si alzò a causa dello scioglimento dei ghiacci dei poli. La mancanza di territorio scatenò una letale guerra fra le potenze dell’epoca per il possesso delle terre e dei mari superstiti.

Questa catastrofe cancellò per sempre, verso il 2500 d.C., quella remota civiltà.»

«La trasmissione si conclude qui. Ringraziamo e salutiamo il professor Benno per la sua spiegazione così chiara e avvincente. Invitiamo gli olispettatori a venire numerosi per visitare questo Museo della Civiltà Antica, unico nel suo genere.

E’ il vostro Stilicone degli Oddi da Radio Himalaia che vi saluta. Buonasera a tutti!»

(I nomi e gli avvenimenti descritti nell’intervista sono frutto della fantasia dell’autore)

***

L’autore del racconto ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo: “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “L’ETERNA QUESTIONE EBRAICA. A cura di Alfredo Betocchi

Palestina

 

La Palestina occupa un’area di circa 24.000 Km. quadrati, equivalenti pressappoco alla Sardegna ed è prevalentemente una terra agricola e di allevamento. Può essere suddiviso in quattro zone distinte:

a) le pianure costiere, con terreni molto fertili, abbondanti d’acqua e forti precipitazioni, coltivati da sempre ad agrumeti;

b) le regioni collinari, anch’esse con terreni molto fertili ma adatte a piantagioni a terrazze d’alberi decidui, specialmente ulivi;

c) la valle del Giordano col mar Morto, che si trova a 375 metri sotto il livello del mare Mediterraneo, ha un terreno che si presta a ogni tipo di coltivazione, aiutata da irrigazioni di acque pompate dal fiume poiché le precipitazioni sono scarse;

d) il deserto meridionale che si trova anch’esso sotto il livello del mare ma che si divide in due zone ben distinte per sfruttamento del suolo: la parte settentrionale è composta di terreno più fertile, mentre quella meridionale è formata da altipiani, molto erosi e aridi, e da valli e pendii scoscesi.

L’opinione pubblica è sempre stata indotta a credere dai mass-media che la Palestina fosse una terra desolata e infruttuosa, dimenticata e spopolata, abitata da pochi beduini raccolti in rare oasi o in piccoli paesi dagli altisonanti nomi biblici. Ciò non corrisponde affatto a verità: la “Terra Santa” era rinomata sin dal tempo dei Crociati per i suoi uliveti e gli agrumeti. Nel XIX secolo, erano famose in Europa, come oggi, le arance di Giaffa che erano importate in grande quantità, mentre la Bibbia stessa racconta di vigneti e campi d’orzo che imbiondivano al sole. (1)

Non vi è motivo di dubitare che lo sfruttamento del territorio non fosse continuato nei secoli da quel popolo industrioso e pacifico che è il palestinese, nonostante le numerose invasioni.

La Palestina, terra di passaggio senza precisi confini naturali, ha sempre ospitato popoli di varia etnia e religione. Le tensioni e le crisi sono sempre giunte dall’esterno, portate prima dagli arabi poi dalle armate dei Crociati, indottrinate da fanatici predicatori e spinte al massacro delle popolazioni autoctone arabe ed ebree, poi dai Persiani, dai Mongoli, dai Turchi e infine dagli immigrati ebrei, esortati a occupare la terra, promessa da Dio ben 2700 anni prima. (2)

La vita della Palestina era sempre scorsa tranquilla, sia sotto la dominazione ottomana fino al 1918 che sotto il Mandato britannico fino al 1948.

Mussulmani, ebrei e cristiani, dopo la follia omicida delle Crociate, avevano sempre convissuti pacificamente riunendosi ciascuno nei propri templi e adorando la stessa divinità, in qualsiasi modo la si fosse voluta chiamare: Allah, Jahvè o Dio.

Il fulcro della tragedia palestinese dall’inizio del XX secolo é stato lo sradicamento e lo spopolamento degli arabi-palestinesi compiuti per permettere “l’accoglienza” di emigrati di religione ebraica provenienti da ogni parte del mondo, con la conseguente creazione di milioni di profughi che, senza la speranza di un ritorno, procurarono insicurezza e conflitti permanenti oltre che il fenomeno del “terrorismo”.

La costituzione di una forte popolazione di fede ebraica fu pianificata da una idea politica chiamata “Sionismo”.

Pochi numeri a sostegno della verità: la proprietà dei terreni da parte delle persone di fede ebraica nel 1918 ammontava a circa il 2% dell’area totale della Palestina. Quando il Mandato britannico terminò nel 1948 e fu proclamato lo Stato d’Israele, le proprietà ebraiche avevano raggiunto la modesta cifra del 5,67%, una porzione del tutto irrilevante per giustificare una spartizione del territorio. (3)

Il Movimento Sionista fu fondato da Theodor Herzl che convocò un Congresso a Basilea, in Svizzera, nel 1897. Era costui un avvocato austriaco che aveva teorizzato, un anno prima, nel suo libro: “Lo Stato Ebraico, tentativo di una soluzione moderna del problema ebraico”, il ritorno di tutti gli ebrei in Palestina. Tuttavia, dopo aver posto le basi del suo progetto, morì nel 1904, senza vederne mai la realizzazione.

Theodor Herzl

Durante il Congresso, Herzl propose, non senza aspri contrasti, l’obiettivo di creare una patria legale al “popolo” ebraico in Palestina, promuovendo una politica di massiccia emigrazione di contadini e operai ebrei da tutto il mondo, organizzandoli e unendoli attraverso “appropriate istituzioni locali” e rafforzando in loro il sentimento e la coscienza nazionale ebraica; in una parola, risuscitando lo Stato d’Israele che era stato distrutto dalle legioni romane dell’imperatore Tito nel 70 dopo Cristo (1827 anni prima!).

Su quali principi, quindi, si era basato il Movimento Sionista per affermare che gli ebrei rappresentavano un popolo? In definitiva solo tre e molto discutibili

:

  1. Tutti gli ebrei viventi discendono in tutto e per tutto dagli ebrei antichi vissuti in Palestina prima che il re babilonese Nabuccodonosor li deportasse schiavi in Babilonia nel 586 avanti Cristo.

  2. L’idea del ritorno alla Terra Promessa è una speranza che gli ebrei hanno sempre coltivato e che si sono trasmessi di generazione in generazione.

  3. L’antisemitismo è una tendenza radicata in tutti coloro che non sono ebrei.

Con questo incitamento all’immigrazione selvaggia si ignorava, intenzionalmente e del tutto, il fatto che in Palestina viveva già una popolazione omogenea e autoctona e laboriosa, sottomessa ai potenti Stati dell’epoca (l’Impero Ottomano, prima della Grande Guerra e il Mandato Britannico, dopo) in totale disprezzo, inoltre, dello Status Giuridico del territorio, spingendo per il fatto compiuto a detrimento della convivenza pacifica di quelle genti in centinaia d’anni.

Herzl spingeva gli ebrei della Diaspora a tornare in Palestina, incoraggiandoli prima a comprare poi a occupare con la forza terre già abitate, invece di invitarli a erigere uno Stato multi confessionale nel quale ebrei, mussulmani e cristiani potessero convivere tranquillamente, creando una “Repubblica di Palestina”, laica, in cui non fosse gente di una sola fede a governare lo Stato, ma “cittadini”, di qualunque fede essi fossero.

Egli scelse, in pratica la soluzione peggiore con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Lo Stato d’Israele, nato nel 1948, si è circondato così di nemici feroci fuori dai suoi confini e di avversari insidiosi all’interno, creando un’eterna insicurezza ai propri cittadini e impegnandosi periodicamente in guerre sanguinose per sopravvivere (1948, 1956, 1967, 1973, 1982 e 2006 … quando la prossima?)

Non basta, esiste una questione più sottile e più grave da analizzare: la confusione voluta che viene fatta tra Ebraismo e Sionismo.

Chi è “l’Ebreo”? E’, come persona, un cittadino di qualunque nazione di religione ebraica o è parte di un popolo a sé stante, disperso, che vive provvisoriamente all’estero in attesa di tornare presso il proprio focolare nazionale?

Questo è il grave equivoco ancora oggi irrisolto e che continua ad autoalimentarsi, creando polemiche e discussioni perfino fra gli stessi ebrei.

La gente di fede ebraica ha sempre sofferto sulla propria pelle questo dilemma.

Ecco qualche esempio tratto dai libri di storia:

Alla fine del XV secolo gli ebrei furono espulsi dalla Spagna, accusati dei più orrendi crimini (oltre al fatto di aver crocifisso Gesù), di fare sacrifici umani e di rubare i bambini cristiani.

In Russia, in Polonia e nei paesi dell’est europeo, gli ebrei furono discriminati, perseguitati e sterminati con le stesse accuse in sanguinosi “pogrom” (4).

In Italia, negli Stati pre unitari, essi erano rinchiusi in ghetti e costretti a vivere in determinati luoghi delle città, potendo praticare solo l’usura e piccolo artigianato, alimentando così altre calunnie e persecuzioni.

Nel XX secolo tutti sanno quello è successo, gli ebrei sono stati considerati una razza a sé stante e sterminati a milioni.

E’ naturale che sognassero la fine di queste persecuzioni e la fuga dagli stenti, in una Terra Promessa che Dio aveva dato loro quattromila anni fa, come insegnano i rabbini ancor oggi. Ma la Storia non può tornare indietro senza far pagare a qualcun altro un altissimo prezzo da pagare. (Vi immaginate l’Italia che rivendica l’Impero Romano? O la Grecia quello Bizantino?)

Il messaggio di Theodor Herzl ha dato voce e forza a chi sosteneva che l’Ebraismo non è una religione ma un’etnia a sé stante (cos’altro intendeva con “il Popolo Eletto d’Israele?) ed è esattamente l’opposto di quello che avrebbe dovuto predicare per sradicare l’antisemitismo che tanti lutti ha causato.

Semanticamente, l’antisemitismo dovrebbe comprendere tutti i popoli semiti, quindi anche gli arabi.

Nei mass media non si sente mai affermare che la pace in Palestina deve passare “da una convivenza tra credenti nello stesso Stato”, ma che essa deve poggiare sulla “convivenza di due Stati e due Popoli, separatamente” alimentando il razzismo di uno Stato che insegue dopo migliaia di anni la purezza della razza ebraica, chiudendo dietro a un muro di cemento gli abitanti autoctoni e innocenti di quella sfortunata terra di nome Palestina.

  1. La Bibbia. Numeri. Cap. XIII, 29 e segg.

  2. Ibidem, Esodo. Cap. XXIII, 20 e segg.

  3. S.Adawi. “Raccolto amaro” pag.12 – Ed.Est, Roma, 1970

  4. in russo “devastazione”

La rubrica Viaggio attraverso la storia, è lieta di presentarvi “Carnevale nelle regioni tra storia e divertimento”. A cura di Alfredo Betocchi

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Il Carnevale è quel periodo festivo tra l’Epifania e la Quaresima, culminante nei giorni detti “grassi” dal giovedì al martedì che precedono il Mercoledì delle Ceneri.

Nell’antica Roma, i “Saturnali” ne sono l’antecedente pagano più noto.

In Italia il Carnevale viene festeggiato in quasi ogni città o paese con modalità diverse ispirata spesso a tradizioni medioevali o a fatti storici particolari del luogo.

Ecco una breve panoramica, regione per regione, delle feste più curiose, divertenti e originali che meriterebbero una gita fuori porta.

PIEMONTE

Biella: sabato arrivo del “Gipin”, secolare maschera della città, accompagnata dalla moglie “Catlina”, dal figlio “Gipinot” e da clamorosi fragori di banda. Il Martedì Grasso, il Carnevale culmina con il processo al “Baby”, grosso rospo trasportato in gabbia per le strade, giustiziato e poi bruciato in piazza a mezzanotte in un gran rogo che rappresenta la morte del Carnevale.

Chivasso (To): A Carnevale ha luogo l’elezione della “Bela Tulera” e dell’ “Abbà”, personaggio che nel XIV secolo imponeva tasse e balzelli. Si prende lo spunto dalla ribellione contro il crudele marchese di Monferrato ucciso da una mugnaia, “la bela Mulinera” regina della festa, mentre pretendeva di esercitare sulla giovane il “ius primae noctis”.

VALLE D’AOSTA

Allein: Il Carnevale di questo paese è una testimonianza della forte influenza bonapartista in Valle D’Aosta. Tutti vestono come i nobili di fine ‘700 e portano il cappello come lo portava Napoleone in ricordo del passaggio dell’armata francese per il passo del Gran San Bernardo nell’anno 1800.

LIGURIA

Bogliasco (Ge): il Martedì Grasso rassegna carnascialesca locale con majorette, carri allegorici e orsi mascherati.

Santa Margherita Ligure (Ge): da segnalare la simpatica festa del Carnevale dei Piccoli. Chi ha bambini, ci faccia un salto.

LOMBARDIA –

Milano: qui il Carnevale si festeggia col rito “Ambrosiano” allungando i festeggiamenti al sabato successivo al mercoledì delle Ceneri.

Schignano (Co): sfilate dei “bei e dei brutt”. I belli e i ricchi girano per la città con le pance gonfie di paglia a simboleggiare l’opulenza, pavoneggiandosi in sfarzosi costumi. I poveri e i brutti indossano abiti logori e trascinano delle vecchie valige sfondate. L’ultimo giorno di Carnevale si assiste alla pantomima della donna schiava che si ribella al marito, applaudita dalle spettatrici.

TRENTINO –

Ortisei (Bz): Grande corteo di figuranti in antichi costumi della Val Gardena con slitte trainate da cavalli.

VENETO

Sappada (Bl): bellissime maschere di legno massiccio accompagnano il Carnevale sappadino, uno dei più lunghi che si conoscano. Dura quasi un mese. Ogni domenica è dedicata a una categoria. La prima ai “Pettlar Suntag”, i poveri con vestiti cenciosi. La seconda ai contadini che invadono la città con falci, rastrelli e cumuli di fieno. L’ultima domenica è dedicata ai ricchi notabili del paese, dominata dalla presenza del “Rollate”, tipica maschera del Cadore.

Venezia: è inutile citare lo splendido carnevale veneziano nel quale la città si trasforma in un animato palcoscenico popolato da maschere di ogni tipo. Sabato si snoda sul Canal Grande la “vogada in maschera”.

FRIULI VENEZIA GIULIA –

Muggia (Ts): è tra i più vivaci, ricchi ed entusiasmanti carnevali d’Italia. Giovedì arriva in porto la storica barca veneziana “Serenissima”. Il giorno dopo per antica tradizione, le donne in maschera si impadroniscono del centro (un tempo gli uomini erano in mare o nei cantieri).

EMILIA ROMAGNA –

Cento (Fe): la festa ha origine antiche come testimoniano gli affreschi del pittore Guercino (1591-1666) e sono caratterizzate dalla figura del “Tasi”, maschera locale che viene bruciata davanti alla Rocca. Tasi legge un testamento nel dialetto locale dove lascia i suoi averi ai notabili più famosi della sua città.

TOSCANA –

Bibbiena (Ar): nelle stradine del borgo medioevale viene messa in scena la favola della “Mea”, fatto storico che risale al 1359. La bella lavandaia Bartolomea, detta Mea, era una fanciulla promessa sposa al tessitore Cecco. Un giorno, incontrato il figlio del Conte Piero Tarlati, se ne invaghì. Cecco, saputa la tresca, fece il diavolo a quattro, mettendo a soqquadro il paese. Il Conte obbligò la Mea a tornare con il suo innamorato, mettendo fine ai disordini. In paese, in ricordo di ciò, si brucia il “Pomo della pace”.

Viareggio (Lu): uno dei più conosciuti e frequentati carnevali d’Italia. I carri allegorici vengono studiati anno per anno con pungenti allusioni all’attualità.

MARCHE

Fano (PU): “Il Carnevale dell’Adriatico” fra danze, musiche e allegria, culmina nell’ultima domenica con grandi corsi folkloristici, maschere giganti a piedi, complessi musicali e lanci di dolciumi verso il pubblico. L’orchestra è formata da suonatori di pentole.

UMBRIA

Gubbio (Pg): il Martedì Grasso, Carnevale dei bambini con sfilata di carri allegorici e gruppi mascherati. Sono aperti i negozi di salumi e di ceramiche locali.

LAZIO

Ronciglione (Vt): Cavalcate in costumi, sfilata dei “Cavalieri Ussari” con pittoresco carosello in costumi del ‘700 e finale a passo di carica. La “Confraternita dei Nasi Rossi”, tradizionale maschera del paese, tiene una specie di elogio di Bacco in camicia da notte, cuffia e vaso da notte. In paese si celebra anche una corsa di “bàrberi”, cavalli che corrono liberi per le strade di Ronciglione, contendendosi anche brutamente il traguardo. Il vincitore ottiene una balla di fieno e, per il proprietario soldi e prestigio.

ABRUZZO

Lanciano (Ch): il Martedì Grasso si bruciano al rogo i grossi personaggi politici che hanno raggiunto gli indici più alti di impopolarità.

MOLISE

Tufara (Cb):Il diabolo a Tufara” è una manifestazione in costume nell’ultimo giorno di Carnevale. Belzebù circola di casa in casa con la “mascherata del Diavolo”, una questua infernale che si svolge per tutto il paese. Con il ricavato si organizza un banchetto da “girone dei golosi” che dura fino a notte inoltrata.

Vinchiaturo (Cb): Il Martedì Grasso si celebra il “Lancio del Cacio”, una specie di sfida alla forza di gravità. Due squadre di quattro ragazzi devono far rotolare in salita una forma di formaggio che pesa 15 chili. Vince chi riesce a totalizzare, su un percorso particolarmente accidentato, il minor numero possibile di penalità. Finale con festeggiamenti a vino e pecorino.

CAMPANIA

Trentinara (Sa): il Carnevale ripropone ogni anno il tema ricorrente del povero e del ricco. Zavo, un uomo del popolo, per l’occasione rappresenta un ricco e vuole imitare i Signori. Accusato dalla moglie Quaresima, stufa di pagare i bagordi dello scellerato marito, lo farà condannare al rogo. A fianco di questa coppia, la figlia Lucrezia e Tolle, il suo fidanzato. Questi, contrastati dalle rispettive suocere, riusciranno alla fine della rappresentazione a coronare il loro sogno d’amore.

PUGLIA

Palo del Colle (Ba): il Martedì Grasso si corre il “Palio del Viccio”. L’ambito premio è appunto un Viccio, un tacchino. Un tempo la gara era cruenta e quasi macabra perchè i cavalieri dovevano infilzare con la spada e portare via la povera bestia viva. Ad ogni colpo, il tacchino veniva ferito fino a ridursi a una ammasso di sangue.

Oggi, per fortuna la manifestazione consiste nel tentativo di forare una borsa piena d’acqua a circa quattro metri di altezza. Il vero viccio si gode lo spettacolo sistemato in una grossa cesta, mentre la folla gli lancia lupini e fagioli che lui divora con gusto. I “cavalieri” non montano superbi puledri ma solo dei modesti asinelli.

Putignano (Ba): il carnevale di questo paese è il più lungo d’Italia inizia il 26 dicembre, data che vuole ricordare la traslazione delle reliquie di S.Stefano, nel 1349, nel monastero cittadino per proteggerle dalle scorrerie dei turchi. Putignano è famosa per la lavorazione della cartapesta con la quale si fabbricano i carri allegorici.

BASILICATA

Montescaglioso (Mt): panciuto “Carnevalone” a cavallo di un asino, si arrampica per le strade erte del paese, annotando i buoni e i cattivi mentre una cinerea “Parca” roteante un fuso gli fa strada insieme a “Quaremm”, la moglie di lui. Costei porta in braccio un fantolino, simbolo del futuro carnevale. La gente impazza e si diverte ma solo fino a mezzanotte quando arriva la Quaresima.

CALABRIA

Castrovillari (Cs): Grande festa carnevalesca tenuta dalla popolazione di origine albanese, praticamente un “Festival internazionale del folklore”. Vino e cibo a volontà con lo spettacolo dei meravigliosi costumi tradizionali femminili.

Montalto Uffugo (Cs): Nella mattina di Martedì Grasso, un corteo nuziale di soli uomini travestiti da spose, damigelle e invitati, va di casa in casa offrendo dolcetti e ricevendo in cambio vino, il tutto con satire e sberleffi contro i notabili del paese, al ritmo di canti e danze. Poi arrivano i “Gigantizzi”, re e regine con enormi testoni di cartapesta. Il corteo sfila in paese ai ritmi ossessivi dei tamburi finchè a tarda notte il Carnevale esplode in un’unica, enorme sfrenata danza collettiva.

SICILIA

Castellana Sicula (Pa): il Carnevale, anticamente legato a due maschere tipiche locali, “Zu peppi e Zu pappa”, è oggi imperniato su sfilate allegoriche tradizionali.

Sciacca (Me): sfilano carri allegorici caratterizzati ciascuno dal proprio inno e da una recitazione in dialetto siciliano strettissimo. Oratoria involuta e prolissi giri di frase.

I temi sono riferiti all’attualità politica.

SARDEGNA

Mamoiada (Nu) – i “Mammuthones” sono stupende maschere molto antiche e un poco inquietanti, con fazzoletti sul capo e tipica giacca dei pastori. Essi portano un rumoroso mazzo di campanacci da bue e una singolare maschera nera intagliata nel legno. L’abbigliamento sta a indicare il profondo legame della popolazione con la terra. I Mammuthones sono accompagnati, nella sfilata, dagli “issokadores”, uomini non mascherati che, con una lunga fune, tentano di catturare qualche ignara persona tra la folla.

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Note 

(articolo tratto da: “Guida alle feste popolari in Italia” a cura di Carlo Autiero. 1990 Datanews Editrice.)

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L’Autore dell’articolo ha pubblicato una “Trilogia delle streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Il Natale tra storia e feste popolari”. A cura di Alfredo Betocchi

 

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Il Natale è fra tutte le feste dell’anno quella più amata e più desiderata. Chi non ricorda, con una punta di nostalgia e tenerezza, le vigilie trascorse da bambino ad aspettare una magica apparizione che reca con sé doni tanto desiderati?

In tutto il mondo occidentale la festa ha conservato intatta il suo fascino, anche se essa ha perduto molto del suo significato religioso. Pur scristianizzato, il Natale ha comunque la sua incantata dimensione, sostituendo al bambinello un allegro Babbo Natale, figlio del consumismo e della Coca Cola.

Il Natale è la festività che più affonda le sue radici nel nostro paese. Essa era citata nel più antico almanacco cristiano in uso a Roma nel IV secolo d.C. Era indicata proprio la data del” VIII Kalendas Januarias” – cioè il 25 dicembre – per indicare la nascita di Gesù.

Prima dell’era cristiana la data del 25 dicembre indicava la festa del “Sol Invictus”, divinità solare introdotta dall’imperatore Aureliano (270-275 d. C.) per onorare il caldo astro. La nostra stella inizia proprio in quei giorni, infatti, ad allungare le ore di luce.

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Prima del IV secolo le date indicate per la nascita di Gesù erano le più svariate: 28 marzo, 18 aprile o il 29 maggio.

Nella Chiesa orientale il Natale si festeggiava il 6 gennaio, facendola coincidere con una antica festa gnostica (Lo gnosticismo è una corrente ereticale del giudaismo).

La Chiesa di Roma, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari introdotti da Aureliano, pensò di celebrare nello stesso 25 dicembre il Natale di Gesù, visto come unico sole per il credente. Lentamente nella mente della gente si fece strada l’idea dell’identificazione del “Sol invictus” con il Signore dei cristiani.

Da Roma, l’idea si diffuse in tutta la cristianità e, a poco a poco, conquistò anche l’oriente ortodosso. In Italia mille paesi iniziarono a festeggiare il Natale con manifestazioni folkloristiche, per lo più con rappresentazioni della Natività.

In Piemonte a Vercelli e a Viola (Cuneo) si sfila per il paese in costume dando vita a un bellissimo Presepe vivente.

Lo stesso avviene a Chambave, in Val d’Aosta, dove i paesani non hanno nemmeno il bisogno di travestirsi: i loro costumi tradizionali sono molto simili a quelli dei pastori del presepe.

In Lombardia, a Canneto di Mantova, viene fatta una suggestiva fiaccolata della Pastorella con canti tradizionali.

A Laveno sul Lago Maggiore, alla vigilia di Natale, viene allestito un “Presepio sommerso e illuminato” che lascia a bocca aperta chiunque passi di lì.

In Trentino si tengono i tradizionali – Mercatini di Natale – che fanno felici grandi e piccini.

In Veneto, a Verona, si organizza il “Natale in Arena”, rassegna internazionale del presepe nell’arte.

E quale migliore periodo dell’anno, a Treviso, per presentare l’ottimo “Radicchio rosso”?

In Friuli si opta per le corali ed i concerti natalizi.

In Romagna, nel centro storico di Ravenna, si festeggia il Natale con splendide luminarie, un Albero di Natale in Piazza del Popolo e immancabili stand gastronomici.

In Toscana, a Camporgiano (Lu) la sera di Natale si accende un tipico falò di rami di ginepro, abete ed altre essenze profumate al suono della grande campana della chiesa di S.Giacomo. Anche a Gorfigliano (Lucca), si accendono grandi falò, ma sui monti intorno al paese. A Prato ha luogo la tradizionale “Ostensione della Sacra Cintola” dal pulpito scolpito da Donatello, nella Cattedrale.

Nelle Marche, a Tolentino, accolgono il Natale con un Festival di canzoni inedite per bambini.

In Umbria, a Gubbio, alle falde del Monte Ingino, viene acceso – l’Albero di Natale più grande del mondo – , alto quanto una montagna. L’avvenimento è citato anche sul libro dei “Guinness dei primati”. 

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Nel Lazio, a Greccio, avviene la rievocazione del Presepe Vivente,istituita da San Francesco nel 1223 e mai più interrotta. 

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Presepi viventi anche in Abruzzo, terra di pastori; inoltre a Castelli (Teramo), viene allestito uno splendido presepe di ceramica in grandezza naturale.

Ad Agnone (Isernia) in Molise, si tiene una suggestiva “Fiaccolata notturna” a cui partecipa tutta la cittadinanza.

In Campania a Baiano (Av), si svolge per le strade la “Festa del Maio Sparato” in cui un grosso albero di castagno (il Maio, appunto) viene portato in paese tra scoppi di mortaretti, bande musicali e potenti colpi di carabina. Alla fine esso viene incendiato in una sarabanda generale.

In Puglia si preferiscono i concorsi. Numerosi sono infatti, tra i paesi i concorsi sui più bei presepi in famiglia.

In Calabria e in Sicilia, numerose accensioni di falò e sfilate di pastori.

A Cagliari, infine, per tutto il mese di Dicembre, si svolge la “Fiera Internazionale della Sardegna”.

Il nostro allegro popolo italiano, travolto dall’atmosfera di festa che ispira il Natale, si è sbizzarrito anche ad inventare gustose ricette per addolcire la Vigilia e per assaporare il piacere di stare insieme. Tra le tante ricette natalizie, eccone una veramente originale e simpatica:

Le Stelle di Natale

  • Sciogliete 150 g. di burro con 3 cucchiaini di miele d’acacia. Setacciate in una ciotola 500 g. di farina, un cucchiaio di bicarbonato, 100 g. di zucchero semolato, spezie ed un pizzico di sale ed impastate con il mix di burro e miele, ½ litro scarso di latte e due uova intere (sgusciate). Avvolgete la pasta nella pellicola e fatela riposare per un’ora in frigo. Stendete la pasta allo spessore di 2-3 mm., incidete 60 biscotti a stelle di dimensioni crescenti e cuoceteli in forno a 180° per 15 minuti. Intanto mescolate l’albume di 1 uovo con 250 g. di zucchero a velo ed 1 cucchiaino di succo di limone. Se non avete dimenticato le stelle in forno, tiratele fuori, e fissate con la glassa in ordine decrescente ed i confettini di zucchero argentati. Poi ultimate con altro zucchero a velo rimasto. Se non vi è venuto il diabete potete ora offrirle a tutti e mangiarne anche voi…

       BUON NATALE!!!

 

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L’Autore di questo articolo ha pubblicato pure una “Trilogia delle Streghe” e un romanzo dal titolo: “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “Sulle ali del vento l’epopea del cavallo” A cura di Alfredo Betocchi.

 

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Correre, viaggiare, trasportare…al servizio dell’uomo ci sono oggi motori e macchine di ogni sorta ma, fino all’inizio del secolo scorso, l’uomo disponeva di un meraviglioso e fedele compagno: il cavallo.

Esso è servito sin dal 4000 a.C. a sopperire con la sua forza, la pazienza e l’irruenza, al dominio dell’uomo sulla Terra per dissodarla, attraversarla e per conquistarla.

All’inizio dei tempi, i cavalli correvano liberi, organizzati in gruppi dominati da un capo branco che li guidava per i vasti pianori dell’America, dell’Europa e dell’Asia.

Durante il paleolitico l’uomo capì l’enorme importanza di utilizzare questi animali per trasportare, per lavorare i campi e per spostarsi più velocemente.

Dopo averlo addomesticato comprese che il cavallo era anche una formidabile arma da guerra; grazie ad esso si passò dagli imperi statici, come l’antico Egitto o il primo regno di Babilonia, a imperi in rapida espansione, come quello Ittita, Assiro e su su fino all’ultimo impero fondato sulla forza della cavalleria, quello di Napoleone.

L’introduzione della cavalleria nell’arte della guerra dell’antichità ebbe la stessa importanza dell’utilizzo delle armi da fuoco nel XIV secolo.

Come riuscì l’uomo a dominare il cavallo? Dapprima con una semplice corda poi, avendo capito che non poteva domarlo con un semplice legame al collo, adottò il morso, trovando che la bocca era la parte più sensibile e il suo punto debole.

Furono fatte così le “imboccature”, dapprima di semplice legno, poi di bronzo e in seguito di materiali più preziosi come l’oro dei morsi degli imperatori romani.

Il cavallo apparve sulla Terra nell’era Terziaria e, a questo proposito, sono stati scoperti in Argentina i resti del più antico equino del Sudamerica, predecessore del cavallo. Il ritrovamento è stato fatto da un gruppo di paleontologi argentini i quali, dai fossili ritrovati, (alcuni molari ben conservati di entrambi i lati della mandibola inferiore), hanno dedotto che l’antenato del cavallo non fosse più grande di un cane; dall’”Eohippus”, piccolo come un gatto, al cavallo moderno sono passati ben quaranta milioni di anni.

Fra i cavalli che contribuirono all’origine e alla diffusione delle razze odierne, conquistando l’area geografica più estesa, primeggiavano quelle orientali che vivevano in particolare nelle regioni temperate di Asia e Africa.

Tra queste vi è il famoso cavallo arabo, nobile razza snella, muscolosa, veloce e resistente.

L’origine della razza araba si fa risalire ai sette ceppi scelti, si dice, dal re d’Israele, Salomone 1. I cavalli europei derivano da questi, quando gli Arii originari dell’India, invasero lentamente dall’oriente il nostro continente.

Conviene rilevare la strana circostanza che, sebbene i fossili dei più antichi equidi si siano trovati nell’America nord occidentale, nel 1492, al tempo della scoperta dell’America, essa era completamente priva di cavalli. Cos’ era accaduto?

Diverse torme di cavalli, provenienti dalle steppe dell’Asia, erano passate in America attraverso lo stretto di Bering, che oggi divide i due continenti, ma che con l’ultima glaciazione era coperto di ghiacci eterni.

Questi branchi si erano temprati alle rigide temperature polari e poterono raggiungere le immense praterie dell’America settentrionale. In seguito per cause varie, (predatori, clima ostile, forse epidemie di qualche genere) essi diminuirono di numero fino a scomparire 2.

Quando i Conquistadores spagnoli sbarcarono in America, nel XV secolo, portarono con loro numerosi cavalli. Dopo di essi, anche inglesi, francesi, olandesi e danesi portarono molti cavalli i quali, con il passare degli anni, si liberarono dei loro padroni, perdendosi o fuggendo e si moltiplicarono, formando enormi branchi selvaggi. Questi furono in seguito domati dai nativi americani (i Pellirossa).

E’ così che i coloni che si avventuravano nel Selvaggio West trovarono di nuovo i cavalli e li credettero autoctoni.

La durata della vita del cavallo non oltrepassa i trent’anni, tuttavia questo tempo è sufficiente per creare un attaccamento molto forte con il suo cavaliere; molti esempi si potrebbero citare, nella storia, d’unione affettiva tra il cavaliere e il suo destriero.

Nell’Iliade di Omero i cavalli di Achille, Xanto e Balio piangono la morte del suo amico Patroclo e infine ammoniscono così lo stesso eroe:

«Oggi ti abbiamo salvato portandoti fuori della mischia, impetuoso Achille, ma bada che il giorno della tua morte è prossimo.» 3

Altrettanto amore correva tra Alessandro Magno e il suo destriero Bucéfalo , che nessuno riusciva a cavalcare. Alessandro lo aveva domato a quattordici anni, riuscendoci solo tenendolo girato verso il sole, così che non potesse vedere l’ombra del suo cavaliere.

 

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Con lui conquistò il vasto Impero Persiano, dall’Europa all’India. Dedicò a Bucéfalo perfino una delle numerose città da lui fondate, Bucephalia (oggi Shelum in Pakistan), a ricordo di un affetto leggendario.

Nell’Evo Antico, il cavallo ebbe un importante ruolo per tutti le civiltà succedutesi nel corso dei secoli.

Una delle principali cause della caduta dell’Impero Romano fu la superiorità delle orde barbariche: l’invincibile fanteria romana venne, infatti, spazzata via dalla poderosa cavalleria dei vari eserciti invasori che poterono così dominare l’Europa per più di un millennio.

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Gli Arabi, grazie all’irresistibile energia della loro cavalleria formata dai migliori purosangue che la razza equina avesse mai prodotto, conquistarono in meno di cento anni un territorio vastissimo, che andava dall’oceano Atlantico all’India.

 

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Un discorso a parte si deve fare per la razza del cavallo dell’Asia orientale: talmente duro, tozzo, resistente al freddo e alla fatica che fece la fortuna di uno sterminato e crudele dominio quale quello mongolo di Gengis Khan prima e di Tamerlano poi. Il cavallo mongolo era tutt’uno col suo cavaliere che trascorreva tutta la vita in groppa al suo destriero.

Nel Medioevo durante il Feudalesimo, il soldato europeo si coprì di un’armatura quasi impenetrabile e anche al cavallo fu forgiata una corazza analoga che lo proteggesse dai colpi mortali dei nemici. L’armatura del cavaliere era così pesante che esso doveva venir issato sulla sella con una carrucola e se nella battaglia il cavallo cadeva, l’uomo era perduto: sia il destriero che il suo padrone venivano poi finiti con un pugnale detto, per questo, “Misericordia”.

Le massicce razze equine europee, convenientemente spronate, potevano essere spinte al galoppo ma non potevano competere con i veloci e leggeri cavalli asiatici ed africani. Il povero cavallo europeo doveva sopportare sulla sua groppa, un peso fino a quattro quintali; lanciato in avanti aveva una formidabile potenza di sfondamento e poteva essere paragonato a una vera e propria locomotiva vivente.

Con l’invenzione delle armi da fuoco, il ruolo della cavalleria scemò lentamente e nonostante alcuni sprazzi di gloria, (chi non ricorda le cariche del 7° Cavalleggeri che salva la carovana dei cowboy dagli indiani scatenati?), dalla “Belle Epoque” (1870-1914), essa sparì quasi completamente dagli eserciti di tutto il mondo.

Prima di sparire, la cavalleria compì un’ultima azione memorabile durante la Seconda Guerra Mondiale: è stata la carica della cavalleria italiana di Isbuscensky, nel 1942 in Russia, a scrivere la sua ultima pagina di gloria.

Bisogna ricordare che vi sono tanti nomi per altrettanti usi dei cavalli: il “destriero”, grande cavallo da guerra; il “corsiero”, cavallo da lancia per i tornei che si tenevano nelle Corti europee nel Medioevo e per le moderne corse ippiche; il “palafreno”, cavallo da viaggio per l’andatura comoda; l’umile “ronzino4 usato come bestia da soma e infine il “cortaldo” che portava l’equipaggiamento dei fanti e al quale venivano mozzate le orecchie e la coda, per riconoscerlo facilmente qualora fosse venuta la voglia, a un altro fante, di impadronirsene.

L’amore dell’uomo per il cavallo ha portato i popoli a raffigurarlo spesso come simbolo dell’orgoglio della Nazione: su affreschi, sui vasi, scolpito o posto su aste, dipinto su stemmi araldici e bandiere5. Etruschi, greci, romani fino ai moderni Stati della Terra, tutti l’hanno portato a simbolo di potenza militare.

Quando non serviva per scopi bellici, il cavallo era utilizzato per parate o svago.

Oggi è usato unicamente per lo sport. L’Ippica nei tempi moderni si è talmente diffusa che è universalmente praticata: trotto, galoppo e quant’altro sono diventati sport olimpici e gli italiani, in particolare, sono stati eccellenti fantini, facendo man bassa di medaglie. Come tacere, infatti, dei fratelli D’Inzeo che, nella seconda metà del Novecento, fecero di ogni gara una splendida vittoria?

C’è da aggiungere, a conclusione di questa breve memoria sul cavallo, che ci sono anche coloro che …“se lo mangiano”! Fortunatamente oggigiorno non è una pratica molto diffusa, così che le povere bestie possono tirare un “nitrito” di sollievo.

 

Note 

1 Bibbia, Re, I, 26.

2 Analoga evoluzione ebbe il cammello, che in origine non era animale dei deserti subtropicali, bensì delle zone fredde dell’America del nord.

3 Iliade, XIX, 324 e segg.

4 Ricordate il celebre cavallo di Don Chisciotte, “Ronzinante”?

5Ancora oggi la Renania e la Sassonia hanno raffigurato nella bandiera un cavallo.

 

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L’autore ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e “Ramesse XI”.

La rubrica Viaggi attraverso la storia presenta “Prima della “Stars and Strips”. A cura di Alfredo Betocchi

Stati Uniti antica

Tutti noi, fin da piccoli, abbiamo imparato a riconoscere oltre al nostro bel tricolore, un’altra bandiera che ha attraversato in tempi bui e feroci la nostra penisola. E’ la bandiera americana o, per essere più precisi, quella degli Stati Uniti d’America.

Gli statunitensi la chiamano “Stars and Strips”, cioè Stelle e Strisce. Nei primi tempi della sua esistenza era chiamata anche “The New Constellation”, ossia la nuova costellazione di stelle che rappresentavano ciascuna gli Stati Federati d’America.

Le strisce bianche e rosse sono tredici come le primigenie colonie ribellatesi agli inglesi. Le stelle sono bianche su un campo blu notte, perché di solito le stelle si vedono dopo il tramonto.

Oggi sono cinquanta, ma non è sempre stato così.

Nel 1775, quando il disegno della bandiera fu “inventato”da Francis Hopkinson, le stelle erano solo tredici, come le strisce, e poste in cerchio, poi, ogni volta che uno Stato veniva acquisito all’Unione, si aggiungeva una stella.

Ciò è avvenuto trentasette volte, il che vuol dire che il disegno della bandiera USA è cambiata 37 volte; l’ultima, il 4 luglio 1960 quando l’Alaska fu elevata a 50° Stato dell’Unione.

Adesso stiamo aspettando la 51° stella: l’isola di Portorico, Stato Libero Associato agli USA che chiede da tempo di essere ammessa all’Unione per poter godere dei vantaggi economici dovuti agli Stati Federati, ma per ora il Congresso fa “orecchie da mercanti”.

Nei primi decenni dell’Unione, le stelle non erano ordinate in fila come sono oggi, ma arrangiate in disegni di fantasia: stelle, cerchi o triangoli. 

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Addirittura, prima del 1775, al posto delle stelle sul campo blu, c’erano vari disegni: un albero, una serpe o l’Union Jack (la bandiera della Gran Bretagna).

In tutti i libri di Storia, dai Sussidiari delle Elementari ai grossi tomi di livello universitario, è riportata la vicenda delle Tredici Colonie britanniche del nord America che si ribellarono a causa delle onerose tasse imposte dal governo del re Giorgio III d’Inghilterra. Quando il Re, in risposta alla richiesta delle Colonie di avere più libertà di commercio con Francia e Spagna, operò un giro di vite fiscale per rendere anti economiche le loro esportazioni, fece saltare il tappo della pazienza dei coloni.

La gente dei villaggi e delle città iniziarono ad aggredire le truppe di Sua Maestà, bastonando a destra e a manca e issando qualsiasi cencio per sostituire l’odiato vessillo britannico, in cui nessuno più si riconosceva.

Il primo giorno della Rivolta, la mattina del 19 aprile 1775, la piccola cittadina di Bedford radunò i suoi abitanti per accorrere in difesa del vicino paese di Concord, minacciato da un intero reggimento britannico.

L’alfiere Nathaniel Page non sapendo cosa issare per dare alla gente un punto di aggregazione, aprì uno stanzino delle scope nella sagrestia della locale chiesa e prese una bandiera processionale delle feste, lì conservata.

Questo vessillo rosso recava un braccio in un’armatura che usciva da una nuvola tempestosa e brandente una spada. Sul battente vi era un cartiglio d’oro con la scritta: “VINCE AUT MORIRE”. *

L’immagine rappresentava il braccio di Dio che disperde i suoi nemici. La battaglia al ponte di Concord si concluse con 273 perdite tra l’esercito regolare britannico e 95 tra gli agricoltori e i commercianti americani e fu la scintilla che incendiò tutte le Colonie.

La bandiera di Bedford, dopo la battaglia, finì in mano a dei ragazzini che vi giocarono per tutto il pomeriggio. Nathaniel Page la recuperò e la ricollocò nello stanzino delle scope ed essa non vide più la luce fino al 1885 quando, nel centodecimo anniversario della battaglia, fu donata ufficialmente al Municipio della città di Bedford.

Questa bandiera è sicuramente la più antica bandiera americana, avendo avuto già quasi cent’anni il giorno che Nathaniel Page la tirò fuori dallo stanzino delle scope.

Oggi la si può vedere, visitando la Libera Biblioteca di Bedford, Mass. (USA).

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L’autore dell’articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo “RAMESSE XI”.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta ” Il re è un ladro!” a cura di Alfredo Betocchi

 

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Molti, ma molti secoli fa, in quella terra che oggi è conosciuta come Vietnam sorse un potente regno, chiamato Champa, abitato da gente detta Moi, proveniente dall’Indonesia. Dal 196 d.C., anno della sua fondazione, il regno prosperò e divenne molto potente.

Tra il X ed il XIV secolo, popolazioni di etnia cinese scesero dal nord e lentamente occuparono il territorio costiero di Champa. Tra il 1700 ed il 1800 il regno crollò e la popolazione si ritirò sugli altipiani interni del Vietnam. I francesi, che occuperanno tutta l’Indocina alla fine del XIX secolo, dettero loro il nome di “Montagnard” (montanari). Così sono conosciuti ancora oggi.

Data la loro ostilità perenne verso i vietnamiti, essi divennero fedeli alleati della Francia prima, durante l’occupazione coloniale, e degli americani poi, durante la lunga guerra degli anni ’60-’70, combattendo contro i vietcong. Ancora oggi sono perseguitati dall’attuale regime di Hanoi; come non citare la battaglia civile di Emma Bonino nel Palazzo di Vetro all’ONU, in difesa di questa minoranza?

Ricordate il pazzo avventuriero che volle farsi re dell’Araucania in Sud America? (Chi proprio non ce l’ha presente, può leggerlo su questo blog alla data 5.6.2019.)

Per la felicità dei miei dieci lettori, ho trovato una storia analoga, ma ambientata in pieno Vietnam, terra di giungle e di feroci popoli guerrieri. Anche questa intrigante storia inizia nell’800, che pare essere il secolo delle grandi individualità eroiche (un nome su tutti: Giuseppe Garibaldi!).

Per prima cosa bisognerà munirsi di un grande atlante per trovare il piccolo villaggio di Sedang. A dire il vero questo gruppo di capanne non è segnato neppure sul Grande Atlante del Touring Club che, aperto, è largo quanto una scrivania.

Sorvolando con un buon elicottero la zona aspra e montagnosa di Kontum, non lontano da dove si congiungono le tre frontiere del Vietnam, del Laos e della Cambogia, guardando attentamente fra il fogliame, si possono notare delle baracche abitate da indigeni. Atterrate, scendete dall’elicottero, salutate educatamente, inchinandovi (molto!), e sorridete, sorridete sempre … è meglio! Forse, metteranno via il machete!

Nel 1842 nasce a Tolone Charles – Marie David, detto “de Mayréna”. A diciott’anni venne arruolato e spedito in Indocina da Napoleone III che, maniaco di grandezza, voleva un vasto Impero Coloniale come l’Inghilterra. Dopo il servizio militare, che allora durava svariati anni, si accasò e prese dimora in Vietnam. Charles-Marie era un tipo intraprendente – ma non era nobile e ricco come quell’altro re del sud America, anch’egli francese – così dopo aver intrapreso diverse attività per sbarcare il lunario, ebbe la cattiva idea di mettersi a baloccare con la finanza.

Naturalmente combinò tali e tanti pasticci che un brutto giorno dovette lasciare la moglie, il figlio e il suo lavoro in banca per fuggire lontano, ricercato per frode.

Scappò a Giava in Indonesia, allora colonia olandese, ma anche lì si fece riconoscere come un confusionario arruffone per aver truffato una famiglia.

Denunciato, fu espulso dalle autorità e rispedito a Parigi. Dato che la carriera di finanziere era stata stroncata dagli ingrati clienti, il nostro vulcanico Charles-Marie provò, più modestamente, quella di … conquistatore!

Con i soldi truffaldini arruolò dei veri e propri tagliagole, portandoli alla conquista del territorio di Acheh, a nord di Sumatra (dove pochi anni fa si abbattè un devastante Tsunami). Ovviamente la spedizione fu un fallimento per l’opposizione degli olandesi e della popolazione stessa, che non aveva nessuna intenzione di farsi comandare dai francesi. Charles-Maria riparò così a Saigon (oggi Ho Chi Min) in Vietnam e, per consolarsi, nel 1886, andò nell’interno per visitare i villaggi dell’altipiano. Che avrà avuto in mente?

La popolazione Moi che abitava sui monti era a tutti gli effetti, indipendente.

Charles-Marie propose allora al Governatore francese di finanziargli una spedizione per sottomettere i Montagnard. L’ambizioso Governatore accettò. Il 21 aprile 1888 Charles-Marie con un amico, un interprete, un cuoco, quattro cinesi e 80 portatori, partì trionfalmente verso l’interno. In testa al corteo, un servitore portava una larga bandiera azzurra con tre margherite poste in diagonale, presentato come suo stendardo personale. Al Governatore doveva pur venire qualche dubbio sulla lealtà di un siffatto “galantuomo”, o no?

Dopo aver visitato varie missioni cattoliche in altrettanti villaggi per assicurarsi la fedeltà dei missionari che avevano una grande influenza sulla popolazione, in maggio avviò la spedizione verso Sedang. Giunto colà, si fece subito incoronare “Agnà”, ossia Re e Maestro, col nome di “Marie Primo”. Due giorni dopo, scrisse una Costituzione e adottò una bandiera “nazionale” azzurra con una grande croce bianca e una piccola stella rossa al suo centro. 1

Regno di Sedang.png

Coniò pure un motto per il suo Stato: “Mai cedere, aiutare sempre!”.

Nominò la sua “capitale” Maria Peleì 2, istituì dogane, un servizio postale e persino un ordine cavalleresco.

Un suo amico tornò al capoluogo del Governatore annunciando la “lieta novella”.

Poco tempo dopo, Marie Primo si fece prestare da un sarto cinese del denaro, ottenendo inoltre che questi cucisse mille uniformi per il suo esercito … poi, lasciando tutti di stucco, fuggì a Hong Kong con il tesoro reale e cercò di rivendere, senza successo, il suo “Regno” agli inglesi.

In Indocina, intanto, i missionari furono accusati dalle autorità francesi di separatismo e il Governatore perse il posto. Il nuovo Governatore si recò a Sedang e ripristinò la pax francese, confiscò la bandiera e, fortunatamente, si limitò a rampognare aspramente gli indigeni. Il Regno si sciolse come neve al sole.

Ah …solo il povero sarto cinese rimase gabbato.

Charles-Marie tornò in Europa ed essendo un uomo dalle mille risorse, convinse un magnate belga, tale Somzie, a finanziargli la riconquista del Regno perduto. Le autorità francesi, però, non dormivano e gli rifiutarono il passaporto.

Il nostro intrepido eroe partì lo stesso, di nascosto, e raggiunse Port Said, in Egitto.

Nel 1889 dopo lo sbarco, la storia prese ancora una volta una piega inaspettata: Charles-Marie si convertì all’Islam e raggiunse Singapore dove si risposò con una giovane malese. Neanche un anno dopo, lasciò la moglie e raggiunse l’isola sconosciuta di Pulau Tioman (C’è! Vedere sull’Atlante!).

Nessuno seppe mai cosa andò a cercare in quella isoletta di fronte alla Malesia.

Nel settembre del 1890 fu ritrovato assassinato in circostanze misteriose.

Il Re è morto, viva il Re!

Più di cento anni dopo, nel 1995, fu ricreato su Internet una Micronazione detta “Regno di Sedang”. L’autore, di Montreal in Canada, stampò francobolli e vendette titoli nobiliari (ai gonzi), nel perfetto stile da truffatore di sua Maestà Marie Primo.

Note

1 Il vessillo azzurro con croce bianca era l’antico vessillo monarchico della Francia. Anche oggi il Quebec ha la stessa bandiera con quattro gigli bianchi agli angoli.

2 Chi sa il francese, mi dia il significato di Peleì. Non ho trovato nessuna traduzione. E’ forse un cognome?

La rubrica Viaggi attraverso la storia presenta “La prima vera guerra mondiale 1177 a. C.” A cura di Alfredo Betocchi”

 

troia 2

 

Di Guerre Mondiali a scuola ne abbiamo conosciute due, entrambi combattute nel XX secolo ma nell’arco della Storia gli uomini hanno avuto altre occasioni per scagliarsi l’uno contro l’altro, coinvolgendo Stati diversi e affrontandosi in luoghi lontani dalla madrepatria.

Retrocedendo nel tempo, incontriamo a cavallo tra il 1700 e il 1800, il titanico scontro tra la Francia Rivoluzionaria, in seguito divenuta Napoleonica, contro l’Inghilterra, la Prussia e la Russia. Ne fu coinvolto anche l’Egitto e la lontana India.

Prima di questo scontro, Francia e Inghilterra s’erano combattute per le proprie colonie tra il 1756 e il 1763, coinvolgendo anche la Danimarca, i Paesi Bassi e la Spagna. combattendo in Canada, nei Caraibi, in Europa e in Asia.

Altre guerre che potremmo definire Mondiali, considerando l’estensione del mondo allora conosciuto, furono le Crociate tra il 1090 e il 1299. Furono delle spedizioni multinazionali con lo scopo dichiarato di liberare la Palestina dal dominio dell’Islam. In seguito furono coinvolti molti altri popoli come i Turchi, i Curdi e gli Egiziani.

Considerando l’allargamento del concetto di Crociata come contrasto del Cristianesimo ai culti pagani, questa lotta si estese all’Europa centrale (Albigesi) e settentrionale (Ordine Teutonico) dai paesi Baltici alla Russia, interessando gli eserciti polacchi, tedeschi e quelli degli stati slavi e scandinavi.

Ancora indietro nel tempo, arriviamo all’Impero di Roma che portò guerre e civiltà in tutto il mondo allora conosciuto.

Alla fine di questa corsa a ritroso, giungiamo a un tempo remotissimo: tempo di aedi e di poeti, tempo di eroi e di chimere. 1200 a.C.: il tempo della Guerra di Troia!

Troia 1

 

Conosciuta tra i banchi di scuola, essa ci ha spinto a considerarla come una bella favola, nella quale eroi e divinità si battevano tra loro per il possesso della donna più bella del mondo: Elena di Sparta. Belle figure a colori e commenti accompagnavano i nostri testi scolastici e l’Iliade e l’Odissea erano viste come una infinita tiritera poetica da imparare rigorosamente a memoria.

Imparammo che Achille, Ettore, Agamennone, Ulisse e gli altri eroi erano personaggi di pura fantasia, creata dal grande poeta Omero, del quale non si sapeva neppure se fosse una persona reale o un gruppo di poeti.

Gli archeologi ci hanno rivelato, in quest’ultimo decennio, che la guerra di Troia fu davvero combattuta a cavallo del 1200 avanti Cristo, alla fine dell’Età del Bronzo e che, presumibilmente, la causa scatenante fu proprio un affronto all’onore di un sovrano acheo.

Dalla vecchia collina di Hissarlik, in Turchia, sui Dardanelli, scavata da Heinrich Schliemann nel XIX secolo, i moderni archeologi hanno tirato fuori, come un coniglio dal cappello di un illusionista, una realtà molto più complessa della semplice storia letta nei poemi epici.

La Guerra di Troia fu davvero uno scontro mondiale tra due civiltà, altrettanto violente e crudeli, che si sono aggredirono per molti anni in tre continenti.

A quell’epoca, la Grecia era abitata dai Micenei che avevano sottomesso la precedente civiltà ellenica degli Ioni ed Eoli. Scesi dal nord, avevano occupato i principali villaggi, sottraendo ai precedenti abitanti il governo delle loro piccole comunità, costruendo potenti città cinte da ciclopiche mura come a Micene, Argo, Pilo e Tirinto.

Essendo minoranza fra una moltitudine di sottomessi, i Micenei, chiamati da Omero Achei, crearono una forte federazione politica di città/ stato solidali, che si aiutavano a vicenda in caso di pericolo comune.

I Micenei impararono a navigare. Sottomisero la civiltà Minoica di Creta (quella del Minotauro) e divennero pirati, unendosi ai Siciliani, ai Sardi e ad altri popoli, terrorizzando le coste di tutto il Mediterraneo, attaccando pure il potente Egitto.

Nel 1200 a.C. un forte Stato era invece in declino: Khatti o come lo conosciamo dai libri di storia, l’Impero Ittita. Esso dominava sul territorio di quella che è oggi la Turchia, la Siria, parte dell’Iraq e il Caucaso. Cercava di allungare le mani sulla costa mediterranea del Libano e della Palestina, dopo aver sottomesso Cipro.

Alcuni Stati limitrofi cercavano di rallentare la sua espansione che sembrava inarrestabile: gli Assiri, Amurru, nella Siria meridionale, i Mitanni, nella Siria orientale, Babilonia, ma soprattutto gli Egiziani.

E i Micenei?” chiederete voi. Essi punzecchiavano l’impero ittita. Bastava loro saccheggiare qualche ricco territorio, accontentandosi di portare via ricchezze e schiavi. Erano i padroni del mar Egeo nel quale nessun’altra potenza osava entrare.

Troia era un ricchissimo regno satellite degli Ittiti, come la Licia, la Lidia e la Misia, tutte affacciate sul mare, accumunate da uno stesso nome: Arzawa.

Nel XIII secolo a.C. i contatti mercantili erano molto più ampi di quelli che si potrebbe immaginare. Gli scambi coinvolgevano l’Africa, l’Europa, l’Asia con l’India e il lontano Afghanistan dal quale esportava il prezioso stagno, utile a fabbricare armi di bronzo.

I Micenei (ormai greci a tutti gli effetti) erano però anche mercanti e scambiavano di tutto con gli altri popoli vicini e lontani: dal vasellame alle spezie, dai cavalli all’oro, dalle armi agli schiavi, dal legname allo stagno.

Troia o Wilusha (da cui Ilio) com’era indicata sui documenti ufficiali ittiti, era una città che dal commercio traeva un potere immenso. Posta all’imboccatura del Mar Nero, traeva grandi guadagni dalle tasse delle navi in transito. Il segreto stava nei venti che per gran parte dell’anno soffiavano da est ad ovest, impedendo alle navi a vela di imboccare lo stretto dei Dardanelli obbligandole a lunghe soste nel suo porto.

Lo Stato troiano non era uno stato guerriero, non aveva nemici confinanti e non era nei suoi interessi averne. L’unico desiderio era affrancarsi dalla tutela ittita, ma non era facile per uno stato mercantile e senza un forte esercito. Aveva, tuttavia, una potente flotta che proprio in quegli anni aveva occupato Cipro, ricca di rame, strappandola agli Ittiti.

Gli interessi di Troia cozzavano anche contro quelli dei Greci che malvolentieri si sottomettevano ai suoi esosi affitti portuali.

Nel 1200, I Micenei (greci) erano una civiltà in agonia che non sarebbe durata altri 50 anni, ma era aggressiva, desiderosa di espandersi economicamente.

Ittiti e Greci non si affrontarono mai direttamente e nessuno dei due tentò mai di invadere la terra dell’altro. La guerra strisciante e continua avveniva nell’Anatolia occidentale, una terra ricca, colta e posta fra due imperi, come fu la Polonia tra la Germania e la Russia.

I Greci, stufi di pagare tangenti agli Ittiti, alzarono la posta e reclamarono per sé tutta la costa anatolica, ma Troia era come un pugnale puntato alle loro spalle e la sua esistenza non poteva più essere sopportata. Non era un boccone facile da digerire, aveva una solida posizione e mura imprendibili.

I Greci erano stati pastori, marinai, pirati, ma mai avevano avuto un esercito permanente. Non avevano esperienza di assedi, né di battaglie campali se non scaramucce fra di loro. Erano abituati a saccheggiare campagne e villaggi di pescatori, evitando le potenti fortezze ittite dell’interno.

Ma un giorno i superbi troiani commisero un errore. Non è escluso che il Casus Belli fosse generato proprio da un lussurioso furfante troiano, bello, ricco e sfrontato che fece invaghire di sé la regina di Sparta (Paride?)

Elena, prima di partire con lui, alleggerì il tesoro reale, facendo infuriare il marito cornuto Menelao. E’ una storia verosimile, specialmente per il regno di Sparta nel quale alle donne era demandata l’amministrazione dei beni maritali. Gli uomini pensavano a procurarsi il bottino, le donne lo amministravano.

Gli Achei avevano ora la scusa per scatenarsi contro il ricco, ma debole regno di Troia. Essi compresero pure che la sola Sparta non ce l’avrebbe mai fatta, così invocarono l’aiuto delle altre città.

Erano in ballo l’onore e un immenso bottino. Tutti i re achei si riunirono a Orcomeno, in Eubea, e da lì si scagliarono contro Troia, aggredendo pure i deboli regni anatolici, vassalli degli Ittiti, che furono completamente devastati.

Da quell’epoca in poi, le coste opposte alla penisola ellenica furono interamente assorbite dalla civiltà greca.

L’impero ittita fu colto totalmente impreparato, avendo altre gatte da pelare in Oriente contro il regno Assiro, i Mitanni e i faraoni egiziani.

La Troade fu invasa e selvaggiamente depredata, ma mai gli Achei riuscirono a isolarla completamente. Troia continuò a ricevere aiuti in armi e soldati dagli stati alleati confinanti e perfino da paesi lontani, come il Caucaso e l’Africa.

Fu una vera e propria Guerra Mondiale. Nell’Iliade, nell’Odissea e nei testi cosiddetti del “Ciclo Epico” si può ricostruire abbastanza dettagliatamente il corso della guerra.

Gli archeologi hanno trovato, scavando nella Troia distrutta, la VII/A dal basso, prove schiaccianti che quanto riferito dalle fonti antiche è vera storia.

I Greci pasticciarono parecchio in questa guerra. L’armata non aveva un piano e in più vi erano troppi re desiderosi di fare le primedonne. Si pestarono i piedi a vicenda, litigando per il bottino, mentre i Troiani se la ridevano dietro le loro imprendibili mura. Gli Ittiti non mossero un dito per Troia: perché avrebbero dovuto aiutare chi li aveva cacciati da Cipro? In realtà pare che anche Priamo avesse congiurato per liberarsi dal vassallaggio degli Ittiti, istigando Arzawa a ribellarsi.

Negli archivi di Stato ad Hattusa, la capitale ittita, vi sono migliaia di tavolette in scrittura cuneiforme che raccontano questa vicenda.

A un certo punto gli Achei rischiarono anche di essere presi tra due fuochi e annientati. La flotta troiana stava tornando da Cipro agguerrita più che mai.

Così Ulisse escogitò l’inganno del Cavallo. I tradimenti non erano rari durante gli assedi. La storia è piena di fortezze tradite da qualcuno al suo interno.

C’erano certo degli amici dei Greci anche a Troia. L’economia era a pezzi, i lutti si sommavano ai lutti e la popolazione era stanca, voleva la pace.

Ma i Greci non erano gente che perdonava facilmente. Volevano impossessarsi del potere economico dei loro nemici. Infine, con l’inganno o il tradimento, entrarono in città e massacrarono quasi tutti, portando via un enorme bottino e numerosi schiavi.

Gli archeologhi hanno trovato a Pilo elenchi di nomi troiani di schiave filatrici.

L’Impero ittita non avrebbe mai più avuto la forza di riprendere la costa perduta.

Poco prima che Troia fosse distrutta dagli Achei, salì al trono Ramesse II che fermò gli Ittiti nella battaglia di Qadesh liquidando le loro aspirazioni di conquista.

 

 

Considerando la guerra di Troia parte di un più ampio conflitto che coinvolse tre continenti e numerosi Stati, la visione fanciullesca epica ed eroica dei tempi della scuola fa quasi tenerezza e nostalgia.