Anteprima. “Storia di un amicizia coraggiosa” di Laura Fogliati, Panesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Uno dei miei brani preferiti di Roberto Vecchioni (già vi vedo sbuffare eh miei lettori) è senza dubbio comici spaventati guerrieri. Credo che mai brano sia più adatto per descrivere non solo lo spaesamento dei nostri ragazzi, ma sopratutto la società che li ospita.

E mi spiace dirlo, sarà ultra tecnologica, sarà una società che è stata capace di grandi conquiste sociali e politiche, ma per eseguire il balzo in avanti nel progresso scientifico, ha sacrificato sull’altare del successo tanti, troppi valori.

Anche i libri oggi non fanno altro che celebrare effimeri concetti, che hanno come punto focale l’essere strepitosi, eroi, punte di diamante di una società che ci appare brillante e seducente. Essere perfetti, almeno sulla forma.

Quanto alla sostanza, beh dubito che si sappia davvero cosa sia.

Questo inneggiare al consumo precoce, questo reiterare un assenso silenzioso alla venerazione tacita del potere, lo ravvisiamo in tutti i media che sono i primi enti socializzatori dei giovani.

Programmi, serie TV, reality, in cui è tutto a portata di mano, in cui conta apparire, in cui il possesso striscia furtivo nei solchi di quelle menti paragonabili a bianchi fogli luminosi.

E basta una distrazione perché si riempiano di ghirigori senza senso, piuttosto che di storie incredibili che inneggino alla forza della quotidianità.

Oggi il vivere comune, quello dotato di semplicità e al tempo stesso di uno spessore difficile da rendere pubblico ( è più facile postare la foto di un evento, di una festa piuttosto che della sensazione di pura serenità che ci dà l’essenzialità di un tramonto) è abbastanza svalutato; si rischia cioè di scambiare la tranquilla routine senza terreni scoscesi, e impervie, ripide discese perigliose, con la banalità. E questo ci rende decisi e orrendi , mi si lascia dire, modelli per quei giovani che si sentono oggi persi, spaesati, immersi in un mondo tutto da scoprire.

Ecco perché ritengo indispensabili porre alternative ai modelli di oggi, quelli che prospettano il successo come unico idolo da venerare, quelli che raccontano che è il potere, la capacità di sottomettere l’altro ai nostri desideri, l’unica vera strada per essere felici.

Quella della Folgiati è una storia intensa e al tempo stesso semplice (che meravigliosa parola la semplicità, cosi carica di significati profondi e cosi poco attenta alla forma) può dare ai ragazzi più spunti di riflessione di quanto potrebbe fare una lunga sterile lezione.

Storia di un amicizia coraggiosa è proprio questo: il coraggio di sperimentare e di provare a cambiare interpretazione al nostro oggi. Di provare un qualcosa che non si vende su Ebay ma ci è stato dato in dotazione da quel dio sconosciuto: compassione e empatia. Michele è il simbolo di tanti nostri ragazzi.

Si sente diverso, e forse terribilmente solo in quel difficile e spaventoso viaggio che è l’adolescenza.

E’ un piccolo ibrido, né uomo né bambino, è pronto a spiccare il volo ma ha pochi sicuri, e certi riferimenti.

La sua scelta è tra il conformismo e l’esclusione.

O almeno è quello che sembra emanare in ogni pagina.

Michele è un vulcano di energie, una mente acuta e curiosa, che però non sa quali strade intraprendere per sviluppare quegli straordinari talenti.

Ecco i ragazzi di oggi.

Pieni di possibilità, dotati dall’evoluzione di una mente agile e piena di risorse, ma senza una mappa con cui imparare a scoprire il proprio territorio.

Michele si isola, buttandosi a capofitto nella sua passione, costruendosi un mondo incantato tutto suo, però, poco aderente alla realtà.

Immagina, sogna e progetta.

Vuole conoscere ma non sa COME conoscere.

E non è un caso che questo splendido archetipo di giovane sia appassionato di…volatili.

Eh si, in questo libro straordinario non ci sono gattini né canidi, ma ci sono loro, gli uccelli.

E perché è rilevante questo dettaglio?

Perché il simbolo che essi potano con se è fondamentale non solo per l’esistenza dei ragazzi, ma per la nostra.

Ricordate l’agghiacciante film di Hitchcock uccelli?

In una normalità quasi sonnacchiosa, improvvisamente i volatili paciosi divengono armi assassine, pronte a ferire a morte l’uomo. L’uomo dominatore, l’uomo costruttore di mondi e significati diviene lui la vittima e il bersaglio.

E sapete cosa significa?

Gli uccelli nel simbolismo rappresentano….i pensieri. Rappresentano l’anima e le energie che la nutrono.

E per dirla con la teoria celtica, l’anima sapete dove è collocata?

Nella testa.

Mente, pensiero e anima.

Sono le basi su cui si sviluppa la vita umana.

E qualora il pensiero stesso, le energie che lo animano e che formano quel qualcosa che ci rende i custodi della creazione, non sono perfettamente integrate, non sono conosciute, o sono represse come nel film del grande maestro, divengono armi capaci di distruggersi. E cosi il nostro Eroe curioso, deciso a conoscere proprio i volatili dai mille colori, dalle mille forme e dalle diverse abitudini, decide di rinchiuderli in una grande voliere.

Le emozioni, i sentimenti, insomma le Energie che ci rendono speciali, spesso sono rinchiuse in gabbie dorate, e noi siamo li a osservarle, in un ambiente protetto, quasi ovattato.

Decisi a divenirne amici.

Peccato che privare della libertà un qualcosa, seppur con ottime intenzioni, significa snaturarla.

Porre un vivente o anche un pensiero, dentro il circuito chiuso di una costruzione, che sia gabbia o concetto non ce lo fa conoscere. Ma lo rende ancora più distante.

E nemico.

E perciò ostile.

Gli uccelli che Michele rinchiude nella voliera sono si riveriti e curati, ma non riescono a esprimere la loro vera natura, perché inseriti in un contesto artificioso.

Ed è in quel momento di chiusura, di frustrazione, grazie alla magia che contraddistingue la nostra capacità di imparare, Michele riesce a sentire la voce dei suoi prediletti.

Riesce a comunicare con loro.

E sapete perché?

Perché la sua intenzione positiva, seppur espressa in modo poco proficuo, lo rende idoneo a sperimentare uno dei più begli eventi del ciclo vitale: imparare.

Michele apprende.

E apprendendo cambia.

Dal possesso passa alla meraviglia e all’amore, la basa essenziale per creare ogni rapporto sano.

Ed è in quel magico momento che Michele si arricchisce di valori, di una diversa interpretazione della vita, della sua esistenza e di quella del mondo in cui vive.

E si apre all’esterno.

La sua passione non diviene più un rifugio, diviene lo strumento di conoscenza per continuare a imparare, e re-imparare in un costante flusso vitale.

Michele non assimila solo a vivere nel macrocosmo (ambiente) non impara solo a lasciare che l’amore scorra.

Michele impara a parlare con i suoi pensieri.

E a farci amicizia.

Perché senza fare pace con l’inconscio, senza volerci bene, senza rispettare noi e la nostra complessità, non potremmo mai rispettare l’esterno.

Come come dentro cosi come è fuori,

diceva la bellissima filosofia ermetica.

Ed è questa che la bravissima Laura Fogliati con una semplicità ricca e feconda, ci ricorda.

Ecco che il suo libro non è solo per i ragazzi, ma per tutti noi che abbiamo scordato chi siamo, troppo impegnati alla ricerca inammissibile.

Dell’irraggiungibile.

E magari questo momento di riflessione, di incanto, ci porterà a conoscerci e capire che spesso il nostro tentativo di amare non è altro che possesso.

E il possesso ci preclude un intero mondo di bellezza.

Semplicemente, non avevi mai provato a metterti nei loro panni. Assecondavi solo l’egoismo che ti spingeva a possederli. Ma non abbiamo a che fare con dei trofei… sono esseri viventi,

Ecco.

Noi non viviamo in un eterno reality, fatto di vinti e vincitori.

Di voti da casa per giudicare la nostra fruibilità sociale, la nostra avvenenza esteriore, il nostro indice di gradimento.

Viviamo in un cosmo con le sue regole, i suoi legami.

E noi ci siamo immersi, ne facciamo parte.

Allora non ingabbiate i vostri pensieri, lasciateli volare.

Magari vi parleranno e diventeranno non più dei mezzi per ottenere qualcosa, ma i vostri migliori amici.

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Anteprima. “Little girls” di Ronald Malfi, Triskell Redrum. A cura di Alessandra Micheli

 

Uno dei generi che non ha conosciuto crisi e neanche lo stravolgimento tecnico tipico di questi anni convulsi, è la ghost stories. Questa tipologia di libri, resta intatta nei secoli, con la sua caratteristica ricchezza di adrenalina certo, ma anche frutto di annose domande che da sempre accompagnano questa nostra sofferta evoluzione e che riguardano ovviamente, signora morte.

Cosa c’è dietro il velo?

Cosa accade allo spirito una volta che la signora scheletrica con la falce decide di tagliere il filo del nostro destino?

La morte, assieme alle parche decide quando e quale conclusione può avere la nostra avventura terrena: dopo lo strappo non c’è che un lungo immenso mistero, il vuoto che è ovviamente arricchito da domande.

E le ghost stories, le storie di fantasmi non sono altro che tentativi per esorcizzare l’oscura paura del dopo, e seppur terrificanti, hanno in sé la scintilla della speranza che, giunti al capolinea, qualcosa di noi rimarrà.

Il problema è cosa resta, se buoni sentimenti, se vendetta o se dolore senza fine.

Ecco che da questa concezione della fine nascono i nostri racconti che divengono stimoli per migliorarsi come il famoso Canto di Natale di Dickens, dove la morte arriva per insegnare in fondo la vita. Oppure orrori indicibili, fatti di odio e vendetta come nel bellissimo libro Anna vestita di sangue. In quel caso la morte è la nemesi dell’atto malvagio per eccellenza l’omicidio e il fantasma diviene un crudele e orrorifico riparatore dei torti subiti.

Il discorso sui peccati rappresentati dall’ombra dei trapassati, lo ritroviamo anche in Janet la storta del nostro buon vecchio Robert Louis Stevenson. In questo testo la vecchia Janet, rea di avere un ruolo di strega ossia di diverso nella morigerata società bigotta, avanzerà con il suo passo claudicante verso il reverendo Soulis, sottoposto alla prova massima di fede in grado di mettere a repentaglio la sua solidità morale: confrontarsi con il non detto e con il mondo del peccato. Come Giobbe davanti al congresso dei giusti, egli affronterà l’orrore, cercando di tenere la fede salda. Se ci riuscirà o no lo scoprirete soltanto leggendo.

Ecco che il senso della colpa, nonché un certo tentativo del divino di mettere alla prova il probo e il retto, facendoli incontrare con i segreti sussurrati della tomba, diventa un mezzo per rendere il peccatore redento, nonché tema ricorrente nei nostri racconti.

Questa paura del trapassato diventerà profondamente mentale sfiorando il fantasma come simbolo della mente in bilico tra follia e sanità nei favolosi racconti di Ambrose Bierce. Ecco che i fantasmi si epurano dalla tradizione e divengono veri strumenti di indagine junghiana.

Altro fattore interessante di queste stoire è sicuramente il rilievo dato dal contesto sociale e ambientale, tanto che la Newton e Compton creerà nel lontano 1994 una raccolta di valore sociologico inestimabile, sottolineando non il lato sovrannaturale dei fantasmi ma piuttosto il loro contesto particolare: ritroveremo in esse, le specificità di ogni paese, dall’Inghilterra, all’Irlanda, dalla Francia, passando per la Germania fino all’Italia, per approdare all’America con la sua particolarità di essere una sorta di melting plot delle sopraccitate nazioni. Se riuscirete a impadronirvi di questa raccolta vedrete che ogni paese racconterà le storie di spiriti in maniera totalmente diversa ponendo rilievo e accento di volta in volta all’elemento orrorifico, tradizionale o puramente psicologico.

Dopo questa lunga digressione ( me ne dispiaccio se avrò annoiato qualcuno) possiamo ora analizzare in modo più preciso il libro Little Girls di Maffi. A che categoria appartiene?

La storia è principalmente devota alla scia di Bierce ponendo l’accento sulla colpa, sui segreti e sulla critica sociale. I fantasmi ivi citati non sono mostri ma sono residui di azioni malvagie accettate e mascherate dal silenzio complice di una cittadina. Non a caso il filone di Maffi appartiene alla grande letteratura americana, quella che racconta sia le speranze ma anche la decadenza di un America che in fondo, tradisce se stessa.

In littel girls, I segreti non sono per apprendere.

Ma sono contaminazioni di un male che è molto più concreto della colpa rappresentata dai suoi predecessori: non si tratta di disquisizioni teologiche ma di veri e propri strappi e lacerazioni nel tessuto sociale che considera il potere e la ricchezza, una sorta di attenuante della perversione. In un paese quasi stantio, fermo e immobile, il signorotto di turno, protetto dall’alone di rispettabilità acquisito non per meriti ma per la sua evidenza posizione privilegiata di nuovo ricco, può in totale libertà sfogare i suoi bassi istinti, restando impunito.

Quello che ha seminato, però, è fondamentalmente marcio e resta come emblema e prova della sua atroce colpa.

Il silenzio lo protegge.

La consapevolezza che la sua parole è legge lo tutela dalla nemesi, che eccessivamente soffocata sboccerà in tutto il suo terribile potere.

Del resto se coltiviamo il nostro terreno mentale con il marciume non può non nascere che orrore e malvagità.

E’ sotto il perbenismo che si nascondono le perversioni, l’inaccettabile decadenza dell’essere chiamato uomo, quando abbraccia la folla e il male. Sono i più probi cittadini che fanno del perbenismo una tetra facciata sotto cui nascondere azioni peccaminose, cosi disgustose, in grado di avvelenare l’aria e contagiare anche le menti più apparentemente equilibrate.

Soffocare sempre ogni voce che potrebbe mettere a repentaglio la stabilità acquisita, il non vedere, l’uccidere la voce che dissente, ecco di cosa parla nel profondo questo libro. Con una cadenza lenta, ma implacabile la pazzia, la follia e la volontà di tenere segreti taciuti, ci avvolge come un gas nocivo facendoci comprendere come la pazzia, l’orrore in fondo non sono dell’altro mondo, ma di questo privo di vere regole di convivenza civile e soprattutto di una vera empatia per l’altro. Troppo avvolti dalle soffocanti coperte del privilegio tanto da esserne assurdamente assuefatti. Privarsi di questa coltri è impensabile, bisogna assolutamente far tacere.

Ecco che la gohst stories di Maffi non fa altro che cercare di esorcizzare l’orrore celato in ognuno di noi. Quello di cadere dall’altra parte, nell’abisso, nel vortice della pazzia. Siamo acrobati che camminano su un filo sospeso in un baratro oscuro. E camminiamo attenti e tremanti, tentando di non guardare sotto di noi, perché lo sappiamo, lo sentiamo nella pelle che se guardiamo l’inferno esso ci restituisce uno sguardo ammaliante. E ci chiama, con una voce suadente, cantilenante, ci carezza con mani gelide a cui non possiamo resistere e basta una distruzione, un solo passo falso per farci perdere per sempre

E’ una storia in cui la redenzione non si realizza soltanto dando sollievo alle vittime, perché il silenzio, la volontà di non vedere, di continuare la vita di ogni giorno, l’incapacità di gridare no, lega le anime e le rende soggette al contagio.

Perché se il male non si denuncia, non si combatte diviene un cancro pronto a divorare l’organismo sociale.

Stile impeccabile, influenzato dai grandi autori, ma capace al tempo stesso di liberarsi delle vecchie e oramai sorpassate regole tecniche per sperimentare uno stile tutto personale, lento, seducente e ricco di immagini e suoni. Maffi riesce a far rivivere la storia proprio attraverso l’uso delle tecniche letterarie capaci di far lavorare sensi diversi da quelli visivi, concentrandosi sul tatto, sull’odorato e sui suoni. Striscianti, lievi eppure assordanti. Nel testo si avverte parola dopo parola l’odore nauseabondo della decomposizione, dello stantio e della paura. Tessendo un incanto oscuro tiene avvinto il lettore in una sequela di immagini sempre più soffocanti, fino all’ororrifico epilogo finale.

Non c’è redenzione in questo testo. Forse esiste l’avvertimento: possiamo beffare la vita ma mai e sottolineo mai, la nostra coscienza

Anteprima. “Romanicomio” di Vincenzo Romano, self publishing. A cura di Andrea Venturo e Alessandra Micheli

 

Un libro, due interpretazioni differenti eppure complementari. Quasi simboli di universi distanti eppur necessari uno all’altro: quello maschile e quello femminile. Due poli che si attraggono e dalla cui compenetrazione non può non nascere la creatività, la crescita, l’immaginazione, in sostanza la vita.

Ascoltiamo le voci dei nostri due recensori che omaggeranno le cangianti sfumature del testo di Vincenzo Romano

Buona lettura.

Il blog Les fleurs du Mal

 

 

Il duro mestiere del genitore. A cura di Andrea Venturo

Il titolo è una crasi tra il cognome dell’autore e quello che è un sinonimo di “gabbia di matti”.
Credo riassuma, più di qualsiasi sottotitolo, il contenuto del libro e che solo un padre con un’esperienza simile o superiore possa comprenderne appieno tutte le sfumature.

Per tutti gli altri ci sono il sottotitolo “Storie di figli, pensieri di papà” e la quarta di copertina a togliere ogni dubbio.

Il libro  si legge molto in fretta, bastano un paio d’ore di relax, ed è rivolto a chi ha intenzione di mettere al mondo un bambino o ne ha già uno e vuole fare il secondo. Chi è andato oltre dovrebbe già conoscere tutto ciò di cui si parla e/o avere molto altro da dire al riguardo.

Con uno stile franco e colloquiale Vincenzo Romano pone i riflettori su quella figura che, con l’arrivo del bebe’ in casa, passa inspiegabilmente in secondo piano: il papà. Affronta i luoghi comuni della genitorialità smontandoli con esempi pratici provenienti dal proprio vissuto: ha tre figli e un grande spirito di osservazione. Pone l’attenzione su quelli che sono alcune colonne portanti della puericultura come il parlare assertivo (evitare come la peste i “non si  fa, non si deve, non si cerca… ecc… ), l’uso razionale dei divieti da associare solo ai pericoli reali, la condivisione delle regole e la guida attraverso l’esempio, l’uso razionale dei nonni sono solo alcune delle perle che Vincenzo mostra di aver ben compreso e messo in pratica nel corso degli anni.
Nonostante la brevità del testo (o forse grazie ad essa) si comprende bene che il mestiere di genitore è semplice, ma non per questo meno difficile e impegnativo.

Dal mio punto di vista (privilegiato: anche io sono papà di tre bambini) posso dire che dovrebbe leggere questo libro (e uso il verbo  dovere con cognizione di causa) chi figli non ne ha e magari sbuffa quando, durante una cena con gli amici, vede dei ragazzini scorrazzare per il ristorante o piangere a squarciagola sovrastando ogni altro suono nella sala al punto da invocare il cartello “no kids” affisso sulla porta d’ingresso.

I bambini sono persone (e qui cito volentieri l’autore) e come tali vanno trattati e l’articolo 3 della nostra costituzione è piuttosto chiaro in materia. Di recente è stato tolto il divieto d’accesso ai cani dai locali pubblici (il padrone risponde di eventuali danni) figurarsi se è possibile imporlo ad un essere umano, ancorché molto giovane.

Diventare genitore comporta, per una persona, una serie di trasformazioni non indifferente: si diventa più forti, più capaci, più resilienti… una specie di supereroe che nulla ha da invidiare a quelli del grande schermo. Il libro mette bene in chiaro, con esempi e citazioni di testi ben più autorevoli, come questa trasformazione avviene e cosa succede quando un uomo diventa padre che sia pronto o no.

Comprendere questo semplice concetto è, inspiegabilmente, difficile e Vincenzo riesce grazie al suo modo, serio e scherzoso allo stesso tempo, nell’impresa di far sorridere chi i figli li ha già e far riflettere chi invece finora non si è posto il problema.

 

 

 

Educare. La difficile strada verso la libertà. A cura di Alessandra Micheli

Sono convinta che le frasi che toccano il cuore e i momenti più belli, quelli magici e irripetibili, non siano accompagnati dalle lacrime ma dai sorrisi.

A volte sono adornati da risate così cristalline da ricordare l’allegro scampanio dei sonagli di Natale. (Non a caso uno dei libri più calorosi e immediati, ma al tempo stesso dotati di profondi significati morali, come Il grillo del focolare di Charles Dickens, apre con una scena che strappa un sorriso radioso. Una favola classica che restituisce alla festività l’identità originaria di rinascita dell’anima, a discapito della connotazione commerciale di cui è stata rivestita e che la snatura).

Il Natale sa di famiglia, di piccoli gesti, e dovrebbe avere il sapore della semplicità e della genuinità tipica dei bimbi.

Infatti, è grazie a quell’involontario curvare delle labbra che spesso si apprendono le lezioni più importanti. Ci consente di scavare riportando alla luce i messaggi etici basilari, quelli che gettano le vere fondamenta del vivere civile. Questo perché sposta il centro del discorso verso un livello meno impegnativo, restituendo levità a responsabilità enormi, a critiche sociali in grado di sfaldare ogni status quo, e a ogni granitica certezza.

È il classico escamotage dello spostamento percettivo: beffiamo le resistenze naturali al cambiamento, del nostro carattere e della nostra umanità, abbracciando il reale con un sorriso. Lo si priva di ombre e, decontestualizzandolo, innalziamo il livello di apprendimento che, senza accorgercene, ci catapulta verso il prossimo gradino del salto evolutivo.

La leggerezza, che è altro dalla superficialità, aiuta sempre: azzera le paranoie senza rinunciare a una lucida e disincantata visione dell’oggetto osservato; si libra a mezz’aria ma non per questo risulta meno profonda e incisiva.

Ci affianca perché siamo, nonostante i progressi scientifici, i soliti uomini impietriti davanti all’ignoto, soprattutto quando siamo privi della torcia capace di scacciare le semioscurità maligne.

Dinnanzi a eventi che stravolgono la stabilità acquisita, siamo al pari di creature primitive in balia di un mondo intellegibile e difficile da decifrare.

Ecco che il sorriso sincero distrugge l’orco e smitizza i fantasmi della mente, un po’ come ci racconta J. K. Rowling nel suo libro Il prigioniero di Azkaban.

Come si combattono i Mollicci, orribili creature capaci di incarnare le più profonde paure che custodiamo nel nostro intimo?

Con la risata: semplice e miracoloso dono divino.

Ridicolizzare la paura le toglie potere su di noi e la costringe a tornare nell’angolo buio dell’armadio in un cui è relegata, e dal quale ci sussurra.

Probabilmente è proprio perché la nostra esistenza è nata dal frammento della risata di un dio; o forse siamo noi stessi parte del sorriso dell’universo, felice di essere semplicemente ciò che è, ma è senza dubbio un invito importante che ci insegna che la paura è solo un altro filtro con il quale decidiamo di guardare il mondo, se glielo permettiamo.

E secondo voi qual è l’evento più traumatizzante e meraviglioso per un essere umano?

Ve lo svelo in un orecchio: diventare genitori.

Dare alla vita un essere che si deve formare, ma che nasce già con una propria coscienza, è qualcosa di terribile e maestoso che può lasciarci senza fiato. E questo vale per la donna, protagonista di stravolgimenti fisici ed emotivi verso qualcosa da amare che conduce anche all’estremo sacrificio di lei stessa, ma anche per l’uomo che, da egoico essere narcisistico (diciamocelo, lo siamo un po’ tutti), diviene un faro che DOVRÀ illuminare la strada di qualcun altro che a lui si affiderà fiducioso e indifeso.

Ma un bimbo non è solo un cucciolo da proteggere, è anche una mente da nutrire perché divenga, come dice Gibran, freccia in grado di colpire il centro della vita.

Se per le madri si sono spese montagne di parole, per i padri è diverso. Nonostante la cultura patriarcale in cui siamo immersi, nel caso della genitorialità, l’uomo è spesso “discriminato”.

Forse perché è incastrato in questo strano sistema autoritario che lo pone sia al vertice della creazione, ma che lo esclude al tempo stesso.  Dotato della capacità suprema di nominare l’universo a lui affidatogli e di attribuire, quindi, ordine e forma alla realtà regalatagli al momento dell’atto creativo, è signore e padrone messo in cima della gerarchia valoriale di un sistema società che ha bisogno, sempre più, di dominati e dominanti. La donna, in questo disegno, è relegata al ruolo di nutrice con il compito, spesso bistrattato, di perpetuare la specie e, con essa, di tramandare attraverso la maternità i valori fondanti il sistema sociale. L’uomo detta le regole e la donna le applica.

Questo distacco genitoriale del padre lo si scorgeva nell’usanza, in via di sparizione, di considerare il parto una cosa da donne. Esserne stati esclusi a lungo permetteva di percepirlo come qualcosa di estraneo da loro stessi, che non li coinvolgeva attivamente, non così importante da assolvere altre funzioni al di fuori di quella intrinseca, e nè necessario allo stesso ambiente che incoraggiava l’importanza del mantenimento del ruolo.

Il maschio aveva compiti più importanti che assistere faccende prettamente “femminili”, lo distoglievano da obiettivi più

sommi: prosperare, crescere, e acquisire sempre maggior potere.

Questa mentalità creava, e crea, un grande scompenso nella famiglia, specialmente ora che i suoi assunti principali vengono messi in discussione dall’evoluzione sociale e mentale che oggi ci rende spettatori.

La famiglia non è più così gerarchica: i sistemi educativi tengono conto dell’individualità, della specificità umana e del talento. Le potenzialità diverse divengono importantissime per non far morire tutto il progresso che abbiamo faticosamente conquistato, apportando nuove energie e una ventata di freschezza su un mosaico stantio e polveroso.

Ma, soprattutto, la Teoria del gender mette a rischio i ruoli così nettamente separati di uomo/donna, facendo sì che la coppia debba trovare nuove modalità di contatto e di sviluppo.

Tranquilli.

Citando il gender non intendo dire che sono spariti i generi sessuali biologici: esistono ancora tanto che la riproduzione è ancora possibile. Intendo dire che la percezione di cosa DEBBA essere un uomo e di cosa DEBBA essere una donna viene messa in discussione. Donne e uomini divengono anch’essi maschere sociali limitate dalla volontà di definire, controllare e ingabbiare le potenzialità umane. Questo significa che, in una famiglia, bisognerà non solo ripensare al modo con cui si interagisce con l’altro, ma anche a come le diversità possano e debbano essere una componente amalgamante non più in senso verticale ma in orizzontale, non più come dominato e dominante ma coesi in una logica cooperativa.

E il libro di Vincenzo Romano parla proprio di questo.

Racconta con una notevole verve la sua esperienza, unica e sicuramente personalissima, di uomo che ha dovuto reinventarsi per vivere appieno, e in modo più profondo e fecondo, il proprio rapporto con i figli. Un qualcosa che lo mette certamente in discussione, che lo porta a distruggere tanti preconcetti e a ritrovare una diversa dimensione, molto più valida, coraggiosa e importante all’interno del suo nucleo familiare. Mamma e papà non sono nettamente divisi: si compenetrano, si compensano e, più che dividersi ruoli, riescono a ricoprire in perfetta sintonia, di volta in volta, le tessere scoperte del loro personale unico mosaico.

Mi spiego: la divisione netta dei ruoli presuppone una rigidità del sistema impossibile da mantenere dinnanzi al miracolo della vita.

I figli ci osservano, imparano, e crescono assieme all’esempio che diamo loro. E imparare che ci sono cose da uomo e cose da donna, non è un bene per un corretto sviluppo psico-emotivo. Imparare, invece, come racconta Vincenzo Romano, l’abilità della condivisione e dello scambio è  importantissimo. L’uomo sarà, infatti, a volte sostegno e a volte da sostenere, diventerà il perno attorno a cui la donna potrà muoversi andando a ricoprire le lacune nel suo eccesso di amore. Così, il padre diviene multifunzionale, capace di essere complice e educatore, severo ma al tempo stesso morbido, interpretando con la compagna una sorta di danza rituale in cui ogni movimento è ben armonizzato e sincronizzato con quelli dell’altro.

Vincenzo Romano non consiglia ma racconta, lo fa con apparente frivolezza ma donando rare perle di saggezza con una dote inconsueta: la meraviglia della rivelazione continua.

Pur essendo un uomo fatto, non perde quegli occhi pieni di incanti che sono tipici delle anime pure. Conosce l’enorme responsabilità del ruolo ma la sa vivere con leggerezza, muovendosi con un’eleganza soffice tra i diversi, duri, e tosti impegni.

Quello che ne esce è un libro fresco e commovente, ritratto di un uomo che non ha paura delle proprie fragilità e debolezze, che sa essere sia arco che freccia, che non si chiude alla vita ma ha intenzione di evolvere assieme a essa. Un uomo che ha capito come un figlio sia qualcosa di più che una diramazione del proprio essere, una creatura viva che muta ed evolve, che ha una coscienza individuale da coltivare, una propria personalità, e una propria specificità.

È nell’onorare la bellezza della diversità che si incentra il vero segreto dell’educazione. Sapere che essa non è una prigione rigida ma una strada piena di possibilità da elencare con entusiasmo e serietà al proprio pargolo.

Io spero due cose: che leggendo questo libro possiate vivere la genitorialità in modo più sano, ma anche che possiate trovare un’idea di uomo molto più sfaccettata, vera e complessa; che si discosti dalle tante millantate immagini patinate che oggi vi propinano per gabbarvi.

Buona lettura.

Anteprima: “L’oscuro caso delle luci di Roccaverde” di Claudio Vastano, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ammetto. Sono letteralmente innamorata di Caspar Pestalozzi e di conseguenza provo una venerazione assoluta per il suo creatore, Claudio Vastano.
Le motivazioni di questa profonda ossessione per lo strampalato detective, risalgono agli anni della mia formazione letteraria quando, da ragazzina, divoravo tomi e tomi di gialli. Ebbene sì, invece di aver coltivato sin da subito la passione per i saggi – quella venne in un periodo successivo, nei fecondi anni della mia formazione culturale giovanile – ero una divoratrice dei romanzi di Doyle (possiedo ancora una rara edizione de “Il segno dei quattro”), di Auguste Dupin – personaggio antesignano del famigerato Sherlock nato dall’oscura fantasia di Edgar Allan Poe – dei gialli di Agata Christie, di Simenon, di Rex Stout e di Chesterton. Ognuno di questi grandi autori, perfetti a livello stilistico e strutturale, diedero vita a indimenticabili detective, come Padre Brown, Maigret, Nero Wolfe e ovviamente Miss Marple e Hercule Poirot. Personaggi geniali, dissacratori della società dell’epoca (basti ricordare come l’adorabile padre Brown fosse nato come mezzo per deridere il pensiero meccanicistico della Chiesa Anglicana) ma soprattutto dotati di sottile sapienza psicologica, conoscenza della natura umana e capacità deduttive fuori dal comune.

Eppure, lasciatemelo dire, nonostante il profondo amore per quella loro metodologia di indagine che anticiperà di anni la geniale idea di Carrisi sul dato che stona nello scenario rigidamente coerente dell’azione criminosa, erano…antipatici. Sherlock era un pomposo snob, tronfio e pregno di idiosincrasie che sfioravano l’ossessione. Dupin un arrogante convinto, Maigret eccessivamente logico e tremendamente razionale, miss Marple una vecchia pettegola e impicciona, apparentemente adorabile ma irritante con quella sua finta aria da svampita signora di campagna. E non parliamo di Poirot, odiato persino dalla sua mamma (in un saggio del 1945 la scrittrice si sperticò in lodi verso Sherlock ma definì il suo personaggio una persona noiosa). Uomini simbolo di una giustizia che brilla, che mettono ordine in contesti disordinati, in un marasma moderno caratterizzato da patologie e devianza e che forse, dovevano assurgere a ruolo di educatori di una popolazione che rifuggisse il crimine, aborrendolo in virtù di un senso della bellezza, dell’armonia che andava dalla scienza pura, all’accettazione del ruolo sociale (Miss Marple) alla autoglorificazione del cervello rispetto alla banalità del male. Lo stesso Poirot ci insegna:

 

L’omicidio è un’abitudine

che eleva i gusti dell’uomo superiore verso altre raffinatezze, altri piaceri estetici, come persino il cibo e il pensiero che, proprio in Poirot, raggiunge i massimi livelli. Fantastico certo. Ma sicuramente lasciava a me, comune mortale, un senso di vuoto, una sorta di disagio per la loro elevata statura morale che mai avrei potuto raggiungere. Simboli di una giustizia che non poteva passare assolutamente dal mondo letterario a quello fisico, materiale, troppo preso a combattere contro una vita che seguiva le strade della sopravvivenza, del consumismo e della faciloneria culturale.
Pestalozzi è diverso. Pur dotato di una notevole cultura, di un’intelligenza acuta e sviluppata al pari dei suoi predecessori, la manifesta con un’autenticità e una schiettezza assoluta, mantenendo il suo ego a un livello quasi inferiore, considerando il suo lavoro non tanto una missione ma quasi un obbligo etico, ingombrante, ma non per questo eseguito con minore serietà. È in questo suo contatto con la quotidianità, con la vita che altri avrebbero catalogato come banale che Pestalozzi resta fondamentalmente puro, autentico, e rifugge quell’etichetta di superuomo che i suoi predecessori indossavano con prosopopea e alterigia.

Perché Pestalozzi, pur essendo a suo modo il genio più autentico perché calato nella realtà di ogni giorno, dotato di un acume mantenuto vivo e vibrante con il sarcasmo, con la capacità di sbeffeggiare ogni autorità considerata intoccabile, resta fondamentalmente ancorato al mondo quale unica e indiscussa palestra che consente al genio di essere, prima di tutto, uomo piuttosto che fenomeno da baraccone, da osservare con invidia, timore e perché no ammirazione. Pestalozzi non è ammirato soltanto per il suo acume, perché in grado di risolvere casi intricati, restituendo la realtà a quei fenomeni che la cultura popolare relega come insoluti e misteriosi, ma perché è umano, perché non è il fantastico vincente di tanti racconti, perché vive la vita con quell’occhio scanzonato, perché nonostante viva momenti di pateticità assoluta, come tutti noi, riesce a risultare vincente.
In questo secondo capitolo Pestalozzi affronta un altro tabù intoccabile, quello non della scienza come progresso conoscitivo dell’uomo, ma della scienza al servizio del potere, del dio danaro, della finalità cosciente. È quella scienza che non si bea soltanto nel porre domande e nel tentare di dare loro una risposta, ma si bea dei clamori della folla, dei riconoscimenti, si erige su un piedistallo tenendo lontano la realtà. Vittoriosa e totalmente slegata dai valori che, anzi, dovrebbero guidarla, cerca il consenso e la conferma del suo ruolo sociale e poco importa se questo può causare disturbo all’ambiente, se spezza vite o se non dona le acquisite competenza al mondo. Il mondo è fuori dai luoghi della ricerca e gli esseri umani ma anche l’intero cosmo sono soltanto dei mezzi, delle tappe da superare per essere gli eletti, i deus ex machine, i dominatori indiscussi. In questo caso la conoscenza non è una tappa ma il punto finale per il completo dominio degli altri e della nostra terra, che ne risulta tremendamente danneggiata. Si dissacrano i legami con l’ecosfera, si perpetuano orrendi crimini, sempre non nel nome della scienza ma in nome del nostro personale progresso. In un mondo così rovinato, cosi patologico, Pestalozzi risulta un simbolo estremamente positivo, in balia di un assurdo che è in fondo molto meno assurdo della corsa insensata dell’uomo verso potere:

Avere un’autostima tanto insignificante non deve essere facile, in un mondo frenetico come il tuo.»

 

Eppure è proprio questo suo basso livello di ego a fargli comprendere una verità che è il fulcro di tutto il testo:
Già, utilità sociale. Mi domando cosa ne sappia la nostra società di ciò che è utile e di ciò che non lo è. Vista quanta ricchezza consumiamo per il futile e quanto poco investiamo per l’indispensabile, direi che la lungimiranza non è proprio il nostro forte.

Con episodi esilaranti che sbeffeggiano in modo irriverente ogni autorità, persino quella di augusti tenenti convinti di agire in un telefilm:

l’ispettore con l’impermeabile alla Colombo è ormai troppo lanciato; Beretta alla mano, si spalma con la schiena a ridosso della parete del tunnel e inizia a strisciare verso l’oscurità. Ogni fruscio lo fa sobbalzare, ogni eco lo mette in allerta.
Giunto a una quindicina di metri dall’ingresso della grotta, si accorge di non scorgere più un tubo a causa del buio. Allora cosa fa? Estrae la torcia elettrica dalla tasca dell’impermeabile e proietta il fascio di luce verso la gola della miniera.
No, dico, ma cosa l’hai fatta a fare quest’entrata alla super poliziotto se poi ti fai luce con una torcia?

 

E troviamo il meraviglioso Trapasso che in barba degli studi psicologici ha capito che in fondo la morte è l’unico business possibile; abbiamo Laura e il suo apparentemente distorto modo di amare, che non ci allieta di poetiche elucubrazioni sul quel nobile sentimento, ma ci fa comprendere come, in fondo, quello che conti davvero è esserci:

 

Ma lo sa che quando Gustavo è tornato in paese, la sua fidanzata si è preoccupata tantissimo per lei?»
«Ah, sì?»
«Ha fatto tutto da sola, sa? Ha chiamato il suo strano amico sempre corrucciato e mio marito, e poi è voluta andare con loro a tutti i costi…
Anche se per certe faccende può sembrarle un tantino rozza, si vede che la sua fidanzata le vuole un gran bene.»

 

E poi abbiamo un altro indimenticabile personaggio, Gustavo che non potrete non adorare.
Chi è Gustavo?
Il vero protagonista del romanzo, un adorabile tasso che a parte il piccolo, insignificante problemino è davvero un amico fedele. E quindi vi invito a ridere fino alle lacrime come ho fatto io, fino alle due di notte, facendomi osservare da un gatto allibito che non capisce come mai, ogni volta che leggo la Dunwich, o urlo in preda al panico, o rido a crepapelle. Speriamo che l’ansia non mi crei mai l’effetto Gustavo.

Quale sia lo capirete solo leggendolo.

Pestalozzi forever!

 

Anteprima. “Una giornata bestiale” di Vincenzo Carriero, 011 Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Durante la mia carriera universitaria, oltre a lanciare palline di carta ai banchi dei secchioni, assistevo alle intriganti lezioni di storia delle dottrine politiche, portata avanti da una pomposa marchesa. (il secondo modulo, invece ebbe come protagonista un conte. E giuro studiavo a Roma non al Trinity college). Fu in questi giubilanti giorni che incontrai e mi scontrai con un famoso filosofo della politica di nome Thomas Hobbes autore di un libro straordinario e fastidioso il leviatano.

E sapete cosa sosteneva il perfido Hobbes?

Leggete voi:

Ogni uomo è affetto da una bramosia naturale che lo porta a voler godere da solo di quei beni che dovrebbero essere comuni. Per Hobbes, quindi, l’uomo è un animale mosso meccanicisticamente da pulsioni egoistiche.

– Ogni uomo per natura ritiene la morte violenta il peggior male possibile e la sfugge in ogni modo; ovvero, in ogni uomo, sin dallo stato di natura, è insito l’impulso all’autoconservazione.

 

In pratica, il nostro eclettico britannico, sosteneva un’amara verità, da me odiata ma impossibile da contestare ossia la natura primordiale e bestiale di un uomo, il cui unico intento era la soddisfazione di istinti e impulsi. In pratica, l’essere umano originario, non era un “animale” sociale, ma un vero e proprio predatore, che si necessitava dell’altro, ma che in fondo, nel suo profondo io, non lo amava affatto. Lo temeva, lo disprezzava, odiava aver bisogno di lui, non provava empatia ed era fortemente egoista. L’associazione in gruppi nasceva così da un timore verso l’ignoto presente nell’universo materiale e dal mero bisogno. Del resto se ogni uomo era ossessivamente portato alla ricerca del proprio benessere personale, ciò aveva come conseguenza un radicato antagonismo, un contrasto perenne pericoloso di esseri che bramano, in fondo, la stessa cosa, che tentano di soddisfare il medesimo bisogno. Bisogni che, dato la scarsità di materie prime o di possibilità, crea e deve creare caos, disordini e guerre.

 

bellum omnium contra omnes

Ed è per controbattere a questo stato naturale che nasce lo stato e la società.

Ma è un artificio che resta in contrasto con quell’anima fondamentalmente brutale, violenta, dominata dal puro istinto di sopravvivenza e che porta alla sopraffazione e che non sempre riesce a essere plasmato dalla ragione.

Per l’uomo sociale esiste la volontà ferrea di dividere il mondo in giusto e ingiusto, per l’uomo naturale questa distinzione NON può esistere e spesso si manifesta in quei comportamenti considerati devianti, osceni ma che in fondo in fondo ammiriamo. Perché ci ricordano tristemente chi siamo.

Pur sfuggendo il male più grande la distruzione totale dell’esistenza, ne siamo tuttavia, terribilmente attratti. Lo sfavillio del successo, il primeggiare sugli altri a scapito dell’eticità della vita, porta a sostituire valori universali con una morale costruita ad hoc. Sant’Agostino parlava di verità eterne convinto come molti adepti del sacro che in fondo, nonostante il pessimismo materialista di Hobbes, una scintilla divina, (a culo proprio) fosse discesa in questa strana creatura chiamata uomo.

 

che cosa è l’uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

 Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

 gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi

Insomma, se siamo un gradino superiore persino agli angeli, se abbiamo la possibilità di diventare dio o abbracciare la parte divina presente in noi, forse qualcosa che ci ricordi la nostra arcana origine dobbiamo pur trovarla. Ed ecco spuntare i valori come amore, famiglia, rispetto, empatia comprensione, compassione raccontati da tanti miti. Ed ecco nascere una società livellata a questa illusione, in cui gli uomini cercano disperatamente a volte di combattere la natura bestiale in favore di una ricerca iniziatica del loro vero sé, perduto o rapito da un’entità aliena crudele e beffarda. E quest’entità ha tanti nomi Demiurgo, Arconte o semplicemente Re di Denari.

E leggete un estratto di Carriero:

 

Veniamo al mondo per vivere un’esistenza che ci porta alla morte. Prima o poi dobbiamo abbandonare questo mondo.

Viviamo e ci affanniamo aspettando la fine. Come un conto alla rovescia, un lungo percorso che ha la stessa meta per tutti.

Accumuliamo ricchezza, consumiamo risorse, ci vendiamo l’anima. Per niente.»

Lo disse con una lucidità quasi disarmante.

«Ti sembra il caso di metterti a fare il filosofo?» gli chiesi un po’

incazzato.

«Ma ti sei guardato allo specchio? Scarpe firmate, camicia firmata, mutande firmate. Sei omologato, sei uguale agli altri. Ti vesti, pensi, parli come tutti gli altri. Sei un prodotto. Tu non sei più umano. Non lo sei neanche nato, umano.»

Carriero inizia laddove Hobbes tace (o non riesce a proseguire) chiedendosi: sì ok abbiamo uno stato di natura di uomini lupo, ma cosa  accade quando, la vita societaria, pallida imitazione del regno celeste, ti mette di fronte tante prove, stuzzica quel lato bestiale e ti porta a abbracciare totalmente il disordine?

Quel fragile equilibrio umano e etico viene messo a dura prova. Se un solo uomo cade, cadono tutti assieme a lui. Perché in questo strano marchingegno societario o materiale, in questo mondo che molti sperano sia illusione, siamo tutti totalmente interconnessi. Abbiamo creato noi questa rete di interdipendenza per poter sopravvivere. abbiamo creato leggi umane sperando di imitare quelle spirituali, abbiamo costruito una morale, sperando di raccontare con i nostri frivoli sensi l’etica profonda che intuiamo o ci vogliamo convincere che esista.

Quindi un solo uomo cade e un solo uomo mette a repentaglio tutta la baracca. E questo solo uomo per poter riparare quegli strappi deve percorrere un cammino irto di difficoltà, di mostri, di orrori per poter giungere alla comprensione totale del perché rubare, uccidere, sopraffare, mentire è sbagliato. E deve necessariamente trovare l’altra parte di sé, quella pura, non toccata dal mondo corrotto, dalla delusione e dalla frustrazione di una vita che alla fine si divide in bellezza e schifo. Chissà perché noi tendiamo a sottovalutare sempre la meraviglia?

Ecco che come Dante prima di lui, come ogni eroe graaliano, come il protagonista di tanti libri in cui la colpa diviene un marchio indelebile quasi una maledizione, il nostro protagonista si trova a dover percorrere una strada di redenzione. O di caduta. O di entrambe perché l’una non esclude l’altra. E deve farlo trovando la parte del sé che ha abortito o che la società, madre amorevole (e inquietante), ha deciso di abortire, creando un’immagine di un uomo a metà, creativo e caotico, soprattutto sordo a sé stesso, e cieco davanti alle innumerevoli verità che la vita gli pone davanti.

Perché il protagonista inizia questo viaggio straordinario e mostruoso?

Perché rischia di diventare bestia perdendo l’umanità tanto faticosamente costruita?

Sono quelle mattine senza senso, quelle in cui la rabbia di una vita che avverti come fallimentare spadroneggia ridendo malefica e oscura talmente tanto la tua visuale da farti notare solo il lato negativo di un’esistenze che è e sarà sempre più vasta. Davanti a tante piccole sconfitte, il protagonista non si rende conto di essere vincente per un solo straordinario motivo: è vivo.

È vivo e può creare, può prendere l’ombra che lo minaccia e renderla poesia grazie all’immaginazione. Può strozzare il dolore con l’ironia che è insita in ogni dialetto, un dialetto che sa di saggezza e profuma di secoli. Può combattere l’orrore con l’amore. E queste cose deve riscoprirle mettendo a rischio la sua intera esistenza.

Attraverso incontri, attraverso la morte che lo sfida, attraverso un incontro triste e poetico al tempo stesso, e grazie alla vista del degrado che minaccia da sempre l’uomo, attraverso la consapevolezza che l’uomo è da sempre un equilibrista precario sul filo sopra l’abisso, DEVE ritrovare l’uomo dietro al burattino. Scegliere la strada e rischiare anche di morire. Del resto senza la morte, senza qualcosa di orrifico che ci ingloba, ci mastica e ci riassembla (la morte sciamanica) continueremo a essere terribilmente ciechi.

Cos’è una giornata bestiale?

Una giornata bestiale è:

quando ti svegli senza un motivo per cui sorridere, quando vivi senza riuscire nemmeno a dire un grazie, quando non hai qualcuno a cui importa veramente di te.

Una giornata bestiale è:

quando te la prendi con chi sta peggio di te,

quando l’altro è una minaccia,

quando esisti solo tu.

Da uomo a bestia il passo è breve, l’umanità è a rischio, solo la solidarietà la può salvare, il “prendersi cura”, l’accoglienza.

L’uomo, la scintilla divina che ha dentro di sé,

la creatività che imita Dio e quasi lo raggiunge.

 

Una giornata bestiale è quella passata senza essere curiosi di scoprire un talento nuovo, folle, imprevedibile

Una giornata bestiale, ve lo dico io, è quella in cui la convinzione che quella di Hobbes sia l’unica percezione possibile, sottovalutando altre sfumatura, che so, la cooperazione di Sant Simon, o la capacità di uscire dal proprio centro egoistico e divenire volontà generale. Quella in cui non si comprende come l’ombra sia necessaria e vada abbracciata e mai temuta. Quella in cui si vede sempre la tragedia e mai la poeticità di un fiore che sboccia in mezzo all’asfalto

È il giorno in cui si può scegliere chi essere se uomo mansueto o ribelle:

 

La strada per gli uomini ribelli è spesso in salita e lastricata di merda. Ci sono fossi, insidie, belve feroci che ti fanno agguati mortali. È un percorso tortuoso e pericoloso. La strada dei mansueti invece è in discesa, pulita, asfaltata. In cambio di un pezzo di libertà l’uomo mansueto ha la facoltà di lavorare tutto il giorno per pagarsi la pensione che non avrà mai perché quel giorno sarà già morto. In compenso potrà comprarsi l’auto nuova ogni tre anni con rate infinite, piccole piccole, avrà un bel mutuo ipotecario sulla casa, avrà dei bimbi. Andrà in banca, poi in vacanza sempre nello stesso posto, e pagherà una montagna di tasse. L’uomo mansueto non pensa, non vota, non legge i romanzi di Bukowski. L’uomo mansueto vede la televisione, le partite di pallone, le telenovele.

L’uomo mansueto è felice perché non si pone domande e pensa che gli altri prenderanno le decisioni migliori per lui e per i suoi figli.

E voi chi volete essere?

Burattini al servizio del Re di Denari o ribelli che sanno rischiare una volta messi alle strette?

Ribelli che sono coscienti che il mondo li vedrà:

 

Essere ribelli significa essere dei perdenti. Sempre. È impossibile sfidare il sistema senza perdere qualcosa. C’è chi perde la vita, chi la libertà, chi l’onore, altri gli affetti.

Ma che il solo gesto del contestare, del dire no, dello scoperchiare i vasi di pandora, la loro voce che echeggia nel deserto vale più di mille azioni. Perché è soltanto dicendo no che inizia il cambiamento, perché dire no significa rifiutare dentro sé stesso, il marcio.

È il riconoscere che la propria vita:

 

la mia vita. Sempre vissuta di corsa, sempre a pensare agli altri. Al lavoro, alle bollette. Sempre a pensare alle tasse, alla necessità di guadagnare tanto. L’assicurazione, la Tarsu, l’energia elettrica, il cambio d’olio, la retta della scuola di mia figlia. Il frigo vuoto, la spesa al supermercato, lo scontrino fiscale, il verbale per divieto di sosta. Il bollo, la licenza che scade, il conto corrente, l’home banking, la connessione internet, il cellulare, il riscaldamento globale, il prezzo del petrolio che scende ma quello del gasolio è sempre uguale, anzi aumenta. Com’è ‘sta cosa?

L’ansia che cresce. La sento nel petto. Il cuore batte ancora, forte, allegro, intermittente. Sento arrivare il mostro, lo sento crescere dentro. Si alimenta della mia paura, della paura di vivere, della paura della miseria, della paura di non farcela.

E cosa riesce a salvare questo scanzonato guaglione?

L’amore.

Sempre e solo l’amore. Ma non l’amore trito e ritrito dei romance, quello tutto sole cuore e amore. Ma il sentimento che si esprime in meravigliose e intense parole:

 

Per lei vorrei una vita migliore. Un mondo diverso. Un uomo che le regalasse gioielli fatti di sentimenti e buone intenzioni.

Non gioielli. Non cose materiali. Ma emozioni, paesaggi sconfinati, la capacità di sentire il respiro di un altro, vederlo crescere, evolversi e spronarlo a salire su quella montagna. Perché è solo così che riuscirai a comprendere come:

visti dall’alto i draghi del potere ti accorgi che son draghi di cartone!…

Bennato

E dopo questo sogno tutto acquisterà un sapore diverso e le cose date per scontato diverranno diamanti.

Io spero davvero che si avveri l’avvertenza di Vincenzo:

 Una Giornata Bestiale nuoce gravemente alla salute. La sua lettura può provocare benefit ipermanenti quali: sviluppo di senso critico, pensiero indipendente, disprezzo per il denaro, la finanza, il governo, la malavita organizzata e il francazzismo.

 

C’è tanto bisogno di pensiero. E meno di banalità e ipocrisia.

 

“A mia madre” di Emiliana Erriquez, self publishing. A cura di Ilaria Grossi

 

Nocciolina era il modo in cui tutti la chiamavano. Per via della sua statura lunga e del colore biondo scuro dei capelli che ondeggiavano a ogni passo. Elena, questo era il suo vero nome, era affezionata a quel soprannome. Il primo a darglielo era stato suo fratello Pino, per caso, in un giorno in cui una pioggia rumorosa batteva ritmicamente sui vetri della finestra della cucina da cui Elena guardava il mondo e sognava.

Quanto si è pronte alla morte della propria madre?

Non ci sentiremo mai preparate abbastanza. Il vuoto sarà sempre un grande vuoto, il tempo sfumerà il dolore e quella spina al cuore ci ricorderà sempre lei. Lei che non c’è più.

Tra passato e presente.

Laura ricorda sua madre Elena, le sue origini e la sua famiglia. Foggia, dopoguerra,Elena ha solo 9 anni quando, per aiutare la sua famiglia, mamma Anna e papà Antonio,) abbandona la scuola con immenso dispiacere.

Sacrifici, ristrettezze, povertà.

Elena e Pino, fratelli legati da un forte legame e da una complicità unica. Pino le insegnava a leggere e a perfezionare la sua scrittura ed Elena era sempre più assetata di apprendere e imparare. Elena è una piccola grande donna, responsabile e sveglia nonostante una vita delimitata dalle mura domestiche e poche uscite.

Elena cresce, si innamora, si sposa e avrà due figlie,Laura e Rosa. Commoventi e profonde le riflessioni di Laura, i suoi ricordi legati ad una mamma che non c’è più, portata via da una malattia che non concede tregua. Leggere la storia di Elena è un po come affacciarsi in uno scorcio storico della nostra Italia che va dal dopoguerra agli anni 80, con interessanti aneddoti e storie di cronaca, come il tragico terremoto dell’ Irpinia.

Ho letto il libro tutto d’un fiato. Non nego che le parole di Laura mi hanno spesso commossa. Perdere la mamma è un grande dolore, indefinibile con le parole, incolmabile, per un legame così forte da sfidare tempo e spazio.

Lo stile di Emiliana Erriquez è genuino, sincero, diretto, capace di rendere la lettura piacevole e coinvolgente.

A mia madre è un omaggio bellissimo per ricordare e non dimenticare la persona più importante della propria vita. A tutte le mamme, forti e coraggiose e a tutte le figlie orgogliose di essere per sempre loro figlie.

 

Buona lettura.

 

lIaria per les fleurs du mal blog letterario

Anteprima. “Oblivion. Cronache dell’al di fuori” di Aurora Stella, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Fin dalla mia adolescenza ho avuto uno spiccato interesse per due argomenti, apparentemente opposti  ( per meglio definirli o campi di studio) uno squisitamente esoterico, o per meglio dire gnostico, e uno prettamente scientifico, in particolare riguardo alle innovative scoperte di stampo einsteiniano che molto spesso si avvicinavano alla metafisica.

L’esistenze di universi paralleli, la teoria delle stringhe ben si sposavano con i bellissimi racconti narranti di un universo fondato su multi-livello o come li chiamavano loro eoni, ognuno dotato di caratteristiche e regole specifiche. E questo strato su strato di realtà e percezioni allontanavano il mondo materiale dal piano di esistenza primigenio, quello fondato di sola energia o di  luce, cosi come i cantori d’amore (e i catari) amavano descriverlo.

Pertanto, il mio libro preferito da sempre è la Pistis Sophia, un testo complesso, dispersivo e di difficile comprensione. Lo leggo ormai da anni (venti per l’esattezza se non di più) e sono molto lontana dal capirne tutte le sfumature. Quello che mi è sempre più chiaro, invece, è che questo testo, caposaldo della filosofia gnostica, è il substrato di molti racconti specie quelli che vantano la derivazione fantascientifica.

Oblivion fa parte di questo mondo. Influenzato da Asimov, Da Bradbury e da film quali la fuga di Logan,  e si muove in un piano di esistenza doppia, dicotomica anche se in realtà a una più attenta analisi è unitaria. La diversità è rappresentata dal codice con cui lo sui vuol leggere se in chiave metafisica o fisica, ma l’argomento è lo stesso: un testo di rivendicazione della realtà vera, non oscurata da veli come le percezioni instillate da cultura e abitudini e la consapevolezza, da sempre presente nell’uomo di vivere, quasi in una sorta di gabbia.

Bradbury, e Orwell  hanno ben esplicato questo senso di claustrofobia, denunciando la ossessiva presenza di un grande fratello o di un tabù, entrambi nati con lo scopo di sottomettere e manipolare l’uomo e il suo pensiero e di conseguenza tutta la realtà che, dal pensiero, scaturisce. Togliere libertà di azione equivale a limitare la capacità di pensiero e così via, essendo pensiero e esistere, indissolubilmente legati.

Non a caso Cartesio parlava di:

 

cogito ergo sum

 

Ma potremmo anche ribaltare il significato come:

 

sum ergo cogito.

 

Oblivion è un romanzo sia di liberazione che di stimolo alla consapevolezza totalmente simile alla Pistis Sophia. Andiamo a analizzare perché.

Lo gnosticismo fu una filosofia particolare e particolareggiata in cui il fulcro centrale era la credenza nell’esistenza di due divinità. Una dominava il regno materiale ed era  capace di manipolarci attraverso le sue emanazioni (arconti) servi esclusivi addetti al controllo dei confini in cui si rinchiudevano particelle di anima o di luce, fuggite dalla amorevoli mani di una divinità del mondo spirituale (penumatici) e finite nel mondo inferiore attraverso una lunga caduta tra le emanazioni dell’arconte (peccati) rei di aver appesantito il loro carico energetico. In parole povere l’uomo, parte del mondo superiore (Dio) discende per un caso, o per una mancanza, o per la brama di potere, attraverso vari livelli energetici, appesantendosi man a mano fino a rendersi proprietari di un corpo fisico, dotato, quindi di energia pesante.

Questa discesa, considerata sia redenzione che prigionia, è sotto il dominio del dio della forma, che gli gnostici chiamavo Jahvè (non a caso il senso ebraico di Jahvè è colui che è e per essere non devo trasformarmi in altro ma restare statico).  La divinità originaria, padre delle scintille di energia pure (senza forma), si trova così a lottare per riportare in alto le particelle fuggiasche che soffrono e tentano la riconquista del paradiso perduto attraverso una vita terrena che è non solo “Sacrificio” ma anche e soprattutto illusione; non è altro che una pallida parvenza della realtà superiore.

Si può dire che il mondo arcontico sia chiuso, una pessima proiezione olografica di una realtà sfuggente e incomprensibile al pesante livello di energia del mondo basso. Non a caso noi non possiamo che percepire una sorta di pallida essenza della realtà energetica superiore proprio perché appesantiti dal corpo e da sensi limitati. E non a caso l’idea di teletrasporto può essere teoricamente possibile solo in presenza di piccole (pure) particelle di energia. Gli agglomerati biologici, infatti, sono troppo pesanti.

E veniamo al libro e alla Pistis Sophia.  Questo libro gnostico non fa altro che raccontare (ve lo spiego in breve, ma vi invito a leggerlo lasciando che la perfetta musicalità del testo vi avvolga la mente) come sia possibile arrivare alla conoscenza (gnosi) e di conseguenza alla liberazione dalla pastoie della materialità attraverso il racconto della redenzione di una caduta, quella della Sophia (sapienza). Rea di aver peccato, scambiando una pallida imitazione della luce del piano superiore (Sophia abitava nel tredicesimo eone o nel tredicesimo piano della materia) scende bramosa e affamata, invece, in un piano sempre più materiale, fino ad essere circondata dagli arconti (servi dell’arrogante ossia colui che si adorna del titolo di Dio) e letteralmente divorata, resa prigioniera e resa schiava. Alla Sophia viene tolta costantemente quel filo di unità con la fonte o se vogliamo chiamarlo il nesso, costringendola a credere che il mondo inferiore sia l’unica realtà esistente.

E cosa centra con Oblivion?

 Oblivion racconta la stessa identica cosa. Due personaggi Nara e  Eridan affrontano, ognuno a suo modo, la ricerca della verità rendendosi sempre più consapevoli di una verità liberatoria ma distruttiva ( del loro imprinting sociale ) che il loro mondo è

 

Un mondo chiuso, con confini reali e un qualcosa di sconosciuto che sta al di fuori.

 

 E noi siamo in preda di un rigido controllo, in preda di :

 

una percezione della vita che in realtà non è quella…

 

La psitis sohpia poi ci parla di una cosmologia molto intrigante: al vertice esiste Dio non un dio ma il Dio per eccellenza dalla cui luce (energia) deriva ogni cosa. questo è immerso e partecipa di spazio purtuttavia distinti:

 

il I spazio o spazio dell’ineffabile;

il II spazio o primo spazio del Primo Mistero

il III spazio o secondo spazio del Primo Mistero.

 

E Aurora Stella di cosa ci racconta nel suo libro?

Di tre mondi:

 

al difuori

al ditsotto

e al diqua.

 

Caso strano i primi due sono realtà fittizie, quasi vivai artificiali atti a preservare le razze o peggio l’umanità, da qualche disastro naturale o diabolico, una sorta di contenitore (chiamato arca biologica) chiuso e sigillato, dove la vita prospera senza però possibilità di scelta. Quello che i mondi senza luce (gnosi) preservano è solo la varietà biologica e la biodiversità ma, sono deplorevolmente ignoranti davanti a altri livelli mentali, come empatia, amore, compassione e condivisione. Non a caso l’orribile mondo al di-sotto è considerato regno di demoni, che prendono dai loro schiavi adrenalina, potere e tutto ciò che li rende quasi convinti di essere vivi. Dall’altra parte il mondo al disopra è profondamente robotico, cosi chiuso in convenzioni rigide dalle quali è esclusa la poetica, la creatività e la vera bellezza. Tutti accettano le regole di chi ha abilmente preso il potere, lavorando e considerando legami, eventi che in un mondo permeato di anima sono carichi di emozionalità, come semplici mezzi di sussistenza. In questi due mondi, è infatti, deturpata la procreazione: nel primo caso non è contemplata nel secondo è regolata dalla finalità cosciente (ampliare la stirpe).

Cosa significa?

Procreare non è soltanto un atto biologico. Ma da sempre è considerato un potere legato alla creatività, al caos rigeneratore, al cambiamento. È un mistero è la capacità di richiamare anime dall’alto dei cieli, di rendersi simili al Dio. Non a caso per gli gnostici era l’atto più egoistico e collegato al potere dell’arconte, ossia intrappolare altre anime in un corpo materiale e condannarle alla ricerca della salvezza. D’altro lato, chi è privato di questa capacità è privato anche dell’immaginazione. Qua la procreazione non è, dunque, solo un fatto biologico ma simbolico: tutte e due i mondi privati della vera luce e della vera consapevolezza sono fermi, non sono graziati dalla capacità umana di pensiero e dunque, di creazione. La capacità della tribù di Eridan di cantare (dal sanscrito kanati o kvanati con il significato di raccontare quindi creare storie o celebrare fino a sfiorare il significato di inno e preghiera) ossia di creare incantesimi (incantare, composto da in- intensivo e cantare recitare formule magiche – da canere cantare; stessa radice del fortunatissimo sinonimo francese “charme”, derivato da carmen canto, poesia, profezia.) non è usata per scopi più sacri ma oserei dire prosaici, quelli che mirano alla finalità di garantire riparo, acqua e cibo.

Ecco la finalità cosciente distorsione di ogni elemento sacro dell’uomo.

Come si raggiunge il mondo oltre i confini?

Con la scoperta della verità, con la ribellione e la lotta. Non esisterà mai un uomo che possa essere benedetto e dunque, unto o salvato che non osi arrogarsi il diritto di dire no, di lottare con divinità ritenute intoccabili o pericolose, con idee e concetti ritenuti inviolati o con percezioni considerate le verità assolute. La conquista della consapevolezza passa e passerà sempre attraverso la lotta, ed è la lotta che ci rende, davvero, evoluti.

Leggere Oblivion è leggere il percorso simbolico, gnostico di un’anima che passa da un mondo prigione dotato di confini che nessuno valica in virtù di un tabù falso (nel nostro sono gli assunti cultural-religiosi che sono il nostro nutrimento fin da piccoli) e la capacità di rendersi conto che, il mondo che vogliamo vedere, è soltanto un ologramma. O una proiezione.

Per raggiungere il nesso, l’origine di ogni cosa, serve un atto scioccante come quello di Eridan E Nara. Per imparare da loro non resta che farvi rapire dal libro.

Io stavolta non ve lo svelo.

Buona lettura.

“quando cercavo la luce, mi diedero le tenebre

quando cercavo la forza

mi diedero la materia”

Pistis Sophia

 

Anteprima. “Il risveglio. Akeros legacy vol I” di Ashlyn Mckyle, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Oggi voglio raccontarvi una storia antica. Non un libro, ma echi di leggende che hanno formato la coscienza di un’intera cultura, non di un paese soltanto.

Non preoccupatevi, non sarà un viaggio vano, ma vi servirà per poter entrare, in modo più consapevole nel favoloso mondo non creato, ma celebrato dalla geniale Mckyle.

In un tempo antico, un tempo che non c’è più, ci fu un popolo disceso dal cielo, depositario di ogni conoscenza, fondatore e padre degli antichi irlandesi i Thuatha de Dannam. Essi, discendenti dei figli di Nemed (precedente popolo invasore) che aveva dovuto abbandonare l’isola dopo essere stato decimato da Fomor. Recatesi in isole lontane (forse le boreali) essi divennero sapienti nelle arti, nelle discipline sacre (quelle che formeranno il corpus di conoscenze druidiche) fino a che, i loro discendenti progettarono il ritorno in Irlanda, isola che spettava al loro esclusivo dominio per via ereditaria. Intanto, stabilitisi in Scandinavia, essi strinsero alleanze matrimoniali con gli stessi Fomor, dando vita a una discendenza mista. L’arrivo di questi “eroi” in Irlanda rimarrà impresso nella mente dei nativi, tanto da tramandare il racconto di “angeli discesi dal cielo su nubi di fumo”. (in realtà, pare che la faccenda fosse più prosaica. Onde evitare ai loro seguaci di tornare indietro essi diedero fuoco alle navi, da cui si levarono grosse nubi di fumo. Fu questa suggestione a suggerire ai cronisti l’idea di essere discesi dal cielo, quasi a reiterare un racconto già esistente di stampo sumero)

Dopo varie vicissitudini (guerre e lotte per il predominio) i Thuata de Danaan riuscirono a imporre il loro regno sull’Irlanda e non solo, ma anche dei miti, delle leggende e delle storie che vennero tramandate da generazione a generazione, fino a rintanarsi nei segreti strati della coscienza, nel sottosuolo della memoria trasformandosi con il passare dei secoli in figure sovrannaturali.

Ebbene sì, i Thuatua furono i leggendari progenitori di quel mondo fatato, i Faerie, che ancora oggi vivono nei libri, nei racconti ma soprattutto nel retroterra etnologico di ogni tradizione. Esseri affascinanti e immortali, seduttori e privi quasi di una coscienza li ritroviamo in tanti meravigliosi libri, come le Nebbie di Avalon, la bellissima serie Wicked lovely di Melissa Marr oppure nei racconti di Holly Black Fary’s tales. Li ritroviamo in antichi testi come lo Scèal Tuain meic Cairill (Storia di Tuàan figlio di Cairell IX sec.), nel Cath maige tuired ( la battaglia di Mag Tuired XI secolo) e nel Lebor Gabàla E’renn (libro delle invasioni d’Irlanda XII sec.)

Interessante, direte voi.

Ma cosa cavolo centra con Risveglio di Ashlyn Mckyle?

Vi rispondo subito.

Tutto il libro di Ashlyn è una rivisitazione, moderna e antica del mito degli Dei dominatori non solo della verde isola ma di una intera umanità. Esseri potenti e crudeli, appartenenti al buio come alla luce, erano abili tessitori di destini e di vite, capaci di creare arazzi perfetti e a volte ammantati di eventi strabilianti o mostruosi, capaci di gesti di incredibile umanità cosi come di crudeltà senza limite. Le stesse caratteristiche degli Akheros descritti nella vicenda di Theresa e Mikhail.

Gli Akhros descritti in Risveglio, hanno tratti similari con le antiche divinità celtiche nonché con le successive rappresentazioni del Buon popolo, o come comunemente è conosciuto da noi appassionati di miti e di folclore i Faerie. Entrambi fanno pare di una concezione del mondo che ancora oggi, dibattendosi tra il monoteismo erede del dualismo asiatico (più precisamente dell’antica regione mesopotamica), hanno un loro piccolissimo posto in alcuni revival religiosi di stampo neo-druidico. La concezione espressa per spiegare l’esistenza degli Ahkeros/thuatha/Faerie è perfettamente tratteggiata dall’autrice in vari passi del testo e si richiama a più antiche cosmogonie, e alle varie teorie, portate avanti dagli etnologi per spiegare come mai, l’uomo celtico, anzi l’uomo primitivo, ha sentito l’impellente bisogno di creare una gerarchia celeste che desse unità e senso alle religioni.

Prima di addentrarci nel vivo della mitologia dietro al libro, vorrei portare l’attenzione del lettore sul termine scelto dalla Mckyle, Akheros.

Come ho scritto i protagonisti del testo non sono semplici elementi importati dal fantasy classico, ma appartengono al dominio del mito rendendo il libro un apparente urban fantasy, ma in realtà di sapore epico, che lo accomuna a un unico progenitore, libro unico nel suo genere prodotto più per veicolare le antiche conoscenze o l’antica via, scritto dalla strabiliante Joahanne Harris “Le rune”.

Risveglio appartiene a questo filone unico che raccontando una storia, in realtà, apre la mente a significati oserei dire esoterici (ossia nascosti) pertanto divenendo sia libro di svago ma anche possibilità di crescita interiore. Tutto a seconda dal livello mentale e spirituale della persona che lo avrà tra le mani. Io mi impegno a dirvi cosa può contenere. Abbiamo il classico canovaccio del fantasy, l’eroina che cerca sé stessa attraverso strade impervie. Ma, scioccante, la Mckyle immette un personaggio ambiguo, sfumato, che non è il classico eroe del genere. Bello e potente sì, ma seppur signore della vita, è un uomo senza coscienza, in cui bene e male si confondono, in cui buio e luce divengono un tutt’uno e soprattutto un dominatore di destini umani. Questo personaggio è chiamato akeros discendente da una strana stirpe collegata sia agli antichi dei discesi dal cielo (i thuata de danaam i dominatori o sovrani) sia a un’altra strana tribù quella degli angeli. Seppur apparentemente distanti, uno retaggio pagano, uno retaggio cattolico cristiano, essi sono la stessa entità.

Come direte voi, ebrei e celti credevano in divinità simili?

Sì.

Strano ma vero.

Anticamente il popolo chiamato ebreo, non fu altro che figlio di credenze antiche, di stampo sumero, che raccontavano storia molto interessanti di divinità discese dal cielo, di messaggeri e di creature sovrannaturali. Akleros, infatti, significa messaggero o inviato. (Angelo deriva dal latino angelus e ha origine dal greco ánghelos con la variante micenea akero). Queste figure, come collegamenti tra mortali e divinità quindi scale che congiungono l’alto con il basso erano importantissimi per le religioni dell’area mesopotamica specie nello zoroastrismo. Questa antica religione dualista avrà poi una profonda influenza sull’ebraismo e poi sul cattolicesimo dando loro quella strana connotazione pagana che ancor oggi faticano a rinnegare. Lo trovate nella Bibbia e nei Vangeli. Ma non ci interessa per ora. L’ebraismo del primo tempio ha ancora connotazioni sciamaniche tanto che sarà premura dei grandi profeti liberarsene al più presto. Ma per fortuna questi elementi resteranno fiorenti e vivi nello gnosticismo, e nelle varie sette spirituali ebraiche come gli esseni, e i mistici della cabala. Interessante è notare come questi esseri siamo dotati dell’importante compito di mantenere l’equilibrio e fare in modo di ristabilire l’ordine originario delle cose:

 

Cosi in cielo cosi in terra

 

Che collegamento ci sta tra gli anghelos ebraici e i thuata de danaam?

Il collegamento lo ritroviamo nelle leggende che circolarono attorno ai celti e in particolare ai loro sacerdoti i druidi. Per molti studiosi i drudi non erano altro che i discendenti dei mitici saggi di quella terra di Atlantide simbolo di perfezione corrosa dalla caduta nel peccato (qua non posso non trovare un’identità con gli impuri e gli oscuri corrotti nella loro divina essenza presenti nel libro). Ma c’è chi osa molto di più. Churchward sostenne che i druidi erano

 

 

un esodo del popolo solare degli egizi

 

E ancora Pike:

 

I primi Druidi erano i veri figli dei Magi, e la loro iniziazione venne dall’Egitto e dalla Caldea, che vale a dire, dalle pure sorgenti della Cabala primitiva

 

Druidi e celti, condividevano la stessa cultura caldea con gli egizi, Indiani e fenici incluse le tribù proto ebree. Gli ebrei non furono un popolo specifico ma divennero popolo sotto la guida dei loro grandi patriarchi. Fino all’intervento di Mosè o Moshes, erano una tribù nomade senza un vero e proprio stato conosciuta dagli egizi come khabiri, stanziati nei territori a ovest del Giordano. Il loro patriarca più famoso Abramo abitante di Ur dei caldei e il loro eroe fu Eber che abitava nella regione mesopotamica.  Come si vede, c’è un’origine comune che rende akeros e tuhata molto, ma molto più uniti di quanto si possa pensare.

Dopo quest’excursus mitologico torniamo al libro. Abbiamo questi esseri che si dividono in seguaci della morte, seguaci della vita, oscuri e impuri. Entrambi hanno i loro antenati nella classica distinzione nel popolo dei faerie,  tra la corte seelie (la corte di luce, o corte dell’estate) e la corte unseelie (la corte oscura, della morte o dell’inverno) la loro distinzione è relativa al tempo cosi come fu distinto dai celtici, luce e buio, estate e inverno, morte e vita, entrambi non opposti distinti e in guerra tra loro, ma facce della stessa medaglia.

 Nel testo il potente Mikhail in ebraico Mikha’el che significa chi è come dio, il guerriero e caso strano il difensore dell’ordine. E il potente akero difende il suo ruolo di guardiano dei cicli vitali evitando che, la distruzione apportata dal suo fratello decaduto Offalim, porti il mondo all’annientamento. Offalim è colui che dona la morte e che è stato corrotta da una sorta di fame di anime, di cui si impadronisce divorandole. Ed è un’altra caratteristica in comune con i thauta /faerie. Infatti, per la loro strana natura che li pone nel luogo di mezzo, tra cielo e terra, in una sorta di limbo, per esistere e per continuare a mantenere la loro forza vitale, essendosi staccati dalla fonte energetica primaria (Dio) hanno bisogno di nutrirsi di emozioni, le uniche fonti di energia che provengono direttamente dal cielo o, per dirla in modo platoniano, dall’iperuranio. Sono le emozioni, quelle scosse di pure elettricità che attivando una parte misteriosa del cervello ci rendono, seppur imperfetti, cosi speciali. Amore, passione, desiderio dolore e rabbia, sono per creature eteree veri e propri banchetti in grado di scuoterli nel profondo e di dare una forma al loro essere cosi eterei. La qualità di un umano è proprio quella di avere la capacità di emozionarsi, di provare sensazioni, di stupirsi e di meravigliarsi ma anche di odiare e sono queste che rappresentano le porte attraverso cui, la luce della fonte ci attraversa e ci fa vibrare.

 

esiste qualcosa di infinitamente più piccolo e immensamente più grande: la scintilla del potere divino. Animali, piante, minerali, ogni manifestazione fisica ne è impressa, a gradi di consapevolezza diversi. Il corpo dell’essere umano la conserva e la protegge nel suo percorso di carne e sangue, ma senza di essa non potrebbe esistere, poiché nelle dimensioni senza tempo non v’è altra forma di energia tanto sublime da poter alimentare la Vita.

 

E nel testo della Mckyle la vibrazione è necessaria e il punto di arrivo di ogni anima poiché è quella che le fa evolvere.

Gli akeros, cosi come i faeries sono frutto di una creazione che è una sorta di caduta della sostanza divina originaria, che staccatasi dalla fonte scende nei livelli del multi universo per dare vita a forme sempre più evolute.

 

La nostra sostanza era il frutto dell’evoluzione dello Spirito nella materia, non conosceva lo scorrere del tempo né i suoi effetti. Tutto il resto era scandito da un ciclo inarrestabile di vita, morte e ancora vita. E così all’infinito.

 

Questa discesa è la “corruzione” del principio unico, scisso per colpa o per volontà di crescita

 

Ero stato parte di un tutto, un tempo: il dodicesimo lembo di una splendente, meravigliosa entità. Poi ci eravamo scissi: dodici nuclei di energia in continuo movimento, legati da un filo invisibile, in perfetto equilibrio, e in quello stato di perfezione avevamo costruito i nostri corpi di carne e sangue.

Uno scisso in dodici, ma sempre uno.

 

Ed era stato un atto scellerato, la vera colpa della chiusura dei portali che rendevano possibile la comunicazione tra i vari livelli di realtà, sintetizzato dalla Mckyle non con un atto di ribellione ma come una eccessiva volontà di dominio:

 

Offalim aveva strappato quel filo, condannandoci al disequilibrio, all’imperfezione, alla non completezza.

 

E come era successo?

Semplicemente introducendo in quel percorso di crescita la finalità cosciente; il Fratello Offalim, consapevole della sua natura progredita, aveva usato le sue potenzialità per accrescere, non considerando le conseguenze di ogni gesto effettuato. Per gli akeros l’essere umano non era solo un burattino da manipolare ma uno strumento da cui imparare per poter cambiare forma attraverso le emozioni. Le emozioni umane non andavano sfruttate ma osservate, con meraviglia e stupore per poter comprendere il motivo per cui quella lontana fonte di energia li aveva creati un po’ più di angeli e stelle.

E per il potente akeros si dipana lo stesso bivio che accompagna li umani lungo la loro strada, l’incontro con Thesesa:

 

“sarebbe stata la mia destinazione o lo strumento per raggiungerne una? Il compimento della Profezia era un punto di arrivo o un nuovo inizio? E la Maledizione di Asa, quella sciocca rivalsa affinché conoscessi l’unica emozione in grado di far nascere e morire l’anima, era anch’essa parte della mia evoluzione?”

 

Un essere che è perso nei meandri del suo potere, avulso da sensazioni e emozioni umane, padrone della vita ma profondamente ignorante del perché l’essere umano sia cosi strabiliante. In un’atmosfera di elegante sensualità, si dipana una vicenda che mette in gioco non solo i destini del mondo ma anche la destinazione finale di un essere che, per la prima volta sperimenta una delle più potenti forme di crescita dell’universo: l’amore che come dicava il nostro Dante:

 

Che move il sole e l’altre stelle 

 

Ed è questa tensione sessuale ma soprattutto emotiva che avvolge e affascina trascinando il lettore attraverso luoghi incantati, dimensioni che rapiscono e trasformano i sogni in realtà. È la capacità descrittiva e passionale dell’autrice in grado di creare un vero varco verso l’altro mondo, il regno incantato dove ogni pulsione è scoperta dai veli della nostra umanità e ti colpisce con il suo devastante fascino.

Ma in tutto questo viaggio incantato c’è spazio non solo per la riflessione cosmogonica ma anche per una vera e propria filosofia in grado di rispondere alle domande che più ci angustiano.

Perché l’uomo immagina e ha bisogno di una religione e di esseri sovrannaturali?

Non è solo il bisogno di sacro, o di magia insito in scintille divine che bramano la loro casa originaria, ma è anche il modo con cui noi poveri mortali rispondiamo alla più intensa e spaventosa domanda che ha ispirato quadri e ballate: cos’è la morte?

La nostra limitata comprensione umana ci fa apparire la triste mietitrice come nemica e mostro da debellare con la tecnica perché ci sfugge il suo senso, ci sfugge la motivazione di un dolore che sembra spezzarci e distruggere. Lo rifiutiamo, lo temiamo come una maledizione donataci da un dio perfido e beffardo. Perché ci è ignoto il suo ruolo nel meraviglioso mosaico della vita. Una vita piena di bellezza, di meraviglie e di affetti che ci rende duro e terrificante il distacco

Ma, il libro ci rivela un grande segreto, custodito dai mistici di ogni tempo, balsamo per quella paura che di notte ci attanaglia:

 

“La morte è il naturale compimento di un ciclo, Theresa. Senza di essa, l’anima non evolve e per lei, restare ferma nella sua stessa essenza senza più possibilità di crescere, è una menomazione. L’anima soffre, si rattrappisce e cerca di dimenticare tutto quello che ha appreso nel ciclo infinito di nascita, morte e rinascita. Perché ci sia un nuovo inizio, deve esserci una fine. È nell’ordine delle cose.”

 

E cosi, ritroviamo l’unità di una mente da troppo tempo abituata a scindere in comparti distinti e antagonisti, una realtà che è unitaria e piena di origine logico: per rinascere bisogna morire. E moriamo costantemente a noi stessi quando perdiamo certezze, moriamo nei sentimenti, quando essi finiscono il loro lavoro nell’anima, moriamo addirittura durante il sesso ( non a caso l’orgasmo è chiamato piccola morte) moriamo di piacere cosi come di malinconia per poter cambiare aspetto alla nostra psiche cosi come alla nostra vita.

Perdiamo per ritrovare, perdiamo perché la vita ci fa spazio per altro, altro amore, altre possibilità altre opportunità. Moriamo alla carne per poi progredire in un viaggio meraviglioso senza fine:

 

“l’anima non muore mai. Progredisce, muta, assimila conoscenza, sino a quando il corpo che la supporta non è più in grado di contenere la sua forza, poiché quello stesso corpo le impedisce di esprimersi ad altri livelli di comprensione. Per questo l’anima desidera liberarsi di un involucro che non è più in grado di farla evolvere. La carne muore, l’anima va in cerca di un altro contenitore. Niente si perde nel multiverso, il ciclo si ripete senza interruzioni, in un’altra forma e con un’altra consapevolezza.”

 

In questo semplice ma profondo testo c’è un favoloso inno all’evoluzione, alla vita che abbraccia la morte, una morte che è sconfitta dalla diversa percezione che possiamo avere del suo aspetto. Noi possiamo creare il nostro mondo con le idee, possiamo cambiare la realtà attraverso il nostro immaginario, possiamo far sì addirittura che il dolore non sia un orribile mostro fagocitante ma semplicemente una porta o meglio uno specchio per poterci vedere davvero senza filtri e senza veli.

E risvegliarci come Theresa al nostro vero volto e scegliere con vera libertà il destino da percorrere, riuscendo a guardare la morte negli occhi e dominarla con l’arte e la fantasia:

 

“Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo

Posa la falce e danza tondo a tondo 

Il giro di una danza e poi un altro ancora 

E tu del tempo non sei più signora”

Angelo Branduardi ( Ballo in fa diesis minore)

 

Anteprima. “Strana rana” di Antonio Lucarini, Mezzelane edizioni. A cura di Micheli Alessandra

 

La vita cambia. Se ne va tra le tue mani! Ogni cosa che conosci ti abbandona senza motivo. Ti trovi da sola con la sabbia fra le dita. Solo allora capisci che cos’è la vita. La vita è il sole. La vita è il mare. La vita è il buio e la voglia di ricominciare. Dietro di sé lascia una scia di sale!” 

Ho scelto questa frase perché nasconde in sé il senso del libro di Antonio Lucarini. Un libro complesso e al tempo stesso semplice, scritto con un’ansia evocativa in grado di trasportare il lettore in una dimensione onirica, sospesa tra due mondi, quello reale e quello del sogno, accompagnato da note ossessive e deliranti forse, ma che aprono l’anima a nuove sensazioni a nuove scoperte. E’ un libro “tattile” un libro le cui parole non restano scritte ma prendono forma in una danza che è sospesa tra il languido e carnale tango, e la devastante e mistica danza della morte cosi come raffigurata nello splendido quadro di Nicolas Poussin.

Mescolando destini e percezioni, alternando visioni reali e realtà irreale, Lucarini con arguzia e con classe scopre il vaso di Pandora dell’esistenza, portando allo scoperto la bellezza cosi come l’altra sua faccia, ossia la decadenza, il marciume. E’ un inno all’essenza delle cose ma anche al Verme trionfante (Baudelaire) che si nutre delle carcasse di morti che, in questo caso, sono tragicamente simili alla nostra faccia. I morti non sono vampiri, i signori della notte, fluide presenze oscure, ma è il postmoderno, con la sua ansia di esistere che, per ironia della sorte si fa sempre più evanescente:

Il tempo passa e ci conduce alla morte. Allora fottimi adesso che ancora puoi!»

Attraverso la storia disperata e decadente di Claudia e Lara, cosi simbiotiche da sembrare parti di uno stesso ferito io, si delinea una società marcia, che sotto il solito perbenismo ossessivo nasconde la sua fragilità simboleggiata dalla ricerca costante della forma e dell’apparenza e di un sesso che è soltanto una scappatoia per un’anima che si desidera rendere sempre più evanescente. Per esistere non ci si rivolge alla sostanza a quel fluido cosi luminoso che Lucarini paragona a quello amniotico, origine e fonte di ogni nascita, ci si rivolge alla filosofia del mordere la vita, dell’ansia di raggiungere obiettivi, in una sindrome compulsiva che porta a chiedere sempre di più a sé stessi.

Vincitori e vinti si contendono la coppa della gara verso la non esistenza percepita però come unica via reale possibile e che è soltanto un reiterare la non esistenza quella tanto decantata da Stoker e da Salgari nelle cupe storie di vampiri. in fondo i protagonisti del romanzo sono burattini, sono ombre sono dannati e mai redenti.

 

Non devo ammalarmi, secondo loro. Perderei delle occasioni importanti. Vince chi sa stare al mondo e asseconda il vento! Non devo sprecare neanche un’opportunità. Si vive di opportunità oggi. Bisogna programmare, centrare scopi. Si deve escludere a priori l’eventualità di vivere la vita come viene. Si deve programmare! 

Questa è la società degli anni 70/80, una società completamente marcia che crolla pezzo per pezzo sotto la spunta convulsa dei suoi asfissianti miti, sotto le luci stroboscopie di discoteche che perdono il senso dell’antica danza e sono solo amalgama di corpi in cerca di lussuria per…esistere.

E’ il concetto dell’esistenza, di rendere corporea la sostanza che serpeggia bizzarro in ogni pagina. È la risposta all’eterna domanda a cui il nostro filosofo Cartesio ha tentato invano di dare una risposta

 

cogito ergo sum

E che il nostro frenetico mondo ha totalmente ribaltato in una filosofia nichilista che è più dedica alla corruzione e alla morte che alla vita stessa. E lo fa separando lo spirito dalla mente (o anima) relegando chi è in grado di viaggiare tra i due sistemi spirito e materia o corpo e mente, come estraneo, straniero, deviato minaccioso. Claudia e Lara sono i figli di questa società profondamente malata che si regge a mala pena su assunti culturali stantii e stagnanti: una figlia della cosiddetta classe borghese.

 

Figlio di un falegname povero, aveva avuto come unico scopo nella vita il riscatto sociale. Voleva riprendersi con violenza quello che, a suo dire, gli era stato rubato all’inizio.

Una conquista effettuata con escamotage, rinnegando la meritocrazia e persino l’arte dalle vite:

 

Pensava che quando non si è in grado di farsi strada con il proprio talento, è giusto che si usino i mezzi più scorretti. I ricchi lo fanno, schiacciandoci, ed è giusto che lo faccia anch’io, si diceva spesso. Nessuno avrebbe mai saputo né sospettato nulla. Con i soldi che la Pilati gli regalava ogni mese riuscì ad avviare la sua impresa di costruzioni. Era un mantenuto…

Trovando sollievo solo nei tradimenti e nella lussuria, tutto per mordere quella vita che sfuggiva loro e che tentavano di raggiungere con un affanno isterico

 

Filippo e Carla erano una bella coppia di tronfi borghesi, dediti alla continua ricerca delle cose belle e del piacere, a scapito degli altri e di un’umanità sofferente. Erano assertori degli aspetti più effimeri dell’esistenza. Erano dei profeti della vacuità del vivere. 

Dall’altra parte della barricata c’è Claudia allevata da una coppia di pseudo intellettuali di sinistra facili fruitori delle ideologie pret a porter, di facile e immediato consumo che lenivano le mancanze delle loro esistenze rendendoli narcisisti della loro inferiorità. Ma non erano veri promulgatori di teorie sociali, quanto per un acuto senso di invidia che provavano verso le classi abbienti:

 

si dichiaravano di sinistra. Lo facevano perché non si conoscevano veramente, nel profondo. O si rifiutavano di farlo, come molti borghesi che ad un certo punto si inventano una finta ribellione. È una necessità che nasce per noia. Erano di un’ambizione sfrenata, ma più per sentirsi alla pari con l’emergente classe imprenditoriale di allora che per altro. Si ritenevano sottopagati e mal valutati socialmente. Alla figlia avevano messo in mente le loro idee di finta sinistra, di riscatto proletario aleatorio e superficiale. 

Ed è questo malsano ambiente educativo che spinge le due giovani a reagire a questo piatto mondo così chiuso e soffocante con un’ansia, anzi una fame di affetto di protagonismo che le porteranno a percorrere strade diverse e simili al tempo stesso. Ed è quella loro ricerca dell’assoluto che sfugge e che non può compensare quel cuore nero, quella voragine interiore che le rende alternativamente vittime e carnefici. La loro è la ricerca della redenzione in un mondo che nega la spiritualità dell’esistere:

 

Che cos’è l’uomo che non è più capace di scoprire in sé la sua dimensione spirituale? Dimmi che cos’è?», le chiese.

«Non lo so!», gli rispose lei.

«È una macchina biologica che produce merda! Soltanto merda!»

Ecco che dietro l’acuta critica sociale di un mondo vanesio che con la tecnologia senz’anima uccide la realtà, si delinea un significato gnostico profondo. Per Lucarini questo universo è il prodotto di una divinità crudele, irriverente il Demiurgo, che si bea nel contemplare lo sfarcelo di un’umanità che:

 

Era come se ognuno di quegli esseri strani e spenti tributasse un plauso a quelle scorie, a quel merdume vario. Era come se ognuno considerasse quei rifiuti come la vera essenza dell’individuo attuale, dell’homo faber contemporaneo. 

Ed è la malattia, quella spada di Damocle della morte sospesa tra le due giovani che le porta a liberarsi, a intraprendere un percorso di eliminazione dei legami che la costringono a considerare la vita un’eterna lotta per emergere. La malattia e il luogo in cui il loro incontro si svolge, è simile a un utero materno in cui esse:

 

Era come se attendesse di rinascere, come se fosse un embrione in concepimento.

E Claudia e Lara, l’essere diviso dalla sua discesa in una terra desolata, ritrovano attraversando i ricordi e sciogliendo i nodi del loro dolore a morire e rinascere libere dalle pastoie di un’esistenza rinnegata e dannata.  I malati incapaci di affrontare sé stessi non erano che figure vane, iridescenti:

come se fossero leggermente ricoperti da fango o cera.

Burattini o bambole i cui fili erano totalmente retti dal Demiurgo. Ma per quelle anime intrappolate, salvate dal fuoco sacro dell’arte attraverso questo critico momento riescono:

Nei momenti critici esce il vero spirito di ogni persona, si vaporizza la sua essenza! Poi sarà salva. Continuerà a percorrere la sua strada.

È un libro iniziatico?

Anche. Nel raccontare senza veli, senza abbellimenti, senza giustificazioni il nostro dramma eterno di anime intrappolate nella rete della non esistenza (cosi come raccontato dalla Pistis sophia) Lucarini racconta anche in chiave simbolica la redenzione:

 

Si disinteressi delle miserie del quotidiano. Le trascenda. La vita è un’illusione, solo una sterile illusione. È un sogno malvagio nella mente di un essere superiore che odia le creature!

Il malvagio dio minore, colui che in un sogno di onnipotenza ha creato la prigione ci costringe semplicemente a vivere di energie spremute, di energie rubate (il simbolo ricorrente del sangue che scorre) di lotte continue per soddisfare i bisogni più abietti in cui armonia, bellezza e arte sono totalmente esclusi:

In questa modalità altra di esistenza è solo il nostro corpo a scegliere cosa fare. Sceglie in base ai suoi bisogni puzzolenti e putridi. Tutto il resto non esiste. I valori, la solidarietà, l’amicizia, dagli anni ‘70 in poi, sono fandonie.

Cosa davvero salva le due anime?

La passione, quella che cozza contro il bisogno primario e dà valore alla nostra scintilla divina. Per Lara è il lavorare con le mani, mani che creano, mani che incantano e rendono estatica l’azione.

 

Le mani, per Lara, potevano essere assolutamente creative, riuscivano a costruire un universo di sogni e simboli. Le mani potevano creare e persino sognare

Questo perché, come ci dice la psicologa Clarissa Pinkola Estes le mani sono:

 

la forza creativa della psiche

E Lara usa proprio l’arte del saper fare, il collegamento tra anima e corpo che crea qualcosa di unico che rende il demiurgo un pallido imitatore dell’antica armonia: noi possiamo ricreare il cielo in terra quando ci avviciniamo al vero senso dell’arte, cosi come Claudia ha la speranza della salvezza cantando non per soddisfare l’appetito di morti viventi ma per dare sfogo e voce al dolore, alla meraviglia e all’incanto dei pensieri neri.

I pensieri neri, quel senso di smarrimento, quel non sentirsi accettati, nostalgici di qualcosa è il sintomo che siamo ancora collegati con la fonte originaria. E che anche nel percorso di perdita di sé resterà una piccola scintilla brillante, segno del nostro essere nel mondo ma non del mondo.

Come si torna a casa?

Uccidendo il simbolo del nostro dolore, quello che ci tiene ancorati a un mondo che non è il nostro, uccidere questa voglia di riprodurre il male e l’imperfezione all’infinito restando schiavi di chi ci vuole portare al cospetto di quella divinità minore che venera l’incompiutezza. E soltanto affrontando e sbrogliando il lato oscuro possiamo davvero rinascere e essere libere dalle catene della materialità:

 

Hai compiuto il nero del cuore. Adesso sei libera. Puoi tornare alla tua vita e devi stare tranquilla. Ora sei libera. Eri preda di furiose presenze

Un libro perfetto, che può essere letto in ogni angolazione, che rende liberi e incanta, angoscia ma fa vibrare davvero quello spirito sedotto dall’incapacità di ribellarci:

 

È un universo fatto di pochi privilegiati a cui tutti gli altri portano rispetto e donano la propria incondizionata sottomissione. Alla fine sono servi anche loro. Siamo tutti servi di questo gioco in cui per un istante vinciamo anche noi. 

E leggendolo e assorbendolo forse tutti voi potrete comprendere che il vero segreto del nostro essere divini è semplicemente rifiutare un mondo incentrato sul successo, sul vincere, ma vivere di vera passione.

 

Sei più brava di me perché hai passione per tutto ciò che fai. Ti perdi nel tuo fare e in questo modo esisti. 

 

E questo comporterà sempre una morta interiore che possa

 

annullare il mio ego, nel mio fare, nel mio pensare.

 

Spettacolare!

 

 

 

Anteprima “D’argine al male” di Gaia Conventi, Mezzelane edizioni. A cura di Micheli Alessandra

 

Atmosfera claustrofobica, onirica e ossessiva avvolge la storia di Gaia Coventi, un thriller psicologico, sviluppato sullo sfondo del limaccioso Po, testimone di un dramma familiare che suscita più tristezza, pena che orrore. È una storia di un legame profondo distorto che ingloba l’intera personalità di due fratelli simboli di una immaturità emotivo sentimentale che li relega al margine del mondo conosciuto, in un’atmosfera dai tratti inquietanti sospesa tra sogno e realtà. Giovanni e Jolanda, figli partoriti da una mente fondamentalmente malata che li allatta a finzione, a bugie e a terribili sevizie psicologiche, forse più devastanti di quelle fisiche. Giovanni è il figlio non voluto, odiato e respinto un figlio che per la madre castrante non esiste, poiché lei stessa, la donna dal cui ventre si è generato ed è emerso si rifiuta di accettarlo, quasi di nominarlo preda di deliri che si riversano in una sorta di alter ego servile la sorella Jolanda. Ma non tutto è come sembra e la rivelazione finale ci porterà ad aver compassione di questa immatura psiche sospesa, un embrione mai completamente distaccato, un cordone ombelicale mai reciso che si adatta agli umori e ai sogni malsani di una donna che non è, e non potrà mai essere davvero madre.

Entrambi i personaggi sono emanazioni di esigenze distorte da un’errata illusoria percezione della realtà. La madre fagocita per sopravvivere ogni elemento in grado di dotare Giovanni di un’autentica crescita emotiva e pertanto umana. Lui è un bimbo sospeso, perduto come i protagonisti tristi ma adorabili dei bimbi dell’isola che non c’è di James Barrie. Entrambi non hanno corporeità, vivono ai margini di incubi o sogni, sono potenzialità mai sviluppate che nutrono una donna dall’aspetto vampiresco. Lei non ama Giovanni. Ne rifiuta la mascolinità tanto da appiattirlo, da renderlo indistinto, dando forma e sostanza alla bimba che sarò sempre quasi un’escrescenza della madre stessa, nata per servire il proprio ego malato, per essere assoggettata alle strane leggi, per poter nutrirla con attenzione e riverita ammirazione costante. Giovanni seppellisce sé stesso in un selva oscura, un cespuglio tenebroso che rappresenta la tomba del suo io mai completamente sviluppato.

Madre e figlio o figlia è e resta il legame affettivo più profondo. noi siamo completamente parte di lei, esistiamo per un suo arcano e misterico volere, quasi trascinati dalle alture dello spirito, attratti dalla possibilità di divenire carne. Il bimbo, il feto stesso compie un miracolo particolare: da idea diventa essere. Ed è stato da sempre il dono e la maledizione che ha reso la donna e la maternità un atto potente, quasi magico, avvolto dal più oscuro mistero. Non solio un agglomerato di sangue e organi ma coscienza viva.

E pertanto, che sia tossico o sano, il rapporto madre figlio non può non condizionare la vita e influire sulla capacità di instaurare relazioni affettive con l’esterno e con i propri simili e sul modo di approcciarsi alla vita sociale. Ed è questa particolare affezione che se distorta condiziona la percezione che il futuro uomo avrà di Sé stesso e pertanto del mondo. Giovanni, non esistendo, non avendo avuto dalla genitrice la possibilità di essere più che una velata tenue idee potenziale perché rifiutato in quanto maschio, vive ai margini di una realtà che appare onirica e infestata da spettri.

Perché Giovanni, pur essendo reale non esiste? Perché è rivo di un passaggio fondamentale nella crescita ossia l’approvazione. Senza essere approvato, accettato la sua nascita è parziale, è sì fisica ma non morale non spirituale. Esiste cammina ma non riesce ad avere coscienza di sé stesso. La madre, infatti non nutre soltanto il figlio, ma lo accetta coccolandolo, amandolo, identificandolo come creatura dotata di una sua particolare bellezza emotiva. Giovanni non ha avuto questo. Giovanni è rifiutato nella sua essenza di genere e perciò è condannato a vagare nel limbo. Senza questa accettazione il bimbo non diventerà adulto, non cercherà l’autonomia perché in sostanza resterà evanescente quasi un fantasma. Non percepirà mai sé stesso come individuo. Giovanni  è una figura remota, scarna, quasi tratteggiata che riesce a avere una sua forza soltanto attraverso una sorella altrettanto castrante, altrettanto soffocante.

Una madre castrante che si impone come unico referente nel limitato mondo dei figli o del figlio (capirete poi proseguendo nella lettura perché) e questo porta il protagonista a distaccare la sua compromessa psiche in due netti mondi distinti: uno in cui è poco assertivo, quasi rassegnato e un altro in cui si impone e tenta di prevaricare gli altri convinto di una sua superiorità mentale. Giovanni è convinto di avere poteri incompresi dai mortali e di essere minacciato da chi invidia la sua particolarità, la sua straordinaria capacità. E il suo regno è il mondo dell’immaginario, il suo dominio è su creature strane odiate e oggetto di una meticolosa persecuzione: i topi.

Ed è un simbolo interessante in questo strano percorso di ossessioni, il topo, infatti p un elemento che con i suoi denti appuntiti in grado di rosicchiare anche i materiali più duri è portatore, per la cultura popolare di eventi nefasti, strumento di morte e di estremo dolore. il topo come archetipo riguarda l’eccessiva meticolosità, la pignoleria ma anche quei piccoli pensieri logoranti che portano alla morte della stabilità che si traduce appunto in una seria di comportamenti (tipici del protagonista) ossessivo compulsivi. Giovanni manicale in un’eccessiva analisi di piccoli insignificanti elementi, con l’obiettivo di tenere tutto sotto controllo, perde la visione del tutto, perde la capacità di innamorarsi della vastità e del cambiamento per rifugiarsi in piccoli rituali sicuri, senza ampliare i propri orizzonti. E infatti ha paura di uscire dalla sicurezza della propria casa, un luogo decadente quasi un mausoleo dotato di oscure cripte piene di segreti e di porte da non aprire. La cantina stessa simboleggia una memoria logorata dai sensi di colpa instillati dalla madre castrante che minaccia, come una voce cantilenante e cavernosa di non dissotterrare i misteri, di non smuovere il terreno, di non scavare: in sostanza di non ricordare. E’ simile al tabù di Barbablù che impone alla sua sposa di non aprire la porta proibita per non osservare la propria anima compromessa e lacerata (simboleggiata dai cadaveri putrefatti delle mogli entrambi aspetti dell’io che si perdono nella non esistenza), Giovanni ha lo stesso divieto: non scavare, non comprendere non ricordare. Perché ricordare scinderebbe quel legame ossessivo e fagocitante con la madre. Ma anche in questa storia, cosi come in quella di Barbablù è il sangue ad aiutarci, il sangue copioso che scende a fiotti da una ferita che ci spinge a farci domande. E il sangue è la perdita non soltanto di energia ma di realtà, di identità: più a lungo rifiutiamo di ricordare, di capire di domandare più a lungo perdiamo noi stessi fino a essere soltanto pallidi fantasmi.

Ed è questo oscuro rapporto che apre la strada delle menti fragili alla nevrosi, specie se la vita ci pone di fronte le inevitabili crisi (per il protagonista è il ricovero in un ospedale psichiatrico) e questa nevrosi si manifestano anche nell’attaccamento di Jolanda alle bambole. Le bambole sono qua molto importanti, sono il simbolo dell’uso scorretto che la madre castrante fa dei figli sono oggetti inanimati che seguono senza volontà propria una sua delirante visione del mondo e delle cose. esiste nel libro una mancata integrazione tra le parti maschili e femminili della psiche che vengono esternalizzate e costantemente minacciata simbolo del rifiuto del figlio succube dalla madre drago, che continuerà a combattere Giovanni nella forma del legame odio con la “sorella”, piuttosto che affrontare questo ostacolo crescendo e reintegrando il alto femminile nel loro sé.

Senza questo passo Giovanni è costantemente attratto dai un mondo nebuloso di idee, di illusioni che finiranno per sopraffarlo completamente avverando il desiderio inconscio della sua genitrice: diventare inesistente.

Bellissimo, inquietante ma anche poetico nella delicata a pacata disperazione di un uomo in lotta con i suoi oscuri spiriti nella ricerca della sua verità familiare che vi terrà con il fiato sospeso fino alla dolceamara sintesi finale.

Perché spesso i mostri sono solo anime incatenate che cercano solo una parola per tornare a essere esseri umani.