“Il passaggio della cucchiarella. Una polpetta per tutti, tutti a caccia di polpette!” di Giacinta Gasdia, La strada di Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

9435644_3861089.jpg

 

Eccomi qua a scrivere la recensione che non avrei mai voluto scrivere. Non, non temete, non sto per stroncare il libro.

Piuttosto, sarà difficile mettere le parole sul foglio word perché le lacrime offuscano i miei occhi spesso, troppo spesso aridi.

Il libro di Giacinta Gasdia mi ha toccato nel profondo.

Inutile mentire a me stessa.

Forse perché ho riconosciuto in quegli odori, in quei sapori lontani le uniche cose che hanno rappresentato la parte migliore del mio mondo. Non è solo un libro di cucina.

E’ un libro di amore e ricordi, un inno e un ringraziamento a quelle figure che ci dimostravano amore cucinando ininterrottamente.

E non solo sughi o dolci ma impasti di amore, quello che solo oggi, che le ho perse le mie nonne, ne capisco la portata.

E cosi mentre leggevo, mi sono ricordata delle mie due splendide donne, coloro che mi hanno insegnato a essere come sono.

A sognare e resistere a non arrendermi mai.

A dimostrare affetto soltanto cucinando un piatto, perché magari è difficile esprimere i sentimenti.

Io ne avevo due di nonne bioniche.

Nonna Angela chiamata da tutti Maria una marchigiana doc con una forza di carattere indomita.

Forse troppo testarda e forse troppo puntigliosa.

Sempre elegante con il suo guanti le sue spille e il fazzoletto immacolato nel taschino.

Odorava di acqua di colonia e borotalco che si spargeva per tutto il corpo e si mischiava a quei suoi sughi alchemici che dalla pentola sprigionavano sapori e odori magici.

E io piccola la guardavo affascinata.

Nonna non sapeva leggere, ma aveva più cultura umana di tutti i grandi dotti.

Nonna Angela era molto gelosa delle sue cose ma permetteva a me di giocare con i suoi soprammobili, quando mi teneva con me all’uscita da scuola.

E io immaginavo storie e favole con quelle ballerine e i pastori, e a volte li rompevo e venivo premiata con una fetta del suo famoso strudel alle mele.

Non ti ho abbracciata abbastanza nonna.

E mi manchi mi manca quelle gite al mercato, quel vociare e tu, come nonna Giacinta, che contrattatavi il prezzo dei funghi, o contestavi il taglio della carne e persino come veniva macinata per le polpette.

E l’altra nonna era Valeriana, detta Valeria.

Una donna favolosa forte che non si è mai arresa se non all’ultimo stretta a me alla malattia che le corrodeva le ossa.

Aveva solo due dita nonna Valeria, le altre immobilizzate dall’artrite reumatoide, eppure maneggiava le padelle e pentole come un acrobata, cucinava sempre per quei nipoti che ogni week end andavano a trovarla.

Ricordo la semplicità dei sui famigerati hamburger.

Non li ho più mangiati di cosi buoni.

E mi sono chiesta come li cucinasse perché risultassero cosi croccanti e odorosi di spezie.

E oggi ho capito.

Era l’amore.

Come racconta Giacinta:

si cucina pensando a qualcuno altrimenti si prepara solo da mangiare.

E i sorrisi che facevi quando ti arrabbiavi perché volevo rubare un po’ di sugo alla toscana e però sorridente mi passavi un tozzo di pane duro (il culetto lo chiamavi) intinto in quell’intingolo misterioso e buonissimo.

Ma ora so che la cosa più bella non era il sapore del pane ma il tuo sorriso, che oggi mi manca.

E andavo in cameretta mentre tu lavavi borbottando e io leggevo i libri di fiabe, e tutto sembrava perfetto.

Io quella sensazioni di protezione che provavo quando andavamo in giro per Viterbo e San Pellegrino non l’ho più provata.

Sono andata negli stessi posti ma non hanno più quel magico sapore. Voi non ci siete più.

Forse è per questo che amo cucinare.

Perché nel ragù con le rigaglie di pollo, nella gallina ripiena,forse ritrovo voi.

E so che siete sempre accanto a me.

So di non avervi parlato approfonditamente del libro.

Ma se un testo procura a me, notorio cuore di pietra tutte queste suggestioni, queste emozioni, forse dovreste leggervelo.

Magari anche voi ritroverete le vostre nonne e i ricordi di infanzia, anche se il buio oggi appare cosi tenebroso, quello è un sorriso che riscalda.

E anche voi avrete il famigerato “passaggio della cucchiarella” ossia l’eredità di ricette che sbrancano tanti famosi cuochi.

Perché l’amore, gli insegnamenti di quelle nonne che ci crescevano, mentre cuocevano allegre, nessuno può sostituirlo. Resta nelle ossa e viene trasmesso in ogni manicaretto.

E cosi via ai figli dei nostri figli.

Il ricordo, l’amara più potente che l’uomo possiede, rivive nei piatti di Giacinta.

E sono sbocciati in me e li condivisi con voi, perché se non fosse stato per questa splendida casa editrice, che dell’amore fa il suo mantra, non avrei avuto il coraggio di tirarli fuori.

Perché tanta è la paura del dolore, e della perdita.

E invece ora so che basterà un piatto per averle accanto a me.

Cosi come l’autrice ha accanto la sua nonna bionica.

Grazie Giacinta per questo viaggio e per aver fatto sciogliere un po’ di neve da questo cuore indifferente.

Post scrittum.

Ultimo dato. Poi vi giuro vi lascio correre a comprarvi il libro suddetto. Come ben saprete io non guardo assolutamente nulla oltre le parole scritte. Eppure una delle prime cosa che mi ha colpito del libro, prima ovviamente di leggerlo è stata la cover, che sembrava sprigionare quegli odori che mi hanno riportato indietro al passato e la cura delle illustrazioni, vere e proprie porte per abbracciare nonna Giacinta.

E sapete perché l’ho notato?

Perché nella cura dei dettagli, dalla carta ai disegni, alla copertina si sentiva tutto l’amore che l’editore ha messo nel testo. Tutta la sua passione. E non per renderlo accattivante ai vostri occhi troppo abituati alle apparenze.

Ma perché al testo ci credeva.

E credendoci lei stessa, ha trasmesso quest’amore anche a me, che l’ho letto con le lacrime agli occhi.

Non è un semplice ricettario.

Non è un semplice testo da vendere.

E’ un libro.

E’ un libro vero.

E’ un concentrato di sensazioni che danzano incantate di fronte ai nostri occhi. L’ho immaginata accarezzare le pagine, l’ho immagina assemblarle con cura, come i vecchi librai di una volta.

E quel dono, fatto ha me, che in fondo non sono altro che un imbratta carte, mi ha riempito il cuore.

E se un libro riesce a farlo, allora è un tassello per costruire il ponte che finalmente può portarci verso la bellezza.

Che sarà banale e scontato ma salva.

Dio se salva!

Dedicata a nonna Maria e Nonna Valeria.

Anche se siete lassù a far impazzire i santi e dio.

So che guardate me con un sorriso.

 

 

Annunci

“In cucina con Ginny. Dagli scarti al piatto” di Ginevra Braga, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

ginni.jpg

 

La fame ci sembra sempre cosi lontana.

Cosi tanto che quando il TG ci parla della povertà che prospera vicino casa nostra, stentiamo a crederci.

Come, la nostra Italia non è certo il terzo mondo.

Noi siamo comunque un paese appartenente al patto atlantico, vanto dell’Europa delle banche.

Civile e ricco di storia.

Non possiamo certo essere rei di tenere i nostri cittadini nell’indigenza. Eppure accade.

Il paradiso terrestre meta di tanti disperati, è a sua volta un paese che sprofonda nelle sue contraddizioni.

E la crisi ha reso questo divario più acuto e terribile: quartieri a rischio convivono con quelli più chic, più eleganti.

Anche se è un eleganza stantia e polverosa, troppo rinchiusa in se stessa e poco aperta all’esterno.

Famiglie intere che devono fare i salti mortali per portare il cibo in tavola

E tanti, troppi che si recano negli immondezzai vicini ai supermarket per accaparrarsi gli scarti.

Che poi scarti non sono.

Ecco il libro di cucina di Ginevra Braga non è solo un bellissimo e goloso manifesto del buongusto all’italiana.

Ma diviene non solo denuncia, ma anche e sopratutto, proposta.

E una proposta da una ragazzina, anzi una futura donna, che già indossa il vestito della responsabilità etica verso l’altro.

Tanto da portarla a scegliere una via alternativa per reagire all’opulenta manifestazione di apparente benessere dell’occidente, quella che si risolve spesso con una grande spreco di cibo.

Lo vedo e lo sperimento ogni giorno.

Banchetti gargantueschi con il solo scopo di far vedere all’altro la fortuna, la ricchezza e l’incoscienza di chi, di fronte alla povertà che incalza, si sente intoccabile.

La crisi non la si affronta con proposte e soluzioni, ma barricandosi nelle case, come i ricchi fecero nel libro la morte rossa di Edgar Allan Poe. E cosi si fa no?

Per dimenticare la malattia che corrode, ci si butta in un gigantesco gorgo fatto di danze, vizi e trasgressioni.

Ecco cosa diventa per noi il cibo.

Non più piacere, o salute.

Ma simbolo di appartenenza a una classe sociale vittoriosa, che snobba con disprezzo chi non è suo pari.

E oggi noi siamo i signorotti che divoravano pernici e fagiani, con quell’ansia di godere del momento presente senza preoccuparsi né dell’altro, ne del suo futuro.

Vanità di Vanità canterebbe Branduardi.

E il disprezzo maggiore lo si dimostra quando si butta il cibo senza rispetto, né per il mondo, né per quella società che quel ben di dio non può proprio permetterselo.

Ecco le abbuffate ai matrimoni trash, dove si dimentica la malattia sociale, ingozzandosi e brindando a se stessi.

La disparità alimentare è il fenomeno più preoccupante di una società che crolla e che non è più società nel senso di collettività, nata per assicurarsi reciprocamente pace e prosperità.

La società di oggi è indifferente, perché incapace di prendersi la responsabilità di agire, in primis, per modificare alla radice gli assunti errati del patto sociale.

Ginevra ha dieci anni.

E oggi ci presenta un libro contro lo spreco per un sano e anche sfizioso riciclo del cibo.

Ginevra ha dieci anni e rispetta non solo il cibo ma anche il suo ambiente.

Ginevra ha dieci anni e pensa all’altro da se, al suo vicino e al suo prossimo.

Ginevra ha dieci anni ed è già cosciente che anche un piccolo gesto può cambiare in meglio il mondo.

Ginevra ha dieci anni e con amore e dedizione ha scritto questo libro. Ginevra ha solo dieci anni, ma da lezioni di vita come solo un saggio maestro orientale potrebbe fare.

E’ vero Ginevra è una bambina, ma questa signorina bellissima è più matura di ognuno di noi.

E’ immorale sprecare il cibo quando c’è qualcuno cosi vicino a noi che non ne ha

E’ una frase cosi semplice che dovrebbe far vergognare chi non la vive in prima persona.

E comunque, il pesto di ciuffi di finocchio è semplicemente fantastico.

E le bucce di patate fritte ( io consiglio anche quelle al forno) una vera e sana golosità.

Provatele e iniziate a assaporare il cibo non solo a ingurgitarlo.

“Ricette culinarie in salsa metropolitana” di Elio Brossa, Edizioni del Delfino Moro ( cover e illustrazioni a cura di Wanda Barbara Magnani). A cura di Alessandra Micheli

 

14370297_1195728283782301_7920181414637596944_n.jpg

 

 

La societa’ dei magnaccioni

la società della gioventù

a noi ce piace de magnà e beve

e nun ce piace de lavorà

 

 

Un annuncio ai vegani e vegetariani: non leggete questa recensione.

Anzi vi consiglio di mettervi a fare altro, che so, l’uncinetto. Qua si parla di cibo! Ma non di cibo nel senso moderno del termine.

Si parla di ricordi, di fantasia, di sensazioni tattili per onorare quel corpo, che una certa tradizione strana e perniciosa, ha relegato nelle regioni del male. Ogni vizio, ogni cedimento, ogni atto godurioso, che sia sesso o che sia gola viene oggi condannato. Del resto siamo una società anoressica. Priva di spontanei moti dell’animo troppo frustrati e attenti, all’apparenza, per gustare i piacerei della vita. Anche se la cucina è sdoganata dai mille reality sui cuochi, essa resta sempre effimera, evanescente, legata comunque e sempre all’estetica.

Il piatto langue, pregno di bellissime composizioni, di colori, ma priva di gusto e sapore. Giusto il nostro moderno eroe, il buon vecchio Rubio, ha finalmente riportato in rilievo la bellezza del mangiare, la dolcezza della convivialità, il senso ribelle della caloria. Mangiare non è solo un fatto di sopravvivenza, ma è un piacere che penetra l’animo, che si nutre di effervescenti e idilliache sensazioni corporee.

Tutti i sensi vengono sollecitati da un piatto che ha sempre il sapore di casa e di ricordi.

Un piatto, un dolce, uno spaghetto con il pomodoro, non deliziano solo il gusto, il palato e l’anima, ma soprattutto la mente, perché ci riallacciano a un senso atavico di casa che da sempre il cibo è collegato. In fondo la cucina nei sogni è un simbolo importante del nostro Io. Il cibo siamo noi, siamo ciò che mangiamo, siamo ciò che mangiando riusciamo ad avvertire con dei sensi mai prima sperimentati, quel terzo occhio che ci apre la vista su un universo sconosciuto. Platone lo chiamava iperuranio, io mondo magico dei faerie, mia nonna il mondo dei nostri antenati. La mamma della mamma, che aveva il suo ingrediente segreto, per i carciofi alla romana…no non era mentuccia…forse un pizzico di acciuga.

La filastrocca che ho scritto all’inizio è per me fonte di una dolcezza che mi commuove.

Eh si ragazzi miei!

È una delle più famose stornellate romane, protagonista di tante scampagnate della mia gioventù, dal profumo di abbacchio, di coratella e di costolette di maiale rosolate con attenzione alla brace.

E attraverso il fumo dell’arrosto, in quella pineta di ostia piena di grida e di canzoni

O chitarra romana…

casetta de Trastevere…

E quella più irriverente e spensierata di fiori trasteverini, faceva da colonna sonora ai sogni che attraverso il fumo della brace si apriva ai miei occhi.

Fiori, immagini di animali strani e quella Ninetta, più bella delle principesse Disney con le sue gote rosse e i capelli neri, di cui parlavano gli stornelli che amava cantare mio padre.

Sei romana, Ale!

Lo dice il cibo che oggi mangi con le lacrime agli occhi, mentre un tozzo di pane secco si immerge in quel sugo strano, corposo come le tradizioni che mi facevano crescere che mi regalava di soppiatto mia nonna, con un occhiolino. Sugo che sapeva di esperienza di un mondo fuso con tante voci diverse, che sapeva di Marche e Roma, con i funghi che danzavano con le interiora di pollo, e raccontavano storie, in una strabiliante danza.

Oh meravigliosa signora dai candidi capelli, dal fazzoletto dentro il cappotto impeccabile, che al mercato, ricco di voci e meraviglie contrattavi il prezzo di funghi e di rossi grossi pomodori, da fare con il riso! “Buoni mi raccomando che sono per mia nipote e lei deve crescere!”

E sembrava un guerriero pronto a difenderci con una spada, che era un’elegante borsetta.

E cosa dire di te nonna Valeriana?

Con quei crostini magici, ripieni di un salmì tosco viterbese, e quella magia di riempire una gallina con mille particolari ingredienti, che facevi vedere solo a me, un segreto nostro, nonna mia.

Un segreto che oggi rimpiango, perché non sei lì con me a girare l’intuglio magico con il mestolo, tu magica bellissima strega, dal viso concentrato ma dal profumo dolce che m’inebriava. Io sono cresciuta così, con voi.

Con le storie mentre cucinavate, con i racconti antichi di persone sconosciute e al tempo stesso vicine a me.

Te le ricordi Zia Norma?

Il più bel ricordo di te, noi due in cucina mentre impastavi raccontando di quante belle trecce lunghe avevi, e fuori il sole…

E oggi vi ritrovo orgogliosa nei tratti del mio volto.

Ecco, il cibo è questo.

Sono antichi echi, è il tuo legame con le tradizioni e il territorio, che si arricchisce a ogni viaggio.

Elio Brossa non racconta solo ricette.

Per ogni segreto culinario ci regala una storia, che sia ricordo o quelle stesse fantasie che si rendevano corporee attraverso i fumi e gli effluvi. E al pari mio immagina balli sfrenati tra tacchini e funghi, tra maionesi che corteggiano pesci in livrea con quei deliziosi ciuffi di prezzemolo, ad adornare il loro taschino. Leggerti è tornare un po’ bambina e usare la fantasia su tutto ciò che mi circonda.

Leggerti è entrare nella tua vita con quel sano stupore che tanti libri colti mi fanno scordare. Leggerti così rapito, così fanciullesco, ma con una saggezza che bramo e per cui ti ammiro, è sentirmi meno automa, meno assetata.

Le ricette in salsa metropolitana sono un po’ come me, e io sono un po’ come Elio: eterni sessantottini in cerca di piaceri che non si possono comprare, nè avere in omaggio con Amazon.

Tornate bambini e fatevi meno problemi, gustate il cibo e godete di quella convivialità che davanti a una tavola si accende, perché quei momenti di brindisi, di allegria, di sapori e odori, rischiano di non tornare più.

E in omaggio a te grande uomo, sorseggio in vinello trasteverino, gustandomi con godurioso trasporto, un pezzo di bruschetta co’ l’ajo, farà male al mio alito, ma tanto bene al mio spirito.

 

 

 

 

Per Angela (Marietta)

Valeriana (Valeria)

Norma.

I miei angeli che vegliano su di me