“Carne mangia Carne” di Andrea Monticone, Buendia books editore. A cura di Alessandra Micheli

L’impatto del libro è quello di un documentario, la stessa forza distruttiva, la stessa angoscia che non può essere risolta dalla convinzione che, in fondo, si tratta di falsificazione del reale.

Scordatevi le teorie di Calvino, quelle sul romanzare le sensazioni che la vita di ogni giorno ci regala, sulla leggerezza.

Il massimo a cui potete aspirare è il concetto della rapidità degli eventi che, come lame di rasoio incidono la nostra coscienza.

E cosi carne mangia carne diviene risveglio brutale di chi in fondo era convinto che, il nostro bel paese fosse in fondo un paradiso idilliaco e che tutte le brutte notizie fossero solo una rara eccezione, incapace di sputtanare la regola basata sulla civiltà.

Un popolo di santi e navigatori, del tutto alieni alla brutalità della malavita che restano nel sottobosco, negli angoli di una periferia che si tende e dimenticare, a ignorare e rendere inesistente dalla pedissequa abitudine a voltare altrove lo sguardo.

E cosi nella Torino di oggi, elegante signora blindata per causa corona virus, l’orrore è libero di sfogarsi prospettando nel silenzio a cui la pandemia ha costretto i suoi cittadini.

E si manifesta in tutta la sua violenza, rendendo stavolta impossibile raccontarsi una storia diversa fatta di edulcorati sentimenti e di accusa di complottismo.

Il coronavirus non solo uccide il corpo ma si sbarazza anche della tendenza umana al quieto vivere. Infrange il muro della complice acquiescenza di valori dimostratisi fallaci, distrugge ogni convinzione di potenza e di invincibilità.

Porta allo scoperto quelle ombre che viaggiavano assieme a noi, abituata a non essere nominate e pertanto più forti.

Cosi non emerge solo un sistema politico debole con tutte le conseguenze del caso, non emerge solo l’incapacità ottusa di un economia che da troppo tempo causa danni.

Non emerge solo la vulnerabilità di un ecosistema che sembra vendicarsi mietendo vittime, ne di una sanità che mostrai l suo volto ferito da tanti, troppi tagli.

Si manifesta in tutta la sua potenza la parte marcia della società che viene quasi divorata da quest’abitudine alla scorciatoia.

E cosi la mafia nigeriana perde la sua fama di ribellione per rivelarsi un altra triste storia di denaro, di volontà di erigersi a superuomini burattinai di marionette spersonalizzate da ogni diritto a esistere. Emblematica è la prima frase di questo libro agghiacciante nella sua crudeltà e necessaria perché capace di sferrare pugni al nostro addormentato senso civico:

«Devi solo scopare o morire. Prima scopi e poi muori.»Joy Beauty gliel’aveva sentito ripetere tante volte. Anche in italiano, perché lui voleva parlare sempre in italiano.«Sei una donna. Servi solo a scopare. Finché muori. E scopi o muori.

Ecco cosa si cela dietro alle mafie, la trasformazione di soggetti in prodotti commerciali utili alla soddisfazione di un bisogno primario o secondario, da gettare via una volta che l’uso continuato lo rende inservibile.

E’ il consumismo sfrenato che si nutra di trasgressione, che si alimenta dalla voglia di andare oltre il limite del consentito.

Che fa passare la brutalità per forza e la vigliaccheria per onore.

Ogni mafia, in fondo, si differenzia per il rituale di affiliazione, ma diventa identico nell’esaltare la povertà di valori, e banalizzare l’uomo, per abbruttirlo e renderlo sempre di più schiavo delle proprie pulsioni basse. E cosi potere, denaro, manifestazione di un superuomo che è in realtà piccolo di fronte alla natura che si ribella in preda a un virus che sembra vendicarsi di noi esseri tracotanti e arroganti, divengono gli estremi in mezzo a cui viaggia un solo elemento: la nostra povertà interiore.

E su questa alimentata da troppi tante serie televisive e film dove diventa quasi stridente il messaggio distorto che rende un uomo qualunque misero e fragile il mito da ammirare, il libro di Monticone diviene necessario nella sua cruda lucidità, nel suo devastante realismo, per far cadere i falsi miti che ci ancorano alla visione di una terra dove appunto carne mangia carne.

Dove la vendetta diventa il mezzo per risolvere i conflitti interiori e la sopraffazione sostituisce orribilmente la cooperazione.

E cosi chi porge l’altra guancia è lo stupido da biasimare, mentre chi strappa il cuore di chi osa ribellarsi diviene quasi il dio da venerare.

Non è cosi ragazzi.

E leggendo il libro forse, lo spero per voi, ve ne renderete conto.

Non esiste gloria né nella vendetta,ne bellezza e onore nelle scorciatoie.

“Solo un ora più tardi” di Simona Liotta. A cura di Francesca Raffaella Carretto

 

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Quali potrebbero essere le nostre emozioni se, come Pietra, la protagonista di Solo un’ora più tardi, ci trovassimo nel limbo del coma e rivivessimo la nostra vita?

Tutto mentre la raccontiamo a uno sconosciuto, che ci accompagna in un viaggio attraverso i nostri stessi occhi quasi per rievocare le esperienze e i trascorsi che ci hanno segnato o che abbiamo guardato disillusi e disincantati, trascinati nell’inedia di un animo in cerca di rivincita, soprattutto con se stessi. Un animo ferito dalla vita stessa e da quelli che dovevano essere gli affetti più cari e teneri, un animo che si porta dietro un retaggio familiare difficile di rifiuti, in primis quello di una madre forse troppo giovane e disincantata da un sentimento tradito, e di soprusi, violenze e abbandoni, con momenti di piccole e fragili gioie.

Eppure Pietra ha chi la ama, anche se non è così forte da lottare per lei, e nel suo racconto la donna fa un excursus di tutte le vicissitudini che l’hanno plasmata e formata, dentro e fuori, o che forse l’hanno fatta crescere in un limbo di sentimenti repressi, accumulati, compressi …quasi a creare in lei una bomba ad orologeria pronta a percuotere e sconquassare la sua intera esistenza.

Lei sviscera la sua storia, ripercorrendone le tappe più forti e significative, rievocando le figure che hanno lasciato un’impronta indelebile nel suo cuore e nel suo animo di bambina prima, e di adolescente e adulta poi.

In questo racconto manifesta tutto il suo dissapore nei confronti di chi le è o è stato vicino, sia i congiunti di sangue che quelli acquisiti…quelli che, a loro dire, lei ha adottato.

Il libro che Simona Liotta ci propone, si muove con delicatezza ma lo fa attraverso una musicalità inaspettata, perché è così che l’ho intesa mentre scorrevo le righe di questa storia, così diversa da altre eppure con una delicatezza intrisa di forte pathos; e l’alternarsi di poesie, di vari autori e della stessa Simona Liotta, negli incipit di ciascun capitolo ha creato uno stato di predisposizione nei confronti di una lettura che non è solo un dialogo ma rappresenta una rielaborazione del proprio io, dando la possibilità di guardare tutto con occhi nuovi.

Se lo scopo dell’incontro tra la protagonista e lo sconosciuto è di aiutarla ad acquisire nuove consapevolezze e una nuova occasione di rinascita, lo scopo dell’autrice è quello di aiutare il lettore, in modo molto delicato e linguisticamente elaborato, a vivere questa storia immergendovisi, assaporandone ogni parte, ascoltandone le minuzie e le particolarità, incuriosendolo verso quelle poesie, quell’arte e quella musica di cui si dà cenno, e gli stati d’animo che si creano, dando voce e vita ai suoni dell’infanzia e della vita tutta di Pietra e dei suoi congiunti.

Non di meno si resta colpiti dal modo in cui eventi vissuti dalla protagonista vengono narrati senza turbare o disgustare il lettore, nonostante lo spessore e la gravità degli stessi.

Si tratta di una narrazione fine, forbita, e forse quasi desueta nell’uso di termini che portano a creare intere frasi corpose che forse con un’elaborazione più semplice o semplicistica non avrebbero affascinato, se pure forse avrebbero avuto una differente incisività.

Eppure all’autrice va il plauso di aver dato vita a un cantico quasi, in cui poesia e bella scrittura creano un’opera elegante e raffinata, come pure è lo stile dell’autrice, unico ed emozionante, che riesce a dar modo al lettore di essere partecipe dell’involuzione dei sentimenti della protagonista sino a saturarne l’animo.

Questo libro sa tenere alto lo stato di attenzione del lettore, sino alla conclusione benevola e coraggiosa della storia. Un romanzo scorrevole, ma non banale, appassionato, triste e al contempo coraggioso nei temi e nelle dinamiche. La narrazione è intensa e ricercata e poetica, e sublima alla dignità dell’essere umano.

Una storia forse triste, ma che racchiude in sé tanta profondità.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

“Il maestro dei morti” di Yannick Roch, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Eccomi di nuovi in difficoltà di fronte a un libro che ho stentato a lasciar andare.

Non volevo proprio finirlo, in barba a ogni scadenza.

Perché ora con la parola fine, mi sento orrendamente sola.

Ero cosi abituata a i due investigatori, Tortue e Renard cosi simili ai miei miti della giovinezza, perfetti mix tra un Poirot e il suo fido Hastings, un Holmes con il suo amico Watson, un Maigret con un tocco di Miss Marple.

Eppure al tempo stesso cosi moderni, decisi nonostante le regole a arrivare alla verità.

Costi quel che costi.

E seppur io cosi ligia al dovere, alla regole della giustizia abbia quasi sussultato sul mio divano (disturbando il mio gatto) non ho potuto non sentire un tuffo al cuore e l’anima ingigantirsi di fronte a una certa spregiudicatezza nell’agire.

Perché a volte la giustizia cosi come la concepiamo noi, ci limita.

E la verità spesso si nasconde proprio fori dei confini ristretti e langue in solitudine per la nostra non volontà di abbracciarla, tirarla fori e curare le sue mille lacerazioni.

Allora mi chiedo se non abbia ragione il mio adorato Renard, se l’investigatore o chi risolve intricati rompicapi non debba essere un po’ sopra le righe.

In fondo non sono tutti cosi i veri, straordinari detective?

Pensiamo a Sherlock, pensiamo all’eroe di Isabel Oostander, l’ispettore cieco che pur di seguire la sua etica ha chiuso metaforicamente la sua coscienza di fronte a un male, che non era altro che riparazione dei torti. Ma c’è molto di più in questo libro.

Partiamo dalle atmosfere?

Leggete questo:

La pioggia era fitta in quel tardo pomeriggio del 22 settembre 1933. Un velo plumbeo copriva i cieli parigini; le strade erano quasi deserte. La sporcizia del palazzo si mischiava con l’acqua piovana, e sul vetro della finestra attraverso cui monsieur Tortue stava osservando la città si depositò presto uno strato grigiastro.

Solo grazie a questo incipit (cosi si dice non è vero? ) io ero trasportata nell’antro strano brumoso e conservatore di una Parigi alla soglia degli splendidi anni trenta.

Una Parigi che sembrava voler far dimenticare i suoi trascorsi ribelli riappropriandosi di una certa convenzionalità nei rapporti che sembravano presi a prestito dall’ancien regime.

E cosi la nobiltà e la borghesia indossarono maschere per essere accettati al gran ballo.

Maschere che alla fine aderivano cosi tanto alla pelle da rendere impossibile toglierle.

Maschere parte di noi che pur coprendo il volto non coprivano certo il cuore. Che ingabbiato in questa dorata prigionia si dibatteva come la farfalla della vispa Teresa stratta tram ani infantili e crudeli.

E cosi i personaggi non sono altro che volti evanescenti, ignari di se stessi, costretti a scendere sul palco e recitare per compiacere il burattinaio di turno.

Un afflato di libertà spento dall’oblio noioso della routine.

Una volontà di farsi strada in un mondo che si affacciava curioso e incosciente sul baratro, attratto dal tenebroso volto dell’abisso.

Un mondo che apparentemente era ricco di novità ma anche foriero di venti minacciosi.

Del resto nel 1933 le tensioni internazionali si riflettono sui volti dei vari protagonisti, incapaci di lasciare l’evoluzione percorrere le sue strade, decisi a far spazio al potere.

E in fondo è il potere il vero protagonista di questo splendido romanzo.

Quello negato alla femminilità resa quasi colpevole di portare avanti la bandiere del cambiamento impersonato dall’illuminismo.

Del resto non era una donna il simbolo della divinità che doveva far brillare la Francia come un fuoco immenso capace di bruciare ogni convenzione?

Ed è quel potere negato che fa scoppiare una bomba in città.

Un potere bramato a ogni costo, anche se il baratto per ottenerlo presuppone un pagamento immondo: la propria coscienza.

E forse è l’incapacità di un maschile di guardare e accettare l’altra parte della luna, che porta a abbracciare una strana melodia oscura, impersonata dall’occulto.

Vedete, in Francia in ogni regione, l’occulto fin dagli anni di fine ottocento è stato il mezzo con cui la fantasia e le singole rivendicazioni hanno potuto raggrupparsi e cercare di far sentire la propria voce.

Un esempio lampante è l’intricata vicenda di Rennes le Chateau che nella misteriosa Parigi, nella strana chiesa di San Sulpice ebbe il suo battesimo.

Li, in quell’apparente ortodossia batteva un cuore nero, esoterico, nascosto che risuonava nella strana e intrigata leggenda di San Vincenzo de Paoli. Un uomo strano, forse con il potere di sconfiggere la morte e dominarla.

E cosi ci racconta la leggenda di un Cromlech dagli arcani poteri, proprio un probo abate, un Certo Henrì Boudet.

Ma questa è un altra storia.

E cosi l’occultismo diveniva non solo un mezzo per sentirsi superiori a ogni essere vivente, ma anche per poter impiegare al meglio i propri talenti.

Talenti negati da un mondo che stava per conoscere il peggiore dei mali, mali nati che per ironia della sorte, saranno partoriti da quelle stesse deliranti teorie.

La ricerca di una purezza e di una conoscenza perduta, si sposeranno con la banalità e con l’invidia e la frustrazione di un intero popolo.

E del resto sappiamo troppo bene come basti un nonnulla per far si che la discesa acquisisca sempre maggiore velocità, basta un’aspirazione frustrata, un amore rinnegato, e una capacità sommersa dalla noia.

Un matrimonio combinato che puzza di sete di denaro, una competizione per nulla corretta, un’incapacità di guardare davvero l’altro, fin dentro la sua anima.

E le donne, protagoniste di questo libro ci urlano la loro rabbia, la loro voglia di essere a prescindere dal loro genere sessuale, la rabbia per essere in fondo, semplici fantasmi, ornamento di una sobria casa abitata da gente perbene ma cieca e sorda:

Sono invisibile. Fantasma in questo castello dove nessuno ode le mie grida e dove le mie lacrime sono dello stesso colore dell’aria. Il re e i principini non mi vedono perché non capiscono chi io sia: credono di vedermi, credono di parlarmi, ma sbagliano tutti, facendosi ingannare dalle chimere che essi stessi hanno creato

E cosi l’inganno della società con le sue atroci contraddizioni interne, sboccia con il suo livore ma anche con un grido disperato: guardatemi.

Anche per per farlo devo servire la morte, se per essere vista devo diventare senza cuore, se devo abbracciare antichi e osceni rituali.

Se devo persino arrivare all’estremo atto, colpevole di portarmi alla pazzia o alla pena capitale.

Guardami, sussurra ogni donna descritta con maestria.

Guardami e non dimenticarmi.

Anche se l’ombra è il manto con cui nascondo il mio volto, anche se ho deciso di abbracciare l’inferno pur, di non essere eternamente invisibile.

Ancora una volta il male si nasconde nei salotti eleganti, nei probi cittadini. Nell’apparente serenità di una famiglia perfetta.

In un valore che si è svuotato di significato ed è solo l’orpello con cui accompagnare tè eleganti frequentati da invisibili personaggi.

 

“Qualche parola tra padri e figli” di Tommaso Russi, Eretica edizioni. A cura di Aurora Stella

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Dopo aver letto questa raccolta di poesie, la prima parola che mi è venuta in mente è stata

Sturm un drang”.

Ora, molti di voi assoceranno sicuramente questa parola al romanticismo, dimenticando che invece lo “Sturm un drang” affonda le radici nella corrente illuminista. E normalmente queste due correnti di pensiero vengono presentate non in continuità, ma in opposizione. Perché all’illuminismo si associa la ragione e dunque la freddezza e il calcolo, mentre al romanticismo vengono collegate le passioni e gli impulsi. In realtà, oltre a confluire una nell’altra, non sono che due facce della stessa medaglia. Perché non si vive solo di cuore o solo di testa. (Menenio Agrippa docet)

Ed è per questo che lo ribadisco per la terza volta, il Romanticismo non è che la normale prosecuzione dell’Illuminismo.

Proprio come questi componimenti che, se da un lato osannano la ragione, esaminando la crescita e lo sviluppo dell’essere umano nelle sue fasi, da bambino ad adulto, da figlio a genitore, dall’altro non dimenticano il cuore e la passione. E la stessa parola “amore” cambia prospettiva, si contrae o si allarga se lo si osserva con gli occhi di un bambino o di un adulto.

 

Un’altra bomba

Con i giusti compagni,

si torna persino a sentirsi

umani.

 

Mi viene in mente il ritornello della canzone di Gino Paoli “Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo”

Oppure

Bomba o non bomba, noi arriveremo a Roma” di Venditti

O “ Qui chi non terrorizza si ammala di terrore “ (De Andrè)

Chi non ha pensato, almeno una volta in gioventù, con l’ardore tipico dell’adolescenza, di mandare all’aria tutto il sistema, fosse pure con le bombe?

Per poi trovarsi invece, dopo che gli anni ti hanno cambiato, in questi versi

 

Vedo ragazzi appassionati

Appassire come schiavi.

 

Per quanto possa sembrare deprimente, la passione traspare da queste parole. Non per una donna o un uomo, ma sofferenza per una comunità, per un’umanità che sembra aver perso le sue peculiarità. C’è una lucidità, un razionalismo in questi versi che penso di aver visto solo in Ungaretti.

Con un’immagine racchiusa in un titolo e qualche figura retorica entrambi, con la violenza della tempesta ci gettano in faccia la realtà.

Ma lo fanno con una passione, un impulso che va assaporato e vissuto minuto dopo minuto, secondo dopo secondo.

Bevuto fino all’ultima goccia.

Sturm un drang, appunto

La vita gira in tondo e passa dall’essere figlio e rapportarsi con il proprio padre e diventare padre e rapportarsi con il proprio figlio. E dietro ogni fase della vita ci confrontiamo con l’amore, l’amicizia, la crescita e soprattutto con la percezione. Spesso finiamo per fare con i nostri figli ciò che da figli rimproveravamo ai nostri genitori.

Crescendo

Anche se di nascosto

Si somiglia ai padri…

 

E mentre cresci e conti i giorni che ti separano da quel mondo inarrivabile che è l’età adulta, corri verso quella meta

Finché un giorno ho notato che gli

Adulti hanno sempre l’orologio.

 

E quando ti rendi conto di questo

Come spifferi arrivano i ricordi

Scopro

Che di te ricordo

Più le parole che non ti ho detto

Che quelle che mi hai lasciato

 

E allora capisci che sì, il cerchio non solo si è stretto intorno a te, ma che sei passato dall’altra parte della barricata e che, in fin dei conti, questo è ciò che ti rende umano.

“Solo la verità, 1832” di Octavia K. Sour, io me lo leggo editore. A cura di Alessandra Micheli

Solo la verità 1832- Octavia K Sour

 

Il libro di Octavia K. Sour appartiene di diritto e oserei dire con orgoglio alla meravigliosa schiera dei miei amati libri adolescenziali, quelli che si nutrivano di atmosfere eleganti eppure cosi intricati da dover svelare a noi assetati lettori i più arcani segreti.

E cosi le apprettanti situazioni tipiche di un età sognante ci aprivano solo il contorno che racchiudeva sicuramente un segreto cuore, pulsante di misteri e di segreti.

E cosi è solo la verità.

Nel primo volume assistiamo alle iniziali vicende, tipiche del vittoriano, della giovane LeeAnn divisa tra un amore fraterno che piano piano diviene altro.

I due affascinanti fratelli ombra e luce, la sentono da subito cosi fragile da doverla proteggere d è un quel rassicurante bozzolo che Ann cerca di diventare donna.

Ma non è facile se assieme a pane imburrato e adorabili tartine al crescione, ci si nutre ogni giorno del rancido lette dei segreti.

Perché in tutta la vicenda c’è un non detto che rompe la serena atmosfera di una quotidianità divenuta tale dal mio ossessivo leggere i vittoriani. Un periodo di contraddizioni che rivivono fortemente in quel libro.

Ann è lo spirito di chi resta compresso in una serie di convenzioni sociali che fanno del non detto, del disdicevole il loro mantra.

E con quella strana canzone nelle orecchie, Ann è la fata evanescente che fa innamorare i fratelli ma che al tempo stesso la allontana dalla realtà Non può esserci reale, né vero amore senza verità.

E la verità aleggia, fa capolino, dci seduce per poti negarsi perfidamente nelle ultime pagine, che restano sospese.

Aspetto sicuramente di leggere il seguito per donarvi una recensione più completa.

Ma.. Una cosa ci tengo a dirla e sottolinearla.

Il romanticismo e la bellissima empatia tra Ann e Lawrence resta quasi offuscata e racchiusa, nascosta in un atmosfera rarefatta e caliginosa. Perché mentre Terence, il fulgido dio Apollo sembra apparentemente il più solare, il più libero dei due fratelli dedito al piacere della vita.

In realtà a un occhi ottenuto lui è solo la catena che tiene la nostra Ann ancorata al terreno.

Le tarpa le ali, la fa vivere un amore che ci dona quasi un senso di claustrofobia e incompletezza.

E’ la consuetudine che si fa carne e decide di rapirle il cuore.

E Ann che non è affatto abituata alla libertà, che è sempre cresciuta all’ombra di un mistero, si accontenta.

Decide di percorrere una strada tracciata ma piena di nebbia, di perché e di troppi forse.

Mentre Lawrence, cosi ombroso e cosi schivo, rappresenta la meravigliosa libertà di essere, semplicemente se stessi, forse alieni da un certo buon vivere, da una accettazione totale della società, ma fondamentalmente più felice.

Perché tutt’uno con un anima da curare non da nascondere sotto il redingote da dandy.

Lee Ann saprà allora liberarsi dalle sue catene?

Potrà la verità donarle la vera indipendenza?

“Il divorzio non si addice a Enid Balfame” di Gertrude Atherton. Edizioni Le Assassine. A cura di Francesca Giovannetti

le assassine.coverLa collana vintage delle edizioni Le Assassine fa di nuovo centro con la traduzione di questo classico americano datato 1916, ambientato a Elsinore, alla periferia di New York, la città per eccellenza, così vicina per distanza, così distante per mentalità. Enid Balfame è una donna che si è costruita con fatica la rispettabilità, nonostante i comportamenti “sconvenienti” del marito:  è la figura principale del romanzo ed è ricca di sfumature così abilmente dipinte che il lettore a tratti si trova ad amarla, a tratti a detestarla. Enid Balfame è lo sdoppiamento di essere e sembrare, sostanza e apparenza. Lucida calcolatrice e anima in cerca della propria identità. Una figura che si incastona ai primi del Novecento, esattamente come potrebbe muoversi ai giorni nostri. È questo che rende il libro un piccolo capolavoro, a mio avviso. Nonostante la tinta spiccatamente gialla del testo, omicidio, indagine, ricerca del colpevole, quello che affascina il lettore è lo spiccato sapore di modernità soprattutto riguardo alla costruzione di un caso che oggi definiremmo “mediatico”. Una donna attraente e di spicco nella comunità che viene sospettata dell’assassinio del marito. Nel romanzo abbiamo innocentisti e colpevolisti, esattamente come oggi, impersonati da gruppi di giornalisti alla ricerca spasmodica non del responsabile, ma della notizia.

La componente femminile pervade tutta l’opera in maniera squisita e piena di contrasti. Una elemento femminile sono le amiche della neo vedova, pronte a tutto  pur di scagionarla, solidali in pubblico, piene di sospetti in privato, l’altro elemento sono le emancipate giornaliste di New York, che vestono i primi abiti alla moda, fumano come gli uomini e sgomitano per essere accettate come i colleghi maschi. Noi donne continuiamo a lottare anche oggi per ottenere pari opportunità lavorative. A distanza di un secolo, piacerebbe aver fatto più passi in avanti.

Gertrude Atherton, ai primi del Novecento, è riuscita a cogliere tutto questo: un’autrice donna che parla di donne con estrema schiettezza, non risparmiando né vizi né virtù, con una scioltezza di linguaggio e narrazione notevole. Un giallo da definire “classico” per la trama e lo sviluppo, ma assolutamente innovativo, straordinario e al limite del dissacrante per la costruzione dei personaggi, dell’ambientazione e dell’atmosfera.

Come sempre, è doveroso citare l’impeccabile attenzione rivolta dalla Casa Editrice alla traduzione, affidata in questo caso a Costanza Masetti.

Consigliatissimo!

“Il virus della paura” di Gianbattista Scirè, Santelli editore. A cura di Alessandra Micheli

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Non è facile scrivere una recensione su un problema ancora troppo vicino a noi.

Per questo da mesi rifuggo libri che parlano della nostra pandemia, del dolore ma sopratutto della paura.

La viviamo troppo da vicino e non possiamo osservarla nel modo giusto, oggettivamente asettico, con la saggezza che il problema necessita. Vediamo un solo lato del dramma, quello dei pianti, delle perdite, di un orrore che pensavamo morto e sepolto.

Non è la prima pandemia.

Forse, lo spero con tutto il cuore ma bisogna essere realisti, non sarà l’ultima.

E questo ci lascia senza fiato, impotenti e fragili immersi come nei tempi passati in un modo tutto da comprendere e da leggere con occhiali diversi.

Noi che pensavamo di aver raggiunto il picco massimo di scienza tecnologia e comprensione, tronfi e arroganti con quella voglia di rubare di nuovo il fuoco agli Dei e di volare come Icaro verso il sole convinti che stavolta non avrebbe bruciato la fragile cera che appiccicava ali finte alle nostre spalle.

E invece siamo caduti giù.

Ci siamo fatti male, molto male, e spaventati cerchiamo nei libri, nei pareri dei virologi una sicurezza perduta affranti come bimbi senza la mamma, perduti in mezzo a una folla vociante che continua a ignorarti. Il virus è quella folla.

Lui il mostro semplicemente assolve la funzione di ogni microorganismo: sopravvivere anche se a scapito dell’altro, del suo ospite.

E’ la dura legge della vita, quel cerchio che sembra provenire da regioni alte, in preda a decisioni che non capiamo o che non volgiamo capire.

E cosi il libro di Sciè, anch’esso reduce dall’incontro con il male umano, quello della corruzione e del malaffare, quello che si bea di raccomandazioni e si getta fiero nell’abisso, affronta ciò che nessuno ha il coraggio di affrontare: guarda il virus negli occhi.

Senza paura di vederlo, di osservare il suo volto, e di cercare una verità, impossibile forse ma necessaria per guarire la ferite che oggi sembrano sanguinare senza fine.

E’ vero, tutto il libro è un abile thriller, ma è davvero tutto inventato?

Perché alla base di tante teorie complottistiche, la verità è molto più banale e folla: siamo in fondo noi, con la nostra noncuranza del mondo in cui ci troviamo a vivere che forse abbiamo aperto le porte al virus.

Con la nostra brama di potere resa cosi rigida da uccidere le foreste e rendere tutto cemento.

Con la nostra mania del progresso che ha avvelenato l’aria e creato il buco nell’ozono.

Con la nostra folle corsa verso il piacere estremo che ci ha reso fragili e deboli.

Con la malattie del benessere, con le fissazioni create dal materialismo.

E con la boria tipica dei vincenti.

Il virus forse non è il vero responsabile del terrore.

E’ la paura di chi si trova perdere tutto e si trova costretto a far fronte agli sbagli che lo chiamano con voci lamentose.

Allora il virus della paura diventerà per voi non solo un bellissimo e adrenalinico thriller, una diversa visuale del nostro dramma.

Ma anche il tentativo di provarci, almeno provarci, a dare uno sguardo al nostro sistema.

Che è quello che adesso sta esalando l’ultimo disperato respiro.

Perché solo il pensare che esista qualcuno di cosi pazzo che per il potere mette a repentaglio vite intere, è la vera paura che dovremmo avere.

Perché esistono uomini divenuti meno di bestie e involucri vuoti che noi chiamiamo presidenti, parlamentari, governanti.

Ed è questo il vero virus.

“Petali dall’inferno” di Maurizio Galante, Scatole Parlanti editore. A cura di Francesca Giovannetti.

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Cupa. Un’opera decisamente cupa e avvolgente, che lascia addosso la sensazione di buio, nonostante la lama di luce che acceca un finale fuori dall’ordinario.

Una discesa in due esistenze buie, quella dell’appuntato Carlo Malatesta e del giovanissimo Angelo Gabriele Arca, che attraverso la sua voce registrata su nastro, narra oscure vicende soffocate in una paese descritto come al limite della realtà.

Un carabiniere poco affidabile e con il vizio dell’alcol diventa instancabile persecutore della verità.

Un trama fatta di poco bene e troppo male, di peccatori senza santi.

I petali dell’inferno sono quelli del roseto di cui il piccolo Angelo Gabriele di prende cura.

Impossibile non accostare a ciò la rosa di Saint-Exupéry, simbolo del bisogno di attaccamento, di costruzione un rapporti, di prendersi cura di qualcosa che sia altro da sé, nella speranza di non sentirsi soli.

Perché essenzialmente le vite dei due protagonisti sono segnate dalla solitudine e dall’isolamento, forzato o voluto.

Con uno stile crudo e raccapricciante, degno del miglior genere noir, l’autore ci guida nel labirinto onirico di fede e visioni, di falsi miti e promesse infrante. Personaggi biechi e oscuri, come tutta l’atmosfera del romanzo.

Non c’è luce per il lettore, come non ce n’è per i protagonisti.

Avvolti in una nebbia grigia e malvagia ci si muove all’interno della trama, che si snoda a poco a poco. I misteri vengono svelati, senza rullo di tamburi, ma con l’impassibile ineluttabilità di un destino già malevolo.

Eppure…

Eppure l’autore ci dona un finale da brivido, dove la compostezza agghiacciante del racconto è spezzata da una ritorno all’indagine nel senso più puro, nella ricerca e nella apparizione di elementi concreti ed empirici.

Un cambio di rotta che spiazza e dà immenso valore a una trama dolorosa.

Consigliato.

“L’immagine malvagia” di Roberto Ricci, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il primo dato che mi ha incuriosito del libro di Ricci è il titolo.

E questo, per me, rappresenta una novità interessante.

Quasi mai il mio interesse si è riversato sul lato esteriore del testo, sulla cover ad esempio o appunto, sul titolo scelto.

Questo perché in genere non perdo tempo e vado al sodo: indago il genere e la trama a esso connessa.

Li inizio a elucubrare le mie ardite e originali (a parer di molti) teorie.

Ma questa volta, il titolo ha iniziato sin da subito a smuovere i miei neuroni, proprio perché accostava un termine derivato dall’estetica, l’immagine, a un qualcosa derivato dalla sostanza che ha tutto da spartire con le regioni della morale e dell’etica.

L’immagine, infatti, pur avendo una vasta gamma di significati è la forma che esteriormente le cose, oggetti o persone assumono.

Sono i contorni, i dettagli a creare attraverso la percezione ciò che no vediamo.

E quindi sostanzialmente immagine è:

La forma esteriore degli oggetti corporei in quanto percepibile attraverso il senso della vista.

Però, appunto perché collegato con la vista che dipende al tempo stesso dal nostro arguto cervello ,immagine diviene anche

Rappresentazione artistica, ritratto, figura dipinta o scolpita come oggetto di culto.

Copia o figura immateriale, contenuto o prodotto dell’immaginazione o del sogno.

Ecco che appartenendo a un occhiata più approfondita alle remote regioni dell’onirico, essa può congiungersi in barba ai decreti, con la sua sorella perduta ossia l’aggettivo malvagio.

E malvagio è un termine che la nostra coscienza aborrisce poiché contiene etimologicamente nel suo interno, un sottile e seducente piacere che si rivela nel compiere in modo cosciente un atto anti-umano, ossia il provocare dolore. E quindi, la nostra mente in questo caso, nel libro in questione è perfettamente consapevole che, in tutto l’arco del testo, ci sarà un elemento cosciente, attenzione al termine, volto a godere nel provocare dolore.

E tutto questo ha profondamente a che spartire con una sorta di egocentrico narcisismo presente nell’animo umano che decide di staccarsi dalla comunità, spersonalizzarla di ogni diritto umano fondamentale e imparare a tutelare la propria sicurezza, il proprio piacere edonistico e le proprie inclinazioni più o meno lecite.

E in questo piacere rientrano vari atteggiamenti come la vendetta, la volontà di sopravvivere a scapito di qualcuno o decisi a chiudere gli occhi sull’ingiustizia, una rivendicazione dei torti malsana che ha sempre un sorta di recondito piacere selvaggio e un certo compiacimento nell’innalzare se stesso sul piedistallo della gloria e del successo.

Apparentemente elaborato come un thriller l’immagine malvagia è molto di più, oserei definirlo una discesa negli inferi, una passeggiata nelle regioni ctonie del nostro io più oscuro, la famosa ombra junghiana magistralmente riprodotto su carta.

Con una scelta, credo matura dell’autore a raccontare, semplicemente raccontare senza mai apparire, le miriadi di proiezioni che la società fornisce del mistero chiamato uomo.

E cosi non abbiamo solo un immagine malvagia, ossia il resoconto lucido e agghiacciante dell’eccesso dell’assenza di limiti impersonato dal killer, ma anche un acuta critica dell’arte, della letteratura e di un atteggiamento volto a dominare l’altro sentendosi dei prescelti, degli eletti e delle guide per il volgo divenuto massa.

E cosi il mondo letterario si insinua in quest’immagine, rappresentazione lucida di un girone infernale dove, spesso, l’umanità di inchina al dio mammona, dove prevale la voglia di sfruttare il male e persino il dolore per trasformarlo in vile pecunia.

Esiste l’immagine di chi complice fomenta l’orrore dell’ingiustizia, di chi volta le spalle alle vittime trasformandole a sua volta in carnefici, come se fosse un atto premeditato per scontare, in modo acutamente vigliacco le proprie colpe.

Usare la sofferenza per creare delle nemesi è un fondo un altro modo per cavarsela per togliersi dalle spalle il pesante fardello della responsabilità.

E forse è quella che manca in tutto il libro: responsabilità verso se stessi e la propria arte finendo per sguazzare nei compromessi.

Responsabilità nelle scelte, nella cura dell’altro.

Responsabilità dai propri demoni interiori azzittiti con un volontà di cedere alla trasgressione, al peccato e alla tentazione malvagia che non è altro che un modo per non farei conti, salati, con la propria coscienza.

In fondo, le immagini malvagie sono pane per i nostri denti di tutti i giorni. ùE hanno la forza seduttiva dell’oblio che rende evanescente e irreale la colpa.

“Nicolas Grimm. Caccia all’esule” di Fabrizio Fortino, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

 

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La bellezza non è perfezione, non è simmetria; è provare quel senso di pace, sentire armonia. Meraviglia che scopre, chi cerca, chi non smette mai di cadere e provare paura, per cercare di uscire dai guai.

Cherries on a swing set

Sono queste le parole che hanno illuminato il buio della mia mente, mentre tentavo di recensire uno dei migliori libri mai letti.

Eh si è da un bel po’ che sogno di leggere e raccontarvi caccia all’esule.

E mi sono chiesta perché ero cosi fissata, pazzamente fissata con questo testo. Poi mi sono risposta è steampunk.

E lo steampunk rappresenta tutto quello che per me è bellezza.

Non la perfezione, non la meravigliosa organicità di un testo, immacolato nella sua composizione, con quello stile riconoscibile e logico. La meraviglia non è cosi scontata.

Essa vive nel fango e fa nascere rose. Essa è negli angoli della vita, laddove neanche gli angeli esistano. E’ tra la logica che apparentemente domina, ma che nelle sue crepe riversa verso di noi l’arcano segreto del soprannaturale.

Lo streampunk è magia.

La magia di una scienza resa fatata, assurda e anche contro il suo tempo.

Nonostante spesso i libri si rivolgono all’ambientazione vittoriana spesso la stravolgono e la superano.

E’ oramai scritto da me in ogni dove che quel periodo non fu affatto leggiadro come ci mostrano.

E’ fatto di luci e ombre, progresso reso al servizio del potere e oscuri meandri in cui l’abisso rigurgita dolore, disperazione e sconfitte.

Il vittoriano non è solo scintillante nella sua alta e sofisticata ingegneria. E’ anche la povertà estrema dell’abominio umano.

I compromessi, quella pruderie che ammazzava la poesia considerata pericolosa, quell’immaginazione che rendeva le donne non già divinità da riverire ma povere isteriche da curare.

E caccia all’esule questa oscura dicotomia la racconta perfettamente.

Tecnologia che ci strabilia, conoscenze che ci seducono, anche se i termini come eugenetica richiamano oscuri recessi della memoria fatta di corpi e sentimenti straziati.

Ci intriga la capacità di manipolare l’altro mondo, tanto da asservirlo all’uomo, come se l’essere umano fosse la nuova divinità da venerare.

Ma al tempo stesso Nicolas Grimm si trova davanti alla menzogna.

Alla crudeltà.

Agli intrighi sordidi di una società che perde letteralmente pezzi di se, diventando davvero un macilento cadavere vivente.

Si trova davanti ai peggiori sobborghi di Londra, dove anime dannate subiscono l’onta e l’affronto di essere cavie da sacrificare sulla scacchiera del potere.

E cosi Londra mangia il suo popolo, lo divora per mostrarsi fiera e regale al mondo.

E nel leggere questo strabiliante libro, la malinconia si assale.

Perché in fondo.. è quello che succede a noi.

Dominatori orgogliosi di un mondo di carta che si straccia piano piano.

E in fondo siamo tutti Grimm, convinti della propria strada eppure messi terrificantemente alla prova.

E l’unica soluzione è rifugiarsi all’interno di se stessi per trovare la voce antica della saggezza, quel grillo parlante che da tempo ha smesso di ammonirci.

Disperato anche lui di fronte a una grandezza che è solo una maschera ridicola della decadenza che ci assale.