“Amore di Mamma” di Sarah Flint, edito da Newton Compton. A cura di Layla

amore di mamma - sarah flint

 

Amore di mamma” è l’ultimo libro che ho letto per voi.

A differenza dei romanzi letti precedentemente con sfumature di rosa, questo libro, è formato da diverse sfumature di giallo, che tendono verso il nero; è editato dalla casa editrice Newton Compton, e primo libro thriller della scrittrice Sarah Flint.

Prima di entrare nel vivo della recensione, è giusto mettere un’importante parentesi, per capire meglio i dettagli che l’autrice ci fa conoscere nella sua storia; bisogna, quindi sapere che, Sarah Flint, è una scrittrice che porta la sua prima professione, la sua esperienza, tra le pagine di un libro: detective per oltre trent’anni, si cimenta a scrivere storie particolarmente ricche di dettagli, vissute, grazie, al suo lavoro.

Proprio i dettagli portano il lettore ad immedesimarsi nella storia, con tutta l’anima. Chi legge, ha, quindi, una sorta di esperienza mistica con ognuno dei personaggi, partendo da Charlotte Stafford, la nostra detective. Fondamentale è stato, quindi, raccontare in prima persona, di ogni singolo protagonista, quello che hanno vissuto, avendo così il punto di vista individuale.

Charlotte Stafford, Charlie per tutti, è una giovane detective, altezza media e fisico atletico, con 9 anni di esperienza dalla sua, non si scoraggia davanti a nulla, anzi è sempre pronta ad imparare. Nella centrale di polizia di Lambert, dove lavora, il detective Capo Geoffrey Hunter è il suo mentore e da lui cerca di apprendere il più possibile;

Come ogni giorno il capo Hunter espone i vari casi e le varie indagini aperte e, in un lunedì mattina come tanti, il capo, è pronto ad esporre i fatti di un nuovo caso, il quale, nessuno avrebbe mai immaginato dove sarebbe andato a finire. Alcuni fatti s’intrecciano, due indagini, quasi per caso si incontrano: un caso di scomparsa, e di molestie domestiche. Ma non è tutto.

Julie Hubbard e suo figlio Richard, 14 anni, sono scomparsi, mentre il figlio Ryan rimane a casa con il padre: Keith Hubbard. Proprio quest’ultimo, è noto già alle autorità per le sue aggressioni e violenze domestiche. Julie non ha mai voluto denunciarlo, Richard invece, ha sempre tentato di convincere la madre a fare l’esatto contrario; proprio questo fa pensare a Keith Hubbard, all’allontanamento da casa volontario, ma proprio questo non convince la polizia. Da qui iniziano gli interrogatori, e i sospetti che porteranno la nostra detective alla conclusione del caso.

Non vi porterò al centro delle indagini, perché un giallo o thriller, non può essere raccontato, ma solo sfiorato con rispetto della trama e dell’enfasi degli avvenimenti, perché va letto e goduto. E sì, proprio goduto. Soprattutto se è un thriller di queste dimensioni, dove spesso si confondono i colori, si mescolano, come già detto, tra le note del giallo e del nero, e questo è importante sottolinearlo.

La scrittrice, Sarah Flint, affronta una tematica davvero forte tra le sue pagine, la violenza fisica e psicologica e ci fa entrare nella storia grazie alla narrazione che fa, da ogni punto di vista dei personaggi, come già vi avevo anticipato. Lo percepiamo attraverso descrizione delle varie situazioni da parte del killer, il quale ci fa vivere quello che sta provando, le sue sensazioni più profonde al limite del claustrofobico; le sue vittime, al contrario, ci portano a percepire quel senso di angoscia per quello che stanno subendo; in fine, ma non meno importante, sono le sensazioni di chi sta cercando la soluzione ad un caso estremo: Charlotte.

La scrittura è molto scorrevole e fluida; la narrazione di alcune scene, invece, è molto forte, cruda, ma ben dettagliata. Devo ammettere che, spesso, ho fatto fatica a continuare la lettura, per il senso di angoscia che ho vissuto, di dettagli ben delineati, ma è un fattore, a mio avviso, comunque positivo, perché un libro, thriller, deve scaturire nel lettore, certe sensazioni.

L’unica nota stonata, se così vogliamo definirla, è un “fuoritrama” di un caso parallelo, che viene narrato durante la storia principale e che ci distoglie dal pathos della suspense che stiamo vivendo con i personaggi e la trama. Distoglie lo sguardo e l’obiettivo nel momento in cui la narrazione è al massimo della sua concitazione.

Consiglio questo libro dalle note forti, crude, ma senza dubbi, un libro che ti lascia qualcosa dentro, che ci fa riflettere, e pensare, che il passato di ogni persona, delinea, sicuramente, il suo futuro.

Non andrò oltre, ma capirete le mie parole, solo dopo aver letto la parola Fine.

 

Il misterioso antro di Layla presenta “Un binario per volta” di Chiara Piovani

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Salve miei “Fiorellini”, non vi sono mancata? La vostra Layla è prontissima a presentarvi il libro di questa settimana.

Ho letto un altro rosa, il libro in questione è di Chiara Piovani: “Un binario per volta”.

Anche questa volta non è stato così semplice recensire questo libro, fatto di molte imperfezioni e luoghi comuni.

Come sempre cercherò di chiarire meglio le cose.

Valentina è la protagonista della storia incontra un ragazzo su di un treno, Stefano, e qui come sempre nulla di strano, se non fosse per tutto il contorno di una storia molto acerba.

In primis, la scrittrice, racconta storie in un treno, la quale apparentemente non sembra nemmeno male strutturalmente, come contorno, se non fosse che, la nostra protagonista, sembra una ficcanaso e impicciona.

Mi è rimasta impressa una scena, in cui si descrivono due ragazze che salgono su questo treno e parlano per i fatti loro, parlano dei loro problemi, e lei, Valentina, che si intromette in questi discorsi. E di questi episodi ne è ricco il libro.

Spesso potrei paragonarlo a “La ragazza del treno” in versione rosa, con sfumature di pettegolezzi: “La ragazza impicciona del treno”

In secundis, la Piovani usa nella sua scrittura, la terza persona.

L’uso di questo stile, complica molto l’andamento del libro perché, tende a tener distante il lettore, non lascandolo immedesimarsi nei vari personaggi, non solo, anche il modo in cui scrive, o meglio, descrive la storia e gli avvenimenti, come se fosse una lista, rende tutto superficiale, l’uso spropositato di “luoghi comuni”, danno la sensazione che non servano ad arricchire la storia, ma solo per far numero di pagine;

Alcuni esempi di luoghi comuni che ho letto: “il destino esiste perché ci ha fatti incontrare”, “il dolore è come un maestro esercitatore, visto come una sensazione che apre gli occhi al malato”, esempi come questi, di frasi apparentemente di effetto, in alcuni contesti non hanno molto significato, o non hanno ragione di esistere, perché spaccano una continuità di lettura, facendo perdere al lettore il filo del discorso.

Purtroppo la scrittura è ancora molto acerba e superficiale, ma sono certa che col tempo e tanta gavetta, riesca a fare un buon lavoro.

Il mio consiglio è quello di non prendere la mia recensione in modo negativo, Chiara, ma solo come un incentivo e stimolo a migliorare e migliorarti, perché la fantasia e il coraggio per scrivere hai dimostrato di averli, basta solo un po’ di esperienza, ma non mollare, non farlo mai, mi raccomando!

L’antro misterioso di Layla oggi ci parla di un altro libro “Quello che non so di te” di Francesca Redolfi.

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Buongiorno amici lettori, oggi vi parlerò del libro di Cristina Redolfi “Quello che non so di te”.

Il libro fa parte della collana Literary Romance, ed è il secondo romanzo della scrittrice.

Ma andiamo con ordine, come sempre. La protagonista della storia è Samantha Ascani, chiamata Sam dagli amici più stretti, è una ragazza semplice web designer per un’azienda privata.

I suoi trascorsi la portano ad essere una ragazza ipocondriaca: la morte della mamma è l’effetto scatenante della sua situazione che ha segnato tutto il suo percorso di vita. Un padre un po’ distratto, non riesce ad aiutarla come vorrebbe, ma in questo il destino ci mette lo zampino, quando in ospedale, dopo l’ennesimo attacco di ipocondria, incontra Giulio.

Con lui, un po’ per vergogna, un po’ perchè capisce che non può perderlo, cerca di superare le sue paure sfidando in un certo qual modo quello che più le spaventa, possiamo dire che in questo Sam ci insegna che davvero in amore possiamo tutto.

L’amore dà la giusta carica per combattere, per affrontare tutto quello che ci blocca e non ci fa andare avanti, anche i nostri demoni più profondi.

Ovviamente per ogni momento felice, c’è sempre un momento di sconforto, di tristezza, e quel “ma” che sta arrivando per Samantha e Giulio cambia le carte in tavola: il destino riscrive la storia.

Questa è una storia dove ogni ragazza può ritrovarsi, perché la nostra protagonista, è una persona comune, una persona che potremmo incontrare ogni giorno, in ogni momento; Cristina Redolfi, in più è stata molto brava a scrivere in prima persona, così facendo ci fa immedesimare molto di più nel personaggio, nelle sue emozioni, in tutto quello che sta vivendo, ci fa vivere “a colori”, gli stessi che Sam vede per ogni situazione che si palesa davanti a lei.

Non voglio anticipare nulla di più o darvi altri dettagli, posso però dirvi che la storia è raccontata in modo molto semplice, ho trovato spesso dei difetti in questo libro, ossia il divagarsi troppo nel racconto, iniziare a parlare di qualcosa, per perdersi a raccontarne un’altra, per poi tornare, dopo pagine e pagine, all’inzio, e il lettore in questo può perdere il filo del racconto chiedendosi: “ma di cosa stavamo parlando?” .

Racconta molto, senza troppo descrivere i sentimenti più profondi, perché di cose da dire ce ne sono, e spesso avrei preferito che fossero stati argomentati, o sviluppati diversamente.

Nel complesso credo che sia un libro “carino”, ma che difficilmente consiglierei.

Buona la storia, ma c’è ancora da lavorare.

Il blog è lieto di presentarvi una nuova rubrica L’antro misterioso di Layla. Oggi ci parla del libro “Raccomandata Semplice” di Eleonora Persichetti.

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Il libro che sto per presentarvi oggi, “Raccomandata semplice” è edito da Lettere Animate ed Eleonora Persichetti è la scrittrice di questa nuova storia.

Mi trovo in difficoltà dover scrivere una recensione per questo libro, i motivi sono davvero tanti e disparati, ma come sempre facciamo un passo alla volta.

Adele è la protagonista di questa storia, e fin qui nulla di strano, giusto?

L’unico problema è che una storia realmente non c’è, mi è sembrato più un racconto, un blocco di appunti di una scrittrice che scrive per ricordarsi le cose, eppure quanto ci sarebbe stato da dire, da scrivere.

L’autrice butta nero su bianco pensieri, ci mette davanti delle situazioni, senza mai realmente svilupparle, lasciandoci l’amaro in bocca, non entra nei particolari, nelle emozioni dei protagonisti.

Non ce li descrive, a parte qualcosa di sporadico dell’aspetto, ma noi lettori vogliamo altro.

Noi lettori siamo affamati di emozioni, soprattutto se la categoria del libro è di colore Rosa!

Noi lettori abbiamo bisogno di immedesimarci in quello che ogni personaggio stia vivendo, qui si rimane in superficie.

Eppure le basi ci sono tutte, le idee giuste per essere un vero libro, ma, ripeto, non vengono sviluppate.

La scrittura è frettolosa, superficiale, approssimativa, non spiega nulla dei sentimenti della protagonista e non ci fa entrare nella sua anima, come un libro dovrebbe fare, e di certo il racconto in terza persona proprio non aiuta in questo.

Non c’è mai quel pathos che ti fa dire “Oh mio Dio”, che ti coinvolge in qualche modo, nemmeno il finale, inatteso, ci dà quell’energia giusta.

Di questo libro, una volta finito, purtroppo, non ci rimane assolutamente nulla.

Un peccato davvero.

Con immenso orgoglio oggi vi presentiamo un articolo in collaborazione con il fantasmagorico sito di Frasi celebri! ecco a voi “ESSERE SCRITTORE O FARE LO SCRITTORE? Quando “scrivere” fa rima con “vivere”” (fonte : https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

 

https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

 

Ehi, tu! Sì, proprio tu! Tu che stai leggendo adesso, che in questo preciso momento stai leggendo la parola “momento”! No, no, non distrarti, continua a leggere! Guarda che lo so che hai appena fatto una smorfia come per dire “Ma chi è che sta scrivendo?!”. Insomma, ti invito a proseguire nella lettura… se sei qui è perché questo post parla anche un po’ di te.

Già, oggi affrontiamo la spinosa questione se lo scrittore ci è, o ci fa. Più seriamente, proviamo a capire se lo scrittore è un modus vivendi o, più semplicemente, una qualifica professionale. Oggi, in questo post, ci porremo delle domande. Forse ad alcune troveremo le risposte, ma per altre… beh, forse scrivere è anche lasciare aperti degli interrogativi alla continua ricerca di una risposta che possa soddisfare, almeno momentaneamente, chi scrive e chi legge.

#Perché si scrive?

So grosso modo, come sono diventato scrittore. Non so esattamente perché. Avevo davvero bisogno, per esistere, di allineare parole e frasi? Mi bastava, per essere, essere l’autore di alcuni libri?”

(Georges Perec)

Le ragioni che muovono lo scrittore, che lo sostengono nel difficile compito di mettere su carta (o su schermo) quello che ha in testa, possono essere numerose e davvero diverse. Forse, però, quello che accomuna ciascuno è la sensazione di avere qualcosa da dire, e di volerlo fare a modo proprio.

Bene, se avete individuato cosa vi spinge a scrivere, siete già a buon punto. Adesso dovete chiedervi verso cosa scrivete, verso chi, e perché.

#A cosa serve scrivere?

Serve a qualcosa scrivere delle storie?”

(Jonathan Coe, dal libro “La banda dei brocchi”)

Quante volte ve lo siete chiesto? E’ comprensibile… a noi tutti, per fare quello che facciamo, serve un orizzonte di senso nel quale poter collocare ciò per cui ci spendiamo, ci battiamo, ci emozioniamo. La sfida per ciascuno è quella di trovare il proprio senso, il proprio obiettivo verso il quale dirigersi e, inevitabilmente, muoversi.

#Come si fa a scrivere?

Domanda solo apparentemente scontata. Pare serva una penna e un foglio bianco. Sembra che siano sufficienti un pc e un editor di testo.

Ma certo che non stiamo parlando di come si faccia “empiricamente”! Vogliamo solo chiederci come possiamo mettere per iscritto qualcosa che abbiamo in testa, che ci è accaduto, che abbiamo immaginato o sognato. Forse questa domanda darebbe adito a consigli e suggerimenti vari, ma tra tutti solo pochi ci aiuterebbero nella nostra riflessione. Abbiamo scelto una frase emblematica, che ci può aiutare a fare luce su cosa ci serva per scrivere:

L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”

(Italo Calvino, dal libro “Il cavaliere inesistente”)

#Qual è il mio stile?

Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto.”

(Robert M. Pirsig, dal libro “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”)

La risposta a questa domanda si trova solo “facendo”. Ciascuno di noi ha le proprie preferenze, attitudini e inclinazioni, ma solo scrivendo si capisce quali sono le nostre affinità. L’importante è scrivere con passione, non tirarsi indietro quando i nostri scritti parlano anche di noi e toccano qualche corda che risuona, che ci spaventa, che ci fa male. Il peggior difetto di uno scrittore, così come nella vita, è probabilmente l’autocensura.

#E se ho il blocco dello scrittore?

Scrivere del blocco dello scrittore è sempre meglio che non scrivere affatto.”

(Charles Bukowski)

Non abbiate timore del blocco dello scrittore, uno dei fantasmi più temuti da chi sceglie di fare dello scrivere la sua vocazione. Anche fermarsi, di tanto in tanto, aiuta a ripartire da una nuova prospettiva.

Dove mi sono fermato? Perché mi sono infilato in un vicolo cieco? Come ne esco? Ricordatevi che il blocco dello scrittore non arriva mai dal niente. Rileggete la storia ma fatelo a testa in giù. Portate il vostro scritto a spasso, in un parco o al mare. Rileggetelo… Che cosa cambiereste? Il blocco dello scrittore non è mai definitivo, basta sapersi porre le domande giuste per affrontarlo.

Il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa. Posa su una autostima delirante, e su un’incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto.”

(Alessandro Baricco)

Scrivete, se questo vi appassiona. Scrivete se pensate che questa sia la sola cosa che vi rende vivi. Ma non smettete mai di farvi domande.

Fonte 

https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

“La Pompei del medioevo”. Articolo a cura di Monica Maratta

 

Mistero e magia caratterizzano le origini di Ninfa.

Gli scarsi documenti ritrovati hanno dato spazio alla fantasia, responsabile della nascita di diverse leggende che riguardano un luogo incantevole oggi conosciuto come “I giardini di Ninfa”.

Ferdinand Gregorovius la chiamava “il paese delle fate”, mentre lo scrittore Piovene così la descriveva:

 

Si direbbe piuttosto di essere stati portati d’un tratto in Oriente; o in quel giardino d’una novella del Boccaccio, che un negromante fa sorgere in una notte”.

 

La prima leggenda narra che in quel luogo si fossero stabilite delle Nymphe, creature divine, figlie di Giove.

Esse decidevano del destino di coloro che passavano di lì e a seconda della situazione potevano essere gentili ma anche molto crudeli. Erano molto temute dalla popolazione locale la quale, per rabbonirle, aveva costruito e dedicato loro dei templi. Solo di recente la leggenda si è unita alla storia perché alcuni scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti degli edifici di epoca antichissima.

La storia di Ninfa si dipana nei secoli che hanno visto signori del luogo dapprima “i conti di Tuscolo” poi i “Frangipane”, gli “Annibaldi”, i “Colonna” e i “Caetani” molto più a lungo degli altri, influenzando enormemente la storia del luogo grazie a quel Benedetto che diverrà il potente e discusso Bonifacio VIII.

Ninfa è stata governata per un breve periodo dai Borgia. Lucrezia, figlia di Alessandro VI, ne divenne duchessa, salvo poi ritornare ai Caetani, la cui ultima discendente Lelia ne ha curato i giardini, tuttora esistenti, luogo di interesse storico e archeologico.

L’ultimo colpo mortale a quella che un tempo era stata una fiorente cittadina medievale, fu sferrato il 3 luglio del 1485 dagli Orsini che la trasformarono nella “città diruta”, morta, alla quale rimase la sola funzione di prigione con lo sfruttamento della torre della rocca.

Fu quindi una città fantasma quella che aveva ereditato Lucrezia Borgia insieme all’ancora attivo feudo di Sermoneta.

Ninfa, luogo incantevole, suggestivo, selvaggio ha sempre alimentato numerose leggende e tutte hanno un personaggio in comune: la bella Ninfa, a volte fata malefica, altre la sfortunata figlia del feudatario, simbolo della lotta per amore.