Anteprima “Spettri di Frontiera” di Amborce Bierce, Adiaphora edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

SPETTRI - COVER FRONT

Sicuramente non sarà per voi una novità apprendere che, la sottoscritta, è cresciuta leggendo da adolescente, i libri dell’orrore.

Parlo ovviamente di grandi classici, immortali testi di ogni tempo che vanno da Edgar Allan Poe a Lefanu, per cimentarsi poi con Stoker e arrivare alla meraviglia psicologica di Stevenson.

Nella mia ricerca di questo strano genere, spesso intersecato con il gotico, ho avuto il piacere di leggere ogni tipo di autore.

Persino la meravigliosa George Elliott decise di scrivere un racconto dai tratti agghiaccianti come il Velo dissolto.

E cosa dire di Stevenson con Janet la Storta?

O del mio mito Gustav Meyrink, o persino di un Salgari che, lasciati da parte i suoi adorati corsari, si inerpicò lungo la strana montagna del vampirismo.

E cosi abbiamo un favoloso vampiro della foresta, che non cede affatto alle lusinghe dei cupi manieri irlandesi o inglesi e si ambienta in un Uruguay non meno misterioso, non meno irto di ignoto.

Potrei continuare citandovi altri regali nomi della letteratura che hanno deciso di dare un occhiata all’abisso, incuranti del pericolo di farsi, a loro volta, fagocitare da esso rimanendone inesorabilmente avvinti.

Ma in fondo noi italiani cosi come ogni europeo che si rispetti, abbiamo nel DNA i riti ancestrali dei nostri antenati, immersi in un mondo numinoso a tratti idilliaco e a tratti inquietante, con le suggestioni provocate da azioni benevole per chi non lede il patto tra la società proba e tra i piccolo popolo, rischiando di incrinarne l’equilibrio come narrerà Tim Curran nel suo orrorifico “That Olde Christmas Spirit”.

Nessuno, neanche i più disincantati autori si lasciano scappare l’occasione di una scappata nelle regioni più remote dell’ignoto, neanche quello che sembra più dedito al lato più razionale dell’essere.

E neanche la tanto amata/odiata America sfugge al fascino del racconto spaventoso, neanche gli Usa tutto calcolo e raziocinio o come direbbe un perfetto Robert De Niro, solo chiacchiere e distintivo.

In America le suggestioni e le tradizioni verso il popolo della notte sono molteplici e hanno assunto uno strano colore non più nero come l’oscurità ma brunito come la terra da cui essi sorgono.

Perché la meraviglia dei fantasmi americani è il suo essere un alter ego dell’uomo stesso, fonte e genesi di ogni male e di ogni perversione. Se i racconti europei soffrono della presenza di un rigido cordone ombelicale con i loro antenati celti o norreni, in rameica essi si fondono con ansie più reali.

L’orrore viene dalle regioni impervie, dalle praterie usate dall’uomo bianco ma “possedute” dai nativi.

Viene dalle guerre combattute in nome dell’ideale dell’eguaglianza ma uccise della brutalità della violenza.

Viene dalle città che nella loro corsa verso una propria identità staccata dal paese di origine, in realtà perdono se stessi.

Sono le vittime di una società che si barcamena tra puritanesimo e volontà di innovazione, svincolata dalle pastoie della superstizione religiosa.

Arrivano da chi emigra con tanti sogni, che però deve per forza barattare per la sopravvivenza del corpo.

Emblema di questo strano mondo, spesso deriso dalla satirica penna di Oscar Wilde ( basti pensare al fantasma di Canterville) è senza dubbio il maestro Ambrose Bierce.

Nei suoi libri ritroviamo un uomo che non meno del suo compare Oscar tratteggia in modo crudo i vizi e le virtù del suo paese, a anche un fertile e incredibile narratore di fantasmi, di orrori, di ossessioni che, in fondo, appartengono a tutti noi.

Bierce è il guru riconosciuto della narrazione orrorifica e senza dubbio delle ghost stories.

A lui devono tutto autori come Lovecraft o Robert Block.

Bierce influenza ognuno di voi, miei giovani autori che scrivete di abitazioni stregate, di orrori nascosti in cantina, di persone scomparse, di peccati da scontare.

Dovete a voi quella strana sensazione di malessere che v invade osservando una casa diroccata, o osservando un signore con lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca di chissà quali oscure visioni.

Ogni volta che raccontate un omicidio familiare.

Ogni volta che qualcosa passa veloce e si rannicchia nei meandri della vostra mente costringendovi a scrivere.

Bierce stesso non si limitò affatto all’ars letteraria, egli fece volente o nolente, della sua vita stessa un arcano mistero, tanto che ancora oggi non si sa bene la sua fine.

Scomparve misteriosamente in Messico per aiutare la rivoluzione assurda di Pancho Villa.

Una satira resa leggenda.

Una penna che non colorò di grigi ambigui solo i suoi meravigliosi racconti ma la realtà stessa, concreta e rassicurante che in omaggi a un grande autore, si inchinò cambiando un vestito per rendere il suo animo eterno.

Ecco che dopo i meravigliosi racconti d’oltretomba abbiamo una raccolta ancor più interessante, ammaliante ancor più oscura e al tempo stesso venata di quell’ironica pungente che lo resa un critico sociale immortale.

Spettri di frontiera racconta la sua stessa visione della vita, una vita sospesa in cui la morte non è altro che un compimento a metà.

Persi nella realtà tangibile, frustrati dalla loro impossibilità a realizzarsi appieno come soggetti, i fantasmi di Bierce restano sospesi cosi come sospesi erano nella vita.

Non si sa dove vanno.

Rimangono li a memento di drammi e di peccati inconfessabili, resi più spaventosi anche da una mancanza di vendetta.

Basta solo vederli, avvertire la loro mefitica presenza per impedire all’uomo che riesca a contattarli mentalmente perché partecipe della medesima loro angoscia, per esserne divorati.

Ma il fantasma non agisce, è immobile, lungi dall’avere una propria coscienza, seppur modificata o peggio deformata, cosi come i fantasmi inglesi o irlandesi, spesso costretti a divenire loro stessi nemesi del peccatore.

Bierce li rende immobili.

Presenti ma fermi.

Il loro non è un vagare ma un rassegnarsi all’invisibilità.

E’ questo che ci fa orrore. Gli spettri di frontiera restano sulla loro linea Maginot, laddove erano in vita.

Non ricordano, sono solo condannati a ripetere gli stessi metodici gesti o lo stesso assurdo racconto di una fine tragicomica, grottesca a priva di senso.

La lucida e forse pessimistica visione di Bierce li rende non più romantici e affascinanti. Ma patetici e terrificanti per l’orrore che portano con se: la coscienza che la vita è solo una burla, inventata da Buffone di corte.

Ecco che i suoi spettri lasciati li, in quel mondo a metà, non verso i paradiso ne verso l’Ade restano a guarda i frammenti di un esistenza che poteva essere, ma che per ignavia o vigliaccheria non sarà mai.

Neanche di fronte all’estremo ultimo viaggio.

Recensione “Zwillinge. Simbiosi complici” di Elle Razzamaglia. A cura di Alessandra Micheli

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Una serie ricca di malintesi e di occasioni da cogliere.

Una serie che tratta delle molteplici sfumature dell’amore.

Cosi è spesso definita la Zwllienge series di Elle Razzamaglia.

Gli ingredienti ci sono tutti e rappresentano il mix perfetto, quello che tanto piace oggi, di erotismo e il tocco rosa che lo rende meno scontato e meno banale.

Abbiamo tre sorelle ognuna diversa, ognuna con le sue caratteristiche esaltate quasi fino all’eccesso.

Abbiamo persino la cenerentola in balia di streghe cattive e sorellastre invidiose.

Abbiamo idealtipi caratteriali che si ritrovano in ogni persona, ma che per ovvie ragioni stilistiche devono darci quel tocco di assoluto, quello che non può mancare nelle caratterizzazioni dei personaggi.

Ma chi è il vero protagonista?

L’incontro?

Il fraintendimento?

Il lieto fine?

O il rapporto tra sorelle?

Come ben sapete, perché avrete imparato a conoscermi, non tratto mai nelle mie recensioni i dettagli alla portata di tutti.

Ne le scelte stilistiche dell’autore.

Quello dovete farlo voi.

Ciò che mi incuriosisce è il dettaglio che sfugge ai più, quello occultato dalla scenografia, spesso ingombrante, dei testi.

Per questo, spesso, individuo protagonisti diversi, forse quelli che mi parlano e che a volte esulano dall’intenzione dell’autrice stessa, ma sono importanti per la voce del libro, una voce indipendente e totalmente personale.

Ecco perché credo che il vero protagonista del testo sia il passato.

Bello o brutto, difficile o non difficile esso rappresenta un importante bagaglio culturale, spesso alla base di tante nostre scelte, scellerate o non.

Ecco che una mancanza, una frustrazione o solo una sensazione di trascuratezza, delinea una strada precisa, fatta di incontri e scontri, di occasioni spesso perdute o non prontamente affrontate.

Di situazioni complesse in cui il nostro carico emotivo plasma in un modo totalmente persone, decidendo liberamente se raccontare lieti fini o oscurità abissali.

La storia di Genesia è questa.

Nata in una famiglia umile, con una figura materna soffocante e sorelle totalmente diverse da lei, non riesce a trovare il suo posto.

Si accontenta, sopravvive ma è emotivamente “piatta”.

Ogni sua scelta è l’eco di voci lontane che, forse le raccontavano una storia diversa, donandole quell’immagine evanescente e quasi indistinta. Genesia esiste ma solo in funzione di qualcos’altro.

Della sorella gelosa ad esempio.

E di quella fragile, da proteggere dalle insidie della vita.

Ecco perché la sua vita inizia con il viaggio.

Un viaggio che la porterà a conoscere, stranamente due gemelli, uno odiato e uno affascinante.

E inizierà da li uno strano complesso percorso attraverso, appunto, la malia non solo dell’amore ma di un bisogno di scoperta di se che capirà solo alle battute finali.

Genesia inizierà cosi una giostra, spesso cacofonica, non solo di passione e di dolore, ma anche di confronto con gli altri visti sotto una luce reale. Si illuderà, forse.

Si sentirà tradita, usata e mai a suo agio.

Si scontrerà con le gelosie, le bugie, con gli alibi, con i segreti e i disagi che essi portano con se.

Scambierà identità proprio perché lei, una sua identità non la trova, non riesce a trovarla al di fuori della sua ristretta realtà personale e familiare. E solo alle rivelazioni finali, inizierà a alzare la testa e a smettere di essere il cuscino protettore delle interazioni altrui e vorrà diventare una donna completa.

E allora si assiste a una solidificazione, giorno per giorno, capitolo per capitolo di una figura che, per diventare donna, deve perdere se stessa. Negarsi ogni gioia, negarsi l’apertura alla vita e ritrovare semplicemente i suoi sogni

.

La vita e le sue mille avversità non mi hanno mai dato tregua e nella testa mi si affacciano ricordi del mio passato, che già mi dovevano far subodorare il fatto che sarei sempre stata una perdente. Non eccellevo allora e non lo faccio di certo adesso, in nessun ambito. Non ho potuto laurearmi e non ho neanche una cultura, più o meno profonda, da sfoggiare o da presentare, con la possibilità di dedicarmi a un lavoro che mi appaghi.

E non è un caso che il lieto fine arriverà soltanto dopo che Genesia inizierà il suo percorso di recupero interiore, quando sceglierà di essere prima persona e poi donna.

Quando ritroverà se stessa rielaborando lutti e esperienze personali. Quando smetterà di cercare amore e lo ritroverà dentro se.

Le cause del passato mi sono chiare e i risultati del presente sono palesemente davanti ai miei occhi. Adesso devo impegnarmi, affinché il mio futuro si prospetti più positivo del presente e farò tutto quello che posso,

Allora soltanto sciogliendo i nodi, che siano nodi di dolore o di pesanti convinzioni ereditate da un’educazione sbagliata, possiamo davvero essere totalmente e indiscutibilmente felici.

E capaci di reggere a ogni tempesta che la vita ci riserverà.

Siate sempre canne al vento e lasciate che la tempesta giochi con voi.

Recensione: “Fulgore della notte” di Omar Viel, edito Adiaphora Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

RcQuali sono i libri che amo?
È difficile raccontarvelo e farvi conoscere un po’ della mia anima. Molti si chiedono con quali criteri io possa recensire.

Di solito mi limito a raccontarvi il libro e a mostrarvelo attraverso i miei occhi. Apparentemente razionali, apparentemente saggi e antichi.

Apparentemente aperti su un mondo fatto di logica e scienza.

Apparentemente però.

Perché la parte di me più preziosa quella che tento di donarvi con le recensioni, è nutrita dal nettare sublime dell’incanto.

Io vivo con un piede nel mondo del numinoso e da esso traggo sostentamene, piacere e energia.

In quell’universo del fantastico a volte simile a un sogno nebuloso, io mi lascio cadere sparando invisibile agli occhi bramosi della realtà.
I libri che amo sono questi.

Onirici, illogici, assurdamente belli, ma di una bellezza affatto simmetriche, ma quasi crepuscolare ombrosa.

Una bellezza fatta di leggi che sovvertono questo nostro reale, in perfetto equilibrio con un quotidiano che perde il suo grigiore e assume i contorni di un colore impossibile da descrivere.

Un mondo di fate e di esseri magici, in uni un semplice feticcio diviene un tesoro inestimabile eredità di chi al conformismo non sa cedere.

Siamo anime ribelli e questa ribellione non può che lasciarsi cullare dal libro in questione.

Fulgore della notte ha lo stesso sapore del sogno che irrompe quando non deve, quando magari sei a lavoro e ti sembra di vedere una coda spumosa e un sorriso senza volto brillare.

E quella realtà che appare cosi buia, cosi insipida diventa…fulgore.

Il libro di Viel è impossibile da raccontare perché è un testo tattile, un testo che ha la sua voce sussurrata persa nelle rime perfette dei miei adorati poeti (Blake, Keats e Shelley) coloro che conobbero il segreto capace di annullare le distanze tra visibile e invisibile. Ecco che una famiglia si racconta, e le ombre divengono corporee, i misteri danzano allegri in un canto tondo, in un ritmato minuetto dai precisi passi forti eppure leggeri come vento.

Il fantastico irrompe nel testo facendo apparire la trama, tanto cara ai puristi della letteratura, quasi inutile: sono le emozioni, sono gli incanti, sono i segni de numinoso che ti prendono per mano e ti fanno viaggiare a attrarre e ammaliare.

Staccarsi dal libro è perciò impossibile, chi è mai cosi stolto da lasciare un mondo cosi sublime?

Un mondo che ti cattura, che spaventa, che ti bagna come un temporale fino alle ossa fino in fondo al cuore, pompando la sua magia nelle vene:
L’esistenza sembrava tutta euforia ed ebrezza, e lei poteva assaporare la vita nella sua condizione più rarefatta, lontana dal peso dell’immaginazione e dei suoi rozzi emissari. Le fibre nervose che suturavano la coscienza si erano strappate e, all’improvviso, tutto le sembrava possibile, persino l’idea che l’anima avesse preso il volo per vanità.

In questo libro tutto appare possibile, le figure dal soffitto che prendono vita, una tigre che si perde trovando la sua libertà dall’asfissiante circo che mostra come si addomesticano le fiere, la musica che sembra vibrare a ogni passo a ogni attimo di vita che attraversiamo.

E soltanto leggendo che accade il miracolo, la nostra pelle umana si apre e al suo posto nasce qualcosa di straordinariamente diverso:
Quando la gente ci guarda è come se vedesse se stessa per com’è veramente.

Scopre di essere fatta di pelo ispido e zampe caprine e presto si ritrova nell’ imbarazzo di dover mettere in discussione il proprio guardaroba.

Gli uomini hanno la pretesa di essere creature rivolte alla consapevolezza, ma la loro idea di spiritualità consiste nel prendere le distanze dalla sostanza del mondo e questo rende ogni loro sforzo semplicemente ridicolo.
E allora il fatato viene di nuovo respirato e rende liberi i polmoni dallo smog del reale opprimente.

E finalmente si riesce a sentire la leggerezza che accarezza finalmente l’anima.
Ecco cosa deve poter compiere il libro, il miracolo supremo:

“A voi affido il compito di guarire gli uomini dalla loro ignavia. Essi sono smarriti, incapaci di ritrovare la via del corpo nelle catacombe dell’opulenza. Offritegli spettacoli maestosi! Guidateli alla saggezza delle fonti, nelle vaste oscurità della Terra, sul filo tagliente delle rocce muscose!”.

Grazie per avermi fatto di nuovo cadere in quel buco nel terreno ed abbracciare I miei amici di sempre in un folle, pazzo te pieno di non sense e di visioni.

Pieno di assurdità e di oniriche immagini, ma dove io sono la protagonista assoluta di ogni magica azione.

Perché solo quando qualcosa inaridisce la fonte che ci ha nutriti da bambini, con immagini radiose e incantate, allora saremo davvero perduti.

Allora saremo solo stolte marionette in mano del re di turno.

Saziatevi di magia, di bizzarro, di bellezza. Immaginate e lasciate che il fulgore della notte irrompa in voi:
Diventiamo spettatori per saziarci di immaginazione quando abbiamo perduto ogni desiderio di bellezza.

In questo senso, se l’immaginazione è una dotazione umana dal valore evolutivo, lo spettacolo non è che un mezzo particolarmente efficace per alimentare la povertà di spirito degli uomini senza fantasia.

 

 

 

Anteprima. “Storia di un amicizia coraggiosa” di Laura Fogliati, Panesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Uno dei miei brani preferiti di Roberto Vecchioni (già vi vedo sbuffare eh miei lettori) è senza dubbio comici spaventati guerrieri. Credo che mai brano sia più adatto per descrivere non solo lo spaesamento dei nostri ragazzi, ma sopratutto la società che li ospita.

E mi spiace dirlo, sarà ultra tecnologica, sarà una società che è stata capace di grandi conquiste sociali e politiche, ma per eseguire il balzo in avanti nel progresso scientifico, ha sacrificato sull’altare del successo tanti, troppi valori.

Anche i libri oggi non fanno altro che celebrare effimeri concetti, che hanno come punto focale l’essere strepitosi, eroi, punte di diamante di una società che ci appare brillante e seducente. Essere perfetti, almeno sulla forma.

Quanto alla sostanza, beh dubito che si sappia davvero cosa sia.

Questo inneggiare al consumo precoce, questo reiterare un assenso silenzioso alla venerazione tacita del potere, lo ravvisiamo in tutti i media che sono i primi enti socializzatori dei giovani.

Programmi, serie TV, reality, in cui è tutto a portata di mano, in cui conta apparire, in cui il possesso striscia furtivo nei solchi di quelle menti paragonabili a bianchi fogli luminosi.

E basta una distrazione perché si riempiano di ghirigori senza senso, piuttosto che di storie incredibili che inneggino alla forza della quotidianità.

Oggi il vivere comune, quello dotato di semplicità e al tempo stesso di uno spessore difficile da rendere pubblico ( è più facile postare la foto di un evento, di una festa piuttosto che della sensazione di pura serenità che ci dà l’essenzialità di un tramonto) è abbastanza svalutato; si rischia cioè di scambiare la tranquilla routine senza terreni scoscesi, e impervie, ripide discese perigliose, con la banalità. E questo ci rende decisi e orrendi , mi si lascia dire, modelli per quei giovani che si sentono oggi persi, spaesati, immersi in un mondo tutto da scoprire.

Ecco perché ritengo indispensabili porre alternative ai modelli di oggi, quelli che prospettano il successo come unico idolo da venerare, quelli che raccontano che è il potere, la capacità di sottomettere l’altro ai nostri desideri, l’unica vera strada per essere felici.

Quella della Folgiati è una storia intensa e al tempo stesso semplice (che meravigliosa parola la semplicità, cosi carica di significati profondi e cosi poco attenta alla forma) può dare ai ragazzi più spunti di riflessione di quanto potrebbe fare una lunga sterile lezione.

Storia di un amicizia coraggiosa è proprio questo: il coraggio di sperimentare e di provare a cambiare interpretazione al nostro oggi. Di provare un qualcosa che non si vende su Ebay ma ci è stato dato in dotazione da quel dio sconosciuto: compassione e empatia. Michele è il simbolo di tanti nostri ragazzi.

Si sente diverso, e forse terribilmente solo in quel difficile e spaventoso viaggio che è l’adolescenza.

E’ un piccolo ibrido, né uomo né bambino, è pronto a spiccare il volo ma ha pochi sicuri, e certi riferimenti.

La sua scelta è tra il conformismo e l’esclusione.

O almeno è quello che sembra emanare in ogni pagina.

Michele è un vulcano di energie, una mente acuta e curiosa, che però non sa quali strade intraprendere per sviluppare quegli straordinari talenti.

Ecco i ragazzi di oggi.

Pieni di possibilità, dotati dall’evoluzione di una mente agile e piena di risorse, ma senza una mappa con cui imparare a scoprire il proprio territorio.

Michele si isola, buttandosi a capofitto nella sua passione, costruendosi un mondo incantato tutto suo, però, poco aderente alla realtà.

Immagina, sogna e progetta.

Vuole conoscere ma non sa COME conoscere.

E non è un caso che questo splendido archetipo di giovane sia appassionato di…volatili.

Eh si, in questo libro straordinario non ci sono gattini né canidi, ma ci sono loro, gli uccelli.

E perché è rilevante questo dettaglio?

Perché il simbolo che essi potano con se è fondamentale non solo per l’esistenza dei ragazzi, ma per la nostra.

Ricordate l’agghiacciante film di Hitchcock uccelli?

In una normalità quasi sonnacchiosa, improvvisamente i volatili paciosi divengono armi assassine, pronte a ferire a morte l’uomo. L’uomo dominatore, l’uomo costruttore di mondi e significati diviene lui la vittima e il bersaglio.

E sapete cosa significa?

Gli uccelli nel simbolismo rappresentano….i pensieri. Rappresentano l’anima e le energie che la nutrono.

E per dirla con la teoria celtica, l’anima sapete dove è collocata?

Nella testa.

Mente, pensiero e anima.

Sono le basi su cui si sviluppa la vita umana.

E qualora il pensiero stesso, le energie che lo animano e che formano quel qualcosa che ci rende i custodi della creazione, non sono perfettamente integrate, non sono conosciute, o sono represse come nel film del grande maestro, divengono armi capaci di distruggersi. E cosi il nostro Eroe curioso, deciso a conoscere proprio i volatili dai mille colori, dalle mille forme e dalle diverse abitudini, decide di rinchiuderli in una grande voliere.

Le emozioni, i sentimenti, insomma le Energie che ci rendono speciali, spesso sono rinchiuse in gabbie dorate, e noi siamo li a osservarle, in un ambiente protetto, quasi ovattato.

Decisi a divenirne amici.

Peccato che privare della libertà un qualcosa, seppur con ottime intenzioni, significa snaturarla.

Porre un vivente o anche un pensiero, dentro il circuito chiuso di una costruzione, che sia gabbia o concetto non ce lo fa conoscere. Ma lo rende ancora più distante.

E nemico.

E perciò ostile.

Gli uccelli che Michele rinchiude nella voliera sono si riveriti e curati, ma non riescono a esprimere la loro vera natura, perché inseriti in un contesto artificioso.

Ed è in quel momento di chiusura, di frustrazione, grazie alla magia che contraddistingue la nostra capacità di imparare, Michele riesce a sentire la voce dei suoi prediletti.

Riesce a comunicare con loro.

E sapete perché?

Perché la sua intenzione positiva, seppur espressa in modo poco proficuo, lo rende idoneo a sperimentare uno dei più begli eventi del ciclo vitale: imparare.

Michele apprende.

E apprendendo cambia.

Dal possesso passa alla meraviglia e all’amore, la basa essenziale per creare ogni rapporto sano.

Ed è in quel magico momento che Michele si arricchisce di valori, di una diversa interpretazione della vita, della sua esistenza e di quella del mondo in cui vive.

E si apre all’esterno.

La sua passione non diviene più un rifugio, diviene lo strumento di conoscenza per continuare a imparare, e re-imparare in un costante flusso vitale.

Michele non assimila solo a vivere nel macrocosmo (ambiente) non impara solo a lasciare che l’amore scorra.

Michele impara a parlare con i suoi pensieri.

E a farci amicizia.

Perché senza fare pace con l’inconscio, senza volerci bene, senza rispettare noi e la nostra complessità, non potremmo mai rispettare l’esterno.

Come come dentro cosi come è fuori,

diceva la bellissima filosofia ermetica.

Ed è questa che la bravissima Laura Fogliati con una semplicità ricca e feconda, ci ricorda.

Ecco che il suo libro non è solo per i ragazzi, ma per tutti noi che abbiamo scordato chi siamo, troppo impegnati alla ricerca inammissibile.

Dell’irraggiungibile.

E magari questo momento di riflessione, di incanto, ci porterà a conoscerci e capire che spesso il nostro tentativo di amare non è altro che possesso.

E il possesso ci preclude un intero mondo di bellezza.

Semplicemente, non avevi mai provato a metterti nei loro panni. Assecondavi solo l’egoismo che ti spingeva a possederli. Ma non abbiamo a che fare con dei trofei… sono esseri viventi,

Ecco.

Noi non viviamo in un eterno reality, fatto di vinti e vincitori.

Di voti da casa per giudicare la nostra fruibilità sociale, la nostra avvenenza esteriore, il nostro indice di gradimento.

Viviamo in un cosmo con le sue regole, i suoi legami.

E noi ci siamo immersi, ne facciamo parte.

Allora non ingabbiate i vostri pensieri, lasciateli volare.

Magari vi parleranno e diventeranno non più dei mezzi per ottenere qualcosa, ma i vostri migliori amici.

Anteprima. “Little girls” di Ronald Malfi, Triskell Redrum. A cura di Alessandra Micheli

 

Uno dei generi che non ha conosciuto crisi e neanche lo stravolgimento tecnico tipico di questi anni convulsi, è la ghost stories. Questa tipologia di libri, resta intatta nei secoli, con la sua caratteristica ricchezza di adrenalina certo, ma anche frutto di annose domande che da sempre accompagnano questa nostra sofferta evoluzione e che riguardano ovviamente, signora morte.

Cosa c’è dietro il velo?

Cosa accade allo spirito una volta che la signora scheletrica con la falce decide di tagliere il filo del nostro destino?

La morte, assieme alle parche decide quando e quale conclusione può avere la nostra avventura terrena: dopo lo strappo non c’è che un lungo immenso mistero, il vuoto che è ovviamente arricchito da domande.

E le ghost stories, le storie di fantasmi non sono altro che tentativi per esorcizzare l’oscura paura del dopo, e seppur terrificanti, hanno in sé la scintilla della speranza che, giunti al capolinea, qualcosa di noi rimarrà.

Il problema è cosa resta, se buoni sentimenti, se vendetta o se dolore senza fine.

Ecco che da questa concezione della fine nascono i nostri racconti che divengono stimoli per migliorarsi come il famoso Canto di Natale di Dickens, dove la morte arriva per insegnare in fondo la vita. Oppure orrori indicibili, fatti di odio e vendetta come nel bellissimo libro Anna vestita di sangue. In quel caso la morte è la nemesi dell’atto malvagio per eccellenza l’omicidio e il fantasma diviene un crudele e orrorifico riparatore dei torti subiti.

Il discorso sui peccati rappresentati dall’ombra dei trapassati, lo ritroviamo anche in Janet la storta del nostro buon vecchio Robert Louis Stevenson. In questo testo la vecchia Janet, rea di avere un ruolo di strega ossia di diverso nella morigerata società bigotta, avanzerà con il suo passo claudicante verso il reverendo Soulis, sottoposto alla prova massima di fede in grado di mettere a repentaglio la sua solidità morale: confrontarsi con il non detto e con il mondo del peccato. Come Giobbe davanti al congresso dei giusti, egli affronterà l’orrore, cercando di tenere la fede salda. Se ci riuscirà o no lo scoprirete soltanto leggendo.

Ecco che il senso della colpa, nonché un certo tentativo del divino di mettere alla prova il probo e il retto, facendoli incontrare con i segreti sussurrati della tomba, diventa un mezzo per rendere il peccatore redento, nonché tema ricorrente nei nostri racconti.

Questa paura del trapassato diventerà profondamente mentale sfiorando il fantasma come simbolo della mente in bilico tra follia e sanità nei favolosi racconti di Ambrose Bierce. Ecco che i fantasmi si epurano dalla tradizione e divengono veri strumenti di indagine junghiana.

Altro fattore interessante di queste stoire è sicuramente il rilievo dato dal contesto sociale e ambientale, tanto che la Newton e Compton creerà nel lontano 1994 una raccolta di valore sociologico inestimabile, sottolineando non il lato sovrannaturale dei fantasmi ma piuttosto il loro contesto particolare: ritroveremo in esse, le specificità di ogni paese, dall’Inghilterra, all’Irlanda, dalla Francia, passando per la Germania fino all’Italia, per approdare all’America con la sua particolarità di essere una sorta di melting plot delle sopraccitate nazioni. Se riuscirete a impadronirvi di questa raccolta vedrete che ogni paese racconterà le storie di spiriti in maniera totalmente diversa ponendo rilievo e accento di volta in volta all’elemento orrorifico, tradizionale o puramente psicologico.

Dopo questa lunga digressione ( me ne dispiaccio se avrò annoiato qualcuno) possiamo ora analizzare in modo più preciso il libro Little Girls di Maffi. A che categoria appartiene?

La storia è principalmente devota alla scia di Bierce ponendo l’accento sulla colpa, sui segreti e sulla critica sociale. I fantasmi ivi citati non sono mostri ma sono residui di azioni malvagie accettate e mascherate dal silenzio complice di una cittadina. Non a caso il filone di Maffi appartiene alla grande letteratura americana, quella che racconta sia le speranze ma anche la decadenza di un America che in fondo, tradisce se stessa.

In littel girls, I segreti non sono per apprendere.

Ma sono contaminazioni di un male che è molto più concreto della colpa rappresentata dai suoi predecessori: non si tratta di disquisizioni teologiche ma di veri e propri strappi e lacerazioni nel tessuto sociale che considera il potere e la ricchezza, una sorta di attenuante della perversione. In un paese quasi stantio, fermo e immobile, il signorotto di turno, protetto dall’alone di rispettabilità acquisito non per meriti ma per la sua evidenza posizione privilegiata di nuovo ricco, può in totale libertà sfogare i suoi bassi istinti, restando impunito.

Quello che ha seminato, però, è fondamentalmente marcio e resta come emblema e prova della sua atroce colpa.

Il silenzio lo protegge.

La consapevolezza che la sua parole è legge lo tutela dalla nemesi, che eccessivamente soffocata sboccerà in tutto il suo terribile potere.

Del resto se coltiviamo il nostro terreno mentale con il marciume non può non nascere che orrore e malvagità.

E’ sotto il perbenismo che si nascondono le perversioni, l’inaccettabile decadenza dell’essere chiamato uomo, quando abbraccia la folla e il male. Sono i più probi cittadini che fanno del perbenismo una tetra facciata sotto cui nascondere azioni peccaminose, cosi disgustose, in grado di avvelenare l’aria e contagiare anche le menti più apparentemente equilibrate.

Soffocare sempre ogni voce che potrebbe mettere a repentaglio la stabilità acquisita, il non vedere, l’uccidere la voce che dissente, ecco di cosa parla nel profondo questo libro. Con una cadenza lenta, ma implacabile la pazzia, la follia e la volontà di tenere segreti taciuti, ci avvolge come un gas nocivo facendoci comprendere come la pazzia, l’orrore in fondo non sono dell’altro mondo, ma di questo privo di vere regole di convivenza civile e soprattutto di una vera empatia per l’altro. Troppo avvolti dalle soffocanti coperte del privilegio tanto da esserne assurdamente assuefatti. Privarsi di questa coltri è impensabile, bisogna assolutamente far tacere.

Ecco che la gohst stories di Maffi non fa altro che cercare di esorcizzare l’orrore celato in ognuno di noi. Quello di cadere dall’altra parte, nell’abisso, nel vortice della pazzia. Siamo acrobati che camminano su un filo sospeso in un baratro oscuro. E camminiamo attenti e tremanti, tentando di non guardare sotto di noi, perché lo sappiamo, lo sentiamo nella pelle che se guardiamo l’inferno esso ci restituisce uno sguardo ammaliante. E ci chiama, con una voce suadente, cantilenante, ci carezza con mani gelide a cui non possiamo resistere e basta una distruzione, un solo passo falso per farci perdere per sempre

E’ una storia in cui la redenzione non si realizza soltanto dando sollievo alle vittime, perché il silenzio, la volontà di non vedere, di continuare la vita di ogni giorno, l’incapacità di gridare no, lega le anime e le rende soggette al contagio.

Perché se il male non si denuncia, non si combatte diviene un cancro pronto a divorare l’organismo sociale.

Stile impeccabile, influenzato dai grandi autori, ma capace al tempo stesso di liberarsi delle vecchie e oramai sorpassate regole tecniche per sperimentare uno stile tutto personale, lento, seducente e ricco di immagini e suoni. Maffi riesce a far rivivere la storia proprio attraverso l’uso delle tecniche letterarie capaci di far lavorare sensi diversi da quelli visivi, concentrandosi sul tatto, sull’odorato e sui suoni. Striscianti, lievi eppure assordanti. Nel testo si avverte parola dopo parola l’odore nauseabondo della decomposizione, dello stantio e della paura. Tessendo un incanto oscuro tiene avvinto il lettore in una sequela di immagini sempre più soffocanti, fino all’ororrifico epilogo finale.

Non c’è redenzione in questo testo. Forse esiste l’avvertimento: possiamo beffare la vita ma mai e sottolineo mai, la nostra coscienza

Anteprima. “Romanicomio” di Vincenzo Romano, self publishing. A cura di Andrea Venturo e Alessandra Micheli

 

Un libro, due interpretazioni differenti eppure complementari. Quasi simboli di universi distanti eppur necessari uno all’altro: quello maschile e quello femminile. Due poli che si attraggono e dalla cui compenetrazione non può non nascere la creatività, la crescita, l’immaginazione, in sostanza la vita.

Ascoltiamo le voci dei nostri due recensori che omaggeranno le cangianti sfumature del testo di Vincenzo Romano

Buona lettura.

Il blog Les fleurs du Mal

 

 

Il duro mestiere del genitore. A cura di Andrea Venturo

Il titolo è una crasi tra il cognome dell’autore e quello che è un sinonimo di “gabbia di matti”.
Credo riassuma, più di qualsiasi sottotitolo, il contenuto del libro e che solo un padre con un’esperienza simile o superiore possa comprenderne appieno tutte le sfumature.

Per tutti gli altri ci sono il sottotitolo “Storie di figli, pensieri di papà” e la quarta di copertina a togliere ogni dubbio.

Il libro  si legge molto in fretta, bastano un paio d’ore di relax, ed è rivolto a chi ha intenzione di mettere al mondo un bambino o ne ha già uno e vuole fare il secondo. Chi è andato oltre dovrebbe già conoscere tutto ciò di cui si parla e/o avere molto altro da dire al riguardo.

Con uno stile franco e colloquiale Vincenzo Romano pone i riflettori su quella figura che, con l’arrivo del bebe’ in casa, passa inspiegabilmente in secondo piano: il papà. Affronta i luoghi comuni della genitorialità smontandoli con esempi pratici provenienti dal proprio vissuto: ha tre figli e un grande spirito di osservazione. Pone l’attenzione su quelli che sono alcune colonne portanti della puericultura come il parlare assertivo (evitare come la peste i “non si  fa, non si deve, non si cerca… ecc… ), l’uso razionale dei divieti da associare solo ai pericoli reali, la condivisione delle regole e la guida attraverso l’esempio, l’uso razionale dei nonni sono solo alcune delle perle che Vincenzo mostra di aver ben compreso e messo in pratica nel corso degli anni.
Nonostante la brevità del testo (o forse grazie ad essa) si comprende bene che il mestiere di genitore è semplice, ma non per questo meno difficile e impegnativo.

Dal mio punto di vista (privilegiato: anche io sono papà di tre bambini) posso dire che dovrebbe leggere questo libro (e uso il verbo  dovere con cognizione di causa) chi figli non ne ha e magari sbuffa quando, durante una cena con gli amici, vede dei ragazzini scorrazzare per il ristorante o piangere a squarciagola sovrastando ogni altro suono nella sala al punto da invocare il cartello “no kids” affisso sulla porta d’ingresso.

I bambini sono persone (e qui cito volentieri l’autore) e come tali vanno trattati e l’articolo 3 della nostra costituzione è piuttosto chiaro in materia. Di recente è stato tolto il divieto d’accesso ai cani dai locali pubblici (il padrone risponde di eventuali danni) figurarsi se è possibile imporlo ad un essere umano, ancorché molto giovane.

Diventare genitore comporta, per una persona, una serie di trasformazioni non indifferente: si diventa più forti, più capaci, più resilienti… una specie di supereroe che nulla ha da invidiare a quelli del grande schermo. Il libro mette bene in chiaro, con esempi e citazioni di testi ben più autorevoli, come questa trasformazione avviene e cosa succede quando un uomo diventa padre che sia pronto o no.

Comprendere questo semplice concetto è, inspiegabilmente, difficile e Vincenzo riesce grazie al suo modo, serio e scherzoso allo stesso tempo, nell’impresa di far sorridere chi i figli li ha già e far riflettere chi invece finora non si è posto il problema.

 

 

 

Educare. La difficile strada verso la libertà. A cura di Alessandra Micheli

Sono convinta che le frasi che toccano il cuore e i momenti più belli, quelli magici e irripetibili, non siano accompagnati dalle lacrime ma dai sorrisi.

A volte sono adornati da risate così cristalline da ricordare l’allegro scampanio dei sonagli di Natale. (Non a caso uno dei libri più calorosi e immediati, ma al tempo stesso dotati di profondi significati morali, come Il grillo del focolare di Charles Dickens, apre con una scena che strappa un sorriso radioso. Una favola classica che restituisce alla festività l’identità originaria di rinascita dell’anima, a discapito della connotazione commerciale di cui è stata rivestita e che la snatura).

Il Natale sa di famiglia, di piccoli gesti, e dovrebbe avere il sapore della semplicità e della genuinità tipica dei bimbi.

Infatti, è grazie a quell’involontario curvare delle labbra che spesso si apprendono le lezioni più importanti. Ci consente di scavare riportando alla luce i messaggi etici basilari, quelli che gettano le vere fondamenta del vivere civile. Questo perché sposta il centro del discorso verso un livello meno impegnativo, restituendo levità a responsabilità enormi, a critiche sociali in grado di sfaldare ogni status quo, e a ogni granitica certezza.

È il classico escamotage dello spostamento percettivo: beffiamo le resistenze naturali al cambiamento, del nostro carattere e della nostra umanità, abbracciando il reale con un sorriso. Lo si priva di ombre e, decontestualizzandolo, innalziamo il livello di apprendimento che, senza accorgercene, ci catapulta verso il prossimo gradino del salto evolutivo.

La leggerezza, che è altro dalla superficialità, aiuta sempre: azzera le paranoie senza rinunciare a una lucida e disincantata visione dell’oggetto osservato; si libra a mezz’aria ma non per questo risulta meno profonda e incisiva.

Ci affianca perché siamo, nonostante i progressi scientifici, i soliti uomini impietriti davanti all’ignoto, soprattutto quando siamo privi della torcia capace di scacciare le semioscurità maligne.

Dinnanzi a eventi che stravolgono la stabilità acquisita, siamo al pari di creature primitive in balia di un mondo intellegibile e difficile da decifrare.

Ecco che il sorriso sincero distrugge l’orco e smitizza i fantasmi della mente, un po’ come ci racconta J. K. Rowling nel suo libro Il prigioniero di Azkaban.

Come si combattono i Mollicci, orribili creature capaci di incarnare le più profonde paure che custodiamo nel nostro intimo?

Con la risata: semplice e miracoloso dono divino.

Ridicolizzare la paura le toglie potere su di noi e la costringe a tornare nell’angolo buio dell’armadio in un cui è relegata, e dal quale ci sussurra.

Probabilmente è proprio perché la nostra esistenza è nata dal frammento della risata di un dio; o forse siamo noi stessi parte del sorriso dell’universo, felice di essere semplicemente ciò che è, ma è senza dubbio un invito importante che ci insegna che la paura è solo un altro filtro con il quale decidiamo di guardare il mondo, se glielo permettiamo.

E secondo voi qual è l’evento più traumatizzante e meraviglioso per un essere umano?

Ve lo svelo in un orecchio: diventare genitori.

Dare alla vita un essere che si deve formare, ma che nasce già con una propria coscienza, è qualcosa di terribile e maestoso che può lasciarci senza fiato. E questo vale per la donna, protagonista di stravolgimenti fisici ed emotivi verso qualcosa da amare che conduce anche all’estremo sacrificio di lei stessa, ma anche per l’uomo che, da egoico essere narcisistico (diciamocelo, lo siamo un po’ tutti), diviene un faro che DOVRÀ illuminare la strada di qualcun altro che a lui si affiderà fiducioso e indifeso.

Ma un bimbo non è solo un cucciolo da proteggere, è anche una mente da nutrire perché divenga, come dice Gibran, freccia in grado di colpire il centro della vita.

Se per le madri si sono spese montagne di parole, per i padri è diverso. Nonostante la cultura patriarcale in cui siamo immersi, nel caso della genitorialità, l’uomo è spesso “discriminato”.

Forse perché è incastrato in questo strano sistema autoritario che lo pone sia al vertice della creazione, ma che lo esclude al tempo stesso.  Dotato della capacità suprema di nominare l’universo a lui affidatogli e di attribuire, quindi, ordine e forma alla realtà regalatagli al momento dell’atto creativo, è signore e padrone messo in cima della gerarchia valoriale di un sistema società che ha bisogno, sempre più, di dominati e dominanti. La donna, in questo disegno, è relegata al ruolo di nutrice con il compito, spesso bistrattato, di perpetuare la specie e, con essa, di tramandare attraverso la maternità i valori fondanti il sistema sociale. L’uomo detta le regole e la donna le applica.

Questo distacco genitoriale del padre lo si scorgeva nell’usanza, in via di sparizione, di considerare il parto una cosa da donne. Esserne stati esclusi a lungo permetteva di percepirlo come qualcosa di estraneo da loro stessi, che non li coinvolgeva attivamente, non così importante da assolvere altre funzioni al di fuori di quella intrinseca, e nè necessario allo stesso ambiente che incoraggiava l’importanza del mantenimento del ruolo.

Il maschio aveva compiti più importanti che assistere faccende prettamente “femminili”, lo distoglievano da obiettivi più

sommi: prosperare, crescere, e acquisire sempre maggior potere.

Questa mentalità creava, e crea, un grande scompenso nella famiglia, specialmente ora che i suoi assunti principali vengono messi in discussione dall’evoluzione sociale e mentale che oggi ci rende spettatori.

La famiglia non è più così gerarchica: i sistemi educativi tengono conto dell’individualità, della specificità umana e del talento. Le potenzialità diverse divengono importantissime per non far morire tutto il progresso che abbiamo faticosamente conquistato, apportando nuove energie e una ventata di freschezza su un mosaico stantio e polveroso.

Ma, soprattutto, la Teoria del gender mette a rischio i ruoli così nettamente separati di uomo/donna, facendo sì che la coppia debba trovare nuove modalità di contatto e di sviluppo.

Tranquilli.

Citando il gender non intendo dire che sono spariti i generi sessuali biologici: esistono ancora tanto che la riproduzione è ancora possibile. Intendo dire che la percezione di cosa DEBBA essere un uomo e di cosa DEBBA essere una donna viene messa in discussione. Donne e uomini divengono anch’essi maschere sociali limitate dalla volontà di definire, controllare e ingabbiare le potenzialità umane. Questo significa che, in una famiglia, bisognerà non solo ripensare al modo con cui si interagisce con l’altro, ma anche a come le diversità possano e debbano essere una componente amalgamante non più in senso verticale ma in orizzontale, non più come dominato e dominante ma coesi in una logica cooperativa.

E il libro di Vincenzo Romano parla proprio di questo.

Racconta con una notevole verve la sua esperienza, unica e sicuramente personalissima, di uomo che ha dovuto reinventarsi per vivere appieno, e in modo più profondo e fecondo, il proprio rapporto con i figli. Un qualcosa che lo mette certamente in discussione, che lo porta a distruggere tanti preconcetti e a ritrovare una diversa dimensione, molto più valida, coraggiosa e importante all’interno del suo nucleo familiare. Mamma e papà non sono nettamente divisi: si compenetrano, si compensano e, più che dividersi ruoli, riescono a ricoprire in perfetta sintonia, di volta in volta, le tessere scoperte del loro personale unico mosaico.

Mi spiego: la divisione netta dei ruoli presuppone una rigidità del sistema impossibile da mantenere dinnanzi al miracolo della vita.

I figli ci osservano, imparano, e crescono assieme all’esempio che diamo loro. E imparare che ci sono cose da uomo e cose da donna, non è un bene per un corretto sviluppo psico-emotivo. Imparare, invece, come racconta Vincenzo Romano, l’abilità della condivisione e dello scambio è  importantissimo. L’uomo sarà, infatti, a volte sostegno e a volte da sostenere, diventerà il perno attorno a cui la donna potrà muoversi andando a ricoprire le lacune nel suo eccesso di amore. Così, il padre diviene multifunzionale, capace di essere complice e educatore, severo ma al tempo stesso morbido, interpretando con la compagna una sorta di danza rituale in cui ogni movimento è ben armonizzato e sincronizzato con quelli dell’altro.

Vincenzo Romano non consiglia ma racconta, lo fa con apparente frivolezza ma donando rare perle di saggezza con una dote inconsueta: la meraviglia della rivelazione continua.

Pur essendo un uomo fatto, non perde quegli occhi pieni di incanti che sono tipici delle anime pure. Conosce l’enorme responsabilità del ruolo ma la sa vivere con leggerezza, muovendosi con un’eleganza soffice tra i diversi, duri, e tosti impegni.

Quello che ne esce è un libro fresco e commovente, ritratto di un uomo che non ha paura delle proprie fragilità e debolezze, che sa essere sia arco che freccia, che non si chiude alla vita ma ha intenzione di evolvere assieme a essa. Un uomo che ha capito come un figlio sia qualcosa di più che una diramazione del proprio essere, una creatura viva che muta ed evolve, che ha una coscienza individuale da coltivare, una propria personalità, e una propria specificità.

È nell’onorare la bellezza della diversità che si incentra il vero segreto dell’educazione. Sapere che essa non è una prigione rigida ma una strada piena di possibilità da elencare con entusiasmo e serietà al proprio pargolo.

Io spero due cose: che leggendo questo libro possiate vivere la genitorialità in modo più sano, ma anche che possiate trovare un’idea di uomo molto più sfaccettata, vera e complessa; che si discosti dalle tante millantate immagini patinate che oggi vi propinano per gabbarvi.

Buona lettura.

Anteprima: “L’oscuro caso delle luci di Roccaverde” di Claudio Vastano, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ammetto. Sono letteralmente innamorata di Caspar Pestalozzi e di conseguenza provo una venerazione assoluta per il suo creatore, Claudio Vastano.
Le motivazioni di questa profonda ossessione per lo strampalato detective, risalgono agli anni della mia formazione letteraria quando, da ragazzina, divoravo tomi e tomi di gialli. Ebbene sì, invece di aver coltivato sin da subito la passione per i saggi – quella venne in un periodo successivo, nei fecondi anni della mia formazione culturale giovanile – ero una divoratrice dei romanzi di Doyle (possiedo ancora una rara edizione de “Il segno dei quattro”), di Auguste Dupin – personaggio antesignano del famigerato Sherlock nato dall’oscura fantasia di Edgar Allan Poe – dei gialli di Agata Christie, di Simenon, di Rex Stout e di Chesterton. Ognuno di questi grandi autori, perfetti a livello stilistico e strutturale, diedero vita a indimenticabili detective, come Padre Brown, Maigret, Nero Wolfe e ovviamente Miss Marple e Hercule Poirot. Personaggi geniali, dissacratori della società dell’epoca (basti ricordare come l’adorabile padre Brown fosse nato come mezzo per deridere il pensiero meccanicistico della Chiesa Anglicana) ma soprattutto dotati di sottile sapienza psicologica, conoscenza della natura umana e capacità deduttive fuori dal comune.

Eppure, lasciatemelo dire, nonostante il profondo amore per quella loro metodologia di indagine che anticiperà di anni la geniale idea di Carrisi sul dato che stona nello scenario rigidamente coerente dell’azione criminosa, erano…antipatici. Sherlock era un pomposo snob, tronfio e pregno di idiosincrasie che sfioravano l’ossessione. Dupin un arrogante convinto, Maigret eccessivamente logico e tremendamente razionale, miss Marple una vecchia pettegola e impicciona, apparentemente adorabile ma irritante con quella sua finta aria da svampita signora di campagna. E non parliamo di Poirot, odiato persino dalla sua mamma (in un saggio del 1945 la scrittrice si sperticò in lodi verso Sherlock ma definì il suo personaggio una persona noiosa). Uomini simbolo di una giustizia che brilla, che mettono ordine in contesti disordinati, in un marasma moderno caratterizzato da patologie e devianza e che forse, dovevano assurgere a ruolo di educatori di una popolazione che rifuggisse il crimine, aborrendolo in virtù di un senso della bellezza, dell’armonia che andava dalla scienza pura, all’accettazione del ruolo sociale (Miss Marple) alla autoglorificazione del cervello rispetto alla banalità del male. Lo stesso Poirot ci insegna:

 

L’omicidio è un’abitudine

che eleva i gusti dell’uomo superiore verso altre raffinatezze, altri piaceri estetici, come persino il cibo e il pensiero che, proprio in Poirot, raggiunge i massimi livelli. Fantastico certo. Ma sicuramente lasciava a me, comune mortale, un senso di vuoto, una sorta di disagio per la loro elevata statura morale che mai avrei potuto raggiungere. Simboli di una giustizia che non poteva passare assolutamente dal mondo letterario a quello fisico, materiale, troppo preso a combattere contro una vita che seguiva le strade della sopravvivenza, del consumismo e della faciloneria culturale.
Pestalozzi è diverso. Pur dotato di una notevole cultura, di un’intelligenza acuta e sviluppata al pari dei suoi predecessori, la manifesta con un’autenticità e una schiettezza assoluta, mantenendo il suo ego a un livello quasi inferiore, considerando il suo lavoro non tanto una missione ma quasi un obbligo etico, ingombrante, ma non per questo eseguito con minore serietà. È in questo suo contatto con la quotidianità, con la vita che altri avrebbero catalogato come banale che Pestalozzi resta fondamentalmente puro, autentico, e rifugge quell’etichetta di superuomo che i suoi predecessori indossavano con prosopopea e alterigia.

Perché Pestalozzi, pur essendo a suo modo il genio più autentico perché calato nella realtà di ogni giorno, dotato di un acume mantenuto vivo e vibrante con il sarcasmo, con la capacità di sbeffeggiare ogni autorità considerata intoccabile, resta fondamentalmente ancorato al mondo quale unica e indiscussa palestra che consente al genio di essere, prima di tutto, uomo piuttosto che fenomeno da baraccone, da osservare con invidia, timore e perché no ammirazione. Pestalozzi non è ammirato soltanto per il suo acume, perché in grado di risolvere casi intricati, restituendo la realtà a quei fenomeni che la cultura popolare relega come insoluti e misteriosi, ma perché è umano, perché non è il fantastico vincente di tanti racconti, perché vive la vita con quell’occhio scanzonato, perché nonostante viva momenti di pateticità assoluta, come tutti noi, riesce a risultare vincente.
In questo secondo capitolo Pestalozzi affronta un altro tabù intoccabile, quello non della scienza come progresso conoscitivo dell’uomo, ma della scienza al servizio del potere, del dio danaro, della finalità cosciente. È quella scienza che non si bea soltanto nel porre domande e nel tentare di dare loro una risposta, ma si bea dei clamori della folla, dei riconoscimenti, si erige su un piedistallo tenendo lontano la realtà. Vittoriosa e totalmente slegata dai valori che, anzi, dovrebbero guidarla, cerca il consenso e la conferma del suo ruolo sociale e poco importa se questo può causare disturbo all’ambiente, se spezza vite o se non dona le acquisite competenza al mondo. Il mondo è fuori dai luoghi della ricerca e gli esseri umani ma anche l’intero cosmo sono soltanto dei mezzi, delle tappe da superare per essere gli eletti, i deus ex machine, i dominatori indiscussi. In questo caso la conoscenza non è una tappa ma il punto finale per il completo dominio degli altri e della nostra terra, che ne risulta tremendamente danneggiata. Si dissacrano i legami con l’ecosfera, si perpetuano orrendi crimini, sempre non nel nome della scienza ma in nome del nostro personale progresso. In un mondo così rovinato, cosi patologico, Pestalozzi risulta un simbolo estremamente positivo, in balia di un assurdo che è in fondo molto meno assurdo della corsa insensata dell’uomo verso potere:

Avere un’autostima tanto insignificante non deve essere facile, in un mondo frenetico come il tuo.»

 

Eppure è proprio questo suo basso livello di ego a fargli comprendere una verità che è il fulcro di tutto il testo:
Già, utilità sociale. Mi domando cosa ne sappia la nostra società di ciò che è utile e di ciò che non lo è. Vista quanta ricchezza consumiamo per il futile e quanto poco investiamo per l’indispensabile, direi che la lungimiranza non è proprio il nostro forte.

Con episodi esilaranti che sbeffeggiano in modo irriverente ogni autorità, persino quella di augusti tenenti convinti di agire in un telefilm:

l’ispettore con l’impermeabile alla Colombo è ormai troppo lanciato; Beretta alla mano, si spalma con la schiena a ridosso della parete del tunnel e inizia a strisciare verso l’oscurità. Ogni fruscio lo fa sobbalzare, ogni eco lo mette in allerta.
Giunto a una quindicina di metri dall’ingresso della grotta, si accorge di non scorgere più un tubo a causa del buio. Allora cosa fa? Estrae la torcia elettrica dalla tasca dell’impermeabile e proietta il fascio di luce verso la gola della miniera.
No, dico, ma cosa l’hai fatta a fare quest’entrata alla super poliziotto se poi ti fai luce con una torcia?

 

E troviamo il meraviglioso Trapasso che in barba degli studi psicologici ha capito che in fondo la morte è l’unico business possibile; abbiamo Laura e il suo apparentemente distorto modo di amare, che non ci allieta di poetiche elucubrazioni sul quel nobile sentimento, ma ci fa comprendere come, in fondo, quello che conti davvero è esserci:

 

Ma lo sa che quando Gustavo è tornato in paese, la sua fidanzata si è preoccupata tantissimo per lei?»
«Ah, sì?»
«Ha fatto tutto da sola, sa? Ha chiamato il suo strano amico sempre corrucciato e mio marito, e poi è voluta andare con loro a tutti i costi…
Anche se per certe faccende può sembrarle un tantino rozza, si vede che la sua fidanzata le vuole un gran bene.»

 

E poi abbiamo un altro indimenticabile personaggio, Gustavo che non potrete non adorare.
Chi è Gustavo?
Il vero protagonista del romanzo, un adorabile tasso che a parte il piccolo, insignificante problemino è davvero un amico fedele. E quindi vi invito a ridere fino alle lacrime come ho fatto io, fino alle due di notte, facendomi osservare da un gatto allibito che non capisce come mai, ogni volta che leggo la Dunwich, o urlo in preda al panico, o rido a crepapelle. Speriamo che l’ansia non mi crei mai l’effetto Gustavo.

Quale sia lo capirete solo leggendolo.

Pestalozzi forever!

 

Anteprima. “Una giornata bestiale” di Vincenzo Carriero, 011 Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Durante la mia carriera universitaria, oltre a lanciare palline di carta ai banchi dei secchioni, assistevo alle intriganti lezioni di storia delle dottrine politiche, portata avanti da una pomposa marchesa. (il secondo modulo, invece ebbe come protagonista un conte. E giuro studiavo a Roma non al Trinity college). Fu in questi giubilanti giorni che incontrai e mi scontrai con un famoso filosofo della politica di nome Thomas Hobbes autore di un libro straordinario e fastidioso il leviatano.

E sapete cosa sosteneva il perfido Hobbes?

Leggete voi:

Ogni uomo è affetto da una bramosia naturale che lo porta a voler godere da solo di quei beni che dovrebbero essere comuni. Per Hobbes, quindi, l’uomo è un animale mosso meccanicisticamente da pulsioni egoistiche.

– Ogni uomo per natura ritiene la morte violenta il peggior male possibile e la sfugge in ogni modo; ovvero, in ogni uomo, sin dallo stato di natura, è insito l’impulso all’autoconservazione.

 

In pratica, il nostro eclettico britannico, sosteneva un’amara verità, da me odiata ma impossibile da contestare ossia la natura primordiale e bestiale di un uomo, il cui unico intento era la soddisfazione di istinti e impulsi. In pratica, l’essere umano originario, non era un “animale” sociale, ma un vero e proprio predatore, che si necessitava dell’altro, ma che in fondo, nel suo profondo io, non lo amava affatto. Lo temeva, lo disprezzava, odiava aver bisogno di lui, non provava empatia ed era fortemente egoista. L’associazione in gruppi nasceva così da un timore verso l’ignoto presente nell’universo materiale e dal mero bisogno. Del resto se ogni uomo era ossessivamente portato alla ricerca del proprio benessere personale, ciò aveva come conseguenza un radicato antagonismo, un contrasto perenne pericoloso di esseri che bramano, in fondo, la stessa cosa, che tentano di soddisfare il medesimo bisogno. Bisogni che, dato la scarsità di materie prime o di possibilità, crea e deve creare caos, disordini e guerre.

 

bellum omnium contra omnes

Ed è per controbattere a questo stato naturale che nasce lo stato e la società.

Ma è un artificio che resta in contrasto con quell’anima fondamentalmente brutale, violenta, dominata dal puro istinto di sopravvivenza e che porta alla sopraffazione e che non sempre riesce a essere plasmato dalla ragione.

Per l’uomo sociale esiste la volontà ferrea di dividere il mondo in giusto e ingiusto, per l’uomo naturale questa distinzione NON può esistere e spesso si manifesta in quei comportamenti considerati devianti, osceni ma che in fondo in fondo ammiriamo. Perché ci ricordano tristemente chi siamo.

Pur sfuggendo il male più grande la distruzione totale dell’esistenza, ne siamo tuttavia, terribilmente attratti. Lo sfavillio del successo, il primeggiare sugli altri a scapito dell’eticità della vita, porta a sostituire valori universali con una morale costruita ad hoc. Sant’Agostino parlava di verità eterne convinto come molti adepti del sacro che in fondo, nonostante il pessimismo materialista di Hobbes, una scintilla divina, (a culo proprio) fosse discesa in questa strana creatura chiamata uomo.

 

che cosa è l’uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

 Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

 gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi

Insomma, se siamo un gradino superiore persino agli angeli, se abbiamo la possibilità di diventare dio o abbracciare la parte divina presente in noi, forse qualcosa che ci ricordi la nostra arcana origine dobbiamo pur trovarla. Ed ecco spuntare i valori come amore, famiglia, rispetto, empatia comprensione, compassione raccontati da tanti miti. Ed ecco nascere una società livellata a questa illusione, in cui gli uomini cercano disperatamente a volte di combattere la natura bestiale in favore di una ricerca iniziatica del loro vero sé, perduto o rapito da un’entità aliena crudele e beffarda. E quest’entità ha tanti nomi Demiurgo, Arconte o semplicemente Re di Denari.

E leggete un estratto di Carriero:

 

Veniamo al mondo per vivere un’esistenza che ci porta alla morte. Prima o poi dobbiamo abbandonare questo mondo.

Viviamo e ci affanniamo aspettando la fine. Come un conto alla rovescia, un lungo percorso che ha la stessa meta per tutti.

Accumuliamo ricchezza, consumiamo risorse, ci vendiamo l’anima. Per niente.»

Lo disse con una lucidità quasi disarmante.

«Ti sembra il caso di metterti a fare il filosofo?» gli chiesi un po’

incazzato.

«Ma ti sei guardato allo specchio? Scarpe firmate, camicia firmata, mutande firmate. Sei omologato, sei uguale agli altri. Ti vesti, pensi, parli come tutti gli altri. Sei un prodotto. Tu non sei più umano. Non lo sei neanche nato, umano.»

Carriero inizia laddove Hobbes tace (o non riesce a proseguire) chiedendosi: sì ok abbiamo uno stato di natura di uomini lupo, ma cosa  accade quando, la vita societaria, pallida imitazione del regno celeste, ti mette di fronte tante prove, stuzzica quel lato bestiale e ti porta a abbracciare totalmente il disordine?

Quel fragile equilibrio umano e etico viene messo a dura prova. Se un solo uomo cade, cadono tutti assieme a lui. Perché in questo strano marchingegno societario o materiale, in questo mondo che molti sperano sia illusione, siamo tutti totalmente interconnessi. Abbiamo creato noi questa rete di interdipendenza per poter sopravvivere. abbiamo creato leggi umane sperando di imitare quelle spirituali, abbiamo costruito una morale, sperando di raccontare con i nostri frivoli sensi l’etica profonda che intuiamo o ci vogliamo convincere che esista.

Quindi un solo uomo cade e un solo uomo mette a repentaglio tutta la baracca. E questo solo uomo per poter riparare quegli strappi deve percorrere un cammino irto di difficoltà, di mostri, di orrori per poter giungere alla comprensione totale del perché rubare, uccidere, sopraffare, mentire è sbagliato. E deve necessariamente trovare l’altra parte di sé, quella pura, non toccata dal mondo corrotto, dalla delusione e dalla frustrazione di una vita che alla fine si divide in bellezza e schifo. Chissà perché noi tendiamo a sottovalutare sempre la meraviglia?

Ecco che come Dante prima di lui, come ogni eroe graaliano, come il protagonista di tanti libri in cui la colpa diviene un marchio indelebile quasi una maledizione, il nostro protagonista si trova a dover percorrere una strada di redenzione. O di caduta. O di entrambe perché l’una non esclude l’altra. E deve farlo trovando la parte del sé che ha abortito o che la società, madre amorevole (e inquietante), ha deciso di abortire, creando un’immagine di un uomo a metà, creativo e caotico, soprattutto sordo a sé stesso, e cieco davanti alle innumerevoli verità che la vita gli pone davanti.

Perché il protagonista inizia questo viaggio straordinario e mostruoso?

Perché rischia di diventare bestia perdendo l’umanità tanto faticosamente costruita?

Sono quelle mattine senza senso, quelle in cui la rabbia di una vita che avverti come fallimentare spadroneggia ridendo malefica e oscura talmente tanto la tua visuale da farti notare solo il lato negativo di un’esistenze che è e sarà sempre più vasta. Davanti a tante piccole sconfitte, il protagonista non si rende conto di essere vincente per un solo straordinario motivo: è vivo.

È vivo e può creare, può prendere l’ombra che lo minaccia e renderla poesia grazie all’immaginazione. Può strozzare il dolore con l’ironia che è insita in ogni dialetto, un dialetto che sa di saggezza e profuma di secoli. Può combattere l’orrore con l’amore. E queste cose deve riscoprirle mettendo a rischio la sua intera esistenza.

Attraverso incontri, attraverso la morte che lo sfida, attraverso un incontro triste e poetico al tempo stesso, e grazie alla vista del degrado che minaccia da sempre l’uomo, attraverso la consapevolezza che l’uomo è da sempre un equilibrista precario sul filo sopra l’abisso, DEVE ritrovare l’uomo dietro al burattino. Scegliere la strada e rischiare anche di morire. Del resto senza la morte, senza qualcosa di orrifico che ci ingloba, ci mastica e ci riassembla (la morte sciamanica) continueremo a essere terribilmente ciechi.

Cos’è una giornata bestiale?

Una giornata bestiale è:

quando ti svegli senza un motivo per cui sorridere, quando vivi senza riuscire nemmeno a dire un grazie, quando non hai qualcuno a cui importa veramente di te.

Una giornata bestiale è:

quando te la prendi con chi sta peggio di te,

quando l’altro è una minaccia,

quando esisti solo tu.

Da uomo a bestia il passo è breve, l’umanità è a rischio, solo la solidarietà la può salvare, il “prendersi cura”, l’accoglienza.

L’uomo, la scintilla divina che ha dentro di sé,

la creatività che imita Dio e quasi lo raggiunge.

 

Una giornata bestiale è quella passata senza essere curiosi di scoprire un talento nuovo, folle, imprevedibile

Una giornata bestiale, ve lo dico io, è quella in cui la convinzione che quella di Hobbes sia l’unica percezione possibile, sottovalutando altre sfumatura, che so, la cooperazione di Sant Simon, o la capacità di uscire dal proprio centro egoistico e divenire volontà generale. Quella in cui non si comprende come l’ombra sia necessaria e vada abbracciata e mai temuta. Quella in cui si vede sempre la tragedia e mai la poeticità di un fiore che sboccia in mezzo all’asfalto

È il giorno in cui si può scegliere chi essere se uomo mansueto o ribelle:

 

La strada per gli uomini ribelli è spesso in salita e lastricata di merda. Ci sono fossi, insidie, belve feroci che ti fanno agguati mortali. È un percorso tortuoso e pericoloso. La strada dei mansueti invece è in discesa, pulita, asfaltata. In cambio di un pezzo di libertà l’uomo mansueto ha la facoltà di lavorare tutto il giorno per pagarsi la pensione che non avrà mai perché quel giorno sarà già morto. In compenso potrà comprarsi l’auto nuova ogni tre anni con rate infinite, piccole piccole, avrà un bel mutuo ipotecario sulla casa, avrà dei bimbi. Andrà in banca, poi in vacanza sempre nello stesso posto, e pagherà una montagna di tasse. L’uomo mansueto non pensa, non vota, non legge i romanzi di Bukowski. L’uomo mansueto vede la televisione, le partite di pallone, le telenovele.

L’uomo mansueto è felice perché non si pone domande e pensa che gli altri prenderanno le decisioni migliori per lui e per i suoi figli.

E voi chi volete essere?

Burattini al servizio del Re di Denari o ribelli che sanno rischiare una volta messi alle strette?

Ribelli che sono coscienti che il mondo li vedrà:

 

Essere ribelli significa essere dei perdenti. Sempre. È impossibile sfidare il sistema senza perdere qualcosa. C’è chi perde la vita, chi la libertà, chi l’onore, altri gli affetti.

Ma che il solo gesto del contestare, del dire no, dello scoperchiare i vasi di pandora, la loro voce che echeggia nel deserto vale più di mille azioni. Perché è soltanto dicendo no che inizia il cambiamento, perché dire no significa rifiutare dentro sé stesso, il marcio.

È il riconoscere che la propria vita:

 

la mia vita. Sempre vissuta di corsa, sempre a pensare agli altri. Al lavoro, alle bollette. Sempre a pensare alle tasse, alla necessità di guadagnare tanto. L’assicurazione, la Tarsu, l’energia elettrica, il cambio d’olio, la retta della scuola di mia figlia. Il frigo vuoto, la spesa al supermercato, lo scontrino fiscale, il verbale per divieto di sosta. Il bollo, la licenza che scade, il conto corrente, l’home banking, la connessione internet, il cellulare, il riscaldamento globale, il prezzo del petrolio che scende ma quello del gasolio è sempre uguale, anzi aumenta. Com’è ‘sta cosa?

L’ansia che cresce. La sento nel petto. Il cuore batte ancora, forte, allegro, intermittente. Sento arrivare il mostro, lo sento crescere dentro. Si alimenta della mia paura, della paura di vivere, della paura della miseria, della paura di non farcela.

E cosa riesce a salvare questo scanzonato guaglione?

L’amore.

Sempre e solo l’amore. Ma non l’amore trito e ritrito dei romance, quello tutto sole cuore e amore. Ma il sentimento che si esprime in meravigliose e intense parole:

 

Per lei vorrei una vita migliore. Un mondo diverso. Un uomo che le regalasse gioielli fatti di sentimenti e buone intenzioni.

Non gioielli. Non cose materiali. Ma emozioni, paesaggi sconfinati, la capacità di sentire il respiro di un altro, vederlo crescere, evolversi e spronarlo a salire su quella montagna. Perché è solo così che riuscirai a comprendere come:

visti dall’alto i draghi del potere ti accorgi che son draghi di cartone!…

Bennato

E dopo questo sogno tutto acquisterà un sapore diverso e le cose date per scontato diverranno diamanti.

Io spero davvero che si avveri l’avvertenza di Vincenzo:

 Una Giornata Bestiale nuoce gravemente alla salute. La sua lettura può provocare benefit ipermanenti quali: sviluppo di senso critico, pensiero indipendente, disprezzo per il denaro, la finanza, il governo, la malavita organizzata e il francazzismo.

 

C’è tanto bisogno di pensiero. E meno di banalità e ipocrisia.

 

“A mia madre” di Emiliana Erriquez, self publishing. A cura di Ilaria Grossi

 

Nocciolina era il modo in cui tutti la chiamavano. Per via della sua statura lunga e del colore biondo scuro dei capelli che ondeggiavano a ogni passo. Elena, questo era il suo vero nome, era affezionata a quel soprannome. Il primo a darglielo era stato suo fratello Pino, per caso, in un giorno in cui una pioggia rumorosa batteva ritmicamente sui vetri della finestra della cucina da cui Elena guardava il mondo e sognava.

Quanto si è pronte alla morte della propria madre?

Non ci sentiremo mai preparate abbastanza. Il vuoto sarà sempre un grande vuoto, il tempo sfumerà il dolore e quella spina al cuore ci ricorderà sempre lei. Lei che non c’è più.

Tra passato e presente.

Laura ricorda sua madre Elena, le sue origini e la sua famiglia. Foggia, dopoguerra,Elena ha solo 9 anni quando, per aiutare la sua famiglia, mamma Anna e papà Antonio,) abbandona la scuola con immenso dispiacere.

Sacrifici, ristrettezze, povertà.

Elena e Pino, fratelli legati da un forte legame e da una complicità unica. Pino le insegnava a leggere e a perfezionare la sua scrittura ed Elena era sempre più assetata di apprendere e imparare. Elena è una piccola grande donna, responsabile e sveglia nonostante una vita delimitata dalle mura domestiche e poche uscite.

Elena cresce, si innamora, si sposa e avrà due figlie,Laura e Rosa. Commoventi e profonde le riflessioni di Laura, i suoi ricordi legati ad una mamma che non c’è più, portata via da una malattia che non concede tregua. Leggere la storia di Elena è un po come affacciarsi in uno scorcio storico della nostra Italia che va dal dopoguerra agli anni 80, con interessanti aneddoti e storie di cronaca, come il tragico terremoto dell’ Irpinia.

Ho letto il libro tutto d’un fiato. Non nego che le parole di Laura mi hanno spesso commossa. Perdere la mamma è un grande dolore, indefinibile con le parole, incolmabile, per un legame così forte da sfidare tempo e spazio.

Lo stile di Emiliana Erriquez è genuino, sincero, diretto, capace di rendere la lettura piacevole e coinvolgente.

A mia madre è un omaggio bellissimo per ricordare e non dimenticare la persona più importante della propria vita. A tutte le mamme, forti e coraggiose e a tutte le figlie orgogliose di essere per sempre loro figlie.

 

Buona lettura.

 

lIaria per les fleurs du mal blog letterario

Anteprima. “Oblivion. Cronache dell’al di fuori” di Aurora Stella, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Fin dalla mia adolescenza ho avuto uno spiccato interesse per due argomenti, apparentemente opposti  ( per meglio definirli o campi di studio) uno squisitamente esoterico, o per meglio dire gnostico, e uno prettamente scientifico, in particolare riguardo alle innovative scoperte di stampo einsteiniano che molto spesso si avvicinavano alla metafisica.

L’esistenze di universi paralleli, la teoria delle stringhe ben si sposavano con i bellissimi racconti narranti di un universo fondato su multi-livello o come li chiamavano loro eoni, ognuno dotato di caratteristiche e regole specifiche. E questo strato su strato di realtà e percezioni allontanavano il mondo materiale dal piano di esistenza primigenio, quello fondato di sola energia o di  luce, cosi come i cantori d’amore (e i catari) amavano descriverlo.

Pertanto, il mio libro preferito da sempre è la Pistis Sophia, un testo complesso, dispersivo e di difficile comprensione. Lo leggo ormai da anni (venti per l’esattezza se non di più) e sono molto lontana dal capirne tutte le sfumature. Quello che mi è sempre più chiaro, invece, è che questo testo, caposaldo della filosofia gnostica, è il substrato di molti racconti specie quelli che vantano la derivazione fantascientifica.

Oblivion fa parte di questo mondo. Influenzato da Asimov, Da Bradbury e da film quali la fuga di Logan,  e si muove in un piano di esistenza doppia, dicotomica anche se in realtà a una più attenta analisi è unitaria. La diversità è rappresentata dal codice con cui lo sui vuol leggere se in chiave metafisica o fisica, ma l’argomento è lo stesso: un testo di rivendicazione della realtà vera, non oscurata da veli come le percezioni instillate da cultura e abitudini e la consapevolezza, da sempre presente nell’uomo di vivere, quasi in una sorta di gabbia.

Bradbury, e Orwell  hanno ben esplicato questo senso di claustrofobia, denunciando la ossessiva presenza di un grande fratello o di un tabù, entrambi nati con lo scopo di sottomettere e manipolare l’uomo e il suo pensiero e di conseguenza tutta la realtà che, dal pensiero, scaturisce. Togliere libertà di azione equivale a limitare la capacità di pensiero e così via, essendo pensiero e esistere, indissolubilmente legati.

Non a caso Cartesio parlava di:

 

cogito ergo sum

 

Ma potremmo anche ribaltare il significato come:

 

sum ergo cogito.

 

Oblivion è un romanzo sia di liberazione che di stimolo alla consapevolezza totalmente simile alla Pistis Sophia. Andiamo a analizzare perché.

Lo gnosticismo fu una filosofia particolare e particolareggiata in cui il fulcro centrale era la credenza nell’esistenza di due divinità. Una dominava il regno materiale ed era  capace di manipolarci attraverso le sue emanazioni (arconti) servi esclusivi addetti al controllo dei confini in cui si rinchiudevano particelle di anima o di luce, fuggite dalla amorevoli mani di una divinità del mondo spirituale (penumatici) e finite nel mondo inferiore attraverso una lunga caduta tra le emanazioni dell’arconte (peccati) rei di aver appesantito il loro carico energetico. In parole povere l’uomo, parte del mondo superiore (Dio) discende per un caso, o per una mancanza, o per la brama di potere, attraverso vari livelli energetici, appesantendosi man a mano fino a rendersi proprietari di un corpo fisico, dotato, quindi di energia pesante.

Questa discesa, considerata sia redenzione che prigionia, è sotto il dominio del dio della forma, che gli gnostici chiamavo Jahvè (non a caso il senso ebraico di Jahvè è colui che è e per essere non devo trasformarmi in altro ma restare statico).  La divinità originaria, padre delle scintille di energia pure (senza forma), si trova così a lottare per riportare in alto le particelle fuggiasche che soffrono e tentano la riconquista del paradiso perduto attraverso una vita terrena che è non solo “Sacrificio” ma anche e soprattutto illusione; non è altro che una pallida parvenza della realtà superiore.

Si può dire che il mondo arcontico sia chiuso, una pessima proiezione olografica di una realtà sfuggente e incomprensibile al pesante livello di energia del mondo basso. Non a caso noi non possiamo che percepire una sorta di pallida essenza della realtà energetica superiore proprio perché appesantiti dal corpo e da sensi limitati. E non a caso l’idea di teletrasporto può essere teoricamente possibile solo in presenza di piccole (pure) particelle di energia. Gli agglomerati biologici, infatti, sono troppo pesanti.

E veniamo al libro e alla Pistis Sophia.  Questo libro gnostico non fa altro che raccontare (ve lo spiego in breve, ma vi invito a leggerlo lasciando che la perfetta musicalità del testo vi avvolga la mente) come sia possibile arrivare alla conoscenza (gnosi) e di conseguenza alla liberazione dalla pastoie della materialità attraverso il racconto della redenzione di una caduta, quella della Sophia (sapienza). Rea di aver peccato, scambiando una pallida imitazione della luce del piano superiore (Sophia abitava nel tredicesimo eone o nel tredicesimo piano della materia) scende bramosa e affamata, invece, in un piano sempre più materiale, fino ad essere circondata dagli arconti (servi dell’arrogante ossia colui che si adorna del titolo di Dio) e letteralmente divorata, resa prigioniera e resa schiava. Alla Sophia viene tolta costantemente quel filo di unità con la fonte o se vogliamo chiamarlo il nesso, costringendola a credere che il mondo inferiore sia l’unica realtà esistente.

E cosa centra con Oblivion?

 Oblivion racconta la stessa identica cosa. Due personaggi Nara e  Eridan affrontano, ognuno a suo modo, la ricerca della verità rendendosi sempre più consapevoli di una verità liberatoria ma distruttiva ( del loro imprinting sociale ) che il loro mondo è

 

Un mondo chiuso, con confini reali e un qualcosa di sconosciuto che sta al di fuori.

 

 E noi siamo in preda di un rigido controllo, in preda di :

 

una percezione della vita che in realtà non è quella…

 

La psitis sohpia poi ci parla di una cosmologia molto intrigante: al vertice esiste Dio non un dio ma il Dio per eccellenza dalla cui luce (energia) deriva ogni cosa. questo è immerso e partecipa di spazio purtuttavia distinti:

 

il I spazio o spazio dell’ineffabile;

il II spazio o primo spazio del Primo Mistero

il III spazio o secondo spazio del Primo Mistero.

 

E Aurora Stella di cosa ci racconta nel suo libro?

Di tre mondi:

 

al difuori

al ditsotto

e al diqua.

 

Caso strano i primi due sono realtà fittizie, quasi vivai artificiali atti a preservare le razze o peggio l’umanità, da qualche disastro naturale o diabolico, una sorta di contenitore (chiamato arca biologica) chiuso e sigillato, dove la vita prospera senza però possibilità di scelta. Quello che i mondi senza luce (gnosi) preservano è solo la varietà biologica e la biodiversità ma, sono deplorevolmente ignoranti davanti a altri livelli mentali, come empatia, amore, compassione e condivisione. Non a caso l’orribile mondo al di-sotto è considerato regno di demoni, che prendono dai loro schiavi adrenalina, potere e tutto ciò che li rende quasi convinti di essere vivi. Dall’altra parte il mondo al disopra è profondamente robotico, cosi chiuso in convenzioni rigide dalle quali è esclusa la poetica, la creatività e la vera bellezza. Tutti accettano le regole di chi ha abilmente preso il potere, lavorando e considerando legami, eventi che in un mondo permeato di anima sono carichi di emozionalità, come semplici mezzi di sussistenza. In questi due mondi, è infatti, deturpata la procreazione: nel primo caso non è contemplata nel secondo è regolata dalla finalità cosciente (ampliare la stirpe).

Cosa significa?

Procreare non è soltanto un atto biologico. Ma da sempre è considerato un potere legato alla creatività, al caos rigeneratore, al cambiamento. È un mistero è la capacità di richiamare anime dall’alto dei cieli, di rendersi simili al Dio. Non a caso per gli gnostici era l’atto più egoistico e collegato al potere dell’arconte, ossia intrappolare altre anime in un corpo materiale e condannarle alla ricerca della salvezza. D’altro lato, chi è privato di questa capacità è privato anche dell’immaginazione. Qua la procreazione non è, dunque, solo un fatto biologico ma simbolico: tutte e due i mondi privati della vera luce e della vera consapevolezza sono fermi, non sono graziati dalla capacità umana di pensiero e dunque, di creazione. La capacità della tribù di Eridan di cantare (dal sanscrito kanati o kvanati con il significato di raccontare quindi creare storie o celebrare fino a sfiorare il significato di inno e preghiera) ossia di creare incantesimi (incantare, composto da in- intensivo e cantare recitare formule magiche – da canere cantare; stessa radice del fortunatissimo sinonimo francese “charme”, derivato da carmen canto, poesia, profezia.) non è usata per scopi più sacri ma oserei dire prosaici, quelli che mirano alla finalità di garantire riparo, acqua e cibo.

Ecco la finalità cosciente distorsione di ogni elemento sacro dell’uomo.

Come si raggiunge il mondo oltre i confini?

Con la scoperta della verità, con la ribellione e la lotta. Non esisterà mai un uomo che possa essere benedetto e dunque, unto o salvato che non osi arrogarsi il diritto di dire no, di lottare con divinità ritenute intoccabili o pericolose, con idee e concetti ritenuti inviolati o con percezioni considerate le verità assolute. La conquista della consapevolezza passa e passerà sempre attraverso la lotta, ed è la lotta che ci rende, davvero, evoluti.

Leggere Oblivion è leggere il percorso simbolico, gnostico di un’anima che passa da un mondo prigione dotato di confini che nessuno valica in virtù di un tabù falso (nel nostro sono gli assunti cultural-religiosi che sono il nostro nutrimento fin da piccoli) e la capacità di rendersi conto che, il mondo che vogliamo vedere, è soltanto un ologramma. O una proiezione.

Per raggiungere il nesso, l’origine di ogni cosa, serve un atto scioccante come quello di Eridan E Nara. Per imparare da loro non resta che farvi rapire dal libro.

Io stavolta non ve lo svelo.

Buona lettura.

“quando cercavo la luce, mi diedero le tenebre

quando cercavo la forza

mi diedero la materia”

Pistis Sophia