“Prontuario dello scrittore. Scrivere, pubblicare, vendere” di Marcella Garau. A cura di Alessandra Micheli

 

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Sono tre anni che bazzico il mondo letterario e sono tre anni che molti mi allietano con le loro domande.

Domande a cui non posso rispondere perché io non appartengo alla catena letteraria ma sono una semplice, appassionata lettrice.

Quindi il marketing è fuori da ogni mia visione.

Sono una romantica (anche se amo Edgar Allan Poe) una sognatrice (si sogni weird magari ma sempre sogno sono) e il libro è semplicemente il mezzo con cui annichilisco la coscienza consapevole per addentrarmi famelicamente, nell’universo del mito e dell’archetipo.

E quindi per me la narrazione è primaria, è l’arte del c’era una volta che deve strabiliarmi.

Di editing, di pubblicazione, di promozione non mi intendo assolutamente.

Per quando mi riguarda, ed è successo, potete scrivere su un pezzo di carta e farmi sognare lo stesso.

Mi perdo nella musicalità del verso, nell’incanto della descrizione e il mio affamato senso di meraviglia si sazia.

Il mio modesto blog è nato per questo, per esprimere queste suggestioni che diventano cosi potenti da far quasi male al cuore e quindi vanno semplicemente riversate su carta.

E prescinde dall’uso che i lettori faranno di quelle mie parole.

Non mi interessa il dopo, io ho semplicemente svuotato la mia anima in attesa di un nuovo viaggio.

Ma visto che sono anche abbastanza intelligente o come direbbe il buon silente dotata di un intelligenza sopra la media (concedetemi questo mio attacco di ottimismo sfrenato) comprendo che un libro, oggi ( seppur io rifiuto tale etichetta con ogni forza) può e a volte diventa prodotto. Quindi dopo aver espresso su carta, pc o altro le proprie fantasie la domanda successiva è che ne faccio?

E qua stai il problema.

Perché nell’incognita, nel buio del dubbio nella zona franca del perché si annidano anche corvi affamati, sciacalli senza cuore (citazione di un libro che racconta benissimo questa zona d’ombra) che possono approfittarsi delle velleità artistiche di ogni autore poco avvezzo al business.

Seppur uno dei miei consigli sia scrivete per passione, nella passione io considero scontato l’elemento del metodo.

Ma mi rendo conto che non è sempre cosi.

Allora ci si affida ai consigli di una democrazia sfrenata come quella del web che spesso sparano consigli per sentito dire e quasi mai per acquisite competenze.

Ci si basa su un autorevolezza per nulla guadagnata con lo studio ma per demeriti.

Basta che qualcuno affermi esso è sapiente per divenirlo davvero.

In barba ai professionisti effettivi del settore che non imparano a pappagallo quattro regolette rendendole stantie e prive di senso logico, ma apprendono nel vero senso della parola, adeguando il concetto all’esperienza.

Ecco che in questo momento cosi confuso, laddove ogni tanto sboccia un guru che assomiglia a tutti tranne che a un guru reale, l’ordine derivato dalla conoscenza diviene l’unica arma contro il caso del tuttologo di turno. Per questo, una volta che la vostra fantasia che la vostra mente sia sfociata in quel flusso chiamato scrittura, è giusto comprendere cosa fare dopo del vostro libro.

In modo semplice ma professionale, seppur tale parola ha oggi perso quel suo gusto meraviglioso.

E eccovi qua il prontuario dello scrittore.

Perché è diverso dagli altri?

Perché è semplice.

Scorrevole, comprensibile a tutti ma altamente esaustivo.

Perché è onesto e ha intenzione di prendervi per mano e mettersi al vostro livello per donarvi quella cosa importante chiamata esperienza. Pratica non solo teorica.

Anche se la teoria abbonda.

Ma è una teoria comprovata, lo ripeto perché è fondamentale, dalla pratica.

Non sono solo paroloni.

Qua potete trovare ogni risposta alle più classiche domande.

Potete poi scegliere anche di innovare.

Ma soltanto chi conosce, e conosce davvero non solo può difendersi dai gatti e dalle volpi che oggi girano impuniti.

Ma anche provare a regalare alle regole suddette anche un po’ della meravigliosa evoluzione.

Solo chi conosce, può proporre alternative.

Quindi leggetelo.

Apprendete.

Conoscete.

E siate sempre mossi dal sacro fuoco della curiosità.

Recensione. “Le donne, istruzioni per l’uso” di Barbara Parodi. A cura di Micheli Alessandra

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Quando ho iniziato a leggere il libro di Barbara Parodi mi è preso un colpo, cazzo ho detto (perdonate la scurrilità) io non sono una donna. Mi sono guardata allora e si avevo ogni elemento caratteristico delle “femmine” ma io ero totalmente lontana dai cliché con cui ci descriveva il maschio e che Barbara affrontava con una penna ironica ma al tempo stesso bonaria, verso i difetti del suo sesso.

E cosa mi capitava?

Uno. Io in borsa tengo sempre almeno otto libri, più uno stick con l’ammonica (ufficialmente per evitare punture di insetti vari, ma in realtà adoro l’odore. E qua stenderei un velo pietoso). Al ristorante mangio come se fossi appena sbarcata dall’isola dei famosi, specie le bistecche che amo divorare grondanti di sangue.

Fidatevi non è un bel vedere.

Per non parlare di quando ingurgito scampi. Farei impallidire Enzo Miccio e infartare Carla Gozzi.

Non ho buone maniere a tavola, non da signorine sicuramente e alle feste comandate adoro tirare molliche di pane grosse come selci a mio fratello, che ricambia con altrettante bombe di pane, dall’altra parte del tavolo. Una classe che piacerebbe tanto a Csaba di cortesie per ospiti ( si li vedo tutti i programmi trash, mbé?).

E sul fattore cacca?  Quello mi ha davvero sconvolto.

Mentre la femminilità impone di non dare prove certe della nostra azione intestinale, io quando ci vado metto in pratica i manifesti per tutto il quartiere, assumendo persino la banda. E ne vogliamo parlare del famigerato cosa hai e la donna risponde niente?

Se a me chiedete cosa ho, perché sono nera vi rispondo con un laconico “mi girano le ovaie”.

Specificando con dovizia di particolari e colorite espressioni gergali, i motivi per cui il mio altero distacco dal mondo è stato turbato.

Allora cosa succede?  Sono un alieno? Sono un esperimento scientifico di Lemme?

In tal caso vi prego fatemi fuori, subito.  Perché se a me girano e tenti di farmi ridere, probabilmente ti trovi con il setto nasale rotto da una potente capocciata. Perché mi sentirei presa davvero per i regal fondelli.  Magari è colpa di mio fratello, con il quale sono cresciuta imparando a rispondere alle offese con amabili aggettivi, a fare a gara di rutti e sputi… si in effetti cozza molto con la mia immagine di blogger colta.

Ma chi mi ha visto alle fiere dei libri, mentre fingo (fingo davvero?) di attaccare residui nasali sulle copie dei libri, sa.  Allora? Chi mi sa spiegare perché il manuale sembra relegarmi in una fascia evolutiva che sta tra l’homo di neanderthal e l’uomo sapiens? (Neandrthal mi informa di non gradire l’accostamento con me e sono molto offesa).

Perché il libri di Barbara, pur affrontando con umorismo questi tratti direi stereotipati della donna li deride. E li rende cosi comici da farci capire che sono assurdi. Ogni essere umano è fantasticamente diverso. Ci sarà chi amerà leggere e chi si fisserà a cercare il fard color glicine. Chi vorrà tirare di boxe sulla faccia dell’importunatore di turno, e chi si sentirà lusingata dalla sua faccia da pesce lesso.  Chi ama i fiori e chi il cioccolato, chi preferisce un mazzo di carciofi. Chi ride e chi piange, chi sogna di essere madre e sposa e chi invece sogna di scalare l’Everest.

Perché nella vita siamo tutti unici, irripetibili e sopratutto finalmente protagonisti della nostra storia.  Allora quello che emerge dal racconto esilarante di Barbare è solo uno: l’unicità di un essere uomo o donna che sia impossibile da ingabbiare in una categoria, definizione o cliché. E allora ridete con lei, perché è quella risata che frantuma le trite convenzioni di genere che tanto danno hanno creato. E ridete di voi stessi, di come vi vorrebbero, solo perché alcuni hanno paura dell’immensità che si cela nei vostri occhi e nelle vostre anime. Ecco perché vi lascio alla fine di questa sconclusionata recensione con una frase importante:

Accettatevi per quello che siete sempre,

senza cadere nella trappola del “non valiun cazzo.” Siete voi che dovete sentirvi

speciali e solo così è incominceranno a

farlo anche gli altri.

Non ci voleva l’Oreal a dirci che noi valiamo. Siamo quegli esseri fatti più degli angeli e coronati di gloria e stelle. Non scordatelo mai.