“Gli scomparsi” di Alessia Tripaldi, Rizzoli. A cura di Francesca Giovannetti

“Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.” (Friedrich Wilhelm Nietzsche)

Non necessitano altre parole per descrivere il protagonista di questo thriller profondamente psicologico.

Marco Lombroso, discendente del famoso e famigerato Cesare Lombroso, abbandona la specializzazione in criminologia a causa di questa attrazione per il buio che teme possa divenire la sua rovina.

Personaggio eccellente, fatto di luci e ombre, perennemente in lotta fra  istinto e ragione.

È come se il suo trisavolo gli avesse passato il testimone che lo avvia alla discesa nelle menti criminali.

Attratto come una falena dalla luce, Marco accetta di unirsi alle indagini, chiamato dalla sua vecchia amica Lucia.

L’autrice ha uno stile efficace e immediato; la scelta della narrazione al presente dà un ritmo serrato e palpitante.

Lo studio degli scritti di Lombroso si arricchisce della teoria di Jung sugli archetipi e apre al lettore stesso le porte dell’abisso.

Un libro che unisce una componente psicologica profonda a una corsa contro il tempo propria dei migliori thriller d’azione.

Un connubio perfetto, armonico e studiato in ogni sfumatura, compresa l’ambientazione: chi, leggendo di boschi fitti e cupi, dove è facile perdersi, non ha potuto fare a meno di cogliere un parallelismo con la mente umana intricata e malvagia dell’uomo divenuto criminale?

Cesare Lombroso direbbe “nato” criminale, la moderna scienza del profiling asserisce invece che si debba parlare di “evoluzione” di una mente criminale.

Le teorie di Lombroso sono state abbandonate e rigettate da tempo, l’autrice qui le rispolvera, aggiungendo elementi che portano quasi a una rivalutazione del primo medico scienziato, precursore di un primitivo profiling, ma che non riuscì a vedere oltre: però fu il primo a colloquiare con i criminali, a riportare le loro parole, a tentare una catalogazione delle perversioni, ispirando la metodologia di Freud e Jung.

Troppo tardi ammise che i fattori sociali, familiari e ambientali concorrevano a creare mostri, da tempo ormai era stato radiato dalla Società di Antropologia ed Etnologia.

Ma torniamo al libro: eccellente, in ogni dettaglio: personaggi, ambientazione, trama.

L’autrice mantiene sempre altissimi livelli di stile e narrazione.

Sceglie un tema lacerante: la scomparsa, resa ancora più drammatica se si parla di bambini scomparsi.

Ci insegna che si può scomparire in molti modi, non solo fisicamente, ma soprattutto mentalmente.

Orrore, farneticazioni religiose, manipolazioni perverse.

Un grande groviglio dove il massimo attore è Marco Lombroso, personaggio perennemente in lotta con sé stesso e con il mondo.

Un libro decisamente da leggere.

“Una manciata di Cenere” di Luca Vanoli. A cura di Patrizia Baglioni

La famiglia dei Berberini era originaria della Toscana e raggiunse il picco massimo nel 1623 quando Maffeo Barberini venne eletto Papa con il nome di Urbano VIII. Furono grandi mecenati circondandosi di artisti come Bernini e Borromini tanto che il Palazzo Barberini e la loro biblioteca a Roma, resta oggi il segno della loro potenza.

Una curiosità: il loro antico nome era “Tafani” che venne cambiato perché considerato poco signorile. Così come il loro stemma, ai Tafani subentrarono le api.

Forse è questo è il dettaglio che ha animato LUCA VANOLI nella scrittura di “UNA MANCIATA DI CENERE”.

Le api infatti sono al centro della serie di omicidi che sconvolgono la famiglia Tebaldi di Monterotondo.

Nel frattempo a Roma un umile maniscalco viene accusato per l’omicidio di una donna.

Tutti gli indizi portano a lui, nessuno ha voluto difenderlo, fino all’arrivo di Tullio Corbet, giovane avvocato francese che non solo dimostra l’innocenza dell’uomo ma incastra un nobile della prestigiosa famiglia Borgese.

Questo non è coraggio, ma sfrontatezza per la Curia e temerarietà per il popolo, che lo osanna come salvatore degli umili.

Per Tullio Corbet  ci sono due vie: o la morte o il servizio per la Chiesa di Roma. Per capire cosa stia succedendo a Monterotondo, il nuovo Papa Alessandro VII ha bisogno di un uomo scaltro, che sappia leggere gli indizi e gli animi delle persone, Corbet è l’uomo giusto ma il suo zelo deve essere posto sotto controllo.

Padre Sean, gesuita di origine irlandese severo e irreprensibile, è pronto a seguirlo.

I due compagni di ventura in apparenza poco hanno in comune, ma il confronto con il male e la sofferenza li fa scoprire più simili di quello che credono.

I due sotto copertura arrivano a Villa Tebaldi e conoscono il Capofamiglia Andrea, uomo pacato e giusto ma che spesso cede di fronte alla volontà dei fratelli.

L’atmosfera in casa così come nel paese è cupa e misteriosa, un anatema pende su tutti loro.

Il capostipite dei Tebaldi, Attilio, era un semplice notaio ma giocando bene le sue carte era riuscito a farsi nominare Marchese e far cacciare la famiglia Barberini da Monterotondo. “Di loro sarebbe rimasta solo cenere” questa la terribile maledizione scagliata dalla nobile famiglia sui traditori.

L’ordine delle cose non può essere sovvertito, i nobili non possono essere cacciati e un piccolo notaio non può diventare di sangue blu dall’oggi al domani, per tale affronto tutta la famiglia Tebaldi insieme al suo popolo deve essere punita.

La profezia sembra avverarsi, dopo la morte del vecchio Attilio è la volta di Giacomo, il più giovane dei fratelli e poi di Federico, uomo pio e studioso senza nemici al mondo.

L’unica costante tra gli omicidi: il segno dei Barberini, le api sono tornate. Non è semplice per Padre Sean e Corbet svolgere le loro indagini tra segreti vergognosi, tradimenti, credenze e tentazioni, come quella voluttuosa di Marianna, sorella di Andrea, che nuda chiama a sé Corbet chiedendogli di portarla via.

Eppure quando la confusione e il terrore sono al limite, il giovane avvocato trova la via, consegnando il colpevole alla Curia.

Monterotondo può tornare alla sua solita tranquillità, Corbet e Padre Sean ormai sono legati da stima e amicizia e si preparano a salutarsi proprio a Roma, dove si sono conosciuti.

Insieme a tutti i Tebaldi, sono nella Città Santa per la nomina del secondogenito a Vescovo, ma le api dei Barberini lo raggiungono proprio la notte prima della cerimonia lasciandolo in un lago di sangue nella fontana di Piazza di Spagna.

Per Corbet e Padre Sean non resta che ricominciare tutto da capo, ma stavolta l’omicida non darà respiro ai due, anche tra il popolo ci sono strane morti e sparizioni. Corbet rincorre le tracce dell’assassino ma è sempre un passo indietro, fino all’epilogo sorprendente e inaspettato.

Uno storico intenso e trascinante scritto con attenzione e cura dei dettagli. Parte dei luoghi e dei personaggi, seppur inventati sono realistici e ben si armonizzano alla Storia del periodo.

Interessante il riferimento alla Guerra dei tre regni tra l’Irlanda e l’Inghilterra di Cromwell che tanto ci fa capire di Padre Sean e che delinea un’impostazione storica precisa.

La costruzione dei due protagonisti infatti non è casuale, nonostante i loro difetti e cedimenti, entrambi sono volti al bene e soprattutto alla giustizia che si scopre violata, accerchiata e interpretata.

Qualcuno deve difenderla, Corbet lo fa con la validità della legge, Padre Sean con la forza ferrea della fede…

E qualcun altro con il pungiglione di un’ape.

Luca Vanoli ha il tratto sicuro di chi conosce il suo mestiere nonostante sia al primo romanzo. Il testo è scorrevole e dinamico, il lettore riesce a immaginare la scena e a identificarsi nei personaggi.

La tensione è tangibile tra le pagine, tanto da far fatica a lasciare il testo, lo confesso… in questi giorni è venuto ovunque con me!

Consigliato vivamente a chi ama lo storico, il trhiller o semplicemente un libro di qualità.

Quindi correte in libreria e ricordate, non infastidire le api, o di voi non rimarrà che “una manciata di cenere”. 

***

LUCA VANOLI nasce a Biella nel 1989. sui banchi di scuola si appassiona da subito alle materie scientifiche, per cui si sente più portato, anche se tra i suoi passatempi preferiti fa sempre parte la lettura. I libri preferiti sono i gialli, dove una mente analitica e attenta ai particolari può dilettarsi a sciogliere la matassa che l’autore del romanzo ha ordito, e i saggi storici. Alle scuole superiori sviluppa inoltre uno spiccato interesse per la storia in generale, in particolare la storia dei Papi e della Chiesa. Tuttavia, venuto il momento di scegliere a quale università iscriversi, la scelta è più razionale che passionale, opta per l’Ingegneria Gestionale al Politecnico di Torino. La scrittura diventa quindi un modo per dedicarsi nel tempo libero alle passioni, che sono tate in parte sacrificate nella sua scelta universitaria: il giallo rigoroso e scientifico, dove ogni fatto alla fine deve trovare una spiegazione logica e razionale, senza il beneficio del soprannaturale, ma soprattutto la Storia. Nei primi mesi del 2009, inizia a scrivere le prime pagine di La maledizione dei Barberini, concependo la trama quasi per caso. I primi mesi di scrittura sono quasi frenetici. Segue un lunghissimo periodo di revisione, durante il quale il romanzo subisce innumerevoli modifiche, tra cui il cambio del titolo, e finalmente “Una manciata di cenere” vede la luce nel marzo 2020. Il secondo romanzo della serie dal titolo “Il Quarto e il quinto” è oggi in revisione.

“L’angelo e il duca” di Amelia J. Parker, ODE edizione. A cura di Alessandra Micheli

Ci sono libri che entrano con delicatezza nella tua vita e ti fanno rendere conto che, nella spasmodica ricerca dell’adrenalina hai perduto qualcosa ossia quel lampo di leggerezza che serve per camminare attraverso quest’avventura chiamata esistenza, con un sorriso.

Abituata alle brutture che sono evidenziate in tanti thriller e oramai decisa ad affrontare ogni paura con cipiglio coraggioso e folle mi ero scordata l’altro lato della luna, ossia i sentimenti che hanno dato lustro e spinta alla nostra evoluzione.

Senza l’amore, la ribellione e la passione forse non saremmo giusti a un tale progresso e non solo scientifico, ma etico.

Che poi accanto a esso ci sia un lato oscuro poco importa. Importa imprimere nel nostro cuore quanto l’essere umano sia perfettibile e possa cambiare la propria vita, il carattere e persino le abitudini deleterie senza tener conto dell’ambiente in cui ci si trova a vivere.

L’angelo e il duca, in fondo non fa altro che ricordarci che…nulla è deciso.

Che il destino può essere creato dalle nostre decisioni e che non è mai troppo tardi per lasciare che la maschera marcisca nella polverosa soffitta dei ricordi.

E cosi ci insegna valori importanti, più di quanto potrebbe fare un colto saggio sulla morale.

Nel libro, non vi svelerò mai, neanche sotto tortura come, la novità, la freschezza, la ribellione diventa la protagonista di questa storia, ritagliandosi il suo posto in una società cosi rinchiusa nei propri pregiudizi da aver scordato che, in fondo, è nata per l’uomo e con l’uomo.

Prende cosi forma da divenire un qualcosa di tangibile, che blocca e consuma che a lei di immola imprigionandoli in consuetudini che hanno il marcio profumo delle gabbie.

E il pregiudizio non è solo verso il diverso, colui che è alieno alla cerchia ristretta dei privilegiati, ma verso i suoi stessi membri.

Ogni duca, ogni duchessa, ogni fervente amante delle stagioni colorate e brillanti di Londra o Parigi hanno ferree regole: ruoli rigidi, commedie da portare avanti fino all’estremo sacrificio del proprio vero, autentico se.

Non c’è spazio per la speranza, per la ribellione.

Ognuno recita, come direbbe Pirandello a soggetto, perché cosi il tempo e la convenzione comandano.

Il dolore che si prova a dover nascondere se stessi, non è compensato e non può essere compensato affatto dal lusso, dalla fama, dalla considerazione sociale.

Perché questa maschera si appiccica a noi in modo cosi permanente da diventare patte della propria anima.

Mentre la vera essenza, le doti, il lati del carattere pieni di virtù, pregi e fragilità sono soltanto ricordi lontani.

E a volte una fugace apparizione, simile alla figurina bianca del celebre quadro di Rembrandt ronda di notte, non fa altro che spezzare la routine.

E illumina una vita fatta di doveri, di necessita e di disillusione degna di essere vissuta.

Con un eleganza indiscussa che risente di atmosfere di stampo shakespeariano il libro si muove tra identità celate, scambi di ruoli, crudeli aguzzini di, intrighi e rocambolesche avventure, il libro conquista, stupisce e perché no fa sognare.

Ma fa sognare con personaggi restituiti a se stessi, privati della patina polverosa e stantia dell’apparenza.

“The promise. Prequel” di Alessandra Paoloni, Segreti in Giallo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Ci sono persone che mi chiedono, quando parlo di talento, ma cosa sarà mai questo sostantivo che invochi in modo quasi ossessivo?

E io mi trovo a dover spiegare il significato del talento: fuoco che si sprigiona dalle pagine, la capacità di rendere vivo un personaggio, la possibilità che il libro scavalchi i secoli e divenga eterno.

Il talento è un idra dalle mille teste, potete mozzarne una ma un’altra sarà pronta a rinascere.

Eppure come i mostri dei nostri incubi, esso può essere custodito in un cassetto di una antica scrivania, di uno scrittorio dimenticato in soffitta e esistere, si, ma nell’invisibilità.

E spesso il talento viaggia in incognito, sussurra con una voce flebile ma spera, desidera, che qualcuno lo ascolti e parli con lui.

Talento è quello di appassionare anche in questo silenzio.

Di trovare chi tra le pagine trovi la porta che conduce nel regno dove i significati, gli archetipi e le tecniche letterarie sostano.

E aspettano.

E cosi mentre leggevo the promise, un semplice prequel, il talento mi ha fatto l’occhiolino.

E ha iniziato a raccontarmi la storia nella storia.

Eppure sono poche pagine, e dovrebbero lasciare quasi un eco flebile nel nostro cuore.

Ma con la Paoloni non è mai cosi.

Lei non può essere eco ma grido.

Lei è il canto che ti accompagna fino all’ultima pagina e in fondo non si spegne mai.

Nessuno dei suoi libri si può dimenticare.

Risuona sempre ogni volta che leggi anche altri libri.

Ti accompagna lungo la strada e si insinua nei sogni.

Pertanto, the promise non è un prequel.

E’ un libro intero che semmai ti lascia l’ardente delirio di doverlo divorare, assaporare e stringere tra le mani.

Perché sai che c’è altro da raccontare, altro da immaginare, un altro mondo da scoprire.

E quando poche pagine divengono forti e eterne come un libro completo, quando non ti lascia la curiosità, ma semplicemente il marchio che ti fa appartenere a quel mondo, ecco il talento ti sta parlando.

Già dalla prima pagina è tutto chiaro: un mondo che è accennato eppure tu lo riconosci perché fa parte del tuo bagaglio culturale si palesa davanti agli occhi.

E un patto di quelli potenti, anzi no una promessa inizia a richiamare dentro di te un altra ancora più antica fatta con quella terra che oggi calpestiamo con prosopopea e con arroganza.

Una terra che semplicemente ci chiede di tornare ad amarla.

Di tornare a essere suoi figli da proteggere a cui insegnare valori eterni come rispetto, responsabilità, cooperazione e amore.

E cosi in quelle pagine già il tuo cuore vibra.

E inizia a tornare a ricordi di quando bambina ti sembrava di vedere la terra respirare.

Ti sembrava di vedere la luna sorridere.

E allora non posso far altro che aspettare il capolavoro della Paoloni. Tornando a chiedermi come può una scrittrice essere una maga di questo calibro.

Un apprendista stregone capace di scrivere, con l’inchiostro della sua anima non solo le sue storie.

Ma anche le nostre.

Col mio cuore di matita correggerò
Gli errori fatti dal tempo
E con passo di guardiano controllerò
Che si fermi o che avanzi più lento

Ci sarò e non ci sarò, ti parlerò
Con ogni fragile accento
Sarò traccia sulla neve, neve sarò
Mi dirai di sì o mi dirai di no

Sul manoscritto l’inchiostro sarò

E mi avrai nero su bianco

Branduardi

“L’ombra dell’imperatore” di Massimiliano Colombo, Newton Compton. A cura di Raffaella Francesca Carretto

L’ombra dell’imperatore

La storia insegna… a conoscere e interpretare i fatti, gli eventi e i processi del passato.

E le conoscenze dello stesso offrono spunti importanti per comprendere e interpretare il presente in modo da non ripercorrere i passi già impressi nella memoria, gli errori già fatti, in modo da aprire la mente a un futuro limpido e nuovo.

Ma quando è la storia stessa a ripetersi, forse in forme diverse, forse con modi diversi, ma sempre con la medesima conclusione… e cioè che dagli errori del passato non si è imparato nulla?

Quante volte si è acclamata a voce alta la memoria storica, e quante volte questa è rimasta occultata, in un oblio fine a stesso.

E a volte invece il passato riesce a farsi ascoltare, riaffiora e prende voce, sino a raggiungere le orecchie, e le menti, di chi sa ascoltare.

E sta qui a mio avviso, nella memoria storica il grande fulcro di un messaggio, o più d’uno, che l’autore ha voluto portare alla luce e far riaffiorare nel lettore, fruitore per scelta del suo romanzo storico L’ombra dell’imperatore.

Un libro che raccoglie in sé, a mio avviso, sicuramente tanta storia ma anche tanti sentimenti e tante riflessioni.

Non è semplice avvicinarsi a un romanzo storico che nella sua trama, pur romanzata, trasporta il lettore in un’epoca lontana in cui giochi di potere, strategie e complotti, tradimenti e inganni, e tanta azione, la fanno da padrone e sono il riflesso di un periodo storico buio per l’Impero romano che si muove verso quello che è il suo declino.

Figura centrale è, nel romanzo storico di Massimiliano Colombo, l’imperatore Flavio Claudio Giuliano, nominato Cesare delle Gallie dall’Augusto Imperatore Costanzo II, ma il vero protagonista sembra in realtà essere Victor, il protector del nuovo Cesare, Giuliano.

La trama del libro è avvincente perchè conduce il lettore in un viaggio attraverso alcuni luoghi dell’impero romano.

Tutto inizia a Mediolanum dove, tra le immagini di un quotidiano degli attori del libro, conosciamo alcuni dei protagonisti della storia, raccontata certo con dovizie di particolari, e dove la ricostruzione storica è predominante.

Tutto il romanzo è permeato di immagini storiche e azione e luoghi reali del passato.

Ma prendono forma anche figure create dall’immaginazione dell’autore, che vengono delineate in modo tale da poter essere assunte come reali dal lettore, anche se non vi è prova storica della loro esistenza.

Attraverso le pagine, conosciamo quindi il franco Victor, che diverrà il portatore del vessillo, ingaggiato come maestro d’armi per il giovane Giuliano, ma anche spia assoldata dai nemici dello stesso Giuliano.

Eppure, lo stesso Victor nel suo viaggio al seguito dell’Apostata, conoscerà l’uomo e il suo valore e i suoi ideali.

E così pure accadrà per gli altri protagonisti di cui si fa conoscenza nel libro e che nella loro rude e ruvida personalità sapranno coinvolgere il lettore.

Romanzo che vede in atto storie di tribuni, assassinii, complotti, spionaggio …ma che lascia anche spazio a sentimenti, quelli dei protagonisti e ovviamente quelli del lettore.

Il libro è ben ambientato nel periodo storico rapprentato, ricostruito in modo attento e ricco di particolari, e così pure i personaggi, reali e inventati, che sono spiegati al lettore attraverso le loro stesse azioni e parole, risultano quindi ben delineati nei loro profili, anche quelli più intimi e dai quali emergono sentimenti e tormenti interiori.

Splendida la figura del giovane Giuliano che matura in questo suo percorso sino alle Terre di Gallia flagellato dalle aggressioni dei barbari, terre di cui lui è nominato imperatore, il Cesare.

La sua storia è spiegata dallo stesso Giuliano, che nel viaggio intrapreso coi suoi uomini non si erge a entità superiore, bensì siede alla loro tavola e diviene uno di loro.

Giuliano nonostante la sua giovane età, si mostra come figura estremamente matura e complessa, libero e scevro da condizionamenti, soprattutto quelli religiosi, che si muovono in quel periodo, frutto di un Cristianesimo che prende vigore e si diffonde nell’impero al posto del paganesimo.

Ma la grandiosità di Giuliano sta nel rispetto verso ciò in cui ciascuno crede, nella tolleranza verso gli altri.

E di questo se ne accorgono tutti i suoi uomini, quelli al suo seguito, anche se durante la lettura si scopre che non sempre tutto è così limpido e semplice..

L’azione la fa da padrone, battaglie, intrighi, assassinii; il romanzo però non si ferma all’atto, eppure non si muove nell’inerzia, mostrando anche come i vari personaggi si inseriscono nel contesto e divengono pienamente maturi.

Secondo le notizie storiche, Giuliano più che un condottiero è un uomo di cultura, un riformatore e un filosofo, ma in questo romanzo l’autore ci mostra come le sue doti vanno oltre, e a mio avviso ne declama anche la grandezza di personaggio storico, riuscendo a dare una luce diversa a questo Cesare che forse, diversamente da come è conosciuto, nel romanzo si presta a raffigurare il trascinatore.

E di fatto, il trasporto verso questa figura è vivido e forte nelle pagine del romanzo, perché nonostante i suoi soldati inizialmente diffidino di lui durante questo viaggio (e non parlo solo del viaggio verso la conquista ma soprattutto del viaggio del lettore attraverso le parole dell’autore), in itinere cambiano rotta e scelgono di riporre la loro fiducia in un uomo, da cui sono trascinati e proiettati verso il glorioso futuro del nuovo Impero Romano a cui aspira Giuliano.

Abbiamo ereditato un vasto impero nato dalla forza, reso grande dalle leggi e da una morale comune, abitato da una cosmopolita fratellanza di genti accomunate da un nome: romani. è un’idea, un sogno, così reale che può far sentire a chi ne è partecipe la consapevolezza di questa unicità e unità. Noi siamo la parte migliore dell’umanità. Voi, io, noi tutti. La nostra ratio non potrà mai soccombere di fronte alla brutalità

… in questo racconto, si percepisce un equilibrio tra le scene reali e quelle immaginate dall’autore ed esse stesse vibrano all’unisono creando un ambientazione quasi realistica e tangibile al lettore.

Victor e Filopatròs, se pure immaginato dall’autore, potrebbero essere realmente esistiti e aver preso parte alle prodezze di Giuliano.

Il racconto è bello, emozionante e coinvolgente. Ha il gusto antico dei tempi passati, di un’epoca che conosciamo solo attraverso la storia. Ci coinvolge per la trama che è piuttosto scorrevole e permette di conoscere anche fatti storici di rilievo.

Ma la parte più emozionante è nel finale, attraverso le considerazioni che Giuliano fa “in prima persona” e che a noi lettori regalano spunti di riflessione e approfondimento del periodo, del personaggio e di quella che era la sua visione.

Mi hanno colpito le sensazioni provate…leggendo quelle che l’autore ha visto come parole di Flavio Claudio Giuliano..

Mi attribuirono: frasi mai dette, eventi mai accaduti, gesta ignobili, profanazioni, riti macabri con sacrifici umani, in breve, calunnie di ogni genere. Cancellarono con un sol gesto il mio nome

La nota più deprecabile non fu la mia scomparsa prematura, ma la constatazione che insieme a me, morisse per sempre un meraviglioso sogno.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

Claire Lombardo: “Mai stati così felici”. Bompiani Editore. A cura di Francesca Giovannetti

Straordinario. Un romanzo familiare che si snoda per cinquant’anni di vita, un affresco, una finestra su una famiglia ordinariamente fuori dall’ordinario. Perché ogni famiglia ha la sua storia, il suo vissuto e soprattutto le sue dinamiche, non viste e non comprese da chi può solo guardare dall’esterno.

“Non siamo mai stati così felici” dice Marilyn a un collega del marito David, mentendo spudoratamente, agli inizi della loro vita insieme, quando le bambine erano soltanto e due. Marilyn ha lasciato gli studi per accompagnare il marito e due bambine hanno scombinato gli equilibri in breve tempo. Se ne aggiungeranno altre due nel corso del matrimonio: Wendy, Violet, Liza, Grace. Quattro femmine che hanno in comune una venerazione per il padre e un rapporto conflittuale con la madre: la invidiano e la criticano, spesso, troppo. Invidiano un matrimonio durato quattro decenni, le rinfacciano la scelta di aver abbandonato l’università, le rinfacciano persino la capacità di amare che ha avuto. Proprio la più piccola, Grace, arriva a criticare le troppe attenzioni, perché, in quanto ultima nata, ne ha ricevute in più rispetto alle sorelle. Sorda la replica della madre: “Quindi sono colpevole di averti amato troppo”? Si incidono nella mente di una lettrice, che si cala nel personaggio e sconfitta pensa “Come fai, sbagli.”

La coppia formata da Marlyn e David è unica: si nutre di un amore profondo, viscerale e fisico a tal punto da mettere quasi in imbarazzo le figlie. Invecchiano senza mai perdere l’esigenza di accarezzarsi, toccarsi, fare l’amore. Sembrano perfetti, ma quello che si impara leggendo è che l’amore non viene da sé, non è solo il palpito del cuore, non sono solo le farfalle nello stomaco, ma è anche la tenace volontà di non perdersi , di perdonarsi, di comprendere e di accettarsi l’un l’altro. Non è un matrimonio perfetto, ma una storia di vita insieme desiderata e voluta e certamente con una enorme dose d’amore.

Ma l’autrice non propina la favola dell’amore romantico che vince su tutto. Scende invece implacabile nella vita delle quattro figlie. Personaggi tratteggiati in maniera sublime, ognuno problematico a modo suo, ognuno con un solo punto di riferimento, nonostante tutto: i genitori, dispensatori di amore nel senso più puro del termine.

Marilyn e David temono la sindrome del nido vuoto, ma nonostante la distanza si accorgeranno ben presto che la loro casa non rimarrà mai vuota a lungo. Le preoccupazioni per le figlie riempiono ancora la vita, così come il nipote quindicenne che non sapevano di avere, ma che accolgono con una naturalezza che commuove.

I rapporti tra le sorelle sono conflitti continui: rimproveri, risentimenti, l’arte del rinfacciare impera senza pietà. Ognuna ha il suo peso da portare, un lutto, una facciata da mantenere, un rapporto di coppia fragile, una difficoltà a mettere la propria vita sui binari giusti. Ma quando tutto crolla ecco che si intravede l’unico porto sicuro, criticato fino allo stremo, il luogo dal quale si è fuggiti per trovare un posto nel mondo. Però, quando il mondo è troppo crudele, quando hai bisogno di alzarti e da sola non riesci, l’unica parola che affiora alle labbra è: casa.

Una lettura straordinaria e scorrevole, unica. Una moltitudine di sentimenti e situazioni trattate con delicatezza e sensibilità. Un romanzo da leggere tutto di un fiato.

“La ragazza della musica” di Carlo Cavazzuti. A cura di Micheli Alessandra

Conoscevo Carlo Cavazzuti per la sua bravura con lo storico napoleonico, Jean.

Ma non sapevo fosse anche capace di commuovervi fino in fondo al cuore.

Perché vedete un libro può essere per noi la risposta ai nostri reconditi desideri.

Ci può far sognare una vita diversa, darci la rivalsa verso un amore disatteso.

Raccontare i nostri desideri più nascosti a volte oscuri.

Lui aiutarci a dare un nome alle nostre paure e combatterle insegnandoci che possiamo combattere quei draghi, cosi come disse Chesterton.

Ma quando un libro con semplicità entra dentro il sangue, allora quello è una porta.

Che ci conduce nel luogo più misterioso di ogni tempo: il cuore.

Li dove abbiamo nascosto ogni cosa importante, un ricordo, un dolore sussurrato, una nostalgia o la fame di Dio.

La ragazza della musica è quanto di più toccante abbia mai letto.

Scritto in forma di diario (una delle tecniche più ardue da affrontare, terreno su cui sanno muoversi solo i grandi autori) ci narra la bellissima avventura di una ragazza diversa da tutte, e cosi aliena da noi da risultare affascinante e disturbante.

E’ anafettiva. Conoscete questa sindorme?

E’ molto semplice. Chi soffre di questa “malattia”, non riesce a provare emozioni.

Qualcosa nel loro cervello è spento.

E questo non provoca soltanto disagi a livello relazionale, ma impedisce al corpo di sperimentare in pienezza l’avventura umana.

Perché solo leggendo questo libro ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a provare dolore.

O gioia.

O persino rabbia.

Quanto sia bello che una parola ci faccia piangere, che un ricordo scateni un turbine di sensazioni fino a farci stare male.

Diana non ha la nostra fortuna.

Tanto che senza una tecnica neanche tanto assurda come la musicoterapia, è incapace di rapportarsi all’altro.

Perché senza emozioni non riesce neanche a comunicare.

E’ racchiusa nella sua confortante bolla, sorda a ogni stimolo esterno, convinta in fondo che privarsi di emozioni non sia poi un danno.

Del resto non conosce altro modo di vivere.

E senza comprendere cosa esse siano, non sente di aver perso nulla di cosi fondamentale.

Ma le emozioni sono il colore che diamo alla vita.

Altrimenti apparirebbe cosi grigia e attutita da ogni rumore.

Cosi evanescente da sembrare solo un sogno distante.

Per un attimo ripensando alla mia vita, un pizzico di invidia per diana l’ho provata.

Io che ogni tanto ho il cuore che fa male.

Io che mi sento soffocare quando la malinconia e i ricordi mi danzano attorno.

Io che mi rannicchio per sfuggire a tutto quello che mi succede.

Eppure…senza questo io sarei davvero felice?

Se non conoscessi l’altra faccia della luna, io poterei mai sentirmi viva?Perché anche Diana diviene donna, diviene reale quando una delle emozioni più banali del mondo le scoppia nel cuore.

E allora ragazzi miei non abbiate mai paura delle emozioni.

Sono la nostre linfa vitale.

Sono ciò che ci rende parte di dio.

Un libro bellissimo, da divorare in un sol boccone, cosi dolce e cosi ironico da lasciare un senso di nostalgia quando giunti alla parola fine diciamo addio alla nostra ragazza della musica.

“Il commissario Santi. Una lettera molto speciale” di Donato Prencipe, Algra editore. A cura di Alessandra Micheli

Ma vedi, il problema non è che tu ci sia o non ci sia

Il problema è la mia vita

Quando non sarà più la mia

Confuso in un abbraccio senza fine

Perso nella luce tua sublima

Per ringraziarti non so di cosa e perché

Lasciami questo sogno disperato d’esser uomo

Lasciami quest’orgoglio smisurato

D’esser solo un uomo

Roberto Vecchioni

***

Ho scelto di iniziare questa recensione, di un libro che rasenta la perfezione con una delle lettere più struggenti rivolte a quell’entità chiamata dio.

E l’immagine è quella di una stazione, in un posto freddo e pieno di ricordi dolorosi…li a Zima cittadina della siberia orientale, magari sommersa dalla neve, dal gelo e dal silenzio.

Ed è nel silenzio guardando dal finestrino che un uomo si chiede il senso della vita.

E perché il suo essere umano, il suo affrontare con coraggio e un po’ di follia quel viaggio, dovrebbe sottomettersi e ringraziare un entità che, troppo spesso, è stata distante da quello che dicono essere suo figlio.

E questo uomo cosi orgogliosi di se stesso ma che si sente cosi fragile è perfettamente rappresentato dal commissario Santi.

Essere umano che ha cercato la giustizia in ogni ferita della vita.

Persino nei gesti più scellerati.

Consapevole che, probabilmente Lombroso non ave poi cosi tanta ragione.

Non è il DNA e creare mostri.

I mostri, i criminali li creiamo noi, l’educazione, la mancanza di compassione, la società che fugge via e ignora un bimbo con un difetto fisico.

Anzi ne fa il modello su cui scagliare ogni sua frustrazione.

Che permette a persone insospettabili di violentare l’innocenza e di uscirne indenne.

In tutta questa umanità allo sbando Santi non trova Dio.

E come dargli torto?

Dio non può accettare se esiste tutto questo inferno in terra.

A che serve la minaccia della punizione se ogni istanti, da quando nasciamo a quando ci togliamo di torno è una continua, dolorosa ferita.

E cosi in questa lettera bellissima corredata dalle sue indagini, quelle in cui lui perde, ma perde persino l’umanità e quello stato in cui noi crediamo, Santi chiede ehi dio dove sei?

Sei addormentato?

Sei un illusione?

Semplicemente ci hai creato per dimostrare il tuo potere e poi come Pilato te ne sei lavato le amni?

Perché qua noi sembriamo autonomi e felici.
Ma abbiamo bisogno non solo del sogno chiamato uomo, ma della tua mano.

Non ci importa del colore, ne se sia donna o uomo, uno o trino.

Se sia solitario o solo un volto nell’enneade del cielo.

Abbiamo bisogno di credere che ci sei.

Perché forse credendo in te possiamo di nove credere in noi.

In una perfettibilità che ci sembra, sempre più lontana.

Allora una lettera è doverosa.

Per farti comprendere che noi siamo qua e dovremmo ringraziarti di esserci.

Ma a volte credici dio o almeno credi a Santi, ci sentiamo davvero sconfitti.

Non tanto dal male.

Ma dalla orrenda consapevolezza di una verità inaccettabile: quel male lo abbiamo creato noi.

Noi che dovremmo essere tuoi figli.

Noi orfani, abbandonati in cerca di una consolazione

Ma non possiamo far altro che scriverti.

E aspettarti nella nostra personale stazione di Zima

Guardami

Io so amare soltanto come un uomo

Guardami

A malapena ti sento

E tu sai dove sono

Ti aspetto qui, Signore

Quando ti va

Alla stazione di Zima

Roberto Vecchioni

“La negromante” di Laura Pegorini, Segreti in Giallo editore. A cura di Alessandra Micheli

Ho una predilezione assoluta per i testi scritti in forma epistolare.

E sapete perché?

Perché pur essendo una delle tecniche più complicate ( serve molta arte per mantenere il ritmo e raccontare in prima persona, cogliendo ogni dettaglio) risulta sicuramente più convergente.

Ascoltando la storia dalla viva voce del protagonista, infatti, si entra subito in empatia con esso.

Certo questo a scapito di tanti dettagli oggettivi, ma guadagnando in emozionalità.

Certo questa struttura epistolare non è adatta per tutte le trame.

Quelle piene di azioni e eventi rendono sicuramente meglio in terza persona.

Ma quando si tratta di accadimenti che inducono nel protagonista una riflessione su se stesso e sul proprio ambiente, credo che quella tensione emotiva che scaturisce non solo dal racconto ma dal coinvolgimento dello stesso con i fatti sia fondamentale.

Nel caso della negromante, l’epistolare è dunque perfetto.

Perché vedete non ci interessa davvero il fatto di per se, ossia la caccia alle streghe, quanto la motivazione che soggiace nell’identificazione di determinate donne con il male.

Ho studiato molto la stregoneria e tutto ciò che ha comportato, persecuzioni, rigidità morale, casi di isteria.

Ma pochi, rarissimi, si sono soffermati sulla motivazione che spingeva uomini anche di intelletto, semplici contadini a donare un potere tremendo a una persona precisa e identificabile.

La strega si toglieva dall’immaginario collettivo, da quella sua evanescente presenza folcloristica di male inteso in senso lato, per immedesimarsi in qualcuno di carne e ossa, inserito nella comunità e al tempo stesso lasciato ai margini.

Ed è interessante comprendere come questo elemento tutto politico ( intendendo la politica come l’insieme di convezioni, valori e attitudini societaria della polis) sia inserito nel libro della Pegorini.

Ci sono due mondi che si scontrano: quello della superstizione e quello che nel settecento diventerà ragione assunta a divinità.

Noi erroneamente pensiamo che questo cambiamento sia scaturito per miracolo direttamente dal secolo dei lumi, impersonato dalla frase di Voltaire:

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle.

In sostanza, questa citazione divenuta oramai famosa mette l’accento proprio sulla costrizione del nemico operata in un contesto specifico e identificabile.

Non a caso la recrudescenza delle persecuzioni avvenne in alcuni specifici ambienti sociali e in date precise: iniziò sicuramente nel cinquecento ma fu nel seicento con tutta la sua maestosa crisi a sbocciare come un fiore capace di spandere il suo nauseabondo profumo.

Ma non possiamo certo dimenticare che in quei due secoli la scienza iniziò ad avere il suo sviluppo.

Il cinquecento è chiamato rinascimento, non solo di arte ma anche di mentalità tecno-scientifica che ebbe poi il suo culmine, per fortuna nel famigerato secolo dei lumi.

Ma ahimè la storia ci insegna che, accanto la progresso come in una strana legge di compensazione si verifica un regresso.

Come se la vita stessa per muoversi e manifestarsi avesse bisogno di un confronto dialetti anche duro.

Con la negromante assistiamo a tutte queste contraddizioni mirabilmente espresse da un protagonista inaspettato, anticipatore dei tempi ossia una suora.

E’ questa sua femminilità che ben si collega all’idea della Dea Ragione che si esprimerà con il suo ardore nel settecento e negli scritti di Voltaire e Rousseau, che inizia a osservare in maniera “anomala” gli eventi considerati normali.

La stregoneria sembra oramai accertata.

La strega quasi sempre donna è causa di indicibili carestie, di tragedie immani di distruzioni totale del contesto sociale.

E tutto questo, secondo la teoria cattolica, è esemplificato nelle sacre scritture laddove la condanna della negromanzia e della magia è forte e decisa.

Eppure…Chi davvero legge questa sacre scritture considerata parola vivente di dio non può non avere dubbi, tanto che sorella inizia a dubitare.

E sapete perché riesce a porsi domande?

Perché sa leggere.

E approfittando di questa sua capacità stimola il pensiero.

Nella massa contadina attaccata a rituali che nella loro ripetitività quotidiana si svuotano di significato, l’azione del pensiero che necessariamente si fa critico perché inizia a scovare significati anche non voluti determina la differenza.

Ecco che ragione contro superstizione porta alla riscoperta del caso stregonesco portando alla luce la sua genesi: la manipolazione delle masse avviene quando si svuota di senso non solo la parola ma anche il fatto.

E’ cosi che l’apocalisse diviene il libro nero evocando gli stessi demoni che evocherebbe il grimorio più oscuro in base alla sua non comprensione.

Ma esiste di più.

Nella massa affamata e sottomessa sorella Febe nota un acuto senso di rivalsa contro il potere costituito che si scorda del suo gregge.

E cosi i contadini offrono in olocausto il feticcio donna per liberarsi di un gioco che li sottomette.

Identificando la donna con il male compiono un atto di ribellione non manifesta contro le loro atroci condizioni di vita.

Al tempo stesso la donna che si identifica con colei capace di distruggere una comunità si sente di ottenere quell’importanza e quella presenza reale che le convenzioni sociali le negano.

E’ il diverso che diventa importante, cardine fondamentale in grado di fa vivere o morire una comunità.

Questa ribellione però è solo immaginaria.

E’ solo una mera compensazione , è solo un illusione.

La verta rivoluzione sarà quella pronosticata dalla nostra adorabile suora: soltanto l’educazione trasformerà la massa in popolo capace e decisa a lottare per i suoi diritti.

E nonostante stiamo ancora aspettando che queste parole divengano realtà, il libro la Negromante ci affascina e seduce.

Non solo per la perfezione stilistica, ma per quel pizzico di ribellione che la Pigorini ha voluto donare rendendo colei meno adatta al ruolo politico e lo ri-sottolineo di pacere, il fulcro attraverso cui i orti vengono ristabiliti.

Una donna che combatte un itero paese alimentato dai pregiudizi in un epoca in cui questo era impossibile.

Un messaggio da tenere stretto a noi, ogni qualvolta ci diranno sta ferma, accetta e sottomettiti.

Sorella Febe non ha aderito al comando.

Non facciamolo neanche noi.

Il blog è lieto di presentare “April May. Trappola mortale” di Chris Greeceman. Da non perdere!!!

Un’isola meravigliosa. Un mare cristallino. Un resort di lusso.

E il male.

Chi ha organizzato il piano di morte che incombe sui partecipanti?

La Long Publishing, casa editrice di punta degli Stati Uniti, ha un problema. Il suo presidente Rudolph Carrington è un bastardo amato da molte, ma odiato da tutti.

Con il suo carattere arrivista e arrogante ha creato attorno a sé terra bruciata, inimicandosi i suoi più diretti collaboratori e fornendo a ognuno un buon motivo per volerlo morto.

La sua idea di un meeting motivazionale dalle caratteristiche estreme fa scoppiare la crisi. Tutti capiscono che Carrington sta solo cercando una scusa per liberarsi di chi non gli piace senza dover chiedere il permesso a sua moglie Linda, proprietaria della casa editrice.

E difatti è così. Però questo non è l’unico motivo. L’interesse più pressante per Carrington è ottenere dalla sua collega April May ciò che lei non ha mai voluto concedergli. Per questo è disposto a tutto, anche a scendere ai più vili ricatti.

Ma Rudolph non è l’unico pronto a fare qualsiasi cosa per ottenere i propri scopi.

Qualcuno da tempo si muove nell’ombra e sta architettando un gioco perverso. che trasformerà in un incubo il viaggio sulla splendida isola di Sadway.

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Chi è Chris Greeceman?
Chris Greeceman nasce come autore il 30 agosto del 2020 con il romanzo “April May Trappole Mortali”, il primo di una serie che ha come filo conduttore le avventure di April May, una giovane donna coraggiosa e determinata con un dono molto speciale.

Chris in realtà è un autore doppio. Quattro sono le mani con cui scrive, di due autrici che hanno già pubblicato diversi romanzi. Si sono lanciate in questa avventura con la voglia di divertirsi e regalare ai lettori storie intriganti con cui passare un paio d’ore in leggerezza.

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