“Il fuorilegge della Magia Nera. Shadow Play” di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

download.jpg

 

 

Secondo capitolo delle avventure di Cisco Suarez, l’incantatore delle ombre, colui che è tornato nel mondo dei vivi dopo dieci anni di oblio.

La caratterizzazione del personaggio cresce, il protagonista, non perdendo la sua indole impulsiva, comincia ad abituare il lettore a riflessioni più intime. Lo scopo principale è fare luce sui dieci anni dimenticati per poter attuare la propria vendetta.

L’autore descrive il suo protagonista da tre angolazioni diverse.

Un negromante curioso, giovane, poco esperto e troppo spavaldo, un assassino spietato senza controllo sulle proprie azioni, un uomo diventato un potente animista che sonda il suo potere prendendo coscienza della sua dimensione.

Un prima e un dopo separati da dieci anni di buio.

Ma è proprio in quegli anni che Cisco deve dolorosamente scavare se vuole arrivare a ricostruire la sua vita.

Mettere in ordine il passato è l’imperativo primario per decidere come pianificare il futuro.

Ma non sempre le scoperte sono piacevoli.

Così, mentre continua ad affrontare battaglie sempre più audaci e difficili, Cisco fa i conti con ciò che è stato.

Un libro che si snoda sul crinale del dubbio, della fiducia malriposta, del sospetto avvertito ma non confermato.

Uno stato di continua suspense fuori e dentro il protagonista.

Serrato fino all’ultima riga, quasi indecifrabile come la magia che racconta, il finale alza il velo su un colpo di scena che proietta verso un ultimo capitolo che si preannuncia decisivo.

La tensione narrativa viene mantenuta grazie all’introduzione di nuovi e inquietanti personaggi che portano altri fenomeni paranormali coi quali avvengono incontri e scontri.

Un’opera paranormale che coinvolge sentimenti molto terreni: amore, amicizia, fiducia, avidità.

Un equilibrio riuscito dal punto di vista narrativo, .

Non resta che attendere l’epilogo.

 

Annunci

“Il fuorilegge della magia nera. Dead man”di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

dead-man.jpg

 

 

“Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera. Sembra abbastanza fico, vero? Lo era, fino a quando non mi sono risvegliato mezzo morto in un cassonetto.
Ho detto mezzo morto? Perché intendevo morto al 100%. Non faccio le cose a metà.
Perciò eccomi qui, ancora vivo per una qualche ragione, in un altro giorno assolato a Miami. È un paradiso perfetto, se non fosse che mi sono immischiato in qualcosa di brutto. Ricercato dalla polizia, avvolto dal fetore della magia oscura, con creature dell’Altrove che sbucano da tutte le parti… per non parlare delle gang voodoo haitiane. Credetemi, è tutto molto divertente fino a quando non hai un cane zombie alle calcagna.
Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera… e sono totalmente fottuto.”

Si presenta da solo, questo intrigante libro che mescola fantasy, thriller e horror aggiungendo alla ricetta una buone dose di paranormale.

Originale sotto diversi aspetti, a partire dalla voce narrante, in prima persona.

Il protagonista si rivolge direttamente al lettore con una marcata vena in bilico fra l’ironia il sarcasmo che alleggerisce un’ambientazione cupa e spaventosa.

Il libro ha una duplice proiezione temporale, una rivolta al passato di Cisco, di cui ha perso memoria, l’altra al suo futuro dopo il risveglio. Ma non si può sfuggire alla universale regola logica che necessita di conoscere il passato per vivere il futuro. Cisco è senza passato, o meglio, non lo ricorda; la discesa in ciò che è stato è dolorosa e lacerante, ma necessaria.

Il presente non è roseo: non sa più chi sono gli amici e chi i nemici.

Questo continuo interrogarsi, costruire teorie e supposizioni rischia di far impazzire il protagonista…e i lettore.

È questo uno dei punti di forza della narrazione: la ricerca e la messa in ordine dei pezzi mancanti unita a un senso di disorientamento e sfiducia nei confronti degli altri personaggi.

Ne viene fuori un protagonista estremamente tormentato, al limite della paranoia, sfuggente, arrabbiato e cinico.

Descritto in ogni sua sfaccettatura emerge un personaggio dove il male e il bene coesistono senza stridere.

Magia, riti, spiritismo e animismo: ecco altre colonne portanti del testo.

Ognuno di questi termini ha il suo significato che l’autore spiega in maniera lineare e senza tecnicismi, solo per aiutare il lettore a calarsi in questo mondo parallelo popolato da non vivi e creature soprannaturali.

A questi elementi si mischia però la consueta vena di avidità molto umana e poco soprannaturale, che dà all’intera opera un importante contrappeso reale.

Un libro ben scritto, fluido e scorrevole. Originale nella scelta del soggetto e nella tecnica di narrazione.

Un libro veloce e pieno di adrenalina, dove l’azione occupa la maggior parte dello spazio ma lascia spiragli per le descrizioni dei drammi interiori da affrontare.

Ma l’avventura non è finita.

Cisco Suarez è appena all’inizio del suo cammino dopo il ritorno al mondi dei vivi.

E questa opera spinge senza dubbio a continuare la lettura.

È solo un “ci vediamo”, al quale non resta che aggiungere: “presto”.

“Purple lilies” di Lavinia Morano. A cura di Alessandra Micheli


Purple Lilies- Lavinia morano.jpg

 

 

Mi ha molto colpito la postfazione dell’autrice di Purple lilies quando spiega perché ha voluto donarci la sua fantasia su carta.

Mi ha colpito perché, a differenza di molti autori, non si ammanta dell’aura di saggia consigliera di vita o novella Bronte, sicura di cambiare il corso della letteratura.

Con semplice umiltà asserisce questa straordinaria verità:

lo scopo principale di ogni racconto deve essere quello di divertire e intrattenere.

E per lei cresciuta a suon di racconti e fantasia il raccontare, intrattenere come la cantastorie di una volta diviene vitale, essenza stessa della sua esistenza.

perché da sempre adoro leggere e adoro scrivere. Non potrei mai concepire la mia vita senza queste due attività.

E cosi come un moderno menestrello, entra nel mondo del pensiero, l’iperuranio di platoniana memoria, prende parti dell’eterna tradizione fantastica e ce li consegna, con grazia e un acerbo talento.

Che sicuramente crescerà.

Mentre leggevo, mi immaginavo questa ragazza che scappa dalla modernità fatta di apparenza e di virtualità, per rifugiarsi e far rifugiare nel mondo della parola scritta, immaginando storie e ricamando con esse il telaio immenso ed eterno, dell’arazzo chiamato tradizione.

E gli elementi del viaggio imperituro dell’eroe ci sono tutti: i cattivi, la ricerca del senso della vita, e un corollario di personaggi che, sembrano altrettante parti del suo io ma che, per ironia della sorte o per un incanto maliardo, sembrano ripercorrere gli archetipi umani o quei tipi psicologici individuati da Jung.

Ecco che abbiamo la disillusione umana di chi di fronte alla difficoltà si adagia nel fallace traguardo di una stabilità materiale, spesso a discapito di un benessere interiore che porta la serenità anche laddove il nero delle nubi tempestose minaccia il nostro cielo.

Oppure la genuinità dell’innocenza che non può non essere idealista e anche sfacciatamente e assurdamente venata di ottimismo sfrenato, la sete del potere che rende ardii e sterili i cuori e distrugge mondi e universi.

E poi ci sono ossessioni e imperfezioni umane come il cinismo, ma anche la perseveranza, il godere dei beni materiali come il cibo senza assaporarli davvero, l’orgoglio e la fragilità e la speranza, muta musa che ci tiene per mano e tenta di non farci sprofondare nell’abisso. Utilizzando questi eterni simboli del nostro umano errare, Lavinia racconta e si racconta, finché essa stessa e la sua anima si fonde con una voce antica, ma potente che, partendo dalle velleità artistiche che fanno del racconto luogo e oasi di puro piacere, ci accompagna in una zona poco confortevole, irta di pericoli e di splendori inimmaginabili: la nostra personale evoluzione.

Purple lillies lascia cosi il comodo terreno della commedia dell’arte, per immergersi in una saggezza antica ma di primaria importanza, specie oggi, che semplicemente tenta di restituire dignità a particelle divine di luce imperitura sfuggite per un atto di orgoglio o per un momento di stupidità folle, alla fonte primaria di ogni creazione: l’amore.

Il suo testo, non so se inconsapevolmente o no, si addentra nei terreni impervi ma altrettanto indispensabili per far respirare la nostra anima, chiamato gnosticismo e che e lei abilmente descrive in modo semplice e immediato come:

l’amore sia sempre una forza superiore… Il male non è che una parte infinitesimale nell’universo se paragonato al bene, all’amore e alla bellezza che lo riempiono. Quello che io credo è che il male sia solo qualcosa di estraneo alla vera natura degli uomini e che possa corrompere solamente una parte superficiale di essi, senza essere in grado di intaccare la parte più profonda del loro essere.

E credetemi non sono frasi banali e scontate.

Vi svelo un segreto arcano: tutta la letteratura gnostica è venata di questa profonda Consapevolezza che in mezzo alla lordura, al peccato, alla trasgressione, alle rovinose cadute dell’anima ingabbiata dagli arconti, esiste sempre una piccola scintilla di pura luce che va, semplicemente, liberata per potere tornare in seno alla sua mater divina.

La stessa storia della Pistis Sophia, scritto gnostico trovato nelle caverne di Nag Hammadi, è abilmente raccontata in modo meno pomposo e con un linguaggio meno complicato, grazie allo stile narrativo del fantasy, che crea un impatto e immediato in grado di penetrare i cuori dei più scettici.

Ecco che il racconto classico, diviene al tempo stesso innovativo.

Proprio perché accostato alla filosofia tradizionale.

Ed ecco che la pistis da scintilla di luce posta in un altra dimensione, diviene l’alieno (letteralmente l’altrui, l’altro da se) piombato sulla terra per un giocoforza di eventi catastrofici, rei di aver distrutto il loro pianeta e soprattutto di averli privati della loro unica forma di sostentamento nutritivo.

Il nutrimento perduto, diviene la parabola perfetta per la descrizione della creazione umana, considerata non un dono ma una maledizione.

Scendendo in un piano materiale che vibra con energie inferiori, l’unica reazione plausibile e condivisibile è quella di un retaggio mnemonico di perdita, trasmesso forse dalla memoria collettiva e che causa e procura odio e un senso di umiliazione costante.

Questo perché non si annulla la percezione di antichi fasti, non si annulla la sensazione scomoda eppure viva di aver smarrito un qualcosa di importante e vitale per il proprio benessere.

E tale frustrazione la si riversa sul mondo materiale, la prigione per antonomasia perché imperfetto e cruento, poco attinente ai ricordi di grandezza di un tempo.

In questo piano malsano (la terra) essi si comportano come imitatori dei più arroganti arconti.

Distruggono, disprezzano, odiano rendendo cosi i loro corpi e i loro cuori talmente aridi da non permettergli più di procreare.

E non è un caso che procreare significhi etimologicamente dare alla luce, ossia tornare alla luce e ritrovare la via perduta.

Tutto il testo è un inno alla gnosi, l’unico vero puro amore liberato da ogni egoismo e da ogni finalità cosciente che diviene unica strada per tornare a nutrirsi di polvere di stelle, la sostanza fatta di purezza, di energie positive, di felici ricordi, di immagini di incantate valli, ossia semplicemente quell’amore venato di compassione e empatia.

Ecco che Lilith e Keith, ma anche Luke e Carla troveranno nelle vicenda e volte oscure, come oscura è ogni caduta, la strada per tornare ad appartenere a un universo fatto di pura beatitudine, quello senza l’ansia dell’arrivismo, o di successo ma fatto di puro piacere intellettuale.

Il vero spreco è una vita passata a fare ciò che non ci piace, solo per compiacere qualcuno o per dimostrare agli altri quanto siamo

bravi, per sbattergli in faccia il nostro successo. Uno spreco di tempo è inseguire il denaro a tutti i costi, anche quando non se ne ha un reale bisogno.

Ecco che l’antica filosofia accantonata e resa “ridicola” da troppe dotte spiegazioni capaci solo di isolarla dalla realtà concreta e pratica, torna a brillare nel testo di questa giovane e meravigliosa ragazza.

E cosi oltre a divertire, emozionare, scioccare e appassionare, forse è in grado anche si risvegliare quella sopita ma mai del tutto distrutta fame di stelle:

Luce era una principessa e viveva in un luogo meraviglioso…. Nel suo regno tutto era perfetto e luminoso. Non vi era dolore, sofferenza, ingiustizia, fame, guerra….Luce non riusciva a vedere la bellezza che la circondava. Dava tutto per scontato….Era come inconsapevole della propria felicità, dello stato privilegiato in cui si trovava. Aveva tutto, eppure le sembrava di non avere nulla ed era spesso annoiata e malinconica. Fu proprio per questo che un giorno re e regina presero la decisione più difficile della loro vita….. Così decisero di mandarla via dal palazzo e farla vivere nel mondo dei mortali, sperando che questo avrebbe potuto risvegliare in lei…. la coscienza assopita…. Le dissero di tenere sempre a mente che le sue origini erano divine….Una volta arrivata nel mondo dei mortali, si sentì pervadere dall’orrore. Lì tutto era in disfacimento. La natura era inquinata, morente…..Eppure, col passare del tempo, Luce iniziò ad abituarsi a quel mondo così oscuro…. Cominciò a pensare di averlo immaginato o di averlo solo sognato. La banalità e la mediocrità che pervadevano il mondo dei mortali divennero per lei l’unica realtà plausibile….Luce iniziò a vivere una vita priva di senso, senza scopo….cominciò a comportarsi come un automa. Inseguiva il piacere dei sensi e agiva per impulso, senza preoccuparsi delle conseguenze di ogni sua azione…..Ma fu proprio quando non sarebbe potuta cadere più in basso, che iniziò a svegliarsi. Riprese a poco a poco coscienza di sé, del suo essere….All’inizio fu dura: in quel mondo dai colori offuscati, tutto sembrava voler ostacolare la sua risalita…. Sulla terra, cominciò a notare piccoli indizi che le fecero tornare alla memoria il suo antico regno….Era come se nel mondo delle tenebre si creasse talvolta uno squarcio che lasciava trapelare la sconfinata bellezza del suo vero regno…. Bastava a volte sedere su una distesa verde e contemplare l’acqua di un ruscello scorrere vivace tra le rocce per avere la conferma che il mondo dei mortali altro non era che un velo, con il solo scopo di celare una dimensione superiore agli occhi di chi non era ancora pronto per tale realtà. Luce aveva allora vinto ogni paura…Trascorse il resto della sua vita in modo tranquillo, mantenendo sempre il giusto equilibrio tra gli eccessi. Coltivò nel suo animo l’amore per tutti gli esseri viventi e non dimenticò più che, dentro di lei, brillava una scintilla divina. Quando giunse l’ora della sua morte, non aveva alcun rimpianto né rimorso. Era perfettamente in pace con se stessa e con il mondo. La Morte non la spaventava perché, a differenza di molte persone laggiù, lei era “sveglia”. Chiuse gli occhi in quel mondo per riaprirli l’istante dopo nel suo regno luminoso…Durante il suo viaggio nelle tenebre aveva conquistato la ragione, l’intelligenza e la volontà. E grazie a queste adesso poteva veramente godere appieno e fino in fondo di tutte le meraviglie che la circondavano.

In questo racconto è semplicemente racchiusa tutta la forza magica e retentiva degli scritti gnostici.

E solo per questo che in barba alle imperfezioni del romanzo che voi astuti sostenitori delle raffinate tecniche letterarie osservate, voi che amate criticare demolire e contestare, premio a pieni voti questo testo. Sono sicura che lo stile crescerà.

Che le trame diventeranno più snelle e più accattivanti.

Che Lavinia si impadronirà, a ogni scritto, dei segreti delle tecniche letterarie.

Ma adesso, oggi, nonostante si possa limare il testo e curare piccoli dettagli formali, vi assicuro che il libro merita da parte mia una menzione d’onore e un infinito grazie per aver dato alla luce ciò che mancava a questo mondo distratto: la consapevolezza di non appartenere al mondo che ci raccontano come reale ma a una dimensione più alta e splendente, che ci aspetta ansiosa di stringerci in un abbraccio.

Chapeu Lavinia.

Whiborne & Griffin. Widdershins” di Jordan L. Hawk, Triskell Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Widdershins - Jordan L. Hawk.jpg

 

 

Miei adorati lettori.

Permettetemi una breve digressione.

Come ormai ben saprete, io ho un approccio strano ai libri.

Devo entrare dentro i mondi creati, devo familiarizzare con i protagonisti e trovare entro di loro un po di me.

E pertanto, siccome quello descritto è un evento raro, ho scelto l’approccio oggettivo.

Cosa mi fa “innamorare” del testo?

È un insieme di elementi apparentemente strutturali.

Le descrizioni ad esempio.

Sono quelle che iniziano a farmi intravvedere il dipinto.

La psicologia dei personaggi.

Ognuno dei protagonisti incontrati, cosi come le comparse, non erano altro che sfaccettature di un io umano ricco e variegato che, il buon autore, decideva di aggiungere al dipinto.

E poi qualcosa che è impossibile da spiegare se non con una parola: il talento.

E’ la capacità di renderei il mondo nato nella mente, pertanto immaginario e illusorio, credibile.

E riporlo con cura su carta.

E dalla carta per mezzo dell’arcano potere della parola, farlo rivivere.

E trasportare il lettore attraverso i significati che le frasi e i loro simboli possono raccontare.

Ci sono testi apparentemente semplici che, per me, non sono altro che scrigni segreti di cui io solo ho la chiave.

E ridente e un po’ vanitosa la guardo e la rimiro estasiata, finché non mi decido ad aprirlo e balzano con allegria lettere, parole, emozioni, sensazioni e frasi e mi prendono per mano, iniziando un ballo circolare. Un canto hondo come lo chiamerebbe la Pikola Estes.

E dal quel canto ripetuto come un incantesimo, (in-canto appunto) ripetuto nella fertile mente di un’eterna sognatrice, iniziano a manifestarsi i personaggi che contribuiscono a comporre la schiera dei miei amici, quelli che mi accompagnano per strada e che mi strappano un sorriso o una risata nei momenti meno opportuni, mentre la gente mi fissa strana.

O che mi fanno l’occhiolino quando mi annoio o prendono il tè con me e con il mio accompagnatore, fisso messer Cappellaio Matto.

Da oggi avrò nuovi amici con me, Messer Griffin e Messer Whiborne. E la spavalda Chaterine.

Anche ora sono accanto a me e mi sorridono mentre mi accingo a raccontarvi la loro storia.

Vi sembro matta forse?

Ah la meraviglia della sana pazzia!

Percival Whiborne e Griffin Flaeherty, mai persone e più diverse si ritrovano a lavorare accanto, pelle a pelle tanto da far scattare le scintille…ma alt.

So che per molte lettrici la parte migliore e più succosa del libro è sicuramente un amore un po’ inconsueto tra due anime affini ma divise dal genere sessuale.

Ma il libro non è solo questo.

Griffin mi sussurra che ci sono vicina alla verità del loro messaggio.

Cosi mi concentro e tendo l’orecchio verso la loro acuta eppur melodiosa voce.

Prima di tutto mi avvertono di indicarvi il periodo in cui la storia inizia. Fine ottocento, America, New England.

Insomma, la patria della novità, dell’ambizione e del self made man.

O almeno cosi ci narrano le cronache.

Ma è davvero cosi?

E’ l’America la patria migliore, l’oltreoceano laddove ci si possa liberare dalla moralità angosciosa di un vittoriano che cadeva pezzo per pezzo?

La risposta è no.

Widdershins, contea creata da uno strano e ambiguo personaggio, è in realtà una sorta di baluardo del puritanesimo.

Conoscete un po’ la storia di questo stato vero?

Tolti i vestiti pesanti dei padri pellegrini, e indossati quelli dell’uomo che si affacciava nel millennio ricco di promesse, i fondatori, i ricchi, i nobili la crema della crema, un freno all’innovazione assoluta dovevano metterlo.

Per quanto decisi a cavalcarle l’onda del progresso, con omnibus, commercio, allettanti scoperte scientifiche e tecnologiche, non potevano rinunciare alla sicurezza delle concezioni, delle leggende e delle superstizioni del passato.

Vi ricordate per caso il mistero di Sleepy Hollow?

E’ la parabola del progresso che si arrende, inerme, davanti alla comodità di tante tradizioni che di scienza hanno poco.

Sono i deliri soprannaturali che tolgono ai personaggi l’aridità dell’imprenditore, li allontanano dal ruolo di protagonisti scarni e rigidi di una società che si apprestava a diventare capitalista, sicuri e convinti della loro identità.

Culti antichi, vecchie storie di spettri, demoni e di antichi dei…

L’atmosfera del testo ricorderà quella del libro di Arthur Macham, il grande Dio Pan.

E qua a far capolino sotto il substrato dell’apparente normalità, c’è proprio un richiamo a quelli dell’altra parte…

Non vi viene in mente nulla?

E se vi parlassi di grandi antichi?

Ecco che i vagheggiamenti occultistici prendono il posto di quella parte religiosa che all’America manca.

Devota al dio successo, al dio denaro, all’arrivismo sfrenato, alla decisione di creare una nuova opportunità per chi era fuori dalle rigide gerarchie inglesi.

Sapete benissimo che lo spirito capitalistico è nato in seno all’etica protestante.

Se non lo sapete beh leggetevi Max Weber.

E’ proprio, per ironia della sorte, i voler togliere orpelli mistici e spirituali a una religione che doveva solo servire a mostrarsi migliori al mondo e per migliori significa ricchi, che creò una notevole mancanza nell’animo umano.

La conoscenza al servizio della crescita economica e industriale era una conoscenza a metà, che sopprimeva quegli istinti e impulsi atavici dell’uomo a appropriarsi dell’ignoto.

Anzi soffocava proprio quest’istinto.

Pericoloso, reo di condurre al caso e forse…all’anarchia.

Pensate a una conoscenza capace di rendere consapevoli gli uomini della loro diversità e al tempo stesso della loro fondamentale comunione di diritti, non solo di doveri.

Ecco che, specie nell’America nostra, tanto sognata, ma profondamente denigrata da studiosi del calibro di Tocqueville, la cosiddetta mancanza apparente di stratificazione sociale si risolveva in un tutti uguali, quindi nessuno uguale.

L’omologazione diventava lo strumento in mano a pochi, i più furbi, per decidere le sorti del paese ma mantenendo il controllo sociale grazie alla diffusione che, siccome tutti uguali, ognuno con il lavoro, l’iniziativa e la liberà imprenditoria poteva far parte della cerchia benedetta.

Widdeshins smentisce l’assunto culturale americano.

La città è fondata da poche famiglie che la gestiscono a loro piacimento, in attesa dell’occasione giusta per ottenere altri vantaggi.

Chi denaro, chi potere, chi una sorta di riparazione dei torti.

E ognuno di loro legato a una sorta di decoro che serviva da facciata per continuare a essere i migliori, gli esempi, le forze propulsive della società.

Niente caos ma ordine, quello che portava il progresso senza che però la società progredisse davvero.

Del resto primato economico o no, l’America è uno dei paesi più razzisti che esista.

Ne è una prova la fede nel modello WASP, o l’insorgere di terribili società segrete, assai peggiori della massoneria come Skulls and Bones, o il Ku Kluk Klan.

In questo caso, esiste la Fratellanza.

Rispettabilità e superiorità.

E per garantire questi due irreprensibili caratteristiche, bisognava soffocare gli istinti.

Quelli che permettevano al modello di sfaldarsi.

Come immaginare, leggere, sognare, scrivere, osare e persino amare fuori dagli schemi.

Perceval è l’anello debole della catena del potere familiare.

Non è manipolabile, è goffo ma al tempo stesso cosi forte da dire no a un destino tracciato.

Capace di lasciarsi andare, anche se questo cozza contro gli insegnamenti paterni.

E’ l’uomo più coraggioso che abbia mai incontrato.

E ancor più di Edmond Dantes.

Mi scusi Edmond e non arrossire Perceval, lo penso davvero.

Una persona che, nonostante le convezioni è capace di dire no e tracciare la sua personale via di felicità, è a tutti gli effetti un grande eroe.

La sua purezza e persino il suo sentirsi sbagliato lo rendono profondamente umano ma al tempo stesso capace di rappresentate…ognuno di noi.

Immerso nella sua privata rete di legami, di obblighi e di maschere.

Ecco che dall’ambientazione esce un monito, un consiglio o una seduzione: essere se stessi a costo di perdersi.

Perché ciò che si perde è solo una recita, una finzione una terrificante farsa a cui ci hanno costretti da piccoli.

Ma è anche la miglior parabola della purezza che vince il male.

E’ il sacrificio di chi vuole che Widdeshins smetta di essere antioraria o di girare per un verso contrario al sole, ossia alla luce della verità e della compassione, e tornare a splendere e se non eliminare a affrontare con coraggio i suoi demoni.

I demoni presenti in questo libro sono le aberrazioni di istinti asserviti alla volontà di potere senza etica.

E potrei anche definire quelle sue terrificanti e oscene immagini come un ulteriore avvertimento verso un umanità che tenta di sostituirsi all’energia creatrice, senza però avere il suo medesimo rispetto per la vita.

Perché se consideriamo la scienza, la conoscenza, la sperimentazione non un atto che intende omaggiare l’intero cosmo, ma solo un modo per auto esaltarci, creeremo solo abomini.

L’amore esiste in questo libro.

Ma non è solo l’amore tra due persone.

E’ l’amore per il bello, per il giusto, per il sole, per la libertà.

Anche se questo significa accettare signora morte, o il dolore, o la delusione, o gli affronti, le ingiurie.

Perché in fondo la vita è fatta anche di questi orrendi abissi.

E solo il prode, il giusto, il coraggioso dall’abisso sa osservare con ardore e stupore il cielo.

Ora vi saluto.

Griffin e Perceval hanno ancora delle avventure da narrarmi.

 

“Micropolis” di Giuseppe Milisenda, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

unnamed (1)

 

 

Ci sono periodi in cui i libri decidono di puntare la mia attenzione su alcuni temi.

Ve l’ho detto io, considero il libro un essere vivente, poiché nato da emozioni e lacrime di chi decide di riversare su carta la propria anima.

E’ cosi che il mondo inanimato ebbe la sua esistenza da un soffio divino che si fece parola.

Ecco il libro.

Basta poco perché la carta si animi e mi segua dicendomi: ora siediti e ascoltami.

E inizia a narrarmi la sua verità, una delle tante ma che è importante per me e per voi in questo istante, unico e irripetibile.

So che oggi le preoccupazioni ecologiche vanno di moda.

Si manifesta, si urla e ci si sente felici, perché solo io lo so ragazzi miei, quanto gli ideali ci aiutino a vivere.

Nessuno meglio di me conosce quella sensazione di incidere sulla pelle della storia, sperando che il suo balzo in avanti dipenda un po’ da noi. Lo so e nonostante gli anni e gli acciacchi, sono sempre la solita idealista di tanti anni fa (non chiedetemi quanti, è maleducazione).

Riapro il baule della memoria, li dove è conservata una foto di un uomo dagli occhi di brace che mi sussurrava

senti sulla tua pelle ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”

è quella sciarpa bianca e nera simbolo delle mie battaglie, dei miei sogni non di gloria ma di cambiamento.

Ho sognato per anni un uomo nuovo, uno risorto dalle ceneri di quello sapiens che di sapienza aveva poca.

Che distruggeva le foreste e l’ossigeno, che gettava le basi per la discesa, che uccideva ridendo i propri simili.

Una sciarpa che aveva l’odore del fumo, quello che usciva dal cammino di un lager, o dalle ceneri di un ragazzo praghese, datosi fuoco per la libertà.

(Vi ricorda nulla il nome Jan Palach? No? Molto male)

E oggi per noi la libertà è manifestare dietro lo slogan di turno, mentre i potenti ridono ancora.

V Io la sento quella risata voi no?

E allora se davvero vuoi sapere cosa sia un uomo vero, un uomo nuovo, siediti accanto a me ragazzo o ragazza, e anche tu signore che pensa di sapere tutto della vita.

C’è una storia che ha voglia di farsi udire.

Non raccontata da me ma da un uomo speciale, che conosce la sua responsabilità di educatore.

Io sono solo il ponte attraverso cui l’arcobaleno unisce le due sponde. Siediti e ascolta.

Immagina un mondo diverso, in cui tutte le tue certezze, vengono messe in discussione.

In cui persino la tua fede nell’uomo, se mai l’hai avuta, viene messa alla prova.

Un tempo lontano, quando qualcuno scommise su quella scimmia, convinta che avesse solo scordato la sua origine “stellare”.

Ma la scommessa la perse secolo dopo secolo.

Perdendo la fiducia nella perfettibilità umana.

E l’uomo, macchina meravigliosa, iniziò a scordare un’antica consapevolezza: il mondo non era affatto solo creazione ma creatura. Ognuno unito indissolubilmente con dei fili brillanti.

Un legame intessuto di relazioni, di azioni e controreazioni.

Voi sapienti conoscete la storia di Menenio Agrippa?

Era un politico romano (493 a. c. circa) che spiegò in modo semplice eppure efficace l’ordinamento politico con una metafora paragonandolo a un corpo umano:

Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.»

Se una parte di un organismo intero decide di non collaborare, o si ammala, l’intero corpo viene meno.

Manca la relazione e la comunicazione tra parti.

E siamo solo isole, sole e tragicamente indifese.

Lo sapevo ieri e ne sono certa oggi.

E allora Micropolis non è solo la favola utopica di cosa sogniamo noi pazzi.

E’ la parabola più bella che qualcuno possa regalarvi: la consapevolezza.

E quando tutto crolla persino le rigidità che sono difese per il nuovo, allora il nuovo può germogliare.

Noi abbiamo perso fede nella redenzione, nella salvezza.

Nell’umanità.

Sostituiamo queste parola con potere, successo, dominio.

E ci scordiamo la vecchia leggende, le storia che volevano unire semplicemente cielo e terra, esseri divini che scelsero di vivere tra noi e donarci gli strumenti per intagliare il nostro destino.

Micropolis allora non è più solo una favola. Ma è il racconto di cosa per anni ho cercato di realizzare in me stessa.

E di quello in cui oggi, nonostante il fumo nero delle ciminiere, nonostante sangue e disperazione ancora credo:

L’universo non è altro che un’entità vivente all’interno della quale trovano ospitalità comunità di esseri intelligenti…la Terra abbia un compito preciso nell’organismo all’interno del quale si trova. Come il cuore pulsa il sangue negli esseri viventi, il nostro pianeta dà linfa vitale a ciò di cui siamo parte. Se un organo non funziona in modo corretto, tutto il corpo si ammala. »

Micropolis

Raccontate questa favola a voi stessi e ai vostri figli.

Io e l’uomo dagli occhi di brace abbiamo bisogno che questo sogno non muoia mai.

“Untold” di Sara Rees Brennan, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

Untold-di-Sarah-Rees-Brennan-2-The-Lynburn-Legacy-L’eredità-dei-Lynburn.jpg

 

 

Eccomi qua a cercare di narrarvi la meraviglia del secondo volume della saga di Sara Rees Brennan.

E sarà arduo rendervi partecipi di quel sogno che voi chiamate libro: Untold è un mondo incantato da visitare, vivere in prima persona e lasciare che la sua malia rapisca.

Come voi ben sapete e se non lo sapete ancora lo apprenderete con giubilo ora, la parte dei libri che amo di più riguarda la strabiliante tecnica letteraria chiamata “descrizioni”.

Sono quelle più del suggerire ma tacere, che mi fanno entrare direttamente nel mondo creato dall’autore: senza la capacità di raccontarmi in parole i suoi sogni, io non mi sento empaticamente coinvolta.

E sottolineo empaticamente: devo ciò sentire scorrere dentro di me, nel sangue, nella corrente adrenalinica delle emozioni le parole, vive e fulgenti come sole, ma anche acuminate come le spine della rosa.

Il libro con la sua forza deve farmi sanguinare il cuore, altrimenti è un libro perso, un libro carino si, un libro perfettamente eseguito a livello fintamente tecnico (o meglio secondo la tecnica moderna di oggi) ma non vivo.

Muto.

Ed è la capacità di creare un’atmosfera, che lo fa parlare.

Io devo respirare il dolore, l’incanto, il mistero come se fosse una nube o un vento che soffia indomito.

E come si fa a respirare un libro?

Con le descrizioni.

Senza, esso risulta silenzioso.

In pratica l’autore non si sforza di impiastricciare i fogli con le sue visioni, lancia frasi a random dicendomi io suggerisco, la storia creala te.

La Brennan quest’arte della parola la maneggia con maestria.

Non suggerisce, racconta.

Non sussurra urla, con tutta la sua forza, perché le immagini nella sua testa sono troppo invadenti e devono trasbordare sul foglio, o sul pc o dove volete voi.

E cosi che si crea l’intera magica impalcatura di Untold.

Leggete.

Lei e Angela si fermarono davanti a casa dei Green, una delle poche abitazioni d’epoca a non essere state costruite in tufo giallo delle Cotswolds, bensì in granito e ardesia. Era un edificio grigio e cadente che pareva tenuto insieme da un intrico di rovi bruni e avvizziti e dalle rose rampicanti che vi crescevano sopra. Lo spaventapasseri dei Green era sbilenco e i suoi guanti gialli imbottiti di paglia sembravano salutarle mestamente.

E leggete questo

Per un attimo non scorse nulla di diverso sul campo, a parte l’incubo di fronte al quale si era trovata poco prima, ma poi sollevò il viso. Uno sciame di nubi stava divorando il cielo grigio-azzurro. Ben presto i nembi si tinsero di rosso e arancione, come se il sole avesse incendiato la distesa celeste.

Ma non era il sole.

Nel terreno ancora intriso di sangue di Hallow’s Field stava prendendo vita un nuovo fuoco. L’odore del fumo li travolse, intenso e quasi dolciastro.

Cioè sono solo io la pazza che nota la forza evocativa di questi brani?

Ovviamente, l’arte di raccontare e di creare mondi non si esaurisce con la magia da demiurgo, ma si alimenta anche di tanti, diversi, significati, poiché la sua fantasticheria ha una motivazione e un fine: quello di svelare i nodi.

Di parlare del tacito, dell’indefinibile di tutto ciò che la nostra radiosa (sono ironica) società ha seppellito in una fossa, privandoci di una forza essenziale per la nostra sanità dell’anima.

La magia.

La Brennan in Untold osa.

Se prima raccontava del segreto che si animava e nutriva le radici di una città archetipica, Mestavalle appunto, dopo aver svelato o mostrato la fossa in cui l’arcano era sepolto e aver responsabilizzato ogni essere vivente sull’uso corretto dei miti, dei simboli e del mistero, ora osa guardare ancora meglio in quella profonda buca nel terreno e sondare appunto, l’indicibile.

Il tabù è svelato: la magia convive con il mondo quotidiano.

Ora, si tratta di prenderne coscienza, intendo in toto, dei suoi lati oscuri come di quelli benevoli e trovare un diverso modo per far convivere due mondi, che volenti o nolenti, si sono trovati a doversi toccare.

Il mondo sovrannaturale e quello “meccanico” o reale, da secoli oramai, complice una certa tendenza alla tecnocrazia, sono rimasti separati.

Fino a che, qualcuno o qualcosa ha deciso di rompere quel velo e di far penetrare le energie dell’uno nell’altro.

Ecco che gli abitanti di Mestavalle riabilitano il patto, spesso tenebroso, con le energie misteriche, o prodigiose, cercandone i benefici e sopportandone, però, il tributo di sangue.

Del resto la magia stessa presuppone i sacrifici; ossia la venerazione più o meno brutale di quella capacità di essere il fulcro sacro di ogni convivenza civile.

Inutile che ci nascondiamo dietro un dito.

Ogni collettività presuppone un sacrificio.

Che sia del proprio io, di una porzione di libertà o della propria forza immaginativa, da che mondo è mondo, qualcosa viene ucciso.

O per meglio dire posto a servizio di un accordo per garantire la sopravvivenza stessa dell’armonia della società.

Il periodo vittoriano, ad esempio, garantiva prosperità e successo a patto che, la poesia e l’irrazionale venisse esautorato delle sue energie, poste al servizio della grandeur inglese.

E cosi Meastavalle.

Per garantire prosperità, sicurezza, protezione, la propria vita, la propria energia vitale viene posta al servizio della costante purificazione del patto.

Sacrificarne uno per educarne cento.

Fino a che, qualcuno, sconvolto dall’abnorme iniquità dello scambio, che si dirige verso la dimostrazione di sottomissione di una parte all’altra, pensa e suggerisce un diverso modo di cooperare: non più dominazione ma condivisione. Io ti fornisco la mia energia magica, e tu la tua fedeltà. Rispetto al sacrificio di sangue mi sembra molto più equo.

Il problema di Mestavalle, però, è di non raccontare mai esplicitamente la sua vera natura.

Fulco di energia, punto focale di movimenti geomantici, bosco da cui ritrovare la propria forza vitale, nonostante la decisione degli stregoni dominatori, resi oramai reggenti e collanti dell’intera compagine, l’aura di mistero nuoce alla nuova apertura.

In sostanza i Lyburn mantenendo la segretezza della natura reale di Mestavalle la rendono…inconsapevole.

Di se e delle proprie potenzialità, della sua natura ma anche del suo passato.

Ed è il non detto, il segreto di Unspoken, che viene reso accessibile da Kami, colei che assurge il vero ruolo di protettrice della sua città.

Kami è molto più forte degli stregoni, pur non avendo in se nessuna stilla di arcano.

Lei è la sorgente, ossia la fonte da cui il nuovo, la nuova certezza prende vita. Kami è l’unica che rivelando il segreto può scavare a mani nude nella buca in cui Mestavalle ha sotterrato le sue origini e portare alla luce… l’indicibile.

Il taciuto.

E quello non è altro che la capacità tutta particolare di una città di essere diversa, di essere una sorta di rifugio o di eden, una città in cui possono convivere in armonia i due mondi.

Ma per farlo è necessario sconfiggere i privilegi e quella convinzione di essere una sorta di potere senza regole, impersonato dalla crudeltà assurda dello stregone nero.

Ecco che l’incantato mondo “fatato” della Brennan diviene anche una sorta di racconto simbolico, laddove il sogno di riunire le energie arcane e quelle terrene si realizza a Mestavalle.

L’indicile può essere prezioso se maneggiato con responsabilità, e forse Kami è il simbolo dell’uomo nuovo che non ha paura dell’arcano, del non detto dello straordinario.

E non avendo paura non è restia a affrontare i suoi tentacolari impulsi oscuri.

Ci sono persone in città che conoscono già i segreti di Mestavalle: persone che non parlano e non agiscono per paura. Ma negare la realtà non servirà a cambiare le cose.

La conoscenza è potere. Sapere la verità è potere: quello che vi sto rivelando è potere, sia per me che per voi.

“La Coscienza di Cain. Il patto” di Contance S. Genesis pubblishing. A cura di Alessandra Micheli

41yRIUQiJ5L.jpg

Fin da quando ero piccola, mi sono sempre interrogata sulle figure presenti nelle antiche scritture.

Ero affascinata dagli angeli e soprattutto dal serpente della Genesi.

Voi direte: ma non potevi giocare come tutte con le barbie e lasciarci in pace con le tue farneticazioni?

Sì, avrei potuto.

Ma non siete stati fortunati, quindi rassegnatevi.

Vedete, il serpente cattivo a me faceva simpatia.

In primo luogo non era cosi cattivo né portatore di menzogna, visto che in quella vicenda di sottomissione ( così appariva ai miei occhi il patto tra Jahvè e Adamo ) era l’unico che diceva la verità.

Andiamo, un albero tacciato di essere una fonte di morte, investito del tabù solo perché un dio isterico e geloso non voleva che noi fossimo capaci di conoscere il bene e il male.

Né la nostra condizione di nudità.

Che non si manifestava cosi umile come tuonava il prete dal pulpito, ma deprecabile forma di dominazione.

Non erano gli schiavi, infatti, che vestivano abiti laceri?

E non erano loro a dover essere nudi, ossia privi di difese davanti al padrone?

Jahvè mentiva.

Adamo ed Eva non sarebbero morti, ma sarebbero divenuti simili a noi, ossia alla congregazione divina del cielo così simile all’Enneade egizia.

Non ci credete?

Mentre agitate crocifissi e chiamate padre Amorth per esorcizzarmi, eccovi il brano incriminato:

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,

ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?».

Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».

Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto

Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».

Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».

Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

Molti si sono scervellati per dare un senso a questo brano e spiegare il male, ma pochi ci sono riusciti in modo convincente.

E stranamente l’unico a propendere per una spiegazione logica fu Sitchin.

Non un esegeta ma uno pseudo scienziato tacciato di follia.

Quindi torniamo al mio amato serpente e seguitemi ancora un po’.

Nella bibbia il male è quindi connesso con la conoscenza o con il coraggio di opporsi a un dio che è tutto fuorché simpatico.

Sto parlando di Jahve perché il suo doppleganger, Elohim è molto più piacevole.

Prendete Caino e Abele.

Caino è uno stronzo eppure un certo dio (a sto punto propendo per Elohim) impedisce a tutti di punirlo per il misfatto commesso.

Come ha ucciso suo fratello eppure ha un marchio protettivo?

E prendiamo Lucifero.

L’angelo portatore di luce, bello da far lacrimare gli occhi, sfida dio.

E lo sfida dicendo scusa eh, perché io che sono tuo pari, una parte di te, dovrei sottomettermi?

E l’angelo ribelle, colui che disse no, precipita nell’oscurità.

E diviene il diavolo.

Altro dato.

Giacobbe stesso si ribella a dio.

Anzi ci fa a botte.

E all’alba viene premiato.

Con un nome nuovo.

E andiamo all’altra leggenda che amo: i Nehpilim i giganti della storia. Leggete, un attimo di attenzione ancora e arriviamo al libro di Constance:

Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero.

Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni».

C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

Quindi metà degli uomini hanno sangue angelico nelle loro vene, ed è merito di questi Figli di Dio che si ribellarono all’ordine divino di non guardare le donne, se noi possediamo conoscenze arcane che esaltano le potenzialità dell’essere umano. Che già era nato e reso capace di splendore dall’infrazione di un tabù. Ora diamogli pure delle conoscenze di alto livello tecnologico.

Non ci siamo ragazzi.

Lucifero è un eroe per molti, al pari di Caino.

I vigilanti o Nehpilim aiutano gli uomini a elevarci e progredire. Giacobbe per crescere dice no al Signore.

Un diluvio minaccia l’umanità ma al tempo stesso qualcuno avverte Noè e fa salvare una parte dell’umanità.

Allora la domanda che io mi facevo e mi faccio da anni è: il male ha una coscienza?

Angeli e demoni sono parti della stessa faccia di dio?

Lo so che a molti sembrerò blasfema, ma se ci riflettere ogni demone della bibbia è reso tale da una ribellione.

E sopratutto senza quella ribellione non si avrebbe la civiltà.

Né un’ anima libera da tabù.

E ora andiamo a libro di Constance.

Perché ci hai fatto sto pippone religioso Ale?

Perché la Coscienza di Cain, oltre l’urban di indubbio talento, ci racconta questa storia segreta.

Abbiamo luce e tenebre.

Queste non sono cosi nette.

Apparentemente forse, ma se leggete bene tra le righe un’ adorabile eresia le pervade.

Già dal titolo.

La coscienza di Cain.

Peccato che sto’ Cain sia un mezzo demone e secondo l’ortodossia il male è privo di anima.

Rafael il sommo cattivo.

Alla fine è cosi affascinato dalla luce che gli è stata tolta da volerla riavere.

Ma non è più un demone del cristianesimo ortodosso, ma quasi quasi un personaggio dell’elaborata cosmologia gnostica.

E se leggiamo il libro alla luce di quello gnosticismo che tanto amo, il libro ci appare meno ingarbugliato e più chiaro.

Siamo noi scintille di luce rapite e custodite dentro uno scrigno.

Ognuno angelo o demone, strappato dalla sua fonte originaria.

Per un atto ribelle necessario affinché la volontà di tornare a brillare sia conquistata e non elargita. Perché è facile essere angeli ma difficile capire il valore d’esserlo. Nehpilim, Adamo, Eva, Giacobbe, Caino tutti hanno sperimentato la caduta come passo necessario alla redenzione. E cosi Cain, abituato al buio è alla costante ricerca del suo benessere, della sua completezza. E Alexandra, imprigionata nel suo potere senza capirlo, subendolo, e non accettando la meraviglia del dono dispensatole.

Perché non sa il suo nome.

Ecco che l’angelo deve divenire demone, come Lucifero diventò il principe delle tenebre perché quella condizione di purezza non va ereditata, per un atto vanesio del dio di turno. Ma va sudata, agognata, odiata, bestemmiata e poi ritrovata.

Cain ha già una sua coscienza sfuocata da stupidi e inutili giustificazioni e alibi. E quando la luce lo tocca, lo purifica, assaggia quello splendore, allora diviene sempre cosi insofferente. Cosi come Alexandra deve vendere la sua anima per poterla apprezzare.

Il vero gnostico è colui che non accetta nulla per fede, ma si impegna a meritarselo tramite un percorso umano di dolore. A volte un cieco che non può vedere, brama assaporare i colori che noi diamo per scontato. Leggere un libro mentre noi passiamo la vita a dileggiarlo. Guardare il cielo che si fa di brace all’orizzonte mentre noi passiamo il tempo a postarlo su instangramm. Un sordo ascolterebbe la musica e piangerebbe sulle note, sentendo il cuore spaccarsi dall’emozione.

Noi ascoltiamo ma non sogniamo.

Per noi la musica è solo uno modo per raggiungere uno status.

Siamo demoni ogni volta che lasciamo che gli impulsi ci sopraffino, perché incapaci e pigri troppo pigri per dire di no.

Ma senza quelle voci, senza le tentazioni, i vincitori non sarebbero saldi sulle convinzioni, e i prodi non sarebbero investiti come cavalieri.

Ecco il senso della coscienza di Cain.

Il male serve per averne coscienza e decidere di sconfiggerlo. Lucifero serve perché ci ricordi la nostalgia di un tempo felice. Lui non è satana, era uno splendente che per comprendere tale splendore ha dovuto perderla quella luce, bramandola cosi tanto da volerla riportare a se. Quella che ha snobbato, o peggio considerato come un fatto scontato.

Ecco perché amo il serpente.

Perché io mi sento più vicina ai cainiti e agli gnostici.

Perché è solo tramite la domanda urlata alla notte, perché l’ho persa! mentre sei pieno di lividi e sangue e la luce ti ferisce, capisci il suo valore.

E sorridi.

Come sorriderà Alexandra quando capirà che l’anima non può venderla. Perché appartiene al benevolo Elohim.

Ma può barattarla per capirne finalmente il valore.

A volte il contratto atroce satanico è il solo unico modo per rimpiangere ciò a cui non si dà valore.

Sono eretica?

Si.

E tanto fiera di esserlo

E fiera di aver letto l’arte della piccola Constance, che nonostante i suoi gotici e lugubri scenari, fa brillare una torcia alla fine della strada. E fa l’occhiolino a chi ha il coraggio di seguirne la scia.

“Unspoken” di Sara Rees Brennan, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

50154960_2020703654665756_4553274514741395456_n.jpg

 

Adoro l’urban fantasy.

E’ uno dei generi che a parer mio riescono a trasmettere più emozioni, più significati grazie proprio all’accostamento di mondi apparentemente distanti e alieni.

Il mondo della magia, quello sovrannaturale nelll’urban o nel fantasy contemporaneo non è un territorio esclusivo, riservato a un élite precisa, ma è talmente fuso con il nostro che i veli sono cosi impalpabili che ognuno di noi può scostarli.

Ecco che pezzi del territorio geografico lasciano la loro aurea di materialità per divenire posti di confine, dove è facile passare da una dimensione all’altra.

E spesso gli abitanti del mondo magico vivono e prosperano nel nostro, confondendosi tra le persone cosiddette normali e creando delle comunità particolari, in cui il fantastico e il reale assumono uno i contorni dell’altro.

Questo rende la diversità considerata nel nostro mondo un pernicioso nemico da combattere, cosi reale cosi tangibile da farci quasi abituare, nonostante le resistenze del nostro carattere, all’esistenza di concetti aperti.

Infatti, la nostra anima umana spesso tende a autoconservare il quotidiano quasi cristallizzandolo in un eterna abitudine.

Nessuno spazio per gli atti ribelli se non quelli accettati dalla comunità come piccole innocue trasgressioni.

Ma la trasgressione stessa, in fondo, non è che una costante adesione allo status quo: poiché trasgredire, ossia contestare un idea è applicabile solo se quell’idea la consideri esistente, valida e accettata.

Se io, invece, sono totalmente aliena dalla realtà consueta non trasgredisco, non vado oltre la linea di confine proprio perché non considero la linea né degna di attenzione né reale.

Per me la linea di confine o è illusoria o totalmente spostata in avanti.

O indietro, ma sicuramente non è quella comunemente accettata e che il sistema ci consente di contestare.

Il vero ribelle, l’anticonformista è chi si pone al di fuori delle norme.

Chi non le riconosce come valide, che ha altre percezioni che lo fanno esistere in un piano dimensionale opposto a quello comunemente accettato.

E l’urban fantasy rende il consueto irrisorio, la norma assurda e i livelli dimensionali inesistenti.

O superabili.

Nel libro Unspoken si vive costantemente questa sensazione di alienazione.

Il paese descritto è un polo di attrazione di tutto il weird, di tutto l’assurdo e persino di leggende che diventano storie di ogni giorno.

Tutto perché, in fondo, il paese stesso crede in un universo strutturato diversamente, crede nell’esistenza di streghe e magia e custodisce questa concezione come un qualcosa di sacro che li rende tangibili.

I pensieri in Mestavalle sono azioni e le azioni si fondono con i pensieri. Non c’è confine che separi il mondo animico da quello corporeo, il pleroma dalla creatura, tanto che addirittura il bosco non è solo una radura di alberi con un ecosistema particolare, ma vive respira e “pensa”. Ed è il pensiero che si manifesta in forma, rendendo gli oggetti raccontati appunto dalla nostra fervida mente, qualcosa di tangibile: i mostri leggendari viaggiano tra noi, si siedono sull’autobus, pranzano alla mensa scolastica.

Gli antichi rituali divengono le preghiere costanti e il codice antico, quello che gestiva la relazione tra i soggetti in custodi e leader, è una norma da rispettare.

A tutti i costi, per non incappare in una pena più grande.

Nel momento stesso in cui il patto tra magia e corpo viene meno, o non è tutelato, allora si richiede il sacrificio supremo: quello di forze giovani in grado di nutrire il potere che dà sembianze all’esistenza.

In questo libro, si respira il concetto di Maat egizia: l’ordine del cielo riportato in terra, i luoghi resi vivi e possibili di essere localizzati, fonti sorgenti, alberi o solo edifici con non soltanto una storia da raccontare ma anche con un energia precisa da usare.

Gli abitanti di Mestavalle e sopratutto i custodi del loro patto con il sacro, un sacro che è indefinito, che esce dai canoni etici a cui siamo abituati, senza il rapporto costante con un territorio “consacrato” dall’azione di parole a pensiero sfioriscono, quasi una allegoria dell’uomo di oggi, cosi perso nei meandri della tecnologia, della spavalderia della conquista del progresso (rappresentata dalla città) perdono di vigore sfiorendo come rose d’inverno.

E’ solo tornando all’origine ossia la luogo di confine, alla terra di mezzo, nell’altro mondo, quello creato in terra, trovano di nuovo la loro prosperità.

I due due protagonisti Kami e Jared, come emblemi della nostra psiche quella razionale che ha terrore dell’ignoto e che mal si adatta a concepire emozioni ingigantite dalle potenzialità della mente e l’uomo alienato, incapace di scendere a patti con la propria origine semidivina, quella capace di sottomettere addirittura la natura al loro volere.

E sapete com’è possibile farlo?

Semplicemente usando l’arma dell’empatia.

La magia è infatti una questione di simpatia, intendendo con simpatia non la capacità innata di rendersi graditi agli altri ma:

(sympatheia), parola composta da συν + πάσχω = συμπάσχω, letteralmente “patire insieme”, “provare emozioni con…” La simpatia nasce quando I sentimenti o le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”.

La magia è simpatica quindi non quando fa ridere, ma quando è la parte che influisce sul tutto, e lo può fare se comunque prova una sensazione di profonda condivisione e somiglianza con il tutto.

In Unspoken si avverte un costante e lento senso di estraneità. Si entra in un mondo diverso con leggi tutte sue, con una sua etica che è totalmente differente dall’etica corrente, con propri e particolari riti di fondazione.

E’ un mondo oscuro e al tempo stesso luminoso, un mondo sopratutto condiviso dove, le leggende sussurrate mai sbandierate apertamente, creano una sorta di cupola che separa Mestavalle dall’Inghilterra. Ci troviamo nei pressi di Londra ma al tempo stesso si capisce che il mondo in cui si è introdotto, assomiglia più al magico mondo raccontato dai miti celtici.

Avalon o semplicemente il regno dei faerie, dove il mito diviene visivo, diviene reale, dove il ribaltamento delle leggi fisiche è palpabile. Dove persino Artù, Ginevra e il custode della giustizia e dell’equilibrio Bran il Bendetto sono capaci non solo di influenzare ma di incarnarsi nei nostri personaggi.

Mestavalle è un out parts un mondo a parte, fuori dalle discipline scientifiche e storiche, fuori addirittura dalle leggi newtoniane e più visino alla metafisica dei quantistici.

Leggere Unspoken è come immergersi in acque torbide, profonde, sconosciute ma salvifiche, perché senza quel circuito energetico capace di veicolare anche incanti e magia e non solo logica, noi sfioriamo, come ha rischiato di fare il bel tenebroso Jared.

Amore, e destino, vendette e potere, creano uno scenario da favola. Ma attenzione non sono certo le rassicuranti nenie dei racconti disneyani:

Campane silenti, foreste profonde

C’è un segreto che nessuno diffonde

Valle quieta, acque immote

I Lynburn guardano da colline remote

Mele rosse, grano dorato

Quasi ogni uomo alla vecchiaia è destinato

Ma quando l’uomo incarna la fata, o si nutre del mondo numinoso è eterno.

Un libro splendido, incantato e ammaliante come le antiche note del ballo fatato.

Anteprima. “Cuore di foglia e radici di pietra” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

image003.jpg

 

 

Giuditta Ross è a parer mio una delle migliori penne in circolazione. Capace di creare mondi da sogno popolati da creature mitologiche, quelle che spesso arricchiscono le nostre visioni notturne.

Ecco danzare in un caleidoscopico girotondo fatine, licantropi, streghe, e persino un burbero e inacidito vampiro.

Ma se apparentemente i suoi urban sembrano seguire la scia letteraria moderna, vi informo subito che Giuditta è molto vintage. E’ talmente imbevuta di mito che le sue creature sono molto diverse da quelle a cui ci hanno abituato edulcorati libri fantasy.

Le sue fate “ le fae” sono come la vera tradizione vuole: volubili, capricciose, di una bellezza surreale la stessa che colora le nostre fantasticherei quelle notti lontane di mezz’estate, nel meriggio dorato, come sussurrerebbe la voce soave di Carrol.

E magari vezzeggiati dai latti e dai vezzi dell’adorabile Puck.

Sono l’essenza stessa dell’ecosistema, da lei traggono vigore e a loro donano fecondità, e nuova linfa vitale.

State pur sicuri che laddove tocca il suolo il piede di fata, la natura gorgoglia rigogliosa, e accarezza grata quelle regali appendici.

E proprio perché partecipi di quel ciclo ecologico, esse sono e devono essere suddivise in due coorti distinte e al tempo stesso gemelle: la corte dell’inverno, denominata unseelie e la corte dall’estate, la seelie.

Questi aggettivi non hanno nulla da spartire con la concezione orientale del mondo, ossia divisa in bene e male. Semplicemente sono due colori che partecipano essi stessi a creare il favoloso mosaico composito che noi chiamiamo madre natura.

O i cibernetici chiamano sistema interconnesso di legami, azioni e retroazioni.

Ma sempre quello è

Ecco che scrivere questa recensione, in questo radioso giorno di primavera, con il vento che sussurra complice, diviene un vero atto estatico.

Sono ancora rapita dall’incanto forse un po’ crepuscolare di pietra buia, avvinta dalla bellezza triste del suo Principe Mo, e divertita dallo sprezzante cipiglio ombroso della sua fata, il suo amore l’enigmatico Nair cuordifoglia.

E che dire della effervescente Alice, il collante tra due razze, luminosa e al tempo stesso oscura, promessa di pace tra, non solo le fazioni fatate in lotta nel magico regno, ma anche tra le razze protagoniste di tante leggende che ancoraggi popolano la nostra immaginazione.

E poi c’è lui il burbero Alistair, forse troppo vecchio per questo mondo, ma capace di partecipare al rinnovamento grazie alla magia più grande, quella dell’amore, del sacrifico del se e di ogni parte nascosta del nostro io.

Il mondo dei Fe era in declino.

Non prosperava più.

Forse perché nessuno umano, loro servo (servo nell’accezione etimologica di custode) non donava più le sue energie e i suoi sogni per far crescere l’albero antico, deposito segreto di ogni creazione.

Da sempre, infatti è l’albero a sostenere l’impalcatura dei mondi, unisce il sopra con il sotto, il regno delle idee o della magia con quello della realtà.

Sostiene le dimensioni e con un vento divino le fa oscillare cosi tanto da farle incontrare, cosicché ognuna può donare all’altra la sua specificità. Abbiamo noi umani un disperato bisogno di fae, e al tempo stesso i fae hanno un disperato bisogno di umanità per poter esistere.

Non solo pensiero labile ma idea concreta.

Perché non possono sussistere forse, idee senza forma, né forma senza idee, ma devono passare su questo piano d’azione e diventare forma. Ma la forma non è altro dalla sostanza, ma è il modo con cui quest’ultima si trasmuta in un vero e proprio atto alchemico.

I fae sono la nostra sostanza, sono il materiale di cui sono fatti sogni, fantasticherie illusioni e emozioni, e devono colorare la vita di ogni umano.

Ecco che l’albero, asse dei mondi va nutrito con la più sacra delle energie, simboleggiata dal sangue versato, ed è qua l’idea favolosa della Ross, per amore.

Nient’altro che amore, intinto di mille sfumature domina questo meraviglioso, incantato, ammaliante urban fantasy.

E’ l’amore che unisce ciò che è diviso, l’amore che cura le ferite causate da un’accusa, da un pregiudizio, l’amore che restituisce l’innocenza alla piccola bimba fatata, l’amore che allieta e deterge il terribile senso di colpa.

L’amore uccide la solitudine ma sopratutto l’amore spezza l’incanto demoniaco della reliquia che lo rappresenta per eccellenza: il vetro nero.

Esso è nero di colore e di anima, corrompe, rosicchia l’essenza stessa del mondo magico, e forse, mi viene da pensare che proviene come scarto proprio dal nostro mondo in cui il benevolo, il sogno, l’armonia è corrotta da questa sfrenata ricerca del successo a ogni costo.

Nel regno incantato dei fae tutto è equilibrio, oscuro e luminoso danzano per creare le vita.

Noi stessi siamo frutto di questa dicotomia che diventa, in fondo, un unicum importante: il lato oscuro è depositario degli impulsi più nascosti che vengono di volta in volta illuminati dalla luce.

C’è bisogno delle due corti vicine, unite dal patto più importante: fondare una comunità basta sulla variegata composizione di ogni colore, dal più brillante al più grigio.

E questo è lo stesso concetto di bellezza celtica, la cui tradizione cullò i primi racconti di fate, laddove l’oscuro è anche e sopratutto fonte di luce, poiché è il nero che racchiude ogni lucentezza, l’assorbe e la contiene proteggendola, dentro di se.

Al contrario il bianco respinge ogni altro colore, divenendo purissimo, ma quasi algido, lontano immerso nelle sue missioni tanto da non distinguere più il lecito dall’illecito.

Per ironia della sorte il principe dei fae unselie ( l’oscuro o il grigio) diviene quasi più umano, più dotato di sfumature complesse del suo grande amore, troppo impegnato nel suo ruolo di guerriero per concepire una passione non fine a se stesa, ma capace di fargli provare empatia. Nair è già cambiato, qualora vedendo gli occhi di Mo, prova compassione e senso di colpa, per averlo torturato, perché cosi gli avevano ordinato i suoi superiori.

Senza domandarsi se lui fosse il vero colpevole.

Ecco che nonostante gli intrighi delle due corti per una supremazia del potere, forse estranee al mondo incantato, ma probabilmente frutto di una contaminazione con il nostro perduto universo sociale, il mondo dei Fae è salvo.

E’ salvo perché ha dimostrato la capacità di quel sentimento eterno tanto cantato dai nostri poeti, di annullare le distanza, di annullare le differenze e di vivere in un solo respiro appassionato.

Forse la vera magia della Ross è di dare a quell’emozione cosi bistrattata da tanti romanzi, la sua dimensione sacrale, piena di una sensualità elegante e mai fuori posto.

Perché non c’è bisogno di trasgressione, di acrobatico sesso per celebrarlo, perché l’amore basta all’amore.

E davvero è capace di curare ogni ferita:

Vedi questa donna?

Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato,

non ha cessato di baciarmi i piedi.

Tu non hai unto con olio il mio capo;

lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo.

Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati,

perché ha molto amato.

Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 

Luca 7,36- 50

“Il crepuscolo degli eccelsi. Volume uno e due” di Uberto Ceretoli, Nero press editore. A cura di Alessandra Micheli

 

E’ la vigilia di natale.

Fuori è un freddo pungente, e il sole è oscurato da nuvole grondanti di pioggia, che sembrano lacrime trattenute a stento.

Volti in giro, tanti volti, spenti, granitici, quasi assuefatti a un botulino che non è estetico ma è dell’anima.

Fissi in espressioni rassegnate, fissi nel ripetere quasi in modo ossessivo comportamenti, tradizioni, movimenti che non nascono più dal cuore.

Come se un burattinaio perverso, un Mangiafuoco dalle fauci spalancate in una grassa risata, muovesse i fili di quelli che un tempo, un tempo felice, erano uomini.

Non c’è amore.

Nello scambio di auguri.

Non c’è amore nello scambio di regali.

Non c’è amore nelle case, non c’è amore negli addobbi.

Non esiste passione nei cortei, nelle proteste, neanche in quei politici da reality.

Non c’è amore nelle finte processioni, nelle chiese, nei luoghi dove dio dovrebbe rinascere.

Non esiste amore nelle proteste, nelle lamentele, in ogni nostro finto ribellarci.

È tutto un costante ripetersi di trite e ritrite commedie dell’arte, fatte da guitti senza talento.

Non c’è amore nei libri, in quella letteratura cadaverica decomposta, stantia usata solo per rimpinguare le tasche scintillanti di denari, sanguinosi denari, del re di turno.

Viviamo una società che della distopia ha fatto una realtà concreta in un omaggio beffardo e senza coscienza al nostro Orwell e a quel Bradbury che pensavano soltanto di farci un favore, scrivendo il peggiore dei nostri incubi: la perdita dell’umanità.

Il Crepuscolo degli eccelsi poterebbe essere letto come uno spettacolare urban fantasy, pieno di azione e di adrenalina.

Ma descriverlo in codesto modo è mancare di rispetto a voi lettori, considerandovi ebeti e soprattutto all’autore e alla casa editrice, che non hanno confezionato un mero prodotto commerciale, atto solo alla vendita.

No.

Hanno deciso di svegliarvi nel modo peggiore, dando corporeità e risalto alla denuncia del disastro subito o scelto ( a voi lettori l’ardua sentenza) dalla nostra società cosi fallimentare, cosi permeata di ossessioni, di staticità, di esaltazione dei bisogni più abbietti.

Un mondo al contrario osservato da una prospettiva privilegiata, quella di un immortale capace di oltrepassare i tempi, sopravvivere a essi, testimone dei corsi e ricorsi storici sempre improntati alla ricerca dell’acme della soddisfazione, della massimizzazione dei benefici senza la condanna dei costi. In fondo, il nostro ludico divertimento deve avere il miglior risultato possibile, quello di sfruttare gli altri senza subire la ripercussione dell’atavica legge quantistica di azione/ reazione.

In fondo, il nostro ludico divertimento deve avere il miglior risultato possibile, quello di sfruttare gli altri senza subire la ripercussione dell’atavica legge quantistica di azione/ reazione.

Conoscete l’effetto farfalla?

E’ una teoria che considera importanti anche piccole, infinitesimali variazioni nelle condizioni iniziali che possono in realtà produrre grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

Un battito di una farfalla può scatenare un uragano.

Da sempre governanti e élite al potere hanno tentato di aggirarne la trista profezia, l’oscuro avvertimento, non dando credito o relegando predizioni e moniti, nella strana dimensione del mito e della leggenda.

Nostradamus ciaone in pratica.

Ma l’effetto farfalla vorrebbe soltanto salvare quell’umanità nata da un sogno divino, da una lacrima di dio, da un progetto che voleva brillare e investire l’intera creazione di splendore.

E dov’è lo splendore?

E non soltanto in questo libro ma nella nostra attualità.

E’ nel dramma delle emigrazioni causate dalle guerre?

Dal terrorismo che viene strumentalizzato per dividerci ulteriormente?

Dalla menzogne di una realtà precostituita che legittima e giustifica il dominio?

Pensate al caso Husseim.

O alla terribile minaccia dei talebani.

La verità precostituita li vuole come enormi cancri in senso alla nostra perfetta società, da estirpare a ogni costo, in nome di un bene superiore.

Ce lo dice il nostro governo, lo sussurra il TG di turno, lo urla con forza il leader mondiale.

Ma è davvero cosi?

Leggete anzi assorbite queste parole:

Ora sapresti dirmi i motivi che hanno spinto l’Inghilterra ad accettare le richieste di aiuto del Somaliland?»

«La disputa sulla proprietà di un giacimento di uranio, posto al confine, di cui il Somaliland ci aveva concesso lo sfruttamento».

«Farò finta di non aver sentito, quello che mi hai detto. La miniera è il ringraziamento da parte del Somaliland per l’aiuto, non è il casus belli».

Deborah sospirò. «Il governo estremista della Somalia aveva costruito armi batteriologiche che intendeva usare contro i territori indipendentisti del Somaliland e aveva iniziato a deportare gli oppositori politici e i sostenitori della nuova Repubblica. Siamo entrati in guerra soltanto per motivi umanitari».

«Ottimo, è proprio questo che volevo sentirti dire. C’è altro da aggiungere?»

«Che le armi batteriologiche non sono mai state trovate e che le foto dei campi di concentramento somali erano un falso creato ad arte dai servizi segreti italiani?»

«Farò finta di non aver sentito anche stavolta».

«Ma sono l’unica che non crede alle invenzioni che avallarono l’intervento militare?»

Vi ricorda nulla?

No di certo.

Avete la mente assuefatta da una straordinaria droga: la banalità.

Starway to the heaven.

Siete subissati da messaggi pubblicitari, da sponsor, da intrattenimenti colorati che inneggiano alla logica del self made man.

Un grammo di felicità e diventi famoso!

Un trono e le porta della bellezza si spalancano e troverete amore, denaro, fama, successo.

Basta solo firmare con il proprio sangue il patto che vi chiede solo l’annientamento della coscienza.

E credere a ogni fandonia che serve per ingrassare i porci che comandano. Quello scritto sopra non è altro che il volervi ricordare l’intervento osceno in Iraq.

Come?

Osceno dici Ale?

Come puoi asserire che la cacciata di un dittatore sia osceno!

Non sei allineata, non credi alla nostra bella voce autorevole.

Dubiti dei dati.

Dubiti delle giustificazioni, guardi negli occhi i sudati politici, pingui come sanguisughe, o quei finti giornalisti, in cerca della conservazione della specie, ossia del loro posto e del loro status quò.

Eppure…

Saddam Hussein, il bieco osceno dittatore, schifato da tutti, maledetto dalla Damnatio memoriae.

Ma voi sapete chi è?

Saddam era una pedina usata per contrastare lo strapotere di un certo Iran di un certo Khomeini.

In fondo, il nostro occidente perbenista temeva davvero la potenza di questo piccolo stato, preoccupato che il fondamentalismo islamico potesse impadronirsi dei paesi arabi.

E dei loro giacimenti di petrolio ovviamente.

In pratica era sostenuto MILITARMENTE da noi.

Anzi rettifico dagli Usa.

Sapete che nonostante le atrocità commesse dal pazzo, gli Usa promisero all’Iraq strumenti per sviluppare armi di distruzione di massa?

No.

Immagino che queste verità siano troppo scomode.

Del resto come dice il nostro grande autore:

E poi a te cosa te ne frega della vera verità?

Noi che poi abbiamo deciso, un giorno, di togliercelo dalle palle.

Insomma la legge finanziaria ci impone di allearci anche con i mostri.

E quale scusa migliore della presenza di armi chimiche nascoste chissà dove?

Peccato che l’ONU stessa non trovò mai nessuna prova di questa strana accusa. Ma chissenefrega, il petrolio ha un profumo troppo allettante.

E poi una democrazia a immagine e somiglianza del dominatore, ci assicura, in nome del bene comune, soldi a palate.

Armi chimiche, storia di una menzogna.

Ottima base per un libro di distopia.

Ah no.

Non è fantascienza è storia.

Storia vera.

E leggete queste parole:

Curveball” nell’intervista al giornale britannico fece capire che molte di queste informazioni (se non quasi tutte) erano inventate, in particolare quelle sui suoi ruoli nella produzione di armi e sui camion per la produzione delle armi di distruzione di massa. Disse al giornalista del Guardian: «Forse era vero, forse no. Mi dettero questa opportunità, di costruire qualcosa per abbattere il regime. Io e i miei figli siamo fieri di averlo fatto e di essere stati la ragione per dare all’Iraq la possibilità di una democrazia», aggiungendo: «Quando penso che qualcuno viene ucciso, non solo in Iraq ma in qualunque guerra, sono molto triste. Ma ditemi un’altra soluzione. Sapete dirmela? Credetemi, non c’era altro modo di portare la libertà in Iraq. Non c’era nessuna altra possibilità».

https://www.oltrelalinea.news/2017/03/17/armi-chimiche-storia-di-una-menzogna/

Ah beh contento te che per liberare hai regalato manette che lacerano i polsi, e li hai fatti camminare su una strada lastricata di cadaveri, beh contenti tutti.

La mia coscienza però non è d’accordo.

Pensa sempre che l’uomo sia più importante del Sabato.

Ci avevi pensato quando hai deciso che il rispetto del regolamento viene prima del rispetto umano?»

Quindi la libertà si basa sulle menzogne.

La libertà si costruisce a seconda dei nostri cazzi privati.

Non lo sapevo.

Ma non si finisce mai di imparare.

Volete parlare dei Talebani?

Armati da nientedimeno che la nostra USA!

Per contrastare nel 1979, lo strapotere dell’avversario URSS.

Ecco che per ottenere non il bene comune, quello è morto da tempo, ma il sostentamento dell’èlite al potere e con élite io intendo tutti, economisti, imprenditori, politici, e compagnia bella, bisogna sempre allearsi con i mostri.

Ma sapete cosa cerca il volgo?

Non è importante quello che pensi, o le fonti che avvalorano la tua tesi e quella dei giornalisti non-allineati: gli insegnanti vogliono sentirsi dire una cosa riguardo alla Guerra d’Africa, la verità che è stampata sui manuali».

E la verità muore, languendo disperata e invocando l’auto dei sui perfidi figli

Quello che pensano gli altri stati, i politologi e i sociologi non ha importanza: gli insegnanti devono capire quanto hai studiato i libri di storia.

E allora chi cavolo è il vero mostro?

Un vampiro che segue la sua scellerata natura, o l’uomo creato più alto di stelle e coronato di gloria che per i suoi abietti fini si allea con abomini?

Vite umane? Definiresti tali quelle degli esseri che conosci? Dimmi, chi tra noi è il vero non-morto: io che sfuggo al giorno e al tuo mondo oppure tu che ne sei prigioniera? Io che vivo di sangue o i burattini che obbediscono alle leggi del Direttorio e che uccidono in suo nome?

Umani?

Quelli che pur di non faticare a pensare accettano ordini dall’alto consci che non devono usare il loro intelletto per scindere bene o male ma soltanto

noi poliziotti non abbiamo bisogno di lavarci la coscienza. I poliziotti non hanno coscienza. Gli agenti obbediscono, i patemi sono per chi impartisce gli ordini, non per chi li esegue. Se ci ordinano di irrompere dentro un pub e uccidere chiunque si muova, questo dobbiamo fare: sono le regole del gioco. I cittadini dovrebbero comportarsi in modo che non venga mai ordinato di irrompere in un pub; se accade, chi spara è soltanto uno strumento.

Siamo solo marionette in mano del potere, grasse vacche che rendono I nostri aguzzini tronfi e panciuti.

Sono un mostro?» Roger spalancò le fauci e provò a dilaniare l’umano con i denti acuminati; si fermò, ostacolato dal potere della croce ortodossa. «

E voi umani cosa sareste? Il vostro patetico Impero ha scatenato metà delle guerre degli ultimi cinquant’anni. I vostri figli hanno vomitato le budella nelle giungle, nei deserti, sulle strade di città ridotte a carogne. Guardami, schiavo del Direttorio, se la mia malvagità è una condanna, la tua è un dono. Io succhio sangue, ma la classe agiata che ti controlla e ti ha sottratto la ricchezza e la libertà: dimmi, stupida marionetta, chi sono i vampiri?»

Chi è il vero mostro?

Noi che appoggiamo questo sistema, ogni tanto concedendoci una finta parentesi ribelle, o l’essere soprannaturale, frutto della nostra perversione?

A voi la risposta.

Io sinceramente, dopo le notizie di questo natale senza amore, spero che un Roger de Tosny venga a demolire questo orrore reso carne. In cui io non mi riconosco nè oggi nè mai.

Perché credo che chi davvero crede nella vita, nella giustizia, nella Maat, nella solidarietà, con I mostri non ci scende a patti. Li combatte a costo della vita. E se questo non è accettato dallo status quò preferisce perderla quella vita che è svenduta per un pugno di dollari.

«Ho imparato una cosa da questa lurida società, e sai cos’è?» Gli occhi di Roger brillarono di una tenue speranza. «Che è l’unica che abbiamo e che dobbiamo fare di tutto per difenderla: non si scende a patti con i mostri. Mai!»

Continuo a camminare e a scontrarmi con facce tristi e sconfitte.

E una frase riecheggia per i vicoli della mia città:

Non c’è amore tra gli uomini,

E finchè questo amore non lo troviamo dentro di noi, e non lo porteremo all’esterno, nessuna politica, nessuno sforzo, nessun cambiamento, ci elargirà un alba diversa.

Io ve lo consiglio questo libro.

Perché chi lo legge, ha una speranza di non diventare un semplice ingranaggio di questa oscena fabbrica di privilegi chiamata società.