Omaggio al poeta moderno “Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni” di Mario Bonanno. A cura di un’indegna Alessandra Micheli

ho sognato di viverer.jpg

 

 

Come si fa a recensire un mito?

Io non lo so.

E quindi perdonatemi, metto la mia anima ai vostri piedi.

Ma qua si parla di Roberto Vecchioni.

E per voi è solo un nome, forse qualche nota.

Per me rappresenta il mio viaggio di vita.

Dalla delusione per il primo amore, alla lotta per un ideale.

Rappresenta la mia forza e l’intera mission del mio blog.

Non posso essere distaccata con Roberto.

Le sue non sono canzoni.

Sono parti di me che ritrovo alla radio, al festival, in ogni CD.

Lui è me e io sono lui.

Era lui a cantarmi l’ottimismo quando la mia storia più importante cadde a pezzi sopra di me, soffocandomi di detriti.

E mi diceva:

Quando continuerà il tempo dove tu manchi,

senza la nostalgia di strofinare i tuoi fianchi; quando ti fermerò tra i due miracoli di averti amata e perduta,

e li ti schiaccerò e li sarai finita…

Quando di questo amore saranno sparse le foglie,

e morirà l’orgoglio nel mio inventario di stelle;

quando ti avrò battuta,

cacciata sulla luna,

dimenticata per sempre

e avrò cantato il giorno che tu non sei più niente…


Ed è arrivata quella notte.

Assieme a te, con la tua mano che stringeva la mia.

Sei stato tu a consolarmi della perdita di mia nonna, con Ninna nanna

Invecchierai senza cambiare ma

perdonerai a tutti ma non a te

aspetterai come è tuo solito

finché verrà la luna a prenderti

e parlerai di me con tutti quanti

so che parlerai e che ci credo

e che son l’unico dirai

ma sbaglierai, invecchierai

sarà difficile vederti più

quasi impossibile

e non dovrai star con le carte su

non tornerò mai più per ultimo

ricorderai di me le sere

che parlavo insieme a te

un vecchio amore che non è finito mai

e il mio dolore rivedrai

E ascoltandoti il tempo si dilatava ed ero violinista, filosofo, o semplicemente un pastore incantato dalla luna.

Con Roberto il tempo si dilegua, da fattore fisico diventa fattore emotivo, il tempo del sogno degli aborigeni australiani, il tempo sospeso, laddove si ritrova la fame di dio, la voglia di superare i limiti, la volontà di gabbare la morte o di aspettarla quasi rassegnato, quella di prendere il dolore e sottometterlo al bisogno di vita.

E’ il tempo del non tempo, quel luogo incantato che la psicologa Clarissa Pinkola Estes chiamava il rio dabajo il rio, il fiume sotto il fume o più semplicemente l’oscurità junghiana.

E li si ritrova la rabbia e le stelle.

La voglia di spezzare il legame che ci unisce alla tradizione e alla consuetudine dicendo a quel dio dei padri

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo,

ci mancan, padre, gli altri,

gli altri, quello che noi non siamo;

ci manca,

anche se avessimo soltanto noi ragione,

l’umiltà di non vincere che fa eguali le persone.

E invece li strappiamo via in nome del signore,

come sterpaglia e funghi d’acqua,

nati qui per errore,

dovesse mai succederci,

ad esser troppo buoni di fare,

chissà poi per chi,

la figura dei coglioni.

Arrivederci padre o forse addio: mio nonno, era mio nonno il padre mio!

Cos’è allora il tempo per Roberto?

Bonanno lo indaga e lo fa attraverso la sua arte che è quella delle parole, parole mai finite ma che richiamano altre parole e dentro ci sono altre emozioni altri sentimenti, come se le sue canzoni fossero scatole cinesi. E allora il vero tempo è in un attimo incantato in cui tutto torna a coincidere, ad equilibrarsi a connettersi in un tutto organico e quasi perfetto.

Ed è nella nostra mente, troppo abituata all’immediatezza del reame fisico.

Mentre il cuore, la testa, la mente quella stuzzicata da Roberto non è altro che un eleatico capace di allungarsi cosi tanto da oltrepassare i confini.

E il tempo fisico non è altro che limite e confine esso stesso, cosi come sono le definizioni rigide che in Vecchioni mancano.

Come manca l’altro confine essenziale della sua poetica, (perché Roberto è un poeta) ossia Dio.

E nel rapporto Vecchioni /dio, che Bonanno e la stessa me umile allibita e sedotta dalla musica del suo mito, si ritrova.

Il rapporto con il signore del tempo, ossia colui che decide il nostro finale è estremamente libero, complesso e ribelle.

Ed è espresso dalla magnifica canzone la stazione di Zima.

In questo dialogo arrabbiato con Dio, Roberto e noi stessi non siamo estasiati di fronte alla sua magnificenza.

Anzi forse infastiditi.

Dio si mette sul suo trono adornato di cherubini, con la sua voce tonante e ci elenca tutte le sue formidabili doti: ha creato il cielo e quest’uomo imperfetto, suddito e servo, è degno soltanto di portare lodi riverite e timorate alle sue indegne labbra.

E quindi il tempo è scandito dalla agiografica fede di chi non si fa domande e accetta, probo e umile la sua decisione incomprensibile. Quella che divide in buoni e cattivi, in fortunati e poveracci, in atei e religiosi, in fortunati o sfortunati, quella che ci rende in fondo tutti sottomessi alla signora oscura con la falce, che stermina senza vedere, cieca e arrogante, lei signora morte.

Vecchioni non ci sta.

Non gli frega di cosa ha fatto Dio.

Non per blasfemia ma per l’orgoglio di questo essere che è stato messo per una scommessa o per caso su questo imperfetto universo, cosi innamorato della vita, da voler declinare l’invito di dio a raggiungere le alate schiere dei sui seguaci con un no fiero e pieno d’amore

Continua con me questo viaggio!-

E così sono lieto di apprendere

Che hai fatto il cielo

E milioni di stelle inutili

Come un messaggio,

Per dimostrarmi che esisti,

Che ci sei davvero:

Ma vedi, il problema non è

Che tu sia o non ci sia:

Il problema è la mia vita

Quando non sarà più la mia,

Confusa in un abbraccio

Senza fine,

Persa nella luce tua

Sublime,

Per ringraziarti

Non so di cosa e perché

Lasciami

Questo sogno disperato

Di esser uomo,

Lasciami

Quest’orgoglio smisurato

Di esser solo un uomo:

Perdonami, Signore,

Ma io scendo qua,

Alla stazione di Zima

Perché la vita, nonostante limiti ostacoli imperfezioni, nonostante quel dolore bastardo che ci porta a assistere alla morte insensata di ragazzi, di padri, di nonne, di innocenti, la vita è una grandissima avventura, favolosa e terrificante per la sua meraviglia.

Questo venire al mondo è stato

Un gran colpo di culo,

Pensa se non nascevi,

E se non potrai correre

E nemmeno camminare

Ti insegnerò a volare,

E non è il dolore che ci arresta, quell’ombra che noi coraggiosi affrontiamo e annichiliamo con la sete di vita

Ho conosciuto il dolore

(di persona, s’intende)

e lui mi ha conosciuto:

siamo amici da sempre,

io non l’ho mai perduto;

lui tanto meno,

che anzi si sente come finito

se, per un giorno solo,

non mi vede o non mi sente.

Ho conosciuto il dolore

e mi è sembrato ridicolo,

quando gli dò di gomito,

quando gli dico in faccia:

“Ma a chi vuoi far paura?”

Ho conosciuto il dolore:

ed era il figlio malato,

la ragazza perduta all’orizzonte,

il sogno strozzato,

l’indifferenza del mondo alla fame,

alla povertà, alla vita…

il brigante nell’angolo

nascosto vigliacco battuto tumore

Dio, che non c’era

e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci….e non c’era

ho conosciuto il dolore

e l’ho preso a colpi di canzoni e parole

per farlo tremare,

per farlo impallidire,

per farlo tornare all’angolo,

cosi pieno di botte,

cosi massacrato stordito imballato…

cosi sputtanato che al segnale del gong

saltò fuori dal ring e non si fece mai più

mai più vedere

Poi l’ho fermato in un bar,

che neanche lo conosceva la gente;

l’ho fermato per dirgli:

“Con me non puoi niente!”

Ho conosciuto il dolore

e ho avuto pietà di lui,

della sua solitudine,

delle sue dita da ragno

di essere condannato al suo mestiere

condannato al suo dolore;

l’ho guardato negli occhi,

che sono voragini e strappi

di sogni infranti: respiri interrotti

ultime stelle di disperati amanti

-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto –

insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?

Per una volta ascoltami!! Ascoltami

. e non fiatare

Hai fatto di tutto

per disarmarmi la vita

e non sai, non puoi sapere

che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,

appena-appena toccante,

e non hai vie d’uscita

perché, nel cuore appreso,

in questo attendere

anche in un solo attimo,

l’emozione di amici che partono,

figli che nascono,

sogni che corrono nel mio presente,

io sono vivo

e tu, mio dolore,

non conti un cazzo di niente

Ti ho conosciuto dolore in una notte di inverno

una di quelle notti che assomigliano a un giorno

Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente

io sono un uomo….e tu non sei un cazzo di niente

E quante volte ho urlato al cielo “Io sono un uomo e tu un cazzo di niente!”

E allora la meraviglia della vita si mostra nella semplicità schietta e genuina delle cose espressa mirabilmente in Rotary Club of malindi

Chi l’ha detto che siam nati per soffrire?

Pagare prima, poi vedere.

Chi l’ha detto che noi non ci abbiamo niente

è una falsa lingua di serpente.

Qui da noi c’è sempre roba da buttare,

mica siamo un mondo occidentale.

E abbiamo in mente un’organizzazione

per tutti i bianchi in depressione.,,,

E ancora grazie al primo esploratore

e all’inglese che era un gran signore,

l’italiano che non ci vuol mai truffare

e lo svizzero dal grande cuore!

Ci hanno cancellato fame e malattia,

e in attesa di sapere cosa sia

abbiamo la democrazia.

Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va

e nel silenzio si addormenta il sole,

ti prende in fondo una tristezza che non sai,

che non sai da dove viene:

sta nell’odore della sera

nel colore così basso del cielo

inventato dal vento,

e tutto passa e tutto è vivo e niente può tornare,

neanche Dio

da qualche stella d’argento.

E siamo noi occidentali, cosi pieni di storia e filosofia ad essere carenti.

Siamo noi a non salire orgogliosi sul tetto fottendocene dei successi e dei paludi sociali e suonare solo alle stelle perché è bello esprimersi e lasciare che musica e parole escano dal noi stessi per irrorare di luce l’altro:

Mi dicevo quando sarò grande

Sceglierò tra vivere e capire,

Se dovrò cambiare le mutande

Se dovrò restare, se dovrò partire:

Mamma sono diventato uomo,

E mi hai dato centomila lire,

Ma non sò né frate, né pompiere

Nianca sò poeta, nianca bersagliere.

Sai dov’è finito il tuo bambino?

Solo sopra il tetto a sonà il violino,

A sonà il violino sopra il tetto

Con un muro bianco proprio dirimpetto.

Figlio, figlio, se nessuno ascolta,

La tua mamma ti farà una torta,

Sona,sona figlio tutta notte,

Non ti disperare, tanto che ce fotte?

Mamma, mamma, forse il mio destino

Era lì sul tetto a sonà il violino,

Che mme frega se nessuno sente,

Tanto non lo suono mica per la gente

Sona, sona, figlio, figlio bello

Mamma tua ti porta il limoncello,

E ti porta pane e pecorino

Se ti viene fame prima del mattino.

Mamma, mamma, questo è il mio destino

Stare sopra il tetto a sonà il violino,

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

Se nessuno sente, sòno per le stelle;

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

La vita in Vecchioni in ogni sua sfumatura, nell’amore e nella sciocca esigenza di noi poveri sognatori a scrivere poesie, vale ogni istante e ogni cicatrice.

La vita è l’unico motivo per cui viviamo.

L’emozione di un incontro, di un ricordo, di un eterno cercare, la scoperta di quanto è bello camminare fino ad avere le scarpe rotte, vale ogni respiro mozzato.

Ed è la fede più profonda di Vecchioni per l’altro Dio, quello incarnato, quello che ha tolto a noi poveri stolti le catene che ci ancoravano a una visione distorta del mondo, bastato sulla sudditanza e sul sacrificio.

Ed è quella che Vecchioni in un momento atroce e di piena sofferenza offre alla vera divinità, cosi innamorato e cosi disperato:

Non a caso, in Le rose blu, al Dio delle distanze siderali Vecchioni sacrifica – per un solo miracoloquanto di più caro, intimo, caratterizzante, ha posseduto sin lì: l’intero corollario degli attimi vissuti. Le piccole/grandi stanze di vita quotidiana (gucciniane ma – di nuovo anche pascoliane) che affiorano alla memoria come ricordi.

Perché ecco che torna il suo concetto più amato, in fondo la morte non è che un risveglio cosi come ci narra in la leggenda di Olaf

sogno sognò sogno

e poi come tutti si risveglio

Allora la nostra esperienza umana è dicotomica. Da un alto c’è tutto quello di corrotto che ci distanzia dall’essenza del nostro esistere, denunciato in la gallina Maddalena:

Era una gallina vecchia,

ma sembrava sempre nuova,

e ingrassò per quarant’anni,

senza fare mai le uova;

ma un bel giorno venne il giorno

di ridare tutto indietro:

è rimasta Maddalena

senza penne sul di dietro.

E si dispera mattina e sera:

“Papà rubbava ma io sso bbrava!”

Tutta colpa dei tacchini,

delle papere e dei polli,

se da grandi i miei pulcini

non diventeranno uccelli;

Maddalena dei lamenti

che stà lì, che aspetta e spera,

Maddalena senza denti,

vittimista di carriera;

Maddalena dei padroni

che van bene tutti quanti,

gli stan tutti sui coglioni:

però manda gli altri avanti….

Cambia bandiera e si dispera,

la cambia ancora e dura un’ora...

e signor giudice,

Signor giudice

Lei venga quando vuole

Più ci farà aspettare

Più sarà bello uscire

Signor giudice

Si compri il costumino si mangi l’arancino

col suo pomodorino

Noi siamo tanti siam qua, già la chiamiamo papà

Di quei papà

Che non si conoscono

Quel giorno quando verrà giudichi senza pietà

Ci vergognano tanto d’essere uomini

Così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Abbiamo nonne abbiamo mamme così così

E quasi sempre sposiamo mogli così così

Se ci riusciamo facciamo figli così così

Abbiamo tutti le stesse facce così così

Viaggiamo poco, vediamo posti così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

Signor giudice noi siamo quel che siamo

Ma l’ala di un gabbiano può far volar lontano

Signor giudice qui il tempo scorre piano

Ma noi che l’adoriamo col tempo ci giochiamo

L’ombra sul muro non è una ragazza

Però ci fai l’amore per abitudine

Lei certamente farà quello che è giusto

Per noi che ci fidiamo e continuiamo

A vivere così così così

Sappiamo poco sappiamo cose così così

Ci accontentiamo perché noi siamo così così

A casa nostra ci sono quadri così così

E se c’è sole è sempre sole così così

E nelle foto veniamo sempre così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

e quel vivere in modo profondo ogni esperienza rifiutando il compromesso, e credendo in un mondo diverso dove i poeti sono capaci di sputtanarvi

Sanno treni fermi e una stazione

persa tra il cielo e il mare

hanno la prima metà di una canzone

l’altra metà da ritrovare

Hanno le vostre fandonie nelle orecchie

conoscono le vostre facce di culo

madri piene di tranquillanti

padri che vanno sul sicuro

I ragazzi nascondono lacrime sospese

come gatte gelose dei figli

hanno un bagaglio di speranze deluse

come onde che s’infrangono sugli scogli

Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato

hanno un piccolo fiore dentro

che c’è da chiedersi com’è nato

e cercano di amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e cercano di amare come uomini veri

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

non azzardatevi a toccarli mai

non azzardatevi a giudicarli

tirate via le vostre sporche mani

non confondetevi coi loro sogni continuate a costruire un mondo perfetto

dove potete specchiarvi

i poeti non saranno anche nessuno

ma hanno il potere di sputtanarvi

e vorrebbero amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

come uomini veri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

volare sui loro pensieri

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

E allora tutta la magia, tutto il mio amore per Roberto, nasce dalla sua capacità di comprendere e di mostrarmi un mondo diverso, un mondo meno stantio, meno rigido e meno strutturato.

Un tempo in cui forse la follia diviene creatività. Il tempo che mi resta per vivere appieno questa strabiliante immensa avventura

Ci sono foglie che si aggrappano ai rami

perchè non vogliono cadere mai,

ci sono stelle che si aggrappano al cielo

perchè si accorgono di finire, sai,

ci sono ubriachi che stringono il bicchiere

perchè è sempre l’ultimo che fa paura,

ci sono uccelli che sentono lo sparo

e contano quanto gli resta ancora.

Ed è soltanto una questione di tempo:

quello che serve a salvare un uomo,

il cielo quando è in attesa di un lampo,

una chitarra che aspetta un suono,

una ragazza col cuore in gola

perchè il suo amore non può finire,

il tempo prima della parola che non avresti mai voluto dire.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

io, non ti perdo mai ti aspetto al fondo di questa strada, sai;

tu, quanto tempo hai,

quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Ci sono ragazzi che chiudono gli occhi

e si distruggono in un altro tempo,

ma d’altra parte ci sono vecchi

che darebbero tutto per un momento,

ci sono lettere che non arrivano,

baci che restano immaginari,

ci sono treni che si stanno chiedendo

quando finiscono i binari.

E ci sono poeti che chiedono a Dio

un altro giorno per dire qualcosa

e giardinieri sdraiati di notte col naso sul gambo di una rosa,

ci sono bambini che aspettano

quando verranno per spegnergli la luce,

e uomini che hanno sfidato il tempo

perchè qualcuno fosse felice.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

basta solo sapere questo, sai; conta solo questo, sai.

Tu, quanto tempo hai tu, quanto amore hai:

non è niente, non è successo niente, sai,

dimmi solo se ti ho perso

o non ti ho perso mai;

tu, quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Capisco Bonanno quando scrive

Vecchioni riesce sempre a farmi piangere. Puntualmente. A ogni disco. Anche adesso, che di musica e parole ne ho digerite quanto basta e ne scrivo più o meno per mestiere. Quando credo di averla fatta franca, di essermi assuefatto al pathos dello scrivere/cantare vecchioniano, il colpo di coda, in chiusura di scaletta: la traccia tipica da lacrima in punta di ciglio.

E lui accade ogni volta che ascolta Viola d’inverno

Arriverà che fumo

o che do l’acqua ai fiori,

o che ti ho appena detto:

“scendo, porto il cane fuori”,

che avrò una mezza fetta

di torta in bocca,

o la saliva di un bacio

appena dato,

arriverà, lo farà così in fretta

che non sarò neanche emozionato …

Arriverà che dormo o sogno, o piscio

o mentre sto guidando,

la sentirò benissimo

suonare mentre sbando,

e non potrò confonderla con niente,

perché ha un suono maledettamente eterno:

e poi si sente quella volta sola

la viola d’inverno.

Bello è che non sei mai preparato,

che tanto capita sempre agli altri,

vivere in fondo è così scontato

che non t’immagini mai che basti

e resta indietro sempre un discorso

e resta indietro sempre un rimorso…

E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio,

non potrò farti segni,

tutto questo è vietato

da inscrutabili disegni,

e tu ti chiederai

che cosa vuole dire

tutto quell’improvviso starti intorno

perché tu non potrai, non la potrai sentire

la mia viola d’inverno.

E allora penserò

che niente ha avuto senso

a parte questo averti amata,

amata in così poco tempo;

e che il mondo non vale

un tuo sorriso,

e nessuna canzone

è più grande di un tuo giorno

e che si tenga il resto, me compreso,

la viola d’inverno

E dopo aver diviso tutto

la rabbia, i figli, lo schifo e il volo,

questa è davvero l’unica cosa

che devo proprio fare da solo

e dopo aver diviso tutto

neanche ti avverto che vado via,

ma non mi dire pure stavolta

che faccio sempre di testa mia:

tienila stretta la testa mia.

O con le Rose blu

Io ti darò

il mio primo giorno a scuola

l’aquilone che volava

il suo bacio che iniziava

il suo bacio che moriva

io ti darò

e ancora sai

le vigilie di Natale

quando bigi e ti va male

le risate degli amici

gli anni, quelli più felici

io ti darò…

A me accade ogni volta che ascolto Chiamami ancora amore.

E per la barca che è volata in cielo

Che i bimbi ancora stavano a giocare

Che gli avrei regalato il mare intero

Pur di vedermeli arrivare

Per il poeta che non può cantare

Per l’operaio che ha perso il suo lavoro

Per chi ha vent’anni e se ne sta a morire

In un deserto come in un porcile

E per tutti i ragazzi e le ragazze

Che difendono un libro, un libro vero

Così belli a gridare nelle piazze

Perché stanno uccidendo il pensiero

Per il bastardo che sta sempre al sole

Per il vigliacco che nasconde il cuore

Per la nostra memoria gettata al vento

Da questi signori del dolore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Perché le idee sono come farfalle

Che non puoi togliergli le ali

Perché le idee sono come le stelle

Che non le spengono i temporali

Perché le idee sono voci di madre

Che credevano di avere perso

E sono come il sorriso di dio

In questo sputo di universo

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà ben finire

Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Continua a scrivere la vita

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Che è così vera in ogni uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

E anche ora le lacrime scendono, rendendomi felice, rendendomi più umana di quanto ero prima di iniziare a scrivere.

E per ogni lacrima per quella notte maledetta che finirà prima o poi.

E difenderò quest’umanità

Anche se restasse un solo uomo

Io e Mario abbiamo lo stesso difetto, bellissimo e impossibile da togliere, quello di far suonare fino allo sfinimento le sue melodie e considerarlo un amico, un mentore, un maestro, un padre o un fratello,

E di non stancarci mai di applaudirlo, prima con il cuore e poi per ultimo con le mani.

So che non sarà la solita recensione, che apparirò quasi pazza o esagitata.

Ma capitemi.

Non si può chiedere a Micheli Alessandra di recensire un libro su Roberto Vecchioni.

e se ha tentato di fregarle

il tempo,

hanno fottuto il tempo

con l’amore.

Passano via così come aquiloni,

corrono dietro un vento che non c’è:

vincono a sogni, perdono a emozioni

le mie ragazze,

proprio come me

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“Dal profondo del cuore. diario di esilio di un cardiochirurgo” di Ciro Campanella, Di Renzo editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il libro di Ciro Campanella è arrivato in un momento propizio per me.

La necessaria riflessione sulla società in cui mi toccava vivere si sposava perfettamente con la rivalutazione di termini come ETICA e PASSIONE.

Chi mi segue sa quanto entrambi i termini siano fondamentali pietre d’angolo del blog che cerco di rendere realtà, e quanto per me l’etica (soprattutto) sia il motore unico in grado di far camminare il mondo.

Senza quello non si ha che una pallida imitazione della civiltà.

Il mio ragionamento non può non riferirsi al paese in cui sto lavorando. In cui sto respirando e in cui, volente o nolente, mi trovo ad agire e muovermi. Mettendo da parte le edulcorate immagini di nazionalismo e patriottismo, c’è bisogno di un’onestà ontologia di cui siamo, oggi, sprovvisti. Perché questi esacerbati sensazionalismi dell’ultimo momento si rivelano innecessari qualora si voglia trovare un’alternativa concreta ai nostri assunti culturali.

Il populismo, adornato di quel pallido e stantio amor di patria, risulta dannoso in una società incapace di muoversi; come se l’ingranaggio principale di un meccanismo che dovrebbe essere funzionale e capace di adattarsi fosse, da tempo, ingolfato o persino desolatamente rotto.

E il nostro voler imitare il simpatico struzzo non ci è affatto di aiuto.

Ben vengano i libri forti, quelli fastidiosi; libri che come uno schiaffo in volto sono capaci di risvegliarci.

E chi meglio di uno dei protagonisti (oserei anche dire ”vittima”) della nostra amabile tendenza al non fare, all’arrivismo e al malcostume, può scriverli?

Davanti alla parola scritta di un grande chirurgo, e sopratutto di una persona con PASSIONE, i nostri irrisori alibi cadono miseramente. Ci mostrano, al di dell’immaginario maestoso di una cultura che si adagia sugli allori di un tempo passato, una patetica, mal costruita, commedia dell’arte piena di guasconi, pulcinelle e millantatori.

A nulla valgono le nostre intemperanze, le frasi irritate, le scusanti “eh, ma noi non possiamo”, “eh, ma è facile parlare” degli opinionisti di turno. Di fronte a un esempio reale di cosa significhi saper temprare lo spirito, e non solo dedicarsi alla medicina, essi appaiono pietosi veli di maya atti a nascondere una verità scomoda.

Ciro Campanella ha un percorso intellettuale e professionale fatto di un elemento a molti sconosciuto: l’esperienza.

In medicina, ma direi in ogni contesto culturale, essa è la vera e unica maestra, in grado di adattare la teoria alla necessaria pratica.

Tutti conoscono il giuramento di Ippocrate, ma pochi, pochissimi, lo applicano per davvero.

Tutti urlano indignati contro la mancanza di meritocrazia, ma in segreto ognuno coltiva il proprio orticello privato. Tutti stilano un mesto elenco di persone che contano, per poter essere all’altezza della concorrenza.

Ma senza arte, senza capacità, si può davvero chiamare concorrenza?

Ciro Campanella si distingue.

Crea il suo percorso nutrendosi di esempi positivi, cercando di migliorare la sua manualità e sopratutto, proponendo alla sua mente il necessario allenamento per pensare fuori dagli schemi (“Out of the box”).

Ed ecco lo scandalo: un medico che, invece di eseguire pedissequamente i dettami della tradizione medico-accademica, cerca alternative grazie alle proprie conoscenze. Non ne diviene schiavo, ma semplicemente le usa per innovare e proporre soluzioni concrete ai problemi.

È questo che dovrebbe fare la cultura.

Questa dovrebbe essere la priorità di un medico: cercare di salvare più vite possibili.

Questa capacità di portare la mente a livelli superiori di apprendimento (chiamato da Gregory Bateson “deuteroapprendimento”, in cui si impara a imparare) è frutto di un elemento che a noi italiani disturba: il confronto con l’altro da .

Perché il suo mettersi in gioco equivale a incontrarsi e scontrarsi con le altrui esperienze; con mondi e schemi mentali diversi, che non solo lo arricchiscono dal punto di vista umano, ma che gli permettono di imparare dai grandi maestri.

E questo può compiersi solo grazie all’umiltà.

Ciro Campanella non vuole diventare un granitico professore, un rigido barone della medicina. Vuole curare le persone (ovvietà spesso trascurata), vuole che la medicina divenga un mezzo antico e onorato di preservare il dono della vita e provare a dare un freno alla morte. Non uno strumento per salire una scala sociale.

Immaginate una mentalità di questo tipo inserita nel contesto italiano, in cui essere medico è una posizione sociale, dove l’identificativo professore è uno status quo, dove dirigere un ospedale è soltanto fattore di potere, di carriera e, non ultimo, di interesse politico.

Ciro ci appare straordinario.

Ed è qua la nostra sconfitta.

Perché il grande Campanella rappresenta e dovrebbe incarnare, semplicemente la normalità. E che noi oggi riteniamo l’eccezione.

Nella nostra Italia nulla si fa più con passione.

i blog, né l’arte, né la scrittura.

Ok, seppur inquietante espressione di un malessere culturale, ci possiamo passare sopra.

Ma quando questo lassismo coinvolge i diritti, quando la politica prende il posto dell’etica, quando la medicina diviene finanza ed economia, siamo una società al tracollo.

Le parole taglienti del dottor Campanella possono farci male.

Possono far maturare una ferita infetta.

Possono lacerare letteralmente le nostre tronfie convinzioni.

Ma se, con animo scevro da un finto orgoglio, le possiamo assorbire possono condurci non solo al sollievo momentaneo, ma alla cura.

Siamo troppo abituati a crogiolarci in un passato che non stiamo meritando, e troppo impegnati a nascondere il marcio sotto eleganti tappeti orientali.

Siamo abituati a inorgoglirci del nulla: davanti al politico che fintamente alza la testa contro l’Europa, davanti alla vittoria della squadra nei mondiali o negli europei.

Ma è un orgoglio fittizio.

Se fossimo davvero fieri della nostra storia, della nostra Italia, inizieremmo ad amarla seriamente fino a voler scoperchiare tutto il marcio per raccontarlo. Inizieremmo a indagare le rotture nel sistema per ripararle.

Inizieremmo ad appoggiare persone scomode, aliene, come Campanella e con uno sguardo fiero distruggeremmo quei muri che ostacolano la nostra crescita.

Daremmo ragione a tutti coloro che criticano il nostro modus operandi, che ci avvertono di quanto la perdita di sogni, speranze, volontà, e passione sia deleteria per il futuro di questo stato morente.

Ecco perché vi invito a leggere questo libro, a piangere anche sui nostri disastri ma a decidere di porre rimedio.

Siamo ancora in tempo.

 

Nel regno unito il medico la scrivania non ce l’ha. La sua vita è con i pazienti. L’unico tavolo che vede è quello operatorio.

Mi guardo bene dal generalizzare ma se cose simili accadono, seppure in un solo ospedale o in una sola città, saranno comunque un ospedale e una città di troppo.

 

Il libro di Ciro Campanella è arrivato in un momento propizio per me. La necessaria riflessione sulla società in cui mi toccava vivere, si sposava perfettamente con quella rivalutazione di termini come etica e passione.

Chi mi segue sa quanto entrambi i termini siano siano fondamentali pietre d’angolo del blog che cerco di rendere realtà e quanto per me l’etica, sopratutto, sia il motore unico in grado di far camminare il mondo.

Senza questo non si ha che una pallida imitazione della civiltà.

E il mio ragionamento, non può non riferirsi al paese in cui sto lavorando, in cui sto respirando, in cui volente o nolente, mi trovo ad agire e muovermi. Mettendo da parte le edulcorate immagini di nazionalismo e patriottismo c’è bisogno di un’onesta ontologia di cui siamo, oggi, privi. Perché questi esacerbati sensazionalismi dell’ultimo momento, si rivelano innecessari, qualora si voglia trovare davvero un’alternativa valida ai nostri assunti culturali.

Il populismo adornato di quel pallido e stantio amor di patria, risulta dannoso qualora la società siffatta risulta incapace di muoversi, come se qualche ingranaggio di un organismo che dovrebbe essere funzionale e capace di adattamento fosse, da tempo, ingolfato,non funzionante o persino desolatamente rotto.

E il nostro voler imitare il simpatico struzzo non ci è affatto di aiuto.

Ben vengano libri forti, libri fastidiosi, libri che come uno schiaffo in volto sono capaci di risvegliarci.

E chi meglio di uno dei protagonisti, anzi oserei dire “vittima” della nostra amabile tendenza al non fare, all’arrivismo al malcostume, può denunciarlo?

Davanti alla parola scritta ad opera di un grande chirurgo e sopratutto di una persona con PASSIONE, i nostri irrisori alibi cadono miseramente, mostrandoci al di la dell’immaginario maestoso di una cultura che si adagia sugli allori di un tempo oramai passato, una patetica, mal costruita commedia dell’arte piena di guasconi, di pulcinella e di millantatori.

E nulla valgono le nostre intemperanze, le frasi irritate, le scusanti “Eh ma noi non possiamo” “eh ma è facile parlare”degli opinionisti di turno. Di fronte a un esempio reale,di cosa significhi non solo dedicarsi alla medicina ma sopratutto saper temprare lo spirito essi appaiono pietosi veli di maya atti a nascondere una verità scomoda.

Ciro Campanella ha un percorso intellettuale e professionale fatto di una elemento a molti sconosciuto: l’esperienza.

In medicina, ma direi in ogni contesto culturale, essa è la vera e unica maestra, in grado di adattare la teoria alla necessaria pratica.

Tutti conoscono il giuramento di Ippocrate, ma pochi, pochissimi li applicano per davvero.

Tutti urlano indignati contro la mancanza di meritocrazia, ma in segreto ognuno coltiva il suo orticello privato, tutti stilano un mesto elenco di persone che contano, per poter essere all’altezza della concorrenza.

Ma senza arte, senza capacità si può davvero chiamare concorrenza?

Ciro Campanella si distingue.

Crea il suo percorso nutrendosi di esempi positivi, cercando di migliorare la sua manualità e sopratutto, proponendo alla sua mente il necessario allenamento per pensare fuori dagli schemi “Out of the box.”

Ed ecco lo scandalo.

Un medico che invece di eseguire pedissequamente i dettami della tradizione medico accademica, cerca alternative grazie alle sue conoscenze. Non ne diviene schiavo, ma semplicemente le usa per innovare e proporre soluzioni ai problemi.

Ed è questo che dovrebbe fare la cultura.

Questo dovrebbe essere la priorità di un medico: cercare di salvare più vite possibili.

Questa capacità di portare la mente a livelli superiori di apprendimento ( chiamato da Bateson deuteroapprendimento) è frutto di un elemento che a noi italiani disturba: il confronto con l’altro da se. Il suo mettersi in gioco equivale a incontrarsi e scontrarsi con altrui esperienze, con mondi diversi, con diversi schemi mentali che non solo lo arricchiscono dal punto di vista umano, ma gli permettono di imparare dai grandi maestri.

E questo è possibile grazie all’umiltà.

Ciro Campanella non vuole diventare un granitico professore, un rigido barone della medicina.

Vuole curare le persone ( ovvietà spesso trascurata) vuole che la medicina divenga non strumento per salire la scala sociale, ma un mezzo antico e onorato di preservare il dono della vita.

E provare a dare un freno alla morte.

Immaginate una siffatta mentalità inserita nel contesto italiano, laddove medico è posizione sociale, dove l’aggettivo professore è uno status quo, dove dirigere un ospedale è soltanto fattore di potere, di carriera e perché no di interessi politici.

Ciro ci appare straordinario.

Ed è qua la nostra sconfitta.

Perché il grande Campanella rappresenta e deve rappresentare, semplicemente la normalità.

O meglio quella che dovrebbe essere la normalità e che noi, oggi consideriamo l’eccezione.

Nella nostra Italia nulla più si fa con passione.

Ne i blog, né l’arte, né la scrittura.

Orbene, seppur inquietante espressione di un malessere culturale, ci possiamo passar sopra.

Ma quando questo lassismo coinvolge i diritti, quando la politica prende il posto dell’etica, quando la medicina diviene finanza e economia, siamo una società al tracollo.

Le parole taglienti del dottor Campanella possono farci male.

Possono far maturare una ferita infetta.

Possono lacerare letteralmente le nostre tronfie convinzioni.

Ma se con animo scevro da un finto orgoglio, le possiamo assorbire, possono portare non al solito sollievo ma alla cura.

Siamo troppo abituati a crogiolarci su un passato che non stiamo meritando, troppo impegnati a nascondere il marcio sotto eleganti tappeti orientali.

Siamo abituati a inorgoglirci del nulla, o davanti al politico che fintamente alza la testa contro l’Europa o davanti alla vittoria della squadra nei mondiali o negli europei.

Ma è n finto orgoglio.

Se fossimo davvero fieri della nostra storia, della nostra Italia, inizieremmo a amarla davvero fino a voler scoprire questo marcio e iniziare a raccontarlo. Inizieremmo a indagare le rotture nel sistema e ripararle.

Inizieremmo ad appoggiare persone scomode, aliene come Campanella e con uno sguardo fiero iniziare a distruggere quei muri che ostacolano la nostra crescita.

Daremmo ragione a tutti coloro che criticano il nostro modus operandi, che ci avvertono quanto la perdita di sogni, di speranze di volontà, di passione sia deleteria per il futuro di questo stato morente.

Ecco perché vi invito a leggere questo libro, a piangere anche sui nostri disastri ma a decidere di porre rimedio.

Siamo ancora in tempo.

 

Nel regno unito il medico la scrivania non ce l’ha. La sua vita è con i pazienti. L’unico tavolo che vede è quello operatorio.

Mi guardo bene dal generalizzare ma se cose simili accadono, seppure in un solo ospedale o in una sola città, saranno comunque un ospedale e una città di troppo.

“Blade runner 1971: il Prequel” di Tessa B. Dick Terebinto Edizioni. A cura di Aurora Stella. introduzione a cura di Alessandra Micheli

 

Introduzione. 

Perché leggere il libro  Blade Runner 1971: Il Prequel di Tessa B. Dick?

I motivi sono molteplici. Tessa tenta di farci entrare ne delirante mondo del mitico Philip cercando di farci comprendere come sono nati i suoi incommensurabili capolavori. E lo fa con uno stile originale e coraggioso che riesce a trasportarci in un universo onirico e psichedelico, ricco di creatività come di ossessive paranoie. Si scopre un uomo tormentato ma in cerca di costanti stimoli intellettuali, dalle idee discordanti e a volte inquietanti che daranno vita a capolavori come La svastica sul sole, Ubik e il famosissimo Il cacciatore di androidi da cui è stato tratto Blade Runner, capolavoro assoluto di fantascienza. Caratteristica di Dick è stato sempre il suo stile particolare, definito cyberpunk e, per certi versi, antesignano dell’avantpop.

E sono questi due dettagli a inquadrare il testo scritto da Tessa e a farci comprendere come, plasmata dalla vita non facile ma sicuramente stimolante, con un genio di questo calibro, l’ha influenzata confondendo la sua voce con quella del marito, una voce fuori dal coro, una voce capace di insinuarsi nei meandri di quei punti di contatto tra la nostra percezione della realtà e le altre dimensioni. Il cyberpunk, infatti, caratteristica di tanti suoi libri, è una corrente letteraria e artistica nata nella prima metà degli anni ottanta del XX secolo, nell’ambito prettamente fantascientifico di cui è divenuto un sottogenere. Il nome lo si fa derivare da cibernetica e punk, coniato da un certo Bruce Bethke come titolo per il suo racconto Cyberpunk appunto del 1938

Ed è la cibernetica la chiave per interpretare in modo ottimale il testo di °Tessa Van Dick. Essa infatti coniuga le antiche conoscenze amate da Philip come lo gnosticismo, le dottrine manichee e neoplatoniche, con la moderna visione dell’universo senziente.

La cibernetica, infatti, raggruppa un vasto programma di ricerca interdisciplinare rivolto allo studio matematico degli organismi viventi, dei sistemi naturali e artificiali. La cibernetica nacque durante gli anni della seconda guerra mondiale su uno stimolo di un gruppo di ricercatori tra i quali spicca il mitico matematico Norbert Wiener. In sostanza si cercò di studiare la vita e le sue manifestazioni principali tramite gli strumenti concettuali sviluppati dalle nuove tecnologica come autoregolazione, comunicazione e calcolo automatico. Questa nuova frontiera scientifica cambiò del tutto il paradigma della percezione del reale, non più considerato monistico ma eterogeneo e multiforme.

Pertanto, il cyberpunk di Philips affronta da una diversa prospettiva epistemologica le scienze avanzate con una naturale propensione alla ribellione nei confronti dei sistemi ontologici di pensiero ormai superati e un cambiamento radicale nell’ordine sociale.

E non a caso Tessa ci racconta di un Dick al limite dell’accettabilità sociale, immerso in un mondo multiforme dalle numerose ramificazioni che oscillano tra incubi e sogni. Dick fu capace di anticipare i tempi, di esplorare mondi alternativi, di evidenziare come la realtà non sia univoca ma sfaccettata. Rappresentante migliore della fattibilità della teoria delle stringhe il Dick raccontato da Tessa è una figura evanescente, fragile eppure potente, capace di conoscere e sperimentare proprio quegli strappi nell’universo einsteiniano che oggi tanto ci affascinano.

Non entrerete in un mondo coerente. Anzi. A volte risulterà disturbante e fastidioso. Attaccherà il rigoroso metodo di logicità lineare a cui la società occidentale ci ha abituato. Ma sarà un viaggio indimenticabile, ricco di meraviglie e orrori che renderà l’uomo Dick ancor più vicino alle nostre fantasie nascoste.

Lascio ora la parola a Aurora che ci accompagnerà in questo viaggio allucinatorio e intrigante. Sedete comodi e allacciate le cinture!

Alessandra Micheli

 

 

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di 
Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire. »

Rutger Hauer/Roy Batty

 

 

Chi, ascoltando o leggendo queste parole, non rammenta Blade Runner? Nel 1982, anno di uscita del film, poche persone (almeno in Italia) sapevano che quella pellicola, a tratti un po’ lenta e oscura, fosse l’adattamento cinematografico di un libro intitolato “Anche gli androidi sognano pecore elettriche?”. Pur apprezzato dallo stesso Dick, libro e film presentano (non che sia una novità) delle differenze, ma non è questa la sede per discutere l’ovvio.

Prima di fare ciò che consiglia l’autrice di questo libro cioè:

 

 Prendete tutte queste parole e fatele vostre. Accomodatevi sul divano accanto a Philip Dick e ascoltatelo raccontare. Non prendete per oro colato le sue descrizioni del tappeto che tenta di vendervi: ascoltate con orecchio critico, poi portatevi a casa le idee che vi funzioneranno meglio. Disegnate il vostro arazzo personale usando le parole di lui e i vostri stessi pensieri

 

vi consiglio di puntare l’attenzione su alcuni aspetti che le opere vanno a toccare. Primo tra tutti il “mondo dei robot”. Nel film vengono chiamati replicanti, mentre nel libro sono androidi, ma il loro essere altro da noi, non cambia.

Quella che oggi chiamiamo IA (intelligenza artificiale) e che ci segue sempre  più da vicino sotto forma di cellulari, elettrodomestici “intelligenti” , ma anche in veri e propri prodotti robotici, è sempre stato un chiodo fisso dell’uomo. Riuscire a creare qualcosa che lo portasse sempre più vicino all’idea di Dio. A sentirsi cioè creatore. Non padre, non generatore di vita, di una continuità genetica o come risposta al più puro “istinto di conservazione”, ma un atto di volontà da cui scaturisca la vita. E se pensate che la robotica abbia conosciuto il suo acme con Asimov o Dick vi state sbagliando. Loro hanno semplicemente modernizzato e reso più “macchinologico” ( averi potuto dire elettronico ma preferisco un neologismo) l’idea primordiale dell’uomo.

Se facciamo un salto indietro nella storia, difatti la prima creatura artificiale di cui abbiamo notizia è il Golem.

Vi starete chiedendo quale possa essere l’attinenza di una creatura di argilla con un  robot.

Seguitemi nell’equivalenza.

Un robot è una creatura creata dall’uomo, come il golem

il robot possiede una programmazione a cui non può sfuggire e seguirà il diktat imposto. Così come il golem che eredita in tutto  e per tutto il “carattere “ di chi lo ha plasmato.

Un robot può essere fermato. Con un tasto “off”, con una programmazione, con una password. Così come il golem al quale, cancellando la lettera “e” dal quintetto “emeth=verità”, diviene “meth= morto” e cessa la sua attività.

Niente di nuovo sotto il sole dunque, per quel che riguarda desideri e presunzioni dell’uomo. Ma essendo avvezzi a considerarci creatura e sapendo come siamo stati banditi dall’Eden ( o forse ci siamo semplicemente ribellati a una programmazione?) temiamo questo comportamento nelle nostre creazioni.

Un vecchio proverbio recita: il gatto nella credenza, male fa e male pensa.

Noi, in effetti, siamo quel gatto. Ed ecco che creiamo (Ringraziamo Asimov) le tre leggi della robotrica, il cerchio di protezione perfetta, la nostra via di fuga. Ai nostri robot noi non diamo un libero arbitrio. Non facciamo l’errore che è stato fatto con noi.

Ma si sa, il diavolo fa le pentole e non i coperchi, (tanto per restare in tema) quindi anche le tre leggi ci sembrano insufficienti. Perchè qualcosa può sempre sfuggire e può rivoltarsi contro di noi.

Ed ecco qui i nostri replicanti o androidi che dir si voglia in cerca, attinenti con il pensiero dei loro creatori, di prolungare la loro esistenza, di andare oltre la loro programmazione, di non vedere i loro ricordi, le loro esperienze ( un frammento di ciò che noi potremmo definire anima) perdute come lacrime nella pioggia.

In letteratura essi risentono, come gli extraterrestri d’altra parte, dell’influsso del periodo storico in cui l’autore vive: sono buoni o cattivi, ribelli o pacifici secondo il momento.

Ma se gli extraterrestri possono essere sconfitti o possono rivelarsi amici, così non è per i robot. Anche il sintetico più fedele (pensate a Bishop di Alien o a Data di Star Trek) potrebbe nascondere un piccolo neo, un’imperfezione nella programmazione, un qualcosa che gli faccia comprendere che può ribellarsi, che può sconfiggere o schiavizzare l’uomo (Terminator, Matrix) che può infiltrarsi (il mondo dei robot) tra noi senza che riusciamo a distinguerli. Perchè il nostro desiderio di emulare il Creatore è sconfinato quanto la nostra ambizione. E se da un lato il voler creare a tutti i costi la perfezione (pensate a quanto possa essere crudele impiantare dei ricordi di un’infanzia fittizia in un essere creato in laboratorio), dall’altro sappiamo che il prezzo dell’ambizione spesso è la caduta.

Potrai davvero mai distinguere un replicante , un terminator, un robot da un essere umano?

Ma cosa passa nella testa di uno scrittore di fantascienza quando si cimenta con i robot?

Leggendo questo libro e sedendovi accanto a Philip Dick, scoprirete attraverso una visone “psichedelica” cosa ha portato l’autore a creare le sue opere.

Ma non pensiate di farlo in tranquillità. Leggendo questo libro sarà come sedersi sulla plancia dell’Enterprise e arrivare a WARP 10 (curvatura per gli amanti dell’italiano) ed essere a velocità infinita (non quella smodata di Balle spaziali) trovandoci contemporaneamente in ogni luogo e in tutti i tempi.

Se oltre ad essere lettori e manti di quel genere di nicchia che è la fantascienza, per puro caso foste anche scrittori di questo genere letterario e vi sentiste poco compresi o apprezzati, sappiate che, anche i grandi maestri come lui, hanno dovuto ingoiare rospi grandi come portaerei. Ve lo racconterà l’autrice in persona

 

Ben presto la scuola di critica letteraria post-moderna renderà accettabile al lettore l’idea di poter dissentire con l’autore sui temi delle sue opere. Phil si troverà davanti a professori universitari che gli spiegano di che cosa parlano i suoi libri, pure scaldandosi se lui non è d’accordo. Dichiarano di saperla più lunga di lui.

 

 

“Cagliostro. L’amico degli uomini” di Elio Manili, Tipheret Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

Salmo otto

 

Scrivere una recensione di un siffatto romanzo è un ardua impresa. Non si tratta di una semplice opera di narrativa, ma di un eccelso saggio romanzato, che dipinge in colori sgargianti una grandiosa pagina di storia umana. Un libro iniziatico che ti pone di fronte a una domanda fondamentale:

Cos’è l’uomo?

E perché Dio se ne cura?

Cosa può davvero portare il paradiso sulla terra?

Manili ha semplicemente utilizzato in modo perfetto le sue conoscenze che oscillano tra esoterismo, storia e psicologia creando un  affresco poetico su di una figura importante e controversa. Il conte Alessandro Cagliostro.

Il libro parla proprio di questa enigmatica figura; massone, medico, alchimista dominò in modo ipnotico la società culturale del tempo, riuscendo nel 1783 a fondare la Loggia massone egizia. Questo fu un evento di portata epocale perché restituiva alla massoneria la sua antica identità egizia. I libro di Manili ripercorre il mito del conte rielaborandolo in modo tale da restituire al nostro conte una dimensione molto più umana, priva di ogni connotazione leggendaria e spesso controversa.  Nel mirabolante vissuto di di Giuseppe Balsamo si intrecciano figure importantissime tra cui il principe di Sanservero ( un genio troppo spesso dimenticato) Casanova, il cardinale di Rohan altre figure interessanti  che accompagnano, contrastano e guidano la vita di Giuseppe fino alla sua piena realizzazione umana e morale

La bellezza del libro tuttavia, risiede nell’aver voluto dipingere una figura controversa, ingombrante e spesso sottovalutata come un uomo totalmente umano. Un uomo che nella sua ricerca della conoscenza affronterà i suoi lati più oscuri e imperfetti, come si definisce lui stesso:

 

“Anche io sono stato lupo tra gli agnelli , ma un giorno la luce divina ha attraversato la mia anima spingendomi a trovare gioia nella felicità dei miei fratelli”

 

Cagliostro uomo conosce, osa, sfida anche l’autorità della legge divina. E’ un uomo dalle grandi qualità, dall’intelligenza vivace, sbaglia inganna, mente ma pur nel cammino tortuoso della sua esistenza non stacca gli occhi dalla luce che vede alla fine del tunnel. Un Cagliostro a volte inadeguato, che non perde mai la fiducia di essere migliore e di arrivare alla perfezione della sua origine divina. Perché Cagliostro non perde la speranza, né la forza morale che, solo chi sbaglia ha di riconoscere e mantenere la scelta di essere un figlio dell’armonia piuttosto che del caos.

Toccando la vita in ogni suo aspetto, oscuro e luminoso, di giustizia e inganno, di bontà e malefatte conosce, sa comprende e può davvero scegliere. Come si può scegliere la via della luce se non si è mai compreso cos’è l’oscurità? Come si può davvero credere al bene se non ci si è mai avvicinati al male? Come si può credere alla bontà dell’uomo, alla sua perfettibilità se non si è mai scesi nell’abisso delle passioni, dell’egoismo e della tentazione che tanto affliggono noi esseri umani? No. Cagliostro ci insegna come un vero percorso spirituale passa attraverso l’abisso. Non va allontanato ma affrontato compreso e abbracciato perché diventi luce. Cosi come Cagliostro riesce a affrontare la parte oscura di se stesso, rappresentata in modo magistrale dal Demon il malvagio. E il temine Demon (demone ) è quella soglia che separa l’umano dal terreno, che racchiude in se ogni peccato e ogni incompletezza umana, e che, pertanto, deve essere combattuto e vinto se si vuole abbeverarsi dalla luce divina. Ma che ricorda anche il daimon splendidamente descritto da Phil Pullman nel suo libro “queste oscure materie” che rappresenta l’alter lego della persona…ed ecco che allora il nostro Cagliostro deve affrontare l’altro se stesso, proiezione delle più recondite tenebra dell’animo, quel destino non scritto che è causato dagli impulsi e dalla psiche più profonda e non conosciuta.

Non abbiamo qua un modello etereo di virtù, ma un uomo la cui virtù la conquista passo per passo, attraverso mirabolanti avventure e incontri decisivi. Attraverso, semplicemente l’esperienza; reso eccezionale perché soggetto a cadute e capace pertanto di rialzarsi sempre più deciso e convinto che solo il riconoscimento che la legge terrena non è altro che riflesso della legge divina può modellarci davvero e renderci uomini. Perché l’uomo è responsabile non solo delle scelte ma del pensiero sottostante che le guida.

Ecco che la disciplina del pensiero può cambiare il mondo molto più di un azione reale. ce lo spiega meravigliosamente Manili descrivendo l’incontro tra Cagliostro e gli illuminati:

 

“ voglio porvi una sola domanda come si potrà costruire la nuova era e la società ideale che si basi sulle uguaglianza sulla libertà e sula fraternità se tutte le nazioni che il mondo conosce si reggono sul potere di uno solo monarca?

Conte di Cagliostro qualsiasi regno esistente ha poggiato il proprio consenso sull’uso delle armi e della legge del più forte. Partendo da tale premessa non è difficile giungere alla conclusione che le classi sottomesse o estromesse arbitrariamente dall’esercizio del potere devono sollevarsi e travolgere tutto questo iniquo impianto giuridico ricorrendo a loro volta all’uso della violenza nel caso in cui le classi egemoni non siano disposte a rinunciare all’esercizio del potere

State forse alludendo allo scoppio di rivoluzioni? Proprio cosi. Bisogna rimuovere alla radice la cause che ostacolano il progresso umano

Giammai il conte di Cagliostro darà adesione a  un tipo di disegno politico che causerà un bagno di sangue.. la mia idea di società rifiuta l’esercizio dell’odio e di qualsiasi tipo di violenza anzi l’unica arma che conosco per migliorare il mondo è l’amore verso il prossimo”

 

Ed è questo che traspare dal libro. La consapevolezza che non è possibile creare l’uguaglianza con la violenza, che non si combatte un regime tirannico con un altro che usa lo spargimento di sangue come dice Matin Luther King:

 

l’oscurità non scaccia l’oscurità solo la luce può farlo. L’odio non scaccia l’odio solo l’amore può farlo.

 

Quello che serve è un cambiamento del pensiero, della nostra visione della realtà. Non importa se è difficile, se è dura, se ci sempre solo utopia. L’utopia il mito, le antiche conoscenza rinnovano e danno nuova identità al nostro modo di rapportarci con l’esterno. Danno occhiali nuovi con cui interpretare la realtà con cui concepire i rapporti umani. Ed è da questo che si rinnova il mondo, che scatta il vero cambiamento. L’utopia portata avanti da Cagliostro nel suo progetto di riunire la logge massoniche è metafora della riunione di tutte le razze, di tutte le religioni di tutti gli essere umani sotto l’egida della Bellezza, della carità, dell’amore e della compassione, in sostanza di un Dio che rifiuta ogni definizione e semplicemente risplende come un sole sui nostri cuori.

Ed è con il sogno utopico di Cagliostro che questa luce avvolge anche noi lettori:

Molte utopie resteranno tali e non saranno mai raggiunte ma ci saranno sempre pochi uomini eletti che spenderanno la propria vita illudendosi di poterle realizzare. Anche io ho tentato di percorrere le strade della mia vita avendo in mente il sogno di poter attuare la rivoluzione delle coscienze degli uomini..

E finché ci saranno uomini che ci daranno utopie su cui basare la nostra personale indagine, che cambieranno per sempre la visione della realtà, l’uomo avrà sempre una possibilità di risveglio.  Cagliostro in questo romanzo è davvero amico degli uomini perché continua a credere a preservare nella ricerca della verità e a custodire alcune delle pagine migliori delle filosofie che nei secoli sono state prodotte da grandi menti e da grandi civiltà.

Elio Manili ce ne regala uno straordinario assaggio proprio in quest’opera che si rivela completa, colta, profonda e importante per la coscienza di ognuno di noi.

Trascrivendo con maestria le antiche conoscenza ci regala molto di più di un libro…ci regala la nostra origine, la verità e la consapevolezza che in fondo, Dio ci ha scelti per una grandioso viaggio iniziatico.

Tutti noi siamo Cagliostro. E tutti noi possiamo toccare l’assoluto.