“Cuori Neri. Il direttore” di Simona Pino D’Astore, Graus edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non sono un’amante dei mondi virtuali, più che altro amo il mondo immaginario creato dalla letteratura e mi è capitato più volte, girando per i vicoli della mia disfatta ma fiera Roma, di essere Robin Hood, o l’impavido Edmond Dantes.

A volte ho bisogno di follia e divento un po’ Alice vestendomi, magari, nel mondo stravagante con cui ho sempre visualizzato il Cappellaio. Perfettamente definito, come se Burton fosse entrato nelle mie visioni, dal film Alice in Wonderland.

E quando ho voglia di un po’ di raffinatezza divento il dandy per eccellenza, un Dorian Grey libero da ogni convenzione, tanto ci sta un quadro in soffitta a patire per i miei sbagli.

Ecco.

Io mi sento grande divorando pagine di libri e di classici.

Forse mi invento, forse mi sento amata dalle dolci soffici mani di Mamma March.

Per questo non riesco molto a comprendere il mondo dei miei coetanei, o di tanti giovani che si identificano con una realtà brutale dalla quale rifuggo.

Mentre io faccio mie le massime di un triste Svevo, vedo post con aforismi presi nientedimeno che da Gomorra o da Rosy Abate.

Frasi di disprezzo per la legge, che fanno di semplici occhi spaventati o di menti frustrate dalla troppa arida quotidianità, dei veri guappi da manuale.

Ecco io questo vostro amore per il banale non lo comprendo.

Perché ritengo, e la Arendet mi è testimone, che la criminalità non sia altro che la faccia di una banalità del male, che pensa di rendere tutti rispettati, ma che li rende buffi e patetici burattini del potere che li manovra.

E leggendo il libro inchiesta da brivido, Cuori neri, queste domande sono tornate. Perché in questo testo sono mostrate tutte le facce dell’ignoranza, della povertà e dell’educazione che manca in quei “ghetti” inutilmente dannosi chiamati “quartieri a rischio”.

Come descrisse la bravissima Ela Zanel, raccontando del “quartiere”, al pari la Pino D’astore tratteggia quella mancanza di responsabilità della società che, per sentirsi proba, onesta, migliore, compassionevole, cristianamente dedita al bene, ammassa quel prodotto scarto del suo benessere in luoghi precisi.

Ecco i quartieri penosi, dallo Zen al Serpentone di Roma, ai famigerati quartieri di Scampia, all’orrore dei casermoni di Quarto Oggiaro.

E anche la nostra bella Puglia ha la sua maddalena da compatire e magari redimere. Luoghi in cui la violenza è un fatto di famiglia è una scarna eredità blasfema da regalare a figli non amati, non desiderati, a cui è stata strappata l’infanzia e quella purezza che del bimbo tanto incantò Pascoli.

È il luogo dei soldi facili, spesso costrizione di chi una parvenza di vita migliore non la concepisce, se non tramite le vie traverse dello Stato. L’illegalità in un paese che non si cura delle sue parti ma le lascia marcire, è quello che fu, per l’unità d’Italia il brigantaggio: uno Stato nello Stato promessa di, se non redenzione, di ricchezza e di riscatto. Un riscatto nel sangue, ma sempre meglio di una vita eterna da fallito, da vittima compiacente per far sentire meglio il santo di turno.

Ecco sfilare la voci di tanti, troppi uomini perduti.

Peccato che mentre raccontano il loro travaglio interiore, a perdere siamo tutti noi.

Complici di uno Stato sanguisuga, che per accrescere le pance dei mille coglioni che si siedono su poltrone di velluto, spreme le giovani vite, convincendole che la strada, l’unica giusta, è quella del crimine, della mafia e della camorra. E loro sono convinti di avere uno Stato padrone da combattere, uno Stato che non li considera né cittadini né esseri umani, che se ne frega della loro disperazione, di situazioni al limite della povertà. Guardiamo tanto all’Africa ma fidatevi, da noi in Italia siamo messi peggio, perché almeno in quei paesi un po’ di speranza, nonostante l’orrore, resta, noi non abbiamo neanche quella.

Perché dei paesi del terzo mondo se ne parla, dei paesi nostri, dei quartieri degradati, no. O almeno se non in campagna elettorale, quando l’Ercolino di Turno tuona contro l’insicurezza provocata da chi alla legge non crede.

E sapete cosa tira fuori di sconvolgente la D’astore?

Che la legge, il cui Stato deve esserne il protettore, viene violata non dalle organizzazioni criminali, bensì dallo Stato stesso. Ciancimino e i processi ad Andreotti ne sono la prova. Le commistioni tra mafia, camorra e politica sono all’ordine del giorno. Anche oggi al TG ho sentito di scambi di favori, appalti truccati, mazzette per chiudere un occhio, voto compromesso dall’incidenza di minacce dei settori dell’illegalità. Continuo?

Ma non ho ancora sentito una sola dannata voce che dicesse: “ora basta!” Solo protesta, ma proprio ora che ci sono le elezioni le raccontano. Voi, cari miei finti probi cittadini, non dovreste indignarvi quando vengono fuori le notizie di commistione mafia/camorra e politica, dovreste incazzarvi come bisce per queste notizie, perché ci sono questi tentacolari legami.

Io credo che quel re che siede panciuto sul trono e si nutre di noi, dei sogni, delle speranze, delle energie e dei soldi, debba essere spodestato.

E questo libro, specie alla fine, può aiutarci a farlo. Perché anche nell’orrore più nero esiste sempre la speranza di redenzione. Di redimere e amare così tanto la nostra terra da aiutarla ad alzarsi di nuovo, più bella e luminosa di prima.

Fatelo cadere questo maledetto, dannato RE!

Mentre il fucile urla fuoco tutto il giorno

volano avvoltoi nel cielo blu attorno,

avanza il battaglione, brilla il ferro e l’ottone,

e cadono sull’erba mille bravi cittadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

Mentre il cannone lancia lampi nel cielo,

rullano tamburi incalzano zampogne,

insieme nella polvere, sangue e sudore

e cadono sull’erba mille bravi contadini.

C’è un re, c’è un re che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

C’è un re, c’è un re

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa l’ultimo dono.

Una volta il brigantaggio era la reazione contro gli interessi dei ricchi, che volevano cambiare solo il suonatore e mai la musica.

Oggi è solo la mano sporca che spiana la strada a eleganti scarpe firmate. Lui muore, lui si sacrifica, mentre i maiali si ingozzano.

E vi rubano la libertà per cui tanti uomini hanno versato il loro sangue.

Omme se nasce

Brigante se more

ma fino all’ultimo avimmo a sparà

e se murimmo relate nu fiore

è na preghiera pe sta libertà.

Dove sta la vostra?

L’avete barattata per un Rolex?

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