“Terra d’ombra bruciata” di Valentina Nuccio, Le Mezzelane Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Dedicata a Taranto.

Ai mille morti dell’Ilva orrore e vergogna della nostra economia senz’anima.

Dedicata a chi non volge lo sguardo altrove 

A chi non ficca la testa sotto la sabbia.

Dedicata al Re seduto sul trono che decide chi vive e chi muore.

Si a a te che un giorno sarai spodestato dalla voce di una massa che diverrà popolo.

 

 

È con il vento che ci ammaliamo e moriamo.

La cosa assurda è che tutti sanno ma nessuno fa niente.

Non glie ne frega un cazzo a nessuno!» urla, battendo un pugno sul tavolo.

Certe tragedie italiane accadono e prosperano nel silenzio complice di ognuno dei suoi cittadini.

Che da partecipi del bene comune divengono isole marce, testimoni di un atroce processo di disgregazione dello stato.

Non può esserci, infatti, nessuno stato senza uno degli elementi principali che lo compongono: sovranità, territorio, popolo.

E noi, oggi in Italia non abbiamo popolo ma solo un’informe massa indistinta.

Ci obnubiliamo con libri melensi, senza etica, senza responsabilità.

Con programmi annichilenti il pensiero.

Con TG millantatori e creatori di un mondo distopico in cui i veri spauracchi sono i nuovi mostri, sono sempre l’altro, l’islamico, il cinese, il bracconiere.

Tutto questo per distogliere lo sguardo sulle nostre penose mancanze.

Ci stordiamo di vizi, ma sfuggiamo le virtù.

Ci diamo al piacevole oblio dei pettegolezzi; mai come oggi il gossip ci invade, mai come oggi le notizie false ci inebriano i sensi. Cosi da distogliere gli occhi rei di troppa colpa, sugli orrori della nostra politica o della nostra economia.

Ecco che ci accaniamo sul reality, sulle beghe finte dei politici che litigano come patetici attori di una commedia dell’arte che sa di stantio, reiterando un mondo in cui bene e male sembrano duellare, ma in realtà alla fine della farsa, si abbracciano sfiniti, sussurrandosi serafici “pure stavolta li abbiamo gabbati”.

Io non sono nessuno.

Non sono né influencer e dio me ne scampi.

Volervi rendere tutti idioti salendo sul piedistallo per manipolarvi sarebbe la morte della mia anima eterna.

E l’anima l’unica cosa che ho.

Non sono un’attivista.

Per esserlo dovrei scordare l’uomo a favore del sabato, diventare ossessionata e farmi guidare dal leader di turno, dalla pantomima del giorno divenendo inconsapevole burattino del sistema.

Sono solo un’eterna illusa, idealista, che tenta di non perdere il suo unico amico, la coscienza.

Sono dotata di una semplice penna, senza onore e senza gloria.

E ho deciso di non stare inerme a ballare la danza del Re di turno, quello che dal trono sentenzia il nostro ritmo, e scegliere di non stare in silenzio. E pertanto decido consapevolmente di dare voce non alle mie umili parole, frasi fatte, per non unirmi al coro dei morti viventi che invadono oggi i nostri spazi.

Ma dare voce alla forza del libro, una forza catartica, uno schiaffo al volto alla nostra idiozia, alla complicità di tutti coloro che accettano seppur con un forte senso di colpa, il sistema che ci costringe:

Noi dobbiamo scegliere se lavorare e morire di cancro o essere disoccupati e morire di fame. L’aria è appestata, il rosa del ferro colora le case, gli indumenti, tutto!

Un paese civile non usa l’economia come un ricatto.

Non fa i soldi sulla pelle dei bambini e dei componenti del suo stesso patto costitutivo, la sua origine, il suo scopo, la sua stessa essenza.

Un paese civile non costringe mai il suo componente, l’altra parte di se a scegliere.

Perché sa che ogni filo spezzato spezza l’intero arazzo.

Un paese civile non gode nel lusso mentre i suoi figli muoiono.

Un paese civile non sceglie la morte, perché nasce per garantire la vita. Un paese civile, anzi uno stato che nasce per garantire i bisogni di vita non solo di sopravvivenza di ogni persona, per garantire l’armonica cooperazione di soggetti che da lupi affamati, divengono uomini capace di cooperare, non permette che il soddisfacimento degli stessi diventi morte.

Un paese civile non vive di sensi di colpa e non si imbottisce di eccessi per attutirlo.

Un paese civile non concepisce una città:

stuprata da pirati che vivono e ammucchiano altrove i frutti delle loro scorrerie.

Un paese civile non elegge come rappresentanti depositari del potere del popolo:

imbarcazioni che battono la bandiera con il teschio e le tibie incrociate non vengono d’oltremare, ma dai centri di potere.

Un paese civile non sotterra la testa sotto la sabbia di ombra bruciata, lasciando morti lungo il cammino.

capisce di aver vissuto in una bolla, senza avere la

minima idea di cosa significhi perdere una persona. Perderla in un modo atroce.

Un paese civile forma persone che con orgoglio e fierezza rispettano l’altrui dolore e scelgono:

Ciascuno nel suo piccolo, dovremmo tutti andare avanti con fiducia e soprattutto dovremmo cambiare il mondo con gesti concreti. Lo dobbiamo fare per lui e per tutti i bambini di questa città dimenticata dallo Stato.»

Allo stato ho sempre creduto.

Ho creduto alla necessità del patto con cui il cittadino, ossia la massa convertita tramite l’acquisizione della coscienza dei diritti come dei doveri, della responsabilità a una vita dignitosa senza affanni e senza sopraffazioni, decide di unirsi e puntare i propri occhi verso l’orizzonte della libertà.

Non importa di che colore esso sia.

Che decide di tutelare la proprietà privata, ma sa quando cederla per il bene comune.

Io credo allo stato che protegge i suoi componenti e consapevole di questa sua funzione non domina e coopera con altri stati, con lo stesso obiettivo.

Io credo ancora allo stato che usa le fabbriche e l’economia non per arricchirsi ma per far prosperare tutti, non solo i pirati.

Credo nello stato che non fa patti scellerati con essi ma li combatte, e se riesce li redime reintroducendoli nel loro territorio.

Credo nello stato.

Che non si azzarda a :

Chi mi sfama, mi ammazza in silenzio, nel placido assenso generale. Tutti si fanno i soldi, con il nostro acciaio e sulla nostra pelle.»

Io credo nella descrizione hobbesiana che vuole creare persone dai soggetti indefiniti e nebulosi nutrendo l’altro lupo, quello che non ringhia ma ulula felice alla luna.

Io credo nella cooperazione necessaria, laddove:

Ognuno di noi fa qualcosa, se ciascuno di noi non starà fermo a guardare il proprio orticello, beh, forse chi ha perso qualcuno si sentirà meno solo. Insieme il dolore è più sopportabile»

Io credo anche sei corvi che volteggiano attorno al re di turno mi deridono, e mostrano scene raccapriccianti di malati, e idealisti sacrificati sull’altare di Mammona.

Credo e uso questo libro come scudo contro tutti voi che siete solo complici di questo disastro, voi che non agite ma vi sentite speciali solo per una condivisione di un post, solo per una strana scelta alimentare, solo per un becerare inconsulto sul web.

Voi che in fondo siete lassisti ogni volta che date alla luce un libro che addormenta, che non educa, che inneggia il sistema che ci distrugge. Perché un libro è qualcosa di diverso da un mero svago finto emozionale. I libri devono far emergere rabbia utile, indignazione e azione:

Oggi un libro può fare la funzione della torre: trasmettere il grido, suscitare volontà di difesa e forza di riscatto. Come si legge in una delle pagine: quell’area maledetta un giorno sarà trasformata in parco giochi. Non ho misurato la temperatura corporea, prima di leggere. Al termine so lo stesso ch’è aumentata, segno che l’organismo ha alzato le sue difese e ha deciso di battersi.

Erri De Luca

Grazie Valentina Nucci, perché leggendo te i miei occhi sfavillano e la mia penna continua a urlare.

Ho solo la penna come arma.

E continuerò a imbracciarla come un fucile

 

 

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“Nessuno al posto tuo” di Erika Zerbini, Panesi editore. A cura di Francesca Giovannetti.

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Una storia di violenza e riscatto, dannatamente attuale e cruda, fin troppo reale e diffusa.

Un amore violento e annientante, che distrugge anima e corpo di chi subisce, come sale sparso su terra.

Gioia è il nome della protagonista e il nome scelto è rivelatorio.

Ogni essere umano può essere gioia, ogni essere umano può spegnere la gioia, ma è vitale, nel senso letterale del termine, che il soffocamento della gioia sia transitorio, è vitale che la gioia possa trovare un sentiero che la conduce all’uscita di una foresta piena di rovi e insidie. Perché il percorso della rinascita è difficile, colmo di ostacoli, seminato da false piste che sembrano condurre alla luce ma che in realtà portano nuovamente al punto di partenza.

Due sono le affermazioni dalle quali l’autrice inizia questa opera che può definirsi “cammino”, “percorso” verso la vita.

Non si può salvare chi non vuole essere salvato.

Nessuno si salva da solo.

Affermazioni crude e lapidarie, ma vere senza ombra di dubbio. La domanda è : veramente una donna non vuole essere salvata? La risposta è NO. La donna anela alla salvezza, chiede ossigeno, ma è il terrore che la trattiene, la paura di essere additata, l’incertezza del futuro, il timore della reazione dell’uomo. Tutti questi elementi ingannano e superficialmente si commenta. “avrebbe potuto denunciare…avrebbe potuto parlare…”

Questa è una seconda forma di violenza con la quale le vittime devono fare i conti. E quando si è già vittime di una prima forma di violenza…beh’…non è tutto così scontato e lineare.

Ma Gioia supera l’ostacolo. La nascita del figlio è la leva che accelera la presa di consapevolezza. Gioia è madre, è responsabile non solo di se stessa, ma di un essere indifeso, che non ha chiesto di venire al mondo ma che ha il diritto di starci nel modo migliore possibile. Gioia è un’eroina moderna, piena di incertezza, sola e impreparata …e chi di noi sarebbe pronta? Viene da chiedersi. Ma riesce a riconquistare una vita degna di essere chiamata tale.

L’autrice racchiude in meno di duecento pagine un percorso tormentato e difficile e l’opera descrive i passaggi fondamentali della presa di coscienza e della rinascita. Si arriva velocemente al termine della lettura ma bisogna fare bene attenzione allo scritto. Divorando pagina dopo pagina, come accade con questo stile scorrevole e fluido, è necessario porre l’accento sui tempi reali che occorrono per raggiungere il traguardo. Possiamo leggere il libro in tre giorni, ma l’arco di tempo descritto è dolorosamente più lungo.

Anni di soprusi, mesi per prendere una decisione.

Un libro di denuncia e di speranza, che “scava” dentro gli aspetti più nascosti e meno piacevoli. Un libro importante, di quelli che ti cambiano.

“Stormhaven. Whiborne & Griffin #3” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una cosa è certa: la bravissima Jordan L. Hawk non è solo una maestra ad intrecciare le trame.

E’ molto di più.

E dopo il terzo libro della serie Griffin e Whiborne ne sono più che mai convinta.

Lei elogia quella forma di arte che, attraverso azioni, adrenalina e amore scioccante, elargisce anche stimoli al pensiero e alla riflessione.

Per questo a volte mi indigno quando i suoi meravigliosi libri vengono letti soltanto come un ottimo e adorabile urban fantasy, o peggio un rosa con l’orrenda dicitura MM.

Come se l’amore fosse bisognoso di etichette.

L’amore è amore, e poco importa quale sia l’oggetto della vostra passione, se l’arte, se l’ideale, se un uomo se una donna o persino un adorabile gatto.

E’ quella forza che ci fa essere miglior agli occhi dell’altro la vera, unica magia.

E’ quella capacità non si superarli soltanto, ma di accettarli i nostri limiti, di scavare in fondo all’insicurezza mettendo, per la prima volta forse nella nostra vita, l’altro al primo posto e non la mera soddisfazione dei bisogni.

L’amore eleva l’animo, gli dà nuova linfa vitale, gli dona il respiro e una lacrima di pura compassione per lenire e guarire le proprie orrende ferite interiori.

E’ questo è l’amore celebrato nella saga.

Ma a me, personalmente interessa altro.

Elementi che l’autrice sparge con astuta consapevolezza dietro il velo dell’avventura e dell’esoterismo.

E sono quelli che smuovono qualcosa di assopito dentro di noi, chiamatela coscienza, chiamatelo impegno civile o tendenza ad abbracciare gli ideali.

E attenzione.

Sono gli ideali e non le ideologie, religiose, politiche o economiche, baluardi al servizio dell’uomo, quei muri che ci proteggono dalla sfrenata ambizione di chi, alla sua umanità rinuncia per sedere sul trono del re potere.

Stomrhaven affronta uno dei discorsi più complessi e più vergognosi della nostra civiltà: la pazzia.

Per secoli e fino ad oggi, il pazzo è un pericoloso deviante che mette a rischio l’intera impalcatura sociale.

Ogni forma di distorsione mentale da quella meno pericolosa a quella addirittura curabile, sono visti come orribili demoni da combattere.

O, peggio, da ignorare.

Seppur vero che alcune forme di nevrosi rendono il malato un pericolo per se stesso e per gli altri e vanno assolutamente curate, mi si conceda un pensiero: le altre sono semplicemente diverse visioni della realtà aborrite dalla società moderna.

Da sempre aborrite oserei dire.

Cosi il pazzo che sogna, che si rifugia nel mondo onirico, che è un eterno bambino, viene visto male perchè….improduttivo.

Accadeva nella fine ottocento e fidatevi, accade anche oggi.

Non a caso la dicitura per un cervello che risponde e si connette con altre frequenze diverse da quelle ritenute consone alla normalità, è di handicappato.

Come se l’affronto di essere connesso su altre frequenze del pensiero, su altre dimensioni mentali fosse davvero una limitazione.

Oggi, il pazzo è il menomato e stenta a farsi strada la dicitura più coerente e più obiettiva di diversamente abile.

Diverso, non menomato, non incapace, non difettoso.

Semplicemente qualcuno con abilità cognitive e mentali aliene dalle nostre.

A cui dovremmo approcciarci con curiosità e non con senso di superiorità.

E’ quella convinzione di essere migliori, i dominatori, i depositari di una genetica vincente che stimola il pensiero a relazionarsi con il mondo, nel senso della finalità cosciente.

E ci rendesse autorizzati a manipolare, sperimentare e usare quei cervelli inferiori.

Che appunto perché incapaci di essere utili, sempre in senso produttivo, alla società, almeno possono essere sacrificati per la conoscenza scientifica.

Di sperimentazioni del genere la storia trasuda esempi.

E Stormahaven ce lo mostra in tutto il suo orrore.

Non a caso la volontà di asservire un antica divinità marina, è un simbolo potente.

Nel libro, il dio dei mari e quindi dell’inconscio e degli impulsi oscuri, non sale in superficie perché reo di causare un caos distruttivo.

Esso si limita a osservare il mondo reale e a bearsi delle meraviglie di una realtà cosi diversificata e cosi variopinta.

E’ presente ma non prende mai il posto di dominatore.

Lo scienziato folle, cosi come fece l’orribile dottor Mengele tenta di utilizzare per finalità mai nobili, queste forze inconsce.

A volte giustificando i propri esperimenti inumani, altre per trovare sempre nuove forme di manipolazione del pensiero, utilizzando proprio, per i più turpi esperimenti, coloro che sono considerati non solo senza diritti, ma persino scarti civili.

Ecco che il folle diviene l’uomo senza diritti, tolto di mezzo perché reo di sconvolgere le concezioni rigide di una società che, per mantenersi, doveva scacciare l’immaginazione dai suoi valori.

E negare ogni realtà immateriale.

Ecco che Griffin stesso diviene simbolo di quella corsa sfrenata a soffocare l’orrore sotto il perbenismo silente, complice delle forze distruttive che, ogni morale società, espelle come scorie nocive.

Lungi dall’esaminarle e dal conoscerle preferisce seppellirle.

Perché vedete, non sono i mostri, non sono gli alieni, non sono antiche divinità il vero pericolo.

Ma chi le evoca per fini ignobili come quello dell’interesse.

Economico, politico o di sopraffazione.

Ecco che il vero squilibrio di Stormhaven, cosi come il disastro provocato negli altri due libri è sempre e solo l’insensatezza di un uomo che, in realtà, non si accetta.

E non accettandosi in tutta la sua umanità, non riesce, davvero, a vivere.

 

 

“Whiborne e Griffin #2. Thresold” di Jordan L. Hawk, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Pensate che stia succedendo davvero qualcosa di strano a Threshold. Qualcosa di sovrannaturale, come dite voi.»

Eccomi estasiata a raccontarvi la seconda avventura dei miei amici Griffin e Whiborne.

E la indomita Cristhine, una donna che mai come in questo testo sfida le convenzioni.

E ancora una volta la magica penna di Jordan compie un miracolo. Non è solo capace di farci provare il brivido del terrore, di emozionarci raccontando la delicata storia d’amore puro tra i due protagonisti. Ma va oltre rendendo il libro un degno erede del romanzo sociale, l’unico in grado, attraverso il racconto di epoche oramai lontane, di focalizzare la nostra attenzione sulla società odierna.

E si comprende come il trascorrere del tempo, in fondo, non ha davvero modificato gli assunti culturali che stanno alla base della nostra umana esperienza.

Ci troviamo nelle miniere di Threshold, luogo che garantisce il benessere dell’elite e sfrutta senza pietà, chi deve sopravvivere in un mondo totalmente squilibrato.

Si sfrutta il territorio e le ricchezze minerarie, a costo e a discapito di vite e famiglie, costrette a vivere in città nefaste, nere come la polvere di carbone sprigionata dagli scavi.

La montagna perde la sua maestosità e viene violata, da uomini che del rispetto per la natura, ne hanno fatto limite da superare.

Conta il guadagno, conta il business anche quando significa estremo sfruttamento delle risorse.

Stupende e piene di amarezza sono le descrizioni dei luoghi, capaci di infondere quel senso di abbandono di chi alla sua sanità sacrifica un effimero finto benessere: 

Le cime bloccavano la brezza che soffiava da ovest a est, lasciando l’aria stagnante e immobile. Le zanzare ronzavano sopra le pozze d’acqua nelle strade non lastricate, e il sudore mi pizzicava sotto al colletto. Avrei tanto voluto un po’ d’ombra, ma la completa mancanza di alberi dentro la città la rendeva una speranza vana.

Man mano che ci addentravamo a Threshold superammo l’emporio, la chiesa e la clinica medica. Oltre a questi c’era qualche altro negozio, poi si entrava nella parte principale della città, dove vivevano i minatori. Le case erano ammassate le une sulle altre per necessità, considerata la strettezza della

valle, e ognuna era identica alle altre. Alcuni residenti si erano dati da fare: una casa era appena stata ridipinta di giallo, mentre sul davanzale di un’altra c’erano vasi pieni di fiori malaticci. Molti avevano tentato di coltivare degli orti, ma nessuno sembrava più rigoglioso dei fiori, come se nella terra o nell’acqua ci fosse qualcosa di marcio. Considerando che il torrente era poco più di una fogna a cielo aperto, e aggiungendo il fatto che dalla miniera soffiavano esalazioni malsane, non era difficile crederlo.

L’aria pesante puzzava di acque fetide e carbone bruciato. Come il giorno prima, i forni per il coke emettevano uno spesso sudario di fumo mefitico che smorzava la luce del sole, trasformandone il colore da un oro brunito a un grigio acquoso. Un sottile strato di cenere e polvere di carbone copriva ogni cosa, compreso il bucato steso ad asciugare tra una casa e l’altra. Alcuni bambini piccolissimi giocavano per le strade, insieme a un assortimento di galline, papere e oche. Superammo un gruppetto di maiali macilenti che scavavano nell’immondizia e che ci guardarono con occhietti ostili

E’ strano e quasi commovente osservare come l’uomo, anche nelle peggiori condizioni, faccia diventare casa anche il luogo più malsano, come alla costante ricerca di una sottospecie di stabilità e di quotidianità. Ecco che, in questi luoghi davvero nebulosi e oscuri, i bimbi giochino senza rinunciare alla loro spensieratezza, mentre i genitori sono costretti a divenire automi senza sogni.

Beh signori miei non è questo il lavoro.

E non è questa la dignità umana che dal lavoro dovrebbe emergere e rafforzarsi.

E cosi la montagna sfruttata, diviene la livellatrice dei popoli. L’insensatezza del potere economico senza limiti, troverà il suo stop proprio dal mistero che dorme nei recessi e nel cuore di Thresold.

E se volete capire che orrore stavolta si cela nel mondo ctonio, basta usare l’etimologia del titolo.

Perfetta triskell che non ha voluto assolutamente tradurlo in italiano, lasciando intatta la sua tentacolare natura:

Threshold significava “soglia”. Una soglia verso dove? O verso cosa? Per quanto ne sapessi, ai lati della valle non c’era altro che natura selvaggia, come nella zona dove era stata costruita la città fino a poco tempo prima.

Ed è proprio il voler osare dell’uomo, quel suo non rispetto per la soglia, lo sprofonderà in un incubo agghiacciante, laddove forze aliene si faranno beffe della stupidità umana e non avranno rispetto per la loro dignità, trattando gli uomini come gli uomini stessi trattano la natura: oggetti da esaminare, burattini da manipolare e da logorare.

Facendoli diventare grotteschi abomini.

Del resto non è quello che facciamo noi di solito al mondo, ai simili e alla natura stessa?

La soglia è oramai oltrepassata, con disprezzo e spudoratezza.

E nella notte più oscura che possiamo mai immaginare, le caste sono totalmente distrutte, il muro tra dominati e dominanti è abbattuto, ricordandoci che al pari dell’ecosistema e della fauna da noi tanto disprezzata, agli occhi di qualche aliena civiltà con meno scrupoli di noi, non siamo altro che fastidiosi insetti da schiacciare.

Ma proprio nel momento in cui la morte abbraccia tutti, in cui diviene a livella di Toto, allora scatta qualcosa che fa davvero la differenza: l’unione. E in questo testo che celebra la storia più atroce della nostra economia, quella delle miniere, quella che ancor oggi provoca morti e malattie, viene al pari passo celebrato come compensazione la forza della collettività.

E dell’equità.

E un monito: non va solo rispettata la terra e l’intero universo da noi indebitamente abitato, ma persino il lavoro.

Perché sfruttati e sfruttatori alla fine rischiano di diventare soltanto carne da macello.

Canto la rabbia e l’amore dell’uomo che è stato vinto canto l’uomo respinto non l’uomo vincitore Canto l’uomo perduto l’uomo che chiede aiuto l’uomo che guarda  nell’acqua del fiume dove l’acqua conduce L’uomo che accende una luce o quello che trova la voce Canto l’uomo che è morto non il Dio che è risorto canto l’uomo salvato non l’uomo sacrificato

Lucio Dalla

“Victorian Solstice” di Federica Soprani e Vittoria Corella, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Doveva capitare prima o poi.

Non certo una caduta di qualità dei libri da me recensiti, ma quel testo capace di mettere alla prova il mio animo, divenendo la mia spina nel fianco.

E’ capitato e ironia della sorte ne sono estremamente felice.

Perché se l’anima di un blogger non vibra più, non sente l’emozione ne il fiato sul collo del volume che sta recensendo o leggendo, significa che la sua anima è inaridita, le sue orecchie otturate e ha dato tutto ciò che poteva dare.

Allora è il caso di fare un inchino, sorridere e volere via.

Perché la magia si è interrotta.

Invece, faticare per una recensione significa emozione, sensazione, adrenalina e voglia di scoprire ancora, di sollevarle le pagine e scrutare oltre le parole alla ricerca del senso che sfugge.

E cosi come un segugio, scodinzolante tra l’altro, sono andata a scontrarmi con Victorian Solstice.

Totalmente irriverente, totalmente scomodo, totalmente refrattario alla mie aspettative, tanto da sbeffeggiarle con quel cipiglio cosi fastidioso.

Arrivi ma non mi prendi” diceva.

E io a inseguirlo con più tenacia che mai.

E poi oggi, mentre scrivo, una giornata di splendido sole, cosi totalmente differente dal contenuto scabroso e inquietante al limite della blasfemia, del testo.

Un testo capace di scioccare, capace di prenderti la testa e costringerti a vedere le verità che neghi.

Che sfuggi perché sono orrende, sono troppo per chi alla bellezza ci crede fermamente, quasi come un appiglio per non affondare nella melma.

Perché per quanto una come me al fango sfugga, sfugga alle fogne che sono nascoste sotto il nostro perfetto mondo civile, le avverto.

Il loro fetore si confonde con quegli odori primaverili, con quelle sognanti immagini di vacanza, di lune incantate, di mari tempestosi, di odori afrodisiaci di legno bruciato.

Dietro esiste la porta oscura, in ogni città, in ogni anfratto apparentemente dipinto con rose dall’effluvio soave.

Occhieggia, ride beffardo, sa che finché non verrà evidenziato, ILLUMINATO prospererà nel buio.

E cos’è direte mai, questo orrendo mostro?

Non è un mostro.

Siamo noi.

E’ la nostra bestialità, l’altra parte dell’umanità che invade con quell’odore di marcio ogni epoca e ogni apparenza di progresso.

Lo vediamo oggi, più che mai.

E lo abbiamo osservato sia come esterni, sia grazie ai meraviglioso autori come Dickens nel periodo vittoriano.

Ma procediamo con ordine.

L’agghiacciante dato.

Quello che stona e che ha fatto arricciare adorabili nasini alla francese, non è stato tanto quell’oscuro fetore dietro le belle strade di Londra.

E’ stato il voler descrivere con tratti sognanti, estremamente stridenti con il senso del testo, un amore proibito.

Anzi, ancora peggio, il rapporto perverso tra due uomini.

Ecco su cosa ci soffermiamo.

E’ troppo andare oltre vero?

Accettare che quel vittorianesimo descritto dalle due autrici, sia lo specchio del nostro tempo, è troppo per noi.

Meglio elevarsi a moralizzatori e far tornare la minaccia nei comodi binari del perbenismo borghese.

Sapete come chiamo il nostro post moderno?

Neo vittorianesimo.

E sapete perché?

Perché al pari di quel periodo che, in fondo, non posso non amare proprio perché mi mette di fronte ai miei limiti, abbiamo raggiunto la luna, livelli tecnologici alti, ma perduto noi stessi.

Perduto l’incanto della poesia, della magia del sogno.

Abbiamo diviso il mondo in perbene e in deviato.

E forse siamo ancora più ipocriti di loro, che alla fine mostravano fieri la loro pruderie.

Noi fingiamo di accettar il diverso.

Salvo che il diverso non si mostri.

E’ l’animale da palcoscenico per i talk show o per i reality, o i programmi trash.

Se però si parla di diritti, beh ripiombiamo alla Londra di Victorian Solstice.

Il disagio di amare che provano Shemaldine e Jonas.

Sentirsi colpevoli perché non si riesce ad adempiere alle prospettive della società perbene.

Cosi perbene che dietro la Londra, icona splendente e perla del sommo impero britaninco, esistono luoghi di perdizione, residenza non di oscuri istinti, ma degli invisibili.

Sottoterra brulica l’umanità malata, quella senza diritti, storpia e inaccettabile per il decoro.

Perché questa mancanza, questo handicap non giovava alla gloria della regina Vittoria.

Dietro le meravigliose perfette notti del debutto, si compiono i più efferati delitti ai danni di quella riserva di carne che è adibita alla soddisfazione dei bisogni più turpi.

Della perfetta società borghese.

Della nobiltà piena di boria, del clero probo e devoto.

La notte è per i perduti, la notte è per le aberrazioni compiute contro chi, uno status umano, non ce l’ha più.

Anzi forse non è mai stato investito del termine persona.

E’ White Chapel, luogo di orrore.

Sono i Docks luogo di perdizione.

E dove lo sguardo non vuole arrivare, perché arrivarci significherebbe sancire una verità occultata: Londra è una società morta.

L’Inghilterra vittoriana, nonostante la meraviglia del Tower Bridge, superba opera ingegneristica, è degrado.

E’ il ricco che balla come un morto vivente cibandosi del cadavere putrescente del povero.

E’ l’abominio peggiore computo nel silenzio complice.

E’ il sesso venduto per due penny.

E’ il nome che ti garantisce l’immunità.

E’ la società vittoriana che decade pagina per pagina, mostrando la sua vera facciata: la morte sociale.

Amo il vittoriano proprio per questo.

No, non sono una gotica dark.

Semplicemente ho ancora un grammo di coscienza per rendermi conto che, solo dal passato, posso capire il mio presente.

E quella Londra non è altro che specchio della mia Roma.

Di New York.

Di Ogni città europea.

Di ogni parte del mondo.

E’ Buenos Aires che dietro al grattacielo nasconde la favelas.

E’ la favola di Dubai, meta di tanti vip, che nasconde occhi affamati. Siamo noi che per poter vivere nel lusso calpestiamo cadaveri.

Non a caso, mentre scrivo ascolto The Mask and Mirror di Lorena Mckennit.

La maschera e lo specchio.

Mai canzone fu più adatta a descrivere un libro.

La maschera che Jonas, Shemaldine, Davies portano davanti al mondo. Lo specchio, che fa vedere con brutalità il vero volto.

Un demone ghignante vestito di tutto punto, che cena con brodo di tartaruga al Cavour.

Un cadavere che cade pezzo per pezzo è quello che ci mostra lo specchio se gli chiediamo com’è la nostra società attuale?

Shemaldine e Jonas non sono solo gli eroi di una fasulla icona Gay.

Sono molto di più.

Uno è il prodotto del dolore e della perdizione, vittima di carnefici che hanno bisogno della Maddalena da redimere o del Giuda da impiccare.

Dell’invertito e del trasgressore.

Perché a loro, quando li seviziano non li cerca nessuno.

E da quel baratro ne esci distrutto, ferito, lacerato.

La tua coscienza non si fa più udire.

Non la vedi più.

Non sai se lasciarti andare, usare, distruggere o continuare a lottare.

Se non ti difende chi ti accoglie, se lo stato volta dall’altra parte e fornisce sempre vittime, che senso ha lottare?

Ma io credo fermamente che l’amore sia l’unica chiave.

E lo credono anche le autrici, perché dietro la crudezza, fa capolino la magia di un abbraccio, quella lacrima di purezza da cui Shemaldine si abbevera.

E allora Jonas diviene simbolo di tutto ciò che di bello l’essere umano ha.

Quella forza di guardare l’abisso ma impedirgli di nutrirsi di te.

E ecco che lo schiaffo che lascia ferite sanguinanti in faccia, quello che ti sveglia e che ti fa urlare, diviene speranza e forte convinzione, che in fondo la banale frase l’amore salva, è la nostra unica arma di difesa contro il putridume.

Questi sono i giorni dell’estate senza fine

Questi sono i giorni, il momento è adesso 

Non c’è passato, c’è solo futuro 

C’è solo un qui, c’è solo un adesso

Oh il tuo volto sorridente, la tua presenza graziosa 

I fuochi della primavera si stanno accendendo luminosi 

Oh il cuore raggiante e la canzone di gloria 

Invocano libertà nella notte

Questi sono i giorni dati dal fiume frizzante 

Dalla sua tempestiva grazia e dalla nostra preziosa scoperta 

Questo è l’amore di quel mago 

che tramutò l’acqua in vino

Questi sono i giorni di una danza senza fine 

e delle lunghe passeggiate nelle notti d’estate 

Questi sono i giorni del vero corteggiamento 

Quando ti tengo oh, così stretta

Questi sono i giorni ora che dobbiamo assaporare 

E dobbiamo goderceli più che possiamo 

Questi sono i giorni che dureranno per sempre 

Devi tenerli nel tuo cuore.

Van Morrison

“La Vendetta nel vento” di Roberto Ciardiello, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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E’ una recensione molto difficile questa per me.

Perché il libro tocca corde molto sensibili della mia anima.

Anzi oso asserire, dell’anima di tutti.

Per questo essere distaccati risulta difficile, se non impossibile.

Quindi l’unico modo di procedere è raccontarvi e raccontarmi le suggestioni provate durante la lettura.

Premetto che è la prima volta che ho dovuto lasciar decantare il testo, affinché i residui evaporati dopo un lasso accettabile di tempo, potessero deporsi sul fondo e essere osservati senza l’ebbrezza che quel vino amaro, l’amaro calice, mi ha provocato.

Perché se è vero che il libro ci racconta, apparentemente il tema della vendetta, dietro l’elemento sanguinario che stuzzica i nostri impulsi più oscuri, esiste un tema scottante, fastidioso, stridente: la violenza sulle donne.

ANZI sulle bambine.

Capirete che vedere l’innocenza spezzata e vilipesa non può non farmi urlare di rabbia e non può non rendermi felice dell’epilogo.

Parlo io che ho sempre e da sempre rifiutato la violenza sia verbale sia fisica, che ho rifiutato questo sistema basato sulla rivendicazione assoluta dei torti, sull’occhio per occhio e dente per dente.

L’ho fatto convinta che il fucile, raccontato nella canzone dei nomadi, quello impugnato da Salvador fosse semplicemente l’archetipo della forza perturbante della parola.

Dell’impegno e dell’esempio.

Di chi non cede alla volontà di questa civiltà allo sbando, che tenta di livellarti e di farti suo complice.

Ma se una bimba piena di sogni, viene stuprata e uccisa solo per soddisfare la noia, allora è molto difficile per me mantenere l’impegno. Quella ragazza non conoscerà la dolcezza dell’amore, il bellissimo fiato corto di una corsa per i prati o l’eccitazione senza pudore dell’amore fisico.

Non avrà un futuro, non diventerà la persona che i suoi sogni dipingono. E tutto questo perché ci hanno insegnato che esistono vittime e carnefici. Che la donna è solo un mero trastullo, un oggetto da giostrare a piacimento.

All’uomo hanno insegnato che la noia si combatte con la trasgressione, che il piacere sia strettamente connesso al dolore e al supercemento egoico dei limiti.

Violazione.

E’ quella a donarci l’ebbrezza.

Ci hanno insegnato che l’istinto domina l’uomo e quindi perché farsi scrupoli?

E l’ideale, la compassione non hanno posto in occhi che di umano hanno ben poco.

Perché quando non senti più il dolore di nessuno su di te, come una ferita aperta, un ingiustizia che senti tua, che senti sulla tua pelle, fatta a ognuno, in ogni misera, microscopica parte del mondo, hai perso l’umanità .

Sei già morto.

Quando voi guardate con libidine e non con incantata meraviglia una donna, un’adolescente e pensate “Me la farò” voi siete già perduti.

Perché per voi, ogni essere vivente non è altro che uno strumento, di possesso, di piacere, di guadagno.

Di riparazione di torti subiti chissà quando.

E invece, è nella sofferenza acuta, è nell’esistenza delll’abisso, nel nostro sostare in quella fossa oscura, l’arte di imparare a ammirare il cielo e cercare di uscire dalla tomba, scavata dal re di turno.

Ed è l’incazzatura contro quell’assurda realtà che scava quelle prigioni di terra brulla, di terra arida, la vera chiave per la liberazione di tutti noi, perché quel re lo detestiamo, a quel re non crediamo più.

Nel libro il Demiurgo crudele della gnosi, ha vinto.

Ha ucciso e fatto uccidere.

Ma, sopratutto, ha fatto prevalere la vendetta come unica arma di rivalsa. Una vita per una vita.

Ed è cosi che funziona.

Nessuno va alla radice del problema.

Una ragazzina in un quartiere a rischio, isolato e dimenticato persino dai sogni.

Cammina e tutti divengono sordi e ciechi.

In fondo, il pregiudizio, l’omertà ci salva dalla colpa di aver permesso che la solidarietà contadina, fatta di reciproco controllo sociale, venga messa a tacere.

Morta e rinsecchita, raccontata come una favola che ci priva della libertà. Siamo liberi dicono.

Io questa decantata indipendenza non la vedo.

Non l’avverto nel libro che è e resta, reale.

Perché quello descritto non è null’altro che una rappresentazione di cosa accade oggi.

Uomini che stuprano, che uccidono.

Che fotografano il risultato della loro perversa volontà si superare i limiti.

E poi il senso di colpa li corrode, fino a farli diventare bestie.

E assistiamo al trito coro di chi davanti al cadavere non fa altro che urlare. Ma un urlo senza la forza del cambiamento.

Nessuno urla cambiamo la musica.

Cambiano la sceneggiatura e impariamo a cambiare gli attori.

La vendetta è nel vento.

La respiriamo e l’ho respirata io.

E se pensavo che l’epilogo tragico del testo mi desse sollievo, beh non è stato cosi.

Mille altre ragazzine rischieranno e saranno altrettante cappuccetto rosso preda dei lupi famelici.

Eppure, ricordo che il lupo è non il simbolo di impulsi osceni, ma della solidarietà e della crescita.

Il lupo è insegnate e difensore dei principi che fondano la vera collettività.

In una notte buia, in una notte senza luna, nessuna bimba deve andare incontro alla morte o alla violenza.

Nessuno deve restare indifferente.

I mostri non si combattono con la vendetta che non è altro che la violenza giustificata.

Si combatte con il coraggio di cambiare finalmente le note.

Se una ragazza, vuole di sera

andare sola per strada

non lo può fare

non è corretto

che non sia accompagnata

Andare sola per la città

e non c’è niente di male

ma una ragazza

chissà perché

questo non lo può fare

Andare sola, per la città

mi sembra un fatto normale

ma una ragazza

chissà perché

questo non lo può fare

E’ un incantesimo strano, che la colpisce da sempre

mentre il duemila, non è più tanto lontano

Tutte le sere rinchiusa in casa

ma questa volta ha deciso

e vuole andare

per la città

sola col suo sorriso

Sola per strada col suo sorriso

e chi può farle del male

se ci saranno

mille ragazze

che la vorranno imitare!…

Edoardo Bennato

“Oltre la Barriera” di Filippo Mammoli, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Cercare un senso alla vita che trascenda la sua dimensione spazio-temporale la sminuisce, perché pone l’obiettivo al di fuori dei suoi confini, impedendo di apprezzare appieno il qui e ora, che è l’unica certezza che abbiamo.

Raramente ho avuto difficoltà a scrivere una recensione.

Mi capita quando non so cosa raccontare, proprio perché il libro è muto. Ma stavolta troppe sono invece, le voci che si rincorrono nella mente.

E cosi, rassegnata a non trovare un’introduzione degna del romanzo, metto le mie cuffie e ascolto lui il maestro Vecchioni, in cerca di un significato, o di uno stimolo.

E sentendo la sua voce che racconta del passato, ho visualizzato quegli anni, anni in cui si lottava per la libertà, quel sessantotto tanto celebrato ma poco onorato, oggi, con la nostra incapacità di difenderle quelle libertà.

Incapaci di mettere dei fiori nei nostri cannoni.

Di creare una Woodstock dentro di noi per portarla ovunque, in ogni società da quella più civile a quella più ombrosa.

E cosi le parole volano e si intrecciano coni miei sogni.

Come far convivere le due anime del libro?

Quella che ama e venera la scienza e rifugge schifata dal fanatismo religioso, che pone la vita oltre alla nostra mente.

Che pone la ricompensa nelle mani di un dio arrogante e dispettoso. Mentre per secoli, tutti i racconti hanno evidenziato la nostra ribelle volontà di osare, sfiorare il tabù e andare oltre la barriera posta da queste insensate forme divine.

Penso a Prometeo, che rubò il segreto del fuoco a un dio irascibile per donarlo all’uomo.

Mi sono sempre chiesta di che fuoco si parlasse nel mito, se quello reale ottenuto dalla combustione e quindi creato tramite la scienza fisica o quello dell’intelletto, capace di sconfiggere quella notte piena di sussurri e scricchiolii inquietanti.

Penso al mito dei Nephilin, esseri straordinari che donarono alle donne i segreti della scienza metallurgica, architettonica e persino biologica.

E non per qualche volontà ultraterrena, ma perché si erano innamorati e magari durante le notti infuocate parlavano alle compagne, perché quando l’amore rompe le barriere, si raccontano i segreti.

Penso a Caino, tanto odiato che decise di non accettare la logica brutale del sacrifico.

Penso alla Povera Eva, vittima di un coglione senza palle, che decise di scoprire o ri -riscorpire che non era solo un servo intento a lodare una divinità che li trattava come simpatici animaletti domestici, ma lei la coscienza la voleva, anche a costo di sentire il dolore.

Perché chi vive nell’attimo lo sente quel malessere.

E mentre ripercorrevo le gesta dei miei eroi, mi chiedevo cosa poi c’entrasse il discorso sulla pena di morte.

Eppure sapevo che ogni argomento usato dall’autore era un discorso lineare, disturbante ma coerente.

Ed è tutto li, mentre le note di Vecchioni si facevano più acute e la sua voce più nostalgica e quasi disperata, ho capito.

Noi esseri particolari, vittime di tante troppe pastoie dateci da una società che ci costringe a essere ciechi. Che sia con la religione, o con la convezioni della necessità di uno stato che punisce i suoi figli per evitargli di contaminare una società immacolata.

E’ questo il segreto, mi sono detta.

Mammoli lo ha capito meglio di me: noi abbiamo bisogno costantemente di vinti e vincitori, di buoni e cattivi, di perdenti e di criminali.

Proprio perché incapaci di guardarci allo specchio e accettare quel miracoloso, meraviglioso incanto, di essere un uomo.

Dobbiamo rendere conto del nostro cammino, della perfezione di ogni processo biologico a qualcuno fuori di noi.

Come se vivere, esistere sia una colpa tremenda da scontare.

La scienza è quello che era lo gnosticismo un tempo, volersi affrancare dal pregiudizio, e della de- responsabilizzazione di ogni nostra azione. Si fa presto a dire è fede, è volontà di dio.

Come se fossimo bambini da punire se sbagliamo, o che seguono come in un imprinting il primo essere che cammina, perché da soli non riusciamo a orizzontarci.

La Religione, che in realtà dovrebbe farci indagare sulla natura dei legami che tengono assieme il mondo, che dovrebbe solo farci conoscere noi stessi per conoscere il vero dio, è solo una barriera.

Che ci pone in un settore preciso di una società precisa: chi è il paladino della fede appoggia un sistema di sottomissione.

Chi invece lo contrasta, vuole la libertà assoluta dell’uomo.

E con assoluta non intendo ognuno fa cosa gli pare.

E’ la consapevolezza costante e quotidiana di possibilità e di limiti e della possibilità stessa di sorpassarli quei limiti.

La vera religione è semplicemente una presa di coscienza, delle nostre capacità .e tra le capacità straordinarie, esiste quella biologica, quella neurologica e quella di scelta.

Ma come si può scegliere se un dio ha deciso e decide per noi?

Come possiamo davvero vivere, se la nostra vita è proiettata verso un paradiso o una ricompensa o una punizione?

Noi finché sogneremo un mondo migliore, un universo idilliaco, non saremmo mai qua e ora.

Ho sempre sostenuto che la spiritualità e il sacro, fossero cose molto pratiche.

Fossero scienza.

E non solo io lo sostenevo ma anche studiosi del Calibro di Gregory Bateson e persino del buon vecchio pazzo Einstein.

Ed è la fisica quantistica che scopre la vera fonte di una religione molto diversa da quella conosciuta: quella della responsabilità.

Solo chi conosce davvero il mondo, lo scopre e lo ama, può sentirsi cosi connesso ai suoi cicli, alle sue ingegneristiche meraviglie, a quelle strabilianti unioni di causa e effetto, alla capacità di ogni processo di utilizzare il rumore e da esso trarne energia, lo rispetta.

Gli altri sono semplicemente costretti da un finto padre benevolo.

Non rubare, non uccidere, non mangiare dalla mela, sono solo imposizioni.

Che hanno l’assurdo potere di incentivare la trasgressione.

E se trasgredisci, in fondo a quelle regole credi ciecamente, cosi tanto da volerle stuzzicare.

Chi non le considera valide, semplicemente non le interiorizza, né le legittima.

E quindi non ha bisogno di trasgredire, ciò che non esiste.

Ma solo la conoscenza può davvero metterci in condizioni di fare delle scelte.

Il libero arbitrio è in fondo questo: sapere che possiamo tutto e decidere di non farlo.

Sapere che siamo noi dei di questo mondo e scegliere di proteggerlo.

E il mondo, quello dell’universo non è che immagine del nostro mondo interiore.

Cosi in cielo cosi in terra.

Macrocosmo e microcosmo divengono termini scientifici.

Anche una fans della teosofia aveva capito l’importanza del quanto come di un modello conoscitivo del mondo: sto parlando di come Alice Bailey ( vi invito a leggere la coscienza dell’atomo).

Tutti i grandi scienziati sono stati migliori di tanti guru ammantati di finto mistero e di finto folclore magico.

In fondo, la magia è e resta scienza, con un suo linguaggio codificato in termini poetici.

Persino la bibbia è stata decifrata riportando le sue idee come un antico manuale di scienza.

Addirittura ogni libro sacro in fondo non è altro che…un manuale di fisica quantistica.

La perfezione dei numeri che hanno più coscienza di quel dio che decise di uccidere un figlio di un suo devoto seguace.

Nella bibbia è riportata a volte in chiave allegorica, tutta l’esperienza di uomini che si sono scontrati con la logica del dominio e quella della cooperazione.

Tanto che appaiono due diverse energie: la distruttiva e l’evolutiva.

E noi con la pena di morte, veneriamo la distruttiva.

Perché solo uno stato distrutto, uno stato che ammette la propria incapacità a gestire la collettività, propone non di curare le cause ma di tamponare le rotture.

Ecco che la pena di morte non è che il risultato di disfacimento e di resa di uno stato, ma anche dell’uomo che lo propone.

Non siamo in grado e non vogliamo, perché il business è più importante, eliminare quelle discese che portano a delinquere.

Quindi ogni elemento che le percorrerà verrà distrutto.

Sacrificato in un maestoso e scenico olocausto.

Eppure, le percorre perché servono al dominio.

Eh si miei cari lettori.

Il criminale, il mostro, il reo, il ribelle, il trasgressivo ci serve.

L’ho detto e lo ripeto: senza la parte oscura noi non riusciamo proprio a vederci.

Se non abbiamo la notte tenebrosa fin dentro le ossa proprio non riusciamo a vedere il sole.

Senza perdere, senza rinunciare, senza infilarci un una fossa, non riuscimmo a vedere la luna.

Vediamo solo il dito.

E cosi è lo stato.

Sa benissimo che le diseguaglianze portano alla rabbia e alla frustrazione.

Sa benissimo che disunire una comunità significa si controllarla ma renderla facile preda degli impulsi più oscuri.

Perché ci si sente terribilmente soli, senza avere tra le mani la propria vera identità.

Ci hanno ucciso gli ideali, e uccidono la compassione.

Quando ascoltiamo le notizie del crimine iniziamo a gridare a morte!

Ma non ho sentito mai qualcuno urlare perché?

Non ho mai ascoltato voci che proponessero di curarla la ferita.

Ci buttiamo un po’ di disinfettante, senza osservare da vicino l’infezione e darle il giusto antibiotico.

Cosi essa prospera fino a eruttare tutta la sua virulenza.

Il suo pus.

E ci serve, cosi possiamo manipolare le coscienze terrorizzarle, e impedirle di guarda il cielo e sentirsi…immensi come esso.

Ed è la scienza che ti dà quest’ottica di meraviglia.

Non è certo il dio che fa separare i mari o uccidere bambini perché prendono in giro un profeta pelato.

La scienza impiegherebbe le attenzioni di quei bambini a comprendere cosa accade attorno a loro, li renderebbe curiosi di ogni accadimento, dalla nascita di un fiore, alla composizione di un capello.

Sembra una stronzata?

Eppure è la verità.

La scienza ci libera, la religione ci lega.

La compassione ci libera, la vendetta ci lega.

E non credo che oggi si vogliano uomini nuovi e liberi.

Liberi di vivere qua e ora, perché se vivessimo davvero la vita cosi, non accetteremmo le ingiustizie né le discese create dal potere.

Non diremmo: dio ci ricompenserà di tanta sofferenza.

Prenderemmo in mano falce e martello e inizieremmo abbattere i muri e le barriere.

E forse è quello che spero farà Oltre la barriera.

Noi non siamo della razza

di chi frigna e si dispera

come zombie di un passato

che sembrava primavera

A fanculo ogni rimpianto

che non sono roba vera

la malinconia è uno sguardo

e la vita è roba seria

E se passi un solo giorno

senza farti una domanda

Senza un grido di stupore

l’hai mandata al creatore

non mi passi per la testa

che si celebri il terrore

noi siam quelli della festa

con il vino ed altre sole

non siamo quelli del rimorso

prima ancora del peccato

siamo i primi della classe

di un amore immaginato

e le libertà che avete

mica c’erano a quei tempi

noi ci siamo fatti il culo

tocca a voi mostrare i denti

incredibile sognare che non dormi

in un fiume straripante di parole

ammassati nelle aule delle scuole

ed è proprio aver vissuto

che ci fa vivere ancora

ed è proprio aver perduto

che ci fa credere ancora

ed è qui oggi stasera

che il riflesso fa memoria

e lo fa per chi non c’era

perché fu una bella storia

formidabili quegli anni

traversati come stelle senza cielo

fra le gocce ritrovate nel pensiero

come briciolo di pane sul sentiero

all’amore di ragazze travolgenti

cavalieri sopra nuvole incoscienti

Roberto Vecchioni

“Dimentica la notte” di Sara Ferri, Alter Ego editore. A cura di Alessandra Micheli

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L’adolescenza, la giovinezza, dovrebbe essere il momento più bello delle nostra vita.

E’ un trampolino di lancio verso il nostro futuro, fatto di sogni e di esperienze, fatto di piccoli gesti e di sperimentazioni.

Sono piccoli passi verso la nostra maturità con la consapevolezza gioiosa che dall’errore potremmo imparare, con la felicità di sapere che quella pagina bianca aspetta solo la nostra penna, aspetta di essere invasa da pensieri e azioni, sapendo che tante pagine ancora ci resteranno da scrivere.

La gioventù non dovrebbe essere colorata dal senso di sconfitta dell’adulto, dalla sua frustrazione nascosta dietro il finto benessere o quella crudele volontà di rivalsa.

Dovrebbe essere un momento in cui le notti sono avvinta alle canzoni, agli abbracci alle piccole trasgressioni.

Dovrebbe risuonare di canti e di musica, di ragazzi che si raccontano e raccontandosi iniziano a delineare la propria strada.

Nel libro di Sara Ferri non è cosi.

In quel libro le scelleratezze dei giovani senza obiettivi, finti bravi ragazzi, non hanno la capacità retentiva dell’esperienza.

In questo libro le azioni comportano retroazioni violente, nello stesso modo in cui la mancanza di responsabilità le colora.

E’ difficile oggi dividere i ragazzi in bravi e probi.

Dietro esiste una storia segreta che non deve essere narrata, fatta di quell’assurdo non senso del limite, da quell’onnipotenza che è l’eredità orribile di tanti ragazzi.

Sono bravo o sono tacciato di ribelle, basta una definizione per dare una caratterizzazione a una persona.

Bravi ragazzi e meno bravi, scapestrati e criminali in erba: cosi noi etichettiamo i nostri giovani senza appello, frutto di una società che invece di vedere le proprie cesure, sacrifica le energie importanti, quelle che dovrebbero salvarci per continuare a mantenere la facciata.

Una società dove il dolore è l’estremo sacrificio perché l’ingranaggio malsano possa continuare a produrre certezze.

Peccato che alla fine, quel dio strano, vendicatore, quella norma che in silenzio e ridendo beffarda tesse il nostro arazzo, si diverte a troncare di netto le esistenze, monito e accusa per tutte le vite sacrificate in nome del dio perbenismo.

Madri che salvano figli non educati, lasciati allo sbando, come se davvero bastasse solo la loro venerazione per preservarli dall’errore. Vedete, l’amore insegna,distrugge e ricostruisce, la venerazione dei padri e delle madri che investono loro stessi e i loro fallimenti nel figlio affinché essi arrivino dove loro si sono dovuti fermare, li distruggono.

Il senso di colpa presente in questo libro andrebbe semplicemente annientato con il perdono di se e con la consapevolezza dello sbaglio compiuto.

Non è il senso di colpa che si salva.

Non è la rassegnazione, non è l’incapacità di prendere la strada giusta che salva, è quello che da questi momenti si ricava: il risveglio.

Ogni errore dal più minimo al più atroce va guarito con il no.

Se io sono consapevole dei miei errori, non mi limito a piangermi addosso ma agisco affinché dall’errore nasca una rosa.

La vittima si sente indifesa, lasciata in balia dei suoi mostri e dell’ingiustizia.

I padri che sentono di non aver difeso i loro figli si sentono arrabbiati e sopravvivono in attesa della loro vendetta o peggio della morte.

I ragazzi vittime loro stessi dell’incapacità educativa di oggi, o fingono di non ricordare……

Appunto dimentica la notte…..

O si auto flagellano fino a ingigantire la loro responsabilità fino a che, divenuta demone li divora piano piano…

Sara Ferri non scrive solo un noir, scrive un’accusa precisa a tutti noi che a ogni sbaglio vogliamo dimenticare.

E mostra nella nostra ispettrice l’unico modo giusto di affrontare gli orrori, accoglierli quei fantasmi, bere fino in fono l’amaro calice e ricominciare.

Anche nel momento peggiore, quando i nostri errori hanno fameliche bocche dentate, noi dobbiamo sostenere lo sguardo e dire no.

Perché è solo il no di chi non vuole dimenticare.

Chi non dimentica la notte ma la rivive in ogni sogno, può pensare a un finale diverso.

E voltare pagina.

Stile crudo e al tempo stesso poetico, capace di una profonda introspezione e di una profonda conoscenza psicologica, il libro della Ferri mi ha inchiodato a ogni pagina, con il suo suadente incanto, una Morgana capace di avvincermi cosi tanto alle parola da imprimerle a fuoco dentro di me.

 

“L’orco” di Marco Trogi, Eclypsed World edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La comunicazione di oggi è inesorabilmente cambiata.

La globalizzazione, l’avanzamento della tecnologia ha consentito una minore limitazione dello spazio sociale.

Ognuno può messaggiare con persone distanti km e km azzerando con un click le stesse.

E’ tutto a portata di mano: libri, teorie, notizie, conoscenze e nuove scopette.

Ma, ahimè, siamo allo stesso tempo più soli poiché privati dell’autentico contatto visivo e corporeo e al tempo stesso più indifesi.

Lo schermo del pc, del tablet e del telefonino ci rende sicuri di una sorta di protezione e invita a scoprirci a livello emotivo molto di più che nel contatto originario.

Possiamo mentire, costruendoci nuove identità ma possiamo anche raccontarci in modo più profondo grazie all’illusione della distanza, alla protezione di un vetro, alla sicurezza della nostra camera.

Eppure la distanza non è più una dimensione valida.

Almeno non quella emotiva.

Lo schermo non ci difende, quindi, dalle persone capaci di penetrare nel profondo delle nostre imperfezioni, ossessioni o problematiche e cosi il web diviene al tempo stesso opportunità e trappola.

E’ storia di oggi il becero tentativo di dominare e manipolare l’altrui pensiero attraverso il cyber bullismo che ha sostituto il lontano controllo sociale ad opera della disapprovazione della maggioranza.

Oggi la riprovazione non è relativa al sorpasso di un tabù, che aveva comunque un suo preciso fine ( spesso il cosiddetto tabù era solo il modo con cui una collettività fondava la propria esistenza e il proprio legame sociale ed emotivo divenendo da agglomerato urbano comunità) oggi il biasimo può vertere su ogni minimo e infinitesimale dettaglio, sacrificando l’alterità sull’ara sacra dell’omologazione.

Dobbiamo essere tutti uguali e quindi controllabili.

Dobbiamo creare un mondo strutturato in cui nessuno può andare fuori dagli stretti confini, pena la distruzione della sua identità come essere sociale.

E distruggere la psiche di una persona significa cancellarla non solo dal web, ma dalla vita.

Orco fa paura.

Racconta in modo romanzato una vicenda che, purtroppo, ha come fulcro le storie di oggi.

Ragazzine e ragazzini irretiti dall’anonimato e dal senso di appartenenza che si prova quando, l’interesse di qualcuno, ci invade e ci regala una sorta di calore.

Ragazzini e ragazzine bisognosi di attenzione, perché particolari, originali e forse “diversi” rispetto alla massa, costretti a vergognarsi delle differenze, come se esse rappresentassero non un arricchimento ma un ostacolo.

Ragazzini violati nella propria anima cosi profondamente e cosi intimamente, da non potersi più sentire integri e interi, tanto da essere costretti ad annullarsi.

A accettare quella damnatio memoriae capace di cancellarli per sempre come esseri viventi dal circuito virtuale.

E’ quello che accade alla protagonista.

Quando i sogni, le esigenze profonde, vengono “torturate” o messe addirittura alla berlina dagli idioti, davvero non si hanno più appigli per reagire e per essere.

Si collega la propria identità all’accettazione sociale, al like, all’esistenza tramite la comunicazione virtuale.

Si lega profondamente la propria vita all’amore da favola, depurato da tutti gli orpelli della vita reale, del lato meno bello, di quello quotidiano e forse brutalmente onesto che rende anche la storia più “romantica” una storia fatta di piccole, quasi banali semplicità.

Edulcorata dal suo “quotidiano”, ogni amore diviene cosi irreale da essere eterno, perché non soggetto alla vita considerata l’elemento che sporca la bellezza pura di un sentimento.

Questo perché ci hanno “insegnato” che la bellezza non è carnale ma evanescente, mistica e pura e non va inquinata con la quotidianità, con la routine e con la spontaneità, con la essenzialità.

E la protagonista, presa dalle responsabilità, quasi anonima se paragonata alla disinvoltura colorata dei suoi coetanei, trova nelle attenzioni cavalleresche del suo corteggiatore, un dimensione quasi onirica, completamente staccata dal reale di tutti i giorni e pertanto suadente, emozionate ma pericolosa.

Perché dietro il sogno si cela, quasi sempre, un incubo atroce, fatto di sentimenti tutt’altro che puri.

L’orco esiste.

Oggi non si introduce più nei pozzi, negli anfratti.

Non è il pagliaccio demoniaco di IT che tenta di afferrare la sua vittima predestinata portandola nei luoghi umidi e oscuri del sottoterra.

Non è più il babau acquattato nel buio, in attesa che il sonno sfaldi ogni muro e ogni difesa.

Oggi è più che mai il babablu perfetto della favola, quello che si mostra in tutto il suo splendore, nella sua ricchezza, con le carrozze, con il biglietto da visita per un parco giochi pieno di luci sfavillanti.

E’ cosi bravo a giocare che non ci rendiamo conto che la sua suadente e seducente voce, è un sibilo di serpente e che quel pelo blu nella barba è l’elemento che stona con la magnificenza della sua apparente perfezione. I nostri ragazzi e le nostre ragazze diventano prede di un mostro che si maschera da principe azzurro, cortese, elegante, intelligente, a volte colto, ma più pericoloso e terribile dei mostri di una volta.

E si sentono sicuri perché il vetro di un monitor li protegge.

Ma quel vetro non ferma chi si insinua dentro la nostra mente, prima corteggiandola, aggirando le sue naturali difese e poi distruggendola. Perché la vera violenza inizia dalla circuizione del nostro pensiero.

Della nostra intimità, della nostra anima.

E come scrive la nostra Jo Rwoling:è immenso il potere di un anima integra.

Spezzandola, distruggendola, ferendola l’orco avrà la sua vittoria.

Il sacrificio supremo di un giovane puro, come nei brutali tempi antichi. E’ il figlio Isacco sull’altra per mostrare la propria lealtà al dio della forma.

E’ il sacrificio al nuovo dio dell’apparenza, del dominio.

E’ l’agnello immolato per propiziarsi il dio del potere. Sono quelle divinità oscura, molto più oscure dei ctoni idoli di un tempo, quelli che ha perfettamente descritto Neil Gaiman in Gods of america.

Ma la ricerca di Trogi non finisce qua.

Va oltre e individua nella violenza familiare, nell’indifferenza di una struttura che ha perso se stessa e la sua funzione primaria di custode, il vero nucleo del disfacimento sociale di cui il bullismo è l’ultima conseguenza.

L’istituzione famiglia che è stata aspramente criticata durante gli anni a partire dal sessantotto.

Sfaldata, decostruita, aspramente smembrata, vivisezionata al microscopio dei ribelli e degli innovatori sociali.

Il concetto di famiglia è, dunque, stato aperto e fatto uscire dai rigidi confini di una definizione senza alternative.

Il problema è, però, in quell’apertura.

Una volta esaminato, confutato il concetto di famiglia e al tempo stesso di educazione, non si sono proposte alternative valide e nuovi concetti, magari più flessibili e più possibilistici.

Ed ecco che il termine famiglia è stato lasciato aperto.

Ed in quell’apertura, pericolosa, è stato riversato di tutto.

Ecco che così la prima istituzione, quella che ci da i fondamenti dell’apprendimento diviene anche il suo contrario: non più come diceva Gibran la forza che scaglia la freccia figlio, verso il suo destino, ma un fuoco pernicioso che lo polverizza fino a renderlo cenere.

Una cenere fatta di rabbia e rancore.

E credetemi, non rinasce come la fenice ma non fa altro che inquinare l’aria, creando a sua volta nuova violenza nuovo odio.

Ritengo Orco uno dei quegli libri importanti su cui, forse, possiamo davvero incrementare una riflessione proficua sui problemi di oggi.

E forse provare a trovare una cura per questa atroce malattia che sta procurando soltanto dolori, morti e menomazioni.

A noi stessi e a questa società che è sempre più caotica, anarchica e distruttiva.

 

 

“I matti” di Franser. A cura di Alessandra Micheli

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Da piccola amavo parlare con le fate.

Esseri per il resto del mondo immaginari, ma per me profondamente vicine.

Erano dispettose e al tempo stesso sagge, per la loro voglia di incitarmi a andare oltre i limiti dell’umana ragione.

Tutto era un segno che racconta, una foglia caduta, il volo degli uccelli, qualcosa su cui inciampavi per strada.

E infatti, spesso, la me ragazzina trovava stranamente carte da gioco francesi per strada.

Picche, cuori, quadri, ognuna con un messaggio o un avvertimento.

Per il resto delle persone perbene erano solo cartacce, immondizia da ignorare schifati. E trovavano strana quella ragazzina che si chinava incantata a osservarle e sorrideva misteriosa, come se un segreto aleggiasse attorno a lei.

E sicuramente, per il quartiere io ero “una matta”, per quella capacità di incantarmi davanti a una rosa sfiorita, o a un gabbiano che gracchiava, apparentemente rivolto verso di me.

Era strano che io preferissi comunicare con degli animali, specie i gatti e cercare di carpirne il linguaggio occulto. Ero quella rapita dal volo di uno scarabeo e passavo ore a osservarne il disegno sulla corazza.

Guai a ucciderlo!

Perché il simbolo riportato su di esso, era un messaggio di una divinità per nulla perduta tra i meandri di un cielo troppo grande, ma profondamente terrena. Quasi ctonia e sorridente accanto a me, pronta per prendermi per mano.

E leggere il libro di Serone, mi ha riportato in mente questi episodi lontani, ma ancora presenti in questa vecchia cariatide che oggi scrive non recensioni ( scusa amica mia se ti rubo la frase).

Vedete per molto tempo io sono stata relegata al ruolo di strana.

Una ragazzina di 15 anni che preferiva leggere Marx o Rosa Luxemberg, o la vita di Luciano Lama, invece di gossippare su ragazzi, vestiti o problemi tipicamente adolescenziali.

Una ragazza che sognava la rivoluzione e portava il basco nero con la stella rossa, invece di seguire la moda del momento. Insomma, ero una mosca bianca una strana, un’alternativa.

Io mi consideravo normale.

Ma vedete, la società per poter esistere (e lo capii anni dopo) ha bisogno di identificare l’altro da sé per potersi riconoscere.

Io sono ciò che l’altro non è.

Io sono, perché l’altro è qualcosa di diverso.

Io sono e forse resto come sono, e relego qualcuno a impersonare il mio alter ego, il mio doppio il famoso doppelganger, quello impersonato da Bertha Mason in Jane Eyre.

Senza quell’immagine distorta o forse più vera, la società, gli uomini che la formano, morirebbero asfissiati da impulsi che non sanno accettare e conoscere.

Ecco che i matti, gli strani, i dissidenti, formano semplicemente un agglomerato di impulsi considerati scomodi per la società. Impersonificazione il nemico, il male, o semplicemente quel weird che se lasciato libero di scorrere, minerebbe alle basi gli assunti della società “Borghese”.

Vedete.

Il termine borghese non è una questione politica, o come direbbe il Berlusca, un fatto comunista.

La società borghese è l’evoluzione da una compagine elitaria di stampo nobiliare a una apparentemente parte, dominata dai valori come lavoro, moralità e serietà.

Per poter avere il loro posto tra coloro che contano, i borghesi, i mercanti, i commercianti, coloro che i soldi li producevano e non gli ereditavano, dovevano dimostrare di essere migliori della nobiltà, spesso funestata da scandali e dalla trasgressione di chi è sicuro del suo diritto a possedere la vita.

Il borghese no.

Non aveva la scusante dell’elezione divina.

E quindi doveva dimostrare di essere migliore.

E quale perfetto esempio se non del buon padre di famiglia senza grilli per la testa, concreto e dedito alla virtù dell’ordine e della rettitudine?

Peccato che l’ordine, significhi assenza di disordine e di caos, quindi di fantasie e poesia.

Ecco che però elementi psicologici cosi importanti, vengono delegati a personaggi scelti, il cui carattere è cosi complesso, cosi resilente, da non poter rinunciare alla fantasia.

E nascono i matti, gli emarginati di ogni società.

Quelli che parlano con il proprio io personalizzandolo, coloro che amano e mangiano poesia, coloro che si scordano i dolori in favore di un mondo lontano e evanescente.

O quelli troppo intelligenti, cosi tanto che la matematica non diviene affatto mero strumento per far quadrare i conti di un bilancio, ma diviene mondo fantastico e quasi magico.

I matti nel libro di Serone servono.

Servono a chi ha bisogno di vedere i sogni portati avanti da qualcuno. Servono per ricordarci la poesia, o che l’uomo è un tessuto fatto di sottili fili di illusione e fantasia.

Servono anche per sfogare frustrazioni, perché il dolore, la fatica di una vita senza sogni, sia colpa di qualcuno.

Il capro espiatorio che in un sacrificio catartico epura la società da tutto ciò che è scomodo.

Allora chi sono davvero i matti?

Chi vive al limite tra due mondi, o chi si scorda di vivere richiuso in un mondo virtuale?

Chi ha bisogno del branco per esistere?

Chi ha bisogno di inventare terribili verità per giustificare la sua paura di crescere?

Chi usa la violenza per giustificare il suo vuoto interiore?

Allora leggendo il libro, ci rendiamo conto che i matti, sono molto meno matti di cosa pensiamo. E forse, i veri pazzi sono quelli che riempiono il vuoto con l’odio, la mancanza di certezze con la sicurezza dell’accettazione.

E’ chi scorda la compassione in questo viaggio disperato in cerca di una meta, di un senso, di un significato.

Senza scordare che il vero unico senso della vita…è vivere la vita stessa. Accorgersi del paesaggio, magari parlare con i fantasmi, meno evanescenti degli uomini che dimenticano se stessi e la loro perfettibilità. Instaurare un dialogo con delle papere, capaci di insegnarci la semplicità e la bellezza del quotidiano, cosi troppo spesso ammantato con sciocche fisime di banalità.

Dobbiamo vivere e concepire un mondo meno standardizzato, meno logico e forse, lasciare che un po’ di sana follia ci pervada…e leggere un libro cosi intenso, cosi bello, cosi strappacuore, può ricordarci l’importanza di quell’essere:

Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:

Salmo 8