“Purple lilies” di Lavinia Morano, Brè editore. A cura di Alessandra Micheli


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Lavinia mi ha molto colpito come autrice perché, a differenza di molti non si ammanta dell’aura di saggia consigliera di vita o novella Bronte, sicura di cambiare il corso della letteratura.

Con semplice umiltà asserisce questa straordinaria verità che lo scopo di ogni racconto è quello di divertire e intrattenere, di donare un solo istante di agognata serenità.

E per lei cresciuta a suon di racconti e fantasia il raccontare, intrattenere come la cantastorie di una volta diviene vitale, essenza stessa della sua esistenza.

E cosi come un moderno menestrello, entra nel mondo del pensiero, l’iperuranio di platoniana memoria, prende parti dell’eterna tradizione fantastica e ce li consegna, con grazia e talento.

Mentre leggevo, mi immaginavo questa ragazza che scappa dalla modernità fatta di apparenza e di virtualità, per rifugiarsi e far rifugiare nel mondo della parola scritta, immaginando storie e ricamando con esse il telaio immenso ed eterno, dell’arazzo chiamato tradizione.

E gli elementi del viaggio imperituro dell’eroe ci sono tutti: i cattivi, la ricerca del senso della vita, e un corollario di personaggi che, sembrano altrettante parti del suo io ma che, per ironia della sorte o per un incanto maliardo, sembrano ripercorrere gli archetipi umani o quei tipi psicologici individuati da Jung.

Ecco che abbiamo la disillusione umana di chi di fronte alla difficoltà si adagia nel fallace traguardo di una stabilità materiale, spesso a discapito di un benessere interiore che porta la serenità anche laddove il nero delle nubi tempestose minaccia il nostro cielo.

Oppure la genuinità dell’innocenza che non può non essere idealista e anche sfacciatamente e assurdamente venata di ottimismo sfrenato, la sete del potere che rende ardii e sterili i cuori e distrugge mondi e universi.

E poi ci sono ossessioni e imperfezioni umane come il cinismo, ma anche la perseveranza, il godere dei beni materiali come il cibo senza assaporarli davvero, l’orgoglio e la fragilità e la speranza, muta musa che ci tiene per mano e tenta di non farci sprofondare nell’abisso. Utilizzando questi eterni simboli del nostro umano errare, Lavinia racconta e si racconta, finché essa stessa e la sua anima si fonde con una voce antica, ma potente che, partendo dalle velleità artistiche che fanno del racconto luogo e oasi di puro piacere, ci accompagna in una zona poco confortevole, irta di pericoli e di splendori inimmaginabili: la nostra personale evoluzione.

Purple lillies lascia cosi il comodo terreno della commedia dell’arte, per immergersi in una saggezza antica ma di primaria importanza, specie oggi, che semplicemente tenta di restituire dignità a particelle divine di luce imperitura sfuggite per un atto di orgoglio o per un momento di stupidità folle, alla fonte primaria di ogni creazione: l’amore.

Il suo testo, non so se inconsapevolmente o no, si addentra nei terreni impervi ma altrettanto indispensabili per far respirare la nostra anima, chiamato gnosticismo e che e lei abilmente descrive in modo semplice e immediato. 

Per lei l’amore non è altro che quella forza superiore a ogni mortale impulso, parte infinitesimale di un universo molto più ampio, più complesso della porzione che arriva alla nostra limitata percezione.

E cosi, il male che non ha spazio in quest’armonia cosmica, per lei diventa qualcosa di estraneo alla vera natura umana. E tale germe non può quindi corrompere totalmente qualcosa che nasce direttamente dal pensiero divino, ma solo una piccola parte, quella che non vive nelle regioni profonde del nostro io.

Qualcosa di puro resta, e sta a noi farla risaltare, farla brillare, farla vincere.

E credetemi non sono frasi banali e scontate.

Vi svelo un segreto arcano: tutta la letteratura gnostica è venata di questa profonda Consapevolezza che in mezzo alla lordura, al peccato, alla trasgressione, alle rovinose cadute dell’anima ingabbiata dagli arconti, esiste sempre una piccola scintilla di pura luce che va, semplicemente, liberata per potere tornare in seno alla sua mater divina.

La stessa storia della Pistis Sophia, scritto gnostico trovato nelle caverne di Nag Hammadi, è abilmente raccontata in modo meno pomposo e con un linguaggio meno complicato, grazie allo stile narrativo del fantasy, che crea un impatto e immediato in grado di penetrare i cuori dei più scettici.

Ecco che il racconto classico, diviene al tempo stesso innovativo.

Proprio perché accostato alla filosofia tradizionale.

Ed ecco che la pistis da scintilla di luce posta in un altra dimensione, diviene l’alieno (letteralmente l’altrui, l’altro da se) piombato sulla terra per un giocoforza di eventi catastrofici, rei di aver distrutto il loro pianeta e soprattutto di averli privati della loro unica forma di sostentamento nutritivo.

Il nutrimento perduto, diviene la parabola perfetta per la descrizione della creazione umana, considerata non un dono ma una maledizione.

Scendendo in un piano materiale che vibra con energie inferiori, l’unica reazione plausibile e condivisibile è quella di un retaggio mnemonico di perdita, trasmesso forse dalla memoria collettiva e che causa e procura odio e un senso di umiliazione costante.

Questo perché non si annulla la percezione di antichi fasti, non si annulla la sensazione scomoda eppure viva di aver smarrito un qualcosa di importante e vitale per il proprio benessere.

E tale frustrazione la si riversa sul mondo materiale, la prigione per antonomasia perché imperfetto e cruento, poco attinente ai ricordi di grandezza di un tempo.

In questo piano malsano (la terra) essi si comportano come imitatori dei più arroganti arconti.

Distruggono, disprezzano, odiano rendendo cosi i loro corpi e i loro cuori talmente aridi da non permettergli più di procreare.

E non è un caso che procreare significhi etimologicamente dare alla luce, ossia tornare alla luce e ritrovare la via perduta.

Tutto il testo è un inno alla gnosi, l’unico vero puro amore liberato da ogni egoismo e da ogni finalità cosciente che diviene unica strada per tornare a nutrirsi di polvere di stelle, la sostanza fatta di purezza, di energie positive, di felici ricordi, di immagini di incantate valli, ossia semplicemente quell’amore venato di compassione e empatia.

Ecco che Lilith e Keith, ma anche Luke e Carla troveranno nelle vicenda e volte oscure, come oscura è ogni caduta, la strada per tornare ad appartenere a un universo fatto di pura beatitudine, quello senza l’ansia dell’arrivismo, o di successo ma fatto di puro piacere intellettuale.

Un universo improntato su gesti, scelte, azioni, compiute solo per nostro piacere, solo per rispetto ai nostri talenti e non per rispondere alle aspettative, spesso malsane, di qualcuno e di un intera compagine sociale.

Ecco che l’antica filosofia accantonata e resa “ridicola” da troppe dotte spiegazioni capaci solo di isolarla dalla realtà concreta e pratica, torna a brillare nel testo e nei significati  di questa giovane e meravigliosa ragazza.

E cosi oltre a divertire, emozionare, scioccare e appassionare, forse è in grado anche si risvegliare quella sopita ma mai del tutto distrutta fame di stelle, concetto primario e essenza di tutta la forza magica e retentiva degli scritti gnostici.

E sopratutto per questa sua maturità filosofica che il libro merita da parte mia una menzione d’onore e un infinito grazie per aver dato alla luce ciò che mancava a questo mondo distratto: la consapevolezza di non appartenere al mondo che ci raccontano come reale ma a una dimensione più alta e splendente, che ci aspetta ansiosa di stringerci in un abbraccio.

Chapeu Lavinia.

“Le dodici porte. Sacrificio d’amore” di Veronica Pellegrino. A cura di Alessandra Micheli

 

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Immagino o meglio spero, conosciate le dodici fatiche di ercole. Quella meravigliosa parabola epica non è altro che un viaggio interiore alla scoperte del vero sè dell’eroe, operazione che, ovviamente, comporta una serie di prove iniziatiche, allo scopo, appunto di togliere il velo che nasconde il volto originario dell’uomo.

Il suo autentico aspetto divino.

E’ un po’ il compito che si prefigge Pirandello quando ci sussurra nelle sue fantastiche commedie, che il nostro vivere non è che una recita a soggetto.

Indossiamo la maschera preconfezionata che la società, l’educazione o semplicemente l’abitudine all’anonimato, ci consegnano quando usciamo dall’infanzia per precipitarci di colpo nel mondo assurdo degli adulti.

E cosi abbiamo due identità: quella sociale spesso adombrata da limiti e impedimenti, che celano ai nostri e altrui occhi i talenti e quella interiore, spesso oscura, fonte di ogni meraviglia come di ogni perdizione.

In quell’abisso strano, simile a una grotta sotterranea, conserviamo tutto ciò che il mondo diurno considera disdicevole.

Non soltanto quindi gli impulsi pericolosi e rei di disgregare la società ma anche competenze e potenzialità che, seppur fuori logica, potrebbero servire per alimentare e far crescere la realtà in modo meno anonimo.

Che l’anonimato, la massa sia un po’ il nostro seduttore è palese.

Si pensi all’originale provocazione fatta alla soglia della liberazione, quando nell’ardua decisione tra un ritorno al passato e un salto nel buio per il futuro, ci fu chi propose la rassicurante immagine dell’uomo qualunque divenuto simbolo di un fare politica, di uno stare in società retto da una stasi tranquilla e monotona.

Questo uomo qualunque esce fuori ogni volta che una crisi ci minaccia, quando il nostro stesso costrutto mentale, immagine e creazione della realtà in cui troviamo comodo muoverci, viene messa in pericolo da un male che ne svela le falle e le cesure.

Questo succede anche, in modo per nulla simbolico, nell’Egitto descritto dalla Pellegrino.

In un mondo che torna su se stesso, in un tempo sospeso tra il mito e il reale, la minaccia del potere corrotto disgrega la società ideale antica eppure moderna, immagine della perfetta organizzazione del cielo.

Non è un caso che l’Egitto sia stato scelto come contesto e ambientazione.

Lo stesso sacro suolo che tanto stuzzica la nostra curiosità, era una favolosa composizione in cui il sacro e il profano danzavano all’unisono dando realizzazione al concetto per nulla astratto ma reso concreto della cibernetica: un organismo onnicomprensivo che al tempo stesso ci ingloba e trascende.

Questa meraviglia agorà, laddove il potere sovrano non deriva soltanto dall’alto, ma da un patto,benedetto dagli dei, tra il faraone e il popolo che ha come scopo quello di far rispettare un’antica legge di armonia cosmica.

La famosa e poco considerata Maat.

Che la perfidia dell’elemento disgregatore, il Seth redivivo nel malvagio Darchonir mette in serio rischio.

E come in ogni storia iniziatica è un eroe che si pone come elemento di speranza.

La differenza di questo fantasy rispetto agli altri, è di aver scelto una donna come prescelta.

Non è un caso che l’elemento femminile è quello che, con il suo lato creativo, immaginativo e materno, mette un freno alla brama maschile di sopraffazione.

Non è un caso che in Egitto sia la regina del cielo con il suo amore a ridare vita al compianto Osiride, proponendosi altresì come fautrice della continuazione del futuro, di equilibrio dando alla luce il frutto dell’unione delle due energie: Horus.

E cosi Aley in tutta la sua imperfezione, inizia a procedere attraverso le dodici porte alla ricerca del segreto per aprirle e per permettere al domani, agli universi e alle mille sfaccettature di questo futuro, di unirsi e di intrecciarsi di nuovo.

La sua capacità materna di empatia e la sua pazienza saggia di intessere i fili, gli permette di rammendare gli strappi nelle dimensioni che hanno permesso il passaggio della disgregazione.

In questo meraviglioso arazzo, infatti, sono i buchi nella trama, i luoghi in cui l’energia oscura penetra che mettono a rischio l’intera esistenza: una sola dimensione minacciata significa la distruzione del tutto.

Cosa serve allora ad Aley per ritrovare la chiave capace di riunire i pezzi di questo immenso mosaico?

L’amore.

Ha sperimentato tutto.

La costruzione e la distruzione del se.

La scoperta delle sue potenzialità.

Ha riunito a se l’energia del drago.

Ritrovato la capacità di compassione.

Ora deve per forza sperimentare il potere supremo, quello che ha reso ogni eroe impenetrabile al male.

Eh si miei cari lettori.

Proprio quella immensa forza che

muove il sole e le altre stelle.

Ed è solo quando Aley/Iside torna a congiungersi con il suo Osiride, l’Egitto e il mondo intero avranno una speranza di salvezza.

Ed è emblematico che Aley troverà il senso di ogni accadimento e persino la ricetta per la redenzione e per la sconfitta dell’oscurità, in un libro.

Con personaggi che, nonostante la loro umanità profondamente carnale, non rinunciano al loro ruolo di simbolo, le dodici porte Sacrificio d’amore ci rinnova il ricordo della magia suprema, quella che attraverso la carta apre i cuori e ci dona quella strana ma appagante sensazione di immenso e di infinito.

Buon viaggio.

“L’ultimo amico” di Edmondo De Amicis, Caravaggio Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Una sera come tante, mi trovavo come sempre seduta sulla mia poltrona preferita sorseggiando la mia tisana, con in mano un libro.

In genere quando leggo il pensiero si rilassa.

In quell’istante no.

Tutti i problemi che durante il giorno affrontavo con coraggio, improvvisamente si sono liberati dalle catene della ragione e riversati rabbiosi nella mia mente.

E cosi dolori, nostalgie, rimpianti e perdite hanno iniziato a colpire ripetutamente il mio fragile cuore.

E in quell’istante, non so se lo avete mai provato, il respiro si mozza.

Ci si trova davvero sperduti e ci si lascia affogare nel marasma cacofonico di tante, troppe sensazioni diverse.

All’improvviso, in questo istante di totale disfatta, una zampina morbida si è semplicemente adagiata sul mio cuore in tumulto. I battiti sembravano voler sfondare il torace e il respiro mozzo non contribuiva certo ad alleviare tale malessere.

Cosi la zampina, con i suoi gommini cosi leggeri e cosi morbidi hanno iniziato a accarezzare il petto piano piano.

Una linguetta rasposa ha iniziato a lambire la mia guancia in fiamme e un suffuso ma potente ronfare si è unito ai battiti tumultuosi.

In un istante questo calore felino ha semplicemente acquietato la tempesta che si è trasformata in una pioggerellina sottile.

Siamo rimasti cosi per un eternità, finché sono semplicemente diventata parte di quella “burrasca” di quelle onde e da spaventose sono divenute leggiadre e una sorta di nenia che ha cullato la mia mente.

Sono tornata a far pace con i pensieri, e a avvertire il dolore non come uno stelo acuminato, ma come un lieve battito di ali che semplicemente voleva essere abbracciato.

Per molti è una pet teraphy.

Per me è semplicemente il sommo risultato dell’amore interspecie, che annulla le differenze e semplicemente ci rende meno soli.

L’ultimo amico di De Amicis è il racconto di un anima che si stanca della banalità della vita, della cecità umana e ritrova in un amico la sua ultima speranza. Quella che non lo fa assolutamente naufragare nella malinconia e nella disillusione.

Un incontro fortuito, una casualità e occhi marroni iniziano a osservare l’anima ferita e curarla con la sola presenza le ferite del cuore.

Concepito in un periodo particolarmente funesto, L’ultimo amico è la prova di quanto poco conosciamo Edmondo.

Troppo bersagliato da pregiudizi assurdi, troppo poco amato nella sua penna cosi apparentemente ridondante ma pregna di una semplicità che parte dall’animo.

Troppo poco ringraziato per il suo strenuo tentativo pedagogico di fare della massa un popolo coeso.

Nell’ultimo amico si avverte tutto il dolore di un uomo che sta perdendo non solo affetti ma anche voglia di provarci a dare una direzione etica a questa strana compagine umana chiamata massa.

Una vita dedicata alla costruzione di un sogno, che ancora oggi vediamo sfumato ( quando, quando inizieremo a sentirci italiani?) una vita piena di voglia di lasciare un ultima parola, omaggio alle generazioni a venire.

Tanto che considero il libro cuore, osteggiato dai fautori della nuova educazione, un libro importantissimo per crescere i ragazzi in valori sani e la certezza che le azioni devono dividersi in costruttive e distruttive, lasciando poco spazio all’indeterminatezza delle sfumature, al diktat del politicamente corretto, all’imperare del dubbio.

C’è tempo per comprendere il peso che sostiene le scelte.

Ma può essere eseguito solo dopo aver messo punti fermi, da tutelare contro la strana volontà di oggi di mettere tutto in discussione fornendo spesso troppi alibi al male.

Uno schiaffo è un gesto violento. E forse poco ci importa perché viene concepito come soluzione finale, se non per prevenirne ancora la genesi,

In questo mondo che piano piano dissolve le certezze, che mette alla prova le grandi anime l’ultimo amico rappresenta la summa dei grandi valori di De Amicis i gesti semplici, spontanei nati semplicemente per amore e che sono frutto di un intelligenza che non parte dalla semplice ragione, ma dal profondo di una zona anche oggi poco visitati: dal cuore.

E come è successo a me, sarà un adorabile Dick miglior esempio della fedeltà canina a venire in soccorso nei momenti bui di Edmondo, con quei tratti che spesso, ahimè mancano all’uomo, considerato cosi perfetto da essere messo a capo di questa meraviglia chiamata creazione.

Spesso sono i nostri anici a quattro zampe a ricordarci dei nostri talenti.

 Sì, caro Dick: tu non sei più un cane per noi: sei un amico. E sei proprio quello che ci voleva per la nostra casa: un amico che non parla e non ride. Non mi badare; non parlo che tra me; dormi pure.

“Il profumo del pane”di Guido Baraldi. A cura di Vincenzo De Lillo

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Se fosse possibile descrivere con un solo aggettivo il libro di Guido Baraldi, quello che troverei più opportuno sarebbe certamente “calmo”.
Calmo per il tono e le parole utilizzate dallo scrittore mantovano, che, forse, vista la sua passione per la cucina, sa che per l’ottima riuscita di un piatto, la pazienza, la tranquillità nella preparazione e l’attenzione alla scelta degli ingredienti giusti, qui intesi come frasi e lettere, è fondamentale.
Ma calmo anche come il protagonista Roberto, un uomo che al tramonto di un amore si trasferisce da solo in una casa fuori mano, in montagna, per ricominciare, quasi da eremita, a prendersi cura della sua vita e di se stesso da solo, con la sporadica compagnia di una strano cane randagio.
Vivendo soltanto dei suoi raccolti, del suo pane, di ciò che gli offre la natura, e di ciò che riesce a comprarsi con la vendita di quello che coltiva o delle sculture di legno che ama intarsiare.
Una scelta estrema, quella di Roberto, difficile da comprendere per noi abituati al mondo contemporaneo, frenetico, ipertecnologico e terribilmente complicato, ma al quale, puntando sulla capacità che ha ognuno di rigenerarsi, e di adattarsi al cambiamento, ci si può abituare.


“Si vive seguendo il ritmo delle stagioni, luce e buio.

Ci si fa l’abitudine.

Si fa l’abitudine a tutto.”

 

scrive infatti il Baraldi, con saggezza. 

E poi la calma che infonde il racconto dei lavori di Roberto dai sapori e dagli usi antichi. Lavori necessari per vivere nella natura, ma che servono al protagonista per ritrovare la forza di vivere, quella di impegnarsi in qualcosa che dia speranza, oppure, semplicemente, per ritrovare dei motivi per andare avanti, quando questi sembrano mancare di colpo.
Mestieri che lo scrittore descrive con una minuzia di particolari tali, da farti quasi sembrare di sporcarti le mani insieme al protagonista, dimostrando anche una certa conoscenza dei lavori manuali.
E ancora calma, se mi passate l’abuso di quest’aggettivo, è la storia della sua rinascita, aiutato da una donna che conosce per caso, Emma, per la quale Roberto, travolto dal cuore, è disposto a cambiare di nuovo stile di vita.

Fino al finale, che diventa d’un tratto tumultuoso e spiazzante, dove, con calma, il nostro Baraldi lascerà il lettore di sasso, drammaticamente colpito.
Così colpito che consiglio di leggerlo a tutti.
Con calma, appunto, senza fretta, immergendosi nelle sue pagine come tra le acque di un pacato lago alpino, da cui uscirete sicuramente arricchiti.

Per lo meno per me è stato così.

“Babbo natale e il bambino che voleva tutto” di Fabrizio Palma, Illustrazioni di P. Papacena, La Strada per Babilonia edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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C’era un tempo, neanche tanto lontano, in cui il natale era sopratutto una sensazione di magia, un qualcosa di straordinario che sarebbe capitato per arricchire la vita, donare emozioni e cambiare totalmente il cuore.

Da piccoli, stavano a guardare fuori dalla finestra con il naso schiacciato le mille luci colorate appese nei balconi, i riflessi cangianti degli alberi e a assaporare uno strano effluvio di legno bruciato.

La notte era piena di aspettative, qualcosa avrebbe fatto sicuramente capolino tra le nuove e ammantato di straordinario il nostro quotidiano. Eravamo bambini strani, amanti delle storie narrate sia attraverso quelli che oggi chiamereste audio libri sia dai racconti fantastici in cui fantasmi, grilli e campane sarebbero diventati protagonisti.

Elfi e folletti, fate delle nevi, incanti e arcani segreti si sarebbero svelati nella magica notte in cui il sole tornava allo zenit e prometteva una primavera radiosa.

Noi ancora non lo sapevamo, non conoscevamo i segreti dell’astronomia.

Alcuni erano totalmente inebriati dai racconti evangelici di un bambino in una grotta, coccolato da un bue e un asinello e illuminato da una stella radiosa.

Era magia, era la promessa di un domani migliore.

Io ricordo che quello che mi faceva felice del natale non era il regalo, le feste con i parenti, l’abbondanza, ma proprio quella atmosfere silenziosa eppure cosi vibrante, come se tutto il mondo, la natura e gli animali stessi fossero in attesa.

Oggi, alla mia veneranda età i ricordi appaiono sfumati.

Il mondo ha ripreso la sua corsa, con i suoi affanni e il suo dolori.

Tutti sono impegnati a correre, chi dietro a un sogno, chi per sfuggire al dolore.

Chi intento a seminare ricordi troppo pesanti perché il cuore, cosi fragile perché privato della fantasia infantile, riesca a reggerne il peso.

E non vedo visi radiosi, felici, pieni di speranza.

Ne sorrisi, ne la voglia di ascoltare il calore che, credenti o no, in questo periodo cade dal cielo. Che si chiami bambin Gesù o Re agrifoglio è sempre il nuovo che irrompe nella vita e la risveglia dopo la lunga notte oscura di novembre.

Sono gli inizi del risveglio della natura che rigogliosa trionferà nei primi di febbraio per sfociare in una risma di colori proprio a pasqua.

Questo senso di aspettativa non esiste.

Il nostro io è impegnato alla ricerca di effimere soddisfazioni, di oblio e di autocompiacimento.

I social sostituiscono il tatto, le foto sostituiscono il reale e gli otufit nascondono la nudità dell’anima. E cosi tutto patinato brilla di una luce che nulla a che vedere con l’autentica magia di natale.

Forse è il nome a indurci in inganno.

Forse se lo chiamassi Yule o sol invictus d sarebbe diverso.

Eppure il natale stesso ha l’accezione etimologica di natività.

E qualcosa in noi deve nascere affinché sconfigga un buio che è ormai stanziato nei nostri cuori.

Abbiamo tutto.

Vogliamo tutto, proprio come il bimbo della fiaba.

Ma in fondo, dentro non abbiamo nulla.

Voragini di malessere, vertigini di fronte a un infinito che ci fa comprendere quanto noi siamo piccoli e fragili.

Ferite che continua a infettarsi perché incapaci di depurarsi dal veleno delle delusioni, delle perdite e delle sconfitte.

E dietro la patina del mondo glamur tutto dedito all’apparenza, al lusso, alla bellezza. ci ritroviamo profondamente soli.

Le lacrime solcano un viso che nessun lifting può riportare al suo antico splendore infantile, quando ci bastava soltanto guardare fuori dalla finestra e sognare…

Ci manca lo stare assieme.

Ma non solo fisicamente.

Ci manca il contatto emotivo che un vetro di un iphone o di un tablet ci impedisce totalmente.

Manca il tatto e il vedersi occhi negli occhi, il sentire il respiro dell’altro adattarsi la nostro.

Come direbbe Vecchioni ci manca l’altro, l’altro che noi no siamo.

E forse da questo confronto possiamo iniziare davvero a definirci.

Il bambino che ha tutto, in fondo cerca solo questo di essere visto, guardato nel profondo, amato per quello che è.

Ha bisogno di genitori che si liberino dalle prigioni del proprio io e aprendosi a lui si aprano all’infinito.

Abbiamo bisogno di famiglia.

Ma non del solo nome, ma del sentirsi parte di qualcosa e curarla questa strana compagnie.

Abbiamo bisogno di sorrisi veri e di giocare liberi da ogni costrizione. Liberi di tornare veramente a sognare.

Oggi abbiamo tutto.

Possiamo parlare con ogni persona dall’altra parte del globo.

Possiamo entrare a contatto con ogni diversità.

Ma in realtà non abbiamo nulla.

Non abbiamo il gusto, il tatto e la vista ma solo la loro versione virtuale.

Fissiamo il cellulare, i photoshop e non riconosciamo nulla.

Cosi fissati su noi e su un irraggiungibile perfezione da risultare evanescenti e irreali.

Siamo robot virtuali

torniamo a sforarci, ad abbracciarci e sporcarci di fango come bambini. Torniamo a emozionarci a immaginare e con un atto irriverente a cercare l’imperfezione.

Torniamo a vivere.

***

A te

che abbracciando la morte

mi hai insegnato ad amare la vita

 

Vincitrice del Garfagnana in giallo – Barga noir 2019 per la sezione miglior romanzo edito “Il delitto di via Crispi n. 21” di Lidia Del Gaudio. Da non perdere!

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LIDIA DEL GAUDIO HA LA CAPACITÀ DI RENDERE REALE L’IRRAZIONALE.

A 80 ANNI DALLA4 PROMULGAZIONE DEL MANIFESTO DELLA RAZZA, UN THRILLER STORICO CHE TIENE IL LETTORE INCOLLATO ALLA SEDIA.

UN ROMANZO A CAVALLO TRA LA NARRATIVA E IL MISTERO, IN CUI SI LEGGE MOLTO BENE LA PASSIONE DI QUESTA AUTRICE PER LA STORIA.

Sinossi:

1938. Il commissario Alberto Sorrentino viene richiamato con urgenza in città per indagare sulla morte di tre ragazze vittime di un tagliagole, che ha lasciato sui loro corpi incisioni incomprensibili e sulla scena del crimine un messaggio altrettanto misterioso. Sei anni prima, Sorrentino aveva risolto dei casi simili e il questore Massari spera che possa dare una svolta anche a questa indagine che sta mettendo a dura prova la questura. Le pressioni degli apparati di regime sono forti: una delle vittime era tedesca e lavorava in una rivista legata alla gioventù hitleriana. Dopo qualche giorno, alla serie di delitti se ne aggiunge un quarto con le stesse modalità, ai danni di un giovane universitario.

La situazione peggiora e, mentre la polizia politica cerca di inserirsi nell’indagine e un agente dell’OVRA cerca di nascondere l’identità di una delle vittime, Sorrentino si troverà a fare i conti anche con il proprio passato… L’indagine sui delitti, sempre più complessa e dolorosa, porterà il commissario a confrontarsi con l’abisso che alberga nell’animo umano.

L’autrice

Napoletana, laureata in lettere e filosofia. Ama musica e libri, in particolare il genere noir e il mistery/horror, la cinematografia di Hitchcock, i romanzi di King. Ha pubblicato con piccoli editori No Eap una raccolta di racconti e due romanzi, uno dei quali finalista alla manifestazione Un libro per il cinema di Roma nel 2017. Premiata al Garfagnana in Giallo per il miglior racconto 2015 e vincitrice nel 2017 del Gran Giallo di Cattolica (racconto pubblicato sui Classici del Giallo Mondadori); nel 2018 seconda classificata al Premio Scerbanenco (racconto pubblicato sul Messaggero Veneto).

“Love each other” di Viola Raffei. A cura di Alessandra Micheli

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Avete mai guardato la terra che respira?

Avete mai ispirato il suo profumo, che sa di pioggia e erba?

Se non avete mai avuto questa fortuna, non potrete mai capire cosa è la donna.

Potrete colorarla di tanti aggettivi che non saranno altro che concetti in cui rinchiudere la magia.

Perché la donna e ogni essere umano è soltanto, pure magia.

E in questo mondo in cui tutto è assolutamente razionale, tutto è dedito alla materiale compravendita la magia non può avere posto. Perché non potrete mai comprarla.

Cosi come non potrete mai comprare il senso della bellezza, il talento e ogni fonte che nasce e cresce nella regiona ctonia dell’immaginario. Potrete solo pensare di vezzeggiarla, corteggiarla, ma se non riuscirete a inspirare e piangere sulla sua essenza, non potrete mai riavere con voi l’altra parte del cielo.

E senza, non sarete altro che burattini disperati alla ricerca di una mano capace di spezzare i fili.

Incompleti, arrabbiati, incazzati contro non si sa cosa.

E chi è cosi non può che covare dentro un desiderio di vendetta verso una creatura che sembra appartenere la cielo.

Capace di portare in se la vita, capace di comprendere persino la morte. Di insegnare e persino di ridere vita a un corpo morente.

Cosi come racconta la meravigliosa favola della loba.

La conoscete?

Di notte questa donna lupo concentrato di ogni terrore infantile, va nei cimiteri alla ricerca delle ossa.

Le trova, le porta con se in un antro oscuro una grotta e…canta su di esse. Canta con una voce che ammalia.

Canta del sole che sorge tra le nubi, della morte che posa la falce e danza abbracciata alla vita.

Canta di erba e fieno.

Canta del dolore che sgorga in parole brillanti.

Canta di bambini sperduti rapiti dall’incanto di una ragnatela adornata con chicchi di rugiada.

Canta di amore e bellezza, ma anche di orrori e lande desolate.

Canta e laddove è tutto secco nascono i fiori.

Canta e la carne ricopre le ossa bianche. E rinascono persona che a loro volta imparano il canto arcano.

E altre ossa tornano a essere uomini o donne, bambini o anziani.

Tornano a vivere.

Ecco noi oggi siamo querelle ossa.

Siamo solo scheletri che camminano privati di volto, identità e persino il senso del tatto.

E senza questo strano miracolo non possiamo avvertire il calore di un abbraccio.

Siamo forse essenziali e perfetti.

Ma privi di carne privi di nervi, privi di tutto ciò che fa vivere.

Allora la loba che per tanti, coloro che delle emozioni hanno il terrore dipingono come strega cattiva, non ci sta e va a recuperare questi ghignanti ammassi di ossa e canta per loro.

E cosi come le sue figlie che la imitano.

Cosi ogni donna è la discepola della loba canta per voi, uomini e persino donne che preferite vivere nel regno delle ombre.

Canta e vi trasforma in esseri che sono soffici, morbidi, che sanguinano, hanno cicatrici ma che…esistono.

Possono essere abbracciati, sentono il calore del fuoco, si bruciano ma sorridono.

Per ogni sensazione che dalla pelle arriva alla mente, al cuore all’anima. Alcuni di loro suonano i tamburi nella notte e intonano inni.

Altri dipingono sogni e illusioni.

Altri ancora usano le parole per creare persone.

Che non sia quella indistinta massa senza colore, grigia smorta.

Ma una banda un po’ assurda di colori, forme e lineamenti.

Alcuni assomigliano a lupi, altri a ghepardi.

Ma sono tutti portati avanti d quell’istinto che non gli permette di accontentarsi di essere scheletri.

Each love other è scritto da una delle figlie della loba.

Che intesse parole seguendo l’esempio di quella madre eterna, quella che sogna baci sotto la luna e non botte atte a sfigurare il viso.

Che sogna la bellezza dell’orgasmo condiviso, non l’orrore della costrizione.

Che sogna bambine capaci di tagliare il cordone ombelicale che le costringe a ripetere i passi della mamma scheletro.

E a intonare il canto di mamma loba.

Viola canta sulle vostre ossa.

Voi uomini troppo vigliacchi per vivere.

Troppo pavidi per lottare per raggiungere la vostra dea.

E stringerla a voi.

Troppo stupidi per assurgere il ruolo di Re e di dio.

Capace con un matrimonio sacro, con quelle antiche danze a girotondo di dare vita costantemente alla creazione.

A tutti voi che della donna avete paura, perché avete paura di regnare.

Di essere responsabili.

Che non sapete che uno schiaffo in viso della parte nata da una costola, non sopra di voi o sotto di voi, ma accanto a voi.

È uno schiaffo alla vostra anima.

E cosi vi invito a leggere non solo di un amore che è redenzione, di cosa sia un vero uomo.

Ma sopratutto di un canto capace di dare finalmente un volto a volti indistinti, resi cosi da un potere corrotto che ha paura di vedervi Re del vostro regno.

“sono stata l’ennesima vittima di un uomo codardo che per sentirsi uomo deve sottomettere che per mettere a tacere una donna può solo ucciderla

Neanche con la morte la nostra femminilità tace.

Anzi urla con ancora più passione.

***

Per te

che mi hai insegnato a cantare sulle ossa

“Il discorso delle stelle” di Antonio Rubino, Emersioni. A cura di Alessandra Micheli

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Chiedi all’orizzonte, adorno del fiorire delle stelle:

in lui confido, perché tu sappia chi sono.

Alla brezza ho affidato il fardello

con cui attraversa il tempo raminga la speranza.

Chiunque obbedisce con gli occhi alle leggi d’amore

sa che è norma infrangere il veto imposto dal censore,

evitare la strada percorsa da chi sempre dispensa consigli.

Solamente all’amore e alla sua tirannia sottopongo il mio cuore,

e lo sguardo imperioso d’amore riconosco sovrano.

Poiché amore cos’è se non sguardo che accende passione

e che ammala di un male di cui male è rimedio?

Ibn Zamrak

Scrivo questa recensione proprio dopo la notizia delal morte di uno degli ultimi rappresentanti della Shoa Pietro Terracina.

Chissà dove è andato ora, chissà a chi racconterà il suo dolore. O se quello stesso è ora confuso con il vento.

E chissà dove brillerà il suo sorriso, a quale dio regalerà il suo anmore immenso.

E chissà cosa cela il velo oltre il quale la nera signora, vestia di bianco mi sorride armoniosa.

Non è cosi cattiva come la dipingono. Non ha una falce in mano ma solo fiori brillanti come…stelle.

Strano come le coincidenze brillino sotto i raggi lunari.

E’ sera, una sera piena di luci in un Roma che per la prima volta dopo anni mi sembra incantata.

Viva, come non mai.

O forse sono io che riesco a avvertirla cosi.

Forse l’incontro con la morte cambia davvero il nostro pensiero, perché iniziamo a chiederci cosa celi quel cielo davanti a cui siamo cosi piccoli e fragili.

E’ solo osservando la volta stellata, il sole e persino la nebbia che avvolge la montagna riusciamo a sentire un rumore che sa d’eternità. Oggi davanti a uno spettacolo di un cielo sgombro da nuvole arricchito dalle lucine che brillano e sfidano a colpi di splendore le stelle sento qualcosa che si annoda allo stomaco, fino a finire in un groppo alla gola. E deve eruttare parole, emozioni e sensazioni.

Cosi come sempre quando avverto questi strani istanti, mi rivolgo agli corpi celesti.

Loro apparentemente immobili, spettatrici di ere e secoli passati su noi mortali, cosi impegnati a lasciare un segno su questa terra bruciata dal sole, innaffiata con tanto troppo sangue, in lotta con la caducità di un esperienza che, appunto perché finita forse non sappiamo vivere appieno.

E cosi per sentirci perfetti controllori di un qualcosa che si sfugge ci scagliamo fieri contro noi stessi.

Noi dobbiamo controllare il tempo, le ere che scorrono ignorandoci, persino le nostre emozioni che, cosi contratte divengono ossessioni. Odiamo l’altro perché l’altro spesso rappresenta noi.

Dividiamo il mondo in minoranze o esclusi perché è cosi che ci sentiamo.

Non riusciamo a trovare un senso a questo immenso che si abbraccia.

E noi ritorsi figli lo evitiamo, come disubbidienti ragazzini capricciosi, ignari della saggezza dei consigli degli adulti. Una saggezza che apparitene al cielo e mai a noi.

Cosi piccoli e cosi fieri di essere umani.

E cosi sicuri del nostro cammino anche se infarcito di cadute, abissi e dolore.

E come riempire quelle crepe nel terreno?

Mai con lacrime.

Quasi sempre con la rabbia.

Con la violenza.

Con il sangue.

Il sangue blasfemo del figlio contro il figlio, del padre contro la madre, dei fratelli contro i fratelli.

Alla ricerca di un perché che alimenti l’odio, perché l’amore, oh si l’amore sa troppo di eternità.

E l’eternità ci spaventa perchè senza tempo.

Noi fissati con lo scadere degli attimi, con i limiti che ci recintano il cuore con i suoi nomi pregiudizi, alterità, divisioni, ingiustizie.

Il problema delle guerre, degli olocausti, dell’odio nasce solo da noi. Dalla nostra incapacità di imitare le stelle da cui un racconto lontano pone la nostra vera origine.

Stelle apparentemente immobili, ma piene di misteri, capaci di dominare lo scorrere delle epoche muovendosi con quella grazia che sa di antica danza.

E cosi come gli arabi, i Mesopotamici trovavano ispirazione proprio nei discorsi delle stelle, Rubino pone la nostra stessa esistenza, persino il male che noi vogliamo dipingere con osceni colori stridenti, vicino proprio a loro, immobili immagini, effervescenti diagrammi del cielo, spettacolari disegni che raccontano storie.

Le stelle qua non sono affatto solo punti luminosi che ispirano poeti. Sono la nostra stessa radice, la vita che si svela i sussurri di arcani segreti. Stelle e solo il loro narrare daranno un senso alla morte, al dolore alla brutalità.

E forse solo dopo esserci sentir parte di un cielo che è un vero organismo vivente, una madre amorosa che ci chiama, che ci vezzeggia e che piange per il nostro abbandono, potremo sperare di creare un mondo migliore. Fatto di meraviglie e consapevolezza di essere, forse qualcosa di più di meravigliosi astri.

Qualcosa che è stato scelto per portare il regno di dio in cielo, cosi come in alto cosi come in basso.

Ecco che un libro che affronta una della peggiori pagine della nostra storia, peggiori perché dal passato noi non abbaiamo imparato nulla. Peggiori perché vogliamo davvero suicidarci, e perdere la nostra anima per cercare chissà cosa.

Peggiori perché abbiamo tutto a portata di mano per sognare, per cambiare per fare, finalmente la differenza.

Ecco in questo osceno scenario che di umano non ha nulla solo le stelle possono darci il senso di questo nostro incerto vagare. E magari farci tornare a meravigliarci della perfezione di un grande architetto che un tempo lontano ci amò cosi tanto da donarci una parte del suo creato.

È vero, presi dalle nostre vite, è praticamente impossibile pensare a un legame tra le nostre azioni e quel che succede nel mondo, nel bene e nel male. Eppure c’è. Solo sentendoci parte dell’anima del mondo, dell’universo potremo sentire questo legame. Da un punto di vista pratico questo approccio dev’essere assunto dai governi, in modo strutturato, organico e coordinato a livello internazionale, ma è qualcosa che deve essere fatto, e ciascuno di noi, in tutto il mondo, deve chiedersi, in tutta coscienza, «si può fare di più?». Se la risposta è “Sì”, vuol dire che ciascuno di noi non ha fatto abbastanza.

Grazie Antonio per avermi scosso il cuore e accarezzato l’anima. E per avermi dato di nuovo l’opportunità di perdermi tra le stelle.

***

Per te

che sei diventa quella stella

che illumina le zone buie del mio cammino

e mi rivela, sussurrando, segreti.

 

“All’una e trenta. Un caso per il detective cieco” di Isabel Ostrander, Edizioni le Assasine . A cura di Alessandra Micheli

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La meraviglia nascosta dei libri cosiddetti “vintage” è sicuramente incisa nella descrizione del crimine.

Tutto qua direte voi?

Si.

E’ il dato fondamentale che mette in luce la differenza tra noi oggi, in questa nostra società cosi strana in bilico tra etica e dissolutezza e la stessa società di circa novantanni fa.

Tanto tempo vero?

Eppure se osserviamo bene queste ere trascorse, i favolosi anni venti e i nostri meno favolosi anni duemila, sicuramente noteremo che assumono un andamento che, se fossi un esperto di diagrammi, oserei chiamare discendente..

La curva è calante e le aspettative correlate al nuovo millennio sono sicuramente disattese.

Se negli anni passati si favoleggiava su cosa sarebbe accaduto al nostro mondo alle soglie del magico 2020 la risposta che oggi abbiamo ottenuto è devastante: nulla. Non è accaduto nulla. Forse abbiamo una tecnologia avanzata capace di collegarci in tempi infinitesimali uno all’altro, capaci di unire i popoli e le culture, capaci di donarci informazioni istantanee. Ma a un’attenta osservazione tutto questo è assolutamente virtuale. In realtà tutto questo circolare di possibilità di opportunità non ha fatto altro che renderci più soli e più diffidenti uno con l’altro.

E cosi lo stesso atteggiamento distorto ,lo abbiamo nei confronti del crimine. Se prima il fatto delittuoso era un’aberrazione e i libri, come quelli della Ostander lo dicono chiaramente:

Era un detective, un tutore della legge, impegnato nell’incessante lotta al crimine. Un uomo, non importa quali peccati avessero macchiato la sua vita privata, quale malvagità avesse corrotto la sua natura, era stato vilmente ucciso, e il suo cadavere giaceva appena oltre una parete, invocando in silenzio l’unica giustizia rimasta che potesse venirgli dispensata in questo mondo: la vendetta sul suo assassino

Nella lettura dei gialli odierni troviamo sempre nascosta tra le righe un spiegazione psicologia dei mali di una società che rende l’uomi un criminale.

Per carità.

Con queste mie parole non voglio assolutamente denigrare il tentativo montessoriano di dare una rilevanza alla società e all’educazione che da questa ne scaturisce. Però, l’eccessiva attenzione alla sfumatura può sembrare quasi una giustificazione all’atto, più che un’utile appendice, un escamotage letterario per dare pathos e instaurare il famoso patto tra autore e lettore.

A volte il crimine non va spiegato ma semplicemente condannato.

A volte le sfumature non sono necessarie, se non contribuiscono allo svelamento finale del omicida e alla sua necessaria assicurazione alal giustizia.

Ecco che il detective deve essere non tanto un clichè vuoto e vanesio ma una sorta di baluardo contro la mancanza di compassione e di partecipazione sociale che porta all’azione distruttiva suprema: l’omicidio. E un omicidio come ci spiega benissimo la Rowling con tutte le sue componenti di arroganza, di potere, di non necessità è sempre un atto non solo contro natura ma contro anima.

Pertanto, nel libro perfetto in ogni suo dettaglio ( oh quanto mi mancate Aghata e Isabel oggi!) esiste anche questa visione che lungi dall’essere rigida è semplicemente etica.

Una parola che sembra scuotere di disgusto l’essenza della nostra beffarda società.

All’una e trenta del mattino, è pertanto, il giallo per definizione: indizi, protagonisti impelagati in azioni che prendono una velocità improvvisa, con personaggi caratteristi presi a prestito proprio dalla società che è attraverso la loro descrizione, anche fisica, persino nel vestiario, la rappresentano perfettamente.

Ecco che l’America degli anni 20 appare in tutta la sua fulgida bellezza; un paese di facili opportunità ma anche di disastrose cadute, di finanza irriverente anticipazione di quella post moderna, che nei suoi giochi sfrontati spesso causa dei grossi danni ai stessi personaggi che sono alla base della sua esistenza.

Ecco che temerari imprenditori, investitori senza scrupoli tentano proprio quelle assurde manovre che noi ben conosciamo e che, anzi spesso lodiamo come mirabili furberie.

In questo libro esse sono punite. Del resto è troppo incentrata su una strana morale l’America, in bilico tra spregiudicatezza e morigerato comportamento apparente, che sarà causa e declino di tanti crolli finanziari.

Ma tutto questo uscire dalle righe non viene assolutamente premiato. Anzi è evidente il biasimo verso certe operazioni presenti nel libro

Ma proprio in quel periodo i socialisti si erano fatti avanti e avevano sollevato tutto quel polverone contro il capitalismo e il monopolio del denaro e le iniquità dell’alta finanza, e per me non ci fu alcuna possibilità.

E infatti, non c’è assoluzione.

Il crimine finanziario innesca una serie di comportamenti sempre più distruttivi che rendono la vittima quasi un predestinato.

La sua apparente intoccabilità lo spingono verso il peggior declino umano, fino a soccombere nel modo più banale possibile, come se il suo delirio di onnipotenza non sia altro che una discesa verso l’abisso.

Ma non voglio svelarvi sicuramente altro.

In questo meraviglioso e anche patetico affresco umano, il nostro detective, Damon Gaunt (perdonami Poirot ma oramai io amo lui) diventa sempre più simbolo di quella giustizia che si sa trionfare, che aborrisce il crimine ma che a differenza della Christie conserva una sorta di occhio benevolo verso la debolezza umana.

E infatti, a differenza del suo alter ego Hecule Poirot ma anche della rigida Miss Marple, Gaunt ha un senso di compassione molto più accentuata, un umanità che è flessibile come l’America che gli ha dato natali.

E’ si ferreo sulle sue posizioni etiche. E’ completamente devoto alla risoluzione del crimine e alla cura della giustizia, ma altrettanto partecipe della miseria umana. Per lui la giustizia, quella vera è molto altro, diverso dalla certezza della pena. La giustizia è riparazione dei torti e svelamento dei nodi ingarbugliati. E’ mostrare il vero volto del male e arginarlo con la conoscenza.

Le sue incredibili capacità deduttive, infatti, non nascono dalla logica della razionalità, ma dall’intuizione, dal cuore che gli permette di oltrepassare i confini stabilità dalla sua apparente menomazione. Gaunt è si un detective cieco, ma al contempo riesce a vedere più in profondo degli altri proprio perché compensato da un istinto e da un intuito che parte dall’irrazionalità.

Gaunt è molto più umano nonostante apparentemente lo si descriva come rigido.

Vive di profumi, di tatto, vive di elementi che, in fondo, non fanno altro che toccare e vivere dentro il cuore.

La ringrazio” mormorò in un soffio, ma la donna doveva essersi involontariamente sporta verso di lui, perché il profumo semplice e puro dei suoi capelli e del suo corpo, privo di ogni traccia di aromi dolciastri o pungenti, s’impadronì dei suoi sensi e parve intorpidirli. Con uno sforzo di volontà, Gaunt si ricompose e parlò con un tono più severo di quanto avesse voluto, pur di nascondere il proprio smarrimento.

Poesia pura!

Ed è questa sua grande empatia che lo rende adatto a rappresentare il vero senso della rettitudine che diviene la sua sconfitta. Tramite l’osservazione, avviane il suo svelamento.

Mettendo in mostra con crudezza il crimine, lo rende meno appetibile e più triste e patetico.

Ma, sopratutto, sa individuare il vero fulcro del male.

Perché a volte il vero crimine è salvare le apparenze rivestendo un orco delle vesti eleganti e dorate del principe.

Cosa dire di più di Isabel e del suo perfetto libro?

Solo questo: non son degna di raccontarlo, ma ci ho provato.

Spero potrai perdonare queste insensate parole.

 

Il nuovo thriller storico di Giovanna Barbieri aspetta solo voi lettori!

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Lunedì 9 luglio.

Locanda malfamata nei pressi di porta Vallepiatta.

Pioveva a dirotto quella sera, alcune ore dopo i Vespri, come se il Signore avesse deciso di punire gli uomini con un altro Diluvio Universale. Edmundo barcollava nei pressi di porta Vallepiatta, a due passi da piazzetta della Selva, diretto alla locanda dove alloggiava, per il momento, con Goffredo e Fiamma.

Si trovava in una zona molto popolare di Siena, brulicante di cortigiane da candela, taverne dove ubriacarsi e stamberghe a buon mercato. Lui e gli amici erano giunti in città da poco tempo, non conoscevano ancora nessuno e non avevano ancora trovato un lavoro. La bettola di piazzetta della Selva era quindi l’unica che potessero permettersi.

All’improvviso Edmundo si sentì sopraffare dalla nausea e con una mano si appoggiò al muro di una casa per vomitare. Le ginocchia gli cedettero e cadde bocconi sui ciottoli. Non si era mai sentito così male prima d’ora, anche se si era ubriacato molte volte in vita sua, e si domandò che cosa l’oste avesse versato nel vino.

Stava ancora avendo gli ultimi spasmi, prima d’asciugarsi la bocca, quando un rumore lo costrinse ad alzare lo sguardo. Una giovane donna, avvolta in un mantello nero, lo stava fissando spaventata. Stringeva a sé una lanterna che le illuminava il viso, anche se in modo fioco. Il cuore iniziò a martellargli furioso nel petto, come una spada colpita dall’armaiolo.

Siena, anno 1483 d.C.

Alla vigilia del Palio in onore di Santa Maddalena, Edmundo si scontra con due fantasmi venuti dal suo passato: una misteriosa donna uguale alla persona a lui più cara, e un acerrimo nemico sfuggito come lui alla caduta di Costantinopoli con il prezioso Codice originale d’Avicenna. Una brutale scia di sangue porterà lo speziale quasi alla follia e metterà a repentaglio anche la vita dei suo più cari amici.

Seconda indagine con protagonisti Goffredo Fortespada ed Edmundo de la Turre.

L’autrice

Giovanna Barbieri nasce a Verona il 15/01/1974 e risiede ad Arbizzano di Valpolicella, comune di Negrar, Verona. Laureata in Scienze Politiche con indirizzo internazionale, per alcuni anni lavora come contabile e impiegata amministrativa.

Dal 2014 lavora come editor freelance presso righe rosse https://righerosse.wordpress.com/

Appassionata da anni di Medioevo, alto e basso, nel 2013 apre un blog a tema medievale, dove posta numerosi articoli riguardanti la vita del periodo. Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati dai blog e siti di storia: Italia medievale, Il Medioevo non è stata un’epoca buia, Medioevo tra luce e buio; racconti; recensioni di libri e film e altro ancora. http://ilmondodigiovanna.wordpress.com/

Nel 2017 ha tenuto alcuni corsi di scrittura creativa: come scrivere un romanzo, presso l’UTL di Negrar (Verona).

Nel 2014 pubblica come indipendente il suo primo romanzo time travel-storico La stratega, anno domini 1164.

Nel 2015 a novembre pubblica Cangrande paladino dei ghibellini (XIV secolo d.C.) con la CE Arpeggio libro editori.

Nel 2016 pubblica il vol 2 e 3 della trilogia della stratega, anno domini 1164: il sole di Gerusalemme e il Ritorno, ambientati nel XII secolo dc

Nel 2017 pubblica sia Silfrida la schiava di Roma (V secolo dc) con la CE Delos digital, sia Dell’amore e della spada (XVI secolo)

Nel 2018 pubblica il primo giallo storico della serie dedicata a Goffredo Fortespada ed Edmundo de la Turre: l’accusa del sangue (XV secolo)

Nel 2019 pubblica il racconto lungo La figlia di Freyja, ambientato nel VI secolo d C.

Nel 2019 pubblica la seconda indagine della serie gialla dedicata a Goffredo ed Edmundo: il palio insanguinato (XV secolo)

Dati libro 

PAGINE: 314 pagine

GENERE: giallo storico ambientato a Siena nel 1483 d. C.

STRALCIO:

LINK:

https://www.amazon.it/palio-insanguinato-Giovanna-Barbieri-ebook/dp/B081Q3VS5D/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2A0PNDT9R4EQX&keywords=il+palio+insanguinato&qid=1574758066&sprefix=il+palio%2Caps%2C206&sr=8-1

Anche in cartaceo e in KU.