“Pax tibi, liber Venetia” di Elio Manili, Alcheringa Edizioni.

69959432_911174822554291_8747401300095795200_n.jpgElio Manili mi colpisce sempre solo per una sua favolosa abitudine: lui la storia la esamina.

La spezzetta e la ricompone solo dopo aver osservato con una lente di ingrandimento, differente da quella della massa, i dati, i fatti e quei legami che noi non vogliamo vedere.

E dietro la sua arte, il suo stile, quella capacità di mettere su carta vizi e virtù, intrecci e passioni, il dato che abbraccio è quello. La storia che i più non possono leggere, quella nascoste tra le righe, quella meno nobile, quella oscurata dalla propaganda.

Quella, in sostanza, che tanto ci piace oggi.  Noto con somma gioia che il TG allieta le nostre coscienze con notizie che vorrebbero smuovere gli animi, assolvendoli dalla loro colpa di essere complici. È facile oggi intitolare strade a chi si rifiutò di porre la propria firma su abominevoli documenti.

Peccato poi sapere e rendersi conto che quei documenti, quelle teorie sono frutto anche di noi, di quel popolo in cui credeva Rousseau. Sono spesso frutto di una coscienza generale involuta. E cosi mentre celebriamo questa conquista, continuiamo a sostenere le idee di razza e supremazia votando loschi figuri. O indicando con il dito il responsabile della nostra decadenza. Ecco che accanto a meravigliosi valori, quelli che riconosciamo c’è una voce stridula, dissonante e fastidiosa che ci dice come sotto quegli ideali si cela altro. Così dietro l’idea di Italia unita vediamo brulicare come vermi che banchettano con un marciume, interessi privati come nel meraviglioso romanzo Blood Triskelion.

Vediamo cambiare sempre il suono e non il suonatore.

E anche stavolta la sua dubbiosa critica si rivolge a un altro dei miti che innalziamo sul piedistallo: il libertador, Napoleone.  Non vi nego che la sua figura mi affascina.

Ritengo napoleone o Nappi come lo chiamo io, il mezzo con cui certe idee hanno colorato la nostra Italia, dando il movimento necessario affinché finalmente il mio paese si scuotesse dalla solita immobilità pigra. Eppure… è lecito pensare, lecito dubitare…la sua fu davvero una missione, o il solito delirio di onnipotenza?

Era davvero un libertador o imponeva, in fondo, la sua idea agli altri? Esiste una sola ricetta affinché un popolo possa dare voce alle sue esigenze? In questo libro, dietro le storie, gli amori, una vena di sussurrata sensualità, dietro a clamorose avventure, e un certo tono picaresco, spicca e esiste una sola vera protagonista: Venezia.

Venezia repubblica marinara.Venezia degli splendori, dei commerci, delle sete e di una certa strafottente allegria, Venezia colta e Venezia delle calle.

Venezia che oggi ci appare una vecchia elegante signora persa nei suoi ricordi, persa in fasti che come echi del passato ogni tento rivivono. Venezia e la scelta di essere diversa dal resto dell’Italia. Venezia colpita, affondata depredata. Venezia obbligata a seguire uno straniero pieno di tante promesse e di poche realtà.

Venezia che si incanta degli amori e che si ritrova in essi, come unica speranza per un futuro che tenta di riscrivere. Venezia che vede andare in fumo i suoi simboli.

Allora in questo testo non c’è più il fascino carismatico di un uomo che voleva davvero la libertà. C’è sempre il solito suono creato ad hoc dai suonatori che cambiano ma che non smettono mai di addormentarci con la loro soporifera nenia.

 

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Recensione a cura di Alessandra Micheli.

Revisione a cura di Fabiana Urbisci. 

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“La sposa inglese” di Anita Sessa, Dri edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni donna ha un paio di ali

chiuse dentro di se

Ponta ad ascese sconfinate

Enrico Ruggieri

Ho sempre amato questa canzone.

Credo che parli benissimo di noi donne più di uno dei miei amati saggi femministi ( scusami Simone).

Perché una donna non è solo apparenza, doveri, aspettative, sacrifici.

Una donna non è e non può essere solo madre, moglie amante , sempre vista in coppia o in funzione di qualcuno o qualcosa e mai come essere unico e incredibile.

Una donna è un essere vivente che come la descrive perfettamente Clarissa Pinkola Estes è fatta di sottili fili di magia, di respiri e sogni, di ideali e speranze.

E’ una fata nel vero senso della parola e non è un caso che gli omaggi migliori alle donne siano stati fatti da uomini meravigliosi che le hanno appunto definite fate.

Il termine deriva da fata-orum plurale di fatum fato o destino, considerato come entità femminile assumendo le vesti di dea del destino. Come se qualcosa nella donna la rendesse capace di impugnare la matita e disegnare anzi scrivere la sua storia il suo percorso, la sua unicità, con i tratti che più preferisce.

La fata è l’incantevole figura femminile della mitologia popolare, dotata di poteri magici e per lo più benefici.

La fata era la benevola signora dalle bianche vesti, protettrice di messi e bestiame tipica delle regioni alpine.

Era la saliga o la Signora bianca.

Era benedizione e punizione per chi infrangeva il patto tra l’uomo e il cosmo.

Ecco che dire fata a una donna, significa appellarla con i doni della bellezza e non solo fisica, del fascino, ossia della capacità di creare con la sola parola la malia o l’incantesimo.

E’ la donna provvidenziale, colei che con le sue arti spesso riferite alla manualità, intesse un meraviglioso arazzo sbrogliando i nodi e facendo scorrere il fuso.

E non è un caso che tante narrazioni, la fata ossia la dea bianca, colei che riceve direttamente la luce dentro di se inglobandola affinché poi possa rinascere, si concentrano sul peggior dramma subito da queste eteree figure: il taglio delle mani.

Come in un oscura profezia, il terrore piombava su di lei come un incubo, e le sue peculiarità venivano amputate.

Ecco che la delicata fanciulla, veniva privata delle mani da un diavolo assetato di sangue.

E cosi è stato davvero.

La donna, da regina e divinità, da meraviglia del creato, altra parte della luna, venne progressivamente privata della sua sovranità e di quel meraviglioso potere collegato con la narrazione e con la creazione reale di mondi e società.

Bastava la parola per tessere i destini, come le norme, sorridenti e serafiche considerate dalla retrospettiva maschilista, delle perfide demoniache oscure creature.

La donna venne cosi privata di sensualità e relegata accanto a un focolare reso sterile dalla privazione della sua atavica magia.

Davanti al fuoco la donna non creava più ombre fantastiche sul muro, né cucinava cibo e pozioni di erbe, in un atto di eterno amore.

Era li solo per sollazzare di leccornie l’uomo che la possedeva, come se essa non fosse altro che un oggetto.

Venne privata dalla sacralità della maternità (non solo intesa in senso fisico ma anche mentale come fecondità di idee) relegandolo a mero atto consono al mantenimento della stirpe del dominatore.

Venne, sostanzialmente privata della sua libertà.

E per questo, il massimo della sua morte interiore avvenne proprio nella mia epoca preferita, laddove la scienza prendeva il posto che spettava alla religione e alla superstizione, rendendo l’Inghilterra una nazione potente e decisiva per la scacchiera europea.

Ma al contrario di tanto progresso, ella rimaneva li, inerme, incatenata, completamente schiava della consuetudine.

La sposa inglese, nonostante l’apparente scenario di un delizioso rosa, ha sei sublimi scatti di ribellione femminista.

Leggete con attenzione.

Mentre intorno a lei dame e gentiluomini si scambiavano convenevoli, stando bene attenti a non dare scandalo, si ritrovò ancora una volta ad ammirare quell’impassibilità e quella rigidità generali, che confluivano nell’eleganza. Sapeva di essere molto diversa da quelle persone, di non avere le stesse aspirazioni e di essere in cerca di qualcosa di totalmente differente. Se ne rendeva pienamente conto quando si perdeva ad osservare i dettagli del mondo, piccole sfumature nell’aria che le scatenavano dentro emozioni mai provate prima.

Quante di voi si riconoscono in questa descrizione?

Quante si sentono totalmente fuori posto negli abiti che la società confeziona addosso a noi?

Non serve essere la splendida Edith nel periodo vittoriano.

Tutte noi ci sentiamo aliene alle aspirazioni di tante come noi, educate a dire si al re di turno.

Edith si era comportata esattamente come il mondo si aspettava si comportasse. Nulla di più, nulla di meno. E come avrebbe potuto essere altrimenti quando fanciulle come lei venivano trascinate dalla campagna in città con preciso intento di trovare marito? Esposte e messe in vendita come libbre di carne, vendute al miglior offerente?

Come se qualcosa di selvaggio, simboleggiato da una Scozia mai pienamente ammansita dal potere convenzionale dell’Inghilterra, scorresse e cantasse nelle vene di chi non ha paura di udirla quella voce.

Allora ci guardiamo allo specchio, coraggiose e indomite e cerchiamo qualcosa di diverso, da quello che ci è prospettato come il desiderio reale del nostro sesso.

E cosa vorresti, Edith? A noi non è concesso altro.”

E cosa avremmo noi donne di diverso dagli uomini?

Ecco che coscienza e lato oscuro iniziano a dialogare tra loro, facendo sognare scenari diversi da quelli che il bon ton ci prospetta, qualcosa che ha il sapore spavaldo della libertà.

Freud si fece una sola domanda per tutta la sua vita: cosa vogliono le donne?

Edith in questo piccolo prezioso romanzo lo racconta con estrema semplicità:

Aveva bisogno di quella libertà, solo in quei frangenti poteva e riusciva davvero a dimenticarsi di tutto e tutti. Delle regole, delle convenzioni sociali, del suo ruolo di moglie indesiderata e duchessa improvvisata. In quei momenti Edith non aveva bisogno di nessuno, non doveva rendere conto a nessuno.

E quando inizi a dirlo a te stessa, nulla è come prima e inizi a scrivere davvero la trama della tua vita, inizi a essere protagonista e non più comparsa, inizia a essere viva e non più vittima degli eventi.

E magari trovi chi ha lo stesso colore della brughiera, dove lo sguardo può spaziare, dove dissetarsi e dove essere se stessi.

Sapete cosa vi auguro ragazze?

Di trovare voi stesse e chi possa dirvi le più belle parole d’amore che io abbia mai letto:

E riguardo alla vostra domanda, Edith, immagino di preferirvi indomita e libera dalle convenzioni sociali piuttosto che imbrigliata in quelle catene immaginarie che vi costringono a stare al vostro posto. Un posto che, peraltro, non mi sembra abbiate scelto o desideriate.”

La ragazza lo guardò negli occhi. Il brivido che l’aveva scossa quando lui aveva pronunciato il suo nome con quell’accento marcatamente scozzese e rude, lasciò il passo a un calore che le si diffuse nel petto. Nessuno aveva mai colto quell’aspetto della sua personalità, quella sua continua ricerca di evadere e liberarsi dalle convenzioni.

Vi auguro qualcuno che vi inviti a essere cosi libere, piuttosto che mettervi su un finto piedistallo e impedire alla vostra anima di volare in alto, oltre le stelle

C’è chi ti urla che sei bella

che sei una fata, sei una stella

poi ti fa schiava, però no

chiamarlo amore non si può.

Edoardo Bennato

“Jean” di Carlo Cavazzuti,Apollo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Foto copertina del libro Jean

 

 

Mi accingo a scrivere questa recensione, mentre gli echi della rivoluzione francese e dei suoi ideali aleggia attorno a me.

E non nego che nel leggere le avventure di Marc E Jean mi ha suscitato una commozione profonda.

Perché loro, anche se nella fantasia dell’autore, hanno vissuto nei miei periodi storici preferiti, quelli che hanno formato la Alessandra che vedete oggi.

Idealista fino alla sfinimento, che libertà, uguaglianza (io opterei per equità) e libertà li ha tatuati nel cuore.

Le vicende umane dei due ragazzi, ardimentosi, sognatori, capaci di cavalcare gli avvenimenti di quei tempi lontani, si intrecciano con quei meravigliosi cambiamenti avvenuti nel lontano, ma sempre vicino 1789. Un evento che ci ha trasportato direttamente verso la modernità, che ha sdoganato concetti per nulla nuovi, ma sussurrati, per la loro straordinaria forza distruttiva.

Ecco che una storia d’amore innesca una serie di acute riflessioni in Jean il compagno del nobile conte, intelligente, sicuramente scapestrato ma dotato di un acume che lo rende più affascinante del suo fratello di latte. Eppure, un uomo del genere nell’ancient regime, non aveva assolutamente spazio.

Non era nobile.

Non poteva aspirare a altro che alla benevolenza del suo benefattore.

Non poteva mare fuori dalla sua ristretta cerchia “popolana”.

Non poteva persino risponder agli insulti, se non rischiando la vita.

Ecco che l’agitazione popolare, le nuove idee disuguaglianza nate dai grandi pensatori del tempo, dai filosofi, dagli intellettuali, sostenute da un popolo stufo, affamato, deciso a spodestare un re che aveva infranto il patto, diviene per lui ma anche per Marc un’opportunità.

E’ grazie a questo se da ragazzi divengono uomini. La sua storia d’amore può finalmente essere riconosciuta.

Ma, essa stessa, nata in seno alla rivoluzione, diviene testimone di una della orribile de potenzialità umane: quella di rovinare ogni conquista. Troppo pieno di se questo misero mortale, per rispettare e rendere omaggio ai suoi valori.

Troppo carico di atavici sensi di colpa per non avanzare fiera verso la naturale evoluzione delle idee, capaci di creare un utopico stato in cui il potere fosse a esclusivo vantaggio del popolo o del lavoratore.

Senza privilegi, ma solo con la forza della meritocrazia.

E cosi, la rivoluzione vede sfumare tutte le sue fondament, fino a degenerare nella più turpe brutalità.

Ma la storia non si fa gabbare.

Il progresso continua e la repubblica francese, il sogno di ognuno di noi, viene salvata da un grande generale, da un mito nonostante le sue imperfezioni, Bonaparte.

Riprende i valori e tenta di salvarli fino alla fine, donando libertà mai conosciute agli uomini di ogni nazione che tocca.

In questo meraviglioso ma di poca durata, scenario, Jean e la sua storia sembra rispecchiare gli alti e bassi di questo straordinario percorso, mai davvero concluso, perché gli ideali di Napoleone e della rivoluzione non sono mai morti a Waterloo.

Jean passa dall’essere entusiasta a quasi sopperire alla difficoltà di mantenere puri e alti ideali, persino il suo grande amore viene funestato da questo senso di stanchezza che sembra abbassare le difese.

Marc al contempo diviene come la sua controparte, laddove Jean crolla, Marc risorge.

E cosi entrambi appaiono parti di una stessa personalità, archetipi di quelle forze che si manifestano nell’uomo all’alba di ogni cambiamento: la speranza e la concretezza che contiene le passioni sfrenate che rischiano di travolgere ogni progresso.

Rileggo estasiata ogni pagina di questo libro.

E i brividi mi arrivano dritti al centro dell’anima.

Perché so, e lo confermo, che non è solo la storia romanzata di due grandi personalità che mantengono salda un amicizia vera, fatta di cooperazione, empatia e sostegno reciproco (un valore che nel libro risorge puro e brillante ai nostri occhi) che la rendono eterna, capace di superare le difficoltà, le differenze di status, di carattere e di ideali.

Ma perché dentro questo stupendo libro, ci sono tutti quei valori che oggi scarseggiano in questa società disperata.

In questo oscuro antro spossato, stremato.

Questi tempi che hanno bisogno di un altra rivoluzione.

La nostra.

 

“Il magnifico perdente” di Sonia Morganti, Oakmond publishing. A cura di Alessandra Micheli

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O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
A quindici anni facevo l’amore
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A sedici anni ho preso marito:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A diciassette mi sono spartita:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
l’è tutta, l’è tutta, l’è tutta cipriada.

La dis, la dis, la dis che l’è malada,
per non per non, per non mangiar polenta,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
la dis, la dis, la dis che l’è malada,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà

Avevo tredici anni e a lezioni di musica, alle medie, iniziavamo a conoscere i canti italiani.

Sia quelli popolari che quelli più intensi, capaci di infiammare i cuori e di spronare all’azione giovani intellettuali.

Il loro progetto?

Il sogno di un Italia unita e libera di decidere del suo destino, senza l’oppressione di interessi stranieri.

Per me, maturata da letture forse poco da signorina, come Robin Hood, Edmond Dantes, e il prode D’Artagnan o Richard Shelton (la freccia nera) i canti patriottici ebbero un’influenza profonda e furono il fulcro di tante mie suggestioni idealistiche.

La bella Gigugin fu uno dei più suadenti e mi causava lontane immagini di giovani che non avevano terrore né della morte, ne dell’esilio e combattevano fieri e orgogliosi la loro battaglia, capaci di fissare le minacce negli occhi e di partire indomiti in cerca di un altra vita.

E questo non per meri interessi materiali, ma per una volontà di adempiere a un dovere civile che esulando dai bisogni primari, si rivolgeva alla cosiddetta volontà generale quella che voleva elargire doni al supremo bene comune.

E il bene comune, in ogni mio libro mentore, se ne fregava di interessi privati, di proprietà acquisite con i privilegi e di condiscendenze scodinzolanti per mantenere intatti i servili compromessi.

Erano ideali eterni, quelli che il buon sant’Agostino definiva fondamentali.

Erano i mattoni su cui impiantare una società civile più aderente al concetto di Maat cosmica, quella legge primordiale che avrebbe realizzato il paradiso in terra.

Per tutti, non solo per i potenti o per i leccaculo.

Io, fin da bimba, ero nutrita dai racconti cavallereschi, i custodi prescelti di quel principio di giustizia aderente al complesso ma perfetto ordine supremo. Un ordine impartito da un dio diverso dai racconti cristiani, capace di non crocifiggere l’uomo ai suoi doveri materiali, ma di elevarlo, staccandolo dalla maledetta croce di materia e renderlo puro spirito e far si che questo spirito fecondasse la creazione terrena. Seguendo la scia di questi ideali io diventavo sempre più consapevole e innamorata dell’impegno civile e sempre più a favore di concetti, scontati per molti, come educazione, equità, rispetto per il lavoro e amor patrio.

Un amor patrio che non era affatto quello oggi millantato da tanti sciocchi servitori di Mammona.

Era l’amore per la terra che doveva essere faro per mille altre terre.

Era la fratellanza di tutti gli uomini uniti per compere il più ardito dei progetti: rendere l’intero mondo un mosaico perfetto di piccoli tasselli consci delle proprie peculiarità e uniti uno agli altri da profondi e evidenti legami.

Uno stato senza stato, senza armonia, senza coscienza senza orgoglio non era altro che landa deserta preda dei pirati di turno.

Ecco che la nazione, l’idea di nazione non diveniva muro tra noi e l’altro. Solo con la consapevolezza dei propri doni, delle proprie meraviglie si poteva divenire fratelli e improntare un’Europa o un mondo sull’egemonia della fraternità.

Io posso essere amico, compagno e complice solo in una posizione di equità o di eguaglianza di diritti e doveri.

Se io sono più forte, non attuo altro che la patetica tolleranza, che presuppone sempre uno sguardo benevolente sull’inferiore di turno.

No.

L’idea originaria di nazione ci rendeva tutti cavalieri, decisi a costruire una tavola Rotonda.

Non rettangolare, né quadrata.

Ma tonda, senza capo ne coda.

Capite la meraviglia?

La bella Gigugin diveniva cosi l’eterno canto di lotta di tanti idealisti, compatiti e derisi, che cercavano solamente di rendere il pensiero azione.

E di cosa parlava la bella?

Un canto di amore godurioso?

Un inno alla beltà dell’amata?

Si.

Anche.

Peccato che l’amata non era altro che l’Italia umiliata da tanti troppi interessi.

Fu scritta nel 1859 dal compositore milanese Paolo Giorza che si ispirò a alcuni canti popolari lombardo piemontesi.

Gigugin è il diminutivo piemontese di Teresina usato dai carbonari per indicare l’Italia.

O anche il suo “salvatore”Vittorio Emanuele.

Mentre lo spusin diventa l’imperatore francese Napoleone III al quale è richiesto di stringere alleanza ossia maritarsi.

Ecco che il tema non è la dichiarazione classica d’amore che tanto piace alle donne di oggi (non si parla di un MR Grey) ma è l’invito a fare un passo avanti ossia a liberare l’Italia dallo straniero.

Ma cosa c’entra con il libro della Morganti direte voi?

Beh non che vi faccia male un po’ di cultura, visto che dai moderni sondaggi siamo scarsi di fondamentali conoscenze del percorso che da singoli stati divisi e spesso in lotta tra loro si è arrivati allo stato italiano. Ed è uno dei motivi, la non conoscenza dico che porta tanti, troppi oggi a votare per il disfacimento dell’idea italiana.

Il perché è necessario lo stato per la fratellanza ve l’ho già spiegato.

E’ un po’ come il precetto ama il prossimo tuo come te stesso, che presuppone un te stesso, ossia un essenza chiamata uomo, consapevole di esserlo per poter interagirà pacificamente con l’altro.

In assenza di un interlocutore capace di porsi come elemento degno di rispetto (la comunicazione è rispetto) con cui interagire, si ha soltanto la sopraffazione.

Il dominio oggi è la fase in cui io che sono fantasticamente favoloso, decido di dare a te infimo essere indegno e incivile, l’attenzione perché sono un angelo disceso dal cielo, per renderti da barbaro degno di rilevanza sociale.

Il termine inferiore indica proprio la tendenza a gerarchizzare, come se coloro che per ironia della sorte sono collocati al di sotto della linea accettabile, non fossero altro che pecorelle smarrite da guidare.

In tal caso non esiste un altro da amare perché non riconosciuto degno di essere elargito del rispetto dovuto alla controparte con cui si interagisce. O nel caso peggiore divengo “nemico”.

E in tal caso mi caricherò di tutti i fardelli che il soggetto, stato o clan ritiene indegni, divenendo cosi un olocausto vivente.

Ecco che l’idea di nazione diviene fondamentale per il progresso.

Non più inferiori ma soggetti con cui comunicare e per comunicare si presuppone uno stesso codice ma anche una stessa distanza: non più sotto sopra, ma accanto.

Cosi alcuni uomini, capaci di pensieri elevati decisero di sacrificare la loro comodità e i privilegi per provare a dare corpo a idee interessanti che, però restando fumose, sarebbero preda dei venti.

Numinose e fuggevoli, incapaci di instaurare il movimento necessario al cambiamento.

E’ solo l’azione che da sostanza alle idee. Senza azione esse divengono evanescenti.

Ecco che la Morganti, che si storia se ne intende, da al lettore troppo nutrito da falsi ideali, una figura controversa, odiata, e amata: il prode Mazzini.

Ora io spero per voi, non per me, che sappiate chi fu Giuseppe Mazzini. Può non essere condivisibile la sua impronta ontologica, anzi, molti lo accusarono di mettere il sabato (l’ideale) al posto dell’uomo.

In realtà, la storia e la Morganti lo sa, fu più complessa.

Mazzini fu un uomo complicato, preda di ideali immensi ma per nulla trasformabili in ideologie che agì in un periodo nefasto e delicato.

La giovine Italia fu osteggiata e forse troppo infarcita di grandi uomini dal carattere eccessivamente focoso.

Molti preferiscono l’arte diplomatica del buon Cavour che riusci a fare l’Italia senza spargimento di sangue.

Eppure…la storia la fanno i vincitori e i Savoia dovevano uscire come la dinastia salvatrice.

Ma per essere diplomatici, bisogna sposare l’idea di Machiavelli il fine giustifica i mezzi.

E per ottenere l’Italia senza “sacrificio” significava porre la questione non sul piano della passione ideale ma della convenienza politica.

Ciò presupponeva uno scambio di favori, compromessi e do ut des: ti do per avere, che porterà il neonato stato su un abisso pernicioso, di cui oggi, paghiamo ancora i danni.

Il progetto di Mazzini era molto più sottile e elegante, degno di una mente lucida e elevata: educare alla necessità di uno stato che garantisse il rispetto del patto sociale.

E quindi presupponeva che il popolo, capendo l’impossibilità di sottomettersi ancora a una legge a una potenza che per mantenersi doveva fare accordi con il potere costituto, se ne fregava bellamente della massa costretta nell’indigenza, costretta a sopravvivere, a cui veniva negata una vera partecipazione alla res pubblica.

Salvo poi garantire alla loro sopravvivenza un anti-stato capace di assurgere a finta nemesi dell’ordine costituito con cui, in realtà, stringerà alleanze sempre più forti.

Uno stato padrone e un sotto stato finto ribelle.

Che collaborano per tenere il senso civico fuori dalle decisioni.

Ecco che in questo libro, finalmente Mazzini splende, in tutta la sua modernità e in tutto il suo ribelle piano.

E lo dimostra agendo in uno degli stati più assurdi e controversi della storia: l’Inghilterra, Londra della fuliggine, della povertà dello sfruttamento e della sistematica violazione dei diritti mani, sanciti da una propaganda che voleva l’impero un esempio per tutti gli altri.

E infatti, noi italiani quest’esempio l’abbiamo preso alla lettera: stato moderno, civile sulla carta e orrendo carnefice e pusillanime sostenitore dei ricchi nei fatti.

Detrattore dello sfruttamento e della schiavitù ma esecutore della stessa con il sistema del caporalato.

Povero mio Mazzini!

Mai avrebbe dubitato che il dovere dell’uomo fosse affratellare l’umanità e risvegliare le coscienze, che la libertà e la dignità fossero so- relle gemelle, inscindibilmente legate tra loro.

Eppure, nonostante la sua granitica convinzione, Mazzini era un uomo e spesso tormentato da dubbi e angosce :

Eppure le incertezze che l’avevano tormentato nei giorni più cupi, in Svizzera, si erano riaffacciate con decisione.

Questo perché a differenza di scritti che sembrano apparentemente raccontare il nostro risorgimento, c’è quasi un subdolo istinto a voler deridere la stessa idea di Italia, come se essa fosse pericolosamente sovversiva.

Noi siamo italiani eppure non capiamo a fondo il potenziale di questa realtà.

E credo che solo questo libro che affronta i temi che ci ho esposto ora, li affronta tutti con orgoglio e amore può darci l’idea di cosa, oggi stiamo sprecando rincorrendo i falsi spettri del populismo

La povertà delle classi umili è un problema da affrontare come patriota, così come la miseria dell’Italia. E poi avrebbe continuato a parlargli, andando sempre più a fondo nel suo cuore e spro-nandolo. «Come persona di fede, devi aiutare chi è in difficoltà, devi lottare contro le iniquità e la diseguaglianza» avrebbe sussurrato al figlio «Come uomo, devi difendere i più deboli e impegnarti per il miglioramento, tuo e della società.

E ancora:

Di quell’Italia spartita tra padroni, immiserita, che andava risvegliata, accesa nelle coscienze e negli animi…Infine dette voce alla speranza e ai propositi che l’avevano animato in quel lungo percorso e che rimanevano intatti: risvegliare le coscienze verso la responsabilità e l’azione, per l’umanità e la patria.

Noi oggi sputiamo su questi ideali, con una scuola che non ci fa vivere, come la Morganti, la meraviglia di idee eterne come quelle mazziniane, in una società che denigra gli idealisti come sciocchi, esiste la perdizione e la sconfitta dell’essere umano.

«Ciò che scende dall’altro, dura poco» spiegava,

E che questo libro possa in voi accendere la fiamma della passione come è successo a me e canticchierà tra se le note della Bella Giguin, sedotta da altri marrani che vogliono solo ucciderla.

Non permettiamolo.

Ne oggi ne mai.

“La leggenda di Ninfa” di Monica Maratta e Dario Pozzi, La strada per Babilonia edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Un incantato giardino dai sfavillanti colori simili a variegate ali di farfalla, si stende alla vista del turista, ammainandolo e rapendolo.

E’ una visione che appare quasi uscita da un libro di favole, quelle che da bambini sognavamo e che rendevano i nostri occhi sgranati avvezzi alla meraviglia e all’incanto.

Ninfa è oggi, per il turista in cerca di bellezza, una porta su un mondo altro, sul regno del numinoso capace di abbracciare e di soffocare la noia del vivere urbano.

Eppure, pochi conoscono a fondo la sua leggenda, quella che permea l’aria di sussurri che dal passato arrivano a noi.

E’ questa la meraviglia della storia.

Non solo accadimenti e eventi, ma incastri perfetti che uniscono in un filo di eternità le vite e i destini di uomini comuni e di grandi geni.

Sullo sfondo di Ninfa, nel libro di Monica Maratta e di Dario Pozzi si affacciano personaggi del calibro di Lucrezia Borgia, di lord Byron e remoto, evanescente ma sempre presente, Cesare Borgia.

Presente nel cuore straziato di sua sorella che nelle lettere ammantate di un dolore cocente, lo rende partecipe di una lontana leggenda che, seppur tragica, ha la drammaticità tipica di un amore passionale, intenso e totalizzante.

Ed è quello il vero protagonista, che sfiora lieve i volti dei personaggi che si affacciano sulla bellezza, a volte ombrosa, di un territorio che sembra la sede ideale di magie e sfrenate passioni, di paradisi lucenti e di abissi profondi.

La leggenda di Ninfa, triste fanciulla che per non rinunciare la suo amore decide di seguirlo nelle deserte lande dell’ade senza voltarsi mai conscia del rischio di perderlo, affascina la bellissima sorella del prode Borgia.

Una pedina su una scacchiera politica giocata abilmente dai parenti, ma che seppur decisa a immolarsi per l’onore non solo della casata ma dello stesso sogno italiano, baratta per una lontana e forse irraggiungibile fama che brillerà solo nel futuro nostro, la sua vivacità e le sue emozioni.

E’ una Lucrezia spenta quella che racconta le vicende di Ninfa, una Lucrezia senza sogni, né slanci.

Una Lucrezia quasi annebbiata, quasi depressa perché conscia del suo ruolo sociale e politico che la costringe quasi a rinunciare a un amore fatto di impervie discese e salite vertiginose, di sensazioni paradisiache ma anche di dolori cocenti.

L’amore sognato, quello eterno è fatto di spine e di effluvi di rose, impossibile da provare per chi, causa la ragion di stato, deve usare il suo fascino, il prestigio e il corpo stesso per dominare lo scenario politico e uscire vincitore dai suoi innumerevoli intrighi.

Lucrezia conosce il proprio posto, ma, a differenza di Ninfa non vuole o non riesce a ribellarsi.

Anche lei ama il suo nobile nome, e tutto ciò che esso comporta.

E cosi cerca di rivivere quelle emozioni negate, riversando i suoi afflati di eterno in quella storia che, attraverso i suoi soffusi gemiti, diviene reale e corporea.

Ecco che viene tessuto un arazzo che ingabbia le anime assetata quelle stanche, stufe, sazie ed ebbre della loro sociale maschera, quelle indossata e vantata in seno a una società che li pretende ligi al proprio status al proprio personaggio, al proprio ruolo.

E cosi a essere rapito e avvinto da questo rosso filo dell’incanto e della disperazione soave dell’innamorato, non è altro che lord Byron.

Un uomo complicato in cerca dell’acme di ogni emozione eppure privato, causa il suo vanesio egoismo (ne farà spese il povero Polidori) non potrà mai provare le stesse intense emozioni di Ninfa e Martino.

Avvinto da un oscurità mutevole che però ha sedotto milioni di generazioni con quelle poesie cavernose eppure capaci di ammaliare, avvertirà il bisogno di quella purezza che solo l’eternità di un amore può donare.

E cosi incanto e Disperazione avvolgono le pagine di questo libro, che è quasi un sussurro tra i boschi, un vento di purezza, per quei sentimenti che il male e l’orrore non possono assolutamente spegnere.

E cosi il lettore resta ingabbiato in una magia che, neanche l’ultima pagina o la parola fine potrà far cessare.

E che cercherete di rivivere, io lo so, beandovi dell’assolata e misteriosa beltà di Ninfa, sperando di vedere la candida fanciulla vagare nei boschi in cerca del suo perduto e mai mutato amore.

“Pleistocenica” di Giuseppe Calendi, Antipodes editore. A cura di Alessandra Micheli

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La storia quella vera, quella fondamentale per lo sviluppo umano, è quella che non si conosce.

O che, per la difficoltà nel reperire fonti è poco conosciuta.

Conosciamo dati, accadimenti, usi e costumi di ogni epoca. Siamo consapevoli del contrasto di luci e ombre di tanti e contestati periodi storici ma ci sfugge, ed è un dato allarmante, come tutto è iniziato. Pertanto, la vera indagine dovrebbe iniziare nei meandri del buio della preistoria, pre, appunto, prima che iniziasse il percorso in discesa e in salita della nostra evoluzione.

Inutile negarlo.

Il percorso umano è iniziato dal caos, dal tempo in cui ominidi si misero a cercare qualcosa di più del semplice procacciarsi da vivere.

Per divenire umani al 100% bisognava passare dalla sopravvivenza alla vita, per innescare una serie di comportamenti e di attitudini che daranno poi il colore ai tempi che furono.

Come iniziò tutto?

La scopetta di utilità semplici come gli utensili, ma persino l’agricoltura e la pastorizia, per non parlare delle prime forme d’arte che, dalle caverne buie, ci appaino come testimonianze di quanta creatività immaginativa possiede l’uomo.

Ma, sopratutto, di quel bisogno del sacro che ci ha accompagnati, volenti e nolenti, persino quando esso apparentemente veniva rifiutato, lungo il nostro umano e mortale tragitto.

E’ dall’arte, dunque, che nacque la filosofia e la religione, ed è da queste due introspezioni che l’uomo iniziò a comportarsi in modo meno selvaggio e caotico per iniziare a incidere direttamente sul mondo.

E plasmarlo cosi come lo conosciamo.

Ho accolto Pleistocenica con un sorriso, sapendo molto bene i gusti e le ansie culturali di Calendi.

Ho avuto l’onore e il piacere di entrare nel suo mondo a cavallo tra onirico e reale con Introspezioni, il viaggio più emozionante che potessi fare leggendo un libro.

E la sua riflessione sul mistero mortale non si ferma ma continua, rendendo questo testo quasi un proseguo delle sue straordinarie e proficue interrogazioni che sfiorano la domanda che tuttora anima la nostra composizione artistica: cos’è l’uomo?

Calendi in Pleistocenica, trae conclusioni nient’affatto scontate, ma sopratutto pertinenti con la nostra attualità, quel tempo perduto (cosi viene chiamato il post moderno dagli intellettuali di oggi) che stiamo vivendo.

Un tempo di oscuri arcani che ci fanno sentire come incollati a una terra e a una società che non ci piace e che non sappiamo o non vogliamo cambiare.

Ecco che Calendi ci porta per mano attraverso l’istante magico in cui tutto ebbe inizio, come a ritrovare il bandolo della matassa e sbrogliare dei i fili che noi stessi abbiamo abilmente ingarbugliato.

Ecco che il senso del testo si stacca nettamente dalla creazione artistica a cui siamo nefastamente abituati.

Troppo intenti a trovare coerenza nelle trame, credibilità in un contesto che fa della falsificazione di un reale tentacolare che ci sfugge, troppo impegnati a seguire i dialoghi come se essi fossero l’essenza stessa del libro.

Calendi tutte queste puerili fissazioni le capovolge, mettendo al centro delle sue pagine il significato.

Ecco che dialoghi spesso assurdi, o onirici o eccessivamente “moderni” sembrano stonare con l’approfondita ricostruzione storica.

Invece no.

Essi sono semplicemente i mezzi con cui l’autore sottolinea a fissa dei concetti importantissimi per ogni studioso della preistoria che sa e conosce il segreto dei secoli oscurati dalla nostra prosopopea: l’evoluzione.

E’ dai tentativi che portano alle scoperte, dal caso trasformato in opportunità, da un lampo di genio che rende l’ocra rossa il demiurgo con cui immortalare feroci fiere, che si cela il segreto di adattabilità ma sopratutto del progresso che portò alla creazione dell’uomo sapiens.

E l’uomo sapiente, cosi come amo definirlo io, seppur vestito di pelli e quasi fragile di fronte alla vastità del creato, sapeva e comprendeva come certe azioni non erano altro che il modo in cui era possibile crescere, prosperare e vivere.

Ecco che la caccia diviene simbolica proprio perché legata al fattore vita/morte: vita perché il nutrimento permette non solo la sopravvivenza dell’organismo umano ma anche la possibilità della creazione di comunità stabili, intessute di fitti legami tra noi e l’altro.

Morte perché il suo successo o la sua riuscita dipenderà sempre dalla dipartita della preda.

Quindi, il profondo intenso legame che si instaura con la caccia diverrà esso stesso sprone per la creazione di sistemi ontologici riguardanti il variegato mondo del numinoso.

Proprio la caccia al cerco sarà la base di tante forme di religione basate sul sacrificio che conterrà in se appunto, il significato di fare il sacro, onorare l’invisibile e instaurare un patto di dare e avere con quella divinità preposta all’ordine cosmico.

Per l’uomo primitivo nulla sarà lasciato al caso, ma tutto acquisterà senso e significato rapportato con quell’ansia di scoprire e racchiudere l’essenza del numinoso.

Se per noi oggi la caccia è una forma di status sociale, o di modalità per eliminare dal proprio io la frustrazione, esecrata dai più, per quei tempi lontani non veniva assolutamente scissa dal sentimento religioso.

Ecco che ogni oggetto, dal gioiello, all’utensile, ogni forma che per noi è semplice intrattenimento diveniva, a differenza del nostro fallace mondo strumento propiziatorio e identitario.

Vi invito a armarvi di fantasia e di curiosità per andare a ritroso nel tempo, un tempo che sicuramente spaventa per la sua inafferrabilità e per quel suo essere quasi un tempo mitico, il nostro Tep Zepi e imparare a scoprire qualcosa in più di quest’immenso mistero uomo che oggi, stiamo relegando eccessivamente in un universo totalmente materiale, privandolo della sua magia e della sua perfettibilità.

 

” Io Cesare Borgia” di Dario Pozzi, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho avuto tra le mani il libro, Io Cesare Borgia di Dario Pozzi, ero emozionata come una fanciulla.

E fanciulla purtroppo non sono più, ma per fortuna i libri mi portano indetto nel tempo affinché maturità e età infantile riescano a convivere. Ed è forse stato questo connubio ad avermi aiutato nella lettura del testo, liberandomi da aspettative e pregiudizi fino ad ottenere una candida anima pronta a emozionarsi, lasciarsi sedurre, stupire e perché no meravigliare.

A molti lettori manca questo senso della curiosità; troppo ancorati alle pallide certezze per poter essere sorpresi dal nuovo.

E, quindi, è stata una lettura assolutamente controversa, quasi avesse inciso dentro il suo DNA, il destino di seguire la dura sorte del suo protagonista amato o odiato, ma mai, per fortuna, ignorato.

Perché è nell’oblio del ricordo, nella damnatio memoriae che esiste il fallimento.

Perché il parlarne in modo positivo o negativo significa che qualcosa da dire esiste.

Ed è in quelle pieghe del sussurrato, del contraddittorio, del rabbioso diniego che si cela il vero portento di un testo.

In fondo, sono negli angoli sospesi tra due diversi finali o due diversi gradi di giudizio, che si celano invisibili agli occhi mortali, i mondi fantastici in cui mi addentro.

Felice e insaziabile e indiscreta.

Allora ho compreso che dalle critiche dovevo partire per farvi capire il fascino del testo, un fascino difficile da spiegare per chi come me non è avvezzo agli incanti letterari, quelli che ammaliano la mente e il cuore prima con la sonorità della parola, con la cantilena del ritmo e poi dopo all’improvviso con l’assolo indimenticabile, molto jazz, del significato.

Per chi non sperimenta il libro come un brano musicale da gustare, magari con un buon bourbon (ok lo ammetto io uso tè e limonate) è impossibile da far comprendere.

Allora andiamo a scoprire i segreti di Io Cesare Borgia e del suo geniale creatore, attraverso non le contestazioni, ma i residui logici di esse.

Cosa disturba tanto in un libro?

Anzi rettifico, cosa disturba in un libro storico?

Il primo dato è l’interpretazione.

Più di una volta mi sono trovata davanti commenti denigratori a volte, per libri che non eleggono a loro sommo sovrano il dato.

Eppure non è dal solo dato che si può ricavare la visione peculiare dell’ethos del tempo che fu.

Non tanto allora accadimenti precisi, vestiti, battaglie, armi e cibi, ma il significato di quegli elementi quotidiani, capace di contrassegnare il secolo trascorso.

Vedete la storia non è nelle azioni, date e città.

Non sono le dinastie, non sono le scoperte, non sono le guerre.

E’ tutto ciò che si insinua nei solchi di quegli avvenimenti.

Se immaginiamo la realtà non come un piano liscio e omogeneo, ma direi a stringhe ( perdonami Einstein se prendo a prestito le tue teorie) si capisce come in quei filamenti che si uniscono esistono dei luoghi, delle porte o ri-porte, in cui si ammassa il residuo logico di ogni azione.

Di ogni scenario e di ogni tempo.

Ed è in quel costume sociale, in quel folclore persino nelle superstizioni e nelle mitologie, ossia nel senso etnologico di ogni abitudine (alimentare o di vestiario che sia) che si conosce la storia.

Un esempio?

Basti pensare alla foggia modaiola totalmente differente che esibivano le dame al tempo di Jane Austen, ossia era napoleonica, che poi muta di colpo in una fastosa ma pesante guisa vittoriana.

In quegli abiti quasi eterei, leggiadri, non ingombranti ma qussi capaci di delineare maliziosamente le forme si celava l’assunto ribelle di un epoca. Al contrario, i vestiti pomposi, pesanti, quasi capaci di nascondere l’ardore femminile, nascondevano l’ansia morale della pruderie.

E quindi è impossibile separare, come molti fanno la piccola dalla grande storia, ma soprattutto è difficile dividere in conoscenza essoterica (ossia il dato logico, evidente e dimostrabile) dall’idea esoterica (ossia il dato nascosto, occulto, segreto da scoprire).

Del resto Balzac lo diceva sempre:

Esistono due storie: la storia ufficiale, menzognera…e la storia segreta,in cui si rinvengono le vere cause degli accadimenti. Una storia vergognosa”

Honorè De Balzac

Nel libro di Dario Pozzi, l’elemento mitico, quello apparentemente legato al solo universo della credenza vana, viene rivalutato e considerato l’elemento chiave o la pietra d’angolo che regge l’intera impalcatura del secolo analizzato.

Ed è nei valori, nelle filosofie, nei concetti che si agitano e si inseriscono tutti gli eventi che resero il Rinascimento e sopratutto la concezione del potere altamente particolari e unici.

Senza la convinzione, profonda tra l’altro, che la gestione della Res pubblica, del cittadino, dello stato non fosse supportato da una sorta di chiamata divina, non si potrebbero comprendere né intrighi, né atti di estrema brutalità, né persino la volontà forte e indomita di un uomo a sfidare i propri simili e addirittura il proprio tempo.

La coscienza di essere un Borgia, viene prima addirittura dell’uso reale del potere.

Prima si è illuminati da una sorta di sole divino poi, si diventa papi, principi e condottieri.

Ma soltanto con un valore cosi strano, cosi segreto, cosi per noi incomprensibile, si eleva l’uomo comune dalla massa.

Tutti i personaggi descritti non hanno solo una spiccata intelligenza ma la consapevolezza, ereditata dalla ricostruzione di un passato mitico, di essere pedine importanti sulla scacchiera del tempo.

Ogni famiglia e ogni dinastia ha la sua tradizione esoterica; è fonte e forza di ogni ardire, di ogni rivendicazione e di ogni atto estremo, finanche a sostituirsi alla divinità tradizionale.

Pensate la mito dell’origine Merovingia.

Sapete che si narra come essi discendano da una strana fata, donna serpente, una erta Melusina?

Anche il grande papa Silvestro II vanta una ricognizione nel mondo numinoso; stavolta a fare da tramite tra i due piani esistenziali è un altra torbida fata, Meridiana, forse una sorta di ibrido tra due lontane dee Mery e Diana.

Ed è un caso, forse, che i Borgia hanno come simbolo il toro?

Ed è un caso che esso sia l’animale totem di una divinità che nei secoli,si fusa con il cristianesimo?

E nel libro sono presenti in modo molto chiaro riferimenti a queste arcane tradizioni.

Che non cozzano assolutamente con l’idea che la storia sia una scienza. Solo che è una scienza sacra, poiché riguarda l’umano mortale.

A questa concezione esoterica e quindi riguardante anche gli aspetti psichici, filosofici della storia, si lega anche la venerazione per il dato oggettivo e non per l’interpretazione.

So che per molti amanti e scrittori del genere suddetto, il passato non è basato sul sentimento, o sulla percezione ma sul dato scientificamente oggettivo.

Pertanto la riscrittura in chiave moderna è vista come un onta o una blasfemia da punire.

Dati e solo dati.

Al che si può rispondere citando il sommo Pirandello, quando parla di falsificazione della narrazione.

Per quanto ci piaccia il dato incontrovertibile, ogni ontologia umana, persino la scientifica propriamente detta non è altro che, udite udite, una rappresentazione personale del nostro umile cervello.

Nessun libro può dirsi totalmente oggettivo.

Neanche il verismo, neanche lo storico, perché seppur parendo da un concetto fattuale, esso tramite il processo di creazione se ne discosta:

L’arte libera le cose, gli uomini e le loro azioni da queste contingenze senza valore, da questi particolari comuni, da questi volgari ostacoli, da queste accidentali miserie: in un certo senso, li astrae: cioè, rigetta, senza neppur badarvi, tutto ciò che contraria la concezione dell’artista e aggruppa invece tutto ciò che, in accordo con essa, le dà più forza e più ricchezza. Crea così un’opera che non è, come la natura, senz’ordine (almeno apparente) e irta di contraddizioni, ma quasi un piccolo mondo in cui tutti gli elementi si tendono a vicenda e a vicenda cooperano. In questo senso appunto l’artista idealizza. Non già che egli rappresenti tipi o dipinga idee: semplifica e concentra. L’idea che egli ha dei suoi personaggi, il sentimento che spira da essi evocano le immagini espressive, le aggruppano e le combinano. I particolari inutili spariscono; tutto ciò che è imposto dalla logica vivente del carattere è riunito, concentrato nell’unità d’un essere, diciamo così, meno reale e tuttavia più vero

Pirandello Saggi e interventi

Pertanto, è evidente che il narrare e qualsiasi tipo di narrazione e di genere, mettono in piedi un mondo ex novo, sia che si inventino nuovi mondi, sia che si rappresenti il più fedelmente possibile quelli già esistenti.

In entrambi si ottiene un qualcosa che è e deve essere altro rispetto alla realtà.

Per questo Dario Pozzi unisce a una perfetta conoscenza della storia uno stile che è poetico, sognante, a tratti onirico e assolutamente e deliziosamente (mi si permetta l’ardire) wildiano.

Ha la capacità di essere ridondante senza esserlo, poiché la sua scrittura è fluida e coerente, ma al tempo stesso dotata di un certo realismo magico, come solo l’arte pittoria può essere.

Ecco perché il suo storico sciocca gli sciocchi che seguono il dito e mai la luna.

Ecco perché, il suo tempo esula dalla storiografia classica che lo considera lineare, o al massimo circolare.

Un evento storico, infatti, secondo la visione classica segue un andamento di causa e effetto o un ordine cronologico rigido e intransigente.

Questo, però, se serve allo studioso per addentrarsi per la prima volta nella massa indistinta e a volte cacofonica dei dati, all’umano che dalla storia vuole imparare a capirsi e capire, suona alquanto arido e distante dall’esperienza umana.

Noi non siamo e non possiamo essere “lineari”.

Dotati di cosi tante sfumature seguiamo piuttosto un tempo a spirale, dove a ogni accadimento non segue una reazione precisa ma una serie di reazioni impostate sull’emotività.

A tal proposito non posso non citarvi (non me ne vogliate) Gianbattista Vico.

Che può essere utilissimo conoscere per potersi godere al meglio la genialità di Pozzi:

“Verum et factum reciprocantur seu convertuntur”, cioè il vero e il fatto si convertono l’uno nell’altro e coincidono.

La storia secondo la teoria dei corsi e ricorsi storici vichiani è un punto di incontro tra diverse discipline (filosofia, poetica, filologia, mitologia, antropologia) che si occupa di individuare e documentare non solo gli eventi, i fatti ma sopratutto li deve decodificare ricercandone quelle ragioni ideali ed eterne che sono destinate a

a presentarsi costantemente, in modo ripetitivo anche se in gradi diversi, all’interno di tutti i momenti della storia

Gianbattista Vico

I corsi e ricorsi storici presenti nel testo.

Ciò non significa che la storia si ripete.

Significa che è l’uomo a essere dotato di fattori specifici e seppur nel mutare delle situazioni e degli stravolgimenti è il suo apprendimento a proporre reazioni sempre costanti.

Il potere è il potere, la concezione di avere un dono o una missione si basa SEMPRE su concetti per nulla logici, ma oserei dire illogici e mitologici.

Ecco che nel testo questo concetto è perfettamente semplificato nel prediligere non la consequenzialità di un determinato agire ma, piuttosto, la spiegazione e la ricerca della sua genesi.

Ciò che emerge dal testo non è una successione di fatti, quanto piuttosto una cultura umana e personale straordinaria, creata dal fatto ( non è il dato, quindi che crea l’azione e la cultura ma il contrario) tanto da far apparire Cesare Borgia non come il cattivo di turno, (clichè banale che mal si adatta alla variabilità dell’umana memoria) ma come un uomo con una grande sete di vita, capace, come solo pochi sanno fare, di imporsi e di erigersi al di sopra delle consuetudini del suo tempo. Borgia in questo testo appare l’estraneo lungimirante che non accetta il ruolo che gli è stato riservato, per sangue, per famiglia, per capriccio, ma tenta di essere il demiurgo della sua ristretta dimensione temporale. Borgia tenta l’impossibile: andare oltre il tempo e divenire l’eternità fatta persona.

Per trovare il senso di avvenimenti particolare nella vicenda altrimenti orrendamente didascalica di Cesare, bisogna guardare al di la del fatto logico, cogliere dentro la sua personale storia un ‘altra invisibile, magari lontana nel tempo, magari in una Gerusalemme funestata dall’ansia di ribellione…

Pozzi risulta, dunque, avviso ai puristi del genere perché appunto grazie alla sua profonda conoscenza dei manuali si addentra nella storia eterna che è il vero segreto del passato, custodito e tenuto sotto chiave come una reliquia preziosa.

E in quest’ottica si colloca anche la scelta della cover.

Una cover che racconta l’esoterismo dei valori di Borgia, la sua aspirazione a elevarsi al di sopra anche dei dominanti del suo tempo per accostarsi a una lontana divinità guerriere…

Ma non vi svelo oltre.

Considero Dario Pozzi uno dei migliori e geniali e incredibili scrittori del nostro tempo perduto.

Unico in grado di trasportare il lettore attraverso i secoli visti non più come un ammasso granitico ma come:

la scala a doppia elica di Leonardo. Un infinito inseguirsi di due realtà che sanno di esistere, ma non si incontrano mai.

Dario Pozzi

 

 

 

 

 

 

 

“Il bambino che non poteva amare” di Federica D’ascani, Triskell editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Il giorno in cui Teresa conosce suo figlio è lo stesso in cui ne piange la morte. Il suo angelo, il suo Paolo, è nato deforme e deceduto subito dopo la nascita. O almeno è ciò che le viene detto.

La realtà, se possibile, è ancora più atroce.

Paolo, nato con la sindrome di Down, viene disconosciuto dal padre e trasferito in una struttura pubblica che dovrebbe prendersene cura: un manicomio.

È possibile che il coraggio di pochi possa cambiare un destino ?

Ambientato nell’immediato dopoguerra, questo libro è un vero e proprio pugno nello stomaco. Erroneamente si tende a voler credere che, una volta spazzato via lo spettro del fascismo, la società sia tornata a una placida normalità scevra di preconcetti ed estremismi ideologici.

Ma così non fu e queste pagine ce lo ricordano con brutalità.

Durante il fascismo, i bambini nati con la sindrome di Down, quelli che durante lo sviluppo manifestavano segnali di comportamento anomalo,( si cominciava allora a definire l’autismo), coloro che nascevano con deformità fisiche, venivano soppressi. Dopo la guerra la pratica non venne abbandonata; molti medici che avevano collaborato con il governo erano sostenitori convinti della purezza della razza e della necessità di eliminare tutto ciò che non rispettava i canoni della perfezione. Ma le prime voci di ribellione cominciavano ad alzarsi: coraggiose e ostacolate, voci di novelli Don Chisciotte, pronte a rischiare, pronte a sacrificarsi.

Il 1945 segnò la fine della guerra, non la fine della ideologia.

Federica d’Ascani sceglie di rendere le donne protagoniste e nelle note finali si comprende il perché :

“ …spiegando come dietro ogni storia d’autismo vi fosse una genitrice colpevole di anaffettività […]concetto frutto di elucubrazioni mentali derivanti da una società patriarcale e da convinzioni misogine, che volevano la donna inutile e prevalentemente stupida.”

Le donne di questo romanzo sono intelligenti, sensibili , coraggiose, pronte a sfidare il mondo.

Mara, medico presso il manicomio di Santa Maria della Pietà.

Sara, infermiera giovane e determinata.

Suor Germana, burbera ma con un cuore d’oro.

Teresa e il suo immenso amore materno che la porta a superare ostacoli insormontabili.

Donne forti e fragili, spaventate e temerarie, che metteranno il gioco la loro stessa vita per tentare di donarne una nuova al piccolo Paolo, vittima innocente di un sistema preverso.

Paolo non è il solo bambino che ha bisogno di essere salvato, ma è l’unico che abbia la possibilità di farcela.

È il tormento peggiore per Sara e Mara, infermiera e medico, inorridite dalla brutalità dei manicomi dove i maltrattamenti sono la cura; vorrebbero salvarli tutti, ma non possono. Le maglie del potere, delle vecchie protezioni politiche, i pregiudizi che camminano costantemente nella società consentono a queste donne fuori dal comune un raggio d’azione limitato. Ma loro sono tutto, sono luce, speranza, umanità e amore incondizionato per i più deboli.

Nelle attuali strategie di negoziazioni per il rilascio di ostaggi si parla della tecnica definita “goccia- fiotto-flusso”.

Si basa sulla gradualità dell’evolversi della situazione: si richiede il rilascio di un unico ostaggio, poi di un gruppo e infine di tutti quanti. Questo romanzo me lo ha ricordato. Questi bambini sono ostaggio di un potere e di una società malata e devono essere liberati. Ma non è possibile farlo in massa. Paolo è la prima goccia, Sara e Mara le mani che ostinatamente e ingannevolmente aprono un rubinetto arrugginito e chiuso da troppo tempo.

Il bambino che non sapeva amare : un titolo forte e devastante. Si scrive al singolare, ci si riferisce a una figura precisa della trama, ma in realtà tutti i piccoli internati erano visti in questo modo: essere inutili , incapaci di dare amore, gusci vuoti coi quali sperimentare le proprie teorie di pseudoscienza.

Un romanzo profondo e intenso, umano, doloroso e difficile.

Una scrittura che lascia poco all’immaginazione, essenziale ed efficace, un tunnel profondo immersi nel quale è possibile vedere un’uscita. Una denuncia della barbarie, dei pregiudizi, della lotta occorsa per smantellare un sistema malato.

In ultima battuta, non possiamo dimenticare le figure maschili del libro.

Gli spregevoli medici che portano avanti pratiche barbariche spacciandole per una cura, ma esistono anche uomini buoni, come l’ispettore Ascanio Tremigi, l’enigmatico padre Nereo, il debole ma umano Libero, marito di Teresa, e Bartolo, capofamiglia schietto e genuino.

Un romanzo da leggere e che abbiamo il dovere di non dimenticare.

 

“La congiura dei fratelli Shakespeare” Di Bernard Cornwell, Longanesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Fata.

O non ravviso bene la tua forma, e il tuo sembiante,

o tu sei quel birbo malizioso folletto chiamato Robin Bravuomo!

Non sei tu forse

colui che ai villaggi

spaventa le ragazze; che screma il latte

e a volte frucchia nella zangola del burro

e la massaia invano s’affanna a rimestare;

e talora la birra non lascia lievitare,

e di notte fuorvia i pellegrini

ridendo della lor disavventura?

E se invece qualcuno ti chiama “follettino”,

e “caro Robertino”, i suoi lavori ti addossi

e gli porti fortuna. Non sei tu quello?

Puck.

Hai proprio indovinato.

Son io quel mattacchione che va in giro di notte.

Di Oberon, mio re, sono il buffone.

E lui sorride quando inganno lo stallone,

ben satollo di fave

col nitrito d’una bella puledrina.

Qualche volta mi rannicchio

nel boccale d’una vecchia ciancerona, sotto forma

di mela selvatica arrostita,

e quando beve, le salto sulle labbra

e giù sgorga la birra lungo la gorgia vizza.

La vecchia zitella saccentona cui piace

raccontar tragiche storie, a volte per sgabello

mi scambia, e io dal sedere le scappo,

e lei rotola a terra, e grida

Oh povero mio culo!”, e affoga nella tosse.

E allor gli astanti si tengono i fianchi dalle risa,

gongolan di gioia, starnutano, e giurano

di non aver mai trascorso ora più allegra.

Ma adesso fai largo, ché arriva il mio Re!

Voi non avete idea di quanto il mo cuore bramava e desiderava essere li, nascosta tra le felci a assaporare con un beato sorriso, lo scambio di battute tra la fata e il mio amato Puck.

Non sapete e non potrete mai capire quanto ho amato questa commedia, il sogno di mezza estate che ancor oggi fa capolino nei miei occhi socchiusi.

Rivedo le scene, borbotto tra me e me le parole, ogni parola gustandola come si gusta certa frutta matura dai colori sgargianti.

Shakespeare ha anch’esso, come fece Lewis Carroll, dato vita con i verbi ai sogni, alle emozioni che custodisco oggi, non più bambina, non più adolescente, ma venerando agli occhi degli altri membro di questa composta società.

Il mio amare Puck era un atto di ribellione, era venerare il caos creativo, quel soffio di sana follia che sono certa, lo sono nel profondo, ha investito e forse funestato la mente eccelsa di William.

Sono stata, come penso ogni adolescente che si rispetti, innamorata della sua remota figura.

Quale splendido essere umano aveva dato alla luce queste commedie, le tragedie cosi spettacolari, cosi poetiche pur, tuttavia, non lesinando un certo tono satirico?

Era un nume, un genio o forse un po’ “disadattato” come me, troppo grande per dei tempi burrascosi e a volte lerci di sporcizia.

Era cosi la Londra di quegli anni.

E rivivono le suggestioni grazie alla penna elegante e potente di Cornwell, che ho imparato a conoscere grazie alla saga di Excalibur.

Ma come lui nessuno è capace di penetrare in quell’ethos dei secoli di cui vado blaterando da anni.

Non dati, non elementi colti e polverosi, ma quelle atmosfere, quelle culture anche subalterne, che adornarono gli aventi rendendoli veri e reali, cosi tangibili da poterli quasi toccare.

Lo ripeto.

Non è il fatto storico con le sue date e e i suoi eventi a darci l’idea del tempo che scorre.

Sono i residui logici di Pareto, le emozionalità, le sensazioni, i piccoli infimi dettagli che ci raccontano, davvero un epoca.

E anche l’interpretazione che l’autore fa scendere, come candida neve, negli interstizi di quel racconto mai omogeneo, mai perfettamente lineare.

La storia è una spirale di luci e di ombre, di bellezza e decadenza, di grandi conquiste e di burrascose cadute.

E nella Congiura si avverte tutto questo: non la melmosità della Londra elisabettiana ma il suo decadente fascino, quella volontà di godere dell’attimo che fugge, di fantasie e di finzioni, e l’inclinazione di operare la volontà di dio, quella di renderci probi e quasi tutti uguali, tutti incasellati in un perfetto disegno grigio e tiepido.

L’attore, invece, non ci sta.

Ha bisogno di voli pindarici, di immaginarsi altro dal ruolo che la società perbene ha cucito su di esso: un povero diviene un ricco mercante, l’uomo si trasforma in donna seducente, il giovane sciocco in un saggio o in un folletto irriverente.

Ecco che la vera rivalsa in quel secolo in cui aleggia il fetore delle fogne, sintomo di una povertà malata, sintomo di una società che mostrerà poi la sua incapacità a essere davvero un paese civile (cosi come denuncerà Dickens) è quella del sogno che allontana la realtà ingiusta.

E sullo sfondo di questi tentativi di riprendersi una vita mangiucchiata, anzi divorata dai privilegi dei signori, che si snodano congiure, ladrocini, contrapposizioni e lotte intestine: essere attore significava non solo vivere un ora di meraviglie, ma anche essere soggetto alla discriminazione dei puritani che quella fantasia salvifica la temevano, preferendo la predestinazione divina, ferrea e egoistica, e all’invidia di chi, il talento, lo confondeva con la vil pecunia.

Mastro Shakespeare fu vittima di questa volontà assoluta, portata all’acme di vendette: ognuno geloso di quel genio nato per caso, nel paese oscuro e povero di Stratford.

Oggi meta di chi come me, vuole rubare un tocco di genio, come se l’aria stessa respirata dal sommo, fosse intinta essa stessa di arte.

E nel libro è il fratello, l’alter ego del mio William, la parte più arrabbiata, il suo doppglanger, a salvare la situazione, con un moto di orgoglio, di rispetto di se raro, molto raro, in quei tempi oscuri.

Sullo sfondo spicca lei, la regina Vergine, eterea, senza tempo, con quella fronte alta e la massa infuocata di capelli.

Lei amata e odiata, osteggiata e contraddittoria, a cui io oggi mi inchino.

Perché pur se definita spietata, fredda, rigida, senza cuore è a lei che devo la salvezza di quel teatro, fucina di incanti e magie.

La congiura di Shakesperare è più di un thriller storico: è il racconto di un sogno, di stanti sogni, quelli che oggi ammiriamo affascinati seduti su comode poltrone di velluto.

Ma in questo libro, rivivono nella loro vera essenza, irriverenti, satirici, anticonformisti, a volte volgari, a volte oltre le linee del buongusto, ma cosi vicini a quella parte ribelle del nostro cuore.

Noi siamo gli attori del Lord Ciambellano. Raccontiamo storie. Mettiamo in scena la magia. Trasformiamo i sogni in realtà. Siamo commedianti.

 

“Aquila. Le vette dello spirito” di Monika M. A cura di Ilaria Grossi

aquila

 

 

 Monika M, ritorna con un nuovo libro, si tratta di un thriller storico.

Da subito sono stata particolarmente affascinata dalla sinossi e avevo alte aspettative. Monika M, non delude mai.

La prima parte, anno 1300, è caratterizzata dal racconto di Malachia, giovane novizio, che riporterà nero su bianco la battaglia personale di alcuni fedeli devoti al Papa Angelico, CelestinoV contro il successore Papa Bonifacio VIII, il cui obiettivo era di rimuovere e cancellare dalle coscienze dei fedeli il ricordo invadente di un grande uomo, quale fu Celestino V.

La seconda parte è proiettata ai giorni nostri, precisamente al 2009, anno che ricorda a noi tutti, il tragico terremoto che ha sconvolto l’Aquila.

All’interno della basilica di Collemaggio, il restauratore Bramante Rossi, ritroverà il manoscritto di Malachia e dalla scoperta del suddetto manoscritto tante domande e mille dubbi ruoteranno intorno alla sua veridicità.

L’Aquila diventa così la città che cela misteri e segreti tra chiese e importanti opere d’arte, confessioni millenarie mai svelate, volte a coprire una Chiesa corrotta e poco sincera, pur di non perdere fedeli e una supremazia a cui non rinuncerà mai e troppo consolidata nei secoli.

L’Aquila, città che non solo cela segreti e misteri, ma anche parte del Tesoro riportato dalla Terra Santa, dai Templari. Bramante, con l’aiuto della sua ex Giulia, ambigua e poco sincera nei suoi confronti, finisce per cadere in una vera e propria ragnatela alla fine di un districatissimo labirinto.

Se la prima parte del romanzo, ben strutturata, piena di dettagli e informazioni, catapulta il lettore in un epoca come il 1300, oscura e lontanissima, la seconda parte lascia scivolare lo stesso lettore in un intrigo avvincente, il tutto sostenuto dallo stile di Monika M, fluido e scorrevole, curato e impreziosito da fonti storiche originali, ben documentate.

La storia non può non appassionare il lettore e da lettrice prima che in veste di bookblogger ne sono stata letteralmente rapita anche se ammetto, il thriller storico non è un genere che solitamente recensisco.

Per fortuna si può sempre cambiare idea.

Complimenti Monika.

Buona lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario