“Il cammino del sapiente” di Federica Soprani, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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L’identità è quello che ci distingue l’uno dall’altro.

Ma non come elemento disgregatorio più che altro come particolarità per iniziare a creare assieme un incredibile colorato mosaico.

Ogni pezzetto di questo disegno è composto di elementi colorati differenti, quasi strani se presi personalmente, ma è nel loro insieme che creano un qualcosa di unico.

Da soli sono brillanti e intriganti, ma nella comunità diventano immagine.

Ecco perché credo nella cooperazione e non nella competizione, perché la competizione mette in un’ inutile sfida un tassello contro l’altro.

La cooperazione invece insegna che siamo bellissimi da soli ma meravigliosi assieme.

Ma perché il tassello, o filo, se immaginiamo la società come un bellissimo arazzo, ha bisogno di comprendere il primario posto e il proprio colore. Ha bisogno di darsi un nome e di specchiarsi, di guardarsi e imparare a capire come la sua specificità entra a far parte del tutto.

Ecco perché l’identità diviene importante nel percorso di acquisizione di consapevolezza del sé.

Sapere chi si è, quali pulsioni ci guidano, che istinti ci minacciano e quali sogni dentro di noi si agitano, diventa così importante per trasformarsi da individui a uomini.

Intendendo con uomo un qualcosa di generale, non legato al genere sessuale.

Trattenere le proprie pulsioni, o peggio negarle, ci porta ad alimentare frustrazione, dolore e sopratutto discordia.

Perché se non ci accettiamo, se neghiamo il disegno che portiamo tatuato nell’anima, non riusciremo mai, e sottolineo mai, a stare in mezzo al mondo.

Ci sentiremo troppo fragili, costantemente sminuiti o peggio messi alla prova.

O in discussione senza capire il valore del colore che possediamo. Rendendoci preda del potere, politico o societario, che in fondo trova più comodo guidare una massa che un popolo.

La massa è indistinta, è faccenda che si può manipolare, che si può dominare.

Il popolo sceglie, è capace di comprendere e forse, anche di dire no a ogni scelta, a ogni valore che mette a repentaglio quel disegno unico e meraviglioso che un giorno un dio lontano ha sognato per noi.

Ecco, “Il cammino del sapiente” racconta i modi con cui l’identità viene acquisita, con cui si può conoscere il volto segreto di noi stessi.

Perché guardarsi, come racconta una bellissima canzone, non significa soltanto ammirare il proprio volto.

Credi di conoscermi solo perché si conosce il mio nome
Pensi che mi vedi perché hai visto ogni linea del mio viso

Conoscersi è un processo a volte duro, a tratti difficile, un po’ quello che

Briden, da vero sapiente com’è, decide di intraprendere: sperimentare e lasciare che il flusso di sensazioni e sentimenti, di emozioni, anche difficili da digerire, si faccia strada in lui.

Senza remore, senza terrori notturni, senza che questo lo renda inaccettabile non tanto agli occhi dell’esterno quando ai suoi. Decide di scendere persino dentro un abisso innominabile, sapendo che a prescindere dal trovarci inferno o paradiso, ogni visione sarà per lui motivo di crescita.

Brinden accetta di lasciare che la tempesta danzi su di lui, semplicemente; a differenza del fratello non la combatte.

La accoglie.

Non chiede nulla se non capire quale vero nome pronunciano le sue labbra.

È la differenza tra essere costretto a vedersi e aver bisogno di vedersi, in armonia, senza aspettare nulla se non il ricevere la vera conoscenza del sé.

Che può avvenire soltanto quando feriamo e distruggiamo l’apparenza fatta maschera che da troppo tempo ci copre il viso.

 

“Storm Raiders. I Predoni delle Tempeste (Le Tempeste della Magia, Libro I)” di PT Hylton e Michael Anderle, Dunwich edizioni. A cura di Chiara Iucci Linaioli

 

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In un’epoca in cui la magia governa il mare, Abbey si fida solo della sua spada.
È sempre stata una straniera a Holdgate. Mentre gli abitanti della sua città adottiva dominano i mari con la magia delle tempeste, Abbey preferisce lavorare nella bottega da fabbro di suo padre.

E mandare al tappeto chiunque sia abbastanza sciocco da mettere in discussione le sue capacità con la spada.
Ma quando suo padre viene ingiustamente accusato di omicidio, deve sgattaiolare a bordo di una navetempesta e salpare nel tentativo di riscattare il suo nome.
Dopo aver stretto un’alleanza con un giovane mago e un Capitano dai modi sin troppo schietti, Abbey si troverà a vivere un’avventura spericolata.
Presto scoprirà che i leggendari Predoni delle Tempeste – un terrificante gruppo di pirati – sono fin troppo reali.”

Primo di una quadrilogia brillante, questo libro di pura adrenalina non attende troppe pagine per gettare il lettore nella mischia.

Scritto a quattro mani, strizza l’occhio al mare magnum di fiction d’azione prodotta nell’ultimo secolo senza scadere nel banale.

La rielaborazione è perfetta, la scrittura efficace.

Poche righe, e i personaggi sono inquadrati, le vicende intessute, la curiosità accesa.

Nessun momento di noia: la tensione verso l’azione successiva è sempre alta e ben gestita.

Forse, proprio in questo risiede l’unica debolezza del testo: la perfezione strutturale di un genere fin troppo abusato rende davvero poco libero il lettore. La stessa differenza fra una vacanza fai da te e un tour organizzato al minuto: vedi un intero mondo, ma senza scorgere altro, solo ed esclusivamente quello che gli autori vogliono darti a vedere.

Loro dirigono, tu – lettore – segui.

La gioia di qualunque editor; e di qualunque lettore che vuole azione e non riflessione.

Un po’ meno, di vecchie lettrici smaliziate come la sottoscritta, che tollerano le sbrodolature formali perché è lì che trovi il nervo dell’opera, il senso di creato, l’alone del sudore sbavato sulla pagina.

Escluso ciò, l’incipit di questa saga conclusa è davvero una bomba.

Saprà coinvolgervi e farvi volare.

Gli autori sanno il fatto loro; non sono dei principianti, sanno fare il loro mestiere e soprattutto lo sanno fare bene.

Tanto di cappello.

Consigliato dai 10 anni ai 99.

“Nel mondo del tempo. Al di là delle valli gemelle” di Eward C. Browa. A cura di Alessandra Micheli

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Sono rimasta piacevolmente stupita dal libro di Eward Browa.

Questo per due motivi a me particolarmente cari.

Il primo riguarda la stesura, si legge e si comprende come il mondo descritto dall’autore sia per lui reale.

Lo ha visitato nei suoi viaggi onirici ed è descritto con quella facilità di chi, in fondo, abita tra due dimensioni il fantastico e il reale.

E sa che queste sono separata soltanto da un velo sottile, impalpabile a chi ha il dono o la fortuna di essere in fondo, straniero nella sua patria.

Browa non è di questo mondo e al tempo stesso è nel mondo e ogni tanto torna in quelle strane regioni e prende le storie per regalarle a noi affamati di immaginario.

Questo meccanismo lo si avverte già dalla prima pagina: come Mondi di inchiostro, basta aprire il testo e trovare una porta che ci conduce in un altro piano di esistenza.

Che conosciamo bene perché volenti o nolenti, lo scriviamo nei nostri sogni notturni.

Altra caratteristiche che è riuscita a convincermi, facendomi gustare una lettura che, come ben sapete non è nelle mie corde è la capacità di inserire il percorso campbelliano dell’eroe innovandolo.

Ci sono tutti i dettagli fondamentali dello schema eppure, per accorgersi della sua importanza bisogna analizzare parola per parola il testo. Perché è inserito in un modo talmente armonico che, quasi, non ci si accorge dell’attenzione stilistica.

Forse questo mio entusiasmo sarà dovuto alla mia poca dimestichezza con il genere direte voi miei lettori.

In realtà vi sbagliate.

Il fatto che il fantasy non sia in cima alla mia lista dei preferiti significa che lo conosco bene.

Come potrei, infatti, stilare una mia lista di preferenze sotto la totale ignoranza del genere? Per poter decidere e scegliere ogni essere umano DEVE conoscere. E quindi deve aver compiuto il suo percorso letterario scovando tra i libri quello che più si sposa con la propria anima.

Il fantasy, quindi, è stato il compagno della mia adolescenza.

Dopo un’abbuffata di classici, a tredici anni sono piombata nell’incanto di Tolkien e di Shannara, per poi divorare nel mio modo “compulsivo” ogni libro portante la dicitura fantasy.

Quindi tranquilli.

So di cosa parlo.

In ogni testo che parla di immaginario, infatti, si sente in modo molto oppressivo l’eredità dei suoi avi.

E questo può rischiare di legare il testo a degli archetipi che, seppur sono necessari se non sono fluidi sanno di cliché.

E cosi l’eroe ignaro del suo destino si trasforma nel più attuale giovane che sente il peso dell’abitudine e del consueto.

E che brama, dentro di se, una sorta di viaggio nell’infinito nell’ignoto e nell’avventura.

Un po’ quello che succede, oggi a tutti noi che ogni tanto sentiamo il peso della vita di ogni giorni.

E allora scatta qualcosa che ci spinge a desiderare lo straordinario al posto della vita quieta e quasi senza slanci.

Erick rappresenta un po’ lo spirito sopito di ogni essere umano, cosi ancorato alle certezze rassicuranti eppure cosi alieno a quell’istinto che portò Prometeo il nostro progenitore a rubare il fuoco agli Dei.

Cosi la spinta all’evoluzione, a trovare il proprio centro ossia se stessi, ci spinge a vagare per le terre sconosciute, apparentemente ed è qua il dettaglio innovativo, per la nostra gloria e per restare negli annali della leggenda.

Infatti, i libri fantasy pongono l’accento solo allo spirito cavalleresco che troppo spesso scorda l’antico codice e si nutre solo di onore e di prodezze. In realtà la vera spinta dell’eroe è sempre quella di ristabilire un ordine compromesso, quasi sempre purtroppo, dalla sete di potere.

O peggio dall’ignavia dei suoi abitanti.

E cosi i mondi, profondamente interconnessi e niente affatto distinti, divengono squilibrati.

E’ la predominanza della piccola ambizione, della rassicurante routine che emerge a scapito dallo straordinario e dell’immaginario.

In questo rapporto di forza se uno predomina sull’altro l’intera armonia cosmica ne risente.

Sopratutto il collante che tiene unite le varie dimensioni: il tempo.

Il tempo un questa cosmogonia non è altro che l’asse che unisce il sopra con il sotto, cosi come ci raccontavano i favolosi miti celtici.

Era un elemento fluido, che permeava con la sua arcana magia sia il regno ultraterreno che quello della realtà tangibile.

E’ quell’asse che è corrotto.

E come si recupera l’antica Maat cosmica?

Con il coraggio della speranza.

E’ il risvegliarsi e l’iniziare a concepire un’esistenza dinamica che ci sveglia dal grigio torpore e apre i nostri occhi prima ciechi.

Ed è allora che la vera, autentica battaglia inizia: quella con la corruzione trasformata nel nemico atavico rendendo di nuovo il futuro un libro da scrivere, ognuno con la sua personale penna.

Ecco che Erik diviene lo spirito risvegliato, colui che cura e ricuce le profonde lacerazioni di un anima che…non sogna più.

E non ha più l’ardire di inseguirli i propri sogni fino a rendere reali le leggende.

E allora alla fine del suo arduo e difficile cammino, Erik/uomo non solo ritrova se stesso, ma anche l’immortalità che gli spetta.

Del resto un sognatore è un uomo senza tempo.

Bravo Eward.

I miei più sinceri complimenti.

“Il sommo incantatore. Il richiamo della vendetta” di Francesco Zamboni, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Cosa deve avere un fantasy per suscitare non tanto il mio interesse, quello parte solo alla parola libro, ma quel coinvolgimento particolare che presuppone la totale sospensione dell’incredulità e quel senso di estraniamento che capita con pochi libri?

È la capacità dell’autore di stupirmi, di stravolgere persino i miei gusti, che restano sempre sullo sfondo delle mie recensioni ma che respirano accanto a me.

È quello speciale talento che si nutre di immagini rese parola, che diventa un mare impetuoso pieno di onde anche anomale, in grado di rompere i miei argini.

Perché di argini ne ho e molti.

Il fatto che voi non li notiate fa di me un bravo recensore.

Sì, lo so, me lo dico da sola, ma se aspetto voi invecchio.

E non è che sono una pischella oramai…

Comunque pur se cerco di trascendere i miei pregiudizi non significa che essi non vivano e nascano dentro di me in quell’ombra junghiana che si nutre dell’oscuro antro del io più profondo. Semplicemente ne sono consapevole e quindi riesco a gestirli.

O azzittirli.

O ascoltarli finché boriosi si stancano di ululare alle mie orecchie.

Il libro, quello con la lettera maiuscola li fa semplicemente sparire.

Dissolversi o essere così evanescenti che come fantasmi non possono essere afferrati.

E disperati preferiscono viaggiare in altre dimensioni emotive.

Uno di questi riguarda il fantasy.

Pur riconoscendo il suo valore esso cozza in modo forse eccessivo con una parte importante di me: la razionalità.

E nonostante la squisita consapevolezza che Campbell aveva ragione e che il viaggio dell’eroe è fondamentale, che il fantasy vive di archetipi, il suo percorso preciso e standardizzato non riesco a seguirlo, apprezzarlo fino in fondo, limitandomi a godere visivamente della bellezza.

Non nego che amo Tolkien, ma non tanto per trama, personaggi, libro in sé, ma perché è oggettivamente bello, musicale e fluido.

Così un fantasy rispetto ad altri testi deve darmi di più.

Deve essere un farabutto che pur conoscendo la nobile arte letteraria sia in grado di stravolgerla, almeno apparentemente camuffandosi e prendendo altri aspetti. E titillare non solo il mio estetico senso della beltà, ma l’anima tutta, fatta di immagini sogni, intuito e ragione.

Beh oggi lo ammetto, sono sconfitta e un libro, un fantasy ha vinto l’ardua impresa.

Francesco Zamboni ha vinto laddove altri hanno fallito, pur avendo la mia estrema gratitudine per un momento di meraviglia.

Ma leggendo il sommo incantatore io non esistevo più.

Ero rapita, finita nella tana del bianconiglio.

Ed è quello che la Ale bambina cerca come se fosse assetata.

E quella sensazione di non appartenere a questa realtà che aiuta la mia anima a non avvizzire, mentre il resto del corpo fa il suo doveroso percorso in questa strana favola chiamata vita.

E oggi c’è un novo amico che partecipa ai miei folli tè di non compleanno: Joras. Che siede accanto un pomposo Poirot, una beffarda Miss Marple, un trasognato Cappellaio e un timido Thomas Abbey che ancora oggi mi racconta le oniriche visioni di Marshall France.

E perché direte voi, Joras il protagonista è diventato parte della pazza combriccola di folli?

Perché è folle anche lui.

Geniale, talentuoso ma totalmente chiuso in se stesso da risultare quasi un deviante, un diverso.

Lui che sogna di raggiungere i massimi livelli della sua arte, cosi come li sognavo io alla sua età.

Lui incapace di gesti semplici, come un corteggiamento, un abbraccio, un sorriso. 

Joras è assolutamente sintonizzato su una radio AM mentre tutti lo sono in FM.

Joras non è mai presente, è sempre a metà tra una dimensione reale e una numinosa. Per questo è l’eroe, quello che riuscirà a capire prima di tutti il male dove si annida.

In un certo senso Joras è un puro.

Uno concentrato su di sé da apparire un irresistibile Sheldon capace di magie diverse da quelle della fisica.

Ma è anche capace, a differenza dei nostri preconcetti, a imparare la semplicità. Così si stupisce di provare attrazione per occhi azzurri limpidi.

Per apprezzare un amico bibliotecario.

Per rifiutare l’ipocrisia e essere fastidiosamente ma meravigliosamente sincero.

E non dire cosa pensa, ma pensare a cosa dire oltre le convenzioni sociali.

Verità sferzanti, in un’ anima composita e sfaccettata che lo fanno una sorta di antieroe.

Ma antieroe nelle sue attitudini.

Coraggio, ma un coraggio tutto suo fuori dai cliché.

Capace di meravigliarsi per una cosa che diamo per scontato come amore, amicizia, fiducia e gratitudine.

Per sconvolgersi di fronte alla brutalità del potere e combatterlo, nonostante la sua pericolosità.

Spavaldo, irriverente, e a volte impulsivo.

Ma con un’ anima salda che non teme di perdere.

Incapace di comprendere la bugia perché troppo aliena dal suo mondo. L’eroismo non è negli atteggiamenti da macho bello e dannato.

Ma nella rettitudine interiore che gli permette di abbracciare l’etica senza se né ma, senza tentennamenti o ripensamenti.

Senza tentazioni.

Ecco il punto strabiliante di questo fantasy: usa gli archetipi ma irride i cliché. E così il suo libro risulta avventuroso, formativo e al tempo stesso ironicamente irriverente.

E non posso non amarlo.

Proprio non posso.

Anche se in fondo non credo nella magia anche se…

Non è magia quella di vivere mille vite diverse e guardare dopo ogni lettura, il mondo con occhi diversi?

E quindi caro mio Francesco benedetto te, che regali ancora e nonostante un tempo fallace troppo legato alla tecnologia, sogni che riescono a rapirci e farci volare come Peter Pan.

“Archai. La torre di fuoco”. Di Letizia Finato. A cura di Alessandra Micheli

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Nella prima recensione avevo considerato il mito degli ARCHAI uno degli archetipi fondamentali del vivere umano:

Pertanto la ricerca del creatore dei mondi, tutti collegati, tutti appartenenti a questo universo nato da un esplosione di particelle, nato da un sogno o da un ricordo di dio, può portare alla costruzione di un regno di pace senza guerre e contrasti. Ecco che si riuniscono gli elementi imbizzarriti, come molecole impazzite, in un qualcosa che da forma e al tempo stesso sostanza, un elemento di costruzione e non di disgregazione caotica, un mosaico organico, complesso in cui i depositari del sapere arcano sono anche i custodi dell’originario patto con cui gli elementi umani decisero di riunirsi in una compagnie sociale: la sopravvivenza e perché no la ricerca della felicità perché soltanto l’unione porta con se.”

In questo secondo volume questa volontà, quest’esigenza di una comunità capace di aggregarsi attorno non alla necessità della sopravvivenza, garantita da un potere assolutistico,ma su una empatia e una compassione, si fa sicuramente più pressante.

Non solo perché siamo alle battute finali, ma perché gli elementi disordinati, senza un collante che li unisca, in un qualcosa di solito e concreto, vagano impazziti, fino a cozzare uno con l’altro.

Per usare un esempio tratto dalla scienza chimica: senza un legame più o meno robusto, gli atomi viaggiano veloci si scontrano e non sempre creano molecole.

Per porre in essere la vita anche inorganica, c’è bisogni di un legame. Questo non esiste nel secondo libro di Archai, la torre di fuoco.

Guerra ovunque.

La solita devastazione portata avanti per uno dei motivi più abietti umani la vendetta e la volontà di un superuomo di porsi come dominatore del mondo.

E della società che si forma, e rischia di formarsi sull’identità dell’assolutista.

Hèeri è il legame che manca a questo mondo.

Ha cercato se stessa scoprendo, in un autentico viaggio dell’eroe se stessa e il proprio potere.

Ma adesso, per compiere il destino suo ma di ogni essere umano ossia pensare e quindi creare una società diversa deve scontarsi con un simbolo antico, pericoloso e al tempo stesso rigenerante: il fuoco.

Cos’è mai questo fuoco?

E’ tutto ciò che di istintuale l’uomo possiede.

Che sia rabbia, un ideale che rivendica un torto, la volontà di distruggere tutto il conosciuto per poter costruire l’ignoto, il fuoco è un potere ambivalente e per sperimentarlo bisogna lasciarsi avvolgere sulle sue spire.

Perché se il fuoco crea e scalda, può anche incendiare e ridurre a cenere. Ovviamente per una ragazza che si sente profondamente umana e forse banale, il pensare di immergersi nel fuoco, sconfiggerlo e usarlo per dare vita a il nuovo è avvertito come un compito immenso.

Quasi più grande di quella sua sperduta anima.

Ed è qua che Heèri sperimenta in un innovazione egregia qualcosa che agli altri eroi è mancata: la sua fragilità, la sua disperazione di fronte all’immensità di un compito immane che è quello di dare speranza agli altri ritrovando l’origine perduta, dentro di se, simboleggiata dagli Archai.

Un po’ quello che dovremmo, oggi fare tutti noi, noi cittadini di un mondo allo sbaraglio.

Perché soltanto tornando ad appartenere alla saggezza di un mondo antico eppure sempre nuovo possiamo sconfiggere il disordine/guerra.

Una guerra che nasce per dividere l’indivisibile, nasce per creare schieramenti e porre in essere la dicotomia nemico amico vittima e carnefice e vendetta/perdono.

E soltanto, quindi, cadendo, risalendo la china di un abisso di rischio, mettendo in discussione le acquisite consapevolezze e imparando a entrare nel fuoco e lasciarlo agire, il mondo di Hèeri può avere una speranza di redenzione.

In fondo, solo dopo una buia notte possono rifulgere le brillanti stelle.

Con il suo stile innovativo ma profondamente rispettoso della tradizione, Letizia da vita a un libro godibile dove i generi si toccano e dialogano uno con l’altro, creando, appunto qualcosa di unico e originale com’è la sua impavida autrice.

“Watergrace” di Hendrick R. Rose, Dark Zone. A cura di Chiara Iucci Linaioli.

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Ho letto lentamente quest’opera.

Non mi convinceva.

Inizia come un cappa e spada alla D’Artagnan, con duelli, tenzoni, dolci fanciulle pericolose e audaci maschi blasonati che confondono l’odio con l’attrazione.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.

La storia si dipana.

Come da manuale, i due protagonisti, novelli Romeo e Giulietta di due regni che si odiano, finiscono per innamorarsi perdutamente, tanto da sfidare convenzioni e ragioni di Stato per aversi.

E fin qui nulla di nuovo, no?

Eppure…

Eppure.

Watergrace è un perfetto crescendo, come ce ne sono pochi.

La sua forza non è l’originalità degli eventi, quanto la continua salita di un climax che non ci si aspetta, che elude, ma è lì, e il lettore non lo sa, non lo intuisce, lo sente a livello inconscio, ma quando capisce… allora è troppo tardi, ci sei dentro. Ti ha preso.

Watergrace è una romance, un fantasy, un libro d’azione, un distopico e un thriller.

Non sono molti i libri a presentare il villain (e che villain!) quasi sul finire delle pagine.

Irrilevante che poi ci sia o meno un seguito: la storia cresce in sordina, esplode e risolve in quelle pagine.

L’autrice illude, e lo fa magnificamente.

Occorre avere la pazienza di leggere fino all’ultima riga per comprenderlo.

Fa parte del piano.

Un piano bene congeniato, una mente raffinata.

I personaggi sono tutti caratterizzati magnificamente: pochi tratti, e molti dialoghi. Descrizioni essenziali all’osso. I loro volti fioriscono nella mente del lettore con eccezionale freschezza.

Non è un libro facile, Watergrace. Può essere equivocato. Stavo per farlo anche io, in effetti.

Innanzitutto, è scritto da cima a fondo con i verbi declinati al presente indicativo: non “Ash estrasse la spada”, ma “Ash estrae la spada”. Disturbante.

Poi, i dialoghi: teatrali, non nel tono, ma nel botta e risposta. Spesso sono più i dialoghi che le azioni a dominare la scena. Soffusi di ironia shakespeariana, infilzano affondi tra le parti in lotta ben più del fioretto.

Una bella combriccola affiatata, plateale, gaudente… Si resta quasi increduli quando arriva il vero cattivo. E, come in ogni buon thriller, lo si cita all’inizio da subito, ma lo si riconosce alla fine.

Un ottimo romanzo.

Una buona seconda prova dell’autrice di “Armonia finale” (2017, La Ponga ed.).

“Le dodici porte. Sacrificio d’amore” di Veronica Pellegrino. A cura di Alessandra Micheli

 

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Immagino o meglio spero, conosciate le dodici fatiche di ercole. Quella meravigliosa parabola epica non è altro che un viaggio interiore alla scoperte del vero sè dell’eroe, operazione che, ovviamente, comporta una serie di prove iniziatiche, allo scopo, appunto di togliere il velo che nasconde il volto originario dell’uomo.

Il suo autentico aspetto divino.

E’ un po’ il compito che si prefigge Pirandello quando ci sussurra nelle sue fantastiche commedie, che il nostro vivere non è che una recita a soggetto.

Indossiamo la maschera preconfezionata che la società, l’educazione o semplicemente l’abitudine all’anonimato, ci consegnano quando usciamo dall’infanzia per precipitarci di colpo nel mondo assurdo degli adulti.

E cosi abbiamo due identità: quella sociale spesso adombrata da limiti e impedimenti, che celano ai nostri e altrui occhi i talenti e quella interiore, spesso oscura, fonte di ogni meraviglia come di ogni perdizione.

In quell’abisso strano, simile a una grotta sotterranea, conserviamo tutto ciò che il mondo diurno considera disdicevole.

Non soltanto quindi gli impulsi pericolosi e rei di disgregare la società ma anche competenze e potenzialità che, seppur fuori logica, potrebbero servire per alimentare e far crescere la realtà in modo meno anonimo.

Che l’anonimato, la massa sia un po’ il nostro seduttore è palese.

Si pensi all’originale provocazione fatta alla soglia della liberazione, quando nell’ardua decisione tra un ritorno al passato e un salto nel buio per il futuro, ci fu chi propose la rassicurante immagine dell’uomo qualunque divenuto simbolo di un fare politica, di uno stare in società retto da una stasi tranquilla e monotona.

Questo uomo qualunque esce fuori ogni volta che una crisi ci minaccia, quando il nostro stesso costrutto mentale, immagine e creazione della realtà in cui troviamo comodo muoverci, viene messa in pericolo da un male che ne svela le falle e le cesure.

Questo succede anche, in modo per nulla simbolico, nell’Egitto descritto dalla Pellegrino.

In un mondo che torna su se stesso, in un tempo sospeso tra il mito e il reale, la minaccia del potere corrotto disgrega la società ideale antica eppure moderna, immagine della perfetta organizzazione del cielo.

Non è un caso che l’Egitto sia stato scelto come contesto e ambientazione.

Lo stesso sacro suolo che tanto stuzzica la nostra curiosità, era una favolosa composizione in cui il sacro e il profano danzavano all’unisono dando realizzazione al concetto per nulla astratto ma reso concreto della cibernetica: un organismo onnicomprensivo che al tempo stesso ci ingloba e trascende.

Questa meraviglia agorà, laddove il potere sovrano non deriva soltanto dall’alto, ma da un patto,benedetto dagli dei, tra il faraone e il popolo che ha come scopo quello di far rispettare un’antica legge di armonia cosmica.

La famosa e poco considerata Maat.

Che la perfidia dell’elemento disgregatore, il Seth redivivo nel malvagio Darchonir mette in serio rischio.

E come in ogni storia iniziatica è un eroe che si pone come elemento di speranza.

La differenza di questo fantasy rispetto agli altri, è di aver scelto una donna come prescelta.

Non è un caso che l’elemento femminile è quello che, con il suo lato creativo, immaginativo e materno, mette un freno alla brama maschile di sopraffazione.

Non è un caso che in Egitto sia la regina del cielo con il suo amore a ridare vita al compianto Osiride, proponendosi altresì come fautrice della continuazione del futuro, di equilibrio dando alla luce il frutto dell’unione delle due energie: Horus.

E cosi Aley in tutta la sua imperfezione, inizia a procedere attraverso le dodici porte alla ricerca del segreto per aprirle e per permettere al domani, agli universi e alle mille sfaccettature di questo futuro, di unirsi e di intrecciarsi di nuovo.

La sua capacità materna di empatia e la sua pazienza saggia di intessere i fili, gli permette di rammendare gli strappi nelle dimensioni che hanno permesso il passaggio della disgregazione.

In questo meraviglioso arazzo, infatti, sono i buchi nella trama, i luoghi in cui l’energia oscura penetra che mettono a rischio l’intera esistenza: una sola dimensione minacciata significa la distruzione del tutto.

Cosa serve allora ad Aley per ritrovare la chiave capace di riunire i pezzi di questo immenso mosaico?

L’amore.

Ha sperimentato tutto.

La costruzione e la distruzione del se.

La scoperta delle sue potenzialità.

Ha riunito a se l’energia del drago.

Ritrovato la capacità di compassione.

Ora deve per forza sperimentare il potere supremo, quello che ha reso ogni eroe impenetrabile al male.

Eh si miei cari lettori.

Proprio quella immensa forza che

muove il sole e le altre stelle.

Ed è solo quando Aley/Iside torna a congiungersi con il suo Osiride, l’Egitto e il mondo intero avranno una speranza di salvezza.

Ed è emblematico che Aley troverà il senso di ogni accadimento e persino la ricetta per la redenzione e per la sconfitta dell’oscurità, in un libro.

Con personaggi che, nonostante la loro umanità profondamente carnale, non rinunciano al loro ruolo di simbolo, le dodici porte Sacrificio d’amore ci rinnova il ricordo della magia suprema, quella che attraverso la carta apre i cuori e ci dona quella strana ma appagante sensazione di immenso e di infinito.

Buon viaggio.

“I viandanti di Eirhan” Autori Vari. A cura di Alessandra Micheli

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Stavolta vi stupirò.

Niente recensione pseudo colta a indicarvi lo stile che sostiene la trama, o il significato dei simboli usati da questa magnifica compagine, non solo di autori, ma anche di esseri umani.

Sono tutti esseri umani direte voi.

Magari rispondo io.

Spesso siamo apparenza, siamo personaggi, siamo proiezioni virtuali.

Ologrammi forse.

Ma non umani.

Perché ci manca la compassione e l’empatia

E ora tra le mie mani non è capitato solo un libro, un avventura, un concentrato di emozioni.

Ma è apparsa una mano, decisa a dare pennellate diverse a questo nostro sistema sociale che a volte sembra un’Idra dalle mille ghignanti teste.

Ne tagli una, ma un altra ricresce e ti deride.

Un sistema che anche nella nostra bell’Italia divide il mondo in poveri e ricchi, in fortunati e disagiati.

Che segrega l’altra parte di se in quartieri definiti dai benpensanti difficili. E li guardiamo soddisfatti, perché noi abitiamo nella parte buona del mondo, impegnati a correre dietro alle nostre cazzate.

Creandoci un simpatico alter ego da proporre nelle iniziative sociali o che acquieti la coscienza con un bel post sui social.

Chiuso tutto, continuiamo a venerare la dea bendata che ci ha elargito il sorriso.

E ce ne freghiamo se dietro il vicolo occhi grandi guardano con invidia la propria infanzia che va via.

Rassegnati perché è cosi che va.

Perché è sempre stato cosi e sempre sarà.

E per colpa di queste frasi fatte, odiose e stridenti alle mie orecchie, che nessuno osa alzare la testa, affrontare l’idra e dirle “io delle tue teste non ho paura”.

E impegnarsi a far si che non ricrescano.

Sapete il segreto?

Basta dare fuoco alla ferita.

Solo la fiamma riesce a fermare l’odio.

E sapete cosa è davvero il fuoco?

L’arte.

Allora un libro non serve solo per girare pomposi per le fiere e lodarsi fino a sbrodolare il proprio io di auto glorificazione.

Un libro può aiutarci a cambiare noi stessi e quindi il mondo che ci circonda.

Raccontando la nostra società anche in modo simbolico e sopratutto facendo da specchio all’uomo.

Ecco cosa succede a Eirhan.

Un mondo perduto, rinchiuso su se stesso, laddove la magia e quindi i poteri che rendono l’uomo uomo, sono racchiusi oramai in strane pietre. E non è cosi che accade?

Non sono forse i nostri talenti rinchiusi in rigidi reticoli cristallini?

Non sono rapiti e imprigionatati nella pietra?

Memoria e al tempo stesso possibilità, ma che richiede duro lavoro, mani che si sforzano di inciderla fino a rivelarne i segreti.

Altrimenti è li, immobile nei secoli.

Immobile ai richiami degli impulsi, delle emozioni, o dei sentimenti.

Eppure, per molti, la pietra è viva e aspetta solo la mano che sa darle vita. E, infatti, possiamo con essa creare chiese, palazzi, statue o addirittura monili.

Da una semplice pietra possiamo tirar fuori i diamanti.

O rubini.

In questa strana dimensione, dove è tutto a portata di mano e al tempo stesso cosi lontana come un sogno, si muovono i viandanti.

Parola bellissima e usata per nulla in modo casuale.

Chi è il viandante?

E’ chi percorre a piedi vie estranee al percorso consueto di una città.

Chi sogna di raggiungere luoghi anche lontani.

Chi nel suo camminare tenta di seminare il disagio che lo fa muovere.

E’ colui che cammina seppur stanco, assetato, affamato ma con uno sguardo fisso su un punto lontano.

Che lo spinge a sfidare persino il suo corpo.

Lui cammina.

E’ viandante e deve procedere.

Il viandante siamo noi.

Che in questa esistenza cerchiamo chissà cosa, un lampo che ci illumini, un senso da dare a questa assurda vita.

Un sorso di infinito o il bacio di una dama.

E il viandante nel suo peregrinare a volte apparentemente confuso vive. Intesse storie da raccontarci, da far germogliare nei cuori.

E sono storie per nulla simili a favole.

Sono frammenti di amori mai vissuti.

Sono maledizioni che qualche divinità gelosa ha inciso come un tatuaggio sulla pelle.

Ma che in realtà, al pari del vecchio marinaio, aspettano solo un nostro lampo di consapevolezza, o di compassione per lasciarci andare di nuovo nel nostro vagare.

Sono storie di punizioni, laddove il buffone e il furbo non gabba la magia, né la saggezza antica.

E’ la redenzione di una lacrima.

E’ il male che viene punito dai fantasmi delle vite che spezza.

Sono donne, sono atti di coraggio.

E’ la spavalderia di chi non accetta le limitazioni di una società che impone le sue gerarchie.

I viandanti di Ehiridan siamo noi.

Noi che in questa vita dovremmo essere gli eroi.

Intenti a ricamare l’arazzo di un racconto per far spuntare un sorriso a un bambino.

E con questo libro si può fare.

Questo libro può far ritornare bimbi i ragazzini persi nei vicoli della miseria umana.

Questo testo ogni racconto, ogni volta che lo leggerete sarà un opportunità per uno scugnizzo.

Per occhi che hanno tutto il diritto di sognare ancora.

Di interesse le loro storie colorate per donarle ai loro figli.

Non devono farei i pali per lo stronzo di turno.

O diventare corrieri della morte.

O fuggire verso la fine, in motorino.

O annegare la frustrazione di un infanzia mancata, con la signora bianca.

Un bambino deve sognare.

E voi potete donargli un po’ di fantasia.

E umano chi li fa uscire dal quell’abisso a cui un vigliacco li ha condannati.

Gente, magnifica gente

vicina e distante

dalla nostra realtà

gente, magnifica gente di questa città

Gente che vede e che sente

e fa’ finta di niente

pe’ nun se spurcà

gente, magnifica gente di questa città

Ma pe’ ‘e guagliune che toccano

‘o ffuóco e se pònno abbrucià

pe’ ‘sti guagliune ca stanno criscènno

e se vònno ‘mparà

pe’ ‘sti guagliune ch’ aìzano ‘e braccia

e se vònno salvà

ci sta tutta la magnifica gente

di questa città

Gente, magnifica gente

elegante e potente

ma ‘sta gente che fa’

Gente che ama la gente

‘sta gente ce sta’

Scugnizzi

“Carhas Ithil. La città sul mare” di Annalisa Ghilarducci, Dark Zone. A cura di Chiara Iucci Linaioli

carhas ithil

In occasione del Lucca Comics and Games 2019, la Dark Zone Edizioni non lascia a desiderare e, forte di un catalogo già ricco, propone novità succulente per gli amanti del fantasy.

È il caso del romanzo d’esordio di Annalisa Ghilarducci, versiliese già nota per i racconti e le antologie con cui si è distinta.

Carhas Ithil – impreziosito dalla cover di Antonello Venditti – è un fantasy che strizza l’occhio agli amanti di Tolkien, capostipite ufficiale del genere.

Scritto con classe e con la mano felice di chi padroneggia la materia (personalmente, ho impiegato meno di 48h per gustarmi le vicende di questo volume I), può, agli occhi più intransigenti, sembrare una fan fiction dell’ormai arcinoto LotR (Lord of the Rings).

Innanzitutto, la dinamica narrativa: regni antichi, uniti da un patto quasi dimenticato, e quindi ormai inutilizzato, vedono sorgere da una terra desertica un male di cui nessuno osa pronunciare il nome. La maggiore delle città, Carhas Ithil, governata da un custode ombroso e palesemente pazzo (vi ricorda qualcosa?), è la prima su cui le orde di esseri deformi (elfi tramutati in orride bestie assetate di distruzione… sic) si abbattono.

A difendere gli Uomini, due fratelli. Il primogenito, Rowldir, è il favorito del custode, a cui è fedele malgrado le evidenti difficoltà; il secondogenito, Alyahdir, ribelle e generoso, è inviso dal suo stesso padre, che fa di tutto per metterlo in situazioni di enorme rischio.

Vi ricorda qualcosa?

La vicenda principale, dama Valiah in fuga assieme al nano Dworf, incastona la drammatica discesa nell’orrore di un regno a causa di terribili incomprensioni familiari. Odio e amore, lealtà e follia, potere e paura, in una triade che ben conosciamo.

Tolkien ci propose una simile situazione: il sovrintendente di Gòndor, padre-padrone di Bòromir e Fàramir.

Egli, però, mirava a descrivere la paura che diventa follia. La dialettica già risolta dalla prematura dipartita di Bòromir.

La Ghilarducci, al contrario, mette il lettore dentro questo dramma privato, esteso poi a un intero regno. A differenza di Tolkien, che ne fa un particolare, lei incentra con mirabile freschezza l’archetipo di questa dinamica: il padre che ama/odia il figlio che gli insidierà il potere, e il primogenito, che ama/combatte il fratello inviso al comune signore, in una ferale dualità.

Vedendolo in difficoltà, Rowldir provò l’impulso di aiutarlo, ma qualcosa dentro di lui lo trattenne, così non si mosse. Restò lì, fermo dove si trovava, a metà strada tra il fratello che se ne andava verso la luce (…), e il portale chiuso dietro cui sedeva suo padre, ormai sul punto di venir inghiottito dalle tenebre”.

Questo estratto riassume efficacemente l’intero romanzo. Ovviamente, la protagonista femminile, dama Valiah, è la chiave di lettura di quella che si presenta come l’incipit di una saga. Ma l’autrice in primis vuole portarci lì, in quello spazio fra la luce e le tenebre, a dibatterci nel dilemma umanissimo della scelta: chi è pazzo fra i due? Vollgarth, il custode di Carhas Ithil, o Alyahdir, il figlio che gli tiene testa?

Così facendo, la Ghilarducci crea dramma nel dramma. L’orrore di un nemico oscuro che riprende vita dai miti sommato all’orrore da cronaca nera di una violenza domestica imminente.

Tolkien risolse la diatriba uccidendo la parte di mezzo, Bòromir.

Qui, invece, si assapora un futuro tragico. E l’autrice è molto abile a metterlo alla mercé del lettore, che resta, al pari di Rowldir, diviso e titubante: da che parte è la giustizia?

Per scoprirlo, ovviamente, occorrerà dare tempo alla Ghilarducci di pubblicare il sequel.

Nell’attesa, consiglio vivamente questa novità a tutti: agli irriducibili di Tolkien e a chi Tolkien non sa nemmeno chi sia. I primi, resteranno deliziati dal poter finalmente sviscerare uno degli episodi più cupi di LotR senza la salvifica intromissione di un Gandalf ex-machina; i secondi avranno pane per i propri denti in ogni aspetto, giacché l’autrice è davvero molto brava, oltre che nel caratterizzare i personaggi con poche frasi, anche a dipingere scene crude di battaglia e stragi.

Ce n’è per tutti i gusti, insomma, in queste pagine: non vi resta che iniziare a leggerle.

“Cronache del Reame Incantato. Prigioniero dell’adilà” di Alberto Chieppi, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni mondo ha i suoi oscuri pericoli.

E ogni eroe deve superare una serie di prove capaci di svegliare una parte nascosta, forse dall’abitudine e dalla socializzazione, in grado di fargli comprendere il vero pericolo.

E dove sia la soluzione per evitare l’arrivo del caos.

Perché dopo un periodo di ordine, per qualche bizzarro scherzo del destino, il caos decide di bussare alle nostre porte, forse per metterci alla prova o forse perché ha compreso come, la troppa pace, la troppa serenità, affossiamo il movimento necessario affinché l’uomo divenga pienamente se stesso.

E’ storia di sempre.

Dopo l’orrore o dopo una grande minaccia, una volta superata, l’essere umano si adagia.

E questo suo adagiarsi lo rende pigro e rischia di far stagnare non solo la sua vita interiore ma la stessa società che da questa vita nasce, cresce e dovrebbe prosperare.

Perché sono i miti a cui diamo vita, i valori in cui crediamo e persino l’uomo che pensiamo di essere a forgiare il mondo che ci circonda, quello chiamato realtà.

E cosi il reame incantato, dopo la minaccia che li ha uniti sotto il vessillo di un eroe, si sdraia.

Troppo.

Fino a divenire, appunto, un mondo chiuso all’esterno, a ogni influenza, a ogni comunicazione e a ogni novità.

Nella brama di difendere lo status quò il regnante considera ogni ribelle minaccia.

Ogni discorso deviato pericoloso, ogni rivoluzione perniciosa, fino a essere cosi intento a salvare il suo orticello, da permettere al vero male, quello fatto di vendette e sete di potere, libero di agire.

Ecco il senso di un racconto che è al tempo stesso, dolce favola incantata, e monito per noi tutti, giovani compresi.

Oltre le avventure di Siro e Sam si cela il vero fulcro del libro: non sono le divisioni che ci salveranno.

Non è la difesa dei propri assurdi privilegi.

Ma l’unione che rende di nuovo omogeneo l’organismo sociale.

Sia che si tratti del nostro mondo che di quello simbolico, interiore appunto, simboleggiato dalle meraviglie del reame incantato.

Meraviglie oramai considerate abitudini, ormai cosi fisse da perdere un po’ di quella brillantezza che è propria dei mondi numinosi e delle capacità umane.

L’altro mondo e la realtà umana sono oramai separate non più da un velo ma da un muro di mattoni cosi saldo da scoraggiare ogni tentativo di aprire un varco.

Le dimensioni reale e immaginaria sono cosi sperate che il mutuo soccorso è oramai un miraggio.

Viviamo in un mondo dicotomico, privato quindi di occhi vigili onde evitare di liberare forze di cui abbiamo dimenticato il potere.

Ci fissismo, dunque su piccolezze, su diatribe locali, su liti di quartiere o di rione.

Dimenticando che solo una visione globale, solo due occhi vigili, resi uniti e resi gemelli, possono allertarci di fronte al vero male.

Perché in questo testo, il pericolo non è il crollo di un governo, di Paladin o la vittoria dei ribelli che vogliono che la magia torni libera.

Il pericolo è chi libererà nelle regioni infere, il potere senza controllo, nato dall’osceno connubio tra aspirazioni umane e sentimenti demoniaci.

E mentre gli insorti combattono un potere che dovrebbe tutelarli,la vera salvezza viene da lontano, nella ritrovata anone tra due diversità apparenti e in realtà compatibili: Siro con la sua curiosità e la sua voglia di sciogliere i nodi.

E Sam con il coraggio indomito che lo rende si eroe coraggioso, ma anche eccessivamente spavaldo.

Sono solo i loro due poteri, uniti a dare la speranza a un mondo minacciato dall’orrore.

Che sia monito per voi ragazzi.

Non vi fate trascinare nelle diatribe populiste.

Nelle dicotomie insulse di oggi, tra litiganti e tra diverse idee.

Il vero male prospera nell’indifferenza, e cresce sottoterra beandosi delle discordie.

Solo l’unione è in grado di salvarci dal disastro.