“Maggio per sempre”. di Alessandro Testa, Edizioni Il vento antico. A cura di Alessandra Micheli

E’ molto difficile scrivere una recensione di un libro che si è amato.

Per ironia della sorte è più facile parlare di uno che, seppur ben scritto, centrato e notevole dal punto di vista stilistico, non ti ha colpito nel profondo dell’animo, lasciando la sua impronta.

E cosi trovo che questa mia disanima del libro di Alessandro Testa sia totalmente inutile.

Una sorta di panegirico che avrà come narcisistico obiettivo quello di dimostrare che un po’ con le parole ci so fare.

Non come Testa ovviamente.

Perché per amarlo, per capirlo quel libro voi dovete leggerlo.

E allora vi chiedo come favore personale: leggete pure queste mie misere parole.

Ma l’unico ce può donarvi qualcosa è solo il libro.

Ha tanto da raccontare, lasciate che la sua voce risuoni in voi.

Io non sono nulla, neanche un tramite.

Perché incapace di parlare della bellezza quando si manifesta davanti. Sono solo incantata, mentre ricordo i passaggi, i piccoli pezzi di una trama perfetta, mai banale, mai scontata.

Due storie si intrecciano, due storie con gli stessi titoli, con le stesse caratteristiche: brutalità spesa per un innecessario e inesistente bene comune.

Ognuna alimentata dalla sua particolare superstizione capace di tenere in piedi un intera impalcatura di pseudo-valori.

Che a ben vedere sono solo carta straccia usata per nascondere e eludere i vermi che rosicchiano il legno.

Il legno siamo noi, noi stato, noi cittadini.

E i vermi sono vari, c’è la malavita che promette a tutti un benessere difficile da conquistare.

O una rivalsa contro un annessione che ancoraggi stentiamo a riconoscere come benefica.

L’altro tipo di verme è meno disgustoso, è quasi elegante simile a una farfalla.

E pertanto seducente alla vista.

Si chiama ideologia.

Questi sono i due filoni che Testa racconta.

Uno ambientato in Calabria, in un luogo assolutamente vivido e capace di dominare la nostra immaginazione, con quel suo strano connubio di magia e di interessi abietti, soldi, potere, prestigio.

E’ la malavita che si fa portavoce di un disagio nato ai tempi dell’unità d’Italia, quando il brigante non era altro che l’araldo delle rivendicazioni di un popolo che, non voleva tanto l’unità quanto il rispetto dei diritti.

E che se doveva proprio essere dominato, preferiva farlo da un sovrano, magari ingiusto, ma conosciuto e accettato.

Ommo se nasce e briganti se more, canta il nostro Eugenio Bennato, ma fino all’ultimi dovimmo sparà….

Poco importa che oggi si spari per il business.

Mentre ieri contro il funesto invasore piemontese.

Uno che prometteva libertà e diritti, ma che calpestava forse senza rispetto una terra considerata nostra.

Non vi ricorda nulla questa solfa?

La terra eletta difesa a ogni costo contro chi è considerato di troppo, chi è considerato uno sbaglio.

E cosi il brigante libertador, di una libertà fatta di fame e di oscurantismo, diventa oggi il boss che in fondo è rispettato.

Perché viene dal passato e il suo piemontese, oggi, è lo stato che affama, lo stato padrone, lo stato autoritario che mette un freno a legittimi privilegi.

E cosi Sasso è invitato a sbrogliare quella matassa, o soltanto farle fronte e comprendere anche l’altra parte di quell’Italia che, in fondo, ha deciso di servire.

Non sarà facile.

Non sarà indolore.

E poi..abbiamo il momento storico che più di tutti mi interessa a livello scientifico.

E che al tempo stesso mi fa incazzare.

Vedete, io sono stata e sempre sarò un idealista.

Per me la parola ideale è qualcosa di fondamentale e connaturato all’essere umano.

L’ideale è l’uomo e l’uomo è un ideale.

Che poi lo sviluppiamo con una serie di teorie politiche, economiche, sociali o filosofiche poco mi importa.

In ogni mia rivendicazione, battaglia o rivoluzione è l’uomo al centro. Ogni uomo.

Che per come la vedo io deve essere liberato dalle pastoie della socializzazione effettuata dagli organi di stato.

Se lo stato è nato affinché gli uomini potessero convivere, oggi lo stato è solo una parola svuotata di sovranità e di quindi, legittimità.

E cosi ogni ideale deve riportare questa unità tra cielo e terra, laddove ogni stella, ogni costellazione, ogni energia è interconnessa e forma un tutt’uno coerente, armonico e organico.

Ogni stella ha il suo posto, brilla ed è essenziale per creare le costellazioni.

Lo stato sono le coordinate e le leggi che lo permettono.

E tra queste esiste l’equità ossia la possibilità che ogni stella mostri e manifesti il suo potenziale per creare costellazioni che abbelliscono il firmamento.

Ma quest’ideale e lo so ragazzi miei, può diventare ideologia.

E sapete cos’è?

Quando è l’idea più importante dell’uomo. Non si cerca di migliorare le condizioni altrui, di far tornare lo stato a essere “legittimo”.

Si tenta di far primeggiare il proprio modo di pensare.

Ecco cos’è l’ideologa. Io divento schiavo di un concetto, tanto che lui domina e decide chi vivere e morire.

E molti ragazzi, durante gli anni di piombo sono caduti nella trappola.

I terroristi convinti che il sangue avrebbe dato vita allo stato socialista equo e libero.

Ma quale equità e libertà nasce dal sangue e dalla lacrime?

Nessuna.

E dall’altra parte chi per la giustizia di quello stato da ricreare e ripensare, usavano ogni mezzo.

Ogni.

Entrambi avevano la loro ragione d’esistere dietro la nemico, dietro a un ideologia che poi mostrare la sua faccia più patetica, l’abietto egoismo, interessi personali, inutili e orribili ossessioni. Frustrazioni e piccolezze umane.

E questi due mondi, Calabria e fatti degli anni di piombo si confondono in quelle storie.

Dove a emergere è un umanità perduta, avvilita e prigioniere dei su poi arconti.

Chi muore, chi esala un ultimo respiro è la giustizia vera, l’umanità e la bellezza.

E non esiste bellezza in quello che racconta Testa.

Non certo negli avvenimenti.

Ma in quegli sprazzi di empatia e rara condivisione di quegli uomini e le donne che non si arrendono, al male, al compromesso, all’intrigo.

Per questo il libro di Testa è entrato dentro di me.

Perché in fondo racchiude tutto quello che è la nostra quotidianità, e tutte le domande che oggi, alla soglia di un’età veneranda mi faccio spesso: vale la pena di andare avanti a credere davanti a tutto questo malsano modo di vivere, e gestire la società?

L risposta è ancora si.

Per la verità e per epurare gli ideali vale la pena.

Fu allora che madonna gli disse:” Hai gli occhi belli

Vorrei che accarezzassi stanotte i miei capelli”

Fu allora che rispose: “Grazie madonna no!

Io sono un cavaliere e il re non tradirò”

Spesso, troppo spesso una madonna suadente ma maligna tenta di sedurci.

E’ troppo bella e ci accarezza i capelli in modo cosi soave che è impossibile resistergli.

Ma Nardi e Sasso incarnano quel cavaliere che urla “Il mio re non tradirò”

E il re in questione siamo noi.

Noi popolo degno e bisognoso di giustizia.

Uno stato che grida aiuto.

Loro il Re non lo tradiscono mai.

Grazie Alessandro per avermi emozionato di nuovo con un tuo libro.

“Come una bambola di pezza e fieno” di Teresa Bonaccorsi. A cura di Raffaella Francesca Carretto

Quando tra le pagine di un racconto breve si palesa tutta la violenza di un fenomeno indegno, di una tradizione dettata dall’ignoranza come è quella delle spose bambine, non si riescono a trovare parole..

Eppure di parole ce ne sarebbero tante da gridare, da gridare anche con veemenza, per indignarsi contro quella parte del mondo che chiude gli occhi, cosi da non poterne essere sfiorata.

Eppure basterebbe un po’ di impegno in più, per aiutare queste bambine.

Le spose bambine…

Quante volte ho pensato a questi piccoli fiori recisi, brutalmente strappati ai loro sogni d’infanzia, violati, annullati ..

Poche pagine, brutali nella loro veridicità; un racconto fatto di semplicità, una storia come tante altre in un mondo dominato dalla povertà, dai drammi, ma soprattutto dai silenzi.

Una storia in sembra dominare in maniera brutale e drammatica tutta la violenza di una tradizione che nega il diritto di una bambina a vivere l’infanzia che le spetta, ad avere il diritto di sognare.

Aisha è acerba, una bimba agli occhi di chi la osserva, gioca con la sua bambola di pezza e fieno che circondano un’anima di legno.

Gioca, come dovrebbe fare ogni bimbo della sua età.

Aiuta la mamma, nella sua casa di fieno e fango.

Aisha, il cui cuore si rianima e riempie di gioia ogniqualvolta suo padre entra in casa.

E i suoi occhi .. innocenti .. inconsapevoli del destino che l’aspetta.

Data in sposa a Faruk.

Aisha, che gioisce di riflesso per la gioia del padre, ma che ancora non comprende realmente cosa voglia dire essere una sposa.. una sposa bambina ..

Aisha si sentiva una principessa e la tante domande che le frullavano in testa perdevano importanza al pensiero della felicità del padre.

Rendi onore alla nostra famiglia…

Sii fiera, avrai una famiglia tua

Una bambina che va protetta e amata e non usata come merce di scambio.

Il contenuto di questo racconto è così drammatico e vero, che colpisce come un pugno in pieno stomaco, perché mette davanti ai nostri assonnati occhi la realtà di tanti paesi, laddove è negato il diritto all’infanzia, Laddove non si rispetta la femminilità, seppur nel volto di una bambina..

Aisha, perde così la sua innocenza, le sue illusioni, i sogni, ma soprattutto, ammettiamolo, perde se stessa.

Ecco perché questo racconto breve è così importante.

Non è solo la testimonianza documentata di una realtà odiosa e abominevole, di una tradizione ahimè che resiste ancora, e purtroppo a dispetto delle leggi.

Il racconto di Aisha, del suo destino, è voce dell’innocenza, la voce della una vittima, la voce del suo dolore di tante, la voce della delusione e della disperazione di chi non riesce a diventare donna perché esautorata dai suoi fondamentali passaggi.

La voce di chi, per interessi abietti, deve precocemente fare scelte da donna.

Anche se poi non ci reali scelte, ma imposizioni da parte di un padre corrotto, capace di che destinarla ad un presente e un futuro di sofferenze fisiche e psicologiche.

Non c’è realmente futuro, se non si dà a queste bambine la possibilità di vivere la vita seguendone i giusti tempi.

Servono gli strumenti.

Serve l’amore e la considerazione.

Una bambina è un individuo che ha il diritto alla sua vita, alla sua infanzia, alla pace e alla serenità.

Una bambina ha diritto al suo futuro.

Questo racconto è struggente e drammatico, e dà voce a tante voci che non vengono ascoltate, purtroppo, ancora.

Ma forse qualche animo potrà esserne travolto, forse qualche padre riuscirà a percepire l’urlo silenzioso della propria figlia, quella figlia che è in fondo parte della propria anima e che invece si vuole vendere troppo precocemente a qualcuno.

Allora io dico a questo padre, ascolta la voce silenziosa, l’urlo disperato di tua figlia, prima che sia troppo tardi.

Sii tu la voce di tua figlia, dalle gli strumenti per crescere, o dai a chi può la possibilità di aiutarti.

Un padre sente nel suo cuore cosa è giusto, prima che l’irreparabile si compia.

Al mondo di oggi ogni 7 secondi si sposa una ragazza che ha meno di 15 anni di età

Questo non è un libro fatto di parole, è una voce .. un grido .. un richiamo alle coscienze, perché un bambino va tutelato e difeso e dove, ahimè non arriva la legge, bisogna che arrivi l’azione dell’uomo ..

Perché, rinunciare al proprio futuro è rinunciare a vivere.

E chi siamo noi per negare tale diritto?

Queste spose bambine vanno tutelate e aiutate.

Bisogna lottare per loro.

Bisogna spezzare un circolo vizioso dovuto all’ignoranza, all’analfabetismo, alla povertà.

Bisogna rispettare i diritti di queste bambine e lavorare affinché essere donna non sia più sinonimo di sopruso.

Bisogna educare e sensibilizzare

E il primo passo è intervenire per dotare la famiglia di mezzi economici adeguati, perché spesso il matrimonio precoce è l’ultima speranza contro la povertà, ma che ha conseguenze devastanti per le ragazzine.

Concludo dicendo che …a chi sarà interessato e sceglierà di avvicinarsi a questa lettura..darà una possibilità a bambine come la piccola Aisha, la sposa bambina.

Il ricavato delle vendite del libro, sia in formato digitale che cartaceo, verrà devoluto a favore della lotta contro i matrimoni forzati.

A chi darà un contributo per portare a compimento questo obiettivo grazie al libro, buona lettura.

“Miti, storie e leggende” di Armando Savini, Diarkos. A cura di Alessandra Micheli

Per troppo tempo religione, mito e scienza sono stati divisi da barriere apparentemente insormontabili.

Il mito, la storie e la leggenda erano relegati nella nebulosa zona dell’immaginario, assieme a simboli e archetipi.

Mentre le scienza con i fatti e le teorie da essi ricavati appartenevano di diritto al regno della famosa dea ragione.

Quella che fu la musa di ogni rivoluzione.

Eppure…

Per fortuna ci sono stati filosofi e sociologi che a questa cesura hanno reagito armandosi di ago e filo per ricucire la lacerazione profonda tra due regioni considerate opposte.

Il pericolo era che, in quella zona lacerata si annidasse tutto ciò che ragione e fantasia rifiutava ossia quel collegamento chiamato ombra. Ombra è tutto ciò che rifiutato, che privato della radiosa luce del sole, diviene pericoloso e calamita per emozioni e istinti rifiutati da ambe due gli emisferi.

Chi rifiuta signora ragione diffida e teme la prolificazione di una fantasia che, appunto perché ritenuta perniciosa diventa una sorta di mostruosità tentacolare.

E lo stesso chi rifiuta la ragione deturpa il regno dell’immaginario facendolo diventare ricettacolo di scorie e istinti.

Le ombre sono pericoloso perché non nominate, rifiutate nascoste fatte oggetto di biasimo.

E sappiamo come il rifiuto in fondo rischia di creare mostri.

Istinto e ragione, soprannaturale e meccanico si sono guardati per secoli con odio, sfida e con orrore, uno troppo diverso dall’altro, troppo incompatibile con i precetti che sostenevano le diverse posizioni.

E cosi gli emisferi mentali, immagini speculari dei due diversi universi ontologici sono stati messi in sfida uno con l’altro: chi usava il lato emotivo abbandonandolo per il razionale e vivendo di emozioni lasciate scorrere come cavalli selvaggi, e chi preferiva la mano onnipresente e soffocante della razionalità tenendo eccessivamente a bada ogni altro sentimento.ùwentrambi erano destinati a una lotta impari che rischiava di portarte ogni organismo, mentale, e sociale al collasso.

Fu grazie a Pareto con la sua teoria dei residui e a Gregory Bateson con il suo motto ne soprannaturale ne meccanico che pleroma e creatura si sono specchiati e visti, per la prima volta, scoperti di un volto unico.

Un Giano bifronte impossibile da scindere che veniva soltanto osservato a seconda dall’angolazione dello sguardo.

Ecco che pleroma e creatura divengono aspetti di una percezione che può essere binaria o unitaria.

E questo nuovo paradigma scientifico non può quindi non essere applicato anche a quelle scienze umane considerate un passatempo per intellettuali vanesi e inconcludenti.

Ecco perché il lavoro di Antonio Savini risulta un tassello fondamentale per una scienza con un approccio multidisciplinare che unisce quindi scienze “umane” ai nuovi traguardi della della fisica, della cosmologia e della psicologia.

Se usato questa forma mentis, noi possiamo leggere ogni libro sacro in doppia modalità Sia come un immaginario simbolico dell’esperienza umana a livello psico spirituale ma anche in modo scientifico con un linguaggio adatto ai tempi che poteva sposare la poetica del mito con i dettami, non dogmi, della scienza.

In questo senso persino la genesi può contenere elementi di rilievo cosmologico affatto diversi dalle moderne teorie della creazione dell’universo.

Con le conoscenze che abbiamo a disposizione sappiamo che l’universo si crea quando ha coscienza di esistere.

E’ quell’azione organizzatrice sostenuta da coordinate precisa i cosiddetti numeri di dio che organizza una materia che era quasi solo un sogno nella mente di qualcosa di immenso ma inattivo.

La coscienza è il libero arbitrio sono gli assiomi fondamentali su cui poggia l’intero edificio della scienza e in particolare della fisica quantistica la quale è fortemente caratterizzata dall’esistenza di un osservatore in grado di prendere coscienza in primo luogo di se e poi dei risultati degli esperimenti.

E ancora

da questo principio scientifico ( l’importanza dell’osservatore ndr) ne scaturisce un altro un universo senza una coscienza preesistente rimarrebbe in uno stato indefinito.

Ossia

senza la presenza di un osservatore cosciente, le particelle al più esistono in uno stato indeterminato di onde di probabilità..

Senza qualcosa che organizza dalla disgregazione della materia preesistente (separazione delle acque, creazione del tempo) la vita sarebbe soltanto una possibilità. Ma senza un azione che coordini e progetti tali possibilità non esisterebbe un universo né la terra
la materia primordiale è confusa e concentrata in un punto ad altissima densità e temperatura.

E’ materia ad alto potenziale che va poi a costituire ogni realtà dell’universo.

La realtà del nostro mondo è quindi caratterizzato da un processo di disintegrazione organizzatrice: cioè il cosmo si organizza disintegrando.

E’ in tale contesto che va ripensata l’idea del caos. In un universo singolare e originale il caos ne è parte integrante. La cosmogenesi si effettua nel caos e tramite il caos.

E non vi sembra familiare questo concetto?

In principio Dio creò il cielo e la terra.
Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

E’ un intelligenza capace di separare e nominare ossia far esistere che inizia la storia umana.

E cosi la bibbia, ma come ogni scritto sacro diviene qualcosa di più di una leggenda, di un mito di una favola, ossia diviene la modalità con cui grazie a un linguaggio musicale e ritmato ( poetico) si può indagare il mistero dei misteri l’uomo e il suo ambiente.

E questo modo allegorico, simbolico e ricco di archetipi è capace di contenere più piani di significato, cosi da poter essere scientifico, religioso, sacrale e di iniziazione.

Cosi come il cosmo anche l’uomo deve disgregarsi per potersi evolvere. Basti pensare alla torre di Babele dove l’uomo diventa la verità necessaria al cammino umano.

E’ un libro ricco di scoperte, di suggestioni e di meraviglia, cosi come in fondo è meravigliosa questa nostra avventura in questo mondo strano a volte difficile da decifrare ma che proprio grazie al suo enigmatico porsi alla nostra percezione ci permette di spingersi più in la dei confini limitati della nostra quotidianità.

In fondo

L’uomo incontra Dio dietro ogni porta che la scienza riesce ad aprire

Albert Einstein

“La leggenda della tartaruga” di Michele Scaranello con illustrazioni di Alessia Lenoci, Les Flaneurs Edizioni. A cura di Ilaria Grossi

Sotto una calda coperta, io e la mia piccola Giada decidiamo di leggere assieme una nuova favola con illustrazioni, per la gioia di mia figlia che ama particolarmente soffermarsi sulle immagini.

E così inizio una lettura che ci cattura subito, soffermandomi sui messaggi ben nascosti tra le righe, per insegnare a Giada a “non aver paura dei cambiamenti” e di accettare pregi e difetti.

Calzino è il protagonista di questa favola, è un chelone un piccolo roditore simile ad uno scoiattolo, ama mangiare e saltella e si arrampica sugli alberi alla ricerca di ghiande.

Un giorno incontra Frollina e si innamora, soprattutto delle sue doti culinarie.

Girava voce che un certo Noè, stava preparando una grande nave che avrebbe accolto tutte le coppie di animali prima del grande diluvio universale.

Calzino e Frollina riuscirono a salire e a salvarsi anche se per mancanza di spazio, si ripararono sotto il guscio di una noce e il guscio divenne tutt’uno con il loro corpo.

Un grande cambiamento era in atto per Calzino e Frollina, perché da quel giorno diventarono …

Giada mi ha suggerito di non svelare il finale e ora tocca a voi scoprirlo e vi assicuro che sarà una simpatica lettura per i vostri bambini.

Buona lettura

Ilaria per Les fleurs du mal blog letterario

“La casa al civico sei” di Nela Rywikova, Edizioni le Assassine. A cura di Patrizia Baglioni

Benvenuti a Ostrava il cuore d’acciaio della Repubblica Ceca.

Terza città dello stato, ha costruito la sua fortuna con le miniere di carbone.

Le industrie pesanti che nel secondo dopoguerra avevano invaso la città, oggi sono state chiuse o riconvertite quasi ovunque cancellando quel passato grigio e infestato dai fumi delle fabbriche.

Ostrava ha accettato il progresso, lasciandosi il comunismo alle spalle, tranne che nella Casa al civico 6 di Via U Trati.

La palazzina costruita nel boom industriale, al centro delle fabbriche, ospitava gli operai con le loro famiglie, qui nonostante la polvere nera di carbone ammorbasse le vite dei condomini, la vita risuonava nello stabile: si lavorava, si amava e si allevavano figli.

Oggi di quelle esistenze è rimasto il rimasuglio di un ricordo impresso negli sguardi sospettosi e apatici dei vecchi inquilini e di chi ha ricevuto in eredità un appartamento e non ha alternativa.

Via U Trati è stata abbandonata, gli stabilimenti come imponenti fantasmi fanno da cornice al degrado, alla sporcizia e alla disperazione di chi è rimasto.

Qui si potrebbe svanire e nessuno se ne accorgerebbe.

O forse no.

Martin Prchal è uno studente scomparso da un anno, il suo caso è irrisolto fino a quando Vejnar, un giovane poliziotto della Squadra Omicidi non riceve casualmente la telefonata della madre che si appella ancora una volta alla buona volontà della Polizia. Vejnar si lascia coinvolgere dal dolore della donna e chiede di seguire il caso, d’altronde non ha tanto altro da fare, cacciato da casa dalla fidanzata, bivacca sul divano dell’ufficio e concentrarsi sul lavoro lo aiuta a distrarsi dalla sua situazione personale.

Già dai primi interrogatori si accorge che qualcosa non va nella casa al civico sei, tutti gli inquilini sembrano nascondere qualcosa e i misteri sembrano moltiplicarsi, ad unire con chiarezza i condomini odio e omertà.

Pronti a scagliarsi uno contro l’altro non oltrepassano mai il confine della verità, essa deve essere ricercata sul posto, Vejnar approfitta di un appartamento sfitto al piano terra per indagare e dormire finalmente su un letto.

Ma ogni notte incubi terribili lo perseguitano e al mattino il disgusto lo invade, come poteva Martin Prchal descritto da tutti come un ragazzo buono e onesto vivere in quel posto.

Addirittura il giovane si stava battendo per salvare lo stabile dalla prossima demolizione.

È progettata una riconversione della zona a centro abitativo con nuove case, spazi verdi, ma Martin vede nella casa di U Trati un’importante testimonianza del passato da conservare, anche se gli altri inquilini, convinti di essere trasferiti in case migliori, non condividono il suo progetto.

Forse questo ha spinto qualcuno di loro ad ucciderlo?

Non si sa, ma tutti sono ormai convinti della sua morte.

Perché?

Vejnar bussa ad ogni porta e riceve le stesse risposte che i suoi colleghi hanno trascritto nei rapporti e quando la porta si chiude, il poliziotto esce di scena e protagonisti diventano Štech, la Matuševičová o l’ex calciatore Kieczko.

Un giallo intenso che trasporta il lettore nell’atmosfera della Cecoslovacchia socialista per tornare alla moderna Ostrava, città viva e al passo con i tempi.

La narrazione è fluida, i dialoghi bilanciati e le descrizioni si armonizzano a perfezione allo scritto creando una cornice affascinante e coinvolgente.

Ma è la caratterizzazione dei protagonisti il punto forte di questo romanzo, gli abitanti della casa al civico sei prendono forma, li immaginiamo, li incontriamo con Vejnar e riviviamo con loro la storia che li ha accompagnati in via U Trati.

La Vranovská come loro era arrivata con le migliori speranze ma “la fabbrica di acciaio le aveva offuscato l’orizzonte fino a farle dimenticare che esisteva anche qualcos’altro oltre alle faccende domestiche e al lavoro”.

E nonostante le fabbriche siano spente da tempo, sembra che esse abbiano conservato lo stesso potere di uccidere i sogni, persino quelli della piccola Michala che ha solo otto anni.

Sono proprio i suoi occhi intrisi di dolore a guidare Vejnar verso la soluzione del caso grazie anche all’aiuto di Krityna, nipote della Vranovská.

Il poliziotto rischia la propria vita, ma finalmente si può andare avanti, anche nella casa al civico 6 di via U Trati.

***

Nela Rywiková è nata a Ostrava, dove attualmente vive, nel 1979. Dopo gli studi presso il Brno’s College of Art and Crafts ha lavorato nell’ufficio di produzione di una casa editrice e poi nel campo del restauro. Nel 2013 ha esordito con Dům číslo 6, di cui proponiamo la traduzione italiana (La casa al civico 6) resa possibile grazie al sostegno del Ministero della Cultura della Repubblica Ceca. Del 2016 è il suo secondo libro Děti hněvu (I figli della rabbia), accolto anch’esso con grande interesse.

“Se vince la paura” di Tony Folder, NUA edizione. A cura di Alessandra Micheli

Siamo immersi in un mondo particolare ricco di ostacoli e di problematiche.

Orientarci non è affatto facile.

Ritrovare i punti fermi capaci rendere meno difficile la tortura strada immersa in una assurda nebbia, significherebbe semplicemente non perderci.

E questo oggi ci manca.

Tanti stimoli dalla televisione, alle notizie frutto di un abile e invisibile manipolazione, cosi sottile e cosi discreta da essere sottovalutata con un sono solo notizie.

E in realtà è molto di più.

Dietro ogni avvenimento esiste un universo oscuro fatto di significati che passano tranquilli e si insediano nella nostra coscienza.

Che è in pericolo.

E sapete cosa c’è, quale emozione si cela oggi, più che mai dietro ogni comunicazione, istituzionale o mediatica?

La paura.

Toni Folder come sempre è capace di raccontare il nostro tempo dietro una trama favolosa, piena di adrenalina e ricca id colpi di scena.

Capace di indagare dietro accadimenti apparentemente semplici nel loro atroce orrore.

E’ lo spettro del terrorismo che illumina come dinamite questa nuova avventura di Bliss.

E’ la volontà di spezzare una comunità orgogliosa della sua decantata multiculturalismo che è il ghigno satanico di un male che conosciamo benissimo.

Se vince la prua, la disgregazione è possibile.

Possiamo diventare piccole isole scollegate le une dalle altre e pertanto più indifese.

Non ce ne rendiamo affatto conto.

Ma se vince la pura, se vince il terrore del nemico, reale o immaginario, noi siamo molto più soli.

Siamo prede appetibili di ogni tipo di potere.

Non osserviamo le idiosincrasie nascoste tra crepe di eventi che sono facilmente comprensibili e attraenti per la loro logicità evidente.

Ma la vita è tutto tranne che logica, che coerente, che prevedibile.

Nascosti in quelle crepe ci sono bel altre motivazioni che poco hanno a che spartire con ideologie e fanatismi.

E’ solo denaro.

Potere.

Le solite faccende umane, molto meno misteriose ma altrettanto pericolose.

E’ la banalità del male che Bliss riesce a scoprire.

E sapete perché?

Perché non si accontenta dell’apparenza.

Nell’apparenza è tutto spiegabile.

Tutto fila in un discorso razionale e congruente.

Ma il segreto, la verità, la realtà stessa si cela nei controsensi.

Nel dato stonato che neghiamo perché ci costringe a pensare.

Come sempre Bliss non ha paura della sua mente.

Nonostante sia trotto, sia ferito a morte.

Ma forse è proprio quello a renderlo cosi ricettivo alla vita che gli dice non è ciò che sembra.

Bliss non ha fatto vincere la paura.

E io vorrei, lo vorrei davvero, che non la facessimo vincere neanche noi.

“La pazienza della formica” di Marina Bertamoni, Fratelli Frilli editore. A cura di Alessandra Micheli

Ho conosciuto Marina Bertamoni con il libro la dea della luna.

E già da allora mi sono innamorate di quel suo stile al tempo stesso diretto crudo ma venato di una certa poesia.

Esiste una sorta di malinconia ad avvolgere ogni parola rendendo quasi stridente il caso oggetto della trama e un sognante bisogno di estraniarsi da tutto questo marcio, da questo mondo che risolve conflitti con la vioenza, che non sa più parlare ne raccontarsi.

Ed è questa lacerazione dell’animo che permea anche questo piccolo sfavillante capolavoro.

La pazienza della formica si evolve cosi in un giallo dai tratti noir, capace di raccontare l’ennesima brutta storia di degrado, ma non limitandosi solo al sottobosco dalla malavita e dell’indifferenza.

Ma analizzandolo a trecentosessanta gradi.

Dalla stazione famosa piazza di spaccio della stazione di Milano-Rogoedo allo sfavillante mondo dello star system, ci si trova a toccare il fondo più abietto di ogni uomo.

Ma al tempo stesso la Bertamoni è anche capace di strapparci un sorriso amaro, una riflessione dura ma capace di tagliare il nostro ottuso perbenismo con un coltello affilato: alla fine il vero marcio è forse rintracciabile più nel mondo patinato, quello che si sforza di distinguersi dal marcio delle periferie che nell’abisso stesso dei luoghi in cui la disperazione trova il suo rifugio.

E sono proprio gli ultimi a redimere una vita di sconfitte concedendo a luce un unico, sfavillante indizio….

Come una formica cosi piccola, cosi apparentemente fragile eppure capace di portare sopra di se pesi assurdi, la nostra protagonista Luce Frambelli è capace di riannodare con arguzia e infinita dedizione i fili di un arazzo che è apparentemente senza senso, con eventi slegati uno dall’altro.

Cosa nasconde una morte accidentale?

Cosa lega un povero, invisibile barbone a uno scandalo avvenuto nel passato?

Il velo viene sollevato e il tanfo di corruzione, quella possibile solo davanti a un potere senza scrupoli può scaturire.
E questo tanfo rende ancor più spaesati Luce e i suoi colleghi, troppo toccati dal male, troppo impegnati a non lasciarsi inghiottire dalle sabbie mobili della realtà in cui si trovano a muoversi.

E Luce?

Luce è forse il personaggio migliore uscito dalla penna di un autrice di gialli.

Cosi vera, cosi tormentata, con una grande voglia di verità e la stessa paura di toccarla rischiando di essere scottata.

Ma al tempo stesso cosi forte, tanto da usare il suo malessere, la sua sete di conoscenza per poter andare oltre le apparenze.
E’ un personaggio umano, forse troppo umano, affatto eroico.

Ma al tempo stesso impossibile da non amare e ammirare, cosi come si possono ammirare non certo algidi eroi, ma la gente comune, quella che nonostante le proprie ferite non smette mai di provarci a dare un senso alla sua vita.

Perfetto, elegante, commovente e al tempo stesso adrenalinico, la pazienza della formica è il risultato finale che solo un grande indiscutibile talento può dare alla luce.

“Le necessità del bene” di Massimo Trifirò, Nepturanus. A cura di Alessandra Micheli

Avevo tredici anni quando ebbi la mia prima diatriba storica.

Me lo ricordo come se fossi ieri, alla vigilia degli esami di terza media discussi del mio programma con lacune amiche.

Ero decisa a portare, come argomento storico, la rivoluzione francese, il mio antico amore.

Quel periodo di sfavillanti novità mi affascinava, come il popolo poteva destituire un tre, un governante solo perché non aderiva a dettami presenti in una legge non scritta era per me un elemento di grande suggestione.

Pur comprendendo, anche allora, come essa non fu solo il boato finale di un dissenso, ma il lavorio intermittente di filosofi e forze sociale, da troppo tempo tenute in disparte, quel popolo sovrano, guidato dalla luce di Jean Jqquest Rosseau era una manna dal cielo per me, eterna idealista.

E cosi con ardore da futura pasionaria, difendevo la mia scelta di fronte alle più scontate guerre mondiali.

Erano, a detta delle mie future colleghe, molto più emotivamente coinvolgenti di qualcosa accaduto in quel tempo cosi lontano.

Eppure, ribattei, senza rivoluzione forse non avremmo avuto nulla dalla storia. Forse non ci sarebbe stato uno stato, e forse non si sarebbe mai lottato per la propria autodeterminazione e la propria sovranità.

Era quello che mi affascinava della rivoluzione francese: il diritto all’autodeterminazione, la fratellanza, la libertà in senso politico e sociale ( libertà di sposarsi, di cambiare il proprio status sociale) e l’uguaglianza che in fondo per me diventava equità.

I diritti e i doveri di un cittadino.

Il bene comune e la volontà generale.

Erano e sono i termini con cui effettivamente sono cresciuta.

E sono sempre dell’avviso che per avere uno stato giusto e equilibrato le singole volontà debbano convergere con qualcosa di più alto.

Che durante i miei anni accademici identificai con la Maat egizia.

Che in fondo non era altro che egalitè, fraternitè, libertè.

Peccato però…che i sogni rivoluzionari, quasi tutti si sono infranti sulla barriera della tirannide del fanatismo.

La rivoluzione francese mise il popolo in rilievo.

Era lui a rinunciare a un pezzo della propria sovranità in favore dei suoi rappresentanti che l’avrebbero dovuta gestire in concomitanza con una costituzione che era al tempo stesso sacrale e morale.

Non a caso la Dea Ragione era raffigurata come una Dea redente, un’Iside assisa sul suo trono di stelle, immagine e simbolo di un cosmo con la perfezioni di leggi cosmiche.

Cosi in cielo come in terra

Citava la meraviglia del Corpus Hermeticum.

E quindi la rivoluzione era un atto sacro di ricostituzione di uno stato originario, immagine di qualcosa sopra di noi.

Perfetto e immutabile.

Non certo figlio degli umani.

Ma nessun cielo, nessun valore, nessun ideale si sarebbe nutrito di sangue.

Di passione si.

Si sacrificio del proprio status sociale.

Di rinuncia ai privilegi.

Ma ogni rivoluzione è e deve restare sacra.

Altrimenti, cosi come ben ci spiega Trifirò resta solo una momentanea sostituzione.

Un miraggio in cui tutto sembra cambiare affinché nulla cambi.

Per molti il regno del terrore e la de-sacralizzazione di una Francia annegata nella violenza era una necessità.

Il bene supremo richiedeva mano forte e polso rigido.

Ma è stato solo il modo in cui, chi non voleva la vera libertà, chi non desiderava un popolo consapevole e maturo al comando e custode e guardiano dei sacri valori.

Di chi in fondo usava la scusa della necessità del bene e la ghigliottina per sostituirsi semplicemente, al re.

Manipolando coscienze e rendendo, di nuovo, il popolo massa.

Ogni rivoluzione è stata repressa cosi.

Senza colpo ferire, quasi senza lacrime.

Addio ideali rivoluzionari.

Addio Rosseau.,

Addio bandiera rossa.

Addio.

Ma solo con certi libri che pongono il dito su sbarre di gabbie dorate, ogni rivoluzione potrà rinascere.

E essere restituita alla storia.

Non nego né io ne Massimo ,la necessità di uno stravolgimento radicale degli assetti politico sociali.

Rinneghiamo i corvi assetati di sangue che aspettano all’ombra, nell’oscurità il momento di colpire.

E sapete come?

Obnubilando le coscienze.

Manipolando gli eventi. E rendendo il popolo un lontano ricordo.

Riappropriatevi della vostra rivoluzione.

Perché il bene non ha necessità.

Esso respira e riempie del suo suadente effluvio ogni atmosfera.

Respiratelo.

In barba alle necessità di un bene che non è volontà generale.

E non lo sarà mai.

“Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri, La Nave di Teseo. A cura di Alessandra Micheli

Conosco Enrico Ruggeri come cantautore da una vita.

E mi sono innamorata di tante sue melodie, capolavori in musica come bianca Balena, La notte delle fate e la mia canzone, quella che più mi rappresenta ossia Peter pan.

Ma che sapesse scrivere libri, beh questa è una scoperta recente.

E’ un talento.

E fidatevi, chi ama un cantautore diventa molto severo nei suoi confronti, perché tradire la musica a favore della letteratura non è sempre perdonato.

Scrivere un testo è qualcosa di completamente, almeno secondo me, diverso di cantare le emozioni e renderle poesie tutt’uno con il ritmo.

Quindi credetemi, ho approcciato il libro di Enrico (perdonate, ma lo ascolto da cosi tanto tempo da considerarlo un amico fidato) con molto sospetto.

Avresti avuto la capacità di raccontare una storia nello stesso modo delle tue canzoni?

Avresti avuto la stessa musicalità e la stessa profondità?

Saresti stato cosi originale come nel caso di Contessa?

Non avrei mai tollerato nulla di meno da Ruggeri.

Stessa profondità, stessa capacità di incidere nell’anima tramite parola fatta musica, stessa emozione.

Stesso coinvolgimento.

Se con gli esordienti la mia asticella si abbassa con Ruggeri si alza.

Perché non poteva scrivere nulla di meno poetco o incredibile di primavera di Sarajevo.

E sapete cosa è accaduto?

Mi sono innamorata.

Enrico è amato da ogni musa.

Da Calliope a Clio fino a Euterpe, ognuna di loro l’ha benedetto.
Perché non si sa, non si saprà perché decidono di illuminare un artista invece che un altro.

Ed è quella vera magia: il non comprendere.

Ma un gioco da ragazzi non è meraviglioso solo perché lo ha scritto Ruggeri, come molti invidiosi diranno, e’ meraviglioso perché forse, e sottolineo forse, il suo impellente bisogno di narrare di essere un cantastorie non riesce a esaurirsi.

E cosi è sceso a terra dopo uno strabiliante viaggio nel mondo delle idee e ha preso quello necessario oggi a questo modo disastrato.

Scegliendo uno dei periodi che mi inquieta e al tempo stesso mi affascina di ogni nostra umana storia.

Gli anni di piombo.

Cosi vicini a noi e al tempo stesso cosi lontani.

Cosi troppo recenti per essere compresi e forse analizzati.

Perché una parte del nostro io rimpiange quella capacità assoluta di dare un unico senso a un ideale.

Poco ci importava se fosse combattuto non con azioni ma con le bombe e le violenze che oggi, sono politicamente scorrette.

Eppure ragazzi come noi lo consideravano un gioco in cui sarebbero stati vittoriaosi.

Una nuova alba avrebbe accarezzato l’Italia: non si sa se sarebbe stato il ritorno a una tradizione stantia o a una nuova società improntata sull’equità.

Ma quale tradizione si veste di sangue?

Quale equità potrebbe sopportare un cammino cosparso di cadaveri innocenti?

Non lo so.

Non ho mai saputo rispondere.

Il mio io, attratto dalla ribellione, dalla promessa del nuovo risuona con le parole di studenti che volevano uno stato meno padrone, meno pecore e più popolo.

Ma la mia etica quella che rende più importante l’uomo del sabato non può non ribellarsi.

Erano anni di grandi ideali.

Di grandi sogni.

Ma dietro a quei sogni c’era il mondo marcio del business e dell’interesse. E comandava tanti, troppi ragazzi in cerca di identità.

In cerca di un loro volto che fosse più autentico e meno plastificato.

Oggi in fondo, tutti noi nostalgici perché ai quei tempi si credeva in qualcosa non come ora con i selfie, non ci rendiamo conto che in fondo cambiano le mode, cambiano le chiamate al potere, cambiano i mandanti.

Ma non la radice occulta di ogni arruolamento.

Siamo noi ragazzi di oggi come di ieri a essere usati perché nulla cambi. Ci danno L’illusione.

Della tecnologia cosi come della rivoluzione.

Ma assisi sul trono stanno gli stessi osceni e volgari regnanti.

Quello che uccidono facendoci passare il baratto della nostra anima come un gioco di ragazzi è la nostra fantasia.

Una volta scritto il nome con il sangue su quel contratto, essa non esiste più.

Siamo pedine di un gioco di scacchi assurdo e insensato.

Perché l’univa vera impresa eccezionale è essere normale.

Vivere la vita mordendola e prendendo ogni spazio che ci concede. Finché qualcuno lassù non ci chiama con se.

Ma saremmo stati cosi ingombranti da non poter essere mai dimenticati.

E forse oggi, a quarantanni io preferisco prendermi ogni spazio e non far parte di nessuna cricca, elite lobbies.

Perché la libertà vera, quella non è un gioco da ragazzi.

E Enrico lo spiega perfettamente in un libro che ha il sapore amaro, ma salvifico della verità

Grazie per avermi fatto comprendere che…per esistere bisgona aver voglia solo di volare.

Ogni donna ha un paio d’ali

Chiuse dentro sé

Ponta a certe ascese sconfinate

Enrico Ruggeri

Anzi io aggiungo ogni essere umano.

***

Per te

che hai occupato ogni spazio di questa vita

fino a riempirla cosi tanto

da lasciare un vuoto con la tua assenza.

Una presenza cosi ingombrante

capace di prendersi tutto ma allo stesso tempo di restituire tutto questo con un amore senza confini.

Sei li a ingombrare il cielo e a dar del filo da torcere agli angeli

“La moglie di Ponzio Pilato” di M;assimo Trifirò, Nepturanus editore. A cura di Alessandra Micheli

Una lettura particolare e pertanto straordinaria è quella di Massimo Trifirò.

Con uno stile che abbraccia il rigore scientifico ma al tempo stesso si tinge della scorrevolezza e della poeticità del romanzo, ci accompagna alla scoperta di uno dei personaggi più misteriosi e poco considerati della storia biblica: Claudia Procula.

Che per i profani non è altro che la moglie di Ponzio Pilato.

Si proprio lui, miei cari lettori colui passato alla storia per essersi lavato le mani davanti a una spinosa questione Gesù o Barabba?

Dando vita a una schiera di abili politici che alla sua stessa maniera si sono finti morti come opossum, di fronte a scelte decisive per la storia e per la società.

Ma satira politica a parte, la storia biblica è piena di strani personaggi per nulla positivi che però, grazie ai loro no hanno reso Gesù il Cristo.

Se ci pensiamo è tutto stabilito in un immenso arazzo chiamato destino, ossia il tradimento di Giuda e il io non c’ero di Pilato, elementi essenziali per dare origine al vero punto focale della vita di Jesus ossia la resurrezione.

È pur ritenendo, perdonate la blasfemia, più importante non cosa è successo dopo quanto la sua predicazione (le parabole sono la mappa con cui orientarci nell’intricato labirinto del vivere) non posso non ammettere che il fulcro del cattolicesimo e del cristianesimo sia appunto la capacità di gabbare la morte.

Non è quella che ferma la parabola di salvezza, né la fede.

Ne la verità che si manifesta, appunto quanto tutto sembra perduto: la morte non è altro che l’apoteosi di un mistero divenuto carne e pertanto destinato a vincerla.

Come dice una delle più belle canzoni di pasqua

tu hai vinto il mondo gesù

E in effetti chi non ha paura della fine può essere il padrone della morte. Senza doni tra parentesi.

M;a dietro Ponzio Pilato si annida anche qualcosa di molto più sottile: un universo di compromessi e di diplomazie incapaci di farlo scegliere. Ogni strada, ogni azione avrebbe comportato reazioni più o meno gravi. Per questo, sentendosi forse messo in mezzo Pilato ha deciso Vedetevela voi.

Ma cosa sceglie di raccontarci Masismo?

Non il dilemma di Ponzio.

Non solo i retroscena politico sociali dietro a Gesù.

Ma il dubbio di portata enorme che avvolge la nostra Claudia.

Tutto nasce da un sogno, un semplice viaggio nelle regioni oniriche.

E da quel sogno Claudia nutre dei dubbi sulla reale essenza di questo strano “mago”.

E si espone appunto spinta da questi dubbi in sua difesa, rinnegando, è questa la parte più interessante, tutto quello in cui credeva, il suo ruolo istituzionale e persino la sua cultura.

E’ bastato un sogno per far divampare in lei il dubbio.

E se fosse una vicenda diversa da quella a cui sono abituata?

Se non fosse un mago, un agitatore, un millantatore, ma se il suo intervento avesse davvero come scopo quello di far nascere le coscienze in quegli uomini burattini?

Se fosse davvero non di questo mondo ma proiettato in un universo in cui non esiste più io, la nazione, la convenzione sociale il Sabato insomma, ma solo l’uomo?

Claudia qua si mostra in tutta la sua forza.

Perché dubita.

E dubitando facendosi guidare solo da un intuizione profonda, che parte dal cuore e dall’anima decide di dire anche lei il suo no: no alla sua maschera.

A tutto ciò che la forma non come persona ma come cittadina.

Conoscete un modo migliore per evolversi?

L’essere umano che affida la propria sorte alla visibilità, all’eleganza, al mostrarsi al meglio, al vendersi sui mercati della civiltà al prezzo più alto, deve sapere che di questa esteriorità non rimarrà più niente, nemmeno la cenere, e che il modo migliore per farsi ricordare, anche quando eravamo di carne, è quello di coltivare lo spirito e tracciarne un solco nella coscienza dei propri simili.

«L’esibirsi della vita così com’è perché non è in grado di essere diversa da ciò che è.»

«Come dici, signora?»

«È la sua peggiore rappresentazione, ancilla: quanto di più scadente una compagnia di guitti possa recitare sul palcoscenico della realtà.»

E’ nello spogliarsi della sua regale apparenza che Procula compie il vero unico miracolo della fede: ascoltare la voce profonda che si agita nelle regioni ctonie di noi stessi.

E forse la risposta è dov’è la verità può essere oggi una: la verità è dietro il mantello con cui adorniamo la nostra figura istituzionale, sociale, politica, dietro la maschera di Pirandelliana memoria, dietro le aspettative di ruolo, dietro la paura di perdere le sicurezze.

Dietro un no uscito dal cuore e che si riversa in uno straniero che, con il suo esempio e le sue parole fa vibrare corde sconosciute del nostro animo.