“Favola imbandita” di Paola Gula, Golem edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Tutto parte da Pirandello.

Conoscete vero le sue idee?

Ve le mostro in modo approssimativo ma efficace (Luigi perdonami). Secondo il sommo, noi indossiamo a contatto con la società, con l’altro e con l’ambiente una maschera.

Che parla non di come davvero siamo, ma di come vorremmo essere e sopratutto, di come ci vorrebbero gli altri.

Questo perché nell’evento più importante della nostra vita, l’incontro, ci ritroviamo a dover rispondere a aspettative, a desideri, a immagini illusorie fallaci, ma utili come geografia emotiva, ossia coordinate prestabilite con cui iniziare a muoverci nel cosiddetto reale.

Che reale non è, ma che noi, menti fervide e mai instancabili, ci troviamo a plasmare.

Cosi tra reali che sono frutto di nostre percezioni e di un lavoro certosino di artigiani, tra proiezioni altrui, tra approcci adombrati dalla volontà di rispondere ai bisogni inconsci dell’altro, la maschera diviene il nostro biglietto da visita con cui ci presentiamo all’altro.

Come nei racconti vittoriani, in cui il visitatore X porge al solerte maggiordomo, il proprio biglietto con ogni credenziale utile a creare un rapporto superficiale.

Ciao sono Alessandra, blogger esigente.

Ciao sono l’autore tal dei tali che vuole essere letto.

Ecco che queste identità fittizie utili solo, appunto, per creare agili mappe e per instaurare convenevoli utili al mantenimento della società, divengono fissi, divengono l’altra identità, prigione per tante anime creative e selvaggiamente libera.

Cosi, i nomi che servono solo per orientarci divengono definizioni, rigide e granitiche, dalle quali non si può scappare…conseguenza atroce è l’esilio. Tu sei stereotipo e stereotipo resti.

Tu sei ciò che sei senza mai diventare ciò che potresti essere.

Il nome, l’aggettivo, l’idea di una persona diviene cosi definitiva.

E diventa abitudine da reiterare costantemente con l’assenso societario, amicale o consuetudinario.

Certo, ogni tanto a qualche folle è concesso andare oltre le righe, oltre il confine.

Ma serve tutto per dire al tremebondo neofita: vedi che a voler seguire l’orrore della libertà si rischia di perdere il consenso sociale?

Consenso di chi, poi non ci è dato sapere, forse qualche burattinaio sconosciuto dal volto adombrato dall’invisibilità.

Forse un mostro di quelli che a Halloween funestano le nostre notti. Del resto è cosi se vi piace.

Se non vi piace accomodatevi: l’esilio è deserto laddove non fiorisce assolutamente nulla.

C’è solo sabbia, sete e nulla.

Strano aver citato l’opera di Shakespeare vero?

Cosi è se vi piace una della mie opere preferite.

Come direte voi.

Inizi con Pirandello e arrivi a Shakespeare?

Non vi pare strano che accanto alla deliziosa cosi è se vi pare esista un’opera di Pirandello, cosi è se vi piace?

Io la trovo una coincidenza adorabile, prova che la letteratura azzera distanze e unisce le menti sotto la venerabile sovranità della parola.

Ma andiamo avanti.

Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne solamente degli attori. Essi hanno le loro uscite e le loro entrate. Ognuno nella sua vita recita molte parti, e i suoi atti sono sette età.

Shakespeare

E’ il fulcro della bellissima opera degli equivoci.

Tutti noi siamo attori, indossiamo una maschera e recitiamo a soggetto (Luigi smettila di intrometterti) il copione che ci è stato assegnato alla nascita.

O alla socializzazione primaria e secondaria.

Ognuno legge le proprie battute e interpreta, chi il medico, chi il guitto, chi il folle, chi il probo.

La donna segue il suo copione di donzella smarrita o di feroce virago senza cuore (come disse Vecchioni la stronza che pensa come un uomo, sola più di un uomo).

E l’uomo il macho testosteronico di turno, bello tatuato volgare, capace di mirabolanti salti mortali sul letto.

E se è palestrato, sportivo, sexy, deve essere anche un demente senza intelletto.

Che il massimo che può leggere è la gazzetta dello sport. Esistono questi stereotipi.

Bionda e scema, donna intellettuale sciatta, idealista vestita di cotone di pecore felici, intellettuali pomposi e convinti di se.

La fissata con l’outfit che è vuota e superficiale.

Diciamocelo.

Quanto ci piacciono questi clichè: lettrice che legge solo romance. La casalinga che è frustrata e sogna appunto un frustino dal Mr Grey di turno, che non è quello che salva i colori.

L’uomo che non piange nei libri perché non esiste un maschio sensibile se non appartenente all’altra sponda.

E cosi Rosalinda, la protagonista di As you like it, che è cosi stufa di assecondare le aspettative del suo tempo.

E cosi si traveste da uomo, e in quel suo travestimento ha il coraggio di essere…tutto ciò che per nascita, sesso, cultura le è negato.

Fantastica Rosalina.

E fantastico il suo spasimante Orlando che richiamato dal sentimento di amore, va oltre i vestiti e alla fine, se la sposa.

Interessante.

Ma cosa c’entra con il libro?

Tutto miei cari. Perché la bravura della nostra autrice, Paola Uula, crea essa stessa un As you like perfetto per questi tempi disperati.

Abbiamo la nostra Rosalinda, detta Ross, integerrima snob giornalista enogastronomica.

E abbiamo il nostro Orlando, un fisico scolpito dal nuoto, salutista, astemio e fissato, niente male.

Ecco il cliché.

Lei dura ma assetata di vita lui bello e focoso.

Ma…la storia prende una svolta inaspettata.

La nostra Ross si ritrova a vestire dei panni che non sono i suoi, che non coccolano e stuzzicano la sua anima composita, meravigliosa e cosi simile alla mia.

E non solo nel suo amore per i gatti giganti.

Ma anche per quella sua forte fragilità che si rivela leggendo un libro e amando non solo il buon cibo, ma la cultura che esiste dietro.

Perché chi ama libri e cibo, coloro che donano le stesse emozioni, lo fa perché entrambi raccontano storie.

E le storie ci servono non solo per sognare ma per ritrovare le nostre radici e crescere forti come querce.

O noccioli, o aceri.

Io quando assaggio uno dei piatti della mia bella Albaneto, paradiso a cavallo tra Abruzzo e Umbria, ascolto le voci dei contadini che le hanno inventate.

E cosi l’amatriciana diviene il racconto di un pastore che contemplando l’infinito oltre il pascolo assapora il frutto delle sue fatiche: guanciale dato magari dalla fine di un maiale tanto amato, il pecorino prodotto dalle sue rude mani. E cosi la panunta il pane rosolato in quel grasso che sfrigola sul fuoco e il cui borbottio ricorda la lite del ramino nel Grillo del focolare.

E cosi per Ross il castelmagno è un intero racconto di un popolo che lavorava con le mani, guardando magari fuori le cime innevate dei monti. E questo vedere e amare la natura lo ritrovi oggi in quel piatto che non è solo gusto, ma emozione, l’emozione delle storie.

Lo stesso vale per i libri.

Non sono solo parole, regole, codice del linguaggio.

Sono sogni, emozioni, dolore, amore mescolati con inchiostro e lacrime, e come balsamo coccolano il tuo io cosi solo, cosi perso, spaesato in un mondo che non conosce più.

Non le rimanevano che i libri. Erano il suo rifugio, la sua coperta di Linus, il suo paradiso artificiale, il suo scudo. Era un piacere affondare nelle storie di altri, lasciarsi trasportare in altri paesi, in altre vite. Leggeva fin da bambina. E aveva continuato da adulta. Ma non leggeva per fare sfoggio di cultura e in quel senso invidiava chi riusciva in quel tratto mondano

Ma a un certo punto quando si corre inseguendo fallaci illusioni, ci si perde.

E si è più soli di quando si è iniziata la corsa.

Perché si perde quella capacità unica di volare e travalicare i stretti confini di questa stretta realtà..

Era la stessa strana malinconia che non le aveva permesso di godere a pieno il pranzo da Marsupino; era la stessa che le aveva fatto trovare tutto fastidioso, primo fra tutti Antonio. Una sensazione che sperava di lasciare sullo zerbino, ma che invece entrò con lei.

E quello il momento in cui si perde sangue dal cuore.

In cui la vita bussa urlando il suo bisogno, quella sua voglia di ritrovare passione e leggerezza.

Io ci sono passata cara Ross.

Quando ho iniziato a leggere per far salire le visite, lasciando lontano i miei amici di carta, senza ascoltare le storie dietro le storie, senza incantarmi davanti la prode Artù o prendere il tè con il mio amato cappellaio.

Senza poter scrivere ma sentendo quello come un dovere

i pezzi iniziali, quelli che hanno intasato la mail, sembravano scritti per passione, gli ultimi per dovere.

E allora come si ritrova ciò che si sta perdendo?

Erano… Sì, erano gioiosi. Non credo di riuscire a spiegarmi.»

Altroché se si spiegava. La felicità di quei giorni se la ricordava anche troppo bene.

Beh prendendo come esempio la Rosalinda di Shakesperare. Travestendosi.

Perché solo in quel momento, al riparo da occhi indiscreti si lascia affiorare la parte più vera di noi, quella che un Orlando qualsiasi amerà con tutto se stesso, cosi incantato a vedere quell’entusiasmo bambino colorare le guance di un delicato rossore.

Ale non sapeva se fosse più affascinato da quanto vedeva o dall’entusiasmo di lei. La seguiva e osservava stupito le tracce di un mondo che non esisteva più, cancellato dal progresso e dalle comodità.

Questo è in fondo l’amore che deve celebrare un libro.

L’amore per se stessi con il ritorno alle più autentiche origini dell’io.

La capacità di togliersi la maschera e iniziare a danzare, incuranti degli sguardi riprovevoli sotto la pioggia.

E amare non tanto il fisico, ma quella forza che lo pervade.

L’entusiasmo, la dolcezza, l’allegria, la passione e I sogni.

E i sogni non svaniscono all’alba se divengono parte di te, se si fanno carne e acquistano il tuo viso.

I sogni non sono folli ma sono l’essenza che ci permette di viaggiare attraverso questa meravigliosa terribile vita, coscienti di essere come dice Negiotti:

Ma in fondo siamo storie con mille dettagli

Fragili e bellissimi tra i nostri sbagli

 

Recensione “Zwillinge. Simbiosi complici” di Elle Razzamaglia. A cura di Alessandra Micheli

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Una serie ricca di malintesi e di occasioni da cogliere.

Una serie che tratta delle molteplici sfumature dell’amore.

Cosi è spesso definita la Zwllienge series di Elle Razzamaglia.

Gli ingredienti ci sono tutti e rappresentano il mix perfetto, quello che tanto piace oggi, di erotismo e il tocco rosa che lo rende meno scontato e meno banale.

Abbiamo tre sorelle ognuna diversa, ognuna con le sue caratteristiche esaltate quasi fino all’eccesso.

Abbiamo persino la cenerentola in balia di streghe cattive e sorellastre invidiose.

Abbiamo idealtipi caratteriali che si ritrovano in ogni persona, ma che per ovvie ragioni stilistiche devono darci quel tocco di assoluto, quello che non può mancare nelle caratterizzazioni dei personaggi.

Ma chi è il vero protagonista?

L’incontro?

Il fraintendimento?

Il lieto fine?

O il rapporto tra sorelle?

Come ben sapete, perché avrete imparato a conoscermi, non tratto mai nelle mie recensioni i dettagli alla portata di tutti.

Ne le scelte stilistiche dell’autore.

Quello dovete farlo voi.

Ciò che mi incuriosisce è il dettaglio che sfugge ai più, quello occultato dalla scenografia, spesso ingombrante, dei testi.

Per questo, spesso, individuo protagonisti diversi, forse quelli che mi parlano e che a volte esulano dall’intenzione dell’autrice stessa, ma sono importanti per la voce del libro, una voce indipendente e totalmente personale.

Ecco perché credo che il vero protagonista del testo sia il passato.

Bello o brutto, difficile o non difficile esso rappresenta un importante bagaglio culturale, spesso alla base di tante nostre scelte, scellerate o non.

Ecco che una mancanza, una frustrazione o solo una sensazione di trascuratezza, delinea una strada precisa, fatta di incontri e scontri, di occasioni spesso perdute o non prontamente affrontate.

Di situazioni complesse in cui il nostro carico emotivo plasma in un modo totalmente persone, decidendo liberamente se raccontare lieti fini o oscurità abissali.

La storia di Genesia è questa.

Nata in una famiglia umile, con una figura materna soffocante e sorelle totalmente diverse da lei, non riesce a trovare il suo posto.

Si accontenta, sopravvive ma è emotivamente “piatta”.

Ogni sua scelta è l’eco di voci lontane che, forse le raccontavano una storia diversa, donandole quell’immagine evanescente e quasi indistinta. Genesia esiste ma solo in funzione di qualcos’altro.

Della sorella gelosa ad esempio.

E di quella fragile, da proteggere dalle insidie della vita.

Ecco perché la sua vita inizia con il viaggio.

Un viaggio che la porterà a conoscere, stranamente due gemelli, uno odiato e uno affascinante.

E inizierà da li uno strano complesso percorso attraverso, appunto, la malia non solo dell’amore ma di un bisogno di scoperta di se che capirà solo alle battute finali.

Genesia inizierà cosi una giostra, spesso cacofonica, non solo di passione e di dolore, ma anche di confronto con gli altri visti sotto una luce reale. Si illuderà, forse.

Si sentirà tradita, usata e mai a suo agio.

Si scontrerà con le gelosie, le bugie, con gli alibi, con i segreti e i disagi che essi portano con se.

Scambierà identità proprio perché lei, una sua identità non la trova, non riesce a trovarla al di fuori della sua ristretta realtà personale e familiare. E solo alle rivelazioni finali, inizierà a alzare la testa e a smettere di essere il cuscino protettore delle interazioni altrui e vorrà diventare una donna completa.

E allora si assiste a una solidificazione, giorno per giorno, capitolo per capitolo di una figura che, per diventare donna, deve perdere se stessa. Negarsi ogni gioia, negarsi l’apertura alla vita e ritrovare semplicemente i suoi sogni

.

La vita e le sue mille avversità non mi hanno mai dato tregua e nella testa mi si affacciano ricordi del mio passato, che già mi dovevano far subodorare il fatto che sarei sempre stata una perdente. Non eccellevo allora e non lo faccio di certo adesso, in nessun ambito. Non ho potuto laurearmi e non ho neanche una cultura, più o meno profonda, da sfoggiare o da presentare, con la possibilità di dedicarmi a un lavoro che mi appaghi.

E non è un caso che il lieto fine arriverà soltanto dopo che Genesia inizierà il suo percorso di recupero interiore, quando sceglierà di essere prima persona e poi donna.

Quando ritroverà se stessa rielaborando lutti e esperienze personali. Quando smetterà di cercare amore e lo ritroverà dentro se.

Le cause del passato mi sono chiare e i risultati del presente sono palesemente davanti ai miei occhi. Adesso devo impegnarmi, affinché il mio futuro si prospetti più positivo del presente e farò tutto quello che posso,

Allora soltanto sciogliendo i nodi, che siano nodi di dolore o di pesanti convinzioni ereditate da un’educazione sbagliata, possiamo davvero essere totalmente e indiscutibilmente felici.

E capaci di reggere a ogni tempesta che la vita ci riserverà.

Siate sempre canne al vento e lasciate che la tempesta giochi con voi.

Recensione. “Come la montagna di Maometto” di Bianca Baratto, La Strada per Babilonia editore. A cura di Alessandra Micheli

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C’è una cosa che i nostri vecchi hanno sempre evitato o dimenticato di dirci “La vita non va mai nella direzione che noi abbiamo scelto, al contrario decide come vuole. Indipendentemente da ciò che crediamo sia meglio per noi, è la vita stessa che sa ciò che è meglio per noi e ciò che non lo è, cosi prenderà le direzioni più inaspettate e ci spingerà verso scelte mai immaginate prima”

Mai frase fu più azzeccata per raccontare la mia vita. E quindi, la mia recensione sarà un viaggio onirico tra due realtà quella della carta e la mia, quel percorso che ha creato la Alessandra che oggi scrive.

Ma non sarà quella strana creatura blogger a parlarvi del libro, stavolta.

Sarà la persona, quella che come ognuno di voi ha cercato un senso nel so vivere, un senso al dolore e una meta su cui puntare occhi troppo fragili per poter contemplare l’orizzonte.

L’unica cosa che si stagliava alta e fiera contro il cielo era la montagna, simbolo di ogni sogno, di ogni realizzazione terrena e spirituale.

Dall’altro avresti visto la realtà in una diversa ottica e forse, dico forse, il cuore non avrebbe sanguinato più piangente sui cocci sparsi lungo il percorso.

E al pari dei protagonisti mi sono accanita a cercare di raggiungerla quella vetta.

A tutti i costi, in ogni modo.

Facendomi male, sanguinando nelle ginocchia e non capendo perché era sempre cosi lontana.

Perché di lacrime mischiate a fango.

Sconfitte, solitudine e tanti, troppi sbagli.

E mi accanivo a voler scavalcare la vetta, a prendere i peggiori sentieri in discesa.

Poi il miracolo.

La vetta cosi lontana vista da me come un miraggio, nel momento in cui mi sono seduta rassegnata è venuta a me.

Eh si miei cari.

Quando vi affannate a cercare la spiegazione essa si nasconde. Nel posto meno raggiungibile .

Al centro di noi stessi.

E solo nel silenzio di un attimo di pure quiete la potete avvertire con quella voce soave e sussurrata.

La farfalla che inseguite come novelli Vispa Teresa, si poserà su voi nel meriggio dorato, intenti a osservare sognanti le nuvole e le loro forme.

Quando meno ve lo aspettate, attraverso la bruma e le fronde dei cespugli, ci sarà un sentiero baciato da sole, laddove pietre candide canteranno con voi accompagnando i vostri piedi lungo il sentiero che non aver visto.

Perché affannati ossessionati a cercare la vetta.

E in quel percorso che troverete magari uno specchio d’acqua limpido in cui vedervi, per la prima volta davvero.

Giace soffuse di rossore, occhi brillanti e sorriso estasiato.

Di chi la montagna non dovrà mai raggiungerla ma semplicemente accettare che è lei a vivere dentro l’anima.

Lasciate che la vita vi plasmi, senza timore o terrori.

Lasciate che l’incredibile anche dal fango, dalla brutalità, dall’orrore nasca. E vi cambi per sempre.

Leggetelo questo libro e fatelo vostro, cosi come io l’ho fatto imo, lasciando che le vite dei protagonisti si intrecciassero con la mia creando un meraviglioso arazzo.

Recensione “Margini di libertà” di Mara di Noia, La strada per Babilonia Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Nonno mi hai lasciato dentro ad un mondo a pile

Centri commerciali al posto del cortile

Una generazione con nuovi discorsi

Si parla più l’inglese che i dialetti nostri

                                                                           Enrico Nigiotti

Mentre leggevo il libro margini di libertà mi risuonava in testa questa canzone. E non potevo far altro che alzare lo sguardo rapito per contemplare l’ambiente in cui le parole di Mara e di Enrico ballavano attorno a me.

Parole, suoni e sentimenti, dolore e rabbia per qualcosa che sembra sfuggirci sempre di più.

E non è solo il dolore di una mancanza, di sogni mai realizzati o di scelte.

E’ qualcosa di più strisciante e penoso, qualcosa che tenta di invadere ogni anfratto e ogni lacerazione di un anima che passa attraverso i tempi e i cambiamenti.

E non puoi che osservare cosa ci manca davvero, cosa abbiamo bisogno, quella sete che rende la gola rauca e arida.

E’ vero.

Siamo dentro un enorme videogame dove qualcuno preme i tasti di un joystick facendoci camminare come schegge impazzite.

Tutti intenti a raggiungere il livello prossimo, irto di difficoltà maggiori e pieno di luci, suoni cacofonici lontani dalla bellezza del suono primigenio.

Siamo in un mondo a pile sempre in cerca dell’acme, sempre in prima linea per farci vedere come se solo l’apparenza possa darci il segno di una vita che stenta a crescere a svilupparsi a nascere e allungare le sue dita ramose verso l’infinito.

Leggo e una malinconia mi perde, quando capisco come sia il testo sia la musica che per me lo rappresenta siano vere:

La vita adesso è un ponte che ci può crollare

La vita è un nuovo idolo da scaricare….

Chiuderò gli occhi su questa realtà

Nigiotti

Siamo ai margini ragazzi.

Ai margini di una libertà che non è ami stata nostra e che ci sfugge sempre di più, racchiusi nelle prigioni dei nostri concetti, delle teorie piovute dall’altro, da scelte che sono in realtà imposizioni per mancanza di alternative.

Come si può scegliere se il re di turno decide come un burattinaio come farci ballare?

Una generazione che rinnega ideali e voglia di ricostruire.

Generazione che preferisce ignorare il suo potere trasmutativo quella meraviglia apparentemente sciocca di creare e di usare ciò che hanno definito scarto per dare nuova forma al creato e nuova vita.

Abbiamo paura dell’ombra.

Abbiamo paura di diventare come lo scarabeo che ci appare cosi putrido e invece per l’Egitto era simbolo del sole.

Siamo decisi a nascondere lo sguardo verso il nostro essere un po’ demiurghi, perché troppa responsabilità, troppa fatica, troppo impegno.

Perché noi siamo questo, sappiamo essere solo consumatori ossessivi di gadget.

Consumatori di emozioni e di istinti che però ci passano attraverso come se fossimo fatti di acqua.

Incorporei senza radici e senza identità.

Spettatori della brutalità del potere che reprime ogni nostro atto immaginativo.

Schiavi della finta consapevolezza che solo un mondo votato allo scambio e alla dominazione possa realizzare, come uno strano genio, i nostri desideri.

Ecco che allora siamo cosi intenti a strofinare quella lampada di Aladino, da scordarci che in fondo non conta tanto la realizzazione quando l’atto del desiderare stesso.

Non contano tanto le scelte, alimentari, o lavorative o sociali, quanto l’atto coraggioso di scegliere.

Nel libro si parla di costrizioni, di emarginazione, di categorie gerarchiche.

Ma anche dell’abuso di un potere che non accetta il canto libero dei suoi cittadini, né la forza riformatrice del popolo.

Che non accette possibilità sociali alternative al neoliberismo:

termine beffardo perchè non c’è niente di più vecchio di un sistema fondato per decenni su un presupposto arbitrario ovvero la crescita limitata in un contesto definito invece dalla limitatezza…..beffardo perchè in barba ai richiami liberali quelle politiche diventano un dogma

E la frase che sento dire più spesso da voci stanche e da facce rassegnate è non c’è alternativa.

Margini di libertà

Non c’è amore nei cori, non c’è passione neanche nell’impegno politico. Né nell’arte.

Ci trasciniamo come zombie osservando da lontano, nelle nostre città di vetro, una vita e un mondo che ci è precluso.

E magari abitato da strani esseri che ci terrorizzano per la loro carica innovativa, di chi reso dissidente o deviante trova semplicemente un modo diverso per partecipare al ballo della vita.

Che forse ama più di quanto lo facciamo noi, questa vita sfilacciata.

E cerca di rammendarla con pezze colorate di sogni e tentativi. Di canti e creatività.

Ecco che il racconto dei mutoid coloro che creano vita dal rifiuto è una parabola che lega ogni vicenda del libro.

Che ci fa capire come ciò che il sistema considera non necessario perché nell’ottica della produzione non rientra, è invece la capacità umana di dare nove forme a ogni elemento che tocchiamo.

Persino il rifiuto che visto da un ottica diversa diventa solo un altro materiale.

Ecco che dal caos troviamo arte, opportunità e cambiamento. Ma per farlo dobbiamo iniziare a cambiare la nostra percezione dicendo da ostaggi, da comparse protagonisti della vita.

Per troppo tempo mi sono sentita definire in modo sprezzante: la solita idealista. Quella che ha la testa tra le nuvole e si ferma a osservare tutto ciò che la produttività dissennata getta: rifiuti, persone, ideali, valori, persino arte e musica.

Tutto in un affannosa ricerca di chissà cosa.

E cosa cerchiamo?

Qualcosa di unico e profondamente radicato in noi che

sovverte i comandamenti della società produttiva lavorare e consumare per poi scartare

Forse noi non dobbiamo fare altro che stare in silenzio, appoggiare il libro sulle ginocchia e lasciare che la mente vaghi e diventi tutt’uno con quel cielo, lassù, cosi grande e cosi lontano, ma cosi vicino alla vera essenza di noi stessi. Umani e cosi importanti per qualcuno che ci ha posto qua a proteggere l’immagine dell’altro mondo:

Ma in fondo siamo storie con mille dettagli

Fragili e bellissimi tra i nostri sbagli

Nigotti

Recensione “Bonustrack” di Elle Eloise, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

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Ho sempre sentito parlare di Elle Eloise come di una scrittrice con la rara capacità di dare spessore e profondità ai suoi personaggi, portando il presunto rosa lungo le via più impervie ma sicuramente più assolate del romanzo di formazione.

Purtroppo, non ho mai avuto il piacere di leggerla e quindi tendevo a minimizzare gli entusiasmi come frutto di un sentire estremamente personale ma che mancava di una certa capacità di divenire non più libro individuale ma globale entrando con orgoglio nella schiera delle opere che parlano di vita.

Mi spiego.

Spesso le narrazioni sono parziali, riferibili a una data persona, a una data esperienza a un dato accadimento che possono per uno strano colpo di fortuna riguardare altre esperienze similari, ma restando confinati nella comfort zone dello sfogo.

I libri cosi scritti divengono piccole meteore, divertenti, carini ma non possono assurgere la ruolo di racconto universale di tutto ciò che ci rende umani: Amore dolore, gioia, speranza e redenzione.

Sono e restano sfoghi, modi per metabolizzare la propria esperienza di vita, ma non sono e non diventano mai universali.

Partendo da questo presupposto si può costruire una scala graduata di bellezza del libro, partendo dal mediocre arrivando ala capolavoro che, appunto, si dirige verso il racconto non più del singolo ma della globalità umana.

E noi come umani siamo soggetti a percorsi definiti, ossia viviamo, sperimentiamo e poi lasciamo che quest’esperienza torni a far parte dell’infinito.

E lo scrivere, l’arte è un modo per rendere questa quotidianità speciale, unica e glorificata proprio dalla capacità dell’uomo di unire sensi a intelletto, carnalità a spiritualità.

Ed è per questo che nei libri il vivere comune è cristallizzato in un atto coraggioso e eroico.

In Elle, non sapevo se accadesse lo stesso miracoli, i suoi libri mi erano sottratti da altri, semplicemente facendo volteggiare davanti ai miei occhi bramosi gli horror.

Era facile allora lascia andare la piccola Eloise.

Poi finalmente sono riuscita a ottenere una sua raccolta di racconti.

E mi sono immersa curiosa e pronta a essere o stupita o resa indifferente. E ho compreso quanto avessi perso non leggendola. E’ vero. Elle è esaltata, è amata.

Ma mi chiedo se tutti coloro che la seguono si rendano conto di cosa lei inserisce nel libro.

Di quali valori si faccia portavoce e di come ella sia in grado di estraniarsi dalla sua esperienza per entrare nel flusso del mondo, regalandoci non cliché o macchiette, ma archetipi di vita, quelli importanti, quelli che oggi ci possono fa affrontare il peggior nemico di noi stessi: il dolore.

Come ho già spiegato in altre mie recensioni, questo strano sentimento è il più celebrato, forse il motore che mette in atto la creatività di ogni genio letterario e poetico, ma al tempo stesso il più terrorizzante, e parlo di un terrore non sano, ma paralizzante.

Il dolore siffatto non viene accolto, ma odiato, combattuto, ci fa fuggire disperati, e ci fa affogare in ogni vizio, in ogni oblio capace di annichilirlo. I personaggi di Elle sono guidati da questo filo conduttore, l’abisso che si apre sotto di loro, l’abisso dal quale tentano di scappare chi non la volontà di dimenticare in ogni modo, con alcol, sesso, droga o semplicemente la voglia di negare le proprie ferite.

Eppure, al pari del racconto di Babablu laddove la moglie disubbidiente tenta di nascondere la chiave che apre la stanza degli orrori, ma essa continua a urlare e sanguinare, il male non può assolutamente venire ignorato.

Le ferite pulsano, hanno storie da raccontare e insegnamenti da donare.

Hanno voci che non possono essere azzittite e quelle voci accusano la nostra società dei peggiori misfatti, uno dei più terribili è quello di lasciare i giovani prede degli orchi.

Di uccidere la speranza e la purezza, i sogni e la possibilità di essere felici, perché cosi senza l’energia dei ragazzi, tutto è più controllabile.

Ecco che i personaggi minori, ma oserei dire le forze motrici dei suoi libri, sono pedine in mano ai crudeli signori della banalità. Sono lacerati, vilipesi, feriti, massacrati e violati. Sono li eppure invisibili ai nostri occhi. Cercano la via di fuga e una mano per uscire da quell’abisso ma nessuno ascolta, nessuno tende il braccio verso di loro.

E restano li, a ferirsi e tentare di morire dentro.

Ma è in quell’istante id puro abbandono, di una notte più nera della pece, che lo sguardo si alza per un ultimo addio e vede le stelle.

Ecco che il dolore si trasforma grazia alla nostra umana capacità di sopravvivenza in speranza. Ecco che le stelle ci illuminano facendoci desiderare, anche se sembra un desiderio colpevole, di abbrancarle, di farci scaldare il ghiaccio del cuore dalla loro luminosità. E in quel momento i bivi irrompono nella visuale accecata da troppe lacrime, capaci di lasciare solchi aridi sul viso. E’ in quegli attimi che è possibile cambiare la vita, e redimere tanto dolore e trasformarlo in rabbia, in amore, in voglia di riscatto. In opportunità. Perché la vita è una madre che ci vuole felici. E sa quanta strada dobbiamo fare per liberarci dei vermi che vogliono rosicchiare la nostra interiorità.

Ecco che chi ha perduto se stesso, ritrova forse un volto diverso, meno perfetto, segnato ma luminoso come le stelle che desidera mangiare per tenerle dentro di se. Ragazzi che si sono fermati auto punendosi.

Ragazzi che hanno preferito isolarsi invece di affrontare il costo della vita.

Ragazzi che divengono donne e uomini, modelli per tutti voi, che avvertite il dolore nei muscoli, quando iniziate la salite.

Questo libro, prezioso e potente, vi promette che dopo la fatica sarà possibile sostare sulla montagna, osservare l’orizzonte e accorgersi che i draghi che ci facevano tanta paura, rispetto a noi e alla corazza che ha creato il dolore, possono essere sconfitti perché fragili e inesistenti.

E grazie al dolore capisci che oramai sei un uomo e loro, sono un cazzo di niente.

A cura di Alessandra Micheli 

“Cosi allegre senza nessun motivo” di Rossana Campo, Bompiani editore. A cura di Alessandra Micheli

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Arrivata ai 43 anni, libera e piena di obiettivi, mi sono scontrata con un mondo che non accettava la libertà di decidere della mia vita interiore e sentimentale.

Ero una donna.

E per quanto fossimo oramai vicini al 2020 venivo comunque osteggiata in tante mie decisioni, da una tradizione culturale dura a morire.

Senza figli, senza il desiderio di un uomo che mi accudisse, ma piena di sogni e di ideali divenivo politicamente scorretta, un pessimo esempio per delle generazioni che si mantenevano e si sentivano sicure soltanto con catene ai polsi.

Ogni mia compagna di scuola aveva o era stata costretta a rinunciare ai suoi sogni: l’università lasciata a favore di una famiglia imposta ad esempio. Un desiderio di cultura accantonato per rappresentare una donna serena ma perfettamente allineata, senza tanti grilli per la testa, figurarsi il pensare o addirittura partecipare alle discussioni di politica. L’Amore per libri doveva dirigersi verso generi precisi, quelli che non invitavano certo alla ribellione contro lo status quò.

Ma anzi in modo subdolo e pernicioso reiteravano i valori imposti da chissà chi.

Troppo spesso mi sono sentita dire che dovevo leggere romanzi adatti alla mia età e al mio genere, come se i trattati di filosofia di Kant fossero a me preclusi per qualche oscuro tabù.

Leggere il libro della Bompiani cosi allegre senza alcun motivo, è stato un urlo di libertà.

Quasi similare a quello che lanciai leggendo il secondo stesso di Simone di Beavoir.

Un libro che mi spingeva a essere donna prima di sentirmi donna, come se essa fosse un fatto culturale e di scelta, non solo biologico e genetico. Un processo di crescita e di acquisizione non tanto di una saggezza costruita mattone su mattone con l’esperienza, ma un preciso cammino di consapevolezza psicologica del mio valore a prescindere dalla presenza di un utero e di un seno.

Sono parole forti per voi vero?

Ma io e la Campo vogliamo svelarvi un segreto: noi siamo donne a prescindere dalla nostra utilità sociale.

Arrivate alla soglia della menopausa, quando ci sentiamo rifiutate dalla società perché incapaci di contribuirne al benessere e alla crescita (come se in mancanza di un sistema riproduttivo non fossimo oramai inutilizzabili, siamo donne cazzo non vacche) è il momento della vera rinascita: il momento in cui decidiamo liberamente quale sentiero percorrere.

Ascoltate bene queste parole, perché per me sono state una sferzata di adrenalina:

perché ogni volta che a una donna veniva voglia di prendere in mano la sua vita, ogni volta che non le andava più di stare in casa a fare da serva al marito si diceva che era un’isterica.

Ecco cosa comporta il nostro essere donne: oscillare tra un’ossessione di seduzione a un’accusa infamante di isteria.

Eppure, siamo creature magiche, capaci di profonde emozioni, di empatia, capaci di profondi slanci immaginativi, capaci di vivere l’arte non solo di crearla, capaci di demolire e di sprofondare nell’abisso eppure capaci ancora di alzare la testa fiere e contemplare il cielo.

Le protagoniste durante la lettura diventavano mano a mano non solo delle amiche, ma altrettanti parti di me stessa.

Io ero loro e loro erano me, e io ero al tempo stesso tutte le donne, quelle liberate e quelle ancora legate.

Quelle che oggi vivono l’età più bella, quella in cui non ti frega più nulla delle convenzioni, quella in cui potresti volare libera come un gabbiano e quelle che invece sono rannicchiate su se stessa, tremanti e disperate:

possiamo dire che c’è qualcosa che succede con l’inizio della menopausa, una specie di colpo di reni dell’inconscio femminile, delle nostre energie profonde, è come se la natura ti dicesse senti cara, ora non devi più fare da mucca riproduttrice, ora puoi occuparti di te, va pure tesoro, chiudi il gas e divertiti.

Ecco cosa dobbiamo fare.

Nonostante il dolore, nonostante i soprusi, nonostante gli atroci abusi che la donna VIVE ogni santo giorno, anche oggi in questo tempo apparentemente progredito, noi possiamo sempre rialzare la testa, perché seppur spezzettate, lacerate e distrutte siamo altresì capaci di guarirci, di ristrutturarci in forme sempre nuove, di morire per poter rinascere.

Di combattere l’ottusità con una risata per molti scomoda, per molti inquietante, ma un inno ribelle che, al pari delle trombe di Gerico, abbatte i muri.

Di abbracciare la Dea oscura e trarre da essa nuova linfa vitale

Nei sotterranei è racchiuso tutto quello che non ci piace di noi stesse, quello che ci hanno insegnato a rifiutare di noi.

Ho capito, ho detto, un po’ in ansia.

E quello che troviamo vergognoso, o minaccioso.

Perché?

Come perché? Tutto quello che ci hanno sempre detto che era sbagliato, che non

potevamo fare, che era peccato, e a farlo saremmo state le donne cattive.

Sì?

Tutto questo è il nostro oro, sono i nostri diamanti, e io dico che dovremmo riportarli alla luce.

Cosi allegre senza un motivo è un racconto di donne, per le donne. Un racconto della forza catartica dell’unione femminile, della forza curatrice delle chiacchiere e persino della rabbia che riesce a spurgare le scorie e rendere le ferite meno purulente.

E’ la risata che rende il carnefice disorientato.

E’ quella capacità di piegarsi ma di restare integri, di proteggere la proprio anima.

Come disse La Pikola Estes è il vigore della risata tra donne, il vero potere femminile, quello che poi ci fa cambiare prospettiva e vedere gli eventi anche traumatici da una distanza diversa, da un angolazione capace di spezzare quella catena millenaria di sottomissione.

Sono donne come noi, fragili e forti, incazzate e al tempo stesso sognanti, innovative e antiche.

Sono le nostre nonne, le madri, le zie e le figlie.

Raramente un libro mi ha rapito cosi, gettando i suoi semi dentro la mia anima e so che germoglierà un’identità diversa, facendomi essere nel mondo ma non del mondo.

“Brindiamo.

A cosa? A noi donne selvagge che nonostante tutte le nostre battaglie, siamo ancora qui,

simpatiche sorridenti e unite”

“Pleistocenica” di Giuseppe Calendi, Antipodes editore. A cura di Alessandra Micheli

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La storia quella vera, quella fondamentale per lo sviluppo umano, è quella che non si conosce.

O che, per la difficoltà nel reperire fonti è poco conosciuta.

Conosciamo dati, accadimenti, usi e costumi di ogni epoca. Siamo consapevoli del contrasto di luci e ombre di tanti e contestati periodi storici ma ci sfugge, ed è un dato allarmante, come tutto è iniziato. Pertanto, la vera indagine dovrebbe iniziare nei meandri del buio della preistoria, pre, appunto, prima che iniziasse il percorso in discesa e in salita della nostra evoluzione.

Inutile negarlo.

Il percorso umano è iniziato dal caos, dal tempo in cui ominidi si misero a cercare qualcosa di più del semplice procacciarsi da vivere.

Per divenire umani al 100% bisognava passare dalla sopravvivenza alla vita, per innescare una serie di comportamenti e di attitudini che daranno poi il colore ai tempi che furono.

Come iniziò tutto?

La scopetta di utilità semplici come gli utensili, ma persino l’agricoltura e la pastorizia, per non parlare delle prime forme d’arte che, dalle caverne buie, ci appaino come testimonianze di quanta creatività immaginativa possiede l’uomo.

Ma, sopratutto, di quel bisogno del sacro che ci ha accompagnati, volenti e nolenti, persino quando esso apparentemente veniva rifiutato, lungo il nostro umano e mortale tragitto.

E’ dall’arte, dunque, che nacque la filosofia e la religione, ed è da queste due introspezioni che l’uomo iniziò a comportarsi in modo meno selvaggio e caotico per iniziare a incidere direttamente sul mondo.

E plasmarlo cosi come lo conosciamo.

Ho accolto Pleistocenica con un sorriso, sapendo molto bene i gusti e le ansie culturali di Calendi.

Ho avuto l’onore e il piacere di entrare nel suo mondo a cavallo tra onirico e reale con Introspezioni, il viaggio più emozionante che potessi fare leggendo un libro.

E la sua riflessione sul mistero mortale non si ferma ma continua, rendendo questo testo quasi un proseguo delle sue straordinarie e proficue interrogazioni che sfiorano la domanda che tuttora anima la nostra composizione artistica: cos’è l’uomo?

Calendi in Pleistocenica, trae conclusioni nient’affatto scontate, ma sopratutto pertinenti con la nostra attualità, quel tempo perduto (cosi viene chiamato il post moderno dagli intellettuali di oggi) che stiamo vivendo.

Un tempo di oscuri arcani che ci fanno sentire come incollati a una terra e a una società che non ci piace e che non sappiamo o non vogliamo cambiare.

Ecco che Calendi ci porta per mano attraverso l’istante magico in cui tutto ebbe inizio, come a ritrovare il bandolo della matassa e sbrogliare dei i fili che noi stessi abbiamo abilmente ingarbugliato.

Ecco che il senso del testo si stacca nettamente dalla creazione artistica a cui siamo nefastamente abituati.

Troppo intenti a trovare coerenza nelle trame, credibilità in un contesto che fa della falsificazione di un reale tentacolare che ci sfugge, troppo impegnati a seguire i dialoghi come se essi fossero l’essenza stessa del libro.

Calendi tutte queste puerili fissazioni le capovolge, mettendo al centro delle sue pagine il significato.

Ecco che dialoghi spesso assurdi, o onirici o eccessivamente “moderni” sembrano stonare con l’approfondita ricostruzione storica.

Invece no.

Essi sono semplicemente i mezzi con cui l’autore sottolinea a fissa dei concetti importantissimi per ogni studioso della preistoria che sa e conosce il segreto dei secoli oscurati dalla nostra prosopopea: l’evoluzione.

E’ dai tentativi che portano alle scoperte, dal caso trasformato in opportunità, da un lampo di genio che rende l’ocra rossa il demiurgo con cui immortalare feroci fiere, che si cela il segreto di adattabilità ma sopratutto del progresso che portò alla creazione dell’uomo sapiens.

E l’uomo sapiente, cosi come amo definirlo io, seppur vestito di pelli e quasi fragile di fronte alla vastità del creato, sapeva e comprendeva come certe azioni non erano altro che il modo in cui era possibile crescere, prosperare e vivere.

Ecco che la caccia diviene simbolica proprio perché legata al fattore vita/morte: vita perché il nutrimento permette non solo la sopravvivenza dell’organismo umano ma anche la possibilità della creazione di comunità stabili, intessute di fitti legami tra noi e l’altro.

Morte perché il suo successo o la sua riuscita dipenderà sempre dalla dipartita della preda.

Quindi, il profondo intenso legame che si instaura con la caccia diverrà esso stesso sprone per la creazione di sistemi ontologici riguardanti il variegato mondo del numinoso.

Proprio la caccia al cerco sarà la base di tante forme di religione basate sul sacrificio che conterrà in se appunto, il significato di fare il sacro, onorare l’invisibile e instaurare un patto di dare e avere con quella divinità preposta all’ordine cosmico.

Per l’uomo primitivo nulla sarà lasciato al caso, ma tutto acquisterà senso e significato rapportato con quell’ansia di scoprire e racchiudere l’essenza del numinoso.

Se per noi oggi la caccia è una forma di status sociale, o di modalità per eliminare dal proprio io la frustrazione, esecrata dai più, per quei tempi lontani non veniva assolutamente scissa dal sentimento religioso.

Ecco che ogni oggetto, dal gioiello, all’utensile, ogni forma che per noi è semplice intrattenimento diveniva, a differenza del nostro fallace mondo strumento propiziatorio e identitario.

Vi invito a armarvi di fantasia e di curiosità per andare a ritroso nel tempo, un tempo che sicuramente spaventa per la sua inafferrabilità e per quel suo essere quasi un tempo mitico, il nostro Tep Zepi e imparare a scoprire qualcosa in più di quest’immenso mistero uomo che oggi, stiamo relegando eccessivamente in un universo totalmente materiale, privandolo della sua magia e della sua perfettibilità.

 

“Fino in fondo” di Alessandro Orfeo, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

 

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Ti ho spiata ti ho imitata 
Ti ho persa e ritrovata 
Nel dolore, ti ho amata anche di più,

gente 
Anche se hai venduto l’anima 
Per sentirti meno anonima 
Riprenditi quel po’ di dignità

Renato Zero

 

 

Per buona parte della mia vita, fino ai quarant’anni mi sono sentita simile a una cameriera costretta, da un padrone invisibile, a portare un intero vassoio di bicchieri fragili di cristallo.

Portarlo non si sa dove, ma l’unica sicurezza era il terreno su cui camminavo, accidentato, pieno di fosse e irregolarità.

Il terrore atavico riguardava il pericolo di romperne solo uno, perché la punizione sarebbe stata terribile.

Non sapevo quale, ma potevo avvertire ondate di biasimo arrivare a folata dalle facce immerse in una strana nebbia.

Non le vedevo ma sapevo che c’erano e mi fissavano acute e attente a controllare ogni mio passo falso.

E molti dei bicchieri erano fatalmente di bicchieri incrinati.

Ed era il mio strazio.

Il mio incubo.

A ogni scheggia, l’abisso si schiudeva.

Si poteva chiamare vita questa paura costante?

Non era possibile fare null’altro che camminare con attenzione, concentrata su quel maledetto vassoio.

Finché un giorno, un vento forte, beffardo e crudele mi ha sfiorato.

Cosi impetuoso che non sono riuscita a stare in equilibrio.

E sono caduta, io e tutti i miei adorati bicchieri.

Frammenti di vetro sparsi per terra, con il coro di riprovazione su di me. Mi sono sentita incapace, giudicata, impaurita e restavo li rannicchiata a piangere sul disastro.

Allora, qualcuno, a un certo punto mi ha dato un nuovo vassoio e mi sono ritrovata a camminare.

Eppure…vedevo quei vetri rotti brillare grazie ai raggi di un sole che faceva capolino dalle nuvole.

E giochi di colori e arcobaleni si sprigionavano danzando sull’asfalto.

Che non sembrava più cosi impervio ma solo non monotono.

Tutti mi incitavano portare il vassoio.

Ma a me il vassoio infastidiva e volevo continuare a guardare le luce.

Cosi ho preso il vassoio nuovo, intatto e perfetto e l’ho buttato all’aria.

E sapete cosa è successo?

Nulla.

Nulla di nulla.

Vi racconto questa storia perché è il fulcro del libro meraviglioso di Alessandro Orfeo.

E in quel libro io mi ci sono rivista.

Anche io ho avuto le mie certezze spazzate via.

Anche io ho conosciuto abisso e disperazione.

Anche io sono scappata per ritrovare me stessa.

Sono scappata dentro di me e ogni anno vado nel mio posto magico a curarmi le ferite o a spurgare le mie scorie.

Anche io come il protagonista ho bevuto fino in fondo l’amaro calice. Eppure siamo entrambi rinati.

Abbandonando quel vassoio, abbiamo non solo trovato il nostro vero volto non nascosto da maschere, abbiamo ritrovato le nostre passioni. Rifiutate biasimate dalla società, dall’educazione e dal buon senso. Entrambi abbiamo scritto noi stessi su un foglio.

Entrambi abbiamo avuto un Joel capace di svegliarci da un lungo ipnotizzante sogno.

E iniziamo a pensare con la nostra testa e i valori con cui ci hanno intontito da piccoli..sfumano e ne abbiamo di diversi sicuramente più umani.

Spesso ci insegnano che l’amore va di pari passo con la sofferenza ma non si rendono conto di come sia ridicola questa ideologia, amore e sofferenza non potranno mai essere complementari…

E’ vero.

La sofferenza è solo una percezione mentale che ci invade quando qualcosa smuove il nostro io troppo spesso sopito.

E’ la perdita, è la mancanza che ci rende cosi fragili da permettere al nostro vero volto di togliere strato per strato.

Ma una parte dell’essere sociale non può permetterlo.

Svanirebbe e resterebbe solo una scintilla divina curiosa e leggera.

Nonostante le catene del mondo essa è libera.

Perché sa che non sono reali quelle catene.

E allora perché si soffre e ci si sente il cuore spaccarsi in due?

perché le persone hanno perso il valore di ogni piccolo gesto. Questa è una società malata. Guarda cosa ci viene insegnato ci dicono che bisogna sempre sacrificarsi per il prossimo, l’amore per se stessi viene annullato e se provi a manifestarlo sei considerato egoista. Come puoi amare qualcuno se non sei in grado di amare te stesso?

E’ una SOTRIA dove il dolore è semplicemente la porta attraverso cui rinascere.

E trovare la gioia dell’attimo presente, dove non esiste futuro né passato ma solo attimi in cui la vita brilla come un miracolo ai nostri occhi.

Ecco io vi invito a leggerlo questo libro, a viverlo.

A buttare per terra ridendo anche senza contegno, quel maledetto inutile vassoio.

“Mia” di Daniela Ruggero, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Mia di Daniela non è un libro facile.

Seppur poco avvezza al genere rosa o romance so, tuttavia, cavarmela abbastanza bene individuando ogni sfumatura utile per farvelo conoscere a voi lettori.

In questo caso non saprei dire se la collocazione sia esatta.

Certo c’è la storia d’amore, apparentemente romantica.

C’è un sano sesso che è però, non è messo tanto per attrarre come miele le mosche, ma è congeniale alla trama e alla sensazione della ragazza Mia, che si affaccia sulla scena sentimentale conoscendone sin da subito, la forza devastante.

O come la chiamo io la vischiosità di un sentimento totalizzante che spesso non per,mette una vera e necessaria differenziazione io e l’altro. L’amore adolescente è cosi.

E’ un sentirsi totalmente parte della stessa anima.

Anzi è il condividere un anima fino a sentirsi tremendamente parte dell’altro.

Perderlo è come soffocare, come sentirsi spezzati a metà.

Alzi la mano chi non ha conosciuto tale trasposto.

All’inizio è tutto meraviglioso.

Solo che la vita, molto più saggia di noi, non si aspetta che noi viviamo in questo bozzolo sicuro, la comfort zone, di turno.

Perché un amore assoluto basta a se stesso.

E basta a te.

Non c’è più altro da vedere, da sognare e da pensare se non il respiro dell’altro, la sua carezza, quel suo sguardo bruciante.

Se non l’estasi dell’unione.

E cosi arriva il dolore.

A insegnarci che siamo esseri diversi seppur complementari.

E’ il dolore, la perdita che ci fa maturare.

E il nostro ostacolo ma al tempo stesso l’opportunità di nascere.

E fidatevi nessuno nasce ridendo.

Tutti arrivano al mondo lasciando il caldo nido del ventre, quel mondo acqueo sicuro e confortante con un urlo di dolore.

Perchè l’aria sferza, le sensazioni e gli stimoli invadono il cervello con un rumore cacofonico.

Il dolore è secondo me troppo stigmatizzato in questo mondo.

Isolato, rifuggito come una bestia feroce.

Temuto e esorcizzato con troppi lieto fine.

Ma il lieto fine non ci educa a vivere.

Per nulla.

Non ci fa assaporare la vita, né i colori, né i sapori.

Il lieto fine, la mielosità di tante storie non temprano il nostro spirito. Non ci insegnano a alzare la testa, arrabbiarci, dire no e partire in cerca di un altra vita.

Mia lo fa.

Conosce l’estasi.

E impara che dietro essa esiste la colonna del rigore.

Che vita e morte sono strette in un abbraccio senza fine.

Che la vita non è la favola sognata da bambina.

E che in mezzo a questo abisso, soltanto allora quando ti sembra di non respirare, basta alzare gli occhi e guardare dritto il cielo.

E tornare a far parte di esso.

L’amore è una maledizione ma è anche la nostra benedizione.

Il biglietto di ingresso per la vita matura.

Perché in ogni storia iniziatica che si rispetti, e Mia lo è, non esiste la crescita di un albero senza che esso venga potato.

Non esiste la consapevolezza del dono dell’amore se non ci viene strappato.

Io sono convinta che solo perdendo si è in grado di apprezzare, fino in fondo, i doni che la divinità o il caso o come lo volete chiamare, ci regala. Mia è una storia di una bimba che diviene donna.

Lo fa perdendo se stessa.

Morendo e rinascendo.

E credetemi alla fine del libro Mia sarà molto più radiosa dell’inizio, quando rideva ingenua al sole.

Sarà più meravigliosa e terrificante nella vesti di Morrigan, colei che lotta per vivere, della dolce e tonta Biancaneve.

E vi auguro magari in modo meno traumatico, di essere tante Mie.

Cosi coraggiose da guardarlo negli occhi il dolore e sostenere lo sguardo senza esserne pietrificate.

Pertanto, è mio dovere ricollocare il testo nell’ottica del romanzo di formazione, concentrato sopratutto sulla narrazione dell’iniziazione femminile capace di portare la bimba verso l’acquisizione della maturità di genere.

Un sorta di modernizzazione della  fiaba la Fanciulla senza mani, classico esempio della necessità per una corretta crescita interiore, della perdita di un’innocenza conoscitiva verso il mondo delle emozioni e dei rapporti sociali.

 

 

“Cambio di rotta” di Angelo Garaffa e Monica Crivelli, La Strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

9788894822229

 

I bambini, i ragazzi sono la luce del mondo, non smettono mai di stupirmi e io non smetterò mai di credere in loro, di ammirarli e amarli

Monica Crivelli

Ho riflettuto molto su questa frase e sull’intero libro Cambio di Rotta.

E ho pensato molto a come raccontarvelo nel modo migliore.

Perché come sempre saranno loro, i ragazzi, i bambini a insegnarci la vita.

Noi cosi convinti di essere arrivati alla soglia della saggezza, perché pieni di responsabilità, di impegni e di un lavoro serio.

Noi che abbiamo messo da parte la fantasia e la capacità di stupirci.

E siamo ancora certi che è questa la strada migliore per crescere.

Per governare il mondo che un dio idealista ci ha donato, con la capacità di nominare e quindi far esistere tutto ciò che desideravamo.

Peccato che l’unico nostro desiderio sia dominare e sottomettere.

E abbiamo consegnato un mondo rovinato, un mondo in cui conta la voce più alta ai giovani e li educhiamo a imitarci, a divenire come noi, stronzi senza cuore.

Ne immaginazione.

Ma loro resistono.

Hanno i sogni e li stringono forte, si difendono dalla nostra aggressività, dalle nostre fandonie.

Dalle bugie e dalla nostra voglia di emergere, che nasconde una profonda tristezza, quella di chi l’istante magico lo ha del tutto perduto. Gli abbiamo consegnato un mondo distorto, storpiato, massacrato, deluso e incattivito.

Ma non smettono di coltivare quella purezza che diventa scudo contro la nostra idiozia.

Lo canta Vecchioni in Comici spaventati guerrieri e ce lo racconta nella bellissima prefazione, Monica Crivelli.

Parole che fanno venire i brividi, che strappano una lacrima e un sorriso, perché per me eterna fanciulla, è una speranza credere che i giovani non molleranno mai e continueranno a resistere sulle trincee dei loro valori. Ecco che per me, Cambio di Rotta, non è solo il primo libro di un futuro, grande talento.

E’ una lezione di vita, quella capace di non farmi perdere la strada che ho scelto, tra rabbia e stelle, accompagnata dalle loro limpide voci.

Non ci credete?

Eccone un esempio.

..avevo appreso quanto dietro i cambiamenti e alle situazioni che non vorremmo mai affrontare si nasconda qualcosa che ancora non sappiamo essere speciale per noi.

Dietro una semplice storia avvincente e piena di colpi di scena, si delinea un messaggio importante, appreso con facilità dall’autore ma ancora ostico per noi adulti.

Cambiare rotta non ci piace.

Uscire dalla comfort zone non è di nostro gradimento.

Angoscia nostalgia e terrore non fanno altro che ancorarci al consueto e all’abitudine.

Facendo si che i doni di un universo benevolo elargiti in continuo, capaci di donare alle nostre comode vie scossoni, smettano di essere accettati e compresi da questo stupido umano.

E sapete perché?

Perché noi tendiamo a dormire.

Come quando siamo in macchina e chiudiamo gli occhi mentre magari stiamo viaggiando attraverso boschi, scogliere e mari.

Dormiamo e magari sogniamo quello che desidera il nostro ego. Successo, lavoro, l’amore che dobbiamo meritare.

E ci perdiamo il volo di un gabbiano, una rosa che sboccia, il vento fresco che smuove gli alberi.

Senza la curiosità, la voglia di emozionarci e stupirci, il viaggio verso una meta qualsiasi è solo un eterno sonno.

Un lungo agghiacciante lento oblio.

Siamo prigionieri di una realtà illusoria che non ha il sapore meraviglioso né l’odore afrodisiaco della nostra dimensione.

E Garaffa lo sa.

Che dietro anche al cambiamento avvertito come sacrificio, esiste un motivo ancora più ampio, più grande della nostra piccola infima percezione umana.

Magari troviamo nuovi amici laddove non speravamo, troviamo nuovi stimoli nuove radici e una forza quella selvaggia del lupo che non ha paura del bosco di notte.

Cambio di rotta è tutto quello che serve per vivere davvero.

Basta spostare il focus dello sguardo per trovare tesori immensi.

Trovare significati sconosciuti e elettrizzanti.

E allora l’ego, la società e le sue delizie svaniscono e restiamo forse meno personaggi e più persone.

E ritrovare quelle emozioni che sembravano banali perché odiate dalle luci della ribalta, come l’amicizia.

Eh si troviamo scontato il proverbio chi trova un amico trova un tesoro. Ma se è cosi banale, cosi ovvio, perché non lo applichiamo nella vita di ogni giorno?

Perché la frase

la vera amicizia non muore mai

non diviene reale nelle nostre vite?

Perché a insegnarcela deve essere un ragazzo, quando noi siamo tronfi e sicuri che siamo noi a reggere le sorti dell’affranto universo?

Bei reggenti, se non diventiamo esempi e facciamo di quelle frasi “scontate” una realtà corporea.

Perché per noi amicizia non ha questo valore:

L’amicizia spesso si sceglie anche a costo di non arrivare primi per fermarsi ad aiutare o per arrivare ultimi assieme

Vedete per caso persone matura avere il coraggio di buttare il successo all’aria e mettere la cooperazione al primo posto?

Perdonatemi.

Io sono tre anni che vivo di letteratura e finora solo una ragazzo, un piccolo grande uomo ha messo questo valore della collaborazione senza finalità cosciente, al primo posto.

E quindi scusatemi se vi dico queste crude parole: davanti alla saggezza di un ragazzo di 13 anni, io mi inchino e gli dico grazie e delle vostre colte parole, della vostra maturità ci faccio un bel falò.

Preferisco di gran lunga la fantasia visionaria di Angelo