“Elyss” di Valerio La Martire, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

download

 

Avete mai visto Roma alle prime luci del mattino?

Un alba rosata inizia a sollevarsi piano piano, in uno strano silenzio rotto, qua e la dai rumori di chi lavora o di chi va a dormire.

E’ tutto sospeso, come se la magia fossa quasi in procinto di manifestarsi. E in quegli istanti, prima che l’irruenza di questa vecchia indomita città inizia a farsi rispettare, c’è un momento immobile, come se l’incanto di una magia fosse li li per manifestarsi. In quegli attimi davvero ti sembra scorgere antiche divinità, antichi folletti, muse e ninfe che agitandosi donano la loro protezione a questa mia bella triste signora.

Nonostante il miracolo di Roma che dorme e si sveglia, il dolore permea questi sanpietrini.

Noi, troppo di fretta, intenti a rinnegare la fantasia e l’incanto, ci muoviamo quasi senza rispetto. Non tanto per la gloriosa storia, o per quel passato che ancora sussurra da queste pietre, ma per quell’anima che ci chiede a ogni angolo di strada, di essere abbracciata.

Mi immagino Roma come una elegante decadente signora, con ancora tante storie da raccontare, quasi sussurri nella notte, funestata da chiasso cacofonico urla e schiamazzi.

Cerchiamo quella magia perduta in altri luoghi. In altre culture cosi esotiche eppure distanti.

Quasi come se una parte di noi fosse stata sacrificata a questo osceno dio dell’apparenza.

Odiamo questi vicoli sporchi e trascurati, eppure cosi vivi e vibranti. Odiamo quei palazzi del potere vilipesi dalla politica senz’anima e senza dignità.

Odiamo il papa che ci ha relegato in un angolo buio, donandoci quei diritti e quella libertà che prima ci negava.

Eppure, in quella storia fatta di repubbliche, di sacrifici di canzoni beffarde, creato come un arazzo dalla sarcastica voce di Pasquino, era proprio quel negarci che ci faceva alzare la testa orgogliosi e dire e no sor papa, io li diritti me li aripijo.

E cosi Roma sembrava quasi sottomessa, ma brulicava di vita, quasi sotterranea per paura de mastro Titta, con quella falce in mano come un oscura a ctonia divinità della morte.

Li sotto, in quella tradizione sotterranea nata proprio quando bisognava rialza la testa, si muoveva l’essenza di Roma mia.

Sberleffi, poesie crudeli e malinconiche, che ancora oggi ci narrano il dramma umano della guerra, il compromesso e la stupidità di chi si fa comprare da su spicci.

Mentre cammino per Roma penso al libro di Valerio.

E mi chiedo cosa celi questo urban fantasy, cosi accattivante e a tratti irriverente.

Cosi come lo spirito di questa antica, stanca guerriera.

Una lotta per recuperare, in fondo la vita, quella che guarisce oggi che siamo soltanto cosi pregni di morte.

Morte dell’identità, della cittadinanza, del pensiero, dall’immaginazione, della cooperazione e della fratellanza.

Morte di quella volontà che ci univa e che oggi ci divide mentre siamo intenti a scattarci i selfie.

E cosi mamma Roma sta li a guardarti triste, quella sua gente che non ascolta non sente e nega i doni che lei nonostante le botte che gli abbiamo dato, continua a elargirci. La bellezza quasi antica delle sue strade, voci che risuonano cantando per i vicoli, echi del tempo che fu.

La magia celata agli occhi sciocchi degli stolti, cosi come Valerio narra nel testo.

Roma è davvero ancora patria di fauni e ninfe, di divinità e arcani misteri. Patria di esoterismo e alchimia, patria di magie a cui attingere a mani aperte, forse soltanto per scrivere un libro.

E la lotta finalmente rinata contro zi prete, che oggi è quasi assente, sonnolento, distante, rassegnato.

Ma senza sto papa a cui di no, cosa rimane a noi romani?

Cosa ne è della nostra libertà conquistata con la breccia di porta pia?

Abbiamo tutto.

Eppure le nostre mani suono vuote.

Siamo orfani della nostra città, immensi in critiche, rivendicazioni stantie, monnezza e malgoverno.

Cammino per Roma e mi sento come Elyss davanti alla meraviglia di incanti che Roma nasconde.

Sono nata qua e da qua, nonostante le contraddizioni no riesco a staccarmi. Cosi come il suo lari non riesca ad andare via. Sono qua a raccontare storie agli spiriti protettori, affinché mogi e affranti non lasciano la città sprovvista di protezione.

Sono le storie a difendere Roma mia.

Allora nun je da retta roma.

Non fa er patto cor diavolo, non rinunciare ai tuoi sogni per farti blandire dalla convenienza.

Nun te fa pecorone.

Non te fa cojonà.

Ascolta la mia voce che ti narra dei tempi antichi, che te canta no stornello.

Accanto a me, oggi a crederci ancora, ci sta Valerio.

Allora grazie, perché pure tu come me ami in modo assurdo, pazzo, folle e insensato sta vecchia abbandonata città.

 

“Omega. La fine è solo il principio” di Licia Oliviero. A cura di Alessandra Micheli

Cover-Omega-La-fine-è-solo-il-principio-1795-x-2693.jpg-2

Scrivere un fantasy anche nella sua versione più moderna, ossia l’urban, non è sicuramente un impresa facile.

Nonostante la costante richiesta da parte dei lettori di originalità e innovazione, gli amanti del genere suddetto sono limitati dal concetto cardine che lo identifica e lo caratterizza: il percorso dell’eroe.

Senza tenere conto delle teorie che lo hanno reso famoso, il fantasy perde la sua autentica connotazione e rischia di divenire un banale resoconto di fantasie private.

Il percorso di crescita e l’acquisizione di consapevolezza, dunque, devono brillare come radiosi raggi all’interno di ogni capitolo, devono sbocciare dalla parola alla mente intrigata del lettore, raccontando per archetipi la ricerca doverosa di se stessi.

E questo avviene nel caotico e al tempo stesso ordinato del regno dell’immaginario.

E’ solo in quella dimensione, come la chiamerebbe l’abate Kirk del numinoso, che i contrasti e le differenze trovano la loro unione e laddove le contraddizioni vengono risolte.

Anche in Omega, quindi, la nostra balda autrice ha tenuto conto di questo fondamentale dettaglio.

L’intero testo, seppur ammantato anche di altri significati, pone la protagonista, Meg di fronte a se stessa, alla scoperta della sua identità e successivamente all’ardua scelta se accettarla, quindi se accettare il destino stabilito da un autorità esterna, o propendere per un altra strada, voltando bellamente le spalle al suo apprendimento.

Ed è in questa scelta che si innesca l’originalità e la modernità di un testo sicuramente godibile, sicuramente scorrevole a una prima lettura ma che, al pari del baule dell’Humpty Dumpty di Alice, contiene significati molto più profondi e importati per noi oggi.

Andiamo a scoprirli assieme.

Come ho già accennato questo fantasy come tutti i fantasy che si rispettano, pone la centro della sua narrazione la scoperta del se e delle potenzialità del protagonista.

Che pertanto diviene eroe nel senso atavico del temine, colui a cui è stata affibbiato da qualche autorità religiosa o politica, il compito di portare ordine nel caos. In questo contesto richiamando un antica leggenda celtica, il nuovo ordine deve nascere dalle ceneri di quello vecchio.

Come la leggenda che ci narra di come,  il re dell’inverno o il re cervo, deve essere sconfitto e quindi metaforicamente ucciso dal nuovo giovane re.

Questo comporta un vero e sacro passaggio di consegne: la morte, quindi la fine di ogni ordine, comporta necessariamente un nuovo inizio.

Omega, lo si intuisce già dal titolo non disdegna affatto questa pratica.

E’ necessario che il mondo, che i valori, che l’interpretazione del reale della stessa Meg venga ucciso da un suo atto consapevole affinché il caos si trasformi, appunto, in ordine.

E anche questo simbolico atto viene sancito con un uccisione (in alcuni fantasy esiste addirittura lo smembramento).

Cosa c’è di originale allora?

Nella modernità viene spesso messo in discussione il concetto stesso di autorità.

Siamo cosi subissati da voci che ci indicano il percorso migliore da sviluppare per contribuire al benessere del sistema, da aver soffocato ogni afflato interiore, ogni libero e ribelle arbitrio.

Sappiamo cosa è giusto e cosa no, dove sta il bene e il consono e dove sta il male ossia il politicamente scorretto.

Siamo in sostanza apparentemente più liberi eppure prigionieri di convezioni sociali fondate e impossibili da mettere in discussione.

Eppure il tempo scorre fluido, apportando sia all’esterno che all’interno di noi stessi e quindi del reale che noi produciamo con un inconsapevole atto mentale, i necessari aggiustamenti che ci consentono di evolverci e quindi di vivere sempre al meglio.

Senza questo accorgimento la rigidità del nostro sistema mentale ci porterebbe all’estinzione.

E’ tramite l’apprendimento delle regole sociali che noi diventiamo cittadini e soggetti di diritto.

Ma è tramite un altro necessario passo che ci porta anche a rifiutare questi dogmi, che noi diventiamo persone.

Sono necessari tutti e due e Meg li vive in prima persona.

Scopre chi è e quale compito un certo tipo di autorità gli ha consegnato.

E’ stata cresciuta per quell’evento e quella strada o quel destino deve percorrere.

E’ quindi una predestinata.

Questo significa che, in fondo, non ha addestrato un elemento che la rende umana: ossia il libero arbitrio.

Una volta compreso il suo ruolo Meg passa al livello successivo (chiamato da Bateson deutroapprendimento) ossia analizza la sua “missione” e si trova a un bivio :accettarla, rifiutarla o adeguare alle sue nuove esperienze tattili, mentali e emotive.

Ecco dove sta l’originalità di Omega.

Meg sceglie, cosi come altri “eroi” di altri fantasy non possono fare.

Meg decide che esiste la terza via per portare ordine nel caos e comprende come, in fondo, chiamiamo caos o disordine ciò che non è ordinato secondo la nostra personale mappa mentale.

Meg apprende, quindi la relatività dei concetti liberandoli dalla rigidità delle etichette.

E cosi i personaggi accanto a lei divengono grigi.

In questo grigio però non c’è indeterminatezza e relatività: c’è la volontà compassionevole di comprendere i drammi, di comprendere come certe scelte e certe etichette sono appiccicate per convenzione, per un politicamente corretto che, di etico poco ha.

Il cattivo diviene quindi un personaggio a cui è stato imposto un modo di essere, è stato costretto non da una liberà scelta ma da una necessita.

Ecco che in questo mondo in cui ci troviamo a dover accettare la maschera societaria per salvare un sistema traballante, Omega può fungere da spinta per un acuta e interessante riflessione: quanto la maschera che indossiamo deve davvero decidere la nostra identità?

Siamo qualcosa di più profondo delle etichette affibbiate e possiamo, ogni istante delle nostra vita, tramite la consapevolezza scegliere il no.

Scegliere strade diverse.

Scegliere non la voce esterna ma quella che nasce dentro di noi, educata non da facili e stantii concetti ma dal contatto umano e dunque, dall’esperienza

Ringrazio Lucia Oliviero per aver dato alla luce un romanzo cosi particolare, semplice e al tempo stesso ricco e complesso.

 

“Stirpe” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

70893090_2421025617966889_7164288187425095680_n.jpg

Abbiamo un nuovo capitolo della meravigliosa saga scritta da una sempre eccellente Jordan Hawke.

E stavolta sarà il capitolo decisivo, quello che riuscirà finalmente a completare il cammino evolutivo del buon Whiborne.

Lo abbiamo visto brutto anatroccolo aggirarsi in una realtà dominata, invece, bellissimi cigni.

Cigni che lo guardavano con una sorta di ribrezzo o di compassionevole compatimento.

E non so cosa sia davvero peggio.

Cosi lo incontriamo, nascosto ai margini di una vita che gli scorreva davanti, mai protagonista e sempre attonito spettatore.

E cosi il imo primo incontro con Perceval fu strano, permeato da sentimenti contraddittori. Da un lato mi riconoscevo in lui, quel suo essere cosi distante dalle convenzioni, e dall’idea di uomo, quella acclamata come unica possibile. Dall’altra parte provavo una sorta di rabbia sorda per quella sua indefinitezza, quel suo essere quasi evanescente nonostante si avvertisse nelle buie regioni del suo io più nascosto, una certa passionalità e un certo grado di spregiudicato coraggio. La stessa autrice lo tratteggiava con penna sicura, facendo emergere da quel suo grigio oblio dei tratti di colori vividi e brillanti.

Ecco che la sua indeterminatezza lo rendeva difficile da conoscere e capire: chi era questo strano ometto cosi simile a noi nerd cosi colto e cosi poco adatto alla sua società, un alieno silenzioso e invisibile che scivolava attraverso la realtà cercando quasi di mimetizzarsi.

E poi avventura dopo avventura, complice l’incontro con quella forza che sa risvegliare le anime dormienti (l’amore) lo abbiamo visto crescere, comprendere la sua unicità e prendere sempre più consapevolezza del suo essere uomo prima che animale sociale.

E piano piano, tra tentativi ed errori si è riappropriato della sua immagine.

Finalmente si è specchiato negli occhi innamorati di Griffin e ha visto che si, forse non era un cigno.

Ma un aquila stupenda, vissuta per troppo tempo credendosi un pollo. Un percorso di crescita perfettamente descritto nel quale non è difficile riconoscersi.

Un percorso simile a quelli di tanti eroi dei racconti graaliani, ma sopratutto simile al mio che ho stentato a accettare le mie ali cosi diverse eppure cosi totalmente mie. Ma con una sostanziale differenza.

Per gli eroi della famosa Queste du Graal, il corpo non era altro che uno strumento di estasi divina. Era attraverso l’amore sognato ma anche toccato con mano che avveniva il cambiamento dell’io. Era attraverso l’amore per la dama che si trovava il proprio Graal interiore. Intento dei racconti era solo esaltarlo, raccontarlo e illustrarlo a chi ambiva alla stessa completezza.

Nella nostra realtà è totalmente diverso.

Nelal nostra realtà l’idea che ci domina e ci limita è una cesura profonda tra spirito e metaria che li considera non solo inconciliabili ma persino nemici. Chi ama il piacere terreno non può ambiare la paradiso. Chi ama il paradiso deve tenersi lontano da ogni tentazione.

Ecco che, nonostante l’apparenza di società postmoderna libertina, ci troviamo avvinti dalla più esacerbata sessuofobia.

Ne è esempio l’emergere costante e inquietante di tanti libri che reiterano l’idea di come il sesso sia trasgressivo, peccaminoso e provocatorio. Ne è esempio di come, per i diritti fondamentali, spesso ci si affidi al corpo, mostrato senza pudore come un atto dissacratorio.

Impensabile per i tempi in cui prosperarono racconti che danno il nome al nostro eroe, laddove il sesso era semplicemente un aspetto della vita cosi quotidiano che non era necessario usarlo come arma di protesta.

Era parte della vita e come tale, accettato nei cicli dei viventi.

Ecco che letto in quest’ottica, il racconto amoroso di Perceval è semplicemente un rifiuto netto e coraggioso della paura della carnalità considerata cosi naturale da essere inserita quasi con noncalanche in un testo che parla di crescita ma anche di problematiche sociali.

Senza scandalo, senza pretesa di scioccare è semplicemente parte del percorso umano del nostro “eroe”.

Ecco perche la sua presa di coscienza, non può avvenire solo a livello mentale, ma sopratutto corporeo proprio in virtù della sua iniziale inconsistenza.

La passione che aleggia in ogni libro sensualità soffusa e a tratti intensa che incendia il cuore e la mente ci fa comprendere come la passione e la carnalità non siano da sfuggire come mostri tentacolari e minacciosi, ma fiumi in cui immergersi e rinascerne mutati.

A questo punto possiamo pensare che l’evoluzione del personaggio avesse trovato la sua compattezza.

E invece no.

Cosa mancava allora a whiborne per diventare un vero eroe?

L’incontro più importante, decisivo, quello a cui è stato preparato per tutta la sua vita: quello con l’ombra.

E’ solo facendo emergere tutto il nero che è in lui, mettendo a repentaglio tutto ciò che ha conquistato, rispetto, amore di se, passione e felicità, Percival può diventare davvero pienamente “umano”.

Solo perdendo può ottenere un armatura resistente incisa con i nomi di di giustizia e rispetto per l’altro, e difendere come un vero eroe della tavola rotonda, difendere tutto ciò in cui crede.

Ma in cui crede davvero.

E non solo per sentirsi migliore, unico, diverso e dominante.

Per essere un “cavaliere” moderno deve ottenere la coscienza che, in fondo, mette a repentaglio se stesso per un’idea più grande: il bene comune.

E il bene comune non può essere difeso scendendo a patti con le stesse forse che lo minacciano.

Il bene comune non può accettare compromessi che mettano a repentaglio le parti che lo compongono: gli uomini.

Senza la tentazione, non potrà mai essere davvero libero.

Non potrà mai amare davvero.

Non potrà mai avere ideali cosi saldi da erigersi come un muro scintillante come un diamante dall’onda del male che si abbatte costantemente sulle nostre isole.

Per divenire il protettore della sua realtà e dei suoi affetti Percival deve accendere una luce nel buio.

Scendere nell’abisso sentirsi perduto e alzare lo sguardo verso le stelle.

E decidere di stringerle forti a se.

Deve perdere l’amicizia per capire quanto essa sia preziosa.

Deve rischiare di perdere l’amore per stringerlo poi forte tra le sue braccia.

Deve incontrare le lusinghe del potere, per capire la sua inutilità.

Deve sentirsi spavalderia e sicuro per capire quanto sia la sua fragilità l’unico vero bene prezioso l’unica difesa contro il male che spesso si maschera da ideale.

E capire che è sempre preferibile sacrificare il proprio sabato, le proprie convinzioni per poter difendere quel misero ma unico essere chiamato uomo.

E’ necessario dividere in buoni e cattivi per poter poi comprendere come tutto dipenda dalle sfumature e dalla visuale.

E che in fondo il mostro non è altro che qualcuno diverso da te, magari semplicemente da conoscere.

E’ necessario essere arroganti per diventare davvero umili.

Perché solamente la tentazione, come fece a Gesù nel deserto ci rende davvero forti e ferrei sulle nostre scelte e decisioni.

Perché chi troppo sicuro di se, troppo certo delle sue convinzioni lastrica la strada dell’inferno con le sue buone intenzioni.

Frasi fatte?

Forse.

Ma reali.

Perché quando l’ideale diviene più importante della compassione allora credetemi, l’abisso vi ha guardato fisso negli occhi e ha preso in ostaggio la vostra anima.

L’arrogante diventa umile nel momento in cui si rende conto che tutta la sua prosopopea non vale il sorriso dell’amato, o l’abbraccio dell’amico.

Whiborne lo impara sulla pelle, ed è quella cicatrice che pulsa che diventerà il suo marchio e il suo scudo.

 

“L’incantatore” di Francesca Compagno, Le Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

70979531_922459791425794_1326325672401960960_n.jpg

Quando mi approccio a un libro, qualsiasi genere sia, cerco sempre di capire se oltre la trama, la fantasia, la storia, possa esistere una motivazione più profonda alla base e fondante la sua struttura.

Perché sono certa e non è facile farmi modificare la mia idea, che dietro l’intento ludico e di evasione esista una forza molto più sottile, forse silente ma al tempo stesso potentissima che spinge qualcuno a mettere le sue visioni su carta.

Anche un testo per bambini, un urban o un semplice delizioso testo umoristico ha una sua necessita pratica capace di influire e educare una parte della nostra anima.

In questo testo, godibile e perfetto anche per un pubblico adulto, si celebrano non solo i valori eterni dell’amore ( ah che sentimento eccezionale!

Capace di invadere con irruenta delicatezza la nostra realtà cosi assurda e disperata!) ma anche quelli del rispetto, della fedeltà ai principi costituenti la comunità a cui si appartiene.

E li, ovviamente è scattato il mio interesse.

Ed è in quella sua intenzione relativa non solo a fornirci finalmente una carrellata di buoni sentimenti (importantissimi in questi tempi cosi difficili, cosi ammantati di oscurità) che si cela, a parer mio, il vero successo del libro della Compagno.

E’ in quella volontà non solo di allietare, di divertire, di porre la mente del lettore in uno stato quasi ipnotico per spingerlo a immergersi nel mondo immaginario, ma sopratutto di fornire modelli, interpretazioni della realtà che possano servire da collante contro la disgregazione sociale che osserviamo oggi.

Con sommo dolore mio e di tanti miei coetanei.

L’incantatore è la storia non soltanto, quindi di un amore contrastato, ma dei danni che crea la volontà caotica di disgregare il patto sociale.

Ci racconta fin dal suo inizio e dal prologo di lotte intestine, di sangue e di dominazione della specie dominante.

E non è un caso che l’autrice abbia usato il simbolo del lupo.

Animale profondamente sociale, dotato di resistenza alle difficoltà dell’ecosistema e quindi della necessaria adattabilità il lupo è da sempre considerato maestro e simbolo della società capace di nascere, prosperare e sopravvivere in condizioni anche estreme.

Fame, carestie, geli non fermano l’avanzata del branco che, anzi, in quei momenti si strige attorno al capo.

Ma badate bene.

L’autorità del leader o del maschio Alfa può essere scalzata qualora non abbia più doti e forza necessaria a assicurare la protezione dell’intero clan.

E ancora.

Durante la loro caccia l’ordine scelto dai lupi è davvero singolare: ossia gli studiosi hanno notato come al centro della fila siano situati i lupi deboli e quelli che hanno maggiore bisogno di protezione.

Ecco perché da sempre il lupo è assurto a simbolo della perfezione di una società ideale, fatta di rispetto, mutuo soccorso e di potenzialità specifiche messe a disposizione dell’intera compagine.

Accanto al simbolo positivi ne abbiamo, anche uno distorto e feroce: spesso il lupo è stato considerato l’archetipo di forze naturali, indomite, selvagge, portatrici di un caos che, a seconda del proprio impiego, può avere effetti anche deleteri.

Lo stesso politologo Hobbes definì la condizione caotica improntata sul mero benessere personale o sul delirio di potere homo lupis.

E al contrario di quest’entità distruttrice se ne contrappone una civilizzata atta alla ricostruzione e alla pacifica convivenza.

Sarà per voi strano comprendere e credere come l’intero percorso ontologico che ruota attorno all’immagine lupo/ società la si ritrova in questo libro, apparentemente dedito a un giubilo adolescenziale.

Il branco si è disgregato di fronte all’avanzare di una consapevolezza, necessaria ma al tempo stesso perniciosa, di potenzialità uniche all’interno di una “razza”.

Lo stesso che è accaduto in pratica, con l’etnocentrismo.

Parti di uno stesso organismo sociale iniziano a combattere ferocemente una contro l’altra per il dominio e per la libera espressione di ogni istinto, sia sano che “basso”.

E questa libertà distorta significa considerare l’altro da se, quindi anche le specie meno simili alla nostra, mera merce se non carne da macello. Ovviamente, questo mondo disordinato ha bisogno di un riequilibratore, che l’autrice pone nella saggezza di alcuni capi scelti per merito e alte capacità intellettuali, pienamente sviluppate, capaci, per dirla alla Potter di pensare prima la bene superiore che ai propri personalismi egoistici.

Ecco la divisione tra raminghi, capaci di inserirsi in un ecosistema ampio e strutturato da più specie in totale armonico rispetto, e rinnegati coloro che al patto sociale proprio non ci stanno, preferendo fa vincere la vendetta, la frustrazione e il desiderio egoico.

Ed è da questa distinzione che si gioca la partita più importante: quale dei due lati del lupo sarà decretato vincitore.

Ed è il tema trattato con abilità e al tempo stesso in modo molto delicato senza eccedere con il moralismo, dalla nostra brava autrice. Ecco che l’incantatore assume più livelli di significato comprendendo sia il messaggio più immediato l’amore che vince (con tutte le sfumature che colorano l’amore dal rispetto, alla fedeltà alla consapevolezza, alla scelta) a quelli più psicologici (la resistenza alla propria natura caotica in virtù del bene comune) a quelli sociali (la necessità di un patto che assicuri a tutti libera espressione, prosperità e pace).

Come leggerlo, come interpretarlo a voi la scelta.

Da parte mia, prediligo l’etica cooperativa: l’isolare il germe della corruzione e del vizio, non può che assicurarci un lieto fine.

Convivere in pace e in armonia sia con i simili che con i “diversi” fa di un mondo oscuro, un universo brillante e stimolante per tutti noi.

****

Recensione: “Unmade – L’eredità dei Lynburn” di Sarah Rees Brennan, edito Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

69919071_909638459374594_4854755315972833280_nIl male non è un fattore che riguarda soltanto la religione.

Non è una questione escatologica o apocalittica. È purtroppo qualcosa di cosi banale da passare quasi inosservato. Aveva perfettamente ragione la Arendt: non si tratta di essere demoniaci, strani personaggi con baffi e pizzetto, o cornuti alieni provenienti da altre dimensioni. Non saranno come in ascensore per l’inferno, panciuti e serafici avvocati che non seduzione ti proporranno palesemente un’agghiacciante scambio. O come nel meraviglioso film “indiavolato” dove una bomba sexy in cambio della tua anima, ti propone una serie di desideri.

Sarebbe molto facile altrimenti poter dire sì o no. Diciamocelo: il demonio faustiano, è un contratto chiaro e facile: ehi, ti dono conoscenza, denaro, potere e mi regali la tua anima? Così palese cosi immediato e tu sei cosciente di poter dire accetto o non accetto. E se consideriamo il male cosi lineare allora non lo conosciamo affatto e ne siamo inevitabilmente vittime.

Perché esso agisce in mondo molto sottile, insinuante, invisibile. C’è ma non puoi vederlo, perché ti aspetti un cornuto dio incazzato perché ignorato e in preda di uno strano e commovente complesso dell’abbandono. Il male è quel sassolino acuminato nascosto nel selciato di una strada immersa in un bosco. Sei così impegnato a vedere la bellezza, così concentrato sulla meta che appare alla fine del percorso, da non accorgerti come esso penetra piano piano nella carne, passo dopo passo e inizia a farti male e a sanguinare. Il male è quell’agguato nell’ombra, improvviso e famelico, che ti coglie in un momento di sonnolenza. Il male è persino nell’ideale che brilla e ti attrae facendoti sentire utile e speciale. Ma non sai che orrori cela dentro, sotto il tappeto, nasconde i suoi tentacoli disgustosi. Noi siamo abituati a Satana, a Lucifero, agli sbuffi di fuoco e polvere, ai Pilato da incolpare.

Ma non consideriamo assolutamente Mammona, quello più defilato, che ti fa magari lavorare, creare, sopravvivere. Quello che si nasconde dietro le luci della ribalta e ti promette successo, protezione, e onori. E tu non vedi il contratto abominevole dietro, perché accecato da queste mirabolanti luci. O magari attratto dal politico di turno che ti indica con un bonario sorriso colui che ha reso la tua vita un inferno, il colpevole della tua disoccupazione, o della tua disfatta. È l’omino innocuo, basso, anonimo che ti sussurra che puoi riscattarti da ogni umiliazione, da ogni dolore, da ogni discriminazione. Ma non saprai mai che per farlo, abbraccerai l’oscurità. Il male non è solo banale, ma si annida nei non detti, nei segreti, nelle inefficienze e in parole sussurrate sottovoce.

È quello in Unspoken (non detto) che lui prospera e ride.

E in quella capacità omertosa di chinare la testa e lasciarsi illudere che il Re sul trono comanda. Non è un dio cornuto è semplicemente dominante. Il male è nella sensazione perniciosa di essere migliori, incompresi, più meritevoli, migliori per casta, etnia, religione o talenti. È nella voglia di mordere la vita senza lasciarne una briciola all’altro. La prima a avvertire i giovani di questa realtà, in contrasto con i dettami religiosi quelli che dovrebbero davvero insegnarti cosa sono i draghi e chi davvero ci avvelena ma che perde il tempo nel raccontare favole, fu la Rowling.

Parlo ovviamente dei tempi moderni. Anche Marion Zimmer Bradley tentò di scagliarsi contro le convenzioni sociali, paraventi dietro cui il male prosperava, ma non credo con la stessa sferzante forza. Nella sua narrazione del male, attraverso le avventure di Harry Potter, lei individuò e nominò la peggiore testa di quella idea della malvagità: la sete di potere. E se notiamo è un quella volontà di riparare ai torti sottomettendo l’altro per sentirsi forti, invincibili, riscattati e per superare i traumi veri o presunti, che possiamo far derivare i peggiori, nefasti accadimenti del nostro secolo breve. La Rowling ebbe il coraggio di nominare il male, di identificarlo in un ragazzino simbolo di tutta la banalità del mondo.

Ma non solo. Non identificò solo nella mancanza di crescita, nella necessità che l’esperienza non fungesse da limite ma da sprone a essere migliori o per dirla alla Guevara a sentire dentro di se ogni ingiustizia commessa contro chiunque in ogni parte del mondo, l’unico scudo contro cui resistere a quelle facili seduzione. No. Ci diede anche strumenti reali e concreti per resistere a quelle stesse fascinazioni:

“A volte bisogna pensare a qualcosa di più della propria salvezza.

A volte bisogna pensare al bene superiore.”

Come, direte voi. Tutto qua? Sì.

Nonostante siete abituati a grandi e pomposi panegirici filosofici, il segreto è solo questo. Pensare che siamo parte di un tutto più grande e che in questo caso l’azione del singolo, salva il sistema.  Che se non si annaffia soltanto il proprio orticello ma anche quello dei vicini, la natura crescerà rigogliosa. Se si agisce per salvare una sola singola persona, si salva il mondo intero.  Se invece del bene personale, della frase il fine giustifica il mezzo, si pensasse alla volontà generale, al bene superiore, la corazza lucente contro il male, che per sua natura disgrega, apparirà scintillante dal nulla.

Perché sono partita dalla Rowling? Perché nell’ultimo capitolo della saga della Brennan ella, consapevole del valore etico della scrittura, rincara la dosa spiegando come sia importante per ciascuno di noi, non pensare solo alla nostra personale salvezza, alla protezione del ristretto nucleo famigliare, nascondendo, come facciamo oggi, la testa sotto la sabbia a mo di struzzo:

«Non possiamo accettare il male senza far niente. Non possiamo assistere alla morte di qualcuno senza muovere un dito,» continuò lei furiosa.

È vero.

Se solo si assiste vigliaccamente a uno schiaffo si è complici. Si legittima la violenza e l’orrore. Si volta la testa e si invoca la responsabilità di pilato. Ma invece è solo esclusivamente la nostra. Perché basta un solo gesto e sopratutto una sola nostra omertosa complicità affinché il male prende possesso non solo del mondo, ma della nostra anima, della piccola comunità e della nostre realtà simbolico sociale. In Unmade, lo sprone ultimo è spingere i giovani a impegnarsi un una causa, anche se questa significa mettere a repentaglio convinzioni, considerazioni di se e persino la propria tranquilla routine. Chi ha paura, chi teme il potere è già completamente in balia delle seduzioni del male

“So che hai agito in buona fede, ma l’unico modo per rimanere al sicuro è smettere di lottare”.

Questa è la frase con cui oggi crescono i nostri giovani. Preda di tante illusioni, di tante finte speranze. Ragazzi che si sentono forti, invincibili, dotati di tante possibilità. Capaci di entrare nel mondo patinato del gossip, di Instagram e dei talent show. Ma intanto dietro le quinte urlano le bombe e il sangue si sparge a fiumi nutrendo una terra che geme. E non è vera la frase “Non toccherà mai a me”. Perché una volta confermato il sistema, tu non potrai più uscirne. Una volta che lo hai accettato e considerato valido, esso si riterrà in dovere di attaccare te, di considerati membro del suo clan. E un giorno di lasciarti nelle retrovie quando non servirai più. Chi accetta il male, come la madre di Kami, ha già perso Non sarà mai sicura perché il potere si nutre di vita e non smette mai di aver fame.

«Assassino,» urlò Kami. «Ecco che cos’è. Ecco cosa siete rimasti a guardare senza muovere un dito. Non si fermerà. Non si fermerà a meno che non siamo noi a farlo.»

È vero. Finché nessuno, ne noi anziani ne voi giovani non decideranno di mettere il bene comune al di sopra, il male non si fermerà. E non servirà un padre Amorth con i suo esorcismi a salvarci. Oggi sfilano tanti giovani contro i cambiamenti climatici. Hanno voglia di far qualcosa, di muoversi e di non restare inermi davanti alle cazzate nostre e dei potenti che NOI abbiamo scelto.

È un passo.

Ma questo passo va rivolto prima di tutto nella vita dei nostri giorni. Scegliere come Kami di non voltare lo sguardo, di rischiare e di pensare all’altro come parte di se stessi.

Solo quando lo faremo allora avremo davvero un futuro. La Breannan oggi non ci regala solo un amabile, perfetto urban fantasy, ci consegna le chiavi della nostra prigione. E usare la nostra testa, non quella dei media, del guru di turno o del simbolo di turno. La vita, la lotta, la ribellione non si serve dei simboli. La lotta assume la sua meravigliosa forza motrice solo quando qualcuno avrà il coraggio di guardare se stesso, la sua vita e partire in cerca di un altra vita, di un altro se stesso. Non avete bisogno né di me, ne del leader, né di influencer che vi dicano come ribellarvi. È tutto già dentro di voi ragazzi:

Quindi siete pronti a incendiare case con dentro dei bambini perché adesso è Rob Lynburn a dirvi cosa fare e avete smesso di usare la vostra testa?» urlò Angela di rimando. «Come osa darle della stupida solo perché rifiuta di comportarsi da pecora?».

Siete uomini. Siete stati creati più importanti di stelle e angeli e coronati di stelle e gloria.

Che Unmade vi spinga a rendervene conto.

Se qualcuno ha il potere e la volontà di proteggervi, deve farlo senza chiedere nulla in cambio.

Non dovete niente a nessuno. Chiunque vi abbia detto che i Lynburn avevano il diritto di comandare stava diffondendo una bugia

 

Questa volta non c’è pilato. È andato via

 

Siamo tutti un po’ responsabili

se la vita sarà impossibile,non c’è un alibi che tenga alla follia.

E a quel re con un gran cavallo

dico io quando si balla

e la storia che si ripete non sarà quella.

Orietta Berti

 

 

 

 

 

 

“Il fuorilegge della magia nera. Dead man”di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

dead-man.jpg

 

 

“Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera. Sembra abbastanza fico, vero? Lo era, fino a quando non mi sono risvegliato mezzo morto in un cassonetto.
Ho detto mezzo morto? Perché intendevo morto al 100%. Non faccio le cose a metà.
Perciò eccomi qui, ancora vivo per una qualche ragione, in un altro giorno assolato a Miami. È un paradiso perfetto, se non fosse che mi sono immischiato in qualcosa di brutto. Ricercato dalla polizia, avvolto dal fetore della magia oscura, con creature dell’Altrove che sbucano da tutte le parti… per non parlare delle gang voodoo haitiane. Credetemi, è tutto molto divertente fino a quando non hai un cane zombie alle calcagna.
Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera… e sono totalmente fottuto.”

Si presenta da solo, questo intrigante libro che mescola fantasy, thriller e horror aggiungendo alla ricetta una buone dose di paranormale.

Originale sotto diversi aspetti, a partire dalla voce narrante, in prima persona.

Il protagonista si rivolge direttamente al lettore con una marcata vena in bilico fra l’ironia il sarcasmo che alleggerisce un’ambientazione cupa e spaventosa.

Il libro ha una duplice proiezione temporale, una rivolta al passato di Cisco, di cui ha perso memoria, l’altra al suo futuro dopo il risveglio. Ma non si può sfuggire alla universale regola logica che necessita di conoscere il passato per vivere il futuro. Cisco è senza passato, o meglio, non lo ricorda; la discesa in ciò che è stato è dolorosa e lacerante, ma necessaria.

Il presente non è roseo: non sa più chi sono gli amici e chi i nemici.

Questo continuo interrogarsi, costruire teorie e supposizioni rischia di far impazzire il protagonista…e i lettore.

È questo uno dei punti di forza della narrazione: la ricerca e la messa in ordine dei pezzi mancanti unita a un senso di disorientamento e sfiducia nei confronti degli altri personaggi.

Ne viene fuori un protagonista estremamente tormentato, al limite della paranoia, sfuggente, arrabbiato e cinico.

Descritto in ogni sua sfaccettatura emerge un personaggio dove il male e il bene coesistono senza stridere.

Magia, riti, spiritismo e animismo: ecco altre colonne portanti del testo.

Ognuno di questi termini ha il suo significato che l’autore spiega in maniera lineare e senza tecnicismi, solo per aiutare il lettore a calarsi in questo mondo parallelo popolato da non vivi e creature soprannaturali.

A questi elementi si mischia però la consueta vena di avidità molto umana e poco soprannaturale, che dà all’intera opera un importante contrappeso reale.

Un libro ben scritto, fluido e scorrevole. Originale nella scelta del soggetto e nella tecnica di narrazione.

Un libro veloce e pieno di adrenalina, dove l’azione occupa la maggior parte dello spazio ma lascia spiragli per le descrizioni dei drammi interiori da affrontare.

Ma l’avventura non è finita.

Cisco Suarez è appena all’inizio del suo cammino dopo il ritorno al mondi dei vivi.

E questa opera spinge senza dubbio a continuare la lettura.

È solo un “ci vediamo”, al quale non resta che aggiungere: “presto”.

“Alabaster. Guerra I” di Nevis Menegatti, Writeup editore. A cura di Alessandra Micheli

Alabaster- Nevis Menegatti.jpg

 

Il fantasy è un genere complesso.

Sembra apparentemente semplice trasportare su carta le proprie fantasie, il mondo immaginario che è conservato dentro l’anima di ciascuno.

Perché ognuno di noi ha il suo secret world come lo chiamerebbe Peter Gabriel.

Un universo fatto e cementato da ricordi, esperienze sublimizzate, sogni, desideri e speranze.

E persino terrori atavici o moderni, quelle paure che oggi ci pongono di fronte dei bivi oscuri e bui.

Persino io ho un mondo fantastico chiuso nella mia anima, che fa capolino in ogni mia recensione e di cui vi parlerò in un altro capitolo o in un altra vita.

Ecco che recensire il fantasy, più di ogni altro genere mi dà accesso privilegiato all’anima dell’autore cosicché possa ritrovarlo sorridente ad attendermi al bivio, pronto a tendermi la mano e aiutarmi a attraversarli. Alabaster è uno di questi viaggi che il blog mi permette di fare.

L’inizio è degno dei temi classici: un mistero che la protagonista deve risolvere e che coinvolge non tanto i suoi doni quanto la sua stessa origine.

Deve imparare, come il buon Perceval dei racconti graaliani, a ritrovare se stesso e le sue radici, perché senza la consapevolezza di chi si è, per quale motivo bizzarro siamo finiti su questo piano di realtà, nessuna azione, nessuna felicità terrena è possibile.

Senza riscoprire il nostro vero volto, siamo incompleti, terrorizzati, bloccati in un incubo perenne.

E sono proprio gli incubi ad attraccare alla mente la mente di Eleanor. Una ragazza come tante, una donna in fiore amante dei libri come se essi custodissero le risposte ai suoi normali e assillanti perché.

Quei perché li abbiamo tutti.

Solo che nel caso di Alabaster non sono perché che interessano il suo percorso umano, ma l’intero mondo.

Perché gli eletti, gli eroi, sono solo piccoli simboli del percorso umano di evoluzione o involuzione e riguardano ognuno di noi.

Pensiamo alle storie graaliane.

Esse non erano solo meravigliosi racconti di fate e maghi, di duelli e incanti. Sono vere e proprie allegorie dei temi eterni collegati all’uomo, della perdita di potere, della rottura del patto tra noi e dio e tra noi e il regnante, simbolo dell’ordine eterno.

Alabaster e Eleaonor è lo stesso concetto reso, però, più moderno dalla scrittura talentuosa di Menegatti.

Lo scontro tra licantropi e vampiri, dunque, appare non più come un esigenza narrativa, atta a farci emozionare.

Ma diviene l’archetipo del duello tra le due coscienze umane: la bestialità senza limiti del licantropo.

Si tratta di un concetto espresso anche dal Platone.

Tramite la visione del cavaliere che, incapace di trattenere i focosi destrieri (gli istinti), ne viene travolto, cosi il licantropo libero di esprimere senza un minimo di etica i suoi bisogni primordiali, diviene un elemento disgregatore della società.

Al contrario il vampiro, colui che vive in eterno grazie a una scelta o a un patto scellerato, si priva di ogni emozione umana, fino a divenire eccessivamente controllata eccessivamente freddo.

Non è un caso che il non morto, privo di reali bisogni, di passioni e di sensazioni umane nonché di istinti, deve per forza nutrirsi di sangue.

E’ la linfa vitale è vero, ma contiene in se, i ricordi di una persona, tutto il suo retaggio e quindi, dona al non morto una parvenza di umanità. Due fazioni diverse, estremamente aliene una dall’altra, incapaci di collaborare perché mancanti di un elemento qualsiasi che li colleghi.

Ed ecco che arriva Eleanor.

L’Ibrido, l’incontro tra cielo e terra, tra bisogno terreno e spiritualità, scesa dall’alto per mettere ordine nel caso, come solo la morale, l’etica o il senso del sacro possono.

Ecco che lo strabiliante potere dell’ibrido (di che ibrido si tratta lascio a voi la scoperta) alletta le due fazioni ansiose di ottenerlo non per il bene supremo, ma per dominare uno sull’altro.

E’ cosi che succede anche oggi.

Ogni ideale puro, ogni afflato di eternità, ogni meraviglia discesa direttamente dalla Maat cosmica, diviene terreno di scontro.

Viene usato, viene deprivato del al sua potenza originale perché ucciso dal potere inconsulto senza limiti.

Eleaonor allora dovrà difendersi da questi osceni impulsi atti a distruggere e mai a far rinascere il mondo.

L’ Apocalisse che da voce al libro, in fondo, non è altro che la rivelazione.

La rivelazione di quale sarà lo scenario che Elaanor porterà con se, quali saranno le sue scelte e quale sarà lo schieramento che deciderà di appoggiare.

Io spero sempre per la terza opzione.

Quello dell’armonia.

Con uno stile suadente e mai noioso, Menegatti ci porta attraverso il folclore di ogni tradizione europea arricchendolo con grazie a bravura di elementi moderni, di significati che mai come oggi servono ai lettori, perché bussino alle loro menti annebbiate donando come sarà donata a Elanor la coscienza della propria forza.

Che questa forza porti pace in terra.

O una nuova splendida rivoluzione.

“Before the dawn. Prima dell’alba” di Thom Brannan, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

before-the-dawn-front-ant-kindle.jpg

 

Un tempo il velo tra i due mondi non era per nulla definitivo.

Esistevano momenti in cui si poteva sollevare e passare dall’altra parte, il regno di mezzo.

In quei incantati e oscuri luoghi, l’umano mortale poteva raccogliere i doni del numinoso, ossia la creatività capace di generare le storie e i miti e le leggende che oggi ci appaiono tanto lontane.

Creature dalla folta pelliccia, figure fatte d’ombra che si cibavano di linfa vitale, ma anche ninfe e ondine, geni dei boschi e astuti folletti, convivevano con l’uomo e erano i custodi del patto tra noi e l’originaria fonte divina.

E cosi le creature di sogno e di incubo, la corte seliee e unseliee svolgevano il duplice ruolo di protettori e di distruttori, onde rinnovare, purificare e custodire l’equilibrio naturale.

Una realtà composita celebrata dai tanti libri che fondano oggi, il substrato su cui si costruisce il nostro moderno fantasy o urban fantasy. Cos’è cambiato oggi?

Semplice.

Il patto è stato violato.

Quando la modernità ha bussato alle porte della nostra fantasia ha preteso un tributo atroce: la perdita della fede nel soprannaturale in cambio del progresso scientifico.

Ci sembrava conveniente e cosi abbiamo accettato.

Ma a che prezzo?

La creatività nata nei luoghi ombrosi dell’altro mondo risulta a pezzi, lacerata e sopratutto feroce.

Perché il mondo di mezzo non dialoga più con il nostro.

Si è chiuso e cova una sorta di rivalsa dentro di se, quasi a punire l’umano che da lui si è volontariamente distaccato.

Ecco perché oggi, gli urban fantasy, quelli scritti come dio comanda, raccontano spesso questa lacerazione.

Before the dawn non sfugge la suo compito di “denuncia” e ci racconta una storia romanzata ma che simbolicamente non fa altro che narrarci, con un ritmo incalzante e pieno di colpi di scena il nostro dramma: la parte irrazionale rifiutata, vilipesa cova semplicemente vendetta. Ragione ha divorziato dal sentimento.

E entrambi sono soli fragili e incompleti.

Troppo impegnati a darsi lotta uno con l’altro.

Ed è compito di un manipolo di prodi coraggiosi ristabilire, con difficoltà, l’equilibrio violato.

Prima dell’alba i protagonisti di entrambi i mondi si daranno battaglia. Una battaglia priva di pietà, priva di compassione.

Una battaglia fratricida.

Ma finché non si ristabilirà la comunicazione interrotta tra noi e l’altro mondo, la Centuria non potrà esimersi dal compiere il proprio dovere.

E l’irrazionale irromperà con barbarie nel nostro mondo, creando scompiglio, creando disagio, creando…orrori.

La tranquillità del nostro perfetto ed equilibrato vivere, però, dovrà essere sconvolto dal contatto con l’irrazionale.

Perché senza di esso, nonostante la sua brutale aggressione, la vita sarebbe troppo stantia, troppo limitata, troppo scontata.

In fondo, il protagonista Io, nonostante il pericolo è più vivo e più adrenalinico di tanti tristi personaggi prigionieri di una normalità banale che inaridisce l’animo.

E il nostro animo, ve lo ricordo sempre, è fatto di luce e di stelle.

Come sempre un perfetto libro, di una perfetta Dunwich.

Whiborne & Griffin. Widdershins” di Jordan L. Hawk, Triskell Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Widdershins - Jordan L. Hawk.jpg

 

 

Miei adorati lettori.

Permettetemi una breve digressione.

Come ormai ben saprete, io ho un approccio strano ai libri.

Devo entrare dentro i mondi creati, devo familiarizzare con i protagonisti e trovare entro di loro un po di me.

E pertanto, siccome quello descritto è un evento raro, ho scelto l’approccio oggettivo.

Cosa mi fa “innamorare” del testo?

È un insieme di elementi apparentemente strutturali.

Le descrizioni ad esempio.

Sono quelle che iniziano a farmi intravvedere il dipinto.

La psicologia dei personaggi.

Ognuno dei protagonisti incontrati, cosi come le comparse, non erano altro che sfaccettature di un io umano ricco e variegato che, il buon autore, decideva di aggiungere al dipinto.

E poi qualcosa che è impossibile da spiegare se non con una parola: il talento.

E’ la capacità di renderei il mondo nato nella mente, pertanto immaginario e illusorio, credibile.

E riporlo con cura su carta.

E dalla carta per mezzo dell’arcano potere della parola, farlo rivivere.

E trasportare il lettore attraverso i significati che le frasi e i loro simboli possono raccontare.

Ci sono testi apparentemente semplici che, per me, non sono altro che scrigni segreti di cui io solo ho la chiave.

E ridente e un po’ vanitosa la guardo e la rimiro estasiata, finché non mi decido ad aprirlo e balzano con allegria lettere, parole, emozioni, sensazioni e frasi e mi prendono per mano, iniziando un ballo circolare. Un canto hondo come lo chiamerebbe la Pikola Estes.

E dal quel canto ripetuto come un incantesimo, (in-canto appunto) ripetuto nella fertile mente di un’eterna sognatrice, iniziano a manifestarsi i personaggi che contribuiscono a comporre la schiera dei miei amici, quelli che mi accompagnano per strada e che mi strappano un sorriso o una risata nei momenti meno opportuni, mentre la gente mi fissa strana.

O che mi fanno l’occhiolino quando mi annoio o prendono il tè con me e con il mio accompagnatore, fisso messer Cappellaio Matto.

Da oggi avrò nuovi amici con me, Messer Griffin e Messer Whiborne. E la spavalda Chaterine.

Anche ora sono accanto a me e mi sorridono mentre mi accingo a raccontarvi la loro storia.

Vi sembro matta forse?

Ah la meraviglia della sana pazzia!

Percival Whiborne e Griffin Flaeherty, mai persone e più diverse si ritrovano a lavorare accanto, pelle a pelle tanto da far scattare le scintille…ma alt.

So che per molte lettrici la parte migliore e più succosa del libro è sicuramente un amore un po’ inconsueto tra due anime affini ma divise dal genere sessuale.

Ma il libro non è solo questo.

Griffin mi sussurra che ci sono vicina alla verità del loro messaggio.

Cosi mi concentro e tendo l’orecchio verso la loro acuta eppur melodiosa voce.

Prima di tutto mi avvertono di indicarvi il periodo in cui la storia inizia. Fine ottocento, America, New England.

Insomma, la patria della novità, dell’ambizione e del self made man.

O almeno cosi ci narrano le cronache.

Ma è davvero cosi?

E’ l’America la patria migliore, l’oltreoceano laddove ci si possa liberare dalla moralità angosciosa di un vittoriano che cadeva pezzo per pezzo?

La risposta è no.

Widdershins, contea creata da uno strano e ambiguo personaggio, è in realtà una sorta di baluardo del puritanesimo.

Conoscete un po’ la storia di questo stato vero?

Tolti i vestiti pesanti dei padri pellegrini, e indossati quelli dell’uomo che si affacciava nel millennio ricco di promesse, i fondatori, i ricchi, i nobili la crema della crema, un freno all’innovazione assoluta dovevano metterlo.

Per quanto decisi a cavalcarle l’onda del progresso, con omnibus, commercio, allettanti scoperte scientifiche e tecnologiche, non potevano rinunciare alla sicurezza delle concezioni, delle leggende e delle superstizioni del passato.

Vi ricordate per caso il mistero di Sleepy Hollow?

E’ la parabola del progresso che si arrende, inerme, davanti alla comodità di tante tradizioni che di scienza hanno poco.

Sono i deliri soprannaturali che tolgono ai personaggi l’aridità dell’imprenditore, li allontanano dal ruolo di protagonisti scarni e rigidi di una società che si apprestava a diventare capitalista, sicuri e convinti della loro identità.

Culti antichi, vecchie storie di spettri, demoni e di antichi dei…

L’atmosfera del testo ricorderà quella del libro di Arthur Macham, il grande Dio Pan.

E qua a far capolino sotto il substrato dell’apparente normalità, c’è proprio un richiamo a quelli dell’altra parte…

Non vi viene in mente nulla?

E se vi parlassi di grandi antichi?

Ecco che i vagheggiamenti occultistici prendono il posto di quella parte religiosa che all’America manca.

Devota al dio successo, al dio denaro, all’arrivismo sfrenato, alla decisione di creare una nuova opportunità per chi era fuori dalle rigide gerarchie inglesi.

Sapete benissimo che lo spirito capitalistico è nato in seno all’etica protestante.

Se non lo sapete beh leggetevi Max Weber.

E’ proprio, per ironia della sorte, i voler togliere orpelli mistici e spirituali a una religione che doveva solo servire a mostrarsi migliori al mondo e per migliori significa ricchi, che creò una notevole mancanza nell’animo umano.

La conoscenza al servizio della crescita economica e industriale era una conoscenza a metà, che sopprimeva quegli istinti e impulsi atavici dell’uomo a appropriarsi dell’ignoto.

Anzi soffocava proprio quest’istinto.

Pericoloso, reo di condurre al caso e forse…all’anarchia.

Pensate a una conoscenza capace di rendere consapevoli gli uomini della loro diversità e al tempo stesso della loro fondamentale comunione di diritti, non solo di doveri.

Ecco che, specie nell’America nostra, tanto sognata, ma profondamente denigrata da studiosi del calibro di Tocqueville, la cosiddetta mancanza apparente di stratificazione sociale si risolveva in un tutti uguali, quindi nessuno uguale.

L’omologazione diventava lo strumento in mano a pochi, i più furbi, per decidere le sorti del paese ma mantenendo il controllo sociale grazie alla diffusione che, siccome tutti uguali, ognuno con il lavoro, l’iniziativa e la liberà imprenditoria poteva far parte della cerchia benedetta.

Widdeshins smentisce l’assunto culturale americano.

La città è fondata da poche famiglie che la gestiscono a loro piacimento, in attesa dell’occasione giusta per ottenere altri vantaggi.

Chi denaro, chi potere, chi una sorta di riparazione dei torti.

E ognuno di loro legato a una sorta di decoro che serviva da facciata per continuare a essere i migliori, gli esempi, le forze propulsive della società.

Niente caos ma ordine, quello che portava il progresso senza che però la società progredisse davvero.

Del resto primato economico o no, l’America è uno dei paesi più razzisti che esista.

Ne è una prova la fede nel modello WASP, o l’insorgere di terribili società segrete, assai peggiori della massoneria come Skulls and Bones, o il Ku Kluk Klan.

In questo caso, esiste la Fratellanza.

Rispettabilità e superiorità.

E per garantire questi due irreprensibili caratteristiche, bisognava soffocare gli istinti.

Quelli che permettevano al modello di sfaldarsi.

Come immaginare, leggere, sognare, scrivere, osare e persino amare fuori dagli schemi.

Perceval è l’anello debole della catena del potere familiare.

Non è manipolabile, è goffo ma al tempo stesso cosi forte da dire no a un destino tracciato.

Capace di lasciarsi andare, anche se questo cozza contro gli insegnamenti paterni.

E’ l’uomo più coraggioso che abbia mai incontrato.

E ancor più di Edmond Dantes.

Mi scusi Edmond e non arrossire Perceval, lo penso davvero.

Una persona che, nonostante le convezioni è capace di dire no e tracciare la sua personale via di felicità, è a tutti gli effetti un grande eroe.

La sua purezza e persino il suo sentirsi sbagliato lo rendono profondamente umano ma al tempo stesso capace di rappresentate…ognuno di noi.

Immerso nella sua privata rete di legami, di obblighi e di maschere.

Ecco che dall’ambientazione esce un monito, un consiglio o una seduzione: essere se stessi a costo di perdersi.

Perché ciò che si perde è solo una recita, una finzione una terrificante farsa a cui ci hanno costretti da piccoli.

Ma è anche la miglior parabola della purezza che vince il male.

E’ il sacrificio di chi vuole che Widdeshins smetta di essere antioraria o di girare per un verso contrario al sole, ossia alla luce della verità e della compassione, e tornare a splendere e se non eliminare a affrontare con coraggio i suoi demoni.

I demoni presenti in questo libro sono le aberrazioni di istinti asserviti alla volontà di potere senza etica.

E potrei anche definire quelle sue terrificanti e oscene immagini come un ulteriore avvertimento verso un umanità che tenta di sostituirsi all’energia creatrice, senza però avere il suo medesimo rispetto per la vita.

Perché se consideriamo la scienza, la conoscenza, la sperimentazione non un atto che intende omaggiare l’intero cosmo, ma solo un modo per auto esaltarci, creeremo solo abomini.

L’amore esiste in questo libro.

Ma non è solo l’amore tra due persone.

E’ l’amore per il bello, per il giusto, per il sole, per la libertà.

Anche se questo significa accettare signora morte, o il dolore, o la delusione, o gli affronti, le ingiurie.

Perché in fondo la vita è fatta anche di questi orrendi abissi.

E solo il prode, il giusto, il coraggioso dall’abisso sa osservare con ardore e stupore il cielo.

Ora vi saluto.

Griffin e Perceval hanno ancora delle avventure da narrarmi.

 

“Untold” di Sara Rees Brennan, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

Untold-di-Sarah-Rees-Brennan-2-The-Lynburn-Legacy-L’eredità-dei-Lynburn.jpg

 

 

Eccomi qua a cercare di narrarvi la meraviglia del secondo volume della saga di Sara Rees Brennan.

E sarà arduo rendervi partecipi di quel sogno che voi chiamate libro: Untold è un mondo incantato da visitare, vivere in prima persona e lasciare che la sua malia rapisca.

Come voi ben sapete e se non lo sapete ancora lo apprenderete con giubilo ora, la parte dei libri che amo di più riguarda la strabiliante tecnica letteraria chiamata “descrizioni”.

Sono quelle più del suggerire ma tacere, che mi fanno entrare direttamente nel mondo creato dall’autore: senza la capacità di raccontarmi in parole i suoi sogni, io non mi sento empaticamente coinvolta.

E sottolineo empaticamente: devo ciò sentire scorrere dentro di me, nel sangue, nella corrente adrenalinica delle emozioni le parole, vive e fulgenti come sole, ma anche acuminate come le spine della rosa.

Il libro con la sua forza deve farmi sanguinare il cuore, altrimenti è un libro perso, un libro carino si, un libro perfettamente eseguito a livello fintamente tecnico (o meglio secondo la tecnica moderna di oggi) ma non vivo.

Muto.

Ed è la capacità di creare un’atmosfera, che lo fa parlare.

Io devo respirare il dolore, l’incanto, il mistero come se fosse una nube o un vento che soffia indomito.

E come si fa a respirare un libro?

Con le descrizioni.

Senza, esso risulta silenzioso.

In pratica l’autore non si sforza di impiastricciare i fogli con le sue visioni, lancia frasi a random dicendomi io suggerisco, la storia creala te.

La Brennan quest’arte della parola la maneggia con maestria.

Non suggerisce, racconta.

Non sussurra urla, con tutta la sua forza, perché le immagini nella sua testa sono troppo invadenti e devono trasbordare sul foglio, o sul pc o dove volete voi.

E cosi che si crea l’intera magica impalcatura di Untold.

Leggete.

Lei e Angela si fermarono davanti a casa dei Green, una delle poche abitazioni d’epoca a non essere state costruite in tufo giallo delle Cotswolds, bensì in granito e ardesia. Era un edificio grigio e cadente che pareva tenuto insieme da un intrico di rovi bruni e avvizziti e dalle rose rampicanti che vi crescevano sopra. Lo spaventapasseri dei Green era sbilenco e i suoi guanti gialli imbottiti di paglia sembravano salutarle mestamente.

E leggete questo

Per un attimo non scorse nulla di diverso sul campo, a parte l’incubo di fronte al quale si era trovata poco prima, ma poi sollevò il viso. Uno sciame di nubi stava divorando il cielo grigio-azzurro. Ben presto i nembi si tinsero di rosso e arancione, come se il sole avesse incendiato la distesa celeste.

Ma non era il sole.

Nel terreno ancora intriso di sangue di Hallow’s Field stava prendendo vita un nuovo fuoco. L’odore del fumo li travolse, intenso e quasi dolciastro.

Cioè sono solo io la pazza che nota la forza evocativa di questi brani?

Ovviamente, l’arte di raccontare e di creare mondi non si esaurisce con la magia da demiurgo, ma si alimenta anche di tanti, diversi, significati, poiché la sua fantasticheria ha una motivazione e un fine: quello di svelare i nodi.

Di parlare del tacito, dell’indefinibile di tutto ciò che la nostra radiosa (sono ironica) società ha seppellito in una fossa, privandoci di una forza essenziale per la nostra sanità dell’anima.

La magia.

La Brennan in Untold osa.

Se prima raccontava del segreto che si animava e nutriva le radici di una città archetipica, Mestavalle appunto, dopo aver svelato o mostrato la fossa in cui l’arcano era sepolto e aver responsabilizzato ogni essere vivente sull’uso corretto dei miti, dei simboli e del mistero, ora osa guardare ancora meglio in quella profonda buca nel terreno e sondare appunto, l’indicibile.

Il tabù è svelato: la magia convive con il mondo quotidiano.

Ora, si tratta di prenderne coscienza, intendo in toto, dei suoi lati oscuri come di quelli benevoli e trovare un diverso modo per far convivere due mondi, che volenti o nolenti, si sono trovati a doversi toccare.

Il mondo sovrannaturale e quello “meccanico” o reale, da secoli oramai, complice una certa tendenza alla tecnocrazia, sono rimasti separati.

Fino a che, qualcuno o qualcosa ha deciso di rompere quel velo e di far penetrare le energie dell’uno nell’altro.

Ecco che gli abitanti di Mestavalle riabilitano il patto, spesso tenebroso, con le energie misteriche, o prodigiose, cercandone i benefici e sopportandone, però, il tributo di sangue.

Del resto la magia stessa presuppone i sacrifici; ossia la venerazione più o meno brutale di quella capacità di essere il fulcro sacro di ogni convivenza civile.

Inutile che ci nascondiamo dietro un dito.

Ogni collettività presuppone un sacrificio.

Che sia del proprio io, di una porzione di libertà o della propria forza immaginativa, da che mondo è mondo, qualcosa viene ucciso.

O per meglio dire posto a servizio di un accordo per garantire la sopravvivenza stessa dell’armonia della società.

Il periodo vittoriano, ad esempio, garantiva prosperità e successo a patto che, la poesia e l’irrazionale venisse esautorato delle sue energie, poste al servizio della grandeur inglese.

E cosi Meastavalle.

Per garantire prosperità, sicurezza, protezione, la propria vita, la propria energia vitale viene posta al servizio della costante purificazione del patto.

Sacrificarne uno per educarne cento.

Fino a che, qualcuno, sconvolto dall’abnorme iniquità dello scambio, che si dirige verso la dimostrazione di sottomissione di una parte all’altra, pensa e suggerisce un diverso modo di cooperare: non più dominazione ma condivisione. Io ti fornisco la mia energia magica, e tu la tua fedeltà. Rispetto al sacrificio di sangue mi sembra molto più equo.

Il problema di Mestavalle, però, è di non raccontare mai esplicitamente la sua vera natura.

Fulco di energia, punto focale di movimenti geomantici, bosco da cui ritrovare la propria forza vitale, nonostante la decisione degli stregoni dominatori, resi oramai reggenti e collanti dell’intera compagine, l’aura di mistero nuoce alla nuova apertura.

In sostanza i Lyburn mantenendo la segretezza della natura reale di Mestavalle la rendono…inconsapevole.

Di se e delle proprie potenzialità, della sua natura ma anche del suo passato.

Ed è il non detto, il segreto di Unspoken, che viene reso accessibile da Kami, colei che assurge il vero ruolo di protettrice della sua città.

Kami è molto più forte degli stregoni, pur non avendo in se nessuna stilla di arcano.

Lei è la sorgente, ossia la fonte da cui il nuovo, la nuova certezza prende vita. Kami è l’unica che rivelando il segreto può scavare a mani nude nella buca in cui Mestavalle ha sotterrato le sue origini e portare alla luce… l’indicibile.

Il taciuto.

E quello non è altro che la capacità tutta particolare di una città di essere diversa, di essere una sorta di rifugio o di eden, una città in cui possono convivere in armonia i due mondi.

Ma per farlo è necessario sconfiggere i privilegi e quella convinzione di essere una sorta di potere senza regole, impersonato dalla crudeltà assurda dello stregone nero.

Ecco che l’incantato mondo “fatato” della Brennan diviene anche una sorta di racconto simbolico, laddove il sogno di riunire le energie arcane e quelle terrene si realizza a Mestavalle.

L’indicile può essere prezioso se maneggiato con responsabilità, e forse Kami è il simbolo dell’uomo nuovo che non ha paura dell’arcano, del non detto dello straordinario.

E non avendo paura non è restia a affrontare i suoi tentacolari impulsi oscuri.

Ci sono persone in città che conoscono già i segreti di Mestavalle: persone che non parlano e non agiscono per paura. Ma negare la realtà non servirà a cambiare le cose.

La conoscenza è potere. Sapere la verità è potere: quello che vi sto rivelando è potere, sia per me che per voi.