“Il divino sequel” di Dario Rivarossa, il terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

il divino sequel.jpg

 

 

 

E’ notte e tutto tace, in un silenzioso etereo abbraccio.

 Il reader giace inerte sul comodino, ha detto tutto quello che doveva dire ed adesso tocca a me cercare di tradurre i suoi sussurri in pensieri coerenti che possano dare vita a una recensione.

Anzi alla Recensione.

Perché ci sono libri che non sono libri ma porte cosmiche laddove possiamo ritrovare antiche lodi, racconti e leggende, possiamo danzare con le stelle e ritrovare il punto in cui il nostro universo implodendo ha dato origine alla vita. O più semplicemente ritrovare noi. La nostra anima è stata oggetto di libri e saggi, di filosofie alte di tanti autorevoli uomini da noi letti e amati o studiati e odiati. E tra questi esiste il libro dei libri, compendio ancor oggi oscuro, rilegato nel campo della letteratura colta e forse per questo cosi disonorato: ossia il divino canto.

Si, parlo proprio della Divina Commedia, del nostro Dante Alighieri, portato come esempio di pregiata letteratura italica. Ma mai inserito, come punto di inizio del cammino spirituale, quel percorso animico che ci porta tra le fauci del nostro inferno, purificandoci con il purgatorio e lanciandoci fieri verso la luce. E in fondo la luce è inizio e deve essere fine di questa straordinaria avventura chiamata vita. Di libri sequel della Divina Commedia ne ho letti a bizzeffe, varianti usate per dare senso a una protesta, per raccontare un infinito dramma, per spronare la persona a divenire, lo ripeto sempre,  uomo.

 E ogni capitolo di questa commedia che non si esaurisce con la morte di Dante, aggiunge un tassello alla mia e vostra comprensione della vita, la nostra vita, il nostro io, e la nostra ombra. Dalla selva oscura noi partiamo, circondati da fiere accompagnati dal vate Virgilio spronati dalla divina fanciulla candida e simbolo di eterno fulgore di bellezza.

Ma per andare dove?

Cosa c’è in quella Commedia di così importante per noi e per tutto il cosmo che appare quasi in attesa di una sorta di miracolo, qualora un autore coraggioso tenti l’impossibile?

Dario Rivarossa ci dà la sua visione del dantesco canto, una visione pennellata da episodi pregni di un sagace umorismo, di pagine incredibili dove fonde con maestria generi diversi, quasi un divertimento di una mente geniale tutta dedita alla sola sperimentazione stilistica.

Cosa esiste di più bello di un genio che si mostra, lusinga la mente e manifesta tutti i suoi trucchi per donarci bellezza?

Eppure le pagine cosi intinte di arte, un’arte a tratti giullaresca a tratti venata di una cultura che estasia c’è qualcosa che sussurra.

E io non posso non essere attratta da questi arcani sussurri.

Nulla da fare.

Non amo le spiegazioni convenzionali.

Non mi baso sull’ovvio che si mostra spavaldo.

Io cerco qualcosa in più perché so, sono consapevole di essere la pedina mossa da forze più grandi di me, impegnate in una lotta cosmica.

Eh sì cari lettori.

Anche la letteratura è paladina di questo eterno scontro che non è banalmente definibile con bene e male, ma con risveglio e oblio. Tra consapevolezza e fatale sonno.

E sono cosi convinta che i libri siano semplicemente spade appuntite da accogliere, in ogni testo, come il paladino di quello o l’altro schieramento.

 Sta a me decidere se abbracciare la gnosi o la cecità.

 Ecco di nuovo la parola magica.

Gnosi.

Come se ogni testo in fondo fosse parte di questa strana eppur suadente filosofia. Del resto racconta solo di Pascoli, e del suo eterno antagonista Carducci. Racconto atto a esaltare le sue opere che tanti studenti hanno tediato ma che rappresentano pur sempre il nostro patrimonio.

Racconta di Dante sì, ma del resto non è Dante l’ispiratore di ogni percorso poetico successivo?

Certo esalta il latino in modo forse tronfio e vanesio. E poi si perde con il fantascientifico, blaterando di mondi che si collegano l’un l’altro, specchi del futuro e esempi del passato, di oggetti di strane figure dai nomi impossibili, tranne i due William e Sophia.

Oddio Sohpia…

Ecco quel nome che mi fa vibrare, che esalta la mia mente che accende una lampadina in me, illuminando il testo. Ecco il dualismo rappresentato dalle coppie maschio e femmina e quei mondi in cui gli eventi si succedono in corsi e ricorsi storici.

i corsi e ricorsi dei medesimi personaggi, che senza posa si incontrano, scontrano, separano, e poi rincontrano, e poi si separano ancora.

Aspetta: citi per caso il mio amato Gianbattista Vico?

Che libro sarà mai, come far convivere esoterismo, filosofia e fantascienza?

Einstein Dante e Pascoli, Vico e Virgilio; la salvezza e il concetto di anima tutti legati assieme in un filo invisibile che canta una melodia ancestrale…

Il libro che andrete a leggere non è solo un’abile esperimento letterario.

 Non è solo un egoistico desiderio di un autore la cui volontà sia di farsi ammirare, applaudire e forse invidiare. L’uomo qua raccontato è l’uomo nella sua ascesa verso la consapevolezza finale.

Lì dentro sono contenuti i grandi movimenti dell’universo. Inclusi i movimenti più profondi, più importanti: quelli nascosti

 Il ritorno all’unione con l’anima.

Immersi in questo mondo che gli gnostici chiamano materiale, formato dal tempo e dallo spazio, veniamo frammentati.

La parola “anima” contiene mille diverse caratteristiche di una persona; non è un elemento semplice. Sono invece gli infiniti elementi semplici a combinarsi tra loro in continuazione, dando origine a tutto ciò che esiste, rocce, piante, animali, uomini, stelle, entità sparpagliate tra le stelle. Un uomo, per esempio Dante, è la somma di tutti gli elementi che lo compongono; che però non rimangono identici per l’intera vita, ma si rinnovano, si sostituiscono uno all’altro. Qualcosa in effetti resta immutato, ma poco: vari segmenti di memoria, oltre alla “parte guida” dell’anima, che però è solo un puntolino indefinibile, invisibile, irrintracciabile.

Piccoli bit, di ricordi di pensieri, polvere di una coscienza molto più ampia di un umano, suoni che raccontano di un glorioso passato, che propendono per la crescita.

 

Quando una persona muore, i bit, i pezzetti, tornano a separarsi e a diffondersi per il cosmo.

Ecco cosa siamo noi appena nati, siamo ricordi del tutto.

 Siamo Dante e Virgilio.

Siamo la somma della saggezza passata e futura, pallido riflesso del nostro vero volto.

E questo volto è ingabbiato da sottili veli, da maschere, da immagini che sono solo pallide imitazioni di cosa siamo e che rappresentano le gabbie della quotidianità, della banalità della non azione. Perché è questo che rappresenta M’nox e sua moglie E. kate. Rappresentano l’oscurità che si crea quando non vogliamo cambiare, quando la pigrizia ci obbliga a star seduti.

M’nox non è cattivo, come potrebbe apparire a uno sguardo superficiale. Come hanno accennato in precedenza Sophia e William, il suo problema è l’ottusità. che gli scarseggi l’intelligenza, e la si è vista fin troppo in azione, ma la usa per scopi limitati, mediocri. Se a guastare il mondo fossero i “cattivi”, come nei film, sarebbero abbastanza facili da individuare. Di fatto, invece, M’nox  non è Hitler; è semmai simile a un impiegato pubblico che  svolga in modo approssimativo i propri compiti, perché non ha interessi superiori a quello di percepire lo stipendio con il minimo sforzo. Il guaio è che è proprio questa l’origine di infinite sofferenze, e tutte causate in perfetta buona fede, senza nessuna “cattiveria” nel senso forte del  termine.

 

M’nox in sostanza rappresenta

 

l’ottusità che soffoca il bene…..era la banalità del male…… M’nox cercava di lasciare le cose nel mare di noia in cui sono immerse…. M’nox difendeva i suoi piccoli scopi

E cosa dire del conformismo?

Dell’arte snaturata posta al servizio di quell’immobilismo, simboleggiata da Carducci?

 

con un pensiero sovversivo per certi aspetti, in realtà incapace di immettere nell’universo germi di sviluppo autentico. Si fa il Gradasso spaccatutto a parole, e poi nella pratica si porta avanti l’eterno gioco delle convenienze.

Pascoli, con le sue straordinarie teorie del fanciullino, le sue opere spesso non comprese è invece la creatività che rinasce, il terreno fertile in grado di sollevare velo su velo, svelare il volto dell’arconte e conquistarsi il suo paradiso.

 

nei pensieri di Pascoli persiste una buona dose di idealismo europeo ottocentesco,  perfino melenso qualche volta.

Ma, c’è un ma. Quando la saggezza, simboleggiata dalla Divina Commedia viene vissuta, quando il pensiero si tramuta, tramite meccanismi straordinari in immagine, quando la poesia, l’arte diviene corpo vivo, l’ultimo guardiano della soglia si manifesta. La Bestia.

la Bestia è l’orrore puro….. la Bestia gode nel procurare  sofferenza  morte….. la Bestia non ha scopi.

 Ecco il lato distruttivo, il vero disordine di cui M’nox non è che una patetica imitazione. E anche lì la bestia si combatte riprendendole nel proprio io, assorbendola e digerendola affinché la sua distruttiva imprevedibilità divenga arte.

E in quel percorso scopriamo il vero segreto del sacro che la religione tiene tutto per sé.

Non esistono giusti o peccatori.

 Tutte le anime verranno liberate dal Cosmico Christos, incarnato in ognuno di noi.

nel Giorno del giudizio le cose non andranno come suppone l’opinione corrente. Di solito si pensa che in quel giorno: a) il purgatorio svanirà nel nulla; b) l’inferno e il paradiso rimarranno bloccati in eterno.  Invece tu, o meglio Dante sosterrebbe che: a) il paradiso  rimarrà immutabile, e va bene; b) del purgatorio resterà in vigore, per così dire, la vetta, dove si estende la foresta dell’Eden, e lì vivranno felici in eterno Virgilio e gli altri giusti del paganesimo, governati da Catone; c) per cui una parte dell’inferno, cioè il limbo, si svuoterà.

Cosi come ci racconta la meravigliosa Pistis Sohpia. E persino uno strano figuro un certo Origene.

I mondi scaturiti dal sogno blasfemo di un’entità che spezza l’armonia originaria, i mille mondi che formeranno il nostro cosmo verranno svuotati affinché esista solo l’eterna bellissima luce. Ma quest’immagine significa anche il fermarsi del moto, di quello che passa di poeta in poeta, di autore in autore, al quale noi siamo così legati. E’ l’arte il motore che si spingerà avanti. E’ l’arte e la bellezza immortalata ne versi che è il nostro nutrimento la spinta verso l’alto. La Divina Commedia, la poesia del Pascoli con la sua sete di ritrovare la purezza, sono la nostra gnosi.

Ed è grazie a libri come questo che le ali immaginarie della nostra fantasia creeranno le scale che ci uniranno verso il cielo, sarà il nostro movimento a plasmare il cosmo e renderlo non più dualistico ma unico e armonico. È il nostro lottare con Dio che ci renderà benedetti. È l’esempio, soprattutto l’esempio. Il fatto che almeno qualcuno esca dalla grotta platoniana che salva tutti noi. È per libri come questi che noi torneremo a rimirar le stelle.

 

Compagno, io sono venuto: guardami:

son io. Tu chiedi forse che, tacito,

che, stretto tra queste mie dita,

io stesso riguardi? La vita.

La vita, ov’arde breve ora un piccolo

fuoco che presto mutasi in cenere;

che vana, che nulla vapora,

ma un fumo esalando, che odora.

C’è qualcosa da dire ancora per costringervi a abbracciare la bellezza?

 

Annunci

“L’immagine del mio sogno” di Simona Trivisani, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

51gMrNc7aEL.jpg

 

 

Cosa significa educare?

Se guardiamo alla definizione classica possiamo trarre un significato etimologico troppo vago e evanescente, un concetto eccessivamente influenzato dai diversi periodi storici e dalla diversa morale che come oramai si sa, influisce profondamente sulla costruzione dei valori sociali

Quindi l’educazione è qualcosa di più profondo della formazione delle conoscenze o di nozioni comportamentali e si deve ricercare il suo significato più autentico nella costruzione, semmai, delle facoltà mentali che possono gestire e riconoscere come idonei alla propria individualità unica e originale, i comportamenti sociali e le consuetudini di una tipica cultura.

Non a caso educare deriva dal latino educere ossia trarre fuori o tirare fuori ciò che sta dentro. Altra definizione invece si colloca in un contesto più importante ossia quello di allevare che al tempo stesso la Treccani, voce autorevole, identifica con far crescere alimentando e governando, curare e custodire. Come vedete non si tratta di un mero aspetto formale, ma incide profondamente nella psiche e nella personalità del soggetto in questione.

Una piccola digressione.

La conoscenza e la curiosità verso l’etimologia della parola è un dono inestimabile. E spesso ci si rende conto come le parole che derivano dal latino, siano foriere di significati diversi e molteplici, come a cercar di dare vita e voce a diverse sfumature della realtà. E questo significa stimolare il pensiero. E forse è il motivo principale per cui il latino è definita come lingua morta, perché stimola così tanto la comprensione da essere totalmente rifiutato dal nostro post moderno ( un vero cadavere animato da non si sa quale forza oscura)

Quindi possiamo concludere questa premessa rintracciando l’educazione come un percorso atto a estrapolare e potenziare qualità e competenze necessarie non solo a vivere in società, ma a trovare un’armonica convivenza con quelle oscure e spesso terrificanti parti del nostro io che oltre all’aspetto più luminoso si nascondono in antri dimenticati, in quelli che definiamo demoni, mostri, draghi, e che sono soltanto impulsi la cui forza dovrà servire al nostro benessere.

Esiste pertanto una differenza tra acquisizione, spesso automatica di norme non necessariamente codificate ma di generale condivisione (le buone maniere, le convenzioni sociali e un certo politicamente corretto) e valori che lo stesso sant’Agostino definì verità eterne ossia la gentilezza, la compassione, il coraggio, l’amore, la determinazione e l’empatia.

E son questi a formare il futuro essere umano che da persona diviene qualcosa di più vivo, un vero cardine che mantiene viva la catena che, dovrebbe, legarci al cielo, alle stelle, considerate fonte di ogni armonia cosmica. Non a caso la Maat egizia si rivolgeva alla via Lattea e non è un caso che i faraoni egizi rivolgessero le loro preghiere alle stelle, esse immobili eppur capaci di movimenti stuzzicavano la fantasia di tutti, con le loro meravigliose forme identificabili in una notte che, senza il loro chiarore, sarebbe risultata oscura. Ed è da quelle forme che la persona, ne ha tratto insegnamenti in grado di renderlo umano”. Pertanto, il simbolo delle stelle resterà ancor oggi fisso nel cielo a guidare il nostro viaggio terreno, grazie a valori che sono da sempre fissi in quel cielo immenso, troppo per un’anima cosi imperfetta.

Ora voi direte, cosa centra la premessa con il libro della Trivisani?

La premessa è il libro. Il libro è tutto nella premessa.

Perché nell’educazione c’è un altro dato che spesso noi diamo per scontato: ossia che ne esistono tre tipi, la formale (gli istituti preposti come scuole, università e altri organismi) la non formale (attività educative organizzate” al di fuori del sistema di educazione formale) e informale che udite, udite, sono tutti quei processi per mezzo dei quali, anche inconsapevolmente, si dà vita nell’individuo a fenomeni educativi.

E cosa saranno mai?

La famiglia per esempio, il contesto sociale e i mass media!

Eh sì cari lettori.

 Anche un libro può e deve generare un fenomeno educativo. Anzi cinema e letteratura sono fondamenti imprescindibili di questo processo che è, lo ripeto fino allo sfinimento, alla base della cultura di un popolo. E questa base può portare anche a acquisire regole molto diverse o opposte a quelle di consuetudine. Ed è questa la capacità critica che si rende necessaria alla correzione di eventuali distorsioni in seno al sistema sociale. E di queste distorsioni noi oggi, ne vediamo tante, troppe. Bullismo, mancanza di rispetto per la vita e l’uomo anche in frasi apparentemente banali, tendenza all’isolamento, all’egoismo, la volontà di emergere sottomettendo l’altro, la voglia di primeggiare, di successo, reso ancor più possibile (e quindi appetibile) grazie all’innovazione tecnologica portata da internet. Oggi l’adulto, ma soprattutto il ragazzo, ode lusinghe in ogni click e rischia di perdere il senso della realtà, considerando il mondo come un grande videogioco, laddove la responsabilità e il naturale schema di azione e retroazione, diviene totalmente svuotato di significato.

Ed ecco che mi capita tra le mani la Trivisani.

Ora, per chi si approccia a questa personalità dirompente, indissolubilmente legata alla sua arte, ci si trova di fronte una donna completa, ironica, dissacrante, una personalità effervescente e molto acuta, perfettamente tenuta assieme da un particolare collante, ossia un notevole rispetto che regge l’intera impalcatura psichica. E questo rispetto lo si avverte in ogni parola, anche in quella voce cadenzata e controllata.

Ecco cosa unisce l’autrice al testo: la volontà di donare all’altro le stesse fondamenta che reggono la sua intera psiche,  che racconta in questo testo che ha il sapore antico, eppure eterno, del romanzo classico di formazione.

Ripercorrendo e rielaborando in chiave moderna i concetti cavallereschi delle lontane storie dei cavalieri della tavola rotonda della ricerca del Graal, offre se non una soluzione una possibile lettura dei tanti drammi che affliggono la nostra strana esistenza, cosi rassicurante, cosi tecnologica, cosi civile e al tempo stesso cosi arida. I suoi personaggi sono spezzati. Alcuni hanno una notevole incapacità di interazione, avvertono la solitudine, vivono nel dramma e sono immagine speculare di ogni ragazzo di oggi. Una casistica di dolore riconoscibile in ogni volto che incontriamo sul bus, nelle strade o nei Tg. Eppure la Trivisani non ci sta a vederli perduti, senza speranza senza una direzione.

 E cosa fa?

Ci racconta una “fiaba” la storia della nostra anima che, in grado di resistere perché flessibile come l’acqua a cui deve tornare, la fonte magica, si riunirà non alla morale, ma all’etica che è alla base di quella fragile eppur dura struttura che è la nostra anima. Ragazzi che affrontano il percorso interiore (il mondo altro) per poter far nascere nuovamente la dea stellare, simbolo e contenitore di ogni armonia e di ogni speranza.

Del resto la stessa carta dei tarocchi Le stelle è pregna di bellissimi significati come pace, giustizia e armonia eventi favorevoli, prospettive rosee, il futuro rinascita spirituale, uscita da un periodo di ostacoli., il punto di arrivo, la conclusione di ciò che è stato iniziato nel passato.

E cosa è stato iniziato?

Il percorso fondamentale per divenire uomini: ossia scoprire in sé dei doni, doni importanti, valori eterni che la Trivisani sintetizza semplicemente in spirito dell’amore, della compassione, della forza e del coraggio.

Tornando a unirsi con questi temi dimenticati da una società che va troppo di fretta e unendoli appunto in un’anima integra e incorrotta, possiamo far fonte al male. Ed è nella descrizione del male che questo testo raggiunge il suo più alto valore educativo. Il male non è visto solo come una persona in carne e ossa ma si avvista come un fumo nero che avvolge l’intera vittima fino a cambiargli addirittura colore agli occhi. ecco che avvolge il drago, ecco che minaccia ogni protagonista.

E cosa si fa quando questo oscuro fumo?

Si innalza la barriera luminosa delle cose belle, dei valori buoni, dei sentimenti e dell’eticità. Solo così si abbatte il male ossia quella inquietante spira di nero che oscura il sole.

Ecco perché trovo che questo piccolo gioiello sia indispensabile non solo per gli adulti ma soprattutto per le nuove generazioni, per poter assolvere al suo unico, vero compito la scrittura, l’arte deve educare. Deve formare individui e renderli sempre meno burattini.

Pertanto grazie Simona per averlo capito e per averci dato una parte di te. Per aver voluto contribuire da cittadina e da donna, nel senso più ampio del termine, alla lotta per custodire la vera società umana e impedire il suo collasso completo.

La distruzione va combattuta con le stelle.

Oggi come ieri.

 

“Spacefood. La nuova gastronomia siderale” di Andrea Coco, Scatole Parlanti editore. A cura di Frank Slade

9788832810370_0_0_0_75.jpg

 

 

Ciao uomini e donne di tutto il mondo, prima di puntare la lente d’ingrandimento su questa magnifica opera, voglio darvi una rinfrescata sul cosa siano le cosiddette, “scatole cinesi”. Ora voi mi direte:

  • ma che cavolo dici Frank Slade?
  • Un momento, adesso vi spiego, non abbiate fretta.

Per definizione: con la locuzione “scatole cinesi” si indica una collezione di scatole di grandezza crescente, che possono essere inserite l’una nell’altra in sequenza.

Nell’ambiente letterario, invece,  questo termine viene utilizzato per identificare la struttura narrativa di un opera, in cui il racconto principale parla di un personaggio che a sua volta narra una storia, apparentemente, a sé stante.

Andrea Coco, con questo libro, fa proprio questo. Attraverso una narrazione fluida, ironica e spontanea, racconta la storia grottesca e paradossale di un viaggio che il critico gastronomico “Aner Sims” ed il comandante della flotta spaziale “Parboni” faranno tra i ristoranti più rinomati dell’intero universo.

Lungo quest’avventura, ognuno dei personaggi avrà la possibilità di raccontare, egli stesso, una storia (reale o fittizia a seconda della situazione), creando delle vere e proprie scatole cinesi, rendendo, in questo modo, il libro vivace e dinamico.

Oltretutto, le numerose battute pungenti ed ironiche che il nostro autore ha disseminato lungo la strada di quest’avventura, rappresentano quel pizzico di sale che fa la differenza tra un racconto appetitoso ed una minestra insipida e riscaldata.

Per rendere bene l’idea della genialità di questo autore, chiudete gli occhi, immaginate un uomo grosso, buffo e rude, che rapisce un famoso critico culinario del futuro, per portarlo nel famoso “ristorante che non c’è”, dove, per entrare, devi raccontare una storia divertente e piacevole ma se non è di gradimento, boom, una fucilata laser e sei bello che morto.

Codesto ristorante è pieno zeppo di curiosi personaggi, ognuno con una storia alle spalle, che si incroceranno tra la degustazione di un delizioso piatto ed una succulenta bevanda.

Ben presto, nel Ristorante che non c’è, la situazione precipita ma ci penserà Scilla, la quasi fidanzata di Aner, a salvare la coppia di amici da una situazione pericolosa.

Successivamente, i due piccioncini partiranno per un week-end sul pianeta Znavel ma i loro romantici piani saranno stravolti dalla scomparsa del celebre cuoco “Apuleius” e verranno incaricati, per colpa di Parboni, di indagare e ritrovarlo.

Qui lo scenario prenderà i contorni di un vero e proprio giallo. Passeranno tra ristoranti, pizzerie e locande varie, interrogando i vari ristoratori ed al tempo stesso, si troveranno coinvolti nella risoluzione di altre problematiche, prima di  ritrovare il famosissimo cuoco.

In questo libro, dai toni goliardici, ci sono tutti gli ingredienti necessari per rendere un piatto ops… un libro eccezionale:

  • descrizione minuziosa e irriverente di personaggi e situazioni…
  • continue citazioni musicali e non solo, che dimostrano una grandissima conoscenza di svaritati ambiti da parte del nostro autore…
  • contini scambi di battute tra i vari attori, che farebbe sorridere anche il leopardiano più convinto.

In definitiva, questo racconto futuristico ci mostra, con spiccata originalità, tante piccole storie che unite formano un solo percorso letterario, avendo come fulcro, non un personaggio in particolare ma, bensì, il cibo in tutte le sue sfaccettature.

Quindi, leggetelo miei cari lettori, dopodichè vi sentirete sazi e felici come se vi foste imbattuti in un ottimo ristorante in buona compagnia. E se siete genitori di figli piccoli, esponete loro il racconto come fosse una vera e propria favola.

Allora vi auguro buona lettura, ricordandovi che:

 

“Bisogna temere ciò che si conosce, ad esempio il nano e il tucano, non l’ignoto”.

 

“il segreto della sorgente. I rami del tempo volume tre” di Luca Rossi, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

51wuPNrtnVL.jpg

 

 

Eccoci arrivati al terzo capitolo della saga di Rossi, il segreto della sorgente che, in questo terzo libro, si dirige ad abbracciare molto di più il fantascientifico e contenuti molto meno velatamente sociali e di aperta, feroce critica. Ed è di questo lato che vorrei parlarvi. Tralasciando i dettagli dello stile (sempre coinvolgente) e dei personaggi (alle prese con loro stessi e i loro demoni).

Elementi che rendono sicuramente il testo affascinante e coinvolgente, con un susseguirsi di colpi di scena che tengono il lettore con il fiato sospeso. Ma, oramai lo sapete bene, non è quello che mi trascina di un libro. Non sono le trame, non è la cover, certo non il genere e neanche la scorrevolezza, ma è e resta il significato. Se chiudendo il mio e-book o il cartaceo, non mi fermo a riflettere, non ho qualcosa che mi brucia dentro fino a dover dare voce a questi pensieri, il libro ha fallito nella sua funzione principale: quello di comunicare. Se i primi due erano comunque racconti relativi al singolo percorso umano, qua vediamo un significato più globale, quello che potrebbe risultare una sorta di racconto allegorico e neanche tanto, del nostro modi di fare associazionismo. Che sia Europa unita, che sia stato, le frasi taglienti del Rossi non lasciano le coscienze indifferenti.

Abbiamo una galassia in cui vivono e esistono una miriade di piccoli mondi interdipendenti eppure autonomi uno dall’altro. Per congiurare il pericolo di uno scontro tra singole volontà, qualcuno Molov, organizza un ambizioso progetto, una federazione di mondi in cui ognuno possa prosperare e crescere in totale pace.

Bello vero?

Peccato che dietro il nobile progetto, si nasconda tanto altro. L’economia per esempio. Le mire finanziarie accecano il sommo governante che per poter governare ogni singola risorsa addirittura di clona, creando un’oligarchia onnipresente e claustrofobica. Il potere. Uno dei peggiori sentimenti umani che acceca e rende sordi a quegli ideali che, se accompagnano un progetto pieno di lodevoli motivazioni, vengono poi totalmente esautorati dalla loro purezza originaria divenendo strumenti di controllo. E poi la volontà di rendere la religione, il sacro e la spiritualità solo un mezzo di sottomissione e controllo delle coscienze.

E come si fa?

Semplice.

Si cerca di operare una cesura con il lato meraviglioso della vita, quella magia che rende ogni azione umana, ogni emozione totalmente incomprensibile e però, in grado di operare miracoli. La magia dal greco mageia e indicava la dottrina dei sacerdoti zoroastriani custodi di saperi occulti, ossia nascosti, che riguardavano in particolar modo l’astrologia e l’interpretazione dei sogni. Immaginate, uomini che ogni giorno stavano a contatto con quel mondo numinoso generatore di fiabe, miti e leggende e quel cielo cosi organizzato, cosi seducente in grado di suscitare nell’essere umano un grandioso sentimento di appartenenza. non fu un caso che per secoli la via lattea venne identificata con la strada capace di condurre al mondo di sogno.

Ecco che portar via all’essere umano la capacità di stupirsi e di sognare, significa rubargli una parte della sua anima, quella capace di scegliere. Eh sì cari miei lettori. Magia e quindi capacità di sogno, coscienza e libero arbitrio sono indissolubilmente legati. Del resto senza la parte più profonda e autentica di noi stessi, senza una sorgente (e non è un termine usato a caso) da cui ogni energia creativa è capace di sgorgare per poterci dare la capacità di distruggere e ricostruire noi siamo totalmente schiavi delle nostre passioni dei nostri bisogni primari e dei nostri peggiori impulsi.

Ecco che togliendo il sacro e il meraviglioso la Federazione (qualunque essa sia, inizia a manipolare le persone illudendole di agire per il loro bene. E se in questo libro uno dei mezzi per annullare il libero arbitrio tramite la manipolazione delle emozioni è una sostanza particolare il nomos, o l’auron. Nella nostra società il nomos/auron è spesso la virtualità, la strada facile e immediata per godere del proprio personale universo di beatitudine. Diventiamo così semplici burattini nelle mani dell’influencer di turno delegando a lui addirittura il senso della bellezza. Inquietante ma reale. Troppo reale.

Ma se prendete uno qualsiasi di questi individui e gli somministrate l’autron, lo trasformerete proprio in ciò di cui avete bisogno.” E che servirà soprattutto a me…

e ancora

L’autron scava a fondo nel cervello e modifica l’interpretazione dei ricordi. Non li cancella, non li reprime, ma si limita a mutarne le emozioni a loro associate. Ed è proprio per questo che è così straordinariamente efficace. Se si cancellano i ricordi di un individuo e si prova a impiantarne di nuovi, l’efficienza del cervello il più delle volte è compromessa e si va incontro a problematiche che in migliaia di anni nessuno è mai riuscito a risolvere. Agendo sulle emozioni, invece, tutto diviene più semplice. I vostri nuovi servitori saranno proprio quel che fa al caso vostro. Non vedranno l’ora di mettersi al vostro servizio e saranno assolutamente motivati. Per loro sarà la cosa più naturale del mondo esaudire i vostri desideri.”

Non vi sovviene qualche ricordo familiare?

E a noi oggi, in questo strano posto moderno di sensazioni che ci convincono della necessità di certi sistemi ne abbiamo a iosa.

L’Europa unita per esempio.

La necessità della finanza.

I poteri forti.

La necessità di un governo che mantiene di propri privilegi per far star bene solo a noi.

Continuo?

La libertà dei popoli è garantita dagli eserciti, ma voi finora siete stati bravi a proteggere la vostra grazie a una forza morale. Ma forse oggi questa non è più sufficiente.”

Sicuri che è fantascienza e non un trattato di sociologia?

Leggete questo passo

sai bene che esistono mondi che vivono nella più completa autonomia all’interno della Federazione. .Ne fanno formalmente parte, ma la loro identità viene preservata con ogni mezzo. Nei mondi indipendenti la visione della FM è distorta, ma sai bene che la sua funzione primaria è quella di mantenere la pace e l’ordine nella galassia, di consentire a chiunque di vivere e prosperare liberamente. Noi garantiamo la libertà degli individui, non la neghiamo in alcun modo.

Rossi, in questo semplice romanzo di evasione, racconta la nostra perduta società.

Quella società che riduce tutto al controllo e alla manipolazione spingendo con forza sui peggiori impulsi le peggiori paure dell’uomo, in primis quella della paura. È la paura che tiene sotto scacco un intero mondo, un intero pianeta:

 

È difficile ipotizzare cosa quelle stesse persone, accecate dall’odio, potrebbero fare nei prossimi giorni.

Ed è la pura di una violenza presunta e di un nemico immaginario che fa si che interi popoli acconsentano a rinunciare a qualcosa di fondamentale: la loro autodeterminazione. E basta aprire davvero gli occhi per accorgersi che:

 

la Federazione è malata, Molov. È molto più malata di quanto tu possa pensare. Tu credi che potrà continuare a evolversi sull’onda del progresso scientifico e tecnologico, priva dello spirito, ma non è così. Senz’anima, gli esseri viventi diverranno preda di un male che non puoi neppure immaginare; lo splendore che ti ostini a voler difendere crollerà di colpo, senza lasciarti alcuna possibilità di rimediare.

Dobbiamo renderci conto di vivere in un sistema malato la cui unica salvezza sarà quello di rendersi conto che

tutto così facile. Basta che una di noi raggiunga sé stessa per dare una possibilità a tutti. Perché siamo un’unica energia. E questa magia è in tutti noi. La Sorgente è nel profondo di ogni essere vivente. Ecco qual è il suo segreto, riflette, sentendosi espandere tra miliardi di miliardi di creature. Siamo amore, nient’altro che amore.

E se un libro, questo libro può farvi recuperare il vostro libero arbitrio, donato incoscientemente in cambio di una finta tranquillità allora rossi non avrà scritto invano. Che la bella Lil possa risvegliare:

loro cuori e le loro anime, ha dato loro la più meravigliosa e pericolosa delle opportunità: la libertà di scegliere, il libero arbitrio.

 

“Ikaria” di Manuela Cinti, lettere animate editore. A cura di Francesca Giovannetti

www.mondadoristore

 

 

 

Flavio Antonelli è il tormentato protagonista del romanzo. Anima inquieta fin da piccolo, anela a sentirsi come tutte le persone definite normali, nella consapevolezza di esserne talmente diverso da sentire quasi il dolore della distanza fra se stesso e altri.

Crescendo si trova circondato da pochissimi ma fedeli amici, si fa bastare il piccolo mondo che lo circonda, fuggendone appena possibile, perdendosi in alcol, droga e sesso. Ossessionato dall’odio per il padre e dalla paura della morte, porta avanti la sua esistenza senza una meta, con un’inerzia annientante. Due incontri cambieranno la sua visione della vita. Il primo organizzato e fortemente voluto da un misterioso interlocutore, il secondo fortuito, con una originale ragazza, Anna, che con pochi, semplici gesti e sorrisi lo aiuterà ad affrontare la paura della morte che lo attanaglia da anni.

Ikaria è l’isola greca del Mar Egeo, dove secondo la leggenda Icaro cadde, dopo essersi avvicinato troppo al sole, nel tentativo di fuggire dal Labirinto con ali tenute insieme dalla cera.

Ikaria è la caduta di Icaro e il rialzarsi di Flavio, in un cerchio imperfetto di emozioni e comportamenti dettati dalla rabbia; Flavio è  debole e cocciuto, esasperante nel suo dolore anche per chi ha la volontà di stargli accanto; ma sarà proprio l’amore delle poche persone che lo circondano a permettergli di rinascere con nuovi occhi.

L’autrice descrive con tratti brevi e intensi la forte negatività emozionale di Flavio e la lucida, serena, disarmante accettazione della vita di Anna. Due approcci all’essere destinati a completarsi.

Una scrittura fluida fino alle ultime pagine, nella quale sono inseriti, ad arte , i titolo delle canzoni che il protagonista ascolta, una colonna sonora veramente apprezzabile.

Un libro che insegna che, veramente, non è mai troppo tardi.

Che gli sbagli si commettono, ma l’amore ripara, se si ha il coraggio di accettarlo.

 

“Luce e tenebre. Equilibri” di Mariano Lodato. A cura di Alessandra Micheli

Equilibri - Ebook.png

Da sempre la domanda che ha angosciato, interessato e annichilito per la sua difficoltà di risposta, intere generazioni, anzi oso dire l’intera razza umana, è abilmente espressa dal mio adorato salmo otto

che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.

Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi

Cos’è l’uomo è la domanda che ricorre in ogni opera letteraria, nella Bibbia e nelle saghe del Graal antenati di quei moderni fantasy che tanto stuzzicano la nostra fantasia.

L’uomo, questo essere ambiguo sospeso tra grazia e perdizione, tra redenzione e abisso è oggetto di ogni vostro libro. Che sia per comprenderne il lato più oscuro, o per esaltarne la bellezza dei sentimenti all’inizio ci sarà sempre e solo un uomo. Anzi preciso: all’inizio di ogni impresa artistica ci sarà un soggetto che dovrà conquistarsi il titolo di essere umano, sviluppando una consapevolezza che lo porti ad acquisire una coscienza. E non soltanto della propria identità ma anche di un particolare dono, o maledizione che si voglia, ossia il libero arbitrio. E’ quella strana e mutevole libertà che ci fa Scegliere la strada da seguire, la modalità con cui affrontare le prove che qualcuno ci pone lungo il cammino e che ci fa anche decidere se vogliamo vivere in modo spirituale, materiale o olistico. Questo libero arbitrio non è senza pericoli, perché se carenti di dati, di insegnamenti e di esperienze (in sostanza privi di un adeguato apprendimento) la risposta che noi daremo allo spaesamento che ci folgora davanti a un bivio non sarà mai privo di conseguenze. Ogni azione una retroazione, ogni parola genera un risultato, ogni gesto può far germogliare fiori o distruggere le messi. In questo caso l’apprendimento diviene parallelo a un altro apprendimento più profondo e sostanziale che è spesso paragonato alla cosiddetta crescita spirituale.

Cos’è mai questo percorso?

È semplicemente la capacità di imparare di nuovo a percepire il reale, travalicando le percezioni ma anche le idee che ci ha elargito la società e che fanno parte della socializzazione effettuata ad opera della scuola, dei media, delle tradizioni culturali e delle conoscenze scientifiche. Questo porta a morire letteralmente e rinascere con nuovi occhiali con cui osservare e interpretare il mondo. È un apprendimento di terzo livello caratteristico dei mistici, degli artisti e dei folli che porta a percepire la realtà attraverso il suddetto terzo occhio o sesto senso.

Perché questa lunga premessa?

Perché il libro di Lodato racconta di questo arduo e tortuoso percorso attraverso la crescita del proprio io, liberato dalla maschera del ruolo sociale, delle limitazioni date dai vizi per aumentare l’accrescere delle virtù. In questo testo, il protagonista Matteo fa un’esperienza a dir poco straordinaria che lo pone a un grado di maturazione umana e spirituale elevata e che lo porta a identificare la propria avventura umana come parte di un più ampio progetto desideroso di far sfiorare all’uomo la perfezione divina.

Ma voi direte: a noi che importa di diventare partecipi dell’essenza divina?

I problemi sono altri: morte malattie, guerre povertà. Dolore e incapacità di sopportarlo. Lutti e via di allegrezza.

E noi possiamo mai pensare a raggiungere un Dio che sembra dormire o nel peggior dei casi, averci abbandonato fino a scomparire nel nulla?

e così sono lieto di apprendere

che hai fatto il cielo

e milioni di stelle inutili

come un messaggio,

per dimostrami che esisti,

che ci sei davvero….

ma vedi, il problema non è

che tu ci sia o non ci sia

il problema è la mia vita

quando non sarà più la mia,

confusa in un abbraccio

senza fine,

persa nella luce tua, sublime,

per ringraziarti

non so di cosa e perché;

lasciami

questo sogno disperato

di esser uomo,

Queste parole di un grande Roberto Vecchioni spiegano tutto il dramma contenuto in un libro che non è un libro. Matteo vive. E vivendo affronta mille percorsi spesso irti di ostacoli e di perché. Ed è così orgoglioso di essere uomo tanto da rimanere incastonato nella sua roccia. E questa roccia sono affetti, convinzioni sul mondo, certezze e perché no, difetti. Nonostante tutto questo lui è e resta un diamante grezzo. Ma perché la vita o l’essenza o l’energia primordiale lo renda perfetto, serve che questa roccia si disintegri del tutto. Serve lavoro duro e un bel piccone. Servono muscoli sudore e sangue. E lacrime tante lacrime. Solo perdendo sé stessi, o meglio cosa siamo convinti di essere, possiamo davvero diventare uomini. Finché Matteo non subisce questo distacco da tutto ciò che conosce, resta una possibilità. Una bella possibilità, ma solo evanescente. Sceglie: ma quando si sceglie senza consapevolezza della posta in gioco non si comprende appieno l’importanza di questo nostro tanto esecrato libero arbitrio. Noi possiamo abbracciare il male ossia il caos o l’ordine che costantemente crea. Ma, c’è un ma e Lodato lo esprime perfettamente. Questa divisione del mondo in luce e tenebra così distante e cosi netto ci fa perdere qualcosa di importante ossia il senso del tutto. E ci fa perdere l’equilibrio. Troppe volte il detto popolare

La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni

diventa troppo vero.

Perché una visione globale del vivere e persino della divinità ci rende capaci di aver semplicemente fede. Chi impara che il dolore è una porta, che a ogni caduta ci si rialza più forti e decisi, chi non comprende che affrontando il vizio e compensandolo con la volontà di abbandonarlo in virtù di una virtù più alta che ci faccia vibrare l’anima, è semplicemente perduto e soggetto alla disperazione. Vedete in questo straordinario viaggio umano la parola d’ordine è semplicemente scelta.

«L’immenso dono che uomini hanno ricevuto dal Creatore, la

possibilità di scegliere sempre e comunque,

Un dono su cui, in questo tempo perduto, sputiamo giorno dopo giorno. Lo facciamo ergendosi con aria tronfia nel nostro essere atei perché la religione è soltanto oppio dei popoli. Ma perdere il senso della meraviglia che il sacro, cuore pulsante di ogni credo ci regala, significa abbracciare l’abisso. Perché senza lo stupore, senza la forza che la speranza ci dona ogni giorno di questa perdita, senza immaginare che oltre al nostro esistano dimensioni in cui forse l’energia vuole modellarci e farci evolvere, allora tutto è inutile e un nulla costante. E quando non esiste nulla, lo sottolineo, per cui svegliarsi la mattina non esisterà un essere umano che dice no a ogni bruttura del mondo. Ecco perché esistono violenza, rabbia, dolore senza fine, perché esiste la volontà di sopraffazione che sfocia nella guerra, perché noi non ci sentiamo più parte di nulla: non pensiamo che il nostro misero aspetto mortale nasconda un’armatura lucente e indossi la spada della giustizia. Non sapremo mai che dietro le colonne del rigore esistono i soavi effluvi del paradiso, ma quello vero, quello oltre la nostra bigotta convinzione. Un percorso come quello di Matteo attraverso se stesso e le tappe di un umanità in fiore, che come una pianta necessita di acqua di amore, dedizione e cura è semplicemente un abbattimento costante di convinzioni che ci legano a terra e ci rendono sempre meno figli del cielo

Questo lo capisco ogni volta che distruggi o ridimensioni le mie

convinzioni….

Chi ha mai detto che questo è il Paradiso cristiano? E, soprattutto, chi ha mai affermato che quello in cui credevi quand’eri sulla Terra fosse la sola Giusta Via?

La via non è una. Forse una sarà la destinazione. E solo attraverso la ricerca di sé possiamo arrivare a sfiorarla e divenire veri “guerrieri della luce”

Tutti gli uomini dovrebbero imparare ad accettare le idee diverse

dalle proprie. Dovreste imparare ad aprirvi a esse e trovare la giusta

connessione con quello in cui credete da sempre. Dovreste unirvi per cercare, come in un puzzle, gli incastri tra i vari pezzi che possedete

separatamente. Dovreste riuscire a trovare la forza per collaborare in

tal senso, persino con chi considerate vostro nemico. Soprattutto,

però, dovreste riuscire a resistere alle trappole che le Tenebre vi tendono giorno per giorno.»

Ecco che Lodato, nella sua antica saggezza cosi in contrasto con la giovane età, comprende e ci dona un’importante lezione: il valore della differenza. Che si esercita nella fede che ogni strada ci porterà a abbattere il muro e abbracciare davvero un anima. La nostra anima. Oltre i piccoli sbagli, le imperfezioni, dentro di noi c’è un immenso paradiso. E come disse un lontano uomo, un maestro forse simbolico

il regno di Dio è dentro di voi.

Qua non si parla di religione cattolica, o cristiana o altro.

Qua si parla di vita.

Come si può amare il mondo e il diverso da noi senza avvertirlo come se fosse parte della nostra essenza?

Come se ognuno, alberi, piante, uomini e persino animali non fossero legati a noi da incantevoli e invisibili fili?

Solo distruggendoci, morendo a noi stessi, morendo alle nostre divisioni possiamo capire:

Imparare a percepire l’essenza di tutti gli esseri viventi al fine di liberarsi, in modo definitivo, dalla prigionia dei sensi umani che offrono visioni incomplete e talvolta persino distorte – della realtà.

Sai, dopo aver visto, mi sento piccolo e stupido per tutte le volte che ho considerato questa solo erba e quelle solo piante.» Indicò gli alberi e gli arbusti.

«Ora lo so! In loro c’è tanta vita quanta ce n’è in un uomo e non meno, come erroneamente crediamo. Essa si manifesta semplicemente in maniera diversa.»

E questa sensazione di totale immersione nel creato è la risposta a tanti dubbi che ci attanagliano, persino di quello espresso da un fedele “servo” di dio ( servo in quel passo biblico ha il suo originario significato di custode) un tale Giobbe, che incapace di cogliere il senso che possa accomunare ogni esperienza umana, incapace di cogliere quel filo conduttore che lega dolore e gioia a quel sistema onnicomprensivo e “olistico”, si sente rispondere da un turbine di energia, dalla voce tonante in questo modo

Chi è costui che oscura il consiglio
con parole insipienti?
[Cingiti i fianchi come un prode,
io t’interrogherò e tu mi istruirai.
Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?
Dillo, se hai tanta intelligenza!
Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai,
o chi ha teso su di essa la misura?
Dove sono fissate le sue basi
o chi ha posto la sua pietra angolare,
mentre gioivano in coro le stelle del mattino
e plaudivano tutti i figli di Dio?

In questa meravigliosa lezione di storia naturale, che vi invito a leggere, sta tutto il senso del nostro esistere in totale cooperazione con l’intera perfetta armonia dell’universo. E quando uno riesce a vederla non può non avvertire un senso di completezza, e capisce quanto davvero questo piccolo misero uomo valga. E quando imparerete il vostro valore, la vita materiale non sarà più la stessa

Il Padre Celeste ha sempre voluto che gli uomini si elevassero

fino all’apice delle loro possibilità, fino a sfiorare la Sua stessa Perfezione.

Gli uomini sono gli esseri su cui il Creatore ha riposto le proprie speranze. In

voi Egli confida per chiudere il cerchio della creazione. Tuttavia, per

vostra stessa natura, non siete in grado di gestire, fin da subito, il vostro massimo potenziale: avete bisogno di imparare per gradi.

Cosi quando cadrete, piangerete lacrime di sangue. Quando perderete tutto, quando la vita vi apparirà un vuoto costante, quando non vorrete più lottare, ricordatevi le parole di Mariano Lodato

Devi alzarti e vivere. Devi vivere con il peso del fallimento. Questa sarà la

tua punizione. Ma devi anche vivere come se quella prova non sia

ancora giunta. Come se ogni giorno, ogni azione, ogni gesto o parola fosse quella giusta

Rialzati e prosegui per la tua strada. Quando cadrai, rialzati an-

cora. Non fermarti, continua a camminare. E continua anche se per

farlo avrai bisogno di un bastone, di un aiuto, di un qualsiasi appiglio.»

E come Matteo l’appiglio lo troverete nella forza di non smettere mai di avere speranza che ogni sassolino, che ogni ferita è qua solo per forgiarvi e farvi diventare uomini. E la prova più grande, l’ultima, sarà quella di guardare in faccia il dolore, l’odio, il rancore la paura e di sorridere.

E partire in cerca di un’altra vita.

La vostra

perché vedi, l’importante non è

che tu ci sia o non ci sia:

l’importante è la mia vita

finchè sarà la mia

“Araba fenice” di Michele Sbriscia, Lettere Animate editore. A cura di Alessandra Micheli

41cq7W7RnUL.jpg

 

 

Il libro L’araba Fenice di Michele Sbriscia sembra, apparentemente, un esperimento letterario creato per divertimento, ispirato dall’amore per quell’arte chiamata letteratura. Ma io, ovviamente (vi stupite per caso?) ho osservato questo testo da una diversa angolazione. La sua stressa struttura, è affatto improvvisata, ma risulta creata ad hoc per suscitare nel lettore suspense, tensione e quel brivido necessario a ogni thriller. E il termine to thrill, (rabbrividire) che rappresenta il fulcro, la pietra d’angolo su cui erigere la monumentale costruzione di questo genere di testo.

E to thrill il testo lo è davvero. Però, c’è anche qualcosa di più, nascosto dietro le mirabolanti azioni a volte crude, dietro eventi dal profumo quasi onirico e dietro le frasi permeate di un eccellente sense of humor stile inglese.

Si tratta soltanto di aprire il nostro baule dei doppi significati assieme al maestro Humpty Dumpthy e trovare il fondo segreto.

Le storie diverse si incontrano e si intersecano in apparenza grazie a un libro misterioso. Nulla di nuovo sotto il sole. Di libri magici la letteratura ne ha iosa, basti pensare al famoso tomo oscuro del Nome della Rosa. sono custodi di segreti a volte terribili a volte maestosi, indizio che ci si avvicina a un terreno particolare quello del sacro:

 

terribilis est locus iste

est porta coeli e domus dei

Sono frasi dal suono inquietante poste su molti architravi di chiese e io lo inserirei anche nel testo suddetto.

Vi avverto quindi, potete leggere il libro come una divertente evasione, ridendo della goffaggine del protagonista e dei non sense di uno dei personaggi Fiorenzo. Potete viverlo come una storia d’amore che sorpassa le difficoltà. Oppure come un classico mistery, in cui è dovere del protagonista di cercare un qualcosa o di risolvere un intricato puzzle. Oppure, potete accettare il guanto di sfida di Sbriscia e capire cosa ci ha voluto lasciare con questo libro. Perché vedete, io non credo che quasi nessun autore (tranne quelli che appello con il termine venditori di polizze) scrivano solo per svago. Essi comunicano qualcosa e si accontentano anche quando quel codice non viene svelato, perché se esiste il messaggio, esso giungerà sempre a una parte del cervello di cui ignoriamo i meccanismi, ma che è recettivo a dispetto della nostra pigrizia mentale.

E quindi vediamo cosa ha stuzzicato a me.

Come ho già detto l’apparente chiave di tutto è un libro, contenente un segreto così importante da essere occultato. Del resto il libro stesso è sinonimo di conoscenza, e la conoscenza è quella chiave che ci permette di aprire molte porte dimensionali, emotive o solo scientifiche. Il problema è che la conoscenza va servita a piccole dosi, per potere essere guardata senza bramosia, senza cupidigia e senza che questi due beceri lati umani suscitino violenza. La conoscenza non è un mezzo per ottenere il soddisfacimento di un bisogno che sia materiale come il denaro o valoriale come il potere. La conoscenza è quella consapevolezza e comprensione dei fatti, delle verità, dell’informazione ottenuta attraverso l’esperienza, l’apprendimento e la comunicazione. È una sorta di autocoscienza della presenza di legami importanti tra informazioni che non sono separate ma connesse tra loro ed è la scoperta della natura logica di questi legami. Ecco che il termine si arricchisce di concetti come significato, differenza (che fa scattare l’informazione), istruzione, rappresentazione, apprendimento e stimolo mentale. E tutto questo non si lega alla finalità cosciente ma alla cosiddetta crescita etico morale o spirituale della persona. In parole povere la conoscenza stimola o dovrebbe stimolare l’evoluzione. Quando così non accade, essa è semplicemente informazione e tale resta. E quando non si trasforma in altro, il dato può viaggiare nei più disparati contesti e può essere usato senza che si sviluppi una autoconsapevolezza da tutti. E questa generalizzazione rappresentata dall’aggettivo tutti, diventa di importanza capitale.

Sapete perché?

Ve lo spiego. La conoscenza di un segreto in questo libro, stimola la mente di diversi personaggi. Alcuni la usano solo come rivendicazione di un possesso, altri come riparazione di torti, altri pochi in realtà, come crescita. E poi c’è chi di quest’informazione ne fa scudo per giustificare una violenza brutale e inumana.

Chi siano i latori dei diversi gradi di questa “conoscenza” sta a voi scoprirlo.

Questo percorso spirituale è ancor più rafforzato dalla presenza di alcuni dettagli collegati tra loro come i simboli, la presenza di erbe magiche e di personaggi appartenenti alla tradizione rosacrociana del passato. Tutti questi elementi creano nel protagonista la capacità di travalicare il tempo e lo spazio e attraverso una visione lucida e impersonale di aventi passati, più o meno allegorici, si riesce a acquisire una coscienza.

Direte voi mbè?

Tutti abbiamo una coscienza.

Si, in senso probabilistico.

Nel senso che ognuno di noi può essere depositario di questa misteriosa entità che, pare, ci distingua dalla fauna e dalla flora, ma finché tu non la rendi viva portandola alla superficie, strappandola dai meandri del tuo inconscio resta possibilità e mai realtà. Come dire ognuno di noi è stato dotato da dio o dall’energia divina di una capacità di dare senso, significato e struttura gerarchica a fatti o cose.

Sarete lieti e giubilanti nello scoprire che il termine coscienza deriva dal latino conscientia, a sua volta derivato di conscire, ossia “essere consapevole, conoscere.  Di nuovo ci troviamo a aver come indizio la consapevolezza che la persona ha di sé, dei propri talenti ma soprattutto delle proprie costrizioni mentali. E perché no anche dei limiti che si frappongono tra sé stesso e il mondo e la conseguente crescita che l’essere umano DEVE sperimentare stando in questa valle di lacrime.

Ed ecco che torniamo al punto di partenza. L’uomo protagonista di questo libro, attraverso la penna spesso ironica di Sbriscia non fa altro che intraprendere un percorso spirituale. E questo lo fa essere cosciente delle paure, della mancanza e attraverso queste dei drammi del mondo

 

questo è l’abisso

Ed è da questo abisso di morti rinati, di oscure figure allegoriche, di fantasmi del passato che Andrea scopre di essere umano.

E già.

E non ditemi che è banale perché se ognuno di noi, si rendesse perfettamente conto di essere UMANO tante patologie, tanti orrori, tanta malvagità non ci sarebbe. Rendersi conto della propria umanità è quel percorso che dobbiamo intraprendere una volta buttati in questo teatrino grottesco. È quell’esperienza sensoriale che ci pone di fronte ai nostri demoni. Che siano draghi sputafuoco che distruggono la vita solo perché desiderano l’immortalità senza capire che noi siamo già immortali grazie al pensiero e alla capacità di prendere idee dal mondo dell’iperuranio. O che desiderano il potere tanto da vendersi l’anima, senza sapere che non si può vendere qualcosa che non è nostra ma che ci è stata data in prestito e che poi dobbiamo restituirla all’armonia universale, in quel mondo dove tutto si trasforma, dove nulla si perde. Ci troviamo di fronte al costante dramma di un uomo che stenta a diventare umano:

Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?” recitava Bono nella sua mitica “Sunday, bloody Sunday” sventolando una bandiera bianca, drenata di ogni colore, simbolo di purezza, di pace e di perdono.

“Quanto tempo ancora?”

“Bottiglie rotte sotto i piedi dei bambini, corpi sparsi stesi in strada.”

“Asciugati le lacrime dal viso, togli le gocce di sangue dai tuoi occhi.”

“In milioni piangono, noi mangiamo e beviamo mentre loro domani moriranno.”

Quanto tempo ancora impiegheranno gli uomini a comprendere cos’è la guerra?

E per quanto tempo cercheremo con ossessione il potere senza soffermarci sulla vera magia

Un qualsiasi attimo per il quale l’esistenza umana possa essere chiamata vita!

Istanti perduti per sempre, desiderando la libertà, bramando gloria, sognando conquiste e trionfi, aspirando all’eterna, sconfinata e immortale grandezza

E tra un sorriso, un palpito noi troviamo questi significati eterni reiterati attraverso i simboli che si incarnano di volta in volta, in figure remote e evanescenti come quella del conte di Cagliostro, l’uomo che sfidando il suo tempo ricercò proprio l’essenza della vita, la trasformazione e il bene supremo e nella fenice, che nonostante la distruzione apparente del suo sé, alla fine le ceneri non le odia, non le ignora, non le nasconde sotto il tappeto, semplicemente le usa per rinascere.

Ed è per questi significati, per quelle due frasi che valgono tutto il libro, solo per queste due verità, nascoste in un testo godibilissimo, solo per queste due verità, io chino il capo e dico grazie per la tua penna Sbriscia.

 

“Love marketing. L’arte di trovare un amore che duri tutta una vita” di Elda Greco, self publishing. A cura di Vito Ditaranto

love marketing.png

 

 

“…All ’inizio a parlare delle strategie amorose fu l’Ars Amatoria del poeta romano Ovidio, poi è stata la volta dell’Arte d’Amare del filosofo tedesco Erich Fromm…”

 

Se sai cos’è l’amore hai in mano il potere per cambiare la tua vita.

Alcuni dicono che sia un sentimento, un’emozione.

Ad altri piace vederlo come un principio, un valore universale, che tutti riconoscono.

L’amore, per altri, è solo un’illusione, qualcosa di astratto che non esiste.

Per Elda Greco l’amore è soprattutto un calcolo matematico. Trovare l’amore che duri una vita è un arte. L’amore è anche economia come “L’arte della guerra”.

Elda Greco con quest’opera ha descritto con arte ironica l’affare amoroso.

Il libro mi ha fatto divertire offrendomi vari spunti di riflessione professionale.

Il testo rappresenta un vero e proprio manuale che non teorizza l’amore ma insegna a usare nel corteggiamento una sorta di strategia psicologica così come si fa nel marketing.

 

“…Il primo passo quindi che devi compiere è di consapevolezza e di Amore verso te stessa. Quante volte ti sarai  sentita ripetere “se non impari ad amare te stessa, non puoi pretendere che lo facciano gli altri”? Per quanto mi riguarda, ho impiegato metà della mia vita a capire cosa volessero intendere…”

 

E’ fondamentale capire cosa l’autrice con questo testo vuole insegnarci, è fondamentale capire cosa significa amare, perché se l’amore è azione, allora sono le azioni dell’amore quello che deve interessarti. Se ti senti un calzino che hai perso nella lavatrice, l’unico modo per ritrovare la felicità, è cercare un altro calzino che si è perso, ma devi farlo con la strategia del cercatore e non comportarti come la solita “sfigata”.

Elda Greco ci dimostra che viviamo in un mercato dove tutti siamo potenziali acquirenti e tutti potenzialmente in vendita, è fondamentale imparare a muoversi per distinguersi.

Il libro comunque racconta l’amore in maniera diversa, in un modo ironico, appassionante e rivoluzionario e oserei dire reale e non idealizzato come in molti romanzi rosa.  L’autrice ripropone i classici temi del marketing nel campo sentimentale in maniera del tutto originale e che onestamente non mi sarei mai aspettato di leggere. Oggi molti autori tendono a ripercorrere tematiche già trattate, risultando spesso poco originali; questo testo invece, risulta del tutto originale, non credo di aver mai letto nulla che gli somigli e per me questo è il principale pregio dell’autrice.

Il libro come ho già detto è originale e al tempo stesso divertente. Si legge in pochissimo tempo. L’autrice non usa un linguaggio complicato e desueto, anzi con parole semplici ci aiuta a comprendere il suo punto di vista in maniera singolare e unica.

Questo manuale dalla semplice bellezza, va inteso come aspro attacco all’ipocrisia della gente. Acuto, ricco di spunti e al tempo stesso scritto con genuinità e autentica visione del mondo reale.

Unica pecca del libro è che sembra destinato esclusivamente a un pubblico femminile. “Love Marketing” non è un libro sull’amore. È un libro di marketing per donne. Comunque, io l’ho letto con piacere.

Se siete arrivati sin qui vi consiglio vivamente di leggere questo libro.

Ora la scelta di una lettura differente da quelle che generalmente vengono proposte è solo vostra.

Concludendo con una nota della stessa autrice io direi che l’amore:

 

“…È un lavoro faticoso, probabilmente più lungo di un fortunato ammiccamento, ma come diceva il noto pubblicitario David Ogilvy -qualsiasi idiota può concludere un buon affare, ma ci vuole genio, fiducia e perseveranza per creare una marca”

 

 

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

“Morte di Stato” di Ruben Trasatti, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

morte di stato.jpg

 

Avvertenze.

Questa sarà una recensione fuori dai miei rigidi canoni oggettivi. Perché di fronte a un libro che parla di noi, della nostra società e del futuro che stiamo donando ai nostri figli, non si può restare indifferenti. Questo è un libro potente e importante, sicuramente scomodo, un pugno nello stomaco a tutti coloro che, senza accorgersene, vengono addormentati dai Media e delle notizie distorte. Vorrei davvero che provaste la stessa mia emozione, rabbia dolore e che possiate riconoscere gli stessi pericoli che stiamo vivendo. Quegli insiti nelle facili parole, nei piccoli dettagli, in una comunicazione che è totalmente patologia in ogni sua componente. Stiamo dividendo. Stiamo di nuovo creando una netta gerarchia, noi e loro. Ci stiamo di nuovo facendo possedere dagli stereotipi che divengono realtà e verità e non più semplici mezzi di comprensione. Di nuovo confondiamo la mappa con il territorio.

Svegliatevi.

Vi stanno ingannando, vi stanno rubando la coscienza.

E senza coscienza non sarete mai più liberi.

Alessandra Micheli

 

 

 

Scrivo questa recensione, proprio mentre a Macerata si compie un atroce ritorno al passato, un deja vu che non vorrei mai aver provato. E mi chiedo quanto il libro di Trasatti sia davvero fantapolitica. A me sembra un monito che avverta anime evolute a stare attenti, attenti alla faciloneria da stadio, alle soluzioni immediate alla costante, depravata creazione del nemico. E’ la civiltà occidentale che va difesa, urlano dal pulpito i politici di turno, adoranti dalla scintillante corazza del populismo.

Prima gli italiani degli immigrati!” si sente urlare con forza.

 E gli altri?

 Gli altri, beh pazienza. Sono solo scarti, gente senza volto, senza storia, solo nomi anzi privati anche di quello. Indicati con la provenienza come se essa fosse atta a descrivere l’interezza di un essere umano che è per sua natura sfuggevole e sfaccettato. Fa male sentire che per indicare il crimine si usa la provenienza, come se un Lombroso risorto avesse trovato il modo per dividere il sano dal marcio. Come se evidenziare che le caratteristiche fisiche o etniche determino la patologia nella mente che porta alla devianza e alla delinquenza.

E come non possono venirmi in mente i protocolli dei saggi di Sion?

Con posso non ricordare le orride vignette che misero alla berlina milioni di persone rei di avere una religione diversa?

Come non posso ricordare il dramma dei cagot?

Tutti colpevoli di essere diversi, diversi dal facile schema che consente all’uomo di restare fermo a venerare il dio della forma, perché la forma non cambia mai, resta sempre uguale e fedele a sé stessa. E’ la sostanza che simile a un vento sconvolge il nostro ambiente mentale, che erode montagne, che modifica il paesaggio. E la sostanza che muta, muta la nostra essenza di uomini, in un costante anelito all’evoluzione. Creare il nemico è il reiterare le comode abitudini, è il mantenere in vita un modello sociale anche quando questo è pieno di toppe, è agonizzante, un morto macilento che cammina. Creare il nemico è l’unico modo che ha una dittatura di sopravvivere.

Trasatti con penna crudele delinea una storia che rischia di essere il nostro domani. Ci racconta di un mondo orrorifico, dove l’Europa non è quel beato sogno partorito dalla mente dei grandi filosofi, ma è un abominio scaturito della più turpi passioni, dai più oscuri desideri. E’ un Europa dove la vita del singolo non conta se non in funzione della sua produttività, dove il risparmio e un finto benessere sono solo dei miraggi. Conta il potere, conta la scalata al successo, conta il controllo sociale effettuato tramite l’atroce legge che sancisce la morte di stato. Un cittadino, svuotato della sua importanza, diviene solo numero, solo oggetto e non più soggetto, da sfruttare fino alla fine, per poi gettarlo via, come un vecchio arnese oramai inutilizzabile. È la morte del singolo a favore di una volontà generale che si basa soltanto sull’elemento utilitaristico, non più sui valori etici come la creatività, l’esperienza, il rispetto totale della vita, l’impegno a un’esistenza ricca e soddisfacente. Non si cura il cittadino né a livello sanitario, né a livello umano, lo stato abbandona ciascuna componente a se stessa, la spersonalizza, la priva della sua umanità, la sfrutta. E per esercitare questo controllo attua una vera e propria de-sodalizzazione delle comunità che divengono isola a sé stanti, indipendenti una dall’altra. Si instaura il sospetto, si alimenta la paura dell’altro, si spezzetta un’unità in tanti piccoli frammenti dominabili e manipolabili tramite i mezzi di comunicazione di massa.

La comunità europea appare unita, non grazie alla comprensione di quanto cooperare sia importante, non sulla base di una forma mentis che fa delle teorie sistemiche, quelle che considera l’insieme delle varie componenti di un organismo ugualmente indispensabili l’una all’altra per sopravvivere. Non parla di cibernetica o di teoria batesoniana, ma di paura.

L’Europa si unisce perché ha paura. Paura dell’altro, paura di sé stessa, paura di quel mondo che crolla perché è necessario che si trasformi. In cambio del finto benessere chiede candidamente una semplice moneta: la coscienza. E cosi il disperato essere umano, quello che dio ha fatto cosi grande, più di angeli e stelle, perde un pezzo di sé e si aggrappa disperato al dio denaro, al dio che produce ma che non crea. L’Europa è solo un fantoccio per mantenere in vita l’interesse, l’unico che fa ancora muovere questi corpi stanchi. E per mantenersi allontana tutto ciò che minaccia questa perdita costante di coscienza, il diverso e quindi l’incontro con l’altro e la vecchiaia, quella parte tanto venerata da ogni cultura poiché custode e memoria di ogni tradizione, del bello come dell’orrore.

Ecco cosa ho letto. L’incubo e la probabilità di un mondo che si ripara dietro il populismo, dietro paroloni altisonanti, ma che perde memoria e identità.

 

«I nostri antenati hanno versato il loro sangue per combattere un nemico. Siete voi che non riuscite a vedere il nuovo nemico che ci invade, che ci attacca, che ci ruba ciò che abbiamo» disse una donna piazzatasi nei pressi della fontana. 

«Brava! Faglielo capire!» gridò qualcuno per supportarla.

«Signora, si è mai chiesta come ci vedevano in America ai tempi delle grandi emigrazioni di massa? La maggior parte degli italiani venivano sottoposti a rigidi controlli, emarginati nei bassifondi delle città, costretti a subire vessazioni. Col tempo le cose sono cambiate e si sono resi conto che la diversità era una risorsa immensa. Si rende conto che l’Europa, lei inclusa, sta facendo la stessa cosa agli immigrati mediorientali e africani? Forse peggio. E non si vergogna nemmeno un po’ per questo? Per stracciare secoli di globalizzazione che ci hanno aiutato a progredire nella cultura, nell’uso delle lingue e in mille altri campi?»

Come possiamo essere se non in rapporto allo specchio che l’altro è per noi?

 

«Loro ci rubano il lavoro! I soldi, imbecille!» tuonò qualcuno dalle ultime file del lato opposto. Quanti di voi dall’altra parte della piazza si metterebbero a fare un lavoro umile? Il muratore, lo spazzino e altri mestieri simili. Mal retribuito e con turni massacranti. Nessuno! Nessuno! Voi non lo fareste, non avreste nemmeno il coraggio perché vi farebbe schifo, vi farebbe pena, non ne avreste voglia. C’è gente molto più semplice e civile che lo fa al posto vostro o dei vostri figli e voi siete lì ad accusarli di rubare il lavoro.

E le case date a loro? Gli alberghi? Il salario minimo e tutta l’assistenza che hanno ricevuto nel decennio passato? I nostri poveri li hanno lasciati morire sotto i ponti! Sotto i ponti! È per questo che abbiamo dato una svolta alle nostre politiche europee. Per cambiare le priorità! Per dare un futuro ai nostri—»

«Ma quale futuro? Quale?» interruppe il ragazzo, con tono aspro. «Quello delle frontiere chiuse, dei mille muri alzati, del mancato scambio culturale, dello Stato che uccide delle persone pur di risparmiare? Si rende conto di quante cazzate sta dicendo? Ai suoi figli non sta dando nessun futuro, lei gli sta restituendo un brutto passato.

Come posso essere se non mi trasformo?

 

Sei davvero quell’uomo nuovo? Non cedere al male.»

Vedete il mio amato Bateson scoprì una grande verità. È la differenza, anzi il riconoscimento della differenza, che fa scattare la comunicazione. E quando io comunico, per forza apprendo e apprendendo mi modifico e con me modifico la realtà.

Ma senza l’alterità, senza i ricordi, uccidendo colui che non produce più, cosa mi resta?

Un essere che non è più umano ma un semplice meccanismo di una fabbrica che brandisce un finto progresso come stendardo. E invece promulga morte, morte di un uomo e la nascita di tanti tristi burattini.

Ecco cos’è morte di stato.

Il togliere quell’armonia al mondo che conosciamo, alla realtà in cui agiamo che diventa solo un vago eco, un lontano rimembrare di un dono perduto. Perdere la coscienza significa uccidere davvero noi stessi.

E si perde ogni qual volta che uccidiamo la compassione, che urliamo pieni di rabbia odio e vendetta. Che ci facciamo cambiare da quell’orrida figura ghignante del mostro che ha divorato lo stato.

 

Io non lascerò che la società mi cambi. Non lascerò che i sentimenti negativi prevalgano dentro di me. Devo dimostrare di saper donare il mio lato migliore anche nei momenti più difficili.

 In questo libro lo stato non c’è più. Ha tradito la sua vera essenza. C’è una gerarchia, c’è un totalitarismo, che una distruzione continua, c’è la volontà di schiacciare l’uomo come se quegli arconti crudeli di gnostica memoria avessero finalmente trovato il modo per uccidere Dio. E Dio resta silenzioso a piangere per quelle sue creature, oramai bambole senza vita. Ma stavolta non ci saranno angeli a salvarci, perché l’unico vero angelo eravamo noi, così belli nella nostra imperfezione e cosi grandi in gesti improvvisi e dotati di poesia. Ecco che Trasatti all’improvviso si ribella. Non ci sta a vedere l’amata umanità uccidere il pensiero, uccidersi come un patetico e piccolo scarto. Rialzare la testa a dire no al sistema. Un solo gesto di compassione e di coraggio. Solo quello oggi può salvarci. Qualcuno che durante le moderne retate dica no. Consideri l’uomo non come numero, non lo rinchiuda in un aggettivo: italiano, siriano, nigeriano, islamico cristiano. Lo veneri come quella creatura capace di abbracciare paradiso e abisso dentro di sé. Quella dotata di ali così potenti da volare. E di staccarsi fiera dal suolo dove vogliono tenerci e far vedere che anche noi cosi imperfetti possiamo essere eroi:

 

Noi desideriamo risorgere. Desideriamo che i popoli siano liberi ed uniti sotto un’unica bandiera, quella della vera pace, non di quella che ci hanno ripetuto negli anni soltanto a parole o con cui credevamo di essere avvolti. E si accorgeranno soltanto più tardi di ciò a cui abbiamo dato inizio. Un niente oggi, tutto un domani: sarà la storia a porre il suo giudizio definitivo

Avrei davvero voluto recensire questo libro, parlandovi dell’Europa del nostro sogno di unità. Di quella bellezza creata nei secoli da chi voleva porre fine alla divisione tra poteri, uniti sotto la bandiera di una sola nazione e di un solo cuore. Avrei voluto parlarvi del bellissimo sogno di Wilson (un nuovo ordine mondiale basto sulla libera espressione dei popoli, ognuno portatore di una sua potenzialità). Ma ascolto la Tv e sento voci che sembrano uscite dall’incubo creato da Trasatti. Leggo i giornali e trovo solo inviti all’odio, all’egoismo, alla crudeltà. Vedo fratelli rifiutarsi di prendersi per mano, accaniti uno sulle posizioni dell’altro, negano che è il dolore che spinge le persone a lasciare i propri luoghi natii. Ma che è anche il coraggio di voler vedere il mondo, di confrontarsi con l’altro, di amalgamarsi e di fondersi per creare qualcosa di nuovo, che sia un sogno o una cultura. Vedo persone così convinte di avere un’identità da difendere da non rendersi conto di essere aggrappati a un’illusione. La cultura, la tradizione è il nostro quotidiano prodotto di quando siamo in costante contatto con la realtà. Vedo patrioti difendere la loro nazione uccidendo lentamente l’unica vera patria che abbiamo, questa terra che piange, macchiata dal sangue dei suoi figli.

 

Se non esistesse nessuna nazione?

Niente per cui uccidere o morire?

Solo la gente che vive in pace.

Un mondo in armonia.

Un sogno di cui un giorno, si spera, faranno tutti parte.

Il libro di Trasatti avrà vinto quando anche un solo uomo, alla domanda tu di che razza sei, risponderà:

 

sono di razza umana.

 

Quando amerà il tempo che passa e lo lascerà con orgoglio brillare nel volto, e i solchi sul nostro viso saranno la mappa del nostro passaggio lieve sulla terra.

Io vi invito a leggerlo, piangere e imparare grazie a Ruben Trasatti a osservare il mondo con occhi diversi:

 

«È la tua prova: sei ciò che dici di essere? Vuoi arrenderti in questo modo o vuoi dimostrare che nulla può cambiarti?»

Io non mi arrendo. E voi?

 

“lo stivale d’oro di Istanbul” di Elsa Zambronini Durul, self publishing. a cura di Alessandra Micheli

lo stivale d'oro di instambul.jpg

 

 

La più grande fortuna che ho avuto nella mia carriera universitaria è stata quella di intraprendere studi non banali, né così tanto scontati, che hanno avuto l’ardire di interpretare e raccontare uno dei più temuti, eppure oscuri, imperi che hanno fatto la storia: l’impero ottomano. Secondo la visione comune e popolare i turchi furono barbari privi di morale, misero in difficoltà la nostra cristianità cosi civile, cosi improntata a uno stile di vita etico, così diverso dalla amoralità del turco. Non a caso fiorirono tanti detti popolari come “mamma li turchi”, “bestemmiare come un turco”, come a sottolineare la loro natura selvaggia e inquietante. L’altro, in fondo, è sempre stato considerato portatore di una inconciliabile minaccia, quella del disordine. E questo disordine metteva in crisi l’equilibrio di società intere, mummificate su posizioni antiche e prive oramai di significato. E cosi l’impero Ottomano e poi l’Islam intero, iniziarono a rivestire i panni del nemico, unico elemento in grado di mantenere viva la gerarchia di potere, l’unico collante in grado di non far crollare civiltà millenarie. Il problema però appare subito ingombrante e non di facile risoluzione; se un popolo ha bisogno di un costante nemico per ritrovare l’unità di valori e intenti, ciò significa che questi valori sono sbrindellati e che questa tecnica del sospetto è l’unico modo per non lasciare che, il vento dell’innovazione li spazzi via?

La domanda che emerge da questa riflessione è importantissima per comprendere il libro di Elsa Zambronini, ed è la seguente, formulata con la solita scientifica precisione da un perfetto Franco Cardini:

 

E’ dunque vero che l’Islam è tornato a minacciare la civiltà? E minaccia una civiltà tout court, quella assoluta, la vera e sola quella con la maiuscola, oppure minaccia semmai una civiltà precisa, la nostra quella europea?

E ancora:

 

Ma poi esiste una civiltà che possa davvero ambire a presentarsi come la civiltà oppure il pensare una cosa del genere è puro frutto di intolleranza, di etnocentrismo occidentale?

Queste domande se le pose una grande storica, Giovanna Motta, dando alla luce il testo fondamentale che formò davvero la mia mente e la mia cultura accademica improntandola all’elogio del “e se fosse”: ossia I turchi, il mediterraneo e l’Europa.

Vi consiglio di leggere questo saggio prima di addentrarvi nella lettura dello stivale di Istanbul, perché solo cosi, scevri da ogni pregiudizio nei confronti della Turchia, potrete capire la sottile e raffinata simbologia che spiega e tenta di superare l’incontro tra esseri umani; la cui cultura è solo uno degli aspetti che entrano in gioco condizionando la percezione dell’altro. In questo testo si affrontano gli stessi enigmi presentati da Cardini, dalla battaglia di Lepanto, dal grande assedio di Malta del 1565 fino a evidenziare un rapporto, il cui conflitto, è solo uno degli elementi che entrarono in gioco. Ebbene sì, cari lettori. Noi tendiamo a esaltare l’onore cavalleresco delle battaglie cruente tra Ottomani e stati Europei, esaltando in modo nazionalistico (un nazionalismo pret-a–porter a parer mio) il paladino del momento. Vlad Tepes, oppure il famoso comandante Doria eroe della battaglia di Lepanto. Osannati e portati come vessillo per la difesa di una tradizione oramai morta, che si regge su stampelle traballanti, che si perpetua solo attraverso gli stereotipi e che appare, in fondo, scientificamente stupida. Vedete: anche la famosa battaglia di Lepanto non fu cosi nobile come ci raccontato i bellissimi libri storici. Ma fu necessaria, soprattutto per un vantaggio economico, la famosissima profezia, lo scontro, che diede nuova linfa all’economia cinquecentesca dovuta all’aumento dello scambio dei prodotti (più che a un vero aumento della produttività).

Altro che battaglia di valori!

Si rende poi evidente l’elevato bagaglio culturale profondamente raffinato dell’impero Ottomano, come testimoniano i millet turchi, (i millett erano comunità religiose non musulmane residenti nel territorio dell’Impero ottomani dotate di un’organizzazione amministrativa e governativa autonoma, con leggi proprie e un capo religioso responsabile nei confronti dell’autorità centrale).  che furono il primo esempio di federalismo.  Ci fu e resta, un filo, neanche tanto esile, che lega Turchia e Europa, fatto non solo di contrasti ma anche di scambi, di invasioni culturali che fornirono la dimostrazione pratica di quello che sostiene Franco Casini:

 

non esistono se non nel mito o nell’utopia culture prive di contaminazioni

 

E gli ottomani lo fecero: influenzarono la musica, le abitudini religiose, la letteratura, persino la lingua e l’architettura. Il contatto quotidiano tra cristiani e musulmani consentì alle diverse culture di comunicare e attuare le prime forme di integrazione nelle strutture mentali.

Ed è questa integrazione e della sua difficoltà che parla il libro della Zamobinini. I protagonisti sono i genitori della nostra Lisa, sono gli emblemi di due culture che si conoscono e sfidano i loro preconcetti, carichi di millenni di immagini anche negative e che dal loro incontro producono la donna senza radici, ignara del suo passato e quindi di se stessa, mai a suo agio in Italia poiché mancante dell’altra parte del sé, la sua eredità materna turca.

Cosa accade quando due culture apparentemente distanti si incontrano?

Principalmente due cose. O la rinuncia di una identità a favore dell’altra, o la sua cooperazione, dando vita a un ibrido che sarà quasi un ponte per attraversare le due culture. Se il primo risultato porta alla depressione totale perché l’uomo senza radici si senta privato dalla sua stessa anima, il secondo, rarissimo, è quello che gli inglesi chiamano melting pot, ossia il prendere il meglio dalle due culture per formarne una terza. Ed è questo che dovrebbe accadere, poiché la cultura, senza un flusso costante di novità, rischia di stagnare e morire.

La cosa ancor più intrigante è il riflettere sulla modalità con cui avviene l’incontro tra Italia e Turchia, rappresentanti di due diversi universi a sé stanti, dei cliché rovesciati. Eh sì, perché la nostra Italia cosi civile, cosi economicamente sviluppata, è quella che porta avanti e sostiene l’idea del sultano, ossia del potere maschile, che per sostenersi e mantenersi soffoca i doni del femminile. E badate bene non è un turco il responsabile dell’annullamento della donna amata, bensì un italiano.

La sindrome del sultano è:

 

il rapporto fra un marito-padrone e una donna che è tanto maggiormente esposta alla sua repressione, quanto più è colta e capace.

La madre di Lisa è una donna raffinata, amante della musica e dell’arte. Lui è un giovane promettente forse troppo presuntuoso che mostra con orgoglio smisurato il suo etnocentrismo. E che a contatto con una civiltà che pensava di conoscere si ritrova spaesato, privato delle sue sicurezze, in balia di una realtà che gli era stata negata, a dover raccogliere i pezzi di un’identità infrantasi sullo scoglio duro del pregiudizio. Ecco che, fragile e privato delle sue certezze di conquistatore, inizia a tiranneggiare la donna, la moglie “Amata” rea di aver mostrato un’immagine femminile che mal si sposava con la sua idea del turco comune:

 

Non so, era più forte di me. L’ho conosciuta su un palcoscenico, l’ho guardata dal basso all’alto, dovevo tirarla giù di lì, metterla al mio livello, anzi più in giù… era una specie di malattia… una sindrome… esiste la sindrome del sultano? Tutto sommato le favorite che teneva come schiave donna e anche una grande artista se lui non l’avesse fatta cadere in depressione umiliandola e ostacolandola come ha fatto. Una volta mi ha detto che è l’unica donna che abbia mai amato

Una donna, musulmana e turca che si mostra molto più emancipata di noi italiane?

È un affronto.

Va messa al suo posto, quel posto che è presente solo nelle mie distorte percezioni.

Lu non sa, non può saperlo perché nessuno lo ha davvero raccontato, cosa sia questo strano mondo turco, una sorta di distorsione inquietante e graffiante nell’immaginario collettivo dell’Islam, dove convivono sia veli ma anche una libertà nel vestire che non appartiene, forse, a nessun mondo islamico. E anche questa è una realtà offuscata dai media, in quanto propone un’immagine distorta di cos’era davvero l’Islam prima dell’avvento del fanatismo talebano, a sua volta appoggiato da un occidente che pensava di sfruttarlo per i suoi subdoli fini.

Non sa, non può sapere, quanta importanza aveva la musica non solo nel mondo turco ma arabo intero, non sa, non può sapere, la raffinatezza del pensiero, un pensiero tutto incentrato a godere delle bellezze del creato:

La consapevolezza delle stelle della loro luce che riflette la luminosità dei corpi celesti fu la causa principe della fioritura della matematica dell’astronomia. Comprendere il cosmo  e i movimenti delle stelle significa comprendere le meraviglie create da Allah . La visione islamica è quella di un cosmo in continuo movimento, la ricchezza della terra e dei cieli appartiene a chi vincola il governo celeste alla traiettoria delle stelle come se queste fossero in grado di dare a loro la saggezza necessaria a gestire le cose umane come specchio della perfezione del cielo. È un’idea antica suggestiva ma che fa comprendere l’immenso patrimonio filosofico e scientifico dell’Islam

 

E’ questa raffinatezza di un pensiero pregiato, che ha dato addirittura l’avvio al rinascimento, donandoci testi di pregiata filosofia, raccontandoci i misteri della metallurgia attraverso l’alchimia, che ha fornito, al pari dell’ebraismo, i capisaldi del pensiero ermetico, che è oggi ancora incompresa dall’occidente. La Turchia è un paese sfaccettato, un paese particolare, dove riescono a convivere più influenze creando un perfetto mosaico umano, e vi informo di una cosa strabiliante: a differenza della Costituzione italiana, che dichiara sì che lo stato è laico, ma attraverso i patti lateranensi che restano, secondo l’articolo sette:

 

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale

 

 La Turchia, invece è e resta laica, senza riconoscere alcuna religione di stato

ARTICOLO 2.

La Repubblica di Turchia è uno stato democratico, laico, sociale e federale disciplinata dalla norma di legge, tenendo presente i concetti di pace pubblica, la solidarietà nazionale e di giustizia, rispetto dei diritti umani; fedele al nazionalismo di Atatürk, e sulla base dei principi fondamentali enunciati nel preambolo. 

 

Trovarsi in un mondo totalmente diverso dagli insegnamenti ricevuti, che cozza con una percezione parziale non può NON sconvolgere l’uomo occidentale eccessivamente tronfio di se. E come reagisce l’insicuro davanti all’ignoto?

Con la violenta dimostrazione della sua forza, che in realtà è solo una grande debolezza

 

Così facendo le ha in effetti silenziosamente dichiarato che lui si sentiva inferiore a lei, e che non lo poteva tollerare.

Ed è la figlia a dover spezzare questo ciclo di menzogne e di orrori attraverso la consapevolezza, unica strada che può portare la perdono:

Tutto ciò lo ha fatto in un modo deviato e malato, e l’accettazione da parte sua della propria devianza sarà la chiave di volta perché io trovi la strada del perdono

 

Un libro importante, un libro necessario affinché si possa riflettere sui modi con cui ci si avvicina all’altro, che può spronare il lettore a lasciare il tranquillo nido delle proprie certezze e addentrarsi nella meravigliosa cangiante giungla dell’ignoto.