Recensione: “Luna di sangue”, di Bellard Richmont.

1Luna di sangue non è solo il titolo evocativo da dare a una raccolta che sfiora l’horror, il fantasy e si nutre del gotico. In realtà, è un preciso fenomeno astronomico che da sempre ha stuzzicato la fantasia di noi miseri mortali. La luna di sangue, cosi come i solstizi, titillavano la nostra precisa fame di sacro, quella volontà di rendere il nostro reale meno materialistico, meno logico e meno scontato. Eh sì, miei cari lettori.

Non siamo solo calcolo e raziocinio, non siamo solo carne e sangue, siamo sopratutto mente e istinto. Che poi cerchiamo di educare questi impulsi e cerchiamo di controllare i moti del nostro cervello è un altro discorso. La mente non è solo consapevolezza, ragione e coscienza. C’è un intero mondo sotterraneo raccontato dai miti, un regno ctonio in cui vive un oscurità che temiamo, cosi quanto ne siamo sedotti. Oscurità, però, non significa necessariamente violenza e degrado. Significa ignoto, mistero, complessità, magia, incanto e un abisso tutto da riempire. Certo è, che come disse il buon Gustav (Jung per intenderci) negare troppo a lungo l’ombra la rende estremamente pericolosa.

Non c’è nulla, infatti, di più rischioso di un amante respinto, e l’ombra non è altro che l’altra parte della nostra luna/mente, the dark side of the moon per citare i miei amati Pink Floyd.

È la nostra anima gemella, quella che abbraccia il sole e la luce nelle strane notti di eclissi. È la luna di Sangue, la luna rossa. Non è altro che la sua manifestazione.

Ora sfato un po’ di angoscia donandovi la spiegazione razionale del fenomeno anche se… vi accorgerete che ragione e irrazionale sono la mappa e non il territorio.

L’Eclissi lunare non è altro che il fenomeno per cui, l’ombra della terra, blocca la maggior parte della luce solare che, quindi, non riesce a illuminare direttamente la nostra amata luna. In un eclissi totale (eh si esistono tre tipo di fenomeno ossia totale parziale e penombrale) l’ombra (attenzione a questo termine mi raccomando) copre totalmente la luna.

E questo accade perché terra, luna e sole sono completamente allineati. Perché allora essa acquista una sfumatura rossastra? Sapete che la luna non risplende di luce propria ma grazie alle riflessione di luce solare giusto? (ok mi illudo di si). Quando essa si trova ad attraversare l’ombra totale, parte della luce riesce ancora a raggiungerla passando attraverso l’atmosfera terrestre (fenomeno dello scattering di Rayleigh). Gli altri colori dello spettro sono bloccati e dispersi nell’atmosfera terrestre ma, il rosso, (tenete bene a mente questo concetto) tende a passare. L’esatto colore della luna dipenderà dalla quantità di polvere e nubi presenti nell’atmosfera. Interessante no?

E sopratutto, in questa scientifica spiegazione c’è tutto il perché tale fenomeno interessa una mente acuta e geniale come quella di Bellard. Innanzitutto, il protagonista principale dell’evento è l’ombra. L’ombra non è più una conseguenza della luce solare ma diviene protagonista. L’ombra copre il sole, e possiamo simbolicamente interpretarlo con un l’inconscio stavolta predomina sulla parte conscia. E questo ha conseguenze pratiche. Tutto ciò che è nascosto dentro l’uomo, quindi polvere (possiamo interpretarla come ricordi, rimasugli di esperienze passate, scarti emotivi, etc…) e le nubi (sentimenti che oscurano la nostra parte costruttiva, ossia il sole) iniziano a colorare la nostra luna ossia la parte oscura della mente. Terra, ossia istinto, luna (inconscio) e sole ( parte conscia costruttiva) sono sullo stesso livello, non più gerarchizzati. Non è più il sole o meglio la parte razionale a dominare, ma è l’oscuro recesso degli abissi.

Ed è lì che scatta il racconto. È lì che le maschere crollano e si rivela un io più vero e a volte più ferino. E in quell’istante magico che il demone si rivela sconvolgendo tutte le certezze morali e etiche. È in quel momento che la verità dei gesti, degli ideali, si mostra con nitidezza. E racconta di come tanti elevati valori, non sono altro che patine con cui si nasconde blasfemia, crudeltà, violenza e dominio. Ogni protagonista getta la sua apparenza di bontà, o di probità, o di eroismo e diviene più mostro del demone.

Che semplicemente risponde a una sua natura particolare al di sopra delle leggi dell’umana società. Emblematica è la risposta del demone/ragno al moralista di turno, l’inquisitore giunto per sconfiggerlo: 

“Maledetta bestia…” sussurra l’inquisitore. Io sono una bestia? Allora dimmi cosa hai mangiato in questi giorni, umano. Quanta carne hai consumato per essere qui, oggi, davanti a me. Io sono un predatore, sono stato chiamato qui da qualche umano idiota, che non ha calcolato le conseguenze.”

E chi è allora il vero mostro? La bestia? Il demone che risponde alla sua natura particolare e istintiva, o chi richiama in modo sconsiderato forze di cui non conosce la forza ne l’impatto sul mondo/ecosistema, solo perché assecondano e risolvono le sue assurde frustrazioni? In ogni racconto il soprannaturale è cercato per assecondare i propri bisogni egoistici. Chi per il potere, chi per denaro, chi per primeggiare, chi per dominare. E in ogni caso l’ombra rappresentata dal demone, richiede il pagamento del debito. E fidatevi non è mai un pagamento equo. Chi gioca con l’inconscio tentando di manipolarlo, non sta affatto compiendo una gesto eroico: sta tentando di gabbare il dio Ecologico, ossia il dio che presiede alla giusta gestione del ciclo naturale, alla difesa dei confini tra ragione e sentimento, tra meccanico e soprannaturale e alla giusta e necessaria separazione tra i due piani conscio e inconscio.

Affinché la destra non conosca mai del tutto cosa fa la sua sinistra, perché una necessaria segretezza è importante per il corretto equilibrio della nostra totalità di esseri senzienti. Non possiamo sempre e del tutto essere certi e conoscere i processi mentali, perché questo creerebbe uno squilibrio emotivo pesante: sapere che in fondo tutto è illusione, tutto è percezione, che il reale è un qualcosa elaborato dal cervello, ci renderebbe più pazzi di quello che già siamo.

Ma è altresì necessario che, ogni tanto, la luna di sangue e quindi l’incredibile faccia capolino nelle nostre vite affinché i nodi vengano sciolti, i torti riparati e un po’ di incredibile, seppur oscuro e per nulla luminoso, inizi a bagnare e fertilizzare le nostre vite. Ecco che il fantasy non è altro che il simbolo di quel mistero che viaggia nella meraviglia di un vero mondo incantato, quello della corteccia cerebrale, quello che unisce i mondi e li tiene speratati, quello che falsifica il reale e lo riproduce costantemente donandogli nuove forme.

È il mondo del bizzarro e del non senso, dell’orrore e della meraviglia. È il regno di una luna di sangue rossa e luccicante come il sangue che ci scorre nelle vene. È il rosso della vita che si rinnova, della terra che si nutre, delle emozioni che devono, ogni tanto, circolare liberamente. Ma è anche il rosso della rivelazione, della sincerità, quando ci mostriamo nudi di fronte al giudizio degli altri e forse, per un attimo ce ne fottiamo.

È il rosso della linfa vitale che scorre in noi, è il colore della vera fantasia, che non è cosi luminosa come noi crediamo, ma che brilla con il colore del nero. Non a caso la meraviglia era espressa cosi dai racconti celtici:

“era caduta la neve durante la notte
un falco aveva ucciso un’anatra…
un corvo si abbatté sulla carne dell’uccello.
Peredur si fermò e vedendo la nerezza del corvo, il biancore della neve, il rossore del sangue
pensò alla chioma della donna che amava di più, nera con il corvo
alla sua pelle bianca come neve
ai pomelli delle sue guance
rosse come il sangue
Mabinogion”

Questo perché Bellard sa, lo capisce perché di simbolo è nutrita la sua ANIMA e ci svela che anticamente termine bruno non significa solo scuro, ma anche brillante. Infatti, la divinità oscura per eccellenza la Cailleach, è dotata di un fulgore che non si altera in nessun momento, né all’alba, né al crepuscolo, né di notte.Lo si vede piuttosto accrescere, risplendere trattenere e diffondere luce. Pertanto, nel regno sotterraneo di cui luna di sangue è discepolo, le divinità solari (I demoni crudeli del libro) non si trovano in contraddizione con l’oscurità, con il nero, con il “dark”. In conformità all’antica tradizione. Ecco perché, nonostante il suo alone gotico, crepuscolare, il testo non manca di una certa lucentezza, espressa mirabilmente nell’ultimo racconto. Il libro è un inno al mondo che tutti noi amiamo ma di cui temiamo però, le regole. Di quel mondo che tutti bramiamo, ma quanto terrore nel decidere di scendere in quella buca nel terreno!

Cosa ci aspetterà? Un bianconiglio o un demone? L’orrore o la fantasia? Nel mondo immaginario non esiste questa dicotomia. Perché il vero mondo immaginario è rottura di regole, schemi, valori, ideali e persino etica e morale.

È il caos da cui tutto rinasce, è un momento di sospensione del giudizio severo di una società che non ci lascia mai del tutto liberi. Il mondo del fantastico è e deve essere, gotico, crepuscolare, oscuro, brumoso e al tempo stesso vivido, brillante e ROSSO.

Il fantastico deve essere un onirico e devastante viaggio nella mente dell’autore. Che non si vergogna di mostrarci la sua ombra.
Questo rende, un racconto di fantasia, quindi non una mera invenzione che parla di folletti, fate, orchi ed eroi. Il genere dovrebbe trattare ciò che è vero, attraverso una bellissima bugia.

Ed è così che Luna di Sangue è semplicemente:

narra quello che i miei occhi

percepiscono.  

È uno specchio distorto sulla mia realtà.

Questo libro, quindi, narra quello che i miei occhi percepiscono.

È uno specchio distorto sulla mia realtà.

Uno specchio bellissimo, antico e moderno, ornato di intarsi strani e di simboli arcani. Uno specchio in cui io sono entrata spavalda e fiera.

E fidatevi, non me ne sono minimamente pentita.

 

 

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Recensione a cura di Alessandra Micheli.

Revisione a cura di Fabiana Urbisci. 

 

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“Stormhaven. Whiborne & Griffin #3” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una cosa è certa: la bravissima Jordan L. Hawk non è solo una maestra ad intrecciare le trame.

E’ molto di più.

E dopo il terzo libro della serie Griffin e Whiborne ne sono più che mai convinta.

Lei elogia quella forma di arte che, attraverso azioni, adrenalina e amore scioccante, elargisce anche stimoli al pensiero e alla riflessione.

Per questo a volte mi indigno quando i suoi meravigliosi libri vengono letti soltanto come un ottimo e adorabile urban fantasy, o peggio un rosa con l’orrenda dicitura MM.

Come se l’amore fosse bisognoso di etichette.

L’amore è amore, e poco importa quale sia l’oggetto della vostra passione, se l’arte, se l’ideale, se un uomo se una donna o persino un adorabile gatto.

E’ quella forza che ci fa essere miglior agli occhi dell’altro la vera, unica magia.

E’ quella capacità non si superarli soltanto, ma di accettarli i nostri limiti, di scavare in fondo all’insicurezza mettendo, per la prima volta forse nella nostra vita, l’altro al primo posto e non la mera soddisfazione dei bisogni.

L’amore eleva l’animo, gli dà nuova linfa vitale, gli dona il respiro e una lacrima di pura compassione per lenire e guarire le proprie orrende ferite interiori.

E’ questo è l’amore celebrato nella saga.

Ma a me, personalmente interessa altro.

Elementi che l’autrice sparge con astuta consapevolezza dietro il velo dell’avventura e dell’esoterismo.

E sono quelli che smuovono qualcosa di assopito dentro di noi, chiamatela coscienza, chiamatelo impegno civile o tendenza ad abbracciare gli ideali.

E attenzione.

Sono gli ideali e non le ideologie, religiose, politiche o economiche, baluardi al servizio dell’uomo, quei muri che ci proteggono dalla sfrenata ambizione di chi, alla sua umanità rinuncia per sedere sul trono del re potere.

Stomrhaven affronta uno dei discorsi più complessi e più vergognosi della nostra civiltà: la pazzia.

Per secoli e fino ad oggi, il pazzo è un pericoloso deviante che mette a rischio l’intera impalcatura sociale.

Ogni forma di distorsione mentale da quella meno pericolosa a quella addirittura curabile, sono visti come orribili demoni da combattere.

O, peggio, da ignorare.

Seppur vero che alcune forme di nevrosi rendono il malato un pericolo per se stesso e per gli altri e vanno assolutamente curate, mi si conceda un pensiero: le altre sono semplicemente diverse visioni della realtà aborrite dalla società moderna.

Da sempre aborrite oserei dire.

Cosi il pazzo che sogna, che si rifugia nel mondo onirico, che è un eterno bambino, viene visto male perchè….improduttivo.

Accadeva nella fine ottocento e fidatevi, accade anche oggi.

Non a caso la dicitura per un cervello che risponde e si connette con altre frequenze diverse da quelle ritenute consone alla normalità, è di handicappato.

Come se l’affronto di essere connesso su altre frequenze del pensiero, su altre dimensioni mentali fosse davvero una limitazione.

Oggi, il pazzo è il menomato e stenta a farsi strada la dicitura più coerente e più obiettiva di diversamente abile.

Diverso, non menomato, non incapace, non difettoso.

Semplicemente qualcuno con abilità cognitive e mentali aliene dalle nostre.

A cui dovremmo approcciarci con curiosità e non con senso di superiorità.

E’ quella convinzione di essere migliori, i dominatori, i depositari di una genetica vincente che stimola il pensiero a relazionarsi con il mondo, nel senso della finalità cosciente.

E ci rendesse autorizzati a manipolare, sperimentare e usare quei cervelli inferiori.

Che appunto perché incapaci di essere utili, sempre in senso produttivo, alla società, almeno possono essere sacrificati per la conoscenza scientifica.

Di sperimentazioni del genere la storia trasuda esempi.

E Stormahaven ce lo mostra in tutto il suo orrore.

Non a caso la volontà di asservire un antica divinità marina, è un simbolo potente.

Nel libro, il dio dei mari e quindi dell’inconscio e degli impulsi oscuri, non sale in superficie perché reo di causare un caos distruttivo.

Esso si limita a osservare il mondo reale e a bearsi delle meraviglie di una realtà cosi diversificata e cosi variopinta.

E’ presente ma non prende mai il posto di dominatore.

Lo scienziato folle, cosi come fece l’orribile dottor Mengele tenta di utilizzare per finalità mai nobili, queste forze inconsce.

A volte giustificando i propri esperimenti inumani, altre per trovare sempre nuove forme di manipolazione del pensiero, utilizzando proprio, per i più turpi esperimenti, coloro che sono considerati non solo senza diritti, ma persino scarti civili.

Ecco che il folle diviene l’uomo senza diritti, tolto di mezzo perché reo di sconvolgere le concezioni rigide di una società che, per mantenersi, doveva scacciare l’immaginazione dai suoi valori.

E negare ogni realtà immateriale.

Ecco che Griffin stesso diviene simbolo di quella corsa sfrenata a soffocare l’orrore sotto il perbenismo silente, complice delle forze distruttive che, ogni morale società, espelle come scorie nocive.

Lungi dall’esaminarle e dal conoscerle preferisce seppellirle.

Perché vedete, non sono i mostri, non sono gli alieni, non sono antiche divinità il vero pericolo.

Ma chi le evoca per fini ignobili come quello dell’interesse.

Economico, politico o di sopraffazione.

Ecco che il vero squilibrio di Stormhaven, cosi come il disastro provocato negli altri due libri è sempre e solo l’insensatezza di un uomo che, in realtà, non si accetta.

E non accettandosi in tutta la sua umanità, non riesce, davvero, a vivere.

 

 

“Il mistero di Virginia Hayley” di Alessio Filisdeo, Npsedizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La buona musa Calliope mi vuole bene.

Me ne sono resa conto dai libri che pone sulla mia strada, alcuni di una bellezza tetra ma al tempo stesso abbagliante.

Eh si miei adorati lettori.

Oscuro e fulgente, per me nata e cresciuta sotto l’ombra dei racconti celtici non sono aggettivi dicotomici anzi.

Sono parti di un concetto di bellezza antico, che fa del nero fonte di estrema chiarore.

Poiché è il nero che sublima e accoglie in se ogni colore e persino quella luminosità che noi bramiamo continuamente.

E, così, il nero è simbolo di beltà, simbolo di interiorità e mai di maligni demoni. E’ l’antro da cui si rinasce, da cui emergono fiammeggianti stille di fulgore a cui noi, sognatori ci abbeveriamo.

Calliope ha ispirato il buon Flisdeo, rendendolo capace di imprimere su carta (o meno poeticamente su pc) una storia dal sapore gotico, ambientata nell’antro vittoriano, ma irrorata da un certo spirito polemico tipico dei grandi autori di narrativa sociale.

Qua, in questo libro, convivono tutti in un armonico mosaico il buon Dickens, una certa ironia alla Austen, la tetraggine del buon Walpole e una certa dose di irriverenza di Le Fanu più che di Stoker.

I personaggi che troverete, infatti, sono totalmente diversi dallo stereotipo che aleggia attorno alla figura del soprannaturale, e risultano, al pari della buona Carmilla, molto umani imprigionati nella loro rimembranza triste di una vita oramai perduta.

E cosi viaggiano non morti, vampiri, licantropi, sensitivi e streghe che animano i retrocessi della benevola società londinese.

Ed è un contrasto degno di un vero riformatore sociale, poiché i veri demoni non sono scaturiti dai peggiori racconti orrorifici ma rappresentano i protagonisti che la vera vita e la vera umanità celano dietro lo stantio e immobile sistema sociale dell’epoca.

Alla fine loro sono i frutti di un apparente normalità che di banale non ha proprio nulla.

La società vittoriana di allora si nutriva di energie.

Era il vero borghese il prototipo del vampiro, con la sua ansia di dividere il giorno e la notte, il buono e il cattivo, facendo si che lo stesso cittadino probo divenisse fulgido esempio anche a discapito della massa popolare a cui veniva riservato l’onore di rappresentare l’abbrutimento di chi non si atteneva a ligie regole morali.

Londra appare cosi profondamente adombrata da netti contrasti: sfavillio, cultura e innovazione tecnologica a osannare la grandeur del regno britannico. Orrore devastazione, vizio e degrado a raccontare come il progresso ha una facciata meno nobile e meno civile quella che gorgoglia nei bassifondi chiamati WhiteChapel o i Docxs, con quell’umanità che stenta a riconoscersi come tale, cercando di sopravvivere rinunciando alla sua straordinarietà, ai talenti e alle potenzialità.

E già si delinea un “sotto testo” che riesce a carpire i segreti del periodo scelto e utilizza appunto l’elemento sovrannaturale per sottolineare la denuncia.

I mostri quelli scaturiti dai peggiori sogni non sono i carnefici del testo.

Il vero carnefice è l’interesse economico, la stabilità il buon nome che tenta di celare le contraddizioni e tenta di occultare il marcio sotto il tappeto.

Per gli scrittori vittoriani White Chapel e i suoi orrori non esistono.

Whitechapel: la tomba della rettitudine, il simbolo stesso della depravazione e della corruzione di Londra, patria di puttane, tagliagole ed ebrei.

Li raccontano semmai in modo allegorico utilizzando demoni che esorcizzano il vero male in un rito apotropaico che sa tanto di tentativo di redenzione.

Ma una società che non ammette i propri sbagli e le proprie imperfezioni come può essere salvata?

La società vittoriana non era che una bella facciata.

Esaltava i propri successi, il buon nome acquisito con il duro lavoro, salvo poi riversare i propri vizi nelle fumerie di oppio e nei sobborghi in cerca di un piacere effimero e senza regole.

Ecco la perfetta descrizione di quella Londra che tanto angosciava Charles Dickens e che non aveva il sapore del progresso ma del fumo delle industrie che anneriva i polmoni e rendeva gli uomini dei veri e propri condannati

Miracoli, orrori oltre ogni immaginazione, tradimenti, cospirazioni. Ed è solo la punta della piramide, di quell’infido e sdrucciolevole mausoleo che voi chiamate “Londra”

E Londra appare cosi offuscata, quasi uno specchio distorto in cui la sua bellezza, quella che tanti libri celebrano, appare già brulicante di marcio e vermi striscianti

Se quella notte fosse stata simile alle altre, per i suoi sudici vicoli vi si sarebbe potuta ammirare la più rivoltante assemblea di scarti sociali. Bestie, non uomini. Animali consumati dalla febbre della lussuria, dall’ebrezza dell’alcol, desiderosi di dimenticare pure per un solo attimo quella miserabile vita fatta di stenti e di violenza.

E gli eventi e la ricerca della verità, del colpevole non fanno altro che da sfondo al vero protagonista del libro, quella rottura della percezione cosi soave e comoda che lo stesso protagonista e che noi tutti abbiamo del mondo in cui ci tocca vivere:

In tali occasioni, tutto ci pare sbagliato. Noi stesse, le nostre idee, il nostro apparire, i nostri desideri. Ciò che avevamo giudicato nobile a una prima occhiata appassisce nella superficialità a una seconda. Ciò che avevamo reputato brillante si rivela opaco, e ciò che ci aveva colpito nella sua favolosa concezione si dimostra null’altro che un’illusione dei nostri sensi.

Le note riecheggiano sgraziate. Il ciarlare convulso serpeggia guastando l’umore. La triviale condiscendenza del sesso opposto insulta apertamente quel briciolo di amor proprio che la società, coi suoi ipocriti insegnamenti, ancora non è riuscita a estirparci. Così, questa cupola che sino a non molto tempo fa ci era sembrata dorata e idilliaca, si rivela finalmente ai nostri occhi per quello che realmente è»

E qual’è quindi il nostro peccato, quello che permette ai “mostri” di accompagnarci in questo sfrenata commedia dell’arte senza senso?

Un delirante spettacolo di marionette, i cui fili invisibili sono mossi dal conformismo e dalla doppiezza, poiché la menzogna è la più sopportabile, e confortevole, delle realtà»

Il vero contatto con il reale, quello disturbante nel testo non è la scoperta che l’altro mondo viaggia assieme a noi.

L’Inghilterra e l’intero regno unito, in fondo c’è abitato. Tante le leggende che fondano e colorano l’autentico spirito anglosassone a partire dal mito della testa di Bran sepolta sotto la torre di Londra.

No.

Il vero male che si tenta di occultate è molto più semplice, più banale e pertanto più infido e i mostri stessi, i vampiri, le streghe non sono altro che i coprotagonisti di quel marcio che rese fallace e friabile la società del tardo ottocento: il perbenismo.

Quella volontà di rendere tutti uguali, tutti addormentati, privi di slancio vitale, privi di poesia, privi di immaginazione. Scelti non dal destino ma dal compromesso sociale e inserirsi volenti e nolenti in ruoli prestabiliti da cui uscire era…impossibile.

Condanna?

La morte sociale.

Allora era meglio non vedere, fingere di non conoscere l’occulta motivazione alla base di scelte politiche, sociali e emotive cosi disastrose per la psiche come quella della pruderie.

Ecco che in fondo in ogni vittoriano o neo vittoriano in cui l’oscuro altro mondo inizia a viaggiare, ci si sente più attratti da queste figure mitologiche da cui dovremmo rifuggire spaventati, le uniche in fondo, in aperto e spontaneo contatto con le loro naturali inclinazioni: il vampiro deve bere sangue, il licantropo ululare alla luna, la strega beffare e ingannare.

Ma l’uomo… ah lui no.

Potrebbe essere libero e invece è condannato…da se stesso.

Nelle storie di fantasmi è sempre notte, e l’ambiente lugubre trasuda malvagità da ogni parete, lasciando solo intravedere l’orrore. Nella realtà, ben più inquietante, i misfatti e le colpe sono illuminati dalla luce del sole, esposti allo sguardo e alla vergogna di tutti.

Amo e ho amato profondamente questo libro.

E non solo per la capacità dell’autore di farmi viaggiare attraverso la cortina del tempi.

Ma perché, in fondo, descrivendo la Londra vittoriana sta descrivendo la mia, la nostra società.

Quella di oggi.

E finalmente posso vedere di quanti fili è imbrigliato il mio corpo e forse…toglierli.

E tornare a essere me stessa.

“Il ballo del diavolo e altri racconti” di Gaia Cassarri. A cura di Alessandra Micheli

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Se non si vuole che la vita diventi arida, si atrofizzi, e avvizzendo muoia, serve solo una cosa: movimento.

E’ la stasi continua, il reiterare vecchi schemi mentali, l’accucciarsi su se stessi, sulla rassicurante abitudine che crea il crollo di civiltà e persino delle persone.

Una volta entrati nell’ottica immobilistica del benessere, l’uomo di ferma.

Ma non solo fisicamente.

Non sperimenta più, non cerca più, non ha domande, non ha curiosità.

Tenta solo, in ogni modo, di non perdere ciò che la società gli ha così benevolmente elargito: le gabbie.

Ah spesso sono gabbie auree.

Spesso il via libera allo scorrere indomito di impulsi atroci, per nulla “umani”, che serve a convincerlo a non cambiare.

Ma senza movimento la persona muore.

Inesorabilmente.

E forse rischia, in una fredda notte di fine ottobre, di rendersi semplicemente conto, di non aver mai davvero vissuto.

Di non avere la passione che spinge oltre, quella che ci fa sacrificare noi stessi per dare vita a un sogno.

Il libro di Gaia è un viaggio, a volte oscuro a volte poetico all’interno dell’essere più misterioso dell’universo: l’uomo.

Fatto così alto, più grande di angeli e stelle e al tempo stesso così piccolo e sperduto.

Cosi incapace di cogliere la bellezza della luna, senza avere quello strano stimolo a dominarla.

Perché possedere quel senso di meraviglia significa partire, crescere e magari mutare pelle.

E noi le palle di farlo non le abbiamo mai avute.

Sostituiamo un giocattolo con l’altro, rinchiusi in prigioni dorate, in armature di seta.

Cerchiamo con brama di possedere tutto, affinché il tutto non stimoli il nostro intelletto spingendoci a cercare altrove una gioia che non abbiamo più da tempo.

Perduta dietro la troppa tecnologia, perduta dietro l’avanzamento di un benessere che è in realtà solo un atroce baratto: quello con i nostri sogni.

Senza sogni, senza passione, senza empatia noi come siamo oramai?

Ci hanno convinto che i poeti, gli istrioni sono pericolosi mostri da evitare, ma non ci hanno mai detto che il mostrum è il meraviglioso, il bizzarro, l’incredibile e che solo abbracciando questo lato folle noi possiamo tornare a vivere davvero. E magari a salvare in questo mondo soffocato da smog e polveri sottili, di salvare un albero, fino a fondersi con esso e salvare come fece Chico Mendez milioni di

giganti pieni di incanto:

I signori della morte 
non vogliono capire,
non si uccide la vita, 
la memoria resta.

Così l’albero cadendo,
ha sparso i suoi semi
e in ogni angolo del mondo, 
nasceranno foreste.

Ma salvare le foreste
vuol dire salvare l’uomo,
perché l’uomo non può vivere 
tra acciaio e cemento,
non ci sarà mai pace, 
mai vero amore,
finché l’uomo non imparerà 
a rispettare la vita.

Per questo l’albero abbattuto
non è caduto invano,
cresceranno foreste
e una nuova idea dell’uomo.

Nomadi

 

E’ cosi assurdo che l’aspirazione, la nostra stessa vita sia legata cosi intimamente alla terra?

E’ cosi strano che esistano venditori di sogni che bussano fieri alle nostre porte, regalandoci qualcosa che si spaventa ma che ci rende cosi immensamente fieri di noi stessi?

E’ cosi difficile ascoltare le storie di signora vendetta per poter sputtanare quel perbenismo che domina ogni gesto, che infrange illusioni, che martoria la vita

e magari capire che tutti questi stupidi, inutili palliativi, sono stati fatti perché noi, figli di luce potessimo semplicemente restare legati a terra?

Ci hanno convinto che materia e anima sono completamente slegati, che il regno dello spirito è stato sbarrato con un cancello di ferro, di cui si sono perdute le chiavi.

E che dobbiamo restare qua a alimentare con le nostre sempre più flebili energie, il dio Mammona.

Ci hanno insegnato a non reagire, a morire di inedia.

Ci hanno insegnato che un libro è solo un passatempo per allietare giorni sempre uguali, senza il miracolo delle stagioni.

E restiamo cosi privi di slanci, di sogni.

Immersi in un mondo senza più storie.

Le storie siamo noi.

Le storie sono le voci radiose dei nostri antenati.

E chi le narra, riempendo i nostri occhi spenti, di stupore ha tutto il mio rispetto.

E la mia immensa gratitudine.

Perché trasformerà piccoli spaventati esserini evanescenti, in fieri guerrieri dallo sguardo duro ma al tempo stesso pieno di rabbia e di stelle.

Grazie davvero Gaia,

 

“Cose strane” di Alessandra Paoloni, Delrai edizioni. A cura di Alessandra Micheli (Fonte http://www.letturesalepepe.com/review-tour-cose-strane-di-alessandra-paoloni/?fbclid=IwAR0bCa6hY0G-MKKmFqy5h3egNZzB4-yjfWplgj35U_bN9UFJsSJ500fCoKo)

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La pioggia continuava a cadere, inarrestabile. Avvertii un innaturale senso di leggerezza, di pace…

Era davvero lì con me.

La morte era venuta a prendere la mia anima.

La Morte che veniva a vendicarsi, come ogni volta, della Vita.

Cose Strane

 

Uno dei generi che per fortuna sta ritrovando la sua notorietà, tutta meritata è il gotico.

Come ben sapete ( lo spero) questi libri straordinari raggruppano degli scritti, sviluppatosi nella seconda metà del settecento caratterizzati dalla presenza di due importanti elementi, snobbati dall’età illuministica, il romanticismo e l’elemento orrorifico sovrannaturale.

Se nelle idee dei vari Voltaire e Diderot, la ragione accompagnava la ricerca della conoscenza, considerando, quindi la gnosi, un vero e proprio processo di apprendimento, per i successivi autori e i successivi artisti esso privava la creatività nel necessario sentimento di mistero, quello che avvolge e inonda ogni vera e autentica ricerca artistico spirituale. Ecco che il romanticismo espresso dall’abbondanza di castelli diroccati, di sotterranei, di cupi ambienti in cui l’atmosfera tenebrosa dava un senso di insicurezza, si accompagnava benissimo con l’elemento psicologico che caratterizza e deve caratterizzare il fascino dell’orrore. Fantasmi, misteri, lati oscuri e pericolosi presenti nei bassifondi dell’animo umano anticipavano di molti anni gli studi junghiani sull’ombra.

Amore e morte si sposavano, quindi in un connubio maledetto e al tempo stesso interessante a livello antropologico, esprimendo la paura e al tempo stesso la meraviglia di fronte alla fine dell’esistenza materiale: laddove la morte mieteva vittima, l’amore, il sentimento persino le passioni più funesta permettevano all’essenza della persona di restare attaccata al piano del reale.

Ecco che due dimensioni smettevano di essere nemiche e si abbracciavano in un eterno ballo frenetico e la tempo stesso poetico, che rendeva l’impronta spirituale dell’essere umano, il fantasma, la dimostrazione di una sorta di speranza: che in fondo, l’oscura signora non era cosi cupa, cosi orribile come l’attaccamento eccessivo alla vita faceva presupporre, ma era solo una guida verso un mondo sconosciuto, da comprendere, da organizzare e da esplorare.

Ecco che la Paoloni si immerge completamente nelle autentiche atmosfere gotiche, facendo propria la sensazione di una sorta di necessità della signora con la falce, quasi a sottolineare come essa sia davvero il custode dei misteri che, non si rivolgo soltanto ai cosiddetti “segreti della tomba”.

Ma anche alla capacità di osservare l’intero percorso umano con altri occhi, onde scoprirne le idiosincrasie, i malesseri, le perversioni e le ipocrisie.

Nel libro della Paoloni dunque, tramite il contatto con il numinoso vengono svelati i problemi, le imperfezioni tipiche dell’animo umano, che riguardano l’incapacità di rapportarsi con la realtà e con l’altro, come in High Wall, l’inutilità del corpo e della valorizzazione eccessiva della bellezza come in membra che non può non ricordarci la bellissima canzone di Branduardi “Vanità di Vanità”

 

Sei felice, sei, dei pensieri tuoi,
godendo solo d’argento e d’oro,
alla fine che ti resterà?
Vanità di vanità.

Vai cercando qua, vai cercando là,
seguendo sempre felicità,
sano, allegro e senza affanni…
Vanità di vanità.

Se ora guardi allo specchio il tuo volto sereno
non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità.

 

O la consapevolezza che, in fondo, nonostante ogni nostro sforzo per ignorarla, per combatterla con gioie, bellezza, vizi e persino virtù il nostro fine ultimo è abbracciare l’estrema ultima fine come in “Corpo”

“Cose strane”, il titolo, forse non riguarda davvero  l’enigma dell’ultimo viaggio, quanto la nostra volontà pedissequa di volgere il nostro sguardo altrove, per sfuggirne non solo l’irruente e scomoda presenza ma anche la sua fine ultima: tutti sanno che, in fondo, è solo alla fine che si sciolgono i nodi. E in membra quest’elemento è fondamentale e presente: la vita perfetta si rivela in tutta la sua atroce falsità, si svelano drammi che il nostro io vigile tende e non contemplare, si ritrova il dolore laddove la nostra ossessiva ricerca del piacere ce lo fa letteralmente ignorare.

La morte in questi tre angoscianti ma al tempo stesso poetici racconti,sollevano quel velo di Maya che nasconde la vera realtà, rendendo palese come il nostro vivere, non sia altro che un eterno drammatico e grottesco dramma da commedianti.

 

E sopra ogni forma rabbrividente il sipario, vasto drappo mortuario, discende con la violenza d’una tempesta; e gli angeli, tutti pallidi e smorti, levandosi e svelandosi, affermano che questo spettacolo è una tragedia che si chiama «L’uomo» in cui il vincitore è il «Verme Conquistatore».

Edgar Allan Poe

“Blake, la rinascita degli Dei” di Simone Alessi, Vertigo editore. a cura di Alessandra Micheli

 

Raccontare, descrivere, immergersi nel regno di Blake non è affatto semplice.

Eppure è una mistica esperienza che consiglio a tutti.

Pertanto, non posso scrivere una recensione senza dare luce alle ombre di un lontano passato filosofico, evidenziandone gli aspetti principali e dando per scontato la conoscenza, almeno superficiale, di una filosofia bellissima e purtroppo dimenticata.

Questo sarà il mio fardello.

E mi spiace se molti dei concetti che esprimerò saranno apparentemente difficili, apparentemente contorti, apparentemente assurdi.

Ci vorrà da parte vostra più attenzione, più concentrazione, più elasticità mentale, al posto dalla solita banale volontà di evasione e di annichilimento del pensiero, quello che tanti amati vostri libri propongono.

Se riuscirete in questo immane sforzo, vi garantisco che compierete un viaggio alla scoperta di voi stessi e del dio che state plasmando nel vostro cuore.

State attenti ai suoi desideri e alle sue emanazioni, perché sarà la religione a cui darete vita a modellare la vostra realtà.

Primo concetto fondamentale, spesso la materia in cui siamo invischiati non è altro che sogno. Un fiume di immagini, di potenzialità discese direttamente dall’iperuranio, necessariamente nascosto dal velo di Maya, condizione basilare per camminare in totale sicurezza, in quelle strade che crediamo reali. Se conoscessimo da subito il segreto, senza averlo prima conquistato morendo a noi stessi e alla nostra convinzione di essere solo molecole e atomi, ne saremmo devastati. Troppa l’energia sprigionata dalla verità, e laddove essa va centellinata onde evitare l’overload, l’intasamento di informazioni, bisogna che la sinistra non sappia cosa compie la destra.

E’ un motto che potete trovare nella bibbia ( ma voi che vi definite credenti, ogni tanto lo aprite il sacro libro?) e che sta semplicemente a indicare il luogo proibito, quello in cui vige la segretezza dei complessi meccanismi mentali che separano la creatura dal pleroma o, per dirla alla casareccia, il mondo materiale da quello spirituale.

Secondo elemento.

La segretezza è l’indicazione, è il segno che ci avviciniamo furtivi alla verità: non è la materia a dare custodia all’anima, allo spirito, ma è lo spirito a dare consistenza e legittimità alla materia. Credere che il nostro corpo sia reale è un sogno, un sogno che ogni vero mistico, ogni esoterista scopre durante il suo terrificante viaggio, quello che li porta a conoscere quegli spiragli tra le due dimensioni che noi chiamiamo porte.

Terzo elemento.

Quando si è preparati, quando si è mentalmente pronti, si può allora sollevare il velo e contemplare la vera vita.

Tutti questi principi che ho superficialmente numerato, formano la struttura della saga di Blake.

Blake è questo.

E’ l’apertura attraverso cui, tramite lo shock, iniziamo a conoscere la storia dell’uomo e dei suoi dei, nella straordinaria parabola della creazione.

A cosa serve la religione?

Cosa spinge l’essere umano a rappresentare e dare vita alla divinità e al sacro?

Blake con immagini, con poesie, con accadimenti spesso oscuri poiché simbolici, ce lo svela. Ma ce lo svela nel criptico linguaggio dell’esoterismo, ossia la disciplina in grado di penetrare nelle regioni celate, che formano la vera realtà.

Vi siete mia chiesti com’è possibile che un dio trascendente, lontano eoni e eoni, abbia potuto dare vita a una creatura imperfetta come l’uomo?

Vi siete mai chiesti perché il nostro viaggio è cosi difficile e complicato?

Ma sopratutto vi siete domandati perché durante i secoli, la divinità non è mai stata ferma e immobile, ma ha subito profonde trasformazioni ontologiche?

Avevamo divinità strane, benevoli e al tempo stesso gelose, simili, troppo simili, alle nostre imperfezioni. Tanto che, alla fine, invece di restare immanenti in questa creazione, (come notò Leopardi accanto alla bellezza esisteva il marcio della distruzione) resa incompleta, resa luogo anche di dolore e sacrifico, divennero irraggiungibili, inseriti o in una dimensione altra, o su un monte lontano, inarrivabile dagli uomini.

Lasciandoli soli di migliorarsi come di distruggersi.

Fino all’apoteosi finale di Jahvè, privato dell’umanità e della sua sposa( la misericordia) reso discosto degli antichi Dei, quelli greci o romani, o anche egizi, cosi impervio e arrogante, cosi crudele e al tempo stesso profondamente esigente.

E se il dio degli eserciti era il vero dio, gli altri cosa erano?

Demoni?

Il male incarnato?

E se il male era la divinità opposta, non esisteva un vero monoteismo, ma una nuova forma di politeismo, con tanti piccoli frammenti che si suddividevano e si riunivano in una girandola incessante, che procurava capogiri al solo pensarci.

Nel mondo di Blake bene e male, verità e menzogna danzano a braccetto.

Chi è buono diviene crudele, ma alla fine si redime perché la crudeltà serve al passo successivo che porta…all’evoluzione.

Tutta la filosofia di Alessi abbraccia questa verità: per poter essere, esistere e darsi una forma, seppur spirituale, Dio, i Dei, il sacro deve trasformarsi costantemente.

Il mondo spirituale al pari di quello materiale, ha bisogno di morire e rinascere, di sacrificare una parte di se, che sia il centro della manifestazione (il cuore) che sia la purezza e l’innocenza (il bambino) per potere dare un nuovo volto a se stesso.

E alla sua creatura.

Dio o l’energia divina ha bisogno di venerazione, di sogni, di preghiere insomma dello spirito celato all’interno dell’uomo non soltanto per crescere, ma per manifestarsi.

Senza questo sacro, questo modo di interpretare il sacro, Dio resta solo un seme, una potenzialità immersa nel nulla infinito, nella stasi, nella pacatezza.

E’ da un atto di procreazione che tutto ha inizio.

In ogni racconto della genesi, è una perdita a dare origine al mondo, la nostra creazione chiamata terra.

E al suo sommo sacerdote che è affidato il più importante compito, la venerazione di Dio affinché esso divenga sempre più se stesso.

Uomo e divinità sono cosi indissolubilmente legati che uno è nutrimento dell’altro.

Che uno ha bisogno della fede nell’altro.

Noi in dio ma anche dio in noi.

Qualora il patto si rompa per una trasgressione ( vedere il mito del giardino dell’eden) l’intero equilibrio viene messo a rischio.

Ma ancora una volta, nelle cose dello spirito, tale rischio ha il suo lato opposto: è dalla trasgressione, dall’infrazione che si crea il nuovo.

E’ dall’aleph che parte l’inizio.

E’ dall’uno perfetto e solo che si diramano quelle emanazioni ( perfettamente descritte dalla Quabbalah) che iniziano a far muovere il tutto.

Il prezzo?

Rinunciare all’inerzia e allo status quò.

A dio non piace l’immobilismo.

Agli dei non piace non poter lottare.

Non piace smettere di trasformarsi, battagliare per la redenzione, nostra e loro.

Il mondo esiste e esistono le realtà perché c’è la necessaria interazione tra Jahvè e Elohim, tra la volontà di cambiamento e la resistenza del cambiamento. Qualora il contrasto, il dialogo si fermasse, si fermerebbe il mondo.

Cos’è a vera morte?

E’ essere immobili.

Il corpo muore quando le cellule smettono di crescere e nascere. Quando tutto è a soglia zero.

E’ lo zero la vera morte.

Finché avremmo polo negativo e polo positivo, il mondo continuerà la sua bellissima folle corsa.

E Alessi continuerà a scrivere di Blake.

E in Blake non esiste il lieto fine perché non esiste la fine.

Nuovi Dei moriranno e nuovi nasceranno dalle loro carni.

Ma perché essi sorgano, quelle carni DEVONO essere martoriate, devono dividersi in mille pezzi distinti, ognuno dei quali creerà una nuova emanazione e cosi via.

Diceva Gregory Bateson che, il mondo numinoso, quello del sacro poteva essere compreso attraverso la biologia.

Ed è vero.

Osservate una cellula.

Un batterio, un albero.

Osservate il ciclo vitale: come si nasce?

Da se stessi.

E’ necessario il sacrificio di una parte del batterio perché esso dia vita a un suo simile eppure diverso.

E’ necessaria la divisione del DNA affinché esso crei nuovi ma diversi filamenti.

E’ necessaria la perdita di un ovulo, il sacrificio di uno spermatozoo per dare vita a un nuovo uomo, uguale e diverso.

E’ necessaria la morte del seme perché nasca l’albero.

E’ necessaria la trasformazione affinché il mondo continuo a pulsare a cantare, a sognare in grande

Sai tu quando figliano le camozze
e assisti al parto delle cerve?
Conti tu i mesi della loro gravidanza
e sai tu quando devono figliare?
Si curvano e depongono i figli,
metton fine alle loro doglie.
Robusti sono i loro figli, crescono in campagna,
partono e non tornano più da esse.
Chi lascia libero l’asino selvatico
e chi scioglie i legami dell’ònagro,
 al quale ho dato la steppa per casa
e per dimora la terra salmastra?
Del fracasso della città se ne ride
e gli urli dei guardiani non ode.
Gira per le montagne, sua pastura,
e va in cerca di quanto è verde.
Il bufalo si lascerà piegare a servirti
o a passar la notte presso la tua greppia?
 Potrai legarlo con la corda per fare il solco
o fargli erpicare le valli dietro a te?
 Ti fiderai di lui, perché la sua forza è grande
e a lui affiderai le tue fatiche?
Conterai su di lui, che torni
e raduni la tua messe sulla tua aia?
 L’ala dello struzzo batte festante,
ma è forse penna e piuma di cicogna?
Abbandona infatti alla terra le uova
e sulla polvere le lascia riscaldare.
Dimentica che un piede può schiacciarle,
una bestia selvatica calpestarle.
Tratta duramente i figli, come se non fossero
suoi,
della sua inutile fatica non si affanna,
 perché Dio gli ha negato la saggezza
e non gli ha dato in sorte discernimento.
 Ma quando giunge il saettatore, fugge agitando le
ali:
si beffa del cavallo e del suo cavaliere.
19 Puoi tu dare la forza al cavallo
e vestire di fremiti il suo collo?
 Lo fai tu sbuffare come un fumaiolo?
Il suo alto nitrito incute spavento.
Scalpita nella valle giulivo
e con impeto va incontro alle armi.
Sprezza la paura, non teme,
né retrocede davanti alla spada.
Su di lui risuona la faretra,
il luccicar della lancia e del dardo.
 Strepitando, fremendo, divora lo spazio
e al suono della tromba più non si tiene.
Al primo squillo grida: «Aah!…»
e da lontano fiuta la battaglia,
gli urli dei capi, il fragor della mischia.
Forse per il tuo senno si alza in volo lo sparviero
e spiega le ali verso il sud?
O al tuo comando l’aquila s’innalza
e pone il suo nido sulle alture?
Abita le rocce e passa la notte
sui denti di rupe o sui picchi.
Di lassù spia la preda,
lontano scrutano i suoi occhi.
 I suoi aquilotti succhiano il sangue
e dove sono cadaveri, là essa si trova.

Giobbe 39

La scrittrice Joanne Harris nel suo splendido, poetico libro, le parole Segrete, racconta del fiume sogno, quello che nutre la realtà dandole vigore e speranza di una modifica sostanziale dei propri assunti culturali.

La società muore ma dalla sue rovine ne nasce un altra, ancor più salda ancora più vicina ala verità e cosi via.

E’ il fiume sogno a dare questa spinta.

E il fiume sogno è presidiato da infiniti Dei che non sono altro che aspetti dell’unica energia primigenia.

Cabbala, gnosticismo, antichi incantesimi, non solo altro che i racconti di questa costante perdita del se, di questa ricerca di perfezione e di luce, perché accumulare luce significa accumulare energia e l’energia diviene poi spinta creativa.

Ricordate il mio libro preferito?

La Pistis Sophia.

La Sophia per un atto ribelle, per una distrazione, scambia la luce dell’arrogante, il signore della materia, per il suo perduto amore, il Christos.

E tramite un incontro che, per i puristi sa di abominio, da vita agli arconti.

Queste distorte emanazioni sono i regni inferiori della materia, quelli che i miei amati catari, combatterono fino alla fine.

Questo è il racconto.

Ma, esiste la versione più intima, più segreta.

Senza quell’atto, la Sophia restava perfetta e immutata.

E oramai sappiamo che in quell’immutabile, in quel voler essere ciò che si è, si cela la morte e nulla.

E’ solo dal caos, dalla trasgressione che la grande ruota del cielo si mette in moto e canta gorgogliando felice.

Ecco che gli arconti non sono più solo demoni, ma divengono daimon: sono esseri sacri che, nella loro impurità, ci spingono a ricercare la purezza perduta.

Ed è in quella corsa disperata, ammantata però di meraviglia, che nutriamo Dio.

E’ tramite la venerazione e perché no, la lotta contro il Nostro Dio che ci avviciniamo agli Elohim, alla completezza, all’origine dove l’assoluto regnava.

La redenzione, non è altro che infinita crescita.

Il sogno non è che la capacità di sollevare il velo e capire: quanto sia bello l’orizzonte ma quanto sia grande.

Quanto quest’uomo cosi arido, cosi odiato, sia invece quel seme che va macinato per creare nuovi rigogliosi alberi.

La divinità non è che questo: possibilità infinita, capacità di plasmare noi stessi e il mondo, amore che una volta donato torna in circolo e da la spinta al vero progresso.

Blake è il sogno, è la speranza, è la conoscenza che penetra dentro di noi, e ci forgia in esseri speciali, frutto di un vero atto di amore assoluto: un Dio che decide di lasciare la sua perfetta stasi per spezzarsi, per frantumarsi in mille emanazioni.

Blake è la poesia, l’incanto, la bellezza assoluta.

E’ sacrificio e salvezza.

E’ orrore e meraviglia.

E’ la volontà di entrare in quel mondo che riteniamo troppo grande per noi, ma che ci appartiene di diritto: il mondo del pleroma.

Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli” 

Entrate in punta di piedi, in questo libro, con rispetto e riverita meraviglia

“Fenomeni. Il lamento delle tenebre” Autori vari, Progetto Parole edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La paura è da sempre stata uno dei sentimenti più controversi che l’uomo abbia mai provato.

E’ spesso considerata corrispondente a una mancanza di coraggio, una non volontà di correre i rischi.

Eppure, per alcuni psicologici la paura è molto di più ed è strettamente collegata alla sopravvivenza.

Dell’anima o della psiche.

Eh si cari lettori, il fatto di aver timore, terrore di qualcosa, è connesso con il nostro istinto di auto protezione, che ci consente di riconoscere le sfide pericolose quelle che possono mettere a repentaglio il nostro intero sistema biologico. Aver paura non è mancanza di coraggio, è la capacità di non sottovalutare le scelte e le responsabilità a esse conseguenti. E questo permette all’uomo di non compiere passi azzardati, di non scivolare verso bivi perigliosi, ma sopratutto ad avere quella coscienza in grado di farci redimere qualora la tentazione della via facile sia irresistibile.

Ecco che il lato oscuro, tanto esaltato da Jung, diviene terreno prolifico di elementi utili per la nostra evoluzione. Laddove si nascondo i demoni, si nasconde, per ironia della sorta anche la parte divina di noi. Perché il termine stesso di demone, come il termine sacro contiene in se una sorta di dualità: demone non è solo il terrificante maestro delle tenebre ma è anche il daimon, il genio sovrumano. Sacro significa tanto puro quanto impuro, in una scala cromatica che va dalla purezza assoluta alla blasfemia più abietta.

E chi decide quale identità debba prevalere?

Beh per dirla alla Silente le nostre, personali, spesso difficoltose scelte.

Siamo noi a creare il paradiso in terra, la poesia incarnata o la violenza più brutale.

Siamo noi a far emergere il senso di colpa salvifico e quello dannato che ci condanna, cioè, a una non vita, un’esistenza perduta.

Siamo noi, dunque, a avere streghe demoni, vampiri dentro di noi, cosi come possiamo avere fate, angeli, divinità benevole.

L’uomo è il contenitore in cui convive il terrore e la meraviglia.

Terribilis est locus iste, è un motto che si rivolge alla nostra interiorità, dove tutto esiste e tutto convive in perfetto equilibrio. O almeno dovrebbe, ma non sempre ci rendiamo conto che il dualismo una volta che si riconosce nelle sue differenti metà diventa monismo, diventa l’uno.

Ecco che le paura essendo connaturate con la psiche di questo strano animale uomo, evolve assieme alla sua mente. Avremmo paure peculiari per ogni epoca, e ogni epoca provocherà i suoi mostri. Se prima l’ignoto, il mondo considerato ostile aveva dato vita alle rappresentazioni di quest’avversità chiamata esistenza, oggi le nostre paure sono rivolte all’incapacità di trovare un equilibrio stabile tra il nuovo e la tradizione. Ci sentiamo minacciati dalla decadenza dei valori, incapaci di suggerire alternative valide. Ci sentiamo soffocati dall’aumento della tecnologia che spesso ci isola, in una privata bolla priva di veri stimoli sensoriali. Basta un click per avere tutto a portata di mano, senza uscire di casa e senza, quindi, affrontare non tanto le avversità della vita, quanto l’interazione con l’altro e la possibilità che da questa cadano gli ultimi vessilli delle nostre certezze. Sostituiamo le parole come empatia, compassione, solidarietà perdono, con vendetta, apparenza, successo, anaffettività, competitività parole che risuonano a vuoto, come campane a morto, in uno spirito inaridito privato di passione e di dolore.

Perché il dolore ci fa più paura di un vero demone cornuto, perché la perdita ci rende fragili e la fragilità non sappiamo gestirla.

Ecco che in questo Halloween che inaugura un’epoca apocalittica ( o almeno cosi la percepiamo) ma che invece è semplicemente tutta da riscrivere, ricca di semi e possibilità il progetto Parole inaugura un horror innovativo, che racconta senza pudori i veri terrori umani di oggi. E sono terrori che dobbiamo raccontare per scendere a patti e per far pace con le nostre lacune. Le streghe, le presenze che incontrerete in questo libro non sono più i ghignanti e spaventosi mostri di tanti altri horror. In loro si avverte la tristezza, la nostalgia per un tempo passato, in cui il simbolo ci aiutava a dare ordine e significato alla nostra vita. Perduti quelli tentiamo di trovare e di costruirci feticci, sostituti finendo per, per essere fagocitati da essi. Non è la strega reale protagonista del primo racconto di Emanuel D’Avalos. Lei non è altro che l’archetipo della disperazione, della fallace speranza di un uomo che, lungi dall’affrontare se stesso e i propri limiti, li sublima nella ricerca ossessiva del successo.

E non è forse, il dramma di noi tutti?

Quel non voler curare la ferita ma semplicemente coprirla fino a che essa non si infetti, con conseguenze spaventose.

Incontriamo anche, nell’arte di Dal Pont, l’incapacità di perdonare, di accettare la morte di trovare nell’orrore più osceno, una piccola speranza di redenzione. Di fronte a un mondo che con la violenza si impone, con la sottomissione dialoga, con quella assurda stevensoniana volontà di sostituirsi a dio, non riusciamo a reagire spezzando la catena di odio, ma semplicemente usando le stesse armi che ha usato l’aguzzino. Violenza con violenza, occhio per occhio, concetti resistono anche se svuotati di significato, in un mondo che chiede di essere compreso, che chiede a gran voce di essere definito in tutte le sue sfaccettature colorate, anche di tinte fosche, oramai stufo di essere relegato nello stantio binomio vittima carnefice, nemico amico.

E arriviamo all’orrore più claustrofobico definito dalla prefazione:

dalla frustrazione creativa dei metaforici Criceti di Emily Hunter

In questo racconto quello minacciato è il pensiero. Oggi come oggi esso viene talmente ingabbiato, talmente esautorato dall’informazione, bombardato da stimoli eccessivi privi della necessaria creatività atta a stimolarne le sinapsi. In parole povere, siamo in grado di sapere tutto e al tempo stesso nulla, siamo capaci di reperire informazioni senza il minimo sforzo e questo le priva della necessaria capacità del ricercatore, quella di farsi domande, di muoversi, metaforicamente parlando, di sforzarsi di cercare. Ecco perché la frustrazione creativa, tutto troppo, tutto eccessivo, tutto a portata di mano.

Abbiamo il senso di colpa in Apatia, laddove l’incapacità di elaborare gli eventi luttuosi, la perdita, rende la mente oramai morta. Il dolore non diviene porta ma muro, e questo muro che ci separa dalla realtà diviene cosi scivoloso, impossibile da scavalcare rendendoci preda del più nefasto destino. Eppure proprio vivere il dramma alla fine ci risveglia il cuore.

Loop invece racconta la difficile separazione tra realtà e sogno.

Dove finisce uno e inizia l’altro?

Cosa è reale e cosa no?

La realtà è stata definita da molti mistici come illusione, mentre per ironia della sorte è il sogno a essere la vera realtà. Ma una volta che i due piani vengono coscientemente uniti la mente è in preda alla più tragica delle situazioni che io definisco Overload emotivo.

E poi abbiamo uno dei drammi peggiori della nostra vita: l’ossessione della giovinezza. Consumata tra chirurghi e apparenza, tra osceni patti in cui di sacrifica la dignità l’uomo o la donna che fanno della bellezza un culto non sono altro che vampiri o morti viventi.

La tredicesima strega invece mescola le carte, e i buoni e i cattivi si inchinano scambiandosi i ruoli ed è al centro del dramma l’isteria religiosa che porta a considerare, come sempre, il sabato più importante dell’uomo.

E ancora l’uomo dentro la gabbia rosa, racconto strano, strambo, fatto di allegorie, laddove il ruolo centrale lo gioca la convenzione sociale, che va rispettata e osannata, il senso di repulsione verso la perdita del sè sociale, simboleggiata dalla possessione diabolica, un must ancor oggi presente

Ma la vera possessione è opera del diavolo o dai limiti imposti dalla società?

A voi la risposta

Troviamo ancora la vendetta, turpe figuro nella storia di Giuseppe Balsamo ( un nome che evoca le sulfuree atmosfere del suo omonimo) il desiderio di immortalità gabbato dall’impossibilità di superare le leggi divine. Abbiamo, insomma un campionario vasto di umanità allo sbando, alla deriva, incapace di essere pienamente se stessa, avvinta dalla vischiosità di un mondo che è incapace di conoscere e quindi incapace di ricreare.

Un mondo che è il vero demone, colui che fagocita la loro capacità di vivere appieno la bellezza.

Ma, in questo girotondo di terrori, la speranza non è affatto morta e la si ritrova nei due migliori racconti, per me simboli del vero Halloween, la festa che celebra la riunione del mondo spirituale con quello materiale e che apporta nuove energie nuova genialità al mondo.

Halloween lo ritroverete in Angeli un omaggio alla vera forza umana quella che:

«I veri Angeli siete voi che siete in grado di vivere in questo mondo.

Nonostante tutta la sofferenza che vi sobbarcate quotidianamente, riuscite a gioire delle piccole cose e delle opportunità che la vita vi offre.

Siete voi i veri Angeli.»

La ritrovate nell’amore costante e sacro, nel suo senso più puro di Fiori rossi, di Camilla Athena Restelli. Ed è quella fede nel sentimento, nella famiglia che impedisce all’orrore impersonato dalla guerra di uccidere davvero la redenzione. Essi gli uomini che sanno amare, che sono nutriti da questo sentimento non dall’odio, dalla rivalsa, dalla vendetta, dal rancore, torneranno sempre, per proteggerci o solo per regalare un fiore.

E allora Halloween ci insegna che in fondo, la morte è solo un passaggio. E la porta di questo passaggio la apre solo quel sentimento che:

che move il sole e l’altre stelle

Io vi consiglio di immergervi nel ribrezzo, aspettando come premio succoso, una poesia che non ti aspetti, ma che ti avvolge l’anima

“Le memorie dal buio. La bestia” di Isa Pagliarini, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

La bellezza di un libro si manifesta quando ogni suo elemento è perfettamente armonizzato uno con l’altro. Ciò senza oscurare il vero protagonista del sogno di carta: il messaggio.

Tecnica, sintassi, struttura, devono essere perfetti arabeschi atti a incorniciare il senso stesso del libro che poi si risolve nell’intenzione originaria dello scrittore. Da quella, il nostro ardito e coraggioso fruitore, si immergerà in una storia fantastica, romantica e descrittiva, che però dovrà avere attinenza con il tempo che si trova a vivere, con le emozioni che bussano alla sua porta, con le sue peculiari, uniche, ma al tempo stesso archetipe esperienze di vita.

Tutto questo è lo si trova anche dentro l’horror, il fantasy è il genere più proiettato verso l’immaginazione, anzi oso dire che sono proprio questi che raccontano davvero l’uomo: l’orrore da voce alla sua parte più oscura, il fantastico descrive con i simboli i valori, le difficoltà, gli ostacoli nel percorso, atto a trasformare un soggetto in persona.

E diventare “persone” accettando i propri talenti e sbrogliando i vizi, è un lavoro certosino che prima o poi ognuno di noi deve compiere. E’ il dramma o l’opportunità della Vasilissa di fiabesca memoria, colei che per divenire Donna, deve sopportare i duri compiti della strega Baba Yaga, rappresentante sia la tradizione che la parte saggia e buia dell’animo. Una parte creata dagli archetipi, dagli elementi valoriali della società in cui si cresce, che vanno distrutti e al tempo stesso conservati. Senza la differenziazione tra cosa va salvato e cosa va rigettato, nessuna persona può diventare uomo, ma resta ingabbiato, burattino consenziente legato a fili invisibili che lo muovono a piacimento. Ci piace identificare questi fili con figure grottesche: demoni responsabili del male dilagante presente in ogni società sull’orlo del cambiamento. E sapete bene che per cambiare, per cessare di essere cosa si è per divenire altro, bisogna sopportare distruzione e sangue. E di solito sono eventi catastrofici i segni dell’avvenuta mutazione o della possibilità dell’evoluzione. Come reagiremo di fronte a questi bivi, deciderà chi siamo, e chi saremo.

Da questa premessa in pratica vi ho raccontato il meraviglioso libro di Isa Pagliarini.

Eh si miei adorati lettori, anche stavolta la Dark Zone ci presenta un testo che ai più apparirà come un bellissimo gotico, ma che conserva elementi di narrativa contemporanea e di saggio storico, nonché di elevato libro di formazione.

Ma iniziamo per gradi.

Il primo elemento che appare in maniera perfetta e netta è ovviamente il racconto del rapporto che ogni società, per quanto evoluta sia, ha con il diverso, con il mostro.

Oramai chi legge le mie recensioni sa benissimo che “mostro” ha due diverse accezioni: quella spaventosa di un essere che terrorizza per la sua deformità, rispetto alla convenzione che stabilisce sia canoni estetici che morali, e una più “sovrannaturale” oramai quasi dimenticata: il mostro è colui che, rispetto alla maggioranza del popolo, ha caratteristiche di potenza e di potere maggiori.

Mostrum diviene quindi l’eroe di antiche ballate, il frutto di un incontro con il divino che, una volta toccato il cuore o la mente umana, lo fa partecipe di una strana, oscura ma luminosa essenza che lo rende porta per l’alto dei cieli una vera “domus Dei” e “porta Coeli

Prendete il buon vecchio Giacobbe, colui che lottò con Dio:

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!»L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe».Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto».Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?»E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata».Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca (Genesi 32,24-34)

Come potrete notare dallo strabiliante passo biblico, Giacobbe non solo combatte con una strana entità, ma riporta anche una sorta di menomazione. Dopo l’incontro, infatti, è claudicante. Ma essa ne fa al tempo stesso un uomo sacro, toccato dal divino che, appunto perché ha superato con coraggio e ardore la prova, ne viene da esso Benedetto, tanto da mutare la sua essenza da semplice umano a essere “semidivino”. Capite che, quindi, il monstrum deve la sua dicotomica natura a seconda dell’azione che compie e di come impiega i suoi nuovi talenti: possiamo essere sia sacri che impuri.

E questo libro, per la gioia di tutti, abbonda di mostri.

Ma la nostra autrice fa un passo in più.

Inizia a seminare pacatamente e intelligentemente nella mente del lettore un dubbio: alla fine, chi è il vero mostro?

L’essere toccato dalla divinità sia in modo caotico (demoni) o dedito all’ordine cosmico (streghe, magus e protettori delle foreste) o l’uomo stesso?

E l’attenzione si sposta sull’essere umano, impegnato in una delle sue maggiori atrocità, quella che coinvolse secondo le più rosee stime, quasi 15 mila persone: la caccia all’eresia.

Questo simpatico passatempo creato dall’Inquisizione Cattolica, ebbe per oggetto non soltanto le donne sapienti, le medichesse, le levatrici, le donne sole, quelle che oggi chiamiamo “Streghe”, ma anche ogni sostenitore di idee contrarie alla prassi etica e filosofica accettata dalla Chiesa. Un nome? Giordano Bruno, Galileo che, per evitare il rogo, dovette abiurare.

Indici di libri proibiti, che oggi sono per noi sostanza preziosa per allietare e far crescere la mente.

Ovviamente il peggiore trattamento fu riservato (che fortuna!) alla donna, che fu vittima non solo di una persecuzione fisica, ma soprattutto filosofica atta a spersonalizzarla a privarla di dignità e diritti e relegarla in un posto di estrema sudditanza. Così la donna smise di divenire persona per essere solo un oggetto da commercializzare.

L’inquisizione fu attiva in particolare nel XIII e nel XIV secolo per contrastare ogni minaccia ereticale e soprattutto gnostica che minava alla base il suo potere. E nel XV e XVI secolo si alleò con una classe medica decisa a brillare come una fulgida stella di autorità incontrastabile.

E quale miglior modo se non quello di allearsi con l’autorità più influente?

E la loro rabbia si canalizzo in ogni prassi scientifica anche se infarcita ancora di superstizione che metteva in dubbio la teoria aristotelica. Insomma, invece di stimolare la conoscenza e di usarla per scacciare l’oscurantismo della tradizione magica, (in questo caso onore a Paracelso che almeno ci provò) decide di contrastarla svalutando l’azione e la rispettabilità di donne sapienti.

Fu con l’affermarsi dell’ideologia illuministica e della volontà liberale di alcuni stati che l’orrore si attenuò, ma non sparì mai questa paura per l’ignoto, trasformandosi in ideologia.

Questa però è un altra storia.

Quando l’Illuminismo comparve sulla scena europea attrasse le menti più brillanti, iniziò a distruggere i vecchi sistemi di pensiero, scatenando in modo ovvio e scontato la reazione dei più, che si trovarono spaesati dinnanzi alla perdita costante di sicurezze.

In particolare questo disagio si avvertì nelle campagne, protagoniste indiscusse di questo libro. Ed ecco che Isa inizia a raccontare una parte dimenticata della nostra storia: l’Italia (ma io direi l’Europa) rurale di fronte all’innovazione portata dai tempi.

Vedete, per la mentalità contadina, l’avanzare del progresso e il conseguente cambiamento della mentalità da essa veicolato, fu difficile e devastante per un motivo: per impiantare nuovi valori bisognava per forza spezzare le solidarietà antiche, quelle che facevano di ogni villaggio rurale un microcosmo, organismo perfettamente oliato e perfettamente bilanciato. La strega, il magus, il “druido”, il saggio e il consiglio di anziani era il garante del legame che si fondava sulla capacità di trovare un equilibrio tra le varie parti, onde assicurare una certa autosufficienza. In pratica, ogni comunità era un perfetto esempio di equilibrio omeostatico, quello che fu poi sviluppato nella teoria cibernetica.

Il potere era, dunque, non gerarchico ma orizzontale. Ognuno era importante tassello della comunità, come elemento unico e inimitabile e importante di un completo mosaico. Per dominare questo particolare tipo di società, bisognava sostituire il precedente schema organizzativo con uno gerarchico, che presupponeva un elemento dominante e tanti piccoli dominati, e il primo cardine da spezzare per ottenere questo era appunto rispetto e mutuo soccorso, tenuto assieme dall’empatia e da una considerazione dell’ambiente non come ostile ma come funzionale alla sopravvivenza, rispettando quindi le forze naturali con riti estremamente complicati e complessi, essi si assicuravano di volta in volta, prosperità e compiacenza dei numi. Ecco che la chiesa, destruttura il precedente schema mentale, sostituendolo con la paura del peccato e dell’ignoto, e con una divinità che lungi dal farsi ammorbidire con stupidi riti, era sospettosa e minacciosa. Unica salvezza era il totale affidamento alla gerarchia cattolica e la pedissequa accettazione di ferree regole da rispettare senza indugi ma in modo quasi ossessivo.

Piano, piano, nonostante delle resistenze nelle zone più impervie dove antico e nuovo cercavano di convivere seppur con difficoltà, dando vita a ibridi religiosi interessanti, il mondo contadino divenne assuefatto alla nuova morale; chinando la testa e denunciando per convenienza le parti del proprio corpo sociale divenne profondamente indifeso di fronte allo strapotere.

Il mondo contadino fu quindi privato della propria autonomia, divenendo merce, oggetto e nutrendo le pance dei nobili e del clero. Favolosa è la descrizione fatta da Mark Twain del mondo medievale e della sua barbarie nel testo “Un americano alla corte di Re Artù”. Ma anche durante il ‘500 (secolo di Rinascimento) e peggio nel ‘600, attraversato da una tremenda crisi economica, il contadino non brillava certo di soddisfazione e compiacimento. E gli unici momenti di svago erano, udite udite, proprio i sabba, rei di essere convitti di diavoli e esseri infernali.

Ora immaginate la loro rassegnazione, la loro triste accettazione dello status quo difficile e sofferta, e adesso applicate a questo consenso necessario, l’avvento di un ulteriore stravolgimento: il secolo dei lumi.

Il mondo rurale si trova di nuovo ad affrontare un complicato cambiamento culturale senza che, però, esso stravolga la loro condizione. La rabbia, il rancore, l’insoddisfazione, emergono in quello che poterà alla terribile rivoluzione francese.

Potevano susseguirsi Re e Imperatori, dittatori e Papi, ma alla fine i nobili avrebbero governato, spalleggiati dal clero, sul novanta per cento della popolazione in stato di indigenza. Se fosse andata bene, il governante avrebbe analizzato il territorio e preso le scelte migliori, se fosse andata male, avrebbe distrutto ogni conquista faticosamente raggiunta dal popolo.

Il nostro libro inizia in quel secolo di transizione, laddove la scienza titubante cercava di spiegare le sue ali fiammeggianti con la minaccia di distruggere ogni precedente idea, ogni sicurezza, ogni certezza.

Draco, Cècile, Tano, Etienne, sono gli ultimi legami che il mondo ha con il numinoso, legami che saranno poi tranciati di netto permettendo all’oscuro mondo dei demoni, di invadere e di ghignare in ogni nostra epoca.

Senza più la barriera del sacro a tenere a bada gli istinti più turpi, la violenza e l’orrore saranno liberi di dilagare e a pochi rimarrà la volontà di combatterli, perché il vero mostro, il vero killer, colui che nutrirà le sfere di Lucifero, non è altro che l’emarginazione, l’ignoranza, il pregiudizio e la sopraffazione.

Ognuno di questi turpi difetti umani nutrirà e nutre ancora oggi, il portale che divide il mondo ctonio da quello dei cieli.

Fondamentalmente, il mondo oscuro non è necessariamente “negativo”, maligno e disordinato. Lo diventa quando le pulsioni umane non vengono liberate dalle scorie, e queste scorie sono appunto frustrazione, voglia di rivalsa, voglia di piacere estremo, di trasgressione, rabbia e desiderio di vendetta. Il mondo della piccola Cècile è semplicemente questo: un mondo alla deriva che distrugge, senza pensare alle conseguenze di tale distruzione.

Vedete la scienza è importante, ma non se diviene strumento di potere, non se non viene elargita all’altro, al cosiddetto popolo.

Non se la definizione di popolo contiene in sè anche un giudizio di valore e un certo snobbismo.

Se resta nelle mani gelose di pochi non diviene strumento di liberazione ma una nuova schiavitù. La malattia è catena, la povertà alimenta la malattia, l’ignoranza ci costringe a rifugiarci in coloro o colui che ci promette la rivalsa.

Tutto è una catena torbida che l’umanità ancora non ha imparato, e che chissà se imparerà mai.

Di conseguenza Cècile, la rappresentante del legame tra il vecchio e il nuovo, colei che vive tra due mondi, è al tempo stesso la salvezza e l’ostacolo al potere. In lei convive la tradizione, quella che racconta di rispetto e crescita, e l’innovazione, quella che grazie a rispetto e crescita dona nuova luce al mondo. La sua curiosità è stimolo, la sua azione guaritrice è per tutti e a tutti apre il proprio bagaglio di conoscenza.

Lei, donna, diviene il simbolo del nuovo millennio che attendiamo da sempre, laddove la scienza e l’etica si abbracciano, dove i limiti sono rispettati con devozione e la bellezza del creato, la meraviglia, quella sensazione di appartenenza divengono una splendida filosofia ecologica.

Cècile non si fa spaventare dalle superstizioni.

Cécile era la rappresentante perfetta della contraddizione nella società di quel tempo : studiava con profitto insieme al nonno le più moderne teorie mediche e farmacologiche, ma nonostante la sua spinta illuminista e razionale, aveva mantenuto certe tradizioni apprese dai libri della madre.

Lei vuole sapere, vuole sbrogliare i segreti, come la Vasilissa è pronta ad affrontare la sua Baba Yaga e separare le scorie dai semi che danno frutti (uno dei compiti più importanti della Vasilissa nella splendida fiaba russa, è quello di distinguere tra sassi e lenticchie, simbolo della necessaria differenziazione tra elementi di crescita e di stasi), non a caso è in grado di penetrare nelle regioni inferiori, psichiche (la foresta) senza temerle anzi conoscendo, in virtù di un particolare retaggio, ogni suo segreto. Nella foresta non vive solo l’orrore ma anche i frutti del sostentamento e le erbe della guarigione:

Corse via, oltre le marcite fino a quel confine netto tra civiltà e mondo selvaggio, immergendosi nel verde fitto della foresta che cingeva d’assedio ogni insediamento umano in quella provincia agricola nel cuore della pianura padana.

E forse è in quel suo coraggio nell’immergersi nel bosco, che la nostra eroina riuscirà a salvare il suo mondo e persino a creare una nuova alternativa dove convivono, in armonia, i diversi. Ma è soprattutto la tramite la sua iniziazione, la perdita necessaria dell’innocenza che ci porta alla scoperta di un terribile segreto:

Cécile sapeva che l’inferno era lì, in terra. Nasceva, prendeva forza e si rinnovava a ogni azione empia degli uomini, del loro libero arbitrio.

Magari tatuiamocela addosso questa importante verità, perché solo conoscendo davvero la natura della bestia possiamo sperare di sconfiggerla e addomesticarla.

Altrimenti, credetemi, la nostra umanità è spacciata.

“Alice nel labirinto” di Roberta de Tomi, DarioAbate Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Di anima se ne sente parlare tantissimo. È una parola usata e abusata, dai contorni sfumati, difficili da raccontare e da contenere in descrizioni e in confini umani, troppo stretti per qualcosa di così strabiliante. Anima è coscienza, è immaginazione, è la sede dei migliori sentimenti di una creatura che, se ne fosse priva, sarebbe soltanto un organismo perfetto, ma vuoto e senza musicalità. L’anima è l’effluvio che ci avvolge e ci rende straordinariamente umani. Così simili agli angeli eppure cosi superiori, perché dotati di possibilità di scelta, di infinite sfumature, legato alla terra eppure vicino al cielo. È l’anima che si riversa nell’arte, che è sia scritta, sia visiva, che sia fatta di tatto, di odori, di sapori e ricordi. Vaghe immagini che si ammassano dentro di noi, in un caotico eppure perfetto mosaico, che ha significati unici per ciascuna testa, per ciascuno sguardo, per ogni udito. Così differenti e così cacofonici, così belli e così orrendi, nelle nostre diverse attitudini, negli errori e persino in quella volontà quasi ribelle di immergersi nell’abisso, nella pazzia e nel male. L’anima è stupefacente anche nelle sue più turpi immagini, nelle sue orrende scivolate verso i più tenebrosi meandri dell’inconscio. Così difficile da definire e raccontare per la razionalità eppure così presente, diffusa come se fosse aria che fa respirare, come se fosse un marchio invisibile sì, ma indelebile sulla pelle. E sapete come si riconosce l’anima?

Da dove essa occhieggia beffarda?

Nella creatività.

In quella caratteristica capacità di trascendere i limiti del reale e immergersi in mari burrascosi e incomprensibili. Mari che possiamo navigare soltanto rinunciando, momentaneamente, all’attaccamento dei nostri sensi acclamati dalla scienza e dotarci di un significato spesso ammantato di non senso, di follia… ma non quella oscena e disturbante causata da ossessioni e dolori, bensì quella bonaria dell’assurdo, del non consueto che gli inglesi chiamavano “weird”[1]. Carrol ce l’ha mostrato a noi bambini speciali, quelli che volevano colori mai visti, suoni mai uditi e immaginavano creature fuori dall’ordinario, mostri per il volgo, ma incanti per chi ha la doppia vista e sa scalfire il velo di maya.

Ma poi si cresce. Ci si addentra in una realtà chiusa e soffocante chiamata società, con la sua socializzazione tendente all’omologazione, quella sua paura del diverso, quella sua volontà di controllo ossessivo. E si dimenticano i mondi incantati troppo liberi, troppo controcorrente, capaci solo di stimolare il nostro pensiero e di farlo arrivare nelle regioni impervie della contestazione. E una società che si regge sullo status quo, che combatte l’evoluzione e il cambiamento per mantenersi sana seppur decadente e salda sui suoi principi zombi, non può e non deve accettare il weird.

L’evento più triste, osceno e orrorifico che accade a un bimbo in procinto di entrare nella scena societaria, di effettuare il debutto e barattare con il successo e il potere la sua peculiare stranezza, è quello di far addormentare non l’anima intera, ma la sua parte più creativa, quella che altrimenti metterebbe in discussione ogni dettaglio, ogni convenzione ogni certezza. Ci si immerge nella realtà e nel clamore del mondo con la conseguenza di inaridirsi, di ridursi in cenere, soavi ricordi che ogni tanto fanno capolino nel sonno. Chi ha un talento, una dote, un dono, invece di viverlo, festeggiarlo, di celebrarlo con gratitudine, segno della benedizione della divinità, cerca di addomesticarlo sottomettendolo alle convenzioni, al bon ton e persino ai finti escamotage di liberazione dello stesso, rappresentati dalla tecnica. Briglie che legano un qualcosa che è e deve restare libero, che deve romperle, le regole. Non ossequiarle. Come si può riverire le catene?

Come si può concepire che le stesse siano un abbellimento a qualcosa che deve restare indomito?

Come si può considerare il dono di creare sottomesso alle fallaci regole umane che impongono soltanto dominio e successo?

Il successo è di questo mondo, l’arte di uno che forse non siete mai riusciti a raggiungere.

Il mondo delle idee non può sottostare ai dettami umani, perché vive e nasce lungo il fiume che i norreni chiamano Sogno. È sognando che si manifesta il reale, è dalla sostanza delle immagini mentali che noi diamo volto e consistenza alla cosiddetta realtà. Che non esiste. Che è solo proiezione della nostra capacità di nominare. E allora come possiamo pensare minimamente di bestemmiare l’arcano?

Di privare di mistero e di segretezza il mondo numinoso?

Il paese delle meraviglie cantato da Carroll è questo. È il concetto supremo della capacità di osare, laddove anche gli angeli esitano.

L’alice di Roberta De Tomi siamo noi. Noi tutti che affrontiamo riottosi quella fase chiamata socializzazione.

Alice perde o dimentica quel weird dove brillano i sogni, dove la linfa vitale incomprensibile dell’arte dimora.

Alice dimentica il suo nome.

Dimenticando il suo nome scorda la sua essenza.

Troppo presa da sé stessa, quella che sboccia in un mondo di luci sfavillanti pieno di promesse, di amore, di lucentezza, di armonia. Smette di raccontarsi storie assurde. Smette di assaporare l’aroma speziato di un the servito da teiere sbeccate, in un ricevimento bizzarro e assurdo. Smette di parlare con i fiori e ascoltare la voce degli insetti. Sono solo insetti in fondo, puoi approcciarti solo con un atteggiamento scientifico. Le porte sono porte, il cibo sostiene le cellule e gli organi. Non fa crescere né rimpicciolire. Un coniglio è solo preda quando non è un adorabile animaletto da mostrare all’altro come segno di status. Un cappellaio si occupa di farci apparire al meglio. Il the non è una gara di indovinelli, ma un preciso rituale con un profondo senso di condivisione dei valori sociali.

Noia.

Decadenza.

Vecchiume.

Ecco perché il bisogno mio e di Alice del paese delle meraviglie diviene un forte richiamo. Per non avvizzire in ricordo di amori perduti, di opportunità non sfruttate, per non ascoltare il coro del dissenso, dell’anatema sociale. È il bisogno di bagnarci alla gelida fonte del non senso, di nutrirsi di fantasia senza briglie di accettabilità. Correre in un mondo senza confini, immaginaria dimensione di delicata, piacevole, bonaria follia.

Non quella malsana che fa sempre parte delle regole sociali, quelle che hanno bisogno del male per autocelebrarsi, che hanno bisogno del deviante per esorcizzare quella parte oscura, che hanno bisogno del cattivo per apparire buone.  Ma di quella saggia mente che gioca con le sue sinapsi e le libera, mettendole alla prova con uno sprone a passare da livelli interpretativi diversi, mai uguali, stimoli per una mente che rischia di atrofizzarsi. Quella che con piglio fiero rompe ogni schema e sostituisce alla sensazione banale la mistica visione dell’intuito, del mito e dell’infinito. È la percezione che abbiamo, anzi che ci hanno obbligato ad avere educandoci secondo precisi intenti, che definisce il nostro ruolo, che definisce la natura del mondo. E che ci tarpa le ali. È quella maschera che diventa così dittatoriale da sostituirsi alla nostra vera pelle, così da frenare ogni nostro altro impulso diverso da quello lecito e accettato. Ecco che ci ritroviamo a pezzi. Crepe da cui non si lascia passare acqua pulita, ma solo polvere e sporcizia. Dalle crepe si potrebbe spiare il mondo, si possono seminare fiori dai colori strabilianti. Sono le crepe dalle quali in vetusti paesini, si innalza ridente un verde rampicante. E invece? Abbiamo tristi fessure riempite con rimpianti e rinunce.

Alice come noi è piena di crepe non quando perde il suo amore, ma quando tornando per un capriccio del destino in quel mondo antico, immergendosi in quel fiume oscuro e vitale, si accorge della mancanza. Si accorge quanto quella bimba che inventava storie e parlava con le carte da gioco le manca. Che in fondo non sa più chi è. Sa soltanto chi deve essere: madre, sposa, cittadino perfetto. Perché le hanno bestialmente inculcato che il suo io bambino deve morire necessariamente per far sbocciare la donna. Acclamata e attesa per reiterare l’assurdità societaria.

È il sogno di una compagine così spaventata dal disordine, da difendere strenuamente i propri confini tanto da chiuderli all’immaginazione. Del resto come ci racconta Fatema Mernissi: immaginazione è disordine, è caos e anarchia, quel brodo primordiale da cui tutto nasce, da cui tutto discende e a cui, forse, tutti ritorniamo per far brillare quel sé che urla e piange per richiamare la nostra distratta attenzione.

Alice diviene integra soltanto quando impara che lei può essere tutto e il contrario di tutto: bambina, donna, anziana, maga e giocoliere, santa e blasfema. Seria e saggia, razionale e folle. E che ogni parte della sua anima, (ecco che torna l’ineffabile vero protagonista della storia) è la chiave per salvare quel mondo di incanti con cui plachiamo la nostra fame di vita.

Alice torna a raccontarsi e raccontare storie. Riattiva il legame con il numinoso, spezzato dalle convenzioni, che non è lʹanti realtà, ma soltanto una prospettiva diversa da cui osservare il mondo.

Abbraccio la mia Alice, grata per il suo coraggio nell´aver riaperto le porte di quel paese delle meraviglie che tanto mi è mancato. Quello che la società cosiddetta civile tenterà sempre di strapparci.

Perché imbrigliare il diverso, il sogno, nascondere l’immaginazione sotto il tappeto e osteggiare la poesia e l’arte è il miglior modo per renderci addomesticabili. È privarci della libertà facendoci vivere come polli, ignari della nostra vera essenza di aquile.

Un libro coraggioso, onirico e poetico, dotato di una forza evocativa rara, capace di spronare il pensiero con la sublime tecnica del libro game. Siete voi a crearvi la vostra storia di Alice. Sarete messi alla prova sfruttando il vostro terrore a rompere la rigida consuetudine persino di un libro, che è (e deve restare) sogno. Fuori dalle rigide, improbabili regole del realismo.

Vi sfido.

Siete capaci di essere folli?

 

 

Nota

[1] Dall’inglese: strano, misterioso, bizzarro. Definisce un genere letterario che presenta elementi fantastici e assurdi.

“Legacy of Darkness. Il pentacolo” e “Il respiro del diavolo”di Miriam Palombi, Dark Zone Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

Ho avuto il piacere di conoscere Miriam grazie al suo libro L’archivio degli dei”, un thriller esoterico in cui si respira un’atmosfera gotica davvero eccelsa, quasi velata, quasi trattenuta. Scelta adeguata, in grado di non offuscare il genere scelto, ma al contrario capace di rappresentarlo e omaggiarlo.

In “Legacy of the darkness” la vena tetra dell’autrice ha la possibilità di sfogarsi appieno, attingendo a ogni sfumatura. Dal gotico all’horror, fino a sfiorare con mirabile precisione uno dei generi più difficili, ossia lo steampunk. Il mondo immaginato in Legacy è profondamente impregnato di quest’anima, nebulosa come il vapore da cui il genere prende il nome (steam), raccontando con pregiata poetica assieme a fosche immagini, quell’atmosfera tipica dei racconti steam, cosi divisi tra interesse magico e venerazione quasi ossessiva della scienza.

Il suo mondo è in fondo il nostro, non una vera e propria ucronia, ma una sorta di specchio distorto che ci mostra un mondo parallelo, rovesciato, in grado di rendere quell’ansia postmoderna che si pone tra l’odio viscerale per la superstizione e l’amore totalizzante e a volte arido per la tecnologia.

La tecnologia in un’era distrutta, quasi spogliata di ogni naturalezza, è l’unica speranza di rinascita. Ecco che si svela, mano a mano che la lettura prosegue, uno scenario bizzarro che suggerisce, più che mostrare, una strana e inquietante catastrofe… addirittura claustrofobica, grazie a questa scelta azzeccata di non descriverla appieno.

Resta quasi al margine, eppure presente e invasiva con la sua cupezza, come un fumo tossico che invade piano piano una Londra simbolo della civiltà che, nonostante la sua atroce decadenza, non vuole cedere il passo al totale collasso. Ecco che la città si presenta quasi come un morto vivente, impegnato a raccogliere pezzi di se stesso, lungo un tortuoso cammino chiamato sopravvivenza. E’ una civiltà che non può più auto rigenerarsi, priva di spinte motorie e di volontà, costretta a dar vita non a una vera e propria rifioritura, quanto a un’illusione perpetua di uno splendore oramai perduto nei secoli. Londra appare moderna per la tecnica spinta alla sua massima potenza, eppure cosi decadente, cosi perduta, cosi totalmente priva di umanità.

Ed è un dettaglio presente in ogni libro: la scienza tecnologica, come nelle più cupe previsione del sociologo Jean Baudrillard, ha ucciso la realtà.

Un delitto perfetto.

La realtà è soltanto un ologramma, un ricordo, un sogno reso possibile dalla razionalità ma totalmente privo di animus, di spirito o semplicemente di coscienza. Ed è in uno scenario apocalittico e quasi tecnocratico che la volontà di arcano prende il sopravvento creando una vera e propria schizofrenica ricerca del magico. Ecco che tecnologia e superstizione, che meccanica e spiritualità si inseguono sfidandosi, a discapito dell’unico vero elemento che ci rende davvero umani: la percezione.

E’ quella che in questo universo manca.

Nella lotta a tratti spietata tra natura e scienza l’uomo ha perso la sua capacità, l’unica davvero magica, di forgiare il suo reale attraverso l’arte del pensiero e della mente. Senza di essa, senza l’acquisizione di questa sublime capacità creativa, è un essere perduto, in balia dei peggiori istinti sociali e umani, quelli a cui siamo soggetti a causa della privazione della nostra primigenia capacità di dare i nomi e quindi di avere potere sulla natura. E senza questo potere che ci rende protagonisti, l’uomo è solo comparsa di una trista commedia che usa l’altrove non come luogo di crescita, non come isola felice da cui abbeverarsi per poter ritrovare magari nuova linfa vitale, ma semplicemente come scusa per imporsi su un mondo che lo schiaccia e lo sottomette.

In questi due bellissimi libri l’umanità è schiava sia della tecnologia che della magia. E nonostante la negazione costante del mondo numinoso, il mondo delle favole e dei sogni, al tempo stesso lo cerca, ma lo cerca nel modo sbagliato. Non come un amico da ritrovare e da visitare ogni tanto, ma come luogo di cui servirsi per reagire alla schiavitù con il potere che il mistero e l’ignoto donano.

È il dramma della finalità cosciente che usa il potere sulla bellezza, sull’ignoto, che usa la conoscenza solo per imporsi. Ed è quello che apre le porte al vero male.

E cos’è il male nella visione di Miriam?

Il male descritto da Miriam non è soltanto quello delle visioni cristiano cattoliche. Il vero male è nel non conoscerne il nome ossia l’essenza. È quell’invito ai peggiori impulsi quali vendetta, volontà di rivalsa, volontà di riscatto, dolore non espresso, vizi, incapacità di provare empatia perché troppo presi da sé stessi.

E’ un male infido e minaccioso per chiunque. Anche per i probi, per i timorati, per coloro che non affrontano l’ombra, sapendo che si corre il rischio di perdersi.

E, infatti, i suoi eroi sono particolari: dotati di enormi potenzialità, vite al limite toccate dal mistero, punite per la troppa curiosità che li porta persino a non aver riguardo per i culti, per le mitologie, per il mistero.

Emblematico è il personaggio di Raven. Un uomo talmente consumato dal vuoto da aver bisogno di nutrirsi non solo di sangue, ma perfino dei ricordi, della vita intima dell’altro, pur di non soccombere alla totale perdita del sé.

E questa perdita cosa la provocherebbe?

La Palombi lo accenna serafica: la volontà ossessiva di conoscere per avere un posto nel tempio della gloria.

E cosi ogni personaggio è una parte dell’animo umano. Abbiamo colui che sa sconfiggere il male perché continua a conservare la facoltà antica e biblica di dare il nome alle cose, alle essenze e alle entità. Si affaccia chi è, invece, in grado di esercitare la vista interiore, quella in grado di osservare l’essenza e non solo la forma (dio quanto ci manca questa capacità!). Abbiamo il collegamento con l’antica conoscenza della creazione, quel lontano mito del tempo del sogno, laddove era la mente inconscia a dare forma alle immagini, l’anima guerriera che protegge il segreto della nascita dell’universo e del vero compito dell’uomo.

Fa capolino l’uomo che conserva il legame con la natura e quell’anima di lupo tanto celebrata da libri come quello della psicologa Clarissa Pinkola Estes, che considera questa parte istintuale non in senso negativo e distruttivo, ma come guida e come capacità di muoversi in questo mondo assurdo e, soprattutto, di onorare e rispettare i legami tra noi e quest’universo (è il vero unico religioso, in quanto protegge e venera i legami con la natura e i suoi infiniti cicli). Infine, colui che è in grado di visitare il mondo dell’ombra, quello che per Jung è essenziale conoscere per il corretto equilibrio psicofisico della creatura uomo.

Un libro che non è solo un viaggio orrorifico e adrenalinico nel regno oscuro della fantasia, che regala nuova vitalità alla parte meno luminosa del nostro essere, ma che eleva lo steampunk, il gotico e l’horror a bastioni essenziali e fondamentali di ogni sana vita onirica.

No.

Qua abbiamo un discorso filosofico di alto livello che affronta i temi della responsabilità, della natura del potere e del male, della dicotomia tra natura e spiritualità, tra tecnologia e realtà con una semplicità e una classe che ammalia.

E sono due le domande che caratterizzano i volumi.

Nel pentacolo l’ho individuata in questo estratto:

Sostituirsi a Dio, interrompere il corso naturale delle cose non è mai un bene

ed è per questo che nel primo libro è presente questa dicotomia che cerca di

contrastare l’egemonia della tecnica e scongiurare la creazione di un universo privo di ogni dogma morale

Mentre nel secondo libro si mette in evidenza quanto spesso la ricerca della conoscenza crei il passaggio attraverso cui possono entrare in questa realtà cosi sofferente, le peggiori emozioni

E ricordate… Ciò che si mostra al nostro sguardo incredulo è solo la minima parte di ciò che in realtà è. Ciò che è celato deve rimanere tale.

Perché la tecnica senza l’etica è solo e soltanto aberrazione, così come la spiritualità senza raziocinio diviene solo superstizione.
Ed è indispensabile per ognuno di noi, per mantenere in vita questo pazzo assurdo mondo, che l’equilibrio divenga il nostro mantra.

Bravissima Miriam.

Hai creato non solo un mondo, ma hai fornito a questo collassata civiltà uno spunto di riflessione indispensabile, affinché il nostro personale pentacolo, si attivi, a difesa e baluardo di quanto ancora di meraviglioso c’è nel mondo.