“Elyss” di Valerio La Martire, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Avete mai visto Roma alle prime luci del mattino?

Un alba rosata inizia a sollevarsi piano piano, in uno strano silenzio rotto, qua e la dai rumori di chi lavora o di chi va a dormire.

E’ tutto sospeso, come se la magia fossa quasi in procinto di manifestarsi. E in quegli istanti, prima che l’irruenza di questa vecchia indomita città inizia a farsi rispettare, c’è un momento immobile, come se l’incanto di una magia fosse li li per manifestarsi. In quegli attimi davvero ti sembra scorgere antiche divinità, antichi folletti, muse e ninfe che agitandosi donano la loro protezione a questa mia bella triste signora.

Nonostante il miracolo di Roma che dorme e si sveglia, il dolore permea questi sanpietrini.

Noi, troppo di fretta, intenti a rinnegare la fantasia e l’incanto, ci muoviamo quasi senza rispetto. Non tanto per la gloriosa storia, o per quel passato che ancora sussurra da queste pietre, ma per quell’anima che ci chiede a ogni angolo di strada, di essere abbracciata.

Mi immagino Roma come una elegante decadente signora, con ancora tante storie da raccontare, quasi sussurri nella notte, funestata da chiasso cacofonico urla e schiamazzi.

Cerchiamo quella magia perduta in altri luoghi. In altre culture cosi esotiche eppure distanti.

Quasi come se una parte di noi fosse stata sacrificata a questo osceno dio dell’apparenza.

Odiamo questi vicoli sporchi e trascurati, eppure cosi vivi e vibranti. Odiamo quei palazzi del potere vilipesi dalla politica senz’anima e senza dignità.

Odiamo il papa che ci ha relegato in un angolo buio, donandoci quei diritti e quella libertà che prima ci negava.

Eppure, in quella storia fatta di repubbliche, di sacrifici di canzoni beffarde, creato come un arazzo dalla sarcastica voce di Pasquino, era proprio quel negarci che ci faceva alzare la testa orgogliosi e dire e no sor papa, io li diritti me li aripijo.

E cosi Roma sembrava quasi sottomessa, ma brulicava di vita, quasi sotterranea per paura de mastro Titta, con quella falce in mano come un oscura a ctonia divinità della morte.

Li sotto, in quella tradizione sotterranea nata proprio quando bisognava rialza la testa, si muoveva l’essenza di Roma mia.

Sberleffi, poesie crudeli e malinconiche, che ancora oggi ci narrano il dramma umano della guerra, il compromesso e la stupidità di chi si fa comprare da su spicci.

Mentre cammino per Roma penso al libro di Valerio.

E mi chiedo cosa celi questo urban fantasy, cosi accattivante e a tratti irriverente.

Cosi come lo spirito di questa antica, stanca guerriera.

Una lotta per recuperare, in fondo la vita, quella che guarisce oggi che siamo soltanto cosi pregni di morte.

Morte dell’identità, della cittadinanza, del pensiero, dall’immaginazione, della cooperazione e della fratellanza.

Morte di quella volontà che ci univa e che oggi ci divide mentre siamo intenti a scattarci i selfie.

E cosi mamma Roma sta li a guardarti triste, quella sua gente che non ascolta non sente e nega i doni che lei nonostante le botte che gli abbiamo dato, continua a elargirci. La bellezza quasi antica delle sue strade, voci che risuonano cantando per i vicoli, echi del tempo che fu.

La magia celata agli occhi sciocchi degli stolti, cosi come Valerio narra nel testo.

Roma è davvero ancora patria di fauni e ninfe, di divinità e arcani misteri. Patria di esoterismo e alchimia, patria di magie a cui attingere a mani aperte, forse soltanto per scrivere un libro.

E la lotta finalmente rinata contro zi prete, che oggi è quasi assente, sonnolento, distante, rassegnato.

Ma senza sto papa a cui di no, cosa rimane a noi romani?

Cosa ne è della nostra libertà conquistata con la breccia di porta pia?

Abbiamo tutto.

Eppure le nostre mani suono vuote.

Siamo orfani della nostra città, immensi in critiche, rivendicazioni stantie, monnezza e malgoverno.

Cammino per Roma e mi sento come Elyss davanti alla meraviglia di incanti che Roma nasconde.

Sono nata qua e da qua, nonostante le contraddizioni no riesco a staccarmi. Cosi come il suo lari non riesca ad andare via. Sono qua a raccontare storie agli spiriti protettori, affinché mogi e affranti non lasciano la città sprovvista di protezione.

Sono le storie a difendere Roma mia.

Allora nun je da retta roma.

Non fa er patto cor diavolo, non rinunciare ai tuoi sogni per farti blandire dalla convenienza.

Nun te fa pecorone.

Non te fa cojonà.

Ascolta la mia voce che ti narra dei tempi antichi, che te canta no stornello.

Accanto a me, oggi a crederci ancora, ci sta Valerio.

Allora grazie, perché pure tu come me ami in modo assurdo, pazzo, folle e insensato sta vecchia abbandonata città.

 

“T.S.O.” di Roberto Addeo, Ensemble. A cura di Alessandra Micheli

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Ammetto la mia debolezza, che probabilmente si svelerà durante questa recensione: amo lo stile di Roberto Addeo.

Amo quel suo modo crudamente poetico tutto pasoliniano di fotografare il post moderno troppo post e poco moderno.

I suoi libri si incentrano sui cosiddetti ultimi, alieni a una società basata non più sul merito e sul talento ma sulla capacità di assoggettare e azzittire la propria anima per darla in pasto ai vari sciacalli che incontriamo: amori, lavoro, perbenismo, dogmi familiari e dogmi societari.

Tutto pur di seguire in modo ordinato, come bravi soldatini, quella voce che ci vuole in fila per tre.

E cosi Addeo racconta, beffardo, ironico, straziando con la penna il velo dietro cui celavamo la realtà troppo dura da accettare, troppo grottesca nella sua costante pantomima di perfezione e di ossequioso assenso all’autorità invisibile ma presente, che decide quale maschera indossare. E la cuce cosi saldamente al nostro io più vero, che quasi ci scordiamo il nostro volto, tanto da stupirci ogni volta che lo specchio rivela quell’orrore fatto di cicatrici e parti innestate a forza dentro di noi.

Ci sono, però, anime che non accettano il lavoro del dottor Frankestein di turno.

E che sono quindi additate come malate, pericolose, dissidenti ree di mettere tutto in discussione non per un afflato di libertà ma per un cipiglio capriccioso.

Sono coloro che pur tentando, non riesco ad adeguarsi, sono i diversi, gli alienati, i folli e sopratutto gli artisti che non barattano i loro sogni con la vil pecunia.

E cosi il mondo onirico cosi rifiutato per la sua caotica forza, cosi capace di sconfinare nel territorio proibito, quello della libertà, viene additato come strano, come antisociale, come un pericoloso virus capace di infettare tutta la strutturata e anonima società.

Il virus della fantasia a mala pena trattenuta da città e provincie che nella penna di Addeo sembrano solamente grigie, rischia di colorare con le sfumature dell’arcobaleno, le vite monotone e assopite dei benpensanti, dei normali, di quelli che seguono la voce che li comanda che li manovra e che vampirescamente,si nutre di loro.

Ecco la poeticità della crudezza.

Davanti a un umanità cosi disperata che nasconde dietro a un finto riso il dolore più intenso, quello della perdita di se stessi, il nostro protagonista cammina fino a toccare attimi di sublime poesia solo per lo strano incontro con un amico dai baffi vibranti.

E cosi il gatto diviene il simbolo stesso del poeta e dell’artista che non ci crogiola dietro la promessa di un lusso apparente senza spirito, che non si ferma a fissare rapito le luci sfavillanti della città dei balocchi che rende tutti asini.

Ma brama il calore del cuore che batte, sorseggia una lacrima che disseta un anima avvizzita. Si bea del calore di un sole che occhieggia lieto e amorevole anche i margini di una società intransigente.

Una società che divide il mondo, che divide i cittadini, che divide in un atto scellerato corpo e anima, forma e sostanza.

Ecco i veri motivi che spingono qualcuno ad allontanarsi da questa finzione. Il rifiuto per una maschera che soffoca il respiro, che impedisce alla pelle di sudare, di parlare, di raccontare.

Che ci rende impermeabili a ogni piccola magia che spunta testarda in un mondo fatto di plastica.

Che vuole vivere e mai più sopravvivere.

E cosi gli ultimi sono i poeti di un oggi privato del suo futuro, di un oggi vilipeso, violentato e ignorato, dai veri demoni di una contemporaneità fragile e cosi vicina a quell’abisso che ci chiama con voce suadente.

Forse sono quelli che noi chiamiamo ultimi la nostra unica vera speranza. Del resto sono proprio loro a aver ispirato le pagine più belle della nostra letteratura “Il canto della scavatrice” di Pasolini e TSO, un libro che resterà tatuato per sempre in quella mia anima assetata di talento.

Il blog è lieto di presentare: Brodoman: il supereroe con il mestolo di Fernando Camilleri

Sinossi: 

Sono dieci anni che Brodoman non esercita la professione di supereroe. Nessuno ha più chiesto il suo aiuto dopo il disastro che ha combinato in occasione della sua ultima missione, e ora vive come una persona qualsiasi nella sua Cefalù consegnando pizze a domicilio.
Ma Tortoman, il suo acerrimo nemico, ha rubato il colore nero dal mondo. E Brodoman è l’unico che può rimettere a posto le cose. Al supereroe dai poteri di brodo non resta che riarmarsi di mestolo e pentolone fumante.
Riuscirà Brodoman a ritrovare le Undici Seppie che forniscono il nero al pianeta e a sconfiggere Ingombro, Rimbalzina, Vulcanica, Spaccotutto e gli altri guardiani che le tengono prigioniere? Sarà ancora in grado di sfuggire ai tranelli del fetente e irritante Tortoman?

Dati libro

Nome autore: Fernando Camilleri
Genere: Fantastico/Weird
Formato disponibile: solo ebook https://www.amazon.it/Brodoman-supereroe-mestolo-Fernando-Camilleri-ebook/dp/B0847M766G/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=fernando+camilleri+brodoman&qid=1580376668&sr=8-1
Data pubblicazione: 28 gennaio 2020

Il blog è lieto di presentare La linea del colore di Igiaba Scego, Bompiani Editore

Quanti di noi scendendo oggi da un treno a Roma Termini ricordano i Cinquecento cui è dedicata la piazza antistante la stazione? È il febbraio del 1887 quando in Italia giunge la notizia: a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne le mire coloniali. Un’ondata di sdegno invade la città. In quel momento Lafanu Brown sta rientrando dalla sua passeggiata: è una pittrice americana da anni cittadina di Roma e la sua pelle è nera. Su di lei si riversa la rabbia della folla, finché un uomo la porta in salvo. È a lui che Lafanu decide di raccontarsi: la nascita in una tribù indiana Chippewa, lo straniero dalla pelle scurissima che amò sua madre e scomparve, la donna che le permise di studiare ma la considerò un’ingrata, l’abolizionismo e la violenza, l’incontro con la sua mentore Lizzie Manson, fino alla grande scelta di salire su un piroscafo diretta verso l’Europa, in un Grand Tour alla ricerca della bellezza e dell’indipendenza. Nella figura di Lafanu si uniscono le vite di due donne afrodiscendenti realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica e attivista Sarah Parker Remond, giunte in Italia dagli Stati Uniti dove fino alla guerra civile i neri non erano nemmeno considerati cittadini. A Lafanu si affianca Leila, ragazza di oggi, che tesse fili tra il passato e il destino suo e delle cugine rimaste in Africa e studia il tòpos dello schiavo nero incatenato presente in tante opere d’arte. Igiaba Scego scrive in queste pagine un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente, e ci racconta di un mondo nel quale almeno sulla carta tutti erano liberi di viaggiare: perché fare memoria della storia è sempre il primo passo verso il futuro che vogliamo costruire.

L’autore
Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974. Collabora con Internazionale. Tra i suoi libri Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005), Oltre Babilonia (Donzelli 2008), La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014) e Adua (Giunti 2015), tutti tradotti in diverse lingue. La linea del colore è in corso di traduzione negli Stati Uniti

“Amore di Mamma” di Sarah Flint, edito da Newton Compton. A cura di Layla

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Amore di mamma” è l’ultimo libro che ho letto per voi.

A differenza dei romanzi letti precedentemente con sfumature di rosa, questo libro, è formato da diverse sfumature di giallo, che tendono verso il nero; è editato dalla casa editrice Newton Compton, e primo libro thriller della scrittrice Sarah Flint.

Prima di entrare nel vivo della recensione, è giusto mettere un’importante parentesi, per capire meglio i dettagli che l’autrice ci fa conoscere nella sua storia; bisogna, quindi sapere che, Sarah Flint, è una scrittrice che porta la sua prima professione, la sua esperienza, tra le pagine di un libro: detective per oltre trent’anni, si cimenta a scrivere storie particolarmente ricche di dettagli, vissute, grazie, al suo lavoro.

Proprio i dettagli portano il lettore ad immedesimarsi nella storia, con tutta l’anima. Chi legge, ha, quindi, una sorta di esperienza mistica con ognuno dei personaggi, partendo da Charlotte Stafford, la nostra detective. Fondamentale è stato, quindi, raccontare in prima persona, di ogni singolo protagonista, quello che hanno vissuto, avendo così il punto di vista individuale.

Charlotte Stafford, Charlie per tutti, è una giovane detective, altezza media e fisico atletico, con 9 anni di esperienza dalla sua, non si scoraggia davanti a nulla, anzi è sempre pronta ad imparare. Nella centrale di polizia di Lambert, dove lavora, il detective Capo Geoffrey Hunter è il suo mentore e da lui cerca di apprendere il più possibile;

Come ogni giorno il capo Hunter espone i vari casi e le varie indagini aperte e, in un lunedì mattina come tanti, il capo, è pronto ad esporre i fatti di un nuovo caso, il quale, nessuno avrebbe mai immaginato dove sarebbe andato a finire. Alcuni fatti s’intrecciano, due indagini, quasi per caso si incontrano: un caso di scomparsa, e di molestie domestiche. Ma non è tutto.

Julie Hubbard e suo figlio Richard, 14 anni, sono scomparsi, mentre il figlio Ryan rimane a casa con il padre: Keith Hubbard. Proprio quest’ultimo, è noto già alle autorità per le sue aggressioni e violenze domestiche. Julie non ha mai voluto denunciarlo, Richard invece, ha sempre tentato di convincere la madre a fare l’esatto contrario; proprio questo fa pensare a Keith Hubbard, all’allontanamento da casa volontario, ma proprio questo non convince la polizia. Da qui iniziano gli interrogatori, e i sospetti che porteranno la nostra detective alla conclusione del caso.

Non vi porterò al centro delle indagini, perché un giallo o thriller, non può essere raccontato, ma solo sfiorato con rispetto della trama e dell’enfasi degli avvenimenti, perché va letto e goduto. E sì, proprio goduto. Soprattutto se è un thriller di queste dimensioni, dove spesso si confondono i colori, si mescolano, come già detto, tra le note del giallo e del nero, e questo è importante sottolinearlo.

La scrittrice, Sarah Flint, affronta una tematica davvero forte tra le sue pagine, la violenza fisica e psicologica e ci fa entrare nella storia grazie alla narrazione che fa, da ogni punto di vista dei personaggi, come già vi avevo anticipato. Lo percepiamo attraverso descrizione delle varie situazioni da parte del killer, il quale ci fa vivere quello che sta provando, le sue sensazioni più profonde al limite del claustrofobico; le sue vittime, al contrario, ci portano a percepire quel senso di angoscia per quello che stanno subendo; in fine, ma non meno importante, sono le sensazioni di chi sta cercando la soluzione ad un caso estremo: Charlotte.

La scrittura è molto scorrevole e fluida; la narrazione di alcune scene, invece, è molto forte, cruda, ma ben dettagliata. Devo ammettere che, spesso, ho fatto fatica a continuare la lettura, per il senso di angoscia che ho vissuto, di dettagli ben delineati, ma è un fattore, a mio avviso, comunque positivo, perché un libro, thriller, deve scaturire nel lettore, certe sensazioni.

L’unica nota stonata, se così vogliamo definirla, è un “fuoritrama” di un caso parallelo, che viene narrato durante la storia principale e che ci distoglie dal pathos della suspense che stiamo vivendo con i personaggi e la trama. Distoglie lo sguardo e l’obiettivo nel momento in cui la narrazione è al massimo della sua concitazione.

Consiglio questo libro dalle note forti, crude, ma senza dubbi, un libro che ti lascia qualcosa dentro, che ci fa riflettere, e pensare, che il passato di ogni persona, delinea, sicuramente, il suo futuro.

Non andrò oltre, ma capirete le mie parole, solo dopo aver letto la parola Fine.

 

Blog tour “La tavola degli otto” di Raffaella Iannece Bonora. I personaggi.

14. Personaggi

 

Yuki:

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Yuki è una ragazza poco più che trentenne, è uns giornalista e lavora sodo per un importante giornale. È una stacanovista, odia starsene a casa senza nulla da fare, detesta ferie e vacanze, preferisce lavorare 24 ore su 24 piuttosto che fermarsi mezz’ora. Allo stesso tempo è, però, molto distratta e leggermente imbranata: risultato? Le capitano incidenti d’ogni tipo. A volte tende a lamentarsi un po’ troppo ma non ama crogiolarsi troppo nello sconforto, anche per questl motivo si butta a capofitto nel lavoro. In fondo è una romantica travestita da cinica, corazza che indossa solo perchè ha paura di essere ferita e soffrire.
Curiosità: piatto preferito? Pizza!

***


Imogene:

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È una donna di origini sud americane, quasi quarantenne, mamma di una dolce bambina di otto anni. Imogene è una donna tutta d’un pezzo, molto dura, granitica, non si lascia quasi mai andare alle emozioni, solo sua figlia è capace di addolcirla. Guai a farle un torto, potrà passare il tempo ma prima o poi…come si suol dire “la vendetta è un piatto che va servito freddo”. Di fronte alle avversità non si lascia andare allo sconforto, risoluta si accorcia le maniche e cerca una soluzione, a qualsiasi costo.
Curiosità: piatto preferito? Fagioli mexico!

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Odelia:

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Odelia è una giovane ventenne, è una persona dolce, che non farebbe mai del male nemmeno ad una mosca. È una ragazza confusa, molto riflessiva, profonda, delicata ma più decisa di quanto lei stessa possa immaginare. È molto legata alle sue origini e alla sua famiglia ma, allo stesso tempo è una sognatrice ed è questo dualismo a confonderle le idee.
Curiosità: piatto preferito? Focaccia!

 

 

***


Bastian:

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Testardo! Borioso! Impertinente! Maleducato ma anche terribilmente bello e affascinante! Bastian è il classico ragazzo figlio di papà, abituato ad ottenere tutto ciò che desidera, abituato a potersi comprare qualsiasi cosa, persone comprese. In realtà, in fondo, è un bravo ragazzo ma la vita, l’educazione sbagliata, lo hanno forgiato male… ha bisogno solo di una ripassata in forno e di un nuovo stampo che lo raddrizzi.
Curiosità: piatto preferito? Fish and chips

 

***

Liza:

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Liza è una ragazza superficiale, le uniche cose che contano per lei sono le apparenze: una bella casa, vestiti alla moda, trucco perfetto, capelli all’ultimo grido e guadagnare una barca di soldi per sostenere un determinato stile di vita. Ovviamente non ha amiche, vive in un mondo dove le “best friends” fanno la punta alle matite per poterti pugnalare meglio appena ti volterai. L’amore? Tanti bellocci da una notte e via, nessuno adatto al ruolo di “fidanzato perfetto”, del resto mica può rischiare di sfigurare di fronte all’alta società?
Curiosità: piatto preferito? Insalata di pollo!

***

 

Luke:

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Per conoscere bene Luke bisogna grattare la superficie. Uomo molto intelligente e sagace, al primo sguardo da’ l’idea di essere molto antipatico, è terribilmente sincero, non ha filtri tra mente e bocca e quindi sputa fuori tutto quello che gli passa per il cervello e questo non piace a tutti. Ha, però, un cuore grande quanto una casa, è una persona molto altruista nonostante i suoi numerosi problemi. I suoi modi ruvidi si fanno facilmente perdonare dalla sua generosità, della quale quasi si vergogna e, per questo, preferisce non mostrare. È rude ma è una gran bella persona.
Curiosità: piatto preferito? Maxi cheeseburger!

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Milo:

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Milo è un militare del 3502. È un uomo rigido, coraggioso, duro, efficiente, preciso, che fa il proprio dovere senza battere ciglio. È più freddo dell’iceberg del Titanic, più affilato della lama di Goemon. Di poche parole, ha un elevato senso di giustizia, non è incline al perdono ed è impossibile beffarsi di lui.
Curiosità: piatto preferito? Cucina molecolare!

 

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Sergio:

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Sergio è un creativo, pieno di risorse, ha sempre un asso nella manica. È brillante, furbo ma un vero signore! Difende sempre i più deboli e non si tira indietro di fronte al proprio dovere. Caparbio, è impossibile fargli cambiare idea. Un vero uomo charmant degli anni ’50 come oggi non ne esistono più, bello, ricco e signore.
Curiosità: piatto preferito? Risotto allo zafferano!

“E il resto è vita” di Maria Campanaro, Delos Digital. A cura di Raffaella Francesca Carretto

E il resto è vita- Maria Campanaro

 

L’intreccio delle storie tra i vari personaggi è intessuto dall’autrice in modo tale che, se pur non facile nelle dinamiche, risulta al contempo non artificioso o macchinoso perché rende subito ben evidenti al lettore quelli che sono gli sviluppi, passati e presenti, di relazioni e fatti.

Il romanzo presenta dei salti temporali e flashback che fanno comprendere il perché la storia sia costruita tal quale l’autrice ce la presenta. E non ci sono solo due fazioni, quella delle vittime e quella dei loro carnefici; di fatto ciascun personaggio, a sua volta, si rende colpevole della sofferenza di altri, ma perché a loro volta hanno subito sofferenze inflitte, consapevolmente o meno, che li hanno condotti ad agire e reagire in modo forse sconsiderato, forse alienante, forse avventato…

Un po’ tutti i protagonisti hanno personalità forti e combattive e determinate, e perpetrano scelte avventate e sbagliate che li portano subire eventi che li trascinano verso il basso, verso quello che potremmo definire un punto di non ritorno, ma che invece poi riescono a risalire se pur con difficoltà, verso una nuova luce.

E questi attori creati dalla fantasia di Maria Campanaro sono tutto questo e tanto altro, perché nella loro complessità mostrano anche le loro fragilità, e vizi e ossessioni e debolezze, anche quelle peculiari di quei mondi dorati in cui “crescono”, la moda e la musica; eppure sono anche personaggi dalle indubbie capacità e forti, perché riescono a risollevarsi anche dopo la caduta più rovinosa.

Ma nella storia non si parla solo di invidie, gelosie e ripicche, e non è solo un racconto di intrecci di storie amorose, ma è espressione oltre che dei sentimenti, anche di forti rapporti che si rafforzano nel tempo, rapporti di fiducia, amicizia e stima.

Il romanzo, come già detto si fonda su due principali tronconi; uno è rappresentato dalle storie e dagli intrecci tra i protagonisti nei “mitici anni ottanta”, periodo in cui vediamo l’evolversi di storie d’amore, gelosie, intrighi tra protagonisti che vedono le loro vite legarsi in modo forte, e per alcuni essere fonte di grande sofferenza.

Un’altra parte della storia si sviluppa a distanza di vent’anni, e assume tra i protagonisti nuove figure, che daranno modo al lettore di legarsi a personaggi più giovani ma che renderanno la storia ancora più avvincente. Ma la grande forza del romanzo sta nel saper avvicendare le varie vicende nel tempo, in un susseguirsi di alternanza degli eventi che hanno caratterizzato le vite e i legami tra i vari personaggi, rendendo la storia avvincente e ricca di colpi di scena. Ma ciò che ha caratterizzato e condotto al termine del libro, creando aspettative, non deluse, è l’aver completato e costruito una vicenda che lega i personaggi tra passato e presente, dando forza al sentimento, quello vero, quello più puro e forte, che riconduce i protagonisti verso un lieto fine, se pur costellato e da forti strazi, angosce e supplizi.

Abbiamo un inizio incentrato sulle relazioni amorose tra i protagonisti, in cui si avvicendano sentimenti tesi a costruire rapporti forti e duraturi, ma che non sono sempre sentimenti positivi, o comunque non sono relazioni, alcune, che nascono su presupposti amorosi bensì vengono stretti in base a patti di “mutuo soccorso emotivo”, eppure nel prosieguo temporale questi legami si rafforzano e sovvertono quei presupposti da cui sono nati, unendo in una trama tutt’altro che semplice figure capaci di distruggere e creare scompiglio in esistenze che, chissà, avrebbero potuto essere semplici, e magari banali.

Ma gli equilibri delle esistenze sono sconvolti anche da legami che si creeranno vent’anni dopo, e che vedranno come protagonisti uomini maturi ma capaci di scelte consapevolmente forti e determinanti che creeranno fratture quasi insanabili e porteranno gli stessi protagonisti a vivere passioni e amori inaspettati ma consapevoli e travolgenti.

Colpi di scena, renderanno la trama accattivante e a tratti dolorosa, ma tutto ciò andrà a determinare una vera e propria chiusura del cerchio, che consentirà di definire la quadratura del cerchio, e il ricongiungimento tra passato e presente e futuro dei protagonisti.

L’autrice crea delle dinamiche forti, che trattano tematiche delicate e sofferte, come la violenza sulle donne e tutto quello che può evolversi nel momento in cui queste hanno risvolti tragici, e lo fa con uno stile semplice e pulito, mai banale o volgare.

Quindi, non senza difficoltà e sofferenze, questa storia si concluderà comunque con un finale degno di un happy end

Stefano aprì le braccia e le richiuse intorno al suo corpo con la silenziosa devozione di chi sta stringendo a sé tutto il mondo.

Una storia d’amore che coinvolge il lettore, e se pur conti molte pagine, ha il merito di tenere l’attenzione alta in modo da trasportare chi si addentra tra le righe, al finale senza incappare in blocchi; il libro si legge in modo scorrevole perché il linguaggio semplice e non farraginoso conduce il lettore a cercare di conoscere nell’immediato il prosieguo della storia, anzi delle storie che l’autrice ci racconta.

Tutto si può ricondurre alle emozioni, quelle dei protagonisti e quelle che l’autrice ha voluto donarci.

…a chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

Review party “L’ultimo regalo” di Kathryn Hughes, Casa Editrice Nord. A cura di Francesca Giovannetti

 

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Kathryn Hughes non delude mai.

Un romanzo splendido, intriso di sentimento ed emozioni, ma soprattutto di tutte le forme d’amore.

Tara è la protagonista principale: Tara, adolescente fin troppo giudiziosa, che si ritrova abbandonata dopo l’inspiegabile scomparsa di una  madre che adora e che la contraccambia con ogni fibra del suo corpo. Tara donna matura, con una vita sentimentale in crisi, che dopo quasi quarant’anni avrà la possibilità di  scoprire che cosa sia accaduto.

La trama procede su due piani temporali differenti e l’autrice sceglie di  alternare la prima persona narrante, per la contemporaneità, e la terza, per il passato. Ciò rende tutta la lettura più fluida e dinamica, permettendo di conoscere il personaggio sia dall’interno che dall’esterno: è un privilegio straordinario e per un lettore e rende tutto più completo.

La ricerca del proprio passato è un tema ricorrente in molto romanzi: qui viene affrontato con delicatezza e sensibilità, senza sbilanciamenti. La verità viene svelata a piccole dosi, come dovrebbe sempre essere, e quando accade il lettore viene catturato sempre di più.

Kathryn Hughes dipinge tante facce di umanità, distribuendole con grazia nella vita dei personaggi: si incontra chi ci fa soffrire, ma anche chi ci tende una mano nel momento del bisogno. Questo equilibrio rende il romanzo vero e credibile. Non può essere tutto bianco e nero, e ciò che sta nel mezzo non è per forza il grigio, ma ci sono decine di sfumature ed è questa la vera essenza della vita: riuscire in qualche modo a compensare, mentre si cerca di fare del nostro meglio.

La descrizione dei personaggi è impeccabile. Violet una giovane madre bella e piena di entusiasmo, nonostante un passato difficile, Beryl, una nonna che accoglie senza riserve una nipote adolescente mai vista prima, Alf, un anziano che salvando due anime ha salvato la sua. E dall’Inghilterra si passa alla Spagna, a una fattoria dove una famiglia conduce la sua tranquilla esistenza. Due linee temporali, due Paesi, stessa umanità.

Ho aperto queste mie riflessioni parlando di amore: qual è l’amore più profondo? Sicuramente quello che lega un genitore al proprio figlio. Di fronte a ciò, tutto scompare. Fra paura, dubbi e incertezze Tara avrà la forza di intraprendere un viaggio devastante ma necessario e sarà spinta solo dall’amore verso la madre e dalla certezza che mai, volontariamente, l’avrebbe abbandonata.

Questo suo credere con fermezza nel loro indiscutibile e profondo legame le darà il coraggio di osare e di arrivare alla verità, che inizia e finisce con l’ultimo regalo.

Assolutamente consigliato.

“L’abisso del mito” di Veronica Todaro, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

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Uno dei libri che più di ogni altro ha stuzzicato la mia fantasia e la mia curiosità scientifica è stato senza dubbio “civiltà sommerse” di Graham Hancock.

Si tratta di un interessante ricerca corredata da foto strabilianti di antiche e dimenticate civiltà sommerse.

Yonagumi, Dwarka, persino la regale isola di Malta, avevano qualche rovina perduta tra i fondali di un mare trasparente che, placido e sornione, faceva dimenticare la  sua selvaggia potenza, cosi diabolica da seppellire ogni traccia di antiche civiltà.

E queste vestigia appartenevano alla tradizione di più di una nazione: India, Giappone, Cina, davano ogni tanto visione di uno splendore dei tempi passati, spazzato via dalla furia degli elementi, cosi remote da aver perso ogni materialità per entrare a passo orgoglioso nel mito.

Non potevo non scorgere in questi echi del silenzio, un richiamo alla meravigliosa e platoniana Altantide cosi descritta nel Timeo e Crizia.

Proprio cosi.

La vetusta città, sorta forse nel 10.500 a.c. e spazzata da un cataclisma di immani proporzioni, forse non era leggenda, ma realtà archeologica occultata dai flutti.

Lì in quei fondali a raccontarci della sua strana struttura fatta di cerchi, la perfezione, e ricca di conoscenze tecnologiche di alto livello.

Persino la stessa sfinge, le stesse piramidi vennero datate da un azzardato ingenerare Mark Lernher verso quell’epoca cosi troppo lontana, troppo situata agli albori del tempo e troppo primitiva per immaginare una cosi feconda conoscenza tecnica.

Eppure, seppur contestate queste ardite e eretiche teorie non avevano altro scopo che riportare in auge una leggenda che ammalia i sensi dei coraggiosi, che seduce le fantasie di chi non ha paura di mettere in discussione il regolare percorso storico accettato dai più.

Di chi considera l’uomo davvero un anomalia in un creato improntato all’evoluzione.

L’uomo si presenta proprio cosi, troppo grande per seguire le orme dei suoi compagni di avventure animali e piante, e al tempo stesso cosi fragile da subire costantemente il fascino dell’arrogante e porsi come unico depositario del sapere e del potere.

Come poteva tale leggenda essere ignorata dagli artisti della parola?

Il continente perduto è stato oggetto di ispirazione per molti baldi menestrelli, nei loro canti resi libro hanno raccontato il fascino senza tempo del perduto continente, simbolo di un età dell’oro perduta, Eden da ritrovare almeno nella memoria e anche monito per ricordarci il nostro fallace e fragile cuore, cosi soggetto alle tentazioni perniciose di un comando senza compassione, reo di stratificare l’umanità in gerarchie e di disunire l’indivisibile.

Ogni concetto capace di porre l’altro come dominante, cosi improntato alla contrapposizione non fa che argentare scompiglio in un originaria armonia del cosmo cosi perfettamente descritta dalla meravigliosa parola Egizia Maat. Ci ha provato adorata Bradley, cosi interiormente conscia dei difetti umani e ci prova oggi, Veronica Todaro.

Con uno stile che prende spunto si dal calderone del mito, che non può non risentire delle influenzie bradleiane, ma che grazie a una personalità forte e unica riesce a piegarle al proprio volere, rendendo unico il materiale archetipo.

Cosi Atlantide è si l’Atlantide dei nostri sogni, scaturita dalla parole di Marion e di Platone, ma è al contempo un Atlantide speciale, ricca di profondità etica, ricca di una peculiarità personale capace di renderla totalmente originale.

Atlantide nata dall’abisso del mito e riportata in vita da Veronica è il mondo cosi come lei lo conosce e sperimenta, fatto di tante troppe differenziazioni, un mondo dove l’imperfezione e la diversità è mal accettata, dove la purezza del sangue, che ancor oggi ci perseguita, è il solo unico requisito per essere cittadini. E’ un mondo che perde la sua connotazione utopica per divenire specchio della stupidità umana, cosi incapace di gustarsi di doni della divinità e sempre più improntato a servirsene per scopi mai del tutto leciti.

E cosi il potere non è altro che un mezzo per affermare con forza e spavalderia un se stesso che perde il legame originario con dio, un anima brutalmente staccata dalla gratitudine, dall’empatia, un mondo che nasconde dietro un apparente perfezione il suo sentirsi solo, il suo odiare quell’oscura e invisibile mano che elargisce doni solo ai meritevoli, solo a chi in una sorta di santificata guerra, sconfigge l’unico autentico nemico: quella parte oscura che va semplicemente trasformata in luce.

Le sue eroine sono donne ribelli.

Sono donne che, come succede oggi, sfidano le convenzioni e cercano le risposte al di fuori dell’autorità costituita.

Non si accontentano di frasi fatte, o di slogan o di idee preconcette.

Sfidano, si domandano, litigano con la divinità e al tempo stesso, grazie a quella loro passione ricevono le risposte. Nel caos che si rivela una volta alzato il tappeto del comodo perbenismo solo i forti possono sopportare il tanfo della putrefazione, la realtà di ideali resi ermi brulicanti, di una purezza che non è altro che la maschera del rancore, della superbia della finalità cosciente.

Allora il mondo di Atlantide nato per proteggere le conoscenze della divinità non è altro che disordina.

Non è che il caos da cui poter rigenerare un nuovo tentativo.

Non è che la distruzione di un ideale, di un progetto di Eden.

Atlantide non è altro che l’esempio di come l’uomo riesca a fallire la prova suprema: raccogliere si i doni, seguire si le direttive divine ma non farne mai sabato da contrapporre all’uomo.

E allora il mito deve inabissarsi, perché dal disordine possa crearsi la possibilità di redenzione. E dall’abisso del mito cantare il loro monito: attento a te uomo, a mostrarsi ingrato verso gli dei.

Bravissima Veronica non solo per la capacità di creare un libro che riesca a farsi carne e sfilare davanti agli occhi come se fosse vivo, ma per darci un qualcosa di prezioso infinitamente più prezioso delle tue elevate doti di scrittrice: un significato da custodire, come un dono, nei nostri cuori oggi assediati da nuove, aberranti tentazioni.

 

Il blog consiglia una nuova uscita Dri editore “Completamente” di Mariadora Vizza

 

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La musica è troppo bella, troppo dolce e Greta ha di nuovo la pelle d’oca.
Non sorride e, forse perché non ci sono i suoi occhi a distrarmi, mi soffermo a osservarle le labbra prive di trucco, che in questo momento sono leggermente socchiuse.
Sento il cuore perdere un battito e poi un altro ancora quando lei, forse presa dall’impazienza, riprende a mordicchiarle.
Mai come ora il mio mantra mi viene in soccorso: è solo la musica, è solo la danza.
Ma vedo le mie mani tremare leggermente quando le cingo delicatamente la vita per cominciare a danzare a passo di valzer.
Il miracolo si ripropone, come ogni volta che balliamo.

Sinossi:
«Hai mai pensato che, semplicemente, i vostri corpi hanno trovato un modo per esprimere l’affinità delle vostre anime?»
 
Greta, diciotto anni e una sola passione: la danza. Timida e un po’ insicura, ma anche terribilmente caparbia e altruista, vive nel suo mondo ovattato, dove le emozioni forti si provano solo sulle punte.
Davide ha un solo obiettivo: portare in scena una coreografia da brividi, ma il sogno sembra destinato a rimanere tale. Almeno fino a che Greta non irrompe nella sua vita come un fulmine a ciel sereno. L’amore per la danza e l’intesa divampano come il fuoco, come se i loro corpi si conoscessero da sempre. Ma è davvero solo affinità artistica?
Tra passi di danza classica e moderna, pas de vals e un po’ di tango, Greta e Davide iniziano a scoprirsi, a mettere a nudo le proprie anime e a ribaltare le proprie convinzioni. Un’avventura piena di passione, dove i battiti del cuore si confondono con il ritmo della musica.
 
Biografia:
Mariadora Rita (Dora può bastare!) nasce a Cosenza ben trentasette anni fa. È mamma, moglie e lavoratrice part time. Ha una grande passione per il cibo, per il Natale e per i bei libri, che spesso le fanno dimenticare le incombenze quotidiane. Ha sempre amato scrivere, ma fino a che la sua Musa Urlante (sua figlia) non è arrivata a scuoterla dalla sua proverbiale pigrizia, non era mai riuscita ad andare più in là di un primo capitolo. COMPLETAMENTE è il suo primo romanzo, e il suo terzo figlio, dopo la sua cagnolina e sua figlia.


SCHEDA PRODOTTO

Titolo: Completamente
Autore: Mariadora Vizza
Collana: Sport Romance
Editore: Dri Editore
Genere: Contemporaneo / Sportivo
Formati disponibili: ebook 2,99€ / cartaceo 15-19€
Pagine: 465
Uscita: ufficiale 27 gennaio
Info: soniagimor.drieditore@gmail.com