Il romanzo di Tutankhamon “La città dei morti” e “Il sigillo di Anubis”. di Isabel Giustiniani. A cura di Alessandra Micheli

La mia professoressa di storia dell’università, sosteneva sempre che è nella cosiddetta piccola storia che si può individuare l’unico, vero elemento che rende questa disciplina indispensabile: lo spirito del tempo.

I secoli che passano, tra eventi più o meno sanguinari, i cambiamenti sociali e politici, le alleanze, e le conquiste, non sono altro che indicatori dell’ autentica motivazione alla base di questo strano percorso a spirale: l’evoluzione.

E per evoluzione si intende un qualcosa di non meramente scientifico, quando intimo e morale.

Sono le macine del grande mulino che, dando spazio a un era o l’altra, possono donarci complessivamente una visione di insieme laddove è il fulcro dell’essere umano a cambiare, è la sua mentalità, la prospettiva, i valori e persino la sua anima.

Ecco, la meraviglia dello spirito del tempo che, timido, si nasconde dietro accadimenti puramente e fintamente logici che vanno vivisezionati per tirar fuori le cosiddette radici illogiche di ogni azione e di ogni evento.

E cosi noi studiamo la storia per comprendere chi siamo e forse il mondo verso cui sogniamo di dirigerci, quasi mai simile a quello delle nostre utopie.

I grande fatti, come le battaglie, come gli intrighi politici sono, dunque, specchietti per le allodole.

E’ nella vita di tutti i giorni, in come essa dagli stessi viene trasformata, a celare il vero autentico sentimento storico.

Non è nella battaglia di Lepanto, ad esempio, il vero interesse nello storico, ma a tutto ciò che ruota attorno e che ci fa comprendere come, anche le realtà più brutali fanno nascere ibridi interessanti, fanno avvicinare le culture e creano la nostra sfaccettata identità.

E cosi una semplice guerra navale si arricchisce di quelle piccole storie che la rendono unica, che ne isolano il vero significato, che stravolgono le vite degli umili più che dei potenti, che cambiano drasticamente gli occhiali con cui guardare il mondo.

Non è tanto nella battaglia di Annibale il tratto particolare, quanto nell’impatto che esso ebbe sulla popolazione a rendere leggendarie le sue gesta.

Furono forse, i suoi 37 elefanti a diventare storia più della sua meravigliosa tattica e strategia.

E cosi bisogna, se si vuole immergersi nel passato, trovare spiegazione non tanto nel clamoroso quanto nel piccolo, nel consueto per comprendere come cambia il quotidiano di fronte alle grandi storie che irrompono quasi mai a passo leggiadro, nella nostra esistenza.

La Giustiniani lo ha compreso bene, tanto che il suo racconto del meraviglioso Egitto, specie dei periodi più traumatici, si interseca con vicissitudini apparentemente banali ma che contengono tutta la rivoluzionaria specificità di quegli anni confusi.

Di che età stiamo parlando?

Non so quanti di voi masticano le storia del sacro Egitto, ma per noi appassionati il momento più tragico e al tempo stesso più interessante, fu il periodo che va dall’ascesa del faraone eretico alla sua morte, fino a toccare il breve regno del suo sfortunato erede.

E’ in quell’attimo che si compie il vero cambiamento dell’Egitto che si troverà a dover cambiare la sua radicata identità culturale.

Amenofi IV, conosciuto più comunemente Akhenaton, fu un sovrano molto particolare, oserei dire eccessivamente particolare.

Egli, infatti operò una riforma religiosa che non toccava solo il culto formale ma sopratutto sostanziale ossia introdusse un culto solare al posto di quello “stellare” dell’antichità.

Secondo molti studiosi e io sono concorde, non si trattò di una vera rivoluzione monoteistica, come è passato nell’immaginario popolare. Non introdusse una religione rivelata che potesse dare origine e radici al cristianesimo.

Più che altro si potrebbe individuare un substrato semitico dell’innovazione tanto che, meraviglioso Freud, fu convinto di una strana e inquietante somiglianza tra Mosè e il re eretico.

Fu, quindi una solarizzazione delle divinità, riunite nella forma di Amon Ra.

Il risultato fu una sorta di religione universalistica che però è molto lontana dal vero monotesimo, tanto che Max Muller verso la fine del XIX secolo parlò di enoteismo.

Con tale termine si indica una religione che si contrappone fortemente all’animismo, ossia all’esistenza di una moltitudine di divinità ognuna con una sua identità ben definita, per passare a una divinità principiale, unica, da cui si irradiavano divinità secondarie.

Parti dello stesso tutto.

Diciamo che forse, Akhenaton fu un proto-cibernetico.

Ma bando alle ciance filosofiche…quello che va sottolineato, dunque, è la conseguenza sociale e politica di tale “innovazione”: il riunire le varie personificazioni della natura sotto un unico elemento, significava limitare sensibilmente il potere sacerdotale.

Se la divinità era secondaria e emanazione dell’unico, anche il potere della casta andava a diminuire.

Fu quindi più che manovra religiosa profondamente politica, evitando la delega del sacro a un clero specializzato.

Aton, permise la percezione immediata dal divino in netta opposizione alla divinità quasi nascoste del pantheon stellare.

Ciò significava la perdita costante di influenza di Osiride e di tutte le pratiche funerarie egizie: grazie a Aton tutti potevano sperare nel paradiso del Duat.

Se per molti storici l’influenza sul popolo fu minima, quella sul clero e sull’èlite fu sicuramente di grande importanza.

L’assolutismo teocratico ne usci rafforzato, raggiungendo quasi lo stesso potere del diritto medievale del re.

Mentre il popolo continuava in fondo a venerare le divinità tradizionali, capaci di rassicurare un identità messa in crisi non solo da questa riforma ma dalle pressioni ai suoi confini da parte di ittiti e Mitanni, le alte cariche dello stato iniziarono una sorta di muta ribellione.

Dopo la sua morte e l’avvento la regno del re bambino Tutankhamon, la situazione mostrò tutta la sua crisi interna:la messa in disparte di istanze locali in favore dell’amministrazione centralizzata, provocò un sistema di corruzione, intrighi contro cui, più tardi dovette combattere il faraone Horemheb.

Ecco che la Giustiniani usa, come scenario per le avventure/disavventure di Nimaat proprio questo contesto di transizione.

Ricco di complotti, di insicurezza, di tradimenti e di valori messi in discussione, i protagonisti si muovono sul filo del rasoio alla ricerca di un identità del se, messa in discussione proprio dai cambiamenti.

Il culto di Aton messo poi da parte dal Tutankhamon che ristabilì, forse costretto, l’antico culto pone i nostri protagonisti in una sorta di limbo in cui tutto è confuso e nulla è certo.

Lo stesso rapporto tra padre e figlia Thutmosi e Nimaat sembra richiamare questo conflitto tra il faraone, padre di tutto l’Egitto e i suoi sudditi, che non si riconoscono più nelle leggi e nelle sue parole, non si riconoscono più in una terra che ha visto troppi ripensamenti, che è sta preda di troppe rivisitazioni, e di poche certezze.

Che non riesce più a essere immagine del cielo e della Maat cosmica e troppo immagine del principio caotico di Seth.

E cosi nel primo libro, la città dei morti o la città Set-Maat, la nostra eroina, tenta di trovare se stessa attraverso la manualità creativa, trovandosi, però il blocco di convenzioni sociali che la osteggiano e al tempo stesso la stimolano, fino a costringerla a infrangerle.

Nimaat è l’immagine di un Egitto che non si arrende e che tenta d salvare se stesso coniugando il passato con il presente, un presente meno coinvolgente meno certo e meno avvolgente.

L’Egitto di questi libri appare cosi fragile, in costante pericolo non più unito sotto lo sguardo benevolo degli Dei.

Essi si sono ritirati, essi hanno sciolto l’Enneade, e lasciato i propri figli abbandonati, nel caos.

Nel sigillo di Anubis è il dio dei morti a dominare.

Con il suo sguardo di fuoco osserva il mondo conosciuto sfaldarsi lentamente, sotto giochi di potere che compromettono il legame originario tra la terra e il sovrano, tra il sovrano e il popolo sempre più in balia di scelta più impronta alla ragion di stato che al raggiungimento della vera unica finalità del patto di governo degli antichi: la concordanza di cielo e terra.

Ecco che si assiste non solo al crepuscolo di una dinastia, ma di un intero paese. L’Egitto di Nimaat non sarà più quello raccontato nelle leggende, lontano dal Zep Tepi, lontano da ogni sogno e da ogni utopia.

Il suo ultimo regalo al mondo sarà appunto la città dei morti, dove un giovane Carter scoprirà tesori inestimabili ma anche la maledizione che accompagnerà il giovane sfortunato sovrano per tutta la vita: essere stato incapace di divenire il collante tea passato e futuro, figli odi tempi fragili, figlio di una decadenza che, forse è inscritta nel DNA delle grandi civiltà.

L’Egitto, da allora non sarà mai più lo stesso.

Diretto verso il declino, si lascerà alle spalle un passato glorioso quasi sommerso dalla sabbia del tempo.

Tra amori e lacrime, tra avventure e meravigliosi intrighi, l’Egitto dei miei sogni mi parla attraverso il contesto tornato a vivere grazie alla penna talentuosa di Isabel:

Arriverà il momento in cui si vedrà che gli Egiziani hanno onorato gli Dei con sincera pietà e assiduo servizio; e si vedrà che tutta la nostra santa adorazione sarà stata inutile e inefficace

Perché gli Dei torneranno in cielo dalla Terra.

L’Egitto sarà abbandonato e la Terra che una volta fu la casa della religione rimarrà vuota, sprovvista della presenza dei suoi Dei.

Questa terra e regione sarà piena di stranieri; e gli uomini non si occuperanno più del servizio per gli Dei,ma anche…; e l’Egitto sarà occupato da Sciiti o Indiani e da qualche razza dei paesi barbari della zona. Quel giorno la nostra terra più sacra, terra di santuari e templi si riempirà di funerali e cadaveri

. e questa terra che una volta fu santa, una terra che amava gli Dei e nella quale , come ricompensa della sua devozione, gli Dei si degnarono di risiedere sulla Terra, una terra che fu la maestra dell’umanità per santità e pietà, questa terra andrà aldilà di ogni fatto crudele….

Oh Egitto, Egitto, della tua religione non rimarrà che racconto vuoto, a cui i tuoi stessi in futuro non crederanno; non rimarranno altro che delle parole scolpite e solo le pietre parleranno della tua pietà.

E in quei giorni gli uomini saranno stanchi della vita, e smetteranno di pensare all’universo come degno di rispetto e ammirazione.

E così la religione, la più grande di tutte le benedizioni, perché non c’è niente e non c’è stato nè ci sarà cosa che possa considerarsi una benedizione più grande, sarà minacciata dalla distruzione; gli uomini la considereranno un peso e arriveranno a disprezzarla.

Non ameranno più questo mondo che ci circonda, questa opera incomparabile di Dio, questa struttura gloriosa che egli ha costruito, quella somma di beni composti da molte forme diverse, questo strumento con il quale la volontà di Dio opera su quello che lui ha fatto, favorendo diligentemente il benessere dell’uomo, questa combinazione e accumulo di tutte le molteplici cose che possono provocare la venerazione, l’adorazione e l’amore di chi è osservante.

Si preferirà l’oscurità alla luce e la morte sarà considerata più redditizia della vita;nessuno alzerà gli occhi al cielo; i pietosi saranno considerati pazzi e gli empi saggi; il pazzo sarà considerato un uomo di valore e i malvagi buoni.

In quanto all’anima, e la credenza che è immortale per natura o può sperare di raggiungere l’immortalità, come ti ho insegnato, si burleranno di tutto ciò e si convinceranno che è falso.

Nessuna parola di reverenza o pietà, nessuna dichiarazione degna del cielo e degli Dei del cielo, sarà ascoltata o creduta.

E così gli Dei si allontaneranno dall’umanità, una cosa grave! E rimarranno solo angeli malvagi che si mescoleranno con gli uomini e condurranno i poveri disgraziati con la forza verso ogni genere di crimini insensati, guerre ruberie e frodi e tutte quelle cose ostili alla natura dell’anima….

Così la vecchiaia scenderà sul mondo. La religione già non esisterà più e tutte le cose saranno disordinate storte, tutto ciò che è buono scomparirà.

Asclepio III

 

“Il conte” di Barbara Buttiglione,Io me lo leggo editore. A cura di Chiara Iucci Linaioli

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Tutti noi amiamo uno o più personaggi storici, e su ciascuno ci siamo a volte chiesti: “…E se…?”

What if di ambientazione storica, questa fiction romance prende spunto da una delle donne più idealizzate e venerate della Storia: Sissi. Benché nella realtà avesse poco di amabile, fu di certo una icona del tempo, una personalità su cui non si è mai sparso abbastanza inchiostro, una potente che però lasciò la rigida gerarchia dell’epoca per ripiegarsi su se stessa, corrosa da una personalità che mal sopportava rigore ed etichetta.

Una Lady D in corsetto e crinolina.

Forse, una “principessa triste” ben più credibile delle contemporanee, giacché nel XIX secolo ben poca libertà di azione avevano le donne, fossero popolane o regine.

L’autrice, Barbara Buttiglione, decide di sognare a occhi aperti e di immaginare cosa sarebbe successo se Sissi avesse scelto l’amore di un altro uomo. Cinema e storiografia hanno da secoli ricamato sulla presunta liason fra l’Imperatrice e il pericoloso Conte Andràssy, prima nemico giurato degli austriaci, poi fedele vassallo.

Malgrado non ci sia nessuna conferma dai documenti, la trana si dipana dall’abbandono del reale palazzo a Vienna e la fuga in Ungheria. Lì, Sissi, triste e deperita, decide di accettare l’amore passionale del conte.

E lasciare Franz.

Storicamente improbabile, è un sogno ad occhi aperti che spinge le lettrici tra le braccia del nuovo amore. La narrazione è molto lineare, senza fronzoli, scandita da date e luoghi citati a inizio paragrafo. L’azione dei personaggi prevale sulle descrizioni. Pochi accenni per delineare l’epoca. Il linguaggio informale, estremamente moderno dei dialoghi suggerisce una maggiore intimità del lettore alla passione adulterina dei protagonisti piuttosto che alla realtà da cui traggono origine.

Il tormento morale e sentimentale di Sissi si estingue fra le braccia del suo Conte, con buona pace del marito, che non ama più. Le scene di passione sono da manuale, perché ovviamente con il suo nuovo lui l’ex-Imperatrice prova cose mai sentite prima.

Malgrado le deboli rimostranze dei villains (troppo deboli, a mio dire, per individui a capo di un impero vasto e bellicoso), alla fine il bene trionfa e l’amore rende tutti felici e contenti.

L’autrice dimostra di amare molto la Storia, e in particolare la storia di Sissi, a cui la vita reale destinerà ben altre svolte e ben altri finali.

Una gentilezza, quella della Buttiglione, piuttosto che un romanzo; una nota dolce, per dare almeno con la fantasia la pace eterna a chi è stato sempre infelice.

“Il patto dei sette templari” di Guido Dieckmann. A cura di Alessandra Micheli (Fonte https://www.letturesalepepe.com/recensione-il-patto-dei-sette-templari-di-guido-dieckmann/)

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I templari escono dalle polverose bibliotechine, dal silenzio quasi opprimente per vagare liberi come un tempo tra il popolo che tanto amavano.

Per troppo tempo rinchiusi tra i sogni bizzarri di studiosi e di appassionati, per troppo tempo dimenticati, reclusi nelle celle dorate del la teoria e del concetto, sicuramente meno inquietanti delle prigioni di Chinon, essi oggi ci mostrano il loro volto con fierezza e con il loro indomito coraggio.

I templari sono oramai il simbolo di una storia che si rivela e si disvela ai nostri occhi incantati, raccontano di intrighi, di poteri corrotti, di processi per nulla equi e di tesori nascosti, riportati in vita dalla loro baldanza ribelle.

Oggi i libri su questo strano, enigmatico ma sicuramente “rivoluzionario” ordine sono la maggioranza, alcuni seri, altri che stanno al confine con l’esoterismo, altri che usano la loro influenza semplicemente per protestare contro un certo bigottismo religioso.

Del resto, la loro condanna fu imbastita sulla peggiore accusa che un ordine cristiano potesse avere: eresia, l’abominio peggiore di cui un ordine si potesse macchiare. Eppure in questo testo essi sono quasi redenti, la loro unica colpa era quella di non chinare la testa davanti a un re indebitato fino al collo, a un papa compiacente o forse sottomesso alla regia autorità e a un popolo che non ha mai avuto cuore o coraggio di difendere i loro beniamini.

Perché considerati troppo distanti, troppo immersi in uno spazio tempo fatto di arcani segreti e di scoperte indicibili.

Ecco il segreto dei templari che fuoriesce dalle pagine del libro e viene plasmato dalle abili mani di Dieckmann che con la sua tecnica di scrittura accurata, dettagliata e passionale cerca di creare con il suo libro un vero passaggio temporale, in grado di farci piombare in quei secoli buie e al tempo stesso luminosi.

Il patto dei sette templari racconta a suo modo, un modo affascinante e coinvolgente il loro segreto, il perno attorno a cui baldi uomini con una visione più ampia del futuro, si raggrupparono cercando di sopravvivere all’avanzare del cinismo e della corruzione.

E’ il loro tesoro a mantenerli vivi anche oggi, ai nostri incantati occhi.

E che segreto custodiranno mai con tanta forza, tanto da opporsi con tenaci al loro disfacimento?

I templari sopravvivono, con le mani chiuse attorno al loro più mirabile mistero, cosa esso sia, beh sta a voi scoprirlo leggendo questo libro e immergendovi in un altra epoca, per nulla affatto differente dalla nostra, in fondo.

I templari vi aspettano.

“Il maestro di Auschwitz” di Otto B. Kraus, Newton e Compton editori. A cura di Alessandra Micheli

Otto B Kraus-Il maestro di Auschwitz

 

Quando ho appreso, con orrore che attorno a me esistono persone, esseri umani dotati di raziocinio e cuore, che ancora negano l’olocausto, la mia rabbia è scoppiata.

Questo mi ha portato a scrivere e riscrivere più volte questa recensione, ogni volta con un emozione diversa.

Ogni volta con un disgusto che rendeva impossibile il respiro.

Ma ho compreso come la rabbia,anche se lecita, naturale e normale, non poteva essere usata per il maestro di Auschwitz.

E’ una pagina di storia troppo ricca di un odio viscerale, dato dall’incapacità congenita di un essere animale di sentirsi uomo.

Siamo stati tante cose.

Ma mai davvero uomini.

E cosi ho lasciato che le mille emozioni si sfogassero, fino a che guardando dalla finestra quel sole che irrompe sui tetti di una orma addormentata, alle prime luci del mattino, la compassione è stata l’unica sensazione che ha avvolto il mio cuore.

E allora ho capito che avrei potuto scrivere.

Piangendo e sentendo lo stesso dolore di un dio che ha visto l’umo trasformasti in bestia, denigrando il bellissimo salmo che lo voleva più importante di stelle e angeli, ho potuto ascoltare quei sussurri.

Sapete?

Sono convinta che nel vento, in ogni suo fruscio tra alberi, erba e strade, ci sia la voce di tanti bambini bruciati nel cammino. Perché è quello che è accaduto. Il fuoco purificatore è un simpatico mezzo per cercare di spegnere un senso di colpa strano, di chi non si è mai sentito speciale, di chi era annoiato da quella vita che riteneva poco speciale e tanto, troppo banale.

Come se il fatto stesso di respirare, di amare, di piangere e sognare, fosse davvero cosa banale.

Come se avessimo sempre bisogno di qualcosa di più, che sorpassi i limiti imposti dal vivere in armonia, che ci porti all’acme di ogni sensazione.

Quella brama di divorare tutto, di correre senza osservare il regno che ci circonda, in cerca di una rivincita verso non si sa bene cosa. Dividere il mondo in buoni e cattivi, in utili o inutili, in inferiori e superiori è il patetico tentativo di un agglomerato di cellule di sentirsi finalmente persona. Ma non una persona qualunque, un supereroe, un superuomo, un eletto un prescelto. Qualcosa che va oltre la sciocca moralità e i confini stabiliti da chi poi.

Un dio?

E che dio è se non ci accoglie tra la grande Enneade di dei?

Che dio è in quel suo folle crearci, donarci un respiro di eternità e poi relegarci quaggiù, tra difficoltà, dolori e sofferenze?

Dove stanno i troni d’oro circondati da cherubini? I

o uomo, fatto a somiglianza di dio, non posso stare in mezzo al fango. E se sono nel fango la responsabilità è di qualcuno, un demiurgo crudele che si nasconde sotto le vesti di qualcuno.

E chi meglio del popolo eletto?

Colui che in fondo porta qualcosa di particolare di unico al mondo?

I comandamenti ad esempio.

Che limitano la nostra super-volontà.

Che ci danno regole morali etiche. Che hanno sfidato i confini oscuri dell’io violandoli, o i confini dell’universo togliendola alla sua segretezza, svelando come esso non sia altro che composto da mille altri universi, da un infinito che trascende persino dio. Un popolo o una religione che ci poneva come servi, noi che siamo nati per comandare su tutto! Ma la bibbia ci diceva che noi eravamo servi ossia custodi di un grande immenso parco giochi, educativo e sopratutto foriero di esperienze.

Perché noi siamo in fondo bambini capricciosi, bambini viziati, bambini che vogliono tutto e subito senza conoscerne il valore.

O forse siamo peggio di loro.

Perché il bambino guarda il mondo come una scoperta, vivendo nell’attimo, vivendo qua e ora, godendo di ogni carezza, di ogni raggio di sole senza chiedere di più. Ecco perché il maestro di Auschwitz nell’orrore di tanti libri che non permettono a noi di dimenticare e al marcio di mentire, rappresenta qualcosa di diversivo. In un mondo totalmente rovesciato, senza posto per dignità e rispetto, per gioa e speranza il blocco 31, seppur nelle sue abominevoli motivazioni preservava il cuore del futuro.

Un futuro che un coglione con i baffetti tentava di toglierci, perché lui non riusciva a vederlo, troppo offuscato dai suoi deliri e dalle sue frustrazioni.

E ogni volta che qualcuno dirà non è mai successo, renderà lui stesso il posto del coglione che vuole convincerci che il cielo non è blu perché lui non può vederlo.

Che non esiste la fratellanza perché lui non riesce a comunicare con l’altro.

Che non esiste la bellezza perché non riesce a andare oltre i canoni stabiliti da una sciocca società, che rinnega ma di cui fa parte, perché se non facesse parte di quel sistema, non si sentirebbe escluso.

Non gli fregherebbe nulla dei sui sciocchi dettami insensati e insulsi. Da uno che siccome è stato preso in giro da piccolo, denigrato e vilipeso, pensa di rifarsi denigrando e ripagando con la stessa moneta l’altro. Capite in che mondo assurdo viviamo?

Chi ha subito una perdita e conosce l’enormità del dolore che essa preoccupare a sa che è ingiusta, non si vendica, ma adopera tutto se stesso perché essa non compaia più sulla pelle di nessuno. E cosi in barca al coglione, il blocco 31 nato per ingannare il mondo, e distoglierlo dalla bocca dell’abisso, diventò canto di speranza, quella che ancora oggi tocca le anime degli uomini.

Li fa piangere li fa alzare la testa e dire no. Non capiterà ancora che un uomo diventi fertilizzante per i campi, costringendoci a mangiare un pane insanguinato.

No.

Nessun uomo sarà mai più privato della sua dignità e spersonalizzato della sua umanità. Nessun uomo rimarrà nel ghetto del concetto, prima che in quello fisico. Nessuno sarà schiavo dello stereotipo. E nessun bambino dovrà mai perdere i suoi sogni.

Ne assistere alla degradazione umana che rende i fratelli carnefici e vittime. E quando qualcuno prenderà il posto del coglione con i baffi, andremo uniti e compatti a togliergli la corona.

E se quel re non scenderà dal trono… beh allora lo annienteremo con sogni e risate.

Note

Si ho scritto coglione.

E non è politica ma umanità.

E se qualcuno di voi obietterà che non è politicamente corretto, chi negherà che il nazismo fu il frutto di una mente malata di un coglione allora è perduto per sempre.

E allora non so se avrà il coraggio di guardarsi allo specchio, perché non ci sarà un Dorian Grey a abbrutirsi al posto suo.

Blog tour “Zarina” di Elle Alpsten, DeaPlaneta. “A spasso nel tempo della Russia del settecento”. A cura di Alessandra Micheli

 

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Siete pronti a un nuovo viaggio?

Venite con me.

Non vi prometto un mondo fiabesco su cui sognare sospirando in queste notti che sanno di festa.

Non vi prometto scoperte di balli e eleganti corpetti ricamati in perle. Non vi prometto stanze dorate ricche di statue e quadri, parrucche piene di fronzoli.

Minuetti e amori tormentati.

Ne grandi pensatori che tentano di aprire il varco verso il futuro.

Vi prometto però lande ghiacciate, brutalità e passioni selvagge.

Vi prometto una musica difficile da dimenticare e donne fiere come lupe che morderanno quello che possono di questa vita ingabbiata dall’ignoranza.

Vi prometto di farvi comprendere il fascino di una terra che, anche oggi, mentre piango sulla bandiera rossa, canta nel mo cuore.

Un momento cristallizzato in un passato che cozza con le idee effervescenti dell’illuminismo ed è da questo contrasto che vedremo le crepe di quei pensieri.

Un paese chiuso su se stesso e cosi lontano degli uomini, una terra che sogna di diventare grande, riverita, terrore per l’Europa che, al suo confronto, sta danzando il ballo che gli apre la strada verso la modernità. Una terra che ha sacrificato uomini come in un olocausto dedicato a un assetato dio pagano.

E mentre voi viaggerete, la mia voce mormorerà soffusa Addio Bandiera rossa

***

Il settecento, secolo dei lumi


Eccovi miei coraggiosi amici.

Impazienti di compiere il viaggio a ritroso del tempo vero?

Ora vi svelerò un segreto: questo è il secolo che vi ha permesso oggi di parlare, ridere e pensare.

Proprio cosi.

Dopo il rinascimento e le sue contraddizioni ci avviciniamo il secolo dei lumi.

Dell’intelletto libero e delle rivoluzioni che hanno sconvolto si l’assetto europeo, e che hanno permesso a voi oggi, di chiamarvi italiani, di parlare di diritti e di eliminare le caste sociali.

Ci sono forse delle resistenze dentro di noi, ma nessuno ammetterà mai apertamente di essere un dannato snob.

Come?

Volete saperne di più?

Vediamo da dove iniziare…ci sono!

Dalla cultura del settecento.

***

Il settecento, la cultura dell’innovazione

Immagino cari lettori che bramate di passeggiare per le regali e affascinanti terre russe. 

Pazientate ancora un minuto perché dobbiamo fare una breve tappa a conoscere il secolo che ha dato vita al libro la zarina.

Il settecento.

Un vecchio saggio, ombroso, con una lunga barba e libri sottobraccio ci aspetta per una cioccolata, prelibatezza del secolo amata dalla corte francese.

Ascoltiamo cosa ha da dirci.

Sono venuto dopo i secoli strani e contraddittori del 500 e del 600 connotati da guerre di religioni che hanno smentito con arroganza le conquiste del rinascimento.

Mi ha preceduto il tentativo rivoluzionario tentativo del parlamentarismo inglese come un antesignano della democrazia..”

Aspettate interrompo il nostro settecento e vi informo che sta parlando del tentativo di Oliver Cromwell che con la sua innovativa verve politica diede origine al primo esperimento repubblicano con conseguente abolizione della monarchia e la creazione del Commonwealth tra il

1649 e il 1653.

Ma continuiamo a sentire il racconto.

Venni dopo un secolo di crisi e pestilenze, senza nessuna svolta innovativa né nell’agricoltura, né nell’economia che resterà di tipo mercantilistico.

Capite il mio dramma?

Un Europa immobile, tranne rari tentativi pratici.

E io che ero pieno di sogni e ideali, di speranze e di volontà.

Era oramai lontano il pericolo della peste e di altre malattie (l’ultima epidemia risalirà al 1720 a Marsiglia) e dopo il tragico incendio che funestò la buona Londra,(1666) la popolazione iniziava a aumentare.

E cosi volevo passare alla storia come un secolo unico, ma non solo a livello teorico ma anche pieno di azioni che avrebbero avuto risalto e risonanza tra i miei fratelli futuri.

Ambizioso direte?

Probabilmente si.

Ma avevo già il mio primo evento clou; la rivoluzione demografica che comportò anche un aumento dell’igiene personale e quella delle città.

Ma non mi bastava.

Volevo di più.

Ecco che improvvisamente ebbi la mia migliore idea, quella che tutt’oggi voi vivete quasi con naturalezza e spontaneità causa e principio delle vostre odierne conquiste sociali e politiche che tanto date per scontate. Fu una luce a squarciare quel buio dato da una certa invadenza religiosa, che donava ai credenti l’idea della predestinazione e della rassegnazione. Non ci stavo.

E cosi la luce accesa nella mia vetusta coscienza, fu la miccia per dare una svolta a una certa monotonia dei due secoli passati.

Si lo so che il rinascimento e il seicento per gli storici sono periodi poco conosciuti, ma per me non sono altro che stantii e vani tentativi di movimento.

Io sono il vero secolo rivoluzionario!

Arrogante dite?

Realista.

E infatti, fui io a portare la fiaccola dell’illuminismo,o che accenderà i cori e gli ideali di tanti portandoli verso il futuro che oggi voi vivete!

Io sono il secolo delle rivoluzioni.

Io sono il secolo dei diritti, delle dichiarazioni, della capacità di togliersi di dosso il gioco dell’arretratezza mentale e sociale.

Io ho dato a voi gli strumenti per realizzare oggi i sogni, di poter disseppellire i vostri talenti e investirli in concretezza.

Io sono il secolo della ribellione, della filosofia politica e delle riforme. Io e solo io vi ho donato la libertà.

E voglio che mi sia riconosciuto il primato!

Ho dato tutto.

Rivoluzione demografica, agricola, intellettuale, culturale, e politica. Sono io a aver partorito con dolore e sacrificio la guerra di indipendenza americana (1775-1783) con la sua innovativa costituzione (1787) e la carta dei diritti (1791).

Sono io a aver immaginato e reso reale la rivoluzione francese e la caduta dell’ancien regime (1789) e la nascita della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino!

Libertè, egalitè e fraternitè risuonarono come un coro di angeli in tutta l’Europa.

E’ vero anche gli altri secoli hanno avuto i loro momenti di gloria, e molti storici li definiscono più radicali dei miei (Come osano!).

Ma la scoperta di nuovi continenti, la lacerazione confessionale, la formazione dello stato moderno non sono stati davvero vissuti fino in fondo.

L’Europa non hanno osato mai varcare il limite dell’autocrazia.

Hanno tentato di disconoscerle e ridimensionare la loro portata eversiva.

Con me non ci sono riusciti e io ho contagiato tutta l’Europa, tutti gli stati che, volenti o nolenti, si sono trovati a dover abbracciare i nuovi diritti, le nuove aspirazioni culturali e politiche.

Grazie a me i monarchi comprendono che, per non far morire lo stato assoluto, farlo cadere vittime dei duri colpi delle dichiarazioni dei diritti era necessario sbarazzarsi di tanti, troppi privilegi che i nobili e la chiesa ancora tenevano strenuamente stretti a se.

Ecco che in tutti i regni si realizzano importanti riforme amministrative, fiscali e giuridiche.

Tutto grazie a me!

Grazie a me che nasce a Milano l’accademia dei pugni e si d vita a il caffè sul modello dello Spectator di Joseph Addisno e Richard Steele. Cesaree Beccaria scrive dei delitti e delle pene e Giuseppe Parini pubblica poesie impegnate, specialmente contro l’inquinamento dell’aria di milano e sul bisogno che costringe i poveri a rubare!

E vogliamo parlare dell’enciclopedia redatta da Diderot e D’elembert?”

Capisco mio settecento.

Tu sei stato diverso dagli altri.

In tutta Europa persino nella nostra arretrata Italia.

Grazie all’accademia di arcadia fondata da Cristina di Svezia il cambiamento veniva messo a disposizione di tutti, ma a noi interessa un altro paese…cosa ci dici dalla grande Madre russa?

…quello è un tasto dolente mia cara.

Nonostante i miei sforzi, non sono davvero mai riuscito a scalfirne la corazza…troppo selvaggia, troppo incentrata su se stessa, troppo legata a una strana quasi brutale tradizione…La Russia è il mio rimpianto maggiore, il mio rimorso, la convinzione di non averla mai davvero sfiorata ne toccato il cuore con il mio volenteroso sogno di grandezza.”

***

La Russia del settecento

La voce del nostro settecento si fa flebile e incrinata.

Un rimorso che gli impedisce di continuare a raccontare, una pena e una nostalgia che gli offusca gli occhi.

Eppure la Russia è la potenza che realizzò per noi credenti, il sogno del socialismo.

Eppure, qualcosa in lei lo fece morire di stenti e lacerazioni, qualcosa in quei condottieri li riportava a un passato strano, oscuro mai del tutto sganciatosi dalla barbarie…

Una triste considerazione…ma iniziamo la nostra passeggiata.

Dopo gli anni caotici che caratterizzarono il periodo dei torbidi, il potere politico passò alla dinastia più famosa quella dei Romanov fondata nel 1613 da Michele I e che dominò il nostro gelato suolo fino alla rivoluzione del 1917.

Una rivoluzione apparentemente inspiegabile che sembrò svegliare la nostra sonnacchiosa Russia da una sorta di letargo delle coscienze.

In realtà, cari miei viaggiatori, cosi come le sue distese ammantate oggi da una gelida coltre innevata, custodiscono nel sottosuolo energie molto ribelli.

Retaggi dei loro antenati goti?

Forse.

Ma già nel 1654 dopo la sconfitta della Polonia nella guerra del nord e la conseguente annessione dell’ucraina, il potere politico si trovò a far fronte alle sue prime ribellioni popolari.

A testimonianza che, il nostro impero non è cosi immobile come una certa storiografia vuole farci credere.

E’ però una terra di forti contrasti, di passioni sfrenate, dove la logica spesso è contraddetta da un istinto puro, selvatico, aggressivo che rende precario ogni equilibrio costituito.

Ascoltiamo le bellissime parole di Elle Alpassen:

come erano strani i russi perennemente divisi fra la gioia di vivere e il bisogno di espiare i propri peccati; intrisi di profonda fede religiosa ma autori di indicibili efferatezza e pieni di disprezzo per il comune senso del pudore, in bilico fra una crudeltà inaudita e un rimorso capace di tormentarli nel profondo per anni. L’animo russo non conosceva requie equilibrio né pace. Mai

L’insoddisfazione contadina derivava dall’incapacità congenita del paese, immenso e eterogeneo, dominato da tante culture diverse di aprirsi al nuovo che avanzava baldanzoso portato del nostro arrogante settecento.

La Russia imperiale divenne si una delle maggiori potenze europee i cui confini in Asia giunsero fino all’oceano pacifico ( persino in America, dove si ebbe l’America russa ossia l’Alaska) ma anche adombrati dallo stesso senso di disagio evidenziato nel libro Zarina, con una sorta di complesso di inferiorità dato dalla sua incapacità di lasciar andare quella sua profonda e incontenibile anima scontrosa.

Fu con Pietro il grande, salito al trono nel 1682 che lo stato russo cercò di assomigliare almeno di facciata, al modello occidentale, portatore di quello stato moderno che rese capace ogni territorio di adattarsi e a volte di resistere ai burrascosi venti di eversione.

E che invece, dimostrò l’incapacità di adattamento della Russia.

Ecco che burocrazia gerarchizzata e tribunali centrali presero lentamente piede.

Seppur con le dovute ritrosie dei bovari, convinti che il modernismo avrebbe messo seriamente a rischio i propri privilegi. Il diritto restò, invece prevalentemente una consuetudine e pochi furono gli interventi dello Zar che restarono confinati in ambito amministrativo.

Il sistema restò, fino al XX secolo ( ma per molti è una sua componente anche in quella che oggi viene definita democrazia di facciata) autocratica, esternamente conservatrice, arrogante nella sua pretesa di superiorità con ancora la concezione del diritto divino del regnante, rifiutando ogni vero e reale tentativo di modernità.

Nel 700 il sistema economico russo resta profondamente feudale, circa il 90% della popolazione era costituito da contadini legati alla terra

guarda.. questa Marta è la città più bella del mondo..Mosca! …daria indicò un villaggio poi ci sono i posady i villaggi fuori città Dove troverai la maggior parte delle botteghe degli artigiani degli artisti e dei giardinieri che lo zar ha fatto venire in Russia…li vicino ci sono i campi e i mulini che la Moscovia irriga per far crescere la frutta e la verdura migliori….Chi vive più oltre? Domandai strizzando gli occhi Daria alzò le spalle tutti gli altri. Servi e contadini. La formiche dell’impero russo

Ecco che il nostro pormi incontro con il suolo russo ci presenta questa profonda divisione: lo splendore e la miseria, l’incanto e la disperazione. I servi della gleba parti integranti del terreno, le formiche laboriose che donavano vita e salute all’indolente ape regina, esseri resi merce e pertanto ceduti e acquistati:

costrinse Christina ad aprire la mascella delicata per mostrare I denti come al mercato del bestiame in primavera.

A possedere i grandi latifondi erano loro, i nobili una piccola, piccolissima parte della popolazione, coccolata, viziata, privilegiata e spesso, dissennata.

Nonostante incontriamo botteghe e artisti notiamo come non esista nessuna attività industriale, nessuna attività mercantile salvo quella per i piccoli commerci fatti da ebrei e tedeschi.

Le grandi ricchezze, la compravendita di pelli, pietre preziose e altri lussi era esclusivo retaggio dello Zar.

C’era un secondo deposito che Vasilij teneva gelosamente chiuso a chiave… Era li che Vasilij teneva i suoi tesori proibiti: pellicce di zibellino ed ermellino, vodka e caviale..solo allo zar era concesso commerciare in qel genere di prodotti e anche li fuori dall’impero russo Vasilij rischiava che gli venisse tagliato il naso o condannato al supplizio della ruota.

Questo causava la mancanza di un certo borghese, quello che permise poi la rinascita economica di ogni stato europeo, ponendo lo stop al lungo e oscuro periodo medievale.

Continuiamo il viaggio.

Anche come monarchia quella russa era ben lontana dalle eleganti corti europee e si rifaceva all’obsoleto principio del cesaropapismo tanto che la parola Zar ha origine da Czar ossia cesare.

Un autorità incontestabile, un autorità a cui sottomettersi come ubbidienti e infantili bambini, a cui delegare scelte, pensieri e emozioni. Cosi radicata quest’idea nella mentalità russa che quando ci fu la rivoluzione d’ottobre il popolo chiese quale fosse il nuovo zar, dove zar era sinonimo di autorità.

E ancora oggi questo paese stenta a vivere appieno la sua democrazia.

Unico punto di contatto con le corti monarchiche erra il gusto trasgressivo delle feste.

Feste in cui il mondo si capovolgeva rendendo i servi regnanti e i regnanti semplici cittadini, dediti ai bagordi, al dio bacco e al sesso più sfrenato.

Orge e amanti non sfigurarono certo con gli accaldandoli della corte francese da cui Pietro, forse, prese sicuramente il peggio.

Mentre ci addentriamo in questi villaggi cosi isolati, quasi immobili nella loro chiusura ci rendiamo conto che, nonostante le grandiose idee di Pietro in realtà non riusci o non volle per cultura cambiare la situazione di isolamento culturale e arretratezza economica.

Un conto era contrastare alcune tradizioni che rendessero in apparenza Pietro un re come gli altri:

lo zar sconcertava i suoi sudditi aveva appena emesso un decreto in cui ordinava loro di tagliarsi la barba per un russo radersi era pura blasfemia.

Ebbe sicuramente la lungimiranza di non isolare le donne, almeno non quelle appartenenti alla corte, rendendo spesso le sue strane amanti personalità indiscussa di fronte a un popolo che languiva nella povertà. Emblematica è appunto la storia della serva che diventò zarina, ma che per eseguire il salto non dovette tanto puntare sulla sua intelligenza quanto sulla sua disponibilità al compromesso.

Ma nonostante fossero cambiamenti che potevano rendere omaggio al settecento, in nessuna pagina di storia e tanto meno in Zarina si nota una vera rivoluzione.

Ogni volta che si tentava di cambiare le basi fondanti l’impero, abbandonando il sistema autocratico la repressione veniva elargirà con inaudita crudeltà:

lo sterminato impero di Pietro con i suoi milioni di sudditi le sue incredibili ricchezze e le terribili condizioni di povertà e squallore…

Lo zar Pietro passato alla storia come il grande ebbe un unico merito. Non cambiò mai radicalmente gli assunti culturali russi ma comprese che tale situazione di arretratezza economica e culturale non rendeva la Russia in grado di competere a livello di reputazione e di percezione con gli altri stati.

Era si potente militarmente, animata da uno spirito guerresco ma senza quella raffinata capacità di adattarsi, senza mutare, ai tempi.

Per questo lo vediamo adesso in viaggio per tutte le corti apprendendo piccoli segreti e astuzie per rendere il suo impero almeno in grado di competere con gli atri.

La sua politica è un autocrazia europeizzante, immobile a ogni spinta rivoluzionaria, ma aspetto a ogni tentativo apparente di grandezza, si circondò di tecnici stranieri, e interiorizzò tre caratteristiche delle monarchie europee: il potere centrale forte, un esercito avanzato, un economia sviluppata in molti settori.

Lo osserviamo con quel cipiglio duro, cosi crudele e al tempo stesso affascinante consolidare il suo potere presentandosi come un padre, crudele certo, ma sicuramente capace di guidare il suo immenso dominio.

Sciolse la duma ( il consiglio dei proprietari terrieri) e istituì una specie di senato formato da nove membri scelti…ovvia mentre da lui. A lui fedeli.

Che pendevano dalle sue labbra, capaci di eseguire senza proporre alternative, i suoi ordini.

Organizzò una burocrazia ramificata e numerosa sul modello svedese prussiano.

Eliminò o tentò di eliminare i suoi oppositori politici attraverso una polizia segreta da lui stesso istituita e guidata.

Ridusse all’obbedienza la chiesa ortodossa e la usò come elemento unificante e come controllore delle pulsioni ribelli del suo popolo, che restava sottomesso e discriminato.

Garantì entrate fiscali costanti, riversate nelle casse zariste necessarie a proseguire e ampliare la sua politica espansionista attraverso mille svariate tasse, spesso anche ridicole che mettevano in ginocchio la maggioranza della popolazione.

Unica riforma degna di nota fu la volontà di ridurre l’ignoranza del suo popolo istruendo scuole, senza che la cultura potesse però diventare oggetto di revisionismi del sistema.

Una cultura a metà, che non fece onore allo spirito ribelle del nostro settecento.

Ma, nonostante questi tentativi, la battaglia contro l’isolamento si scontrava con un’anima portata a voler dominare tutto senza lasciare spiragli al vero soggetto che avrebbe reso la Russia diversa ,e potatrice di quello spirito innovatore che nel settecento, scardinò le anguste porte della gabbia della dittatura.

Nonostante le riforme la Russia restò povera perché costituita per la maggior parte da contadini servitori e aristocrazia egoista. Senza una borghesia il salto non si poté mai davvero compiere. Potenzialità rimasta imbozzolate in una strana commistione di volontà di modernità e terrore profondo della stessa.

Come se aprire spiragli avrebbe messo a repentaglio la stessa esistenza dell’idea di impero.

Fu cosi, che alla sua morte le riforme compiute furono progressivamente smantellate e la nobiltà riprese, lentamente i suoi tradizionali poteri. Persino con il governo della Grande Caterina II che di ispirò ai principi del dispotismo illuminato la corona tornò a consolidare i suoi privilegi e crebbero nel tempo i poteri delle classi aristocratiche. Il malcontento popolare sfociò in rivolte sempre più violente, la più rilevante delle quali fu quella comandata dal cosacco Emal Jan Pugacev (1773.75).

***

Siete pronti a un nuovo viaggio?

Venite con me.

Non vi prometto un mondo fiabesco su cui sognare sospirando in queste notti che sanno di festa.

Non vi prometto scoperte di balli e eleganti corpetti ricamati in perle. Non vi prometto stanze dorate ricche di statue e quadri, parrucche piene di fronzoli.

Minuetti e amori tormentati.

Ne grandi pensatori che tentano di aprire il varco verso il futuro.

Vi prometto però lande ghiacciate, brutalità e passioni selvagge.

Vi prometto una musica difficile da dimenticare e donne fiere come lupe che morderanno quello che possono di questa vita ingabbiata dall’ignoranza.

Vi prometto di farvi comprendere il fascino di una terra che, anche oggi, mentre piango sulla bandiera rossa, canta nel mo cuore.

Un momento cristallizzato in un passato che cozza con le idee effervescenti dell’illuminismo ed è da questo contrasto che vedremo le crepe di quei pensieri.

Un paese chiuso su se stesso e cosi lontano degli uomini, una terra che sogna di diventare grande, riverita, terrore per l’Europa che, al suo confronto, sta danzando il ballo che gli apre la strada verso la modernità. Una terra che ha sacrificato uomini come in un olocausto dedicato a un assetato dio pagano.

E mentre voi viaggerete, la mia voce mormorerà soffusa Addio Bandiera rossa

Il settecento, secolo dei lumi


Eccovi miei coraggiosi amici.

Impazienti di compiere il viaggio a ritroso del tempo vero?

Ora vi svelerò un segreto: questo è il secolo che vi ha permesso oggi di parlare, ridere e pensare.

Proprio cosi.

Dopo il rinascimento e le sue contraddizioni ci avviciniamo il secolo dei lumi.

Dell’intelletto libero e delle rivoluzioni che hanno sconvolto si l’assetto europeo, e che hanno permesso a voi oggi, di chiamarvi italiani, di parlare di diritti e di eliminare le caste sociali.

Ci sono forse delle resistenze dentro di noi, ma nessuno ammetterà mai apertamente di essere un dannato snob.

Come?

Volete saperne di più?

Vediamo da dove iniziare…ci sono!

Dalla cultura del settecento.

Il settecento, la cultura dell’innovazione

Eccoci cari lettori.

Siete pronti al grande viaggio nelle lande ghiacciate della Russia?

Pazientate ancora un minuto perché dobbiamo fare una breve tappa a conoscere il secolo che ha dato vita al libro la zarina.

Il settecento.

Un vecchio saggio, ombroso, con una lunga barba e libri sottobraccio ci aspetta per una cioccolata, prelibatezza del secolo amata dalla corte francese.

Ascoltiamo cosa ha da dirci.

Sono venuto dopo i secoli strani e contraddittori del 500 e del 600 connotati da guerre di religioni che hanno smentito con arroganza le conquiste del rinascimento.

Mi ha preceduto il tentativo rivoluzionario tentativo del parlamentarismo inglese come un antesignano della democrazia..”

Aspettate interrompo il nostro settecento e vi informo che sta parlando del tentativo di Oliver Cromwell che con la sua innovativa verve politica diede origine al primo esperimento repubblicano con conseguente abolizione della monarchia e la creazione del Commonwealth tra il

1649 e il 1653.

Ma continuiamo a sentire il racconto.

Venni dopo un secolo di crisi e pestilenze, senza nessuna svolta innovativa né nell’agricoltura, né nell’economia che resterà di tipo mercantilistico.

Capite il mio dramma?

Un Europa immobile, tranne rari tentativi pratici.

E io che ero pieno di sogni e ideali, di speranze e di volontà.

Era oramai lontano il pericolo della peste e di altre malattie (l’ultima epidemia risalirà al 1720 a Marsiglia) e dopo il tragico incendio che funestò la buona Londra,(1666) la popolazione iniziava a aumentare.

E cosi volevo passare alla storia come un secolo unico, ma non solo a livello teorico ma anche pieno di azioni che avrebbero avuto risalto e risonanza tra i miei fratelli futuri.

Ambizioso direte?

Probabilmente si.

Ma avevo già il mio primo evento clou; la rivoluzione demografica che comportò anche un aumento dell’igiene personale e quella delle città.

Ma non mi bastava.

Volevo di più.

Ecco che improvvisamente ebbi la mia migliore idea, quella che tutt’oggi voi vivete quasi con naturalezza e spontaneità causa e principio delle vostre odierne conquiste sociali e politiche che tanto date per scontate. Fu una luce a squarciare quel buio dato da una certa invadenza religiosa, che donava ai credenti l’idea della predestinazione e della rassegnazione. Non ci stavo.

E cosi la luce accesa nella mia vetusta coscienza, fu la miccia per dare una svolta a una certa monotonia dei due secoli passati.

Si lo so che il rinascimento e il seicento per gli storici sono periodi poco conosciuti, ma per me non sono altro che stantii e vani tentativi di movimento.

Io sono il vero secolo rivoluzionario!

Arrogante dite?

Realista.

E infatti, fui io a portare la fiaccola dell’illuminismo,o che accenderà i cori e gli ideali di tanti portandoli verso il futuro che oggi voi vivete!

Io sono il secolo delle rivoluzioni.

Io sono il secolo dei diritti, delle dichiarazioni, della capacità di togliersi di dosso il gioco dell’arretratezza mentale e sociale.

Io ho dato a voi gli strumenti per realizzare oggi i sogni, di poter disseppellire i vostri talenti e investirli in concretezza.

Io sono il secolo della ribellione, della filosofia politica e delle riforme. Io e solo io vi ho donato la libertà.

E voglio che mi sia riconosciuto il primato!

Ho dato tutto.

Rivoluzione demografica, agricola, intellettuale, culturale, e politica. Sono io a aver partorito con dolore e sacrificio la guerra di indipendenza americana (1775-1783) con la sua innovativa costituzione (1787) e la carta dei diritti (1791).

Sono io a aver immaginato e reso reale la rivoluzione francese e la caduta dell’ancien regime (1789) e la nascita della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino!

Libertè, egalitè e fraternitè risuonarono come un coro di angeli in tutta l’Europa.

E’ vero anche gli altri secoli hanno avuto i loro momenti di gloria, e molti storici li definiscono più radicali dei miei (Come osano!).

Ma la scoperta di nuovi continenti, la lacerazione confessionale, la formazione dello stato moderno non sono stati davvero vissuti fino in fondo.

L’Europa non hanno osato mai varcare il limite dell’autocrazia.

Hanno tentato di disconoscerle e ridimensionare la loro portata eversiva.

Con me non ci sono riusciti e io ho contagiato tutta l’Europa, tutti gli stati che, volenti o nolenti, si sono trovati a dover abbracciare i nuovi diritti, le nuove aspirazioni culturali e politiche.

Grazie a me i monarchi comprendono che, per non far morire lo stato assoluto, farlo cadere vittime dei duri colpi delle dichiarazioni dei diritti era necessario sbarazzarsi di tanti, troppi privilegi che i nobili e la chiesa ancora tenevano strenuamente stretti a se.

Ecco che in tutti i regni si realizzano importanti riforme amministrative, fiscali e giuridiche.

Tutto grazie a me!

Grazie a me che nasce a Milano l’accademia dei pugni e si d vita a il caffè sul modello dello Spectator di Joseph Addisno e Richard Steele. Cesaree Beccaria scrive dei delitti e delle pene e Giuseppe Parini pubblica poesie impegnate, specialmente contro l’inquinamento dell’aria di milano e sul bisogno che costringe i poveri a rubare!

E vogliamo parlare dell’enciclopedia redatta da Diderot e D’elembert?”

Capisco mio settecento.

Tu sei stato diverso dagli altri.

In tutta Europa persino nella nostra arretrata Italia.

Grazie all’accademia di arcadia fondata da Cristina di Svezia il cambiamento veniva messo a disposizione di tutti, ma a noi interessa un altro paese…cosa ci dici dalla grande Madre russa?

…quello è un tasto dolente mia cara.

Nonostante i miei sforzi, non sono davvero mai riuscito a scalfirne la corazza…troppo selvaggia, troppo incentrata su se stessa, troppo legata a una strana quasi brutale tradizione…La Russia è il mio rimpianto maggiore, il mio rimorso, la convinzione di non averla mai davvero sfiorata ne toccato il cuore con il mio volenteroso sogno di grandezza.”

La Russia del settecento

La voce del nostro settecento si fa flebile e incrinata.

Un rimorso che gli impedisce di continuare a raccontare, una pena e una nostalgia che gli offusca gli occhi.

Eppure la Russia è la potenza che realizzò per noi credenti, il sogno del socialismo.

Eppure, qualcosa in lei lo fece morire di stenti e lacerazioni, qualcosa in quei condottieri li riportava a un passato strano, oscuro mai del tutto sganciatosi dalla barbarie…

Una triste considerazione…ma iniziamo la nostra passeggiata.

Dopo gli anni caotici che caratterizzarono il periodo dei torbidi, il potere politico passò alla dinastia più famosa quella dei Romanov fondata nel 1613 da Michele I e che dominò il nostro gelato suolo fino alla rivoluzione del 1917.

Una rivoluzione apparentemente inspiegabile che sembrò svegliare la nostra sonnacchiosa Russia da una sorta di letargo delle coscienze.

In realtà, cari miei viaggiatori, cosi come le sue distese ammantate oggi da una gelida coltre innevata, custodiscono nel sottosuolo energie molto ribelli.

Retaggi dei loro antenati goti?

Forse.

Ma già nel 1654 dopo la sconfitta della Polonia nella guerra del nord e la conseguente annessione dell’ucraina, il potere politico si trovò a far fronte alle sue prime ribellioni popolari.

A testimonianza che, il nostro impero non è cosi immobile come una certa storiografia vuole farci credere.

E’ però una terra di forti contrasti, di passioni sfrenate, dove la logica spesso è contraddetta da un istinto puro, selvatico, aggressivo che rende precario ogni equilibrio costituito.

Ascoltiamo le bellissime parole di Elle Alpassen

come erano strani i russi perennemente divisi fra la gioia di vivere e il bisogno di espiare i propri peccati; intrisi di profonda fede religiosa ma autori di indicibili efferatezza e pieni di disprezzo per il comune senso del pudore, in bilico fra una crudeltà inaudita e un rimorso capace di tormentarli nel profondo per anni. L’animo russo non conosceva requie equilibrio né pace. Mai

L’insoddisfazione contadina derivava dall’incapacità congenita del paese, immenso e eterogeneo, dominato da tante culture diverse di aprirsi al nuovo che avanzava baldanzoso portato del nostro arrogante settecento.

La Russia imperiale divenne si una delle maggiori potenze europee i cui confini in Asia giunsero fino all’oceano pacifico ( persino in America, dove si ebbe l’America russa ossia l’Alaska) ma anche adombrati dallo stesso senso di disagio evidenziato nel libro Zarina, con una sorta di complesso di inferiorità dato dalla sua incapacità di lasciar andare quella sua profonda e incontenibile anima scontrosa.

Fu con Pietro il grande, salito al trono nel 1682 che lo stato russo cercò di assomigliare almeno di facciata, al modello occidentale, portatore di quello stato moderno che rese capace ogni territorio di adattarsi e a volte di resistere ai burrascosi venti di eversione.

E che invece, dimostrò l’incapacità di adattamento della Russia.

Ecco che burocrazia gerarchizzata e tribunali centrali presero lentamente piede.

Seppur con le dovute ritrosie dei bovari, convinti che il modernismo avrebbe messo seriamente a rischio i propri privilegi. Il diritto restò, invece prevalentemente una consuetudine e pochi furono gli interventi dello Zar che restarono confinati in ambito amministrativo.

Il sistema restò, fino al XX secolo ( ma per molti è una sua componente anche in quella che oggi viene definita democrazia di facciata) autocratica, esternamente conservatrice, arrogante nella sua pretesa di superiorità con ancora la concezione del diritto divino del regnante, rifiutando ogni vero e reale tentativo di modernità.

Nel 700 il sistema economico russo resta profondamente feudale, circa il 90% della popolazione era costituito da contadini legati alla terra

guarda.. questa Marta è la città più bella del mondo..Mosca! …daria indicò un villaggio poi ci sono i posady i villaggi fuori città Dove troverai la maggior parte delle botteghe degli artigiani degli artisti e dei giardinieri che lo zar ha fatto venire in Russia…li vicino ci sono i campi e i mulini che la Moscovia irriga per far crescere la frutta e la verdura migliori….Chi vive più oltre? Domandai strizzando gli occhi Daria alzò le spalle tutti gli altri. Servi e contadini. La formiche dell’impero russo

Ecco che il nostro pormi incontro con il suolo russo ci presenta questa profonda divisione: lo splendore e la miseria, l’incanto e la disperazione. I servi della gleba parti integranti del terreno, le formiche laboriose che donavano vita e salute all’indolente ape regina, esseri resi merce e pertanto ceduti e acquistati:

costrinse Chrostina ad aprire la mascella delicata per mostrare I denti come al mercato del bestiame in primavera.

A possedere i grandi latifondi erano loro, i nobili una piccola, piccolissima parte della popolazione, coccolata, viziata, privilegiata e spesso, dissennata.

Nonostante incontriamo botteghe e artisti notiamo come non esista nessuna attività industriale, nessuna attività mercantile salvo quella per i piccoli commerci fatti da ebrei e tedeschi.

Le grandi ricchezze, la compravendita di pelli, pietre preziose e altri lussi era esclusivo retaggio dello Zar.

C’era un secondo deposito che Vasilij teneva gelosamente chiuso a chiave… Era li che Vasilij teneva i suoi tesori proibiti: pellicce di zibellino ed ermellino, vodka e caviale..solo allo zar era concesso commerciare in qel genere di prodotti e anche li fuori dall’impero russo Vasilij rischiava che gli venisse tagliato il naso o condannato al supplizio della ruota.

Questo causava la mancanza di un certo borghese, quello che permise poi la rinascita economica di ogni stato europeo, ponendo lo stop al lungo e oscuro periodo medievale.

Continuiamo il viaggio.

Anche come monarchia quella russa era ben lontana dalle eleganti corti europee e si rifaceva all’obsoleto principio del cesaropapismo tanto che la parola Zar ha origine da Czar ossia cesare.

Un autorità incontestabile, un autorità a cui sottomettersi come ubbidienti e infantili bambini, a cui delegare scelte, pensieri e emozioni. Cosi radicata quest’idea nella mentalità russa che quando ci fu la rivoluzione d’ottobre il popolo chiese quale fosse il nuovo zar, dove zar era sinonimo di autorità.

E ancora oggi questo paese stenta a vivere appieno la sua democrazia.

Unico punto di contatto con le corti monarchiche erra il gusto trasgressivo delle feste.

Feste in cui il mondo si capovolgeva rendendo i servi regnanti e i regnanti semplici cittadini, dediti ai bagordi, al dio bacco e al sesso più sfrenato.

Orge e amanti non sfigurarono certo con gli accaldandoli della corte francese da cui Pietro, forse, prese sicuramente il peggio.

Mentre ci addentriamo in questi villaggi cosi isolati, quasi immobili nella loro chiusura ci rendiamo conto che, nonostante le grandiose idee di Pietro in realtà non riusci o non volle per cultura cambiare la situazione di isolamento culturale e arretratezza economica.

Un conto era contrastare alcune tradizioni che rendessero in apparenza Pietro un re come gli altri:

lo zar sconcertava i suoi sudditi aveva appena emesso un decreto in cui ordinava loro di tagliarsi la barba per un russo radersi era pura blasfemia.

Ebbe sicuramente la lungimiranza di non isolare le donne, almeno non quelle appartenenti alla corte, rendendo spesso le sue strane amanti personalità indiscussa di fronte a un popolo che languiva nella povertà. Emblematica è appunto la storia della serva che diventò zarina, ma che per eseguire il salto non dovette tanto puntare sulla sua intelligenza quanto sulla sua disponibilità al compromesso.

Ma nonostante fossero cambiamenti che potevano rendere omaggio al settecento, in nessuna pagina di storia e tanto meno in Zarina si nota una vera rivoluzione.

Ogni volta che si tentava di cambiare le basi fondanti l’impero, abbandonando il sistema autocratico la repressione veniva elargirà con inaudita crudeltà:

lo sterminato impero di Pietro con i suoi milioni di sudditi le sue incredibili ricchezze e le terribili condizioni di povertà e squallore…

Lo zar Pietro passato alla storia come il grande ebbe un unico merito. Non cambiò mai radicalmente gli assunti culturali russi ma comprese che tale situazione di arretratezza economica e culturale non rendeva la Russia in grado di competere a livello di reputazione e di percezione con gli altri stati.

Era si potente militarmente, animata da uno spirito guerresco ma senza quella raffinata capacità di adattarsi, senza mutare, ai tempi.

Per questo lo vediamo adesso in viaggio per tutte le corti apprendendo piccoli segreti e astuzie per rendere il suo impero almeno in grado di competere con gli atri.

La sua politica è un autocrazia europeizzante, immobile a ogni spinta rivoluzionaria, ma aspetto a ogni tentativo apparente di grandezza, si circondò di tecnici stranieri, e interiorizzò tre caratteristiche delle monarchie europee: il potere centrale forte, un esercito avanzato, un economia sviluppata in molti settori.

Lo osserviamo con quel cipiglio duro, cosi crudele e al tempo stesso affascinante consolidare il suo potere presentandosi come un padre, crudele certo, ma sicuramente capace di guidare il suo immenso dominio.

Sciolse la duma ( il consiglio dei proprietari terrieri) e istituì una specie di senato formato da nove membri scelti…ovvia mentre da lui. A lui fedeli.

Che pendevano dalle sue labbra, capaci di eseguire senza proporre alternative, i suoi ordini.

Organizzo una burocrazia ramificata e numerosa sul modello svedese prussiano.

Eliminò o tentò di eliminare i suoi oppositori politici attraverso una polizia segreta da lui stesso istituita e guidata.

Ridusse all’obbedienza la chiesa ortodossa e la usò come elemento unificante e come controllore delle pulsioni ribelli del suo popolo, che restava sottomesso e discriminato.

Garantì entrate fiscali costanti, riversate nelle casse zariste necessarie a proseguire e ampliare la sua politica espansionista attraverso mille svariate tasse, spesso anche ridicole che mettevano in ginocchio la maggioranza della popolazione.

Unica riforma degna di nota fu la volontà di ridurre l’ignoranza del suo popolo istruendo scuole, senza che la cultura potesse però diventare oggetto di revisionismi del sistema.

Una cultura a metà, che non fece onore allo spirito ribelle del nostro settecento.

Ma, nonostante questi tentativi, la battaglia contro l’isolamento si scontrava con un’anima portata a voler dominare tutto senza lasciare spiragli al vero soggetto che avrebbe reso la Russia diversa ,e potatrice di quello spirito innovatore che nel settecento, scardinò le anguste porte della gabbia della dittatura.

Nonostante le riforme la Russia restò povera perché costituita per la maggior parte da contadini servitori e aristocrazia egoista. Senza una borghesia il salto non si poté mai davvero compiere. Potenzialità rimasta imbozzolate in una strana commistione di volontà di modernità e terrore profondo della stessa.

Come se aprire spiragli avrebbe messo a repentaglio la stessa esistenza dell’idea di impero.

Fu cosi, che alla sua morte le riforme compiute furono progressivamente smantellate e la nobiltà riprese, lentamente i suoi tradizionali poteri. Persino con il governo della Grande Caterina II che di ispirò ai principi del dispotismo illuminato la corona tornò a consolidare i suoi privilegi e crebbero nel tempo i poteri delle classi aristocratiche. Il malcontento popolare sfociò in rivolte sempre più violente, la più rilevante delle quali fu quella comandata dal cosacco Emal Jan Pugacev (1773.75).

Assisi sulla stessa collina che fece vedere lo splendore di mosca alla nostra Marta i pensieri scorrono.

Il secolo settecento è accanto a me, in silenzio.

Forse pensa come me alle opportunità perdute, ai passi mai davvero compiuti, al terrore del cambiamento che ha reso, anche oggi, la
Russia un tentennante re incapace di sbilanciarsi.

E quando ci ha provato, provato a rispettare la dignità del suo popolo, qualcosa dentro di se lo ha spinto al ritorno dell’autocrazia. E oggi con la neve che ammorbidisce la facciata dura, quasi crudele del Cremlino diciamo con sommo rimpianto

Addio bandiera rossa.

“A dolor del vero” di Ilaria Chinzari, Book Road. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho ricevuto il libro da Ilaria Chinzari mi sono detta: la recensione a questa fantastica donna devo assolutamente scriverla.

Perché Ilaria è stata la mia insegnante di inglese.

E con tutto quello che le ho fatto passare, beh un minimo di scuse erano doverose.

Non potete immaginare la mia ritrosia verso le lingue.

Un odio sviscerale contro il povero innocente genitivo sassone e il past continuos che ancor oggi non ho capito quando va inserito in una frase. Mi spiace Ilaria.

Tu sei stata bravissima ma io un’alunna tarda.

Il mio unico problema era relativo a una questions (non tutte le tue lezioni sono state un fallimento come noti).

L’inglese è una lingua logica, molto scarna e poco si accosta con la mia idea di letteratura.

Come poteva allora convivere un anima razionale con una dedita alla creatività pura?

E’ il mio dramma.

Una mente che prende il sopravvento sull’istinto, relegandomi al ruolo, dignitoso certo, ma un pochino invidiosa, di spettatore della parola scritta.

Semmai di suoi umile portavoce.

Eppure, in fondo ogni idioma contiene una sua musicalità che dona il ritmo al libro trasformandolo quasi in un pentagramma.

Basta saper decifrare questo astruso codice che emerge la melodia portante del testo.

Ilaria è un grande Talento.

E nel suo testo le melodie sono diverse, mille eccentriche sfumature dell’arte, che danno vita ai personaggio come se essi fossero in realtà vivi e fatti di carne.

Da quelle soavi e al tempo stesso arrabbiate della Mannoia in Siamo cosi, a quelle nostalgiche e tristi di De Gregori ( la storia siamo noi).

E cullata da questi diversi ritmi mi sono lasciata sedurre dal libro.

A dolor del vero.

Due parole che si abbracciano e si intersecano dando vita a una storia che è, purtroppo, storia di giorni nostri.

Storia segreta perché troppo difficile da sopportare, la cui vista distrugge il nostro perfetto ideale.

Una storia recente eppure per molti lontana, che prende vita negli anni confusi del fascismo e della sua disfatta.

E’ un periodo in cui le contraddizioni iniziano a colorare di grigio ogni sfaccettatura umana: non esiste il malvagio in assoluto tra i contendenti, pedine di poteri folli che tentano di acquietare un anima ferita, ossessionata e permeata di insicurezza.

Persino il mostro dalla cui malsana mente è scaturito l’orrore, non era altro che un frustrato incapace di convivere con i suoi insuccessi.

La banalità del male, ancor più terrificante dei demoni o dello stesso satana.

L’orrore della scelta, della vendetta contro non si sa bene chi o cosa, identificato con un popolo, una religione un diverso, specchi deformato delle proprie negatività.

E’ tutto qua l’orrore racchiuso nel nazismo, e nella perversione dei suoi sostenitori.

Nulla di esoterico, seppur l’esoterismo ebbe una fondamentale importanza.

Solo l’incapacità umana di accettare e accettarsi il vero orribile mostro da cui dovremmo, anche oggi sfuggire.

Anche adesso, leggendo l’orribile storia del Burgi, capiamo come sia stato possibile annichilire le coscienze: la banalità dell’uomo qualunque non fa altro che mascherare i suoi tremendi impulsi acquietati sotto la superficie di salvatore di patria.

Basta una scintilla per far si che gli sterpi accumulati da ciascuno di noi, divengano fuoco da cui niente e nessuno può scappare.

L’aveva capito la Arendet mettendoci sull’avviso del peggiore dei disastri che l’essere umano compie, quello di coprire con uno strato di rassicurazione l’egregora creata da tanti, troppi non detti.

E cosi una semplice, banale ( ancora questa parola che inizia a contenere in se il terrore più cupo) diventa un anello della catena dell’odio.

Una semplice relazione, come tante oggi, resa ancor più minacciosa dalle implicazioni sociali di un epoca che si stava sfaldando, annichilita e sottomessa dai suoi stessi errori.

E cosi il contesto diviene maestro, e non certo un buon maestro.

Diviene il demiurgo che muovendo i fili istiga i destini e li scrive con feroci parole indelebili.

Diviene il giocoliere che incita lo stolto a una stantia ribellione.

Diviene l’abisso che richiama con toni suadenti il malcapitato.

E cosi il non detto, il taciuto crea una reazione a catena che si propaga dai nostri giorni invadendo le vita del presente.

E cosi che la protagonista si trova di fronte a un bivio: sapere o non sapere?

Andare alla scopetta della verità anche qualora mettesse in pericolo le acquisite certezze?

L’amore al tempo della guerra è un amore ostacolato.

Non si può mettere a repentaglio l’onore con chi non assicura un futuro stabile.

Perché la stabilità diviene chimera e al tempo stesso valore.

La retta via non può lasciarsi sedurre dalla tentazione.

E cosi l’apparenza, il buon nome regna sovrano, rendendo più pesante il divario già esistente in senso a una società agonizzante a cui la guerra e l’autoritarismo fascista da il colpo di grazie.

E cosi in tempi tribolati è la certezza di un futuro roseo protetto dalla rispettabilità che diventa un valore assoluto anche quando esso cozza con i sentimenti, con i desideri, con quella voglia di immaginazione che fa dei giovani il motore propulsivo verso un futuro diverso.

Ma è un miraggio.

Quello che conta è il presente, l’oggi in cui privi di tutti i diritti, del benessere che arriverà allegro solo negli anni 50, dettare le sue ferree regole infischiandone delle proteste e dei tentativi disperati di chi vorrebbe una speranza di felicità.

Nel testo di Ilaria la felicità è solo una parola, un illusione. La coscienza che bisogna sopravvivere ammanta di una cappa soffocante anche il nostro tempo che resta vittima di quel passato creato non soltanto dal contesto, dalle coincidenze ma anche dall’incapacità su sublimare l’odio e trasformarlo in possibilità.

Il Bragi semplicemente resta vittima della stessa violenza che subisce, fino a usarla come metodo per rivendicare il proprio essere schiacciato e sopraffatto dal perbenismo.

Ecco che il risultato di quei tempi disperati è semplicemente un odio che non riesce a essere sconfitto.

L’odio della società tedesca riunita attorno a un pazzo vittima di sue frustrazioni personali.

Odio nella società italiana che seppur stato di fatto, non riesce a essere davvero popolo.

Vittima di una società che deve dividere in accettati e devianti, per potersi mantenere intatta.

Vittime di tabù sociali che non migliorano anzi rendono ancor più profondo l’odio.

Odio per una vita difficile, priva di soddisfazioni tutta concentrata sul sopravvivere.

Ma come può un uomo, fatto di mille importanti e magici fili, accettare soltanto di sopravvivere?

E’ dal passato che si arriva alla scelta finale, quella che deciderà davvero i destini: rivelare i misteri occultati da troppo tempo o scegliere di cambiare rotta’

Ma come si può davvero cambiare rotta senza che la verità liberi?

Dal baratro del passato il presente può salvarsi solo se si decide di abbandonare l’odio, il risentimento e la vendetta.

Ed è una storia di redenzione, ma incompleta.

Perché senza riscoprire gli scheletri troppo tempo occultati, senza dare voce alle anime intrappolate nella macchina assurda del compromesso, nessuna reale redenzione, forse è possibile.

Il vero è dolore.

A dolor del vero è un uragano che ci pone davanti a noi stessi. E’ la scelta tra verità e benessere effimero.

Ma tutto senza una vera condanna: è semplicemente la scelta dell’umana fragilità tra proteggere per mantenere salda e intatta la propria anima o svelarlo, mettendo a rischio se stessi e tutto ciò che si è costruito.

Un libro sofferto, bellissimo che invita a guardare non soltanto gli eventi passati ma alle ragioni che quegli eventi hanno racchiuso.

 

“Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici” di Adriana Assini, Scrittura & Scritture editore. A cura di Alessandra Micheli

Medici

 

Ero seduta al mio solito posto, in quella piazza brulicante di voci e suoni.

Ultimamente lo faccio spesso, quasi per ubriacarmi di vita e di gente.

O forse per trovare risposte.

O per far sussultare un cuore che temo possa morire di inedia, in questi tempi cosi aridi e quai disperati.

E cosi, con il mio taccuino e un libro ascoltavo le discussioni cercando di carpirne quell’anima che sembra sfuggirmi.

Una volta era la gente a darmi sollievo, a darmi ispirazione.

Finché la gente non è diventata cosi invisibile e evanescente.

Discorsi che viaggiano attraverso le parole, ma privi di ritmo, privi di slanci e bellezza.

Problemi moderni o post moderni, che però sembrano quasi fatui fuochi che servono per illudere e strabiliare i visitatori capitati per caso.

Fuochi fatui.

Nulla che ponga le basi di un ricordo capace di travalicare le epoche. Raccontiamo la nostra visione ma senza che quella visione tocchi l’infinito e sappia sfidare il tempo.

Priva di passione.

Priva di quella voglia di lasciare un segno bruciante che possa brillare anche nelle notti più oscure.

Accanto a me avevo il libro della Assini, stretto tra le mie nervose mani. Un libro che seppur pregno di intrighi, di decadenza,nascondeva i fasti di qualcosa che ci ha cambiati profondamente.

Il tempo di Lorenzo, luce che irradiava non solo Firenze ma l’Italia intera. A lui devo non solo la poesia che fa da colonna sonora alla mia vita,

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!

chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arïanna,belli, e l’un dell’altro ardenti:

perché ’l tempo fugge e inganna,

sempre insieme stan contenti.

Queste ninfe ed altre genti

sono allegre tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti,

delle ninfe innamorati,

per caverne e per boschetti

han lor posto cento agguati;

or da Bacco riscaldati

ballon, salton tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sian di doman non c’è certezza.

ma anche le mie letture.

Devo a lui la traduzione dei miglior tomi di filosofia ermetica.

Devo al genio di Pico e neoplatonica.

Marsilio Ficino brilla nella mie biblioteca e mi sorride ogni volta che sfoglio la sua traduzione del corpus hermeticum.

Lui Lorenzo, il politico raffinato, forse scaltro ma sicuramente una di quelle anime che avrei voluto accanto a me, anche oggi.

Lorenzo non era certo un santo.

Conosceva gli abissi della politica.

Fu indomito, mente eccelsa ma anche crudele adeguandosi ai suoi tempi. Ma era come se tale accettazione, la sua capacità mimetica di diventare tutt’uno con la società cosi ricca ma cosi perduta, fosse quasi una violenza.

E cosi Giuliano era il suo doppleganger, colui che riusciva a vivere in modo forse più ribelle, assecondando le passioni e quei vizi de dell’umano mortale in fondo, sono parti indissolubili della sua avventura.

Come poter essere mortali, carnali senza indugiare oltre i confini della mente, della ragione e del politicamente corretto?

Ho amato, nonostante la mia razionale accettazione delle regole il buon Giuliano, capendo l’amore forte di cui lo idolatrava quel fratello tutto di un pezzo, ma che dalle sue opera mostrava quasi una voglia incredibile di vita, di respiro, di infinito e di correre libero sotto un cielo stellato, piuttosto che restare avvinto e protagonista di intrighi politici.

Era capace di tutto, ma la sua essenza era rivolta solo a chi, come lui ogni tanto mostrava un ghigno ferino sul volto compassato. Ecco che la storia raccontata dal testo, splendido ricco come un arazzo intessuto di mille colorati e incantevoli fili si svolge sotto i miei occhi, estraniandomi un po’ da questa strana e meravigliosa umanità cacofonica.

Troppo impegnata alla ricerca di un senso da essere interessata a quel passato che, sembra invece far parte di me.

Un suono lontano, che devo ascoltare per non perdermi.

Perché in fondo tra le pagine a volte intinte di sangue l’amore spande il suo effluvio caratteristico di rose appassite e di spezie orientali.

Un odore che sa di nostalgia, di passioni che non hanno come fine tanto il raggiungimento dell’acme, quanto lo stimolo alla creazione.

L’amore è la musa che fa muovere le mani dello scriba o il pennello del pittore.

Che fa muovere la mente del dotto e poetare le anime pure.

L’amore che ha cosi brama di sentirsi eterno che racconta una storia oramai dimenticata, dall’oscuro bigottismo di un frate che tutto voleva conoscere, tranne la vita.

Tranne la bellezza, tranne il piacere di attendere uno sguardo dell’amata e sentire quella sensazione attraversargli il corpo e arrivare in fondo al cuore.

E’ grazie a quel brivido di passione, quel sesso sublimato che, in fondo, nasce l’arte.

E cosi una volta chiuso il libro, la storia torna a vivere.

In ogni battito attutito del mio cuore, in ogni immagine che ancora mi trasporta fuori dal mio tempo e mi fa viaggiare in quegli istanti infiniti. Nostalgia.

Forse malinconia per qualcosa che posso solo rivivere con Adriana.

Ma anche la consapevolezza di come, in questo libro, si celi un dono.

Un dono non solo mio, ma che oggi, adesso vivo come un personale e privato sorso di infinito.

“La fiamma del ghiaccio” di Pitti Duchamp. A cura di Francesca Giovannetti

 

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La neo capitale del Regno d’Italia, la Firenze del 1865, fa da sfondo alla nascita della splendida storia d’amore tra l’esuberante Fiammetta, figlia del Presidente del Senato, e l’integerrimo capitano Prussiano Alexander von Rosenfeld.

Due protagonisti con caratteri opposti entrambi travolti da un sentimento inaspettato. Lei la fiamma, come suggerisce il nome, lui il ghiaccio.

Fiammetta è giovane e impulsiva, con un cuore pieno di palpitante passione che stenta a tenere a freno. Vuole ubriacarsi d’amore e di vita. Schietta, sincera e irruenta, quasi sfacciata.

Una protagonista a cui il lettore faticherà ad affezionarsi  immediatamente, confuso da capricci non sempre innocenti.

E l’abilità dell’autrice sta proprio nel descrivere il mutamento e la crescita emotiva di questa giovane donna fino a renderla assolutamente amabile.

Alexander incarna il perfetto soldato Prussiano, disciplinato e fedele alla patria, completamente preso alla sprovvista dalla vitalità della giovane italiana.

Se è pur vero che gli opposti si attraggono, l’autrice ci insegna che l’amore riesce a far compiere ai caratteri dei passi che non avrebbero mai fatto.

Fiammetta diventa più matura, Alexander ammorbidirà i suoi spigoli. Senza rinunciare alle loro individualità, costruiranno un noi capace di affrontare gli ostacoli.

Ambientato durante la Terza Guerra di Indipendenza, gli ostacoli fra Fiammetta e Alexander saranno anche quelli che le loro rispettive patrie impongono.

Incorniciati da Firenze, culla dell’arte, da Milano, briosa città di incontro, dalla Vienna Imperiale e dai boschi della Pomerania, i due protagonisti si inseguiranno senza dare tregua ai loro cuori.

Un quadro storico ricostruito con notevole attenzione agli eventi e ai particolari. L’autrice, con sguardo competente che denota studio e ricerca, porta il lettore fra le bellezze dell’epoca come un’ abile guida incantatrice dei tesori dell’arte.

Fra intrighi politici e fronti di guerra, il libro si snoda tra l’amore passionale e quello familiare, tra affetti sinceri e attaccamento alla patria.

Denso di sentimento, scorrevole e ben scritto, il libro vi farà battere il cuore.

“L’apprendista di Goya” di Sara Di Furia, La Corte editore. A cure di Alessandra Micheli

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Goya è uno dei pittori che mi ha sempre dato un senso di irrealtà.

E di orrore.

Quasi di insanità, come se il suo tocco d’artista fosse semplicemente una folle corsa verso un mondo altro, distante diverso e semplicemente privato.

Ma in fondo l’artista non è l’altra faccia del follw?

Lo stesso studioso di sociologia Gregory Bateson, non faceva altro che raccontare come, l’apprendimento di terzo tipo, ossia quello che metteva in discussione tutti gli assunti culturali appresi sinora, mettendo a rischio certezze persino di fronte a quello che chiamiamo reale, non era altro che una pazzia.

Sana, meravigliosa, ma una vera pazzia.

Tanto che, colui che lasciava questa percezione a noi familiare quella vista con dolcezza dai mortali, per addentrarsi lungo le foreste incantate del sogno o era un mistico, o un disadattato.

E cosi l’artista, nonostante i tempi, le epoche e i suoi orrori, nonostante sentimenti profondamente umani come vendetta, tradimenti, rabbia, fedeltà e crudeltà ammantava anche il terreno più infido e maleodorante di estrema incantata meraviglia.

L’apprendista di Goya riesce, con una penna perfettamente preparata, a dipingere con tocchi a volte lievi e a volte grintosi, un affresco che parte dall’età dei lumi e si ritrova ingabbiato in una Spagna che ancora si ormeggiava a idee medievali.

Una Spagna che ospitava una religione rinchiusa nella sua forma inquisitoria, capace solo di dettare le sue assurde leggi. Una Spagna che, però racchiudeva nella sua essenza più intima, momenti sospesi in attimi di puro incanto artistico.

Una sorta di libro nel libro, sospeso tra estasi e degrado.

E cosi abbiamo il thriller, crudele, cruento e cacofonico nella sua assurdità, un assurdità che ben conosciamo poiché frutto della fragilità umana, e una parentesi di pura poesia, un altro mondo fatto di linee armoniche, di sopite immagini, di illusioni e di limpida idilliaca visione.

La pittura di Goya diventa cosi quella voce che elevandosi dalla banalità del male, dalla banalità delle convenzioni sociali, ci racconta l’altra dimensione, onirica forse assurda, ma cosi sfavillante da non poter essere ignorata.

E’ alba che irrompe su una società morente, su una società che fallisce il patto tra se e i cittadini, tra il potere che dovrebbe tutelarli e il suo asservimento alle nostre ossessioni.

E’ quel lampo di stupore che copre i miasmi mefitici del sogno chiamato umanità, che di umano, oramai ha ben poco.

L’unica umanità resta e risorge nell’arte.

Il pittore non dipinge le cose che sono del mondo, ma quelle che vi sono nascoste all’interno. Tutto custodisce un mistero. Devi guardare un dipinto con l’intento di scoprirne il segreto e devi realizzarne uno celandovene un altro». stupore lo ha trasformato nello strumento che ti ha strappato, per un breve frangente, dal tuo quotidiano vivere e ti ha proiettato altrove. Mentre ti lascia senza fiato, l’arte ti scuote dal torpore della mediocrità e ti indica un luogo dove il finito e l’imperfezione non esistono. Ti conduce verso Dio. E cosa ti ha dato la spinta per andare oltre? La bellezza».

L’unica umanità è e resta la speranza nella bellezza.

Una bellezza che ci salva dal disfacimento.

Una bellezza che consegna persino l’orrore tra le dolci mani di una divinità che ci ha reso cosi speciali da farci plasmare ogni materia, che sia colore o pietra, per creare canti di giubilo a Dio:

La bellezza» continuò, «racchiusa in un’immagine, nel pentagramma di un musicista, nella storia di un romanziere, nella danza di una ballerina di flamenco o nel canto gregoriano, rende Dio manifesto. Essa è il modo che Lui ha scelto per svelarci qualcosa di se stesso, il modo in cui Lui ci raggiunge. Nella bellezza è racchiusa e svelata la Sua promessa di salvezza. Se non ci fosse bellezza, Manuèl, il mondo sarebbe davvero poca cosa. Prigione. Inferno. L’arte invece è anima mundi, ciò che dà senso al nostro esistere, che ci ricorda che il nostro destino non è qui, ma in qualcosa di così perfetto e meraviglioso da mozzare il fiato».

Ecco che nonostante narri del peggiore istinto umano, quello alla conservazione del potere, quello che crede di riparare i torti con la violenza, nel testo esiste un richiamo austero ma importante per tutti noi, che in fondo, non siamo cosi dissimili dai personaggi del testo, troppo presi da noi stessi e dalle nostre ossessioni: oltre la soglia esiste il mondo veramente etico, che sublima la parte peggiore dell’uomo regalando ai posteri e all’universo le opere migliori.

E’ in Saturno che divora i figli che racchiudiamo quella rabbia che travalica persino i legami di sangue.

E’ in Dorian Gray che sublimiamo la paura del disfacimento.

E’ in Stevenson che affrontiamo il nostro oscuro doppio.

E’ in Gabriel Dante Rossetti che affrontiamo l’arcano mistero dell’amore sessuale, senza che diventi soltanto istinto libidinoso.

E’ con l’arte, tutta l’arte, che l’uomo non cede allo sguardo dell’abisso.

E allora cosa mi ha lasciato il libro di Sara Di Furia?

Nostalgia, per il mondo difficile in cui dipingeva Goya, che seppur imprigionato negli assillanti pensieri di una religione che ha perso Dio, non smetteva di ribellarsi a questa dissoluzione.

A differenza di noi, che ora siamo liberi da ogni pastoia, da ogni filtro, ma cosi fragili da negarci il respiro della bellezza.

Mi ha lasciato la meraviglia dei quadri che ho ricercato in quella Roma cosi stuprata dall’orrore, cosi come Madrid del 1700, ma che racchiude e custodisce la capacità umana di elevarsi dalla barbarie.

Mi lascia la consapevolezza che solo il talento, espresso mirabilmente dal libro, un talento che urla da ogni frase, da ogni capitolo, può abbracciare quel mio cuore oggi cosi confuso e assetato.

Il tocco non si può imparare ed è ciò che più di ogni altra cosa concorre a creare un capolavoro. Non è solo un fatto di tecnica, di impasto, di pennellate o di quanto l’arte sia dentro di te. A volte siamo così boriosi da pensare che il talento venga da noi. Niente di più sbagliato. Esso non è nostro. È dono di Dio che a qualcuno concede e ad altri no. Egli sceglie a chi affidare il proprio messaggio con lo scopo di divulgarlo secondo le proprie inclinazioni».

Mi lascia la sensazione che, solamente l’estasi della creazione può salvarci da un abisso che annichilisce la nostra capacità umana di nominare il mondo.

Leggete Goya oltre il thriller.

Che è e resta una piccola prova iniziatica: solo chi ha dentro di se un fuoco strano, caldo e colorato, fatto di mille diverse sfumature trovare il suo vero tesoro tra quelle parole fatte di sangue e lacrime.

In occasione dell’anniversario del crollo del muro di Berlino, il blog ripropone la recensione del libro di Marco Babetti, “This wall, will fall” Effigi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Avevo solo 13 anni nel 1989.

E mi ritrovavo a vivere qualcosa di incredibile e epocale.

Accompagnati dalle le note dei Pink Floyd milioni di persone con picconi a rompere definitivamente il muro dell’odio.

Grazie a una persona oramai dimenticata, un uomo piccolo quasi evanescente, la Russia o meglio L’URSS, mollava la sua mano d’acciaio su una parte dell’Europa rinunciando a comandarla: tutto merito di Gorbaciov.

Credo di essere fortunata a aver vissuto l’emozione di quei giorni.

Una ventata di speranza e di libertà, ma anche la possibilità di conoscere, che oggi ai ragazzi è negata.

Ma io c’ero.

E posso dire che vedendo oggi persone e soprattutto giovani, inneggiare i totalitarismi mi rendo conto di quanto, in fondo, si è perso a livello di coscienza.

E quella coscienza la devo a anni difficili, anni di dolore e di paura, anni di illusioni infrante dal rumore di carri armati.

La guerra fredda, il frutto di una pace mai davvero voluta, forgiarono tanti animi, forgiarono le consapevolezze di tanti di noi, convincendoci che, in fondo, nella politica non può esistere e non esisterà mai il bianco e il nero.

Non esisterà mai il buono e il cattivo. Ma soltanto il gretto, orribile, dannoso potere.

Nel 1945 fini la guerra in un tripudio di colore. Carri armati visti come angeli dal cielo, le immagini antiche di soldati che regalavano cioccolata alle popolazioni festanti. L’armata rossa, bella e imponente che marciava verso Dachau per liberare il popolo ebraico e rivelare la mondo ogni orrore.

E tanti, troppi giovani attratti dalle utopie, convinti che per evitare un nuovo pazzo schizofrenico ipnotizzasse le coscienze, si rivolgevano all’ideologia comunista. Bella la frase siamo tutti uguali.

Ma che rivelava il suo malsano lato solo a pochi, quelli che alla libertà ci credevano e che sapevano che dietro la bontà, dietro l’umanismo di tante immagini, si celava il lupo dagli occhi famelici.

Ma intanto il nemico era individuato: il nazista, bellamente identificato con un popolo tedesco reo di non aver mai detto no.

Ovviamente dimenticando di segnalare la resistenza tedesca raccontata magistralmente dal libro. Perché capite che, iniziare a demolire il primo muro di banalità e frasi fatte, significava evitare che, quel nero tentacolare iniziasse a allungarsi verso l’Europa.

Immaginate cosa sarebbe stato il dopoguerra senza le resistenze mentali al cambiamento. Senza lo spauracchio del nazismo considerato il nuovo anticristo.

Pensate cosa avrebbe significato imparare dagli errori, evitando che il senso di rivalsa, misto a vendetta, tanto patrocinato e caldeggiato dagli alleati non avesse preso piede.

Niente Sabra e Shatila.

Niente popolo identificato con le oscure armate dell’Armageddon.

E forse una vera applicazione del programma etico dei 14 punti wilsoniani.

Ma la storia la fanno i vincitori e la creano sempre per potere a se stessi i vantaggi.

Ricordo le grida di giubilo dei miei compagni, quando vedevano i film, come Jona nel ventre della balena, in cui i bellissimi russi entravano e si ponevano come i buoni contro il cattivo.

Ah che meraviglia avere di nuovo un eroe che combatteva il bieco razzismo!

Solo io osservavo in sordina perché qualcosa non mi convinceva.

E poi, con gli anni spesi nell’università iniziavo a vedere che la facciata buonista era solo una bella maschera che nascondeva intenti dominatori.

Eh sì cari miei.

La dolce armata russa era la prima che si dilettava nei pogrom, ossia simpatiche spedizioni punitive contro gli ebrei.

E poi si imparava che le deliranti idee hitleriane, non erano certo frutto di un pazzo. Il baffetto le aveva raccolte da anni di razzismo, da anni di accuse fallaci, dicendo a se stesso che si sarebbe fatto portavoce di un’idea che dal medioevo albeggiava nei cuori dell’Europa: ebreo come inferiore.

Sconvolgente leggere come, in realtà, il razzismo era un fatto antico, uno slogan da indossare per portare avanti individualismi o interessi privati tutti con un solo dato comune: il potere.

E come si esercita il potere?

Dividendo la popolazione e rompendo l’antica solidarietà contadina o cittadina. Un nemico è di aiuto, un nemico divide le fazioni, e un popolo diviso perde la sua sovranità.

Un certo Christian Delacampagne lo racconta in un libro che, strano ma vero, NON è studiato nelle scuole, L’invenzione del razzismo. Antichità e medioevo. E per fortuna lo racconta anche il libro in esame.

E poi il perfido dominatore diventava l’occidente con le sue contraddizioni da combattere, asfaltando con i carri armati le proteste dei dissidenti.

Pazzi e traditori.

Palach e Dubcek.

Nomi che nessuno ricorda.

E che urlerei a voce alta ogni qualvolta mi si parla di ideologia.

La verità ce la racconta Babetti e il giornalista Stein.

E leggendolo credetemi le lacrime scendevano sui sogni distrutti da una manciata di bastardi che si beffavano degli uomini, si beffavano dei tentativi dei veri eroi che combattevano davvero contro il pregiudizio. Che come Stein un grande giornalista, svelavano il marcio anche a chi non voleva vederlo perché perdere un ideale significava morire.

Un esempio?

Sapete che la liberazione che si festeggia il 25 aprile, frutto della bontà degli alleati, è stata possibile solo da un accordo stato mafia?

Pensateci.

Noi oggi siamo una repubblica basata non sul lavoro, ma sulla malavita. Senza di loro, nessuno sbarco in Sicilia forse sarebbe avvenuto. E ancora c’è gente che non crede nelle dichiarazioni di Ciancimino.

Ma noi continuiamo a festeggiare l’inizio della decadenza, felici e saltellanti.

Aveva ragione Lando Fiorini quando nel 2009 cantava:

terra de santi e poeti. De troppi mafiosi e pochissimi preti.

 

Del resto quando poi si crede nel prete, sbuca una figura strana come Paul Marcinkus, e allora giustamente uno molla tutto e si vede il grande fratello.

E cosa dire del comunismo?

Bella l’idea dell’uguaglianza (anche se io credo nel valore dell’equità più che su quello del siamo tutti uguali. Non siamo tutti uguali e per fortuna). Ma aveva ragione il losco figuro di George Orwell quando nella fattoria degli animali scrisse:

 

Gli animali sono tutti uguali

Alcuni però sono più uguali di altri.

 

Anche io ho creduto sulla bandiera rossa. E ora so come essa è rossa, sì ma di sangue.

Anche io ho pianto vedendo come il mio occidente, con i suoi proclami di libertà se ne fregava dell’altra parte di Berlino e lasciava che giovani come me, desiderosi di vita, si immolavano come bestie da macello sull’altare dell’assurdo equilibrio.

Anche io ho pianto leggendo quelle pagine e piango tuttora, quando vedo che ancor oggi la libertà è solo la scusa per metterci un cappio al collo e condurci come pecore verso l’interesse del potere economico.

Ed è quello che in fondo era la guerra fredda.

Quella volontà di imporsi come unico referente in un pessimo gioco di scacchi, le cui pedine erano semplicemente persone rese oggetti.

Sia l’occidente che l’oriente erano semplicemente bambini impegnati in un gioco di tira e molla, una specie di orrido Risiko per imporsi come unica verità in un mondo troppo variegato, troppo sfaccettato per loro, cosi spaventati dal confronto.

Eh sì.

Triste dirlo ma nessuno dei loro paradigmi di salvezza ha mai davvero funzionato.

La democrazia con la sua ansia di rendere tutti omologati e controllabili, il comunismo con la sua ossessiva ricerca dell’uguaglianza assoluta come ricetta per combattere le ingiustizie e le sopraffazioni.

E unico modo per evitarle era rendere omogenea la vastità umana.

E’ naturale vederci uno stesso progetto, condotto con differenti armi.

Apparenza di diritti e libertà e negazione totale degli stessi.

Stein lo capisce mano a mano che la sua vita prosegue e i suoi ideali si adattano all’unico davvero plausibile e capace di sconfiggere la guerra: porre finalmente l’uomo al centro di ogni azione sociale e politica.

Lo stesso meraviglioso sogno che aveva un certo Wilson con i suoi 14 punti e che è stato tradito sull’altare del potere.

E’ difficile raccontarvi questo testo.

Il muro cadrà è la nostra storia, la storia di ieri come di oggi. La storia di come l’essere umano reso cittadino ami erigere muri per dividere gli altri da sé stesso, i buoni dai cattivi, i pericolosi in innocui. È la storia però di persone che quel muro lo hanno combattuto prima uccidendo in sé stessi pregiudizi, poi accettando di vedere la realtà non attraverso gli occhiali della propaganda ma semplicemente con l’umanità del famoso precetto:

l’uomo è più importante del sabato.

 

E per Stein, per Babetti, per me, l’uomo sarà sempre al primo posto.

Sarà colui che sbaglia ma che sa anche rialzarsi. Vedete ogni orrore, ogni malvagità non può essere compiuta solo da una persona, da un popolo o da un clan.

È sempre compiuta con la complicità di tutti.

Ma al tempo stesso non tutti sono malvagi. Possono addormentarsi, possono momentaneamente essere imbrogliati.

Ma se hanno l’anima salda, la fede ardente e credono in valori che sorpassano i tempi, si ribelleranno sempre.

E cercheranno di porgere una mano all’altro, cercheranno di liberarli da stereotipi e pregiudizi, cercheranno sempre il valore dell’individuo mai del gruppo.

Ecco vorrei che questo testo ci aprisse gli occhi, perché la storia siamo noi:

 

La storia siamo noi

nessuno si senta offeso

siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo

la storia siamo noi, attenzione

nessuno si senta escluso

La storia siamo noi

siamo noi queste onde nel mare

questo rumore che rompe il silenzio

questo silenzio così duro da masticare

Però la storia non si ferma

davvero davanti ad un portone

la storia entra dentro le stanze e le brucia

la storia dà torto o dà ragione

la storia siamo noi

siamo noi che scriviamo le lettere

siamo noi che abbiamo tutto da vincere

e tutto da perdere

E poi la gente

perché è la gente che fa la storia

quando si tratta di scegliere e di andare

te la ritrovi tutta con gli occhi aperti

che sanno benissimo cosa fare

Quelli che hanno letto un milione di libri

E quelli che non sanno nemmeno parlare

ed è per questo che la storia dà i brividi

perché nessuno la può fermare

Francesco de Gregori