“Claire Morgan serie. Sorridi e muori” di Linda Ladd, Triskel Redrum edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Oggi viviamo più che mai nell’era dell’apparenza.

Lo vediamo dai social che postano istanti rubati a una vita che sfugge alla complessità del reale, per congelarsi in un’ eternità fittizia.

Manca nelle foto di oggi, anzi scusate i selfie, l’essenza stessa del significato di una foto.

Che sarebbe quello di cogliere l’anima, tanto che per alcuni popoli primitivi, la nostra macchina fotografica, era un demone capace di fagocitare la vera essenza di un uomo.

In pratica di rubargli l’anima.

Oggi, invece, serve solo per fare i numeri, crearsi un seguito di follower, mettersi in mostra in una perfezione plastificata.

In fondo Carmen Consoli ebbe una grande intuizione quando scrisse l’agghiacciante un amore di plastica.

Ma come posso dare l’anima e riuscire a credere
Che tutto sia più o meno facile
Quando è impossibile
Volevo essere più forte di ogni tua perplessità
Ma io non posso accontentarmi 
Se tutto quello che sai darmi
È un amore di plastica

Prevedeva un’era in cui le pose, la gara a chi più bella appariva (specchi specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame) così che l’apparenza diventasse preponderante rendendo gli altri elementi della vita, quelli degni di essere vissuti, totalmente inutili.

E’ la morte della realtà in un eccesso di tecnologia.

Non solo il computer, non solo il cellulare con le foto, ma anche il dominio del ritocco estetico sia fisico ma sopratutto virtuale.

Photoshop domina come un bizzarro demiurgo, alterando volti, alterando la vita stessa, in una cacofonica corsa all’eccesso.

Ecco che i programmi di oggi ci permettono di cambiare colore di capelli, di occhi e persino diventare amabili elfi.

Tutto ciò è sicuramente più inquietante di un thriller, considerando che esso è finzione letteraria mentre ciò di cui parlo è attualità, vita di ogni giorno.

Si fotografano paesaggi ma non solo per mantenerne viva la memoria o per proteggere qualcosa da vari disastri naturali.

Io ho foto di Amatrice dei tempi d’oro e oggi per me sono cimeli, memoria che resiste.

No.

Oggi noi fotografiamo per poter apparire.

Non per rendere eterni gli attimi.

Non per divenire racconto e eco, ma per esistere.

Ecco che la bellezza, unico valore capace di salvarci dal baratro, per ironia della sorte diviene feticcio di una società morente, che si sostiene solo mostrandosi mentre crolla pezzo per pezzo.

Nessuna esistenza, solo scenografia adatta per una patetica recita, degradante, affatto simile alla mia commedia dell’arte, laddove l’ironia prendeva in giro i costumi e aveva quel tocco ribelle.

La bellezza è perfezione assoluta, è mancanza di specificità è omologazione e desiderio insano di mostrarsi.

Ecco che uno dei peggiori frutti di questo mondo impazzito sono i concorsi di bellezza per le bambine.

Conoscete no i programmi americani?

Sono tutta infanzia che rinnega la sua infanzia, che congela l’innocenza in un sorriso malizioso non degno di un età di scoperta e di fantasia. Ecco che Linda Ladd, fantastica come sempre, nasconde una sorta di personale orrore con un thriller dai tratti davvero crudi.

Credo sia il suo libro più brutale.

Nelle descrizioni di infanzie violate, di un mondo effimero pieno di marcio nascosto sotto le luci brillanti della passerelle.

Di bambini costretti a crescere per soddisfare la sete di strane ambizioni dei genitori.

I protagonisti finiscono in un vortice di violenza che lascia i segni, divenendo piccole star, o solo comparse in un mondo di adulti irresponsabili, uccidono non solo la loro innocenza, o l’integrità di un anima che preservò spesso i nostri eroi ma anche noi stessi dal male.

Essi divengono fantocci che rappresentano i vizi di oggi, di questa società malata e li impersonano senza sapere che, i finali, possono essere assolutamente diversi, vari e strabilianti.

Non necessariamente devono soddisfare la sit com del degrado, dello share o dei voti.

Possono essere imperfetti e bellissimi.

Possono avere lentiggini, capelli crespi, denti storti senza che questo infici la loro meraviglia unica e indiscutibile: quella di essere umani, ricci di sfaccettature, di sogni e di emozioni.

Dietro il thriller quindi, si agita l’accusa di un mondo che, pur di andare per la sua strada anche se questo significa abbracciare l’abisso, sacrifica la sua parte migliore.

Perché i danni di un esempio pessimo, i conflitti irrisolti e le lacerazioni causate ai bambini nella nostra sfrenata corsa verso l’acme di ogni emozione, significa creare altri adulti completamente inadatti a salire sulla giostra della vita.

Significa creare ferite che quasi mai vengono curate con coraggio o con sentimenti opposti a quelli che le hanno procurate.

Significa dare ai ragazzi dei vuoti, da colmare con le peggiori nefandezze, sprecando il dono unico e inestimabile della vita.

Claire in questo libro è meravigliosa nella sua imperfezione come un contrasto per reginette algide e quasi vuote.

Lei con la sua rabbia, il suo dolore, le cicatrici anche visibili, il suo sarcasmo, e quel suo irriverente essere fuori dagli schemi, diviene il perno su cui, coloro che sono caduti nel vortice dell’orrore, possono aggrapparsi per risorgere.

In fondo, solo Claire con tutta la sua umanità anche scomoda, con i suoi urli, con la lacrime la sua chiusura è l’unica che può combattere con il serial killer.

Perché soffrendo e sputando sangue che sgorga dal cuore, diviene intoccabile dal male.

E allora ancora una volta sono le cose meno apparentemente belle a salvare.

E’ quel dolore che rende gli occhi gonfi, che rende i visi devastati, e l’amore che scompigli la perfette acconciature che rappresentano le uniche vere cose per cui lottare, rialzarsi e lottare ancora.

Ancora una volta è il dolore la vera unica bellezza e l’arma da impugnare per non soccombere di fronte agli orrori che sostano lungo la nostra strada.

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“Complessità. Un introduzione semplice” di Ignazio Licata, Di Renzo Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a come impostare questa recensione.

Perché so, visto che è stato oggetto dei miei studi, come il discorso sulla complessità e sulla modalità con cui indagarla, è ostico e coinvolge un sacco di discipline affascinanti ma particolari come la cibernetica, cosi com’era stata esposta alla meravigliose Macy Conference, laddove il mio mito, Gregory Bateson, pote finalmente dire la sua sulla cesura assurda tra mente e natura, mettendo in discussione quella settorialità delle discipline a cui siamo abituati da troppo tempo e che a livello ontologico stanno dando i loro frutti.

E non sono certo frutti polposi e gustosi, anzi.

Oserei dire che essi, in un primo momento apparivano come invitanti e che piano piano hanno iniziato, ovviamente a marcire.

Ma sono altresì consapevole che io, innamorata persa dell’ecologia della mente e di una interdisciplinarità in grado di osservare e studiare molteplici (non tutte, sarebbe impossibile) sfaccettature di quello che noi chiamiamo reale, sedotta dalla fervida mente di Bateson e dai suoi metaloghi in grado di unire, in un tutt’uno omogeneo e strabiliante scienza, biologia, psicologia, matematica e fisica quantistica, sono assolutamente di parte.

Se per me il discorso sulla complessità è nettamente logico e necessario per il nuovo millennio, per molti invece, rappresenta ancora un percorso tutto in salita.

Come comprendere quanto l’epistemologia sia collegata con faccende come marketing, economia e persino guerra?

Come unire lo studio antropologico alla comunicazione e persino alle operazioni di pace?

Solo chi è stato risucchiato dalle Macy Conference forse è capace di vederne il filo logico.

Di capire quanto l’approccio diverso, l’angolazione variegata da cui studiare i fenomeni e non considerarli componenti a se stanti di quel famoso e bistrattato tutto ( io lo chiamerei vita) è l’unico mezzo per agire e modificare gli assunti aberranti del nostro sociale.

E cosi possiamo comprendere come, il concetto dualista abbia ripercussioni sulla storia e sui sistemi economici, persino sulla medicina e su ogni accadimento umano.

Perchè è l’epistemologia la pietra d’angolo su cui impiantare il tempio della conoscenza.

Non ci credete?

L’epistemologia è letteralmente:

Lo studio critico della natura e dei limiti della conoscenza scientifica, con particolare riferimento alle strutture logiche e alla metodologia delle scienze; negli ultimi decenni, per influsso del corrispondente termine inglese, il vocabolo viene sempre più usato per designare la teoria generale della conoscenza, quindi, gnoseologia.

In pratica è l’osservazione innanzitutto di come vediamo il mondo, il reale, di cosa consideriamo vero o falso, dei nostri metodi di classificazione, persino dei significati semantici che diamo a parole come ordine e disordine, che daranno origine, udite udite, alla formazione di società e della polis con tutti i dettagli conseguenti.

E’ come strutturiamo il pensiero polis o società che poi parlerà di noi, dei nostri rapporti con la natura, con la conoscenza, con il progresso e con la gestione delle risorse (economia).

Qua l’è la malattia dell’approccio scientifico alla complessità?

Licata in questo libro esplora i confini ristretti della scienza, superandoli per unirne il concetto base con altri settori che per troppo tempo sono rimasti quasi isolati, come se tutto lo scibile umano non sia altro che una gerarchia costante, una sorta di classificazione di modelli pret a porter, utili da tirar fuori quando si affronta settorialmente l’argomento scelto.

E cosi il modello fisico è della fisica.

Quello sociologico della società, lo psicologico dell’uomo e l’esoterismo una disciplina fatta solo per attrarre gli sciocchi.

Senonché un certo Vilfredo Pareto è riuscito a restituire a ciò che è nascosto ( i residui logici di ogni azione) il posto che gli spetta.

E’ il non detto, lo scarto, persino il rumore che indica la linea di confine, la zone di mezzo in cui il vero scienziato oggi si deve interessare.

E’ come lo studio del DNA.

Abbiamo oramai compreso come il livello utile alla conoscenza non è accumulato solo nei geni, nella formazione delle catene degli amminoacidi, ma in quello che si chiama DNA di scarto.

Studiare solo una parte, lasciando di fuori le altre, quelle relegate in altri settori è il danno di oggi.

E lo dimostrano i testi di entrata a medicina e le relative polemiche. Sapete la storia no?

Provetti studenti si sono riversati alla sapienza per realizzare, forse un sogno: divenire medici.

Per prima cosa, la lacuna in questo desiderio è formalizzato dalla motivazione fondante ( il residuo logico appunto) che spinge a questa scelta.

Perché medicina?

Cosa può dare a te uomo la medicina?

Un lavoro sicuro?

Una nicchia in cui immettersi per far parte di una casta?

Il secondo dramma è stato nella considerazione di questa scienza totalmente slegata dal contesto mondo e riferita più che altro al solo organismo su cui intervenire in caso di patologia.

Peccato che l’organismo suddetto si muova e agisce in un determinato ambiente ( società) con un determinato ecosistema ( ecologia) portante determinati valori ( antropologia) con delle particolari attitudini mentali ( psicologia) con una particolare funzione sociale (politica) e con un sistema ordinato o disordinato di gestione e realizzazione di bisogni e risorse ( economia).

E non solo.

L’organismo suddetto (uomo) risponde a determinate leggi che spaziano dalla biologia alla fisica.

Quindi per poter essere medico forse, seguendo questo ragionamento, serve sia la curiosità atta a indagare sulla cultura generale, sulla fisica, sulla chimica e su l’analisi critica dei modelli che per anni ci hanno proposto come validi.

Uno scienziato solo settoriale è come uno affetto da Acromatopsia convinto che il solo bianco, nero e grigio siano i colori con cui l’ecosistema dipinge il mondo.

Se non si rende conto della patologia che porta con se, ogni suo studio sarà parziale, incompleto e falsato.

E in questo caso il riduzionismo, ossia quella volontà di affermare che, rispetto a qualsiasi scienza, gli enti, le metodologie o i concetti di tale scienza debbano essere ridotti al minimo sufficiente a spiegare i fatti della teoria in questione. Ed è questa forma mentis che diviene il muro contro cui si scontra chi, con una visione geniale e particolareggiata, considera necessario…non scambiare la mappa per il territorio.

La settorialità o il riduzionismo servono agli scienziati per muoversi agevolmente nel favoloso mondo della complessità, prendendo un fenomeno e cercando in esso correlazioni e legami.

Il passo successivo, però è che da quelle osservazioni, da qui modelli DEVONO scaturire altre riflessioni che necessiteranno di altri modelli. La scienza è un percorso, non un semplice asserzione e classificazione di dati, fatto di domande e risposte.

E altre domande e altre risposte.

Anche perché il riduzionismo, che diviene rasoio di Occam ( secondo cui non bisogna aumentare senza necessità le entità coinvolte nella spiegazione di un fenomeno) rischia di favorire quella che Gregory Bateson chiamava finalità cosciente.

E per spiegarla usò la meravigliosa poesia del vecchio marinaio. La conoscete no?

Questo marinaio nella sua arrogante visione etnocentrica, compie un misfatto ai danni dell’ecosistema, simboleggiato dall’uccisione di un Albatros.

E come ripara al torto subito?

Cerca in ogni modo di espirare coscientemente la sua colpa cercando di vedere il mondo per quell’immenso organismo composito che in realtà è. Ma nulla, L’albatros gli pende al collo come una condanna.

Cerca, cerca senza stancarsi mai di porre rimedio, ma non ci riesce.

E cosi un giorno, sconfitto e rassegnato, smette di lottare contro il destino.

Ad un tratto vede enormi serpenti marini agitarsi nel mare, lasciando dietro di se scintillanti scie di luce.

Mentre PRIMA una simile visione non lo avrebbe per nulla affascinato perché troppo preso dalle sue finalità, ora, nel momento in cui non sente più nulla se non le sensazioni corporee, è affascinato da tali creature dai giochi di luci e dal senso di immensità, tanto da esclamare:

O felici creature viventi!

Nessuna lingua può esprimere la loro bellezza:

e una sorgente d’amore scaturì dal mio cuore,

e istintivamente li benedissi.

Certo il mio buon Santo ebbe allora pietà di me,

e io inconsciamente li benedissi.»

Cosa significa?

Che nel momento in cui si smetti di pensare all’utilità immediata di ogni azione ( finalità cosciente) ma si agisce spinti dalla curiosità e da quel senso umano di varcare l’ignoto e lasciarsi avvolgere dalla meraviglia, il cuore si riempie di un senso di appartenenza stimolando la mente e il cervello a vedere i vari livelli del mondo.

Non più in funzione di, ma semplicemente perché la natura umana è fatta anche della volontà della scoperta.

E cosi che l’albatros di stacca dal collo del marinaio e lui viene redento.

Questa, secondo Bateson è la migliore metafora della necessità della scienza ad aprirsi alla complessità e rifuggire al pericolo di confondere la mappa con il territorio.

Più un sistema diventa complesso, meno è prevedibile. Plurali sono le sue manifestazioni come le possibilità di osservarlo, i modelli per descriverlo e le strategie per gestirlo. Infine, non esiste più una legge, e neppure una probabilità definita, bensì la scommessa di Bruno de Finetti (altra figura che attraversa queste pagine e che è adesso al centro di un nuovo lavoro sull’incertezza e di un progetto teatrale). La complessità, come scrive il mio amico Ermanno Bencivenga, riguarda le scelte e i dizionari che costruiamo per descrivere qualcosa.

Per me leggere Licata è stato come trovare un amico che non vedo da tempo.

Per voi, forse, è l’unica speranza di togliervi dal collo il feticcio inanimato dell’albatros.

NOTE 

Macy Conference

Nel 1946 a New York, sponsor la Macy Foundation, con la presidenza di Warren McCulloch, iniziò una serie di dieci conferenze che vengono ricordate appunto come le “Macy conferences“.

Ad esse hanno partecipato, tra gli altri, Gregory Bateson, Margaret Mead, Norbert Wiener, Jonh von Neuman, Heinz von Foerster.

Formidabile fu la prima che si sviluppo con il seguente programma:

La prolusione fu di von Neuman che descrisse i computer digitali

(che non erano ancora stati realizzati).

Seguì un intervento di Wiener che presentò il concetto di feed-back fondando così ufficialmente la cibernetica.

Conclusero Bateson e Mead che auspicarono un dialogo tra la nuova scienza cibernetica e le scienze sociali.

Le Macy Conferences furono un evento di sintesi e di futuro.

Cibernetica

Il termine cibernetica, indica un vasto programma di ricerca interdisciplinare, rivolto allo studio matematico unitario degli organismi viventi e, più in generale, di sistemi, sia naturali che artificiali. La cibernetica nacque durante gli anni della seconda guerra mondiale, su impulso di un gruppo di ricercatori, tra i quali ebbe una parte predominante il matematico statunitense Norbert Wiener.

Questi, provenienti da diverse formazioni, erano uniti dall’interesse allo studio della vita e delle sue principali manifestazioni tramite gli strumenti concettuali sviluppati dalle nuove tecnologie dell’autoregolazione, della comunicazione e del calcolo automatico. Nel 1947 Wiener pubblicò un libro che ottenne grande successo, nel quale definiva l’ambito di interesse e gli obiettivi della nuova disciplina, inaugurando anche l’uso del nuovo termine.

CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE “MISTERI D’ITALIA” Prima Edizione. Partecipate Numerosi!!!

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Regolamento

L’associazione culturale “Nati per scrivere” organizza la prima edizione del concorso letterario nazionale “Misteri d’Italia”. Partecipando al concorso, ciascun autore accetta automaticamente ogni punto del seguente regolamento.

NORME GENERALI:

  1. Al concorso possono partecipare tutti i cittadini italiani di età maggiore ai 18 anni. I soci dell’associazione “Nati per scrivere” non possono partecipare.

  2. Il concorso è riservato a romanzi inediti in lingua italiana, mai pubblicati prima, neppure su siti internet o blog. Non sono ammessi antologie di racconti, saggi e poesie, solo romanzi.

  3. I romanzi devono avere lunghezza compresa tra le 200.000 e le 600.000 battute, spazi inclusi. Nessuna tolleranza ammessa. Romanzi di lunghezza inferiore o superiore non saranno accettati.

  4. Tutti gli elementi formali come interlinea, battute per pagina, carattere, impaginazione, sono a discrezione dell’autore, ma invitiamo alla semplicità.

  5. Gli autori possono partecipare con più di un manoscritto. Ogni opera deve essere presentata con apposita mail separata, secondo le regole riportate nel bando di concorso.

  6. La partecipazione al concorso è gratuita.

TEMA DEL CONCORSO:

  1. Il tema del concorso è: “Misteri d’Italia”. Il nostro territorio è ricco di storia, arte, cultura, leggende e folclore, tradizioni che devono essere recuperate e valorizzate. In quest’ottica, il concorso cerca romanzi che affondino nelle storie del Belpaese, nelle leggende di cui le nostre regioni sono ricche, nei segreti e nei misteri che da secoli ci portiamo dietro. Cosa si nasconde all’ombra delle città o degli antichi borghi italiani? Quali segreti ancora non sono stati svelati? Siamo pronti per scoprirli nei vostri romanzi!

  2. Il tema del concorso potrà essere declinato in chiave narrativa, investigativa o fantastica, purché non venga meno l’ambientazione italiana e l’attenzione al territorio e ai suoi misteri.

MODALITA’ DI INVIO:

  1. Ciascun partecipante dovrà inviare, entro il 20 dicembre 2019, una mail all’indirizzo natiperscrivere@hotmail.com con oggetto: Partecipazione concorso letterario “Misteri d’Italia” e con allegati due distinti file: a) il romanzo presentato in concorso b) la scheda di partecipazione.

  2. Il romanzo dovrà essere in file doc o docx (ogni altro formato non sarà accettato) e dovrà contenere il titolo e il testo del romanzo. Non dovrà essere presente il nome dell’autore né altri riferimenti che possano indicare chi l’ha scritto. Il nome del file dovrà essere il titolo del romanzo.

  3. La scheda di partecipazione è disponibile sul sito di NPS Edizioni, sulla pagina evento Facebook “Misteri d’Italia”, in allegato al presente bando o è richiedibile all’associazione “Nati per scrivere”. La scheda dovrà essere compilata, firmata e inviata assieme al racconto. L’assenza della scheda invalida la partecipazione al concorso.

  4. È ammesso un solo invio dell’opera. Non sono ammesse integrazioni o sostituzioni.

  5. La scadenza per presentare i propri racconti è la mezzanotte del 20 dicembre 2019. Non saranno accettati romanzi giunti in seguito. È gradito l’invio per tempo, in modo da permettere al comitato di lettura una più agevole valutazione dei manoscritti.

  6. Non è ammesso l’invio cartaceo, solo per mail.

  7. Nota bene: gli autori, ad eccezione dei finalisti, si impegnano a non pubblicare il proprio romanzo, in proprio o con altre case editrici, fino alla proclamazione dei finalisti. I finalisti si impegnano a non pubblicare il proprio romanzo, in proprio o con altre case editrici, fino alla proclamazione dei vincitori.

  8. Tutti gli autori delle opere non selezionate tra i finalisti possono ritenersi immediatamente liberi da ogni obbligo verso l’associazione “Nati per scrivere”.

TITOLARITÀ DELL’OPERA:

  1. La presentazione di un’opera al concorso implica necessariamente l’accettazione totale delle seguenti condizioni da parte dei partecipanti:

  2. La garanzia da parte del partecipante, che solleva da qualsiasi responsabilità l’associazione “Nati per scrivere”, della titolarità e originalità dell’opera presentata, e inoltre che essa non sia copia o modificazione totale o parziale di altra opera propria o altrui.

  3. La garanzia da parte del partecipante, che solleva da qualsiasi responsabilità l’associazione “Nati per scrivere”, del carattere inedito in tutto il mondo dell’opera presentata e della esclusiva titolarità dei diritti di sfruttamento dell’opera, senza limitazione o onere alcuno sulla stessa nei confronti di terzi, e la garanzia che essa non sia stata presentata a nessun altro concorso in attesa di risoluzione.

  4. La presentazione dell’opera di per sé garantisce l’impegno da parte del suo autore a non ritirarla dal concorso.

VINCITORI:

  1. Il comitato di lettura dell’associazione “Nati per scrivere” sceglierà una rosa di romanzi finalisti, in base all’originalità, all’attinenza al tema, alla solidità della trama e delle situazioni narrate e alla cura lessicale e stilistica, comunicandoli entro il 30 marzo 2020.

  2. Tra i finalisti, l’associazione sceglierà uno o più romanzi vincitori, che riceveranno i premi in palio.

  3. La proclamazione dei vincitori avverrà durante il festival culturale “Lucca Città di Carta”, che si terrà al Real Collegio di Lucca, dal 24 al 26 aprile 2020, nel pomeriggio di domenica 26 aprile. Tutti i partecipanti, non soltanto i finalisti, sono invitati a presenziare l’evento.

  4. L’associazione “Nati per scrivere” si riserva il diritto di cambiare data e luogo della cerimonia di premiazione, qualora sopraggiungano eventi esterni che lo rendano necessario.

  5. Nel caso un vincitore sia impossibilitato a partecipare potrà delegare un’altra persona per ritirare il suo premio.

  6. L’associazione “Nati per scrivere” può avvalersi del diritto di non proclamare alcun vincitore, qualora il livello dei manoscritti ricevuti sia basso e inferiore alle aspettative.

  7. Il verdetto della giuria è insindacabile.

PREMI:

  1. Il vincitore, o i vincitori, riceverà una proposta di pubblicazione del romanzo con la casa editrice NPS Edizioni. Il vincitore assoluto vincerà un soggiorno per un weekend per due persone in Versilia, ospite del B&B “La stagione dell’arte”.

  2. Tutti i finalisti riceveranno una borsa piena di libri.

  3. Per la consegna dei premi, è necessaria la presenza in loco dei vincitori, o di un loro delegato. I premi non saranno spediti a casa.

PER INFORMAZIONI:

Contattare l’associazione “Nati per scrivere” esclusivamente via mail all’indirizzo natiperscrivere@hotmail.com

Concorso letterario nazionale “Misteri d’Italia”

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

Il/la sottoscritto/a ………………………………………………………………………………………………………………….

nato a ………………………………………………………………………………………………………………………………….

il …………………………………………… residente a ……………………………………………..……

in Via/Piazza ……….………………………………………………………………………………..

C.F. ………………………………………………………………………………………………………………………………

partecipa

alla prima edizione del concorso letterario nazionale “Misteri d’Italia” con il romanzo intitolato ……………………………………………………………………………………………..………….

dichiara

che il romanzo è inedito, mai pubblicato, neppure su internet

dichiara

di accettare completamente il regolamento del concorso

si impegna

a non pubblicare il romanzo, in alcun modo, fino alla proclamazione dei finalisti e, qualora risulti uno dei finalisti, a non pubblicare il romanzo, in alcun modo, fino alla proclamazione dei vincitori.

Luogo e data

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In Fede

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“La sposa inglese” di Anita Sessa, Dri edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni donna ha un paio di ali

chiuse dentro di se

Ponta ad ascese sconfinate

Enrico Ruggieri

Ho sempre amato questa canzone.

Credo che parli benissimo di noi donne più di uno dei miei amati saggi femministi ( scusami Simone).

Perché una donna non è solo apparenza, doveri, aspettative, sacrifici.

Una donna non è e non può essere solo madre, moglie amante , sempre vista in coppia o in funzione di qualcuno o qualcosa e mai come essere unico e incredibile.

Una donna è un essere vivente che come la descrive perfettamente Clarissa Pinkola Estes è fatta di sottili fili di magia, di respiri e sogni, di ideali e speranze.

E’ una fata nel vero senso della parola e non è un caso che gli omaggi migliori alle donne siano stati fatti da uomini meravigliosi che le hanno appunto definite fate.

Il termine deriva da fata-orum plurale di fatum fato o destino, considerato come entità femminile assumendo le vesti di dea del destino. Come se qualcosa nella donna la rendesse capace di impugnare la matita e disegnare anzi scrivere la sua storia il suo percorso, la sua unicità, con i tratti che più preferisce.

La fata è l’incantevole figura femminile della mitologia popolare, dotata di poteri magici e per lo più benefici.

La fata era la benevola signora dalle bianche vesti, protettrice di messi e bestiame tipica delle regioni alpine.

Era la saliga o la Signora bianca.

Era benedizione e punizione per chi infrangeva il patto tra l’uomo e il cosmo.

Ecco che dire fata a una donna, significa appellarla con i doni della bellezza e non solo fisica, del fascino, ossia della capacità di creare con la sola parola la malia o l’incantesimo.

E’ la donna provvidenziale, colei che con le sue arti spesso riferite alla manualità, intesse un meraviglioso arazzo sbrogliando i nodi e facendo scorrere il fuso.

E non è un caso che tante narrazioni, la fata ossia la dea bianca, colei che riceve direttamente la luce dentro di se inglobandola affinché poi possa rinascere, si concentrano sul peggior dramma subito da queste eteree figure: il taglio delle mani.

Come in un oscura profezia, il terrore piombava su di lei come un incubo, e le sue peculiarità venivano amputate.

Ecco che la delicata fanciulla, veniva privata delle mani da un diavolo assetato di sangue.

E cosi è stato davvero.

La donna, da regina e divinità, da meraviglia del creato, altra parte della luna, venne progressivamente privata della sua sovranità e di quel meraviglioso potere collegato con la narrazione e con la creazione reale di mondi e società.

Bastava la parola per tessere i destini, come le norme, sorridenti e serafiche considerate dalla retrospettiva maschilista, delle perfide demoniache oscure creature.

La donna venne cosi privata di sensualità e relegata accanto a un focolare reso sterile dalla privazione della sua atavica magia.

Davanti al fuoco la donna non creava più ombre fantastiche sul muro, né cucinava cibo e pozioni di erbe, in un atto di eterno amore.

Era li solo per sollazzare di leccornie l’uomo che la possedeva, come se essa non fosse altro che un oggetto.

Venne privata dalla sacralità della maternità (non solo intesa in senso fisico ma anche mentale come fecondità di idee) relegandolo a mero atto consono al mantenimento della stirpe del dominatore.

Venne, sostanzialmente privata della sua libertà.

E per questo, il massimo della sua morte interiore avvenne proprio nella mia epoca preferita, laddove la scienza prendeva il posto che spettava alla religione e alla superstizione, rendendo l’Inghilterra una nazione potente e decisiva per la scacchiera europea.

Ma al contrario di tanto progresso, ella rimaneva li, inerme, incatenata, completamente schiava della consuetudine.

La sposa inglese, nonostante l’apparente scenario di un delizioso rosa, ha sei sublimi scatti di ribellione femminista.

Leggete con attenzione.

Mentre intorno a lei dame e gentiluomini si scambiavano convenevoli, stando bene attenti a non dare scandalo, si ritrovò ancora una volta ad ammirare quell’impassibilità e quella rigidità generali, che confluivano nell’eleganza. Sapeva di essere molto diversa da quelle persone, di non avere le stesse aspirazioni e di essere in cerca di qualcosa di totalmente differente. Se ne rendeva pienamente conto quando si perdeva ad osservare i dettagli del mondo, piccole sfumature nell’aria che le scatenavano dentro emozioni mai provate prima.

Quante di voi si riconoscono in questa descrizione?

Quante si sentono totalmente fuori posto negli abiti che la società confeziona addosso a noi?

Non serve essere la splendida Edith nel periodo vittoriano.

Tutte noi ci sentiamo aliene alle aspirazioni di tante come noi, educate a dire si al re di turno.

Edith si era comportata esattamente come il mondo si aspettava si comportasse. Nulla di più, nulla di meno. E come avrebbe potuto essere altrimenti quando fanciulle come lei venivano trascinate dalla campagna in città con preciso intento di trovare marito? Esposte e messe in vendita come libbre di carne, vendute al miglior offerente?

Come se qualcosa di selvaggio, simboleggiato da una Scozia mai pienamente ammansita dal potere convenzionale dell’Inghilterra, scorresse e cantasse nelle vene di chi non ha paura di udirla quella voce.

Allora ci guardiamo allo specchio, coraggiose e indomite e cerchiamo qualcosa di diverso, da quello che ci è prospettato come il desiderio reale del nostro sesso.

E cosa vorresti, Edith? A noi non è concesso altro.”

E cosa avremmo noi donne di diverso dagli uomini?

Ecco che coscienza e lato oscuro iniziano a dialogare tra loro, facendo sognare scenari diversi da quelli che il bon ton ci prospetta, qualcosa che ha il sapore spavaldo della libertà.

Freud si fece una sola domanda per tutta la sua vita: cosa vogliono le donne?

Edith in questo piccolo prezioso romanzo lo racconta con estrema semplicità:

Aveva bisogno di quella libertà, solo in quei frangenti poteva e riusciva davvero a dimenticarsi di tutto e tutti. Delle regole, delle convenzioni sociali, del suo ruolo di moglie indesiderata e duchessa improvvisata. In quei momenti Edith non aveva bisogno di nessuno, non doveva rendere conto a nessuno.

E quando inizi a dirlo a te stessa, nulla è come prima e inizi a scrivere davvero la trama della tua vita, inizi a essere protagonista e non più comparsa, inizia a essere viva e non più vittima degli eventi.

E magari trovi chi ha lo stesso colore della brughiera, dove lo sguardo può spaziare, dove dissetarsi e dove essere se stessi.

Sapete cosa vi auguro ragazze?

Di trovare voi stesse e chi possa dirvi le più belle parole d’amore che io abbia mai letto:

E riguardo alla vostra domanda, Edith, immagino di preferirvi indomita e libera dalle convenzioni sociali piuttosto che imbrigliata in quelle catene immaginarie che vi costringono a stare al vostro posto. Un posto che, peraltro, non mi sembra abbiate scelto o desideriate.”

La ragazza lo guardò negli occhi. Il brivido che l’aveva scossa quando lui aveva pronunciato il suo nome con quell’accento marcatamente scozzese e rude, lasciò il passo a un calore che le si diffuse nel petto. Nessuno aveva mai colto quell’aspetto della sua personalità, quella sua continua ricerca di evadere e liberarsi dalle convenzioni.

Vi auguro qualcuno che vi inviti a essere cosi libere, piuttosto che mettervi su un finto piedistallo e impedire alla vostra anima di volare in alto, oltre le stelle

C’è chi ti urla che sei bella

che sei una fata, sei una stella

poi ti fa schiava, però no

chiamarlo amore non si può.

Edoardo Bennato

“Ancora Due” di Delia Deliu, Pav edzioni. A cura di Francesca Giovannetti


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Introduzione. 

si è perso il senso dell’amore. 

oggi esso è visto come un sentimento quasi evanescente, arricchito solo da sensazioni forti, estreme e caratterizzate dal raggiungimento di un acme di eccitazione. 

Il dolore, musa di tanti poeti e autori, figlio più dell’abisso che del paradiso, è stato liberato dalla sua componente più interessante: il dolore. Ma è una vera liberazione?

Come si può davvero amare senza spogliarsi di ogni orpello, di ogni mortale abbellimento e mostrarsi cosi nudi di fronte all’amato che è e sarà sempre espressione più alta della fonte del tutto, quel Dio che si è sempre manifestato ed è sempre stato descritto come amore. 

Ecco che un libro che fa tornare il dolore al suo posto, non può che farci bene. Addio sussulti di passione, giri sulle montagne russe e bentornata vita che anche nello sfavillio di mille lacrime sai brillare.

Ed è allora che distesi nel fango dell’abisso, ma ancora capaci di rimirar le stelle, possiamo con un sorriso condito da lacrime dire Ancora due. E sarà in quell’ancora che sveleremo il vero significato del sentimento più osannato al mondo. 

Alessandra Micheli 

 

Max e Greta, i protagonisti di questo libro, sono irrimediabilmente attratti l’uno verso l’altro, nonostante la diversità dei loro caratteri.

Cupo e solitario lui, sorridente ed estroversa lei.

Con la complicità di un fedele amico a quattro zampe e la stupenda cornice della montagna sboccerà un amore vero e intenso, ma pieno di difficoltà.

L’autrice affronta un tema difficile e delicato, sul valore e l’importanza della vita.

Guida il lettore a saper riconoscere cosa conta davvero e a cosa invece è possibile rinunciare.

L’amore è la forza trascinante, sconvolgente e salvifica dell’essenza stessa della vita. Alcune volte fatichiamo a capirlo, ma questo libro ce lo ricorda, entrando nel cuore dei lettori in punta di piedi, fino a esplodere in una presa di coscienza dolorosa.

Le descrizioni dei paesaggi sono intense.

L’ambientazione esce vivida dalle pagine, regalandoci i profumi, i colori e i sapori della montagna.

Un tetto sulla testa quando piove, un’ ottima compagnia e del buon cibo possono essere la felicità?

La risposta è sì, quando trovi finalmente la persona che ti completa, il tuo pezzo mancante, allora, solo in quel momento ci si accorge di quanto il superfluo sia una zavorra da lasciar andare.

Una storia d’amore che nasce, cresce e diventa adulta in poco tempo.

Una storia che racchiude l’essenza stessa della parola “amore”.

Non mancano i contrasti, gli antagonisti, i colpi di scena e gli errori dei personaggi, che condiscono il tutto, rendendo i libro ancora più piacevole da leggere.

Consigliato agli animi romantici, a chi lotta e va avanti nonostante tutto.

“Il fuorilegge della Magia Nera. Shadow Play” di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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Secondo capitolo delle avventure di Cisco Suarez, l’incantatore delle ombre, colui che è tornato nel mondo dei vivi dopo dieci anni di oblio.

La caratterizzazione del personaggio cresce, il protagonista, non perdendo la sua indole impulsiva, comincia ad abituare il lettore a riflessioni più intime. Lo scopo principale è fare luce sui dieci anni dimenticati per poter attuare la propria vendetta.

L’autore descrive il suo protagonista da tre angolazioni diverse.

Un negromante curioso, giovane, poco esperto e troppo spavaldo, un assassino spietato senza controllo sulle proprie azioni, un uomo diventato un potente animista che sonda il suo potere prendendo coscienza della sua dimensione.

Un prima e un dopo separati da dieci anni di buio.

Ma è proprio in quegli anni che Cisco deve dolorosamente scavare se vuole arrivare a ricostruire la sua vita.

Mettere in ordine il passato è l’imperativo primario per decidere come pianificare il futuro.

Ma non sempre le scoperte sono piacevoli.

Così, mentre continua ad affrontare battaglie sempre più audaci e difficili, Cisco fa i conti con ciò che è stato.

Un libro che si snoda sul crinale del dubbio, della fiducia malriposta, del sospetto avvertito ma non confermato.

Uno stato di continua suspense fuori e dentro il protagonista.

Serrato fino all’ultima riga, quasi indecifrabile come la magia che racconta, il finale alza il velo su un colpo di scena che proietta verso un ultimo capitolo che si preannuncia decisivo.

La tensione narrativa viene mantenuta grazie all’introduzione di nuovi e inquietanti personaggi che portano altri fenomeni paranormali coi quali avvengono incontri e scontri.

Un’opera paranormale che coinvolge sentimenti molto terreni: amore, amicizia, fiducia, avidità.

Un equilibrio riuscito dal punto di vista narrativo, .

Non resta che attendere l’epilogo.

 

“Dietro anime di inchiostro” di Marco Chiaravalle, La Strada per Babilonia editore. A cura di Alessandra Micheli

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Per me, bambina strana quasi aliena a un mondo che sentiva troppo stretto, i libri sono stati veri amici in carne e ossa.

Ricordo il mio viaggio a Verona davanti alla casa della mia Giulietta.

Il desiderio espresso lanciando la monetina nel pozzo, era forse il più eccentrico che si sia mai sentito: che Giulietta divenisse la mia amica, in modo da raccontarmi perché amare cosi intensamente Romeo e cosa di quel ragazzo incostante l’aveva tanto affascinata.

Giulietta, forse, conosceva meglio di tutti gli arcani segreti di quel sentimento cosi immenso da superare la vita e persino la morte.

Un desiderio strano per una bimba, una bimba di questi tempi.

Si è realizzato direte voi beffardamente?

Vi posso assicurare che da allora Giulietta ma non solo, non ha fatto altro che venire di notte a sussurrarmi la storia che neanche il mio amato Shakespeare conosceva.

Da lei ho imparato più sull’amore che dalla mia esperienza quotidiana e ancora la sua voce mi accompagna quando scrivo.

Ma non soltanto Giulietta ha allietato i miei giorni di infanzia e adolescenza.

Posso citarvi il buon Sherlock con il suo violino che incantava i miei sensi, il serafico Poirot, la dolce Dorothy.

Alice e il Cappellaio Matto, i fantastici te passati assieme, rassicuranti energizzanti, specie quando non trovavo un senso nel mio vagare per il mondo.

Allora bastava una festa di non compleanno per rendermi di nuovo allegra.

Robin mi ha insegnato il valore della giustizia e il mio amato D’Artagnan l’arte del duellare.

Artù mi ha istruita sull’arte del governo, tanto che la tavola rotonda è stato il perno su cui svolgere i miei studi di politica.

Insomma, ogni libro letto, ogni personaggio, usciva dai racconti e mi parlava, invisibile a chi i sogni li ha lasciati per strada.

Voi che oggi esaminate con occhi critico i libri, editor o semplici blogger, potrete mai capire cosa significa per noi vecchi sognatori leggere?

Poco importa della stesura, dei buchi della trama dello show don’t tell, infodump e tutte quelle parolone colte che fanno tanto oggi esperti.

Poco importa dei video degli youtuber capaci di smontare la trama e educarci al gusto, degli influencer che ci dicono cosa sia bello o cosa sia kitsch.

Poco ci importa di incongruenze o di trame trite e ritrite piene di avverbi in mente.

Un libro per noi è un essere vivente che deve svelarci la sua essenza, perché è in quella voce sommessa che si manifesteranno quei personaggi che arricchiranno la nostra vita.

Forse ci saranno libri poco probabili di fronte alla grande editoria.

Ma saranno li sull’autobus con noi e la loro storia non finirà con quella appena raccontata, ma sarà ricca di altre mille fantastiche avventure, ognuna profondamente vicina al nostro percorso umano.

Sarà grido di ribellione, o dolce amara lacrima, scesa sui ricordi perduti. Sarà un amore lontano e idealizzato e quello vicino troppo assuefatto alla quotidianità che arricchiremo di fantasia affinché non muoia rinsecchito.

Tutto questo è dietro anime di inchiostro.

Laddove si cela un intero mondo e persino un fondamentale aiuto per ritrovare se stessi e magari svegliarsi da un lungo atrofizzante sonno. Quello inscenato per un senso di colpa atavico, quello che accade a chi non riesce a essere fotocopia delle aspettative della società.

Una società che ci vuole seri, inquadrati, probi e timorati di dio, avvinti alla vita anche quando questa vuole fuggire via.

A chi vuole difendere la propria dignità e tornare alla fonte del tutto.

Una fonte in cui sorgano le storie, quelle dei personaggi di inchiostro ma anche le nostre, che nelle anime libere si intrecciano e si confondono, tanto che a volte sembra di vedere un coniglio bianco, dagli occhi rossi, indicarci la strada.

Ma attenzione.

Chi legge con questo spirito non si distacca dal mondo.

I miei notturni colloqui con Edmond (Dantes) non si riversavano alla costruzione di un mondo fallace e utopico.

Artù non mi insegnava i principi veri della sovranità, per sogni illusori e effimeri.

I libri stanno accanto a noi, ci prendono per mano per farci comprendere la nostra di realtà, cosi assurda e ingabbiata, cosi perduta e cosi demolita, giorno per giorno, dai corvi del re di turno.

Dentro anime di inchiostro è il libro più bello letto finora.

Capace di dare voce alla mia di anima, fatta forse di inchiostro al pari dei racconti del mitico Bandini.

Ma profondamente impregnata di senso civile, perché credetemi più civile del mio paese delle meraviglie con i suoi non sense, ma pieno di rispetto profondo del diverso e della fantasia e della dignità umana, non esiste.

Un mondo in cui i Pinco Panco e i Panco Pinco, non sono uomini qualunque ma voci da udire per poter sognare e costruire un mondo diverso.

Dove addirittura un grifone o una finta tartaruga possono mettersi al pari di un uomo che non è affatto al centro di un universo da dominare, ma semplicemente anch’esso protagonista di una storia da ascoltare, rapiti.

E allora possiamo parlare persino di cose serie, noi che parliamo con i personaggi scaturiti da un inchiostro che sa di anima, persino dei nostri drammi e dipingere assieme ai colori di una coscienza risvegliata, un finale diverso, meno tenebroso e restituire il sorriso a un bimbo, rivedere coloro che non ci sono più e raccogliere il loro messaggio importantissimo per non dimenticare mai.

E poi risvegliarci, in questo universo che non avrà più il colore grigio del banale ma sarà restituito alla sua immensità, quella che ci rende piccoli ma orgogliosi di farne parte.

“Gli antonciani e la rivolta dei ribelli” di R.E. Key. A cura di Chiara Luccy Linaioli

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Antiocia è un regno situato nel sottosuolo. Gli antociani sono il popolo che vi abita, persone dal nostro stesso aspetto, il cui scopo è quello di far funzionare l’umanità, salvaguardandola. Per farlo, ognuno riveste un ruolo, legato a una professione. Ogni ruolo viene affidato dopo il superamento di un test, che avviene in un determinato periodo della vita degli antociani, a centosedici anni. Cosa accadrebbe se a qualcuno venisse in mente di sconvolgere l’organizzazione del sottosuolo? Se volesse impadronirsi del potere e destituire i governanti? A mettere ordine ci sono i trottolieri, aiutati da fotografi, torrettisti, orologiai, scribaldi e quanti altri. Riusciranno a contrastare la rivolta dei ribelli capeggiati dal collezionista.”

 

Libro cronaca autoconclusivo, questo romanzo di RE Key, fantasy, con sfumature urban e steampunk, è scritto a quattro mani dai coniugi Key: due antociani fedeli al governo eppure costretti a vivere in incognito a causa della loro missione. Ovvero, narrare della ribellione. Non sappiamo altro degli autori.

Regole ferree, infatti, gestiscono il popolo a cui appartengono, quindi, in mancanza di un’approvazione ufficiale, i Key sono costretti a nascondersi per raccontare quanto avvenuto.

Essendo Elly Key una “scribalda” (per chi vuol saperne di più consiglio di procurarsi il libro), lo stile ricorda un articolo giornalistico. Narratore onnisciente in terza persona e ritmo scandito da molteplici colpi di scena sapientemente dosati. Un testo, quindi, godibile dai 9 anni ai 499.

La “magia” di questo mondo è tutta tecnologica.

Bilie che catturano case, macchine da scrivere che inviano messaggi, polaroid che modificano lo spazio-tempo… Roba da far strabuzzare gli occhi a ogni babbano.

Una gustosa, moderna variazione sul genere.

Ma…

Note dolenti:

Essendo i Key due Antociani, purtroppo sopravvalutano la capacità umana del comprendere le dinamiche del loro longevissimo popolo (500 anni di vita media). Innanzitutto, non viene quasi mai specificato in che modo gli Antociani migliorano il mondo “umano”.

Nel libro le interazioni si limitano a comparsate.

Le uniche preoccupazioni dei personaggi sono obbedire al governo e non far scoprire il via vai di case antociane ai vicini terrestri.

Escluso ciò, nei vari scontri con i ribelli (fra battaglie, sequestri, incendi, agguati in stile mafioso, etc…) poca e nulla cura viene posta per preservare la segretezza.

Si sa, i ribelli anche a questo si oppongono evidentemente: alla segretezza.

Loro vorrebbero poter morire in pace sulla superficie e poi tornare con la propria casa a vedere il sole, post mortem.

Onestamente, benché antipatici, non si riesce a biasimarli poi così tanto.

Di Antocia sappiamo poco o nulla; a parte di un poderoso apparato burocratico con falle notevoli (“Ministero della Magia” style, come sa bene chi legge Harry Potter), non abbiamo idea se nel sottosuolo lo stile di vita sia differente dalla copertura “mortale”.

Per questo è auspicabile che i coniugi Key tornino a scrivere e colmino le lacune che il loro progetto divulgativo, giustamente, non può esaurire in un’unica volta.

Se avete amato Men in Black e Diagon Alley; se vi appassionate a macchine fotografiche vintage, a orologi modificati, a macchine da scrivere e a biciclette sgangherate che sfrecciano come il vento; se la vostra preoccupazione maggiore è scoprire se i vicini di casa vi invitano a cena di continuo perché vi adorano o perché vogliono usarvi come scudo umano per non far rinchiudere in una bilia la loro dimora… ebbene, comprate il libro.

E buona lettura!

P.S. se desiderate leggere la parte “antociana”, tirate la J per la codina!

Chiara

“La figura di Eloisa nello Scito te ipsum di Pietro Abelardo” di Valtero Curzi, Le Mezzelane edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una delle cose che odio della letteratura è la divisione in libri colti e libri commerciali.

Questo perché dà un facile alibi a chi non desidera impegnarsi e responsabilizzare la sua scrittura dicendo a se stesso è solo un libro di svago.

Come se lo svago fosse un luogo oscuro dove i cervelli si rifugiamo per annichilirsi di banalità.

Anche nello svago, nel gioco anzi sopratutto in quei casi, la vostra mente è viva e vigile e noi le dobbiamo un sommo rispetto.

Pertanto, bisogna dividere i libri in brutto o belli, ben scritti o contenenti orrende nefandezze o ancor meglio in libri etici e non etici.

Una volta ristrutturata la vostra percezione sfasata, comprenderete come anche voi amanti dei rosa, dei fantasy o di generi considerati di svago, potete benissimo leggervi un libro di filosofia.

Non vi danneggia, non morde, non vi nuoce, anzi stimola il pensiero aprendo la vostra mente e rendendovi capaci di entrare nel cuore di ogni testo.

Magari il rischio è di divenire meno burattini e meno improntati alla sindrome dell’imbecillità.

E questo capisco che per molti sia un rischio.

Prendere sul serio la vita, il pensiero e responsabilizzare noi stessi di fronte a ogni scelta, capisco che sia un dramma di oggi.

Il nostro sommo ambire in fondo è andare al talk show, al reality o ospite della conduttrice di plastica di turno.

Altri meno ambiziosi, sognano di fare influencer proponendo la banalità a altri mille addormentati, cosicché il paese dei balocchi diventi landa desolata il sogno di ogni predone.

In fondo, ci hanno tolto tutto, perché non farci togliere anche la libertà?

Il libro deve essere un antidoto.

E certi libri sono le chiavi per comprendere il nostro presente.

Ecco perché il racconto delle vicende umane di Abelardo e Eloisa possono stimolare il pensiero attuale per svariati motivi.

Uno: riguarda il tempo in cui il sommo filosofo visse.

Insomma, se nel dodicesimo secolo, si dava risalto alla conoscenza e non alla fede cieca, oggi nel 2020 quasi un po’ di vergogna la dovremmo provare.

Un po’ non dico molta.

Se Abelardo stesso era convinto che l’unico strumento in mano all’uomo atto a conoscere, fossero il pensiero e la logica, oggi noi siamo involuti.

Ma tanto, visto che usiamo tutto tranne la mente per apprendere.

Questa propensione all’analisi e al discernimento di ogni aspetto della fede lo ha inevitabilmente condotto a scontrarsi e poi a sottomettersi alle autorità della Chiesa

Pensiamo a questa frase, mentre ascoltiamo rapiti lo youtuber di turno.

Pietro Abelardo, in pieno dodicesimo secoli, si pose con coraggio di fronte alla cultura del suo tempo dicendo:

Conoscere per credere”, quindi, perché, come sostiene, non è possibile insegnare senza prima aver compreso ciò che si va insegnando.

E già per questo il libro andrebbe riletto.

Secondo motivo, perché tutta la sua opera fino allo scito te ipsum è influenzato dalla sua vicenda umana che porse, udite udite, una donna nella condizione di insegnante.

Capite?

Noi oggi abbiamo tante libertà, tanti diritti e ancora oggi releghiamo l’altra parte della luna nel ruolo da Maddalena da redimere o peggio, come corpo da usare.

Sentite cosa scrivono di Eloisa:

Eloisa, colei che è stata la figura fondamentale della vita di Abelardo, la donna che ha amato e poi, travolto da un atroce destino, tentato di convincere ad abbracciare una nuova dimensione dell’amare, in cui l’oggetto d’amore non è più lui stesso, ma il Signore.

In pratica l’amore, persino fisico torna come al tempo degli dei a essere veicolo per l’incontro con dio. In fondo lo raccontava perfettamente il cantico dei cantici.

Ora per farvi comprendere la portata rivoluzionaria di questo concetto vi darò due informazioni su Abelardo.

Nel 1114 Abelardo occupa l’ambita cattedra di Parigi e può impartire lezioni di dialettica e di teologia. Il successo delle sue lezioni gli procurerà lauti guadagni e grande gloria, tanto che viene definito “l’unico filosofo al mondo”.

Unico filosofo del mondo, pensate alla reputazione di questo strano ometto.

E per favore, leggete bene la data: 1114.

In quegli anni in cui la donna non era tenuta in grande considerazione se non come corpo (cavolo nel 2020 stiamo allo stesso livello culturale, complimenti) Pietro incontra questa strana figura, Eloisa.

E decide di scendere dal suo piedistallo per insegnarle.

Ma attenzione.

Il rapporto tra i due non seguirà le regole di uno stantio paternalismo.

Anzi.

Abelardo, il quale, attraverso il dialogo epistolare, determina Eloisa come suo alter ego

Capite?

Neanche i miei amati autori “colti” hanno mai avuto l’accortezza di definirmi così loro pari.

Neanche nel mondo della saggistica si sono mai sognati di porvi a questo livello di alter ego.

La dolce fanciulla fu da sprone al colto uomo per reinterpretare la sua esperienza di vita, superando la logica stringente e dando una dimensione più mistica e universale al suo pensiero.

Ma sopratutto Eloisa:

attraeva Abelardo e da questa attrazione egli ricavava una dimensione umana nuova, che lo spingeva a ridefinirsi come uomo, prima ancora che maestro e filosofo.

fulgido esempio per ogni donna incapace di uscire dagli ristretti schemi societari:

di una cosa però si ha certezza: anche se molto giovane, godeva di grande fama e prestigio per i suoi studi e il suo sapere così precoce. Ella, se d’aspetto non era certo l’ultima, per ricchezza di cultura letteraria era eccelsa. Quando più infatti questo bene, il sapere letterario, è raro nelle donne, tanto più dava pregio alla fanciulla e ne faceva la più celebre di tutto il regno.

Devo spiegarvi ancora perché è necessario che Pietro e Eloisa viaggino nei vostri sogni?

Non credo.

Più moderni loro dei rappresentanti di questi tempi distrutti, più sinceri delle nostre maschere, ecco gli esempi da seguire e da imitare.

 

 

“Il fuorilegge della magia nera. Dead man”di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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“Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera. Sembra abbastanza fico, vero? Lo era, fino a quando non mi sono risvegliato mezzo morto in un cassonetto.
Ho detto mezzo morto? Perché intendevo morto al 100%. Non faccio le cose a metà.
Perciò eccomi qui, ancora vivo per una qualche ragione, in un altro giorno assolato a Miami. È un paradiso perfetto, se non fosse che mi sono immischiato in qualcosa di brutto. Ricercato dalla polizia, avvolto dal fetore della magia oscura, con creature dell’Altrove che sbucano da tutte le parti… per non parlare delle gang voodoo haitiane. Credetemi, è tutto molto divertente fino a quando non hai un cane zombie alle calcagna.
Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera… e sono totalmente fottuto.”

Si presenta da solo, questo intrigante libro che mescola fantasy, thriller e horror aggiungendo alla ricetta una buone dose di paranormale.

Originale sotto diversi aspetti, a partire dalla voce narrante, in prima persona.

Il protagonista si rivolge direttamente al lettore con una marcata vena in bilico fra l’ironia il sarcasmo che alleggerisce un’ambientazione cupa e spaventosa.

Il libro ha una duplice proiezione temporale, una rivolta al passato di Cisco, di cui ha perso memoria, l’altra al suo futuro dopo il risveglio. Ma non si può sfuggire alla universale regola logica che necessita di conoscere il passato per vivere il futuro. Cisco è senza passato, o meglio, non lo ricorda; la discesa in ciò che è stato è dolorosa e lacerante, ma necessaria.

Il presente non è roseo: non sa più chi sono gli amici e chi i nemici.

Questo continuo interrogarsi, costruire teorie e supposizioni rischia di far impazzire il protagonista…e i lettore.

È questo uno dei punti di forza della narrazione: la ricerca e la messa in ordine dei pezzi mancanti unita a un senso di disorientamento e sfiducia nei confronti degli altri personaggi.

Ne viene fuori un protagonista estremamente tormentato, al limite della paranoia, sfuggente, arrabbiato e cinico.

Descritto in ogni sua sfaccettatura emerge un personaggio dove il male e il bene coesistono senza stridere.

Magia, riti, spiritismo e animismo: ecco altre colonne portanti del testo.

Ognuno di questi termini ha il suo significato che l’autore spiega in maniera lineare e senza tecnicismi, solo per aiutare il lettore a calarsi in questo mondo parallelo popolato da non vivi e creature soprannaturali.

A questi elementi si mischia però la consueta vena di avidità molto umana e poco soprannaturale, che dà all’intera opera un importante contrappeso reale.

Un libro ben scritto, fluido e scorrevole. Originale nella scelta del soggetto e nella tecnica di narrazione.

Un libro veloce e pieno di adrenalina, dove l’azione occupa la maggior parte dello spazio ma lascia spiragli per le descrizioni dei drammi interiori da affrontare.

Ma l’avventura non è finita.

Cisco Suarez è appena all’inizio del suo cammino dopo il ritorno al mondi dei vivi.

E questa opera spinge senza dubbio a continuare la lettura.

È solo un “ci vediamo”, al quale non resta che aggiungere: “presto”.