“Ribelle senza causa” di Vincenzo Cantarella, Scatole Parlanti. A cura di Alessandra Micheli

Ribelle senza causa- Vincenzo Cantarella

 

Essere ribelli oggi sembra quasi una sorta di colto passatempo.

Quasi uno status di radical chic, di boriosi intellettualoidi che si beano della loro sapienza e si vantano di una sorta di ozioso rifiuto di chissà cosa.

Si è ribelli contro un sistema che nessuno sa cosa sia, perché troppo fumoso, troppo evanescente, troppo lontano da noi.

In fondo, lo si è attraverso post sui social, sulle foto di libri pomposi su intangramm.

Ribelle è oramai un altro modo per essere allineato con il potere.

Un post moderno che è una medusa tentacolare, che ha infettato tutti e che ha lanciato una ferita purulenta su ogni coscienza.

Anche su chi un tempo aveva grandi ideali.

Su chi mai e poi mai avrebbe ceduto e rinnegato l’ideale.

Cosi quando ho letto Ribelle senza causa, un libro che sentivo di dover leggere, mi sono venute in mente le parole dell’unica canzone di Vasco Rossi che io abbia mai amato, Stupendo.

E mi ricordo chi voleva Al potere la fantasia

Erano giorni di grandi sogni sai

Erano vere anche le utopie

Ma non ricordo se chi c’era Aveva queste queste facce qui

Non mi dire che è proprio così, Non mi dire che son quelli lì…

Però ricordo chi voleva
Un mondo meglio di così
Sì proprio tu che ti fai delle storie ma dai
Cosa vuoi tu più di così

E cosa conta chi perdeva
Le regole sono così
È la vita ed è ora che cresci
Devi prenderla così

Vasco Rossi

Negli apparenti sproloqui del nostro protagonista ho ritrovato un intera generazione, distrutta, demotivata e delusa.

Delusa.

Che parola terribile.

Noi che volevamo davvero cambiare il mondo.

Noi che volevamo non solo criticare e demolire ma proporre un alternativa valida a questa tentacolare medusa.

Noi che aborrivamo la finanza sposata con la politica.

Si noi, ribelli senza causa, innestati in un mondo che no può accettarci, che tanta di sedurci ma che ci rigetta.

Perché troppo alieni, troppo distanti da quel pensiero che si tiene intatto a furia di rammendi.

Oggi, dove pure il dissenso non è che una forma nascosta del consenso, essere rivoluzionari come ci raccomandava un comandante, morto per fortuna ancora puro, incapace di insozzarsi con i segreti oscuri di una politica che aveva venduto l’anima a Mammona, bisogna soltanto chiudere gli occhi.

E accettare di comportarsi nel miglior modo possibile. E cosi quei gironi che come dice Vasco

di grandi sogni

dove erano vere anche le utopie

sono sacrificati per divenire un perfetto yuppies.

Inserito nel sistema e deciso a vendere cara la pelle del popolo facendolo diventare massa.

Deciso a sostituire l’uomo con un suo perfetto clone a cui manca, però il potere decisionale.

Deciso a fermare corrompendo ogni soggetto incapace di diventare ingranaggio di una macchina che macina coscienza per trarne un uomo nuovo, perfetto in ogni occasione interscambiabile e capace di adattarsi.

Un uomo che accetta il futuro deciso a tavolino in cui la crisi non ha fatto che scoperchiare il vaso di pandora delle debolezze, che lungi dall’essere aborrite divengono il consueto e il politicamente corretto.

Uomini finti inseriti in una post modernità glaciale e immutabile, in cui nulla di nuovo o di innovativo, sconvolge la regolare routine del sistema.

Dove le regole:

sono cosi ed è ora che cresci.

E io, come Santi sono incapace di crescere.

Non in quest’Italia che assomiglia sempre di più alla visione post apocalittica di Cantarella. Non in un sistema che mania guadagni sacrificando volti divenuti sempre più indistinti e confusi.

Non in una società che deride chi, seppur nella disillusione più pura, tenta di mantenere intatta la sua etica.

E cosi al pari di Santi mi rifugio in quelle canzoni Rock che promettevano la rottura definitiva di quel muro omertoso di complicità e connivenze e che, invece erano la disperata fuga del folle e del sognatore, in un luogo desolato, dove essere accolto da un portiere di notte che ti prometteva che da quell’hotel non saresti mai più andato via.

Al pari di santi ho sentito sempre di più e lo sento tuttora la mia alienazione, il mio dolore forte di chi non riesce più a avere tra le mani la causa giusta per cui proporre un azione politica.

Ma al contempo troppo abituato ormai a ribellarsi.

E cosi questo libro è dedicato a tutti noi, che usiamo la musica per evadere, per creare il nostro oblio, il nostro Hotel California.

A tutti noi arrivati al bivio della vita a fare i conti con un se stesso che per mantenersi puro ha ricevuto cazzotti in faccia, e mostra quasi con orgoglio i lividi.

A tutti noi ribelli senza causa, eroi romantici catapultati in un mondo distopico eppure cosi tangibile in ogni orrore quotidiano.

Noi che nonostante tutto preferiamo i fantasmi del nostro passato, ai demoni in giacca e cravatta che lanciano slogan pesanti come bombe.

E in questo mare di rassegnazione, forse potremmo essere si giunti all’epilogo finale, meno fulgido di quanto sognavamo, ma con quell’ideale stretto nel pugno, cosi forte da essere colorato con il sangue del nostro disfatto credere.

Racconteranno che adesso è più facile

che la giustizia si rafforzerà

che la ragione è servire il più forte

e un calcio in culo all’umanità

Ditemi ora se tutto è mutevole

se il criminale fu chi assassinò

poi l’interesse così prepotente che conta solo chi più sterminò

Romba il potere che detta le regole

cade la voce della libertà

mentre sui conti dei lupi economici

non resta il sangue di chi pagherà

Tutto si perde in un suono di missili

mentre altri spari risuonano già

sopra alle strade viaggiate dai deboli

la nostra guerra non si spegnerà

E torneranno a parlarci di lacrime dei risultati della povertà

delle tangenti e dei boss tutti liberi

di un’altra bomba scoppiata in città

Spero soltanto di stare tra gli uomini

che l’ignoranza non la spunterà

che smetteremo di essere complici

che cambieremo chi deciderà

Pierangelo Bertoli

“Obtorto collo” di Camilla H. Maturi, edito da Scatole Parlanti, a cura di Francesca Giovannetti

  obtorto colloObtorto collo, espressione latina che significa “controvoglia, malvolentieri”.

Qualcuno potrebbe obiettare che non sia un titolo allettante…ebbene dissento, perché è assolutamente azzeccato. Una protagonista decisamente sui generis, con cui il lettore crea un’empatia che non sempre è scontata, dal punto di vista letterario.

Ipazia, giovane donna maltrattata dalla vita, può quasi “bollare” ogni sua decisione con queste parole: “obtorto collo”. Dilaniata nell’adolescenza dal suicidio della madre, cerca di impostare la sua vita all’insegna della routine, di una normalità cercata quasi con frenesia ma nello stesso tempo temuta. Lavorare nella stesso negozio del padre, sposare un uomo non eccessivamente complicato né singolare, tutto per garantirsi un’esistenza che pareggi i conti con il suo trauma.

Ma raramente siamo così padroni del nostro destino. Ci tentiamo, illudendoci di raggiungere la meta, ma basta un leggero soffio per scompigliare un castello di carta. E quello che subisce Ipazia è un vero e proprio tsunami. E nonostante tutto, bisogna reagire. E allora è necessario tirare fuori le unghie, abbandonare il sogno di un’esistenza tranquilla. Mi ricordo una frase sul web, di cui non rammento l’autore, che recitava pressappoco così:

Salvate i rapporti, non le apparenze. E se non c’è niente da salvare, salvatevi voi.

È perfetta per Ipazia, è necessaria per chiunque voglia approcciarsi a questo libro.

Una narrazione psicologia fra passato e presente, un intreccio che si dipana e rivela in un finale eccellente il vero senso del titolo “obtorto collo”.

Una narrazione piena, cruda e angosciante. Una protagonista indimenticabile segnata da eventi tragici, che sopravvive e capisce che, come già detto, non c’è niente da salvare. Tranne se stessa.

Un thriller psicologico da assaporare parola per parola, scritto con cura quasi maniacale verso ogni vocabolo e il suo significato. Una padronanza della lingua eccellente e rara, che scava nei personaggi e nel lettore. Assolutamente consigliato.

Titolo : Obtorto collo

Autore : Camilla H. Maturi

Casa Editrice : Scatole Parlanti

Collana : Voci

L’autore si svela: incontriamo Paolo Bardelli autore del libro piccola guida degli anni dieci. A cura di Alessandra Micheli

 

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Piccola guida degli anni dieci è un libro straordinario.

In un viaggio intrigante e pregno di sogni ci lascia intravedere quel famoso spirito del tempo che caratterizza ogni nostra era, dalla più vicina alla più remota. E lo fa senza assumerei l tono pomposo del libro colto. E’ un libro popolare intendendo con questo termine il senso più autentico della cultura, ossia quell’insieme di emozioni, valori, racconti narrati o visivi che forgiano oggi il nostro vivere. E che forse lastricheranno il nostro domani.

Gli anni dieci sono cosi importanti eppure poco compresi proprio perché troppo vicini a noi. E scoprire pagina dopo pagina il loro esplosivo significato ci apre nuove strade, nuove possibilità dandoci conto di opportunità cosi come dei limiti.

Per questo oggi abbiamo deciso di farci raccontare dall’autore i perché e le sue impressioni su quella stessa società che ha delineato nel suo testo. E sono sicura che le sue parole le custodiremo gelosamente dentro di noi per costruire un ponte che dall’attimo presente ci immerga in un domani radioso e meno difficoltoso.

Buon viaggio

Alessandra Micheli

***

A. Perché scrivere un libro su un eventi cosi vicini a noi?

P. Perché credo sia importante parlare del presente o, quantomeno, del passato prossimo. Viviamo in un’epoca di immersione in una sorta di “eterno passato” (remoto): musicalmente sulle riviste, cartacee o online, si festeggiano continuamente gli anniversari dei dischi storici, politicamente leggo e sento tanta retorica relativa a logiche storicamente superate, chi è della mia generazione analizza le nuove tendenze sociali con il confronto nostalgico di “quando eravamo giovani noi” (leggasi “era meglio”), quindi siamo immersi in una bolla di passato immobile che mi intristisce. Il presente invece è in divenire, ha in sé – in potenza – tutte le possibilità. Cercare di capirlo aiuta a viverlo meglio. Gli anni Dieci certo sono passati, ma è un trascorso talmente vicino a noi, come dici tu, che sa molto di presente.

A.Ogni periodo storico lascia la sua impronta, cosa lasciano secondo te gli anni dieci?

P. Sono i primi anni in cui l’umanità ha iniziato a essere immersa in una digitalizzazione spinta, per cui si annotano i primi passi e soprattutto i primi errori nell’ambito di un cammino di alfabetizzazione informatica nell’attesa della più completa era dell’intelligenza artificiale. Le fake news certo, le “echo-chambers” dei social anche, ma pure tutte le infinite possibilità della connettività, dell’open source, delle informazioni e della cultura a disposizione di tutti. Nella musica è arrivato lo streaming, e ha cambiato tutto: la musica non si possiede più, si ascolta in abbonamento e basta, ed è l’evoluzione della tecnologia informatica che ha mutato tutto il nostro rapporto con essa. Allo stesso modo l’informatizzazione sta cambiando i nostri rapporti umani e il nostro modo di pensare, finanche sta talmente attaccandosi alla nostra attenzione che la sta prosciugando. A noi l’arduo compito di direzionare la nostra attenzione a quello per cui valga la pena di dedicare il nostro tempo, che è il nostro bene più prezioso, e soprattutto è un bene finito.

A. Come potremmo descrivere con una parola gli anni dieci?

P. Pop. Sono stati “popular”, il che mi pare in connessione sia con l’estetica di Instagram sia con i populismi politici che conosciamo, ma anche con un’apertura ai bisogni diffusi che potrebbe anche essere positiva.

A. Il mondo di oggi sembra non aver imparato nulla dalla storia, anche quella cosi vicina a noi. Secondo te perché?

P. È una domanda a cui rispondere è un po’ difficile. Forse perché c’è sempre un principio di azione e reazione, tendiamo a dare per scontato le nostre conquiste, di benessere, di libertà, di democrazia, per cercare “qualcosa di nuovo” dimenticandoci che il nuovo può essere peggio, e magari è già stato dimostrato, dalla storia, sia peggio. Mi viene in mente un meme che gira sulla Rete in cui un dinosauro dice all’altro: “Abbiamo bisogno di cambiamento, io voto asteroide”. Questo a livello politico-sociale. Però credo anche che il futuro vada vissuto con slancio, e con una positività che cerchi di portare avanti quello che c’è stato di buono senza aver paura del futuro.

A. Il mondo globalizzato è opportunità o perdita di opportunità?

P. È sicuramente opportunità, bisogna però non perdersi nel mare di scelta e andare avanti avendo comunque dei punti fermi. Faccio un esempio musicale: oggi si può ascoltare il più sperduto gruppo australiano che qualche minuto fa ha messo le sue canzoni su Soundcloud, ma bisogna stare attenti a non utilizzare il proprio tempo solo alla ricerca di tali “piccolezze” se poi ci si perde delle uscite molto più importanti. Quindi occorre fermarsi, ragionare, e rimettersi in carreggiata attraverso gli autori o i pensatori autorevoli che abbiamo individuato per non smarrirsi.

A. Siamo davanti all’evoluzione, seppur lenta della società o a un involuzione?

P. Credo evoluzione, però i codici comunicativi sono cambiati e bisogna riappropriarsene in maniera nuova. Così facendo la sostanza della cultura resterà immutata e anzi non potrà che migliorare. La velocità e la sinteticità della comunicazione possono appiattire i concetti e la capacità di ragionamento, ma possono anche valere, al contrario, come puntualizzazione e sprone per il successivo approfondimento. Insomma, conta sempre come si utilizzano – se bene o male – gli strumenti, e la società ha ora in mano strumenti nuovi (informatici) che deve imparare a usare per evolversi. Ad esempio il giornalismo classico ha bisogno degli youtuber e del loro modo di fare informazione, ma anche viceversa.

A. La tecnologia virtuale, ha davvero ucciso la realtà?

P. No, tutto è ancora reale, è solo diversamente reale.

A. Quale è il demone che oggi minaccia i giovani?

P. Premettendo che l’essere inquieti deve essere una caratteristica dell’essere giovane, perché in cerca di un proprio posto nel mondo, e che comunque tutte le generazioni hanno i loro demoni, anche i quarantenni o in cinquantenni, per i giovani nel 2020 direi che un rischio insito nelle nuove forme di comunicazione sia la solitudine, perché i nuovi metodi di comunicazione tramite device mobili amplificano la comunicazione ma azzerano l’empatia, per cui alla chat va sempre associata la cara e vecchia chiacchierata di persona.

A. Perché la musica è cosi legata allo spirito del tempo?

P. Beh, ci è immersa, come ogni altra forma d’arte ne è condizionata e, se importante, la condiziona.

A. Quale è la musica che ti ha rappresentato di più, tra quelle scelte per il libro?

P. Fondamentalmente sono un amante del rock, per cui nella seconda parte di questo decennio in cui ha imperato il pop (e l’hip-hop) mi sono trovato un po’ a disagio e ho dovuto colmare questo gap con la conoscenza e il confronto con persone più giovani di me che hanno fin da subito amato i nuovi linguaggi pop. E credo di averli capiti, ora.

Chiaro che, nella mia ottica personalissima, mi ha rappresentato di più l’indierock spensierato dei primi anni Dieci, per esempio di Kurt Vile, perché è stato coevo di quando mi sono innamorato, le ballad senza tempo di Sufjan Stevens dedicate alla madre perduta quasi in contemporanea in cui purtroppo è mancata anche la mia, e lo psych-rock digitale dei Tame Impala, che ha fatto da colonna sonora della nascita del mio primogenito.

A. Per molti la musica dal duemila in poi ha perso il suo valore ribelle. Tu cosa ne pensi?

P. Circa i messaggi secondo me continuano ad essere veicolati messaggi “ribelli” anche oggi: di uguaglianza di genere, di sesso, di razza, che non sono ancora assunti nel dna di tutti per cui sono ancora (e aggiungerei purtroppo) se non dirompenti quantomeno antagonisti. Nel libro ho fatto tanti esempi, da Beyoncé a Kendrick Lamar. È vero invece che le sonorità si sono ammorbidite perché tutto è visto con una lente più estetica, e meno cruda e diretta.

A. La colonna sonora degli anni dieci.

P. Nel libro ho individuato 50 album e 50 canzoni, credo – anzi spero – siano un bignami più che sufficiente!

A. Cosa speri comunichi ai giovani di oggi il tuo libro? E a noi più vintage?

P. Chi è più giovane potrebbe apprezzare il tentativo di mettere tutto in fila, quello che musicalmente era avvenuto prima con quello che successo nel decennio, senza contrapposizioni. Chi ha qualche anno in più può essere incuriosito e scoprire qualche nome che non avrebbe mai ascoltato. Il libro avrà raggiunto il suo scopo se avrà fatto innamorare qualcuno di un qualche artista che non si sarebbe altrimenti conosciuto.

A. Quali sono i libri più importanti degli anni dieci?

 P. Nell’ottica oggetto del mio libro, un paio di libri importanti che mi hanno aiutato a sviscerare qualche prospettiva interessante sono, dal lato sociale “Attenzione! Capire l’economia digitale ti può cambiare la vita” di Beamino Pagliaro (Hoepli, 2018) e, da un punto di vista musicale, “Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato” di Simon Reynolds (Minimum Fax, 2010).

A. Calvino stilò una lista di valori da portare con se nel nuovo millennio. Puoi stilare la tua?

P. Coraggio, umanità, passione.

A. Lasciaci con una frase che ti rappresenti.

P. A tutto c’è rimedio, all’infuori di rompersi l’osso del collo.

***

Ringrazio Paolo per la sua disponibilità e per averci regalato, ancora una volta, una parte di se.

Senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette.

Frank Zappa

“Grosso guaio a Roma Sud”, di Marzia Musneci, Todaro Editore. A cura di Alessandra Micheli

Grosso guaio a Roma SudNon è possibile recensire questo libro senza ascoltare Alberto Griso. Come non lo conoscete?

Male.

Molto male.

È un cantante di “borgata” e la sua canzone e nun ce vojo sta è la colonna sonora di squadra antimafia.

Del mitico Tomas Millian, pietra miliare per tutti noi romani.

Chi non è cresciuto con la sua burbera e sprezzante irriverenza per il potere?

Era quello che ci piaceva, un poliziotto non solo incorrotto, ma scanzonato, comico e al tempo stesso venato di una malinconia, tipica di una città splendida stritolata da tanti troppi meccanismi osceni.

Grosso guaio a Roma Sud ha lo stesso odore di quelle dei lontani film degli anni Settanta.

E i loro protagonisti, gli stupendi gemelli Zac e Sam, hanno la stessa caratteristica che rese celebri quei film: una comicità involontaria, un dolore soffuso, una sorta di purezza, nonostante la loro abitudine a rimestare nel torbido. È l’idea di una vecchia periferia cosi amata da Pasolini ed  esemplificata nel pianto della scavatrice ( lo so, lo so vi siete quasi scocciati di sentirmi nominare questa poesia, ma io spero stavolta di essere una vera influencer e costringervi a leggerla. Perché fidatevi, lì si parla di vita e oggi di vita si blatera troppo, ma si conosce poco).

È la periferia dei perduti, stretti a sè da un patto di sopravvivenza, con sue regole che in fondo, nonostante quella certa prepotenza, restano profondamente umane.

Un po’ come le canzoni romanesche, che raccontano di una città, di un popolo che incapace di risorgere, si nascondeva negli anfratti lasciati scoperti da un potere più crudele delle mille scorciatoie.

In quei solchi lasciati liberi e ignorati dai ricchi, il popolino si rintanava creando un suo mondo alternativo, fatto di leggi sì basate sull’onore, ma un onore che mai, e sottolineo mai, si è macchiato di indifferenza verso l’umo.

Nonostante la passatella, nonostante le storie di bulli e der più.

C’erano legami forti, amori appena sbocciati e una grande voglia di ribellarsi alla consuetudine sociale. In fondo la malavita di Roma era profondamente ribelle.

In Regina Coeli c’è tutto il dolore per chi non vede altra via del crimine ma al tempo stesso sa di essere irrimediabilmente perduto.

Il Canto del carcerato, la condizione improvvisa di chi ha scelto l’altra parte della barricata per non allinearsi, ma che sente la solitudine resa ancora più profonda dalla coscienza di essere dimenticato dallo stato, di essere servo di un potere che lo usava come deterrente.

Vedete la fine che fa chi non abbassa la testa?

Grosso guaio a Roma Sud ha lo stesso sapore dolce amaro dei miei stornelli, dei film e di un mondo, persino quello dei bassifondi totalmente snaturato dalla nuova finanza alleatasi con uno stato che non protegge più.

Ma che tace e acconsente.

E chi è davvero il criminale?

Lo sbandato che ha, però, ancora la capacità di vedere il limite e di porgere una rosa all’amata, o l’onorevole perso nei suoi vizi deciso a viziarsi con soldi sporchi di sangue?

Allora il mondo della periferia è soltanto un ultimo baluardo di eroi se non romantici disperatamente decisi a non essere fagocitati dal sistema. E cosi i gemelli sono goffi e sinceri.

Sono assurdi e a tratti insopportabili. Ma dentro i loro occhi la purezza esiste, come esisteva nello sguardo del grande Bombolo. Un criminale anomalo, cosi deciso a fare il salto e farsi rispettare, ma con occhi così puri che non poteva non essere, in fondo, il migliore amico di un ispettore sui generis.

Non ho mai amato e rinnego con forza l’illegalità.

Ma odio ancor più profondamente chi manovra i fili, che ha interessi a dividere il mondo in disperati e fortunati, in poveri e ricchi, dettando troppo spesso le condizioni per rendere prigionieri gli altri, convinti di partecipare il banchetto ma lasciati a bramare avanzi come cani affamati. E cosi Zac E Sam gli antieroi, così adorabilmente assurdi, così testardi nella loro discesa negli abissi, restano, ad oggi i personaggi che più ho nel cuore. Angeli spezzati capaci di volare con la stesa ala, ma al tempo stesso impossibili da infangare, dimostrando che è vero ciò che ci disse un vetusto professore improbabile: solo un’ anima integra può resistere alle tentazioni.

 

Io con i guai che mi potevano far male

io a vivere ma senza respirare

Io con tanto di passato da scordare

io un uomo nuovo tutto da scoprire

Franco Califano

 

 

Per te che mi ha lasciato giocare con il fango

convinta che avevo ali abbastanza forti per volare verso casa,

Nell’infinito del cielo

Dove adesso sorridi tu.

“Io sono Beril Kart” di Ilaria Galanti. A cura di Alessandra Micheli

Io sono Beril Kart-Ilaria Galanti

 

Anche io ho dei limiti.

Ci sono due generi con cui ho uno strano rapporto.

Da un lato mi attraggono, dall’altro li sfuggo perché richiedono un eccesso di creatività che contrasta con il mio amato e coltivato lato razionale.

Mi considero una persona intuitiva che, cioè si colloca a metà tra ragione e istinto, riuscendo a unirli in un qualcosa di omogeneo e nient’affatto contrastante.

Per questo la fantasia lasciata a briglia sciolta mi crea ovvi problemi. Il fantastico e il fantasy a differenza dalla fanta-scienza ossia una scienza oserei dire eretica, comporta un viaggio totale e libero tra le pieghe dell’immaginario.

Rendendo necessario il tralasciare la parte più mentale di noi.

Non si può approcciare il genere richiedendo la credibilità e la verificabilità dei fatti.

A meno che non vi drogate o ubriacate dubito riusciate a vedere elfi, unicorni o troll.

E cosi pur avendo bisogno di questo strano viaggio dimensionale, mi immergo più che volentieri nel consueto e nel conosciuto.

E cosa dire poi del rosa?

Io che sono refrattaria alla manifestazione pubblica di sentimenti, io che grugnisco una frase strana che per me ha il sapore del ti voglio bene, io che custodisco con eccessivo pudore ogni emozione dentro di me, maneggio come se scottasse ogni libro che parla di sentimenti.

Quindi innanzitutto grazie a Ilaria per avermi aiutata a sfondare questi miei limiti.

Perché ha avuto la lungimiranza e ammetto la bravura di unire due generi in modo molto equilibrato, senza che nessuno dei due, con la loro importanza emotiva, potessero sopraffare l’altro.

E credetemi, ha scelto due generi imponenti, molto ligi alle regole. Uno deve la sua origine al percorso dell’eroe scoperto da Campbell ma raccontato dai trovatori, tanto amati anche da me (anche se lodavo più che le immagini la loro allegoria politica. Cosa volete farci, sono incorreggibile). E’ nella scoperta della propria specificità e della necessaria gestione di tali potenzialità che si incentrano tutti i racconti che oggi sono denominati fantasy.

Magari non tutti ma una buona parte.

Io sono Beril Kart quindi all’inizio segue proprio questo schema: lei è diversa da ogni terrestre proprio perché appartenente a una stirpe che, in fondo non fa altro che garantire ordine nel caos dell’universo. Del resto non ce lo ha detto la scienza che in fondo noi andiamo sempre verso l’entropia ed è il nostro ribellarci a questa legge a suscitare il necessario movimento creativo?

Ok l’ho rifatto, ho portato la scienza nel libro. Insomma abbiamo una donna dotata di poteri strabilianti, quasi un flusso oscuro senza che questa parola richiami necessariamente un qualcosa di fondamentalmente negativo.

Ma è e lo deve essere il suo doppio, tutto ciò che per consuetudine e per educazione, Beril non può e non deve essere.

Ecco che il suo maestro deve necessariamente insegnarle a gestire questo flusso energetico.

E lo fa semplicemente innamorandosi.

E ragazzi fidatevi, l’amore è l’unica mano capace di frenare i cavalli più impetuosi.

Non sottovalutatela

Ed ecco che la parte rosa entra con passo leggiadro, ma mai invadente nel testo, rendendo la nostra Beril meno distante, meno divina e forse più vicina a tutti noi.

Ama, odia, si arrabbia come ognuna di noi.

E rimpiange persino la sua vita nella fase incosciente.

Perché quando non si sa, la responsabilità che ne deriva è molte minore. E’ nella scoperta dei nostri talenti e quindi del posto che noi rivestiamo nello splendido mosaico della vita, che aumentano i doveri e disuniscono i piaceri.

Ma ecco qua la straordinarietà del libro: Beril non è esattamente ligia al proprio destino.

Si ribella.

Lotta, in sostanza, come fece Giacobbe nella tenda, con il suo personale Dio.

Beril non ci sta a eseguire passo passo il copione stabilito dal canone. Esce dalla penna di Ilaria e diviene pura ribellione.

Diventa si speciale, ma non tanto per i suoi talenti ma per la sua capacità di scegliere.

E nello scegliere diviene un elemento discordante ma piacevole come un sorso di acqua fresca nel panorama del genere, di eroi troppo convinta di te, troppo politicamente corretti.

Forse oggi, proprio perché la vita ci impone tante, troppe scelte costrette, abbiamo bisogno di più Beril capaci di dire no, e scendere dal proprio panteon per tornare, sicuramente cambiate, sicuramente con più esperienza e più forza, nel mondo di ogni giorno.

Perché oggi il vero eroe è chi compie si un percorso di evoluzione.

Ma che poi è capace di tornare tra noi mortali a regalarci un po’ della sua conoscenza.

Ecco che dalla penna di Ilaria esce finalmente un libro che pur usando i cliché li supera e li allontana, divenendo davvero originale e intrigante.

E ammetto che, accanto alle battaglia un po’ di amore non guasta. In fondo non è attraverso la sublime seduzione dei sensi che cresciamo?

E’ solo dopo aver attraversato abisso, paradiso e inferno, possiamo dire davvero e con convinzione Io sono.

E lei è profondamente unicamente Beril Kart.

Nuove uscite Io me lo leggo editore da non perdere!!!

 

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IL MERCANTE DEL NORD di ALESSANDRO ZOPPINI 

TerraVerde,fiordi meridionali, 986 d.C.

L’onda si infranse contro la prua lavorata a intaglio,

abbracciando la testa di serpente marino con una

forza devastante e dividendosi in bianchi sbuffi di

spuma ai due lati dello scafo. La nave vichinga si drizzò di poco all’impatto e con fragore

atterrò sulla superficie del mare, sollevando schizzi d’acqua salata fin sopra la vela quadra

gonfiata dal vento.

Alzando i remi al cielo per non guastarli, la ciurma esultò quando la chiglia di legno,

cozzando contro l’onda, emise uno schiocco tale da rimbombare nei petti di tutti. Entrati nel fiordo, l’incontenibile moto ondoso del mar Oceano andava acquietandosi via via che lo risalivano. Così, colto da un’improvvisa bonaccia, il dreki si ritrovò a sfrecciare

silenzioso su una limpida pianura d’acqua circondata da ripide creste montuose, mosso

verso riva solo per inerzia e incalzato dalla corrente.

– Giù i remi! Rallentiamo – comandò con tono austero un uomo massiccio aggrappato al cavo di strallo, sporgendosi verso babordo per analizzare la profondità delle acque artiche che li circondavano.

I regni cadranno uno dopo l’altro, le città verranno saccheggiate, i villaggi bruciati e le genti moriranno per carestie o pestilenze, ma il commercio, amico mio, resisterà a ogni rovina”. È una fresca mattina dell’anno del Signore 1238 e la vita di un umile uomo timorato da Dio, della sua giovane moglie e del loro primogenito, stanno per cambiare. Inganni e rapimenti, omicidi premeditati e laidi tradimenti, battaglie navali e congiure all’ordine del giorno, mari ignoti e pericolose bufere di neve. L’Islanda è nel caos: non c’è pace per i feroci casati islandesi che si contendono il predominio dell’isola, da anni vessata dall’anarchia. Nemmeno l’Irlanda è sicura, invasa dagli anglonormanni e seviziata da signori gaelici dalla mente contorta e attorniati da cavalieri rinnegati.  Un’antica leggenda, riportata su un vecchio codice miniato, sembra essere l’unica via di salvezza per sopravvivere alle crudeltà di uomini senza scrupoli e avidi di potere.

Cosa attende a chi si avventura nell’oscura terra della morte?

***

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LA VILLA DEI MISTERI di IRMA CICIRIELLO 

«Livia, perché questa morte ti ha sconvolta tanto?» Kiros le si inginocchiò accanto ponendole una mano sulla spalla. «Qualcuno sta cercando di impedirmi di compiere il rituale.» Si aggrappò ai vestiti del ragazzo. «Non capiscono. Succederà qualcosa di terribile e dobbiamo quietare il dio Bacco.» «E allora preghiamo per compiacerlo.» «Non capisci», disse ancora Livia scuotendo il capo. «C’è bisogno di più, molto di più.»

Pompei,79 d.C. Inquietanti tremori scuotono la terra e gli animi della popolazione.  Che siano cattivi presagi?

Gli dei sono forse adirati?

Questo pensa Livia, sacerdotessa votata al culto di Dioniso.

Eulalia, sua schiava ed adepta, sarà testimone di terribili omicidi, complotti e trame di vendetta.

Perduti nella loro sete di rivalsa chi riuscirà a salvarsi dall’imminente eruzione che nessuno di loro sospetta? 

 

Il blog presenta un giallo da non perdere:  “Grosso guaio a Roma Sud”, di Marzia Musneci, Todaro Editore.

Grosso guaio a Roma SudI gemelli congiunti Zek e Sam, piccoli balordi della periferia romana, ricevono l’ordine da Chick Lanzetta, boss del quartiere, di dare una lezione a un vecchio orologiaio. Peccato che poco dopo il negoziante venga ritrovato morto. 

Qualcuno cerca di addossare il crimine ai due fratelli che, mentre cercano di discolparsi, vengono aggrediti, seguiti, minacciati. Ma i ragazzi hanno alcuni improbabili complici nella loro indagine: il vice ispettore Nick Castillo, convinto che stavolta siano solo capri espiatori; Bob Carrezza, un giornalista di cronaca nera; Minny Morelli, il loro allenatore di boxe; Abbe e la “magica” Luz.

Una storia ai limiti della realtà e una periferia romana, quella del quadrante sud, che ci regala atmosfere contrastanti, tra malavita e personaggi memorabili.

Una serie di personaggi, comici e drammatici al contempo, si susseguono in questo romanzo veloce, accattivante e ben architettato. Marzia Musneci sfrutta gli stilemi del giallo per immergere il lettore in una Roma periferica e atipica, in cui i tentacoli della criminalità organizzata si intrecciano con le vite di persone al margine, con antiche credenze popolari, con il dramma che ogni personaggio, a modo suo, si porta dentro.

L’autrice

Marzia Musneci è nata a Roma e vive ai Castelli Romani. Giallista di vecchia data, ha vinto il premio Tedeschi 2011 con il romanzo Doppia indagine. Ha pubblicato sempre per il Giallo Mondadori, Lune di sangue (Premio Ciampino 2013), Dove abita il diavolo. Scrive racconti per diversi editori. Quando nessuno guarda, Marzia scrive haiku. Ha vinto il premio internazionale di haiku indetto da Cascina Macondo nel 2013, ed è presente nelle raccolte Hanami (Inverno, Autunno, Primavera, Estate).

Collana: Impronte – 312 pagine – 16,00 Euro. 

“Un giorno verranno a chiederti di me” di Vincenzo Alba, Eretica Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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E’ difficile raccontarvi di un libro che è riuscito finalmente a farmi commuovere.

Non perché io sia un cuore di ghiaccio (o forse si) ma perché le emozioni sono un qualcosa di sacro e profondamente mio, che devo custodire nel cuore.

Odio le manifestazioni eclatanti di dolore, nostalgia o tristezza.

Perché apparire, nel caso di faccende del cuore, è terribilmente banale.

E sapete che la banalità non fa per me.

Sono convinta che noi uomini, siamo qualcosa di profondamente unico, un esperimento senza precedenti.

Esseri di materia e fango con una scintilla di divino.

Che tentiamo ogni istante di abbattere con le scelte più idiote.

Quando, in fondo, basterebbe davvero qualcosa di microscopico per far sbocciare quella scintilla.

E cosi tendo a recensire in modo molto asettico.

Ma ultimamente, vuoi per situazioni personali, vuoi perché il libro è un qualcosa di vivo e decide di apparire nel momento giusto.

Ci sono state parole che mi hanno toccato con mano a volte soave a volte ferma il cuore.

E costretto seppur felicemente, a dire la sua.

Un giorno verranno a chiederti di me è uno di questi libri.

Si è quasi imposto con cipiglio severamente dolce ai miei occhi.

E costretto le mie mani a sfogliarlo e in ogni capitolo, in ogni pagina mi stingeva la mano.

Perché vedete qua si parla di malattia, di morte ma anche di rinascita. Due storie apparentemente diverse si intrecciano, si guardano e forse si innamorano.

E come nelle migliori storie, una prende dall’altro, scambiandosi ruoli, e esperienze, togliendo finalmente le maschere a dei volti belli anche nella sofferenza.

Andrea troppo chiuso in se, con quella voglia di scappare che lo rendo preda di oscuri esseri privi di coscienza.

E donando loro un po’ di se, Andrea in fondo è come morto.

Barattando la sua anima con i soldi, si imbozzola in un limbo fatto di nulla.

Andrea esiste, ma non è vivo.

Non più.

E nella notte peggiore della sua vita, sullo sfondo di un umanità degradata, qualcuno, come il lampo nel cielo illumina la sua non esistenza.

E lo fa incontrare con la morte che, diventa stranamente vita.

A volte è il toccare con mano la fine del percorso che ci cambia.

Anche se non siamo noi i soggetti scelti dalla “Maledetta”.

Ma lei ci passa danzando accanto, ci toglie tutto, persino gli orpelli con cui nascondevamo il nostro spirito e ci fa vedere cosa in realtà sia l’immenso dono che un essere soprannaturale ha concesso noi, solo perché lo vedessimo con occhi pieni d’amore.

Poi c’è Laura.

Successo, apparenza, amore tutto le appartiene.

Lei è congelata in un istante infinito, che gli permette di non fissare lo sguardo né indietro, ne avanti a lei.

Laura si sente cosi morta dentro che senza accorgersene incappa tra le braccia crudeli o amorevoli dipende dai punti di vista della bianca signora.

Eppure…ecco che il contrario si manifesta a noi.

Andrea è morto pensando di essere vivo.

Laura sta morendo eppure stranamente è viva.

Viva perché inizia a affrontare un passato e lasciarlo andare.

Perché nell’ultimo respiro si fa finalmente abbracciare.

Via sensi di colpa.

Via odio per se stessa, per non aver indagato nelle stringhe della sua esistenza.

Per aver concesso agli altri di colpirla.

Per aver sostituito la beatitudine di un bacio con l’obnubilamento della fama. Lei in quel momento in cui tutti la giudicano moribonda vie.

Vive anche nel maledetto coma, che spesso si porta via le persone amate, in una dimensione cosi distante, cosi lontana da noi.

Noi che restiamo a urlare i nomi di chi amiamo e ci sentiamo cosi distrutti, perché dannatamente soli.

In quel momento Laura sente tutto.

Ascolta tutto.

E sorride oramai lieve, con quel passo delicato che oltrepassa i confini del tempo.

E ama.

Lascia che l’amore evapori da lei e si posi sulla narici di Andrea fino a costringerlo a inalarlo quel profumo.

E a vivere, finalmente svegliandosi dalla morte.

Morte e vita giocano nel libro, unite da un solo rosso filo, che si trasforma in bacio, in sogno, in contatto.

Un unico istante che redime due vita, cosi costrette da una società crudele a sentirsi sempre spezzate.

E allora Andrea racconterà a tutti noi che non apprezziamo questi meravigliosi istanti, del coraggio di chi ha voluto fissare negli occhi la maledetta e vincerla, rendendosi etera in una storia.

Che ogni volta sarà raccontata e ogni volta costringerà, come Ballo in fa diesis minore, la morte a chinare la testa e mettere ai piedi di uno straordinario essere umano, la sua corona.

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo

Posa la falce e danza tondo a tondo

Il giro di una danza e poi un altro ancora

E tu del tempo non sei più signora

Angelo Branduardi

***

per te 

ovunque sei,

che sorridi fiera perché la morte l’hai sconfitta

e rinasci ogni giorno nel mio sorriso

“Chiudi gli occhi” di Floriana Naso, Convalle editore. A cura di Alessandra Micheli

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C’era un volta una giovane piena di sogni.

Dentro era un principessa ma fuori era costretta e vestire di stracci.

Un giorno, per caso durante una delle sue passeggiate di totale relax, incontrò un uomo molto elegante, con una carrozza ricca di ghirigori dorati, di intarsi di madreperla trainata da vigorosi cavalli arabi di un biancore immacolato.

L’elegante gentleman era di bella presenza.

Unico neo, era uno strato e ritorto pelo blu che spuntava come una strana anomalia, da una barba perfettamente castana.

Quel pelo disturbava la giovane, mettendola non so per quale motivo, in allarme. Eppure il giovane era galante, gentile, premuroso e ogni giorno si presentava ora con un mazzo di profumate rose screziate, ora con i dolci di una pregiata pasticceria elegante, ora con un gioiello di squisita fattura, come se fosse lavorato dai misteriosi gnomi della montagna.

Piano piano, grazie ai doni, alle parole piene di passione, il pelo della barba sembrò meno blu.

Fino a non essere quasi per nulla notato.

Il padre della giovane sprovveduta, però, non era per nulla convinto.

La madre le sorelle la spingevano a contrarre un matrimonio vantaggioso, pieno di sfarzo che l’avrebbe messa in una condizione si sicurezza e di agiatezza senza precedenti.

Cosi, la giovane rinunciò ai propri sogni e si concesse al nostro nobiluomo.

Che la portò in una villa piena di mobili lussuosi, con tende di broccato, statue di marmo, giardini floridi, fontane zampillanti tutte d’oro.

Stanze con camini intarsiati, soffitti dipinti con le scena più belle delle leggende di tutto il mondo.

Tutte tranne una stanza, con la porta di legno scuro deteriorata che stonava con il resto al pari del pelo blu della barba.

E una chiave proibita, nascosta alla vista della giovane, che però la attraeva sempre di più sempre più irriferibilmente nonostante il veto posto quasi con ferocia dal so ricco marito.

Il resto della storia?

La giovane aprirà la porta probità e troverà una stanza piena di sangue, ossa e corpi martoriati, delle precedenti mogli del perfido..Barbablu.

E cosi il velo leggiadro che copriva la natura profonda del nostro principe azzurro, cade a terra.

E ne esce un mostro, un crudele predatore che sposa giovani vergini per cibarsi della loro prezza e restare..immortale.

Questa è la storia antica,  ma sempre poco conosciuta, del famigerato Barbablu, una satiro che anticamente le madri raccontavano alle figlie per metterle in guardia contro i pericoli dell’apparenza.

Oggi, questa storia, è relegata ne profondi meandri della nostra natura inconscia, seppellita da chili e chili di frasi rassicuranti, usate persino da chi dovrebbe proteggerci per convincerci che, in fondo quel pelo strano della barba non è poi cosi blu.

Una volta convinte che l’anomalia, in fondo, non esiste imbocchiamo nel castello sfarzoso dove tra agi e vizi si nasconde la stanza segreta.

Ecco la camera rossa non è la sede di sessuali perversioni ma del male più radicato che si getta contro la femminilità e la purezza di ogni giovane, per vampirizzarlo e succhiare dalla sua mente ogni energia.

Ecco il dramma di oggi rappresentatore nel libro chiudi gli occhi.

In un contesto di crisi profonda non solo economica ma dei valori, veniamo educate a chiudere gli occhi, persino il nostro intinto più profondo simboleggiato dal padre, viene ostacolato dalle tentazioni, suadenti del mondo dell’apparenza.

E chiudiamo gli occhi.

Davanti al baratto di noi stesse, dei nostri sogni alla ricerca di un sicurezza che, in fondo, non avremmo davvero mai, perché regalo dall’alto del vampiro di turno.

Tutti coloro che vi promettono meraviglie sono, in fondo dei Barbalu, tutti quelli che vi prospettano la via più facile sono dei Barbablu.

Tutti coloro che in cambio di benessere, identità e certezze vi chiedo il baratto dei vostri sogni sono dei Barbablu.

Tutti gli uomini che vi trattano come una fata, mettendovi in vetrina sono dei Barbablu.

Chi non vi ascolta, non vi comprende con vi guarda come un miracolo di vita feconda, ma con possesso è un Barbablu.

E allora ben venga il libro “chiudo gli occhi” a ricordarci che se osserviamo un anomalia strana, inquietante che mette in discussione anche il più fastoso contesto, dobbiamo scappare.

Via lontano.

O brandire la spada e iniziare a difenderci.

Altrimenti l’epilogo poterebbe essere davvero tragico.

“Dante” di Luca Giuliano, Eretica Editore. A cura di Alessandra Micheli

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E’ molto difficile per me scrivere di un libro illustrato.

Eppure Dante, di Luca Giuliano, mi ha intrigato da subito.

O forse perché mi consentiva di mettermi alla prova in un modo inconsueto.

Vedete, il libro da leggere evoca in me suggestioni particolari.

Sono le parole e il modo con cui sono legate tra loro, con le regole, con il collante di anima dell’autore a parlarmi.

E’ il verbo, il complemento che assieme iniziano una danza fatta di significati e aspetto, di sintassi e grammatica ma che al tempo stesso non si fermano sicuramente al dato prettamente formale.

Quindi è analizzando trama, semantica, motivazioni profonde e persino il contesto (genere) scelto dall’autore che mi permette id scrivere recensioni.

Ma cosa accade quando alla parola si accosta la figura, l’immagine e il disegno?

La situazione si capovolge.

La parola non è altro che il banditore che presenta con voce soffusa il piatto principale, l’immagine, fatta di simboli linee e colori.

E allora la mente si distrae e si divide in due: da una parte quella conscia che sofferma sulla parola scritta, l’altra la creativa che viaggia verso luoghi sconosciuti, dove l’immagina are la porta su una dimensione totalmente nuova, almeno per me, che ha il profumo del sogno e del simbolo.

Dante quindi non diventa solo narrazione.

Diventa anche dipinto, fotografia di un significato, congelamento di una semiotica che esula, spesso dalla forma scritta.

Cosa sarà mai questa semiotica?

E’ lo studio di come certi segni acquisiscano durante lo scorrere del tempo, tramite educazione e convenzione significati precisi.

E’ quello studio che si concentra sul legame che intercorre tra due elementi, nel caso di dante ci sono il narrato e il figurato.

Il visivo ci sussurra altro.

La visione reale di Dante precostituita e sbocciata dalla peculiare percezione dell’autore, si scontra con cosa noi otteniamo dallo scritto.

Dante diviene cosi eroe e vittima ma al tempo stesso è visualizzato come un incrocio tra un disperato e un ribelle.

La figurazione del personaggio appare cosi ai nostri occhi dicotomica e anche disarmonica: piena di contraddizioni tra cosa noi leggiamo e cosa l’autore ci mostra.

Un uomo che tenta la fuga dal reale ma che al contempo la sua fotografia è irreale.

E’ un essere dai capelli arancioni e la pelle blu.

E’ quindi già fuori realtà e il viaggio che apparentemente Luca ci mostra, quella con la voglia di evasione è in fondo solo un accettare una diversità acclamata.

Dante non è come noi e al tempo stesso Dante è quella parte di noi che dalla terra si stacca e partecipa della nascita di stelle e costellazioni.

Cosi come il senso del testo,  che sembra evadere direttamente dalla canzoni dei Pink Floid ossia la dipendenza da qualcosa, nello scorrere di immagini diviene altro.. un oggetto apparentemente innocente che, però diviene il mezzo per tornare ad appartenere a quell’irrealtà di cui Dante è fatto.

Ecco che il libro è quasi stridente e al tempo stesso affascinante.

E il contrasto tra scrittura e immagine viene risolta della nostra mente divenendo semplicemente uno dei mezzi con cui immergersi nel nostro assurdo mondo interiore.

Un mondo che come ogni pannello dipinto ad arte, che esula le perfette leggi della concordanza e della prospettiva è in costante mutamento.

Dante torna a appartenere alla fantasia, la stessa da cui è nato.

Dante riavvolge il cordone ombelicale dell’immaginario e lo stringe forte forte a se.

Un testo strano, ma profondamente affascinante anche per gli anziani come me, che restano eccessivamente ancorati alla parola.