“Un paese di emozioni” di Francesco Spadafino. A cura di Alessandra Micheli

un paese di emozioni

 

 

Una delle cose che adoro fare, quando recensisco, è comparare i libri, anzi, mi spiego meglio. Non tanto i libri intesi come stile, trama e struttura, quanto le emozioni che essi contengono e che hanno suscitato in questo vecchio e arido cuore. Il libro che più si avvicina al viaggio intrapreso con “un paese di emozioni” è senza dubbio Cielo chiaro di Romano Battaglia.

Entrambi gli autori, con una tecnica diversa ma al tempo stesso accattivante e intensa, dipingono un paese particolare, uno di quelli che si incontrano, se si è fortunati, in quei momenti di totale spaesamento, di totale smarrimento, quelli in cui ci si ritrova tremanti e spaventati davanti a un bivio.

Sono i capolinea, sono i momenti di bilancio, quelli che ci pongono di fronte allo specchio magico di potteriana memoria, e si fanno i conti non con i risultati raggiunti, ma con i desideri del cuore, quelli veri, quelli infantili, quelli colorati di sogno.

E spesso si comprende come, il nostro fanciullino interiore, si senta abbandonato, maltrattato e negato alla coscienza vigile.

I risultati raggiunti, quindi, non sono quelli che il nostro Io, o la nostra anima si merita, perché si raggiungono a scapito di sensazioni autentiche, semplici e al tempo stesso più ricche di quello che questo mondo di apparenza ci promette.

E così, come mi capitò tanti ma tanti anni fa, mi sono ritrovata nel paese gemello di Cielo chiaro, un paese che, però, rispondeva ad altri miei quesiti, ad altri miei bisogni, forse meno cervellotici della mia adolescenza e più…basilari.

Dio per esempio, i valori della famiglia, il rapporto con il dolore e con un estremo e quotidiano senso di abbandono.

Quel sentirsi come giramondo senza un vero centro, perduto a rincorrere chissà cosa, forse un brillio lontano, forse un’idea di rivalsa contro un mondo che senti distante. Perché oggi è facilissimo perdersi, nei meandri di una ragnatela di opportunità, di possibilità, persino di conoscenze, dove tutto è a portata di mano, dove le distanze fisiche si annullano. Ma quelle interiori diventano profondi burroni, in cui è facile cadere, in cui è difficile distinguere la luna, il sole o persino le stelle. E arrivata al mio personale bivio, piena di domande ma per una volta scarsa di risposte, mi sono abbeverata alla fonte di Spadafino. Non è un libro di grandi interrogativi, eppure è un testo che personalmente mi ha aperto un mondo, un universo colorato di emozioni semplici, di saggezze quasi scontate, eppure sono quelle che arricchiscono di significati l’esistenza mia e vostra.

Vedete, a volte abbiamo questa strana perniciosa smania di contestare ogni valore, famiglia e persino Dio, come se le saggezze antiche fossero incapaci di guarire noi stessi e quel nostro distratto modo di essere “umani”.

Ma se come me decidete di sedervi e di affrontare la salita che porta a quel paese dell’anima:

Ho sognato ancora di quel paese un po’ strano,

dove la gente si saluta senza dare la mano.

Dove si chiacchiera e qualcuno canta una canzone;

tutti in piazza senza guardare la televisione.

Dove al mattino non ti offrono un caffè o un biscotto…

così tutto intorno, case di pietre e legno,

caratteristiche strutture di ormai nobile sostegno,

abbracciano le stradine naturalmente colorate

da piante e fiori, agli usci e alle balconate, e le finestre, da ricami e da pizzi abilmente abbellite,

sembrano quadri familiari di armoniose tradizioni antiche.

Nel borgo vecchio, stretti vicoli, alti muri ed arcate senza tempo, nascondono luoghi, dove non s’incontra mai, né sole né vento.

Questo, un paese di montagna dall’aria pulita,

con poche strade, corte e tutte in salita.

Con la rima, Spadafino, rende la parola demiurgo ed è capace di creare un incanto, una sorta di portale dimensionale, fino a farci riscoprire frasi della nostra infanzia, una fede semplice che sa che, la divinità qualsiasi nome a essa gli darete, non ha mai camminato distante da noi, prendendoci in braccio quando le ferite facevano troppo male. E allora ogni cosa torna al proprio posto, e come diceva De Mello va tutto bene.

La mente si acquieta, l’anima si nutre di lacrime, pioggia, paesaggi, si diventa un po’ folli ma autentici; si riscopre il gusto del lavoro manuale, la gioia per un calcio a un pallone.

E in quel paese che abbiamo snobbato perché alla ricerca di emozioni luccicanti come le luci di quelle città ripiegate su sé stessi, così soli, così tristi, forse ritroviamo noi stessi.

Un po’ bambini, un po’ saggi.

Pazzi e capaci di correre incontro all’unico sogno per cui vale la pena: quello che ci rende così pieni di gloria e di stelle, e poco più su di angeli e Dei lontani.

È il sogno di essere davvero uomini e non più burattini.

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“Eusapia Palladino, la medium star disperazione della scienza” di Alexandra Rendhell, Apeiron Edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

 

Introduzione

Possiamo far risalire le origini dello spiritismo in Italia al medium inglese Daniel Dounglas Home che, dopo il trasferimento a Firenze, attirò l’attenzione dei nostri connazionali. Si calcola che nel 1870 ci fossero più di 100 associazioni spiritiche nel nostro Paese. Nasce nel 1863 a Palermo la società Spirituale, a Torino vengono fondati gli Annali dello spiritismo, a Roma nel 1937 nasce la Società Italiana di Metapsichica, a Milano l’associazione Scientifica Italiana di Metapsichica e l’elenco potrebbe continuare.

La rivista più affermata nel campo del paranormale, attiva fino ai giorni nostri è Luce e Ombra

Lo spiritismo ottocentesco di matrice anglosassone si presenta più come scienza che non come religione, ecco spiegato il perché molte personalità del mondo laico e scientifico sentirono il bisogno di avvicinarsi alla materia, in alcuni casi osteggiandola con la ragione, in altri abbracciandola completamente dopo forti esperienze personali.

Eusapia Palladino è una figura di spicco nella storia dei medium italiani tra Ottocento e Novecento e l’autrice Alexandra Rendhell vuole in questo volume restituire dignità e credibilità a una donna che nel corso della sua vita suscitò alternativamente entusiasmi e critiche.

Benché la posizione dell’autrice sia assolutamente a favore della genuinità delle doti paranormali della protagonista della biografia, io mi limiterò a sottolineare aspetti del testo senza prendere una posizione sull’argomento. Ritengo sia la modalità più onesta per scrivere una recensione.

Innanzitutto una lode marcata va all’accuratezza della ricerca. Ogni affermazione viene supportata da materiale storico mirato, articoli tratti da importanti quotidiani, tratti dalla rivista Luce e Ombra, fotografie, scannerizzazione di documenti originali; un plauso va a una ricerca così certosina e impeccabile, un lavoro costante dall’inizio alla fine del testo, una biografia assolutamente puntuale. Un libro che, per questa sua accurata caratteristica, non può e non deve definirsi scorrevole. L’autrice non sta “raccontando una storia” al lettore, ma sta riabilitando la reputazione di una donna che nella sua vita non fu certo immune da attacchi; è comprensibile dunque come ciò debba essere fatto con cognizione di causa e con argomentazioni dimostrabili. Il risultato è appunto un testo che ha una sua difficoltà di lettura e che deve essere affrontato senza leggerezza.

Da queste pagine si evince la complessità caratteriale di Eusapia Palladino, donna analfabeta e poco incline allo studio ( vani infatti furono i tentativi fatti per istruirla), ma nello stesso tempo viene descritto il suo acume dettato dall’esperienza e dal suo vissuto. Eusapia è detta donna semplice del popolo, attaccata alla città di Napoli, restìa a lasciare il suo appartamento certamente non sontuoso; tuttavia durante le sue trasferte all’estero, ospite presso famiglie nobili e agiate, difficilmente mancava di buon gusto nel vestire e sapeva adattarsi agli ambienti con naturalezza.

Ciò che colpisce maggiormente è la sua generosità. Avendo conosciuto la povertà in prima persona non esitava ad aiutare orfani in difficoltà, giovani donne che avevano bisogno di una dote per maritarsi e richieste di denaro da parte della famiglia. Chi la accusò di essere una truffatrice per arricchirsi dovette senza dubbio ricredersi almeno su questo. Eusapia non divenne ricca ma aiutò concretamente chi le stava intorno, tanto che la morte la trovò in una condizione non agiata.

Eusapia si legò emotivamente a tutti quegli scienziati che credevano in lei, emblematico l’appellativo di “papà” che usava pe il criminologo Cesare Lombroso. Pur di non deludere i suoi amici scienziati, Eusapia si sottomise , più o meno docilmente, a tutti gli esperimenti che le venivano richiesti, sfinendosi psicologicamente e fisicamente. Punto di riferimento essenziale per tutta la sua vita fu la città di Napoli e il suo appartamento nei Quartieri Spagnoli. Conosciamo dunque attraverso questa biografia una donna con un’infanzia difficile, alla ricerca dell’approvazione del prossimo, affamata non di notorietà ma di amore, che riversava con semplicità sui bisognosi.

Lascio ai singoli lettori le considerazioni sulle sua facoltà paranormali, invitando a leggere questa opera traendone le personali conclusioni.

“”In cammino verso Compostela” di Beatrice Masci, Montang edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

“sognò sognò sognò

e poi come tutti

si risvegliò

 

Inizia così la splendida canzone di Roberto Vecchioni La leggenda di Olaf. Una musica bellissima, un testo intenso e questa frase che, personalmente, ha sempre abbracciato la mia anima, invadendola come una folata di vento in grado di spazzar via le piccole e grandi ipocondrie della mia umana vita.

Perché queste semplici e cosi apparentemente insignificanti parole racchiudono il mistero della vita. Come raccontava Anthony De Mello la vita è un eterno, lungo sonno. Addormentati amiamo, addormentati lavoriamo, addormentati scegliamo.  Siamo tutti in attesa del bacio di un principe irreale, evanescente, bacio che forse, per qualcuno, non arriverà mai. Ma il principe non è una figura esterna a noi. Non è il sogno di una vita, la più incredibile delle aspettative. Il principe è e resta, la spiritualità. Per quanto impegno etico noi metteremo in ogni gesto, esso sarà vano, finché le parole di De Mello non diventeranno realtà:

Spiritualità significa risveglio. La maggior parte delle persone, pur non sapendolo, sono addormentate…non arrivano mai a comprendere la bellezza e lo splendore di quella cosa che chiamiamo esistenza umana.

Sono consapevole che ogni mio impegno sociale, ogni mia volontà di cambiare, di incidere sulla società, senza questo risveglio è totalmente inutile. Non vedrò mai il vero spettacolo di questo mondo, né la bellezza nell’imperfezione umana. Vedrò solo una fila e fila di immagini, osserverò solo fatti, apparentemente inspiegabili. E addormentata prenderò la mano del Mangiafuoco di turno che mi inserirà nella sua bella collezione di burattini, felici di mostrarsi a un pubblico plaudente, che dispenserà monete tintinnanti. Ma l’energia creatrice non ci lascia mai soli e semina questo percorso annebbiato di possibilità di risveglio, rappresentati da libri, poesie musica o anche luoghi fisici. In questi posti spettacolari esiste una forza, studiata dagli scienziati, che è come un sonoro schiaffo alle nostre inebetite facce, una secchiata d’acqua gelata sulla pelle che, improvvisamente, ci fa aprire gli occhi. Sono i luoghi sacri, punti di forza, laddove le correnti spirituali di ogni epoca hanno costruito i propri santuari, inscenando un cammino di iniziazione che possa trasformarci in uomini dotati di coscienza, consapevoli di cosa sia davvero il mondo ma soprattutto, consapevoli di essere in parte divini. Perché io all’origine “stellare” dell’uomo ci credo fortemente. Credo che uno spicchio di universo abbia germogliato in noi, rendendoci cosi speciali ma al tempo stesso cosi alieni in un mondo che spesso avvertiamo come prigionia. La ricerca è questo, diventare “liberi”.

Santiago De Compostela è uno di questi centri di contatto tra noi e il numinoso, quelle domus dei o porte coeli disseminate con un preciso schema nella nostra bella terra. Che siano punti focali di energie telluriche, o contenitori di una tradizione sacra millenaria, chiamata da Renè Guenon la Scienza Sacra, poco importa. Importa che da questi viaggi, da questo contatto la persona torna cambiata, o risvegliata. E abbandona la culla morbida e vischiosa della sua quotidianità per abbracciare nell’imprevisto, nella fatica, negli ostacoli quella sensazione di unione con il tutto.

Santiago è descritto in un libro che ho amato

 

il cammino de las estrellas

Tim Wallace Murphy

unico e autentico sentiero di morte e rinascita spirituale. Morte del sé, delle percezioni fallaci, morte di una conoscenza meno grandiosa dell’esistenza, morte di personalismi e di quella materialità che, in fondo è solo una fuga da noi stessi e dalle nostre responsabilità di custodi di questa strana terra. Compostela ossia campo di stelle, come a ricordare il motto del padre nostro

 

cosi in cielo

cosi in terra

 

riesce a riunire il legame oramai reciso, tra noi e il cielo o come amo immaginare, forgiare una scala in grado di rendere possibile una compenetrazione con le mie amate stelle. Vi direte ma come, la famosa blogger che come un Cirano, si scaglia contro l’ortodossia, contro il malcostume, che inneggia al laicismo, crede che le stelle siano così importanti per l’uomo?

Io non credo nell’ortodossia. Non credo nelle religioni organizzate. Non credo nella politica come mero esercizio di potere. Non credo ai partiti come concentrati di ideologie tanto distanti dall’uomo. Ma credo al sacro e ritengo importantissima ogni conoscenza atta a farci vivere con pienezza la nostra vita, cosi assurdamente perduta tra luci sfavillanti, ansie e costante ricerca di competizione o di allori. Io credo a quell’emozione stupenda che si avverte guardando la bellezza perfetta della via lattea, l’armonia di una foglia, la maestosità di montagne che sono vere e proprie cattedrali naturali. Credo a una lacrima scesa nel leggere le avventure di questa buffa pellegrina quando osserva con stupore infantile quei mille diversi paesaggi

Salite e discese, chilometri di polvere e sassi ma in mezzo a un paesaggio che sembra un quadro di Monet: pennellate di verde che si perdono nell’azzurro intenso del cielo e nella miriade di colori dei fiori. Uno spettacolo che neppure Michelangelo sarebbe stato in grado di allestire. Uno spettacolo sempre uguale e perennemente nuovo. Come se la natura ogni giorno si rimboccasse le maniche per realizzare un dipinto.

E ancora

Basta guardare le distese di cereali e fiori per capire come in questo pezzetto di mondo l’uomo sia riuscito a convivere con la natura nel pieno rispetto dei singoli ruoli.

E quando leggo questi passaggi che il mio cuore si libera dal petto e viaggia in alto, guarda gli spazi immensi e pur sentendosi così piccola e cosi insignificante, abbraccia il mondo e lo fa entrare dentro di se. E si commuove e sorride, e ride e…. vive

Il cammino di Santiago è semplicemente il cammino della vita. Quello che ci porta a scoprire chi siamo anche attraverso gli occhi dell’altro, quello che ci mostra sia la bellezza della condivisione e della cooperazione, ma anche la magia misteriosa del silenzio di quella solitudine che è una preghiera vera tra noi e dio. Quel dio che tanto “bestemmiamo” ma che non smettiamo mai di cercare, nei luoghi più disparati, nelle religioni, nei santoni e nei guru e che invece, è semplicemente racchiuso dentro di noi. E quel dio ti fa capire come

A poco più di due mesi dal rientro torna già la voglia di ripartire. Sì, perché solo dopo un evento si scopre e si assapora la sua bellezza, nel momento in cui si vive si è proiettati al dopo e si dimentica dell’attimo che intanto è passato. Questo vuol dire che il cammino verso Santiago lo si gusta al ritorno.

e non resta che ripartire. E il viaggio diviene fondamentale per riuscire nell’impresa:

 

spazzano via la quotidianità e abituano a scenari sempre diversi, come quelli che si incontreranno lungo il cammino.

Abbandonare il consueto aiuta soprattutto la nostra mente a dirigersi verso un apprendimento superiore perché

il cervello necessita di esperienze sempre nuove.

E cosa apprende Beatrice?

Il miracolo, l’assurdo, si fa quotidianità.

Ed è questa bellezza incantata, questo ritrovarsi assieme come una vera Europa che cura:

 

Un’umanità ferita nel corpo e nello spirito a caccia di un miracolo o più semplicemente di una conferma

E ci ricorda che la vera unione è soprattutto quella che ci mette ognuno nel suo diverso modo a raggiungere una meta comune. E la magnificenza di questo viaggio interiore diventa comprensione di valori etici che riteniamo cosi scontati da ignorarli o accogliergli con una placita indifferenza:

ricorda che l’Europa nasce molto prima di quella che conosciamo. Nasce grazie ai pellegrini che da tutto il mondo conosciuto arrivavano fino a Santiago. E poi oltre, fino ai confini della terra. Colombo non era nato e i nativi americani erano ancora i padroni della prateria. Dunque, per quella Europa, la fine del mondo era a Finisterre. Quella Europa è nata grazie ai pellegrini.

È l’Europa dell’umanità a scapito di quella delle banche. È l’Europa empatica che cammina verso la scoperta del grande segreto quello di essere persone e soggetti prima che oggetti incastrati in ruoli.

Il cammino è una metafora della vita, è una mia precisa scelta, perché sono io, il cuore, che ogni tanto rompo i confini stabiliti dal cervello

Il libro di Beatrice Masci potrà farci superare i confini imposti dalla razionalità. E ci aiuterà anche quando faremo a pugni con Dio. E ci sembrerà così lontano impossibile da raggiungere. Magari basterà una conchiglia a farcelo abbracciare di nuovo

Faccio a pugni con te, poi ti vengo a cercare

benedico e ringrazio …e maledico il mondo com’è

e mi domando perché ti dovrei chiamare

tutte le volte che passi e ti fermi lontano, lontano da me.

 

Sarà come sarà, se sarà vero

sarà come sarà

sarà che mi dirai vai avanti e poi nasconderai la fine del sentiero

però, ti leggo nel pensiero

Francesco De Gregori

 

 

“Luce e tenebre. Equilibri” di Mariano Lodato. A cura di Alessandra Micheli

 

Da sempre la domanda che ha angosciato, interessato e annichilito per la sua difficoltà di risposta, intere generazioni, anzi oso dire l’intera razza umana, è abilmente espressa dal mio adorato salmo otto

che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.

Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi

Cos’è l’uomo è la domanda che ricorre in ogni opera letteraria, nella Bibbia e nelle saghe del Graal antenati di quei moderni fantasy che tanto stuzzicano la nostra fantasia.

L’uomo, questo essere ambiguo sospeso tra grazia e perdizione, tra redenzione e abisso è oggetto di ogni vostro libro. Che sia per comprenderne il lato più oscuro, o per esaltarne la bellezza dei sentimenti all’inizio ci sarà sempre e solo un uomo. Anzi preciso: all’inizio di ogni impresa artistica ci sarà un soggetto che dovrà conquistarsi il titolo di essere umano, sviluppando una consapevolezza che lo porti ad acquisire una coscienza. E non soltanto della propria identità ma anche di un particolare dono, o maledizione che si voglia, ossia il libero arbitrio. E’ quella strana e mutevole libertà che ci fa Scegliere la strada da seguire, la modalità con cui affrontare le prove che qualcuno ci pone lungo il cammino e che ci fa anche decidere se vogliamo vivere in modo spirituale, materiale o olistico. Questo libero arbitrio non è senza pericoli, perché se carenti di dati, di insegnamenti e di esperienze (in sostanza privi di un adeguato apprendimento) la risposta che noi daremo allo spaesamento che ci folgora davanti a un bivio non sarà mai privo di conseguenze. Ogni azione una retroazione, ogni parola genera un risultato, ogni gesto può far germogliare fiori o distruggere le messi. In questo caso l’apprendimento diviene parallelo a un altro apprendimento più profondo e sostanziale che è spesso paragonato alla cosiddetta crescita spirituale.

Cos’è mai questo percorso?

È semplicemente la capacità di imparare di nuovo a percepire il reale, travalicando le percezioni ma anche le idee che ci ha elargito la società e che fanno parte della socializzazione effettuata ad opera della scuola, dei media, delle tradizioni culturali e delle conoscenze scientifiche. Questo porta a morire letteralmente e rinascere con nuovi occhiali con cui osservare e interpretare il mondo. È un apprendimento di terzo livello caratteristico dei mistici, degli artisti e dei folli che porta a percepire la realtà attraverso il suddetto terzo occhio o sesto senso.

Perché questa lunga premessa?

Perché il libro di Lodato racconta di questo arduo e tortuoso percorso attraverso la crescita del proprio io, liberato dalla maschera del ruolo sociale, delle limitazioni date dai vizi per aumentare l’accrescere delle virtù. In questo testo, il protagonista Matteo fa un’esperienza a dir poco straordinaria che lo pone a un grado di maturazione umana e spirituale elevata e che lo porta a identificare la propria avventura umana come parte di un più ampio progetto desideroso di far sfiorare all’uomo la perfezione divina.

Ma voi direte: a noi che importa di diventare partecipi dell’essenza divina?

I problemi sono altri: morte malattie, guerre povertà. Dolore e incapacità di sopportarlo. Lutti e via di allegrezza.

E noi possiamo mai pensare a raggiungere un Dio che sembra dormire o nel peggior dei casi, averci abbandonato fino a scomparire nel nulla?

e così sono lieto di apprendere

che hai fatto il cielo

e milioni di stelle inutili

come un messaggio,

per dimostrami che esisti,

che ci sei davvero….

ma vedi, il problema non è

che tu ci sia o non ci sia

il problema è la mia vita

quando non sarà più la mia,

confusa in un abbraccio

senza fine,

persa nella luce tua, sublime,

per ringraziarti

non so di cosa e perché;

lasciami

questo sogno disperato

di esser uomo,

Queste parole di un grande Roberto Vecchioni spiegano tutto il dramma contenuto in un libro che non è un libro. Matteo vive. E vivendo affronta mille percorsi spesso irti di ostacoli e di perché. Ed è così orgoglioso di essere uomo tanto da rimanere incastonato nella sua roccia. E questa roccia sono affetti, convinzioni sul mondo, certezze e perché no, difetti. Nonostante tutto questo lui è e resta un diamante grezzo. Ma perché la vita o l’essenza o l’energia primordiale lo renda perfetto, serve che questa roccia si disintegri del tutto. Serve lavoro duro e un bel piccone. Servono muscoli sudore e sangue. E lacrime tante lacrime. Solo perdendo sé stessi, o meglio cosa siamo convinti di essere, possiamo davvero diventare uomini. Finché Matteo non subisce questo distacco da tutto ciò che conosce, resta una possibilità. Una bella possibilità, ma solo evanescente. Sceglie: ma quando si sceglie senza consapevolezza della posta in gioco non si comprende appieno l’importanza di questo nostro tanto esecrato libero arbitrio. Noi possiamo abbracciare il male ossia il caos o l’ordine che costantemente crea. Ma, c’è un ma e Lodato lo esprime perfettamente. Questa divisione del mondo in luce e tenebra così distante e cosi netto ci fa perdere qualcosa di importante ossia il senso del tutto. E ci fa perdere l’equilibrio. Troppe volte il detto popolare

La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni

diventa troppo vero.

Perché una visione globale del vivere e persino della divinità ci rende capaci di aver semplicemente fede. Chi impara che il dolore è una porta, che a ogni caduta ci si rialza più forti e decisi, chi non comprende che affrontando il vizio e compensandolo con la volontà di abbandonarlo in virtù di una virtù più alta che ci faccia vibrare l’anima, è semplicemente perduto e soggetto alla disperazione. Vedete in questo straordinario viaggio umano la parola d’ordine è semplicemente scelta.

«L’immenso dono che uomini hanno ricevuto dal Creatore, la

possibilità di scegliere sempre e comunque,

Un dono su cui, in questo tempo perduto, sputiamo giorno dopo giorno. Lo facciamo ergendosi con aria tronfia nel nostro essere atei perché la religione è soltanto oppio dei popoli. Ma perdere il senso della meraviglia che il sacro, cuore pulsante di ogni credo ci regala, significa abbracciare l’abisso. Perché senza lo stupore, senza la forza che la speranza ci dona ogni giorno di questa perdita, senza immaginare che oltre al nostro esistano dimensioni in cui forse l’energia vuole modellarci e farci evolvere, allora tutto è inutile e un nulla costante. E quando non esiste nulla, lo sottolineo, per cui svegliarsi la mattina non esisterà un essere umano che dice no a ogni bruttura del mondo. Ecco perché esistono violenza, rabbia, dolore senza fine, perché esiste la volontà di sopraffazione che sfocia nella guerra, perché noi non ci sentiamo più parte di nulla: non pensiamo che il nostro misero aspetto mortale nasconda un’armatura lucente e indossi la spada della giustizia. Non sapremo mai che dietro le colonne del rigore esistono i soavi effluvi del paradiso, ma quello vero, quello oltre la nostra bigotta convinzione. Un percorso come quello di Matteo attraverso se stesso e le tappe di un umanità in fiore, che come una pianta necessita di acqua di amore, dedizione e cura è semplicemente un abbattimento costante di convinzioni che ci legano a terra e ci rendono sempre meno figli del cielo

Questo lo capisco ogni volta che distruggi o ridimensioni le mie

convinzioni….

Chi ha mai detto che questo è il Paradiso cristiano? E, soprattutto, chi ha mai affermato che quello in cui credevi quand’eri sulla Terra fosse la sola Giusta Via?

La via non è una. Forse una sarà la destinazione. E solo attraverso la ricerca di sé possiamo arrivare a sfiorarla e divenire veri “guerrieri della luce”

Tutti gli uomini dovrebbero imparare ad accettare le idee diverse

dalle proprie. Dovreste imparare ad aprirvi a esse e trovare la giusta

connessione con quello in cui credete da sempre. Dovreste unirvi per cercare, come in un puzzle, gli incastri tra i vari pezzi che possedete

separatamente. Dovreste riuscire a trovare la forza per collaborare in

tal senso, persino con chi considerate vostro nemico. Soprattutto,

però, dovreste riuscire a resistere alle trappole che le Tenebre vi tendono giorno per giorno.»

Ecco che Lodato, nella sua antica saggezza cosi in contrasto con la giovane età, comprende e ci dona un’importante lezione: il valore della differenza. Che si esercita nella fede che ogni strada ci porterà a abbattere il muro e abbracciare davvero un anima. La nostra anima. Oltre i piccoli sbagli, le imperfezioni, dentro di noi c’è un immenso paradiso. E come disse un lontano uomo, un maestro forse simbolico

il regno di Dio è dentro di voi.

Qua non si parla di religione cattolica, o cristiana o altro.

Qua si parla di vita.

Come si può amare il mondo e il diverso da noi senza avvertirlo come se fosse parte della nostra essenza?

Come se ognuno, alberi, piante, uomini e persino animali non fossero legati a noi da incantevoli e invisibili fili?

Solo distruggendoci, morendo a noi stessi, morendo alle nostre divisioni possiamo capire:

Imparare a percepire l’essenza di tutti gli esseri viventi al fine di liberarsi, in modo definitivo, dalla prigionia dei sensi umani che offrono visioni incomplete e talvolta persino distorte – della realtà.

Sai, dopo aver visto, mi sento piccolo e stupido per tutte le volte che ho considerato questa solo erba e quelle solo piante.» Indicò gli alberi e gli arbusti.

«Ora lo so! In loro c’è tanta vita quanta ce n’è in un uomo e non meno, come erroneamente crediamo. Essa si manifesta semplicemente in maniera diversa.»

E questa sensazione di totale immersione nel creato è la risposta a tanti dubbi che ci attanagliano, persino di quello espresso da un fedele “servo” di dio ( servo in quel passo biblico ha il suo originario significato di custode) un tale Giobbe, che incapace di cogliere il senso che possa accomunare ogni esperienza umana, incapace di cogliere quel filo conduttore che lega dolore e gioia a quel sistema onnicomprensivo e “olistico”, si sente rispondere da un turbine di energia, dalla voce tonante in questo modo

Chi è costui che oscura il consiglio
con parole insipienti?
[Cingiti i fianchi come un prode,
io t’interrogherò e tu mi istruirai.
Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?
Dillo, se hai tanta intelligenza!
Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai,
o chi ha teso su di essa la misura?
Dove sono fissate le sue basi
o chi ha posto la sua pietra angolare,
mentre gioivano in coro le stelle del mattino
e plaudivano tutti i figli di Dio?

In questa meravigliosa lezione di storia naturale, che vi invito a leggere, sta tutto il senso del nostro esistere in totale cooperazione con l’intera perfetta armonia dell’universo. E quando uno riesce a vederla non può non avvertire un senso di completezza, e capisce quanto davvero questo piccolo misero uomo valga. E quando imparerete il vostro valore, la vita materiale non sarà più la stessa

Il Padre Celeste ha sempre voluto che gli uomini si elevassero

fino all’apice delle loro possibilità, fino a sfiorare la Sua stessa Perfezione.

Gli uomini sono gli esseri su cui il Creatore ha riposto le proprie speranze. In

voi Egli confida per chiudere il cerchio della creazione. Tuttavia, per

vostra stessa natura, non siete in grado di gestire, fin da subito, il vostro massimo potenziale: avete bisogno di imparare per gradi.

Cosi quando cadrete, piangerete lacrime di sangue. Quando perderete tutto, quando la vita vi apparirà un vuoto costante, quando non vorrete più lottare, ricordatevi le parole di Mariano Lodato

Devi alzarti e vivere. Devi vivere con il peso del fallimento. Questa sarà la

tua punizione. Ma devi anche vivere come se quella prova non sia

ancora giunta. Come se ogni giorno, ogni azione, ogni gesto o parola fosse quella giusta

Rialzati e prosegui per la tua strada. Quando cadrai, rialzati an-

cora. Non fermarti, continua a camminare. E continua anche se per

farlo avrai bisogno di un bastone, di un aiuto, di un qualsiasi appiglio.»

E come Matteo l’appiglio lo troverete nella forza di non smettere mai di avere speranza che ogni sassolino, che ogni ferita è qua solo per forgiarvi e farvi diventare uomini. E la prova più grande, l’ultima, sarà quella di guardare in faccia il dolore, l’odio, il rancore la paura e di sorridere.

E partire in cerca di un’altra vita.

La vostra

perché vedi, l’importante non è

che tu ci sia o non ci sia:

l’importante è la mia vita

finchè sarà la mia