“Creature oscure. Il dio drago” di Francesco Lombardelli. A cura di Alessandra Micheli

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Come sa chi oramai mi conosce e mi segue ritengo l’antesignano del fantasy il mito e la leggenda e quei racconti folcloristici che oggi noi snobbiamo come vetusti.

Eppure è grazie a Cu Chulainn, a Arth Fawr (lArtù gallese) o al buon vecchio Talisien o alla mitica Caladvwlch la spada capace di intagliare la roccia, simbolo di regalità nell’Irlanda dei sogni e degli incanti se oggi, possiamo vantare una miriade di trame che ci trasportano in reami incantati.

Lo stesso Tolkien e la stessa Bradley non hanno fatto che rimestare nel calderone ribollente della tradizione per prendere a prestito idee che hanno colorato con le tinte brillanti della loro originalità, nata in seno al tempo che scorre, alle esperienze e alla peculiare visione del potere e della cavalleria eroica.

Ed è grazie al saggio di Campbell se oggi, questo percorso affascinante che rende l’uomo, da semplice pedina di un dio beffardo, in un vero e proprio protettore di arcani e eterni valori, quelli che lo stesso sant’Agostino chiamerà verità eterne.

Il fantasy, dunque, diviene non solo narrazione capace di trascendere le idiosincrasie del tempo attuale, di una società che mano a mano, complice i secoli gettanti più ombre e luci, diviene sempre meno capace di badare a se stessa, ma è percorso evolutivo, introspezione psicologica atta a farci affrontare mostri e demoni, nemici e meraviglie promettendoci l’eternità dell’azione eroica, celebrata, appunto dai canti dei trovatori.

Ogni fantasy è quel tentativo di dare voce al miglior istinto umano, quello di interagire con il mondo senza esserne sottomesso e senza subirlo.

Ogni eroe del fantasy, brillante, furbo, astuto, disperato o inconsapevole diviene il simbolo della capacità dell’uomo di sfuggire alla sua terrena e materiale mortalità, divenendo appunto eroe.

E’ in questo percorso scosceso, irto di pericoli ma anche ricco di insegnamenti, che si nasconde il segreto di questo genere, che ancor oggi celebra l’unione del conosciuto e dell’arcano, della carnalità con la gnosi capace di elevarci a semidio.

Cosi come i personaggi delle saghe irlandesi e gallesi, gli stessi protagonisti dei moderni racconti epici (perchè il fantasy non è altro che un racconto epico) sono coloro che spianano la strada all’uomo qualunque che diviene persona, unica e irripetibile.

E per divenire eroi di cosa si ha davvero bisogno?

Di una spada direte voi.

Di avventure e misteri.

Di una dama a cui elargire i pensieri dai più pudici ai meno leciti.

Di mostri e prodigi?

No.

Dell’oscurità.

Non esiste eroe che non si trovi a combattere oscure creature, nate nei meandri dei peggiori sogni e non si trovi a combattere con divinità infere.

Lombardelli, questo canone lo rispetta appieno, donando al suo “eroe” o al suo proto-eroe un rivale degno di questo nome, ma sopratutto ricco di innumerevoli sfaccettature simboliche.

Cosa si troverà, dunque a combattere?

Ebbene si..il drago!

Creatura che funestava i miei sogni di bimba, con il suo alito di fuoco e le sue scaglie di volta in volta argentee o dorate, diviene qua il prototipo di ogni prova che il prode DEVE poter superare.

Il drago è simbolo del potere regale ad esempio.

E tutti voi sapete che la regalità non è soltanto vista come impegno ma anche come legittimazione di ogni azione umana.

Io posso essere il re scelto dal popolo o da qualche arcana autorità e essere, pertanto libero di compere ogni misfatto nell’ottica macchiavelliana del fine giustifica i mezzi.

E in questo libro, assolutisti in cerca di gloria e di guadagno ne troverete, tanto che ad un tratto il fantasy virerà verso una lieve ma non meno intrigante, fantascienza distopica.

In un mondo del tutto modificato da atti scellerati e irresponsabili, l’uomo tenta di tornare a primeggiare su una natura divenuta nuovamente, come nella preistoria, ostile usando l’intelligenza scientifica.

Esprimenti e volontà di possesso e di sopraffazione guideranno le intelligenze perdute di alcuni soggetti, preposti in realtà alla conservazione della vita umana.

Il fine giustifica i mezzi qua regna sovrano sbeffeggiando e irridendo i pochi idealisti che aborriranno tali scelte.

Ma altresì, il drago è anche la figura collegata al ciclo della rinascita.

E ci insegna che per rinascere, bisogna morire.

Bisogna che l’io cosciente si sfaldi per dare la luce alle più remote capacità, misconosciute e allontanate con timore da tutti noi.

Ma è in quel lato oscuro, privato delle scorie, nel riallacciare i fili della nostra esperienza umana anche laddove essi siano stati intessuti da signora sofferenza, che possiamo trasformare l’impulso più pericoloso in elemento positivo.

La rabbia di Ferdinand può essere trasformata in volontà di giustizia.

Il suo dolore, in compassione.

Ed è quell’empatia, cioè il sentire la pena dentro di se non più come punizione ma come dono, che lo rende e ci rende immuni dalle seduzioni del potere.

Il drago è la speranza che dal caos possa scaturire una nuova creazione, forse più equa, forse meno elitaria.

E’ la consapevolezza che il lato oscuro, va semplicemente analizzato, spezzettato e ricomposto in una nuova forma.

Accanto a un linguaggio moderno che non stona con l’idea classica del percorso dell’eroe, Lombardelli da alla luce un tema antico e spesso troppo pieno di ragnatele, in una nuova forma, più vicina alle nostre esigenze moderne, più comprensibile attraverso la ricerca del significato immediato privo e scevro da ridondanze moraleggianti.

Eppure, essa, l’etica, brilla con una maestosa semplicità e la si assorbe durante la lettura non priva di risate per la grottesca e tenera comicità di quei personaggi capitati per caso in un mondo fatto di gloria e onori:

La verità è che un eroe è colui che sceglie di essere la versione migliore di sé stesso.

E questo significa che tutti noi, anche se ci sentiamo cosi goffi come un albatros disceso sulla terra, siamo in realtà capaci di meraviglie più grandi di quelle effettuate da Ferdinand:

La verità è che se ci fossero più eroi non ci sarebbe più bisogno di cambiare il Mondo.

E forse è ora che anche una semplice lettura di svago, piacevole divertente, possa accendere dentro di noi una piccola scintilla.

E con in mano Durlindana, Excalibur o anche un semplice bastone di faggio, possiamo andare incontro la nostro personale drago.

 

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“Tryte” di Luca Giribone, Europa Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a cosa scrivere per Tryte.

O meglio quale suo aspetto raccontare.

Perché sicuramente Luca ha inserito molte idee dentro al libro.

E sta a me fare da mediatore tra voi e questo strano autore, cosi ricco di fantasia e cosi profondo.

E so benissimo che non è stato facile scovarlo quest’autore, perché si nasconde dietro al testo, seminando inizi e deliziandosi della confusione di noi lettori appassionati.

Ma non perché ama metterci in difficoltà.

Ma perché già il senso stesso della ricerca è importante.

È importante il muoversi e poi iniziare a farsi domande fino ad arrivare alla stanza segreta, dove esistono i segreti, lo svelamento del fine della trama, dove tutte le storie tornano semplicemente una storia.

E cosa dobbiamo cercare allora mi sono chiesta?

Apparentemente il libro sembra raccontare della nostra società e di una Roma funestata dall’orrore della corruzione.

Storia patetica di oggi.

Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva non è solo quello.

Perché Roma si accorge di essere perduta solo quando viene raccontata.

Prima dello svelamento tutto era immobile e stantio.

Uso spesso questa parola, stantio, che racconta molto bene della nostra triste società attuale.

Ecco il segreto allora mi sono detta.

Il libro parla del mestiere dello scrivere.

E scrivere in fondo significa dare corpo alla nostra realtà.

Scrivere è come il nominare di Adamo, spaesato in mezzo a un mondo appena creato iniziava a dare forma e consistenza al sogno di dio, tutto nato dalla parola, dal verbo, dal suo respiro.

Scrivere è creare si, ma anche dare vita, come i demiurghi, non solo a personaggi e fantasia ma ai messaggi, ai valori, ai concetti, agli ideali a tutto ciò che sostiene e fa da impalcatura alla nostra realtà.

Noi scrittori e voi i personaggi che prendete vita, fino a arricchire quella che Jung chiamava la coscienza collettiva.

Forse ecco perché Pirandello scriveva di sei personaggi in cerca d’autore.

Come se per esistere, archetipi e idee, dovessero per forza essere partorite dalla mente di qualcuno, dotato di un minimo di raziocino adatto per procedere per esperimenti e tentativi, fino a intersecare le giuste combinazioni di parole frasi e creare storie.

Non è quello che raccontate voi oggi editor?

Non è la vostra idea di scrittura quella di un calcolatore intelligente capace, con raffinati giochi di byte, a produrre racconti?

Non siete voi che in fondo considerate lo scrivere solo un tentativo, nutrito da qualche manuale da qualche regola?

Alcuni addirittura usano la matematica per formare personaggi, convinti che basta dividere in frazioni l’unità per poi riunirla.

E cosi che il progetto si chiama Tryte, un progetto di intelligenze artificiali quelle che oggi inseriamo nella letteratura.

Siamo noi calcolatori umani a dare origine per un caso o per una favola cibernetica a quelle storie.

Ma davvero il conte di Montecristo è soltanto questo?

È soltanto una causalità di incontri perfetti tra grammatica sintassi e una forma di pro-scienza?

Io non credo.

Credo che i personaggi non sono creati dall’autore.

Non è un Dio che modella creta.

O che produce parole.

L’autore è soltanto una porta.

E se è in connessione con quel magico mondo delle idee serve soltanto per portare Edmond Dantes, Elizabeth Bennet, David ma anche Frank E Elena in questo mondo.

E una volta accolti loro divengono reali, non soltanto forme abbozzate di pensiero.

Divento io, diventi tu, diventano tutti noi.

Frank è la giustizia che non vuole mai stare zitta, ma anche la coscienza di un mondo meno organizzato e più multiforme che le nostre limitatezze ci mostrano.

Frank è anche la guerra e la scoperta, è l’ambiente in cui vive e la follia di chi se ne discosta.

Dorothy è amore e maternità, ma anche accettazione tutta femminile che non esiste la fine.

Bobby è l’antenna che tutto collega in una fantasmagorico organismo vivente fatto si sottili ragnatele di eventi e ricorsi.

Elena è la volontà di uscire da se stessa e iniziare a provare a vivere in un modo più passionale.

O magari folle.

E il programmatore sarà l’uomo capace di dire no al suo passato e al suo presente, di dare un calcio al marciume e iniziare a crearsi un futuro in cui le catene sono solo un bel ricordo o un soprammobile.

E Il nostro sindaco sarà il potere che corrompe e che ne frega dei poveri coglioni dei cittadini che servono solo per produrre utili.

Ecco.

I personaggi sono dentro di noi.

E una volta attivati essi vivranno da soli, saranno loro a guidare l’autore e non viceversa.

Affinché il libro divenga soltanto un magico mondo in cui vedere l’altra soglia. Sta a noi decidere se sia abisso.

O paradiso.

Tryte è un inno alla creatività quella vera, quella che vive a prescindere dal nostro pensiero, e che grazie al nostro pensiero nasce.

Ma come un figlio poi si forma da sola e va per la sua strada.

E a noi lettori non resta che seguirla attonita e iniziare a raccontare ogni storia della storia, per poterci fondere con questo mondo chiamato iperuranio.

E tornare a essere persone senza l’ansia di cercare l’autore.

Magari fare le nostre battute e scrivere da soli il nostro finale o il nostro inizio.

Scrivere è un po’ come vivere.

E’ tutto un viaggio ammantato dall’incognita.

E con la libertà di scegliere il bivio che più ci aggrada.

Ecco che lo scrittore non diviene più autoreferenziale, cosi come Tryte non è più il libro di Luca, ma diventa mio, tuo e di Frank.

Diventa vita e carne, corpo e sogno.

Pensiero e materia.

E solo rari, rarissimi eletti, avranno la gioia di capire che quella bella stanza con il calcolatore, è solo una facciata.

La scrittura è soltanto una porta.

E l’autore, in fondo non fa altro che aprirla.

Ma non per lui.

Per noi e per il mondo intero.

Sono dei pazzi?

Forse.

Ma come direbbe De Gregori:

siamo quei pazzi che venite a cercare

e di cui abbiamo tanto bisogno.

“L’ultimo nemico” di Luca Luchesini, Lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte

Lettera ai Corinzi 15,26

Quante volte abbiamo letto questa frase, sdoganata dalle lettere del buon san Paolo e resa famosa dalla nostra zia Jane?

Tutti credo.

Ma pochi come me si sono fermati a riflettere: perché considerare nemico un fatto collegato al nostro ciclo vitale?

Quello che ci accomuna a fiori e piante, che nonostante abbiamo avvinto di colori terrificanti, per chi ha una mente curiosa non sarà altro che un altra, grande scoperta.

In fin dei conti, per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura.
Albus Silente, Harry Potter e la pietra filosofale

Un avventura, una porta che ci aprirà scenari diversi, mai congrui alle nostre personali aspettative, che nessuno potrà mai descrivere.

Oh se ci hanno provato.

Poeti, scrittori, pittori, tutti a dipingere quel paesaggio che nessuno sa.

Ognuno colorandolo delle proprie idee, ideologie, credenze e speranze.

Ma nessuno riesce lontanamente a immaginare cosa si cela dall’altra parte. Possiamo solo narrarlo con gli occhi delle fede, qualsiasi fede, che sia religiosa o atea o scientifica.

Possiamo solo esorcizzare la paura dell’ignoto con la nostra arte creativa, sperando sempre di sbagliarci e che questo ultimo nemico sia diverso da come lo immaginiamo, più semplice, più riconoscibile, come un amico che non vediamo da tanto tempo e all’improvviso ci chiama sorridente.

Forse la morte è davvero un altro sogno, un altra dimensione, un altra storia da raccontare e raccontarsi, perché soltanto con le parole noi tracciamo le linee essenziali dell’eternità.

L’ultimo nemico è sicuramente un perfetto thriller colorato di distopia, da leggere con il fiato sospeso.

Ma è anche, per i fini intenditori, un viaggio filosofico attraverso la nostra più grande paura, la signora con la falce che non risparmia nessuno da secoli.

Possiamo tentare di gabbarla con la scienza, o con la musica come ci dimostra il mio amato Branduardi in ballo in fa diesis minore.

Possiamo affrontarla con occhi di brace e essere immortali grazie al nostro tentativo di confinarla in rigidi concetti.

Ma ci sfuggirà sempre.

Anche nell’ultimo nemico il sogno di Picard, intelligente e lungimirante scienziato, lei regna sovrana.

Tuttalpiù ritardiamo il nostro arduo incontro con il suo cinereo volto.

Ma palla fine bussa sempre.

Nello stravolgimento apportato dalla scoperta del Teleomerax, essa non fa altro che ballare fiera e sarcastica.

Tra morti, intrighi, velleità umane tutte improntate alla ricerca del potere, lei occhieggia beffarda.

Non potete sconfiggermi sembra sussurarci sorridente.

Eppure io, in quel sorriso feroce, non ci ho mai visto nulla di macabro.

La morte è li soltanto per amore.

E lo capisce il nostro scienziato alla fine del suo lungo, lunghissimo viaggio attraverso anni, epoche, sempre improntate alla perfidia del potere che seduce gli uomini facendoli alleare con l’unico vero nemico: l‘ingordigia e la voglia di dominare l’altro.

Ecco che la morte è solo il mezzo per aver un sano timore di Dio, affinché si possa comprendere che esiste sempre una legge sacra da rispettare, che nulla ha da spartire con l’immobilismo fanatico religioso.

La morte è lo stimolo a superare i nostri limiti a vivere sempre con maggior passione quella vita, importante finché è la nostra, da rendere CAPOLAVORO assoluto, non distruzione oscena.

E il timor di Dio, in fondo, è questo: sapere di avere nella nostra anima un lato oscuro, lato terribile, cosi degno sia di venerazione come di spavento.

Il timor di dio non è il limite da superare, ma è semplicemente il rispetto che dobbiamo portare ai nostri doni, l’intelletto, la creatività, la fantasia e tutto quello che da questi straordinari strumenti può nascere.

Vedete l’uomo è immerso in un ordine strutturato che il nostro dio, quello vero non quello creato dalla nostra finalità cosciente, ci invita a nominare.

Capite?

Nominare ossia rendere esistente.

E nominare comporta l’osservazione, e l’osservazione è il primo passo della sperimentazione tattile e mentale.

E cos’è questa se non la scienza?

La scienza è il riconoscimento della meraviglia che ci circonda.

Lo stesso Picard non fa altro che emozionarsi davanti alle scoperte del DNA dei telomeri.

I telomeri sono le strutture che permettono al DNA di replicarsi e formare una copia esatta della cellula originale, solo che con il passare del tempo diventano sempre più corti, fino a quando la cellula non è più in grado di riprodursi correttamente e muore.

Del resto come non stupirsi delle meraviglie del corpo?

La struttura perfetta, ingranaggio di un meccanismo con una precisione maniacale.

E che dire dei numeri dell’universo, quelle costanti che sono alla radice di tutti i fenomeni del mondo e ne determinano il ripetersi sempre uguale, con una perfetta sincronia.

Allora la morte non è l’ultimo nemico.

Il vero antagonista di noi stessi va ricercato in un sistema che non cambia mai, nonostante le diciture sociologiche che identificano ogni finto stravolgimento come nuovo ordine.

i grandi conflitti dello scorso secolo sono successi in periodi di tumultuoso sviluppo. Pensi solo ai progressi della fisica, alla scoperta dell’energia nucleare a cavallo delle due guerre. Tutto questo ha scatenato una sequenza di invidie, timori, risentimento e disordini economici che sono infine sfociati nella guerra. Quindi, niente di nuovo.

Un sistema che fa dello scontro, della competizione la sua raison d’etre, descritto perfettamente dal nostro Luchesini, con una bravura rara, con la capacità di coniugare tensione e riflessione.

Un mondo distopico?

Forse molto meno di quanto immaginiamo.

E’ lo scenario di chi vuole semplicemente raccogliere la sfida di signora morte e provare a cambiare se stesso, con la sua intelligenza, la sua evoluzione personale, per creare un uomo nuovo, o una razza che possa finalmente imparare dagli errori e procedere verso un apprendimento diverso, quello del terzo tipo tanto auspicato da Gregory Batson.

Allora oltre a restare avvinti da queste pagine, raccogliamo la sfida di Signora Morte e cerchiamo di superare i nostri limiti per raggiungere, finalmente, un armonia tanto agognata ma tanto lontana.

Complimenti Luca.

Emozionarmi non è affatto facile.

E tu ci sei riuscito

Il Telomerax permette di ampliare le opportunità, e questo è esattamente quanto facciamo da quando abbiamo abbandonato le caverne. Se ne fossimo stati più consapevoli, avremmo forse potuto evitare tutte le tragedie che ci siamo auto-inflitti lungo il percorso.”

Ecco che cosa ci manca: una sana, necessaria consapevolezza di noi stessi. E nulla, neanche la scienza potrà darcela.

E’ la nostra scelta.

 

“Il crepuscolo degli eccelsi. Volume uno e due” di Uberto Ceretoli, Nero press editore. A cura di Alessandra Micheli

 

E’ la vigilia di natale.

Fuori è un freddo pungente, e il sole è oscurato da nuvole grondanti di pioggia, che sembrano lacrime trattenute a stento.

Volti in giro, tanti volti, spenti, granitici, quasi assuefatti a un botulino che non è estetico ma è dell’anima.

Fissi in espressioni rassegnate, fissi nel ripetere quasi in modo ossessivo comportamenti, tradizioni, movimenti che non nascono più dal cuore.

Come se un burattinaio perverso, un Mangiafuoco dalle fauci spalancate in una grassa risata, muovesse i fili di quelli che un tempo, un tempo felice, erano uomini.

Non c’è amore.

Nello scambio di auguri.

Non c’è amore nello scambio di regali.

Non c’è amore nelle case, non c’è amore negli addobbi.

Non esiste passione nei cortei, nelle proteste, neanche in quei politici da reality.

Non c’è amore nelle finte processioni, nelle chiese, nei luoghi dove dio dovrebbe rinascere.

Non esiste amore nelle proteste, nelle lamentele, in ogni nostro finto ribellarci.

È tutto un costante ripetersi di trite e ritrite commedie dell’arte, fatte da guitti senza talento.

Non c’è amore nei libri, in quella letteratura cadaverica decomposta, stantia usata solo per rimpinguare le tasche scintillanti di denari, sanguinosi denari, del re di turno.

Viviamo una società che della distopia ha fatto una realtà concreta in un omaggio beffardo e senza coscienza al nostro Orwell e a quel Bradbury che pensavano soltanto di farci un favore, scrivendo il peggiore dei nostri incubi: la perdita dell’umanità.

Il Crepuscolo degli eccelsi poterebbe essere letto come uno spettacolare urban fantasy, pieno di azione e di adrenalina.

Ma descriverlo in codesto modo è mancare di rispetto a voi lettori, considerandovi ebeti e soprattutto all’autore e alla casa editrice, che non hanno confezionato un mero prodotto commerciale, atto solo alla vendita.

No.

Hanno deciso di svegliarvi nel modo peggiore, dando corporeità e risalto alla denuncia del disastro subito o scelto ( a voi lettori l’ardua sentenza) dalla nostra società cosi fallimentare, cosi permeata di ossessioni, di staticità, di esaltazione dei bisogni più abbietti.

Un mondo al contrario osservato da una prospettiva privilegiata, quella di un immortale capace di oltrepassare i tempi, sopravvivere a essi, testimone dei corsi e ricorsi storici sempre improntati alla ricerca dell’acme della soddisfazione, della massimizzazione dei benefici senza la condanna dei costi. In fondo, il nostro ludico divertimento deve avere il miglior risultato possibile, quello di sfruttare gli altri senza subire la ripercussione dell’atavica legge quantistica di azione/ reazione.

In fondo, il nostro ludico divertimento deve avere il miglior risultato possibile, quello di sfruttare gli altri senza subire la ripercussione dell’atavica legge quantistica di azione/ reazione.

Conoscete l’effetto farfalla?

E’ una teoria che considera importanti anche piccole, infinitesimali variazioni nelle condizioni iniziali che possono in realtà produrre grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

Un battito di una farfalla può scatenare un uragano.

Da sempre governanti e élite al potere hanno tentato di aggirarne la trista profezia, l’oscuro avvertimento, non dando credito o relegando predizioni e moniti, nella strana dimensione del mito e della leggenda.

Nostradamus ciaone in pratica.

Ma l’effetto farfalla vorrebbe soltanto salvare quell’umanità nata da un sogno divino, da una lacrima di dio, da un progetto che voleva brillare e investire l’intera creazione di splendore.

E dov’è lo splendore?

E non soltanto in questo libro ma nella nostra attualità.

E’ nel dramma delle emigrazioni causate dalle guerre?

Dal terrorismo che viene strumentalizzato per dividerci ulteriormente?

Dalla menzogne di una realtà precostituita che legittima e giustifica il dominio?

Pensate al caso Husseim.

O alla terribile minaccia dei talebani.

La verità precostituita li vuole come enormi cancri in senso alla nostra perfetta società, da estirpare a ogni costo, in nome di un bene superiore.

Ce lo dice il nostro governo, lo sussurra il TG di turno, lo urla con forza il leader mondiale.

Ma è davvero cosi?

Leggete anzi assorbite queste parole:

Ora sapresti dirmi i motivi che hanno spinto l’Inghilterra ad accettare le richieste di aiuto del Somaliland?»

«La disputa sulla proprietà di un giacimento di uranio, posto al confine, di cui il Somaliland ci aveva concesso lo sfruttamento».

«Farò finta di non aver sentito, quello che mi hai detto. La miniera è il ringraziamento da parte del Somaliland per l’aiuto, non è il casus belli».

Deborah sospirò. «Il governo estremista della Somalia aveva costruito armi batteriologiche che intendeva usare contro i territori indipendentisti del Somaliland e aveva iniziato a deportare gli oppositori politici e i sostenitori della nuova Repubblica. Siamo entrati in guerra soltanto per motivi umanitari».

«Ottimo, è proprio questo che volevo sentirti dire. C’è altro da aggiungere?»

«Che le armi batteriologiche non sono mai state trovate e che le foto dei campi di concentramento somali erano un falso creato ad arte dai servizi segreti italiani?»

«Farò finta di non aver sentito anche stavolta».

«Ma sono l’unica che non crede alle invenzioni che avallarono l’intervento militare?»

Vi ricorda nulla?

No di certo.

Avete la mente assuefatta da una straordinaria droga: la banalità.

Starway to the heaven.

Siete subissati da messaggi pubblicitari, da sponsor, da intrattenimenti colorati che inneggiano alla logica del self made man.

Un grammo di felicità e diventi famoso!

Un trono e le porta della bellezza si spalancano e troverete amore, denaro, fama, successo.

Basta solo firmare con il proprio sangue il patto che vi chiede solo l’annientamento della coscienza.

E credere a ogni fandonia che serve per ingrassare i porci che comandano. Quello scritto sopra non è altro che il volervi ricordare l’intervento osceno in Iraq.

Come?

Osceno dici Ale?

Come puoi asserire che la cacciata di un dittatore sia osceno!

Non sei allineata, non credi alla nostra bella voce autorevole.

Dubiti dei dati.

Dubiti delle giustificazioni, guardi negli occhi i sudati politici, pingui come sanguisughe, o quei finti giornalisti, in cerca della conservazione della specie, ossia del loro posto e del loro status quò.

Eppure…

Saddam Hussein, il bieco osceno dittatore, schifato da tutti, maledetto dalla Damnatio memoriae.

Ma voi sapete chi è?

Saddam era una pedina usata per contrastare lo strapotere di un certo Iran di un certo Khomeini.

In fondo, il nostro occidente perbenista temeva davvero la potenza di questo piccolo stato, preoccupato che il fondamentalismo islamico potesse impadronirsi dei paesi arabi.

E dei loro giacimenti di petrolio ovviamente.

In pratica era sostenuto MILITARMENTE da noi.

Anzi rettifico dagli Usa.

Sapete che nonostante le atrocità commesse dal pazzo, gli Usa promisero all’Iraq strumenti per sviluppare armi di distruzione di massa?

No.

Immagino che queste verità siano troppo scomode.

Del resto come dice il nostro grande autore:

E poi a te cosa te ne frega della vera verità?

Noi che poi abbiamo deciso, un giorno, di togliercelo dalle palle.

Insomma la legge finanziaria ci impone di allearci anche con i mostri.

E quale scusa migliore della presenza di armi chimiche nascoste chissà dove?

Peccato che l’ONU stessa non trovò mai nessuna prova di questa strana accusa. Ma chissenefrega, il petrolio ha un profumo troppo allettante.

E poi una democrazia a immagine e somiglianza del dominatore, ci assicura, in nome del bene comune, soldi a palate.

Armi chimiche, storia di una menzogna.

Ottima base per un libro di distopia.

Ah no.

Non è fantascienza è storia.

Storia vera.

E leggete queste parole:

Curveball” nell’intervista al giornale britannico fece capire che molte di queste informazioni (se non quasi tutte) erano inventate, in particolare quelle sui suoi ruoli nella produzione di armi e sui camion per la produzione delle armi di distruzione di massa. Disse al giornalista del Guardian: «Forse era vero, forse no. Mi dettero questa opportunità, di costruire qualcosa per abbattere il regime. Io e i miei figli siamo fieri di averlo fatto e di essere stati la ragione per dare all’Iraq la possibilità di una democrazia», aggiungendo: «Quando penso che qualcuno viene ucciso, non solo in Iraq ma in qualunque guerra, sono molto triste. Ma ditemi un’altra soluzione. Sapete dirmela? Credetemi, non c’era altro modo di portare la libertà in Iraq. Non c’era nessuna altra possibilità».

https://www.oltrelalinea.news/2017/03/17/armi-chimiche-storia-di-una-menzogna/

Ah beh contento te che per liberare hai regalato manette che lacerano i polsi, e li hai fatti camminare su una strada lastricata di cadaveri, beh contenti tutti.

La mia coscienza però non è d’accordo.

Pensa sempre che l’uomo sia più importante del Sabato.

Ci avevi pensato quando hai deciso che il rispetto del regolamento viene prima del rispetto umano?»

Quindi la libertà si basa sulle menzogne.

La libertà si costruisce a seconda dei nostri cazzi privati.

Non lo sapevo.

Ma non si finisce mai di imparare.

Volete parlare dei Talebani?

Armati da nientedimeno che la nostra USA!

Per contrastare nel 1979, lo strapotere dell’avversario URSS.

Ecco che per ottenere non il bene comune, quello è morto da tempo, ma il sostentamento dell’èlite al potere e con élite io intendo tutti, economisti, imprenditori, politici, e compagnia bella, bisogna sempre allearsi con i mostri.

Ma sapete cosa cerca il volgo?

Non è importante quello che pensi, o le fonti che avvalorano la tua tesi e quella dei giornalisti non-allineati: gli insegnanti vogliono sentirsi dire una cosa riguardo alla Guerra d’Africa, la verità che è stampata sui manuali».

E la verità muore, languendo disperata e invocando l’auto dei sui perfidi figli

Quello che pensano gli altri stati, i politologi e i sociologi non ha importanza: gli insegnanti devono capire quanto hai studiato i libri di storia.

E allora chi cavolo è il vero mostro?

Un vampiro che segue la sua scellerata natura, o l’uomo creato più alto di stelle e coronato di gloria che per i suoi abietti fini si allea con abomini?

Vite umane? Definiresti tali quelle degli esseri che conosci? Dimmi, chi tra noi è il vero non-morto: io che sfuggo al giorno e al tuo mondo oppure tu che ne sei prigioniera? Io che vivo di sangue o i burattini che obbediscono alle leggi del Direttorio e che uccidono in suo nome?

Umani?

Quelli che pur di non faticare a pensare accettano ordini dall’alto consci che non devono usare il loro intelletto per scindere bene o male ma soltanto

noi poliziotti non abbiamo bisogno di lavarci la coscienza. I poliziotti non hanno coscienza. Gli agenti obbediscono, i patemi sono per chi impartisce gli ordini, non per chi li esegue. Se ci ordinano di irrompere dentro un pub e uccidere chiunque si muova, questo dobbiamo fare: sono le regole del gioco. I cittadini dovrebbero comportarsi in modo che non venga mai ordinato di irrompere in un pub; se accade, chi spara è soltanto uno strumento.

Siamo solo marionette in mano del potere, grasse vacche che rendono I nostri aguzzini tronfi e panciuti.

Sono un mostro?» Roger spalancò le fauci e provò a dilaniare l’umano con i denti acuminati; si fermò, ostacolato dal potere della croce ortodossa. «

E voi umani cosa sareste? Il vostro patetico Impero ha scatenato metà delle guerre degli ultimi cinquant’anni. I vostri figli hanno vomitato le budella nelle giungle, nei deserti, sulle strade di città ridotte a carogne. Guardami, schiavo del Direttorio, se la mia malvagità è una condanna, la tua è un dono. Io succhio sangue, ma la classe agiata che ti controlla e ti ha sottratto la ricchezza e la libertà: dimmi, stupida marionetta, chi sono i vampiri?»

Chi è il vero mostro?

Noi che appoggiamo questo sistema, ogni tanto concedendoci una finta parentesi ribelle, o l’essere soprannaturale, frutto della nostra perversione?

A voi la risposta.

Io sinceramente, dopo le notizie di questo natale senza amore, spero che un Roger de Tosny venga a demolire questo orrore reso carne. In cui io non mi riconosco nè oggi nè mai.

Perché credo che chi davvero crede nella vita, nella giustizia, nella Maat, nella solidarietà, con I mostri non ci scende a patti. Li combatte a costo della vita. E se questo non è accettato dallo status quò preferisce perderla quella vita che è svenduta per un pugno di dollari.

«Ho imparato una cosa da questa lurida società, e sai cos’è?» Gli occhi di Roger brillarono di una tenue speranza. «Che è l’unica che abbiamo e che dobbiamo fare di tutto per difenderla: non si scende a patti con i mostri. Mai!»

Continuo a camminare e a scontrarmi con facce tristi e sconfitte.

E una frase riecheggia per i vicoli della mia città:

Non c’è amore tra gli uomini,

E finchè questo amore non lo troviamo dentro di noi, e non lo porteremo all’esterno, nessuna politica, nessuno sforzo, nessun cambiamento, ci elargirà un alba diversa.

Io ve lo consiglio questo libro.

Perché chi lo legge, ha una speranza di non diventare un semplice ingranaggio di questa oscena fabbrica di privilegi chiamata società.

“Stones” di Selene Piana. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando ho ricevuto il libro di Selene per la recensione, ammetto di aver pensato: “Oh no, un altro dannato rosa con una misera ambientazione distopica a giustificare gli ostacolo d’amore”.

Per fortuna il mio pregiudizio è così labile e così sottoposto alla curiosità naturale del lettore che quando apro il reader, esso si dissolve. E inizio ad ascoltare la voce dell’autore, ma soprattutto del testo.

A mia discolpa ammetto che oggi pochi hanno voglia di raccontare, ma più che altro di proporre il loro prodotto. E i sottogeneri della fantascienza non sono affatto adatti al marketing. Semmai sono adatti alla comunicazione di qualcosa per noi, e per la nostra vita interiore può rivestire enorme importanza.

Selene è brava.

È riuscita a identificare e a percorrere senza indugi, senza soccombere al lato sensazionalistico della storia, il difficile sentiero della distopia. Claustrofobia, senso di disorientamento, panico e rassegnazione di chi all’improvviso si trova di fronte a un mondo… capovolto.

Perché la distopia è semplicemente l’orrore immaginario, reso reale, è il disastro che sembra lontano e profetizzato ma che all’improvviso si concretizza rompendo ogni schema mentale, ogni abitudine, ogni speranza. In un mondo rovesciato in cui i valori civili si rivelano per quello che sono, cioè illusioni, bisogna poter sopravvivere. E spesso la sopravvivenza in un mondo mutato, muta anche l’animus umano rendendolo feroce, spiazzato, disperato, senza coscienza (come in “Brandelli d’Italia”) o fa nascere i migliori sentimenti di quella giusta rabbia che ci portano alla reazione (come in “Nectunia”).

Come notate, ogni libro ha il suo messaggio ed è nato e nasce per raccontarci, oltre alla storia adrenalinica e disperata, qualcosa di noi, una parte di società che dobbiamo per forza vedere. Che sia totalitarismo, che sia la tecnologia che sostituisce il cuore, che sia la radicalizzazione di un’idea, che sia il rifiuto di avere esseri pensanti a dominare un mondo distrutto (spero ricordiate Fahrenheit 491, dove è la conoscenza il vero male del mondo) insomma, ognuno dei nostri nefasti impulsi trova nel genere il suo onorevole racconto.

Allora cosa ci dice Selene con Stones?

Perché usa questo racconto di devastazione, paura e sospetto?

Mentre leggevo e persino a libro terminato ci riflettevo. Era lì la risposta, vicino a me che sussurrava, ma qualcosa in quel libro di un Italia in preda al contagio, fatta di morte, de-solidarizzazione e sopravvissuti prescelti, quasi immuni alla malattia, mi sussurrava. Ma era una voce flebile. O forse io non volevo affatto ascoltare. L’Italia isolata, minacciata dalle altre potenze, un’Italia in preda al caos, in cui soprattutto donne e bambini venivano sterminati.

Poi all’improvviso da una radio arrivano le parole di Edoardo Bennato:

 

una mattina mi sono svegliato, tutto sbagliato baby…”

 

Tutto sbagliato.

L’Italia?

Tutta sbagliata.

I valori?

Tutti sbagliati.

Le nostre ideologie?

Cadute.

I nostri sforzi per rendere l’Italia una nazione etica?

Tutto finito.

In fondo il libro di Selene non fa che anticipare in un universo terrificante il vero contagio del nostro paese: l’odio verso l’altro. Quella società così dedita alla caccia alle streghe da implodere su sé stessa.

Una civiltà così osteggiata dall’Europa, il mosaico che doveva incorporarla, da essere isolata da un muro.

Il muro della vergogna.

E quel muro lo vediamo oggi ragazzi miei. Lo vediamo nella volontà ancora viva, nonostante sia cadavere, di attaccare i frutti della nostra stessa vita: donne e bambini. Ecco il contagio. Ecco la malattia. L’Italia si rannicchia su sé stessa, stanca di fingere ed esplode, in una miriade di pezzi, mutando, anzi diventando, finalmente libera di mostrare il suo vero volto: la distruzione.

Non ci rendiamo conto che piano piano stiamo rosicchiando le stesse basi della civiltà, dei diritti su cui speravamo e sognavamo di fondare uno stato diverso. Non è diverso. È simile agli altri, peggiorato perché abbracciato con forza e disperazione a stantii valori.

Stones” sono le persone che riescono a sopravvivere al contagio, quello di essere risucchiati in un mondo dedito alla sopraffazione e alla legge del più forte, e che hanno la forza indomita di una rabbia atavica. Non è un caso che le protagoniste, le vere luci che brillano, sono donne. Donne che devono essere usate, che devono essere costrette a dare a quel paese morente una speranza. Costrette, non lodate perché capaci di mutare.

Ecco il segreto. L’essere umano deve poter cambiare, trasformarsi, ingerire i germi della malattia per poterne diventare immuni. Ma per farlo, deve poter vedere. Riconoscere che essi sono virus. Riconoscere dunque i valori sbagliati, gli assunti culturali oramai divenuti stereotipi e smettere di esserne schiavi.

Devono diventare quelle rocce sui cui impiantare un nuovo dannato ordine mondiale.

Il nostro vero problema è che noi non abbiamo Amore nei nostri cuori. Riconosciamo il sesso, riconosciamo il possesso, riconosciamo la rabbia dell’appartenenza. Ma di amore noi non sappiamo nulla.

Lo sanno forse gli animali e infatti sono loro che, in questo libro, ricoprono di calore le ferite di quella gente distrutta, che una mattina si è sbagliata e ha visto che il mondo che conoscevano o che credevano di conoscere era tutto sbagliato.

Negli ideali, nelle battaglie, nei finti cambiamenti, c’è solo il sistema che si ripropone con la stessa oscura canzone, senza che si muti davvero il nucleo profondo che sostiene una traballante civiltà.

Nel palazzo dalle mille stanze
nel silenzio di pareti grigie
non si salva niente, nemmeno le apparenze

Nel disegno di quei corridoi
interrotti da ritratti di eroi
non si salva niente nemmeno le intenzioni

Non c’è amore, nelle cattedrali del partito
nei discorsi ufficiali, non c’è amore
nei finti battimani

Non c’è amore, nelle processioni del partito
nelle bande e nei cori, in quei canti
che non sono canzoni

E  in questi assunti culturali non abbiamo amore.

Se l’amore non nasce neanche quando il disastro è alle porte, davvero non si salva più nulla.

E possiamo solo dirci le parole amare di Edoardo

 

lotta di lunga
lunga durata, tutta sbagliata

 

Senza basi, noi non siamo altro che entità astratte, prede di un mondo che si ribella costantemente contro di noi.

E allora ogni lotta, persino quella di questa scrittrice degna solo di lodi, diviene solo un altro immenso lungo tentativo andato a vuoto.

Rifletteteci

“Brandelli d’Italia” di Marco Crescizz, Delos Digital. A cura di Alessandra Micheli

 

Basta dare un’occhiata al titolo del testo di Crescizz per domandarsi se ci si trova davvero davanti a un horror a una lucida e crudele cronaca del nostro tempo.

Lo hanno definito cattivo, eccessivo, sconvolgente e hanno spesso criticato l’ambientazione e la scelta degli espedienti letterari.

Per questi motivi ero davvero curiosa di immergermi in una lettura tanto controversa, per capire il motivo per cui il suo “splatter”, non più fastidioso di tanti altri libri, fosse cosi contestato. Capire nel profondo le motivazioni che portano un giovane autore a non scrivere di speranza, ma a delineare un tetro scenario post apocalittico.

Senza redenzione.

E sapete cosa mi ha stupito?

Che il senso del libro, si è presentato a me in tutto il suo sanguinoso splendore, un urlo che attraversava in lampi infuocati la mia mente mettendomi di fronte ai pericolo insiti OGGi, Ora e non in un fantomatico domani, nella nostra società.

E mi sono chiesta se sono io la solita esagerata, pronta a cogliere un senso etico in ogni libro, convinta che sia quello a dover creare le fondamenta del testo, o se semplicemente l’autore si è divertito a creare un clima ansiogeno senza ulteriori intenti.

Cosi ho letto e riletto Brandelli.

A ogni lettura una sottolineatura, a ogni nuova analisi una frase che spiccava tronfia e decisa a farsi notare.

Allora ho compreso.

No, non sono io esagerata, semplicemente il libro è una sorta di prova per il lettore, pronto a dargli quello che la sua evoluzione richiede. Solo i degni capiranno che, dietro l’avventura al limite, i personaggi assurdamente amorali, gli scenari tragici e il taglio crudo delle scene, Crescizz descrive una realtà sotto gli occhi di tutti. Siamo noi incapaci di vedere, talmente presi da una realtà virtuale, precostituita da non accorgerci della manipolazione che ogni giorno la nuova teocrazia ci propina.

Perché ripeto Brandelli non è un horror fantascientifico, ma una tetra allegoria di cosa accade alla nostra spaurita pseudo civiltà.

Ma andiamo con ordine.

Anche in questo testo l’ambientazione è apocalittica.

E indovinate di chi è la colpa?

Di un essere apparentemente superiore, ma che è in realtà troppo stupido per amare la vita e troppo preso da se stesso dalle sue mire espansionistiche, troppo preso dalla brama di potere, tanto da deturpare l’ambiente in cui vive e opera. Anche qua si rivela fallimentare la parabola batesoniana della finalità cosciente: l’uomo cosi convinto di essere padrone del mondo, al centro di questo blando universo tanto da reclamare come diritto assolutistico il suo potere di nominare (ossia dominare) la materia, si rivolta contro l’energia creatrice nelle sue vesti di equilibrio cosmico. Di armonia, di perfezione o per dirla come gli egizi al principio della Maat. Ma il dio ecologico, il dio che soprassiede i processi vitali, non si può beffare e si rivolta, sprofondando l’uomo in una sorta di medioevo. Ed è un medioevo più dell’animo che reale, creato e intessuto con i peggiori istinti, impulsi e oscenità umane. Tanto che in un’antica volontà di ritorno allo stato di natura, si avvera la profezia hobbesiana: homo lupis. Ed è questo che porta la lacerazione del tessuto sociale italiano (oserei dire mondiale) rendendo appunto la nostra civiltà a brandelli. O in maniera ancor più pessimistica, rendendo ovvia la vera situazione attuale: quella appunto di una compagine sociale lacerata, ridotta allo stremo che si teneva unita da pallidi e inesistenti principi.

Che il nostro paese si regga su assunti fallaci e poco sentiti, quindi decadenti perché non accettati nel profondo di noi stessi dai suoi cittadini è oramai un fatto assodato. L’Italia è un nome non una realtà, tenuta assieme da legami fittizi di convenienza e dominata da assurdi giochi di potere.

Ma badate bene, non è un risultato ma il suo punto di partenza.

Mi spiego meglio.

La storiografia ci ha fatto sempre credere che, l’idea italiana, di patria di struttura organizzata e organica fosse un sentito bisogno del popolo, portata avanti da eroi che si sono sacrificati per il bene comune.

Nulla di più errato.

L’Italia e lo stato italiano è nato da un preciso piano di dominazione che intendeva, semplicemente, sostituite il dominante. Ma non intendeva assolutamente annientare lo status di dominato. Da democrazia a oligarchia e poi successivamente da dittatura il passo è breve. Son entrambe accomunate da una falsa prospettiva, da una falsa origine e alimentati da meri interessi personalistici. La teocrazia descritta da Crescizz esiste: la si ritrova quando ogni idea diviene ideologia e serve per mascherare i veri intenti. E da qua torno a citare il mio amato Vilfredo Pareto, dietro a ogni grandioso pensiero si cela il più turpe interesse: sono i residui non logici dietro alla perfezione dei sistemi di pensiero. Cosi comunismo, socialismo, persino fascismo e nazismo, la tecnocrazia, diventano figlie aberranti di quella smania di conquistare, di primeggiare, di sottomettere per emergere. Cosi come la democrazia con i suoi comandamenti cosi rigidi tendenti ad annullare, annichilire e annientare la diversità in favore dell’uguaglianza. Fu Tocqueville a metterci in guardia dal pericolo del motto tutti uguali: ossia l’omologazione.

E l’omologazione, l’annientamento delle potenzialità servono per far emergere il demiurgo di turno, colui che plasma non tanto il sistema di governo ma la nostra percezione del reale.

In questo testo questa si rivolga alla tecnica più antica del mantenimento del potere ossia la creazione del nemico. Questo concentrerà attorno a se ogni terrore, ogni paura, ogni oscurità presente nella psiche più profonda, quel luogo dominio dell’ombra da cui possiamo trarre paradiso o inferno. Nel testo è ovviamente l’inferno a emergere.

Immaginate tutto questo in una situazione di totale devastamento delle certezze, in una sorta di mondo post atomico da cui ricominciare.

E come si ricomincia?

In questo ambiente fintamente multiculturale, in cui il messia prende le redini del comando e manipola le coscienze, si alimenta non il lato migliore dell’uomo ma quello oserei dire più tenebroso: le inquietudini. E queste non possono che generare divisioni, rabbia, violenza e caccia al colpevole capro espiatorio di una società che non sa o non può prendersi la responsabilità del proprio fallimento.

è necessario un nemico da temere, degli esseri inferiori che facciano stare bene gli altri.

E’ l’esaltazione dell’individualismo estremo quella descritta da Crescizz che mitizza la mancanza di responsabilità a favore della sopravvivenza.

E cosa diventa la sopravvivenza personale senza responsabilità?

Violenza. Orrore. Sangue. Blasfemia.

Senza più limiti etici l’essere umano si spinge oltre il lecito e il consentito, sfida dio con arroganza e inizia a sostituirsi a lui. Grazie a questo delirio di onnipotenza l’essere umano diviene oggetto e non più soggetto,un semplice mezzo per raggiungere i suoi fini. E rendere l’uomo svuotato di ogni diritto di ogni dignità è il passo indispensabile per dominare.

È facile muovere una rivoluzione, sovvertire il potere dominante… ma poi, figlio mio, cosa resta? Macerie… e gente pronta a ricostruire. Aspettano solo che tu dica loro in cosa credere.

Ed è una terribile verità: senza più il libero pensiero, spronato dalla dignità, senza più la capacità di autocritica, siamo solo facile preda per il dittatore di turno, che sia un leader politico, religioso, un life coach, o semplicemente uno che decide, per suoi interessi come dobbiamo usare la nostra creatività e i nostri doni.

Crescizz maschera un atto di denuncia in romanzo, conscio che è il mezzo migliore per far germogliare idee non per creare una rivoluzione, ma per stracciare questo osceno e putrido velo di Maya. Solo comprendendo cosa si cela dietro i dogmi è possibile non solo la salvezza ma anche la scelta. Chiunque creda di avere oramai la strada spianata, chiunque sia stato “clonato” per meglio assecondare le malate pulsioni di una società allo sbando, con la gnosi, con la consapevolezza può rompere questa catena che ci rende schiavi.

E scegliere.

E diventare pienamente umani.

E quando qualcuno si arrogherà il diritto di scegliere per noi, saremo protetti e capaci di lanciarci come novelli Vendicatori sulla prigione che tenta di costruirci attorno.

Io decido cosa è giusto e cosa non lo è, fiuto i bisogni del popolo, ne alimento le speranze, creo le necessità e smonto le teorie. Posso rielaborare i fatti, gestire le paure, veicolare i gusti, dare coerenza a ciò che non ne ha. Sono in grado di manipolare gli ideali e i loro simboli, come la svastica e il crocifisso, e posso reinventare il nazismo e il fascismo e mischiarli al cattolicesimo, fondere insieme scienza e religione, governando con la prima e facendo credere al popolo di vivere sotto l’ala protettrice della seconda.

Dubitate dei lupi travestiti da agnelli, degli imbonitori, di chi si sostituisce alla vostra mente, di chi vi dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi odiare, e chi amare.

Sperimentate, crescete, evolvete.

Fate domande, ascoltate la vostra voce interiore diventate capaci di buttare la cesso ogni vostra certezza.

E ricominciate da zero.

Siate coraggiosi.

E questo libro vi aiuterà.

Sapete perché?

libri sono gli oggetti più pericolosi che possano esistere per chi detiene il potere. Forniscono informazioni utili per ogni cosa, da come costruire un edificio stabile a come ricavare un farmaco dalle piante. Ma non solo, i libri muovono le coscienze, accendono gli animi, danno sfogo al libero pensiero. Lo stesso si può dire di internet e dei telefoni, dei film, dell’arte, ecco perché ho bandito le comunicazioni e anche il cinema. Queste forme di espressione portano a un massiccio scambio di informazioni e di idee, formano le opinioni, creano alternative… e io non l’ho mai permesso. Le coscienze non devono avere coscienza affinché io possa governare su di loro.

 

Ecco perché molti sono stati sordi al grido lancinante di questo libro. Ma voi tenete le orecchie bene aperte e quando Brandelli vi chiama, rispondete.

“Nectunia” di Daniela Ruggero, Dark zone edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Recensire il libro di Daniela Ruggero non è affatto semplice. Apparentemente testo di evasione a una lettura più approfondita si rivela ricco di argomenti, di messaggi e di dettagli che non possono essere sottintesi. Ma vanno esternati e mostrati nella loro spietata bellezza al lettore. Potrei berciare della sua perfezione stilistica, dell’emozione, della sua carica di angoscia e al tempo stesso soffermarmi sull’adrenalina che pervade ogni pagina. Ma il bello del libro è di essere un vero, speciale distopico che omaggia i suoi padri predecessori e che si immerge nel catastrofismo tipico del genere.

E questo catastrofismo non è certo scaturito dalle stesse ansie o dalle stesse aspettative dei libri culto, come Bradbury o Orwell, ma da un preciso traballamento del nostro sistema post-moderno che sta annaspando in una credi economica e valoriale senza precedenti.

Innanzitutto il contesto in cui si muove Daniela è quello tipico della distopia. Un mondo devastato che tenta di rinascere, che argina la violenza cieca di esseri umani che hanno perduto ogni certezza. Per poter reagire alla disastrosa scelta umana, quella collegata da una finalità cosciente che ha come obiettivo quello dello sfruttamento insensato della terra e che pone come sua volontà principale la sopraffazione e la corsa al potere. Il benessere smisurato, la certezza di essere non ospiti ma padroni assoluti della terra causa lo sconvolgimento globale ed ecologico. Ecco come ce lo narra la Ruggero:

Anno 2500, la popolazione mondiale affronta la sua Era più buia. La quotidianità è scandita da efferati omicidi. Le lotte per impadronirsi delle ultime scorte di energia sfociano nella guerriglia urbana. Le sommosse sono sedate dalle forze dell’ordine con violenza, generando nuove rivolte. L’alternarsi delle maree nere ha soffocato la fauna marina e le specie commestibili si sono estinte quasi tutte. La terra si è impoverita. L’avanzare dei deserti ha ridotto lo spazio per le coltivazioni e il pascolo degli animali ormai lasciati a morire di fame e sete. L’inquinamento dell’aria ha raggiunto livelli preoccupanti, tanto che gli esseri umani sono costretti a indossare speciali mascherine dotate di un filtro in carbonio per depurare l’aria intossicata dalle particelle di piombo. La scarsità di cibo ha costretto i governi a frazionare le derrate alimentari e ridurre la dose di acqua pro capite per consentire alla popolazione di sopravvivere.

I poveri vivono negli angoli delle strade di città fantasma, ridotte a fatiscenti ricordi del loro splendore. Polvere, calcinacci e immondizia hanno sostituito la bellezza architettonica di palazzi d’epoca, che ora si sono tramutati in eleganti ghetti per rinnegati, gli stessi che attendono la notte per dare vita a saccheggi e violenza per la sopravvivenza. I cittadini si vedono costretti a rinchiudersi nelle loro case prima del coprifuoco che segna l’ingresso dei militari nelle strade per arginare il fiume di follia che la fame ha generato. Violenza contro violenza. Il caos germoglia.

E‘ da questo terrore, questa perdita di convinzioni, di appigli, questo mondo che crolla miseramente sotto i colpi dei nostri errori che l’unica sopravvivenza certa, l’unica speranza di una resurrezione è una netta e decisa presa di potere. Questo è un caso tipico delle civiltà al collasso: quando il cambiamento è cosi angoscioso, cosi irreversibile, è quasi scontato che, alcune frange del potere, in particolare quello militare, prendano il comando per arginare appunto il fiume di violenze. E’ per questo che la dittatura nasce, per porsi come referente politico e sociale di una società allo sbando. Non a caso, il termine dittatura ha nel linguaggio politico non soltanto l’accezione di

Accentramento del potere di governo in un solo organo”

oppure nelle mani di una sola figura, il dittatore appunto che non viene assolutamente limitato da leggi, costituzioni o altri fattori politico/sociali, ma ha origine nella repubblica romana, dove una figura scelta assumeva il potete prevalentemente in tempo di guerra. Il dittatore era, dunque, un Dux nominato dai consoli romani per la durata di circa sei mesi e il Senato, poteva far decadere il mandato.

Si nota come la dittatura classica avveniva, cosi come nel testo di Daniela, in circostanze particolarmente delicate o pericolose in cui era necessario che, qualcuno, prendesse le redini decisionali per traghettare lo stato fuori dal rischio del naufragio.

In Nectunia questo avviene. L’apparente nemico della stabilità e della civiltà viene individuato in un gruppo di ribelli accusati di fomentare il terrore e il panico causato da condizioni estreme: il mondo sta collassando. E quando una civiltà si trova in una situazione di rischio, il caos può generare due diverse reazioni: volontà di rinascita, o volontà di oppressione.

La falange militare di un fantomatico (insomma mica tanto) esercito europeo, pende, dunque, il controllo degli eventi., Il nemico è perfettamente identificato e non è evanescente come può esserlo lo stravolgimento ecologico, dove poche azioni restano da compiere se non sperare di salvare il salvabile e provare a re-imparare a vivere in armonia con la terra lacerata. Ma è un nemico preciso, fisico, facilmente identificabile e sui cui l’azione repressivo salvifica può essere indirizzata. E caricata di ogni terrore della popolazione, di ogni aspettativa, di ogni angoscia. Ecco la creazione di un nemico vero o presunto, causa di ogni male, artefice della distruzione, capro espiatorio su cui si riversa tutta la paura, il terrore e la violenza, provocate, invece, da una serie di sconsiderate azioni che hanno portato a retroazioni di portata distruttiva gigantesca. Il pericolo è quell’effetto farfalla che, noi oggi, sottovalutiamo e che Daniela pone come monito al lettore: attenzione alla nostra percezione del mondo, alla considerazione vanesia che abbiamo per noi stessi. Attenzione ai piccoli infimi gesti, alla nonchalance con cui viviamo, oggi su questa terra. Perché poi gli effetti farfalla, possono portare alla totale distruzione del genere umano. E il nostro effetto serra, il fantomatico buco dell’ozono, i cataclismi naturali sempre più devastanti ne sono una tragica prova.

Questa dittatura ha compiuto il suo passo principale quello che l’aiuterà a trasformasi in qualcosa di diverso e per nulla piacevole; dopo la creazione del nemico il predominio assoluto si mostra come unica speranza, unica soluzione per la sopravvivenza umana, portatrice di un nuovo mondo ordinato da cui ripartire, imparando dall’errore per eccellenza: la libertà.

E’ infatti il libero arbitrio il responsabile di tante tragedie. E’ quella nostra perfettibilità che senza mai raggiungere la perfezione ci porta a provare strade diverse, a esercitare il diritto di scelta che, pertanto, può e forse deve avere, anche conseguenze terribili. Senza la capacità di sbagliare, di osare e di sperimentare, senza il rischio di cadere nell’errore, senza la capacità insita in questo di portare a un’acquisizione di esperienza e quindi di responsabilità, la libertà non può esistere.

Senza conoscenza, consapevolezza e una certa dose di ribellione, senza la sua travolgente influenza rivoluzionaria, quella capace di aderire al suolo tradizioni, culture e valori accreditati la libertà non è libertà. E in più essa si nutre di un altro pericoloso elemento: la partecipazione. E quella consapevole non costretta da paure, rimorsi, e terrori.

Ecco che per un regime che si presenta come il Salvatore, come l’ente a cui delegare la volontà personale in favore del Sommo Bene Comune, quel concetto di libertà e di creatività rasenta l’anarchia. Diventa il demone da combattere. Pertanto ogni regime che si erge a barriera contro la naturale propensione umana alla sperimentazione, diventa per necessità TOTALITARISMO. Ecco perché esso combatte come deviante tutto quello che è connesso con l’espressione e con la capacità di pensiero critico: libri, cinema, emozioni, e arte. Il mondo perfetto che Nectunia mostra è pertanto asettico, totalmente liberato da ogni anelito emozionale, da ogni piacere, da ogni immaginazione. Perché l’unica realtà è quella mostrata con ardore e ossessione dall’ente primario, la fonte di ogni salvezza ossia una strana assurda entità Chiamata Grande Madre.

Su lei si innesta la civiltà immobile e eccessivamente protettiva di questo sistema che considera l’ignoranza la vera fonte di benessere. Ignoranza considerata come limitazione dell’arte della conoscenza e quindi delle domande, accettando in modo acritico ogni spiegazione e ogni soluzione. Non devi assolutamente fare altro che accettare la Verità assoluta patrocinata dal sistema.

E come si spenge il fuoco interiore dell’uomo?

Con la manipolazione neurologica. Con droghe, con l’indottrinamento, con la limitazione degli istinti. Non a caso il sesso, l’amore, persino l’arte della scrittura è totalmente privata dell’istinto, dell’intuito e del sacro fuoco della Musa. Bandito, cancellato, soppresso.

Ecco il mondo claustrofobico che la Ruggero ci mostra. Orripilante eppure monito per ognuno di noi.

E chi paga di più in questo strano istante eterno, congelato da una follia creata dal terrore del disastro?

Le donne. Portatrici autorevoli di vita, considerate dalla scrittrice Fatema Mernissi naturalmente dotate di una sana jahiliyya ossia immaginazione. Cosi scrive:

la paura più grande dell’Islam è legata alla paura delle donne (strettamente correlate al disordine e al libero pensiero) una paura che gli arabi non si sono presi mai la briga di analizzare con calma come primo passo per superarla. All’inizio l’Islam tentò di liberarsi delle paure e dalle superstizioni degli arabi pagani. Ma ben presto l’esempio del profeta che insistette sulla necessità del cambiamento scomparve dall’inconscio popolare. I califfi scivolarono indietro verso la jahiliyya e misero sotto chiave le donne e le esclusero dalle moschee”. 

Fatema Mernissi

descrive questa capacità umana, quella di creare e distruggere, di dare la vita e di toglierla propria della donna come:

come sede di ogni sovvertimento.

E Nexium, il simbolo del nuovo ordine non ammette, non tollera non accetta nessun sovvertimento. E per questo si rivela la sua natura crudele che stravolge un intento originario positivo.

Non ci deve stupire. Ogni grande ideologia è nata da una sana, amorevole, dignitosa intenzione.

E’ la paura dell’altro, collegata con la sensazione di spaesamento che non fa altro che provocare non tentativi di rinascite ma barriere, barriere cosi granitiche, muri cosi duri che per essere abbattuti hanno bisogno di una ventata di ribellione.

Anche in Nectunia potrei associare il grande inno dei Pink Floid another brick in the wall, azione distruttiva per eccellenza unica in grado di restituirci la nostra natura di esseri umani e non di numeri imperfetti.

Il sogno è finito 

E io sono diventato Piacevolmente insensibile

Comfortably numb

E invece Nectunia ci insegna l’importanza della consapevolezza, della conoscenza e della libertà, un valore che noi oggi sacrifichiamo per essere accettati dalla rete dei social, da una classifica astratta, da un gruppo di pressione. Ci rinunciamo per una fatale sicurezza economica, per un nido confortevole, per un briciolo di amore, per un posto sotto le fasulle luci della ribalta.

E allora spero che leggendo Nectunia dentro di voi risuonerà il bellissimo, forse stonato canto della libertà ma cosi dannatamente perfetto nella sua imperfezione.

Non abbiamo bisogno di educazione

non abbiamo bisogno di essere tenuti sotto controllo

Another brick in the wall

Ultima annotazione.

Daniela Ruggero non è solo una donna che fa dell’impegno educativo il suo mantra. Ma in questo testo, perfetto, omaggia un grande libro, un autore che ha spianato la strada allo strepito di ribellione: George Orwell.

Gli appassionati non potranno non bearsi dei delicati accenni alla sua opera maggiore 1884.

Non potranno non notarne i riferimenti e sentirsi a casa, rivivendo la disumana magia di quel testo intramontabile. Ecco magari chi non lo ha letto, forse lo riprenderà in mano e lo assorbirà perché George non racconta soltanto una storia di un epoca precisa,1984 è, infatti un attacco ai totalitarismi come spiegherà l’autore stesso:

«Il mio recente romanzo [1984] NON è inteso come un attacco al socialismo o al Partito Laburista(di cui sono sostenitore), ma come la denuncia delle perversioni […] che sono state parzialmente realizzate nel comunismo e nel Fascismo.»

(Collected Essays)

Ma la storia di oggi e di domani. Noi siamo impegnati in una battaglia atroce per non perdere noi stessi e per non cadere nella trappola del revisionismo e del populismo. E solo libri di cotale genere possono aiutarci a combattere le distorsioni del sistema. Cosi, quando ascolterete frasi aberranti come:

<<la guerra è pace»,

«la libertà è schiavitù»,

«l’ignoranza è forza».

Saprete da che parte stare.

Contro la pretesa totalitaria di voler piegare la realtà e le persone a un fine superiore, ma che alla fine si rivela un banale e osceno asservimento alla paura. Obbedienza cieca a ogni partito, a ogni idea religiosa e politica non è altro che un effetto di un panico atavico, che ci porta spesso a delegare la nostra vita a qualche entità al di fuori di noi stessi.

In 1984 è il nostro mondo che agonizza davanti a noi

(Geno Pampaloni)

È questa caratteristica che ritroverete in Nectunia.

Devo aggiungere altro?

 

 

 

Nota.

Geno (Agenore) Pampaloni (Roma, 25 novembre 1918 – Firenze, 17 gennaio 2001) è stato un giornalista, critico letterario e scrittore italiano

Benché si sia sempre rifiutato di riunire in volumi la sua sterminata produzione critica,Geno Pampaloni è considerato uno dei maggiori conoscitori, interpreti e critici letterari del Novecento italiano 

“Lacrime di cera” di Liliana Marchesi, Dark Zone edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La definizione letteraria di civiltà la identifica:

 La forma particolare con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale d’un popolo (eventualmente di più popoli uniti in stretta relazione) – sia in tutta la durata della sua esistenza sia in un particolare periodo della sua evoluzione storica – o anche la vita di un’età, di un’epoca. Sotto l’aspetto storico e etnologico, il termine è riferito non soltanto ai popoli socialmente più evoluti della storia lontana o recente (le grandi cdel passatocegizianacassirobabiloneseclatinacslavacdei popoli anglosassonila coccidentale, ecc.) ma anche ai popoli primitivi o meno evoluti, estendendosi a designare anche le varie forme di vita di popoli preistorici, ricostruite per merito della paletnologia e dell’archeologia (per es., la cacheuleanala cdel bronzola cdel ferro, ecc.). Con questo sign. più ampio e più «neutrale», il termine si approssima a quello di cultura (che ha avuto peraltro nella letteratura scientifica definizioni più precise). 2. Nell’uso com. e più tradizionale, è spesso sinon. di progresso, in opposizione a barbarie, per indicare da un lato l’insieme delle conquiste dell’uomo sulla natura, dall’altro un certo grado di perfezione nell’ordinamento sociale, nelle istituzioni, in tutto ciò che, nella vita di un popolo o di una società, è suscettibile di miglioramento. È con questo sign. che il termine è inteso in espressioni quali: portare la c.; il sorgere della c.; i principîi fruttila luce della civiltà e sim.; in altre invece, con partic. qualificazioni, indica caratteristiche forme e livelli di organizzazione della vita associata: la cdel benesserela cdei consumila ctecnologicala cdelle macchinel’avvento della cdi massa3. In rapporto a un altro sign. dell’agg. civile, urbanità, cortesia, buona educazione.

Dizionario Treccani

Quindi civiltà è quel contesto armonico e organico dove un singolo cittadino, ma anche la singola personalità, può crescere ed evolversi secondo i propri specifici talenti. Ma questa definizione spesso viene contraddetta dai fatti reali che creano un profondo iato tra come dovrebbe essere e com’è.

Questa cesura viene riempita stranamente, non solo dagli innumerevoli saggi sociologici ma, soprattutto, da un genere letterario specifico ossia la distopia. In questa nefasta prospettiva, lontana eppur possibile, troviamo ogni ansia, ogni terrore e ogni rischio reso concreto, come monito verso l’acquisizione della responsabilità che il contesto sociale debba assumere per la civiltà. In “lacrime di cera” si avvera la conseguenza peggiore che la disuguaglianza possa creare: il muro tra noi e l’altro. O meglio, il muro della percezione che noi diamo all’ambiente affinché possano essere valide le misure restrittive basate sull’autoconservazione. Una società divisa ha due conseguenze: una rivolta che instauri una nuova organizzazione o una rivolta che si risolva in una pesante chiusura nei confronti dell’esterno. Ed è questa seconda possibilità che rende claustrofobico, immobile e illusorio quell’unico, ristretto mondo su cui possiamo avere qualche potere.

Nel contesto immaginato dalla Marchesi accade proprio questo: le contraddizioni tra i diversi strati sociali non riescono a trovare un elemento comune su cui instaurare un dialogo e si rivoltano l’uno contro l’altro, spezzando il legame primario che è alla base di ogni civiltà: il confronto.

Nel mondo distopico della Marchersi non ci si confronta. Si vive perennemente in uno stato di sogno. Ma il sogno, senza azione, è necessariamente immobile.

E il sogno senza movimento è solo un banale passatempo, che disperde come foglie al vento le potenzialità umane, offerte in un olocausto al potere dominante affinché mantenga questo stato onirico.

Le prime battute del testo, infatti, sono caratterizzate dal senso di pesantezza, dal senso di rigidità ben identificata con quel palazzo quasi solitario, in cui ogni passo è talmente lieve e silenzioso da risultare desertico.

Non un urlo, non una spruzzata di gioia.

Grigiore e desolazione.

Si avverte quel senso di finta tranquillità che nasconde una paura soffocante dell’esterno e, in tal senso, le alte mura sono sia protettive che costrittive. Ma nessuno se ne accorge, troppo preso a bearsi di questo finto benessere. Balli, ricchezza, agi, in realtà sono solo proiezioni di un qualcosa che non può esistere perché senza creatività, senza curiosità, nulla può darci davvero piacere. È solo una soddisfazione di bisogni primari, che ci rende molto più automi degli automi presenti nel testo. Solo una macchia di colore ravviva questo patetico paesaggio: la protagonista. Ella è depositaria del vero sapere umano, quello che nell’esterno, nel contatto con l’ambiente, anche con i suoi rischi diviene fonte di vita.

E di movimento.

Dall’azione più clamorosa, effettuata da una donna, ossia la violazione del tabù del silenzio e dell’accettazione, Camille muove i suoi passi verso la riparazione dei torti e la liberazione mentale. Si toglie la sua maschera di schiava, gli occhiali percettivi con cui è costretta, fin dalla nascita, a osservare il suo mondo e inizia a re-imparare a essere donna piuttosto che burattino. Ed è grazie alla trasgressione della regola e attraverso la curiosità, che la porta a non accettare la spiegazione ufficiale, che Camille cresce e riporta la sua landa desolata, quella terra resa arida dal potere senza scrupoli, a trasformarsi finalmente in una foresta rigogliosa.

È dunque solo la ribellione che riesce a restituirci la capacità di leggere il mondo?

Pare proprio di sì.

Sembra che, fin dagli albori della genesi, l’uomo debba compiere l’atto sovversivo per trovare il senso autentico dell’armonia del vivere. Deve, in fondo, essere un lottatore e, magari, combattere con Dio per poter trovare la via d’uscita alla sua condizione di cecità. E questo Dio, non è che l’immagine di un’autorità assoluta che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato o soltanto un dispositivo di controllo che rende leggeri e irresponsabili, capaci non di decidere ma di delegare tale impegno a qualcun altro.

Del resto,  la storia di Camille non è che la mirabile trasposizione in chiave moderna e distopica del mito platoniano della caverna: seppur terrorizzati, minacciati, prigionieri, impotenti, dobbiamo riuscire a lasciare la comoda percezione per poter davvero godere della vera vita.

Camille è l’essere umano, è la capacità di oltrepassare i limiti, è la volontà di non accontentarsi di un’unica voce, ma la bellezza di ascoltarne mille, ognuno dalla sgargiante tonalità di colore.

La storia di Camille, in fondo è la storia di ciascuno di noi, ognuno ingabbiato nel proprio palazzo, contento di farsi annichilire dalla metallica voce del padrone.

Imparate a crescere ribelli, se volete davvero vivere.

“il segreto della sorgente. I rami del tempo volume tre” di Luca Rossi, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

 

Eccoci arrivati al terzo capitolo della saga di Rossi, il segreto della sorgente che, in questo terzo libro, si dirige ad abbracciare molto di più il fantascientifico e contenuti molto meno velatamente sociali e di aperta, feroce critica. Ed è di questo lato che vorrei parlarvi. Tralasciando i dettagli dello stile (sempre coinvolgente) e dei personaggi (alle prese con loro stessi e i loro demoni).

Elementi che rendono sicuramente il testo affascinante e coinvolgente, con un susseguirsi di colpi di scena che tengono il lettore con il fiato sospeso. Ma, oramai lo sapete bene, non è quello che mi trascina di un libro. Non sono le trame, non è la cover, certo non il genere e neanche la scorrevolezza, ma è e resta il significato. Se chiudendo il mio e-book o il cartaceo, non mi fermo a riflettere, non ho qualcosa che mi brucia dentro fino a dover dare voce a questi pensieri, il libro ha fallito nella sua funzione principale: quello di comunicare. Se i primi due erano comunque racconti relativi al singolo percorso umano, qua vediamo un significato più globale, quello che potrebbe risultare una sorta di racconto allegorico e neanche tanto, del nostro modi di fare associazionismo. Che sia Europa unita, che sia stato, le frasi taglienti del Rossi non lasciano le coscienze indifferenti.

Abbiamo una galassia in cui vivono e esistono una miriade di piccoli mondi interdipendenti eppure autonomi uno dall’altro. Per congiurare il pericolo di uno scontro tra singole volontà, qualcuno Molov, organizza un ambizioso progetto, una federazione di mondi in cui ognuno possa prosperare e crescere in totale pace.

Bello vero?

Peccato che dietro il nobile progetto, si nasconda tanto altro. L’economia per esempio. Le mire finanziarie accecano il sommo governante che per poter governare ogni singola risorsa addirittura di clona, creando un’oligarchia onnipresente e claustrofobica. Il potere. Uno dei peggiori sentimenti umani che acceca e rende sordi a quegli ideali che, se accompagnano un progetto pieno di lodevoli motivazioni, vengono poi totalmente esautorati dalla loro purezza originaria divenendo strumenti di controllo. E poi la volontà di rendere la religione, il sacro e la spiritualità solo un mezzo di sottomissione e controllo delle coscienze.

E come si fa?

Semplice.

Si cerca di operare una cesura con il lato meraviglioso della vita, quella magia che rende ogni azione umana, ogni emozione totalmente incomprensibile e però, in grado di operare miracoli. La magia dal greco mageia e indicava la dottrina dei sacerdoti zoroastriani custodi di saperi occulti, ossia nascosti, che riguardavano in particolar modo l’astrologia e l’interpretazione dei sogni. Immaginate, uomini che ogni giorno stavano a contatto con quel mondo numinoso generatore di fiabe, miti e leggende e quel cielo cosi organizzato, cosi seducente in grado di suscitare nell’essere umano un grandioso sentimento di appartenenza. non fu un caso che per secoli la via lattea venne identificata con la strada capace di condurre al mondo di sogno.

Ecco che portar via all’essere umano la capacità di stupirsi e di sognare, significa rubargli una parte della sua anima, quella capace di scegliere. Eh sì cari miei lettori. Magia e quindi capacità di sogno, coscienza e libero arbitrio sono indissolubilmente legati. Del resto senza la parte più profonda e autentica di noi stessi, senza una sorgente (e non è un termine usato a caso) da cui ogni energia creativa è capace di sgorgare per poterci dare la capacità di distruggere e ricostruire noi siamo totalmente schiavi delle nostre passioni dei nostri bisogni primari e dei nostri peggiori impulsi.

Ecco che togliendo il sacro e il meraviglioso la Federazione (qualunque essa sia, inizia a manipolare le persone illudendole di agire per il loro bene. E se in questo libro uno dei mezzi per annullare il libero arbitrio tramite la manipolazione delle emozioni è una sostanza particolare il nomos, o l’auron. Nella nostra società il nomos/auron è spesso la virtualità, la strada facile e immediata per godere del proprio personale universo di beatitudine. Diventiamo così semplici burattini nelle mani dell’influencer di turno delegando a lui addirittura il senso della bellezza. Inquietante ma reale. Troppo reale.

Ma se prendete uno qualsiasi di questi individui e gli somministrate l’autron, lo trasformerete proprio in ciò di cui avete bisogno.” E che servirà soprattutto a me…

e ancora

L’autron scava a fondo nel cervello e modifica l’interpretazione dei ricordi. Non li cancella, non li reprime, ma si limita a mutarne le emozioni a loro associate. Ed è proprio per questo che è così straordinariamente efficace. Se si cancellano i ricordi di un individuo e si prova a impiantarne di nuovi, l’efficienza del cervello il più delle volte è compromessa e si va incontro a problematiche che in migliaia di anni nessuno è mai riuscito a risolvere. Agendo sulle emozioni, invece, tutto diviene più semplice. I vostri nuovi servitori saranno proprio quel che fa al caso vostro. Non vedranno l’ora di mettersi al vostro servizio e saranno assolutamente motivati. Per loro sarà la cosa più naturale del mondo esaudire i vostri desideri.”

Non vi sovviene qualche ricordo familiare?

E a noi oggi, in questo strano posto moderno di sensazioni che ci convincono della necessità di certi sistemi ne abbiamo a iosa.

L’Europa unita per esempio.

La necessità della finanza.

I poteri forti.

La necessità di un governo che mantiene di propri privilegi per far star bene solo a noi.

Continuo?

La libertà dei popoli è garantita dagli eserciti, ma voi finora siete stati bravi a proteggere la vostra grazie a una forza morale. Ma forse oggi questa non è più sufficiente.”

Sicuri che è fantascienza e non un trattato di sociologia?

Leggete questo passo

sai bene che esistono mondi che vivono nella più completa autonomia all’interno della Federazione. .Ne fanno formalmente parte, ma la loro identità viene preservata con ogni mezzo. Nei mondi indipendenti la visione della FM è distorta, ma sai bene che la sua funzione primaria è quella di mantenere la pace e l’ordine nella galassia, di consentire a chiunque di vivere e prosperare liberamente. Noi garantiamo la libertà degli individui, non la neghiamo in alcun modo.

Rossi, in questo semplice romanzo di evasione, racconta la nostra perduta società.

Quella società che riduce tutto al controllo e alla manipolazione spingendo con forza sui peggiori impulsi le peggiori paure dell’uomo, in primis quella della paura. È la paura che tiene sotto scacco un intero mondo, un intero pianeta:

 

È difficile ipotizzare cosa quelle stesse persone, accecate dall’odio, potrebbero fare nei prossimi giorni.

Ed è la pura di una violenza presunta e di un nemico immaginario che fa si che interi popoli acconsentano a rinunciare a qualcosa di fondamentale: la loro autodeterminazione. E basta aprire davvero gli occhi per accorgersi che:

 

la Federazione è malata, Molov. È molto più malata di quanto tu possa pensare. Tu credi che potrà continuare a evolversi sull’onda del progresso scientifico e tecnologico, priva dello spirito, ma non è così. Senz’anima, gli esseri viventi diverranno preda di un male che non puoi neppure immaginare; lo splendore che ti ostini a voler difendere crollerà di colpo, senza lasciarti alcuna possibilità di rimediare.

Dobbiamo renderci conto di vivere in un sistema malato la cui unica salvezza sarà quello di rendersi conto che

tutto così facile. Basta che una di noi raggiunga sé stessa per dare una possibilità a tutti. Perché siamo un’unica energia. E questa magia è in tutti noi. La Sorgente è nel profondo di ogni essere vivente. Ecco qual è il suo segreto, riflette, sentendosi espandere tra miliardi di miliardi di creature. Siamo amore, nient’altro che amore.

E se un libro, questo libro può farvi recuperare il vostro libero arbitrio, donato incoscientemente in cambio di una finta tranquillità allora rossi non avrà scritto invano. Che la bella Lil possa risvegliare:

loro cuori e le loro anime, ha dato loro la più meravigliosa e pericolosa delle opportunità: la libertà di scegliere, il libero arbitrio.

 

“Morte di Stato” di Ruben Trasatti, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

 

Avvertenze.

Questa sarà una recensione fuori dai miei rigidi canoni oggettivi. Perché di fronte a un libro che parla di noi, della nostra società e del futuro che stiamo donando ai nostri figli, non si può restare indifferenti. Questo è un libro potente e importante, sicuramente scomodo, un pugno nello stomaco a tutti coloro che, senza accorgersene, vengono addormentati dai Media e delle notizie distorte. Vorrei davvero che provaste la stessa mia emozione, rabbia dolore e che possiate riconoscere gli stessi pericoli che stiamo vivendo. Quegli insiti nelle facili parole, nei piccoli dettagli, in una comunicazione che è totalmente patologia in ogni sua componente. Stiamo dividendo. Stiamo di nuovo creando una netta gerarchia, noi e loro. Ci stiamo di nuovo facendo possedere dagli stereotipi che divengono realtà e verità e non più semplici mezzi di comprensione. Di nuovo confondiamo la mappa con il territorio.

Svegliatevi.

Vi stanno ingannando, vi stanno rubando la coscienza.

E senza coscienza non sarete mai più liberi.

Alessandra Micheli

 

 

 

Scrivo questa recensione, proprio mentre a Macerata si compie un atroce ritorno al passato, un deja vu che non vorrei mai aver provato. E mi chiedo quanto il libro di Trasatti sia davvero fantapolitica. A me sembra un monito che avverta anime evolute a stare attenti, attenti alla faciloneria da stadio, alle soluzioni immediate alla costante, depravata creazione del nemico. E’ la civiltà occidentale che va difesa, urlano dal pulpito i politici di turno, adoranti dalla scintillante corazza del populismo.

Prima gli italiani degli immigrati!” si sente urlare con forza.

 E gli altri?

 Gli altri, beh pazienza. Sono solo scarti, gente senza volto, senza storia, solo nomi anzi privati anche di quello. Indicati con la provenienza come se essa fosse atta a descrivere l’interezza di un essere umano che è per sua natura sfuggevole e sfaccettato. Fa male sentire che per indicare il crimine si usa la provenienza, come se un Lombroso risorto avesse trovato il modo per dividere il sano dal marcio. Come se evidenziare che le caratteristiche fisiche o etniche determino la patologia nella mente che porta alla devianza e alla delinquenza.

E come non possono venirmi in mente i protocolli dei saggi di Sion?

Con posso non ricordare le orride vignette che misero alla berlina milioni di persone rei di avere una religione diversa?

Come non posso ricordare il dramma dei cagot?

Tutti colpevoli di essere diversi, diversi dal facile schema che consente all’uomo di restare fermo a venerare il dio della forma, perché la forma non cambia mai, resta sempre uguale e fedele a sé stessa. E’ la sostanza che simile a un vento sconvolge il nostro ambiente mentale, che erode montagne, che modifica il paesaggio. E la sostanza che muta, muta la nostra essenza di uomini, in un costante anelito all’evoluzione. Creare il nemico è il reiterare le comode abitudini, è il mantenere in vita un modello sociale anche quando questo è pieno di toppe, è agonizzante, un morto macilento che cammina. Creare il nemico è l’unico modo che ha una dittatura di sopravvivere.

Trasatti con penna crudele delinea una storia che rischia di essere il nostro domani. Ci racconta di un mondo orrorifico, dove l’Europa non è quel beato sogno partorito dalla mente dei grandi filosofi, ma è un abominio scaturito della più turpi passioni, dai più oscuri desideri. E’ un Europa dove la vita del singolo non conta se non in funzione della sua produttività, dove il risparmio e un finto benessere sono solo dei miraggi. Conta il potere, conta la scalata al successo, conta il controllo sociale effettuato tramite l’atroce legge che sancisce la morte di stato. Un cittadino, svuotato della sua importanza, diviene solo numero, solo oggetto e non più soggetto, da sfruttare fino alla fine, per poi gettarlo via, come un vecchio arnese oramai inutilizzabile. È la morte del singolo a favore di una volontà generale che si basa soltanto sull’elemento utilitaristico, non più sui valori etici come la creatività, l’esperienza, il rispetto totale della vita, l’impegno a un’esistenza ricca e soddisfacente. Non si cura il cittadino né a livello sanitario, né a livello umano, lo stato abbandona ciascuna componente a se stessa, la spersonalizza, la priva della sua umanità, la sfrutta. E per esercitare questo controllo attua una vera e propria de-sodalizzazione delle comunità che divengono isola a sé stanti, indipendenti una dall’altra. Si instaura il sospetto, si alimenta la paura dell’altro, si spezzetta un’unità in tanti piccoli frammenti dominabili e manipolabili tramite i mezzi di comunicazione di massa.

La comunità europea appare unita, non grazie alla comprensione di quanto cooperare sia importante, non sulla base di una forma mentis che fa delle teorie sistemiche, quelle che considera l’insieme delle varie componenti di un organismo ugualmente indispensabili l’una all’altra per sopravvivere. Non parla di cibernetica o di teoria batesoniana, ma di paura.

L’Europa si unisce perché ha paura. Paura dell’altro, paura di sé stessa, paura di quel mondo che crolla perché è necessario che si trasformi. In cambio del finto benessere chiede candidamente una semplice moneta: la coscienza. E cosi il disperato essere umano, quello che dio ha fatto cosi grande, più di angeli e stelle, perde un pezzo di sé e si aggrappa disperato al dio denaro, al dio che produce ma che non crea. L’Europa è solo un fantoccio per mantenere in vita l’interesse, l’unico che fa ancora muovere questi corpi stanchi. E per mantenersi allontana tutto ciò che minaccia questa perdita costante di coscienza, il diverso e quindi l’incontro con l’altro e la vecchiaia, quella parte tanto venerata da ogni cultura poiché custode e memoria di ogni tradizione, del bello come dell’orrore.

Ecco cosa ho letto. L’incubo e la probabilità di un mondo che si ripara dietro il populismo, dietro paroloni altisonanti, ma che perde memoria e identità.

 

«I nostri antenati hanno versato il loro sangue per combattere un nemico. Siete voi che non riuscite a vedere il nuovo nemico che ci invade, che ci attacca, che ci ruba ciò che abbiamo» disse una donna piazzatasi nei pressi della fontana. 

«Brava! Faglielo capire!» gridò qualcuno per supportarla.

«Signora, si è mai chiesta come ci vedevano in America ai tempi delle grandi emigrazioni di massa? La maggior parte degli italiani venivano sottoposti a rigidi controlli, emarginati nei bassifondi delle città, costretti a subire vessazioni. Col tempo le cose sono cambiate e si sono resi conto che la diversità era una risorsa immensa. Si rende conto che l’Europa, lei inclusa, sta facendo la stessa cosa agli immigrati mediorientali e africani? Forse peggio. E non si vergogna nemmeno un po’ per questo? Per stracciare secoli di globalizzazione che ci hanno aiutato a progredire nella cultura, nell’uso delle lingue e in mille altri campi?»

Come possiamo essere se non in rapporto allo specchio che l’altro è per noi?

 

«Loro ci rubano il lavoro! I soldi, imbecille!» tuonò qualcuno dalle ultime file del lato opposto. Quanti di voi dall’altra parte della piazza si metterebbero a fare un lavoro umile? Il muratore, lo spazzino e altri mestieri simili. Mal retribuito e con turni massacranti. Nessuno! Nessuno! Voi non lo fareste, non avreste nemmeno il coraggio perché vi farebbe schifo, vi farebbe pena, non ne avreste voglia. C’è gente molto più semplice e civile che lo fa al posto vostro o dei vostri figli e voi siete lì ad accusarli di rubare il lavoro.

E le case date a loro? Gli alberghi? Il salario minimo e tutta l’assistenza che hanno ricevuto nel decennio passato? I nostri poveri li hanno lasciati morire sotto i ponti! Sotto i ponti! È per questo che abbiamo dato una svolta alle nostre politiche europee. Per cambiare le priorità! Per dare un futuro ai nostri—»

«Ma quale futuro? Quale?» interruppe il ragazzo, con tono aspro. «Quello delle frontiere chiuse, dei mille muri alzati, del mancato scambio culturale, dello Stato che uccide delle persone pur di risparmiare? Si rende conto di quante cazzate sta dicendo? Ai suoi figli non sta dando nessun futuro, lei gli sta restituendo un brutto passato.

Come posso essere se non mi trasformo?

 

Sei davvero quell’uomo nuovo? Non cedere al male.»

Vedete il mio amato Bateson scoprì una grande verità. È la differenza, anzi il riconoscimento della differenza, che fa scattare la comunicazione. E quando io comunico, per forza apprendo e apprendendo mi modifico e con me modifico la realtà.

Ma senza l’alterità, senza i ricordi, uccidendo colui che non produce più, cosa mi resta?

Un essere che non è più umano ma un semplice meccanismo di una fabbrica che brandisce un finto progresso come stendardo. E invece promulga morte, morte di un uomo e la nascita di tanti tristi burattini.

Ecco cos’è morte di stato.

Il togliere quell’armonia al mondo che conosciamo, alla realtà in cui agiamo che diventa solo un vago eco, un lontano rimembrare di un dono perduto. Perdere la coscienza significa uccidere davvero noi stessi.

E si perde ogni qual volta che uccidiamo la compassione, che urliamo pieni di rabbia odio e vendetta. Che ci facciamo cambiare da quell’orrida figura ghignante del mostro che ha divorato lo stato.

 

Io non lascerò che la società mi cambi. Non lascerò che i sentimenti negativi prevalgano dentro di me. Devo dimostrare di saper donare il mio lato migliore anche nei momenti più difficili.

 In questo libro lo stato non c’è più. Ha tradito la sua vera essenza. C’è una gerarchia, c’è un totalitarismo, che una distruzione continua, c’è la volontà di schiacciare l’uomo come se quegli arconti crudeli di gnostica memoria avessero finalmente trovato il modo per uccidere Dio. E Dio resta silenzioso a piangere per quelle sue creature, oramai bambole senza vita. Ma stavolta non ci saranno angeli a salvarci, perché l’unico vero angelo eravamo noi, così belli nella nostra imperfezione e cosi grandi in gesti improvvisi e dotati di poesia. Ecco che Trasatti all’improvviso si ribella. Non ci sta a vedere l’amata umanità uccidere il pensiero, uccidersi come un patetico e piccolo scarto. Rialzare la testa a dire no al sistema. Un solo gesto di compassione e di coraggio. Solo quello oggi può salvarci. Qualcuno che durante le moderne retate dica no. Consideri l’uomo non come numero, non lo rinchiuda in un aggettivo: italiano, siriano, nigeriano, islamico cristiano. Lo veneri come quella creatura capace di abbracciare paradiso e abisso dentro di sé. Quella dotata di ali così potenti da volare. E di staccarsi fiera dal suolo dove vogliono tenerci e far vedere che anche noi cosi imperfetti possiamo essere eroi:

 

Noi desideriamo risorgere. Desideriamo che i popoli siano liberi ed uniti sotto un’unica bandiera, quella della vera pace, non di quella che ci hanno ripetuto negli anni soltanto a parole o con cui credevamo di essere avvolti. E si accorgeranno soltanto più tardi di ciò a cui abbiamo dato inizio. Un niente oggi, tutto un domani: sarà la storia a porre il suo giudizio definitivo

Avrei davvero voluto recensire questo libro, parlandovi dell’Europa del nostro sogno di unità. Di quella bellezza creata nei secoli da chi voleva porre fine alla divisione tra poteri, uniti sotto la bandiera di una sola nazione e di un solo cuore. Avrei voluto parlarvi del bellissimo sogno di Wilson (un nuovo ordine mondiale basto sulla libera espressione dei popoli, ognuno portatore di una sua potenzialità). Ma ascolto la Tv e sento voci che sembrano uscite dall’incubo creato da Trasatti. Leggo i giornali e trovo solo inviti all’odio, all’egoismo, alla crudeltà. Vedo fratelli rifiutarsi di prendersi per mano, accaniti uno sulle posizioni dell’altro, negano che è il dolore che spinge le persone a lasciare i propri luoghi natii. Ma che è anche il coraggio di voler vedere il mondo, di confrontarsi con l’altro, di amalgamarsi e di fondersi per creare qualcosa di nuovo, che sia un sogno o una cultura. Vedo persone così convinte di avere un’identità da difendere da non rendersi conto di essere aggrappati a un’illusione. La cultura, la tradizione è il nostro quotidiano prodotto di quando siamo in costante contatto con la realtà. Vedo patrioti difendere la loro nazione uccidendo lentamente l’unica vera patria che abbiamo, questa terra che piange, macchiata dal sangue dei suoi figli.

 

Se non esistesse nessuna nazione?

Niente per cui uccidere o morire?

Solo la gente che vive in pace.

Un mondo in armonia.

Un sogno di cui un giorno, si spera, faranno tutti parte.

Il libro di Trasatti avrà vinto quando anche un solo uomo, alla domanda tu di che razza sei, risponderà:

 

sono di razza umana.

 

Quando amerà il tempo che passa e lo lascerà con orgoglio brillare nel volto, e i solchi sul nostro viso saranno la mappa del nostro passaggio lieve sulla terra.

Io vi invito a leggerlo, piangere e imparare grazie a Ruben Trasatti a osservare il mondo con occhi diversi:

 

«È la tua prova: sei ciò che dici di essere? Vuoi arrenderti in questo modo o vuoi dimostrare che nulla può cambiarti?»

Io non mi arrendo. E voi?