“Swing” di Marco Gnemmi, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Sono nel pieno del vortice di emozioni antiche e mai conosciute prima, nello swing certo, ma quello che entra nelle stanze e nelle strade senza che si possa dire beh. E ci entra ad ogni ora, che si suoni o no, perché non sono note, non sono solo note a fare il jazz. Sono cose, persone, incontri dentro e fuori uno spartito a rendere un sogno tanto immaginato quanto reale

La prima cosa che ho fatto dopo aver letto swing è stato bearmi delle note di Otis Redding.

Mi sono seduta sul divano, lasciando che la sua voce quasi strascinata, avvolgesse un anima assetata, stufa di lottare contro le seduzioni di un mondo di cartapesta.

E la ruvidezza poetica del rhythm and blues è la panacea di ogni male, la carica per affrontare ogni fallimento.

Jhonny è un po’ il mio alter ego.

Guarda l’abisso dove scivolano tutte le sue conquiste e si siede sul bordo, totalmente rinchiuso in un modo di sogni e immagini, troppo stanco per rialzarsi.

E cosi la sua vita reale si affievolisce tanto da renderlo un po’ evanescente.

Ma non totalmente irreale, ci pensa il blues, lo swing a preservarlo da ogni tentazione nociva: quella di scomparire.

Perché quando la vita non segue le nostre organizzazioni mentali, quando hai tanto sudato per ottenere solo una manciata di sabbia che piano piano scivola via…il prezzo da pagare per riprovarci è troppo alto. E chi ha un animo creativo non può non rifugiarsi in un interiorità che, smette di essere nutrimento e sprone per realizzare azioni concrete, ma diviene prigione.

Una bellissima prigione.

Fatta di suono e deliri.

Fatta soltanto e unicamente di emozioni.

Il problema è che siamo persone.

E l’essere umano, per un assurdo volere divino, ha bisogno dell’altro o degli altri per essere.

E non solo come potenzialità ma come concretezza.

Siamo qua per nominare il mondo e plasmarlo, come sciocchi ma fieri demiurghi ardimentosi nella loro capacità di superare i limiti.

In questo libro lo swing è l’unica vera redenzione possibile, quella che ci crea un guscio meraviglioso in cui rannicchiarci.

Ma essendo una musica piena di spine non solo di rose, ci stuzzica.

Ci ferisce.

Ci punge.

Perché chi suona il blues deve poter vedere.

Chi suona il jazz deve avere la passione carnale.

E per averla non deve nutrirsi solo di vanesi vagheggiamenti ma vivere. Ferirci e riversare sangue sulle note.

Otis lo fa.

In I’ve Been Loving You Too Long la sua voce si fa arrabbiata e sofferta. Spacca i muri, rompe le convenzioni stilistiche.

E’ un lamento alla luna pieno, però, di quella voglia di spaccarlo questo mondo.

Inizia quasi lieve per poi acquistare una forza indomita durante il percorso scandito da batteria e sax.

E’ arrabbiato, disperato in cerca di un senso.

E il senso arriva, quasi richiamato da quelle silenziose lacrime.

Lo swing è quella forza che a noi umani ci manca quando ogni nostra conquista si scioglie come neve al sole.

E’ il respiro catarroso di un vecchio contadino che ancora si affatica a lottare contro l’aridità di una terra bruciata dal sole.

E’ la risata irriverente di bambini che cercano rane gracchianti negli stagni.

E’ la luna che bacia il sole fregandosene dei rischi di scomparire tra i suoi raggi.

E’ la capacità di aprirsi all’esterno e di trasformare gli input in emozioni. E’ il dolore che crea meraviglie in suoni e ritmo.

Ho amato il blues ogni volta che ho pianto.

Ho venerato il jazz ogni volta che pioveva e io mi trovavo al bivio, indecisa se rinascere e provarci o lasciare tutto alla deriva.

Sono come Johnny incastrata in quel mondo di fantasia, eppure capace di risorgere e sbrogliare i nodi.

E’ un omaggio alla musica, quella vera, quella di fango e sudore, quella di bourbon e sogni appena accennati.

Di viaggi, di illusioni, di fumosi sogni.

E’ un omaggio a accogliere la vita in ogni sua sfaccettatura, rischiando di abbracciarla nonostante somigli tanto alla venere di Norimberga.

Ma il jazz se ne frega di sanguinare perché è da quel sangue che crea arte.

Un libro che suona.

Apritelo e lasciate che Gillespie, Redding, Williams dipingano la vostra vita.

Perchè la musica salva.

E ci trascina fuori da un marciume fatto di infrante illusioni, di stanchezza e di gironi sempre uguali

La verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e me ne stavo seduto sul mio prato ad ascoltare il mangiadischi cantare

la verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e ascoltavo mia madre parlare, mio fratello giocare e l’universo a girare

e me ne stavo da solo a sognare in ripostiglio a giocare con i soldatini a giocare

Tricarico

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“Peppino di Capri e i suoi rockers” di Gianmario Cilento, Graus editore. A cura di Alessandra Micheli

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Perché un saggio su Peppino di Capri?

Sicuramente le nuove generazioni, avvezze al rumore chiamato oggi musica, rideranno fino alle lacrime.

Eppure, cari miei giovani è merito del nostro peppiniello se, in Italia, è stata sdoganata l’innovazione musicale.

Come non ci credete?

Ecco perché dovete leggere il saggio suddetto.

E vi intrigherò con alcuni dati che si stupiranno, vi lasceranno bocca aperta, ma soprattutto vi faranno comprendere come l’oggi, è frutto dello ieri e insieme formano il domani.

Conoscete Edoardo Bennato?

E’ stato ed tuttora è, uno dei cantautori più innovativi del nostro tempo.

Nel libro il succo del nocciolo famosa biografia scritta a due mani dai suoi storici collaboratori Giorgio Damanin e Lucio Seneca, si identifica il substrato culturale, musicale e sociale in cui l’opera di Edo vedrà la sua luce.

E tra le influenze, oltre il famoso juke box e il rock’n roll, indovinate chi mettono?

Ascoltate:

Elivs Presley, Paul Anka, Neil Sedaka i suoi idoli. Ma gli piaceva anche Peppino di Capri con quella sua originalissima voce nasale, che storpiava il dialetto napoletano per adeguarlo ai nuovi ritmi e cantava Malatia e Voce e’notte suscitando scandalo tra i benpensanti.

Ecco che il cantante considerato per nonne, si rivela molto più ribelle dei vostri idoli di oggi tanto urlatori, (ma non al livello del mitico Tony Dallara) dei new rapper, o della trap.

Peppino ebbe il suo maggiore successo negli anni del boom economico, quei mitici anni sessanta divenuti icona per noi amanti delle nuove melodie d’oltreoceano.

Abituati alla lirica, alla agiografica canzone napoletana, l’impatto con il rock, con il twist fu devastante.

Mai, prima di allora, tramite la musicalità il corpo poteva godere di questa immensa libertà di movimento.

Il twist in particolare era energia pura, ma anche un unione con quel corpo considerato peccato che fomentava un forsennato movimento rotatorio del bacino e delle gambe.

Sempre più giù a toccare gli inferi di impulsi troppo spesso negati.

Al pari o forse più del rock’n roll, il twist era capace di instaurare nella mente una sorta di estasi mistica paragonabile ai balli rituali di tante esotiche tribù: era il nostro esorcismo contro il perbenismo borghese assunto a unica voce autorevole.

L’essenza del nuovo ballo era rivoluzionaria, straordinaria, simbolo di rinascita:

Formidabili quegli anni. La fame del dopoguerra era alle spalle e il boom trasmetteva voglia di vivere. E di ballare. Ma in modo diverso, rivoluzionario, di massa. Non più i passi che richiedevano maestria, obbligando molti a sedere e guardare gli altri. No, era il momento del twist. “Pensate di strofinarvi i fianchi con un asciugamano teso tra le mani, mentre spegnete una cicca a terra, con tutti e due i piedi”, in questo modo Chubby Checker spiegò il twist, prima ai ragazzi negli Stati Uniti, poi in Europa. E il gioco funzionò alla perfezione. 
Non bisognava toccarsi, si poteva sbagliare senza preoccuparsi del partner, ci si poteva guardare intorno, chiacchierare e avvicinare le ragazze senza invitarle formalmente a danzare. Fu una rivoluzione.

(http://espresso.repubblica.it/visioni/societa/2011/06/24/news/twist-50-anni-di-un-ballo-cult-br-1.32749?refresh_ce)

E chi ebbe il coraggio di portare il twist nella nostra granitica Italia?

Proprio lui, Di Capri!


Twist, twist, tutto il mondo

Twist, twist, sta impazzendo

Sogna, vuol tornare

Una lunga notte ancora mai più scordare

Era il boom economico, era la possibilità di risorgere dalle ceneri di un passato scomodo, era l’opportunità per cambiare e Peppino la prese a piene mani.

In quegli anni il suo successo fu grandioso con canzoni che sperimentavano il nuovo sound.

Che contrastavano con la seriosità del passato e… proponevano anche testi che scandalizzavano.

Eh si miei cari lettori.

Pensate a Champagne.

La conosceste tutti?

E vi siete mia soffermati sul suo testo?

Iniziate ora e leggete bene:

Champagne, per brindare a un incontro

con te che già eri di un altro

ricordi, c’era stato un invito

stasera si va tutti a casa mia.

Così cominciava la festa

e già ti girava la testa

per me non contavano gli altri

seguivo con lo sguardo solo te.

Se vuoi, ti accompagno se vuoi

la scusa più banale

per rimanere soli io e te

e poi gettare via i perchè

amarti come sei

la prima volta, l’ultima …

Vi rendete conto di cosa parla?

Del tradimento.

Corna.

Quelle a cui noi oggi siamo abituati e le osserviamo sonnacchiosi.

Ma parlare di tradimenti che rovinavano il significato classico del sacro matrimonio, era scandalo. In Champagne una trasgressione rompe con lo status quò quello che imponeva di lavare i panni sporchi in famiglia, quello che relegava la passione nei sogni e nelle fantasie.

Qua è raccontato nero su bianco, quella voglia ininterrotta dell’altro a discapito dei conformismi.

E ricordo che il divorzio in Italia arrivò solo negli anni 70.

Nonostante l’opposizione della democrazia cristiana.

E il delitto d’onore, quello che puniva il tradimento in modo legale, fu tolto nel 1981.

E non venite a raccontarmi che Peppino non era un giovane ribelle.

E non è finita.

Conoscete non è peccato?

Si me suonne int’e suonne che faie,

nun è peccato

E si ‘nzuonno ‘nu vase me daie,

nun è peccato.

Tu me guarde cu’ ll’uocchie ‘e passione,

i’ te parlo e me tremmano ‘e ‘mmane

e si chesto pe’ tte nun è bbene

me sai dicere ‘o bbene che d’é?

Si sta vocca desidera ‘e vase,

nun è peccato

Ma vestimmelo ‘e vita ‘stu suonno

che ‘a freva ce dà, e tu

abbracciame, cchiu forte astrigneme

pecché ammore che siente pe mme

peccato nun è.

 

Beh ragazzi qua Peppino, ci dice che fare l’amore, che il sesso, che il corpo, che la voglia, la passione, non è peccato.

E non lo dice oggi ma lo dice negli anni 60.

E il corpo, fino ad allora era escluso dalla fantasia, tanto che le musiche pop erano tutti un incrementare di sospiri, cuori e illusioni fallaci.

No, in Peppino è carne sangue e passione, quella stessa che gli deriva dal suo retaggio partenopeo. E inconsciamente , o forse più probabilmente consciamente, Peppino sdogana la ribelle canzone napoletana, tanto amata ma poco compresa, dal contesto eccessivamente folcloristico per restituire una saggezza atavica ma sempre innovativa.

Del resto ogni melodia cantata con quel tono quasi serioso, molto intenso, accentuava l’attenzione sull’interpretazione e poco sul testo. Ma ragazzi quei testi sono spettacolari, non erano altro che un birbante tentativo di far trapelare quell’amore per la vita che comprendeva ogni elemento.

Persino il sessuale.

Peppino comprese come la canzone napoletana non era solo sofferta e malinconica.

Era sensuale e irriverente.

Conoscete Tammuriata Nera?

Io nun capisco, ê vvote, che succede…

e chello ca se vede,

nun se crede! nun se crede!

E’ nato nu criaturo niro, niro…

e ‘a mamma ‘o chiamma Giro,

sissignore, ‘o chiamma Giro…

Séh! gira e vota, séh…

Séh! vota e gira, séh…

Ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono,

ca tu ‘o chiamme Peppe o Giro,

chillo, o fatto, è niro, niro,

niro, niro comm’a che!…

‘O contano ‘e ccummare chist’affare:

“Sti fatte nun só’ rare,

se ne contano a migliara!

A ‘e vvote basta sulo na guardata,

e ‘a femmena è restata,

sott”a botta, ‘mpressiunata…”

Séh! na guardata, séh…

Séh! na ‘mpressione, séh…

Va’ truvanno mo chi è stato

ch’ha cugliuto buono ‘o tiro:

chillo, ‘o fatto, è niro, niro,

niro, niro comm’a che!…

Ha ditto ‘o parulano: “Embè parlammo,

pecché, si raggiunammo,

chistu fatto nce ‘o spiegammo!

Addó’ pastíne ‘o ggrano, ‘o ggrano cresce…

riesce o nun riesce,

sempe è grano chello ch’esce!”

Mé’, dillo a mamma, mé’…

Mé’, dillo pure a me…

Ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono,

ca tu ‘o chiamme Peppe o Giro,

chillo…’o ninno, è niro, niro,

niro, niro comm’a che!…

Ed è se non erro del 1944.

E già a Napoli, quella denigrata da tanti troppi, finti innamorati che ne vedono solo il lato oscuro, già contemplava la multiculturalità.

Già accettava l’integrazione tanto da chiedersi e domandasi quanto l’amore in fondo unisca i popoli.

E Peppino è orgoglioso della sua tradizione.

Soltanto vuole che essa esca dia polverosi cd dalla nicchia, perché la sua forza investa la nostra cultura. Ecco che Malattia o Voce e notte innovata diventa voce delle nostre radici. Diventa universale, la volontà triste e spavalda di un popolo che arranca ma che non smette mai di credere, sognare e aver fede. Che guarda incantato la luna e le dedica le canzoni, e si innamora sotto l’astro. Non solo dell’ideale, non solo del viso cherubino della donna. Ma sopratutto di se stesso, del suo paese, delle sue bellezze.

Sò accumparute ‘e stelle a primma sera

Tutta tragara luce ‘mmiezo ‘o mare

‘Na fascia argiento sotto e faragliune

E nu’mistero int a ‘sta notte chiara

Notte ‘e silenzio e io mo’chiesta canzone

Canta ‘vulesse a chi m’haaffaturato Tu, luna luna tu, luna caprese

Ca faie sunna’ l’amore ‘e nnammurate

Adduorme a nenna mia ca sta scetata

E falla ‘nnamura’pe na bucia

Tu, luna luna tu, luna buciarda

Famme passa’sti pene ‘e gelusia

E fa ca nena fosse tutta ‘a mia,

Tu, luna luna tu, luna caprese

E fa ca nenna fosse tutta ‘a mia,

Tu, luna luna tu, luna caprese

Ohie’cu me cantate ‘sta canzone

Vuie ca sufrite ‘e pene dell ‘ammore,

Capri ve po’ ncanta’cu na parola

 

Perché forse è vero che noi italiani, italiani tutti non divisi in regioni, siamo tutto suono e mandolino.

Ma perché noi quel suono ce l’abbiamo dentro e risuona ancor’oggi nonostante il brutto che ci circonda. Nonostante quel ballo fastidioso che ci comanda dall’alto.

Nonostante le liti, i disagi, quell’economia che non va.

Quel suono non è è ancora spento.

Quel sogno vibra ancora in oi e ci fa essere eterni, invincibili sognatori.

 

Son diventato un sognatore

per sentirmi meno solo

e per non sapere più quant’anni ho

Son diventato un sognatore

vendo sogni per mestiere

canto pure le canzoni che non so

Basta avere gli occhi chiusi per fotografare il mondo

e per guardare in negativo

quanto il mare sia profondo

e questa ruga che ho sul viso

è il tatuaggio di un dolore

io sono un sognatore

Mi sono perso tra le stelle

e tra amori a buon mercato

ho toccato il fondo della libertà

C’é chi mi dice che son folle

o che sono fortunato

perché chi sogna delusioni non ne ha

E vado via

ti lascio sulle labbra una poesia

quel che sarà

per questa vita che importanza ha

Son diventato un sognatore

e chi ha letto le mie carte

ha scoperto che un destino non c’é l’ho

e come fanno i sognatori

riesco a mettermi da parte

mentre il mondo mi continua a dire no

Tra mille anni ci sarà

chi parlerà dei sognatori

come animali del passato

che mangiavano emozioni

Tra mille anni o tra due ore

ma lasciatemelo dire

io resto un sognatore

E vado via

là dove il cielo

scende in fondo al mare

che vuoi che sia

se al mondo resto solo

un sognatore

Io credo che leggere questo omaggio all’anima di un sognatore non faccia bene che al vostro di mondo, quello interiore, quello che di notte sveglia I dormienti, con un canto di poesia verso il suo ideale perduto…

Si ‘sta voce, che chiagne ‘int’ ‘a nuttata,

te sceta ‘o sposo, nun avé paura…

Vide ch’è senza nomme ‘a serenata,

dille ca dorme e che se rassicura…

Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via

o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!

Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá…

Canta isso sulo… Ma che canta a fá?!…”

Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá…

Canta isso sulo… Ma che canta a fá?!…

..Voce e notte te sceta dint’ a nuttata… è a voce mia… 

 



 

 

 

Omaggio al poeta moderno “Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni” di Mario Bonanno. A cura di un’indegna Alessandra Micheli

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Come si fa a recensire un mito?

Io non lo so.

E quindi perdonatemi, metto la mia anima ai vostri piedi.

Ma qua si parla di Roberto Vecchioni.

E per voi è solo un nome, forse qualche nota.

Per me rappresenta il mio viaggio di vita.

Dalla delusione per il primo amore, alla lotta per un ideale.

Rappresenta la mia forza e l’intera mission del mio blog.

Non posso essere distaccata con Roberto.

Le sue non sono canzoni.

Sono parti di me che ritrovo alla radio, al festival, in ogni CD.

Lui è me e io sono lui.

Era lui a cantarmi l’ottimismo quando la mia storia più importante cadde a pezzi sopra di me, soffocandomi di detriti.

E mi diceva:

Quando continuerà il tempo dove tu manchi,

senza la nostalgia di strofinare i tuoi fianchi; quando ti fermerò tra i due miracoli di averti amata e perduta,

e li ti schiaccerò e li sarai finita…

Quando di questo amore saranno sparse le foglie,

e morirà l’orgoglio nel mio inventario di stelle;

quando ti avrò battuta,

cacciata sulla luna,

dimenticata per sempre

e avrò cantato il giorno che tu non sei più niente…


Ed è arrivata quella notte.

Assieme a te, con la tua mano che stringeva la mia.

Sei stato tu a consolarmi della perdita di mia nonna, con Ninna nanna

Invecchierai senza cambiare ma

perdonerai a tutti ma non a te

aspetterai come è tuo solito

finché verrà la luna a prenderti

e parlerai di me con tutti quanti

so che parlerai e che ci credo

e che son l’unico dirai

ma sbaglierai, invecchierai

sarà difficile vederti più

quasi impossibile

e non dovrai star con le carte su

non tornerò mai più per ultimo

ricorderai di me le sere

che parlavo insieme a te

un vecchio amore che non è finito mai

e il mio dolore rivedrai

E ascoltandoti il tempo si dilatava ed ero violinista, filosofo, o semplicemente un pastore incantato dalla luna.

Con Roberto il tempo si dilegua, da fattore fisico diventa fattore emotivo, il tempo del sogno degli aborigeni australiani, il tempo sospeso, laddove si ritrova la fame di dio, la voglia di superare i limiti, la volontà di gabbare la morte o di aspettarla quasi rassegnato, quella di prendere il dolore e sottometterlo al bisogno di vita.

E’ il tempo del non tempo, quel luogo incantato che la psicologa Clarissa Pinkola Estes chiamava il rio dabajo il rio, il fiume sotto il fume o più semplicemente l’oscurità junghiana.

E li si ritrova la rabbia e le stelle.

La voglia di spezzare il legame che ci unisce alla tradizione e alla consuetudine dicendo a quel dio dei padri

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo,

ci mancan, padre, gli altri,

gli altri, quello che noi non siamo;

ci manca,

anche se avessimo soltanto noi ragione,

l’umiltà di non vincere che fa eguali le persone.

E invece li strappiamo via in nome del signore,

come sterpaglia e funghi d’acqua,

nati qui per errore,

dovesse mai succederci,

ad esser troppo buoni di fare,

chissà poi per chi,

la figura dei coglioni.

Arrivederci padre o forse addio: mio nonno, era mio nonno il padre mio!

Cos’è allora il tempo per Roberto?

Bonanno lo indaga e lo fa attraverso la sua arte che è quella delle parole, parole mai finite ma che richiamano altre parole e dentro ci sono altre emozioni altri sentimenti, come se le sue canzoni fossero scatole cinesi. E allora il vero tempo è in un attimo incantato in cui tutto torna a coincidere, ad equilibrarsi a connettersi in un tutto organico e quasi perfetto.

Ed è nella nostra mente, troppo abituata all’immediatezza del reame fisico.

Mentre il cuore, la testa, la mente quella stuzzicata da Roberto non è altro che un eleatico capace di allungarsi cosi tanto da oltrepassare i confini.

E il tempo fisico non è altro che limite e confine esso stesso, cosi come sono le definizioni rigide che in Vecchioni mancano.

Come manca l’altro confine essenziale della sua poetica, (perché Roberto è un poeta) ossia Dio.

E nel rapporto Vecchioni /dio, che Bonanno e la stessa me umile allibita e sedotta dalla musica del suo mito, si ritrova.

Il rapporto con il signore del tempo, ossia colui che decide il nostro finale è estremamente libero, complesso e ribelle.

Ed è espresso dalla magnifica canzone la stazione di Zima.

In questo dialogo arrabbiato con Dio, Roberto e noi stessi non siamo estasiati di fronte alla sua magnificenza.

Anzi forse infastiditi.

Dio si mette sul suo trono adornato di cherubini, con la sua voce tonante e ci elenca tutte le sue formidabili doti: ha creato il cielo e quest’uomo imperfetto, suddito e servo, è degno soltanto di portare lodi riverite e timorate alle sue indegne labbra.

E quindi il tempo è scandito dalla agiografica fede di chi non si fa domande e accetta, probo e umile la sua decisione incomprensibile. Quella che divide in buoni e cattivi, in fortunati e poveracci, in atei e religiosi, in fortunati o sfortunati, quella che ci rende in fondo tutti sottomessi alla signora oscura con la falce, che stermina senza vedere, cieca e arrogante, lei signora morte.

Vecchioni non ci sta.

Non gli frega di cosa ha fatto Dio.

Non per blasfemia ma per l’orgoglio di questo essere che è stato messo per una scommessa o per caso su questo imperfetto universo, cosi innamorato della vita, da voler declinare l’invito di dio a raggiungere le alate schiere dei sui seguaci con un no fiero e pieno d’amore

Continua con me questo viaggio!-

E così sono lieto di apprendere

Che hai fatto il cielo

E milioni di stelle inutili

Come un messaggio,

Per dimostrarmi che esisti,

Che ci sei davvero:

Ma vedi, il problema non è

Che tu sia o non ci sia:

Il problema è la mia vita

Quando non sarà più la mia,

Confusa in un abbraccio

Senza fine,

Persa nella luce tua

Sublime,

Per ringraziarti

Non so di cosa e perché

Lasciami

Questo sogno disperato

Di esser uomo,

Lasciami

Quest’orgoglio smisurato

Di esser solo un uomo:

Perdonami, Signore,

Ma io scendo qua,

Alla stazione di Zima

Perché la vita, nonostante limiti ostacoli imperfezioni, nonostante quel dolore bastardo che ci porta a assistere alla morte insensata di ragazzi, di padri, di nonne, di innocenti, la vita è una grandissima avventura, favolosa e terrificante per la sua meraviglia.

Questo venire al mondo è stato

Un gran colpo di culo,

Pensa se non nascevi,

E se non potrai correre

E nemmeno camminare

Ti insegnerò a volare,

E non è il dolore che ci arresta, quell’ombra che noi coraggiosi affrontiamo e annichiliamo con la sete di vita

Ho conosciuto il dolore

(di persona, s’intende)

e lui mi ha conosciuto:

siamo amici da sempre,

io non l’ho mai perduto;

lui tanto meno,

che anzi si sente come finito

se, per un giorno solo,

non mi vede o non mi sente.

Ho conosciuto il dolore

e mi è sembrato ridicolo,

quando gli dò di gomito,

quando gli dico in faccia:

“Ma a chi vuoi far paura?”

Ho conosciuto il dolore:

ed era il figlio malato,

la ragazza perduta all’orizzonte,

il sogno strozzato,

l’indifferenza del mondo alla fame,

alla povertà, alla vita…

il brigante nell’angolo

nascosto vigliacco battuto tumore

Dio, che non c’era

e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci….e non c’era

ho conosciuto il dolore

e l’ho preso a colpi di canzoni e parole

per farlo tremare,

per farlo impallidire,

per farlo tornare all’angolo,

cosi pieno di botte,

cosi massacrato stordito imballato…

cosi sputtanato che al segnale del gong

saltò fuori dal ring e non si fece mai più

mai più vedere

Poi l’ho fermato in un bar,

che neanche lo conosceva la gente;

l’ho fermato per dirgli:

“Con me non puoi niente!”

Ho conosciuto il dolore

e ho avuto pietà di lui,

della sua solitudine,

delle sue dita da ragno

di essere condannato al suo mestiere

condannato al suo dolore;

l’ho guardato negli occhi,

che sono voragini e strappi

di sogni infranti: respiri interrotti

ultime stelle di disperati amanti

-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto –

insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?

Per una volta ascoltami!! Ascoltami

. e non fiatare

Hai fatto di tutto

per disarmarmi la vita

e non sai, non puoi sapere

che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,

appena-appena toccante,

e non hai vie d’uscita

perché, nel cuore appreso,

in questo attendere

anche in un solo attimo,

l’emozione di amici che partono,

figli che nascono,

sogni che corrono nel mio presente,

io sono vivo

e tu, mio dolore,

non conti un cazzo di niente

Ti ho conosciuto dolore in una notte di inverno

una di quelle notti che assomigliano a un giorno

Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente

io sono un uomo….e tu non sei un cazzo di niente

E quante volte ho urlato al cielo “Io sono un uomo e tu un cazzo di niente!”

E allora la meraviglia della vita si mostra nella semplicità schietta e genuina delle cose espressa mirabilmente in Rotary Club of malindi

Chi l’ha detto che siam nati per soffrire?

Pagare prima, poi vedere.

Chi l’ha detto che noi non ci abbiamo niente

è una falsa lingua di serpente.

Qui da noi c’è sempre roba da buttare,

mica siamo un mondo occidentale.

E abbiamo in mente un’organizzazione

per tutti i bianchi in depressione.,,,

E ancora grazie al primo esploratore

e all’inglese che era un gran signore,

l’italiano che non ci vuol mai truffare

e lo svizzero dal grande cuore!

Ci hanno cancellato fame e malattia,

e in attesa di sapere cosa sia

abbiamo la democrazia.

Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va

e nel silenzio si addormenta il sole,

ti prende in fondo una tristezza che non sai,

che non sai da dove viene:

sta nell’odore della sera

nel colore così basso del cielo

inventato dal vento,

e tutto passa e tutto è vivo e niente può tornare,

neanche Dio

da qualche stella d’argento.

E siamo noi occidentali, cosi pieni di storia e filosofia ad essere carenti.

Siamo noi a non salire orgogliosi sul tetto fottendocene dei successi e dei paludi sociali e suonare solo alle stelle perché è bello esprimersi e lasciare che musica e parole escano dal noi stessi per irrorare di luce l’altro:

Mi dicevo quando sarò grande

Sceglierò tra vivere e capire,

Se dovrò cambiare le mutande

Se dovrò restare, se dovrò partire:

Mamma sono diventato uomo,

E mi hai dato centomila lire,

Ma non sò né frate, né pompiere

Nianca sò poeta, nianca bersagliere.

Sai dov’è finito il tuo bambino?

Solo sopra il tetto a sonà il violino,

A sonà il violino sopra il tetto

Con un muro bianco proprio dirimpetto.

Figlio, figlio, se nessuno ascolta,

La tua mamma ti farà una torta,

Sona,sona figlio tutta notte,

Non ti disperare, tanto che ce fotte?

Mamma, mamma, forse il mio destino

Era lì sul tetto a sonà il violino,

Che mme frega se nessuno sente,

Tanto non lo suono mica per la gente

Sona, sona, figlio, figlio bello

Mamma tua ti porta il limoncello,

E ti porta pane e pecorino

Se ti viene fame prima del mattino.

Mamma, mamma, questo è il mio destino

Stare sopra il tetto a sonà il violino,

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

Se nessuno sente, sòno per le stelle;

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

La vita in Vecchioni in ogni sua sfumatura, nell’amore e nella sciocca esigenza di noi poveri sognatori a scrivere poesie, vale ogni istante e ogni cicatrice.

La vita è l’unico motivo per cui viviamo.

L’emozione di un incontro, di un ricordo, di un eterno cercare, la scoperta di quanto è bello camminare fino ad avere le scarpe rotte, vale ogni respiro mozzato.

Ed è la fede più profonda di Vecchioni per l’altro Dio, quello incarnato, quello che ha tolto a noi poveri stolti le catene che ci ancoravano a una visione distorta del mondo, bastato sulla sudditanza e sul sacrificio.

Ed è quella che Vecchioni in un momento atroce e di piena sofferenza offre alla vera divinità, cosi innamorato e cosi disperato:

Non a caso, in Le rose blu, al Dio delle distanze siderali Vecchioni sacrifica – per un solo miracoloquanto di più caro, intimo, caratterizzante, ha posseduto sin lì: l’intero corollario degli attimi vissuti. Le piccole/grandi stanze di vita quotidiana (gucciniane ma – di nuovo anche pascoliane) che affiorano alla memoria come ricordi.

Perché ecco che torna il suo concetto più amato, in fondo la morte non è che un risveglio cosi come ci narra in la leggenda di Olaf

sogno sognò sogno

e poi come tutti si risveglio

Allora la nostra esperienza umana è dicotomica. Da un alto c’è tutto quello di corrotto che ci distanzia dall’essenza del nostro esistere, denunciato in la gallina Maddalena:

Era una gallina vecchia,

ma sembrava sempre nuova,

e ingrassò per quarant’anni,

senza fare mai le uova;

ma un bel giorno venne il giorno

di ridare tutto indietro:

è rimasta Maddalena

senza penne sul di dietro.

E si dispera mattina e sera:

“Papà rubbava ma io sso bbrava!”

Tutta colpa dei tacchini,

delle papere e dei polli,

se da grandi i miei pulcini

non diventeranno uccelli;

Maddalena dei lamenti

che stà lì, che aspetta e spera,

Maddalena senza denti,

vittimista di carriera;

Maddalena dei padroni

che van bene tutti quanti,

gli stan tutti sui coglioni:

però manda gli altri avanti….

Cambia bandiera e si dispera,

la cambia ancora e dura un’ora...

e signor giudice,

Signor giudice

Lei venga quando vuole

Più ci farà aspettare

Più sarà bello uscire

Signor giudice

Si compri il costumino si mangi l’arancino

col suo pomodorino

Noi siamo tanti siam qua, già la chiamiamo papà

Di quei papà

Che non si conoscono

Quel giorno quando verrà giudichi senza pietà

Ci vergognano tanto d’essere uomini

Così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Abbiamo nonne abbiamo mamme così così

E quasi sempre sposiamo mogli così così

Se ci riusciamo facciamo figli così così

Abbiamo tutti le stesse facce così così

Viaggiamo poco, vediamo posti così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

Signor giudice noi siamo quel che siamo

Ma l’ala di un gabbiano può far volar lontano

Signor giudice qui il tempo scorre piano

Ma noi che l’adoriamo col tempo ci giochiamo

L’ombra sul muro non è una ragazza

Però ci fai l’amore per abitudine

Lei certamente farà quello che è giusto

Per noi che ci fidiamo e continuiamo

A vivere così così così

Sappiamo poco sappiamo cose così così

Ci accontentiamo perché noi siamo così così

A casa nostra ci sono quadri così così

E se c’è sole è sempre sole così così

E nelle foto veniamo sempre così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

e quel vivere in modo profondo ogni esperienza rifiutando il compromesso, e credendo in un mondo diverso dove i poeti sono capaci di sputtanarvi

Sanno treni fermi e una stazione

persa tra il cielo e il mare

hanno la prima metà di una canzone

l’altra metà da ritrovare

Hanno le vostre fandonie nelle orecchie

conoscono le vostre facce di culo

madri piene di tranquillanti

padri che vanno sul sicuro

I ragazzi nascondono lacrime sospese

come gatte gelose dei figli

hanno un bagaglio di speranze deluse

come onde che s’infrangono sugli scogli

Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato

hanno un piccolo fiore dentro

che c’è da chiedersi com’è nato

e cercano di amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e cercano di amare come uomini veri

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

non azzardatevi a toccarli mai

non azzardatevi a giudicarli

tirate via le vostre sporche mani

non confondetevi coi loro sogni continuate a costruire un mondo perfetto

dove potete specchiarvi

i poeti non saranno anche nessuno

ma hanno il potere di sputtanarvi

e vorrebbero amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

come uomini veri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

volare sui loro pensieri

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

E allora tutta la magia, tutto il mio amore per Roberto, nasce dalla sua capacità di comprendere e di mostrarmi un mondo diverso, un mondo meno stantio, meno rigido e meno strutturato.

Un tempo in cui forse la follia diviene creatività. Il tempo che mi resta per vivere appieno questa strabiliante immensa avventura

Ci sono foglie che si aggrappano ai rami

perchè non vogliono cadere mai,

ci sono stelle che si aggrappano al cielo

perchè si accorgono di finire, sai,

ci sono ubriachi che stringono il bicchiere

perchè è sempre l’ultimo che fa paura,

ci sono uccelli che sentono lo sparo

e contano quanto gli resta ancora.

Ed è soltanto una questione di tempo:

quello che serve a salvare un uomo,

il cielo quando è in attesa di un lampo,

una chitarra che aspetta un suono,

una ragazza col cuore in gola

perchè il suo amore non può finire,

il tempo prima della parola che non avresti mai voluto dire.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

io, non ti perdo mai ti aspetto al fondo di questa strada, sai;

tu, quanto tempo hai,

quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Ci sono ragazzi che chiudono gli occhi

e si distruggono in un altro tempo,

ma d’altra parte ci sono vecchi

che darebbero tutto per un momento,

ci sono lettere che non arrivano,

baci che restano immaginari,

ci sono treni che si stanno chiedendo

quando finiscono i binari.

E ci sono poeti che chiedono a Dio

un altro giorno per dire qualcosa

e giardinieri sdraiati di notte col naso sul gambo di una rosa,

ci sono bambini che aspettano

quando verranno per spegnergli la luce,

e uomini che hanno sfidato il tempo

perchè qualcuno fosse felice.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

basta solo sapere questo, sai; conta solo questo, sai.

Tu, quanto tempo hai tu, quanto amore hai:

non è niente, non è successo niente, sai,

dimmi solo se ti ho perso

o non ti ho perso mai;

tu, quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Capisco Bonanno quando scrive

Vecchioni riesce sempre a farmi piangere. Puntualmente. A ogni disco. Anche adesso, che di musica e parole ne ho digerite quanto basta e ne scrivo più o meno per mestiere. Quando credo di averla fatta franca, di essermi assuefatto al pathos dello scrivere/cantare vecchioniano, il colpo di coda, in chiusura di scaletta: la traccia tipica da lacrima in punta di ciglio.

E lui accade ogni volta che ascolta Viola d’inverno

Arriverà che fumo

o che do l’acqua ai fiori,

o che ti ho appena detto:

“scendo, porto il cane fuori”,

che avrò una mezza fetta

di torta in bocca,

o la saliva di un bacio

appena dato,

arriverà, lo farà così in fretta

che non sarò neanche emozionato …

Arriverà che dormo o sogno, o piscio

o mentre sto guidando,

la sentirò benissimo

suonare mentre sbando,

e non potrò confonderla con niente,

perché ha un suono maledettamente eterno:

e poi si sente quella volta sola

la viola d’inverno.

Bello è che non sei mai preparato,

che tanto capita sempre agli altri,

vivere in fondo è così scontato

che non t’immagini mai che basti

e resta indietro sempre un discorso

e resta indietro sempre un rimorso…

E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio,

non potrò farti segni,

tutto questo è vietato

da inscrutabili disegni,

e tu ti chiederai

che cosa vuole dire

tutto quell’improvviso starti intorno

perché tu non potrai, non la potrai sentire

la mia viola d’inverno.

E allora penserò

che niente ha avuto senso

a parte questo averti amata,

amata in così poco tempo;

e che il mondo non vale

un tuo sorriso,

e nessuna canzone

è più grande di un tuo giorno

e che si tenga il resto, me compreso,

la viola d’inverno

E dopo aver diviso tutto

la rabbia, i figli, lo schifo e il volo,

questa è davvero l’unica cosa

che devo proprio fare da solo

e dopo aver diviso tutto

neanche ti avverto che vado via,

ma non mi dire pure stavolta

che faccio sempre di testa mia:

tienila stretta la testa mia.

O con le Rose blu

Io ti darò

il mio primo giorno a scuola

l’aquilone che volava

il suo bacio che iniziava

il suo bacio che moriva

io ti darò

e ancora sai

le vigilie di Natale

quando bigi e ti va male

le risate degli amici

gli anni, quelli più felici

io ti darò…

A me accade ogni volta che ascolto Chiamami ancora amore.

E per la barca che è volata in cielo

Che i bimbi ancora stavano a giocare

Che gli avrei regalato il mare intero

Pur di vedermeli arrivare

Per il poeta che non può cantare

Per l’operaio che ha perso il suo lavoro

Per chi ha vent’anni e se ne sta a morire

In un deserto come in un porcile

E per tutti i ragazzi e le ragazze

Che difendono un libro, un libro vero

Così belli a gridare nelle piazze

Perché stanno uccidendo il pensiero

Per il bastardo che sta sempre al sole

Per il vigliacco che nasconde il cuore

Per la nostra memoria gettata al vento

Da questi signori del dolore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Perché le idee sono come farfalle

Che non puoi togliergli le ali

Perché le idee sono come le stelle

Che non le spengono i temporali

Perché le idee sono voci di madre

Che credevano di avere perso

E sono come il sorriso di dio

In questo sputo di universo

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà ben finire

Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Continua a scrivere la vita

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Che è così vera in ogni uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

E anche ora le lacrime scendono, rendendomi felice, rendendomi più umana di quanto ero prima di iniziare a scrivere.

E per ogni lacrima per quella notte maledetta che finirà prima o poi.

E difenderò quest’umanità

Anche se restasse un solo uomo

Io e Mario abbiamo lo stesso difetto, bellissimo e impossibile da togliere, quello di far suonare fino allo sfinimento le sue melodie e considerarlo un amico, un mentore, un maestro, un padre o un fratello,

E di non stancarci mai di applaudirlo, prima con il cuore e poi per ultimo con le mani.

So che non sarà la solita recensione, che apparirò quasi pazza o esagitata.

Ma capitemi.

Non si può chiedere a Micheli Alessandra di recensire un libro su Roberto Vecchioni.

e se ha tentato di fregarle

il tempo,

hanno fottuto il tempo

con l’amore.

Passano via così come aquiloni,

corrono dietro un vento che non c’è:

vincono a sogni, perdono a emozioni

le mie ragazze,

proprio come me

“Amazzonia io mi fermo qui” di Pietruccio Montalbetti, zona Music book editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Leggere un libro con lentezza esasperante affinché possa durare in eterno e non smette di diffondere la sua magia. E avere un puro terrore di essere abbandonata e quindi per evitare di lasciare quella voce amica, cercare di ascoltarla sempre più a lungo, leggendo e rileggendo le parti sottolineate, come un incantesimo affinché si stampi a fuoco dentro l’anima.

Ecco perché amo molto la lettura.

Anche se libri di questo genere non sono così tanti quanto si dovrebbe presupporre. Perché oggi si pensa più alla vendita che al puro talento. Si dimentica l’arte, quella che ti fa uscire da te stesso per abbracciare il cielo e dissetarsi con un sorso di infinito. Leggere è emozione, è immersione totale in un altrui mondo, è la fantasia senza briglie che corre come quei bellissimi cavalli servaggi delle pianure americane. Addomesticarli è un atto blasfemo, perché non si può addomesticare la libertà. È un dannato immondo ossimoro.

Poi, per fortuna, quando meno te lo aspetti e dove non spereresti mai, brillano parole che ti chiamano con voci suadenti come quelle delle sirene di Ulisse:

vieni da me

ti sussurrano;

devo raccontarti una storia.

Ed è una fiaba che ha il sapore della realtà, che è legata ad altre storie simili eppure diverse, tutte con il miglior protagonista del mondo: l’essere umano. E non umano nel senso carnale del termine, ma grondante di quegli attributi che lo rendono sia carne che spirito, sia forma che sostanza, che lo rendono vivo e vibrante.

È strano che quest’emozione sia stata scritta da uno dei miei miti giovanili, il leader di uno storico gruppo che ha alimentato tanti sogni, che ha inciso sulla nostra cultura musicale, che è e sarà sempre protagonista di un’Italia che riscopriva la sua capacità di creare. E creare musica quella vera, quella che rapisce e frusta il volto come un vento selvaggio.

ho già fatto le valigie

e adesso sto scrivendo

questa lettera per te

ma non so che cosa dire

è difficile spiegare

quel che anch’io non so capire

ma fra poco me ne andrò

e mai più ritornerò

io ti lascio sola

Ah! Quando s’alza il vento

Ah! Quando s’alza il vento

No! Più fermare non si può

dove vado non lo so

a me sembra di strappare

qualche cosa dentro me

e vorrei gridare no!

ma se guardo quella porta

io la vedo già aperta

ed ho voglia di fuggire

di lasciare dietro me

tutto quanto insieme a te

di partire solo

Quante volte ho ascoltato la stessa canzone, sentendo davvero il richiamo del vento?

Quella voglia di andare via, di non voltarsi indietro che sposa quel bisogno di muoversi, di non restare mai fermo in un punto, di non invecchiare osservando soltanto la vita che scorre da quell’angusta prospettiva.

I Dik Dik sono questo.

Non i cantanti trasgressivi, ma i poeti di quell’insana e assurda voglia di viaggiare, di cambiare continuamente scenario non fisico, ma psichico. Sono loro i veri ribelli. Non i finti maledetti, pieni di fissazioni e perversioni mostrate con disinibizione sul palco, ma che, in fondo, lasciano una sorta di amaro sapore in bocca. Perché la tua anima, quella veramente indocile, sa benissimo che è tutta una triste recita. È una bella maschera con cui il maledetto conformismo si camuffa attirandoti sempre di più tra le sue spire agghiaccianti.

No, loro erano i nuovi sognatori.

Quelli che cantavano la bellezza di essere sulla strada, incantati non dalla destinazione, ma dai mutati paesaggi che scorrevano veloci, lasciando sempre un segno, un insegnamento o soltanto un effluvio.

Ecco la possibilità di immergermi nel mondo altro, quello sempre più distante eppur vicino alla nostra istintualità, quello più primitivo, meno edulcorato dal politicamente corretto e forse per questo più affascinante per chi come me si sentiva sempre un’eterna esclusa: l’Amazzonia.

Conoscevo molto bene, attraverso racconti e libri, la sua cangiante bellezza, quei paesi abbarbicati al suo ecosistema minacciato, quelle popolazioni così aliene e diffidenti. Le sentivo profondamente unite a me da uno stesso filo. Io a Roma non respiro. A volte mi sento così soffocare da questa città ingombrante, tanto da dover aprire la finestra. Ho bisogno di trovare un albero, un fiore, un insetto. Ho bisogno persino di essere punta e di provare dolore, per reagire al pericolo dell’onnubilamento del mio io, quel pericolo che ogni mondo globalizzato, ogni democrazia che venera l’uguaglianza senza porre l’accento sulle singole potenzialità, ogni civiltà che non coopera ma assoggetta, pone.

Ecco cosa mi soffocava.

La mancanza di empatia, di veri legami, di essere parte sì, di un agglomerato, ma distinta e forse accettata per qualche mia bizzarra capacità, fosse anche quella di creare mondi e di sognare nuovi universi, fino a sentirli così tanto vicini da sfiorarli.

Amazzonia mi fermo qui ha questa straordinaria capacità di restituirmi aria pura. Di riuscire ad assaporare odori sconosciuti e al tempo stesso familiari, di ascoltare voci diverse dalla mia, ma cosi intense da rimbombare con grazia nelle mie orecchie e accendermi quel pensiero affaticato, quasi atrofizzato da una sorta di inedia. Vedere colori nuovi al posto di un grigiore stancante e sentire sulla mia pelle la pioggia fredda, scrosciante, una furia, una tempesta che al pari di quella mia interiore, spazza con brutalità ogni ostacolo, ma al tempo stesso si rivela utile e importante per mantenere rigogliosa la foresta. Quel viaggio intrapreso con Pietruccio è stato, in realtà, un viaggio in quelle emozioni che mi avevano insegnato a temere: la ribellione, la volontà di mettersi alla prova, di dimostrare che gli ostacoli, il dolore, le difficoltà fanno parte di quel ciclo immenso e duro e splendido chiamato vita. E rifiutare anche tutta la civiltà per spogliarsi di ogni orpello, immergersi nel fango e uscirne diversi, magari apprezzando cosa si ha. Ma capendo che in fondo, ogni comodità, ogni conquista, va amata, depurata dalle scorie, così come la nostra civiltà va contestata e rifondata. Ed è quello che accade all’autore.

Capisce che è solo per un bizzarro gioco del destino che è nato nella parte giusta del mondo, quella che, nonostante tutto, ci permette di esprimerci. Magari con fatica, magari senza essere capiti, magari svolgendo il ruolo utile di devianti, ma possiamo farlo. Possiamo lottare e scegliere sia di addormentarci vicino al nuovo iPhone, sia di prendere le nostre possibilità e regalarle al mondo. Che le nostre armi siano una chitarra, una penna, una danza, un pennello, ognuno di coloro che amano e creano l’arte, possono iniziare a vivere nel loro mondo, in modo RESPONSABILE. Ma per farlo dobbiamo confrontarci, dobbiamo scendere dal nostro personale piedistallo e incontrare l’altro, incontrare il nuovo, combattere la tendenza all’assuefazione.

Chiudere il libro è stato triste. Mi sono sentita quasi orfana senza la voce di Pietruccio a narrarmi le sue avventure a raccontarmi le sue riflessioni. È stato un po’ come salutare un amico, abbracciandolo forte e ringraziandolo del dono immenso che ti ha elargito con un sorriso pieno di luce.

Cosa mi ha regalato Pietruccio?

La capacità di pensare, di riflettere attentamente su parole scritte con un sangue distillato direttamente dal cuore. Nelle mie orecchie ora risuona a tutto volume una delle mie canzoni preferite, quella che sembra scritta per me, con quel lieve ritmo da antica e fragile ballata

Lasciò il suo paese all’età di vent’anni

con in tasca due soldi e niente più

aveva una donna che amava da anni

lasciò anche lei per qualcosa di più

Promise a se stesso di non ritornare

al vecchio paese della sua gioventù

dove nessuno voleva sognare i campi d’arare e niente di più

Cominciò così a fare il vagabondo

girando paesi e città

cercò la fortuna in quartieri del mondo

dimenticando la sua povertà

Un giorno in casa di un grande poeta

trovò dei ragazzi che parlavan di pace

di colpo capì che era quella la meta

che aveva raggiunto per esser felice

Ritornò così a fare il vagabondo

girando paesi e città

voleva portare l’amore nel mondo

ma pensò al paese di molti anni fa

Senza un soldo in tasca tornò ancora verso casa

aveva capito cosa conta di più

davanti alla sua porta c’era lei che lo aspettava

tutto come prima e non chiedeva di più

E in queste parole c’è il senso dell’avventura descritta in Amazzonia. Pietruccio non è solo l’avventuriero, l’esploratore, il pazzo che mette quasi a rischio se stesso e la sua incolumità. È l’anima stessa dei Dik Dik, completamente avvinti e intrinsecamente legati al tema del viaggio. Un viaggio che è ricerca interiore, il provare al mondo l’esistenza di un universo segreto, del luogo per eccellenza dell’anima, del Rio abajo il Rio (come racconterebbe la psicologa Clarissa Pinkola Estes), laddove tutto muore e rinasce, il sogno che crea la realtà come nei bellissimi miti aborigeni.

Nel libro c’è un vero tempo del sogno, ossia la capacità di uscire dalle proprie ristrette dimensioni e osare entrare in quelle proibite o ignorate, questa è arte e creazione, questo è il vero profondo significato del viaggio. È un osare varcare i ristretti confini come fece Gulliver, ignaro degli avvertimenti. È la scoperta di Colombo, ignaro delle fobie. È un osare rompere i tabù, quelli che servono per tenerci ancorati a un’unica realtà, impedendoci di sognare e appunto di creare. È la volontà di muoversi, di combattere la stasi, di combattere la forma che resta sempre immobile, sempre uguale e che va contro la nostra stessa essenza di esseri in balia di un’unica legge: l’evoluzione. Perché l’immobilismo è l’antitesi dell’arte, così come l’arte è la nemesi della morale. Ma al tempo stesso l’arte è etica. E Pietruccio non ci regala solo musica che fa da sottofondo a brani intensi e bellissimi come l’isola di Wight o Sognando la California, la sua arte si esprime con mirabolante bravura nel suo racconto facendo commuovere, facendoci arrabbiare, lottando con un’innocenza e una purezza abbagliante, contro i limiti del pensiero umano e i suoi stereotipi. È un pensiero che non si arrende di fronte alle brutture, che si interroga fino quasi a litigare con Dio, per fermarlo, farci a botte e dargli un nuovo nome. Perché siamo noi a creare Dio, non è Dio a creare noi.

E Pietruccio lo plasma accogliendo l’altro, abbracciandolo, dandogli la mano e entrando con rispetto e gratitudine nelle altrui culture semplicemente con la curiosità onesta di un bambino. E non per sfruttarli o per sentirsi migliore, ma per provare ancora compassione.

L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso.
Anne Carson

Pietruccio torna diverso.

Torna con una consapevolezza matura di sé stesso e della nostra presunta civiltà superiore. Nulla è superiore alla vita e la vita si manifesterà sempre in mille diverse sfaccettature e avrà volti di sconosciuti che sono parte stessa di un universo interconnesso in cui tutti noi, indios, europei, africani, americani siamo dipendenti uno dall’altro, rendendo ogni nostra più misera azione pregna di conseguenze. Sta a noi decidere se creare paradisi o inferni in terra.

Un bellissimo proverbio indiano dice:

Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso.

Ecco il vero significato del viaggio di Pietruccio e di ogni nostro vagare. Non una semplice attività ludica, un passatempo di annoiati viziati, ma una soglia arcana attraverso la quale ritroviamo il nostro mondo simbolico, superando barriere, abbattendo con il machete dell’empatia i preconcetti, per tornare pienamente noi stessi.

E io come lui spero che questo libro possa realizzare un grande obiettivo:

A tutti i complici silenziosi dello status quo ho sempre opposto, a modo mio, la mia chitarra, le mie canzoni, il mio modo di stare al mondo, e vorrei che anche le storie dei miei viaggi servissero a questo, perché sono essenzialmente storie d’incontro, che è la vera arte della vita, come diceva Vinícius de Moraes.

“Eterni secondi” di Luca Bonaffini, Gilgamesh editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Scrivere la recensione del libro di Bonaffini è l’impresa più ardua di tutta la mia giovane carriera da blogger. Troppi ricordi, troppe emozioni, troppo nella testa, difficile da organizzare in modo coerente su carta. Eterni secondi ha il profumo della dolcezza nostalgica, ma anche il tanfo putrefatto dei sogni buttati all’aria, della libertà impiegata male, di quella generazione trovatasi a dover raccogliere i cocci del favoloso sessantotto. E cosi il Banza, Il professore e Andrea, eterno indeciso, rappresentano volti già visti, storie già sentite, e tentativi ininterrotti di lasciare un segno in questa baraccopoli chiamata vita. Eppure, nonostante le mille idee, nessuna si riusciva a manifestare su carta, nessuna aveva il potere negromantico di rendere vivo il testo. Un testo che, ironia della sorte, mi è entrato dentro. Ogni capitolo risuonava della stessa struggente melodia, arrabbiata e delusa di Vasco Rossi Stupendo, con quelle strofe che sono sempre state e resteranno, pugni in faccia, ma che da sole racconterebbero il libro

Ed ora che non mi consolo davanti una fotografia

Mi rendo conto che il tempo vola. E che la vita poi è una sola

E mi ricordo chi voleva al potere la fantasia

Erano giorni di grandi sogni sai. Erano vere anche le utopie

Ma non ricordo se chi c’era, aveva queste queste facce qui

Non mi dire che è proprio così. Non mi dire che son quelli lì

Ed ora che del mio domani, non ho più la nostalgia

Ci vuole sempre qualche cosa da bere

Ci vuole sempre vicino un bicchiere!

Ed ora che oramai non tremo, nemmeno per amore sì

Ci vuole quello che io non ho. Ci vuole pelo sullo stomaco

Però ricordo chi voleva, un mondo meglio di così

Sì proprio tu che ti fai delle storie ma dai

Cosa vuoi tu più di così

E cosa conta chi perdeva. Le regole sono così

È la vita ed è ora che cresci. Devi prenderla così

Si

Stupendo

Mi viene il vomito

È più forte di me

La ricordo ancora.

La cantavo con rabbia stretta alla mia kefiah, avvinta ai miei ideali, sperando con tutta me stessa di non diventare mai il classico radical chic che di rivoluzionario aveva solo il nome. E vedevo i miei compagni, stretti nei loro cliché, li vedevo come padri insoddisfatti di famiglia, come illusi in cerca di libertà, come dirigenti di partito ingozzati di privilegi o finti dissidenti in cerca del benessere facile con la delinquenza o solo, in fondo, in cerca di porre fine a una libertà che non potevano più gestire. O come Andrea, immerso in una vita di piaceri fino a ritrovarsi a 42 anni senza nulla, se non una manciata di ricordi.

No.

Io volevo essere la stessa diciottenne che sognava la rivoluzione, che sognava di combattere il sistema, che sognava di dire no. Non volevo finire in banca o in un bell’ufficio comodo e allinearmi e sentirmi che so, di sinistra solo votando un pc fallito. Non volevo ritrovarmi con un bel tailleur Chanel a parlare di diritti sognando che lo strazio cessasse, per ritrovarmi nella mia jacuzzi.

Volevo essere Ale. semplicemente Ale stretta alla sua kefiah

Non volevo diventare un fruitore del nulla:

Che bella scorpacciata di niente anche oggi.

Eravamo tre amici al bar che non volevano cambiare bar e infatti ci siamo riusciti.

È tutto come allora. Solo che gli amici sono rimasti in due.

Io, il bell ’Andrea, benestante e viziato, volevo indossare la tuta di Superman e volare ovunque: invece, hanno tirato via anche le cabine telefoniche e oggi non saprei nemmeno dove cambiarmi.

Fabio e Lidia volevano il PCI al governo e, proprio quando è arrivata la possibilità di andarci, il nucleo locale del Partito si è sciolto, dando vita a frammenti d’ideologia e a cellule morte di delusi riformati. Mauro non sapeva chi era, ma a suo danno e beffa, tutti sapevano chi era lui.

O almeno credevano di saperlo: perché noi non siamo ciò che vogliamo, siamo sempre quello che gli altri credono che noi siamo.

E durante gli anni di questi protagonisti, di eterni secondi ne ho incontrati a bizzeffe.

Io ho riposto la mia scialla a quadretti bianchi e neri nella cassapanca. Ho abbandonato i sogni di guerriglia e impugnato la penna.

E sono diventata, negli anni, la pecora nera, la dissidente, la strana.

L’inopportuna sognatrice.

Il fastidioso sassolino nella scarpa.

E leggere il libro, pagina dopo pagina, faceva male e dava quel senso di nulla che ho sempre odiato.

Mi verrebbe da dire che la nostra generazione è stata l’espressione di fragilità, di leggerezza e mancanza di volontà.

Mi verrebbe da dare una sberla al passato, autopunendomi e chiedere umilmente scusa al tempo,

così sacro per tutti, per averlo profanato con indigeste abbuffate di indifferenza e noncuranza.

No.

Non potevo leggere Luca.

Fa male, troppo male questo libro.

Ma al tempo stesso è dotato di un’oscura magia che ti lega alla lettura compulsiva.

E ti costringe a proseguire.

Ma se i sogni non si comandano e non vanno a gettone, le verità non vissute (ma semplicemente trasmesse o ereditate) non si rigenerano né a colpi di mouse, né con i neuroni.

Noi non siamo bolle di sapone, ma casseforti di valori dismessi.

Sogni abbandonati in un immondezzaio di parole mai rese fatti, di emarginazione e vigliaccheria, di chi ha chinato la testa davanti al potere che tentava di combattere. Perché alla fine, ci si stanca di ferirsi le mani e si fa un bel patto con l’oscurità.

In cambio?

La propria coscienza.

Addormentata, resa invisibile.

La voce di Luca continua accompagnata dalle note tristissime di Gli Angeli di Vasco Rossi

Qui è logico cambiare mille volte idea

Ed è facile, sentirsi da buttare via

Qui non hai la scusa che ti può tenere su

Qui la notte è buia. E ci sei soltanto tu

Vivi in bilico. E fumi le tue Lucky Strike

E ti rendi conto, di quanto le maledirai

E da qui e da qui

Qui non arrivano gli ordini a insegnarti la strada buona

E da qui e da qui

Qui Non arrivano Gli Angeli

E lacrime calde e bollenti scendono su di me, sul racconto di Luca, sulle nostre vite, sulla descrizione di una Milano che può in realtà essere ogni città. Cadono su un’anima smarrita, che non sa più volare, cadono sulla volontà che manca, sul nostro eterno essere secondi. Eppure…

A volte è stato quell’ambire al primo posto a spronare tanti cammini, tanti sforzi, persino il mio eterno impegno a non mollare, a non adeguarmi. Forse è stato quell’essere un secondo che ha permesso a Luca Bonaffini di creare melodie che ci ricordano come:

Perché noi siamo come bolle.

Ma possiamo scegliere se essere di sapone o di sentimento.

Quindi sparire o durare per sempre, affollando la memoria di chi ci ha offerto la grande opportunità di “essere umani”.

Ed ecco la magia.

Nell’ultimo capitolo.

Il senso del mio cercare in questo libro un sorso di acqua pura.

Acquea pulita, fonte del cuore…

E nelle ultime pagine le lacrime cambiano. Diventano emozione pura, in un lontano ricordo impresso a fuoco dentro di me, che ha più valore di mille kefiah, il simbolo di quello che sono oggi.

E lo devo a un grande autore.

Pierangelo Bertoli. E quel racconto spazza il dolore della sconfitta, quella frustrazione di essere eterna seconda.

Era il 1990.

Tutti di fronte a mamma RAI per l’ennesimo polpettone mediatico, che avrebbe riempito le nostre vuote teste di ritornelli monotoni e ipnotizzanti, trasformandoci in un gregge educato privo di bellezza.

Ecco che sul palco arriva qualcosa di strano, incongruente, come mi sentivo io.

Era un uomo, un cantautore che conoscevo, disarmonico nella sua anomalia fisica, eppure fiero con quello sguardo duro e senza vergogna. E tre uomini, dritti come fusi dallo stesso sguardo di granito. Indiani venuti da un passato, fierezza e coraggio di antichi Apache.

E iniziarono a cantare.

Una melodia dura, eppure armoniosa, con un ritmo cadenzato da ballata folk con assoli di puro strano rock. E parole, parole che sembravano pugni. E una voce, cristallina e piena di passione che cantava l’orrore di sentirsi emarginati, il dolore di essere diversi, ma anche la fierezza di non abbassare lo sguardo.

Ero li, affascinata.

Sedotta e avvinta da parole che avevano la forza di un tornado.

Li a urlare la stessa sensazione di ribellione che urlava Bertoli e i Tazenda.

Si alzarono tutti in piedi.

A spellarsi le mani. Io mi alzai dalla poltrona.

E da quel giorno non ho mai smesso di cantarla dentro il mio cuore.

Anche oggi che i due guerrieri Andrea e Pierangelo non ci sono più. Ma che sono rivissuti attraverso un ricordo che non è di Luca, ma anche un po’ mio.

In quegli anni in cui il senso di appartenenza era oramai sgretolato e ci avrebbe restituito un modo marcio, allo sbando, un postmoderno senza più fondamenta. Da ricostruire ma incapaci di farlo.

E noi abbandonati ancora oggi, dalla politica, dalla società, e persino da Dio lo cantiamo ogni volta che non vogliamo arrenderci. Perché arrenderci significa darla vinta alla tentacolare sistema.

Cos’è un mondo senza un senso di appartenenza a qualcosa?”

“Niente, caro Luca”.

Allora diventiamo alleati – inconsapevoli e ignoranti – di quel sistema che fa sì che le minoranze non possano mai dire la loro.

E, accettando tacitamente il sopruso dei prepotenti sui più deboli, ne diventiamo complici.

Meglio tacere che rischiare, no?

Nell’immondizia, allora, va a finire che ci anneghiamo anche noi.

Oppure, se ci stiamo già e non vogliamo venirne fuori, significa che tanto male non ci stiamo.

Ma la luna dal monte spunta.

Il cuore è ancora una

Fuente ‘ia, gradessida

Gai puru deo

Potho bier a sa vida

Cuore mio

Fonte viva, gradita

così anch’io

Posso bere alla vita

La speranza torna là, da dove viene tutto.

Alla fonte della vita, dove l’acqua gradita disseta il nostro cuore, che batte e combatte.

E ogni tanto, invece dei soliti libri, leggetevi qualcosa che è e resta memoria. Che è e resta forza. Che è e resta un canto di speranza, una rivendicazione politica, una critica sociale. O solamente un pugno in faccia per risvegliarsi alla vita.

Questa mia recensione la dedico a voi. A te Pierangelo che mi hai insegnato a affrontare la vita a muso duro:

affronterò la vita a muso duro

un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro

o se avrò soltanto luoghi sconosciuti

canterò le mie canzoni a tutti loro

e alla fine della strada potrò dire che i miei giorni li ho vissuti

E a te Andrea, voce di mille angeli, che mi hai dato una terra da cui tornare, un sogno a cui credere e un senso al mio disagio

perché anche nel dolore più orribile, quello che sembra annientarti e non farti respirare, arriverà sempre il Carnevale, a farti risvegliare la vita

Dio, sei nell’aria?

Dio reso ridicolo

Domani mattina vi lascio la vita e me ne vado

Domani mattina mando il mondo affanculo

Dio, esci di casa

Fammi morire adesso

Che muoia guardando

Gli agnellini saltare

Balla che adesso viene il carnevale

A scuoterci la vita

Allora potrai anche dimenticare

Le grandi preoccupazioni della settimana

E il cuore no, non si stupisce

E la morte no, non c’entra

E la notte sarà invasa dal vento della primavera

E ogni volta che mando affanculo Dio e la vita. È la tua voce a darmi la forza per risalire.

Grazie Luca. Fiera di essere un eterno secondo.

Lassa chi alen’ in pache,

lassa chi intret unu bicculu e’ luche.

Dedicata a Pierangelo Bertoli , e Andrea Parodi .

Adesso cantate agli angeli

“Anche la morte ascolta il jazz” di Valeria Biuso, Ianieri edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La prima sensazione che ho provato nel leggere il libro di Valeria Biuso è un senso di liberazione. Lo stesso che provo ascoltando una vecchia canzone, che non è Jazz ma ha la stessa cadenza graffiante e venata di malinconia, Vestita di bianco di uno misconosciuto Michele Pecora, tornato alla ribalta a causa di un sospetto caso di plagio ad opera di un bluesman italiano famoso.

E cosa diceva mai questa strana canzone?

Poi non so spiegarmi

è come se adesso

trovassi la mia liberazione

è come staccarsi da un mondo

che non ti ha mai voluto bene.

 

Voglio guardare per l’ultima volta

gli alberi, i fiori, lo sai, è primavera

e adesso la sera arriva più tardi

e i giorni già sono più caldi.

 

Ma adesso se vuoi possiamo andare

ho fatto le cose che avevo da fare

ho detto le cose che avevo da dire

adesso io posso

adesso io voglio venire”.

E dove andrà mai l’artista protagonista di questi meravigliosi versi?

Alla ricerca dell’autenticità. All’essenza delle cose. Tra le braccia di una terrificante e meravigliosa Dea Bianca.

La morte ascolta il jazz è apparentemente un libro sulla crisi identitaria e valoriale di una generazione perduta oramai nel miasma soffocante di una modernità che domina una New York rampante e agguerrita. Quella degli anni 40, laddove l’umanità invischiata nell’immobilità, tenta invano di ritrovarsi in un ansito di ribellione in di nuove idee capaci di scontrarsi con un borghesismo capitalista, che oramai imperversava impazzito. Un periodo dorato per la cultura e per la musica, quello che ancor oggi influenza in modo indelebile la nostra letteratura. Non a caso il testo della Biuso risente delle bellezze vaneggianti di Truman Capote, di  Carson McCullers, di Norman Mailer ma che non dimentica al tempo stesso la favolosa eredità di William Faulkner, di Sinclair Lewis con lo scandaloso Main Street, libro che omaggia  le figure femminili, tratteggiandole  fortemente alienate dall’opprimente atmosfera dell’elite statunitense, da quel sistema che tentano di riformare politicamente ed esteticamente. Sono tanti gli echi letterari che occhieggiano maliziosi da queste pagine, troppi da elencare senza omaggiare la loro eccelsa arte.

Parliamoci chiaro.

 Fuori il nome di chi, volente o nolente, non sia stato influenzato, in parte o totalmente, dal fermento che in quegli anni magici sembrava scuotere un paese ferito dopo la crisi del 1929, con il crollo di Wall Street e la conseguente grande depressione?

Nessuno sarà totalmente immune al fascino di  Charles Bukowski o di  Jack Kerouac.

 E sapete cosa salvò l’economia americana?

La guerra.

Capite quel paese dei sogni, delle grandi possibilità, uscì dalla crisi per mezzo di soldi insanguinati o come direbbe un grande Bon Jovi Blood Money:

Blood money

Bought and then sold you

But your conscience is all you can take to your grave

Fu dal 1039 e il 1940 che  il picco della produzione industriale quasi raddoppiò e di conseguenza la disoccupazione cadde dal 14% del 1940 al 2% nel 1943, con una forza lavoro che crebbe di almeno dieci milioni di unità. Tutto merito dei finanziamenti del governo.

 Che impatto ebbe questo rinnovamento dell’economia sulla vita culturale?

Se furono anni di stabilità e prosperità per la classe media bianca americana è drammaticamente ovvio che tale benessere non si estese a tutti. Molti americani, quelli segregati nei quartieri divenuti famosi con il cinema, continuarono a vivere nella povertà anche durante i fecondi anni di Eisenhower. La crescita del consumismo, portò anche a un aumento dei sobborghi, la retorica della libertà e del self made man era drammaticamente e tragicamente distante dalla realtà di grandi fette della popolazione come gli afroamericani che continuarono a soffrire di discriminazioni sociali, economiche e politiche.

E questo portò a una sorta di reazione che oscillava da un reale e importante impegno politico, all’adesione velleitaria e illusoria di strampalate idee di ribellione che sfociavano in un pseudo-marxismo e in idee anticonformiste confluite poi negli anni sessanta, nella psichedelica cultura hippie.

E i personaggi che appaiono accanto al protagonista William Brooks sono fruitori di veri e propri paradisi artificiali fondanti una strana mescolanze di pensieri liberali, utopie alternative e di uso di droghe per evadere da una realtà tutta dedita al perbenismo consumistico. Senza, purtuttavia, incidere davvero nel sistema. E’ la ricerca non di una valida alternativa al sistema, come fecero i rappresentanti del movimento per i diritti civili, nato proprio in quegli anni, ma una sorta di blando voyerismo baudelairiano fatto di una sorta di egoistico spreco di energie intellettuali, atte a immaginare voli pindarici, alternative fumose, che finivano per essere spazzate con forza dal vento dello status quo che, con rabbiosa forza, si imporrà sempre e comunque su queste inutili fantasiose sperimentazioni finto culturali.

Una generazione che, lungi dal muoversi e dal rendere il mondo delle idee di platonica memoria azione, impegnavano i loro talenti reali e presunti in un esercizio egoico costante. Discorsi di alta filosofia soffocanti quanto i ristretti luoghi simbolo di una prigionia costante di una città che soffocava ogni reale creatività, fanno da sfondo alla ricerca di William.

Cosa cerca il protagonista?

Soprattutto un’essenza racchiusa dentro di sé che renda la possibilità, azione. Che renda il suo impegno intellettuale vivo e pulsante, che lo allontani dalle reiterazioni di comportamenti che, lungi dall’essere rivoluzionari, si risolvevano in una vigliacca fuga dal reale. Ed è questa non scelta che diviene complice del mantenimento di una morale spersonalizzante, sempre più pressante, sempre più forte, sempre più schiavizzante. Nella ricerca di modelli privi di una pressione evolutiva, senza un innesto motorio che spinga verso un cambiamento concreto, che sia produzione intellettuale o sia semplice gesto, si attua una vera e propria alienazione da sé stessi. Questa è simboleggiata dall’uso costante di droghe che, lontano dallo svegliare i sensi, li mortificano fino a renderli atrofizzati, condannati al silenzio dell’invisibilità e ci mostra una gioventù vuota, un guscio senza anima, perché i concetti che non divengono azione, che non divengono realtà concreta, sono solo infinite probabilità in un cerchio vitale che diviene soltanto sogno. Il tempo è una lunga e angosciosa gabbia di seta, una lunga e infinita ripetizione di comportamenti senza valore etico, una serie di litanie che non risvegliano ma addormentano. In questo contesto gli unici veri artisti sono i jazzisti che rendono le sensazioni, le emozioni più oscure musica. Ed è questa musica  l’unico barlume di vita in una compagine di morti viventi, in grado di muoversi soltanto toccati dall’oscura magia delle note del be bop.

 Ed è spesso solo la morte che accompagna questo psichedelico e filosofico viaggio alla ricerca dell’essenza a dare un tocco di vita alle loro esistenze. È soltanto quando il corpo abbandona questo cimitero intellettuale che, la persona, diviene davvero soggetto. È solo a contatto con quel realismo assurdo eppur necessario che è la morte che il cerchio si chiude.

E la morte viaggia accanto a William spronandolo a dare un corpo alla sua sensibilità, fino a pungolarlo verso la creazione anch’essa più viva e più vicina al vero viaggio, delle sue patetiche elucubrazioni mentali. Nello scrivere il tempo di William diviene davvero eterno, diventa davvero lui servo dell’uomo e non viceversa, nello scrivere riesce a

Dopo anni ero stato in grado di concluderlo, di formalizzare una scelta e portarla fino in fondo. Mi sentivo fiero, gonfio di gratitudine e di speranza. C’ero, come non mai.

Vivevo attraverso quanto avevo intuito e raccontato, al di là dei confini angusti determinati dall’opportuno. Era tutto lì. Cinquecento pagine di sangue, riprografia e severa ingiustizia intellettuale…

 

È l’incapacità di dare una corporeità alle sue emozioni e alle sue sensazioni a rendere Will incompleto

 

Tuttavia, io sapevo che c’era ben poco di vivo e sensato in mezzo a tutte quel-le figure retoriche… Avevo bisogno di ridonare senso al mio romanzo, di spogliarlo di ogni artificiosità. Presi a battere a macchina, riempii due pagine e mi fermai. Non ero in grado di venire a capo delle mie stesse idee.

Vagavano per la mia testa scontrandosi l’una con l’altra, esplodendo in mucchietti di cenere trasparente che si liquefacevano in una melma incolore. La carta era bianca e la colpa era di quella penna.

E qua esiste il vero capolavoro, il nucleo perfetto del testo, di cui il jazz la cultura hipster, l’esoterismo e l’alienazione sono solo le conseguenze: è l’arte, ma quella vera, fatta di sudore e sangue sceso a fiotti dalle arterie della nostra anima a dare un senso e a liberarci delle contraddizioni della società. È solo lo scrivere che riesce a vincere, persino, sulla morte cosi come la musica la sua compagna l’altra faccia di quella medaglia chiamata musa creativa, sulla morte. È l’arte a avvicinarci e permetterci di aver:

 

Sfiorato l’essenza, hai toccato con mano la forma del tutto, fondendoti con esso. Menti quando dici di non avere un significato, una mansione all’interno di questo caos. Ti sei unito alla realtà per carpirne i segreti e i guasti, sei la voce dell’esistenza. È la simbiosi che dà vita ai capolavori, dovresti saperlo. Al contrario di ciò che spesso si crede, il tempo forgia la bellezza.

Scrivere, la Biuso ce lo dimostra, non è soltanto un atto presuntuoso che ci pone al di fuori di questa umanità a volte degradata e a volte cosi fangosa. Scrivere non è il mezzo con cui conquistare posti in classifiche e allori. Non deve essere il mezzo con cui assicurarsi il seguito di grupie. Scrivere è come il jazz

 

un virus, un virus di libertà, che si è diffuso sulla terra, “infettando” tutto ciò che ha trovato sulla sua strada: il cinema, la poesia, la pittura, la vita stessa.

Steve Lacy

E ancora

 

Invano chiuderai le orecchie al jazz. Il jazz è vita. È arte. È ebbrezza di suoni e rumori. E gioia animale di movimenti elastici. È melanconia di passioni. È noi oggi.

André Coeuroy et André Schaeffner

Il jazz, al pari della scrittura, scava a fondo nel terreno fertile di cosa ci circonda, scava a mani nude quasi con un piglio ossessivo per ritrovare i doni della terrà, germogli, reperti archeologici di sogni oramai dimenticati, fossili di emozioni universali, eterne forme di vita che sfuggono a un occhio troppo abituato all’ovvio, alla banalità anche dell’eccesso a quel costante, ineffabile e devastante spleen che striscia verso l’anima rendendola guscio vuoto.

come elicitarla? Riuscivo solamente a percepire un richiamo scialbo e immoto, l’eco del lamento di un naufrago, forse smarritosi nel deserto dei miei pensieri. Come un dolore obliato, confinato in una cella segreta dai miei  sensi…

 

Ecco che soltanto con l’arte si ritrova la via verso l’assoluto. E soltanto l’arte, quella vera riesce a gabbare la morte cosi come ci racconta Branduardi in ballo in fa diesis minore:

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo

Posa la falce e danza tondo a tondo

Il giro di una danza e poi un altro ancora

E tu del tempo non sei più signora

Ed è così che il nostro Will riesce finalmente a realizzare il sogno di un personaggio straordinario Tic Toc:

 

Il tempo dipende soltanto dalle cose che accadono. Se non accade nulla, se non c’è nulla che si muove, non c’è tempo….. Ora, il mio progetto è rendere gli orologi capaci di afferrare le variazioni del tempo individuale, trasferendole su quello universale. A quel punto, diverremmo tutti quanti più onesti

 

Immergetevi finalmente nella bellezza, immergetevi in un libro ricco di poesia, di contenuto, di messaggi e capace di elevare anima, spirito e sensi umani. Non credo che la mia recensione possa mai farvi comprendere appieno tale diamante. Ma vi assicuro che, nel momento in cui lo sfoglierete, il vostro io esulterà e si addentrerà in paesaggi incantati. E la vostra coscienza finalmente viaggerà libera e forse riuscirà davvero a creare arte e non patetiche imitazioni che non aggiungono linfa alla cultura ma la sviliscono. Grazie di cuore da tutti gli amanti dell’ideale Valeria, per questo incommensurabile dono, unico in grado di farci vedere uno spiraglio di sole in questo lutto dei tempi, in questo vuoto, in quest’eterna finzione che maschera l’inutilità con la rivoluzione dei concetti. Ma che di contestatario non ha nulla ma ha solo una tragicomica costante schiavitù

Eccola la mia vita: un continuo e debosciato scontro armato tra sentimenti vigliacchi e mercenari, aspirazioni fasulle e sciatte scuse. Un infinito attrito tra quello che avrei voluto provare e quello che provavo realmente.

 

“La locomotiva” di Antonio G. D’Errico, Letteratura alternativa edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia.

(Ludwig van Beethoven)

 

La musica non è solo un passatempo. Essa attraversa e supera le ere, le epoche, la storia stessa, divenendo l’unica reale interpretazione di quei dati, che messi assieme, costruiscono non solo la nostra realtà ma danno vita anche ai miti, che le regalano senso e che uniscono i popoli.

La musica interpreta sentimenti e passioni, ma anche le evoluzioni e le involuzioni sociali, tanto che la storia della musica è la storia di noi uomini, sospesi tra disordine o ordine, tra sviluppo e decadenza.

Non a caso molti stupendi autori di testi e giocolieri delle note sono stati visti con malevoli sentimenti dagli agenti di socializzazione (scuola, opinione pubblica, famiglie e perché no la chiesa) in questo considerato perturbatori dell’ordine costituito, novelli Robin Hood o incarnazioni della luciferina ribellione, o Eve pronte a disobbedire al comando maschilista e dominatore.

La musica con la sua magia, con quel suo ritmo spesso scanzonato, sensuale o inquietante ha rivelato più di quanto i saggi dei miei amati sociologi potevano. se volevi comprendere il suicidio era più facile elaborarlo con la canzone di Michele Pecora “Vestita di Bianco” che con il perfetto saggio di Durkheim, appunto perché le note, la sonorità, quella formula matematica che sembrava discendere dalle altezze dello spirito o del iperuranio di platoniana memoria, parlavano all’anima di noi stessi, quella nata, secondo la bibbia proprio dal verbo. Era come un riconoscere il conoscersi nel respiro di Dio o come perfettamente lo descrive Coelho nell’anima mundi, essenza e principio generatore di tutto il conoscibile. E la musica mi ha sempre accompagnato, titillando corde della mia interiorità che altrimenti, nella mia costante ricerca e venerazione della logica, restavano spente, quasi smorte. Leggere la Locomotiva è stato l’interruttore dei miei ricordi, di quell’ansia rivoluzionaria che anche per me, nei miei splendidi e tanto rimpianti anni della giovinezza, mi portavano ad abbracciare lo spirito anarchico. E che ogni tanto, oggi, in quella maturità raggiunta a fatica, fanno capolino, bizzarri e indomabili, tra frasi ironiche e rifiuto costante dei compromessi. Quegli anni mi hanno e ci hanno lasciato la volontà di essere più che di apparire, di meritarsi ogni traguardo, di ribellarsi alle vie facili e alle facilonerie. E perché no a continuare a sognare, nonostante i miei 42 anni, un mondo diverso una vera e propria isola che non c’è nella convinzione testarda che:

chi ci ha già rinunciato

 e ti ride alle spalle

 forse è ancora più pazzo di te.

D’Errico ha raccontato non solo la sua vita attraverso la musica, ma anche la mia. I cantautori citati sono stati la linfa che mi ha nutrito e fatto da balia, crescendomi a latte e note, a testi su cui riflettere e emozioni immediate. Bennato con il suo Burattino senza fili, de Andre, De Gregori e Guccini con la Locomotiva, colonna sonora delle mie mille battaglie politiche, L’avvelenata, e l’anticonformismo di Ivan Graziani, la rabbia e l’innovazione ecologista di Bertoli, sono tutti lì a sorridermi tra le pagine come amici ritrovati ma in fondo mai perduti.

Non sono in grado, forse di raccontarvi stavolta il libro, di analizzarlo, troppo presa dal canticchiare le melodie tanto amate, a ritrovare le voci che pensavo di aver scordato, per fermarmi sulla prosa, sul senso, sulla bellezza di questo testo. Perché forse quello che davvero emerge non è la filosofia politica e sociale dei mie grandi cantautori, quanto l’emozione del ritmo, la sua forza dirompente, quel ritornello che come un martello riesce a sfondare il muro che ci divide dall’altro (cosi come fecero milioni di ragazzi nell’89 al grido di Brick in the wall, distruggendo le tronfie torri di babele, che confondono in razze l’umanità, che devasta le stanze lussuose del potere, che urla i suoi acuti no, come un inno di liberazione. Emerge quella volontà di rinnovare, di sperimentare, di crescere attraverso lo studio delle note, attraverso quel pensiero che nei testi emergeva prepotente, ribelle e sfacciato contro i dogmi, le convenzioni, le consuetudini e gli stereotipi al grido del vento dell’anarchia.

Denunciando, raccontando l’amore senza perbenismi, in quel modo così feroce e passionale, ma cosi tremendamente vero e carnale, la musica univa intere persone, in canti, cori improvvisati, in un urlo collettivo liberatorio più di tanti cruenti riti apotropaici

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,

con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,

quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,

ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli,

 

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere: i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,

i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti

sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso lanciato sopra i continenti,

 

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano

che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:

ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,

sembrava avesse dentro un potere tremendo,

la stessa forza della dinamite,

 

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,

parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”

e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via

la bomba proletaria e illuminava l’ aria

la fiaccola dell’ anarchia,

 

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,

un treno di lusso, lontana destinazione:

vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,

pensava al magro giorno della sua gente attorno,

pensava un treno pieno di signori,

 

Non so che cosa accadde, perché prese la decisione,

forse una rabbia antica, generazioni senza nome

che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:

dimenticò pietà, scordò la sua bontà,

la bomba sua la macchina a vapore,

 

E sul binario stava la locomotiva,

la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,

sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno

mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,

con forza cieca di baleno,

con forza cieca di baleno,

 

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo

pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.

Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura

e prima di pensare a quel che stava a fare,

il mostro divorava la pianura,

 

Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,

nessuno immaginava di andare verso la vendetta,

ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:

“notizia di emergenza, agite con urgenza,

un pazzo si è lanciato contro al treno,

 

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva

e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva

e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande inaria:

“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!

Trionfi la giustizia proletaria!

 

E intanto corre corre corre sempre più forte

e corre corre corre corre verso la morte

e niente ormai può trattenere l’immensa forza distruttrice,

aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto

della grande consolatrice,

 

La storia ci racconta come finì la corsa

la macchina deviata lungo una linea morta…

con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli elava,

esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:

lo raccolsero che ancora respirava,

 

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore

mentre fa correr via la macchina a vapore

e che ci giunga un giorno ancora la notizia

di una locomotiva, come una cosa viva,

lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,

 

Come spiegarvi il fascino e il brivido che ancor oggi, mentre ripeto le strofe imparate a memoria, questo testo mi dà?

Come spiegarvi la fulminea fascinazione di quel finale

lanciata a bomba contro l’ingiustizia

Per noi non era solo una canzone tratta dalle Radici della nostra storia (è azzeccatissimo il titolo della raccolta). Per noi era il simbolo di una forza, quella del progresso, che potesse trascinare con il pensiero e con l’azione viva resa quasi carne, ogni becera distinzione di casta, di status sociale, di razza e religione a favore di una nuova umanità, dell’uomo nuovo cosi come il comandante Ernesto Che Guevara auspicava nel suo meraviglioso Il socialismo e l’uomo a Cuba, sintetizzato nella famosissima frase:

 

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.

 

La locomotiva racconta, in chiave strettamente simbolica, l’impatto atroce che  le idee autenticamente rivoluzionarie sul sistema di potere,  quegli ideali che  ridanno dignità a  quell’ansito di uguaglianza, di pari opportunità, di rispetto per l’altro, cosi giornalmente svuotate nel loro significato da un mondo che fa dell’utile immediato il suo Dio. E il macchinista cosi folle, cosi spregiudicato, simboleggia perfettamente la volontà di cambiamento, insita in ognuno di noi, che senza aver timore di ripercussioni, di morire, si lancia contro le strutture del potere. E non ha timore di signora morte perché si rende conto di essere eterna, di essere inscritta nel nostro DNA, eredità di un dio che si è sempre ribellato contro il potere assoluto del Demiurgo.

La locomotiva è semplicemente un’allegoria del senso latente di ingiustizia che, da secoli, tutti noi coltiviamo e nutriamo con disillusione, rancore misto a un respiro di cambiamento. Nel nostro mondo tutto apparentemente cambia. Ma se si osserva più attentamente, con occhi smaliziati, tutto resta esattamente al proprio posto. Lo status quo, le convenzioni sociali, la gerarchia economica non modificano le loro strutture. Semplicemente cambiano i protagonisti, i suonatori, ma la musica è la stessa, una nenia che addormenta le coscienze convincendole che in fondo tutto è congelato in un eterno spettacolo. Nulla si muove tutto è apparenza, tutto è involuzione. In questo caso soltanto la musica, può scontrarsi con questa realtà immutabile e quasi fantascientifica. soltanto le parole lanciate come un treno, contro l’ipocrisia “borghese” contro la legge che premia il più forte, può creare il necessario shock culturale, che stride con il nostro ossessivo immobilismo.

Ed è quello che Guccini, De Andrè, De Gregori, Dalla ci hanno lasciato nelle loro canzoni, anzi poesie e che è semplificato nella meravigliosa poesia di Che Guevara:

Quando al finale di tutte le giornate non avrò più un futuro fatto di cammino, verrò a rinverdirmi nel tuo sguardo come ridente brandello di destino. Partirò per cammini più ampli di un semplice ricordo, concatenando addì nel fluire del tempo

Ed è questo che accade a noi sognatori, che non hanno mai ceduto, anche oggi con i capelli bianchi, armati non più di fucili ma penna, che incidono parole con lacrime di sogni infranti e sangue di illusioni spezzate, sperando che questo mistico sacrificio giunga a voi e vi guidi lungo la meravigliosa strada di un’anarchia, che deve essere soprattutto mentale: sono proprio le menti, che rifiutano il dogma, quelle a produrre cambiamento.

Grazie a Antonio D’errico per avermi regalato questo sogno di nuovo, forse stanco, forse spiegazzato, ma sempre pulsante di passione e vita. E consiglio questo libro a tutti i ragazzi e anche i meno giovani, che posso imparare di nuovo a sognare, a vivere la musica e la vita che essa accompagna in modo più intenso e perché no, poetico. Leggetelo, inebriatevi di bellezza.

 

 

 

Il libro vi aspetta su

http://www.letteraturaalternativa.it/shop/narrativa/la-locomotiva-antonio-g-derrico/