“Cosi allegre senza nessun motivo” di Rossana Campo, Bompiani editore. A cura di Alessandra Micheli

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Arrivata ai 43 anni, libera e piena di obiettivi, mi sono scontrata con un mondo che non accettava la libertà di decidere della mia vita interiore e sentimentale.

Ero una donna.

E per quanto fossimo oramai vicini al 2020 venivo comunque osteggiata in tante mie decisioni, da una tradizione culturale dura a morire.

Senza figli, senza il desiderio di un uomo che mi accudisse, ma piena di sogni e di ideali divenivo politicamente scorretta, un pessimo esempio per delle generazioni che si mantenevano e si sentivano sicure soltanto con catene ai polsi.

Ogni mia compagna di scuola aveva o era stata costretta a rinunciare ai suoi sogni: l’università lasciata a favore di una famiglia imposta ad esempio. Un desiderio di cultura accantonato per rappresentare una donna serena ma perfettamente allineata, senza tanti grilli per la testa, figurarsi il pensare o addirittura partecipare alle discussioni di politica. L’Amore per libri doveva dirigersi verso generi precisi, quelli che non invitavano certo alla ribellione contro lo status quò.

Ma anzi in modo subdolo e pernicioso reiteravano i valori imposti da chissà chi.

Troppo spesso mi sono sentita dire che dovevo leggere romanzi adatti alla mia età e al mio genere, come se i trattati di filosofia di Kant fossero a me preclusi per qualche oscuro tabù.

Leggere il libro della Bompiani cosi allegre senza alcun motivo, è stato un urlo di libertà.

Quasi similare a quello che lanciai leggendo il secondo stesso di Simone di Beavoir.

Un libro che mi spingeva a essere donna prima di sentirmi donna, come se essa fosse un fatto culturale e di scelta, non solo biologico e genetico. Un processo di crescita e di acquisizione non tanto di una saggezza costruita mattone su mattone con l’esperienza, ma un preciso cammino di consapevolezza psicologica del mio valore a prescindere dalla presenza di un utero e di un seno.

Sono parole forti per voi vero?

Ma io e la Campo vogliamo svelarvi un segreto: noi siamo donne a prescindere dalla nostra utilità sociale.

Arrivate alla soglia della menopausa, quando ci sentiamo rifiutate dalla società perché incapaci di contribuirne al benessere e alla crescita (come se in mancanza di un sistema riproduttivo non fossimo oramai inutilizzabili, siamo donne cazzo non vacche) è il momento della vera rinascita: il momento in cui decidiamo liberamente quale sentiero percorrere.

Ascoltate bene queste parole, perché per me sono state una sferzata di adrenalina:

perché ogni volta che a una donna veniva voglia di prendere in mano la sua vita, ogni volta che non le andava più di stare in casa a fare da serva al marito si diceva che era un’isterica.

Ecco cosa comporta il nostro essere donne: oscillare tra un’ossessione di seduzione a un’accusa infamante di isteria.

Eppure, siamo creature magiche, capaci di profonde emozioni, di empatia, capaci di profondi slanci immaginativi, capaci di vivere l’arte non solo di crearla, capaci di demolire e di sprofondare nell’abisso eppure capaci ancora di alzare la testa fiere e contemplare il cielo.

Le protagoniste durante la lettura diventavano mano a mano non solo delle amiche, ma altrettanti parti di me stessa.

Io ero loro e loro erano me, e io ero al tempo stesso tutte le donne, quelle liberate e quelle ancora legate.

Quelle che oggi vivono l’età più bella, quella in cui non ti frega più nulla delle convenzioni, quella in cui potresti volare libera come un gabbiano e quelle che invece sono rannicchiate su se stessa, tremanti e disperate:

possiamo dire che c’è qualcosa che succede con l’inizio della menopausa, una specie di colpo di reni dell’inconscio femminile, delle nostre energie profonde, è come se la natura ti dicesse senti cara, ora non devi più fare da mucca riproduttrice, ora puoi occuparti di te, va pure tesoro, chiudi il gas e divertiti.

Ecco cosa dobbiamo fare.

Nonostante il dolore, nonostante i soprusi, nonostante gli atroci abusi che la donna VIVE ogni santo giorno, anche oggi in questo tempo apparentemente progredito, noi possiamo sempre rialzare la testa, perché seppur spezzettate, lacerate e distrutte siamo altresì capaci di guarirci, di ristrutturarci in forme sempre nuove, di morire per poter rinascere.

Di combattere l’ottusità con una risata per molti scomoda, per molti inquietante, ma un inno ribelle che, al pari delle trombe di Gerico, abbatte i muri.

Di abbracciare la Dea oscura e trarre da essa nuova linfa vitale

Nei sotterranei è racchiuso tutto quello che non ci piace di noi stesse, quello che ci hanno insegnato a rifiutare di noi.

Ho capito, ho detto, un po’ in ansia.

E quello che troviamo vergognoso, o minaccioso.

Perché?

Come perché? Tutto quello che ci hanno sempre detto che era sbagliato, che non

potevamo fare, che era peccato, e a farlo saremmo state le donne cattive.

Sì?

Tutto questo è il nostro oro, sono i nostri diamanti, e io dico che dovremmo riportarli alla luce.

Cosi allegre senza un motivo è un racconto di donne, per le donne. Un racconto della forza catartica dell’unione femminile, della forza curatrice delle chiacchiere e persino della rabbia che riesce a spurgare le scorie e rendere le ferite meno purulente.

E’ la risata che rende il carnefice disorientato.

E’ quella capacità di piegarsi ma di restare integri, di proteggere la proprio anima.

Come disse La Pikola Estes è il vigore della risata tra donne, il vero potere femminile, quello che poi ci fa cambiare prospettiva e vedere gli eventi anche traumatici da una distanza diversa, da un angolazione capace di spezzare quella catena millenaria di sottomissione.

Sono donne come noi, fragili e forti, incazzate e al tempo stesso sognanti, innovative e antiche.

Sono le nostre nonne, le madri, le zie e le figlie.

Raramente un libro mi ha rapito cosi, gettando i suoi semi dentro la mia anima e so che germoglierà un’identità diversa, facendomi essere nel mondo ma non del mondo.

“Brindiamo.

A cosa? A noi donne selvagge che nonostante tutte le nostre battaglie, siamo ancora qui,

simpatiche sorridenti e unite”

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“Pleistocenica” di Giuseppe Calendi, Antipodes editore. A cura di Alessandra Micheli

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La storia quella vera, quella fondamentale per lo sviluppo umano, è quella che non si conosce.

O che, per la difficoltà nel reperire fonti è poco conosciuta.

Conosciamo dati, accadimenti, usi e costumi di ogni epoca. Siamo consapevoli del contrasto di luci e ombre di tanti e contestati periodi storici ma ci sfugge, ed è un dato allarmante, come tutto è iniziato. Pertanto, la vera indagine dovrebbe iniziare nei meandri del buio della preistoria, pre, appunto, prima che iniziasse il percorso in discesa e in salita della nostra evoluzione.

Inutile negarlo.

Il percorso umano è iniziato dal caos, dal tempo in cui ominidi si misero a cercare qualcosa di più del semplice procacciarsi da vivere.

Per divenire umani al 100% bisognava passare dalla sopravvivenza alla vita, per innescare una serie di comportamenti e di attitudini che daranno poi il colore ai tempi che furono.

Come iniziò tutto?

La scopetta di utilità semplici come gli utensili, ma persino l’agricoltura e la pastorizia, per non parlare delle prime forme d’arte che, dalle caverne buie, ci appaino come testimonianze di quanta creatività immaginativa possiede l’uomo.

Ma, sopratutto, di quel bisogno del sacro che ci ha accompagnati, volenti e nolenti, persino quando esso apparentemente veniva rifiutato, lungo il nostro umano e mortale tragitto.

E’ dall’arte, dunque, che nacque la filosofia e la religione, ed è da queste due introspezioni che l’uomo iniziò a comportarsi in modo meno selvaggio e caotico per iniziare a incidere direttamente sul mondo.

E plasmarlo cosi come lo conosciamo.

Ho accolto Pleistocenica con un sorriso, sapendo molto bene i gusti e le ansie culturali di Calendi.

Ho avuto l’onore e il piacere di entrare nel suo mondo a cavallo tra onirico e reale con Introspezioni, il viaggio più emozionante che potessi fare leggendo un libro.

E la sua riflessione sul mistero mortale non si ferma ma continua, rendendo questo testo quasi un proseguo delle sue straordinarie e proficue interrogazioni che sfiorano la domanda che tuttora anima la nostra composizione artistica: cos’è l’uomo?

Calendi in Pleistocenica, trae conclusioni nient’affatto scontate, ma sopratutto pertinenti con la nostra attualità, quel tempo perduto (cosi viene chiamato il post moderno dagli intellettuali di oggi) che stiamo vivendo.

Un tempo di oscuri arcani che ci fanno sentire come incollati a una terra e a una società che non ci piace e che non sappiamo o non vogliamo cambiare.

Ecco che Calendi ci porta per mano attraverso l’istante magico in cui tutto ebbe inizio, come a ritrovare il bandolo della matassa e sbrogliare dei i fili che noi stessi abbiamo abilmente ingarbugliato.

Ecco che il senso del testo si stacca nettamente dalla creazione artistica a cui siamo nefastamente abituati.

Troppo intenti a trovare coerenza nelle trame, credibilità in un contesto che fa della falsificazione di un reale tentacolare che ci sfugge, troppo impegnati a seguire i dialoghi come se essi fossero l’essenza stessa del libro.

Calendi tutte queste puerili fissazioni le capovolge, mettendo al centro delle sue pagine il significato.

Ecco che dialoghi spesso assurdi, o onirici o eccessivamente “moderni” sembrano stonare con l’approfondita ricostruzione storica.

Invece no.

Essi sono semplicemente i mezzi con cui l’autore sottolinea a fissa dei concetti importantissimi per ogni studioso della preistoria che sa e conosce il segreto dei secoli oscurati dalla nostra prosopopea: l’evoluzione.

E’ dai tentativi che portano alle scoperte, dal caso trasformato in opportunità, da un lampo di genio che rende l’ocra rossa il demiurgo con cui immortalare feroci fiere, che si cela il segreto di adattabilità ma sopratutto del progresso che portò alla creazione dell’uomo sapiens.

E l’uomo sapiente, cosi come amo definirlo io, seppur vestito di pelli e quasi fragile di fronte alla vastità del creato, sapeva e comprendeva come certe azioni non erano altro che il modo in cui era possibile crescere, prosperare e vivere.

Ecco che la caccia diviene simbolica proprio perché legata al fattore vita/morte: vita perché il nutrimento permette non solo la sopravvivenza dell’organismo umano ma anche la possibilità della creazione di comunità stabili, intessute di fitti legami tra noi e l’altro.

Morte perché il suo successo o la sua riuscita dipenderà sempre dalla dipartita della preda.

Quindi, il profondo intenso legame che si instaura con la caccia diverrà esso stesso sprone per la creazione di sistemi ontologici riguardanti il variegato mondo del numinoso.

Proprio la caccia al cerco sarà la base di tante forme di religione basate sul sacrificio che conterrà in se appunto, il significato di fare il sacro, onorare l’invisibile e instaurare un patto di dare e avere con quella divinità preposta all’ordine cosmico.

Per l’uomo primitivo nulla sarà lasciato al caso, ma tutto acquisterà senso e significato rapportato con quell’ansia di scoprire e racchiudere l’essenza del numinoso.

Se per noi oggi la caccia è una forma di status sociale, o di modalità per eliminare dal proprio io la frustrazione, esecrata dai più, per quei tempi lontani non veniva assolutamente scissa dal sentimento religioso.

Ecco che ogni oggetto, dal gioiello, all’utensile, ogni forma che per noi è semplice intrattenimento diveniva, a differenza del nostro fallace mondo strumento propiziatorio e identitario.

Vi invito a armarvi di fantasia e di curiosità per andare a ritroso nel tempo, un tempo che sicuramente spaventa per la sua inafferrabilità e per quel suo essere quasi un tempo mitico, il nostro Tep Zepi e imparare a scoprire qualcosa in più di quest’immenso mistero uomo che oggi, stiamo relegando eccessivamente in un universo totalmente materiale, privandolo della sua magia e della sua perfettibilità.

 

“Fino in fondo” di Alessandro Orfeo, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

 

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Ti ho spiata ti ho imitata 
Ti ho persa e ritrovata 
Nel dolore, ti ho amata anche di più,

gente 
Anche se hai venduto l’anima 
Per sentirti meno anonima 
Riprenditi quel po’ di dignità

Renato Zero

 

 

Per buona parte della mia vita, fino ai quarant’anni mi sono sentita simile a una cameriera costretta, da un padrone invisibile, a portare un intero vassoio di bicchieri fragili di cristallo.

Portarlo non si sa dove, ma l’unica sicurezza era il terreno su cui camminavo, accidentato, pieno di fosse e irregolarità.

Il terrore atavico riguardava il pericolo di romperne solo uno, perché la punizione sarebbe stata terribile.

Non sapevo quale, ma potevo avvertire ondate di biasimo arrivare a folata dalle facce immerse in una strana nebbia.

Non le vedevo ma sapevo che c’erano e mi fissavano acute e attente a controllare ogni mio passo falso.

E molti dei bicchieri erano fatalmente di bicchieri incrinati.

Ed era il mio strazio.

Il mio incubo.

A ogni scheggia, l’abisso si schiudeva.

Si poteva chiamare vita questa paura costante?

Non era possibile fare null’altro che camminare con attenzione, concentrata su quel maledetto vassoio.

Finché un giorno, un vento forte, beffardo e crudele mi ha sfiorato.

Cosi impetuoso che non sono riuscita a stare in equilibrio.

E sono caduta, io e tutti i miei adorati bicchieri.

Frammenti di vetro sparsi per terra, con il coro di riprovazione su di me. Mi sono sentita incapace, giudicata, impaurita e restavo li rannicchiata a piangere sul disastro.

Allora, qualcuno, a un certo punto mi ha dato un nuovo vassoio e mi sono ritrovata a camminare.

Eppure…vedevo quei vetri rotti brillare grazie ai raggi di un sole che faceva capolino dalle nuvole.

E giochi di colori e arcobaleni si sprigionavano danzando sull’asfalto.

Che non sembrava più cosi impervio ma solo non monotono.

Tutti mi incitavano portare il vassoio.

Ma a me il vassoio infastidiva e volevo continuare a guardare le luce.

Cosi ho preso il vassoio nuovo, intatto e perfetto e l’ho buttato all’aria.

E sapete cosa è successo?

Nulla.

Nulla di nulla.

Vi racconto questa storia perché è il fulcro del libro meraviglioso di Alessandro Orfeo.

E in quel libro io mi ci sono rivista.

Anche io ho avuto le mie certezze spazzate via.

Anche io ho conosciuto abisso e disperazione.

Anche io sono scappata per ritrovare me stessa.

Sono scappata dentro di me e ogni anno vado nel mio posto magico a curarmi le ferite o a spurgare le mie scorie.

Anche io come il protagonista ho bevuto fino in fondo l’amaro calice. Eppure siamo entrambi rinati.

Abbandonando quel vassoio, abbiamo non solo trovato il nostro vero volto non nascosto da maschere, abbiamo ritrovato le nostre passioni. Rifiutate biasimate dalla società, dall’educazione e dal buon senso. Entrambi abbiamo scritto noi stessi su un foglio.

Entrambi abbiamo avuto un Joel capace di svegliarci da un lungo ipnotizzante sogno.

E iniziamo a pensare con la nostra testa e i valori con cui ci hanno intontito da piccoli..sfumano e ne abbiamo di diversi sicuramente più umani.

Spesso ci insegnano che l’amore va di pari passo con la sofferenza ma non si rendono conto di come sia ridicola questa ideologia, amore e sofferenza non potranno mai essere complementari…

E’ vero.

La sofferenza è solo una percezione mentale che ci invade quando qualcosa smuove il nostro io troppo spesso sopito.

E’ la perdita, è la mancanza che ci rende cosi fragili da permettere al nostro vero volto di togliere strato per strato.

Ma una parte dell’essere sociale non può permetterlo.

Svanirebbe e resterebbe solo una scintilla divina curiosa e leggera.

Nonostante le catene del mondo essa è libera.

Perché sa che non sono reali quelle catene.

E allora perché si soffre e ci si sente il cuore spaccarsi in due?

perché le persone hanno perso il valore di ogni piccolo gesto. Questa è una società malata. Guarda cosa ci viene insegnato ci dicono che bisogna sempre sacrificarsi per il prossimo, l’amore per se stessi viene annullato e se provi a manifestarlo sei considerato egoista. Come puoi amare qualcuno se non sei in grado di amare te stesso?

E’ una SOTRIA dove il dolore è semplicemente la porta attraverso cui rinascere.

E trovare la gioia dell’attimo presente, dove non esiste futuro né passato ma solo attimi in cui la vita brilla come un miracolo ai nostri occhi.

Ecco io vi invito a leggerlo questo libro, a viverlo.

A buttare per terra ridendo anche senza contegno, quel maledetto inutile vassoio.

“Mia” di Daniela Ruggero, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Mia di Daniela non è un libro facile.

Seppur poco avvezza al genere rosa o romance so, tuttavia, cavarmela abbastanza bene individuando ogni sfumatura utile per farvelo conoscere a voi lettori.

In questo caso non saprei dire se la collocazione sia esatta.

Certo c’è la storia d’amore, apparentemente romantica.

C’è un sano sesso che è però, non è messo tanto per attrarre come miele le mosche, ma è congeniale alla trama e alla sensazione della ragazza Mia, che si affaccia sulla scena sentimentale conoscendone sin da subito, la forza devastante.

O come la chiamo io la vischiosità di un sentimento totalizzante che spesso non per,mette una vera e necessaria differenziazione io e l’altro. L’amore adolescente è cosi.

E’ un sentirsi totalmente parte della stessa anima.

Anzi è il condividere un anima fino a sentirsi tremendamente parte dell’altro.

Perderlo è come soffocare, come sentirsi spezzati a metà.

Alzi la mano chi non ha conosciuto tale trasposto.

All’inizio è tutto meraviglioso.

Solo che la vita, molto più saggia di noi, non si aspetta che noi viviamo in questo bozzolo sicuro, la comfort zone, di turno.

Perché un amore assoluto basta a se stesso.

E basta a te.

Non c’è più altro da vedere, da sognare e da pensare se non il respiro dell’altro, la sua carezza, quel suo sguardo bruciante.

Se non l’estasi dell’unione.

E cosi arriva il dolore.

A insegnarci che siamo esseri diversi seppur complementari.

E’ il dolore, la perdita che ci fa maturare.

E il nostro ostacolo ma al tempo stesso l’opportunità di nascere.

E fidatevi nessuno nasce ridendo.

Tutti arrivano al mondo lasciando il caldo nido del ventre, quel mondo acqueo sicuro e confortante con un urlo di dolore.

Perchè l’aria sferza, le sensazioni e gli stimoli invadono il cervello con un rumore cacofonico.

Il dolore è secondo me troppo stigmatizzato in questo mondo.

Isolato, rifuggito come una bestia feroce.

Temuto e esorcizzato con troppi lieto fine.

Ma il lieto fine non ci educa a vivere.

Per nulla.

Non ci fa assaporare la vita, né i colori, né i sapori.

Il lieto fine, la mielosità di tante storie non temprano il nostro spirito. Non ci insegnano a alzare la testa, arrabbiarci, dire no e partire in cerca di un altra vita.

Mia lo fa.

Conosce l’estasi.

E impara che dietro essa esiste la colonna del rigore.

Che vita e morte sono strette in un abbraccio senza fine.

Che la vita non è la favola sognata da bambina.

E che in mezzo a questo abisso, soltanto allora quando ti sembra di non respirare, basta alzare gli occhi e guardare dritto il cielo.

E tornare a far parte di esso.

L’amore è una maledizione ma è anche la nostra benedizione.

Il biglietto di ingresso per la vita matura.

Perché in ogni storia iniziatica che si rispetti, e Mia lo è, non esiste la crescita di un albero senza che esso venga potato.

Non esiste la consapevolezza del dono dell’amore se non ci viene strappato.

Io sono convinta che solo perdendo si è in grado di apprezzare, fino in fondo, i doni che la divinità o il caso o come lo volete chiamare, ci regala. Mia è una storia di una bimba che diviene donna.

Lo fa perdendo se stessa.

Morendo e rinascendo.

E credetemi alla fine del libro Mia sarà molto più radiosa dell’inizio, quando rideva ingenua al sole.

Sarà più meravigliosa e terrificante nella vesti di Morrigan, colei che lotta per vivere, della dolce e tonta Biancaneve.

E vi auguro magari in modo meno traumatico, di essere tante Mie.

Cosi coraggiose da guardarlo negli occhi il dolore e sostenere lo sguardo senza esserne pietrificate.

Pertanto, è mio dovere ricollocare il testo nell’ottica del romanzo di formazione, concentrato sopratutto sulla narrazione dell’iniziazione femminile capace di portare la bimba verso l’acquisizione della maturità di genere.

Un sorta di modernizzazione della  fiaba la Fanciulla senza mani, classico esempio della necessità per una corretta crescita interiore, della perdita di un’innocenza conoscitiva verso il mondo delle emozioni e dei rapporti sociali.

 

 

“Cambio di rotta” di Angelo Garaffa e Monica Crivelli, La Strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

9788894822229

 

I bambini, i ragazzi sono la luce del mondo, non smettono mai di stupirmi e io non smetterò mai di credere in loro, di ammirarli e amarli

Monica Crivelli

Ho riflettuto molto su questa frase e sull’intero libro Cambio di Rotta.

E ho pensato molto a come raccontarvelo nel modo migliore.

Perché come sempre saranno loro, i ragazzi, i bambini a insegnarci la vita.

Noi cosi convinti di essere arrivati alla soglia della saggezza, perché pieni di responsabilità, di impegni e di un lavoro serio.

Noi che abbiamo messo da parte la fantasia e la capacità di stupirci.

E siamo ancora certi che è questa la strada migliore per crescere.

Per governare il mondo che un dio idealista ci ha donato, con la capacità di nominare e quindi far esistere tutto ciò che desideravamo.

Peccato che l’unico nostro desiderio sia dominare e sottomettere.

E abbiamo consegnato un mondo rovinato, un mondo in cui conta la voce più alta ai giovani e li educhiamo a imitarci, a divenire come noi, stronzi senza cuore.

Ne immaginazione.

Ma loro resistono.

Hanno i sogni e li stringono forte, si difendono dalla nostra aggressività, dalle nostre fandonie.

Dalle bugie e dalla nostra voglia di emergere, che nasconde una profonda tristezza, quella di chi l’istante magico lo ha del tutto perduto. Gli abbiamo consegnato un mondo distorto, storpiato, massacrato, deluso e incattivito.

Ma non smettono di coltivare quella purezza che diventa scudo contro la nostra idiozia.

Lo canta Vecchioni in Comici spaventati guerrieri e ce lo racconta nella bellissima prefazione, Monica Crivelli.

Parole che fanno venire i brividi, che strappano una lacrima e un sorriso, perché per me eterna fanciulla, è una speranza credere che i giovani non molleranno mai e continueranno a resistere sulle trincee dei loro valori. Ecco che per me, Cambio di Rotta, non è solo il primo libro di un futuro, grande talento.

E’ una lezione di vita, quella capace di non farmi perdere la strada che ho scelto, tra rabbia e stelle, accompagnata dalle loro limpide voci.

Non ci credete?

Eccone un esempio.

..avevo appreso quanto dietro i cambiamenti e alle situazioni che non vorremmo mai affrontare si nasconda qualcosa che ancora non sappiamo essere speciale per noi.

Dietro una semplice storia avvincente e piena di colpi di scena, si delinea un messaggio importante, appreso con facilità dall’autore ma ancora ostico per noi adulti.

Cambiare rotta non ci piace.

Uscire dalla comfort zone non è di nostro gradimento.

Angoscia nostalgia e terrore non fanno altro che ancorarci al consueto e all’abitudine.

Facendo si che i doni di un universo benevolo elargiti in continuo, capaci di donare alle nostre comode vie scossoni, smettano di essere accettati e compresi da questo stupido umano.

E sapete perché?

Perché noi tendiamo a dormire.

Come quando siamo in macchina e chiudiamo gli occhi mentre magari stiamo viaggiando attraverso boschi, scogliere e mari.

Dormiamo e magari sogniamo quello che desidera il nostro ego. Successo, lavoro, l’amore che dobbiamo meritare.

E ci perdiamo il volo di un gabbiano, una rosa che sboccia, il vento fresco che smuove gli alberi.

Senza la curiosità, la voglia di emozionarci e stupirci, il viaggio verso una meta qualsiasi è solo un eterno sonno.

Un lungo agghiacciante lento oblio.

Siamo prigionieri di una realtà illusoria che non ha il sapore meraviglioso né l’odore afrodisiaco della nostra dimensione.

E Garaffa lo sa.

Che dietro anche al cambiamento avvertito come sacrificio, esiste un motivo ancora più ampio, più grande della nostra piccola infima percezione umana.

Magari troviamo nuovi amici laddove non speravamo, troviamo nuovi stimoli nuove radici e una forza quella selvaggia del lupo che non ha paura del bosco di notte.

Cambio di rotta è tutto quello che serve per vivere davvero.

Basta spostare il focus dello sguardo per trovare tesori immensi.

Trovare significati sconosciuti e elettrizzanti.

E allora l’ego, la società e le sue delizie svaniscono e restiamo forse meno personaggi e più persone.

E ritrovare quelle emozioni che sembravano banali perché odiate dalle luci della ribalta, come l’amicizia.

Eh si troviamo scontato il proverbio chi trova un amico trova un tesoro. Ma se è cosi banale, cosi ovvio, perché non lo applichiamo nella vita di ogni giorno?

Perché la frase

la vera amicizia non muore mai

non diviene reale nelle nostre vite?

Perché a insegnarcela deve essere un ragazzo, quando noi siamo tronfi e sicuri che siamo noi a reggere le sorti dell’affranto universo?

Bei reggenti, se non diventiamo esempi e facciamo di quelle frasi “scontate” una realtà corporea.

Perché per noi amicizia non ha questo valore:

L’amicizia spesso si sceglie anche a costo di non arrivare primi per fermarsi ad aiutare o per arrivare ultimi assieme

Vedete per caso persone matura avere il coraggio di buttare il successo all’aria e mettere la cooperazione al primo posto?

Perdonatemi.

Io sono tre anni che vivo di letteratura e finora solo una ragazzo, un piccolo grande uomo ha messo questo valore della collaborazione senza finalità cosciente, al primo posto.

E quindi scusatemi se vi dico queste crude parole: davanti alla saggezza di un ragazzo di 13 anni, io mi inchino e gli dico grazie e delle vostre colte parole, della vostra maturità ci faccio un bel falò.

Preferisco di gran lunga la fantasia visionaria di Angelo

 

 

“Figlie della stessa anima” Di Brunella Canobbio, 0111 Edizioni. A cura di Ilaria Grossi e Milena Mannini. Introduzione a cura di Alessandra Micheli

 

Introduzione

Quando un libro è ricco di sfaccettature e di dettagli è impossibile raccontarlo con una sola voce. Serve un coro armonico che possa dare dignità alle diverse intonazioni di un testo. In particolare dei cosiddetti libri di formazione che riguardano sempre un elemento importantissimo per il nostro essere umani ossia l’anima.

Immortalata da dipinti, venerata da mille scritti, l’anima è e sarà sempre la protagonista indiscussa della nostra esperienza di vita. Sfaccettata come in diamante di cui riusciremo a vedere solo quei lati illuminati dal sole, dobbiamo essere consapevoli che, altri, ammantati di ombra non sono meno importanti.

E per raccontarsi e raccontarci questi piccoli oscuri specchi si servono del dolore, che sceglia quell’istinto di sopravvivenza di amore per la vita che ci fa proseguire la strada, nonostante tutto.

Ed è quel nonostante tutto che ci accomuna, che ci fa abbracciare l’altro che riconosciamo come stesso pellegrino lungo questo percorso che diventa cosi vicino a noi, cosi parte di noi da stimolare la compassione, ossia il provare con l’altro le stesse emozioni, gli stessi affanni e le stesse profonde pulsioni. E’ come poi programmeremo la soluzione che ci renderà diversi si ma uniti da un sottile stesso brillante filo.

Figli della stessa anima come se tutti noi fossimo parte di quello incomprensibile splendido universo che dietro al dolore nasconde una ricchezza immensa.

E questa ricchezza andrà, spesso a cozzare con le ristrette leggi del nostro vivere societario.

Allora sarà doverosa l’ardua scelta: a chi davvero dare la priorità?

E noi stessi o al mondo che ci chiama con voce stridula?

Dalla voce di due donne, entrambe ricche di sentimento e entrambe portatrici di diverse esperienze di vita lascio il racconto del libro di Brunella, un libro che sono sicura, non vi lascerà indifferenti

Buon Viaggio

La forza dell’amore: quella di restare meravigliosamente se stessi. A cura di Ilaria Grossi

Spesso pensiamo che la nostra realizzazione avvenga dimostrando qualcosa, senza capire che non abbiamo bisogno del consenso degli altri. La realizzazione di sé parte da noi, altrimenti sarebbe solo un surrogato temporaneo destinato a scomparire. Tutto ha inizio in noi ed è sempre in noi che termina. Viviamo in una realtà che ci insegna a dover sempre rendere conto agli altri, ma è nostro dovere liberarci da questa ragnatela. Dobbiamo rendere conto solo a noi stessi, poi alle persone che amiamo, agli altri solo per ultimi. L’unico obbligo nei confronti della società è il rispetto delle scelte di vita altrui. Peccato che tutto questo, il mondo là fuori, non lo capisca”

Francesca e Flò sono le due donne protagoniste di un libro che affronta la depressione, il mal di vivere, la maternità negata e la grande forza di chi sceglie di amare “nonostante tutto”.

Francesca sente cucito addosso il ruolo di figlia che avrebbe dovuto sostituire, colmare il vuoto di un figlio che non c’è più.

Francesca non hai mai ottenuto le risposte ai suoi perché, al suo sentirsi sempre fuori posto, alle tante domande che riempivano la sua mente solo di voci che tormentavano quotidianamente un’anima fragile, fortemente sensibile, preferendo così chiudersi nel suo silenzio, isolandosi e cercando conforto in flaconcini di medicine prese sempre più a dose maggiori che la catapultavano direttamente in un lungo sonno e in quel silenzio tanto desiderato.

La “Signora” con cui viene definita la depressione è l’ospite indesiderata della sua vita, capace di impossessarsi di tutto per restituire niente.

Lei è sempre lì, anche quando fuori tutto scorre, Francesca avverte la sua presenza e si rifugia, spesso umiliandosi, nelle braccia di uomini sbagliati, troppo complicato capire Francesca, riducendo tutto ad una fugace attrazione fisica.

Tutto questo rende Francesca ancora più insicura e fragile emotivamente e si convince del fatto che per lei non c’è amore e inizia così la sua autodistruzione, la sua discesa agli inferi. E’ un viaggio doloroso, un tuffo nel vuoto, non semplice da capire perché parliamo di dolore, di tormento, di mal di vivere, di combattere ogni giorno con sè stessi e contro la “Signora” e contro una società che ci vuole troppo perfetti e tende a metterci in stereotipi.

Flò, 38 anni, scopre di essere incinta tra l’incredulità e la paura di diventare mamma, quando ormai non ci sperava più dopo tre gravidanze interrotte. Il suo viaggio comincia quel giorno, dubbi, paure, mille pensieri che non le permettono di vivere la gioia del momento, perché il passato l’ha messa a dura a prova e ripercorrere gli stessi passi fa paura.

Flò affronterà l’esito di un risultato con grande coraggio, la bambina potrebbe essere affetta della sindrome di Down, nonostante tutto e tutti, la paura e lo smarrimento di suo marito Manuel.

“Nella vita vince sempre chi ha più coraggio”

Flò dimostra un grande coraggio, nonostante il dolore e una perdita che lacera l’anima, la sua scelta è quella di amare e amare ancora. Francesca, dopo un momento terribile in cui mette in serio pericolo la sua vita, ricomincia la salita e anche se non è per niente semplice, sente di avere un grande debito nei confronti della vita e di ricominciare per non lasciarsi più morire dentro.

“Chi può dire di quante lezioni di vita abbiamo bisogno? Rialzarsi e imparare, questa deve essere sempre la nostra risposta all’esistenza. Almeno dobbiamo provarci”

Sono entrata in punta di piedi, in un libro in cui avvertivo tematiche forti e toccanti. La storia di Francesca e Flò, figlie della stessa anima, è capace di lasciare brividi sulla pelle, perché il dolore e la sofferenza dell’anima hanno un peso troppo grande da sopportare e sì ci vuole tanto coraggio per affrontare il nonostante tutto e andare avanti.

Con uno stile fluido, cristallino e sicuramente toccante, Brunella Canobbio è capace di toccare con le sue parole le corde dell’animo, non nego di essermi commossa nella parte finale e il messaggio che lascia al lettore è forte, una scelta di coraggio e di grande amore.

“E l’amore che conta” e l’anima fa pace con il proprio io, camminando finalmente assieme in quel cammino non sempre semplice che è la vita.

Esiste un luogo “sacro” che si chiama anima. Laddove tutto quello che conta si incide in modo indelebile. Parole gesti e pensieri sono fotografati per l’eternità. Perciò… quando bussi a quella “porta” prima di entrare… lima le unghie togli le scarpe spogliati delle bugie e vestiti solamente di te… sii te stesso.
Silvana Stremiz

Buona lettura.

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario

Essere se stessi. La medicina che satura le ferite. A cura di Milena Mannini.

Che cos’è l’anima? L’anima è coscienza.
E brilla come la luce dentro al cuore.

Brihadaranyaka Upanishad

Ci sono molte cose che condizionano la nostra vita, eventi, persone, abitudini.

Il nostro carattere ci permette di vagliare, giudicare, affrontare e superare ogni situazione la vita ci presenti sul nostro cammino.

Ci sono però persone che sono condizionate fin da piccole, da eventi che precedenti persino alla loro nascita, come la morte di un fratello che mai conosceranno, e il dolore dei genitori a quella perdita che li fa prendere decisioni sbagliate.

Invece arrivò lei, Francesca, e la nube nera da quella casa non se ne andò: negli occhi di una bimba di appena quattro anni si rispecchiava-no un padre e una madre che vivevano nel passato. Questo l’aveva portata, per molti anni, a pensare a se stessa come a un surrogato mal riuscito.

Queste persone crescono con un senso d’inadeguatezza che li logora nell’anima nonostante provino ad affrontare ogni situazione.

Non puoi amare un figlio se stai ancora piangendo quello che hai perso : questa era l’idea elaborata dalla sua psiche da adolescente e che, senza saperlo, avrebbe condizionato tutta la sua vita.

E, credetemi, dopo anni di questa sensazione nasce dentro di te solo la voglia di smettere di sentirti sbagliato, anche solo per poche ore, tutto è sempre più difficile, fingere di stare bene, di avere tutto sotto controllo, perché se solo ti distrai, tutto cadrà e di te non resterà nulla.

L’eterna lotta tra l’essere e il dover essere.

Brunella Canobbio racconta questa sofferenza attraverso Francesca, che fin dall’infanzia è cresciuta con il peso, di dover essere all’altezza di qualcuno che non c’era più, vive una vita che non è la sua pur di non deludere i genitori che, invece di amarla per quello che era, riversano in lei delle aspettative sbagliate.

Con l’anima dilaniata Francesca trova rifugio in un medicinale, di cui abusa sempre più, perché è l’unico mezzo per trovare pace, anche se solo per poche ore.

Ora poteva riposarsi dalla recita senza fine che era la sua vita.

La ragazza diventa così due anime nello stesso corpo, quella che tutti vedono e quella che in realtà è. Con il passare del tempo la situazione sfugge dalle mani della ragazza che si ritrova a elemosinare l’amore di uomini che riescono a fare breccia nella corazza di protezione. Più stava male, più era dipendente dai farmaci, più si concedeva a relazioni sterili che non potevano portare a nulla di buono.

Spesso pensiamo che la nostra realizzazione avvenga dimostrando qualcosa, senza capire che non abbiamo bisogno del consenso degli altri. La realizzazione di sé parte da noi, altrimenti sarebbe solo un surrogato temporaneo destinato a scomparire. Tutto ha iniziò in noi ed è sempre in noi che termina. Viviamo in una realtà che ci insegna a dover sempre rendere conto agli altri, ma è nostro dovere liberarci da questa ragnatela. Dobbiamo rendere conto solo a noi stessi, poi alle persone che amiamo, agli altri solo per ultimi. L’unico obbligo nei confronti della società è il rispetto delle scelte di vita altrui. Peccato che tutto questo, il mondo là fuori, non lo capisca.

E’ un circolo vizioso dal quale è difficile sottrarsi, ogni volta che cade nella dipendenza si ripete che può farcela, che tutto è sotto controllo, fin quando non tocca il fondo e finalmente Francesca è pronta a prendere in mano il suo futuro

In quel momento capii nuovamente che perdersi è un percorso della vita. Ritrovarsi un altro inizio.

Il libro racconta in parallelo le due fasi della vita della protagonista, quella vissuta sotto il mantello della depressione e dipendenza da farmaci, e quella del riscatto in cui Francesca ha raggiunto un equilibrio con le due anime che la compongono, ha imparato a convivere con le sue debolezze, ad accettarle, e anche se le prove da affrontare non smettono mai, ora è sostenuta dall’amore del marito.

Ma la stabilità emotiva è sempre appesa ad un filo e la dipendenza è un nemico che sa aspettare il momento opportuno per tentarti nuovamente.

L’occasione arriva con una gravidanza inattesa, quando ormai sia lei che il marito avevano smesso di sognare.

Dubbi, paure, decisioni, tutte situazioni che mettono in pericolo la serenità conquistata faticosamente. Non si è mai immuni dalle scelte fatte, mantenere i propositi che ci siamo fatti e soprattutto, volerci bene, perché siamo noi stessi che per prima dobbiamo imparare ad amarci per quello che siamo.

Vorrei essere un’altra, una come tanti, ma sono Francesca, una giovane donna che ama annientarsi piuttosto che affrontare la vita. Questa è l’unica realtà.

Buona lettura Milena

“Le memorie dal buio. La bestia” di Isa Pagliarini, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

La bellezza di un libro si manifesta quando ogni suo elemento è perfettamente armonizzato uno con l’altro. Ciò senza oscurare il vero protagonista del sogno di carta: il messaggio.

Tecnica, sintassi, struttura, devono essere perfetti arabeschi atti a incorniciare il senso stesso del libro che poi si risolve nell’intenzione originaria dello scrittore. Da quella, il nostro ardito e coraggioso fruitore, si immergerà in una storia fantastica, romantica e descrittiva, che però dovrà avere attinenza con il tempo che si trova a vivere, con le emozioni che bussano alla sua porta, con le sue peculiari, uniche, ma al tempo stesso archetipe esperienze di vita.

Tutto questo è lo si trova anche dentro l’horror, il fantasy è il genere più proiettato verso l’immaginazione, anzi oso dire che sono proprio questi che raccontano davvero l’uomo: l’orrore da voce alla sua parte più oscura, il fantastico descrive con i simboli i valori, le difficoltà, gli ostacoli nel percorso, atto a trasformare un soggetto in persona.

E diventare “persone” accettando i propri talenti e sbrogliando i vizi, è un lavoro certosino che prima o poi ognuno di noi deve compiere. E’ il dramma o l’opportunità della Vasilissa di fiabesca memoria, colei che per divenire Donna, deve sopportare i duri compiti della strega Baba Yaga, rappresentante sia la tradizione che la parte saggia e buia dell’animo. Una parte creata dagli archetipi, dagli elementi valoriali della società in cui si cresce, che vanno distrutti e al tempo stesso conservati. Senza la differenziazione tra cosa va salvato e cosa va rigettato, nessuna persona può diventare uomo, ma resta ingabbiato, burattino consenziente legato a fili invisibili che lo muovono a piacimento. Ci piace identificare questi fili con figure grottesche: demoni responsabili del male dilagante presente in ogni società sull’orlo del cambiamento. E sapete bene che per cambiare, per cessare di essere cosa si è per divenire altro, bisogna sopportare distruzione e sangue. E di solito sono eventi catastrofici i segni dell’avvenuta mutazione o della possibilità dell’evoluzione. Come reagiremo di fronte a questi bivi, deciderà chi siamo, e chi saremo.

Da questa premessa in pratica vi ho raccontato il meraviglioso libro di Isa Pagliarini.

Eh si miei adorati lettori, anche stavolta la Dark Zone ci presenta un testo che ai più apparirà come un bellissimo gotico, ma che conserva elementi di narrativa contemporanea e di saggio storico, nonché di elevato libro di formazione.

Ma iniziamo per gradi.

Il primo elemento che appare in maniera perfetta e netta è ovviamente il racconto del rapporto che ogni società, per quanto evoluta sia, ha con il diverso, con il mostro.

Oramai chi legge le mie recensioni sa benissimo che “mostro” ha due diverse accezioni: quella spaventosa di un essere che terrorizza per la sua deformità, rispetto alla convenzione che stabilisce sia canoni estetici che morali, e una più “sovrannaturale” oramai quasi dimenticata: il mostro è colui che, rispetto alla maggioranza del popolo, ha caratteristiche di potenza e di potere maggiori.

Mostrum diviene quindi l’eroe di antiche ballate, il frutto di un incontro con il divino che, una volta toccato il cuore o la mente umana, lo fa partecipe di una strana, oscura ma luminosa essenza che lo rende porta per l’alto dei cieli una vera “domus Dei” e “porta Coeli

Prendete il buon vecchio Giacobbe, colui che lottò con Dio:

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!»L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe».Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto».Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?»E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata».Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca (Genesi 32,24-34)

Come potrete notare dallo strabiliante passo biblico, Giacobbe non solo combatte con una strana entità, ma riporta anche una sorta di menomazione. Dopo l’incontro, infatti, è claudicante. Ma essa ne fa al tempo stesso un uomo sacro, toccato dal divino che, appunto perché ha superato con coraggio e ardore la prova, ne viene da esso Benedetto, tanto da mutare la sua essenza da semplice umano a essere “semidivino”. Capite che, quindi, il monstrum deve la sua dicotomica natura a seconda dell’azione che compie e di come impiega i suoi nuovi talenti: possiamo essere sia sacri che impuri.

E questo libro, per la gioia di tutti, abbonda di mostri.

Ma la nostra autrice fa un passo in più.

Inizia a seminare pacatamente e intelligentemente nella mente del lettore un dubbio: alla fine, chi è il vero mostro?

L’essere toccato dalla divinità sia in modo caotico (demoni) o dedito all’ordine cosmico (streghe, magus e protettori delle foreste) o l’uomo stesso?

E l’attenzione si sposta sull’essere umano, impegnato in una delle sue maggiori atrocità, quella che coinvolse secondo le più rosee stime, quasi 15 mila persone: la caccia all’eresia.

Questo simpatico passatempo creato dall’Inquisizione Cattolica, ebbe per oggetto non soltanto le donne sapienti, le medichesse, le levatrici, le donne sole, quelle che oggi chiamiamo “Streghe”, ma anche ogni sostenitore di idee contrarie alla prassi etica e filosofica accettata dalla Chiesa. Un nome? Giordano Bruno, Galileo che, per evitare il rogo, dovette abiurare.

Indici di libri proibiti, che oggi sono per noi sostanza preziosa per allietare e far crescere la mente.

Ovviamente il peggiore trattamento fu riservato (che fortuna!) alla donna, che fu vittima non solo di una persecuzione fisica, ma soprattutto filosofica atta a spersonalizzarla a privarla di dignità e diritti e relegarla in un posto di estrema sudditanza. Così la donna smise di divenire persona per essere solo un oggetto da commercializzare.

L’inquisizione fu attiva in particolare nel XIII e nel XIV secolo per contrastare ogni minaccia ereticale e soprattutto gnostica che minava alla base il suo potere. E nel XV e XVI secolo si alleò con una classe medica decisa a brillare come una fulgida stella di autorità incontrastabile.

E quale miglior modo se non quello di allearsi con l’autorità più influente?

E la loro rabbia si canalizzo in ogni prassi scientifica anche se infarcita ancora di superstizione che metteva in dubbio la teoria aristotelica. Insomma, invece di stimolare la conoscenza e di usarla per scacciare l’oscurantismo della tradizione magica, (in questo caso onore a Paracelso che almeno ci provò) decide di contrastarla svalutando l’azione e la rispettabilità di donne sapienti.

Fu con l’affermarsi dell’ideologia illuministica e della volontà liberale di alcuni stati che l’orrore si attenuò, ma non sparì mai questa paura per l’ignoto, trasformandosi in ideologia.

Questa però è un altra storia.

Quando l’Illuminismo comparve sulla scena europea attrasse le menti più brillanti, iniziò a distruggere i vecchi sistemi di pensiero, scatenando in modo ovvio e scontato la reazione dei più, che si trovarono spaesati dinnanzi alla perdita costante di sicurezze.

In particolare questo disagio si avvertì nelle campagne, protagoniste indiscusse di questo libro. Ed ecco che Isa inizia a raccontare una parte dimenticata della nostra storia: l’Italia (ma io direi l’Europa) rurale di fronte all’innovazione portata dai tempi.

Vedete, per la mentalità contadina, l’avanzare del progresso e il conseguente cambiamento della mentalità da essa veicolato, fu difficile e devastante per un motivo: per impiantare nuovi valori bisognava per forza spezzare le solidarietà antiche, quelle che facevano di ogni villaggio rurale un microcosmo, organismo perfettamente oliato e perfettamente bilanciato. La strega, il magus, il “druido”, il saggio e il consiglio di anziani era il garante del legame che si fondava sulla capacità di trovare un equilibrio tra le varie parti, onde assicurare una certa autosufficienza. In pratica, ogni comunità era un perfetto esempio di equilibrio omeostatico, quello che fu poi sviluppato nella teoria cibernetica.

Il potere era, dunque, non gerarchico ma orizzontale. Ognuno era importante tassello della comunità, come elemento unico e inimitabile e importante di un completo mosaico. Per dominare questo particolare tipo di società, bisognava sostituire il precedente schema organizzativo con uno gerarchico, che presupponeva un elemento dominante e tanti piccoli dominati, e il primo cardine da spezzare per ottenere questo era appunto rispetto e mutuo soccorso, tenuto assieme dall’empatia e da una considerazione dell’ambiente non come ostile ma come funzionale alla sopravvivenza, rispettando quindi le forze naturali con riti estremamente complicati e complessi, essi si assicuravano di volta in volta, prosperità e compiacenza dei numi. Ecco che la chiesa, destruttura il precedente schema mentale, sostituendolo con la paura del peccato e dell’ignoto, e con una divinità che lungi dal farsi ammorbidire con stupidi riti, era sospettosa e minacciosa. Unica salvezza era il totale affidamento alla gerarchia cattolica e la pedissequa accettazione di ferree regole da rispettare senza indugi ma in modo quasi ossessivo.

Piano, piano, nonostante delle resistenze nelle zone più impervie dove antico e nuovo cercavano di convivere seppur con difficoltà, dando vita a ibridi religiosi interessanti, il mondo contadino divenne assuefatto alla nuova morale; chinando la testa e denunciando per convenienza le parti del proprio corpo sociale divenne profondamente indifeso di fronte allo strapotere.

Il mondo contadino fu quindi privato della propria autonomia, divenendo merce, oggetto e nutrendo le pance dei nobili e del clero. Favolosa è la descrizione fatta da Mark Twain del mondo medievale e della sua barbarie nel testo “Un americano alla corte di Re Artù”. Ma anche durante il ‘500 (secolo di Rinascimento) e peggio nel ‘600, attraversato da una tremenda crisi economica, il contadino non brillava certo di soddisfazione e compiacimento. E gli unici momenti di svago erano, udite udite, proprio i sabba, rei di essere convitti di diavoli e esseri infernali.

Ora immaginate la loro rassegnazione, la loro triste accettazione dello status quo difficile e sofferta, e adesso applicate a questo consenso necessario, l’avvento di un ulteriore stravolgimento: il secolo dei lumi.

Il mondo rurale si trova di nuovo ad affrontare un complicato cambiamento culturale senza che, però, esso stravolga la loro condizione. La rabbia, il rancore, l’insoddisfazione, emergono in quello che poterà alla terribile rivoluzione francese.

Potevano susseguirsi Re e Imperatori, dittatori e Papi, ma alla fine i nobili avrebbero governato, spalleggiati dal clero, sul novanta per cento della popolazione in stato di indigenza. Se fosse andata bene, il governante avrebbe analizzato il territorio e preso le scelte migliori, se fosse andata male, avrebbe distrutto ogni conquista faticosamente raggiunta dal popolo.

Il nostro libro inizia in quel secolo di transizione, laddove la scienza titubante cercava di spiegare le sue ali fiammeggianti con la minaccia di distruggere ogni precedente idea, ogni sicurezza, ogni certezza.

Draco, Cècile, Tano, Etienne, sono gli ultimi legami che il mondo ha con il numinoso, legami che saranno poi tranciati di netto permettendo all’oscuro mondo dei demoni, di invadere e di ghignare in ogni nostra epoca.

Senza più la barriera del sacro a tenere a bada gli istinti più turpi, la violenza e l’orrore saranno liberi di dilagare e a pochi rimarrà la volontà di combatterli, perché il vero mostro, il vero killer, colui che nutrirà le sfere di Lucifero, non è altro che l’emarginazione, l’ignoranza, il pregiudizio e la sopraffazione.

Ognuno di questi turpi difetti umani nutrirà e nutre ancora oggi, il portale che divide il mondo ctonio da quello dei cieli.

Fondamentalmente, il mondo oscuro non è necessariamente “negativo”, maligno e disordinato. Lo diventa quando le pulsioni umane non vengono liberate dalle scorie, e queste scorie sono appunto frustrazione, voglia di rivalsa, voglia di piacere estremo, di trasgressione, rabbia e desiderio di vendetta. Il mondo della piccola Cècile è semplicemente questo: un mondo alla deriva che distrugge, senza pensare alle conseguenze di tale distruzione.

Vedete la scienza è importante, ma non se diviene strumento di potere, non se non viene elargita all’altro, al cosiddetto popolo.

Non se la definizione di popolo contiene in sè anche un giudizio di valore e un certo snobbismo.

Se resta nelle mani gelose di pochi non diviene strumento di liberazione ma una nuova schiavitù. La malattia è catena, la povertà alimenta la malattia, l’ignoranza ci costringe a rifugiarci in coloro o colui che ci promette la rivalsa.

Tutto è una catena torbida che l’umanità ancora non ha imparato, e che chissà se imparerà mai.

Di conseguenza Cècile, la rappresentante del legame tra il vecchio e il nuovo, colei che vive tra due mondi, è al tempo stesso la salvezza e l’ostacolo al potere. In lei convive la tradizione, quella che racconta di rispetto e crescita, e l’innovazione, quella che grazie a rispetto e crescita dona nuova luce al mondo. La sua curiosità è stimolo, la sua azione guaritrice è per tutti e a tutti apre il proprio bagaglio di conoscenza.

Lei, donna, diviene il simbolo del nuovo millennio che attendiamo da sempre, laddove la scienza e l’etica si abbracciano, dove i limiti sono rispettati con devozione e la bellezza del creato, la meraviglia, quella sensazione di appartenenza divengono una splendida filosofia ecologica.

Cècile non si fa spaventare dalle superstizioni.

Cécile era la rappresentante perfetta della contraddizione nella società di quel tempo : studiava con profitto insieme al nonno le più moderne teorie mediche e farmacologiche, ma nonostante la sua spinta illuminista e razionale, aveva mantenuto certe tradizioni apprese dai libri della madre.

Lei vuole sapere, vuole sbrogliare i segreti, come la Vasilissa è pronta ad affrontare la sua Baba Yaga e separare le scorie dai semi che danno frutti (uno dei compiti più importanti della Vasilissa nella splendida fiaba russa, è quello di distinguere tra sassi e lenticchie, simbolo della necessaria differenziazione tra elementi di crescita e di stasi), non a caso è in grado di penetrare nelle regioni inferiori, psichiche (la foresta) senza temerle anzi conoscendo, in virtù di un particolare retaggio, ogni suo segreto. Nella foresta non vive solo l’orrore ma anche i frutti del sostentamento e le erbe della guarigione:

Corse via, oltre le marcite fino a quel confine netto tra civiltà e mondo selvaggio, immergendosi nel verde fitto della foresta che cingeva d’assedio ogni insediamento umano in quella provincia agricola nel cuore della pianura padana.

E forse è in quel suo coraggio nell’immergersi nel bosco, che la nostra eroina riuscirà a salvare il suo mondo e persino a creare una nuova alternativa dove convivono, in armonia, i diversi. Ma è soprattutto la tramite la sua iniziazione, la perdita necessaria dell’innocenza che ci porta alla scoperta di un terribile segreto:

Cécile sapeva che l’inferno era lì, in terra. Nasceva, prendeva forza e si rinnovava a ogni azione empia degli uomini, del loro libero arbitrio.

Magari tatuiamocela addosso questa importante verità, perché solo conoscendo davvero la natura della bestia possiamo sperare di sconfiggerla e addomesticarla.

Altrimenti, credetemi, la nostra umanità è spacciata.

Là dove finisce il mare e comincia l’orizzonte di Erika Stellitano. A cura di Alessandra Micheli (Fonte http://amiamoinostrilibri.blogspot.com/search?q=l%C3%A0+dove+finisce+il+mare)

 

Come ben sapete sono decisamente titubante quando mi accingo a leggere dei romanzi di autrici emergenti italiane. A dire il vero ho proprio una diffidenza verso la letteratura contemporanea made in Italy. Si lo confesso sono un esterofila convinta, una becera traditrice della patria.

Reputo che, in termini di creatività e di stile l’estero, Americani e inglesi in testa, ci battono nettamente.

Non c’è partita.

Noi siamo cosi tronfi e estremamente orgogliosi di un indubbio passato letterario glorioso, da crogiolarci su questi antichi splendori, tanto che ogni prodotto viene spacciato per autentica qualità italiana.

Avrei molto da dire su codesto punto, ma non è il luogo e la sede adatta.

Eppure….Sarà il mio karma positivo o un indiscusso colpo di fortuna, o la benevolenza del Dio Bragi, o una tenace volontà di cercare incessantemente la bellezza, fatto è che mi capitano tra le mani testi incredibili.

E tutti italiani.

Per caso avete iniziato a nutrirvi di pane e Balzac?

Quello che mi accingo a analizzare non è, come mi è stato presentato un romanzo rosa, ma è un piccolo capolavoro filosofico, introspettivo, dai marcati tratti di narrativa di formazione. Ed è per questa sua complessità stilistica, di linguaggio e di trama che rappresenta un’ oggettiva innovazione in questo mondo, spesso contorto e banale, che è il mondo delle emergenti.

Creare un testo che richiami echi di scrittori del passato di indubbio valore, ma soprattutto dotati di una notevole enfasi lirico-poetica non è da tutti. E Erika Stellittano si merita di entrare a pieno titolo nella top ten dei libri di letteratura.

Mi spiego.

Per quanto un rosa o romance come amate definirlo, sia un genere che non disdegno e può essere strutturato in maniera elegante e intensa, creare opere di letteratura è tutt’altra cosa.

Significa usare precise forme linguistiche, precise tecniche narrative e perché no, anche l’uso di figure retoriche atte a dare corpo e senso al testo.

La narrativa classica di formazione è questa, un genere che ambisce a esplorare i meandri della psiche umana, dando materia alle emozioni e rendendole quasi vive, reali personificate in elementi naturali, in frasi che contengano in sé una corporeità che le distingua da mere emozionalità irreali e evanescenti. Significa essere capaci, nel parlare di un percorso evolutivo interiore, di far assumere allo stesso una forma materiale, fisica e tangibile, tanto da avvolgere il lettore in una sensazione che può quasi toccare.

Partito con il preciso scopo di promuovere l’integrazione sociale del protagonista (ricordo che fu un romanzo tipico dell’ottocento, momento storico molto complicato e molto elitario) raccontava il passaggio da soggetto alienato e deviante da una persona in grado di ritagliarsi un ruolo preciso e utile nella società grazie alla presa di coscienza di se stesso e dei suoi talenti. Soltanto con il tempo si arricchì di elementi emozionali, della capacità di indagare sensazioni, sentimenti progetti e azioni.

Erika unisce il vecchio e il nuovo, creando un mosaico in cui convivono perfettamente le due anime fondamentali del romanzo di formazione. I suoi protagonisti sono, infatti, alienati. Non si riconoscono nella realtà di ogni giorno, la rifiutano e non la comprendono, spesso fuggendo da essa poiché percepita come ostile. E un libro a metà tra i dolori del giovane Werther di Goethe in cui si narra l’incapacità di vivere e il favoloso racconto di Italo Svevo con la coscienza di Zeno, in cui proprio dall’incapacità di vivere e dallo sviluppo del pensiero portano il protagonista a percorrere una personale autoanalisi:

Mi era servito del tempo per capire che quella strana e fastidiosa sensazione di incompiutezza con la quale convivevo forse ormai da sempre, era il sintomo di un vuoto, di una mancanza, che dovevo ad ogni costo colmare: l’assenza di me. Probabilmente non mi ero mai reso conto che nella mia vita avevo visto, incontrato, conosciuto, se pur superficialmente, migliaia di volti, di nomi, di persone, ma mai me stesso. Sembrava paradossale, utopico, irreale, eppure io mi ero completamente estraneo, quasi come se nel mio io più profondo, ci fosse un altro ipotetico me stesso del tutto sconosciuto, del quale, forse, avevo sempre avvertito la presenza. Ora però era tutto diverso, non potevo più ignorarlo, non potevo fingere di non sapere, perché così facendo avrei soltanto continuato a prendere in giro me stesso”

Si tratta di una “finta storia d’amore” dove il poetico racconto di un sentimento, serve soltanto come pretesto per raccontare altro, come se il rapporto che non si realizza concretamente, restando nel mero campo delle ipotesi e delle illusioni ( preponderante l’elemento del se, splendidamente raccontato come possibilità eterna perché non realizzatasi) facesse da “overture” alla mancanza di coraggio che si ha nell’affrontare spesso non tanto la vita, quanto l’immagine vita che i nostri occhi e le nostre aspettative costruiscono:

Nessuno ci delude. Siamo noi che diamo agli altri la possibilità di deluderci riponendo in loro delle aspettative che finiscono per rivelarsi delle illusioni e per essere puntualmente disattese. Costruiamo su di loro un’immagine che non gli appartiene, che non è loro, ma che vogliamo vedere ad ogni costo, perché è ciò che vorremmo realmente, è ciò che stiamo cercando per noi. Così, del tutto automaticamente, crediamo di vedere in loro ciò che desideriamo. Quasi ce lo imponiamo e così puntualmente finiamo per essere delusi. Ma non da loro…da noi stessi, dalle nostre aspettative”

L’amore nell’ottica della Stellittano, diventa non un sentimento romantico e idilliaco, ma una lente di ingrandimento focalizzata sull’osservazione del più strano e misterioso dei fenomeni: l’uomo stesso.

Come se innamorarsi e soffrire sia uno dei mezzi con cui iniziamo la conoscenza del nostro io, per indagarsi e indagare come noi stessi descriviamo, interpretiamo l’esistenza. E l’esistenza si prospetta cosi intricata, cosi variegata da lasciarci stupefatti, attoniti e meravigliati ma profondamente vivi, attoniti davanti alle innumerevoli strade da percorrere, dai bivi a volte tortuosi dalle rapide discese e sublimi risalite, al vuoto che la perdita del ricordo, marchio di identità di ognuno di noi rischia di lasciare nel nostro animo. L’amore, racchiuso in un nome in un’idea, è il segno che accarezza l’anima, che la sprona a provare, a pensare e in fondo a credere nella bellezza e nella magia di un mondo che non è solo quello reale e tangibile, ma che si manifesta nei sogni nel lampo creativo, nella nostra voglia di sacro. Una vita ricca sì di amarezza perdita ma anche di possibilità, di vizi e virtù e perché no di follia anche nelle scelte più atroci, che hanno e avranno sempre un senso.

Ed è davanti all’orizzonte che si incontra su un’immensa distesa d’acqua, il mare, perfetto simbolo non soltanto di rinascita ma anche di inconscio che il protagonista trova davvero le risposte che cerca, il senso del suo vagare, la forza straordinaria della sua bizzarra scelta. Con un racconto nel racconto di una poeticità che mi ha dato i brividi ( che non posso svelarvi per non togliervi il gusto di assaporarne la magia) che il lettore, oramai immedesimatosi totalmente nel testo, capirà davvero il senso profondo del bellissimo titolo del libro, ma soprattutto comprenderà il senso che la Stellitano ha dell’esistenza stessa: non serve che le sensazioni, che l’amore e le sua emozioni si concretizzino davvero; serve semplicemente vivere:

Bisognava solo avere il coraggio di intraprendere un cammino e vivere. Nient’altro che questo.

Melodico, armonioso come una sinfonia classica, con un tocco di dolcezza e disperazione ( associo il libro alla bellissima sinfonia della patetica TChaikovsky) con quel tocco di delicatezza tutto femminile che la discosta dalla disperazione senza via d’uscita dei grandi scrittori del passato,( come Goethe e Foscolo).

Consiglio vivamente questo romanzo a tutti coloro che bramino aver tra le mani non solo un libro emozionante, in grado di procurarci piacevoli brividi sulla pelle, ma che soprattutto lasci un segno dentro di noi e che sia capace di farci guardare le realtà con altri occhi e una diversa prospettiva.

“La commedia dei pazzi”di Marco Pennella, Lettere animate editore. (Fonte http://amiamoinostrilibri.blogspot.com/2016/11/recensione-la-commedia-dei-pazzi-di.html)

 

Il fascino di questo libro si evidenzia in due fondamentali elementi: il coraggio e la geniale riflessione sulla divina commedia.

 Il primo elemento che desidero analizzate, è quello che personalmente considero il  più importante ossia il coraggio.

Pennella, infatti,  affronta il tema della pazzia, del terrore che la società avverte nei confronti delle distorsioni mentali ma soprattutto di come essere vengano percepite e tradotte in una sorta di anatema comunitario. Letta in  questo senso, la pazzia non è altro che disapprovazione di comportamenti ritenuti fuori dal normale, con tutto il bagaglio ontologico che la definizione di normalità porta con se. Coraggio perché il tema della follia proprio per la sua definizione nebulosa, al confine con perbenismo e scienza non è affrontato spesso dagli autori italiani. Ho letto libri come il bellissimo la Strada di Santiago, o eccellenze come la Psichiatra di Wolf Durne, ma quasi mai autori nostrani.

Questo perché la follia è poco conosciuta in Italia. Badate bene siamo un paese di folli, un paese dedito al culto degli stereotipi e della facile morale preconfezionata, poco elastica di fronte al tema del libero arbitrio. Pur avendo eccellenze nel campo della psicologia e della psichiatria, soffriamo di una sorta di autoritarismo del pensiero che divide in modo rigido tra normalità e anormalità. I concetti sono cosi sfumati, cosi labili che è impossibile definirli in categorie rigide.

Cos’è la normalità?

La normalità è la consuetudine portata alle estreme conseguenze.

Ce la spiega mirabilmente l’autore con una spiegazione surreale ma calzante:

 

“In pratica è come se coloro che mangiano pasta al sugo dessero la caccia a chi mangia la pasta con il formaggio, definendo questa tendenza del formaggio la malattia da combattere”

 

Le persone diverse, originali, con una sessualità diversa o con un diverso modo di concepire il mondo sono perseguitati in nome della difesa della comunità, come se la malattia fosse il terrorismo da combattere per preservare lo status quò:

 

“Vendono terrore, dall’altra parte dello schermo scatta la paranoia, la paura, e così la caccia a noi ‘ pazzi ” non avrà mai fine. Il terrorismo mediatico ha sempre funzionato! Il caro, vecchio, Welles aveva ragione! Basta una fonte che sembri sicura, una notizia falsa montata come se fosse vera, un pizzico di paura: ed ecco, un proiettile magico spara nella testa di un’intera popolazione.”

Quindi la creazione del nemico, del diverso serve, o si è convinti possa servire per delimitare confini tra noi e l’altro in difesa della staticità, della consuetudine tramutata in legge e per la sopravvivenza della cultura di riferimento. Peccato che una cultura messa in sicurezza con muri, confini, imposizioni, senza che sia rinnovata e rigenerata da energie creative, quelle cosi temute, diventa cosi stagnante da essere soffocata fino a morirne.

Quello che si preserva è semplicemente un fantasma irreale di una rigidità in un sistema, sociale, in continuo mutamento evolutivo. Perché la società facente parte di una costruzione umana, e l’uno facente parte di una complessa unità biologica vivono e sopravvivono attraverso l’informazione che genera cambiamento adattandosi ai diversi stimoli dell’ambiente anch’esso soggetto a evoluzione.

Cosa significa in questo contesto di perenne lotta tra evoluzione e staticità la follia?

Se definiamo la follia come disordine mentale, dobbiamo tenere a mente cosa sia il disordine. Riprendo a tal proposito una frase di Gregory Bateson, anch’esso psicologo, che definiva cosi il disordine/ordine:

 

“Se ordinato significa, per me, una cosa speciale certi ordini degli altri mi sembreranno disordini….”

 

Ed è in pratica la stessa definizione dataci da Pannella con lo straordinario dialogo tra un’ospite del manicomio e il protagonista sui gusti alimentari. L’autore ci fa riflettere attraverso quest’onirica avventura sul significato reale di follia e su come essa sia un alibi per definire, categorizzare quello che a noi risulta diverso, estraneo e incomprensibile.

Non tutto è vera distorsione della mente, non tutto è malattia mentale; spesso la follia è semplicemente creatività e arte, o un eccentrico modo di indagare i rapporti con l’altro o con il mondo.

E’ eccentrico perché ci risulta straniero, ci risulta ostico da comprendere in quanto differenza dal nostro modo di percepire il reale. Ma è nella differenza che si cela il mistero della comunicazione. Senza differenze che veicolano informazioni non si avrebbe cambiamento né dialogo. Se fossimo tutti simili, stereotipati non esisterebbero relazioni. Anche nella biologia è la differenza, ossia l’informazione di una differenza a scatenare il processo biologico, è l’informazione di una differenza che scatena la reazione difensiva di un organismo, è la differenza del DNA che ci rende esseri umani.

La follia psichiatrica non può essere definita come le diverse modalità con cui l’umano si approccia al reale, ma come una completa alienazione dal reale in cui esiste l’assenza di emozionalità. Non è pazzo l’artista che vede le forme in un’ottica simbolica, non è lo scrittore che immagina e crea mondi altri, non è l’omosessuale che decide di amare in modo libero. Questi sono gli eretici che il sistema deve combattere per rimanere com’è.

E gli eretici chi sono?

Coloro che in barba a un sistema autocratico scelgono.

La lotta che si presenta cruda e farneticante in questo testo è la classica lotta di sopraffazione della specie, in cui parti di uno stesso organismo, in questo caso quello sociale si rivoltano uno contro l’altro, in un inquietante gioco di potere. Tanto che, il medico, colui che è investito della sacra missione di salvaguardare la salute, mentale, fisica e emotiva di una comunità diventa il mostro da combattere. Cosi spaventato e non incuriosito dalla follia, dopo aver guardato il baratro diventa parte dell’abisso più mostruoso del demone che intendeva combattere.

La legge Basaglia descritta in questo testo esiste davvero. E’ la legge che impose, sulla sica della teoria di uno psichiatra  Thomas Szasz, la chiusura delle strutture sanitarie definite manicomi. Questo perché i manicomi erano connotati come luoghi di contenimento sociale dove l’intervento riabilitativo e terapeutico risentiva delle limitazioni di un impostazione clinica e aggiungo io, intellettuale, che li considerava come elementi di disturbo. Evidentemente questa concezione imponeva un atteggiamento freddo, distaccato se non crudele cosi come avviene nel romanzo. Perché seppur sembra che ne libro di Pennella esistano esagerazioni, tortura accanimenti terapeutici, vessazioni, capitavano spesso( non oso dire sempre) in quei luoghi oscuri. Sin dall’ottocento agli anni 70, i manicomi erano dei veri e propri lager dove il personale creava un dominio personale, fatto poco spesso di umanità e molto di terrore, un terrore che si combatteva con la crudeltà. Ed è la crudeltà più che la comprensione a far da sfondo a questo inquietante paesaggio, cosi vivo nella memoria e cosi reale se si segue la cronaca.

Secondo elemento.

La presenza di una rielaborazione della divina commedia. La commedia dei pazzi è questo, un viaggio dantesco attraverso i gironi dell’inferno della degradazione della professione medica fino alla liberazione finale.

Stupiti?

Eppure il libro fondante la cultura italiana non è che un allegoria di un viaggio interiore verso la realizzazione di se.

Perché accostarla alla follia?

Perché in fondo, il famoso viaggio di Dante non è che un delirio.

Il sommo poeta di ritrova catapultato nella selva oscura che non è altro che un fantasmagorico simboli della nostra interiorità, di quel luogo oscuro sede di vizi e virtù chiamato inconscio. Ed è nell’inconscio che ritroviamo l fiere, i demoni, i vizi, in cui la salvezza la si può ritrovare nella forme di un Virgilo/ coscienza capace di fare ordine in quel marasma di figure spesso terrori fiche. Il viaggio di Dante è il viaggio personale alla ricerca del vero sé, ed è anche il viaggio di redenzione di un intera umanità alla ricerca non tanto di Dio, quanto della conoscenza, dell’illuminazione e perché no della perfezione. Ed è nella follia, simboleggiata dalla perdita della strada, della direzione da seguire, di quella coscienza che spesso è cosi eterea da non essere percepita che si inizia.

Tutti noi siamo Dante.

Che ci si ritrova a fare i conti con un avventura mitologia attraverso vizi, ( inferno) le espiazioni ( incontro con la coscienza) e la rinascita ( l’arrivo nel paradiso) o che sia l’avventura dell’altro Dante, dove da novello psicologo si imbatte nel labirintico mondo della psichiatria, con le sue orride distorsioni, la consapevolezza della crudeltà sociale, prima che medica, per ritrovare la forza di uscirne e di denunciare,siamo tutti alle prese con la difficile risposta al quesito millenario della sfinge: cos’è l’uomo?

Pennella ce lo racconta come un incredibile complessa creatura, sospesa tra abisso e paradiso.

Ed è quella la bellezza poetica che vi invito a scoprire immergendovi in quel mondo delirante ma non per questo meno reale.

“Alice nel labirinto” di Roberta de Tomi, DarioAbate Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Di anima se ne sente parlare tantissimo. È una parola usata e abusata, dai contorni sfumati, difficili da raccontare e da contenere in descrizioni e in confini umani, troppo stretti per qualcosa di così strabiliante. Anima è coscienza, è immaginazione, è la sede dei migliori sentimenti di una creatura che, se ne fosse priva, sarebbe soltanto un organismo perfetto, ma vuoto e senza musicalità. L’anima è l’effluvio che ci avvolge e ci rende straordinariamente umani. Così simili agli angeli eppure cosi superiori, perché dotati di possibilità di scelta, di infinite sfumature, legato alla terra eppure vicino al cielo. È l’anima che si riversa nell’arte, che è sia scritta, sia visiva, che sia fatta di tatto, di odori, di sapori e ricordi. Vaghe immagini che si ammassano dentro di noi, in un caotico eppure perfetto mosaico, che ha significati unici per ciascuna testa, per ciascuno sguardo, per ogni udito. Così differenti e così cacofonici, così belli e così orrendi, nelle nostre diverse attitudini, negli errori e persino in quella volontà quasi ribelle di immergersi nell’abisso, nella pazzia e nel male. L’anima è stupefacente anche nelle sue più turpi immagini, nelle sue orrende scivolate verso i più tenebrosi meandri dell’inconscio. Così difficile da definire e raccontare per la razionalità eppure così presente, diffusa come se fosse aria che fa respirare, come se fosse un marchio invisibile sì, ma indelebile sulla pelle. E sapete come si riconosce l’anima?

Da dove essa occhieggia beffarda?

Nella creatività.

In quella caratteristica capacità di trascendere i limiti del reale e immergersi in mari burrascosi e incomprensibili. Mari che possiamo navigare soltanto rinunciando, momentaneamente, all’attaccamento dei nostri sensi acclamati dalla scienza e dotarci di un significato spesso ammantato di non senso, di follia… ma non quella oscena e disturbante causata da ossessioni e dolori, bensì quella bonaria dell’assurdo, del non consueto che gli inglesi chiamavano “weird”[1]. Carrol ce l’ha mostrato a noi bambini speciali, quelli che volevano colori mai visti, suoni mai uditi e immaginavano creature fuori dall’ordinario, mostri per il volgo, ma incanti per chi ha la doppia vista e sa scalfire il velo di maya.

Ma poi si cresce. Ci si addentra in una realtà chiusa e soffocante chiamata società, con la sua socializzazione tendente all’omologazione, quella sua paura del diverso, quella sua volontà di controllo ossessivo. E si dimenticano i mondi incantati troppo liberi, troppo controcorrente, capaci solo di stimolare il nostro pensiero e di farlo arrivare nelle regioni impervie della contestazione. E una società che si regge sullo status quo, che combatte l’evoluzione e il cambiamento per mantenersi sana seppur decadente e salda sui suoi principi zombi, non può e non deve accettare il weird.

L’evento più triste, osceno e orrorifico che accade a un bimbo in procinto di entrare nella scena societaria, di effettuare il debutto e barattare con il successo e il potere la sua peculiare stranezza, è quello di far addormentare non l’anima intera, ma la sua parte più creativa, quella che altrimenti metterebbe in discussione ogni dettaglio, ogni convenzione ogni certezza. Ci si immerge nella realtà e nel clamore del mondo con la conseguenza di inaridirsi, di ridursi in cenere, soavi ricordi che ogni tanto fanno capolino nel sonno. Chi ha un talento, una dote, un dono, invece di viverlo, festeggiarlo, di celebrarlo con gratitudine, segno della benedizione della divinità, cerca di addomesticarlo sottomettendolo alle convenzioni, al bon ton e persino ai finti escamotage di liberazione dello stesso, rappresentati dalla tecnica. Briglie che legano un qualcosa che è e deve restare libero, che deve romperle, le regole. Non ossequiarle. Come si può riverire le catene?

Come si può concepire che le stesse siano un abbellimento a qualcosa che deve restare indomito?

Come si può considerare il dono di creare sottomesso alle fallaci regole umane che impongono soltanto dominio e successo?

Il successo è di questo mondo, l’arte di uno che forse non siete mai riusciti a raggiungere.

Il mondo delle idee non può sottostare ai dettami umani, perché vive e nasce lungo il fiume che i norreni chiamano Sogno. È sognando che si manifesta il reale, è dalla sostanza delle immagini mentali che noi diamo volto e consistenza alla cosiddetta realtà. Che non esiste. Che è solo proiezione della nostra capacità di nominare. E allora come possiamo pensare minimamente di bestemmiare l’arcano?

Di privare di mistero e di segretezza il mondo numinoso?

Il paese delle meraviglie cantato da Carroll è questo. È il concetto supremo della capacità di osare, laddove anche gli angeli esitano.

L’alice di Roberta De Tomi siamo noi. Noi tutti che affrontiamo riottosi quella fase chiamata socializzazione.

Alice perde o dimentica quel weird dove brillano i sogni, dove la linfa vitale incomprensibile dell’arte dimora.

Alice dimentica il suo nome.

Dimenticando il suo nome scorda la sua essenza.

Troppo presa da sé stessa, quella che sboccia in un mondo di luci sfavillanti pieno di promesse, di amore, di lucentezza, di armonia. Smette di raccontarsi storie assurde. Smette di assaporare l’aroma speziato di un the servito da teiere sbeccate, in un ricevimento bizzarro e assurdo. Smette di parlare con i fiori e ascoltare la voce degli insetti. Sono solo insetti in fondo, puoi approcciarti solo con un atteggiamento scientifico. Le porte sono porte, il cibo sostiene le cellule e gli organi. Non fa crescere né rimpicciolire. Un coniglio è solo preda quando non è un adorabile animaletto da mostrare all’altro come segno di status. Un cappellaio si occupa di farci apparire al meglio. Il the non è una gara di indovinelli, ma un preciso rituale con un profondo senso di condivisione dei valori sociali.

Noia.

Decadenza.

Vecchiume.

Ecco perché il bisogno mio e di Alice del paese delle meraviglie diviene un forte richiamo. Per non avvizzire in ricordo di amori perduti, di opportunità non sfruttate, per non ascoltare il coro del dissenso, dell’anatema sociale. È il bisogno di bagnarci alla gelida fonte del non senso, di nutrirsi di fantasia senza briglie di accettabilità. Correre in un mondo senza confini, immaginaria dimensione di delicata, piacevole, bonaria follia.

Non quella malsana che fa sempre parte delle regole sociali, quelle che hanno bisogno del male per autocelebrarsi, che hanno bisogno del deviante per esorcizzare quella parte oscura, che hanno bisogno del cattivo per apparire buone.  Ma di quella saggia mente che gioca con le sue sinapsi e le libera, mettendole alla prova con uno sprone a passare da livelli interpretativi diversi, mai uguali, stimoli per una mente che rischia di atrofizzarsi. Quella che con piglio fiero rompe ogni schema e sostituisce alla sensazione banale la mistica visione dell’intuito, del mito e dell’infinito. È la percezione che abbiamo, anzi che ci hanno obbligato ad avere educandoci secondo precisi intenti, che definisce il nostro ruolo, che definisce la natura del mondo. E che ci tarpa le ali. È quella maschera che diventa così dittatoriale da sostituirsi alla nostra vera pelle, così da frenare ogni nostro altro impulso diverso da quello lecito e accettato. Ecco che ci ritroviamo a pezzi. Crepe da cui non si lascia passare acqua pulita, ma solo polvere e sporcizia. Dalle crepe si potrebbe spiare il mondo, si possono seminare fiori dai colori strabilianti. Sono le crepe dalle quali in vetusti paesini, si innalza ridente un verde rampicante. E invece? Abbiamo tristi fessure riempite con rimpianti e rinunce.

Alice come noi è piena di crepe non quando perde il suo amore, ma quando tornando per un capriccio del destino in quel mondo antico, immergendosi in quel fiume oscuro e vitale, si accorge della mancanza. Si accorge quanto quella bimba che inventava storie e parlava con le carte da gioco le manca. Che in fondo non sa più chi è. Sa soltanto chi deve essere: madre, sposa, cittadino perfetto. Perché le hanno bestialmente inculcato che il suo io bambino deve morire necessariamente per far sbocciare la donna. Acclamata e attesa per reiterare l’assurdità societaria.

È il sogno di una compagine così spaventata dal disordine, da difendere strenuamente i propri confini tanto da chiuderli all’immaginazione. Del resto come ci racconta Fatema Mernissi: immaginazione è disordine, è caos e anarchia, quel brodo primordiale da cui tutto nasce, da cui tutto discende e a cui, forse, tutti ritorniamo per far brillare quel sé che urla e piange per richiamare la nostra distratta attenzione.

Alice diviene integra soltanto quando impara che lei può essere tutto e il contrario di tutto: bambina, donna, anziana, maga e giocoliere, santa e blasfema. Seria e saggia, razionale e folle. E che ogni parte della sua anima, (ecco che torna l’ineffabile vero protagonista della storia) è la chiave per salvare quel mondo di incanti con cui plachiamo la nostra fame di vita.

Alice torna a raccontarsi e raccontare storie. Riattiva il legame con il numinoso, spezzato dalle convenzioni, che non è lʹanti realtà, ma soltanto una prospettiva diversa da cui osservare il mondo.

Abbraccio la mia Alice, grata per il suo coraggio nell´aver riaperto le porte di quel paese delle meraviglie che tanto mi è mancato. Quello che la società cosiddetta civile tenterà sempre di strapparci.

Perché imbrigliare il diverso, il sogno, nascondere l’immaginazione sotto il tappeto e osteggiare la poesia e l’arte è il miglior modo per renderci addomesticabili. È privarci della libertà facendoci vivere come polli, ignari della nostra vera essenza di aquile.

Un libro coraggioso, onirico e poetico, dotato di una forza evocativa rara, capace di spronare il pensiero con la sublime tecnica del libro game. Siete voi a crearvi la vostra storia di Alice. Sarete messi alla prova sfruttando il vostro terrore a rompere la rigida consuetudine persino di un libro, che è (e deve restare) sogno. Fuori dalle rigide, improbabili regole del realismo.

Vi sfido.

Siete capaci di essere folli?

 

 

Nota

[1] Dall’inglese: strano, misterioso, bizzarro. Definisce un genere letterario che presenta elementi fantastici e assurdi.