“Il fuorilegge della magia nera. Dead man”di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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“Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera. Sembra abbastanza fico, vero? Lo era, fino a quando non mi sono risvegliato mezzo morto in un cassonetto.
Ho detto mezzo morto? Perché intendevo morto al 100%. Non faccio le cose a metà.
Perciò eccomi qui, ancora vivo per una qualche ragione, in un altro giorno assolato a Miami. È un paradiso perfetto, se non fosse che mi sono immischiato in qualcosa di brutto. Ricercato dalla polizia, avvolto dal fetore della magia oscura, con creature dell’Altrove che sbucano da tutte le parti… per non parlare delle gang voodoo haitiane. Credetemi, è tutto molto divertente fino a quando non hai un cane zombie alle calcagna.
Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera… e sono totalmente fottuto.”

Si presenta da solo, questo intrigante libro che mescola fantasy, thriller e horror aggiungendo alla ricetta una buone dose di paranormale.

Originale sotto diversi aspetti, a partire dalla voce narrante, in prima persona.

Il protagonista si rivolge direttamente al lettore con una marcata vena in bilico fra l’ironia il sarcasmo che alleggerisce un’ambientazione cupa e spaventosa.

Il libro ha una duplice proiezione temporale, una rivolta al passato di Cisco, di cui ha perso memoria, l’altra al suo futuro dopo il risveglio. Ma non si può sfuggire alla universale regola logica che necessita di conoscere il passato per vivere il futuro. Cisco è senza passato, o meglio, non lo ricorda; la discesa in ciò che è stato è dolorosa e lacerante, ma necessaria.

Il presente non è roseo: non sa più chi sono gli amici e chi i nemici.

Questo continuo interrogarsi, costruire teorie e supposizioni rischia di far impazzire il protagonista…e i lettore.

È questo uno dei punti di forza della narrazione: la ricerca e la messa in ordine dei pezzi mancanti unita a un senso di disorientamento e sfiducia nei confronti degli altri personaggi.

Ne viene fuori un protagonista estremamente tormentato, al limite della paranoia, sfuggente, arrabbiato e cinico.

Descritto in ogni sua sfaccettatura emerge un personaggio dove il male e il bene coesistono senza stridere.

Magia, riti, spiritismo e animismo: ecco altre colonne portanti del testo.

Ognuno di questi termini ha il suo significato che l’autore spiega in maniera lineare e senza tecnicismi, solo per aiutare il lettore a calarsi in questo mondo parallelo popolato da non vivi e creature soprannaturali.

A questi elementi si mischia però la consueta vena di avidità molto umana e poco soprannaturale, che dà all’intera opera un importante contrappeso reale.

Un libro ben scritto, fluido e scorrevole. Originale nella scelta del soggetto e nella tecnica di narrazione.

Un libro veloce e pieno di adrenalina, dove l’azione occupa la maggior parte dello spazio ma lascia spiragli per le descrizioni dei drammi interiori da affrontare.

Ma l’avventura non è finita.

Cisco Suarez è appena all’inizio del suo cammino dopo il ritorno al mondi dei vivi.

E questa opera spinge senza dubbio a continuare la lettura.

È solo un “ci vediamo”, al quale non resta che aggiungere: “presto”.

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“Alabaster. Guerra I” di Nevis Menegatti, Writeup editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il fantasy è un genere complesso.

Sembra apparentemente semplice trasportare su carta le proprie fantasie, il mondo immaginario che è conservato dentro l’anima di ciascuno.

Perché ognuno di noi ha il suo secret world come lo chiamerebbe Peter Gabriel.

Un universo fatto e cementato da ricordi, esperienze sublimizzate, sogni, desideri e speranze.

E persino terrori atavici o moderni, quelle paure che oggi ci pongono di fronte dei bivi oscuri e bui.

Persino io ho un mondo fantastico chiuso nella mia anima, che fa capolino in ogni mia recensione e di cui vi parlerò in un altro capitolo o in un altra vita.

Ecco che recensire il fantasy, più di ogni altro genere mi dà accesso privilegiato all’anima dell’autore cosicché possa ritrovarlo sorridente ad attendermi al bivio, pronto a tendermi la mano e aiutarmi a attraversarli. Alabaster è uno di questi viaggi che il blog mi permette di fare.

L’inizio è degno dei temi classici: un mistero che la protagonista deve risolvere e che coinvolge non tanto i suoi doni quanto la sua stessa origine.

Deve imparare, come il buon Perceval dei racconti graaliani, a ritrovare se stesso e le sue radici, perché senza la consapevolezza di chi si è, per quale motivo bizzarro siamo finiti su questo piano di realtà, nessuna azione, nessuna felicità terrena è possibile.

Senza riscoprire il nostro vero volto, siamo incompleti, terrorizzati, bloccati in un incubo perenne.

E sono proprio gli incubi ad attraccare alla mente la mente di Eleanor. Una ragazza come tante, una donna in fiore amante dei libri come se essi custodissero le risposte ai suoi normali e assillanti perché.

Quei perché li abbiamo tutti.

Solo che nel caso di Alabaster non sono perché che interessano il suo percorso umano, ma l’intero mondo.

Perché gli eletti, gli eroi, sono solo piccoli simboli del percorso umano di evoluzione o involuzione e riguardano ognuno di noi.

Pensiamo alle storie graaliane.

Esse non erano solo meravigliosi racconti di fate e maghi, di duelli e incanti. Sono vere e proprie allegorie dei temi eterni collegati all’uomo, della perdita di potere, della rottura del patto tra noi e dio e tra noi e il regnante, simbolo dell’ordine eterno.

Alabaster e Eleaonor è lo stesso concetto reso, però, più moderno dalla scrittura talentuosa di Menegatti.

Lo scontro tra licantropi e vampiri, dunque, appare non più come un esigenza narrativa, atta a farci emozionare.

Ma diviene l’archetipo del duello tra le due coscienze umane: la bestialità senza limiti del licantropo.

Si tratta di un concetto espresso anche dal Platone.

Tramite la visione del cavaliere che, incapace di trattenere i focosi destrieri (gli istinti), ne viene travolto, cosi il licantropo libero di esprimere senza un minimo di etica i suoi bisogni primordiali, diviene un elemento disgregatore della società.

Al contrario il vampiro, colui che vive in eterno grazie a una scelta o a un patto scellerato, si priva di ogni emozione umana, fino a divenire eccessivamente controllata eccessivamente freddo.

Non è un caso che il non morto, privo di reali bisogni, di passioni e di sensazioni umane nonché di istinti, deve per forza nutrirsi di sangue.

E’ la linfa vitale è vero, ma contiene in se, i ricordi di una persona, tutto il suo retaggio e quindi, dona al non morto una parvenza di umanità. Due fazioni diverse, estremamente aliene una dall’altra, incapaci di collaborare perché mancanti di un elemento qualsiasi che li colleghi.

Ed ecco che arriva Eleanor.

L’Ibrido, l’incontro tra cielo e terra, tra bisogno terreno e spiritualità, scesa dall’alto per mettere ordine nel caso, come solo la morale, l’etica o il senso del sacro possono.

Ecco che lo strabiliante potere dell’ibrido (di che ibrido si tratta lascio a voi la scoperta) alletta le due fazioni ansiose di ottenerlo non per il bene supremo, ma per dominare uno sull’altro.

E’ cosi che succede anche oggi.

Ogni ideale puro, ogni afflato di eternità, ogni meraviglia discesa direttamente dalla Maat cosmica, diviene terreno di scontro.

Viene usato, viene deprivato del al sua potenza originale perché ucciso dal potere inconsulto senza limiti.

Eleaonor allora dovrà difendersi da questi osceni impulsi atti a distruggere e mai a far rinascere il mondo.

L’ Apocalisse che da voce al libro, in fondo, non è altro che la rivelazione.

La rivelazione di quale sarà lo scenario che Elaanor porterà con se, quali saranno le sue scelte e quale sarà lo schieramento che deciderà di appoggiare.

Io spero sempre per la terza opzione.

Quello dell’armonia.

Con uno stile suadente e mai noioso, Menegatti ci porta attraverso il folclore di ogni tradizione europea arricchendolo con grazie a bravura di elementi moderni, di significati che mai come oggi servono ai lettori, perché bussino alle loro menti annebbiate donando come sarà donata a Elanor la coscienza della propria forza.

Che questa forza porti pace in terra.

O una nuova splendida rivoluzione.

“Before the dawn. Prima dell’alba” di Thom Brannan, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Un tempo il velo tra i due mondi non era per nulla definitivo.

Esistevano momenti in cui si poteva sollevare e passare dall’altra parte, il regno di mezzo.

In quei incantati e oscuri luoghi, l’umano mortale poteva raccogliere i doni del numinoso, ossia la creatività capace di generare le storie e i miti e le leggende che oggi ci appaiono tanto lontane.

Creature dalla folta pelliccia, figure fatte d’ombra che si cibavano di linfa vitale, ma anche ninfe e ondine, geni dei boschi e astuti folletti, convivevano con l’uomo e erano i custodi del patto tra noi e l’originaria fonte divina.

E cosi le creature di sogno e di incubo, la corte seliee e unseliee svolgevano il duplice ruolo di protettori e di distruttori, onde rinnovare, purificare e custodire l’equilibrio naturale.

Una realtà composita celebrata dai tanti libri che fondano oggi, il substrato su cui si costruisce il nostro moderno fantasy o urban fantasy. Cos’è cambiato oggi?

Semplice.

Il patto è stato violato.

Quando la modernità ha bussato alle porte della nostra fantasia ha preteso un tributo atroce: la perdita della fede nel soprannaturale in cambio del progresso scientifico.

Ci sembrava conveniente e cosi abbiamo accettato.

Ma a che prezzo?

La creatività nata nei luoghi ombrosi dell’altro mondo risulta a pezzi, lacerata e sopratutto feroce.

Perché il mondo di mezzo non dialoga più con il nostro.

Si è chiuso e cova una sorta di rivalsa dentro di se, quasi a punire l’umano che da lui si è volontariamente distaccato.

Ecco perché oggi, gli urban fantasy, quelli scritti come dio comanda, raccontano spesso questa lacerazione.

Before the dawn non sfugge la suo compito di “denuncia” e ci racconta una storia romanzata ma che simbolicamente non fa altro che narrarci, con un ritmo incalzante e pieno di colpi di scena il nostro dramma: la parte irrazionale rifiutata, vilipesa cova semplicemente vendetta. Ragione ha divorziato dal sentimento.

E entrambi sono soli fragili e incompleti.

Troppo impegnati a darsi lotta uno con l’altro.

Ed è compito di un manipolo di prodi coraggiosi ristabilire, con difficoltà, l’equilibrio violato.

Prima dell’alba i protagonisti di entrambi i mondi si daranno battaglia. Una battaglia priva di pietà, priva di compassione.

Una battaglia fratricida.

Ma finché non si ristabilirà la comunicazione interrotta tra noi e l’altro mondo, la Centuria non potrà esimersi dal compiere il proprio dovere.

E l’irrazionale irromperà con barbarie nel nostro mondo, creando scompiglio, creando disagio, creando…orrori.

La tranquillità del nostro perfetto ed equilibrato vivere, però, dovrà essere sconvolto dal contatto con l’irrazionale.

Perché senza di esso, nonostante la sua brutale aggressione, la vita sarebbe troppo stantia, troppo limitata, troppo scontata.

In fondo, il protagonista Io, nonostante il pericolo è più vivo e più adrenalinico di tanti tristi personaggi prigionieri di una normalità banale che inaridisce l’animo.

E il nostro animo, ve lo ricordo sempre, è fatto di luce e di stelle.

Come sempre un perfetto libro, di una perfetta Dunwich.

Whiborne & Griffin. Widdershins” di Jordan L. Hawk, Triskell Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Miei adorati lettori.

Permettetemi una breve digressione.

Come ormai ben saprete, io ho un approccio strano ai libri.

Devo entrare dentro i mondi creati, devo familiarizzare con i protagonisti e trovare entro di loro un po di me.

E pertanto, siccome quello descritto è un evento raro, ho scelto l’approccio oggettivo.

Cosa mi fa “innamorare” del testo?

È un insieme di elementi apparentemente strutturali.

Le descrizioni ad esempio.

Sono quelle che iniziano a farmi intravvedere il dipinto.

La psicologia dei personaggi.

Ognuno dei protagonisti incontrati, cosi come le comparse, non erano altro che sfaccettature di un io umano ricco e variegato che, il buon autore, decideva di aggiungere al dipinto.

E poi qualcosa che è impossibile da spiegare se non con una parola: il talento.

E’ la capacità di renderei il mondo nato nella mente, pertanto immaginario e illusorio, credibile.

E riporlo con cura su carta.

E dalla carta per mezzo dell’arcano potere della parola, farlo rivivere.

E trasportare il lettore attraverso i significati che le frasi e i loro simboli possono raccontare.

Ci sono testi apparentemente semplici che, per me, non sono altro che scrigni segreti di cui io solo ho la chiave.

E ridente e un po’ vanitosa la guardo e la rimiro estasiata, finché non mi decido ad aprirlo e balzano con allegria lettere, parole, emozioni, sensazioni e frasi e mi prendono per mano, iniziando un ballo circolare. Un canto hondo come lo chiamerebbe la Pikola Estes.

E dal quel canto ripetuto come un incantesimo, (in-canto appunto) ripetuto nella fertile mente di un’eterna sognatrice, iniziano a manifestarsi i personaggi che contribuiscono a comporre la schiera dei miei amici, quelli che mi accompagnano per strada e che mi strappano un sorriso o una risata nei momenti meno opportuni, mentre la gente mi fissa strana.

O che mi fanno l’occhiolino quando mi annoio o prendono il tè con me e con il mio accompagnatore, fisso messer Cappellaio Matto.

Da oggi avrò nuovi amici con me, Messer Griffin e Messer Whiborne. E la spavalda Chaterine.

Anche ora sono accanto a me e mi sorridono mentre mi accingo a raccontarvi la loro storia.

Vi sembro matta forse?

Ah la meraviglia della sana pazzia!

Percival Whiborne e Griffin Flaeherty, mai persone e più diverse si ritrovano a lavorare accanto, pelle a pelle tanto da far scattare le scintille…ma alt.

So che per molte lettrici la parte migliore e più succosa del libro è sicuramente un amore un po’ inconsueto tra due anime affini ma divise dal genere sessuale.

Ma il libro non è solo questo.

Griffin mi sussurra che ci sono vicina alla verità del loro messaggio.

Cosi mi concentro e tendo l’orecchio verso la loro acuta eppur melodiosa voce.

Prima di tutto mi avvertono di indicarvi il periodo in cui la storia inizia. Fine ottocento, America, New England.

Insomma, la patria della novità, dell’ambizione e del self made man.

O almeno cosi ci narrano le cronache.

Ma è davvero cosi?

E’ l’America la patria migliore, l’oltreoceano laddove ci si possa liberare dalla moralità angosciosa di un vittoriano che cadeva pezzo per pezzo?

La risposta è no.

Widdershins, contea creata da uno strano e ambiguo personaggio, è in realtà una sorta di baluardo del puritanesimo.

Conoscete un po’ la storia di questo stato vero?

Tolti i vestiti pesanti dei padri pellegrini, e indossati quelli dell’uomo che si affacciava nel millennio ricco di promesse, i fondatori, i ricchi, i nobili la crema della crema, un freno all’innovazione assoluta dovevano metterlo.

Per quanto decisi a cavalcarle l’onda del progresso, con omnibus, commercio, allettanti scoperte scientifiche e tecnologiche, non potevano rinunciare alla sicurezza delle concezioni, delle leggende e delle superstizioni del passato.

Vi ricordate per caso il mistero di Sleepy Hollow?

E’ la parabola del progresso che si arrende, inerme, davanti alla comodità di tante tradizioni che di scienza hanno poco.

Sono i deliri soprannaturali che tolgono ai personaggi l’aridità dell’imprenditore, li allontanano dal ruolo di protagonisti scarni e rigidi di una società che si apprestava a diventare capitalista, sicuri e convinti della loro identità.

Culti antichi, vecchie storie di spettri, demoni e di antichi dei…

L’atmosfera del testo ricorderà quella del libro di Arthur Macham, il grande Dio Pan.

E qua a far capolino sotto il substrato dell’apparente normalità, c’è proprio un richiamo a quelli dell’altra parte…

Non vi viene in mente nulla?

E se vi parlassi di grandi antichi?

Ecco che i vagheggiamenti occultistici prendono il posto di quella parte religiosa che all’America manca.

Devota al dio successo, al dio denaro, all’arrivismo sfrenato, alla decisione di creare una nuova opportunità per chi era fuori dalle rigide gerarchie inglesi.

Sapete benissimo che lo spirito capitalistico è nato in seno all’etica protestante.

Se non lo sapete beh leggetevi Max Weber.

E’ proprio, per ironia della sorte, i voler togliere orpelli mistici e spirituali a una religione che doveva solo servire a mostrarsi migliori al mondo e per migliori significa ricchi, che creò una notevole mancanza nell’animo umano.

La conoscenza al servizio della crescita economica e industriale era una conoscenza a metà, che sopprimeva quegli istinti e impulsi atavici dell’uomo a appropriarsi dell’ignoto.

Anzi soffocava proprio quest’istinto.

Pericoloso, reo di condurre al caso e forse…all’anarchia.

Pensate a una conoscenza capace di rendere consapevoli gli uomini della loro diversità e al tempo stesso della loro fondamentale comunione di diritti, non solo di doveri.

Ecco che, specie nell’America nostra, tanto sognata, ma profondamente denigrata da studiosi del calibro di Tocqueville, la cosiddetta mancanza apparente di stratificazione sociale si risolveva in un tutti uguali, quindi nessuno uguale.

L’omologazione diventava lo strumento in mano a pochi, i più furbi, per decidere le sorti del paese ma mantenendo il controllo sociale grazie alla diffusione che, siccome tutti uguali, ognuno con il lavoro, l’iniziativa e la liberà imprenditoria poteva far parte della cerchia benedetta.

Widdeshins smentisce l’assunto culturale americano.

La città è fondata da poche famiglie che la gestiscono a loro piacimento, in attesa dell’occasione giusta per ottenere altri vantaggi.

Chi denaro, chi potere, chi una sorta di riparazione dei torti.

E ognuno di loro legato a una sorta di decoro che serviva da facciata per continuare a essere i migliori, gli esempi, le forze propulsive della società.

Niente caos ma ordine, quello che portava il progresso senza che però la società progredisse davvero.

Del resto primato economico o no, l’America è uno dei paesi più razzisti che esista.

Ne è una prova la fede nel modello WASP, o l’insorgere di terribili società segrete, assai peggiori della massoneria come Skulls and Bones, o il Ku Kluk Klan.

In questo caso, esiste la Fratellanza.

Rispettabilità e superiorità.

E per garantire questi due irreprensibili caratteristiche, bisognava soffocare gli istinti.

Quelli che permettevano al modello di sfaldarsi.

Come immaginare, leggere, sognare, scrivere, osare e persino amare fuori dagli schemi.

Perceval è l’anello debole della catena del potere familiare.

Non è manipolabile, è goffo ma al tempo stesso cosi forte da dire no a un destino tracciato.

Capace di lasciarsi andare, anche se questo cozza contro gli insegnamenti paterni.

E’ l’uomo più coraggioso che abbia mai incontrato.

E ancor più di Edmond Dantes.

Mi scusi Edmond e non arrossire Perceval, lo penso davvero.

Una persona che, nonostante le convezioni è capace di dire no e tracciare la sua personale via di felicità, è a tutti gli effetti un grande eroe.

La sua purezza e persino il suo sentirsi sbagliato lo rendono profondamente umano ma al tempo stesso capace di rappresentate…ognuno di noi.

Immerso nella sua privata rete di legami, di obblighi e di maschere.

Ecco che dall’ambientazione esce un monito, un consiglio o una seduzione: essere se stessi a costo di perdersi.

Perché ciò che si perde è solo una recita, una finzione una terrificante farsa a cui ci hanno costretti da piccoli.

Ma è anche la miglior parabola della purezza che vince il male.

E’ il sacrificio di chi vuole che Widdeshins smetta di essere antioraria o di girare per un verso contrario al sole, ossia alla luce della verità e della compassione, e tornare a splendere e se non eliminare a affrontare con coraggio i suoi demoni.

I demoni presenti in questo libro sono le aberrazioni di istinti asserviti alla volontà di potere senza etica.

E potrei anche definire quelle sue terrificanti e oscene immagini come un ulteriore avvertimento verso un umanità che tenta di sostituirsi all’energia creatrice, senza però avere il suo medesimo rispetto per la vita.

Perché se consideriamo la scienza, la conoscenza, la sperimentazione non un atto che intende omaggiare l’intero cosmo, ma solo un modo per auto esaltarci, creeremo solo abomini.

L’amore esiste in questo libro.

Ma non è solo l’amore tra due persone.

E’ l’amore per il bello, per il giusto, per il sole, per la libertà.

Anche se questo significa accettare signora morte, o il dolore, o la delusione, o gli affronti, le ingiurie.

Perché in fondo la vita è fatta anche di questi orrendi abissi.

E solo il prode, il giusto, il coraggioso dall’abisso sa osservare con ardore e stupore il cielo.

Ora vi saluto.

Griffin e Perceval hanno ancora delle avventure da narrarmi.

 

“Untold” di Sara Rees Brennan, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Eccomi qua a cercare di narrarvi la meraviglia del secondo volume della saga di Sara Rees Brennan.

E sarà arduo rendervi partecipi di quel sogno che voi chiamate libro: Untold è un mondo incantato da visitare, vivere in prima persona e lasciare che la sua malia rapisca.

Come voi ben sapete e se non lo sapete ancora lo apprenderete con giubilo ora, la parte dei libri che amo di più riguarda la strabiliante tecnica letteraria chiamata “descrizioni”.

Sono quelle più del suggerire ma tacere, che mi fanno entrare direttamente nel mondo creato dall’autore: senza la capacità di raccontarmi in parole i suoi sogni, io non mi sento empaticamente coinvolta.

E sottolineo empaticamente: devo ciò sentire scorrere dentro di me, nel sangue, nella corrente adrenalinica delle emozioni le parole, vive e fulgenti come sole, ma anche acuminate come le spine della rosa.

Il libro con la sua forza deve farmi sanguinare il cuore, altrimenti è un libro perso, un libro carino si, un libro perfettamente eseguito a livello fintamente tecnico (o meglio secondo la tecnica moderna di oggi) ma non vivo.

Muto.

Ed è la capacità di creare un’atmosfera, che lo fa parlare.

Io devo respirare il dolore, l’incanto, il mistero come se fosse una nube o un vento che soffia indomito.

E come si fa a respirare un libro?

Con le descrizioni.

Senza, esso risulta silenzioso.

In pratica l’autore non si sforza di impiastricciare i fogli con le sue visioni, lancia frasi a random dicendomi io suggerisco, la storia creala te.

La Brennan quest’arte della parola la maneggia con maestria.

Non suggerisce, racconta.

Non sussurra urla, con tutta la sua forza, perché le immagini nella sua testa sono troppo invadenti e devono trasbordare sul foglio, o sul pc o dove volete voi.

E cosi che si crea l’intera magica impalcatura di Untold.

Leggete.

Lei e Angela si fermarono davanti a casa dei Green, una delle poche abitazioni d’epoca a non essere state costruite in tufo giallo delle Cotswolds, bensì in granito e ardesia. Era un edificio grigio e cadente che pareva tenuto insieme da un intrico di rovi bruni e avvizziti e dalle rose rampicanti che vi crescevano sopra. Lo spaventapasseri dei Green era sbilenco e i suoi guanti gialli imbottiti di paglia sembravano salutarle mestamente.

E leggete questo

Per un attimo non scorse nulla di diverso sul campo, a parte l’incubo di fronte al quale si era trovata poco prima, ma poi sollevò il viso. Uno sciame di nubi stava divorando il cielo grigio-azzurro. Ben presto i nembi si tinsero di rosso e arancione, come se il sole avesse incendiato la distesa celeste.

Ma non era il sole.

Nel terreno ancora intriso di sangue di Hallow’s Field stava prendendo vita un nuovo fuoco. L’odore del fumo li travolse, intenso e quasi dolciastro.

Cioè sono solo io la pazza che nota la forza evocativa di questi brani?

Ovviamente, l’arte di raccontare e di creare mondi non si esaurisce con la magia da demiurgo, ma si alimenta anche di tanti, diversi, significati, poiché la sua fantasticheria ha una motivazione e un fine: quello di svelare i nodi.

Di parlare del tacito, dell’indefinibile di tutto ciò che la nostra radiosa (sono ironica) società ha seppellito in una fossa, privandoci di una forza essenziale per la nostra sanità dell’anima.

La magia.

La Brennan in Untold osa.

Se prima raccontava del segreto che si animava e nutriva le radici di una città archetipica, Mestavalle appunto, dopo aver svelato o mostrato la fossa in cui l’arcano era sepolto e aver responsabilizzato ogni essere vivente sull’uso corretto dei miti, dei simboli e del mistero, ora osa guardare ancora meglio in quella profonda buca nel terreno e sondare appunto, l’indicibile.

Il tabù è svelato: la magia convive con il mondo quotidiano.

Ora, si tratta di prenderne coscienza, intendo in toto, dei suoi lati oscuri come di quelli benevoli e trovare un diverso modo per far convivere due mondi, che volenti o nolenti, si sono trovati a doversi toccare.

Il mondo sovrannaturale e quello “meccanico” o reale, da secoli oramai, complice una certa tendenza alla tecnocrazia, sono rimasti separati.

Fino a che, qualcuno o qualcosa ha deciso di rompere quel velo e di far penetrare le energie dell’uno nell’altro.

Ecco che gli abitanti di Mestavalle riabilitano il patto, spesso tenebroso, con le energie misteriche, o prodigiose, cercandone i benefici e sopportandone, però, il tributo di sangue.

Del resto la magia stessa presuppone i sacrifici; ossia la venerazione più o meno brutale di quella capacità di essere il fulcro sacro di ogni convivenza civile.

Inutile che ci nascondiamo dietro un dito.

Ogni collettività presuppone un sacrificio.

Che sia del proprio io, di una porzione di libertà o della propria forza immaginativa, da che mondo è mondo, qualcosa viene ucciso.

O per meglio dire posto a servizio di un accordo per garantire la sopravvivenza stessa dell’armonia della società.

Il periodo vittoriano, ad esempio, garantiva prosperità e successo a patto che, la poesia e l’irrazionale venisse esautorato delle sue energie, poste al servizio della grandeur inglese.

E cosi Meastavalle.

Per garantire prosperità, sicurezza, protezione, la propria vita, la propria energia vitale viene posta al servizio della costante purificazione del patto.

Sacrificarne uno per educarne cento.

Fino a che, qualcuno, sconvolto dall’abnorme iniquità dello scambio, che si dirige verso la dimostrazione di sottomissione di una parte all’altra, pensa e suggerisce un diverso modo di cooperare: non più dominazione ma condivisione. Io ti fornisco la mia energia magica, e tu la tua fedeltà. Rispetto al sacrificio di sangue mi sembra molto più equo.

Il problema di Mestavalle, però, è di non raccontare mai esplicitamente la sua vera natura.

Fulco di energia, punto focale di movimenti geomantici, bosco da cui ritrovare la propria forza vitale, nonostante la decisione degli stregoni dominatori, resi oramai reggenti e collanti dell’intera compagine, l’aura di mistero nuoce alla nuova apertura.

In sostanza i Lyburn mantenendo la segretezza della natura reale di Mestavalle la rendono…inconsapevole.

Di se e delle proprie potenzialità, della sua natura ma anche del suo passato.

Ed è il non detto, il segreto di Unspoken, che viene reso accessibile da Kami, colei che assurge il vero ruolo di protettrice della sua città.

Kami è molto più forte degli stregoni, pur non avendo in se nessuna stilla di arcano.

Lei è la sorgente, ossia la fonte da cui il nuovo, la nuova certezza prende vita. Kami è l’unica che rivelando il segreto può scavare a mani nude nella buca in cui Mestavalle ha sotterrato le sue origini e portare alla luce… l’indicibile.

Il taciuto.

E quello non è altro che la capacità tutta particolare di una città di essere diversa, di essere una sorta di rifugio o di eden, una città in cui possono convivere in armonia i due mondi.

Ma per farlo è necessario sconfiggere i privilegi e quella convinzione di essere una sorta di potere senza regole, impersonato dalla crudeltà assurda dello stregone nero.

Ecco che l’incantato mondo “fatato” della Brennan diviene anche una sorta di racconto simbolico, laddove il sogno di riunire le energie arcane e quelle terrene si realizza a Mestavalle.

L’indicile può essere prezioso se maneggiato con responsabilità, e forse Kami è il simbolo dell’uomo nuovo che non ha paura dell’arcano, del non detto dello straordinario.

E non avendo paura non è restia a affrontare i suoi tentacolari impulsi oscuri.

Ci sono persone in città che conoscono già i segreti di Mestavalle: persone che non parlano e non agiscono per paura. Ma negare la realtà non servirà a cambiare le cose.

La conoscenza è potere. Sapere la verità è potere: quello che vi sto rivelando è potere, sia per me che per voi.

“La Coscienza di Cain. Il patto” di Contance S. Genesis pubblishing. A cura di Alessandra Micheli

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Fin da quando ero piccola, mi sono sempre interrogata sulle figure presenti nelle antiche scritture.

Ero affascinata dagli angeli e soprattutto dal serpente della Genesi.

Voi direte: ma non potevi giocare come tutte con le barbie e lasciarci in pace con le tue farneticazioni?

Sì, avrei potuto.

Ma non siete stati fortunati, quindi rassegnatevi.

Vedete, il serpente cattivo a me faceva simpatia.

In primo luogo non era cosi cattivo né portatore di menzogna, visto che in quella vicenda di sottomissione ( così appariva ai miei occhi il patto tra Jahvè e Adamo ) era l’unico che diceva la verità.

Andiamo, un albero tacciato di essere una fonte di morte, investito del tabù solo perché un dio isterico e geloso non voleva che noi fossimo capaci di conoscere il bene e il male.

Né la nostra condizione di nudità.

Che non si manifestava cosi umile come tuonava il prete dal pulpito, ma deprecabile forma di dominazione.

Non erano gli schiavi, infatti, che vestivano abiti laceri?

E non erano loro a dover essere nudi, ossia privi di difese davanti al padrone?

Jahvè mentiva.

Adamo ed Eva non sarebbero morti, ma sarebbero divenuti simili a noi, ossia alla congregazione divina del cielo così simile all’Enneade egizia.

Non ci credete?

Mentre agitate crocifissi e chiamate padre Amorth per esorcizzarmi, eccovi il brano incriminato:

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,

ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?».

Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».

Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto

Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».

Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».

Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

Molti si sono scervellati per dare un senso a questo brano e spiegare il male, ma pochi ci sono riusciti in modo convincente.

E stranamente l’unico a propendere per una spiegazione logica fu Sitchin.

Non un esegeta ma uno pseudo scienziato tacciato di follia.

Quindi torniamo al mio amato serpente e seguitemi ancora un po’.

Nella bibbia il male è quindi connesso con la conoscenza o con il coraggio di opporsi a un dio che è tutto fuorché simpatico.

Sto parlando di Jahve perché il suo doppleganger, Elohim è molto più piacevole.

Prendete Caino e Abele.

Caino è uno stronzo eppure un certo dio (a sto punto propendo per Elohim) impedisce a tutti di punirlo per il misfatto commesso.

Come ha ucciso suo fratello eppure ha un marchio protettivo?

E prendiamo Lucifero.

L’angelo portatore di luce, bello da far lacrimare gli occhi, sfida dio.

E lo sfida dicendo scusa eh, perché io che sono tuo pari, una parte di te, dovrei sottomettermi?

E l’angelo ribelle, colui che disse no, precipita nell’oscurità.

E diviene il diavolo.

Altro dato.

Giacobbe stesso si ribella a dio.

Anzi ci fa a botte.

E all’alba viene premiato.

Con un nome nuovo.

E andiamo all’altra leggenda che amo: i Nehpilim i giganti della storia. Leggete, un attimo di attenzione ancora e arriviamo al libro di Constance:

Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero.

Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni».

C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

Quindi metà degli uomini hanno sangue angelico nelle loro vene, ed è merito di questi Figli di Dio che si ribellarono all’ordine divino di non guardare le donne, se noi possediamo conoscenze arcane che esaltano le potenzialità dell’essere umano. Che già era nato e reso capace di splendore dall’infrazione di un tabù. Ora diamogli pure delle conoscenze di alto livello tecnologico.

Non ci siamo ragazzi.

Lucifero è un eroe per molti, al pari di Caino.

I vigilanti o Nehpilim aiutano gli uomini a elevarci e progredire. Giacobbe per crescere dice no al Signore.

Un diluvio minaccia l’umanità ma al tempo stesso qualcuno avverte Noè e fa salvare una parte dell’umanità.

Allora la domanda che io mi facevo e mi faccio da anni è: il male ha una coscienza?

Angeli e demoni sono parti della stessa faccia di dio?

Lo so che a molti sembrerò blasfema, ma se ci riflettere ogni demone della bibbia è reso tale da una ribellione.

E sopratutto senza quella ribellione non si avrebbe la civiltà.

Né un’ anima libera da tabù.

E ora andiamo a libro di Constance.

Perché ci hai fatto sto pippone religioso Ale?

Perché la Coscienza di Cain, oltre l’urban di indubbio talento, ci racconta questa storia segreta.

Abbiamo luce e tenebre.

Queste non sono cosi nette.

Apparentemente forse, ma se leggete bene tra le righe un’ adorabile eresia le pervade.

Già dal titolo.

La coscienza di Cain.

Peccato che sto’ Cain sia un mezzo demone e secondo l’ortodossia il male è privo di anima.

Rafael il sommo cattivo.

Alla fine è cosi affascinato dalla luce che gli è stata tolta da volerla riavere.

Ma non è più un demone del cristianesimo ortodosso, ma quasi quasi un personaggio dell’elaborata cosmologia gnostica.

E se leggiamo il libro alla luce di quello gnosticismo che tanto amo, il libro ci appare meno ingarbugliato e più chiaro.

Siamo noi scintille di luce rapite e custodite dentro uno scrigno.

Ognuno angelo o demone, strappato dalla sua fonte originaria.

Per un atto ribelle necessario affinché la volontà di tornare a brillare sia conquistata e non elargita. Perché è facile essere angeli ma difficile capire il valore d’esserlo. Nehpilim, Adamo, Eva, Giacobbe, Caino tutti hanno sperimentato la caduta come passo necessario alla redenzione. E cosi Cain, abituato al buio è alla costante ricerca del suo benessere, della sua completezza. E Alexandra, imprigionata nel suo potere senza capirlo, subendolo, e non accettando la meraviglia del dono dispensatole.

Perché non sa il suo nome.

Ecco che l’angelo deve divenire demone, come Lucifero diventò il principe delle tenebre perché quella condizione di purezza non va ereditata, per un atto vanesio del dio di turno. Ma va sudata, agognata, odiata, bestemmiata e poi ritrovata.

Cain ha già una sua coscienza sfuocata da stupidi e inutili giustificazioni e alibi. E quando la luce lo tocca, lo purifica, assaggia quello splendore, allora diviene sempre cosi insofferente. Cosi come Alexandra deve vendere la sua anima per poterla apprezzare.

Il vero gnostico è colui che non accetta nulla per fede, ma si impegna a meritarselo tramite un percorso umano di dolore. A volte un cieco che non può vedere, brama assaporare i colori che noi diamo per scontato. Leggere un libro mentre noi passiamo la vita a dileggiarlo. Guardare il cielo che si fa di brace all’orizzonte mentre noi passiamo il tempo a postarlo su instangramm. Un sordo ascolterebbe la musica e piangerebbe sulle note, sentendo il cuore spaccarsi dall’emozione.

Noi ascoltiamo ma non sogniamo.

Per noi la musica è solo uno modo per raggiungere uno status.

Siamo demoni ogni volta che lasciamo che gli impulsi ci sopraffino, perché incapaci e pigri troppo pigri per dire di no.

Ma senza quelle voci, senza le tentazioni, i vincitori non sarebbero saldi sulle convinzioni, e i prodi non sarebbero investiti come cavalieri.

Ecco il senso della coscienza di Cain.

Il male serve per averne coscienza e decidere di sconfiggerlo. Lucifero serve perché ci ricordi la nostalgia di un tempo felice. Lui non è satana, era uno splendente che per comprendere tale splendore ha dovuto perderla quella luce, bramandola cosi tanto da volerla riportare a se. Quella che ha snobbato, o peggio considerato come un fatto scontato.

Ecco perché amo il serpente.

Perché io mi sento più vicina ai cainiti e agli gnostici.

Perché è solo tramite la domanda urlata alla notte, perché l’ho persa! mentre sei pieno di lividi e sangue e la luce ti ferisce, capisci il suo valore.

E sorridi.

Come sorriderà Alexandra quando capirà che l’anima non può venderla. Perché appartiene al benevolo Elohim.

Ma può barattarla per capirne finalmente il valore.

A volte il contratto atroce satanico è il solo unico modo per rimpiangere ciò a cui non si dà valore.

Sono eretica?

Si.

E tanto fiera di esserlo

E fiera di aver letto l’arte della piccola Constance, che nonostante i suoi gotici e lugubri scenari, fa brillare una torcia alla fine della strada. E fa l’occhiolino a chi ha il coraggio di seguirne la scia.

“Unspoken” di Sara Rees Brennan, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Adoro l’urban fantasy.

E’ uno dei generi che a parer mio riescono a trasmettere più emozioni, più significati grazie proprio all’accostamento di mondi apparentemente distanti e alieni.

Il mondo della magia, quello sovrannaturale nelll’urban o nel fantasy contemporaneo non è un territorio esclusivo, riservato a un élite precisa, ma è talmente fuso con il nostro che i veli sono cosi impalpabili che ognuno di noi può scostarli.

Ecco che pezzi del territorio geografico lasciano la loro aurea di materialità per divenire posti di confine, dove è facile passare da una dimensione all’altra.

E spesso gli abitanti del mondo magico vivono e prosperano nel nostro, confondendosi tra le persone cosiddette normali e creando delle comunità particolari, in cui il fantastico e il reale assumono uno i contorni dell’altro.

Questo rende la diversità considerata nel nostro mondo un pernicioso nemico da combattere, cosi reale cosi tangibile da farci quasi abituare, nonostante le resistenze del nostro carattere, all’esistenza di concetti aperti.

Infatti, la nostra anima umana spesso tende a autoconservare il quotidiano quasi cristallizzandolo in un eterna abitudine.

Nessuno spazio per gli atti ribelli se non quelli accettati dalla comunità come piccole innocue trasgressioni.

Ma la trasgressione stessa, in fondo, non è che una costante adesione allo status quo: poiché trasgredire, ossia contestare un idea è applicabile solo se quell’idea la consideri esistente, valida e accettata.

Se io, invece, sono totalmente aliena dalla realtà consueta non trasgredisco, non vado oltre la linea di confine proprio perché non considero la linea né degna di attenzione né reale.

Per me la linea di confine o è illusoria o totalmente spostata in avanti.

O indietro, ma sicuramente non è quella comunemente accettata e che il sistema ci consente di contestare.

Il vero ribelle, l’anticonformista è chi si pone al di fuori delle norme.

Chi non le riconosce come valide, che ha altre percezioni che lo fanno esistere in un piano dimensionale opposto a quello comunemente accettato.

E l’urban fantasy rende il consueto irrisorio, la norma assurda e i livelli dimensionali inesistenti.

O superabili.

Nel libro Unspoken si vive costantemente questa sensazione di alienazione.

Il paese descritto è un polo di attrazione di tutto il weird, di tutto l’assurdo e persino di leggende che diventano storie di ogni giorno.

Tutto perché, in fondo, il paese stesso crede in un universo strutturato diversamente, crede nell’esistenza di streghe e magia e custodisce questa concezione come un qualcosa di sacro che li rende tangibili.

I pensieri in Mestavalle sono azioni e le azioni si fondono con i pensieri. Non c’è confine che separi il mondo animico da quello corporeo, il pleroma dalla creatura, tanto che addirittura il bosco non è solo una radura di alberi con un ecosistema particolare, ma vive respira e “pensa”. Ed è il pensiero che si manifesta in forma, rendendo gli oggetti raccontati appunto dalla nostra fervida mente, qualcosa di tangibile: i mostri leggendari viaggiano tra noi, si siedono sull’autobus, pranzano alla mensa scolastica.

Gli antichi rituali divengono le preghiere costanti e il codice antico, quello che gestiva la relazione tra i soggetti in custodi e leader, è una norma da rispettare.

A tutti i costi, per non incappare in una pena più grande.

Nel momento stesso in cui il patto tra magia e corpo viene meno, o non è tutelato, allora si richiede il sacrificio supremo: quello di forze giovani in grado di nutrire il potere che dà sembianze all’esistenza.

In questo libro, si respira il concetto di Maat egizia: l’ordine del cielo riportato in terra, i luoghi resi vivi e possibili di essere localizzati, fonti sorgenti, alberi o solo edifici con non soltanto una storia da raccontare ma anche con un energia precisa da usare.

Gli abitanti di Mestavalle e sopratutto i custodi del loro patto con il sacro, un sacro che è indefinito, che esce dai canoni etici a cui siamo abituati, senza il rapporto costante con un territorio “consacrato” dall’azione di parole a pensiero sfioriscono, quasi una allegoria dell’uomo di oggi, cosi perso nei meandri della tecnologia, della spavalderia della conquista del progresso (rappresentata dalla città) perdono di vigore sfiorendo come rose d’inverno.

E’ solo tornando all’origine ossia la luogo di confine, alla terra di mezzo, nell’altro mondo, quello creato in terra, trovano di nuovo la loro prosperità.

I due due protagonisti Kami e Jared, come emblemi della nostra psiche quella razionale che ha terrore dell’ignoto e che mal si adatta a concepire emozioni ingigantite dalle potenzialità della mente e l’uomo alienato, incapace di scendere a patti con la propria origine semidivina, quella capace di sottomettere addirittura la natura al loro volere.

E sapete com’è possibile farlo?

Semplicemente usando l’arma dell’empatia.

La magia è infatti una questione di simpatia, intendendo con simpatia non la capacità innata di rendersi graditi agli altri ma:

(sympatheia), parola composta da συν + πάσχω = συμπάσχω, letteralmente “patire insieme”, “provare emozioni con…” La simpatia nasce quando I sentimenti o le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”.

La magia è simpatica quindi non quando fa ridere, ma quando è la parte che influisce sul tutto, e lo può fare se comunque prova una sensazione di profonda condivisione e somiglianza con il tutto.

In Unspoken si avverte un costante e lento senso di estraneità. Si entra in un mondo diverso con leggi tutte sue, con una sua etica che è totalmente differente dall’etica corrente, con propri e particolari riti di fondazione.

E’ un mondo oscuro e al tempo stesso luminoso, un mondo sopratutto condiviso dove, le leggende sussurrate mai sbandierate apertamente, creano una sorta di cupola che separa Mestavalle dall’Inghilterra. Ci troviamo nei pressi di Londra ma al tempo stesso si capisce che il mondo in cui si è introdotto, assomiglia più al magico mondo raccontato dai miti celtici.

Avalon o semplicemente il regno dei faerie, dove il mito diviene visivo, diviene reale, dove il ribaltamento delle leggi fisiche è palpabile. Dove persino Artù, Ginevra e il custode della giustizia e dell’equilibrio Bran il Bendetto sono capaci non solo di influenzare ma di incarnarsi nei nostri personaggi.

Mestavalle è un out parts un mondo a parte, fuori dalle discipline scientifiche e storiche, fuori addirittura dalle leggi newtoniane e più visino alla metafisica dei quantistici.

Leggere Unspoken è come immergersi in acque torbide, profonde, sconosciute ma salvifiche, perché senza quel circuito energetico capace di veicolare anche incanti e magia e non solo logica, noi sfioriamo, come ha rischiato di fare il bel tenebroso Jared.

Amore, e destino, vendette e potere, creano uno scenario da favola. Ma attenzione non sono certo le rassicuranti nenie dei racconti disneyani:

Campane silenti, foreste profonde

C’è un segreto che nessuno diffonde

Valle quieta, acque immote

I Lynburn guardano da colline remote

Mele rosse, grano dorato

Quasi ogni uomo alla vecchiaia è destinato

Ma quando l’uomo incarna la fata, o si nutre del mondo numinoso è eterno.

Un libro splendido, incantato e ammaliante come le antiche note del ballo fatato.

Anteprima. “Cuore di foglia e radici di pietra” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Giuditta Ross è a parer mio una delle migliori penne in circolazione. Capace di creare mondi da sogno popolati da creature mitologiche, quelle che spesso arricchiscono le nostre visioni notturne.

Ecco danzare in un caleidoscopico girotondo fatine, licantropi, streghe, e persino un burbero e inacidito vampiro.

Ma se apparentemente i suoi urban sembrano seguire la scia letteraria moderna, vi informo subito che Giuditta è molto vintage. E’ talmente imbevuta di mito che le sue creature sono molto diverse da quelle a cui ci hanno abituato edulcorati libri fantasy.

Le sue fate “ le fae” sono come la vera tradizione vuole: volubili, capricciose, di una bellezza surreale la stessa che colora le nostre fantasticherei quelle notti lontane di mezz’estate, nel meriggio dorato, come sussurrerebbe la voce soave di Carrol.

E magari vezzeggiati dai latti e dai vezzi dell’adorabile Puck.

Sono l’essenza stessa dell’ecosistema, da lei traggono vigore e a loro donano fecondità, e nuova linfa vitale.

State pur sicuri che laddove tocca il suolo il piede di fata, la natura gorgoglia rigogliosa, e accarezza grata quelle regali appendici.

E proprio perché partecipi di quel ciclo ecologico, esse sono e devono essere suddivise in due coorti distinte e al tempo stesso gemelle: la corte dell’inverno, denominata unseelie e la corte dall’estate, la seelie.

Questi aggettivi non hanno nulla da spartire con la concezione orientale del mondo, ossia divisa in bene e male. Semplicemente sono due colori che partecipano essi stessi a creare il favoloso mosaico composito che noi chiamiamo madre natura.

O i cibernetici chiamano sistema interconnesso di legami, azioni e retroazioni.

Ma sempre quello è

Ecco che scrivere questa recensione, in questo radioso giorno di primavera, con il vento che sussurra complice, diviene un vero atto estatico.

Sono ancora rapita dall’incanto forse un po’ crepuscolare di pietra buia, avvinta dalla bellezza triste del suo Principe Mo, e divertita dallo sprezzante cipiglio ombroso della sua fata, il suo amore l’enigmatico Nair cuordifoglia.

E che dire della effervescente Alice, il collante tra due razze, luminosa e al tempo stesso oscura, promessa di pace tra, non solo le fazioni fatate in lotta nel magico regno, ma anche tra le razze protagoniste di tante leggende che ancoraggi popolano la nostra immaginazione.

E poi c’è lui il burbero Alistair, forse troppo vecchio per questo mondo, ma capace di partecipare al rinnovamento grazie alla magia più grande, quella dell’amore, del sacrifico del se e di ogni parte nascosta del nostro io.

Il mondo dei Fe era in declino.

Non prosperava più.

Forse perché nessuno umano, loro servo (servo nell’accezione etimologica di custode) non donava più le sue energie e i suoi sogni per far crescere l’albero antico, deposito segreto di ogni creazione.

Da sempre, infatti è l’albero a sostenere l’impalcatura dei mondi, unisce il sopra con il sotto, il regno delle idee o della magia con quello della realtà.

Sostiene le dimensioni e con un vento divino le fa oscillare cosi tanto da farle incontrare, cosicché ognuna può donare all’altra la sua specificità. Abbiamo noi umani un disperato bisogno di fae, e al tempo stesso i fae hanno un disperato bisogno di umanità per poter esistere.

Non solo pensiero labile ma idea concreta.

Perché non possono sussistere forse, idee senza forma, né forma senza idee, ma devono passare su questo piano d’azione e diventare forma. Ma la forma non è altro dalla sostanza, ma è il modo con cui quest’ultima si trasmuta in un vero e proprio atto alchemico.

I fae sono la nostra sostanza, sono il materiale di cui sono fatti sogni, fantasticherie illusioni e emozioni, e devono colorare la vita di ogni umano.

Ecco che l’albero, asse dei mondi va nutrito con la più sacra delle energie, simboleggiata dal sangue versato, ed è qua l’idea favolosa della Ross, per amore.

Nient’altro che amore, intinto di mille sfumature domina questo meraviglioso, incantato, ammaliante urban fantasy.

E’ l’amore che unisce ciò che è diviso, l’amore che cura le ferite causate da un’accusa, da un pregiudizio, l’amore che restituisce l’innocenza alla piccola bimba fatata, l’amore che allieta e deterge il terribile senso di colpa.

L’amore uccide la solitudine ma sopratutto l’amore spezza l’incanto demoniaco della reliquia che lo rappresenta per eccellenza: il vetro nero.

Esso è nero di colore e di anima, corrompe, rosicchia l’essenza stessa del mondo magico, e forse, mi viene da pensare che proviene come scarto proprio dal nostro mondo in cui il benevolo, il sogno, l’armonia è corrotta da questa sfrenata ricerca del successo a ogni costo.

Nel regno incantato dei fae tutto è equilibrio, oscuro e luminoso danzano per creare le vita.

Noi stessi siamo frutto di questa dicotomia che diventa, in fondo, un unicum importante: il lato oscuro è depositario degli impulsi più nascosti che vengono di volta in volta illuminati dalla luce.

C’è bisogno delle due corti vicine, unite dal patto più importante: fondare una comunità basta sulla variegata composizione di ogni colore, dal più brillante al più grigio.

E questo è lo stesso concetto di bellezza celtica, la cui tradizione cullò i primi racconti di fate, laddove l’oscuro è anche e sopratutto fonte di luce, poiché è il nero che racchiude ogni lucentezza, l’assorbe e la contiene proteggendola, dentro di se.

Al contrario il bianco respinge ogni altro colore, divenendo purissimo, ma quasi algido, lontano immerso nelle sue missioni tanto da non distinguere più il lecito dall’illecito.

Per ironia della sorte il principe dei fae unselie ( l’oscuro o il grigio) diviene quasi più umano, più dotato di sfumature complesse del suo grande amore, troppo impegnato nel suo ruolo di guerriero per concepire una passione non fine a se stesa, ma capace di fargli provare empatia. Nair è già cambiato, qualora vedendo gli occhi di Mo, prova compassione e senso di colpa, per averlo torturato, perché cosi gli avevano ordinato i suoi superiori.

Senza domandarsi se lui fosse il vero colpevole.

Ecco che nonostante gli intrighi delle due corti per una supremazia del potere, forse estranee al mondo incantato, ma probabilmente frutto di una contaminazione con il nostro perduto universo sociale, il mondo dei Fae è salvo.

E’ salvo perché ha dimostrato la capacità di quel sentimento eterno tanto cantato dai nostri poeti, di annullare le distanza, di annullare le differenze e di vivere in un solo respiro appassionato.

Forse la vera magia della Ross è di dare a quell’emozione cosi bistrattata da tanti romanzi, la sua dimensione sacrale, piena di una sensualità elegante e mai fuori posto.

Perché non c’è bisogno di trasgressione, di acrobatico sesso per celebrarlo, perché l’amore basta all’amore.

E davvero è capace di curare ogni ferita:

Vedi questa donna?

Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato,

non ha cessato di baciarmi i piedi.

Tu non hai unto con olio il mio capo;

lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo.

Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati,

perché ha molto amato.

Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 

Luca 7,36- 50

“Cuore di lupo” di Chiara Casalini, Astro edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non tutti gli autori sono in grado di usare la tecnica letteraria capace di utilizzare la prima persona.

E’ molto difficile comporre un libro evidenziando, tramite questo escamotage sia gli eventi e i dettagli più nascosti ( quelli che la bravissima poetessa Simona Accarpio chiama la vita negli angoli) sia l’introspezione degli altri protagonisti. Tutto avviene attraverso l’occhio importante ma spesso limitato della protagonista. Diventa, quindi un libro che non indaga la realtà oggettiva, i fatti, gli accadimenti, gli eventi quanto pone l’attenzione sulla prospettiva strettamente personale della prescelta o del prescelto, e ci racconta la modalità con cui la sua percezione unica e speciale, plasma quegli stessi accadimenti.

Un po’ come fece il bravissimo Italo Svevo con la Coscienza di Zeno, perfetto e intenso soliloquio di un anima tormenta non dalle grandi tematiche filosofiche, ma dalle ossessioni che lo rendono incapace di vivere con serenità il suo oggi.

Cuore di lupo appartiene a questo tipo di narrativa, psicologica, personale e soggettiva che evidenzia, attraverso l’ambientazione dell’urban fantasy un argomento controverso e spesso oggetto di dibattito: la femminilità e i suoi atroci ostacoli.

Ecco che Cleo attraverso il suo pensiero assiste essa stessa alla sua crescita e alla conseguente caduta nell’abisso che provoca la stessa. E tutto seguendo un dialogo interiore che tocca temi importanti ma non visti dal punto di osservazione, privilegiato forse, ma strettamente arido dell’osservatore partecipante, ma arricchendolo dei consueti drammi di chi di fronte alla morte dell’io si trova davvero.

Possiamo descrivere l’annientamento della dignità con tutte le tecniche che vogliamo, con miriadi di aggettivi e descrizioni, ma il pathos speciale che può scaturire dal racconto in prima persona, ci è precluso. Solo cosi, inserendo la peculiare riflessione di chi quell’esperienza traumatica la sperimenta, possiamo avere un quadro non oggettivo ma strettamente centrato sulla disperazione e sulla distruzione pieno di quelle sfaccettature di dolore che spesso mancano in tanti libri di denuncia.

L’esperienza di Cleo è claustrofobica.

Talmente tanto che all’inizio leggerla ti fa mancare l’aria. Ed è quello che la nostra provetta autrice vuole comunicare: perdere la propria specificità, la dignità, l’amore per se stessi equivale a rinchiudersi in una gabbia senza uscite.

E’ una sorta di Mrs Dalloway molto più sofferente, mancante della frivolezza e del pensiero quasi pigro che la favolosa Woolf vuole narrarci, Cleo ha una sequela di pensieri a volte apparentemente sconnessi, ma meno equilibrati, perché se la Dalloway non fa altro che, seguire un flusso mentale in grado di dirle quale traguardo è arrivata e delineare il suo futuro percorso, Cleo ha solo una serie di prese di coscienze atroci: lei non è arrivata, lei è statica fissa su un pensiero ossessivo comune, purtroppo a molte donne: siamo solo “Buchi”. Strumenti di piacere, e mai persone.

Il suo non è quindi, un flusso di riflessioni e emozionalità scaturite da un banale evento, ma è un discorso articolato, orrorifico per la sua crudezza, le cui trappe sono scandite dalla ripetizione mentale ossessiva di un evento preciso, disturbante, osceno, degradante per l’umanità ma purtroppo reale, chiamato violenza familiare.

E per violenza intendo dire quella più bieca e vigliacca. E quest’evento è un qualcosa non di immaginario, ma il perno attorno a cui ruota tutta la vicenda, un perno reale, un perno che possiamo toccare con mano ogni sacrosanto giorno e che contesta la teoria evolutiva, restituendoci l’immagine di demoni che banchettano con l’innocenza altrui.
Ma da quest’abisso di schifo, inizia il difficile percorso di rinascita: è proprio quella carica di normale e sana ( ci tengo a sottolinearlo) carica erotica femminile e non erotica nel senso di sessuale ma di eros, ossia un energia che ci circonda dell’aura di fecondità, di creazione, di accoglienza, avvicinandoci a un modello di donna primigenio, in cui il corpo non era un contenitore, ma la modalità con cui l’anima traspariva al di fuori.

Ed è quell’eros, quell’energia chiamata Shakti che rende la femmina Donna.

E’ un’energia positiva, demonizzata, spesso oggetto di conquista e di contesa perché spaventosa, capace di coniugare in una terribile e al tempo stesso degno di riverenza, immagine femminile: Aracne, la divoratrice,  è anche Brigit la pura.

Morrigan è Anche Danu la madre.

Venere la luminosa è anche Ecate l’oscura.

La donna è dicotomica e per questo splendida e meravigliosa.

E sapete l’emozione che muove questa presa di coscienza?

La rabbia.

Non c’è donna che non si sia scaldata a questo fuoco, a volte bruciandosi e a volte riscaldando un anima fredda e ghiacciata. Un cuore imprigionato dalla neve e perciò immobile, una vita statica che solo con la fiamma inizia a creare.

Cleo sperimenta la rabbia.

E la utilizza non contro per sessa ma per se stessa.

L’immagine scelta per questa rinascita non è Medusa.

Colei che vittima di uno stupro diviene pericolo per l’umanità, immortalata in un urlo senza speranza.

Stavolta è il simbolo del lupo a guidare questa “riscossa”.

E non posso non rimembrare le parole di Clarissa Pinkola Estes che nel suo donne che corrono con i lupi, auspica una ribellione diversa, meno violenza delle donne, che inizia con un baluginare di occhi gialli, un sorriso sornione e una coda nascosta sotto strati e strati di crinolina.

Cuore di lupo è il cuore dell’istinto selvaggio ma non irascibile, non senza controllo. Da secoli il lupo è insegnante, è colui che guida il branco e che ne branco ( società) si sente libero. E’ colui che ama una sola compagna e che vive in armonia con i cicli naturali.

Dare alla donne, alle ragazze a alle bambine quel simbolo è restituire alla sua donna il potere di curare, di cantare sulle ossa e di tornare a essere la Dea suprema.

Brava Chiara e grazie da parte di ogni lupa.

I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione. Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi. Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate”

Clarissa Pinkola Estes

“Sarah Gilmore. Il potere degli Dei” di Fabio Fanelli. A cura di Alessandra Micheli

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Aspettavo con ansia il secondo capitolo della saga di Fanelli.

Perché trovo che un libro scritto da un uomo valga la pena di essere letto, specialmente uno in grado di parlare con coraggio, al femminile, entrando approfonditamente dentro l’anima speciale non di una semplice ragazza, ma di una strega.

Non è facile dare voce alla propria parte femminile, alla sensibilità donataci dalla nostra madre sia biologico/ spirituale.

Ed è, sopratutto, difficile per un uomo entrare nel magico e incantato ma al tempo stesso difficile mondo della stregoneria, con questa semplicità e questa meraviglia.

Non nascondiamoci dietro a un dito: la strega evoca nel maschile una grande atavica paura, ricordando lati del femminile che da secoli sono considerati pericolosi. Essi, infatti, ci parlano di un istintualità che stiamo tentando in tutti i modi di sopprimere, di una sorta di connessione con il naturale svolgersi dell’esistenza che collega morte e vita in un arazzo favoloso, in attesa che le Moire decidano quando usare le loro acuminate forbici.

Un uomo, uomo stavolta e non maschio, che in grado di immergersi in questi miti, sdoganando la stregoneria e le streghe e rappresentandole come necessarie fasi di crescita psicologica per tutti, ha il mio eterno e riverito rispetto.

Abbiamo lasciato Sarah alle prese con una nuova fase del suo percorso psichico, quello che Campbell definisce il viaggio dell’eroe.

Spero sappiate tutti, bene o male, quali sono le fasi di questo straordinario procedere, con un movimento attivo, verso il centro del nostro io, ossia il completamento della nostra missione terrena quello che ci porta a riabbracciare e riunificare pezzi sparsi della nostra essenza.

Secondo molti psicologi, infatti, ogni fantasy, ogni racconto leggendario su base “sovrannaturale”, non è altro che una sorta di manuale per ricongiungere quei tasselli frammentati dalla società, dall’apprendimento o dalle nostre paure che dovrebbero formare un mosaico unico e originale chiamato io. Per riappropriarsi di se stessi, del proprio nome, della propria eredità, è necessario questo percorso simbolico attraverso il riconoscimento delle potenzialità, la ricerca della definizione di esse ( ossia individuare quali sono i nostri peculiari talenti) e la conseguenze presa di coscienza che, una volta integri, bisogna affrontare se stessi e prendere in consegna le proprie responsabilità.

Sarah ha scoperto, come ogni eroe che si rispetti, le sua capacità magiche e da esse ha potuto compiere un importante passo verso la totale unione con il se che, però, comporta un viaggio solitario e pericoloso attraverso il deserto delle tentazioni.

Infatti, una volta riconosciuto il potere ci si trova di fronte al bivio chiamato erroneamente e superficialmente, bene e male. In realtà, è semplicemente la scelta della modalità con cui usare questi doni: per la crescita del bene comune ( comune non superiore badate bene al significato della frase) o per la semplice venerazione della propria unicità egoistica e personalistica che porta necessariamente all’esaltazione del potere senza etica?

Sarah ha scelto la responsabilità di portare avanti l’alleanza, che non è altro che l’armonico ordine solidale di una comunità che pensa in termini di noi e non di io.

Ed eccoci alla fase attiva: Sarah deve riuscire a trovare attraverso la fedeltà verso questo ordine, il suo preciso posto in questo favoloso arazzo.

Ha tutto.

I poteri, la scoperta del suo straordinario passato, la certezza del suo ruolo, ma non riesce ancora a essere, in questo contesto, pienamente se stessa.

I doveri la schiacciano e generano dubbi sulla sua capacità di gestire il bene comune.

Si sente sotto pressione, devastata dalla consapevolezza che ogni sua scelta avrà conseguenze non solo personali, ma comunitarie.

Ogni sua frase, ogni suo “ordine”, ogni sua analisi della situazione, porterà ordine o caos all’interno di una società basata, appunto, sull’armonia:

Sarah comprendeva perfettamente il peso che derivava dalla responsabilità. Sebbene fosse diventata a poco tempo rappresentante dell’Alleanza, avvertiva su di sé le incombenze di quel ruolo

E’ una consapevolezza distruttiva se si lascia aperta la porta del dubbio.

Badate bene.

Dubitare è importante perché ci permette di allenare la mente rendendola capace di trovare alternative folli per il mondo, ma capaci di superare i problemi.

Dubitare di una verità ci rende capaci di vedere oltre il velo dell’apparenza.

Ma quando il dubbio supera la capacità di reazione, di pensiero anticonformista, ci conduce all’immobilismo e alla stasi.

E la stasi, come ben sapete è .l’anticamera della morte.

Sarah quindi, deve compiere un ulteriore iniziazione, quella che passa attraverso la scoperta della sua capacità di risolvere i problemi anche quando essi appaiono insormontabili, di comprendere sopratutto la sua intima unione con la magia (capacità di influire sul corso degli avvenimenti) scevra dal potere egoico.

E’ un passo difficile, ricco di dolore e di rinunce, costellato di lacrime e di fatica, ma indispensabile per poter crescere.

Bisogna cioè essere pronti a sentirsi perduti, perché solo perdendosi ci si ritrova:Ancora una volta era allo sbaraglio, aveva tentato di prendere in mano le redini del suo destino, essere una Custode capace di fronteggiare il Male e guidare l’intera Alleanza, ma continuava a sentirsi una ragazzina impaurita e confusa.

Non basta soltanto conoscere la proprie capacità, bisogna saperle usare e per poterlo fare è necessario affrontare…la paura di fallire

Prima di fare la sua conoscenza ero come te. Impaurita dal mio potere, un potere che non sapevo gestire, che mi procurava solo dolore.

Quando si è diversi, quando si comprende di avere peculiarità che ci rendono pezzi unici, la paura di questo fardello è immensa.

Avere delle capacità diverse da quelle del resto delle persone, non è soltanto un vezzo estetico, una sorta di orgoglio vanesio, ma è una coscienza costante di quanto, tale diversità, che tale dono, comporti responsabilità immense.

Si capisce come il nostro essere leader, il nostro talento, la capacità a comunicare e a farsi ascoltare, può avere conseguenze devastanti se usato in modo poco responsabile.

E scatta il blocco.

Il terrore di compiere ogni passo, di agire sapendo quanto il famoso effetto farfalla sia reale.

Rendersi coscienti di avere dei talenti da impiegare per il benessere della nostra vita e della vita altrui, significa aprire gli occhi sulla vera natura del mondo, dove basta un piccolo errore per distruggere l’intera realtà in cui viviamo.

Cosi come basta che una ninfa si addormenti, per condannare il mondo della fantasia e della creatività a marcire senza speranza.

Allora il talento, il dono, la capacità di creare, diviene tassello importante affinché il mosaico, l’arazzo, o la ragnatela di interconnessioni, possa vivere, brillare e prosperare.

Ma il terrore di muoversi, con il rischio di spezzare almeno un solo filo di quel weird, di quell’intricato sistema di legami tra noi e gli altri, diviene immobilismo.

Sarah deve poter superare questa paura del movimento e dalla scelta, perché la scelta su cosa vuole essere l’ha già compiuta nel primo libro: ha scelto la comunità. Non l’ossessione del potere o la non accettazione del destino. Ha scelto di affidarsi alle Moire e fidarsi di quel Karma divino che intesse ogni giorno connessioni, arazzi e tele dai coloro sgargianti.

E’ la sicurezza delle nostre scelte che ci assicura, la sicurezza verso noi stessi, consci che stiamo lottando non per una competizione ma per dare corpo e materia ai nostri sogni.

E qual’è il sogno espresso in questo libro?

guidare una generazione di donne forti, caparbie e pure di cuore.

Sarah è tutte voi.

Donne capaci di individuare un obiettivo e arrivarci non con la violenza, seguendo i diktat dell’ottica della competizione, ma danzando lievi e sorridenti. Aggirando con grazia gli ostacoli, amando, creando, dando vita alla bellezza.

Essendo capaci di accettare le proprie imperfezioni, i dubbi, i timori e essere consapevoli di avere, nonostante tutto, un grande splendore interno, quello di un anima integra che dal male, dal dolore, dalla perdita non si è lasciata scalfire.

Non sei l’unica ad aver avuto timori e dubbi. Commettere errori di valutazione è normale, ma ciò non deve abbatterti. Se riuscirai ad avere maggiore sicurezza in te stessa e nei tuoi poteri, affronterai con più facilità le difficoltà poste lungo il tuo cammino.»

Donne che non aspettano l’aiuto del principe azzurro, dell’atto salvifico di nessuna divinità, ma che semplicemente:

Sei concentrata su ciò che ti circonda al punto da non riuscire a capire che sei proprio tu la soluzione ai tuoi problemi.

Ed è un concetto ancor più importante perché a scriverlo, a raccontarlo alle nostre ragazze, alla donne di ogni generazione, è un uomo, che ha avuto il coraggio di rifiutare in toto questa dannata società, resa divisa, distorta dai draghi del potere.

Cosa aspettiamo a unirci alla voce di Fabio?