“Nandera. Il ragazzo della profezia” di Pierluigi Cuccitto, Apollo Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La domanda che mi faccio più spesso ultimamente è la seguente: dov’è finita la fantasia?

Dove sono andati i sogni e l’immaginazione?

E’ vera la profezia che prospettava un mondo interamente tecnocratico?

Io, purtroppo, vedo la creatività asservita a un certo tipo di potere.

Che sia politico o del mercato, non importa. Importa come essa sia imbrigliata, sottomessa alla logica che di logica non ha nulla e dominata dalla rapidità e dall’efficienza.

Lo noto nei libri che hanno quest’ossessione di spiegare ogni dettaglio, come se rendere credibile un libro, assumerlo a volto di un realismo che diviene impellente per poter vendere, fosse il mantra che guida e ingabbia la dote dello scrittore.

Credibilità, coerenza, spiegazioni.

La frase che ascolto più spesso è “la magia del tuo mondo la devi spiegare”.

Ma come si fa a spiegare, ossia usare la mente conscia, qualcosa che appartiene a un altro universo e al regno del numinoso?

Come si fa a giustificare l’irriverente distorsione delle regole della fisica, o della geologia, affinché esse risultino rassicuranti per noi uomini?

Ecco la parola che regna in ogni fantasia che perde se stessa: rassicurare. E, invece, quel mondo che scaturisce dall’inconscio tutto è tranne che rassicurante.

Deve sconvolgere, mettere un sorta di lieve ansia ma, sopratutto, affascinare e far riposare la parte razionale del cervello e coccolare un po’ il lato emotivo e istintivo di noi stessi.

So che oggi, in questo mondo in cui la tecnologia uccide il reale, viviamo cercando di dare un senso a tutto.

So che il marketing ha invaso il mondo dell’arte dando la sua forma a quello che è, per natura, caotico.

E so che il caos, dato dalla magia, è per alcuni spaventoso.

Sapete cosa significa magia?

Significa totale rottura delle regole naturali, capacità di un semplice umano di compenetrarle, dominarle e stravolgerle.

E questo senza l’ausilio della scienza considerata fattibile, ma con un impennata di ribelle tentativo di divenire demiurgo del proprio mondo. La magia spezza il consueto e fa irrompere lo straordinario e il bizzarro. Ecco che le rocce possono parlare, che i fiumi scorrono in senso inverso all’abituale, l’acqua sgorga dal nulla, gli animali parlano e i cieli sono amaranto.

Oggi noi stiamo perdendo i momenti belli in cui, le favole, raccontavano di eventi fuori dall’ordinario.

Di streghe che abitavano su strane case con zampe di galline, di bambole che aiutavano l’innocente a superare le prove di una maga pazza.

Di lupi parlanti e di bambine piccolissime che sposeranno delle fate.

Di donne che da vecchie megere divenivano fanciulle dal portamento regale, decise a punire la maleducazione facendo sgorgare dalle laringi rospi e insetti e premiando la bontà facendo, invece, fuoriuscire perle e petali dalla bocca.

E’ vero.

Molte delle favole e dei racconti sono simbolici, sono archetipi per parlare di noi stessi ma…nessuno può negare che, in fondo all’animo, c’è il sogno che il paese delle meraviglie non sia solo un tentativo di rompere la monotonia della nostra limitata visione egocentrica con il non sense e il bizzarre, ma esiste davvero.

Che Peter Pan non sia solo il simbolo della necessità e della pericolosità della fantasia, ma aspetti che ogni bambino sia lasciato solo per cospargerlo di polvere di fate per farlo volare.

Tutti noi, in fondo, di nascosto nei bagni dell’ufficio, dell’università abbiamo un momento in cui vorremmo battere le mani affinché le fate, o la stessa Trilly non muoia.

Efficienza sta divorando tutto.

E Nandera, il sogno reso parola, rischia il tracollo.

Efficienza pensa alla finalità cosciente.

Produce e rende il mercato attivo.

Ma per farlo ingabbia e fa morire di inedia i sogni.

Gli efficenti odiano la magia perché è inspiegabile e non rinchiudile in un preciso modello.

La magia rifugge la scienza e la deride.

La magia si nutre di mistero e ha bisogno che l’ignoto ci parli.

E’ la magia, la fantasia l’unica capace di sostenere l’eroe dopo mille atroci peripezie.

E’ la fantasia e lo straordinario che rendono il dolore solo una componente di un universo in movimento, vivo e benevolo.

Ho sentito molto dire che le atroci prove iniziatiche di un personaggio sono cliché assurdi.

Perché dopo tanti dolori, dopo aver visto abissi e morti atroci, non si esce forti ma lacerati.

Ecco che anche questa convinzione è prodotta da efficienza, che ride beffarda mentre vi rende schiavi del terrore del dolore.

Nandera produce dolori indicibili.

Nandera è scenario di fatti agghiaccianti.

E il protagonista, Joan, non può uscire indenne da tutto questo.

Un percorso iniziatico è solo la sciocchezza pensata da Campbell per giustificare un certo sadismo masochista nei libri.

E’ efficienza che parla.

Perché vedete l’abisso nel mondo della magia e del fantastico è semplicemente il luogo, il rio abajo rio, (Il fiume sotterraneo che da vita alle storie, e anche a noi perchè noi siamo storie da raccontare o raccontate) come direbbe la psicologa Pinkola Estes in cui è possibile osservare le stelle.

L’abisso, lo sprofondo, laddove Ade rapisce Proserpina, è in realtà una grotta dalle stalattiti fulgide di colori, che proiettano arcobaleni cangianti lungo le pareti.

Per chi non si fa dominare da efficienza, il dolore è una porta su altri mondi e altri universi sconosciuti che hanno il nome di anima, te stesso, interiorità.

Per chi non crede nell’utilità immediata di efficienza, la sofferenza e le prove sono solo il modo in cui la divinità ti rapisce a se.

Perché soltanto chi cade può rialzarsi.

Solo chi muore può rinascere, solo chi diviene grano macinato dal mulino della vita, torna a brillare e diviene pane.

Questo voler vivere in un mondo totalmente tecnocratico ci fa aver terrore delle emozioni, oscure e luminose.

Tanto che l’oscurità necessaria la nostro cuore, diviene un nemico, perché efficienza ci dice che, chi è toccato dal segno e dalla lotta con dio, ne viene irrimediabilmente trasformato.

E voi credete in peggio, credete che vi renda squilibrato.

Joan è squilibrato infatti.

Ma nel senso batesoniano del termine: è privo di quello che voi definite equilibrio.

Scusate, che efficienza chiama equilibrio.

Joan trova la magia dentro di se.

Joan parla con linci e Dodi scomparsi.

E’ amico di un mezzo genio.

Vuole divenire, lui orfano e contadino, un re con un suo popolo.

Vuole salvare Nandera.

Si joan è un pazzo.

Ed è la sana pazzia di chi affronta le prove della divinità e diviene diverso, alieno al mondo che gli appare solo un concentrato di vera pazzia.

Perché non sa vedere oltre il proprio naso, perché ha cosi paura della meraviglia dell’incantevole ignoto, che ha bisogno che tutto sia spiegato, sia efficiente.

Sia comprensibile.

Ma la vita sfugge a ogni classificazione.

Essa è magia stessa.

E la vera magia di Joan è in una certa spavalda ribellione.

In una sorta di guasconesca imprudenza.

E’ il coraggio di dire si a un mago e accettare che lo straordinario lo guidi.

Allora efficienza perderà la sua presa sul mondo e tornerà Peter Pan a farci volare.

Un libro che non è soltanto un fantasy, ma una sorta di grido liberatorio per chi come me, considera il sogno l’unica vera realtà possibile.

Dicono tutti che non c’è,

ma io che l’ho visto so dov’è.

Forse non immagini,

ma non è difficile comprendere.

L’hanno lasciato in libertà,

vive lontano;non è qua.

Forse si nasconde in mezzo agli alberi.

Vola veloce su di noi,

fotografare tu non puoi.

Chiede a una farfalla che gli faccia compagnia.

Ti accompagna, mare che ti bagna,

come fosse un temporale;

sale dove vuoi.

Se ci credi forse lo vedrai.

Chi sei?

Dimmi cosa vuoi.

Cosa devi raccontare?

Ci sei?

Dimmi come sei.

Moriremo crescendo.

Chi sei? Dimmi come fai

a girare tutto il mondo.

Ci sei?

Dove volerai solamente con la fantasia?

Enrico Ruggieri

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Di Alessandra Micheli

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“Il tempio dei Mezzosangue. I venti della discordia” di Rob Himmel, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che leggo un libro di Rob Himmel la sua genialità stuzzica il mio senso della realtà.

Mi spiego meglio.

La sua passione per il genere fantasy, la sua volontà di purificarlo che clichè e stereotipi crea una sorta di apertura in un genere altrimenti granitico, liberandolo dalla sua autoreferenzialità, dalla sua autosufficienza e accostandolo al reale.

Il fantasy diviene cosi non mondo auto costruito con sue leggi e sue regole, bastante a se stesso, ma uno specchio convesso in cui si possono riflettere quelle parti della nostra società degne di una severa ma giusta autocritica.

Ecco che i libri epici divengono monito di oggi, le avventure piene di adrenalina e azione divengono modello per gli uomini del nostro tempo,privi forse di elfi e draghi, di demoni e strani esseri primordiali, ma partecipi degli stessi identici drammi.

In fondo, anche noi abbiamo i nostri diavoli, peccato che essi lavorino a Montecitorio e non nell’esercito dell’armata del Drago.

Ma il risultato è lo stesso: conquista, supremazia e disgregazione.

Tutto il senso del libro è contenuto nello strillo sulla cover:

l’unità non è che una fragile tregua dall’egoismo.

Una frase potente, forte, arguta, la base sui cui Rob impianta le storie dei personaggi che animano questo mondo cosi apparentemente distante dal nostro.

Un mondo che rivelerà come gli eroi non sono altro che maschere, in cui ognuno, dietro quella apparente volontà di incidere sul loro tempo, di aderire alla profezia che vuole la salvezza dell’unità, non fa altro che disgregarla portando dentro di se motivazioni diverse, valide se prese una per una, ma inutili di fronte al bene comune.

Quello che amo in Rob, è quel suo cinismo lucido, tipico di noi sognatori, ogni volta che li cerchiamo quei sogni e non essi non si fanno trovare.

O svaniscono all’alba, o li seppelliscono dietro fiumi di parole, atti coraggiosi agli occhi del volgo, ideali e propositi di vendette.

Ogni protagonista ha il suo demone.

Un suo motivo per andare alla ricerca del movimento, quello che partendo da una lontana profezia distribuisce ruoli a destra e manca.

Nella speranza che, nella massa, tra i viaggi, tra i personaggi che si muovono inconsapevoli a volte di essere soltanto pedine, esista chi possa fare da ponte per una nuova era.

Non a caso il titolo suggerisce la terza via: il tempo dei mezzosangue.

Mezzosangue una parola spesso usata con disprezzo, ma che indica il necessario ibrido capace di riunire in se il meglio di ogni razza.

Una razza creata da chi intendeva mettersi in mostra verso il dio originario, chi voleva essere cosi speciale da lasciare dietro di se un modo simile e somigliante.

E ecco che, nel secondo volume, Rob inserisce indizi e lascia aperti di discorsi, mettendo noi lettori in una tesa aspettativa verso il finale che raccoglierà tutte le storie e forse farà emergere il vero trionfatore.

Quel mondo, cosi come il nostro è frutto di un atto creativo.

Ma badate bene, non della fonte di tutto, chiamatelo dio se volete.

Ma delle sue emanazioni, che sentono per la prima volta, qualcosa di umano stuzzicare la loro fantasia: la volontà di avere qualcuno che li veneri cosi tanto da farli competere con dio.

Ecco i i nephilim creatori delle razze, dei mondi, dei grimori e di tutto lo scibile umano.

Peccato però, un particolare: nell’atto costruttivo essi infondono qualcosa di se alle razze, non solo l’essenza più pura, ma anche la loro volontà egoistica di competere con Dio, rendendole, dunque, inclini alla discordia.

Ecco il senso della frase che mi ha colpito: nell’unità ci sono i semi della discordia.

Quando ci uniamo, spesso lo facciamo per il bene supremo, per ristabilire il patto tra noi e l’universo, per venerare una creazione di cui ci sentiamo parte.

Lo facciamo per tutelare i nostri interessi, per riparare i torti apparenti, finanche rischiando di aprire gli abissi, senza immaginare le conseguenze.

Lo facciamo perché una profezia ci ha isolato dalla massa e convinti di essere speciali.

Lo facciamo per rispondere a ordini di sapienti che, non sapendo prevenire davvero il male, lo eliminano. Come se tagliare l’erbaccia sia la vera soluzione.

Pochi si incamminano con la necessaria inconsapevolezza verso il destino come Balderk.

Che deve svegliarsi e imparare la sua vera origine e persino decidere di accettarla.

E cosi ancora una volta come nel racconto del vecchio marinaio di Coleridge, sarà chi privo della finalità cosciente affronterà o il mostro marino e la sua colpa, o la buia foresta dell’inconsapevolezza.

Non sappia la tua destra cosa fa la tua sinistra, ci rende davvero eroi.

E cosi anche oggi vediamo un unità baluardo di interessi personali.

E mentre leggiamo rapiti dall’arte di Rob forse impareremo a osservare il nostro di mondo.

Perché il senso ultimo del libro, non è fa fuggire il lettore verso altri mondi, rinnegando il proprio, non è il mezzo per sfuggire dalle nostre responsabilità, ma affrontarla, decisi e pieni di volontà.

Io non amo molto il fantasy, ma leggere Rob è per me è sempre un dono inestimabile.

Non c’è stato un suo libro che non mi ha scatenato riflessioni su me, sul mio mondo, sul mondo in cui mi trovo a vivere.

Ecco che autori cosi li dovreste tenere vicino non al cuore, ma proprio alla coscienza.

“Il trono del narratore” di Paolo Fumagalli, Edikit editore. A cura di Alessandra Micheli

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Nella mia sofferta tesi di laurea sostenevo il seguente assunto ontologico: ogni mito, ogni storia, ogni leggenda, ogni nostra costruzione mentale non faceva altro che rispondere a suo modo, all’eterno e misterioso enigma della sfinge cos’è l’uomo?

E lo sostengo tutt’oggi anche ora che sto scrivendo la recensione del talentuoso Fumagalli.

E sapete perché lo ritengo importate questo quesito?

Perché la risposta considerata dai più un mero esercizio di evasione filosofica riservato ai radical chic, rappresenta il sistema migliore per affrontare i problemi relatici ai contatti tra i singoli partecipanti alla società.

Significa dare una definizione certa e pertinente alla definizione essere umano.

Nelle storie, infatti, non entra soltanto la componente immaginativa della personalità umana.

Non si tratta solo di mezzi con cui annullare la noia.

Sono delle vere e proprie definizioni di cosa si ritiene umano, quali valori costituiscono questo strano e mortale essere e quali possono ambire a a divenire parte delle premesse valoriali del proprio ordinamento sociale.

Tutti questi elementi li ritroviamo nel testo di Fumagalli.

Il trono del narratore, non è solo un bellissimo fantasy, dallo stile narrativo soave e incantato.

Assume una vera e propria funzione sociale che viene usata per reiterare e legittimare i valori che reggono una o l’altra società, per dare vita a nuove divinità e sopratutto per far si che l’ordinario non divenga mondo stantio ma si arricchisca, sempre grazie allo straordinario.

Sono questi valori, queste premesse, queste storie che divengono una volta raccontate grazie alla meravigliosa tecnica della narrazione, parte stessa del carattere di quanti parteciperanno a questo strano e meraviglioso rito.

Ecco che le risposte che ci forniscono le storie, sia alla nascita dello stato, sia alla consacrazione di pochi al ruolo di eroi, sia alla creazione dell’ordine sociale, diventano anche parzialmente irreversibili.

Le storie auto convalidano il nostro costrutto mentale.

Le storie rendono il reale reale.

Le storie contengono sia elementi di stabilità sia elementi di magia.

Le storie e i miti, divengono il mezzo con cui concepiamo la vita di ogni giorno.

Il bardo, dunque, diviene non solo menestrello ma anche e sopratutto demiurgo.

E sopratutto, compiono l’unica vera incredibile metamorfosi utile a questa società distratta: ricompongono la cesura tra mente e natura, tra ragione e emozione producendo una consapevolezza costante di un mondo che non è affatto diviso in “cogito ergo sum” penso dunque sono, ma è totalità, composta da singole e indispensabilità unità.

Ecco che con le storie raccontate di fronte al fuoco, nelle notti di inverno, o assisi sul trono del narratore, ci si sente parti di un qualcosa di interconnesso.

E ancora.

Nei racconti si assiste alla commedia umana da una posizione privilegiata; rendendo più facile l’osservazione di elementi presenti in seno alla società, all’uomo e ai suoi rapporti conflittuali.

Ecco che, le favole ce lo insegnano, si individuano tramite il linguaggio simbolico le problematiche in seno alla nostra costituzione statale e ci rendono capaci e sopratutto doverosi, di apportare modifiche laddove la comunicazione tra le parti, razionale e irrazionale, crea squilibri.

Nei racconti proposti da Fumagalli, quindi, esistono anche gli avvertimenti della devianza data dal denaro, dal potere, dall’appropriazione indebita, dalla mancanza di rispetto verso la divinità.

E evidenzia la necessità di un contatto con quella parte più oscura, più nascosta che si annida nelle foreste, fonte di energia come di brutalità.

E rispettare l’oscurità come la luce, significa semplicemente essere responsabili di fronte al mondo e alla sua parte nascosta: la faccia oscura della luna ha bisogno dello stesso rispetto che riserviamo al sole.

Credo che l’esaltazione della narrazione espressa nelle narrazioni, sopratutto orali, sia dunque il modo in cui Paolo risponde a suo modo al quesito della sfinge e lo fa con parole che, mai come oggi rivestono notevole importanza:

Ho dovuto accettare l’idea di aver perso per sempre la possibilità di diventare una fata o una ninfa e rassegnarmi a un’esistenza normale. È proprio per questo che ho evitato di diventare una contadina o una cucitrice e ho scelto una vita molto diversa. I viaggi che compio e le storie che posso leggere nei tarocchi sono modi per non sentirmi troppo ordinaria, per mantenere viva la fantasia e superare l’amarezza per ciò che ho perduto.»

questo perché noi abbiamo paura della fantasia, considerata il sommo atto di ribellione e cerchiamo come uno dei protagonisti il monaco guerriero Adalberto di rendere il nostro mondo:

piatto, sicuro e ordinato come per anni avevo cercato di renderlo a colpi di mazza ferrata, e devo ammettere che non è affatto bello quanto avevo immaginato…

Questo testo, oltre che far viaggiare la mente oltre i confini ristretti della nostra carnalità, ci ricorda come fa parte della natura umana apprendere non solo dettagli reali ma anche filosofie inconsce, capaci di rendere reali le nostre maschere, e assumere la forma e le caratteristiche che la nostra cultura ci impone.

Ecco che i miti, le filosofie, le costruzioni sociali in cui la nostra vita è immersa, acquistano credibilità via via che diventano parte di noi.

Il libro ci ricorda che è verso questi miti, verso queste attribuzioni di significato, che siamo responsabili poiché questi forgiano il nostro futuro.

Tutti noi, in particolare filosofi ed sopratutto gli scrittori, narratori, menestrelli e bardi, divengono responsabili verso le risposte che essi danno all’enigma della sfinge:

Che cos’è l’uomo che Tu te ne curi? Perché l’hai fatto un po’ inferiore agli angeli e l’hai coronato di onore e di gloria..”.

E ora sedetevi voi sul trono del narratore e provate a raccontare la vostra di storia, magari modificando il vostro finale…

“Creature oscure. Il dio drago” di Francesco Lombardelli. A cura di Alessandra Micheli

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Come sa chi oramai mi conosce e mi segue ritengo l’antesignano del fantasy il mito e la leggenda e quei racconti folcloristici che oggi noi snobbiamo come vetusti.

Eppure è grazie a Cu Chulainn, a Arth Fawr (lArtù gallese) o al buon vecchio Talisien o alla mitica Caladvwlch la spada capace di intagliare la roccia, simbolo di regalità nell’Irlanda dei sogni e degli incanti se oggi, possiamo vantare una miriade di trame che ci trasportano in reami incantati.

Lo stesso Tolkien e la stessa Bradley non hanno fatto che rimestare nel calderone ribollente della tradizione per prendere a prestito idee che hanno colorato con le tinte brillanti della loro originalità, nata in seno al tempo che scorre, alle esperienze e alla peculiare visione del potere e della cavalleria eroica.

Ed è grazie al saggio di Campbell se oggi, questo percorso affascinante che rende l’uomo, da semplice pedina di un dio beffardo, in un vero e proprio protettore di arcani e eterni valori, quelli che lo stesso sant’Agostino chiamerà verità eterne.

Il fantasy, dunque, diviene non solo narrazione capace di trascendere le idiosincrasie del tempo attuale, di una società che mano a mano, complice i secoli gettanti più ombre e luci, diviene sempre meno capace di badare a se stessa, ma è percorso evolutivo, introspezione psicologica atta a farci affrontare mostri e demoni, nemici e meraviglie promettendoci l’eternità dell’azione eroica, celebrata, appunto dai canti dei trovatori.

Ogni fantasy è quel tentativo di dare voce al miglior istinto umano, quello di interagire con il mondo senza esserne sottomesso e senza subirlo.

Ogni eroe del fantasy, brillante, furbo, astuto, disperato o inconsapevole diviene il simbolo della capacità dell’uomo di sfuggire alla sua terrena e materiale mortalità, divenendo appunto eroe.

E’ in questo percorso scosceso, irto di pericoli ma anche ricco di insegnamenti, che si nasconde il segreto di questo genere, che ancor oggi celebra l’unione del conosciuto e dell’arcano, della carnalità con la gnosi capace di elevarci a semidio.

Cosi come i personaggi delle saghe irlandesi e gallesi, gli stessi protagonisti dei moderni racconti epici (perchè il fantasy non è altro che un racconto epico) sono coloro che spianano la strada all’uomo qualunque che diviene persona, unica e irripetibile.

E per divenire eroi di cosa si ha davvero bisogno?

Di una spada direte voi.

Di avventure e misteri.

Di una dama a cui elargire i pensieri dai più pudici ai meno leciti.

Di mostri e prodigi?

No.

Dell’oscurità.

Non esiste eroe che non si trovi a combattere oscure creature, nate nei meandri dei peggiori sogni e non si trovi a combattere con divinità infere.

Lombardelli, questo canone lo rispetta appieno, donando al suo “eroe” o al suo proto-eroe un rivale degno di questo nome, ma sopratutto ricco di innumerevoli sfaccettature simboliche.

Cosa si troverà, dunque a combattere?

Ebbene si..il drago!

Creatura che funestava i miei sogni di bimba, con il suo alito di fuoco e le sue scaglie di volta in volta argentee o dorate, diviene qua il prototipo di ogni prova che il prode DEVE poter superare.

Il drago è simbolo del potere regale ad esempio.

E tutti voi sapete che la regalità non è soltanto vista come impegno ma anche come legittimazione di ogni azione umana.

Io posso essere il re scelto dal popolo o da qualche arcana autorità e essere, pertanto libero di compere ogni misfatto nell’ottica macchiavelliana del fine giustifica i mezzi.

E in questo libro, assolutisti in cerca di gloria e di guadagno ne troverete, tanto che ad un tratto il fantasy virerà verso una lieve ma non meno intrigante, fantascienza distopica.

In un mondo del tutto modificato da atti scellerati e irresponsabili, l’uomo tenta di tornare a primeggiare su una natura divenuta nuovamente, come nella preistoria, ostile usando l’intelligenza scientifica.

Esprimenti e volontà di possesso e di sopraffazione guideranno le intelligenze perdute di alcuni soggetti, preposti in realtà alla conservazione della vita umana.

Il fine giustifica i mezzi qua regna sovrano sbeffeggiando e irridendo i pochi idealisti che aborriranno tali scelte.

Ma altresì, il drago è anche la figura collegata al ciclo della rinascita.

E ci insegna che per rinascere, bisogna morire.

Bisogna che l’io cosciente si sfaldi per dare la luce alle più remote capacità, misconosciute e allontanate con timore da tutti noi.

Ma è in quel lato oscuro, privato delle scorie, nel riallacciare i fili della nostra esperienza umana anche laddove essi siano stati intessuti da signora sofferenza, che possiamo trasformare l’impulso più pericoloso in elemento positivo.

La rabbia di Ferdinand può essere trasformata in volontà di giustizia.

Il suo dolore, in compassione.

Ed è quell’empatia, cioè il sentire la pena dentro di se non più come punizione ma come dono, che lo rende e ci rende immuni dalle seduzioni del potere.

Il drago è la speranza che dal caos possa scaturire una nuova creazione, forse più equa, forse meno elitaria.

E’ la consapevolezza che il lato oscuro, va semplicemente analizzato, spezzettato e ricomposto in una nuova forma.

Accanto a un linguaggio moderno che non stona con l’idea classica del percorso dell’eroe, Lombardelli da alla luce un tema antico e spesso troppo pieno di ragnatele, in una nuova forma, più vicina alle nostre esigenze moderne, più comprensibile attraverso la ricerca del significato immediato privo e scevro da ridondanze moraleggianti.

Eppure, essa, l’etica, brilla con una maestosa semplicità e la si assorbe durante la lettura non priva di risate per la grottesca e tenera comicità di quei personaggi capitati per caso in un mondo fatto di gloria e onori:

La verità è che un eroe è colui che sceglie di essere la versione migliore di sé stesso.

E questo significa che tutti noi, anche se ci sentiamo cosi goffi come un albatros disceso sulla terra, siamo in realtà capaci di meraviglie più grandi di quelle effettuate da Ferdinand:

La verità è che se ci fossero più eroi non ci sarebbe più bisogno di cambiare il Mondo.

E forse è ora che anche una semplice lettura di svago, piacevole divertente, possa accendere dentro di noi una piccola scintilla.

E con in mano Durlindana, Excalibur o anche un semplice bastone di faggio, possiamo andare incontro la nostro personale drago.

 

“Daanan. Il coraggio degli uomini” di Jordan River, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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N.B. La mia recensione riguarda il significato dei due volumi di Jordan River, perfettamente complementari e conseguenziali. Il suo discorso narrativo non può essere disgiunto, ma si snoda attraverso entrambi i testi. pertanto non è possibile una lettura esaustiva e coerente che non contempli l’approccio conoscitivo di entrambi i testi. 

Detto in parole povere ve li dovete legge tutti e due

*************

 

Mentre riflettevo sul taglio da dare alla recensione del secondo volume di Jordan River, mi risuonava nella testa la canzone di Luigi Tenco, “Ragazzo mio” nella ribelle versione di Ivano Fossati, e quella più adrenalinica di Loredana Bertè.

La conoscete?

Dovreste.

Il testo sembra scritto oggi, un inno alla vita, un invito a non perdere i nostri sogni, ma anche un vademecum di azione politica.

Sapete come la penso.

La politica non è solo il voto, i referendum, le coalizioni, le liti tra partiti e la gestione pratica del potere legislativo e esecutivo.

La politica è la polis.

E’ il mondo che andiamo a creare, anzi l’ordine che a quella creazione daremo.

E senza l’etica, ossia una mappa di valori eterni con cui orientare il nostro cammino, possiamo solo essere vittime di un elemento che da positivo, si mostrerà a noi indifesi, come un mostro tentacolare.

Molti filosofi con i loro scritti dotti, colti, situati in polverose biblioteche, hanno dato il loro contributo, sicuramente più autorevoli della controversa Bertè.

Parlo di Machiavelli, con il suo Principe.

Molto concreto deciso a fissare, come unica etica, la famosa frase del il fine che giustifica i mezzi.

Per contro, altri si sono ribellati a questa visione proto nichilista e hanno controbattuto, sognando L’impero perfetto.

So che già vi state annoiando, ma seguitemi ancora un po’ e arriveremo al cuore di Daanan.

Parlo ovviamente di grandi autori, forse meno conosciuti o considerati rispetto al Machiavelli, ma sicuramente per noi filosofi idealisti, molto più interessanti.

Avete mai sentito parlare di Tommaso moro?

Scrisse un trattato chiamato Utopia.

In realtà il titolo originale è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), e noi studiosi abbiamo sintetizzato usando l’ultima parola.

In questo sogno a me tanto caro, viene descritto un viaggio immaginario di un certo Raffaele in una fittizia isola repubblica, abitata da una società ideale.

Tutto ispirato dal suo più lontano maestro, un certo Platone con la sua Repubblica.

Moro fu consapevole di inserire delle speranze vane forse, in un dotto trattato, ma altresì consapevole che da qualche parte bisognava iniziare, e non era male come idea cominciare “influenzando” i sogni e l’interpretazione del reale.

Insomma dare al pensiero un’altra alternativa.

Al pari di Moro, abbiamo Tommaso Campanella (sarà il nome Tommaso a ispirare certi immensi libri?) con la sua città del sole. Opera prettamente filosofica, a dir poco fantastica, anch’essa puntava il suo obiettivo nell’istillare ai suoi lettori, oggi come ieri, l’idea che al posto del fine giustifica i mezzi, fosse possibile un’altra concezione del potere.

Sorge nell’alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte […] dentro vi sono tutte l’arti, e l’inventori loro, e li diversi modi, come s’usano in diverse regioni del mondo.»

Tommaso Campanella, La città del Sole, 1602)

E ora arriviamo a rispondere alle vostre domande, già le sento insinuarsi in questo mio silenzio meditabondo, con quel incessante quesito: ma a noi de Campanella e company che ce frega?

Volemo solo legge sto fantasy e sapere se ne vale la pena.

Come sempre risponderò cosi: chi vorrà leggere un libro di evasione puntando sul dato fantastico e immaginario, potrà farlo.

E si vale la pena.

E’ scorrevole e accattivante, pieno di battaglie e di orrendi mostri da combattere, con i suoi eroi e le sue regine tenebrose.

Ma non credo che River sia venuto da me per questo.

Credo che chi arrivi nel mio modesto blog abbia bisogno di avere al suo servizio, un’occhiata più profonda ed è per questo che azzardo (azzardo?) ok azzardo….Daanan appartiene con ogni onore e gloria al filone della narrativa fantastica con un fine educativo e politico.

Politico nel senso sopra descritto di polis.

Jordan sa, quanto sia importante rispolverare i valori e dare ai giovani ma anche a noi anziani degli ideali meno macchiati, meno marci, perché anche nella nostra terra, come in Daanan un giorno possa sorgere un capo in grado di portare ordine nel caos.

La terra desolata, antico archetipo mai oggi cosi attuale, è stata devastata dall’incapacità di uomini e razze di convivere, portando essa stessa, sull’orlo dell’abisso.

E un abisso a ricordare tale stupidità esiste ed una cattedrale, memento mori di quelle scelleratezze. Ma al tempo stesso non è solo ricordo di orrori, ma anche paladino in grado di controllare l’effetto di tale abisso e al tempo stesso paladino, in grado svegliarsi e agire qualora…i valori impersonati del Re, unico autentico collante dell’impero, potrebbero rinsecchire.

Aeron Prime è il salvatore, il guerriero arturiano corso in aiuto della sua gente nel momento più oscuro.

Ha dimostrato come dal caos può nascere la vita.

Ha impedito che l’esistenza stessa, crollasse miseramente su di se.

Ma, esiste un ma.

I suoi valori di un tempo, con il passare degli anni e complice una certa pigrizia, si sono stati affievoliti, mostrando l’altro lato del potere, quello ghignante e pericoloso.

Cosa fare?

Serve un simbolo per impedire l’intorpidimento del lassismo che può invadere ogni anfratto dell’impero.

Noi ne sappiamo qualcosa.

Solo che non abbiamo un Re Cervo a rappresentare e incorporare dentro di se, ogni archetipo positivo del famigerato potere.

Il re Cervo è il protettore delle foreste.

E’ la fecondità che dalla distruzione riporta la vita in primavera.

E’ colui che combatte e viene acclamato dal popolo dei cervi, e di quel popolo si fa voce.

Barrisce.

Ma al momento in cui invecchia e non riesce più a garantire stabilità, giustizia e prosperità, si fa da parte, per permettere al nuovo Re di contrastare i demoni che sono sempre in agguato.

Aeron non è altro che il vecchio re che deve cedere il posto al nuovo re, perché il sogno è più importante del sognatore.

Quando poi il guerriero ha dovuto cedere il posto al politico e al diplomatico, il suo sogno iniziale si è infranto

E sapete cosa ci ricorda Jordan?

Le basi della nostra vita, dello stato, della società e di noi stessi: cooperazione e empatia.

Ci ricorda che non basta solo il coraggio di rialzare la testa quando la tenebra ci invade la mente.

Ci ricorda che dopo è necessaria la sana follia, il coraggio spregiudicato, è necessario tenerselo stretto tra le mani quel sogno, affinché forgi il destino.

Non basta creare uno stato, un impero per poter acquietare ogni forza in grado di minacciarci.

Serve costante e continua consapevolezza, in grado di convincerci di di non essere altro che servitori del popolo.

E non farsi invischiare nel lato marcio della politica.

E Aeron lo ha dimenticato.

Mentre Placida procedeva, Sirio si chiese una volta di più se l’Impero fosse la realizzazione del progetto iniziale di Aeon, o se si fosse perso qualcosa per strada. Freschezza, idee, spirito : erano riusciti veramente a unificare gli Uomini come avevano desiderato ? Possibile che la presunta ribellione dei territori nordici fosse una conseguenza di un piano andato per il verso sbagliato ?

Ci penserà il Re Cervo a ricordarlo:

Il sapere non dà il potere. Il sapere dà la possibilità a chi lo possiede di scegliere che uso fare di questo sapere. Usarlo per il bene comune, sfruttarlo per il proprio egoistico tornaconto : scegliere, questa è l’essenza.

Vedete quando l’ideale si affievolisce, c’è davvero bisogno di un simbolo, un archetipo che ci ricordi per cosa davvero si è lottato.

E non è sicuramente per una poltrona, o per un appellativo accanto al nome: imperatore, senatore, onorevole commendatore.

No, si è lottato per la vita:

l’Impero si sta trasformando in un’oscura copia della società del tempo che fu. La stessa che ha portato quasi alla distruzione il mondo che ancora abitiamo. Ciò che sarebbe stata una splendida opportunità ha ceduto all’abitudine, l’abitudine inveterata dell’Uomo prono all’arroganza e alla prevaricazione. La corruzione serpeggia, senatore, l’Imperatore non ha più il controllo della situazione.

Vi ricorda qualcosa?

Non so, noi per esempio?

Il potere è qualcosa che va considerato con molta attenzione. Quando viene afferrato con la forza, sovente, e spesso con altrettanta forza, viene strappato dalle mani di chi lo ha bramato. Viceversa, quando esso viene affidato, si deposita docilmente tra mani che trova confortevoli, al riparo dai tentativi esterni, che percepisce ora come minacce.

Parole che non stonerebbero in Moro o Campanella e che invece, sono le parole di un uomo che non ci sta a veder rovinato il sogno di uno stato capace di garantire soddisfazione di bisogni primari, ma anche la possibilità della libera espressione di quella creatura mitologica chiamata uomo.

Che vorrebbe che al pari di Danaan, anche la nostra società risorgesse dalle ceneri.

Che anche noi rinascessimo diversi e più responsabili.

E se non possiamo avere ne il re Cervo, ne Aeron, ne il giovane cervo Laris, possiamo sempre avere noi stessi.

Decisi a non mollare mai.

E stringere forte tra le mani I nostri sogni

Ragazzo mio, un giorno ti diranno che tuo padre

Aveva per la testa grandi idee, ma in fondo, poi…

Non ha concluso niente

Non devi credere, no, vogliono far di te

Un uomo piccolo, una barca senza vela

Ma tu non credere, no, che appena s’alza il mare

Gli uomini senza idee, per primi vanno a fondo

Ragazzo mio… un giorno i tuoi amici ti diranno

Che basterà trovare un grande amore

E poi voltar le spalle a tutto il mondo

No, no, non credere, no, non metterti a sognare

Lontane isole che non esistono

Non devi credere, ma se vuoi amare l’amore

Tu, …non gli chiedere quello che non può dare

Ragazzo mio, un giorno sentirai dir dalla gente

Che al mondo stanno bene solo quelli che passano la vita a non far niente

No, no, non credere no,

Non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare

Non devi credere, no, no, no non invidiare

Chi vive lottando invano col mondo di domani

“Vanthuku. Il risveglio del draghetto rosso” di Burt O.Z. Wilson. A cura di Alessandra Micheli

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Ultimamente girovagando nel web, trovo più che dialoghi sui libri, invettive contro i libri.

E’ come se il lettore fosse uscito dalla sua soffitta, dove creava con le ombre il mondo immaginario, finendo per entrare dentro il testo come il buon vecchio Bastian e entrato tutto imbrillantinato nel palcoscenico del reality di turno o del talk show di turno.

Complice una certa tendenza dei blogger a conquistarsi consensi non con la sublime arte dello scrivere, ma con il machiavellico intento di stroncare, demolire il testo, in nome di un arte nebulosa o evanescente. Come se l’arte gridasse o avessi bisogno di essere malevola.

E uno dei generi più bersagliati è senza dubbio il fantasy epico.

Nato dalle leggende antiche, erede della Queste du Graal o dei racconti meravigliosi del ciclo arturiano, da maestro di vita e guida etica è divenuto per tutti, una noiosa e poco originale copia del più celeberrimo Tolkien.

A parte la mia incapacità di comprendere cosa, nella volontà del probo scrittore nel ricalcare gli insegnamenti di un grande autore, vi disturbi, inizio con l’affermare che il canovaccio di base sui cui tale genere si impianta, è l’eterno scontro tra bene e male.

E’ nella mentalità dello scrittore, sfaccettata e influenzata dagli accadimenti sociali e politici del tempo, che tale lotta anzi che gli equilibri di tale lotta si modificano.

E’ nell’intendere cosa sia davvero il bene e cosa il male che è insita l’originalità di un autore. E pertanto, scriverà la sua storia, usando le tecniche sdoganate dai notevoli “imbrattacarte” dei secoli e dei tempi passati.

Non capisco perchè, stressiate la mia anima indifesa con le velleità tutte tecniche e tecnocratiche dei manuali, per poi lamentarvi quando esse vengono osannate?

Siccome non siete mai contenti, e forse, la butto li, non siate mai stati autentici lettori (il lettore legge, si fa trasportare, non imbastisce una polemica per il gusto di far udire la sua fastidiosa voce) voglio farvi conoscere un libro che coniuga antico e moderno, in uno stile eccentrico e al tempo stesso conosciuto: Vanthuku.

In questo fantasy le sfumature si confondono mentre l’autore sorride beffardo nel non proporre eroi ma semmai antieroi invasi dalla frustrazione di abitare in un universo con le sue precise regole, incapace però di vivere in armonia con tutte le sue molteplici componenti.

Vi ricorda per caso un società?

Se Vanthuku rappresenta la leggenda, il mitico eden o la mitica Colorado, dominata da uno strano prete Gianni, gli altri ambienti sono in costante ricerca del proprio riscatto.

E lo fanno cercando di contrastare un potere imperiale che risulta vanesio ma totalmente illegittimo, perché non sostenuto, né creduto dal suo stesso popolo. A nulla vale il raggiungimento dei propri bisogni, il passo ulteriore per ogni componente non è quello di aver soddisfatte le necessità primarie, quanto di risultare protagonisti, di mostrare quel lato splendente capace di conquistarsi un posto al sole.

Capiamoci.

Non ci basta più aver raggiunto una civiltà stabile: vogliamo di più e sempre di più.

Vogliamo sfidare le leggi dell’equilibrio e forse essere noi i conquistatori di quel potere che le fa esistere.

E come conquistar tutto quel potere?

Semplicemente sfruttando la forza della leggenda.

E Vanhtuku è, in fondo nato dalla leggenda.

Terra di draghi, antichi predatori ora ridotti a uno stato larvale.

Il risveglio del draghetto simboleggia proprio il risveglio di antiche conoscenze diverse dalla saggezza che regge questo mondo votato al disfacimento, dominato da cicli che noi non conosciamo e che ci risultano totalmente alieni.

E cosi mentre pensiamo di poter dominare il simbolo del drago, il drago si serve di noi per portare una specie di apocalisse, capace di svelare finalmente i veri volti dei protagonisti: predatori offuscati dalla sete di guadagno, traditori in cerca di un riscatto, guerrieri che sfruttano il proprio fascino e altri che cadono vittima dell’antico incantesimo di fascinazione. E un sovrano incapace di reagire perché impegnato, troppi impegnato a ficcare la testa sotto il regal tappeto:

E nessuno che varchi le montagne dovrà sopravvivere per raccontare di Vanthuku. L’accusa è invasione

perché quando la leggenda si scontra con il reale, quando due mondi collimano nessuno dei due sopravvive se l’altro resta in piedi.

Ciò che non esiste sarà creato dagli eventi e molto sarò distrutto

e cosa può mai distruggere il drago?

Hai bisogno del drago per liberarti dalla debolezza umana lascia che strappi ciò che ti lega a loro, l’illusione cederà il passo alla forza

finché certe dimensioni restano nel sogno, ci danno quella forza incredibile di cercarle e cercandole di fornire movimento al mondo, al moto delle stelle e tutto il ciclo può continuare.

Ma quando la dimensione mitica incontra quella reale, i veli si strappano, la magia invade ogni anfratto,ogni cesura di quelle società che, agli occhi dell’eterno, appaiono solo una pallida imitazione della verità.

E l’uomo comprende come il suo assurdo volo di Icaro si infrange al contatto diretto con il sole.

L’uomo ha preteso un potere più grande del suo e l’ha ottenuto…a quale prodigio a quale prezzo. Uno scopo non è mai una conquista certa ma il tuo accanimento l’ha resa tale

E la distruzione è il preludio alla rinascita.

E forse alla fine il risveglio dell’antico potere sarà forse la vera salvezza per questo mondo traballante.

Che non è solo quello di Vanhuku, ma il nostro.

E risvegliare il Caos/Disordine/drago non è che il folle progetto di un mondo che non ha più nulla su cui sognare.

Con uno stile complesso e al tempo stesso scorrevole, dotato di immagini che portano in elevazione il patos, il libro di Oz Wilson è una di quelle lettura per nulla facili e al tempo stesso immediate.

Ogni concetto di deposita sul fondo per poter essere compreso prima dal nostro inconscio sensibile agli archetipi e risultare utile ogni volta che si palesi la necessità di una saggezza immediata, non lucente ma sanguigna.

Un inno alla consapevolezza dell’insensatezza del potere ma…anche un omaggio velato e poetico alla forza salvifica delle distruzione.

Distruzione di un concetto oramai smorto di giustizia e equità, di coraggio, di un concetto di eternità che è invasa, purtroppo, dai putridi effluvi della nostra morte interiore.

La vita eterna spezzata da un concetto assurdo

quale?

La loro morte.

La morte dei simboli è il vero caos rappresentato in questo affresco.

E l’unico vero eroe, anche se contraddittorio, se incomprensibile, se combattuto per troppo tempo, è senza dubbio il Drago dormiente che viene risvegliato da chi è convinto che il simbolo può essere usato.

Può essere sfruttato.

Ma il caso decide per se, ed è il preludio di un nuovo ordine.

Che tipo di ordine saremo noi e deciderlo.

Intanto ognuno di noi risvegliasse dalla Grotta il suo draghetto.

“Archai. Il blu infinito dell’universo” di Letizia Finato. A cura di Alessandra Micheli


Il viaggio dell’eletto è uno degli elementi guida del fantasy.

E’ un arduo percorso di conoscenza del se e delle proprie potenzialità che causa una sorta di morte interiore. In pratica, la vecchia vita dell’eroe viene totalmente distrutta per far nascere un diverso individuo, meno ancorato alle consuetudini e alle tradizioni sociali e più vicino all’anima del mondo.

Il prescelto, però, non è un uomo nuovo.

E’ sopratutto un innovatore, un precursore e un riformatore sociale che come un novello Artù porta ordine nel caos di una terra inaridita, funestate da lotte fratricide.

Archai segue il canone classico ma lo innova, ponendo come redentore una figura femminile.

E non è un elemento da poco.

In psicologia le due energie paragonabili allo ying e allo yang hanno valenze e potenzialità opposte, ognuno portatore di un determinato modus operandi che serve non solo alla società descritta dal testo, ma sopratutto alla collettività in cui il testo vede la luce.

E Letizia Finato è donna dei nostri gironi e sa quanto oggi la società improntata a un maschio dominio, a una stratificazione societaria netta e poco portata all’innovazione, a una corsa sfrontata al possesso, sia nociva e sia giunta al suo limite.

Cosi i suoi mondi immaginari inseriti in una dimensione meno onirica dei fantasy epici, ci raccontano un po’ di noi e di come si può curare la disgregazione in atto.

Ed è per questo che l’eroe è donna, poiché quello che la Finato pone come elemento primario, come valore portante la nuova società è proprio la cura del se.

Quella capacità compassionevole, empatica che permette alla femminilità all’ethos femminile di piangere le altrui lacrime, quella che per educazione l’uomo, il maschio, il guerriero non ha mai potuto versare.

Grazie!» disse Lham in un sussurro, cogliendola di sorpresa.

Il gelo dentro il cuore di Lham sembrò sciogliersi all’improvviso come la neve sotto il sole e, solo in quel mo‐mento, comprese a pieno il profondo significato di quella parola che i Tesay non usavano mai. «Per cosa?» chiese stranita la ragazza, alzando lo sguardo «Non ho fatto nulla …» «Grazie, Heèri, per aver pianto le lacrime che io non sono più in grado di dare.»

Una frase dalla poeticità bellissima ma non è solo per questo che l’ho scelta per rappresentare il libro.

Le lacrime sono un balsamo usato per ricucire i cuori spaccati, distrutti, lacerati, cosi come raccontato nella bellissima fiaba nordica la Donna scheletro.

Qua è un amore diverso, più profondo, più completo che non si basa solo sull’attrazione fisica, o sullo scambio di effusioni e di dialogo. Ma cura l’anima, pulendola e disinfettandola con le emozioni più pure, acquee capaci di trascinare via ogni impurità.

Del resto chi meglio dell’elemento può raccontarci il vero uomo liberato dalle pastoie di una materialità asservita ai vizi?

La stessa prescelta è compenetrata da due elementi terra e liquido, come a raccontare la bellezza intense dell’emozione non lasciata a briglia sciolta, ma regolata e riorganizzata da un elemento più reale come appunto la terra.

La terra è madre, ma non una madre soltanto corporea, è un misticismo che si espleta e si arricchisce in questa dimensione, non in una eterea e lontana. E cosi che trovando se stessa, e diventando immagine del cosmo, quello vero non quello partorito dalle religioni maschiliste, diventa la vera Maat egizia, quella figura “femminile” che rappresenta il vero ordine cosmico.

Pertanto la ricerca del creatore dei mondi, tutti collegati, tutti appartenenti a questo universo nato da un esplosione di particelle, nato da un sogno o da un ricordo di dio, può portare alla costruzione di un regno di pace senza guerre e contrasti

Ecco che si riuniscono gli elementi imbizzarriti, come molecole impazzite, in un qualcosa che da forma e al tempo stesso sostanza, un elemento di costruzione e non di disgregazione caotica, un mosaico organico, complesso in cui i depositari del sapere arcano sono anche i custodi dell’originario patto con cui gli elementi umani decisero di riunirsi in una compagnie sociale: la sopravvivenza e perché no la ricerca della felicità perché soltanto l’unione porta con se.

Forse gli Archai sono un sogno lontano, inavvicinabile, soffuso. Sono illusione e utopia.

Ma se cosi fosse non svegliatemi.

Voglio continuare a sognare

“Il cuore del gigante” di Marco della Mura. A cura di Vincenzo de Lillo

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Un’avventura fantastica in un mondo millenario, e pericoloso, in cui orchi, nani e altri esseri mitologici cercano di sopravvivere a fatica.


Tra questi c’è Theri la maga, una nana dai capelli scuri e lunghi, custode del Cuore del Gigante, la reliquia più importante dei sacri tesori di Sontaawa.
Theri ha un sogno, entrare nella storia compiendo un’impresa oltre ogni limite: risvegliare il Gigante.


Colui che viveva in quelle terre ai tempi dei loro avi, e della cui esistenza non si sa molto, se non che il corpo giace forse sotto strati di ghiaccio perenne, al di là del mare.


Nelle terre delle Ire Fumanti del nord, oltre il Mare Gelato, territorio dei Bedrag, mostri violenti e sanguinari.

“Un’impresa talmente ardua che non era mai stata nemmeno pensata”

qualcosa che a Theri potrà garantire l’immortalità nella memoria della sua gente.
È questo il suo sogno, per semplice vanità, per la voglia di essere ricordata, per noia forse.


O per tutte e tre le cose.


Ma per fare ciò, dovrà spingersi al limite, senza avere timore di trafugare il Cuore, per poi lanciarsi in una folle spedizione forse suicida, insieme ad un’assortita combriccola, formata dal suo amico Barub, un nano dal pelo rosso; il medorano Kerjlas, figlio di Fot, l’Antico del Fuoco creatore della sua razza dai poteri straordinari; una coppia di orchi e un cantastorie, a cui spetterà il compito di cantare le sue gesta, facendola diventare un mito.


Riuscirà Theri a tenere fede al suo proposito e risvegliare il Gigante?


Il cantastorie Nak, avrà qualcosa da raccontare ai posteri, oppure questa avventura sarà un fallimento tale da meritare soltanto l’oblio?


Ma soprattutto, riusciranno i nostri ad avere la meglio su una natura ostile e selvaggia, dove mostri famelici sono pronti a divorarli?


Lo saprete solo leggendo questa storia di Marco Della Mura, un racconto ben scritto dai contorni mitologici, che ricalca vagamente la saga di Tolkien e che strizza anche un occhio alle storie della mitologia più conosciuta, ricca di Dei, leggende e creature spaventose.

Cos’altro vi posso dire, se non che, se il Fantasy è il vostro cibo, allora avete trovato pane per i vostri denti.

“L’impero dipinto” di Barbara Stefanini. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni persona ha bisogno di qualcosa di più alto di un istinto capace di guidarlo.

Non prendiamoci in giro.

Anche il materialista più intransigente ha una sua forma di venerazione.

Magari son veri i numeri o quel dio dei quanti che permette all’universo di esistere in una forma precisa.

Anche l’ateo più convinto in fondo ha la sua religiosità ed è nell’ideologia che permette il paradiso nella forma del sistema politico tanto sognato, agognato e desiderato, su cui orientare ogni azione possibile.

Animisti, cattolici, pagani, scintoisti, tutti sperano che quel volto onnisciente, imperscrutabile faccia sentire la sua voce nella nostra testa o magari presentarsi come a Giobbe avvolto da una nuova voce tonante a dirci cosa dobbiamo fare e come salvare il profondo legame tra noi e l’altro, tra noi e il cosmo, tra noi e il reale.

Presupponendo sempre che la vita che viviamo sia davvero reale, ma quella è un altra storia.

Ecco che lo scenario che si presenta agli occhi del fedele è simile a un quadro: siamo personaggi di un dipinto o di un mosaico, dove ogni colore si armonizza uno con l’altro.

Un impero sognato e forse mai realizzato.

Perché la divinità beffarda alla prova ci mette sempre.

Ci amano davvero i nostri Dei?

Non so dirlo.

So che per ogni prova noi dobbiamo avere una precisa reazione perché in fondo il dio o gli dei si aspettano da noi un comportamento ineccepibile.

Ma se alla fine il dio si aspetta qualcosa, forse è meno inavvicinabile di quanto pensiamo e molto più vicino alla nostra astrusa umanità.

Ecco che si gioca con il destino, si intersecano azioni e reazioni, si impostano ruoli o compiti precisi affinché il meccanismo si svolga in modo perfetto.

MA…se il dio è la nostra proiezione interiore, alla fine siamo quindi noi a darci quelle regole?

I personaggi dell’impero dipinto sono davvero liberi?

O a forza di accettare il volere altro non fanno che ripetere comportamenti sempre uguali, sempre ligi al dovere.

E se il dovere è una nostra percezione, allora siamo noi a incatenare noi stessi?

Allora la volontà degli dei, quel legame speciale raccontato da Barbara, in fondo, non è che la ripetizione di uno stadio umano infantile, in cui accettare il volere senza farsi domande, solo con fede.

Un po’ come chinare la testa davanti al padre che ti dice di fare o non fare qualcosa, senza però capire l’origine del divieto o dell’invito.

La decisione di essere un pantelico alla fine è una sorta di comunicazione esterna al proprio sé che va a cozzare, come ci dimostra la storia tra Brando e Vittoria con qualcosa di molto più intimo e profondo, come l’incontro e il successivo sentimento di amore. I sogni di una fanciulla vengono sacrificati sull’altare della ragion di stato perché la divina volontà così vuole.

E persino la scelta di partecipare la bene comune è in fondo dovuta e scontata, tanto che alla fine la vera unica libera scelta è appoggiare il male e il senso di vendetta perché proviene dal profondo del sé. L’uomo è un essere imperfetto. Dotato di grandi potenzialità ma anche di una costante e perenna tentazione ad abbracciare l’abisso. Fatti di logica e istinto, di sogno e ragione, siamo strattonati da diverse forze, contro cui dobbiamo lottare per decidere chi davvero siamo.

Eppure è proprio quella lotta costante a farci muovere, a farci cambiare e evolvere.

Credo che alla fine l’abbandono degli dei del regno dipinto sia l’unica vera opportunità per gli uomini, ivi rappresentati in ogni loro lato, benevolo e malevolo, per costruire finalmente una storia propria, senza l’incessante ingombrante fardello della legge divina.

Perché alla fine quello che conta davvero è poter parlare con la nostra coscienza, ed è solo lei a farci distinguere tra bene e male.

Sarà lei a dirci cosa dobbiamo e possiamo ottenere, è dentro il lato più nascosto di noi che si nasconde la fame di fantasia, la sete di creatività e i nostri veri talenti.

Un dio è solo una proiezione di quello che abbiamo dentro.

E quindi dobbiamo crescere.

Anche se questo significa affrontare una delle prove più dure che ci aspettano: lottare con dio, combatterlo persino maledirlo per essere alla fine, da lui benedetti con un nome e una storia nuova.

Credo che l’impero dipinto sia uno splendido affresco sul percorso umano più duro e difficoltoso, quello che portò Giacobbe una notte di luna a lottare fino allo strenuo con una presenza misteriosa, riportando sì una ferita alla gamba, ma con la promessa di un nome nuovo.

E chi ha un nuovo nome è un uomo nuovo.

 

“Yohnna e il baluardo del deserto” di Andreina Grieco. A cura di Alessandra Micheli

 

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Mentre leggevo il libro di Andreina Grieco, nelle mie cuffie  udivo le soavi poesie in musica di Angelo Branduardi.

 Nel suo album incredibile altro e altrove, mise in musica tutti i versi d’amore più belli di ogni parte del mondo.

Abbiamo la dolce Laila che è paragonata al profumo dell’erba, al biancore delle perle, alla morbidezza delle sete preziose di Lahore e all’ebbrezza del vino di Shiraz.

Pur essendo di un diverso e lontano luogo (il Nepal) la canzone ha quella dolcezza zuccherina del dattero, il profumo di spezie lontane che sanno di cannella e fiori di garofano. Quell’effluvio che sa di acqua e deserti, di spazi lontani, incantati che da Damasco fino all’Iran riempiva i miei sogni di bambina. Eh si cari miei.

Sono cresciuta con la favolosa raccolta delle mille e una notte, sognando e sperando fino all’ultimo, che la meravigliosa Shaharazad riuscisse ad addomesticare il livore del malvagio re, con la sua dolce cantilenante voce.

E mi immergevo nelle avventure incantate di Simbad, o della bella persiana, adagiata su morbidi cuscini, irrorata di acque di fiori, petali di rosa che accarezzavano a ogni mio passo, bella  fiera come le loro eroine, regale ma tremenda come una spada, pronta a ferire il cuore del mio spasimante. Immagini di una femminilità passata, per nulla vinta, ma capace di addomesticare la violenza con la fantasia.

Oh dolci sogni di diserti ricchi di geni come il mio Aladin!

 Sogni di oasi e dai bellissimi guerrieri in blu, dagli occhi di ghiaccio.

Di libri magici, di tappeti maestosi e fatati, di dune e montagne, di albe e tramonti di fuoco.

Se oggi per noi l’Arabia è solo guerra e terrorismo, maschilismo sfrenato senza rispetto per il corpo, un tempo le poesie ci ricordano una femmina diversa, anzi una donna completamente aliena dai nostri stereotipi.

 Leggete questo anonimo arabo:

io canto la ragazza dalla pelle scura

 come una quercia la vento lei cammina ondeggiando

 io avido ho bevuto il suo amore a pieni sorsi

finchè non ho sentito il mio cuore farsi acqua

 lei muove i suoi capelli come le piume del pavone

 che scuote le sue Ali

 ma non potrà mail volare

un ragazzo coraggioso oso prenderla di mira

Al cuore lo ha colpito ed a morte lo ha ferito

lo canto la ragazza dalla pelle scura,

come una quercia al vento, cammina ondeggiando.

Un lampo tra le nubi, lo sguardo dei suoi occhi

rischiara all’improvviso il buio della notte.

Le sue guance sono rose nella mano del sultano,

corallo la sua bocca, rosse le sue calde labbra.

La copre un mantello che le sfiora la caviglia,

esile, il suo braccio e una spada sguainata.

La cadenza regolare del suo corpo

è un vascello che naviga sicuro…

Lascia il porto, prende il largo e va…

Come si nota dalle frasi, l’ideale femminile arabo era un misto incredibile tra forza, grazia, acume, sensualità portata da elementi visivi e olfattivi (spesso la pelle profuma di mirra o i capelli sono setosi quasi a sottolineare l’identità sovrannaturale della donna) senza che questo ledi la sua dignità regale.

 La donna è pericolosa perché sa “difendersi” da assalti non graditi e al tempo stesso è porto sicuro per gli affetti e simbolo della stabilità di un anima che vagava persa nei suo sogni.

Come Simbad insegna.

E non a caso la nostra Grieco, accanto a un protagonista Yohnna, erede della scaltrezza di Aladin e Sinbad, esiste una perfetta figura femminile, indomita e forse pazza, capace di mostrarsi di fronte alla divinità del Jinn in tutta la sua fierezza, come la ragazza cantata da Angelo Branduardi, Salima:

 

La donna in piedi davanti a un tavolo di madreperla, fasciata in un haik grigio chiaro che le lasciava scoperto solo il viso, mi accolse a braccia aperte. La strinsi a me con lo slancio di un bambino separato troppo a lungo dalla madre. Notai quanto fossi cresciuto dall’ultima volta: il suo viso, in cui campeggiavano due occhi d’ebano simili ai miei e un naso grosso e aquilino, ora si abbandonava sul mio petto e le mie braccia riuscivano a cingerla per intero.

 

Salima è una donna dai mille segreti, capace di affrontare con ferocia la malvagità e il potere maschile senza mai abbassare la testa, senza mai chiedere perdono, quasi orgogliosa delle sue cicatrici di battaglia:

 

Le guardie entrarono in quella stanza semi-buia. Un sibilo. Una freccia attraversò il mio campo visivo. Una freccia d’oro.

Il dardo andò a spezzare la corda. Un’ anta di un armadio cadde dal soffitto e colpì alla testa tre guardie. Altre due, colte di sorpresa, si ritrovarono un mio coltello dietro la schiena, mentre l’ultima rimasta fu seccata da una freccia lucente comparsa come la precedente da un angolo buio.

«Yohnna!»

Salima uscì dalla penombra coperta da un velo, con l’arco in mano e mi abbracciò forte. Ricambiai fino a sollevarla da terra per un istante.

«Sorella, sei stata magnifica, come diamine hai fatto?»

«Quando i tuoi avversari sono più forti di te non ti resta che superarli in ingegno

 

Come non rivedere in questo racconto dalle mille sfaccettature i miei adorati, amati racconti di infanzia, rinchiusi nel cuore?

Come non ritrovare Shaharazade negli occhi di giaietto di Salima?

I racconti del Baluardo del deserto, non solo ataviche rimembranze, ma incentrano la sua riflessione su un diverso concetto di divinità.  Il folle custode della natura, reso schiavo dalla saggezza del grande Salomone, è in cerca della sua salvezza e perché no, della redenzione, che solo il contatto con l’umano può dare, e che trova nell’ammirazione per un piccolo uomo, una fonte di divertimento ma anche di passione persa nei secoli, passati a fondare e rifondare templi in grado di osannare la grandiosità dell’uomo.

Ecco che non è l’uomo a riverire la divinità, è la divinità che per mezzo dell’uomo sale verso le regioni superiori dello spirito, liberandosi dai suoi peccati. Una divinità che pecca, non ha uno squisito sapore gnostico?

Ed è questa grandezza immeritata, questa non comprensione della meraviglia della materialità, che forse fa impazzire di gelosia le divinità minori: non sono forse gli uomini semplici schiavi?

Eppure esiste un Dio superiore persino al Baluardo, che li ha resi più importanti degli angeli e coronati di gloria e stelle.

Resi padroni dell’universo mentre i suoi Jiin, sue emanazioni,  semplici custodi della bellezza del creato.

E nonostante la pazzia di questi ibridi capaci solo di scannarsi l’uno con l’altro, il Baluardo deve poterli venerare, comprendere, capire e perché no, amare.

E in fondo, nonostante i suoi tentativi spavaldi di sopraffare il piccolo Yhonna, si rende conto che la scaltrezza, i sentimenti, la sua imperfezione ma anche l’orgoglio di essere un fragile essere umano,  lo rendono grandiosamente degno di rispetto.

 

Forse io, col mio discorso, l’ho aiutato ad aggiungere qualcos’altro sul piatto della bilancia: non è più degno di onore chi fa quello che gli pare senza pensare alle conseguenze, ma chi decide di crescere e accettare i propri limiti.

 

 

E sono i limiti lo sprone che ci permette di creare attraverso le nostre storie quei  riti che danno valore e consistenza al passato, creando il presente e invitando alla danza il futuro.

Ecco che attraverso la lettura incantata d un libro che è antico e moderno al tempo stesso, possiamo ricreare il passato di un Arabia diversa, di una Siria regno fatato, di una tradizione che poco ha da spartire con quella oscurantista del post moderno:

’Islam non deve soffrire di questi arcaici terrori perché fu in grado di spezzare questo circolo e insegnò agli arabi a riappropriarsi delle stelle e del tempo per fabbricarsi un presente. L’Islam ha cambiato completamente la relazione del credente col tempo, l’ha arricchita e ha collegato strettamente la sua vita con il movimento delle stelle. L’Islam ha dato ai fedeli l’immortalità in cambio della sottomissione e dava la possibilità di entrare nella storia attraverso la porta principale attraverso la sottomissione del mondo al calendario musulmano. Questa idea ricorre in tutto il Corano. La consapevolezza delle stelle della loro luce che riflette la luminosità dei corpi celesti fu la causa principe della fioritura della matematica dell’astronomia. Comprendere il cosmo  e i movimenti delle stelle significa comprendere le meraviglie create da Allah.  Galileo non sarebbe stato perseguitato nell’Islam perché le scoperte astronomiche non possono minacciarlo la minaccia all’autorità infatti pero viene non dall’esterno ma dall’interno dell’uomo; è l’immaginazione e l’irriducibile sovranità dell’individuo a generare squilibri e caos.

La visione islamica è quella di un cosmo in continuo movimento, la ricchezza della terra e dei cieli appartiene a chi vincola il governo celeste alla traiettoria delle stelle come se queste fossero in grado di dare a loro la saggezza necessaria a gestire le cose umane come specchio della perfezione del cielo. È un’idea antica suggestiva ma che fa comprendere l’immenso patrimonio filosofico e scientifico dell’Islam e non si capisce come mai oggi ci appaia come una religione terroristica oscurantistica, violenta, inconciliabile con la civile Europa. Piuttosto vedo intere generazioni di Arabi allontanati dalle sue conoscenze e dalle autentiche tradizioni ridotti a consumatori di gadget occidentali.

Islam e democrazia

 

E in omaggio al vero patrimonio islamico, quello della venerazione del creato come immagine dell’ordine divino, in onore alla bellissimo concetto di Maat egizia, il libro di Andreina Grieco rende feconde quelle zone oggi distrutte dalla guerra, dall’odio e dalla rigidità mentale, che tanto disonorano la meravigliosa ricchezza dell’antica ricchezza scientifica, quella che portò a osare e a abbracciare il cosmo considerato scrigno di meraviglia.

Questi racconti sono questo, moderni paladini di una civiltà che ha ancora molto da dare e da dire.

Che la Siria come simbolo del mondo arabo, possa rifiorire tra le macerie del suo passato grazie alla genialità di Yohnna, alla follia di Horeb, e alla forza indomita di Salima.

Perché soltanto grazie all’arte del raccontar storie che si rimanda di notte in notte, il giorno della carneficina.

Shaharazad insegna.