Ci sono libri che sono essenziali per far maturare la nostra coscienza, pagine della storia da ricordare perchè sono le pietre d’angolo su cui fondare una civiltà migliore. Il blog è lieto di presentare “L’eccidio della colonna Gamucci. Storia dei carabinieri reali in Albania” di Antonio Magagnino.

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Sparate subito e mirate al petto”. Fu questa la frase con la quale il colonnello fiorentino Giulio Gamucci, comandante della Legione dei Carabinieri di Tirana, affrontò la morte in Albania nel 1943. Una raffica di mitra fu la risposta. Ben 111 Carabinieri caddero uccisi barbaramente dai partigiani comunisti albanesi comandati dal criminale Xhelal Staravecka. Questo libro intende portare alla luce i fatti di quello che, dopo Cefalonia, gli storici definiscono il più crudele “omicidio” perpetrato contro militari italiani e sui quali si è taciuto per troppi lunghi anni, rendendo onore a coloro che hanno dato la vita per la Patria.

L’autore

Antonio Magagnino, di Mario e Antonietta Geranio, da tutti conosciuto come Tony, è nato il 6 novembre del 1962 a Matino, un grazioso paesino dell’entroterra Salentina in provincia di Lecce. Vive a Viterbo. Per ventisei anni ha servito con grande amore e fedeltà l’Arma dei Carabinieri tra Roma e Viterbo, per la maggior parte nel ruolo Ispettori; venti dei quali trascorsi in Reparti Operativi. Grande appassionato di equitazione, paracadutismo e soprattutto di Storia Contemporanea, come ricercatore ha fortemente voluto indagare e scrivere la vera storia sull’eccidio della colonna dei Carabinieri Reali in Albania comandata dal Colonnello Giulio Gamucci, pur trovandosi nel momento più difficile della propria vita tra ferite vitae e lutti famigliari, tanto che aveva deciso di abbandonare le ricerche. Come studioso ha offerto collaborazione all’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea per la ricerca e la stesura del libro “La persecuzione degli Ebrei nella Provincia di Grosseto nel 1943-44” edito nel 1996. Inoltre ha collaborato con il Prof. Maida dell’Università di Torino, per la mappatura degli eccidi da parte di Reparti Italo-Nazisti nelle Regioni Toscana-Piemonte. Per ultimo ha ricevuto una lettera di apprezzamento da parte del “Yad Vaschem” di Gerusalemme (il più grande Museo dell’Olocausto) per la collaborazione nella fornitura di documentazione in un libro sulla deportazione degli Ebrei dal Lazio autore il Rabbino Capo Michael Tagliacozzo.

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“Donne nel vento” di Anne Coates, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Per tanti poeti, autori, cantautori, noi donne siamo simili a fate.

Esseri leggeri, evanescenti capaci di incantare con voci soavi, cantilendando le musiche più arcane.

Siamo esseri meravigliosi, fatti di sottili fili che ci collegano direttamente alla terra o alla luna.

E con la luna nel sangue, viviamo i suoi cicli impersonando Dee remote e mimando antiche storie.

Samo terra e fango, siamo emozioni e sensazioni, cosi fragili e cosi forti, come salici che sanno piegarsi al vento eppure restare cosi salde sulle loro radici.

Sappiamo morire a ogni schiaffo a ogni sopruso, eppure rinasciamo in un sorriso, in quel coraggio di credere che, anche nel buio più totale, un giorno nuovo sorgerà e ci donerà speranza e opportunità.

Conosciamo bene il dolore e lo riviviamo scritto in ogni cicatrice lasciata da una lacrima o da una ferita.

Sappiamo convivere con il cuore spezzato e sappiamo ricucirlo con i fili d’argento presi in prestito dalla luna.

Siamo donne.

E siamo tutto ciò che di bello l’universo contiene.

Siamo spirito e materia, corpo e mente e sappiamo indagare e affrontare ogni recesso, anche il più oscuro della nostra anima.

Allora perché esseri cosi speciali vengono continuamente abusati, denigrati e vilipesi?

Come si può mancare di rispetto a una creatura simile?

A quella parte di te che dio ritenne cosi importante da nascere proprio dalla costola del fianco, affinché camminasse accanto a quello strano essere chiamato uomo.

E cosi speciale che nonostante il suo atto ribelle, fu benedetta dal dono di creare la vita, quasi paragonabile al demiurgo che nutrì di sogni il mondo.

Donne nel vento esprime lo stesso mio dolore nel vedere ogni giorno questo sterminio.

Non solo della donna ma di tutto ciò che di bello essa porta con se, speranza, amore, passione e capacità di creare.

Perché ogni donna crea nella mente immagini meravigliose, arazzi con cui abbellire la casa della vita.

Una donna usa il suo corpo e non si fa usare, lo nutre perché esso sia preghiera a Dio, sia il suo braccio con cui incidere la terra che calpesta con i suoi piedi.

Eppure questo nostro sesso è usato per un solo osceno istante di piacere senza la sacralità che gli compete.

Ecco che la prostituzione diviene una bestemmia alla stessa divinità che ci ha creati, diviene l’atto peggiore con cui annichilire tutto ciò che c’è di puro in noi.

Solo per trasgredire, per ribellarsi alla vita.

Più che alla legge morale.

Ogni gesto contro una donna, ogni suo livido, sia interiore che esteriore è la dimostrazione di una grande mancanza di rispetto a tutto il creato, di cui la donna è esempio e erede.

Ogni volta che si userà il corpo per guadagnare, per sfogare bassi istinti, sarà una ferita al cuore dell’universo.

E l’universo morente ci guarderà con gli stessi occhi con cui una donna ferita vi osserva: con la stessa domanda incisa a fondo nelle cornee perché.

Perché vilipendiare quel dono immenso con cui ci svegliamo ogni volta che i sole sorge?

Perché non celebrare quel miracolo reso vivo con un canto di gioia?

Noi aspettiamo ogni volta con angoscia e speranza qualcosa di magico e incredibile, senza sapere, senza riconoscere che è tutto ciò che ci circonda un miracolo, che la magia è a nostra disposizione.

Che è nella capacità di sorridere, di amare, di sperare ogni volta, di non rassegnarci al male che avanza.

E’ in Princess che nonostante l’orrore, lascia cantare la sua forza, quella che la fa sopravvivere e sognare ancora una vita migliore.

Quella che nonostante lo schifo non la fa cedere a un mondo brutale che la vuole senz’anima.

E’ in Hannah che piange quella donna perduta, perché la vede come va vista, come un essere speciale nonostante le botte e l’odore osceno della violenza.

E’ in Elizabeth che sa vincere l’orrore con quel sorriso che sa di borotalco.

E’ in un coraggio che si mostra in ogni pagina e che ci fa dire non ancora, non è tempo di arrendersi.

Non ora.

Non adesso.

Un altro passo perché la luce è vicina.

Perché un giorno, nonostante la loro capacità di confondersi con la gente, i responsabili di questo massacro verranno assicurati alla giustizia.

Un passo ancora.

Per noi, per tutte le Princess di questo mondo, per tutti i bambini che non devono più temere di perdere la loro dignità, per ogni madre che ha diritto di proteggere e far crescere i loro figli in un mondo migliore. Perché a questo mondo migliore qualcuno ancora ci crede e rischia, rischia non solo la sua vita ma ogni certezza, ogni sicurezza.

Per te, che leggendo queste mie parole e il libro, crederai finalmente di essere speciale.

“L’immortale che ascoltava il vento” di Estelwen Oriel, Le Mezzelane Casa editrice. A cura di Francesca Giovannetti

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Assai riduttivo definire questo testo semplicemente “fantasy”.

In realtà è un viaggio viscerale all’interno delle emozioni più pure e terrificanti dell’animo umano. Siamo esseri imperfetti e abbiamo dentro di noi buio e luce; e prima che l’uno possa esistere senza l’altro è necessario essere in grado di riconoscere che coabitano nel nostro cuore.

Pochi sono gli esseri il cui animo è riempito con pienezza dalla luce. È il caso della principessa Noemarya, capace di donare gioia pura al prossimo, capace di scrutare nella profondità degli animi altrui riconoscendone la natura.

Lei sola, infatti avvicinerà lui, l’immortale che ascolta il vento, il solitario Erinao che porta da solo un pesante fardello; egli ode i nomi di coloro che stanno per morire. La sua missione è avvertire della prossima dipartita, affinché il predestinato possa congedarsi pieno della luce donata dai suoi cari.

Erinao è dunque il portatore della morte, odiato e temuto. La sola vista della sua caravella che si approssima alla terra rabbrividisce i cuori. E il messaggio si mescola col messaggero.

Non si può odiare il  destino, ma si può incolpare il suo ambasciatore e iniziare a odiarlo.

E il dolore stravolge.

L’accettazione è un passo arduo perché in noi ci sono buio e luce. E il buio prolifica nel lutto, ed è ingannevole e subdolo.

Accettare la perdita dell’amore è straziante e si può essere stravolti in qualcosa in cui non ci si riconosce.

La natura è ambigua e mutevole. Nel mondo dell’autrice esiste un’àncora di salvezza: guide di pura luce a cui affidarsi, esseri immortali e superiori.

Il motore della trama è l’amore, quello passionale del primo incontro, quello consolidato di anime unite da secoli, quello filiale e genitoriale, quello verso la propria terra. L’Amore muove tutto, crea e disfa equilibri in un battito d’ali. Conduce al sublime, schiaccia nell’abisso. Amore, Morte, Dolore, Rinascita.

Un romanzo che toglie il fiato, denso di emozioni e viscerale empatia.

Un romanzo che è pura poesia nello stile. Ricco, delicato, incisivo. Una scrittura piena che avvolge e coinvolge l’anima.

Un romanzo dove le descrizioni della natura riflettono quelle degli animi dei protagonisti creando una struttura narrativa in perfetto equilibrio.

“Quello che sulla terra sapete” di Federica Soprani. A cura di Alessandra Micheli

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I due piani della materia sono irrimediabilmente separati.

Tanto che noi umani aspettiamo momenti particolari dell’anno, in cui una tradizione che si aggrappa alla nostra mente con unghie e denti, ci indica come le porta in cui accedere a quella dimensione che ci è negata dalla quotidianità.

E che la rende ai nostri occhi assetati, attraente e indispensabile, capace di ridonare colori a un grigiore sempre più opaco.

Senza quella dimensione onirica, fantastica o spirituale, ci sentiamo randagi in cerca di un cammino caldo capace di riscaldare un gelo nelle ossa che consideriamo normale.

Lo straordinario è il fuoco che arde nelle vene, quella capacità di superare i confini, dono inestimabile di pochi, alieni esseri capaci di viaggiare tra i mondi.

Artisti, poeti, scrittori, sono i nostri modelli, irraggiungibili e evanescenti, degni di appartenere la regno delle creatura mitologiche. Ecco che nei libri si racconta il dramma del distacco e della perdita, si racconta di un tempo in cui tutto era uno e nell’uno era il tutto.

Tempi in cui la parola definiva e modellava i mondi, tempi di incanti e miracoli, tempi in cui la scienza non aveva ancora esteso i suo dominio rendendoci schiavi della finalità cosciente.

Quello che sulla terra sapete diviene quindi un memento mori, di qualcosa che il Re di turno assiso sul suo trono ci ha strappato.

Ossia la consapevolezza che l’apparenza non è altro che un velo che nasconde e offusca il vero autentico splendore del vivere: la nostra mente.

E’ da quel luogo inaccessibile, isolato e impervio, fatto di grotte e di stalattiti cosi come di giardini rigogliosi che il miracolo della scrittura ci racconta in modo allegorico la nostra vera natura.

Siamo esseri intessuti di sangue e sogni.

Siamo miracoli capaci di coniugare in noi carne e spirito, sangue e essenza fluida, mana e ossa.

Siamo capaci di scrivere più e più volte innumerevoli finali e ogni volta renderli reali, ingombranti e decisivi.

Siamo azione e reazione, siamo scelte, e follie.

Siamo interno che si riversa nell’esterno.

E siamo esterno che nutre il nostro interno.

Quello che sulla terra sapete è il costante ricordo di cosa possiamo e in cosa spesso falliamo.

E’ un percorso tutto interiore che dalla scrittura si avvicina a un centro tanto raccontato dai saggi ma cosi poco visitato.

Laddove bellezza e orrore, magia e dramma danzano assieme come figli della stessa natura bizzarra, come sorelle e come amanti irriverenti.

E cosi in quegli attimi in cui è finalmente la mente a dettare il giusto ritmo in cui adagiare ogni passo, il corpo è soltanto l’involucro che contiene la nostra frizzante volontà:

Il modo in cui il drappeggio cade, definendo i contorni del corpo, enfatizzando anziché celare l’armonia delle membra, il loro languido abbandono. Basterebbe un soffio di vento per sollevare quel velo, per ridestare la carne dormiente che giace sotto di esso, racchiusa in un bozzolo impalpabile, pronta a flettersi, a guizzare, a estendersi in tutta la sua inquietudine. Questo è ciò che sembra. Questa è l’apparenza.

Noi che oggi viviamo di finte realtà, cangianti e soffocanti.

Noi che oggi nascondiamo la forza del pensiero sotto i rigidi dettami del consono, del consueto o della scienza.

Noi che evitiamo di definirci angeli caduti, esseri decisi a sperimentare ogni delizia cosi come ogni dolore, un salto nella letteratura pungente come spillo e tagliente come lama, può terrorizzarci.

Eppure è un viaggio che consiglio, ascoltare quella voce cosi strana, cosi fastidiosa ma cosi attraente, capace di graffiare la nostra anima eppure di sollazzare ridente, la nostra essenza.

L’oggi ha soppiantato il per sempre. L’eternità non è mai stata così breve.

E’ il momento che un libro vi riveli la strada e vi renda capaci di sfiorarlo, berlo e mangiarlo fino all’ultima briciola quell’eterno che vi spetta di diritto.

Non vi è nulla di più desolante che perdere ciò che non si è mai posseduto. Un cuore disabituato all’amore non sanguina di meno. Anzi, il vuoto che si spalanca in esso si assomma a quello che da sempre vi alberga. Vuoto nel vuoto, e solo l’eco assordante del silenzio a colmarne la vastità.

“E se fosse domani” di Daniele Sbaraglia. A cura di Raffaella Francesca Carretto

E se fosse domani- Daniele Sbaraglia

…e se fuggire fosse l’unico modo per ritrovarsi, e per trovare la propria identità e le proprie emozioni e la propria dimensione?

…e se fossimo stanchi di aspettare qualcosa o qualcuno, e la vita ci mettesse di fronte a nuovi eventi e nuove situazioni che ci pongono di fronte a una scelta?

…e se questa scelta fosse dominata da un destino che riflette delle precise congiunzioni astrali, tali da darci la possibilità di fare una scelta diversa di vita, seguendo magari le proprie aspirazioni e le proprie emozioni, desideri repressi, sogni accantonati…che poi ci consentono di vivere appieno qualcosa di cui non avevamo progetto, che non si era preventivato, o che forse si aveva solo paura di sperare si avverasse anche per noi.

“E se fosse domani?” potrebbe essere intesa come una storia come tante, quella di un uomo che trascorre la sua vita lasciandola scorrere senza lode e senza infamie, quasi per inerzia; una vita quasi piatta, senza particolari eccessi o slanci, una vita che, appunto, scorre come un fiume calmo, le cui acque placide sono quasi stagnanti, e non presentano quella vivacità che dovrebbe essere insita in ogni ambiente. La vivacità, lo slancio, sembrano inesistenti nella vita del protagonista, che si trascina nella sua esistenza senza scossoni.

Manuel, così vuol chiamarsi il protagonista, ha un che di lassismo, è quasi passivo, accetta ciò che intorno avviene, e non sembra colto da quel fermento vitale che caratterizza l’essere umano.

Ma forse, la realtà è differente, e di fatto il nostro protagonista, che inizialmente può sembrare la fotocopia dell’uomo medio, normale, che da piccolo borghese qual è, è sempre pronto a commiserarsi e brontolare per le presunte angherie subite dagli altri, siano essi famigliari, una fidanzata, dei colleghi di lavoro o chiunque, a suo dire, abbia più di lui.

Inizialmente prende piede l’immagine di un uomo mediocre, da cui emergono vizi, errori e difetti; Manuel è un uomo che nella sua estrazione culturale medio-bassa mostra un disinteresse per tutto ciò che lo circonda, persino se stesso, soprattutto in virtù del fatto che mette a tacere anche quelle passioni che lo spingono verso nuovi orizzonti. Manuel ama la pittura, ma dopo qualche approccio scoraggiante alla vita di galleria, guidato soprattutto dal paragone con gli altri , sopisce questa sua passione…portandolo a una vera e propria assunzione che nonostante la vita sia priva di soddisfazioni personali, forse vivere in una comfortzone non è il male peggiore.

La vita di Manuel però riceve uno scossone e lui cambia il suo approccio, e guarda a nuove situazioni tali da “compromettere” la sua insoddisfazione e dargli un nuovo incipit per cambiare la sua vita.

La lettura rappresenta quasi un dialogo tra il lettore e il protagonista, che quasi vuol raccontare un percorso,che però si presenta a tratti piatto e confuso. La storia di Manuel ricalca quella di molti altri uomini e donne che insoddisfatti della loro esistenza vivono in balia della corrente, che si lasciano trasportare dagli eventi senza opposizione, eppure in questa storia c’è molto altro…c’è la ricerca di una dimensione, della propria dimensione, e questo avviene per Manuel a seguito del licenziamento, che scatena un cambiamento di pensiero, di vita, quasi a dargli quello slancio per affrontare una nuova esistenza e far vivere un nuovo Manuel

lo stallo in cui sembrava affogare, viene bruscamente spazzato via, e quest’uomo sceglie di cambiar registro… quasi potremmo dire che Manuel fa un colpo di testa e sceglie di seguire la sua strada viaggiando, andando via dai suoi affetti e dai suoi amici, pochi in realtà, per costruire qualcosa di nuovo e diverso, lasciando una porta aperta alle emozioni e alle passioni, quelle più intime…

Ma non tutto è così semplice, come ci si può aspettare..

Certo, Manuel è in fuga da un’esistenza che gli andava stretta, ma in questo suo percorso ha la possibilità di esplorare se stesso, i propri limiti, quasi a confessarli. Nella narrazione di fatto Manuel parla al lettore di sé, delle sue insicurezze, di quelle incertezze che minano sempre la sua esistenza.

Eppure il protagonista ha anche la capacità di fare un’autoanalisi, forse fa comprendere al lettore qualcosa di più, forse anche di se stesso, perché riesce a dar voce a quelle insicurezze, a quegli stati di ansia e di insoddisfazione che talvolta anche noi lettori viviamo, e che talvolta possiamo aver paura di confessare; e quindi forse l’autore, attraverso le parole di Manuel, ha dato voce a tanti altri Manuel…

La storia in sé parla di una quotidianità di insoddisfazioni che viene interrotta e da un evento che dà modo al protagonista di rimettersi in gioco e di fare una scelta che lo porta a vivere un nuovo stato di grazia, oserei dire

Manuel vive una vita nuova, fa esperienze diverse da quelle vissute sino a quel momento…ha la possibilità di viaggiare, conosce nuovi luoghi da cui resta affascinato e di cui coglie, attraverso la fotografia, nuovi particolari, trova scorci vivaci, fissa scene affascinati…eppure questo suo viaggiare riflette sempre un’insicurezza, un’insoddisfazione che lo spinge sempre a muoversi, quasi a scappare…

Devo continuare a viaggiare, devo continuare a spostarmi. Saluto le poche persone con cui ho scambiato pochissime parole, li ringrazio della loro ospitalità e prendo il primo aereo che mi porta ancora lontano da me stesso. Non sto viaggiando, sto scappando.

quasi come fosse un modo di confessarsi al lettore.

Quest’uomo cerca la sua dimensione…e la trova dopo aver conosciuto una ragazza madre. Questo è l’inizio di una nuova esperienza per lui, che lo riempie di soddisfazioni; vive una vita piena, e riconosce di voler amare. E lo fa con una donna che pare completarlo.

Ma è la realtà quella che ci descrive?…o stiamo leggendo di un sogno?

Nella storia si alternano momenti che paiono veri e propri racconti onirici, e quindi non riusciamo a identificare quale sia il sogno e quale la realtà; sino alla fine si arriva ad avere una versione della storia che ci convince e di cui crediamo di aver percepito i tratti e le peculiarità, per poi rimanere disarmati nell’epilogo, che ci racconta di una nuova realtà..

Ma qual è la realtà allora?

L’autore ci fuorvia con le descrizioni di momenti che paiono irreali, e che forse tali non sono… o almeno io l’ho inteso in tal senso. C’è il ripetersi cadenzato di un sogno, che forse poi sogno non è.. C’è il vivere una realtà che viene presentata al lettore con salti temporali, e che forse ha una natura diversa…

L’autore ci coglie di sorpresa con questi momenti che inizialmente destabilizzano, ma poi danno un senso a tanti piccoli particolari di cui non si comprende il significato nell’immediato.

Pochi dialoghi, molte descrizioni e tante riflessioni del protagonista…

Linguaggio scorrevole e semplice, che non stanca il lettore ma che non coinvolge subito, in quanto la storia di per sé confonde il lettore su alcune dinamiche.

Nel complesso è però un libro interessante che può aiutare anche chi lo legge a porsi in uno stato di autoanalisi.

A chi avrà il piacere di avvicinarsi a questa storia, Buona Lettura.

“La ninna nanna di Auschwitz” di Mario Escobar, Newtno e Compton editori. A cura di Alessandra Micheli ( Fonte letture sale e pepe blog)

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Ancora oggi leggo post allucinanti di chi, l’olocausto lo nega.

Leggo di complotti portati avanti dai centri del potere e di gente che minimizza l’orrore creato nei secoli e sfociato nei campi di sterminio. Non sono cosi tanti i numeri, ripetono convinti.

Beh per me anche solo se fossero solo dieci i morti, perché appartenenti alla razza sbagliata, sarebbero troppi.

Oggi, con tutta la tecnologia, noi paesi civili non siamo altro che bestie quando nascondiamo sotto il tappeto i nostri atroci errori.

E non è la scelta del fidanzato sbagliato, del lavoro imperfetto, del vestito poco adatto all’occasione.

E’ l’errore di non considerare un fratello, un essere umano fatto di carne, DNA e ossa, con il tuo stesso sangue, con le stesse tue emozioni, cosi diverso, cosi errore da dover essere soppresso.

Ecco.

Chiunque appoggi una tale aberrazione, non è più umano.

E’ tanto altro, ma non umano.

Neanche bestia, perché le bestie proteggono, si difendono e si coordinano.

Noi no.

Siamo cosi vicini alla scienza eppure cosi distanti dal cuore.

Non voglio sembrare politica.

Ma leggere la ninna nanna mi ha procurato un dolore dentro, sfociato da lacrime.

E non da rabbia, ma ribellione.

Io non voglio che accada di nuovo.

Non voglio che un idea malsana attecchisca in questa terra desolata.

Non voglio più che il bambino nel vento, la canzone perfetta dei Nomadi, sia di nuovo realtà.

Non voglio divisioni, né razze, ne etnie.

Voglio solo persone, belle nella loro diversità.

Unite a comporre un mosaico.

E non ho intenzione più di sentire giovani che buttano il cuore in pasto alle ideologie, spiegandomi con occhi vacui, il loro pensiero sull’olocausto.

Se la sono cercata, guarda cosa hanno fatto.

Lo hanno fatto per creare il loro stato.

Parli di morti!

Parli di bambini innocenti a cui non fregava un benamato cazzo di essere Israele o Germania, o Polonia o zingari.

Volevano solo giochi, ninna nanne, sogni e dolci carezze!

Se non riuscite a avvertire il dolore inflitto a ogni persona, in qualunque parte del mondo, con qualsiasi pelle, con qualsiasi nome, allora avrete fallito come esseri umani.

E non c’è salvezza per chi rinnega la propria anima, per chi, coni l potere con la sensazione di sentirsi forte usa l’odio per rivendicare.

Auschwitz è successo.

Lo abbiamo permesso noi costruendo secoli e secoli di fandonie, di pregiudizi.

Auschwitz è responsabilità di tutti noi.

E’ accaduto, è la macchi indelebile che non va via, che resta a brillare. Facciamo allora in modo di nono nasconderla sta macchia.

Ma come ricordo dell’abominio, della lordura di cui l’essere cosi vicino agli angeli è in grado di compiere quando vive nel buio.

Quando mette etichette davanti all’altro, ebreo zingaro, rom, cristiano, musulmano.

E che possa fungere da monito.

Da sprone per migliorarci.

Per far si che un cazzo di Sabato non divenga MAI più importante dell’uomo.

Mi hanno detto sii obiettiva.

Racconta il libro.

Ma davanti a quelle pagine non si può essere obiettivi.

Si può solo dire a Helen ti giuro sul mio sangue, sulla mia vita, che non esisterà mai più un fumo uscito nel cammino, voce disperata di una vita spezzata dall’imbecillità.

E tu ragazza o ragazzo in cerca di un senso alla vita, ti prego, non raccontarmi o raccontarti stronzate.

Non è cosi che il dolore si acquieterà.

Non è cosi che avrai la rivalsa su un mondo ingiusto o disuguale, o crudele.

Cosi lo alimenti solo e sei una pedina di un sistema cosi marcio che per essere deve uccidere.

Fai uno sforzo e si davvero un cazzo di ribelle.

Ma ancora tuona il cannone e ancora non è contento

di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare

a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà.

Nomadi

 

“Scritto sulla pelle” di Alexandra Rose, Dri editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Isabella e Lorenzo provengono da due mondi completamente diversi.

Perché le classi sociali hanno influenza sugli ambienti frequentati.

Per quanto fastidiosa, l’affermazione non può essere messa in discussione.

Vestiti firmati, ristoranti costosi e feste scintillanti non sono un terreno in cui a tutti, indistintamente, è concesso accedere; è necessario avere la famiglia giusta, il conto corrente giusto, le amicizie giuste.

Isabella decide di ribellarsi alla gabbia dorata per inseguire il suo sogno, ma sbatterà contro una realtà ben diversa, dove il primo pensiero è pagare un affitto e le bollette.

Il coraggio è il tratto distintivo di questo personaggio, così determinato ma fragile, in lotta continua fra desiderio di affermazione e ricerca di stabilità.

Lasciare un porto sicuro è una scommessa che Isabella raccoglie, perché si è resa conto che sicurezza non è sempre sinonimo di felicità.

E così, come una naufraga fra due realtà così distanti, Isabella è costretta a crescere e a scegliere.

Una guerra costellata da tante battaglie, dove non sempre esce vincitrice: ma è questo l’insegnamento più importante.

Il coraggio di lasciare andare non arriva con uno schiocco delle dita.

L’incontro con Lorenzo, il “cattivo ragazzo” , innescherà il percorso del cambiamento. Perché Isabella imparerà ad andare oltre le apparenze, riuscirà a capire cosa si cela dietro un giovane a cui non si sarebbe mai avvicinata se non avesse interrotto ogni rapporto con la sua vecchia vita.

In ognuno di noi c’è un mondo da scoprire, fatto di esperienze vissute, dolori, sogni e aspirazioni.

Il cambiamento è sempre doloroso.

Lasciare una parte che è stata con noi richiede una volontà di ferro.

Entrambi i protagonisti devono spogliarsi dei rispettivi pregiudizi.

Lorenzo ha etichettato Isabella come “principessa” e non è certo un complimento, Isabella ha etichettato Lorenzo come fallito.

E così questo libro insegna che i giudizi affrettati sono ovunque, a prescindere dall’ambiente che si frequenta.

È la natura umana, che troppo spesso si lascia guidare dall’occhio anziché dal cuore.

Un inganno in cui, forse, almeno una volta siamo caduti tutti, esattamente come i protagonisti.

Allora entra in gioco la volontà di spogliarsi del superfluo, di scoprire il nostro vero io, rischiando di essere rifiutati ma guadagnandone la soddisfazione di poter affermare senza ipocrisie : “ Sono io! Sono così! Accettami o allontanami, ma non ingannarmi!”

Un libro in cui l’amore passionale fra i due protagonisti aiuta entrambi a crescere e a migliorare.

Perché il “noi” e sempre la somma di uno più uno.

Percy’s Song il graphic novel di Martina Rossi, edizioni Phoenix Publishing, viene presentato a Roma il 18 ottobre 2019 alla libreria letteraria Horafelix

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Sarà presentato a Roma il graphic novel Percy’s Song di Martina Rossi, edizioni Phoenix Publishing, sabato 18 ottobre 2019 alle ore 18 alla libreria letteraria Horafelix in via Reggio Emilia 89. Con l’autrice dialogheranno Laila Scorcelletti scrittrice e vice presidente dell’Iplac e Silvia Cozzi poetessa e segretaria dell’Iplac. Saranno presenti gli editori.

Un fumetto colorato, dalle tinte tenui e le linee morbide, per raccontare una storia romantica e malinconica che sfocia in un finale drammatico.

Percy si sveglia dopo un lungo sonno. Non ricorda nulla del suo passato. Tutto ciò che sa è di essere morto. Da qui la sua dolorosa epopea, al fine di scoprire in che modo sia deceduto e come fare per lasciare la terra di mezzo nella quale è segregato, così da entrare finalmente nel regno dei morti e trovare la pace eterna che anela.

Il tratto del disegno è delicato, i colori morbidi. La storia, commovente, ma spietata. Un contrasto che non passa inosservato.

È un tipo di narrazione tipico delle fiabe”, chiarisce l’autrice “parlare di qualcosa di oscuro, rendendolo però più confortevole. Credo che a volte, per raccontare qualcosa di forte o che probabilmente genererà un disappunto nel lettore, sia importante utilizzare una forma che lo metta a proprio agio, in condizione di ascoltare. Se avessi creato fin da subito un contesto oscuro e angosciante, il lettore sarebbe stato sulla difensiva fin dalla prima pagina, non prestando la giusta attenzione al messaggio”.

È la prima volta che l’artista scrive una storia in cui deve occuparsi da sola di tutto: dallo script al lettering. “Ho provato a schematizzare il lavoro”, spiega “partendo da un’idea molto generica e andando a definire pian piano i dettagli. Leggendo e rileggendo, confrontando Percy con altri fumetti, studiando il modo di creare di fumettisti affermati”.

Euro 11,50 per 56 pagine d’arte, un libro che si fa sfogliare e leggere con piacere.

L’autrice

Martina Rossi nasce nel 1989 a Recanati, dove si avvicina fin da piccola al mondo del fumetto e dell’illustrazione. Consegue il diploma presso l’Istituto d’Arte “G. Cantalamessa” a Macerata e si trasferisce infine a Roma, per approfondire le competenze fumettistiche. Dopo aver concluso il suo percorso di studi alla Scuola Romana dei Fumetti, inizia a lavorare come ritrattista e copertinista per autori indipendenti. Da qui nascono le prime collaborazioni con gli scrittori Pierluigi Curcio e Orietta Cicchinelli. Nello stesso periodo lavora come illustratrice per il quotidiano “Metro Roma”. Approda nel 2016 alla casa editrice “Lo Scarabeo”, illustrando un mazzo di tarocchi dedicato al Piccolo Principe. Al momento lavora come colorista per la casa editrice BellaFe e come autrice per l’Americana Studio.

“Il manoscritto” di Franck Thilliez, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sono arrivata a bramare la lettura del manoscritto attirata dalle tante parole non solo di lode, ma anche ricche di un miscuglio di emozioni che virano dal orrore al disagio profondo.

Chiunque abbia aperto questo libro ne è rimasto profondamente colpito, traumatizzato, disturbato, turbato, quasi disgustato.

Come se esso contenesse dentro un canto oscuro, simile a unghie che stridono sul vetro, un suono difficile da dimenticare, che irrompe magari in notti strane, quelle senza luna, senza luce, senza nulla che un buio profondo.

E’ pur vero che il thriller deve far rabbrividire.

Ma in quel brivido esiste un inizio e una fine, decretata dall’ultima illuminante pagina.

E’ una sorta di viaggio nelle menti più perverse dove, però, alla rivelazione finale i colpevoli hanno la loro giusta punizione.

Ecco che altri ne usciranno redenti, altri “puniti” e la verità scioglierà i nodi che tengono il lettore avvinto al testo.

Questo, nel manoscritto, non esisterà.

La verità, oscura viscida, strisciante non sarà affatto una redenzione, ma una condanna.

Il male, la perversione, faranno da padrone sullo sfondo di una società per nulla idilliaca che non avrà più tappeti dove nascondere il suo marcio.

L’autore vi nutrirà di quelle scorie e ve le farà conoscere come base fondante di ogni azione umana.

Nessuno si salva.

Nè le vittime ne i colpevoli.

Nessuno avrà la giustizia perché quando la pazzia e il male iniziano a dominare le menti e le azioni, nessuna eventualità di riscatto è mai possibile.

Ecco che da thriller con una sua motivazione etica, il testo diventa solo una voragine di oscurità che prende il lettore impreparato, curioso o convinto che, in fondo, la bellezza salvi e lo trascina con se.

Ecco il perché di tanti commenti che evidenziano lo stile serrato, e il ritmo sempre più cacofonico che diviene un urlo finale acuto come quello di una Banshee, nella loro testa.

Questo perché da sempre il male, la pazzia, la follia, la perversione, sono, in fondo, tollerati come sfoghi necessari di una società che perde pezzi di se.

Troppo abituata alle apparenze e totalmente estraniata dal cosiddetto patto con l’ombra, quello di junghiana memoria.

Noi di ombre, di dolore, di tragedie ne siamo costantemente informati e plasmati, tanto da riconoscerle come parte inevitabile della nostra evoluzione.

Che però, priva di slanci emotivi, di afflati ideali, di volontà caparbia di guerrieri contro questi tentacolari alieni, diviene involuzione.

Perché un mondo, una società che accettano la perversione come elemento necessario alla nostra sanità mentale non è che una società che accetta dentro di se il cancro che la porterà alla morte.

E il manoscritto, in questo senso è altamente etico, più di chi pone, come risoluzione, la luce della giustizia.

Perchè dobbiamo renderci conto che, il progresso, non porta e non può portare con se anche il disfacimento morale e mentale.

Che non significa alienazione, perché è in questo baratro che germogliano demoni e mostri.

Dobbiamo capire che non si vince sottomettendo l’altro.

Che non si sfoga il giusto dolore con la violenza e con la trasgressione. Che la trasgressione morale è una porta aperta sull’abisso, permettendogli di guardarci e di iniziare a sedurci piano piano.

Siamo troppo abituati a accettare il peccato e il male, come altra faccia della medaglia e non più come un interlocutore da affrontare con parole di speranza.

E’ vero.

Il bene ha come controparte il male.

E’ vero.

Molti psicologici parlano della necessità di non combatterlo, ma di parlarci e di modificarlo alla radice.

E’ una lotta costante, diversa da quella tra buoni e cattivi.

E’ un dissolverne le ragioni che lo sostengono e trasformalo in altro.

Ecco il significato oggi della lotta al male e al peccato.

Conoscerlo, ricordarsi della sua esistenza, parlarci e vederlo nella sua costituzione interna per iniziare a smontarlo.

E ricostruirli in un altra forma.

Dobbiamo individuare quelle cesure societarie che portano alla scelta sbagliata.

Dobbiamo imparare a prenderci cura delle componenti della nostra realtà.

Il male ci pone davanti alla nostra vera natura di demiurghi, di eredi del potere creativo di dio.

Non dobbiamo contemplarlo in una società relegandolo ai bassifondi. Dobbiamo iniziare a usare l’arte della creta e ri-modellarlo.

Altrimenti il manoscritto in tutta la sua aberrante di-sincronia, non diverrà altro che profezia.

E alle battute finali noi avremmo solo la conferma che ci siamo perduti. Inevitabilmente, orrendamente, perduti.

“L’arte di cavalcare il vento” di Francesco Tiberi, 96 Rue de la Fontaine. A cura di Alessandra Micheli

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Un vento può avere diversi gradi di forza.

Può essere lieve e piacevole sulla pelle, caldo o profumato di effluvi floreali.

O può essere forte, indomito e selvaggio e avere il sapore della libertà. Liberi come il vento e selvatici come gli alberi attraverso cui passa.

Ma può anche essere la tempesta che devasta tetti e case, che stappa gli alberi dalle radici e suona con un rumore quasi malvagio.

Bisogna saperci dialogare con il vento.

Parlarci e imparare a conoscerlo.

E perché no, se non domarlo imparare e cavalcarlo a essere tutt’uno con lui.

Il vento può avere mille volti.

Può essere l’amato che va via, un ideale che si spegne con la luce del giorno.

Una sensazione che non ha abbastanza ali per volare.

O passioni frustrate da una vita che di dipana tra meraviglia e stantia quotidianità.

E in questo contesto cosi sfumato e variegato, siamo tutti giocolieri o attori della nostra commedia dell’arte.

Talenti che come farfalle si dibattono in una stanza chiusa, bramando la luce della luna che brilla fuori dalla finestra.

Siamo immersi in una duplice realtà che ha il sapore dell’incanto ma anche l’amarezza della disperazione.

Ecco che Tiberi racconta di esseri che sono alieni al reale cosi chiuso e provinciale e cosi a volte scomodo, tanto da essere osservati con una sorta di timore reverenziale.

Perché leggerlo il libro da due sensazioni opposte e contrastanti.

Il sorriso di chi si riconosce nell’errante, colui che è di nessun modo e di ogni mondo, che sa guardare con il giusto distacco la vita e provare quell’empatia, quella compassione necessaria per viaggiare attraverso se stessi.

Non a caso il suo compagno è il cane, quello psicopompo capace di far orientare il viandante dentro gli impervi percorsi dell’anima.

E poi c’è chi leggere con una sorta di brividi di ripulsione perché il libro deriderà con un certo tono picaresco, tutte le sue assurde convinzioni.

Nulla è più provinciale, per un provinciale, che ripudiare il suo provincialismo” 

Ed è la consapevolezza che ci rende erranti.

Ed è nella volontà di fidare le convenzioni di camminare con un certo tono scanzonato che nulla toglie alla profondità del nostro essere.

Ecco che nel libro la vita si dipana come se fosse un enorme arazzo colorato, assurdo a tratti disturbante, ma cosi attraente per chi ha sete di infinito.

Ecco che le verità che si svelano ai nostri occhi sono semplici eppure cosi poco assorbite dal nostro io: l’amore per tutti gli esseri come riflesso dell’amore per la nostra complessità di essere umano.

L’amore e basta.

L’istinto che ci guida e che ci rende creature complesse e favolose, cosi ricche di cosa da dire e di sentimenti da regalare.

E Tiberi sa creare la giusta magia, donando sogni, donando arte. Donando un po’ di se stesso al lettore.

E il lettore ne sarà irrimediabilmente conquistato.