“La sposa inglese” di Anita Sessa, Dri edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni donna ha un paio di ali

chiuse dentro di se

Ponta ad ascese sconfinate

Enrico Ruggieri

Ho sempre amato questa canzone.

Credo che parli benissimo di noi donne più di uno dei miei amati saggi femministi ( scusami Simone).

Perché una donna non è solo apparenza, doveri, aspettative, sacrifici.

Una donna non è e non può essere solo madre, moglie amante , sempre vista in coppia o in funzione di qualcuno o qualcosa e mai come essere unico e incredibile.

Una donna è un essere vivente che come la descrive perfettamente Clarissa Pinkola Estes è fatta di sottili fili di magia, di respiri e sogni, di ideali e speranze.

E’ una fata nel vero senso della parola e non è un caso che gli omaggi migliori alle donne siano stati fatti da uomini meravigliosi che le hanno appunto definite fate.

Il termine deriva da fata-orum plurale di fatum fato o destino, considerato come entità femminile assumendo le vesti di dea del destino. Come se qualcosa nella donna la rendesse capace di impugnare la matita e disegnare anzi scrivere la sua storia il suo percorso, la sua unicità, con i tratti che più preferisce.

La fata è l’incantevole figura femminile della mitologia popolare, dotata di poteri magici e per lo più benefici.

La fata era la benevola signora dalle bianche vesti, protettrice di messi e bestiame tipica delle regioni alpine.

Era la saliga o la Signora bianca.

Era benedizione e punizione per chi infrangeva il patto tra l’uomo e il cosmo.

Ecco che dire fata a una donna, significa appellarla con i doni della bellezza e non solo fisica, del fascino, ossia della capacità di creare con la sola parola la malia o l’incantesimo.

E’ la donna provvidenziale, colei che con le sue arti spesso riferite alla manualità, intesse un meraviglioso arazzo sbrogliando i nodi e facendo scorrere il fuso.

E non è un caso che tante narrazioni, la fata ossia la dea bianca, colei che riceve direttamente la luce dentro di se inglobandola affinché poi possa rinascere, si concentrano sul peggior dramma subito da queste eteree figure: il taglio delle mani.

Come in un oscura profezia, il terrore piombava su di lei come un incubo, e le sue peculiarità venivano amputate.

Ecco che la delicata fanciulla, veniva privata delle mani da un diavolo assetato di sangue.

E cosi è stato davvero.

La donna, da regina e divinità, da meraviglia del creato, altra parte della luna, venne progressivamente privata della sua sovranità e di quel meraviglioso potere collegato con la narrazione e con la creazione reale di mondi e società.

Bastava la parola per tessere i destini, come le norme, sorridenti e serafiche considerate dalla retrospettiva maschilista, delle perfide demoniache oscure creature.

La donna venne cosi privata di sensualità e relegata accanto a un focolare reso sterile dalla privazione della sua atavica magia.

Davanti al fuoco la donna non creava più ombre fantastiche sul muro, né cucinava cibo e pozioni di erbe, in un atto di eterno amore.

Era li solo per sollazzare di leccornie l’uomo che la possedeva, come se essa non fosse altro che un oggetto.

Venne privata dalla sacralità della maternità (non solo intesa in senso fisico ma anche mentale come fecondità di idee) relegandolo a mero atto consono al mantenimento della stirpe del dominatore.

Venne, sostanzialmente privata della sua libertà.

E per questo, il massimo della sua morte interiore avvenne proprio nella mia epoca preferita, laddove la scienza prendeva il posto che spettava alla religione e alla superstizione, rendendo l’Inghilterra una nazione potente e decisiva per la scacchiera europea.

Ma al contrario di tanto progresso, ella rimaneva li, inerme, incatenata, completamente schiava della consuetudine.

La sposa inglese, nonostante l’apparente scenario di un delizioso rosa, ha sei sublimi scatti di ribellione femminista.

Leggete con attenzione.

Mentre intorno a lei dame e gentiluomini si scambiavano convenevoli, stando bene attenti a non dare scandalo, si ritrovò ancora una volta ad ammirare quell’impassibilità e quella rigidità generali, che confluivano nell’eleganza. Sapeva di essere molto diversa da quelle persone, di non avere le stesse aspirazioni e di essere in cerca di qualcosa di totalmente differente. Se ne rendeva pienamente conto quando si perdeva ad osservare i dettagli del mondo, piccole sfumature nell’aria che le scatenavano dentro emozioni mai provate prima.

Quante di voi si riconoscono in questa descrizione?

Quante si sentono totalmente fuori posto negli abiti che la società confeziona addosso a noi?

Non serve essere la splendida Edith nel periodo vittoriano.

Tutte noi ci sentiamo aliene alle aspirazioni di tante come noi, educate a dire si al re di turno.

Edith si era comportata esattamente come il mondo si aspettava si comportasse. Nulla di più, nulla di meno. E come avrebbe potuto essere altrimenti quando fanciulle come lei venivano trascinate dalla campagna in città con preciso intento di trovare marito? Esposte e messe in vendita come libbre di carne, vendute al miglior offerente?

Come se qualcosa di selvaggio, simboleggiato da una Scozia mai pienamente ammansita dal potere convenzionale dell’Inghilterra, scorresse e cantasse nelle vene di chi non ha paura di udirla quella voce.

Allora ci guardiamo allo specchio, coraggiose e indomite e cerchiamo qualcosa di diverso, da quello che ci è prospettato come il desiderio reale del nostro sesso.

E cosa vorresti, Edith? A noi non è concesso altro.”

E cosa avremmo noi donne di diverso dagli uomini?

Ecco che coscienza e lato oscuro iniziano a dialogare tra loro, facendo sognare scenari diversi da quelli che il bon ton ci prospetta, qualcosa che ha il sapore spavaldo della libertà.

Freud si fece una sola domanda per tutta la sua vita: cosa vogliono le donne?

Edith in questo piccolo prezioso romanzo lo racconta con estrema semplicità:

Aveva bisogno di quella libertà, solo in quei frangenti poteva e riusciva davvero a dimenticarsi di tutto e tutti. Delle regole, delle convenzioni sociali, del suo ruolo di moglie indesiderata e duchessa improvvisata. In quei momenti Edith non aveva bisogno di nessuno, non doveva rendere conto a nessuno.

E quando inizi a dirlo a te stessa, nulla è come prima e inizi a scrivere davvero la trama della tua vita, inizi a essere protagonista e non più comparsa, inizia a essere viva e non più vittima degli eventi.

E magari trovi chi ha lo stesso colore della brughiera, dove lo sguardo può spaziare, dove dissetarsi e dove essere se stessi.

Sapete cosa vi auguro ragazze?

Di trovare voi stesse e chi possa dirvi le più belle parole d’amore che io abbia mai letto:

E riguardo alla vostra domanda, Edith, immagino di preferirvi indomita e libera dalle convenzioni sociali piuttosto che imbrigliata in quelle catene immaginarie che vi costringono a stare al vostro posto. Un posto che, peraltro, non mi sembra abbiate scelto o desideriate.”

La ragazza lo guardò negli occhi. Il brivido che l’aveva scossa quando lui aveva pronunciato il suo nome con quell’accento marcatamente scozzese e rude, lasciò il passo a un calore che le si diffuse nel petto. Nessuno aveva mai colto quell’aspetto della sua personalità, quella sua continua ricerca di evadere e liberarsi dalle convenzioni.

Vi auguro qualcuno che vi inviti a essere cosi libere, piuttosto che mettervi su un finto piedistallo e impedire alla vostra anima di volare in alto, oltre le stelle

C’è chi ti urla che sei bella

che sei una fata, sei una stella

poi ti fa schiava, però no

chiamarlo amore non si può.

Edoardo Bennato

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“Victorian Solstice” di Federica Soprani e Vittoria Corella, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Doveva capitare prima o poi.

Non certo una caduta di qualità dei libri da me recensiti, ma quel testo capace di mettere alla prova il mio animo, divenendo la mia spina nel fianco.

E’ capitato e ironia della sorte ne sono estremamente felice.

Perché se l’anima di un blogger non vibra più, non sente l’emozione ne il fiato sul collo del volume che sta recensendo o leggendo, significa che la sua anima è inaridita, le sue orecchie otturate e ha dato tutto ciò che poteva dare.

Allora è il caso di fare un inchino, sorridere e volere via.

Perché la magia si è interrotta.

Invece, faticare per una recensione significa emozione, sensazione, adrenalina e voglia di scoprire ancora, di sollevarle le pagine e scrutare oltre le parole alla ricerca del senso che sfugge.

E cosi come un segugio, scodinzolante tra l’altro, sono andata a scontrarmi con Victorian Solstice.

Totalmente irriverente, totalmente scomodo, totalmente refrattario alla mie aspettative, tanto da sbeffeggiarle con quel cipiglio cosi fastidioso.

Arrivi ma non mi prendi” diceva.

E io a inseguirlo con più tenacia che mai.

E poi oggi, mentre scrivo, una giornata di splendido sole, cosi totalmente differente dal contenuto scabroso e inquietante al limite della blasfemia, del testo.

Un testo capace di scioccare, capace di prenderti la testa e costringerti a vedere le verità che neghi.

Che sfuggi perché sono orrende, sono troppo per chi alla bellezza ci crede fermamente, quasi come un appiglio per non affondare nella melma.

Perché per quanto una come me al fango sfugga, sfugga alle fogne che sono nascoste sotto il nostro perfetto mondo civile, le avverto.

Il loro fetore si confonde con quegli odori primaverili, con quelle sognanti immagini di vacanza, di lune incantate, di mari tempestosi, di odori afrodisiaci di legno bruciato.

Dietro esiste la porta oscura, in ogni città, in ogni anfratto apparentemente dipinto con rose dall’effluvio soave.

Occhieggia, ride beffardo, sa che finché non verrà evidenziato, ILLUMINATO prospererà nel buio.

E cos’è direte mai, questo orrendo mostro?

Non è un mostro.

Siamo noi.

E’ la nostra bestialità, l’altra parte dell’umanità che invade con quell’odore di marcio ogni epoca e ogni apparenza di progresso.

Lo vediamo oggi, più che mai.

E lo abbiamo osservato sia come esterni, sia grazie ai meraviglioso autori come Dickens nel periodo vittoriano.

Ma procediamo con ordine.

L’agghiacciante dato.

Quello che stona e che ha fatto arricciare adorabili nasini alla francese, non è stato tanto quell’oscuro fetore dietro le belle strade di Londra.

E’ stato il voler descrivere con tratti sognanti, estremamente stridenti con il senso del testo, un amore proibito.

Anzi, ancora peggio, il rapporto perverso tra due uomini.

Ecco su cosa ci soffermiamo.

E’ troppo andare oltre vero?

Accettare che quel vittorianesimo descritto dalle due autrici, sia lo specchio del nostro tempo, è troppo per noi.

Meglio elevarsi a moralizzatori e far tornare la minaccia nei comodi binari del perbenismo borghese.

Sapete come chiamo il nostro post moderno?

Neo vittorianesimo.

E sapete perché?

Perché al pari di quel periodo che, in fondo, non posso non amare proprio perché mi mette di fronte ai miei limiti, abbiamo raggiunto la luna, livelli tecnologici alti, ma perduto noi stessi.

Perduto l’incanto della poesia, della magia del sogno.

Abbiamo diviso il mondo in perbene e in deviato.

E forse siamo ancora più ipocriti di loro, che alla fine mostravano fieri la loro pruderie.

Noi fingiamo di accettar il diverso.

Salvo che il diverso non si mostri.

E’ l’animale da palcoscenico per i talk show o per i reality, o i programmi trash.

Se però si parla di diritti, beh ripiombiamo alla Londra di Victorian Solstice.

Il disagio di amare che provano Shemaldine e Jonas.

Sentirsi colpevoli perché non si riesce ad adempiere alle prospettive della società perbene.

Cosi perbene che dietro la Londra, icona splendente e perla del sommo impero britaninco, esistono luoghi di perdizione, residenza non di oscuri istinti, ma degli invisibili.

Sottoterra brulica l’umanità malata, quella senza diritti, storpia e inaccettabile per il decoro.

Perché questa mancanza, questo handicap non giovava alla gloria della regina Vittoria.

Dietro le meravigliose perfette notti del debutto, si compiono i più efferati delitti ai danni di quella riserva di carne che è adibita alla soddisfazione dei bisogni più turpi.

Della perfetta società borghese.

Della nobiltà piena di boria, del clero probo e devoto.

La notte è per i perduti, la notte è per le aberrazioni compiute contro chi, uno status umano, non ce l’ha più.

Anzi forse non è mai stato investito del termine persona.

E’ White Chapel, luogo di orrore.

Sono i Docks luogo di perdizione.

E dove lo sguardo non vuole arrivare, perché arrivarci significherebbe sancire una verità occultata: Londra è una società morta.

L’Inghilterra vittoriana, nonostante la meraviglia del Tower Bridge, superba opera ingegneristica, è degrado.

E’ il ricco che balla come un morto vivente cibandosi del cadavere putrescente del povero.

E’ l’abominio peggiore computo nel silenzio complice.

E’ il sesso venduto per due penny.

E’ il nome che ti garantisce l’immunità.

E’ la società vittoriana che decade pagina per pagina, mostrando la sua vera facciata: la morte sociale.

Amo il vittoriano proprio per questo.

No, non sono una gotica dark.

Semplicemente ho ancora un grammo di coscienza per rendermi conto che, solo dal passato, posso capire il mio presente.

E quella Londra non è altro che specchio della mia Roma.

Di New York.

Di Ogni città europea.

Di ogni parte del mondo.

E’ Buenos Aires che dietro al grattacielo nasconde la favelas.

E’ la favola di Dubai, meta di tanti vip, che nasconde occhi affamati. Siamo noi che per poter vivere nel lusso calpestiamo cadaveri.

Non a caso, mentre scrivo ascolto The Mask and Mirror di Lorena Mckennit.

La maschera e lo specchio.

Mai canzone fu più adatta a descrivere un libro.

La maschera che Jonas, Shemaldine, Davies portano davanti al mondo. Lo specchio, che fa vedere con brutalità il vero volto.

Un demone ghignante vestito di tutto punto, che cena con brodo di tartaruga al Cavour.

Un cadavere che cade pezzo per pezzo è quello che ci mostra lo specchio se gli chiediamo com’è la nostra società attuale?

Shemaldine e Jonas non sono solo gli eroi di una fasulla icona Gay.

Sono molto di più.

Uno è il prodotto del dolore e della perdizione, vittima di carnefici che hanno bisogno della Maddalena da redimere o del Giuda da impiccare.

Dell’invertito e del trasgressore.

Perché a loro, quando li seviziano non li cerca nessuno.

E da quel baratro ne esci distrutto, ferito, lacerato.

La tua coscienza non si fa più udire.

Non la vedi più.

Non sai se lasciarti andare, usare, distruggere o continuare a lottare.

Se non ti difende chi ti accoglie, se lo stato volta dall’altra parte e fornisce sempre vittime, che senso ha lottare?

Ma io credo fermamente che l’amore sia l’unica chiave.

E lo credono anche le autrici, perché dietro la crudezza, fa capolino la magia di un abbraccio, quella lacrima di purezza da cui Shemaldine si abbevera.

E allora Jonas diviene simbolo di tutto ciò che di bello l’essere umano ha.

Quella forza di guardare l’abisso ma impedirgli di nutrirsi di te.

E ecco che lo schiaffo che lascia ferite sanguinanti in faccia, quello che ti sveglia e che ti fa urlare, diviene speranza e forte convinzione, che in fondo la banale frase l’amore salva, è la nostra unica arma di difesa contro il putridume.

Questi sono i giorni dell’estate senza fine

Questi sono i giorni, il momento è adesso 

Non c’è passato, c’è solo futuro 

C’è solo un qui, c’è solo un adesso

Oh il tuo volto sorridente, la tua presenza graziosa 

I fuochi della primavera si stanno accendendo luminosi 

Oh il cuore raggiante e la canzone di gloria 

Invocano libertà nella notte

Questi sono i giorni dati dal fiume frizzante 

Dalla sua tempestiva grazia e dalla nostra preziosa scoperta 

Questo è l’amore di quel mago 

che tramutò l’acqua in vino

Questi sono i giorni di una danza senza fine 

e delle lunghe passeggiate nelle notti d’estate 

Questi sono i giorni del vero corteggiamento 

Quando ti tengo oh, così stretta

Questi sono i giorni ora che dobbiamo assaporare 

E dobbiamo goderceli più che possiamo 

Questi sono i giorni che dureranno per sempre 

Devi tenerli nel tuo cuore.

Van Morrison

“Il mistero di Virginia Hayley” di Alessio Filisdeo, Npsedizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La buona musa Calliope mi vuole bene.

Me ne sono resa conto dai libri che pone sulla mia strada, alcuni di una bellezza tetra ma al tempo stesso abbagliante.

Eh si miei adorati lettori.

Oscuro e fulgente, per me nata e cresciuta sotto l’ombra dei racconti celtici non sono aggettivi dicotomici anzi.

Sono parti di un concetto di bellezza antico, che fa del nero fonte di estrema chiarore.

Poiché è il nero che sublima e accoglie in se ogni colore e persino quella luminosità che noi bramiamo continuamente.

E, così, il nero è simbolo di beltà, simbolo di interiorità e mai di maligni demoni. E’ l’antro da cui si rinasce, da cui emergono fiammeggianti stille di fulgore a cui noi, sognatori ci abbeveriamo.

Calliope ha ispirato il buon Flisdeo, rendendolo capace di imprimere su carta (o meno poeticamente su pc) una storia dal sapore gotico, ambientata nell’antro vittoriano, ma irrorata da un certo spirito polemico tipico dei grandi autori di narrativa sociale.

Qua, in questo libro, convivono tutti in un armonico mosaico il buon Dickens, una certa ironia alla Austen, la tetraggine del buon Walpole e una certa dose di irriverenza di Le Fanu più che di Stoker.

I personaggi che troverete, infatti, sono totalmente diversi dallo stereotipo che aleggia attorno alla figura del soprannaturale, e risultano, al pari della buona Carmilla, molto umani imprigionati nella loro rimembranza triste di una vita oramai perduta.

E cosi viaggiano non morti, vampiri, licantropi, sensitivi e streghe che animano i retrocessi della benevola società londinese.

Ed è un contrasto degno di un vero riformatore sociale, poiché i veri demoni non sono scaturiti dai peggiori racconti orrorifici ma rappresentano i protagonisti che la vera vita e la vera umanità celano dietro lo stantio e immobile sistema sociale dell’epoca.

Alla fine loro sono i frutti di un apparente normalità che di banale non ha proprio nulla.

La società vittoriana di allora si nutriva di energie.

Era il vero borghese il prototipo del vampiro, con la sua ansia di dividere il giorno e la notte, il buono e il cattivo, facendo si che lo stesso cittadino probo divenisse fulgido esempio anche a discapito della massa popolare a cui veniva riservato l’onore di rappresentare l’abbrutimento di chi non si atteneva a ligie regole morali.

Londra appare cosi profondamente adombrata da netti contrasti: sfavillio, cultura e innovazione tecnologica a osannare la grandeur del regno britannico. Orrore devastazione, vizio e degrado a raccontare come il progresso ha una facciata meno nobile e meno civile quella che gorgoglia nei bassifondi chiamati WhiteChapel o i Docxs, con quell’umanità che stenta a riconoscersi come tale, cercando di sopravvivere rinunciando alla sua straordinarietà, ai talenti e alle potenzialità.

E già si delinea un “sotto testo” che riesce a carpire i segreti del periodo scelto e utilizza appunto l’elemento sovrannaturale per sottolineare la denuncia.

I mostri quelli scaturiti dai peggiori sogni non sono i carnefici del testo.

Il vero carnefice è l’interesse economico, la stabilità il buon nome che tenta di celare le contraddizioni e tenta di occultare il marcio sotto il tappeto.

Per gli scrittori vittoriani White Chapel e i suoi orrori non esistono.

Whitechapel: la tomba della rettitudine, il simbolo stesso della depravazione e della corruzione di Londra, patria di puttane, tagliagole ed ebrei.

Li raccontano semmai in modo allegorico utilizzando demoni che esorcizzano il vero male in un rito apotropaico che sa tanto di tentativo di redenzione.

Ma una società che non ammette i propri sbagli e le proprie imperfezioni come può essere salvata?

La società vittoriana non era che una bella facciata.

Esaltava i propri successi, il buon nome acquisito con il duro lavoro, salvo poi riversare i propri vizi nelle fumerie di oppio e nei sobborghi in cerca di un piacere effimero e senza regole.

Ecco la perfetta descrizione di quella Londra che tanto angosciava Charles Dickens e che non aveva il sapore del progresso ma del fumo delle industrie che anneriva i polmoni e rendeva gli uomini dei veri e propri condannati

Miracoli, orrori oltre ogni immaginazione, tradimenti, cospirazioni. Ed è solo la punta della piramide, di quell’infido e sdrucciolevole mausoleo che voi chiamate “Londra”

E Londra appare cosi offuscata, quasi uno specchio distorto in cui la sua bellezza, quella che tanti libri celebrano, appare già brulicante di marcio e vermi striscianti

Se quella notte fosse stata simile alle altre, per i suoi sudici vicoli vi si sarebbe potuta ammirare la più rivoltante assemblea di scarti sociali. Bestie, non uomini. Animali consumati dalla febbre della lussuria, dall’ebrezza dell’alcol, desiderosi di dimenticare pure per un solo attimo quella miserabile vita fatta di stenti e di violenza.

E gli eventi e la ricerca della verità, del colpevole non fanno altro che da sfondo al vero protagonista del libro, quella rottura della percezione cosi soave e comoda che lo stesso protagonista e che noi tutti abbiamo del mondo in cui ci tocca vivere:

In tali occasioni, tutto ci pare sbagliato. Noi stesse, le nostre idee, il nostro apparire, i nostri desideri. Ciò che avevamo giudicato nobile a una prima occhiata appassisce nella superficialità a una seconda. Ciò che avevamo reputato brillante si rivela opaco, e ciò che ci aveva colpito nella sua favolosa concezione si dimostra null’altro che un’illusione dei nostri sensi.

Le note riecheggiano sgraziate. Il ciarlare convulso serpeggia guastando l’umore. La triviale condiscendenza del sesso opposto insulta apertamente quel briciolo di amor proprio che la società, coi suoi ipocriti insegnamenti, ancora non è riuscita a estirparci. Così, questa cupola che sino a non molto tempo fa ci era sembrata dorata e idilliaca, si rivela finalmente ai nostri occhi per quello che realmente è»

E qual’è quindi il nostro peccato, quello che permette ai “mostri” di accompagnarci in questo sfrenata commedia dell’arte senza senso?

Un delirante spettacolo di marionette, i cui fili invisibili sono mossi dal conformismo e dalla doppiezza, poiché la menzogna è la più sopportabile, e confortevole, delle realtà»

Il vero contatto con il reale, quello disturbante nel testo non è la scoperta che l’altro mondo viaggia assieme a noi.

L’Inghilterra e l’intero regno unito, in fondo c’è abitato. Tante le leggende che fondano e colorano l’autentico spirito anglosassone a partire dal mito della testa di Bran sepolta sotto la torre di Londra.

No.

Il vero male che si tenta di occultate è molto più semplice, più banale e pertanto più infido e i mostri stessi, i vampiri, le streghe non sono altro che i coprotagonisti di quel marcio che rese fallace e friabile la società del tardo ottocento: il perbenismo.

Quella volontà di rendere tutti uguali, tutti addormentati, privi di slancio vitale, privi di poesia, privi di immaginazione. Scelti non dal destino ma dal compromesso sociale e inserirsi volenti e nolenti in ruoli prestabiliti da cui uscire era…impossibile.

Condanna?

La morte sociale.

Allora era meglio non vedere, fingere di non conoscere l’occulta motivazione alla base di scelte politiche, sociali e emotive cosi disastrose per la psiche come quella della pruderie.

Ecco che in fondo in ogni vittoriano o neo vittoriano in cui l’oscuro altro mondo inizia a viaggiare, ci si sente più attratti da queste figure mitologiche da cui dovremmo rifuggire spaventati, le uniche in fondo, in aperto e spontaneo contatto con le loro naturali inclinazioni: il vampiro deve bere sangue, il licantropo ululare alla luna, la strega beffare e ingannare.

Ma l’uomo… ah lui no.

Potrebbe essere libero e invece è condannato…da se stesso.

Nelle storie di fantasmi è sempre notte, e l’ambiente lugubre trasuda malvagità da ogni parete, lasciando solo intravedere l’orrore. Nella realtà, ben più inquietante, i misfatti e le colpe sono illuminati dalla luce del sole, esposti allo sguardo e alla vergogna di tutti.

Amo e ho amato profondamente questo libro.

E non solo per la capacità dell’autore di farmi viaggiare attraverso la cortina del tempi.

Ma perché, in fondo, descrivendo la Londra vittoriana sta descrivendo la mia, la nostra società.

Quella di oggi.

E finalmente posso vedere di quanti fili è imbrigliato il mio corpo e forse…toglierli.

E tornare a essere me stessa.

“Alice nel labirinto” di Roberta de Tomi, DarioAbate Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Di anima se ne sente parlare tantissimo. È una parola usata e abusata, dai contorni sfumati, difficili da raccontare e da contenere in descrizioni e in confini umani, troppo stretti per qualcosa di così strabiliante. Anima è coscienza, è immaginazione, è la sede dei migliori sentimenti di una creatura che, se ne fosse priva, sarebbe soltanto un organismo perfetto, ma vuoto e senza musicalità. L’anima è l’effluvio che ci avvolge e ci rende straordinariamente umani. Così simili agli angeli eppure cosi superiori, perché dotati di possibilità di scelta, di infinite sfumature, legato alla terra eppure vicino al cielo. È l’anima che si riversa nell’arte, che è sia scritta, sia visiva, che sia fatta di tatto, di odori, di sapori e ricordi. Vaghe immagini che si ammassano dentro di noi, in un caotico eppure perfetto mosaico, che ha significati unici per ciascuna testa, per ciascuno sguardo, per ogni udito. Così differenti e così cacofonici, così belli e così orrendi, nelle nostre diverse attitudini, negli errori e persino in quella volontà quasi ribelle di immergersi nell’abisso, nella pazzia e nel male. L’anima è stupefacente anche nelle sue più turpi immagini, nelle sue orrende scivolate verso i più tenebrosi meandri dell’inconscio. Così difficile da definire e raccontare per la razionalità eppure così presente, diffusa come se fosse aria che fa respirare, come se fosse un marchio invisibile sì, ma indelebile sulla pelle. E sapete come si riconosce l’anima?

Da dove essa occhieggia beffarda?

Nella creatività.

In quella caratteristica capacità di trascendere i limiti del reale e immergersi in mari burrascosi e incomprensibili. Mari che possiamo navigare soltanto rinunciando, momentaneamente, all’attaccamento dei nostri sensi acclamati dalla scienza e dotarci di un significato spesso ammantato di non senso, di follia… ma non quella oscena e disturbante causata da ossessioni e dolori, bensì quella bonaria dell’assurdo, del non consueto che gli inglesi chiamavano “weird”[1]. Carrol ce l’ha mostrato a noi bambini speciali, quelli che volevano colori mai visti, suoni mai uditi e immaginavano creature fuori dall’ordinario, mostri per il volgo, ma incanti per chi ha la doppia vista e sa scalfire il velo di maya.

Ma poi si cresce. Ci si addentra in una realtà chiusa e soffocante chiamata società, con la sua socializzazione tendente all’omologazione, quella sua paura del diverso, quella sua volontà di controllo ossessivo. E si dimenticano i mondi incantati troppo liberi, troppo controcorrente, capaci solo di stimolare il nostro pensiero e di farlo arrivare nelle regioni impervie della contestazione. E una società che si regge sullo status quo, che combatte l’evoluzione e il cambiamento per mantenersi sana seppur decadente e salda sui suoi principi zombi, non può e non deve accettare il weird.

L’evento più triste, osceno e orrorifico che accade a un bimbo in procinto di entrare nella scena societaria, di effettuare il debutto e barattare con il successo e il potere la sua peculiare stranezza, è quello di far addormentare non l’anima intera, ma la sua parte più creativa, quella che altrimenti metterebbe in discussione ogni dettaglio, ogni convenzione ogni certezza. Ci si immerge nella realtà e nel clamore del mondo con la conseguenza di inaridirsi, di ridursi in cenere, soavi ricordi che ogni tanto fanno capolino nel sonno. Chi ha un talento, una dote, un dono, invece di viverlo, festeggiarlo, di celebrarlo con gratitudine, segno della benedizione della divinità, cerca di addomesticarlo sottomettendolo alle convenzioni, al bon ton e persino ai finti escamotage di liberazione dello stesso, rappresentati dalla tecnica. Briglie che legano un qualcosa che è e deve restare libero, che deve romperle, le regole. Non ossequiarle. Come si può riverire le catene?

Come si può concepire che le stesse siano un abbellimento a qualcosa che deve restare indomito?

Come si può considerare il dono di creare sottomesso alle fallaci regole umane che impongono soltanto dominio e successo?

Il successo è di questo mondo, l’arte di uno che forse non siete mai riusciti a raggiungere.

Il mondo delle idee non può sottostare ai dettami umani, perché vive e nasce lungo il fiume che i norreni chiamano Sogno. È sognando che si manifesta il reale, è dalla sostanza delle immagini mentali che noi diamo volto e consistenza alla cosiddetta realtà. Che non esiste. Che è solo proiezione della nostra capacità di nominare. E allora come possiamo pensare minimamente di bestemmiare l’arcano?

Di privare di mistero e di segretezza il mondo numinoso?

Il paese delle meraviglie cantato da Carroll è questo. È il concetto supremo della capacità di osare, laddove anche gli angeli esitano.

L’alice di Roberta De Tomi siamo noi. Noi tutti che affrontiamo riottosi quella fase chiamata socializzazione.

Alice perde o dimentica quel weird dove brillano i sogni, dove la linfa vitale incomprensibile dell’arte dimora.

Alice dimentica il suo nome.

Dimenticando il suo nome scorda la sua essenza.

Troppo presa da sé stessa, quella che sboccia in un mondo di luci sfavillanti pieno di promesse, di amore, di lucentezza, di armonia. Smette di raccontarsi storie assurde. Smette di assaporare l’aroma speziato di un the servito da teiere sbeccate, in un ricevimento bizzarro e assurdo. Smette di parlare con i fiori e ascoltare la voce degli insetti. Sono solo insetti in fondo, puoi approcciarti solo con un atteggiamento scientifico. Le porte sono porte, il cibo sostiene le cellule e gli organi. Non fa crescere né rimpicciolire. Un coniglio è solo preda quando non è un adorabile animaletto da mostrare all’altro come segno di status. Un cappellaio si occupa di farci apparire al meglio. Il the non è una gara di indovinelli, ma un preciso rituale con un profondo senso di condivisione dei valori sociali.

Noia.

Decadenza.

Vecchiume.

Ecco perché il bisogno mio e di Alice del paese delle meraviglie diviene un forte richiamo. Per non avvizzire in ricordo di amori perduti, di opportunità non sfruttate, per non ascoltare il coro del dissenso, dell’anatema sociale. È il bisogno di bagnarci alla gelida fonte del non senso, di nutrirsi di fantasia senza briglie di accettabilità. Correre in un mondo senza confini, immaginaria dimensione di delicata, piacevole, bonaria follia.

Non quella malsana che fa sempre parte delle regole sociali, quelle che hanno bisogno del male per autocelebrarsi, che hanno bisogno del deviante per esorcizzare quella parte oscura, che hanno bisogno del cattivo per apparire buone.  Ma di quella saggia mente che gioca con le sue sinapsi e le libera, mettendole alla prova con uno sprone a passare da livelli interpretativi diversi, mai uguali, stimoli per una mente che rischia di atrofizzarsi. Quella che con piglio fiero rompe ogni schema e sostituisce alla sensazione banale la mistica visione dell’intuito, del mito e dell’infinito. È la percezione che abbiamo, anzi che ci hanno obbligato ad avere educandoci secondo precisi intenti, che definisce il nostro ruolo, che definisce la natura del mondo. E che ci tarpa le ali. È quella maschera che diventa così dittatoriale da sostituirsi alla nostra vera pelle, così da frenare ogni nostro altro impulso diverso da quello lecito e accettato. Ecco che ci ritroviamo a pezzi. Crepe da cui non si lascia passare acqua pulita, ma solo polvere e sporcizia. Dalle crepe si potrebbe spiare il mondo, si possono seminare fiori dai colori strabilianti. Sono le crepe dalle quali in vetusti paesini, si innalza ridente un verde rampicante. E invece? Abbiamo tristi fessure riempite con rimpianti e rinunce.

Alice come noi è piena di crepe non quando perde il suo amore, ma quando tornando per un capriccio del destino in quel mondo antico, immergendosi in quel fiume oscuro e vitale, si accorge della mancanza. Si accorge quanto quella bimba che inventava storie e parlava con le carte da gioco le manca. Che in fondo non sa più chi è. Sa soltanto chi deve essere: madre, sposa, cittadino perfetto. Perché le hanno bestialmente inculcato che il suo io bambino deve morire necessariamente per far sbocciare la donna. Acclamata e attesa per reiterare l’assurdità societaria.

È il sogno di una compagine così spaventata dal disordine, da difendere strenuamente i propri confini tanto da chiuderli all’immaginazione. Del resto come ci racconta Fatema Mernissi: immaginazione è disordine, è caos e anarchia, quel brodo primordiale da cui tutto nasce, da cui tutto discende e a cui, forse, tutti ritorniamo per far brillare quel sé che urla e piange per richiamare la nostra distratta attenzione.

Alice diviene integra soltanto quando impara che lei può essere tutto e il contrario di tutto: bambina, donna, anziana, maga e giocoliere, santa e blasfema. Seria e saggia, razionale e folle. E che ogni parte della sua anima, (ecco che torna l’ineffabile vero protagonista della storia) è la chiave per salvare quel mondo di incanti con cui plachiamo la nostra fame di vita.

Alice torna a raccontarsi e raccontare storie. Riattiva il legame con il numinoso, spezzato dalle convenzioni, che non è lʹanti realtà, ma soltanto una prospettiva diversa da cui osservare il mondo.

Abbraccio la mia Alice, grata per il suo coraggio nell´aver riaperto le porte di quel paese delle meraviglie che tanto mi è mancato. Quello che la società cosiddetta civile tenterà sempre di strapparci.

Perché imbrigliare il diverso, il sogno, nascondere l’immaginazione sotto il tappeto e osteggiare la poesia e l’arte è il miglior modo per renderci addomesticabili. È privarci della libertà facendoci vivere come polli, ignari della nostra vera essenza di aquile.

Un libro coraggioso, onirico e poetico, dotato di una forza evocativa rara, capace di spronare il pensiero con la sublime tecnica del libro game. Siete voi a crearvi la vostra storia di Alice. Sarete messi alla prova sfruttando il vostro terrore a rompere la rigida consuetudine persino di un libro, che è (e deve restare) sogno. Fuori dalle rigide, improbabili regole del realismo.

Vi sfido.

Siete capaci di essere folli?

 

 

Nota

[1] Dall’inglese: strano, misterioso, bizzarro. Definisce un genere letterario che presenta elementi fantastici e assurdi.

“Van Helsing. Blood Never lies”di Natascia Lucchetti, Delrai edizioni. A cura di Aurora Stella e Micheli Alessandra

 

Alla scoperta di Van Helsing. L’uomo dietro al cacciatore. di Aurora Stella 

La gente ha bisogno di un mostro in cui credere. Un nemico vero e orribile. Un demone in contrasto col quale definire la propria identità. Altrimenti siamo soltanto noi contro noi stessi.

Chuck Palahniuk

La prima volta che incontrai Van Helsing avevo 18 anni. Fece capolino tra le pagine di Dracula di Bram Stoker. Devo dire che lo presi subito in simpatia e fui contenta che, anni dopo, a interpretare la parte di questo cacciatore di vampiri nel film di Coppola, fosse Antony Hopkins

Ma chi è in realtà Van Helisng? Qual è il contesto storico in cui vive?

Grazie al libro di Natascia ho avuto le risposte a questo quesito e a molti altri.

In questo manoscritto abbiamo la genesi di un cacciatore; cosa ha reso Van Helsing il persecutore di vampiri che abbiamo imparato a conoscere.

Chi può cacciare un mostro se non un mostro?

Non vi sto facendo alcuno spoiler o dicendo chissà quale castroneria. Sono semplicemente ricorsa all’etimologia della parola mostro, cioè prodigio.

Oggi noi diamo a questo termine un ‘accezione negativa, ma pensate quando si utilizza un paragone tipo “sei un mostro di intelligenza”. Gli state forse dicendo che è una “Creatura mitica risultante da una contaminazione innaturale di elementi diversi, e tale da suscitare l’orrore o lo stupore”?

 Van Helsing è un prodigio in grado di fermare altri prodigi. Non perché sia un pazzo visionario, (è un razionalista fino alla fine) ma perché non può fare diversamente.

Non nascondo che la chiave di questo mistero l’ho individuata italianizzando a modo mio il titolo “buon sangue non mente”. E di sangue in questo libro ce n’è a profusione: non solo quello delle vittime, fresco e vitale nel caso di mietitura da parte di vampiri o reso putrido quando a mietere vittime sia l’entità chiamata Ravenheart, ma sangue inteso come linea di discendenza. Attraverso il sangue ognuno individua il proprio ruolo: preda, predatore o cacciatore e non può sfuggire a qualcosa che è scritto nel profondo.

L’elemento che fa da contrappeso all’elemento sangue è l’ambiente. Mentre osservavo i poveri nelle loro vesti lacere, dalle mani callose, sporchi di fuliggine non potevo non pensare a Dickens o alla Burnett. Una massa indistinta di “carne da cannone” che vive nell’anonimato e serve quasi a “fare presenza”, giusto per morire insomma. Descritti a volte con tratti che sembrano presi in prestito dal Lombroso, all’inizio suscitano disgusto persino in Van Helsing.

Ma forse questi mostri di cartone, questi esseri che trascinano le loro vite come scarti di una società troppo impegnata a progredire, sono gli unici esseri “normali” in un Pantheon di mostri che circondano il protagonista.

A dimostrazione che niente è come sembra. E che la tanto paventata umanità più che nelle ricche vesti o nelle abitazioni sfarzose si individua nel sudore, nello sporco, nelle mani rese ruvide e callose dal duro lavoro. Fuori da questo contesto, tutto ciò che resta è il mostro: sia esso aberrazione o prodigio. Ci sono mostri come Alphonse il demone-bambino che suscitano persino tenerezza dato il loro bisogno d’amore.

In questo sta la bravura di Natascia. Nel ricordarci che di mostri (leggendari o meno) è pieno il mondo. Che le persone “normali” se vogliono vivere devono alzarsi ogni mattina, affrontare una giornata che li sposserà e che devono guardarsi dal male sotto ogni aspetto.

 E Anche Van Helsing scoprirà a sue spese di non essere stato che una pedina di forze più grandi di lui. E grazie a Natascia, ora potremo conoscere il percorso che lo ha portato ad essere colui che abbiamo conosciuto nel romanzo di Stoker.

 

 

Van Helsing erede del romanzo sociale. di Alessandra Micheli

Un romanzo è uno specchio che percorre una strada maestra. A volte riflette l’azzurro del cielo, a volte il fango delle pozzanghere.

Stendhal

Nel 1837 un grande autore vittoriano, un tale Charles Dickens diede alla luce uno dei miglior romanzi sociali di tutti i tempi “Oliver Twist”.  Questo fu uno dei primi, perfetti esempi di romanzi sociali che diede una svolta alle rappresentazioni quasi sempre moralistiche e romantiche della povertà, della vita dei delinquenti e dei poveri. Attraverso una vera e propria rivalutazione del romanzo di formazione  (che in Dickens raggiungerà il suo massimo livello con Grandi speranze del 1860) e un umorismo nero asfissiante e dissacrante, il testo analizzerà in modo lucido e crudo i mali della società inglese dell’ottocento. La povertà, il lavoro minorile, la criminalità urbana (spesso considerata una vera ribellione alla povertà e allo sfruttamento) e l’ipocrisia della tanto decantata cultura vittoriana.

Ricordatevi questi elementi che saranno indispensabili nel corso della recensione.

Nel 1819 un medico frustrato e arrabbiato John Polidori, diede alla stampa un libro, nato per gioco e per noia durante quello che fu chiamato l’anno senza estate, che prendeva come spunto il mito eterno e inquietante del vampiro. Tutto accadde durante la permanenza a Villa Diodati assieme a eminenti nomi quali Percy Bysshe Shelley, la sua compagna nonché futura moglie Mary Wollstonecraft Godwin e Jane Clairmont, sorellastra di Mary e all’epoca amante di Byron. A causa dell’incessante pioggia si pensò di passare il tempo leggendo storie di fantasmi, finché lord Byron propose di creare una sorta di gara su chi sarebbe riuscito a scrivere il racconto d’orrore più bello. E spaventoso.

E fu così che il nostro Polidori, partendo pare da un frammento di una storia di Byron stesso, porterà a termine il Vampiro.

Che novità apportò nel campo etnologico di una figura conosciuta in tutto il globo?

E’ semplice. Polidori riuscì a trasformare il vampiro del folklore nella forma che oggi è più conosciuta, ovvero quella del demone aristocratico che cerca le sue prede nell’alta società. E in più riuscì a dare voce a una congenita antipatia per il suo datore di lavoro, che usò per caratterizzare in negativo il suo personaggio. Vanesio, dandy e poco attento alle esigenze altrui.

Bel colpo John.

Cosa centrano questi due dati con la recensione di Natascia?

Semplicemente basterebbero per raccontarvi il testo, senza sprecare inutili parole. Van Helisnig parla del vampiro e della sua origine maligna e oscura secondo la migliore tradizione vittoriana con tanto di perversione e sesso, tanto male e molti quesiti sulla sua origine. Ma, ed è qua la fantastica novità, queste domande contrariamente al primo omaggio al Dracula stokeriano e di Coppola, inserisce un elemento che renderebbe il mio amato Dickens davvero giubilante: usa il simbolo per operare una vera e propria critica sociale. E non solo al sistema vittoriano in sé, ma partendo da quello estende a ogni privilegio, a ogni stereotipo sul ruolo e la necessita del deviante e della vittima. Come ho già sostenuto in altre recensioni, ogni società specialmente quella apparentemente più prospera e evoluta, ma che usa questo progresso semplicemente per mascherare e sotterrare le sue idiosincrasie sotto un bel tappeto di marca, ha bisogno della vittima, della delinquenza e del male. Questo perché invece di affrontare davvero quei nodi ingarbugliati che rappresentano i propri limiti, preferisce nasconderli e sacrificarli in quell’osceno rito propiziatorio per esorcizzare infantilmente un male che è prodotto dalle proprie limitazioni.

«I pazzi sono un bene

prezioso per la società, anche se reietti. Si può far loto tutto

senza pagarne il prezzo, perché secondo la legge non dicono

mai la verità, ma inventano tutto.»

 

Assurdo eppur attuale.

Ci serve il diverso, ci serve il pazzo, ci serve il malavitoso e ci serve ogni soggetto considerato inferiore o dissonante in seno alla società proba che invece brulla per contrapposizione. Ma sentirsi civili solo al confronto con, significa mettere a nudo la propria sconfitta. Nessun vero progresso divide la società in due categorie nette e distinte nella tipologia di amico/nemico, sano/malato, giovane/anziano, o peccatore/santo. Ogni VERA società ingloba in un posto prestabilito ogni talento, esaltando ogni potenzialità e donando a ogni soggetto diritti e doveri ponendoli non sul piano dell’eguaglianza, ma dell’equità. Ognuno allo stesso punto di partenza, ognuno con strumenti conoscitivi adatti alla sua personalità, impegnato a far crescere non una società moraleggiante ma una società priva di patologie.

Perchè se abbiamo bisogno del peccatore per sentirci santi, siamo davvero sulla via dello sfracello.

E Van Helsing è il simbolo di questa necessaria evoluzione partendo da uno stato inconsapevole e adornato di pregiudizi, di preconcetti a soprattutto di una visione distorta dell’altro a uno stato di conoscenza superiore in cui è il contesto a deturpare i talenti dell’uomo e non l’uomo a distruggere il contesto:

 

Non è giusto, ma è il contesto in cui cresci a decidere ciò di cui andrai fiero e ciò che ti farà vergognare. Te lo impongono quando sei solo un ragazzino

Ecco che l’umanità brulicante, nascosta all’occhio vigile della coscienza è più soggetta alla caduta, di chi con i privilegi ci cresce e si nutre

Leggete questa frase:

 

Le persone abbandonate, sole e ferite erano più propense a cedere alle lusinghe del male. Le loro intenzioni non erano malvage, tutt’altro. Molte di quelle donne desideravano solo la forza per superare la vita da sole, per portare a testa alta il fardello di una sorte che le aveva sconfitte

Questa lucida visione degli intricati meccanismi del mantenimento della cultura sociale divengono pugnali appuntiti con cui titillare l’ego di chi si sente al sicuro, di chi si sente migliore tanto da osservare con disgusto una melma che è il prodotto della stessa morale che oggi ti rende sicuro e tronfio

 

Figli di un tempo che andava di corsa, mescolati a gente perduta, senza guida senza legge, se non il rigore della strada.

Il Southwark era un luogo spento, dove il colore della vita era stato prosciugato dall’intenso e inarrestabile brulicare d’esistenze.

Ed è in questa parte meno nobile della vita, costellata di ombre e malignità impersonate dal demone che non si può distruggere perché:

 

Finché esisterà la malvagità, lui ci sarà, sempre. Non lo si può debellare, non lo si può uccidere… Egli rappresenta il limite per tutti i cavalieri» specificò.

Finché esisteranno le divisioni, finché uomini si sentiranno in diritto di giudicare l’imperfezione come un cancro da estirpare o peggio, come un esperimento per reiterare idee sbagliate sulla civiltà e sul uomo, ogni demone, ogni non morto sorriderà sempre ghignando. Ed è inutile girare il volto dall’altra parte, o tentare di combatterlo, finché non si accetterà la più terribile delle verità:

 

non era l’oscurità a farli mutare, ma l’indifferenza, la freddezza di una società troppo occupata a nascondere le sue oscenità sotto il tappeto per mostrarsi splendente.

E’ un libro diverso questo, maturato durante un preciso percorso che dagli albori della Strega dei Corvi, fino allo splendore decadente del risveglio della fenice per poi toccare la miseria di Ravenherat mostra qui il suo volto maturo, un volto che fa davvero sbiadire il suo Dracula, avvicinandosi sempre più alle vitte della Letteratura. Qua Van Helsing è il suo pregiato capolavoro, cattivo sicuramente, dissacrante, distruttivo per tutti coloro che non accetteranno mai la conclusione più ovvia. E’ l’uomo stesso, quando usa l’altro per mantenersi in vita, anche se è morto dentro e muore perché non riesce a distruggere il ostacolo della sua follia della sua sfrenata corsa a un progresso senza anima, a un accumulo di ricchezza, a una volontà precisa di considerare il fango solo come un liquame e non come il terreno fertile da cui ripartire. Quell’uomo perduto, ucciso, usato da una scienza senza amore, da una falsa conoscenza che è solo una bieca finalità di distruzione. Quell’uomo i cui sogni non sono il mezzo per creare realtà migliori ma solo per sfuggire al vuoto nefasto in cui sono inglobati:

 

I sogni sono l’unico rifugio per persone come noi. Uomini e donne che non hanno niente, incastrati dalla nascita in una società indifferente.»

Uomini incapaci di cercare e di trovare un senso alla loro esistenza, un perché al dolore e una via d’uscita a questa dorata gabbia putrida di rassegnazione:

Siamo un gruppo di persone che ha perso qualcosa o non l’ha mai avuta. La grande città ci ha fregato con le sue illusioni e ci ha trasformato in quelli che siamo. Non abbiamo un codice d’onore, né nobili obiettivi. Cerchiamo solo di sopravvivere.»

 

Ma la rassegnazione non è fatta per l’essere umano, non è pane per i denti di quella speciale creatura fatta più alta degli angeli, capace di dare un nome all’universo e di toccare alte vette di bellezza.  La rassegnazione è solo per miseri burattini impauriti, decisi a farsi bastare il mondo conosciuto, timorosi di oltrepassare i limiti, cosi idioti da combattere ogni giorno su un assurdo ring per far deliziare gli occhi insanguinati dei nostri demoni. cosi sciocchi da far vincere il dolore, senza affrontarlo fissarlo negli occhi e rendersi conto che è lui ad essere solo un patetico, fasullo fantoccio.

Van Helsing è questo.

Un grido di rabbia e al tempo stesso di speranza. Un je d’accuse, ma anche una speranza di rinascita. Perché se è vero che la nostra amica crea la società d’ombra, è pur vero che accanto al potere di morte abbiamo quello di rinascere

Eravamo noi umani i creatori dell’ombra. 

Siete anche i creatori della luce, però» mi disse Gӧtz, con un mezzo sorriso sulle labbra.  Perché alcuni di voi sono capaci di mitigare l’istinto di un mostro e regalargli affetto senza fare discriminazioni. Solo l’amicizia degli esseri umani salva lo spirito stanco di quelli come noi, ci aiuta a comprendere che le distinzioni che entrambe le specie si ostinano a mantenere possono essere abbattute con semplicità.»

Van Helsing è tutto.

Compassione e orrore, dolore e gioia, volontà di cambiamento e impossibilità di evolvere.

Grettezza e liberazione.

Semplicemente un’umanità che deve comprendere come è dal fango che nascono i fiori più belli e pregiati.

E io non ho molte parole da spendere su questo libro.

Ma spero che con questo testo importante e scomodo, apparentemente di evasione, voi seguite lo stesso percorso di van Helsing modello dell’uomo liberato, capace di buttare alle ortiche ogni sua idea, ogni sua concezione, ogni suo limite per abbracciare la nostra vera missione:

 

dentro di me avevo scoperto di voler aiutare l’uomo a liberare se stesso da limiti visibili e invisibili. Perché spesso l’essere umano ha bisogno di una mano tesa per guardarsi dagli altri, sì, ma soprattutto da se stesso.

Un libro non deve e non può essere solo una piacevole distrazione, un beato passatempo, un modo per ampliare la torre d’avorio in cui siamo rinchiusi.

Un libro è quel mattone lanciato a forza sul muro, come accadde tanti anni fa a Berlino e urlare con    quanto fiato in corpo

Another brick in the Wall!

Usate questo libro come quel mattone.

 

“The paradox. Il mondo sospeso” di Charlie Fletcher, Fanucci editore. A cura di Francesca Giovannetti

 

Sequel di Oversight, Paradox continua a narrare la lotta tra il mondo naturale e quello sovrannaturale con l’Oversight che controlla i confini tra i due mondi. Ma due membri della Mano dei difensori sono intrappolati nel mondo degli Specchi, che rivelerà loro antichi segreti e visioni terrificanti del passato. La minaccia degli Slaugh incombe sempre più pericolosamente.

Io sono l’Anomalia. Il Deviante. L’Aberrazione. Sono il Paradosso, il Vero Paradosso, perché non solo sono l’antitesi della ragione, ma la mia sopravvivenza contraddice il potere mortale dell’irrazionalità che dimora dentro gli Specchi Neri. Sono l’uomo morto che cammina, e l’uomo vivo che muore ogni giorno […]

Il secondo volume della saga si arricchisce di nuovi personaggi da entrambi gli schieramenti. Nuovi elementi con poteri che vengono usati a fin di bene e nuove specie di malvagi con orrende capacità di distruzione. Ognuno si inserisce nella trama in maniera fluida, arricchendo e non appesantendo il racconto.

Viene descritto con più dettagli e particolari il mondo degli Specchi dove  due dei protagonisti, Sara e Sharp, trascorrono tutta la lunghezza del libro, incontrando le Creature degli Specchi e venendo a conoscenza degli Specchi Neri, che inghiottono proiettando in un mondo di morte e distruzione.

Due passaggi dell’opera particolarmente intensi sono le descrizioni minuziose e angoscianti  fatte attraverso i sensi  delle creature dotate della Rilucenza, cioè il dono di vedere il passato attraverso il tocco degli oggetti. Le immagini si susseguono nel tempo e nello spazio coinvolgendo in un vortice di emozioni. L’abilità dell’autore nel trasmettere le sensazioni è unica.

La trama offre spunti per varie riflessioni che possono essere lette in una prospettiva estremamente attuale.

Un elemento che ricorre nella narrazione è quello dell’inganno; chi inganna per vendetta, chi perché costretto da una maledizione, chi lo nasconde dietro alla ripetizione delle parole “io non mento” che portano comunque a raggirare il malcapitato di turno. Ognuno, per raggiungere il proprio fine, che spesso è quello della vendetta, fa uso di tranelli e sotterfugi. La lezione impartita è vecchia come il mondo: fidarsi è bene…

Un altro nodo cruciale è quello del confine fra il mondo naturale e quello sovrannaturale sorvegliato dall’Oversight: in un passaggio interessante le Creature del Buio rimproverano l’Oversight di non adempiere al compito in maniera oggettiva. I Camminatori della Notte, infatti, vedono il loro mondo assottigliarsi sempre di più a causa dell’avanzata degli uomini. I Camminatori infatti sono sensibili al ferro, non possono toccarlo né attraversarlo. L’avanzare delle linee ferroviarie rimpicciolisce i loro sentieri e soffoca il loro mondo. La domanda è inevitabile: perché l’Oversight non protegge anche le Creature della Notte? Perché permette che siano sempre di più soffocate dalla modernizzazione fino a innescare micce di odio puro per tale condizione? Sottolineare l’attualità del messaggio in questione è a dir poco superfluo.

La trama non vede i personaggi interagire negli stessi spazi ma è divisa in linee narrative che si riuniscono quasi tutte alla fine del capitolo. Il tipo di scelta rende la lettura meno monotona e più interessante e articolata.

È indispensabile che il lettore che si approccia a tale opera tenga ben presente che si tratta di un secondo capitolo di una trilogia, dunque il finale non è conclusivo. Niente delusioni dunque, ma è necessario armarsi di una necessaria dose di pazienza aspettando gli inevitabili tempi di pubblicazione. Il valore di questa opera in termini di originalità e scorrevolezza, vale sicuramente l’attesa.

In attesa del secondo volume, lo staff propone un’altra recensione di “Oversight” di Charlie Fletcher, Fanucci editore, visto dall’ottica speciale di Francesca Giovannetti.

 

Nella Londra di metà Ottocento le creature  naturali e sovrannaturali  condividono la stessa realtà. Per proteggere gli umani,  che non hanno poteri, dalle pericolose creature dotate di magia non sempre benevola, esiste l’Oversight, un ente incaricata di vigilare sui contatti che avvengono fra i due tipi di creature. L’Oversight continuerà a operare fino a che i suoi componenti saranno almeno cinque. Questo scarno numero adempirà al suo compito con coraggio e sacrificio per arrestare l’Esercito della Notte, perennemente in lotta per l’invasione.

Oversight è il primo volume di una annunciata trilogia che appartiene al genere fantasy.

Tuttavia, a rendere unica questa opera, è lo stile di un livello che difficilmente ritroviamo nei testi che appartengono a tale categoria. I richiami alla letteratura classica sono vivi  e ben riconoscibili dal lettore. Le descrizioni cupe di Londra e  degli orfanotrofi portano alla mente il Charles Dickens di Oliver Twist,  si riconoscono le atmosfere di Sir Arthur Conan Doyle, si associa “Il ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wilde. Tutto si amalgama sapientemente in uno stile nuovo e scorrevole che crea un fantasy pescando nella nobile tradizione letteraria inglese unendola a tematiche attuali; l’Oversight deve proteggere gli uomini dall’Esercito delle Ombre, ma anche contenere l’avidità umana che “invade” il mondo dei Camminatori della Notte portando la modernizzazione in ogni angolo e relegando in territori sempre più ristretti le creature del buio, costringendole a uscire allo scoperto e vendicarsi. Equilibrio è la parola chiave, così semplice da pronunciare, così difficile dal mettere in atto.

I personaggi sono descritti minuziosamente, sembra di poterli vedere e toccare attraverso le pagine. Oltre alla descrizione fisica, l’autore non trascura i tormenti e le vicende emotive, scava negli animi dei personaggi lasciandoli “nudi” e presentandoceli nella loro natura più intima. Soprattutto la malvagità ci viene servita senza filtri, cruda e immediata, come una frustata.

Ogni personaggio ha una suo percorso da compiere, alcune volte le strade si intrecciano, altre no, ma il libro esprime una coralità armoniosa degli eventi; non è contemplato “perdere il filo”, poiché  sono tutti dipanati con attenta lucidità e coerenza.

Originale e innovativo, il libro stupisce ad ogni dettaglio. Le atmosfere richiamano, come già detto, quelle classiche, ma l’aggiunta di particolari usciti dalla creatività dell’autore le rende uniche; ad esempio la descrizione delle piccole ossa che adornano gli abiti dei Camminatori della Notte, o quella del “riportami a casa” strumento necessario per non smarrirsi nei mondi degli specchi.

Non mancano nel libro pillole di esoterismo, come il  sintetico e interessante accenno al “potere del cinque”, che spazia dai cinque sensi alla mano pentadattila, diventata la Mano di Miriam per gli Ebrei e la Mano di Fatima per i musulmani.

In conclusione, gli elementi per ritenere “Oversight” un tassello immancabile nel mosaico del genere fantasy sono tutti presenti. Buona lettura!

“SteamBros Investigation. L’armonia dell’imperfetto” Alastor Maverik e L.A. Mely, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Questa recensione è stata la mia spina nel fianco.  Questo non per le critiche che dovrei elargire al testo, ma perché essere, stavolta, obiettiva e anaffettiva verso un romanzo mi risulta difficile.

Capite?

E’ uno steampunk ambientato nell’epoca vittoriana. Ora, direte voi cari lettori, cosa lo differenzia dagli altri libri? Tutto. Ambientazione, atmosfere, dettagli e riferimenti a uno dei periodi che fanno germogliare pensieri nella mia mente. E ogni libro che oltre alla fantasia, stuzzichi i neuroni spesso assopiti di fronte all’imperversare di testi retti dalla sola regola del caos, dello scompiglio, sia ormonale o emotivo, rappresenta un dono elargito dalle mie amate muse.

E’ difficile, troppo difficile spiegare a chi non ne ha mai sperimentato la lettura, comprendere perché si ama molto il romanzo vittoriano o neovittoriano, di cui lo steampunk è degno erede.

E’ un età particolare, articolata e variegata in cui si ravvisano due anime: quella bigotta soffocante e ottusa della pruderie (Cito a questo proposito il neo vittoriano di Pietro De Angelis) ma anche spettacolare, dedita al principio del progresso scientifico, dove, grazie alla strabiliante forza innovatrice delle invenzioni, ci si proiettava direttamente in un futuro che appariva prossimo, vicino, abbordabile e foriero di possibilità per tutti. Tutto sullo sfondo di una Londra perduta tra i fumi delle ciminiere, dalla calugine pesante delle nuvole di carbone che celava agli indiscreti sguardi le miserie di una città metropoli. E’ questa contraddizione tra pulizia logica e marciume perverso, tra innovazione e retrogrado pensiero che affascina proprio perché capace di raccontare il vero volto umano oscuro e luminoso, che fa del nostro viaggio sulla terra un’avventura straordinaria.

E il romanzo di Alastor  Maverik e LA Mely, è tutto questo, un inno alla logica del periodo, quella scienza che appariva l’unico vero baluardo contro la disgregazione sociale e morale ma anche uno sguardo scanzonato e irriverente alla chiusura sociale di quel mondo che lottava strenuamente contro la perdita costante di parti di sé.

Perché è questo che rappresenta la scienza, la destrutturazione dello spazio sociale e dei ruoli in virtù di una nuova compagine in linea con le istanze moderniste e globalizzatrici della nazione che cresce. In quel tempo remoto eppure vicino a noi, c’era posto per l’abisso della disperazione creata dalla perdita della creatività accanto, ed è questo lo straordinario all’esaltazione dell’immaginazione. Un immaginazione però, sottomessa all’utilità nazionale, sociale, immediata della finalità cosciente, posta idealmente al servizio della patria britannica ma che in un’ottica di realismo storico era appannaggio dei pochi, molto pochi depositari del potere e della legittimità sociale. Erano i nuovi borghesi, lavoratori instancabili, attaccati al valore della produttività, della prodigalità, della decenza a entrare con passo felpato e sicuro nella compagine elitaria della Londra del tempo, accanto a lord che stentavano a tenere le redini del potere, che dovevano creare un buco nel muro delle regole di accettazione sociale ai nuovi ricchi. E questi, per poter essere davvero accettati, dovevano ripulirsi dalla calugine oscura di fabbriche e di un passato non proprio ricco di principi e di nobili natali.

Una società rampante, florida eppure strenuamente attaccata alla conservazione di almeno una facciata, come se accanto all’innovazione bisognasse garantire lo status quo. Perfette a questo proposito le parole che la Rowling fa pronunciare all’odiosa Dolores Umbridge, rappresentante perfetto di quel self control inglese che tanto accecò e acceca tuttora l’immaginazione del periodo:

Preserviamo ciò che deve essere preservato, perfezioniamo ciò che può essere perfezionato e sfrondiamo pratiche ciò che dovrebbero essere proibite. 

Ecco in sostanza il pensiero vittoriano, l’accettazione della logica fine alla grandeur della nazione ma con le necessarie limitazioni a un’immaginazione (simboleggiata dalla poesia, dal mistero e dall’esoterismo letterario) che potevano spingere la trasformazione oltre limiti non possibili da consentire. Che il mummificato sistema sociale restasse immutato come pegno per l’evoluzione e la prosperità economica.

Ecco tutto questo lo ritroviamo nel libro dei due autori, geniali, perfetti e ricchi di cultura. Ritroviamo l’irrisorio sarcasmo verso l’eccessivo controllo delle emozioni, troviamo personaggi per nulla facili da inquadrare e rappresentanti di quell’ordine nel caos. Troviamo la Londra cupa, annebbiata a vittima di se stessa con le sue eccessiva contraddizioni, le stesse che la portarono al limite. Troviamo addirittura l’accenno, condanna del lavoro minorile pratica diffusa dall’epoca. E l’arrivismo, mosso fino al massimo tanto da contemplare la soluzione dell’omicidio come lecita e addirittura giustificabile. Ma, soprattutto, troviamo un perfetto simbolo dell’asservimento dell’arte alla mera necessita, tanto da scatenare, per forza di cose, una pazzia senza ritorno.

Perché se il concetto base era la sopravvivenza e la conquista di un ambito posto al sole, rappresentato da uno status sociale da raggiungere a ogni costo, per poterlo fare era necessario e consigliato, un modo di vivere tutto basato sulla sottomissione, sulla mansuetudine, sull’abnegazione al padrone di turno, non più l’imprenditore della fabbrica ma anche il marito e l’autorità.

E vogliamo parare della feroce critica sociale verso le istituzioni?

 Morris non è altro che il classico rappresentante dell’investigatore dell’epoca, che prediligeva il palco rappresentato dalla considerazione sociale piuttosto che la risoluzione di casi. Lo  ritroviamo nella cronaca nera del tempo, che considerava importante il mantenimento di un’apparenza, relegando il marciume li nei bassifondi, nascondendolo sotto la coltre del cielo oscuro di carbone. Ignorati, dileggiati, considerati responsabili di se stessi accusati di essere lassisti di fare dell’assistenzialismo il loro mantra , la loro ragione di vita, considerati parassiti in seno all’operosa società, i ghetti londinesi erano un eccezionale amalgama di vite, disperazione, forza e forse, nel loro essere l’elemento deviante sostenevano e alimentavano la considerazione di se stessi, dei signori. Come dire: senza un povero da compatire o da attaccare, una società si troverebbe sotterrata dalle sue contraddizioni interne. Cosi White Chapel, quel contenitore brulicante di vita ignorata divenne facile preda del peggior seria killer della storia, Jack the ripper, tanto che ancora oggi, si dibatte sulla sua identità. All’epoca fu quasi lasciato agire, nonostante le nuove tecnologie,fu considerato quasi una conseguenza della scelta lavorativa di giovani perdute. Prostitute? Esse erano un abominio in seno a una società che della pruderie faceva il suo vanto.

Nicholas e Melinda Hoyt rappresentano la rivolta contro tutto questo. Rappresentano la vera forza della logica, del concetto, dell’innovazione posta a servizio di tutta la comunità. Schierati contro il lassismo rappresentato dall’autorità Morris, devono risolvere ogni caso, ogni mistero per riparare, a un torto subito, un torto fatto non solo a loro stessi ma a tutta la working class del tempo.

E in questo spunta l’elemento stempunk che spinge l’innovazione a limiti quasi moderni, come ribellione ai limiti imposti dalla mentalità dell’epoca e come inno di libertà e ribellione.

La “Hoyt Brothers investigations”. Il loro obiettivo primario è quello di riparare a tutte le ingiustizie di cui il sistema corrotto e negligente non si occupa.

La genialità di inserire una tecnologia anacronistica nella Londra vittoriana racconta come spingere fino all’estremo limite la genialità umana possa portare a un cambiamento non solo tecnologico ma anche e soprattutto mentale. Lo steam è un inno alla vera modernità che fa del ribaltamento degli assunti culturali con cui si ingabbia l’eccesso un valore da coltivare, da rendere quasi dominante nella scarna mentalità dei pavidi e degli ottusi.

E qua si nota come quegli elementi anacronistici gridano ribellione costante a una situazione vista e rivista nei mille saggi storici, a una forma mentis che per quegli stessi riferimenti tecno futuristici ci appare sempre a maggiormente stantia.

Descrizioni al limite della perfezione che mi hanno fatto domandare “ma cosa vogliono da me questi due Autori? non posso analizzarli ma soltanto incensarli”. Ti catapultano in quella magnifica possibilistica atmosfera che ti avvolge e ti ammalia e ti trascina con se, tanto da aver il terrore di arrivare all’ultima pagina e non solo. I personaggi sono di una bellezza commovente, profondamente fragili e forti, profondamente umani ma anche alieni al loro tempo pertanto eterni simboli della genialità umana: altro che scimmia nuda che balla! Chi ha il coraggio di porsi come outsider, chi non ha paura di infrangere tabù, di scoprire che i draghi intoccabili del potere sono soltanto draghi di cartone diventa davvero un essere umano non più solo membro a suo malgrado della comunità.

Ultimo dettaglio. Mel o Melinda, è un affascinante connubio in cui si raccolgono le influenze letterarie più disparata, una sorta di misto tra Sherlock Holmes ( che appare quasi di sfuggita) della Shirley della Bronte e della pazzia passionale di Catherine di Cime tempestose. Ha la genialità e le strane abitudini della Violet di Lemony Snicket,  ha la strana propensione a un cinismo a a un’anafettività di fondo dello Sheldon di “Big Bang theory”. Ha la sostanza e la forza degli eroi descritti da Verne (come non ricordare l’eccentrico capitan Nemo di ventimila leghe sotto i mari)

Un libro ricco, colto, suadente avvincente e geniale che vi consiglio vivamente. A me ha toccato corde nascoste del cuore. E ha smosso quella passione che per correttezza professionale tengo nascosta quando recensisco ma che una volta liberata fa davvero apprezzare la bellezza e la ricchezza di un libro.

 

“The Quick” di Lauren Owen, Fazi edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando ho acquistato il libro (perchè nonostante io sia una blogger li compro lo stesso)  sono stata colpita da due cose. Una è la copertina. Semplice quasi scarna eppure proprio quella semplicità resta impressa a fuoco nell’inconscio. E’ l’immagine stilizzata di un gufo, immerso in un ambiente privo di luce, che vola attraverso un intricato groviglio di rovi.   Naturale, ma ti fa capire già cosa ti troverai di fronte, un inquietante viaggio verso un atmosfera soffocante, irta di spine che se non uccidono lasciano ferite fastidiose sulla pelle. Perché The quick è un questo, un itinerario  tra qualcosa che ti ingabbia, da cui difficilmente ti liberi, proprio come quando capita d’estate, di voler golosamente raccogliere more e ti trovi intrappolato nei suoi rovi. Ecco The quick intrappola.

La seconda cosa che colpisce è il titolo. The quick è un termine immediato, con una sonorità che lascia un senso di stupore per la velocità con cui viene pronunciata. Così come il terrore. Appare all’improvviso svanisce ma lascia un fastidioso brivido sullea pelle. Pronunciare il titolo ha lo stesso fastidioso suono di unghie che grattano il vetro. The quick poi significa veloce, rapido come a identificare un movimento sovrumano. E cos’è che ha questa caratteristica?

Ce lo spiega egregiamente il sottotitolo, misteri ( il mistero ha quella cadenza rapida di un susseguirsi di inizi che lasciano sconvolti) vampiri (la velocità di un vampiro è leggendaria) soltanto il terzo termine lascia basiti e sale da te. Cosa centra una sala da te in un libro che è tutto un susseguirsi rapido di orrori e misteri che incalzano la mente con il grido stridente di quick?

The quick racconta una storia oscura, nera nella sua accezione più profonda, non soltanto perché parla degli spenti, ma anche perché è immersa nella fuligginosa Londra vittoriana dove, accanto al finto splendore, esisteva una società suburbana persa e disperata. In tal caso il nero racconta benissimo di anime che cercano di sopravvivere, di povertà e degrado. Ed è in questo marcio che prosperano una categoria di spettri incartapecoriti (come li definisce abilmente la Owen) che da millenni vivono come parassiti rinchiusi nei loro ricordi lontani. Sono gli spenti. Che gli spenti poi siano vampiri lo si legge soltanto nel titolo e negli ultimi capitoli ed è proprio quel non identificarli, quel terrore di nominarli che aumenta l’angoscia del lettore. Entità cosi forti, cosi amorali, cosi interrotte. Perché se il termine vampiro ha una certa sonorità potente e vitale, per la Owen, chi rinuncia al movimento, alla vitalità delle emozioni, non è che un vero e proprio corpo che cammina, che si degrada giorno per giorno, rinchiuso in un’immobilità che si sveglia soltanto con l’odore del sangue. E qua ci fa comprendere come il sangue è considerato il principio vitale, unico colore in quel grigiore senza speranza, senza motivazioni e senza domani. Solo un eterno attimo, solo un odore di muffa neanche di morte, perché l’odore della composizione sarebbe più naturale di questa eterna orribile stasi. E fa più paura la descrizione di quel loro circolo elitario che la brutalità delle loro azioni. Fa più terrore quel senso di stagnazione di un atto, seppur brutale e violento, che comunque da origine a un movimento. Il veloce non è tanto il vampiro in se, quanto il decadimento di un mondo che nonostante si debba sgretolare, si mantiene in vita mummificandosi. Cosi come i privilegiati del club passano ore, giorni, mesi sprofondati in lussuose poltrone polverose, davanti ai camini accesi nella speranza di frenare il gelo dell’immobilismo.

La Owen usa il vampiro per simboleggiare l’alba di una civiltà, le sue contraddizioni quella speranza addormentata, quella mancanza di sogni. Tra le storie di vampiri classici e moderni quella della Owen si pone a metà tra il moderno e il classico  ponendo l’attenzione non al lato erotico e sensuale della figura, ma sulla sua inerzia, sul decadimento di una società chiusa, bigotta e spenta. Il vampiro per la Qwen è qualcosa che è morto eppure si ostina a voler esistere, che è figlio di un epoca di disillusioni, di degrado che ama mascherarsi di lusso sfrenato, di deliri di potenza per avere ancora il sogno di poter vivere davvero. E’ la Londra di White Chapel, con il suo via vai di ladri prostitute di un umanità allo sbando, di velleità artistiche che non si realizzeranno mai perché ingabbiate in regole prestabilite che regolano i rapporti, l’amore, i sogni le ambizioni, ogni freschezza istintuale che è bandita. E’ un epoca di rassegnazione profonda di stenti non solo materiali ma anche morali e valoriali. Chi tenta di reagire al colore plumbeo, è ostacolato, bandito denigrato ( non a caso l’unica nota di colore è l’apparizione di Oscar Wilde con il suo estro satirico). Modello fasullo di benessere la vita dei protagonisti è avvolta da qualcosa di immediato che li risveglia, che da loro un’aspettativa di vita in negativo: per James è la vendetta, per Charlotte la ricerca di una speranza che la consumerà per tutta la vita. Per l’Ægolius club è la ricerca del potere, convinti che la loro razza di spenti possa trovare nuova linfa vitale in un progetto delirante di dominio; la loro forza può dirigere un umanità allo sbando, priva di riferimenti, brutale e corrotta. Ma in tutto questo fermento che non si realizza, in quanto nessuno riesce a muoversi fuori dai confini, esiste soltanto la brutalità della sopravvivenza. Nessuno ottiene cosa cerca, è soltanto in incalzare di orrore su orrore di fughe e di lotte senza un briciolo di umanità. Neanche il dolore, neanche l’amore dà la scintilla che possa dare un sorso di aria in questa cupa soffocante atmosfera. Tutti sono già morti, chi per un dolore non risolto, chi per incapacità di reagire, chi per indolenza chi per menefreghismo.

In tutto questo, il tè è la pausa necessaria che colora di tranquillità il contesto orrorifico. Il tè è il rimedio, un antico rito tranquillizzante, che calma lo spirito e lo rende più ricettivo al prossimo fremito. Ecco il gusto inglese che davanti ai problemi si pone in ordine, sorseggia il tè e si consola in un attimo di estremo benessere. Un attimo che la Owen non fa durare in eterno.

Con uno stile mirabile limpido e al tempo stesso crudo e duro la Owen ci porta in un romanzo dal sapore gotico e moderno al tempo stesso. Una storia di fantasmi e di perdite, un incessante terrore che mai da pace. Stupendo, profondo accattivante il libro della Owen rapisce ammalia e affascina e una volta finito, lascia un po’ di nostalgia. Si nonostante le raccapriccianti atmosfere quel mondo entra dentro il sangue, invade i sensi perché è di una bellezza oscura che non può essere più dimenticata. Assolutamente incredibile, meraviglioso, da capogiro, un intreccio che lascia davvero senza parole.

 

” Il mistero di Paradise Road” di Pietro de Angelis, Elliot editore. A cura di Micheli Alessandra

 

La Londra vittoriana, splendido esempio di una nazione che diventava una delle maggiori potenze commerciali e industriali ma anche simbolo di decoro, rispettabilità progresso, morigeratezza tutte le caratteristiche che, sembravano ulteriori conferme di un grande progetto di vita. Tutto questo racchiude il fascino dell’epoca vittoriana, lo si ravvisa nella fede del progresso e dell’evoluzione, nella scienza che inventava sempre nuovi modi per combattere il tempo, la natura e perchè no, anche porre un freno al regresso umano. Eppure, come ci hanno rivelato scrittori al pari di Dickens, quella perfetta macchina da guerra che innalzava la bandiera del divenire umana come baluardo contro i tempi oscuri, nascondeva sotto lo strato di perbenismo borghese il suo lato più oscuro, marcio oserei dire.

Ed è quello strato che la perfetta penna di De Angelis va a raccontare.

Una storia apparentemente banale, che cela in se i drammi e il fasto di un epoca che appassiona e atterrisce al tempo stesso poiché sacrifica sull’altare del progresso la libertà individuale. E questa libertà è abilmente simboleggiata nel racconto dalla poesia.

Perché odiare cosi tanto la poesia? Cosa spaventava di quei versi che sono giunti a noi e che sono musicali, perfetti nella loro metrica lirici come un canto, perfetti esempi di alta letteratura?

Oggi noi bramiamo Keats, Shelley, Byron Shakesperare, li esibiamo come status del nostro gusto raffinato in campo letterario, li studiamo tronfi e fieri nelle nostre università, li declamiamo a memoria come se la pronuncia stessa di quei versi immortali ci donasse un aura particolare, eterea e di potenza.

Ma la poesia al tempo oscuro dell’ottocento inglese era lungi dall’essere cosi venerata. Non almeno dalla mentalità di uomini e donne rispettabili. Questo perché il perfezionamento scientifico, la gloriosa immersione nel neo capitalismo, l’innesto di scoperte avanzate nell’industria e nel commercio, erano moderati da un preciso codice civile e morale: la sobrietà. Quell’esplosione di rinnovamento che comportava lo sfaldamento di antiche convenzioni, di un antica gerarchia sociale andava, stranamente, accompagnata da una chiusura mentale nel campo privato, quasi a bilanciare l’abbattimento totale di valori oramai superati dall’innovazione scientifica. Questa, posta a servizio della corona, doveva garantirne la supremazia nel mondo, doveva contribuire la benessere materiale, cambiare i circuiti antichi di solidarietà e commercio ma non sfaldare le uniche certezze: la famiglia, il lavoro e il risparmio. Un uomo rispettabile doveva essere l’ingranaggio che oliava questa macchina perfetta, che la manovrava con saggezza e sapienza limitando i danni laddove potevano essere limitati: la sfera privata. Ecco quella restava granitica, incentrata su precetti eterni e intoccabili. Tutto questo a scanso di un sentire comune di meraviglia, di libertà, di immaginazione. No l’immaginazione andava usata solo per le invenzioni utili. Volare con la fantasia come i poeti era soltanto pericoloso.

Se l’Inghilterra vittoriana si vantava dell’indubbio progresso scientifico, tuttavia aborriva letteralmente quello sociale e umano.

Lo status era intoccabile. La moralità seguiva rigide regole. Il borghese fu accettato come personaggio fondamentale alla guida della rivoluzione che, però, doveva essere apparente e gestita da precetti antichi. La nobiltà accettò il borghese, l’industriale a patto che, in sostanza si amalgamasse con la loro tradizione antica. Nuovi nobili insomma, con la propensione alla crescita economica ma non a quella umana. Si frenava cioè il progresso in inflessibili canoni stabiliti dalla consuetudine: soldi, potere, ma non conquiste reali.

La poesia,, così come la ribellione, era bandita. La fantasia sacrificata alle convenzioni, la femminilità edulcorata e mistificata e l’amore coniugale posto solo come fondamento e finzione di un potere dato dalla rispettabilità. De Angelis tratteggia benissimo la dicotomia tra l’ansia di ribellione, di bisogni umani di Alphonsine, con la rigidità di una sistema che cadeva a pezzi rappresentato da Lionel. Lionel, vedeva nella conservazione degli assunti sociali, l’unica roccia su cui appoggiarsi proprio perché in fondo, seppur affascinato, temeva il progresso per cui, ironia, della sorte lavorava. Soltanto quello sfiorare l’ingegno, un ingegno tenuto sotto controllo dall’utilità, lo rassicurava. Quasi come contrappeso, c’era la mente fervida, geniale di una moglie che si sentiva in gabbia, proprio perché dotata di un intelligenza intuitiva e acuta, di una sensibilità particolarmente sviluppata, impossibile da contenere nella maschera convenzionale, che la portava ad amare la poesia in quanto portatrice di valori rappresentanti l’evoluzione vera, intesa nel suo significato più autentico, quello di sollevare il velo del reale per immergersi nella sostanza più profonda, quasi sacrale dell’universo, così spesso poco ascoltato, che nonostante ciò, incessantemente faceva udire la sua voce a chi sapeva stare in silenzio e ascoltare. Un andare oltre, un osare, un distruggere per ricostruire da nuove fondamenta una società difforme, forse utopica ma dominata dall’anima.

I due protagonisti sono espressioni di due diversi modi di concepire il mondo, appartenente sicuramente all’epoca suddetta, ma che possono trasversalmente attraversare i secoli. Lionel il marito, è il paladino dell’ordine e di conseguenza dell’immobilità. Tutela le tradizioni fisse, incontestabili, come baluardi contro un cambiamento che, seppur accettato, è doveroso farlo sempre con debite riserve. Il cambiamento per molti conservatori è importante soltanto quando è collegato alla finalità cosciente e all’utilità immediata. Per Lionel significa che va riferito allo splendore concreto dell’Inghilterra, a quell’utilità materialista che sottomette l’ingegno alla fabbricazione di valori tangibili, senza che invada le consuetudini e le certezze. Alphonsine, d’altro canto, rappresenta l’immaginazione che non può essere contenuta nella finalità cosciente. Rappresenta l’amore e la necessità della bellezza, la curiosità, quella che genera domande distruttive, che non si limitano a una superficiale crescita economica ma che intaccano e riflettono sulla profondità di una nazione: i suoi valori, la società che rappresenta, le sicurezze, e le consuetudini sociali. Alphonsine è la forza che va oltre, che fa la terribile domanda oggetto di tabù etnologico: cos’è l’uomo?

Ecco che l’amore per la poesia non è altro che una linfa vitale che trascina il consueto con se, che colora la quotidianità di sfumature sgargianti e che stona con il grigiore fisso dell’immobilità. L’Inghilterra, grande nazione, potente sviluppata è in realtà osservata dai poeti come un cadavere macilento che si trascina a fatica cercando di difendersi da un vento di fantasia che, rischia di spazzarlo in un colpo solo. Perché la poesia è rappresenta da De Angelis in codesto modo, esultando dal campo delle frivolezze e del passatempo? Presto detto, grazie alla citazione di Shelley nel suo difesa della poesia:

La poesia toglie il velo di bellezza celata al mondo e fa si che oggetti a noi familiari ci appaiano sotto una luce diversa… La poesia traduce tutte le cose in amore, esalta la bellezza di ciò che è più bello aggiunge bellezza a ciò che manca di grazia sposa l’esultanza l’orrore il dolore e il piacere, l’eternità e il mutamento tutte le cose inconciliabili che unisce sotto il suo giogo leggero….La poesia ci fa abitanti di un mondo diverso di cui quello che comunemente conosciamo è solo un’ombra…La poesia libera il nostro animo dal velo dell’abitudine che ci impedisce di scorgere la meraviglia del nostro essere, ci spinge a sentire ciò che percepiamo e a immaginare ciò che conosciamo”

La poesia,. In sostanza, esalta quel lato inconscio che sia l’epoca vittoriana, ma anche ogni età storica in cui la crisi viene mascherata con ottimismo e ragione , ha reso temibile, pericolosa perché ignota, terrificante perché non controllabile, che se portata alla luce rischia di travolgere la modernità ripensandola, rielaborando tutti gli assunti sociali e culturali e creando dal nulla il nuovo. Questo rappresenta il caos, necessaria condizione a cui, in un secondo attimo, si genera la creazione. Senza caos non c’è vero progresso, senza caos non si possono devastare le fondamenta diventate oramai pesanti e asfissianti e non si può rielaboratole in una nuova ontologia della mente.

E ecco che Lionel, rassicurato dal suo quotidiano identifica quella particolare sensibilità che si manifesta con un amore incondizionato per la poesia il nemico da combattere, l’anatema contro cui scagliarsi, il vero e proprio Diavolo nella sua accezione di accusatore. Perché è proprio quello che fa Alphonsine, si trasforma nel suo Sathan personale, accusando e mettendo sotto processo tutte le sue convinzioni a cui, egli stesso, si sforza di credere. La poesia, impersonata dalla moglie, non fa altro che costringerlo a pensare e pensare significa osservare nel silenzio e il silenzio fa riaffiorare le domande terribili a cui Lionel non sa e non può rispondere senza rischiare di cambiare se stesso:

perché la maggioranza dei poeti parla di sentimenti morbosi? Perché nella vita di tutti i giorni quei sentimenti vengono solo sussurrati o addirittura taciuti, per vergogna per paura. Ciò che sembra morboso in realtà è soltanto ciò che non siamo abituati ad ascoltare”

Per Lionel ascoltarsi non significa rinascere. A differenza di cosa accade alla moglie, significa distruggere il se stesso così com’è stato creato dalla società, dalla cultura e dalla famiglia. Significa perdersi e aver terrore di non ritrovarsi. Che differenza c’è tra i due? Nel loro status sociale. La donna era, infatti, la creatura umana che meno di tutti avrebbe perso davvero nel cambiamento. In fondo per l’epoca vittoriana essa era già dannata per destino:

la malinconia ovvero il prevalere funesto della bile nera…c’è una stretta relazione tra ciò di cui mi occupo e le manifestazioni patologiche del cervello femminile..E’ una condizione insidiosa che sembra affliggere sempre più persone, in effetti per lo più donne

e ancora

La donna è una creatura fragile immatura e misteriosa. Dunque non è raro scoprirne un lato per cosi dire imprevedibile dopo il matrimonio. Le donne rimangono in balia delle più avariate emozioni fino a quando non realizzano il loro naturale desiderio di diventare madre. Solo allora riescono a trovare un qualche equilibrio… il compito principale di un marito è governare il tempo della moglie, selezionando con attenzione le sua compagnie provvedendo a tenerla impegnata in attività edificanti…

Per Alphonsine il salto nel buio è sì ornato di terrore, ma il terrore di una donna già condannata dalla società e dalla scienza non è nulla confrontato a un uomo, la cui rispettabilità è alla base di tutto, del successo, del guadagno, dell’inserimento nella gerarchia sociale. Nulla doveva inceppare il perfetto meccanismo di una vita dedita la raggiungimento di obiettivi precisi. Per Lionel abbandonarsi al diletto comportava la perdita totale della sua identità:

fare carriera sposarsi prendersi cura della famiglia questa deve essere la massima aspirazione di un uomo rispettabile mentre il suo timore più grande venir meno a questo grande compito, dando scandalo e precipitando nella povertà, il dovere di un uomo era di scegliere la via più onorevole anche a costo di grandi sofferenze e sacrifici personali”

Tutto questo a scapito della propria libertà personale e tradendo, in fondo l’unica vera fedeltà a cui ogni essere umano deve tener fede: quella verso se stesso.

Per questo anche se entrambi sono frutto di una stessa gabbia intessuta forse con fili di seta, la vivono diversamente:

in fondo non siamo cosi diversi fatta eccezione per un punto fondamentale pur essendo entrambi goffi lui indossa la sua maschera con entusiasmo e convinzione io con insofferenza e frustrazione.

Entrambi legati all’idea dell’esistenza di rigide gerarchie presenti nel mondo che andavano e vanno tuttora rispettate, sono vittime e carnefici di se stessi.

Chi sarà vincente riuscendo a guardare davvero se stesso? E chi invece si troverà incapace di lasciare libera la sua immaginazione stuzzicata dalla ventata di novità, finendo per scegliere la via più tragica e devastante?

Un libro raffinato, suadente e morbido come un fiocco di neve e al tempo stesso devastante come una bomba scoppiata nel nulla, quasi a risvegliare coscienze assopite. Uno stile ricercato, perfettamente rispettoso del romanzo vittoriano eppure pervaso da una modernità, soprattutto psicologica, di chi della poesia ha fatto il suo maestro di vita. De Angelis ci porta con sé rendendoci disposti a ascoltare non soltanto una storia accattivante ma la nostra stessa anima, spesso nascosta spesso vilipesa dalla fretta. Una volta letto questo libro sarà difficile e tragico tornare alla realtà, ma sicuramente ci torneremo più ricchi, più forti di quando, per mano di un tale talento, ci siamo addentrati nel mistero che non è soltanto di Paradise Road ma di ciascuno di noi.