Grazie al blog The dirty Club of the book per la grande opportunità. Ecco a voi la recensione di una grande autrice Mary Shelley “Mathilda”, Darcy editore. A cura di Alessandra Micheli, Traduzione a cura di Alessandranna D’Auria (Fonte https://thedirtyclubofbooks.it/mathilda-di-mary-shelley/ )

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Certi autori vengono definiti eterni proprio perché capaci di fissare su carta emozioni, sensazioni e accadimenti che riguarderanno, bene o male tutti noi a prescindere dal secolo, dalla diversa società e dalle differenze culturali.

I classici non sono altro che meravigliosi specchi per trovare noi stessi, appuntare le verità morali e etiche, affrontare i difficili e ingarbugliati nodi della nostra società cosi solitaria e sopratutto comprendere cosa distingue e cosa rende un libro un capolavoro.

La Darcy editore lo sa benissimo e decide di regalarci ogni volta piccole indispensabili chicche letterarie che possono servire ai lettori a ricordare un senso della bellezza ormai perduto dalla troppa pubblicità e dal consumismo esasperato che divora anche il mondo letterario, e all’autore che spesso si perde preda di mille voci contraddittorie che tentano di educarne il gusto, di livellare gli stili e di offuscare la voce tonante di signora fantasia.

Eppure è solo quella capace di portarci attraverso differenti piani esistenziali, in quel regno delle idee in cui ritroviamo i semi che, un giorno felice, diventeranno libri.

Quello che mi accingo a recensire è un testo “perduto” e dimenticato della grande Mary Shelley conosciuta ( spero) per il capolavoro horror di Frankstein.

Un libro molto contraddittorio, un libro a tratti scabroso dai temi arditi e moderni, capaci di scioccare per la “brutalità” dello stile le menti venate di perbenismo della buona società vittortiana.

Con Mathilda Mary continua la sua innovativa opera letteraria proponendo con una grazia venata di una certa propensione alle atmosfere tenebrose, un tema infuocato e quasi assurdo ritrovare in quell’epoca cosi apparentemente chiusa ossia l’incesto.

Un amore malato che turba gli animi quello descritto con immagini forti, tratte da scenari naturali che sembrano seguire perfettamente i moti animici della protagonista, individuo assetato di amore, incolpevole eppure cosi fragile da caricarsi di una inesistente responsabilità verso il pernicioso corso degli eventi che la magia dello stile della
Shelley ci mostra in tutta la sua affranta crudezza.

Partecipi di un dolore che oggi reputiamo assurdo, come se il diritto di essere amato, conosciuto, rispettato e protetto dai propri genitori fosse un lusso concesso solo un sogno ai rampolli delle famiglie perbene.

Ecco che lungi dal considerare responsabile della pazzia il padre, reo di considerarla solo immagine sfuocata di un amore lontano e cosi illusorio, Mathilda diventa essa stessa, perché educata cosi, il capro espiatorio del declino folle di un uomo che ha accettato ogni dono della vita come dovuto, fino a perdersi in strane e assurde congetture.

Colpe inesistenti dunque, legate però alla concezione dell’epoca e forse della nostra, del suo sesso.

Lei donna, lei animo romantico e passionale, troppo per quei tempi cosi costretti cosi improntati a un perbenismo di facciata, che riversa su un padre assente e profondamente egoico ogni sua afflato di tenerezza.

Ed è questa la sua colpa: l’eccesso di tenerezza considerata la somma tentazione per un uomo fintamente perbene che tende a nascondersi e nascondere le use pulsioni più oscure.

Ecco che la fanciulla, cosi evanescente sulla carta da sembrare un ombraessa stessa, concepisce il suo bisogno di amore non come un diritto, ma come un mero regalo del destino, beffardo e crudele che dietro il paradiso nasconde spade acuminate. Una felicità quindi non considerata dovere e diritto, ma concessione compassionevole.

Come se Mathilda non fosse “umana”

Mathilda è un anima angosciata perché come spiega perfettamente ai suoi ascoltatori attoniti:

Quasi dall’infanzia sono stata privata di tutte le testimonianze di affetto che i bambini generalmente ricevono. Ho dovuto contare interamente sulle mie risorse, e ho gioito di ciò che potrei quasi chiamare piaceri innaturali, perché erano sogni e non realtà. La terra era per me una magica lanterna e io un’osservatrice e un’ascoltatrice ma non attrice;

Una bambina non cresciuta, con l’anima marchiata a fuoco dal con impronta del dolore, della colpa, rea di aver pagato la sua vita con la morte della madre adorata e idealizzata come donna perfetta.

Eppure è la sua bambina che si fa strada con vagiti forti e con un mondo interiore ricco e variegato che però, ahimè resta non compiuto che la rese poco avvezza ai fatti umani naturali e “normali” e più vicina a un regno delle ombre che l’epilogo sembra restituirle pietoso:

Non mi avete mai considerata parte di questo mondo, ma piuttosto un essere, che per una penitenza è stato inviato dal Regno delle Ombre e che trascorresse alcuni giorni piangendo sulla terra desiderosa di tornare nella sua patria natia

Mathilda non è stata mia considerata una persona.

E’ sempre stata educata all’invisibilità, a scomparire lentamente giorno dopo giorno, fino all’attimo in cui ha compreso che neanche per l’amato padre era soggetto quanto piuttosto ricordo, soggetto vano e lontano di rimpianti dolorosi.

E cosi Mathilda non è mai stata davvero viva perché nessuno si è mai preso la briga di farla nascere davvero. Perché per essere una bambina, una donna ha bisogno di concretezza, non solo di ideali e di idee.

Non solo di immaginari scenari.

Le idee dolorose e lievi come il vento hanno bisogno di movimento e di azione per non perdersi nel vento.

In questo libro Woodville rappresenta la concretezza che a Matilde manca. Rappresenta l’umo che dal dolore impara, e lo rende uno stimolo per migliorare la vita di chi come lui è stato toccato dalle sue gelide dita.

Ecco che forse ho l’ardire di asserire che Mathilda non è altro che il simbolo di una femminilità distrutta e annullata da una perniciosa mancanza di rispetto, quello che si deve non solo alla sua natura idealizzata ma alla materialità di un essere che prima di essere spirituale, evanescente, dolce angelo del focolare, consolazione degli afflitti è carne e sangue impegno e personalità.

Anche scomoda anche infarcita di elementi meno paradisiaci.

Ancora una volta un autore classico, con quella dicitura che sa quasi di sdegnoso disinteresse, ci dimostra di essere non solo più maturo intellettualmente di noi, ma anche il coraggio di andare laddove anche gli angeli esitano.

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“Il marchio della bestia” di Rudyard Kipling, Biblion editore. A cura di Alessandra Micheli

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E’ difficile spiegarvi la gioia che una lettrice prova nell’aver tra le mani un grande della narrativa classica.

Emozione, incredulità e un amore immenso per le parole scritte.

Voi che non amate la letteratura e che forse avete iniziato ad entrare nel suo sacro tempio soltanto ultimamente, non potrete mai comprendere appieno il fascino degli scrittori che io considero eterni.

E’ nel loro modo di esprimere il significato, nella capacità di imprimere a fuoco la loro anima nelle parole che, come affilate lame incidono nella carne dell’anima, è nel loro donarsi completamente al libro diventando dei veri e propri creatori di universi, di senso e di emozioni.

E’ nella loro semplice amore per lo scritto e in una sorta di pudore nel dargli la luce che si cela la magia dei classici.

In nessuno, ne Dickens, nel a Austen, né in Wilde, troverete l’attenzione esasperata vero il lettore, la volontà di vendere, la pedissequa ossessione alla fama e al successo.

Troverete solo la voglia immensa e appassionata di comunicare, di fissare su carta il loro tempo, quello capace di creare le suggestioni, le motivazioni profonde, le radici non logiche delle nostre azioni che deve spingere a scrivere.

Nient’altro.

E Rudyard Kipling (vi prego ditemi che lo conoscete) è il perfetto superbo esempio dell’autore che compone la sua prosa per comprendere e elaborare in qualche modo, tramite un’auto-terapia, il suo tempo.

E il tempo di Kipling era cosi complesso, cosi sfaccettato e cosi incoerente dal punto di vista politico e culturale, da dover essere decifrato tramite la scrittura.

Ecco che i racconti presentati dalla Biblion editrice (che ringrazio dal profondo del cuore) oltre a essere pregevoli esempi di come devono essere delineate le narrazioni del fantastico (in barba allo show don’t tell e all’infodump e all’avversione degli avverbi) raccontano proprio le idiosincrasie dell’Inghilterra coloniale, sospesa tra etnocentrismo sfrenato e consapevolezza che, davanti alle culture formate, nessun buonismo poteva attecchire ne sopravvivere.

L’oniricità presente in queste narrazioni è proprio frutto di questo atroce disagio che Kipling provava; nato in India a Bombay ma cresciuto e nutrito da una sorta di iper-consapevolezza della grandeur dell’impero, si senti a cavallo tra due diverse e opposte culture.

Quella indiana però, sfuggiva al pregiudizio inglese che si beava di una sorta di opera salvifica apportatrice di civilizzazione in un mondo caotico e degradato.

Infatti, oramai sappiamo come, nonostante le sue innumerevoli contraddizioni, non differenti in fondo da quelle dell’Inghilterra potente ma al tempo stesso attaccata a valori di decadenza e disuguaglianza, aveva una tradizione culturale di alto livello filosofico forgiata attraverso i secoli e consapevole di una sua supremazia valoriale sul resto dell’Asia. Lo stesso panteon indiano, nonostante si distinguesse da quello inglese perché contemplava e doveva contemplare una sorta di venerazione del numinoso, era tuttavia, totalmente devota a un senso scientifico che, nella composita natura trovava la sua sperimentazione.

Ecco che il conflitto cultural/religioso non era tanto tra dominato e dominante; ma tra due civiltà arroganti e coscienti di una propria validità eterna e intoccabile a livello morale che si contendevano il ruolo egemone.

L’india, nonostante fosse “sottomessa” dall’Inghilterra, non si faceva fagocitare dalle sue affermazioni di potere, come la democrazia, la legge, e la considerazione, almeno in apparenza, dei diritti civili tutelati dal welfare state.

In fondo, la sua supremazia economico/scientifica non era altro che un abile maschera per nascondere sotto eleganti e soffici tappeti le loro oscure perversioni, le imperfezioni e l’amoralità di una parte dell’elite. Nonostante il raggiungimento di status di moderno paese all’avanguardia, non era priva di brutalità e di orrori, perfettamente descritti nelle pregevoli opere di Dickens.

Al contrario, l’India, mostrava con quasi orgoglio le sua elitaria composizione sociale, non nascondendosi dietro l’apparenza di civiltà progredita.

Il suo vanto erano proprio le caste, perfetto esempio di ordine cosmico, portato sulla terra.

La casta, infatti, poteva essere paragonabile in un certo senso, alla teoria dell’evoluzione: solo pochi, grazie a un cammino irto di ostacoli (reincarnazioni) potevano godere appieno dei diritti spettanti solo alla parte matura della società che fungeva, quindi, da guida, da giudice e da censore.

Lo stesso accadeva nell’Inghilterra di Kipling.

Era l’élite che guidava il paese e considerava i suoi sottoposti scarti necessari alla conquista della supremazia economica e politica.

Nei racconti di Kipling, tutti questi valori edulcorati rivelano le proprie oscure radici non logiche.

Il contatto occidente e oriente non fa altro che mostrare la vera facciata del potere, un potere che Kipling considera corrotto e contagiato proprio dal buon selvaggio che doveva, invece, giovare del vento riformatore della modernità.

Come scrive perfettamente nell’introduzione Miriam Sette:

Quando Kipling scrive, peraltro, registra i segnali di una crisi di quel mainstream storico, crisi che colpisce la sua sensibilità letteraria, acuita da un forte senso di appartenenza all’ideologia imperialistica, da cittadino nato a Bombay ma naturalizzato inglese, che avverte il presagio di una dissoluzione in corso che coinvolge la sua identità, duplice e ambigua. Una sensazione di logoramento, che proprio perché colta in fase incubativa profonda, ma non ancora esplosa, rappresenta in Kipling la necessità di far emergere nel fantastico ciò che gli urge invece nella dissoluzione della più intima appartenenza all’India, che sta corrodendo il proprio rapporto con l’Inghilterra.

Ecco che il fantastico non diventa altro che un modo per contemplare senza rischi:

la sua lacerazione in un disfacimento che si rivela negli aspetti dell’orrido, del putrescente, del morbo, del contatto animale, dell’immaginazione stravolta da fantasmi che rompono gli equilibri della razionalità.

Ecco perché Kipling in questi racconti, a differenza forse dei suoi connazionali, affascina seduce e terrorizza, perché:

abbandona la capacità analitica ed empirista propria della cultura inglese nel momento in cui si confronta con l’esotico, le culture altre, le condizioni di marginalità delle nuove terre, che il dominatore britannico aveva saputo distanziare dal punto di vista della civilizzazione dell’Impero, oggettivando il rapporto in un senso di sanità, di pienezza, di potenza occidentale.

Ogni racconto è una precisa e coerente sequenza di fascinazioni ed orrore al tempo stesso, che partono dalla distruzione dei valori portanti inglesi, causati da una sorta di contagio profondo con una cultura molto meno razionale, apparentemente di quella inglese, che riveriva e si sottometteva a una diversa forma di concezione dell’energia del cosmo. In india, a differenza dell’Inghilterra, non ci fu e forse non può esserci tuttora la divisone mente corpo operata da Cartesio.

Tutto e uno e uno è nel tutto.

E le superstizioni non diventano altro che diversi modi per sperimentare l’universo che, però ovviamente contrastano, inquinano e a volte distruggono le certezze occidentali.

Nei racconti il fantastico irrompe con una forza conquistatrice pari e forse maggiore di quella inglese, a dimostrazione che il buon selvaggio indiano, ha saputo prendere dal lascito inglese il giusto mezzo per reagire ed imporsi non come popolo sottomesso, ma come pari del regno inglese:

a sua forza, che risiede anche nell’aver inventato la democrazia moderna, diventa un boomerang che può distruggerlo nelle mani degli indù. Questa consapevolezza di aver immesso l’antagonismo dialettico può produrre il rischio mortale dell’annichilimento dei colonizzatori

In questi racconti, dunque, Kipling con la sua forza immaginativa, il suo talento e la sua sensibilità lacerata, ci dona uno spaccato della decadenza dell’idea colonialista.

Un idea che stentiamo ad abbandonare anche oggi, in questa fase di globalizzazione, ma che pone una quesito irrisolto: è giusto conquistare o sarebbe giusto conoscere e semplicemente relazionarsi con l’altro considerandolo un po’ il nostro specchio?

A voi lettori la risposta.

“Miss Miles” di Mary Taylor, Darcy edizioni. A cura di Alessandra Micheli ( Fonte https://thedirtyclubofbooks.it/miss-miles-di-mary-taylor/?fbclid=IwAR1XoHgdK7BC217tynaEF9JXW4M9t7_rsyEGmJMZoa7i4Hhfqs22hB4LlIs)

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Inizio a scrivere questa recensione dopo aver ascoltato un servizio su una TV nazionale sulle baby squillo. Immagino conosciate il fenomeno: prestazioni sessuali in cambio di favori, regali, versioni di latino, ricariche telefoniche e quanto altro.

Sono ragazzine dai 13 fino ai 18 anni che hanno scelto la via più facile, più immediata, per ottenere tutto ciò che oggi viene considerato indispensabile: un’elevazione di status sociale. Perché vedete i gadget richiesti non sono necessità primarie.

Sono semplicemente simboli di un certo tenore di vita, modalità in cui si urla la propria appartenenza a un determinato sistema sociale dove predomina apparenza, narcisismo e volontà pedissequa di esistere tramite i social. Senza simbolo di status la persona non esiste.

Senza foto che attestino ogni fase della vita, dal cibo alle vacanze, ai festeggiamenti di rito nelle festività concordate, la realtà non si manifesta. E’ il dramma raccontato da Baudrillard quando ci profetizzava una società basta sulla tecnologia a ogni costo. La televisione, ma anche internet e i social network, hanno fagocitato la realtà.

La realtà ora non viene più rappresentata dalla percezione e dalla rappresentazione operata dalle nostre sinapsi, ma solo da un like o dall’approvazione del mondo web. Siamo perché ci fanno esistere, in baffo alla libertà. E cosa significa questo per una giovane? Che i valori cambiano.

Da esseri umani in formazione, in cerca della propria nicchia in cui sviluppare doni e potenzialità, spesso in contrasto aperto con le consuetudini sociali, siamo marionette in balia degli stessi, in affannata ricerca di catene.

E una delle catene per noi donne è il corpo. Badate bene, non un corpo reale, ma un corpo oggetto, relegato in cambio della brama di essere, al burattinaio di turno. Vittime e carnefici si contendono di volta in volta il ruolo, fino a che i confini tra di loro svaniscono.

Per chi come me è cresciuto in un mondo fatto di modelli diversi e spesso controcorrente, tutto ciò è più spaventoso dei suo adorati horror. Per chi come me non ha avuto come miti i partecipanti a un reality o i protagonisti del gossip, tutto questo risulta alieno e inconcepibile.

Io sono cresciuta con Jo March che si scagliava contro le limitazioni femminili, tanto da voler andare in guerra a sostenere i soldati, invece che sferruzzare davanti al fuoco.

Sono cresciuta con la Polly di Una ragazza fuori moda, impegnata a proporre un nuovo modello femminile (scandaloso per l’epoca) senza leziosità e senza l’ansia di essere in vetrina per accaparrarsi il buon partito. Sono cresciuta con Elizabeth Bennet sprezzante dei ruoli sociali, tanto da sfidare la perfida lady Catherine, e sposarne il nobile e ricco nipote.

E quindi leggere Miss Miles, il primo, e sottolineo primo, manifesto femminista, non è altro che un ricordarmi che essere donna non è solo un fatto biologico, ma sopratutto mentale.

Inquadriamo prima di tutto la sua autrice Mary Taylor. Già soltanto leggendo la sua biografia, e conoscendo anche superficialmente l’ethos dell’epoca (stiamo in pieno vittoriano) possiamo carpirne la forza rivoluzionaria, ribelle, quella che oggi ci manca. E parecchio .

Per periodo vittoriano si intende indicare un arco di tempo che va dal 1837 fino al 1901 ed è caratterizzato, come dice il nome, dalla personalità maestosa e ingombrante della regina Vittoria.

Fu un’età contraddittoria, prospera in quanto caratterizzata da un notevole progresso scientifico, grazie al razionalismo che soppiantò l’idea romantica e mistica che definì invece il periodo georgiano.

Ma al tempo stesso, accanto a questo balzo in avanti (ricordo che di quel periodo furono le invenzioni e la scoperte di Charles Babbage e di Nikola Tesla) si accompagnò uno strano e costante decadimento dei costumi.

La società, nonostante il progresso, si chiuse in se stessa per impedire allo stesso di operare un totale stravolgimento del sistema sociale. Come a dire che l’evoluzione doveva riguardare la materialità e l’apparenza e lasciare intatta l’essenza stessa dell’Inghilterra.

Non si dovevano toccare, cioè, privilegi e classi sociali. Semmai si operò un finto cambiamento che, invece di cambiare la musica, cambiò semplicemente i suonatori. Borghesi al posto di nobili di lunga data, una straordinaria fusione di ricchezza mercantile e nobili natali.

Ecco che questo strano modus operandi causò lacerazioni psicologiche e culturali nel tessuto sociale, improntato a una sorta di ipocrisia e di profondo perbenismo.

Banditi gli impulsi che potevano sfociare in una vera rivoluzione, banditi i tentativi di incidere sulla stratificazione sociale, provocarono un vero e proprio disastro etico e morale, spesso denunciato dal grande Dickens.

E le donne, direte voi?

Eccoci al clou della mia recensione e che riguarda profondamente la nostra Mary e il libro in questione. Nell’epoca vittoriana la condizione femminile divenne sempre più difficoltosa a causa di una strana diffusione di un’idea balzana che tutt’oggi resiste, ossia la donna angelo.

I diritti legali non esistevano; le stesse mogli erano semplici oggetti ad uso e consumo dell’uomo, ( ciò valeva anche per le figlie femmine), non potevano votare, citare qualcuno in giudizio, né possedere alcuna proprietà.

A causa poi di questa visione purista, i loro corpi erano visti come templi che non dovevano essere adornati con gioielli né essere utilizzati per nessuno, e sottolineo nessuno, sforzo fisico.

Si doveva soltanto occupare di portare avanti la stirpe, tenere pulita la casa e dire sempre di sì. Non poteva esercitare una professione a meno che non fosse insegnante o domestica, né le era riconosciuto il diritto di avere un proprio conto corrente.

Diversa e peggiore era la condizione della donna delle classi inferiori. Oltre che al lavoro duro, la donna doveva mantenere anche quest’immagine idilliaca, tenere la casa pulita, garantire il decoro familiare. Spesso come unica strada aveva quella della prostituzione.

Qualcosa iniziò a mutare nel 1848 quando fu fondato il Queens College con l’obiettivo di incentivare l’insegnamento del mestiere di istitutrice. Ma questa è un altra storia.

Ecco perché Mary Taylor con la sua vita straordinaria fu considerata una delle prima sostenitrici dei diritti delle donne. Amica intima di Charlotte Bronte, alla morte del padre intraprese un tour europeo per la sua ansia di vita.

Nelle sue lettere con Charlotte descrisse ogni sua esperienza e anche una delle sue azioni anticonformiste, quella cioè di trovare lavoro in Germania insegnando a giovani uomini. Capite la portata rivoluzionaria in quest’epoca strana e confusa?

Ed eccoci al suo lavoro, reso disponibile a noi lettori da una grandiosa Darcy edizioni, “Miss Miles”. Questo è il suo unico romanzo a cui ha, secondo le fonti, lavorato per circa quarant’anni.

E questo romanzo contiene tutte le questioni tanto care alla nostra Mary: il lavoro femminile, il diritto allo studio (ricordo che per le donne era considerata non necessaria la formazione universitaria) e soprattutto i diritti alla proprietà (splendidamente espressi dalla tristi vicende di Dora).

In questa dimensione tayloriana si incoraggia l’indipendenza femminile e il lavoro, opponendosi a una visione rigida e chiusa che vedeva il matrimonio come unica scappatoia a una vita dignitosa.

Lo stesso contrasto che la fantastica eroina Maria subisce una volta trasferitasi (dopo la morte del padre) a Redfort, non è altro che il simbolo della difficoltà per la donna, di ritagliarsi un proprio peculiare posto all’interno di una società strutturata in modo intransigente.

In questa ottica si avvicina molto alle opere eccelse di un’altra grande femminista, ossia Jane Austen, con quel rifiuto di considerare il matrimonio unica ragion di vita della creatura donna.

Ecco che questa storia, che tocca profondamente il nostro io, la nostra femminilità in divenire, è la storia di una donna che non ha intenzione di annullarsi come persona per aderire a standard poco dignitosi e avvilenti, a cui risponde con un’unica parola: realizzazione personale.

E questa avviene per mezzo del lavoro considerato profonda espressione delle proprie potenzialità, con quella voglia di farsi strada nel mondo cozzando, se necessario, con strutture mentali e gerarchiche rigide.

Basta un libro per cambiare? Forse no. Ma sicuramente Miss Miles ci ricorda che oltre al nostro corpo esiste una grande mente che lo sostiene, una mente in grado di creare il cambiamento e che va oltre i cosiddetti impedimenti di genere.

E’ la volontà che rende reali i nostri sogni. Leggetelo. E tornate a essere prima persone e poi dopo, semmai, donne.

Grazie Darcy edizioni per aver dato la possibilità a tante giovani di identificarsi (lo spero con tutto il mio cuore) in eroine diverse, per nulla antiche ma sempre attuali, come sono quelle di gloriosi romanzi, nati per darci la possibilità, oggi, di essere. E non di apparire.

“Il grande Dio Pan” di Arthur Machen, Adiaphora Edizone. A cura di Alessandra Micheli

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 E’ molto difficile per me parlare di questo libro, “Il grande dio Pan” per due motivi.

Il primo: sono di parte. Amo moltissimo e credo sia cosa risaputa, gli autori inglesi del periodo vittoriano. Li considero i migliori rappresentanti di come la letteratura vada onorata, capaci soltanto con il linguaggio e con le tecniche letterarie di creare pathos, emozioni, terrori o indignazione. Sono molto semplici e al tempo stesso complessi, poiché sanno giocare con il suono delle parole, creando frasi ricche di una loro alchimia interna. Essi plasmano il linguaggio, e da esso stesso vengono modellati, nutrendosi e nutrendo il testo che diviene fatalmente vivo. Non è più un semplice agglomerato di fogli ma possiede una sua voce tonante.

E anche oggi, seppur trovo autori di rilievo, talentuosi, non riescono a raggiungere la loro perfezione.

Il secondo motivo è che è un testo ricco e complesso, profondamente inserito nell’ethos del suo tempo. È vittoriano fino all’osso e al tempo stesso, siccome appartiene all’ultima decade di quello straordinario e prolifico periodo culturale, ne è quasi fuori, riuscendo a vederlo con un disincanto raro, che molti suo autori tentano di raggiungere ma senza davvero sfiorarlo. È un concentrato di ideali che sono ormai stati, eppure tentano ancora di dominare le coscienze personali, raccontano di contraddizioni che scoppieranno con un tremendo boato all’inizio dell’epoca moderna. Eppure, per tanti troppi anni ancora, l’Inghilterra sarà inesorabilmente legata a un determinato schema morale. Ed è bizzarro perché l’immagine che ne esce è quella di una giovane vigorosa costretta a portare stracci logori, che cadono a pezzi e che lei stenta a rabberciare in malo modo, con un’ansia ossessiva. Arriverà poi il giorno in cui quegli stracci vecchi saranno gettati in un fuoco purificatore, di cui resterà soltanto cenere.

L’opera di Machan è potente proprio per questo. Il mio contributo è misero, poiché già da sola la straordinaria introduzione di Matteo Zapatelli Olivetti,basterebbe a onorare quest’opera imponente, odiata dai contemporanei dell’autore e addirittura considerata orrendamente blasfema.

Eppure Machan è l’Inghilterra e l’Inghilterra vittoriana è Macham.

Come un sussurro rarefatto, che fruscia fra gli alberi, si avverte l’altra fondamentale impronta di questo meraviglioso Artista: ossia la sua eredità celtiche, quella fatta di miti, di misteri e di una riverenza profonda per il mondo naturale, laddove l’uomo celtico si ritrovava splendidamente inserito e nel quale risolveva le mille contraddizioni umane. È nel ciclo naturale, quello prestabilito delle stagioni e delle feste a esse collegata che i celti, i gallesi e i contadini poi, ritrovavano il senso del loro esistere. Intendo quello profondo che ancor ‘oggi ci ossessiona, quello che ci fa comprendere chi siamo, da dove arriviamo e in che direzione ci stiamo dirigendo.

La loro capacità di considerare il mondo in modo monistico, come un tutt’uno spezzato solo dall’incapacità umana di vedere con gli occhi della mortalità le energie infinitesimali che ci univano all’assoluto, ne celebravano però con fede, il sentore dell’esistenza di questo legame, ossia la religione. Una religione peculiare, affatto scevra dall’amore per la corporeità, per la forma, considerata contenitore figlio della sostanza. Una sostanza che non si trovava nei cieli ma in un mondo parallelo a noi, unito da porte dimensionali dalle quali alcuni prescelti potevano passare. Ecco il corpo era la manifestazione fisica di quest’idea, la possibilità di sperimentare, di crescere e tornare con nuovi flussi energetici nell’altro mondo e sapere, avere la convinzione che l’Anwenn celtico non fosse totalmente separato ma presente, la vera fonte di ogni manifestazione non li rendeva solo completi ma goduriosi, liberi e avvezzi a considerare ogni piacere come l’espressione della gioia universale alla quale tutti apparteniamo e a cui dobbiamo tornare. Nessun tabù, nessuna colpa, soltanto una profonda responsabilità per questo mondo materiale pallida imitazione di quello sovrannaturale, ma non per questo meno degno di rispetto.

A differenza del vittorianesimo e del mondo protocristiano, i due universi spirito e materia comunicavano in un dialogo necessario per mantenere in vita uno e l’altro. tolta questo dialogo, questo racconto, questo abbeverarsi dalle fonti diverse ma complementari causò una profonda cesura in senso all’uomo. Nel vittorianesimo questa mancanza fu colmata dalla scienza, che andava a sostituire l’interlocutore perduto e relegato nelle infime regioni scure e minacciose della psiche.

Ecco cosa racconta il Dio Pan, ecco di cosa di parla Macham.

La corsa affannosa alla scoperta di ogni segreto si traduceva in una sensazione di solitudine perché la scienza non poteva compensare l’immaginazione, la leggerezza della creatività e l’energia primordiale che scorre come un fiume dentro le nostre anime. Togliere per paura la consapevolezza di essere forze primordiali, rendeva l’uomo assente, controllabile e manipolabile da ogni fonte del potere. Il baratto che in fondo lobotomizzava l’essere umano, era ricompensato dalla scalata al successo economico; ogni probo cittadino vittoriano rinunciava alla sua energia selvatica, ai suoi istinti anche sessuali e riceveva in cambio uno status privilegiato. Il resto era da bassifondi, anch’essi però, e lo si legge nel libro, necessari all’opera educativa e manipolatoria della loro assurda eppur affascinante morale.

Non posso non essere affascinata e terrorizzata dal racconto di questa forza primordiale, bestiale e mostruosa che troppo repressa riemerge inondandone le strade ammantate di perbenismo di orrori indicibili. Eppure, non si può non essere sedotti dall’energia del Pan, di antichi culti orgiastici, e soprattutto di una libertà dell’immaginazione lasciata a briglia sciolta.

Ecco l’orrore che Macham non ha il coraggio di nominare: l’immaginazione.

Essa è e sarà sempre foriera di cambiamenti, anzi di stravolgimenti totali della società. Mentre la corsa alla scientifizzazione del mondo vittoriano era soltanto un tentativo spesso inutile di imbrigliare tale forza e asservirla alla finalità cosciente. Ecco perché di fonte al favoloso progresso scientifico in realtà, il mondo vittoriano resta immobile, solitario e grigio come le sue fumose strada simboli di un’industrializzazione selvaggia.

Ed ecco perché sono nati in questa soffocante atmosfera i migliori capolavori della letteratura, da Byron a Dickens, da Wilde a Hardy.

Per non parlare della follia ossessiva delle Bronte.

Ma soltanto il grande genio di Macham con la sua straordinaria vita, con la sua forza e la sua capacità stilistica ha saputo raccontarlo, tra le righe di un romanzo che terrorizza più di molti horror che ho letto. Si avverte questo senso di terrore di chi esplora sentieri proibiti da un tabù inconfessabile, ma lungi dal retrocedere dalla vista del Dio Pan ne veniamo inesorabilmente attratti.

Allora mi chiedo Macham voleva spaventarci e distogliere la nostra attenzione dall’uomo selvaggio o in fondo voleva soltanto farcelo vedere, scuotere la nostra ovattata realtà e farcelo rimpiangere, come se ci mancasse una parte di noi?

Anche la fine atroce della sua adepta ha un non so che di evocativo; la perfida maliarda, rea di considerare il sesso piacevole e giocoso, rea di non subire il suo fascino come vittima, si ricordi la Mia di Dracula fatalmente attratta ma invasa dal senso di colpa. In Helen no, non esiste. Esiste solo la voglia di “godere”.

 Immaginate un tale discorso nel 1890….

Ed ecco la sua modernità. Helen si spinge in confini inaccettabili per i limiti dell’epoca e non muore ma torna all’origine ricalcando le tappe di una creazione e tornando brodo primordiale tra la braccia irsute del signore della natura. Del resto il suo stesso nome è potente: significa luce splendente, la potente, solare. Ma richiama anche Hell abisso, che non era, come si crede il mondo infernale cristiano ma il mondo delle energie ctonie quelle che “trasformano”.

E sapete il significato etimologico di Abisso?

Grandezza, estensione di cui non si può percepire il limite

Treccani

 

E Il dio Satiro, il Pan o il Cerunnos celtico non erano altro che il grande abisso in cui si percepiva la vastità dell’universo, il potere della natura e la maestosità della potenza rigenerativa della grande madre. Un dio selvatico, il dio degli impulsi il Dio mostruoso, il monstrum ossia il prodigio, il portento.

Forse oggi, in quest’epoca di virtualità, un libro vittoriano così influente e mostruoso può darci quella creatività che abbiamo dimenticato, quella personalità selvatica auspicata da tanti psicologici ma ancora temuta perché “ribelle”. E ringrazio la competenza di un grande Casa editrice che ha riesumato dai fumi della memoria questo testo favoloso, con una traduzione che ne esalta la potenza. Lasciatevi catturare dal sogno di riunirci con la forza indomita della natura. Ma attenzione perché:

Mary vide ciò che avevo detto avrebbe visto, ma avevo dimenticato che nessun occhio umano può posarsi impunemente su un simile spettacolo.

Probabilmente è vero.

Ma sapete cosa vi dico?

Preferisco impazzire dopo aver osservato quel luogo terribile, che morire restando sempre ingabbiata nella mia noiosa routine.

 

La metafisica della potentia in François Zourabichvili, di Davide Inchierchia (Fonte http://oubliettemagazine.com/2017/12/11/le-metier-de-la-critique-la-metafisica-della-potentia-in-francois-zourabichvili/)

 

Nel panorama della filosofia contemporanea, la figura di François Zourabichvili (1965-2006), nonostante la breve durata della sua parabola esistenziale ed intellettuale – prematuramente interrotta per il suicidio dell’autore – da alcuni anni comincia ad essere riconosciuta, anche al di là dei confini francesi, come un unicum, paragonabile per eccezionalità alla figura del nostro Carlo Michelstaedter (con cui peraltro Zourabichvili, indirettamente, condivide non pochi aspetti teoretici, oltre alla tragica morte).

Irriducibile ad entrambe le correnti dominanti nel dibattito filosofico odierno, e cioè lontano tanto dal contesto ‘epistemologico’ dell’analitica neo-empirista, quanto dall’orizzonte ‘narratologico’ del costruttivismo ermeneutico, l’opera di Zourabichvili si inserisce nel fiume carsico del cosiddetto «pensiero della differenza» che – dopo la grande ouverture tardo ottocentesca di Nietzsche – ha trovato in Michel Foucault e, a seguire, in Gilles Deleuze la massima espressione novecentesca.

Morte del soggetto?

Il carattere eccentrico della filosofia di Zourabichvili trova anzitutto corrispondenza nella esemplarità del suo Autore d’elezione, Baruch Spinoza, a cui egli nel 2002 ha dedicato il suo libro più innovativo – Spinoza. Una fisica del pensiero – coevo del saggio, Infanzia e regno. Il conservatorismo paradossale di Spinoza, che qui presentiamo.

Per le fondamentali implicazioni etiche e politiche di questa lettura dello spinozismo, che combina in modo originale le analisi deleuziane della corporeità con le riflessioni foucaultiane sulla microfisica governamentale – in particolare per la genealogia delle “chimere” che ineriscono al mito moderno dello Stato “sovrano” – rimandiamo all’ottima Introduzione della traduttrice e curatrice Cristina Zaltieri, nonché ai capitoli finali del testo (nella fattispecie il cap. VII “Il sogno trasformista della monarchia assoluta” e il cap. VIII “Cos’è una moltitudine libera? Guerra e civilizzazione”, pp. 229-277).

Qui ci limitiamo a sondare, per brevi tratti, la profondità speculativa tutta racchiusa in quel «conservatorismo paradossale» che compare in qualità di sottotitolo: una profondità metafisica che, se nasce certamente dal serrato confronto con la filosofia spinoziana, si rivela nondimeno costitutiva del pensare stesso di Zourabichvili.

Che cosa è, o meglio, che cosa “può” l’individuo?

È questa la domanda intorno cui gravitano le intense pagine, non facili, del filosofo francese, fin dalle iniziali considerazioni del Primo Studio, “Inviluppare un’altra natura. Inviluppare la natura” (pp. 59-110). Una domanda che a prima vista potrebbe suonare anacronistica, proprio nella nostra epoca, in cui sembra ormai assodata e quasi banale l’assunzione della morte del soggetto, la ‘liquidazione’ della individualità in tutte le sue manifestazioni.

Fine della soggettività che sarebbe l’effetto ultimativo, necessario ed irrevocabile, della de-umanizzazione operata dalla razionalità scientifica lungo l’intero corso del Moderno, il cui intrinseco artificialismo tecnologico oggi troverebbe fatale compimento nelle sembianze umbratili e fantasmatiche della realtà virtuale.

A tale rassegnata constatazione, che subisce l’obiettivismo della scienza inneggiando (in maniera non del tutto coerente) al relativismo dei valori, e che si reitera riproducendosi nelle infinite decostruzioni di tanta ermeneutica ‘debole’ e di tanto (sedicente) realismo ‘post-metafisico’, nulla concede la meditazione ontologica di Zourabichvili sull’individuo, la cui ratio è per lui ben lungi dal doversi esaurire nell’interpretazione ‘nichilistica’ che la tarda modernità ha dato, e continua a dare, di sé.

Il soggetto e l’Altro

La paradossalità della posizione ‘conservatrice’ di Zourabichvili rispetto al mainstream filosofico contemporaneo non si traduce, tuttavia, in un’adesione acritica al soggettivismo classico, cartesiano. E qui si riconferma la presenza cruciale di Spinoza: uno Spinoza molto ‘nietzscheano’ laddove, beninteso, anche Nietzsche sia stato sottratto all’ombra lunga ‘postmodernista’ di cui si è appena accennato (cfr. Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino 2017).

Spinoza agisce in Zourabichvili in un duplice senso.

Dapprima, teoreticamente, il concetto spinoziano di modo scongiura il rischio di scambiare il soggetto per una sostanza solipsistica auto-riferita e in sé conchiusa: il soggetto, ogni soggetto (quello singolo come quello collettivo) è espressione di una Sostanza che, pur incarnandosi nella rete immanente delle relazioni intramondane, tutte le trascende in quanto da nessuna relazione può mai venire definitivamente ‘com-presa’.

Al contempo, antropologicamente, la nozione spinoziana di conatus consente l’affrancarsi del soggetto dall’ipoteca intellettualistica che la modernità (o almeno, la sua versione ortodossa) gli ha spesso assegnato.

L’individuo, con la sua caratteristica intellettualità, non rappresenta una negazione della naturalità da cui proviene. La natura non “si annulla” nel soggetto pensante: l’individuo, al contrario, tanto più sarà tale – ossia, tanto più potrà ‘individuarsi’ (sese conservandi) – quanto più saprà pensare la natura che, in lui e fuori di lui, “si muove”.

Rendere “ragione” dell’Altro: è questa per Spinoza la ratio che fa del soggetto propriamente se stesso, perché soltanto l’intelligenza dell’alterità – di ciò che sempre ‘muta’ – assicura la “formazione” dell’individuo come identità, ossia come il Medesimo, ciò che sempre ‘sta’ (con tutte le risonanze hegeliane del tema, che Zourabichvili non manca di esplicitare).

Metafisica e potenza

Una siffatta interpretazione ‘energetica’ della ragione moderna – con la conseguente problematizzazione della matrice ‘politica’ che la innerva (l’inesausta dialettica tra politeia e polemos, tra ‘costituzione’ e ‘conflitto’) – rende la prestazione filosofica di Zourabichvili davvero sui generis, ma non deve trarre in inganno: non stiamo assistendo ad una versione aggiornata di “occasionalismo” irrazionalistico ed anti-moderno (che semmai del moderno razionalismo rappresenterebbe, qui come altrove, non altro che la cattiva coscienza).

La sfida lanciata da Zourabichvili si realizza sul piano ideale, anziché essere meramente ideologica. Si tratta di un’esperienza di pensiero rigorosa che ha dunque una veste, non arcaica, bensì archeica: è l’esperienza stessa della metafisica, la metafisica autentica (non certo quella degenerata in dogmatica), il cui fondamento – l’Arché – Zourabichvili intende riattualizzare.

Ciò che, ancora una volta, è reso plausibile dal ricorso al referente spinoziano, qualora si riporti all’attenzione una figura di notevole importanza per l’autore dell’Ethica: la metafora dell’infans. In virtù del principio cosmologico del «Deus sive Substantia sive Natura», con cui Spinoza legge in chiave ‘moderna’ l’antico Logos platonico ed ancor prima eracliteo, Zourabichvili ripensa alla medesima “volontà di potenza” che, trecento anni dopo, apparterrà all’Oltre-uomo di Nietzsche: l’allegoria metafisica del “fanciullo” che sa corrispondere – attraverso la ‘potenza’ della risata – all’eternità di ogni essente, al suo “eterno ritorno”, che è ‘potente’ in quanto manifesta presenza dell’assoluto possibile (cfr. Rocco Ronchi, Il canone minore. Verso una filosofia della natura, Feltrinelli 2017).

Ecco perché il «conservatorismo paradossale» di Infanzia e regno non ha nulla di moralistico, pur facendosi portatore di un’istanza paidetica ed ‘umanista’ decisiva e radicale: l’auspicio che ciascun individuo (e di conseguenza ciascuna collettività) sappia riconoscere la propria essenziale Physis, la “natura” irripetibile della propria originaria Singolarità, immagine di quella immemorabile potentia ‘creativa’ dell’Origine che nessuna Ragione è in grado di de-terminare ‘scientificamente’, ma che fonda la possibilità ontologica della nostra stessa esistenza.

Written by Davide Inchierchia

 

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Fonte

Le métier de la critique: la metafisica della potentia in François Zourabichvili