“Un lupo speciale e altre creature fantastiche” di Matteo Piermanni. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che mi trovo a recensire il libro di un giovanissimo autore il mio cuore fa salti di gioia.

In queste nuove leve, ritrovo tutto ciò che secondo il mio umile parere, deve contenere la letteratura per preservarsi dal disastro ultimo: la sua scomparsa.

I giovani, con la loro linfa vitale e la caparbietà di portare avanti i propri sogni a discapito di un mondo che li snobba, sono l’ultima, estrema salvezza di questo mondo di carta cosi immaginario eppure cosi reale.

Mentre gli autori che si sentono cosi importanti, cosi degni di ogni nostra reverenza, si pavoneggiano pomposi alle fiere o negli scatti di instagram orgogliosi del loro orrendo vituperare l’arcano mondo della narrazione, i ragazzi invece pensano solo a sognare.

E so che per noi avvezzi al dio successo, alla quantificazione degli sforzi artistici, consideriamo il mero atto di sognare una perdita di tempo, divertimento per i fannulloni.

Quante volte ho dovuto ascoltare orribili parole come si è uno scrittore solo se si vende, solo se si pubblica, se ti leggono ti seguono e ti ammirano.

Parole che come lame affilate feriscono la musa Calliope, e che rendono l’arte semplicemente pubblicità e marketing e che sanciscono il divorzio blasfemo dal regno delle idee, dal regno del numinoso dove i semi attendono di divenire libri.

E cosi abbiamo stili a volte pomposi che rinnegano il loro sovrano, il significato, ridendo in faccia all’etica, dileggiando l’impegno morale e sociale, e donando ai lettori assonnati, ipnotizzati dagli spot pubblicitari, altro non sono i vostri libri, stili granitici aridi, privi di afflato poetico.

Privi di contenuto è vero ma anche con una venerabile lingua ridotta all’osso, resa fruibile ma privata del suo simbolismo originario.

Ogni parole è dolorosamente livellata fino a essere univoca, senza più quella forza archetipa di un idioma cosi ricco, cosi sfaccettato, cosi pieno nei suoi avverbi, nelle sue proposizioni non solo dei secoli passati ma delle tante, importantissime influenze culturali.

E cosi tutti libri uguali che donano al lettore non la chiave per il proprio io profondo, per quella porta custodita dall’orrendo Barbalu laddove si celano i significati più profondi e fondamentali per l’uomo, ma meri bisogni primari, evirati dalla loro componente sacrale, ridotti a meri gadget da usa e getta.

Ecco che la letteratura pret a porter bussa alla mia coscienza, irrompono nel mio blog e diventano per me paragonabili alle bestemmie dentro una chiesa.

Il libro di Matteo, un piccolo grande uomo, cosi ricco di emozioni, cosi pregno di fantasia tanto da grondarne nelle pagine, accarezza l’inaridito cuore di questa signora che si è barricata,per difesa nel suo vecchio maniero gotico, in compagnia dei suoi eroi di carta come lei gementi in questo mondo che non li ospita più perché troppo ricchi di infodump.

Il suo mondo a differenza di tanti fantasy “commerciali” ossia di facile uso e di facile consumo, improntati più a venerare il dio della quantità (più vendi più sei cool) che alla bellezza della qualità, scorre come un gorgogliante fiume montano, disceso direttamente dalla cascata dell’interiorità, senza dighe, senza marciume, senza stagnazione.

Un ragazzo che non ha manie di grandezza, che oltre a scrivere eticamente e con uno stile che rasenta la perfezione (tanto che se fossi in voi grandiosi autori mi andrei a sotterrare) non ha manie di successo ma ambisce soltanto a comunicare la sua idea di mondo diverso, in cui l’etica prende il posto del dio Mammona, in cui l’impegno civile prende il posto della foto sui social.

I ricavati, pensate, servono per la beneficenza, una parola cosi astrusa per questo mondo scellerato.

Nel suo testo il mondo di fantasia è la proiezione dei desideri più inconfessabili che Matteo ha il coraggio di esprimere, fregandosene di essere controcorrente, anacronistico e scomodo: il rispetto per l’altro è la natura, l’importanza del sogno e del superamento della paura.

La capacità di sfidare i propri limiti e divenire eroe del proprio ristretto tempo, la creatività che va protetta e tutelata e l’amore per i libri capace di salvare il mondo onirico e al tempo stesso la nostra realtà di ogni giorno.

I suoi racconti affascinano e commuovono, coccolano l’anima e la stimolano, e ripropongono quei valori che lo stesso sant’Agostino definiva eterni.

Scontati diranno alcuni.

In fondo, si parla tanto di rispetto per gli altri e le altrui differenze, il rispetto per una natura che ci ospita e ci nutre.

Eppure, se fossero davvero cosi scontati, cosi conosciuti, così quotidiani li vedrei in ogni nostro giorno.

E invece, non osservo altro che violenza verbale, arrivismo sfrenato, egoismi, bisogni parziali e mai la rinuncia alla propria misera porzione di libertà, per onorare la comunità di cui si fa parte.

Vedo lotte fratricide non solo tra stati ma tra parti di una stessa nazione, tra paesi limitrofi, condomini e persino famiglie.

Non faccio altro che assistere a grandi discorsi a grandi apologie di valori, per poi vederli traditi ogni singolo, maledetto giorno.

E allora che questo ragazzo, questo favoloso uomo del domani, possa insegnarci, perché ne abbiamo bisogno, a vivere, ma vivere davvero e non sopravvivere in questa patetica e misera commedia dell’arte.

In questa pallida imitazione di grandezza, noi che siamo stati creati per nominare il mondo da un dio che vede solo sangue, sopraffazione, odio e arroganza.

E che forse per questo si è addormentato lasciandoci in balia delle nostre scellerate scelte.

C’è solo un luogo in cui ritrovare i volti sorridenti e fanciullini (tanto decantati dal buon Pascoli) dotati di freschezza, di meraviglia e di innocenza: il mondo dei sogni.

E sognare lo dobbiamo fare tutti.

Ma attenzione.

Ve lo insegna un ragazzo: sognare non significa sfuggire alla realtà.

Significa:

Il motivo della fine di questi viaggi era che il ragazzo stava crescendo e Sognolandia era la terra dei sogni dei bambini… Era arrivato il momento di iniziare a sognare come un adulto

Un adulto sogna grandi cose.

Un adulto può cambiare l’esistenza, far fermare il disastro, impregnarsi per un mondo più equo.

I suoi sogni di bambino divengono l’energia per dire no alla barbarie.

Le fate si trasformano in valori e aleggiano nel suo cuore spingendolo a urlare i suoi no all’arrivismo che desidera fagocitarlo.

I sogni sono quell’azione necessaria atta a cambiare il mondo e ad abbracciare l’universo.

Avrei voluto che a raccontare queste favole, fosse stato un adulto.

Perché oggi grazie a Matteo i miei occhi brillano, mentre gli uomini seri saggi, divengono burattini sempre più immobili, sempre meno autonomi.

E allora sono fiera di appartenere a quel mondo, che come lo ha definito Vecchioni, è fatto di comici spaventati guerrieri.

Hanno le vostre fandonie nelle orecchie 

conoscono le vostre facce di culo 

madri piene di tranquillanti 

padri che vanno sul sicuro

I ragazzi nascondono lacrime sospese 

come gatte gelose dei figli 

hanno un bagaglio di speranze deluse 

come onde che s’infrangono sugli scogli 

Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato 

hanno un piccolo fiore dentro 

che c’è da chiedersi com’è nato 

e cercano di amare 

domani come ieri 

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri 

e cercano di amare come uomini veri 

questi miei piccoli comici 

spaventati guerrieri 

 

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“Cambio di rotta” di Angelo Garaffa e Monica Crivelli, La Strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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I bambini, i ragazzi sono la luce del mondo, non smettono mai di stupirmi e io non smetterò mai di credere in loro, di ammirarli e amarli

Monica Crivelli

Ho riflettuto molto su questa frase e sull’intero libro Cambio di Rotta.

E ho pensato molto a come raccontarvelo nel modo migliore.

Perché come sempre saranno loro, i ragazzi, i bambini a insegnarci la vita.

Noi cosi convinti di essere arrivati alla soglia della saggezza, perché pieni di responsabilità, di impegni e di un lavoro serio.

Noi che abbiamo messo da parte la fantasia e la capacità di stupirci.

E siamo ancora certi che è questa la strada migliore per crescere.

Per governare il mondo che un dio idealista ci ha donato, con la capacità di nominare e quindi far esistere tutto ciò che desideravamo.

Peccato che l’unico nostro desiderio sia dominare e sottomettere.

E abbiamo consegnato un mondo rovinato, un mondo in cui conta la voce più alta ai giovani e li educhiamo a imitarci, a divenire come noi, stronzi senza cuore.

Ne immaginazione.

Ma loro resistono.

Hanno i sogni e li stringono forte, si difendono dalla nostra aggressività, dalle nostre fandonie.

Dalle bugie e dalla nostra voglia di emergere, che nasconde una profonda tristezza, quella di chi l’istante magico lo ha del tutto perduto. Gli abbiamo consegnato un mondo distorto, storpiato, massacrato, deluso e incattivito.

Ma non smettono di coltivare quella purezza che diventa scudo contro la nostra idiozia.

Lo canta Vecchioni in Comici spaventati guerrieri e ce lo racconta nella bellissima prefazione, Monica Crivelli.

Parole che fanno venire i brividi, che strappano una lacrima e un sorriso, perché per me eterna fanciulla, è una speranza credere che i giovani non molleranno mai e continueranno a resistere sulle trincee dei loro valori. Ecco che per me, Cambio di Rotta, non è solo il primo libro di un futuro, grande talento.

E’ una lezione di vita, quella capace di non farmi perdere la strada che ho scelto, tra rabbia e stelle, accompagnata dalle loro limpide voci.

Non ci credete?

Eccone un esempio.

..avevo appreso quanto dietro i cambiamenti e alle situazioni che non vorremmo mai affrontare si nasconda qualcosa che ancora non sappiamo essere speciale per noi.

Dietro una semplice storia avvincente e piena di colpi di scena, si delinea un messaggio importante, appreso con facilità dall’autore ma ancora ostico per noi adulti.

Cambiare rotta non ci piace.

Uscire dalla comfort zone non è di nostro gradimento.

Angoscia nostalgia e terrore non fanno altro che ancorarci al consueto e all’abitudine.

Facendo si che i doni di un universo benevolo elargiti in continuo, capaci di donare alle nostre comode vie scossoni, smettano di essere accettati e compresi da questo stupido umano.

E sapete perché?

Perché noi tendiamo a dormire.

Come quando siamo in macchina e chiudiamo gli occhi mentre magari stiamo viaggiando attraverso boschi, scogliere e mari.

Dormiamo e magari sogniamo quello che desidera il nostro ego. Successo, lavoro, l’amore che dobbiamo meritare.

E ci perdiamo il volo di un gabbiano, una rosa che sboccia, il vento fresco che smuove gli alberi.

Senza la curiosità, la voglia di emozionarci e stupirci, il viaggio verso una meta qualsiasi è solo un eterno sonno.

Un lungo agghiacciante lento oblio.

Siamo prigionieri di una realtà illusoria che non ha il sapore meraviglioso né l’odore afrodisiaco della nostra dimensione.

E Garaffa lo sa.

Che dietro anche al cambiamento avvertito come sacrificio, esiste un motivo ancora più ampio, più grande della nostra piccola infima percezione umana.

Magari troviamo nuovi amici laddove non speravamo, troviamo nuovi stimoli nuove radici e una forza quella selvaggia del lupo che non ha paura del bosco di notte.

Cambio di rotta è tutto quello che serve per vivere davvero.

Basta spostare il focus dello sguardo per trovare tesori immensi.

Trovare significati sconosciuti e elettrizzanti.

E allora l’ego, la società e le sue delizie svaniscono e restiamo forse meno personaggi e più persone.

E ritrovare quelle emozioni che sembravano banali perché odiate dalle luci della ribalta, come l’amicizia.

Eh si troviamo scontato il proverbio chi trova un amico trova un tesoro. Ma se è cosi banale, cosi ovvio, perché non lo applichiamo nella vita di ogni giorno?

Perché la frase

la vera amicizia non muore mai

non diviene reale nelle nostre vite?

Perché a insegnarcela deve essere un ragazzo, quando noi siamo tronfi e sicuri che siamo noi a reggere le sorti dell’affranto universo?

Bei reggenti, se non diventiamo esempi e facciamo di quelle frasi “scontate” una realtà corporea.

Perché per noi amicizia non ha questo valore:

L’amicizia spesso si sceglie anche a costo di non arrivare primi per fermarsi ad aiutare o per arrivare ultimi assieme

Vedete per caso persone matura avere il coraggio di buttare il successo all’aria e mettere la cooperazione al primo posto?

Perdonatemi.

Io sono tre anni che vivo di letteratura e finora solo una ragazzo, un piccolo grande uomo ha messo questo valore della collaborazione senza finalità cosciente, al primo posto.

E quindi scusatemi se vi dico queste crude parole: davanti alla saggezza di un ragazzo di 13 anni, io mi inchino e gli dico grazie e delle vostre colte parole, della vostra maturità ci faccio un bel falò.

Preferisco di gran lunga la fantasia visionaria di Angelo

 

 

“Nonne e nonni” di Ramona Parenzan, illustrazioni a cura di Maria Spinelli, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Siamo tutti coscienti che il mondo di oggi è totalmente cambiato.

E’ il merito o dis-merito, della globalizzazione che accorcia le distanze e ci rende tutti interconnessi.

E nonostante nessuna cultura si possa mai definire autentica e pura, ma frutto di contaminazioni e di interferenze degli altri paesi (basti pensare al favoloso incastro culturale, che portò l’incontro/scontro tra oriente e occidente impersonato dai Turchi) oggi più che mai avvertiamo in modo forte e totalizzante, il peso della scelta che ha portato gli stati nazionali, ad aprire la propria frontiera e a tener conto dell’immigrazione.

Eppure, questo fatto non ci dovrebbe stupire.

Non certo noi italiani che nelle terre di frontiera abbiamo depositato i nostri sogni e le nostre speranze.

Noi che nella lontana America, oppure nella misteriosa Australia ( ricordate il film di Alberto Sordi Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata?) portavamo un po’ di noi e ricevevamo in cambio qualcosa della loro strana e aliena identità.

Ma, probabilmente, la mente assuefatta alle illusioni ci restituisce un immagine distorta di noi stessi, considerati dotati di una ferrea identità da secoli radicata e quindi immune o quasi, all’altrui costume.

O, forse, questa convinzione nasce da una problematica mai davvero affrontata che nasconde una mancanza reale di identificazione culturale, un italianità mai del tutto avvertita come nostra, che rende la normalità dell’immigrazione, una novità pericolosa.

E la normalità è sempre la stessa, da secoli oramai, incontro e a volte scontro tra culture, tra uomini con il proprio bagaglio di esperienze costretti o forse decisi a inserirsi in un altro contesto sociale, politico ed economico.

Non oso dire culturale, perché la questione cultura è molto più complicata di quella che i TG ci propongono.

Nessuno colonizza nulla.

Non oggi almeno.

Ci sono stati sicuramente nei tempi andati, delle invasioni meno pacifiche, che hanno portato distruzione e orrori indicibili.

Penso alla situazione dei nativi americani ad esempio.

O a quello delle civiltà latinoamericane.

Ma, in ogni epoca, in ogni contesto l’innesto dell’altro da se è sempre stato indispensabile.

Per l’equilibrio.

Perché un pese che si fossilizza troppo su se stesso diviene ostico a ogni cambiamento.

E allora l’emergere di altri volti, di altre religiosità, di altri usi e costumi permette allo stato di non morire di asfissia.

Se l’acqua non scorre si stagna.

Ecco che oggi, però grazie alla tecnologia cibernetica sempre più avanzata, ai media e alla crisi mondiale, l’innesto appare sempre più evidente.

Ci facciamo molto più caso.

E sopratutto il martellante allerta del dominante di turno, crea ad hoc la figura del nemico.

E siccome URSS e USA non hanno più la loro validità autoreferenziale c’è bisogno di un nuovo cattivo.

Perché il cattivo permette l’aggregazione accanto a una bandiera o a una voce tonante.

La multiculturalità di oggi è il problema perché facciamo passare il messaggio, comodo ai potenti, di uno scontro di civiltà.

E perché la crisi dei valori e economica e politica la fa avvertire come minacciosa.

Se prima i nostri antenati, in fondo, non vedevano nulla di strano in volti e usi diversi, oggi l’interpretazione è cambiata.

E per chi crede che l’immigrato sia più presente in questi anni che nei lontani tempi, ricordo città come Granada.

Se partiamo dal presupposto che specie nel mediterraneo, la multiculturalità era un fatto scontato e le influenze per esempio turche, si ritrovarono nella musica e nel cibo, possiamo capire che, il problema oggi è semplicemente la percezione che, per essere stato, c’è bisogno di un identità definita.

Di un preciso ethos italiano, greco, francese, inglese e spagnolo.

O che so cristiano o musulmano, tendendo a scordare che nessuna cultura può definirsi autentica.

Siamo tutti risultati di innesti e sperimentazioni dovute alle guerre e alle migrazioni.

Come far passare, dunque questo messaggio?

Attraverso l’educazione e in particolare quella delle giovani generazioni.

Se noi siamo incapaci di sentirci tutti fratelli perché appartenenti all’unica razza che davvero conti, ossia quella umana, una delle speranze per tutti coloro che si impegnano per l’integrazione e per la mediazione culturale è creare l’uomo nuovo.

L’uomo capace di abbandonare il binomio identitario amico/nemico, per abbracciarne uno più sfumato ma più aderente alla realtà.

Per mia esperienza diretta, ne campo della mediazione, ho trovato molte resistenze tra gli adulti.

Perché sviluppano durante gli anni e grazie all’apprendimento secondario, dei meccanismi di difesa contro il nuovo.

Il nuovo è il pericolo, è il caos anarchico, è la minaccia a tutto ciò che è sconosciuto e quindi, conoscibile tramite stereotipi e pregiudizi.

Essi stessi divengono il miglior mezzo per approcciarsi a una realtà cosi composita da risultare spaventosa. E perché la fantasia, l’immaginazione e la creatività spesso nell’uomo adulto vengono quasi annichilite.

Con i bambini è sicuramente più facile rapportarsi e portare avanti un discorso improntato sull’accettazione dell’altro e del diverso.

I bambini sono curiosi, sono spugne ma molto più logici dell’illogicità che adombra noi adulti.

Ecco perché ritengo che un lavoro sulla conoscenza delle culture fatto ai ragazzi e ai bambini possa creare un apertura verso l’esterno.

E questo non può che trascinare anche noi in una riflessione che rende l’altro scoperta e non pericolo.

E’ possibile restate indifferenti a un bambini che fanno amicizia gli uni con gli altri soltanto perché amano lo stesso cartone o giocano con lo stesso balocco?

No. Non si può.

Alle vostra domanda “non hai paura?” essi rispondono con un innocente serenità che spiazza: di cosa devo aver paura?

Se sto giocando se l’altro mi sorride, se portatore di un atteggiamento di minacciosa chiusura?

Paura per le risate condivise?

E spiegategli che è pericoloso perché appartenente a una diversa etnia. Per il bimbo non ci sono limiti, la sua fantasia rende la pelle scura una novità e magari inventa chissà che storie per spiegarne l’origine.

Un bimbo una volta mi disse che il suo compagno era scuro perché figlio del sole.

C’è solo da imparare.

Ecco che la conoscenza dell’altro, l’apertura alla diversità in questo testo, parte da uno scambio che ha come comune denominatore una delle figure fondamentali per il bambino: il nonno.

Egli è il depositario di ricordi, di tradizioni, di immagini del passato che consegna al nipote permettendogli di colorarle con la sua unica immaginazione.

E’ la tradizione “antica” che si rinnova con energie fresche e a tratti innovative.

E’ la tradizione che si colora di arcobaleno, senza restare intoccabile a marcire nel grigiore delle certezze.

Ecco che qua si raccontano fiabe, che affrontano le problematiche della vita in modo unico, diverso e al tempo stesso simile: simile perché tutti noi soffriamo, amiamo, cerchiano il nostro perché.

Ma siamo tutti sotto lo stesso cielo a ammirare le stelle.

E quelle sono sempre le stesse pur cambiando posizione nei secoli.

Il bambino in questo testo potrà lasciare a briglia sciolta la sua inventiva, apprendere dai suoi compagni, vivere l’incontro con l’emozione della favola.

Assaporare gusti e annusare odori nuovi trasportati in un regno di magia.

E tutto questo attraverso la tradizione orale dei nonni.

E dopo esservi beati con suoni, lingue e odori di cardamomo, potrete con i vostri figli giocare con le schede didattiche.

Assieme a loro.

E sono sicura che non sarete voi a insegnare ai vostri bambini, ma saranno loro a aprirvi il cuore.

Perché per loro conta più l’uomo che il nostro intoccabile sabato

“Le avventure di Fiori” di AmazonaHajadaraj, illustrazioni a cura di Cinthya Luglio Velarde, La strada di Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono dei libri che hanno segnato la mia infanzia.

E sono libri immortali che, caso strano, hanno come protagonisti non solo moschettieri e fuorilegge dall’animo nobile, ma soprattutto animali.

Lupi, cani e persino gatti.

Ho già raccontato molto di me e dei miei amori letterari, questo perché molti libri mi hanno ricordato queste fantasie giovanili e sopratutto, mi hanno resa consapevole che, queste ancora viaggiano dentro di me, nonostante la mia veneranda età.

Ma sono quelle narrazioni selvagge che più di ogni altra hanno stuzzicato il mio lato ribelle.

Non ho sognato, se non da adolescente, con le immortali storie d’amore.

Ho letto orgoglio e pregiudizio a dieci anni, ma l’ho amato solo a venti.

Ho letto Cime tempestose a undici ma l’ho capito e venerato solo a venticinque.

E cosi via.

Ma da bambina, appena appresi gli arcani segreti della lettura, i miei preferiti erano, senza dubbio, battaglie mondi immaginari e lande selvagge.

Tra il mago di Oz e Alice, faceva capolino il meraviglioso libro di Jack London, Zanna bianca.

Nella mia gita in Abruzzo, precisamente a Civitella Alfedena il ricordo indelebile del mio primo incontro con i lupi. E’ nato un amore sviscerale intenso, verso i loro occhi gialli, quella pelliccia che immaginavo soffice mentre ascoltavo rapita i loro ululati.

Li ho conosciuti e amati attraverso il Branco della Rosa Canina di Gianni Padoan, un libro che mi è stato cosi caro da ricordarmi, tuttora, ogni pagina e ogni frase.

E che dire dell’uomo che sussurrava ai cavalli?

Incredibile e unica emozione.

E poi c’è stato assieme ai lupi di Nicholas Evans, un viaggio che sollazzava il mio lato istintivo, sentendomi tutt’una con le forze indomite di una natura incontaminata.

I libri sugli animali sono stati, dunque i miei veri maestri di vita.

Mi hanno raccontato non solo le loro storie ma hanno illuminato i lati bui di un percorso umano che si rivelava difficile e impervio, specialmente riguardo ai rapporti umani.

Perché crescere significava non solo vivere di fantasia, ma affrontare giorno per giorno, persone ignote, culture diverse e non parlo solo di diversità etnologiche.

Anche tra noi italiani abbiamo difficoltà.

Un film comico, apparentemente, Come un gatto in tangenziale, racconta la difficoltà atroce di interagire anche con l’altro parte della tua stessa città, del tuo stesso stato, della tua stessa immaginaria cultura.

L’altro è spaventoso, è incredibilmente complicato e non sempre si riesce a creare un rapporto sano che esuli dalla contrapposizione. Immaginate quindi, se incapaci di vivere con i nostri “simili” come possiamo pensare di strutturare un dialogo con altri di cui non conosciamo usi e costumi, valori e specialmente divisi da idiomi? Ecco che allora i racconti con cani, gatti, cavalli ci insegnano. Pensiamoci chiaro.

I cani o i nostri amati felini formano sempre, se selvaggi, delle colonie.

Nel caso dei canidi veri e propri branchi.

I lupi specialmente, nelle loro scorribande per il cibo creano una fila in cui a aprire e chiudere il corteo ci sono i maschi più forti.

In mezzo i lupi malati o troppo longevi, che vengono protetti dai vigorosi possenti petti immacolati dei loro giovani parenti.

Ecco che si comprende che, in una condizione “naturale” essi riescono a creare delle strutture sociali invidiabili e commoventi. Studiare i lupi e i loro discendenti, i cani, diventa una sorta di percorso conoscitivo etico e sopratutto improntante a una diversa educazione alla convivialità.

Ma non solo.

I Cani intrecciano rapporti non soltanto con i loro simili, con gli appartenenti alla stessa “razza” ma anche con altre specie.

Cani e gatti hanno dimostrato la loro capacità di intrecciare profonde relazioni affettive.

Ma sopratutto, con l’uomo, che è molto alieno al mondo “genuino” selvaggio e istintuale di cui, comunque gli animali si sentono sempre attratti, anche se oramai abituati alle comodità, il rapporto può divenire simbiotico e di totale rispetto.

Ora dai nostri amici, cosi come da Fiori c’è soltanto da imparare. Fiori stesso il bellissimo ibrido mezzo lupo, ci insegna l’adattamento a un ambiente apparentemente ostile e diverso improntato sulla curiosità.

Il nostro eroe è totalmente sradicato, dalla comoda vita newyorchese si trova catapultato nelle meraviglie del nord albania, immerso totalmente nella natura.

E supera la sue rimostranze:

non capivo perché dovevo andare cosi lontano considerando il fatto che tutti cercavano di andare via da quel posto che, ascoltando la televisione, veniva considerato economicamente arretrato.

Ecco il pregiudizio, il primo ostacolo che ci troviamo a affrontare quando cambiamo, non solo paese ma approccio alla vita.

Ci basiamo sull’interpretazione degli altri, Media o persone, per paura di sperimentare in prima persona il movimento che il nuovo comporta.

E tutto senza che l’istinto alla scoperta, unico grande motore che ha spinto l’umanità fuori dalle caverne, possa sgorgare naturalmente da dentro di noi.

L’uomo non è un animale sedentario.

Non lo è stato nei secoli ma si è adattato perché spinto da un grosso bisogno di relazionarsi.

E la relazione che si crea nei conglomerati urbani, dai più piccoli ai più grandi, manifesta questo bisogno di novità, di nuovo e di originalità.

L’uomo ha bisogno di evolvere nonostante abbia dei meccanismi di resistenza al cambiamento.

E il modo migliore per stimolare la volontà di trasformazione è prendere come simbolo proprio il cane.

Fiori è il nostro archetipo di quell’istinto selvaggio mai del tutto sopito che ci porta a esplorare la mappa senza pertanto confonderla con il territorio.

Fiori conosce, sperimenta e impara.

Ma sopratutto, in quell’ambiente meravigliosamente decritto dall’autrice, si sente a casa.

E tutti noi immersi nella natura incontaminata ci sentiamo finalmente parte di un tutto che annulla i vuoti e quella solitudine che, il nostro percorso verso la civiltà, in fondo ha sacrificato.

Ecco che solo in quella condizione primigenia si possono sperimentare veri rapporti totalmente liberi dalle convenzioni sociali. Non ho nulla contro la tecnologia anzi la ritengo un’importante conquista per l’umanità.

Ma a volte il troppo stoppia e quel raggiungimento scientifico ci toglie una rara dote umane: la meraviglia.

Ecco che Fiori, invece, ce la consegna, pura e splendente.

E assieme a lui affrontiamo con una leggerezza che non è superficialità, l’incontro con l’ignoto, rappresentato non più come spaventoso ma come…fantastico.

Fiori immagina, Fiori incontra, Fiori sogna.

Fiori apprende e cambia.

Ma, sopratutto, Fiori,scevro da tanti arzigogolati pensieri narcisistici e etnocentrici si integra, perché riconosce nel diverso da se, una sfaccettatura importante del suo io.

E riconoscendo l’altro come specchio nel quale ritrovarsi sgorgano rapporti di sana amicizia improntati non sulla superiorità ma sull’equità.

Un libro bellissimo adatto non solo ai bambini, ma forse, sopratutto agli adulti.

 

 

“Mirta e i fiorincanto Acanto” di Laura Montuoro, Scatole Parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre leggevo il libro di Laura Montuori, avevo nelle cuffie le note della Danza della fata confetto.

Eh si non ascolto solo Vecchioni.

Ma ogni tanto, anche le melodie della musica classica.

E l’overture dello Schiaccianoci è la mia preferita.

A dire il vero amo tutto lo Schiaccianoci, e su quelle note ho sognato.

E sogno tuttora quando ho bisogno di riposarmi da questa vita frenetica. Immaginate.

Un libro per bambini, la Fata confetto che volteggia e fuori un tempo strano, quasi l’ora magica che Lewis Carrol stesso considerava il tempo del sogno.

Ringrazio prima di procedere con il racconto del libro, Laura Montuori per quel momento di assoluta serenità.

Unico e raro.

Sono momenti straordinari, impagabili, dove una fantasia da troppo tempo trattenuta perché il vivere sociale ce lo impone, viaggia a briglia sciolta, attraverso distese assolate, querce magiche e fatine variopinte. Ecco che le illustrazioni, al pari delle parole, rapiscono e incantano.

E torno davvero bambina, quando leggevo estatica i libri del Cantastorie. Erano racconti e favole di ogni tempo e di ogni cultura, immortalate in disegni bellissimi e raccontate da voci di grandi doppiatori.

Ricordo in particolare Ferruccio Amendola, che mi faceva viaggiare attraverso lo spazio e il tempo.

Ecco leggere Mirta è ha lo stesso identico sapore antico, di quei giorni oramai lontani, quelle suggestioni che, secondo il mondo perbene, dovrei lasciarmi alle spalle.

Non intendo farlo.

Le favole, cosi come la fantasia e la magia sono ancora oggi, faccende importantissime.

Sopratutto, da quando la tecnologia ha usurpato il posto della fantasia, sopratutto quando non si sogna più perché convinti che non c’è altro da sognare.

Abbiamo scoperto tutto e il cosmo non ci appare più la distesa misteriosa da esplorare.

Abbiamo perso la voglia di meravigliarci.

E senza quella parte fanciullina di noi, viviamo una vita senza stimoli, arida e insulsa.

Ecco che prendere in mano, con i nostri figli, o anche da soli un libro di fiabe, può aiutarci a ritrovare la strada di casa.

Magari attraverso la foresta troveremo una fata intenta a intrecciare fiori di Acanto tra loro.

Avrà le ali grigie come sbuffi di fumo.

Troveremo che, un semplice dipinto, nasconde un’avventura straordinaria con due buffi amici.

I disegni prenderanno vita e la fantasia sarà cosi vicina da poterla sfiorare.

Ma sopratutto, anche noi adulti, smaliziati e avvezzi alle difficoltà e ai sassi che ci ostruiscono il cammino, impareremo ad alimentare fiducia in noi stessi e incrementeremo la capacità di rendere ogni disfatta una vittoria.

Impareremo a fare canestro dopo tanti inutili tentativi.

Impareremo a non abbatterci, a illuminarle le zone oscure con la luce speciale capace di cogliere ogni pigmento e ogni sfumatura.

Impareremo che questo mondo è tutto da colorare, ancora oggi, che ci sembra di aver raggiunto ogni traguardo.

Forse torneremo bimbi e incantati davanti alla magnificenza della mente e della capacità di rendere i sogni reali.

Come dico sempre, se Colombo non avesse sognato, forse non si sarebbe imbarcato sulla Caravella, se Leonardo non avesse lasciato l’immaginazione viaggiare soave, non avrebbe progettato l’uomo capace di volare.

E la luna apparirebbe ancora un astro lontano, irraggiungibile.

E il jazz non sarebbe suonato per i vicoli di New Orleans.

Credete alle fate ancora oggi, che il mondo sembra caracollare sotto le voci sempre più forti dei dominatori, oggi che il gossip diventa speculazione, oggi che viviamo di scandali e orrori indicibili.

Battete le mani e andate in cerca del vostro fiore di Acanto per raccontarvi e vivere la vostra unica, magica storia.

 

Anteprima. “Storia di un amicizia coraggiosa” di Laura Fogliati, Panesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Uno dei miei brani preferiti di Roberto Vecchioni (già vi vedo sbuffare eh miei lettori) è senza dubbio comici spaventati guerrieri. Credo che mai brano sia più adatto per descrivere non solo lo spaesamento dei nostri ragazzi, ma sopratutto la società che li ospita.

E mi spiace dirlo, sarà ultra tecnologica, sarà una società che è stata capace di grandi conquiste sociali e politiche, ma per eseguire il balzo in avanti nel progresso scientifico, ha sacrificato sull’altare del successo tanti, troppi valori.

Anche i libri oggi non fanno altro che celebrare effimeri concetti, che hanno come punto focale l’essere strepitosi, eroi, punte di diamante di una società che ci appare brillante e seducente. Essere perfetti, almeno sulla forma.

Quanto alla sostanza, beh dubito che si sappia davvero cosa sia.

Questo inneggiare al consumo precoce, questo reiterare un assenso silenzioso alla venerazione tacita del potere, lo ravvisiamo in tutti i media che sono i primi enti socializzatori dei giovani.

Programmi, serie TV, reality, in cui è tutto a portata di mano, in cui conta apparire, in cui il possesso striscia furtivo nei solchi di quelle menti paragonabili a bianchi fogli luminosi.

E basta una distrazione perché si riempiano di ghirigori senza senso, piuttosto che di storie incredibili che inneggino alla forza della quotidianità.

Oggi il vivere comune, quello dotato di semplicità e al tempo stesso di uno spessore difficile da rendere pubblico ( è più facile postare la foto di un evento, di una festa piuttosto che della sensazione di pura serenità che ci dà l’essenzialità di un tramonto) è abbastanza svalutato; si rischia cioè di scambiare la tranquilla routine senza terreni scoscesi, e impervie, ripide discese perigliose, con la banalità. E questo ci rende decisi e orrendi , mi si lascia dire, modelli per quei giovani che si sentono oggi persi, spaesati, immersi in un mondo tutto da scoprire.

Ecco perché ritengo indispensabili porre alternative ai modelli di oggi, quelli che prospettano il successo come unico idolo da venerare, quelli che raccontano che è il potere, la capacità di sottomettere l’altro ai nostri desideri, l’unica vera strada per essere felici.

Quella della Folgiati è una storia intensa e al tempo stesso semplice (che meravigliosa parola la semplicità, cosi carica di significati profondi e cosi poco attenta alla forma) può dare ai ragazzi più spunti di riflessione di quanto potrebbe fare una lunga sterile lezione.

Storia di un amicizia coraggiosa è proprio questo: il coraggio di sperimentare e di provare a cambiare interpretazione al nostro oggi. Di provare un qualcosa che non si vende su Ebay ma ci è stato dato in dotazione da quel dio sconosciuto: compassione e empatia. Michele è il simbolo di tanti nostri ragazzi.

Si sente diverso, e forse terribilmente solo in quel difficile e spaventoso viaggio che è l’adolescenza.

E’ un piccolo ibrido, né uomo né bambino, è pronto a spiccare il volo ma ha pochi sicuri, e certi riferimenti.

La sua scelta è tra il conformismo e l’esclusione.

O almeno è quello che sembra emanare in ogni pagina.

Michele è un vulcano di energie, una mente acuta e curiosa, che però non sa quali strade intraprendere per sviluppare quegli straordinari talenti.

Ecco i ragazzi di oggi.

Pieni di possibilità, dotati dall’evoluzione di una mente agile e piena di risorse, ma senza una mappa con cui imparare a scoprire il proprio territorio.

Michele si isola, buttandosi a capofitto nella sua passione, costruendosi un mondo incantato tutto suo, però, poco aderente alla realtà.

Immagina, sogna e progetta.

Vuole conoscere ma non sa COME conoscere.

E non è un caso che questo splendido archetipo di giovane sia appassionato di…volatili.

Eh si, in questo libro straordinario non ci sono gattini né canidi, ma ci sono loro, gli uccelli.

E perché è rilevante questo dettaglio?

Perché il simbolo che essi potano con se è fondamentale non solo per l’esistenza dei ragazzi, ma per la nostra.

Ricordate l’agghiacciante film di Hitchcock uccelli?

In una normalità quasi sonnacchiosa, improvvisamente i volatili paciosi divengono armi assassine, pronte a ferire a morte l’uomo. L’uomo dominatore, l’uomo costruttore di mondi e significati diviene lui la vittima e il bersaglio.

E sapete cosa significa?

Gli uccelli nel simbolismo rappresentano….i pensieri. Rappresentano l’anima e le energie che la nutrono.

E per dirla con la teoria celtica, l’anima sapete dove è collocata?

Nella testa.

Mente, pensiero e anima.

Sono le basi su cui si sviluppa la vita umana.

E qualora il pensiero stesso, le energie che lo animano e che formano quel qualcosa che ci rende i custodi della creazione, non sono perfettamente integrate, non sono conosciute, o sono represse come nel film del grande maestro, divengono armi capaci di distruggersi. E cosi il nostro Eroe curioso, deciso a conoscere proprio i volatili dai mille colori, dalle mille forme e dalle diverse abitudini, decide di rinchiuderli in una grande voliere.

Le emozioni, i sentimenti, insomma le Energie che ci rendono speciali, spesso sono rinchiuse in gabbie dorate, e noi siamo li a osservarle, in un ambiente protetto, quasi ovattato.

Decisi a divenirne amici.

Peccato che privare della libertà un qualcosa, seppur con ottime intenzioni, significa snaturarla.

Porre un vivente o anche un pensiero, dentro il circuito chiuso di una costruzione, che sia gabbia o concetto non ce lo fa conoscere. Ma lo rende ancora più distante.

E nemico.

E perciò ostile.

Gli uccelli che Michele rinchiude nella voliera sono si riveriti e curati, ma non riescono a esprimere la loro vera natura, perché inseriti in un contesto artificioso.

Ed è in quel momento di chiusura, di frustrazione, grazie alla magia che contraddistingue la nostra capacità di imparare, Michele riesce a sentire la voce dei suoi prediletti.

Riesce a comunicare con loro.

E sapete perché?

Perché la sua intenzione positiva, seppur espressa in modo poco proficuo, lo rende idoneo a sperimentare uno dei più begli eventi del ciclo vitale: imparare.

Michele apprende.

E apprendendo cambia.

Dal possesso passa alla meraviglia e all’amore, la basa essenziale per creare ogni rapporto sano.

Ed è in quel magico momento che Michele si arricchisce di valori, di una diversa interpretazione della vita, della sua esistenza e di quella del mondo in cui vive.

E si apre all’esterno.

La sua passione non diviene più un rifugio, diviene lo strumento di conoscenza per continuare a imparare, e re-imparare in un costante flusso vitale.

Michele non assimila solo a vivere nel macrocosmo (ambiente) non impara solo a lasciare che l’amore scorra.

Michele impara a parlare con i suoi pensieri.

E a farci amicizia.

Perché senza fare pace con l’inconscio, senza volerci bene, senza rispettare noi e la nostra complessità, non potremmo mai rispettare l’esterno.

Come come dentro cosi come è fuori,

diceva la bellissima filosofia ermetica.

Ed è questa che la bravissima Laura Fogliati con una semplicità ricca e feconda, ci ricorda.

Ecco che il suo libro non è solo per i ragazzi, ma per tutti noi che abbiamo scordato chi siamo, troppo impegnati alla ricerca inammissibile.

Dell’irraggiungibile.

E magari questo momento di riflessione, di incanto, ci porterà a conoscerci e capire che spesso il nostro tentativo di amare non è altro che possesso.

E il possesso ci preclude un intero mondo di bellezza.

Semplicemente, non avevi mai provato a metterti nei loro panni. Assecondavi solo l’egoismo che ti spingeva a possederli. Ma non abbiamo a che fare con dei trofei… sono esseri viventi,

Ecco.

Noi non viviamo in un eterno reality, fatto di vinti e vincitori.

Di voti da casa per giudicare la nostra fruibilità sociale, la nostra avvenenza esteriore, il nostro indice di gradimento.

Viviamo in un cosmo con le sue regole, i suoi legami.

E noi ci siamo immersi, ne facciamo parte.

Allora non ingabbiate i vostri pensieri, lasciateli volare.

Magari vi parleranno e diventeranno non più dei mezzi per ottenere qualcosa, ma i vostri migliori amici.

“Favole felici per bimbi bravi. Volume primo.” di Francesco Curti, Geeko Editor. A cura di Alessandra Micheli

 

Qual’è il vero valore delle fiabe?

Per molti, me compresa,va ricercato nell’intento didattico e sociale del mezzo comunicativo: la fiaba non solo aiuta il bambino a rapportarsi con i valori generali dell’essere umano, ma anche con quei significati e assunti culturali propri di una società. Ecco che la cultura si mantiene, cresce e prospera attraverso il veicolo del racconto. E’ questo a introdurre il futuro cittadino, il futuro membro dello status quo, nel ruolo che questa strana associazione gli destina. Ecco che le fiabe, quindi, portano dentro di se l’accettazione della tradizione, del proprio personaggio, persino della modalità con cui dovranno vivere il loro essere uomo o essere donna.

Accanto ai principi etici universali, che non si modificano con i tempi con le ere, si ritrovano quelli più moraleggianti capaci di mantenere intatto un agglomerato urbano. Sappiamo come la città, la nazione, il paese o soltanto la comunità può restare intonsa qualora si riesca a non modificare la loro specifica cultura.

E’ ovviamente impossibile che essa, però, rimanga pura. Ci saranno sempre delle contaminazioni, dei flussi esterni che la preserveranno dalla morte per inedia. Ciononostante, le fiabe sono anche cosi granitiche che è difficile poi, da adulti, superarle.

Prendiamo il favoloso mondo di Biancaneve. Per secoli molte donne sono state incapaci di sfuggire a situazioni difficili, spesso tragiche, spesso anestetizzanti, se non grazie alla presenza del principe, del grande amore, dell’anima gemella. Nulla da eccepire, se non fosse che essere principessa, quindi padrona del proprio destino, non dovrebbe andare di pari passo con la necessità di un elemento esterno capace di guidarci e salvarci. Non per un bieco femminismo, quanto per un semplice principio psicologico fondamentale: se il cambiamento non parte da noi stessi, difficilmente sarà di lunga durata, o peggio attecchirà nel fertile terreno della psiche.

A tal proposito riporto le parole di un Don Chisciotte moderno,Ciro Campanella che ha tentato di sfidare il nostro simpatico sottosistema italiano:

si possono mutare le cose soltanto se si ha il potere di cambiare gli uomini chiamati ad attuare tale trasformazione. Se gli uomini responsabili del cambiamento non mutano il loro modo di pensare e non si convertono a tale obiettivo, nulla è possibile

Ecco perché oggi, Biancaneve, Cenerentola addirittura Cappuccetto Rosso non riescono più a attuare la loro funzione educativa. Colpa dei tempi, colpa dei cambiamenti e colpa di una scienza che non fa altro che progredire.

Eh si birbante scienza che comprendi sempre di più il nebuloso animo umano!!

Per questo è necessario individuare una terza funzione più post moderna della fiaba: il cambiamento della modalità interpretativa della persona.

Che sia bambino o che sia un adulto, proporre fiabe che innescano un diverso tipo di apprendimento si rivela, oggi fondamentale, per non incorrere nel disastro.

Anche se immersi nel disastro ci siamo di già.

Le fiabe “scorrette” di Francesco Curti, hanno l’importante funzione di aiutarci a rinnovare la nostra ammuffita cultura e introdurre un diverso modo di pensare. E come lo si ottiene?

Con lo stile del non senso, (che in realtà non è che il raggiungimento di un diverso livello di significato) e con favole che destrutturano l’antico schema ontologico.

Come penso sappiate, la fiaba segue un preciso percorso ( andamento a tre fasi)

1. inizio

2. crisi

3. soluzione

E’ quindi, il problema da risolvere il vero nucleo della fiaba, laddove per superare la crisi, o l’ostacolo, o il dramma c’è bisogno di trovare nuove strade e nuove opzioni. E per farlo è necessaria la netta distinzione tra buono e cattivo.

Il problema è che, in questa nostra fase storica e sociale, tale distinzione netta non è più attuabile; siamo in un mondo scompensato che utilizza l’entità nemico non per gestire il male, ma per scansarsi da ogni responsabilità. Il drago, l’orco, la strega sono avvertiti come entità esterne da cui proteggersi e oggi, con l’annientamento delle barriere comunicative, si rischia di far confluire un male generico in una persona, gruppo, etnica, specifica.

C’è bisogno di un altra filosofia capace di rendere l’ombra un’alleato da raccontare, da plasmare e perché no, un elemento da trasformare da negativo a positivo.

Mi spiace per i pedagoghi ma oggi non possiamo più permetterci la visione del mondo dicotomica. Va sostituita con quella chela sociologia moderna chiama logica fuzzy.

E cos’è mo sta parola” direte voi mie adorabili menti curiose.

Ve lo spiego subito.

Per logica fuzzy si intende una logica sfumata o sfocata che si può applicare a ogni proposizione un grado di verità diverso da 0 a 1 e compreso tra loro. E’ una logica polivalente e quindi si può benissimo inserire in situazioni umane che non sono capibili secondo schemi standard appunto perché pieni di elementi diversi e diversificati, difficilmente inquadrabili in uno schema binario amico/nemico giusto/ingiusto ordine/disordine

come asseriva il grande Einstein:

Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e, finché sono certe, non si riferiscono alla realtà.»

Applicata, quindi ai contesti sociali, dalle operazioni di pace alla mediazioni culturali di ogni tipo significa attuare una continua e costante comprensione di contesti altamente diversificati, in cui la necessità di negoziazione deve tener conto di varie esigenze, dalla sicurezza alla costruzione di confidenze e empatia. Scrive a tal proposito Battistelli:

la logica fuzzy presuppone anziché l’alternativa chiusa amico/nemico, l’alternativa aperta ovvero amico/nemico/neutro o anche molto amico/ amico/abbastanza amico/neutro/neutro quasi amico/abbastanza nemico/nemico/molto nemico

E pertanto il geniale Cruti non fa altro che creare fiabe e storie fuzzy, in cui la logica classica viene meno.

E perché lo fa?

Semplicemente perché si intende focalizzare non sul suggerimento per la risoluzione del problema, ma sulla consapevolezza che il problema, in realtà, esiste.

Senza la coscienza di una falla del sistema, come possiamo correre ai ripari?

Ecco che queste fiabe a volte surreali, inquietanti, divertenti e sarcastiche non fanno altro che metterci di fronte alle nostre mancanze e alle mancanze della società intera.

Fama, apparenza, successo facile, mancanza di empatia, volontà di cancellare il passato con una gettata di cemento in modo da non dover mai pensare al futuro, bullismo, ipocrisia, ma sopratutto l’infinita variabile di possibilità insite in un’azione ( il re malvagio è davvero un omaggio alle teorie di Russell).

Tutti questi strani racconti non faranno altro che spostare il focus di attenzione dal tutto alla parte per poi tornare a inserire l’analisi dell’elemento nel tutto.

E che effetti positivi avrà?

L’agilità mentale.

La capacità di individuare il dramma, di affrontarlo con leggerezza, di comprenderlo in una teoria del tutto, necessaria per una vera responsabilizzazione di ogni nostra azione.

Solo capendo il vero dilemma potremmo mai pensare a una soluzione valida.

Il resto, altrimenti, rischia di essere semplicemente uno stantio reiterarsi di azioni atte a legittimare una società oramai morente.

E leggere Curti forse, serve più a noi che ai nostri bimbi.

Perché a livello mentale, siamo ancora in un mondo in cui l’infantilismo regna sovrano.

“Evelin e il segreto di Hammelin” di Emanuele Montinaro. A cura di Alessandra Micheli (Fonte http://amiamoinostrilibri.blogspot.it/2016/11/evelin-e-il-segreto-di-hammelin-di.html?spref=fb)

 

Lo ammetto. Non sono soltanto una divoratrice di thriller. C’è un altro genere letterario che non soltanto adoro, ma considero indispensabile per l’umanità: la fiaba.

La fiaba non è soltanto un racconto per l’infanzia, un racconto fantastico di mondi irreali. La fiaba è molto di più. Veicola valori, significati, tradizioni millenarie e conoscenze arcaiche. Tutto in un linguaggio evocativo e simbolico che deve avere, appunto perché rimescola nel profondo humus dell’inconscio umano, una parte di oscurità che non sovrasti il valore morale ma che lo completi riuscendo a dare tutte le sfumature dell’essere umano. Perché l’uomo è come la fiaba, eroe inconsapevole immerso in un mondo spesso incomprensibile, dove bene e male si danno la mano, si abbracciano e si affrontano in una straordinaria tensione creativa.

Emanuele Montinaro è un autore, la cui giovane età era per me un ostacolo alla piena realizzazione di tale genere. E invece sono felice e orgogliosa di essermi sbagliata. In questo splendido affresco, il nostro Emanuele riesce con grazia, leggerezza e potenza del linguaggio (mai pesante e mai fuori dalle righe) a immettere ogni elemento costitutivo delle fiabe: dall’oscurità alla luce, dal valore morale alla fantasia, creando un mondo che è sì immaginativo, ma fondamentalmente anche parte di una tradizione più ampia e antica. Emanuele gestisce con raffinatezza questo universo mitico, un’eleganza che dovrebbe  imbarazzare i più consumati autori. E’ qualcosa che risulta innato in lui, un dono,  quello di rendere vivi e palpabili i personaggi senza scadere nel banale e nel sentimentalismo. Un viaggio iniziatico quello della nostra Evelin, un viaggio il cui simbolismo sboccia quasi naturalmente dalla penna di questo autore da tenere in considerazione. E credetemi, ci sa fare con le parole. Riesce a evocare, a creare e a farci ricordare la nostra tradizione più antica. E questa fiaba scaturita dalle profondità dell’inconscio, dell’immaginario mondo numinoso affascina, conquista e trascina fino al capitolo finale che finale non è, ma è soltanto l’inizio di un’avventura che trasforma, che insegna e che seduce.

La protagonista Evelin richiama alla mente il prototipo dell’eroe epico. Inconsapevole di sé, capitata in un mondo che non è suo, che sente estraneo ma che le consegna la meravigliosa possibilità di sperimentare l’alterità, la differenza e di crescere forte e decisa,  Evelin è simbolo della fantasia, di quel potere che plasma il destino, e la realtà, quella genialità senza briglie, dall’istintualità potente e selvatica di una diversità portatrice di innovazione e riverenza sacrale verso il mistero. Evelin è il tocco di colore che manca al tranquillo grigiore di una città sonnacchiosa, quasi ripiegata su se stessa, sulla tranquilla ripetizione di gesti quotidiani, che si concede il lusso di un passaggio verso il mistero una volta all’anno, in occasione di una festa in cui i cantastorie si ritagliano il loro dominio, assurgendo a depositari di antichi miti e di tradizioni sepolte. Ecco che in quell’unica occasione le cose si rovesciano, e i ruoli si mescolano  e  il sovrano tanto riverito  appare senza veli,  per quello che è: violenza alimentata dal desiderio di potere ,dalla volontà di controllo di un mondo che per sua natura deve sfuggire alla manipolazione: il mondo sacrale della magia. Evelin è l’eletta, colei che riporterà l’armonia in terra, che si ergerà come una furia o come un novello Artù contro l’invasore, contro colui che rende la terra fertile una terra desolata:

 

“Era la loro arma letale, la causa della fuga degli animali e dei lamenti delle terra. Questo fa l’uomo quando vuole qualcosa. Distrugge. Che sia un cuore infranto che sia un castello di sabbia o una parte della natura”

 

Evelin è il salvatore, colui che ha il potere di dominare la natura, di riportare il benessere e la speranza. Evelin è la figura quasi graaliana, una sorta di Graal vivente, dotata di compassione ed empatia per gli altri e per l’universo intero:

 

“battiti per gli altri Evelin, aiutali e sostienili perché chi fa del bene riceverà sempre del bene ma non dimenticare di guardare dentro di te stessa e capire per quel motivo hai iniziato a combattere la guerra”

 

Si tratta di un antico e sempre presente codice cavalleresco, dove il guerriero sostiene i deboli, aiuta gli infermi, dice sempre la verità, perché la trova in se stesso e combatte i demoni, non soltanto quelli esteriori ma soprattutto quelli interiori. E leggere queste parole da un autore così giovane, per noi amanti del genere epico, dà un senso di infinita bellezza e commuove. Perché Montinari ha scelto di scrivere non una storia soltanto di colpi di scena, ma qualcosa che, per la sua importanza etica, scava nel profondo. E ci restituisce a noi stessi.

La storia di Evelin ha molti elementi folcloristici e mitologici  e si sposa con la fiaba più affascinante, più misteriosa di tutte: quella del pifferaio di Hammelin. Tutti noi la conosciamo, una fiaba inquietante e oscura dai risvolti totalmente magici e ctoni. Perché il pifferaio di Hammelin è la personificazione della forza selvaggia, di quelle divinità nate dalla terra scura che alimentano e nutrono la fauna, la natura e la parte più nascosta di noi stessi. Il pifferaio salva e punisce chi manca alla parola data. Il pifferaio è in grado di scendere nell’abisso, una sorta di dio dell’altro mondo, di dio selvatico delle tradizioni antiche. Essenza stessa della natura, potere puro che per questo può essere usato per il bene e per la prosperità come per l’oscurità, per rendere infertile la terra ( il simbolo dell’allontanamento dei bambini non è che una allegoria del potere che nasconde e ruba la parte creativa di noi stessi) E il Montinari lo sa bene, sa il vero segreto del pifferaio: che il potere non è bene o male, il potere è,  sta a noi saperlo usare con discernimento:

 

“noi non siamo i giusti. C’è del bene e del male in ognuno di noi ma sta alle persone usare al momento opportuno entrambi”

 

Un segreto semplice eppure così complesso che il giovane autore comprende alla perfezione. E grazie alla musica, (considerata il soffio vitale che manifesta questa magia, una sorta di anima mundi che possiamo percepire come vibrazione di un’energia pura e terrificante), Evelin prende il posto che le spetta nel mito: quel re- sacerdote che tornerà sempre quando la terra reclamerà un aiuto. Soltanto che stavolta, finalmente, il re di stampo arturiano è una ragazzina forse ribelle, eppure così dolce come la musica che suona incantando gli animi. Ed Evelin ha incantato letteralmente anche me.

Consigliato!

E mi permetto di regalare  un complimento a Emanuele Montinaro.

Raramente ho potuto leggere storie che rasentano la perfezione, doni naturali che scaturiscono dal cuore…continua e non smettere mai di creare sogni.

“Le magiche avventure di Deamira e Solidea” di Martina Mazzeo, Caosfera editore. A cura di Alessandra Micheli

 

“Nel momento stesso in cui dubitate di poter volare, cessate anche di essere in grado di farlo.”

Le favole non sono solo un gioco per bambini. Le favole sono le nostre radici e le nostre tradizioni, sono il fango da cui Dio ci ha plasmato, la nostra memoria e l’utero da cui tutti nasciamo. Soltanto che nel proseguire verso quella difficoltosa strada chiamata vita, ci troviamo quasi costretti a scordarle e relegarle nella categoria di inutili artifici creati dalla fantasia eccessiva tipica dei bambini, eppure senza la capacità di sognare forse Galileo non avrebbe mai detto chissà se davvero la terrà è piatta, Pasteur non avrebbe osato indagare i meandri della biologia per trovare i suoi vaccini. E cosa dire di Colombo?

 Se ne sarebbe stato nella sua comoda Genova tra bordelli e taverne. E nessuno avrebbe mai osato sfidare le leggi della gravità per farsi fotografare sulla luna.

Insomma la civiltà sarebbe rimasta al buio della sua comoda ignoranza. Quindi rispetto per la nobile arte delle fiabe, lì ci sta racchiusa la cosa più preziosa che abbiamo: la nostra anima immortale.

E cosa fa la deliziosa autrice Martina Mazzeo?

Elabora la tradizione antica, le leggende relative al mondo misterico dei Faeries  (il piccolo popolo) innestando su di essa una storia di redenzione. E quello che deve essere salvato, riattivato, fatto emergere dall’oscurantismo scientifico è l’immaginazione, la fantasia ma soprattutto riattivare il legame spezzato da troppi secoli con il mondo numinoso. Senza questo mondo sovrannaturale che anima i sogni di ogni bambino, la realtà si inaridisce, si priva di energie, si avvizzisce. Ed è la stessa cosa che accade nel magico bosco delle fiabe, lasciato a se stesso, chiuso nella sua piccola porzione di realtà esaurisce le sue risorse vitali (rappresentato dal re ammalato). Entrambi i mondi, cosi come entrambi gli emisferi di quella perfetta macchina segreta chiamata cervello devono collaborare assieme. Intuito e razionalità devono darsi la mano, scontrarsi anche ma cercare sempre un dialogo affinché uno non esaurisca la sua forza motrice. Ecco che la fantasia, codificata in sogni strabilianti ma anche in incubi terrificanti, svolge la sua funzione di mantenimento della nostra salute psicofisica. Pertanto la fiaba di Solidea e Deamira racconta questo necessario percorso di riappropriazione dei miti, che diventano una sorta di vademecum per poter affrontare le sfide della nostra dimensione. Del resto come sentenziava GK Chesterton:

 

Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.

 

E se possiamo sconfiggere draghi imponenti, oscuri troll e orridi basilischi, possiamo sconfiggere da grandi quei demoni interiori chiamati delusioni, frustrazioni, e senso di inadeguatezza. Ma anche pregiudizi, preconcetti e chiusure mentali. Come nel mondo delle fiabe la bellissima fata Lamares accetta la presenza di stranieri, per lo più umani, quindi totalmente estranei da loro, apprendendo (oserei dire balzando al terzo stadio dell’apprendimento, quello che stravolge le nostre consuetudini) che non tutti gli umani sono crudeli, distruttivi, rei di atti vandalici contro l’armonia o l’animus mundi, noi possiamo altresì imparare a convivere con il diverso, con l’altro da noi e persino con i nostri apparenti limiti. Ecco che la fiaba diviene strumento educativo per eccellenza che veicola concetti fondamentali per la nostra civiltà come accettazione, la cooperazione, l’uguaglianza, l’accoglienza e soprattutto l’importanza di preservare il nostro io istintuale, senza che esso prenda, però, la supremazia. Apprendiamo che l’equilibrio di tutte le parti forma un armonico mosaico dai colori brillanti, che la fantasia e il potere dell’immaginazione non è caos ma semplice rinnovamento.

E vi lascio con una frase di Gianni Rodari che racconta meglio di me il pregio di questo favoloso libro

 

Credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo.

 

E se questa fiaba riesce a educare la mente, essa può essere letta da grandi come dai piccini, perché ogni tanto addormentarsi con la speranza di udire il tintinnio delle fate, fa bene anche al nostro scarno e spoglio mondo di adulti, adombrato e oscurato da nuvole minacciosa e da orrori dietro l’angolo.

Pertanto vi invito a seguirmi nel bosco delle Fiabe e a battere con me le mani per salvare una fata urlando con foga:

 

Io credo nelle fate, lo giuro, lo giuro, io credo nelle fate.

 

“La storia della principessa Splendente ” di Ippei Otsuka edito Kappalab. A cura di Ilaria Grossi

 

Iniziare un nuovo libro, la cui cover rapisce per l’ immagine di una principessa “speciale “, non può non immergere il lettore in una favola, ritornando anche se per poco indietro nel tempo e lasciandosi cullare dai sogni.

È la storia di Kaguya, la principessa Splendente. Un vecchio tagliatore di bambù trova una minuscola bambina che adotterà come figlia e la crescerà con tutto l’ Amore del mondo assieme a sua moglie.

Crescendo Kaguya, rivelerà una bellezza unica e ultraterrena e la voce di una bella e misteriosa principessa, catturera’ la curiosità degli abitanti del luogo e di molti corteggiatori. Solo cinque tra loro, resteranno fedeli e pronti a conquistare il cuore di Kaguya, la quale restia al matrimonio affiderà a ciascuno imprese impossibili e alla fine non ci sarà nessun vincitore.

Kaguya custodisce un segreto che la rende sofferente e malinconica, un segreto che non le consente di legarsi a nessuno neppure alla sua famiglia.Una storia dai contorni di favola e leggenda, capace di far riflettere sulle debolezze degli uomini e di come l’ eternità non fa sempre rima con felicità. Il libro comprende anche altri due racconti: “Marco, Dagli Appennini alle Ande di Edmondo De Amicis “.

Una storia toccante e profonda, il viaggio di un piccolo grande figlio che da Genova parte per ricongiungersi con l’ amata Mamma, un esempio di amore unico e di un legame speciale che supera ogni distanza e non conosce paure e ostacoli.

L’ altro racconto si intitola “Goshu il violoncellista” di Kenyi Miyazawa nella sua prima traduzione italiana, una storia tutta da scoprire e con belle riflessioni.

Non mi resta che augurarvi buona lettura con tre storie belle, profonde e ricche di insegnamenti che rendono la lettura una piacevole lettura per ragazzi ma anche per un pubblico più adulto.

Buona lettura Ilaria