“Le storie del maestro Mauro” di Mauro Gelo, Tomolo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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L’arte del narrare è nata con l’uomo.

E’ la sua capacità di fornire senso a un mondo sconosciuto e minaccioso, a dare una luce all’ignoto fatto di tenebra ma anche a creare e trasmettere i valori che sono alla base del vivere civile.

Un giorno, l’essere umano immerso in un mondo da rendere intellegibile decise di dargli un nome e un ordine concettuale prima che materiale.

Il nome gli serviva per identificare oggetti, emozioni e fenomeni affinché tramite quell’atto fossero meno pericolosi e spaventosi.

E per raccontare o raccontarsi un po’ le loro origini e renderli quindi più familiari ha intessuto attorno a loro un intricato e meraviglio reticolo di storie, di fiabe, di favole e di miti.

E questi hanno iniziato a creare quel terreno fertile su cui impiantare, di volta e volta la società che assieme al suo creatore uomo si evolveva, cresceva ma tramite appunto quei legami scritti e orali, non scordava mai le sue radici.

Grazie a quella particolare capacità del narrare oggi abbiamo a disposizione un calderone di significati, di valori, di miti e di esseri straordinari capaci di formare la nostra tradizione, il nostro ieri e quindi il nostro domani.

Oggi la storia come in passato fonda la nostra società, forma e aiuta sia noi che le nuove generazioni a crescere a conoscerci e a modificare ciò che, in questa società va modificato.

Tramite gli atti eroici noi possiamo capire come combattere il potere corrotto, dare vita alla landa desolata tramite il sacro vaso e come combattere le ingiustizie.

Ma, sopratutto, a capire quali sono le ingiustizie, cosa mette a repentaglio noi stessi e la nostra sopravvivenza emotiva e umana.

Oggi più che mai i giovani e i bambini devono essere i primi depositari di quelle storie, perché con la loro freschezza e le loro incontaminate energie possano portare avanti quest’opera fondamentale di continua costruzione di significati e valori.

Ecco perché ritengo la raccolta di fiabe e di racconti bellissimi di Mauro Gelo il primo e più importante passo per la formazione di giovani uomini e di giovani donne sempre più impegnati nel mondo, in possesso di valori sani e di entusiasmo creativo.

E quelli sono direte voi i valori che considero sani?

Quelli che negano la distruzione come metodo per esercitare la propria capacità di “dominio” sul mondo da scoprire e da rendere intellegibile. Quelli che costruiscono invece di demolire le morali e le etiche. Che optano per la collaborazione piuttosto che per l’esclusione, che creano dialogo al posto dei muri.

Che hanno la curiosità scientifica piuttosto che la brama di potere e successo.

Quelli che, in sostanza, danno una apparenza alla nostra terra cosi bistrattata e la proteggono, la amano cosi tanto da volerci dialogare da volerla conoscere.

E’ nella dialettica, nello scambio e nel dialogo incassante con ogni parte di questo ecosistema che si cela la straordinarietà del metodo educativo di Gelo.

Non una semplice storia moraleggiante e quindi asfissiante, ma un invito a considerare ogni parte del tutto con la meraviglia di occhi limpidi, con l’ardore del piccolo esploratore e con il rispetto semplice e innocente del bambino.

E’ un libro composto di tre parti: le storie che stimolano una naturale propensione umana alla scopetta, che stimolano la curiosità e la voglia di conoscenza senza finalità se non quelle dello stupore.

Storie ecologiche permeate da quello stresso amore per la vita e per l’ignoto tipico di ogni bambino.

Storie che stimolano la capacità di ascolto musicale, passo importantissimo per ottenere una particolare sensibilità alle sfumature e quelle più importanti che sono quasi un riassunto di tutte le altre: quelle che stimolano il bambino all’esplorazione di uno dei territori più impervi e al tempo stesso fondamentali per il proprio equilibrio interiore: la scoperta del sé.

Ed è grazie alla facilità e alla musicalità dello stile di Gelo che esse penetrano nel profondo e che possono agire sulla psiche ancora pura di ogni futuro uomo.

Questi racconti però, servono anche a noi, per ricordarci qualcosa che troppo spesso diamo per scontato, come per esempio l’ascolto come è descritto nel bellissimo racconto la coniglietta che voleva ascoltare.

E oggi che troppo rumore interferisce con la comunicazione e quindi l’ascolto, questa storia si rivela straordinariamente efficace:

C’è infatti una grande differenza tra sentire e ascoltare. Per sentire è sufficiente il nostro udito, mentre per ascoltare bisogna aprire il nostro cuore agli altri”.

Complimenti maestro Mauro!

“Chiedi al libraio il racconto del caprone” di Salvatore D’Ascenzo, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Chiedi al libraio il racconto del caprone-Salvatore D'Ascenzo

 

Cosa significa favola?

E quale importanza riveste per noi oggi un siffatto genere letterario?

Un tempo siffatto che vive di tempi rapidi, troppo per poter fissare gli istanti se non con fallaci immagini, riserva ancora un piccolo posto speciale alla nobile arte della narrazione.

E cosi tramite oramai la parola scritta che ha soppiantato il suo progenitore, il racconto orale, continua indefessa a professare la sua fedeltà alla capacità di riferire qualcosa a qualcuno, che sia un accadimento, una visione del futuro o del presente, un fermo immagine nel passato chiamato ricordo, un bisogno interiore da tramandare ai posteri.

E lo fa servendosi della capacità di immaginare, a volte anche di mentire falsificando l’esperienza diretta sublimata spesso, in simboli, emozioni e archetipi.

Ecco che la favola non è altro che la primitiva forma con ci lo scrittore di allora, il menestrello intratteneva educava e distribuiva i sogni a tutti coloro capaci di lasciare le faccende quotidiane e immergersi in uno stato onirico. Favola diventa quindi fabula ossia faris, fatis sum dire, esporre, narrare e perché no falsificare quel qualcosa di concreto trasportandolo nepal dimensione del numinoso.

Ecco che l’inventiva diviene il massimo imperatore a cui porre devozione, riverito rispetto e anche donare i propri talenti di meraviglia e stupore.

E la favola compie tale magia inserendo non tanto eventi soprannaturali puri, come orchi fate e elfi ( in quel caso si parla di fiaba) quanto elementi derivati dal quotidiano, ossia frustrazioni, paure, ma anche nobiltà di animo e caratteristiche umane impersonate, però, dagli animali.

Del resto la favola restituisce all’uomo la sua origine feroce, la sua connessione con il mondo naturale da cui deriva e da cui, durante la sua evoluzione si è si staccato, senza però disconoscerlo realmente.

E cosi molto spesso il termine Bestia, bestiale, animalesco individua i lati oscuri del nostro io, quelli che escono fuori dai ristretti confini della consuetudine sociale e del quieto vivere, che minacciano la stabilità, che vanno contro il concetto di comunità stessa, laddove alcune libertà (in genere quelle connesse all’io oscuro) devono essere abbattute e limitate, se non addirittura taciute.

Eppure il selvaggio e l’irragionevole in tanti percorsi psicologici vengono esaltati come unica risorsa per vivere e non solo sopravvivere, come distinzione speciale di talenti e doni.

E cosi l’uomo selvaggio, o la donna selvaggia, colei o colui che partecipano di alcune caratteristiche animali, divengono sciamani del nuovo corso di spiritualità, ossia qualcosa che integri l’essere sociale all’istinto o intuito perduto, per poter di nuovo fa parte di cicli naturali del cosmo, governato dalla amorevole divinità Maat.

E cosi la favola diviene non solo monito del pericolo di passioni lasciate viaggiare senza la mano forte del conduttore, ma anche si quella purezza che contrasta, specie oggi, la modernità soffocante, quella che intende rendere tutto prodotto, tutto oggetto e rinnega la soggettività dell’essere.

Ecco il valore oggi della favola.

Tramite gli animali parlanti possiamo parlare di politica, come in Orwell o della perdita del contatto profondo con il vivere in semplicità, in armonia con se stessi, senza l’ossessione del denaro o del successo.

In questo splendido affresco il racconto del caprone diviene monito e divertito consigli oda dare, non tanto ai bambini, che sanno benissimo conservare quella genuinità meravigliata di fronte ai miracoli del giorno che nasce, quanto a noi adulti, affaccendati nell’immaginare grandi eventi che ci pongano al di fuori di questa banalità cosi noiosa e poco eclatante.

E cosi la fattoria minacciata dal parcheggio diventa una sorta di lotta contro l’immobilismo della tradizione.

Il parcheggio è il mondo in cui le macchine trovano sosta, in cui il riposo di chi si muove è garantito.

Macchine che sfrecciano e trovano ristoro tra un ossessione e l’altra. E il mondo immobile apparentemente immobile del mondo contadino, incentrato sui ritmi e sull’amore per animali noiosi e quasi immobili.

Ma è una distinzione apparente e fuorviante.

E’ l’imprenditore che risulta ai nostri occhi immobile.

Nelle sue convinzioni, nella sua prigionia fatta di ossessivi comportamenti, di rabbia e di progetti diventati loro stessi Arconti, loro il dittatore.

Mentre la fattoria diviene luogo di incanto e di un brusio che non è la stasi che immaginiamo.

E attraverso l’apprendimento dei suoi abitanti animali, tra cui il caprone che non sa chi è, che l’evoluzione avviene: il pavido diviene coraggioso, il senza identità diviene consapevole che si è quando qualcuno ci nomina.

La rana è la possibilità infinita che sceglie di svilupparsi o il talento nascosto, apparentemente addormentato che però sa quando esplodere. E erompe non per apparire, per suscitare consenso, ma per donare, perché c’è la necessità di un consiglio capace di salvare, di far crescere e di dare un contribuito al viaggio.

Erompe perché la storia non ristagni ma diventi un fiume fluido e a tratti impetuoso.

E cosi gli animali, gli aiutanti dell’essere umano, divengono in questo libro parti di noi stessi, parti del nostro io spinti da un esigenza profonda: una costante, attiva difesa contro la modernità impazzita, a a cambiare, imparare, crescere e non fermarla questa modernità ma restituire a essa la freschezza necessaria affinché essa smette di essere senza anima.

E cosi il finale ci travolgerà con la sua ridente bellezza. Sarà avvertito dalle nostre orecchie abituate al rumore, come un grido di libertà, come un inno cantato a più voci che porrà finalmente l’accento sull’essere più che all’apparire.

E il movimento tornerà a essere compreso nell’armonia di quella Maat cosmica che benigna aspetta il nostro ritorno tra le sue amorose braccia.

“Il fantasma di Elmwood Manor” di Pamela Mc Cord. A cura di Alessandra Micheli

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Ricordo ancora con un tocco di nostalgia i bellissimi gialli/mistery Mondadori intitolati i tre detective.

Tre ragazzini diversi uno dall’altro alle prese con i drammi della loro età che però si distinguevano dagli altri coetanei per un’intelligenza e capacità apparentemente straordinarie messe al servizio di giustizia e verità.

Pubblicati negli anni ottanta, furono il mio primo flebile incontro con il giallo per ragazzi.

Anche se, lo ammetto io già a dieci anni mi dilettavo con il mio amato Poirot.

Ma il pregio di questi libri come poi dei loro figli, i piccoli brividi, era quello di sdoganare un genere dalla sua privata nicchia di élite e far comprendere come, esso, fosse in realtà letteratura vera e per nulla rifugio per i disagiati.

O i nerd.

Ecco che fantascienza, horror, e noir tornavano a brillare anche per le nuove generazioni stimolando dei lati della mentre troppo assonnati e troppo istupiditi dalle nuove tecnologie.

Non a caso sono generi che presero piede nei favolosi anni ottanta, preda del diktat della moda e dell’apparenza che, ancora oggi, ci perseguita.

Libri simili erano, quindi rappresentazioni di una gioventù che, se pur provava gli stessi dubbi, i disagi tipici dell’età di trasformazione, affrontava questa ricerca del se in modo diverso e per nulla superficiale. Era concentrato più sulla mente e sulla sostanza che sulla banalità appariscente dell’esteriorità. Non a caso, infatti, i misteri venivano considerati tanto validi da dover essere sbrogliati.

I libri di tal guisa sono dunque, ottimi per comprendere e analizzare le difficoltà tipiche di ogni secolo e di ogni periodo “storico”, proponendosi come rivelatore delle cesure su cii l’adulto e l’educatore dovrebbero intervenire. E ricucire. Immaginate la mia somma gioa quando la mia amata Dunwich mi ha proposto la lettura di una ghost stories per ragazzi con gli stessi nobili intenti dei miei amati gialli vintage. Ovviamente, non me ne vogliano le altre case editrici, qua si tratta di un libro di alta e pregiata fattura, molto più elegante dei suoi fratelli. La penna della nostra balda autrice è al tempo stesso profonda e delicata, ironica e al tempo stesso commovente, capace di far terrorizzare e al tempo stesso emozionare ponendo il fantasma in un aura di pura poesia che ricorda la brillante penna della Montgomery.

Questo risulta un elemento fondamentale: l’aldilà e il peccato, l’omicidio e la compassione iniziano a danzare dinnanzi ai nostri occhi stupiti raccontando come, in fondo, anche in questa società pubblicitaria e mercificata, possa aver posto una sorta di antico ritorno alla romanticità del trapassato.

In questo contesto ipertecnologico, la morte non rappresenta più il mistero tanto declamato da poeti dal calibro di Poe. Diviene una sorta di ulteriore viaggio virtuale in cui il mistero e l’orrore sono privati del loro lato gotico e quindi suggestivo. L’horror stesso soffre di questa limitazione dialettica proponendosi più che altro come mero elenco di nefandezze e di elementi sanguinari e splatter. Manca, dunque la poeticità, la poesia, la perfezione dell’atmosfera che è e resta il vero elemento preponderante della letteratura fantastica.

Non è nella testa tagliata e nella mutilazione, nella ferocia di demoni e fantasmi il vero brivido.

É nell’entrare in punta di piedi in un modo altero a cui dobbiamo credere per non farci sommergere dal ritorno della banalità e del qualunquismo. Dobbiamo vedere i fantasmi per far tornare l’uomo questo essere straordinario tra stelle e gloria cosi come lo dipinse il meraviglioso salmo otto. Ecco che i nostri eroi a differenza di tanti giovani, si pongono con sommo rispetto e riverito timore di fronte al fantasma, onorando la sua vita passata ma anche quel dolore di chi ha visto sottrarsi possibilità e talenti da un destino infausto o da un evento brutale. E restituire la dignità a quelle essenza che appaiono più reali della nostra virtuale dimensione, tanto da provare empatia con i ricordi, con il passato e con la storia.

Ecco che il libro adorabile e perfetto, adrenalinico e suggestivo in quella vetusta dimora, diviene anche di una poeticità strabiliante. In quell’incontro con il sacro i ragazzi crescono e diventano grandi, affrontando i problemi esistenziali di ogni adolescente da una prospettiva privilegiata; chi in fondo è ancora cosi vivo da provare amore, delusione e persino frustrazione, ma con la consapevolezza quotidiana che nonostante questa cacofonia emozionale, la loro speranza è di poter ancora incidere sul presente e sul futuro con le azioni.

Azioni che alla nostra povera fantasmina sono oramai precluse.

Consiglio la lettura non solo ai ragazzi ma anche agli adulti, che purtroppo stanno perdendo inesorabilmente il contatto con il regno dell’immaginario.

“Babbo natale e il bambino che voleva tutto” di Fabrizio Palma, Illustrazioni di P. Papacena, La Strada per Babilonia edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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C’era un tempo, neanche tanto lontano, in cui il natale era sopratutto una sensazione di magia, un qualcosa di straordinario che sarebbe capitato per arricchire la vita, donare emozioni e cambiare totalmente il cuore.

Da piccoli, stavano a guardare fuori dalla finestra con il naso schiacciato le mille luci colorate appese nei balconi, i riflessi cangianti degli alberi e a assaporare uno strano effluvio di legno bruciato.

La notte era piena di aspettative, qualcosa avrebbe fatto sicuramente capolino tra le nuove e ammantato di straordinario il nostro quotidiano. Eravamo bambini strani, amanti delle storie narrate sia attraverso quelli che oggi chiamereste audio libri sia dai racconti fantastici in cui fantasmi, grilli e campane sarebbero diventati protagonisti.

Elfi e folletti, fate delle nevi, incanti e arcani segreti si sarebbero svelati nella magica notte in cui il sole tornava allo zenit e prometteva una primavera radiosa.

Noi ancora non lo sapevamo, non conoscevamo i segreti dell’astronomia.

Alcuni erano totalmente inebriati dai racconti evangelici di un bambino in una grotta, coccolato da un bue e un asinello e illuminato da una stella radiosa.

Era magia, era la promessa di un domani migliore.

Io ricordo che quello che mi faceva felice del natale non era il regalo, le feste con i parenti, l’abbondanza, ma proprio quella atmosfere silenziosa eppure cosi vibrante, come se tutto il mondo, la natura e gli animali stessi fossero in attesa.

Oggi, alla mia veneranda età i ricordi appaiono sfumati.

Il mondo ha ripreso la sua corsa, con i suoi affanni e il suo dolori.

Tutti sono impegnati a correre, chi dietro a un sogno, chi per sfuggire al dolore.

Chi intento a seminare ricordi troppo pesanti perché il cuore, cosi fragile perché privato della fantasia infantile, riesca a reggerne il peso.

E non vedo visi radiosi, felici, pieni di speranza.

Ne sorrisi, ne la voglia di ascoltare il calore che, credenti o no, in questo periodo cade dal cielo. Che si chiami bambin Gesù o Re agrifoglio è sempre il nuovo che irrompe nella vita e la risveglia dopo la lunga notte oscura di novembre.

Sono gli inizi del risveglio della natura che rigogliosa trionferà nei primi di febbraio per sfociare in una risma di colori proprio a pasqua.

Questo senso di aspettativa non esiste.

Il nostro io è impegnato alla ricerca di effimere soddisfazioni, di oblio e di autocompiacimento.

I social sostituiscono il tatto, le foto sostituiscono il reale e gli otufit nascondono la nudità dell’anima. E cosi tutto patinato brilla di una luce che nulla a che vedere con l’autentica magia di natale.

Forse è il nome a indurci in inganno.

Forse se lo chiamassi Yule o sol invictus d sarebbe diverso.

Eppure il natale stesso ha l’accezione etimologica di natività.

E qualcosa in noi deve nascere affinché sconfigga un buio che è ormai stanziato nei nostri cuori.

Abbiamo tutto.

Vogliamo tutto, proprio come il bimbo della fiaba.

Ma in fondo, dentro non abbiamo nulla.

Voragini di malessere, vertigini di fronte a un infinito che ci fa comprendere quanto noi siamo piccoli e fragili.

Ferite che continua a infettarsi perché incapaci di depurarsi dal veleno delle delusioni, delle perdite e delle sconfitte.

E dietro la patina del mondo glamur tutto dedito all’apparenza, al lusso, alla bellezza. ci ritroviamo profondamente soli.

Le lacrime solcano un viso che nessun lifting può riportare al suo antico splendore infantile, quando ci bastava soltanto guardare fuori dalla finestra e sognare…

Ci manca lo stare assieme.

Ma non solo fisicamente.

Ci manca il contatto emotivo che un vetro di un iphone o di un tablet ci impedisce totalmente.

Manca il tatto e il vedersi occhi negli occhi, il sentire il respiro dell’altro adattarsi la nostro.

Come direbbe Vecchioni ci manca l’altro, l’altro che noi no siamo.

E forse da questo confronto possiamo iniziare davvero a definirci.

Il bambino che ha tutto, in fondo cerca solo questo di essere visto, guardato nel profondo, amato per quello che è.

Ha bisogno di genitori che si liberino dalle prigioni del proprio io e aprendosi a lui si aprano all’infinito.

Abbiamo bisogno di famiglia.

Ma non del solo nome, ma del sentirsi parte di qualcosa e curarla questa strana compagnie.

Abbiamo bisogno di sorrisi veri e di giocare liberi da ogni costrizione. Liberi di tornare veramente a sognare.

Oggi abbiamo tutto.

Possiamo parlare con ogni persona dall’altra parte del globo.

Possiamo entrare a contatto con ogni diversità.

Ma in realtà non abbiamo nulla.

Non abbiamo il gusto, il tatto e la vista ma solo la loro versione virtuale.

Fissiamo il cellulare, i photoshop e non riconosciamo nulla.

Cosi fissati su noi e su un irraggiungibile perfezione da risultare evanescenti e irreali.

Siamo robot virtuali

torniamo a sforarci, ad abbracciarci e sporcarci di fango come bambini. Torniamo a emozionarci a immaginare e con un atto irriverente a cercare l’imperfezione.

Torniamo a vivere.

***

A te

che abbracciando la morte

mi hai insegnato ad amare la vita

 

“Un lupo speciale e altre creature fantastiche” di Matteo Piermanni. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che mi trovo a recensire il libro di un giovanissimo autore il mio cuore fa salti di gioia.

In queste nuove leve, ritrovo tutto ciò che secondo il mio umile parere, deve contenere la letteratura per preservarsi dal disastro ultimo: la sua scomparsa.

I giovani, con la loro linfa vitale e la caparbietà di portare avanti i propri sogni a discapito di un mondo che li snobba, sono l’ultima, estrema salvezza di questo mondo di carta cosi immaginario eppure cosi reale.

Mentre gli autori che si sentono cosi importanti, cosi degni di ogni nostra reverenza, si pavoneggiano pomposi alle fiere o negli scatti di instagram orgogliosi del loro orrendo vituperare l’arcano mondo della narrazione, i ragazzi invece pensano solo a sognare.

E so che per noi avvezzi al dio successo, alla quantificazione degli sforzi artistici, consideriamo il mero atto di sognare una perdita di tempo, divertimento per i fannulloni.

Quante volte ho dovuto ascoltare orribili parole come si è uno scrittore solo se si vende, solo se si pubblica, se ti leggono ti seguono e ti ammirano.

Parole che come lame affilate feriscono la musa Calliope, e che rendono l’arte semplicemente pubblicità e marketing e che sanciscono il divorzio blasfemo dal regno delle idee, dal regno del numinoso dove i semi attendono di divenire libri.

E cosi abbiamo stili a volte pomposi che rinnegano il loro sovrano, il significato, ridendo in faccia all’etica, dileggiando l’impegno morale e sociale, e donando ai lettori assonnati, ipnotizzati dagli spot pubblicitari, altro non sono i vostri libri, stili granitici aridi, privi di afflato poetico.

Privi di contenuto è vero ma anche con una venerabile lingua ridotta all’osso, resa fruibile ma privata del suo simbolismo originario.

Ogni parole è dolorosamente livellata fino a essere univoca, senza più quella forza archetipa di un idioma cosi ricco, cosi sfaccettato, cosi pieno nei suoi avverbi, nelle sue proposizioni non solo dei secoli passati ma delle tante, importantissime influenze culturali.

E cosi tutti libri uguali che donano al lettore non la chiave per il proprio io profondo, per quella porta custodita dall’orrendo Barbalu laddove si celano i significati più profondi e fondamentali per l’uomo, ma meri bisogni primari, evirati dalla loro componente sacrale, ridotti a meri gadget da usa e getta.

Ecco che la letteratura pret a porter bussa alla mia coscienza, irrompono nel mio blog e diventano per me paragonabili alle bestemmie dentro una chiesa.

Il libro di Matteo, un piccolo grande uomo, cosi ricco di emozioni, cosi pregno di fantasia tanto da grondarne nelle pagine, accarezza l’inaridito cuore di questa signora che si è barricata,per difesa nel suo vecchio maniero gotico, in compagnia dei suoi eroi di carta come lei gementi in questo mondo che non li ospita più perché troppo ricchi di infodump.

Il suo mondo a differenza di tanti fantasy “commerciali” ossia di facile uso e di facile consumo, improntati più a venerare il dio della quantità (più vendi più sei cool) che alla bellezza della qualità, scorre come un gorgogliante fiume montano, disceso direttamente dalla cascata dell’interiorità, senza dighe, senza marciume, senza stagnazione.

Un ragazzo che non ha manie di grandezza, che oltre a scrivere eticamente e con uno stile che rasenta la perfezione (tanto che se fossi in voi grandiosi autori mi andrei a sotterrare) non ha manie di successo ma ambisce soltanto a comunicare la sua idea di mondo diverso, in cui l’etica prende il posto del dio Mammona, in cui l’impegno civile prende il posto della foto sui social.

I ricavati, pensate, servono per la beneficenza, una parola cosi astrusa per questo mondo scellerato.

Nel suo testo il mondo di fantasia è la proiezione dei desideri più inconfessabili che Matteo ha il coraggio di esprimere, fregandosene di essere controcorrente, anacronistico e scomodo: il rispetto per l’altro è la natura, l’importanza del sogno e del superamento della paura.

La capacità di sfidare i propri limiti e divenire eroe del proprio ristretto tempo, la creatività che va protetta e tutelata e l’amore per i libri capace di salvare il mondo onirico e al tempo stesso la nostra realtà di ogni giorno.

I suoi racconti affascinano e commuovono, coccolano l’anima e la stimolano, e ripropongono quei valori che lo stesso sant’Agostino definiva eterni.

Scontati diranno alcuni.

In fondo, si parla tanto di rispetto per gli altri e le altrui differenze, il rispetto per una natura che ci ospita e ci nutre.

Eppure, se fossero davvero cosi scontati, cosi conosciuti, così quotidiani li vedrei in ogni nostro giorno.

E invece, non osservo altro che violenza verbale, arrivismo sfrenato, egoismi, bisogni parziali e mai la rinuncia alla propria misera porzione di libertà, per onorare la comunità di cui si fa parte.

Vedo lotte fratricide non solo tra stati ma tra parti di una stessa nazione, tra paesi limitrofi, condomini e persino famiglie.

Non faccio altro che assistere a grandi discorsi a grandi apologie di valori, per poi vederli traditi ogni singolo, maledetto giorno.

E allora che questo ragazzo, questo favoloso uomo del domani, possa insegnarci, perché ne abbiamo bisogno, a vivere, ma vivere davvero e non sopravvivere in questa patetica e misera commedia dell’arte.

In questa pallida imitazione di grandezza, noi che siamo stati creati per nominare il mondo da un dio che vede solo sangue, sopraffazione, odio e arroganza.

E che forse per questo si è addormentato lasciandoci in balia delle nostre scellerate scelte.

C’è solo un luogo in cui ritrovare i volti sorridenti e fanciullini (tanto decantati dal buon Pascoli) dotati di freschezza, di meraviglia e di innocenza: il mondo dei sogni.

E sognare lo dobbiamo fare tutti.

Ma attenzione.

Ve lo insegna un ragazzo: sognare non significa sfuggire alla realtà.

Significa:

Il motivo della fine di questi viaggi era che il ragazzo stava crescendo e Sognolandia era la terra dei sogni dei bambini… Era arrivato il momento di iniziare a sognare come un adulto

Un adulto sogna grandi cose.

Un adulto può cambiare l’esistenza, far fermare il disastro, impregnarsi per un mondo più equo.

I suoi sogni di bambino divengono l’energia per dire no alla barbarie.

Le fate si trasformano in valori e aleggiano nel suo cuore spingendolo a urlare i suoi no all’arrivismo che desidera fagocitarlo.

I sogni sono quell’azione necessaria atta a cambiare il mondo e ad abbracciare l’universo.

Avrei voluto che a raccontare queste favole, fosse stato un adulto.

Perché oggi grazie a Matteo i miei occhi brillano, mentre gli uomini seri saggi, divengono burattini sempre più immobili, sempre meno autonomi.

E allora sono fiera di appartenere a quel mondo, che come lo ha definito Vecchioni, è fatto di comici spaventati guerrieri.

Hanno le vostre fandonie nelle orecchie 

conoscono le vostre facce di culo 

madri piene di tranquillanti 

padri che vanno sul sicuro

I ragazzi nascondono lacrime sospese 

come gatte gelose dei figli 

hanno un bagaglio di speranze deluse 

come onde che s’infrangono sugli scogli 

Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato 

hanno un piccolo fiore dentro 

che c’è da chiedersi com’è nato 

e cercano di amare 

domani come ieri 

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri 

e cercano di amare come uomini veri 

questi miei piccoli comici 

spaventati guerrieri 

 

“Cambio di rotta” di Angelo Garaffa e Monica Crivelli, La Strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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I bambini, i ragazzi sono la luce del mondo, non smettono mai di stupirmi e io non smetterò mai di credere in loro, di ammirarli e amarli

Monica Crivelli

Ho riflettuto molto su questa frase e sull’intero libro Cambio di Rotta.

E ho pensato molto a come raccontarvelo nel modo migliore.

Perché come sempre saranno loro, i ragazzi, i bambini a insegnarci la vita.

Noi cosi convinti di essere arrivati alla soglia della saggezza, perché pieni di responsabilità, di impegni e di un lavoro serio.

Noi che abbiamo messo da parte la fantasia e la capacità di stupirci.

E siamo ancora certi che è questa la strada migliore per crescere.

Per governare il mondo che un dio idealista ci ha donato, con la capacità di nominare e quindi far esistere tutto ciò che desideravamo.

Peccato che l’unico nostro desiderio sia dominare e sottomettere.

E abbiamo consegnato un mondo rovinato, un mondo in cui conta la voce più alta ai giovani e li educhiamo a imitarci, a divenire come noi, stronzi senza cuore.

Ne immaginazione.

Ma loro resistono.

Hanno i sogni e li stringono forte, si difendono dalla nostra aggressività, dalle nostre fandonie.

Dalle bugie e dalla nostra voglia di emergere, che nasconde una profonda tristezza, quella di chi l’istante magico lo ha del tutto perduto. Gli abbiamo consegnato un mondo distorto, storpiato, massacrato, deluso e incattivito.

Ma non smettono di coltivare quella purezza che diventa scudo contro la nostra idiozia.

Lo canta Vecchioni in Comici spaventati guerrieri e ce lo racconta nella bellissima prefazione, Monica Crivelli.

Parole che fanno venire i brividi, che strappano una lacrima e un sorriso, perché per me eterna fanciulla, è una speranza credere che i giovani non molleranno mai e continueranno a resistere sulle trincee dei loro valori. Ecco che per me, Cambio di Rotta, non è solo il primo libro di un futuro, grande talento.

E’ una lezione di vita, quella capace di non farmi perdere la strada che ho scelto, tra rabbia e stelle, accompagnata dalle loro limpide voci.

Non ci credete?

Eccone un esempio.

..avevo appreso quanto dietro i cambiamenti e alle situazioni che non vorremmo mai affrontare si nasconda qualcosa che ancora non sappiamo essere speciale per noi.

Dietro una semplice storia avvincente e piena di colpi di scena, si delinea un messaggio importante, appreso con facilità dall’autore ma ancora ostico per noi adulti.

Cambiare rotta non ci piace.

Uscire dalla comfort zone non è di nostro gradimento.

Angoscia nostalgia e terrore non fanno altro che ancorarci al consueto e all’abitudine.

Facendo si che i doni di un universo benevolo elargiti in continuo, capaci di donare alle nostre comode vie scossoni, smettano di essere accettati e compresi da questo stupido umano.

E sapete perché?

Perché noi tendiamo a dormire.

Come quando siamo in macchina e chiudiamo gli occhi mentre magari stiamo viaggiando attraverso boschi, scogliere e mari.

Dormiamo e magari sogniamo quello che desidera il nostro ego. Successo, lavoro, l’amore che dobbiamo meritare.

E ci perdiamo il volo di un gabbiano, una rosa che sboccia, il vento fresco che smuove gli alberi.

Senza la curiosità, la voglia di emozionarci e stupirci, il viaggio verso una meta qualsiasi è solo un eterno sonno.

Un lungo agghiacciante lento oblio.

Siamo prigionieri di una realtà illusoria che non ha il sapore meraviglioso né l’odore afrodisiaco della nostra dimensione.

E Garaffa lo sa.

Che dietro anche al cambiamento avvertito come sacrificio, esiste un motivo ancora più ampio, più grande della nostra piccola infima percezione umana.

Magari troviamo nuovi amici laddove non speravamo, troviamo nuovi stimoli nuove radici e una forza quella selvaggia del lupo che non ha paura del bosco di notte.

Cambio di rotta è tutto quello che serve per vivere davvero.

Basta spostare il focus dello sguardo per trovare tesori immensi.

Trovare significati sconosciuti e elettrizzanti.

E allora l’ego, la società e le sue delizie svaniscono e restiamo forse meno personaggi e più persone.

E ritrovare quelle emozioni che sembravano banali perché odiate dalle luci della ribalta, come l’amicizia.

Eh si troviamo scontato il proverbio chi trova un amico trova un tesoro. Ma se è cosi banale, cosi ovvio, perché non lo applichiamo nella vita di ogni giorno?

Perché la frase

la vera amicizia non muore mai

non diviene reale nelle nostre vite?

Perché a insegnarcela deve essere un ragazzo, quando noi siamo tronfi e sicuri che siamo noi a reggere le sorti dell’affranto universo?

Bei reggenti, se non diventiamo esempi e facciamo di quelle frasi “scontate” una realtà corporea.

Perché per noi amicizia non ha questo valore:

L’amicizia spesso si sceglie anche a costo di non arrivare primi per fermarsi ad aiutare o per arrivare ultimi assieme

Vedete per caso persone matura avere il coraggio di buttare il successo all’aria e mettere la cooperazione al primo posto?

Perdonatemi.

Io sono tre anni che vivo di letteratura e finora solo una ragazzo, un piccolo grande uomo ha messo questo valore della collaborazione senza finalità cosciente, al primo posto.

E quindi scusatemi se vi dico queste crude parole: davanti alla saggezza di un ragazzo di 13 anni, io mi inchino e gli dico grazie e delle vostre colte parole, della vostra maturità ci faccio un bel falò.

Preferisco di gran lunga la fantasia visionaria di Angelo

 

 

“Nonne e nonni” di Ramona Parenzan, illustrazioni a cura di Maria Spinelli, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Siamo tutti coscienti che il mondo di oggi è totalmente cambiato.

E’ il merito o dis-merito, della globalizzazione che accorcia le distanze e ci rende tutti interconnessi.

E nonostante nessuna cultura si possa mai definire autentica e pura, ma frutto di contaminazioni e di interferenze degli altri paesi (basti pensare al favoloso incastro culturale, che portò l’incontro/scontro tra oriente e occidente impersonato dai Turchi) oggi più che mai avvertiamo in modo forte e totalizzante, il peso della scelta che ha portato gli stati nazionali, ad aprire la propria frontiera e a tener conto dell’immigrazione.

Eppure, questo fatto non ci dovrebbe stupire.

Non certo noi italiani che nelle terre di frontiera abbiamo depositato i nostri sogni e le nostre speranze.

Noi che nella lontana America, oppure nella misteriosa Australia ( ricordate il film di Alberto Sordi Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata?) portavamo un po’ di noi e ricevevamo in cambio qualcosa della loro strana e aliena identità.

Ma, probabilmente, la mente assuefatta alle illusioni ci restituisce un immagine distorta di noi stessi, considerati dotati di una ferrea identità da secoli radicata e quindi immune o quasi, all’altrui costume.

O, forse, questa convinzione nasce da una problematica mai davvero affrontata che nasconde una mancanza reale di identificazione culturale, un italianità mai del tutto avvertita come nostra, che rende la normalità dell’immigrazione, una novità pericolosa.

E la normalità è sempre la stessa, da secoli oramai, incontro e a volte scontro tra culture, tra uomini con il proprio bagaglio di esperienze costretti o forse decisi a inserirsi in un altro contesto sociale, politico ed economico.

Non oso dire culturale, perché la questione cultura è molto più complicata di quella che i TG ci propongono.

Nessuno colonizza nulla.

Non oggi almeno.

Ci sono stati sicuramente nei tempi andati, delle invasioni meno pacifiche, che hanno portato distruzione e orrori indicibili.

Penso alla situazione dei nativi americani ad esempio.

O a quello delle civiltà latinoamericane.

Ma, in ogni epoca, in ogni contesto l’innesto dell’altro da se è sempre stato indispensabile.

Per l’equilibrio.

Perché un pese che si fossilizza troppo su se stesso diviene ostico a ogni cambiamento.

E allora l’emergere di altri volti, di altre religiosità, di altri usi e costumi permette allo stato di non morire di asfissia.

Se l’acqua non scorre si stagna.

Ecco che oggi, però grazie alla tecnologia cibernetica sempre più avanzata, ai media e alla crisi mondiale, l’innesto appare sempre più evidente.

Ci facciamo molto più caso.

E sopratutto il martellante allerta del dominante di turno, crea ad hoc la figura del nemico.

E siccome URSS e USA non hanno più la loro validità autoreferenziale c’è bisogno di un nuovo cattivo.

Perché il cattivo permette l’aggregazione accanto a una bandiera o a una voce tonante.

La multiculturalità di oggi è il problema perché facciamo passare il messaggio, comodo ai potenti, di uno scontro di civiltà.

E perché la crisi dei valori e economica e politica la fa avvertire come minacciosa.

Se prima i nostri antenati, in fondo, non vedevano nulla di strano in volti e usi diversi, oggi l’interpretazione è cambiata.

E per chi crede che l’immigrato sia più presente in questi anni che nei lontani tempi, ricordo città come Granada.

Se partiamo dal presupposto che specie nel mediterraneo, la multiculturalità era un fatto scontato e le influenze per esempio turche, si ritrovarono nella musica e nel cibo, possiamo capire che, il problema oggi è semplicemente la percezione che, per essere stato, c’è bisogno di un identità definita.

Di un preciso ethos italiano, greco, francese, inglese e spagnolo.

O che so cristiano o musulmano, tendendo a scordare che nessuna cultura può definirsi autentica.

Siamo tutti risultati di innesti e sperimentazioni dovute alle guerre e alle migrazioni.

Come far passare, dunque questo messaggio?

Attraverso l’educazione e in particolare quella delle giovani generazioni.

Se noi siamo incapaci di sentirci tutti fratelli perché appartenenti all’unica razza che davvero conti, ossia quella umana, una delle speranze per tutti coloro che si impegnano per l’integrazione e per la mediazione culturale è creare l’uomo nuovo.

L’uomo capace di abbandonare il binomio identitario amico/nemico, per abbracciarne uno più sfumato ma più aderente alla realtà.

Per mia esperienza diretta, ne campo della mediazione, ho trovato molte resistenze tra gli adulti.

Perché sviluppano durante gli anni e grazie all’apprendimento secondario, dei meccanismi di difesa contro il nuovo.

Il nuovo è il pericolo, è il caos anarchico, è la minaccia a tutto ciò che è sconosciuto e quindi, conoscibile tramite stereotipi e pregiudizi.

Essi stessi divengono il miglior mezzo per approcciarsi a una realtà cosi composita da risultare spaventosa. E perché la fantasia, l’immaginazione e la creatività spesso nell’uomo adulto vengono quasi annichilite.

Con i bambini è sicuramente più facile rapportarsi e portare avanti un discorso improntato sull’accettazione dell’altro e del diverso.

I bambini sono curiosi, sono spugne ma molto più logici dell’illogicità che adombra noi adulti.

Ecco perché ritengo che un lavoro sulla conoscenza delle culture fatto ai ragazzi e ai bambini possa creare un apertura verso l’esterno.

E questo non può che trascinare anche noi in una riflessione che rende l’altro scoperta e non pericolo.

E’ possibile restate indifferenti a un bambini che fanno amicizia gli uni con gli altri soltanto perché amano lo stesso cartone o giocano con lo stesso balocco?

No. Non si può.

Alle vostra domanda “non hai paura?” essi rispondono con un innocente serenità che spiazza: di cosa devo aver paura?

Se sto giocando se l’altro mi sorride, se portatore di un atteggiamento di minacciosa chiusura?

Paura per le risate condivise?

E spiegategli che è pericoloso perché appartenente a una diversa etnia. Per il bimbo non ci sono limiti, la sua fantasia rende la pelle scura una novità e magari inventa chissà che storie per spiegarne l’origine.

Un bimbo una volta mi disse che il suo compagno era scuro perché figlio del sole.

C’è solo da imparare.

Ecco che la conoscenza dell’altro, l’apertura alla diversità in questo testo, parte da uno scambio che ha come comune denominatore una delle figure fondamentali per il bambino: il nonno.

Egli è il depositario di ricordi, di tradizioni, di immagini del passato che consegna al nipote permettendogli di colorarle con la sua unica immaginazione.

E’ la tradizione “antica” che si rinnova con energie fresche e a tratti innovative.

E’ la tradizione che si colora di arcobaleno, senza restare intoccabile a marcire nel grigiore delle certezze.

Ecco che qua si raccontano fiabe, che affrontano le problematiche della vita in modo unico, diverso e al tempo stesso simile: simile perché tutti noi soffriamo, amiamo, cerchiano il nostro perché.

Ma siamo tutti sotto lo stesso cielo a ammirare le stelle.

E quelle sono sempre le stesse pur cambiando posizione nei secoli.

Il bambino in questo testo potrà lasciare a briglia sciolta la sua inventiva, apprendere dai suoi compagni, vivere l’incontro con l’emozione della favola.

Assaporare gusti e annusare odori nuovi trasportati in un regno di magia.

E tutto questo attraverso la tradizione orale dei nonni.

E dopo esservi beati con suoni, lingue e odori di cardamomo, potrete con i vostri figli giocare con le schede didattiche.

Assieme a loro.

E sono sicura che non sarete voi a insegnare ai vostri bambini, ma saranno loro a aprirvi il cuore.

Perché per loro conta più l’uomo che il nostro intoccabile sabato

“Le avventure di Fiori” di AmazonaHajadaraj, illustrazioni a cura di Cinthya Luglio Velarde, La strada di Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono dei libri che hanno segnato la mia infanzia.

E sono libri immortali che, caso strano, hanno come protagonisti non solo moschettieri e fuorilegge dall’animo nobile, ma soprattutto animali.

Lupi, cani e persino gatti.

Ho già raccontato molto di me e dei miei amori letterari, questo perché molti libri mi hanno ricordato queste fantasie giovanili e sopratutto, mi hanno resa consapevole che, queste ancora viaggiano dentro di me, nonostante la mia veneranda età.

Ma sono quelle narrazioni selvagge che più di ogni altra hanno stuzzicato il mio lato ribelle.

Non ho sognato, se non da adolescente, con le immortali storie d’amore.

Ho letto orgoglio e pregiudizio a dieci anni, ma l’ho amato solo a venti.

Ho letto Cime tempestose a undici ma l’ho capito e venerato solo a venticinque.

E cosi via.

Ma da bambina, appena appresi gli arcani segreti della lettura, i miei preferiti erano, senza dubbio, battaglie mondi immaginari e lande selvagge.

Tra il mago di Oz e Alice, faceva capolino il meraviglioso libro di Jack London, Zanna bianca.

Nella mia gita in Abruzzo, precisamente a Civitella Alfedena il ricordo indelebile del mio primo incontro con i lupi. E’ nato un amore sviscerale intenso, verso i loro occhi gialli, quella pelliccia che immaginavo soffice mentre ascoltavo rapita i loro ululati.

Li ho conosciuti e amati attraverso il Branco della Rosa Canina di Gianni Padoan, un libro che mi è stato cosi caro da ricordarmi, tuttora, ogni pagina e ogni frase.

E che dire dell’uomo che sussurrava ai cavalli?

Incredibile e unica emozione.

E poi c’è stato assieme ai lupi di Nicholas Evans, un viaggio che sollazzava il mio lato istintivo, sentendomi tutt’una con le forze indomite di una natura incontaminata.

I libri sugli animali sono stati, dunque i miei veri maestri di vita.

Mi hanno raccontato non solo le loro storie ma hanno illuminato i lati bui di un percorso umano che si rivelava difficile e impervio, specialmente riguardo ai rapporti umani.

Perché crescere significava non solo vivere di fantasia, ma affrontare giorno per giorno, persone ignote, culture diverse e non parlo solo di diversità etnologiche.

Anche tra noi italiani abbiamo difficoltà.

Un film comico, apparentemente, Come un gatto in tangenziale, racconta la difficoltà atroce di interagire anche con l’altro parte della tua stessa città, del tuo stesso stato, della tua stessa immaginaria cultura.

L’altro è spaventoso, è incredibilmente complicato e non sempre si riesce a creare un rapporto sano che esuli dalla contrapposizione. Immaginate quindi, se incapaci di vivere con i nostri “simili” come possiamo pensare di strutturare un dialogo con altri di cui non conosciamo usi e costumi, valori e specialmente divisi da idiomi? Ecco che allora i racconti con cani, gatti, cavalli ci insegnano. Pensiamoci chiaro.

I cani o i nostri amati felini formano sempre, se selvaggi, delle colonie.

Nel caso dei canidi veri e propri branchi.

I lupi specialmente, nelle loro scorribande per il cibo creano una fila in cui a aprire e chiudere il corteo ci sono i maschi più forti.

In mezzo i lupi malati o troppo longevi, che vengono protetti dai vigorosi possenti petti immacolati dei loro giovani parenti.

Ecco che si comprende che, in una condizione “naturale” essi riescono a creare delle strutture sociali invidiabili e commoventi. Studiare i lupi e i loro discendenti, i cani, diventa una sorta di percorso conoscitivo etico e sopratutto improntante a una diversa educazione alla convivialità.

Ma non solo.

I Cani intrecciano rapporti non soltanto con i loro simili, con gli appartenenti alla stessa “razza” ma anche con altre specie.

Cani e gatti hanno dimostrato la loro capacità di intrecciare profonde relazioni affettive.

Ma sopratutto, con l’uomo, che è molto alieno al mondo “genuino” selvaggio e istintuale di cui, comunque gli animali si sentono sempre attratti, anche se oramai abituati alle comodità, il rapporto può divenire simbiotico e di totale rispetto.

Ora dai nostri amici, cosi come da Fiori c’è soltanto da imparare. Fiori stesso il bellissimo ibrido mezzo lupo, ci insegna l’adattamento a un ambiente apparentemente ostile e diverso improntato sulla curiosità.

Il nostro eroe è totalmente sradicato, dalla comoda vita newyorchese si trova catapultato nelle meraviglie del nord albania, immerso totalmente nella natura.

E supera la sue rimostranze:

non capivo perché dovevo andare cosi lontano considerando il fatto che tutti cercavano di andare via da quel posto che, ascoltando la televisione, veniva considerato economicamente arretrato.

Ecco il pregiudizio, il primo ostacolo che ci troviamo a affrontare quando cambiamo, non solo paese ma approccio alla vita.

Ci basiamo sull’interpretazione degli altri, Media o persone, per paura di sperimentare in prima persona il movimento che il nuovo comporta.

E tutto senza che l’istinto alla scoperta, unico grande motore che ha spinto l’umanità fuori dalle caverne, possa sgorgare naturalmente da dentro di noi.

L’uomo non è un animale sedentario.

Non lo è stato nei secoli ma si è adattato perché spinto da un grosso bisogno di relazionarsi.

E la relazione che si crea nei conglomerati urbani, dai più piccoli ai più grandi, manifesta questo bisogno di novità, di nuovo e di originalità.

L’uomo ha bisogno di evolvere nonostante abbia dei meccanismi di resistenza al cambiamento.

E il modo migliore per stimolare la volontà di trasformazione è prendere come simbolo proprio il cane.

Fiori è il nostro archetipo di quell’istinto selvaggio mai del tutto sopito che ci porta a esplorare la mappa senza pertanto confonderla con il territorio.

Fiori conosce, sperimenta e impara.

Ma sopratutto, in quell’ambiente meravigliosamente decritto dall’autrice, si sente a casa.

E tutti noi immersi nella natura incontaminata ci sentiamo finalmente parte di un tutto che annulla i vuoti e quella solitudine che, il nostro percorso verso la civiltà, in fondo ha sacrificato.

Ecco che solo in quella condizione primigenia si possono sperimentare veri rapporti totalmente liberi dalle convenzioni sociali. Non ho nulla contro la tecnologia anzi la ritengo un’importante conquista per l’umanità.

Ma a volte il troppo stoppia e quel raggiungimento scientifico ci toglie una rara dote umane: la meraviglia.

Ecco che Fiori, invece, ce la consegna, pura e splendente.

E assieme a lui affrontiamo con una leggerezza che non è superficialità, l’incontro con l’ignoto, rappresentato non più come spaventoso ma come…fantastico.

Fiori immagina, Fiori incontra, Fiori sogna.

Fiori apprende e cambia.

Ma, sopratutto, Fiori,scevro da tanti arzigogolati pensieri narcisistici e etnocentrici si integra, perché riconosce nel diverso da se, una sfaccettatura importante del suo io.

E riconoscendo l’altro come specchio nel quale ritrovarsi sgorgano rapporti di sana amicizia improntati non sulla superiorità ma sull’equità.

Un libro bellissimo adatto non solo ai bambini, ma forse, sopratutto agli adulti.

 

 

“Mirta e i fiorincanto Acanto” di Laura Montuoro, Scatole Parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre leggevo il libro di Laura Montuori, avevo nelle cuffie le note della Danza della fata confetto.

Eh si non ascolto solo Vecchioni.

Ma ogni tanto, anche le melodie della musica classica.

E l’overture dello Schiaccianoci è la mia preferita.

A dire il vero amo tutto lo Schiaccianoci, e su quelle note ho sognato.

E sogno tuttora quando ho bisogno di riposarmi da questa vita frenetica. Immaginate.

Un libro per bambini, la Fata confetto che volteggia e fuori un tempo strano, quasi l’ora magica che Lewis Carrol stesso considerava il tempo del sogno.

Ringrazio prima di procedere con il racconto del libro, Laura Montuori per quel momento di assoluta serenità.

Unico e raro.

Sono momenti straordinari, impagabili, dove una fantasia da troppo tempo trattenuta perché il vivere sociale ce lo impone, viaggia a briglia sciolta, attraverso distese assolate, querce magiche e fatine variopinte. Ecco che le illustrazioni, al pari delle parole, rapiscono e incantano.

E torno davvero bambina, quando leggevo estatica i libri del Cantastorie. Erano racconti e favole di ogni tempo e di ogni cultura, immortalate in disegni bellissimi e raccontate da voci di grandi doppiatori.

Ricordo in particolare Ferruccio Amendola, che mi faceva viaggiare attraverso lo spazio e il tempo.

Ecco leggere Mirta è ha lo stesso identico sapore antico, di quei giorni oramai lontani, quelle suggestioni che, secondo il mondo perbene, dovrei lasciarmi alle spalle.

Non intendo farlo.

Le favole, cosi come la fantasia e la magia sono ancora oggi, faccende importantissime.

Sopratutto, da quando la tecnologia ha usurpato il posto della fantasia, sopratutto quando non si sogna più perché convinti che non c’è altro da sognare.

Abbiamo scoperto tutto e il cosmo non ci appare più la distesa misteriosa da esplorare.

Abbiamo perso la voglia di meravigliarci.

E senza quella parte fanciullina di noi, viviamo una vita senza stimoli, arida e insulsa.

Ecco che prendere in mano, con i nostri figli, o anche da soli un libro di fiabe, può aiutarci a ritrovare la strada di casa.

Magari attraverso la foresta troveremo una fata intenta a intrecciare fiori di Acanto tra loro.

Avrà le ali grigie come sbuffi di fumo.

Troveremo che, un semplice dipinto, nasconde un’avventura straordinaria con due buffi amici.

I disegni prenderanno vita e la fantasia sarà cosi vicina da poterla sfiorare.

Ma sopratutto, anche noi adulti, smaliziati e avvezzi alle difficoltà e ai sassi che ci ostruiscono il cammino, impareremo ad alimentare fiducia in noi stessi e incrementeremo la capacità di rendere ogni disfatta una vittoria.

Impareremo a fare canestro dopo tanti inutili tentativi.

Impareremo a non abbatterci, a illuminarle le zone oscure con la luce speciale capace di cogliere ogni pigmento e ogni sfumatura.

Impareremo che questo mondo è tutto da colorare, ancora oggi, che ci sembra di aver raggiunto ogni traguardo.

Forse torneremo bimbi e incantati davanti alla magnificenza della mente e della capacità di rendere i sogni reali.

Come dico sempre, se Colombo non avesse sognato, forse non si sarebbe imbarcato sulla Caravella, se Leonardo non avesse lasciato l’immaginazione viaggiare soave, non avrebbe progettato l’uomo capace di volare.

E la luna apparirebbe ancora un astro lontano, irraggiungibile.

E il jazz non sarebbe suonato per i vicoli di New Orleans.

Credete alle fate ancora oggi, che il mondo sembra caracollare sotto le voci sempre più forti dei dominatori, oggi che il gossip diventa speculazione, oggi che viviamo di scandali e orrori indicibili.

Battete le mani e andate in cerca del vostro fiore di Acanto per raccontarvi e vivere la vostra unica, magica storia.

 

Anteprima. “Storia di un amicizia coraggiosa” di Laura Fogliati, Panesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Uno dei miei brani preferiti di Roberto Vecchioni (già vi vedo sbuffare eh miei lettori) è senza dubbio comici spaventati guerrieri. Credo che mai brano sia più adatto per descrivere non solo lo spaesamento dei nostri ragazzi, ma sopratutto la società che li ospita.

E mi spiace dirlo, sarà ultra tecnologica, sarà una società che è stata capace di grandi conquiste sociali e politiche, ma per eseguire il balzo in avanti nel progresso scientifico, ha sacrificato sull’altare del successo tanti, troppi valori.

Anche i libri oggi non fanno altro che celebrare effimeri concetti, che hanno come punto focale l’essere strepitosi, eroi, punte di diamante di una società che ci appare brillante e seducente. Essere perfetti, almeno sulla forma.

Quanto alla sostanza, beh dubito che si sappia davvero cosa sia.

Questo inneggiare al consumo precoce, questo reiterare un assenso silenzioso alla venerazione tacita del potere, lo ravvisiamo in tutti i media che sono i primi enti socializzatori dei giovani.

Programmi, serie TV, reality, in cui è tutto a portata di mano, in cui conta apparire, in cui il possesso striscia furtivo nei solchi di quelle menti paragonabili a bianchi fogli luminosi.

E basta una distrazione perché si riempiano di ghirigori senza senso, piuttosto che di storie incredibili che inneggino alla forza della quotidianità.

Oggi il vivere comune, quello dotato di semplicità e al tempo stesso di uno spessore difficile da rendere pubblico ( è più facile postare la foto di un evento, di una festa piuttosto che della sensazione di pura serenità che ci dà l’essenzialità di un tramonto) è abbastanza svalutato; si rischia cioè di scambiare la tranquilla routine senza terreni scoscesi, e impervie, ripide discese perigliose, con la banalità. E questo ci rende decisi e orrendi , mi si lascia dire, modelli per quei giovani che si sentono oggi persi, spaesati, immersi in un mondo tutto da scoprire.

Ecco perché ritengo indispensabili porre alternative ai modelli di oggi, quelli che prospettano il successo come unico idolo da venerare, quelli che raccontano che è il potere, la capacità di sottomettere l’altro ai nostri desideri, l’unica vera strada per essere felici.

Quella della Folgiati è una storia intensa e al tempo stesso semplice (che meravigliosa parola la semplicità, cosi carica di significati profondi e cosi poco attenta alla forma) può dare ai ragazzi più spunti di riflessione di quanto potrebbe fare una lunga sterile lezione.

Storia di un amicizia coraggiosa è proprio questo: il coraggio di sperimentare e di provare a cambiare interpretazione al nostro oggi. Di provare un qualcosa che non si vende su Ebay ma ci è stato dato in dotazione da quel dio sconosciuto: compassione e empatia. Michele è il simbolo di tanti nostri ragazzi.

Si sente diverso, e forse terribilmente solo in quel difficile e spaventoso viaggio che è l’adolescenza.

E’ un piccolo ibrido, né uomo né bambino, è pronto a spiccare il volo ma ha pochi sicuri, e certi riferimenti.

La sua scelta è tra il conformismo e l’esclusione.

O almeno è quello che sembra emanare in ogni pagina.

Michele è un vulcano di energie, una mente acuta e curiosa, che però non sa quali strade intraprendere per sviluppare quegli straordinari talenti.

Ecco i ragazzi di oggi.

Pieni di possibilità, dotati dall’evoluzione di una mente agile e piena di risorse, ma senza una mappa con cui imparare a scoprire il proprio territorio.

Michele si isola, buttandosi a capofitto nella sua passione, costruendosi un mondo incantato tutto suo, però, poco aderente alla realtà.

Immagina, sogna e progetta.

Vuole conoscere ma non sa COME conoscere.

E non è un caso che questo splendido archetipo di giovane sia appassionato di…volatili.

Eh si, in questo libro straordinario non ci sono gattini né canidi, ma ci sono loro, gli uccelli.

E perché è rilevante questo dettaglio?

Perché il simbolo che essi potano con se è fondamentale non solo per l’esistenza dei ragazzi, ma per la nostra.

Ricordate l’agghiacciante film di Hitchcock uccelli?

In una normalità quasi sonnacchiosa, improvvisamente i volatili paciosi divengono armi assassine, pronte a ferire a morte l’uomo. L’uomo dominatore, l’uomo costruttore di mondi e significati diviene lui la vittima e il bersaglio.

E sapete cosa significa?

Gli uccelli nel simbolismo rappresentano….i pensieri. Rappresentano l’anima e le energie che la nutrono.

E per dirla con la teoria celtica, l’anima sapete dove è collocata?

Nella testa.

Mente, pensiero e anima.

Sono le basi su cui si sviluppa la vita umana.

E qualora il pensiero stesso, le energie che lo animano e che formano quel qualcosa che ci rende i custodi della creazione, non sono perfettamente integrate, non sono conosciute, o sono represse come nel film del grande maestro, divengono armi capaci di distruggersi. E cosi il nostro Eroe curioso, deciso a conoscere proprio i volatili dai mille colori, dalle mille forme e dalle diverse abitudini, decide di rinchiuderli in una grande voliere.

Le emozioni, i sentimenti, insomma le Energie che ci rendono speciali, spesso sono rinchiuse in gabbie dorate, e noi siamo li a osservarle, in un ambiente protetto, quasi ovattato.

Decisi a divenirne amici.

Peccato che privare della libertà un qualcosa, seppur con ottime intenzioni, significa snaturarla.

Porre un vivente o anche un pensiero, dentro il circuito chiuso di una costruzione, che sia gabbia o concetto non ce lo fa conoscere. Ma lo rende ancora più distante.

E nemico.

E perciò ostile.

Gli uccelli che Michele rinchiude nella voliera sono si riveriti e curati, ma non riescono a esprimere la loro vera natura, perché inseriti in un contesto artificioso.

Ed è in quel momento di chiusura, di frustrazione, grazie alla magia che contraddistingue la nostra capacità di imparare, Michele riesce a sentire la voce dei suoi prediletti.

Riesce a comunicare con loro.

E sapete perché?

Perché la sua intenzione positiva, seppur espressa in modo poco proficuo, lo rende idoneo a sperimentare uno dei più begli eventi del ciclo vitale: imparare.

Michele apprende.

E apprendendo cambia.

Dal possesso passa alla meraviglia e all’amore, la basa essenziale per creare ogni rapporto sano.

Ed è in quel magico momento che Michele si arricchisce di valori, di una diversa interpretazione della vita, della sua esistenza e di quella del mondo in cui vive.

E si apre all’esterno.

La sua passione non diviene più un rifugio, diviene lo strumento di conoscenza per continuare a imparare, e re-imparare in un costante flusso vitale.

Michele non assimila solo a vivere nel macrocosmo (ambiente) non impara solo a lasciare che l’amore scorra.

Michele impara a parlare con i suoi pensieri.

E a farci amicizia.

Perché senza fare pace con l’inconscio, senza volerci bene, senza rispettare noi e la nostra complessità, non potremmo mai rispettare l’esterno.

Come come dentro cosi come è fuori,

diceva la bellissima filosofia ermetica.

Ed è questa che la bravissima Laura Fogliati con una semplicità ricca e feconda, ci ricorda.

Ecco che il suo libro non è solo per i ragazzi, ma per tutti noi che abbiamo scordato chi siamo, troppo impegnati alla ricerca inammissibile.

Dell’irraggiungibile.

E magari questo momento di riflessione, di incanto, ci porterà a conoscerci e capire che spesso il nostro tentativo di amare non è altro che possesso.

E il possesso ci preclude un intero mondo di bellezza.

Semplicemente, non avevi mai provato a metterti nei loro panni. Assecondavi solo l’egoismo che ti spingeva a possederli. Ma non abbiamo a che fare con dei trofei… sono esseri viventi,

Ecco.

Noi non viviamo in un eterno reality, fatto di vinti e vincitori.

Di voti da casa per giudicare la nostra fruibilità sociale, la nostra avvenenza esteriore, il nostro indice di gradimento.

Viviamo in un cosmo con le sue regole, i suoi legami.

E noi ci siamo immersi, ne facciamo parte.

Allora non ingabbiate i vostri pensieri, lasciateli volare.

Magari vi parleranno e diventeranno non più dei mezzi per ottenere qualcosa, ma i vostri migliori amici.