Margaret Armstrong “Il mistero della vetreria” Edizioni Le Assassine. A cura di Francesca Giovannetti

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Margaret Armostrong, newyorkese nata nella seconda metà dell’Ottocento, ci regala un romanzo che non ha niente da invidiare alla sua ben più famosa “collega inglese” Agatha Christie.

Un giallo che ci porta nell’atmosfera di una New York già piena di vita e di interessi, fra teatro e opere, in contrasto con una campagna meno stimolante…se si esclude il fatto che diventa il luogo di un atroce delitto!

Così la protagonista Harriet Trumbull, narratrice in prima persona, dovrà in fretta accantonare l’idea di piatta monotonia che le suscitava soltanto il pensare ai dintorni della sua amata metropoli.

Per una come lei, una distinta signora non più giovanissima, l’occasione di ficcare il naso in un mistero è veramente forte! E non c’è niente di ordinario in uno scheletro trovato bruciato nella fornace di una vetreria…

Ricostruendo i giorni prima del ritrovamento con impeccabile precisione, l’autrice svela nello stesso tempo indizi e personaggi.

A ben guardare (anzi a ben leggere!) le informazioni sono un flusso continuo e inarrestabile, in alcune occasioni avvolte dal mistero e quasi sussurrate nei dialoghi, in altre lasciate cadere quasi senza dare peso…ma niente è in balia caso. L’autrice costruisce un grandioso puzzle usando caratteri, situazioni, indizi e scambi di battute.

Immersi nella fine dell’Ottocento americano scopriamo il divario tra città e campagna, uno è un luogo vivace e pieno di cultura, l’altro è talmente tranquilli la principale attività sembra essere il pettegolezzo.

Ma l’autrice rompe lo schema, rendendo la placida campagna teatro di un inspiegabile delitto.

Un mistero intrigante con personaggi originali e singolari, che escono dalla maggior parte degli stereotipi.

Un romanzo frizzante e accattivante, ricco di tracce sottese e colpi di scena.

Consigliato se amate il giallo “classico” !

“Chi ha ucciso Charmian Karslake?” di Annie Haynes, Edizioni le Assassine. A cura di Alessandra Micheli

 

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Vi è mai capitato di amare cosi tanto un libro da non trovare le parole adatte per raccontarlo?

A me si, capita con i gialli editi da Edizioni le Assassine.

Hanno tutto quello che cerco in un testo: struttura, emozioni, dettagli, descrizioni e significati.

Descrivono in maniera perfetta il secolo che da ambientazione alla vicenda, non limitandosi solo alla mera narrazione tipica di molte detective stories, concentrate soltanto sull’arduo compito dell’investigatore di turno, ossia collezionare indizi come un criceto impazzito, per scovare il perfido colpevole.

Questa struttura base è soltanto il mezzo per parlare di altro, perché il giallo in fondo è solo escamotage per stanare n modo molto più etico del thriller, molto più di classe il male.

Ma il male non si genera in modo spontaneo, cosi come narra secondo la tradizione medievale.

Ma si snoda attraverso le storie personali, le difficoltà che i protagonisti incontrano lungo la loro più o meno tortuosa strada e si originano da una precisa e particolare società che deve, quindi essere protagonista.

Il vero colpevole da stanare non è l’assassino.

Esso è solo il prescelto, colui che prende su di se il compito supremo che gli è stato donato proprio dall’ambiente sociale.

In ogni giallo nessuno è slegato dal suo ambiente.

Nessuno è in grado di scegliere autonomamente la sua strada.

Sono tutti, più o meno, i burattini manovrati da un oscuro Mangiafuoco, capace quindi di costringere i nostri piedi a calpestare quella o l’altra strada.

E cosi i personaggi di questo splendido affresco inglese.

Un americana facoltosa dallo strano e oscuro passato, innestata, con quella sua effervescente verve profumata di libertà e di possibilità, in uno strano villaggio, anacronistico e totalmente incentrato sulla reiterazione ingrigita di privilegi oramai superati.

In quell’abazia il tempo è congelato e le classi sociali, in barba alla strana innovazione inglese, appaiono conquiste impossibili da mettere in discussione.

Quello che molti trovano come elemento soffocante, stonato e incomprensibile, non è altro che un lato contraddittorio di un Inghilterra progressista, che si pose come guida di un Europa eccessivamente arretrata, ma che al tempo stesso, pur millantando la sua modernità, aveva nell’interno della sua stessa società forti e ferree resistenze.

Tutti voi conoscete la storia inglese vero?

Ebbene sia dato da sapere che, in Inghilterra ci fu la dimostrazione pratica del principio che diede vita all’America: l’esaltazione del self made man.

Ossia dell’uomo che, incurante delle restrizioni consuetudinarie, decideva semplicemente di far carriera snobbando i rigidi canoni della stratificazione sociale.

Tutti noi conosciamo la norma, peraltro ancora oggi viva, dell’elitarismo. Un figlio di ingegnere raramente diventerà un contadino.

E il contadino nato da contadini, raramente potrà ambire a divenire ingegnere.

Questo sistema di privilegi e di scorciatoie viene chiamato oggi classismo.

Tutto il contrario della moderna idea di meritrocrazia.

Essa presuppone uno interscambio o una comunicazione che ne impedisce la stagnazione; senza forze nuove ogni sistema chiuso rischia il collasso.

Ma questa è un altra storia.

In Inghilterra si assiste a una strana situazione, tra il 1540 e il 1880 sembra che quella inglese sia una élite aperta, che permetteva alla gentry ossia alla nuova classe mercantile nata in senso della rivoluzione industriale, di poter accedere agli stessi privilegi dell’antica classe nobiliare.

I nuovi ricchi avevano quindi più possibilità di entrare nelle fila della vecchia nobiltà terriera e furono da essi facilmente accettati.

In realtà, essi poterono si accedere allo stile di vita tanto agognato ma a patto di una loro rinuncia al passato.

In sostanza era si possibile che un ricco imprenditore divenisse “pari” di un lord ma a scapito del proprio passato, non visto come un dignitoso balzo in avanti, ma come qualcosa di cui vergognarsi e abbandonare.

Questo assumendo gli stessi attributi dei nobili come residenze eleganti, servitori, doppi cognomi, atteggiamento snobbisticamente annoiato e dedito a attività abbastanza tradizionali.

Questo mise quello stop alle innovazioni che si limitarono quindi a aumentare la ricchezza piuttosto che a modificare più profondamente la società.

Si interessante, direte voi, ma cosa centra con il nostro giallo?

Tutto.

Perché l’omicidio della bella Charmian, fatto che si evince dal titolo, parte e ha origine in questa strana e pazzesca tensione inglese tra speranza di riscatto e impossibilità a eseguirlo se non abbandonando del tutto la propria storia.

Un aspirante lord doveva dimenticarsi da dove veniva, costruirsi una nuova identità, abbandonando persino il proprio cognome.

E’ quindi dal passato che arrivano le frustrazioni, le vendette, gli odi, le rivendicazioni che porteranno all’atto più estremo frutto di questa contraddizione lacerante ossia l’omicidio.

Per questo il libro è interessante non solo perché perfetto nei dettagli classici della detective stories ma anche perché rappresenta anche un perfetto affresco storico. E da brava appassionata è in quell’elemento che si concentra tutto il mio imperituro amore per la Haynes che rende Hepton Abbey, rappresentazione perfetta del vero dramma inglese: una volontà di frenare l’innovazione con l’attaccamento morboso ai vetusti privilegi dell’antica nobiltà terriera.

Ed è da questo che il dramma si compie, e si snoda ai vostri occhi tra fruscii di seta e meravigliosi gioielli.

Li, nell’apparente serenità di una perfetta aristocrazia inglese, si cela il male, un male banale forse, ma non per questo meno orrendo.

***

Note.

La storia sociale descritta nella mia recensione, è tratta dal saggio “Una èlite aperta?” Di Lawrence Stoner e Jeanne Ci Fawtier Stone, il Mulino 1986.

“Misteriosi delitti all’isola di Milano” di Giancarlo Bosini, Macchione editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho sempre temuto chi si prende troppo sul serio.

Perché mancando del senso di ironia che caratterizza noi pazzi, noi sognatori, il mondo rischia di apparire grigio e smunto.

Anche il peggiore dei mali, il peggiore dei crimini ci terrorizza tanto da farci rannicchiare in un mondo illusorio, che rinnega una realtà che appare un mostro pronto a divorarci.

Chi invece usa l’ironia e l’umorismo non è superficiale, racconta con leggerezza a con acume il peggio di ogni società, i sentimenti meno nobili facendoli apparire per quello che sono: modi assurdi, sbagliati, sciocchi di affrontare la vita.

Non vi mentirò dicendo che, chi possiede questo senso ironico, non pensi che il male non sia un orco capace di fagocitarci.

Semplicemente non sta fermo a ignoralo, ma lo combatte.

Avete mai pensato alla scena più bella di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban?

Caso strano l’incantesimo con cui si affronta il terrificante dissennatore non è altro che una parola, Riddikulus e la risata.

Allora l’orrore diventa patetico, quasi triste nella sua idiozia.

E può essere ucciso dall’ilarità, da quello che dentro di noi è cosi puro da farci sgorgare questo canto insensato dal cuore.

Bosini è il nostro incantesimo di fronte al male.

L’Abominio descritto non diventa soffocante, non anestetizza l’anima ma lo mostra nella sua reale natura: il tentativo patetico dell’uomo di emergere, quando dentro se, non ha i mezzi meravigliosi della fantasia. In ogni istante, anche in quelli più pesanti i suoi personaggi sanno ridere.

Di loro stessi, dei difetti dell’altro e sopratutto dei propri.

Ecco perché il suo giallo arriva quasi con eleganza e grazie alla risoluzione finale.

Perché è nella fantasia sconfinata di due personaggi fuori dai generis, capaci di andare oltre i ristretti confini stabiliti dalla società e quindi osservare il mondo da una prospettiva privilegiata.

Nessun dramma se un ingegnere propone nuove soluzioni al navigato commissario, cosi pronto a accogliere il nuovo e altre modalità di interpretazione del reale, da non sentirsi assolutamente minacciato.

Due facce della stessa medaglia, due uomini con un loro carico di dolore che, ironia della sorte, li ha resi più leggeri e più sensibili.

E’ un giallo perfetto in tutte le sue sfumature, con incastri dati da una sicurezza tipica della maestria letteraria.

Ma..ma non è il suo stile ad avermi colpito.

E’ quel senso di bellezza e di leggerezza che occhieggia dalle sue parole che ha l’intento di dimostrarci che, quello che oggi viviamo, è la vera commedia.

La vita è molto altro dai nostri insensati tentativi di emergere, di difenderci da una chimera troppo lontana e invisibile.

Da quella voglia di sopraffare l’altro, di giudicarlo, di dividere tutto in buoni e cattivi, in probi e peccatori.

La vita è muoversi con armonia anche nella cacofonia più assordante.

E’ accettare in fondo la diversità e viverla con ironia.

E i due meravigliosi personaggi sono, in fondo, gli uomini che dovremmo essere, capaci di sbrogliare i nodi, capaci di ristabilire i torti.

Ma sopratutto capaci di andare senza timore nel profondo abisso ignorato da tutti noi.

Quello del male che una volta osservato si rivela solo un mucchietto lamentoso di ossa. 

“All’una e trenta. Un caso per il detective cieco” di Isabel Ostrander, Edizioni le Assasine . A cura di Alessandra Micheli

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La meraviglia nascosta dei libri cosiddetti “vintage” è sicuramente incisa nella descrizione del crimine.

Tutto qua direte voi?

Si.

E’ il dato fondamentale che mette in luce la differenza tra noi oggi, in questa nostra società cosi strana in bilico tra etica e dissolutezza e la stessa società di circa novantanni fa.

Tanto tempo vero?

Eppure se osserviamo bene queste ere trascorse, i favolosi anni venti e i nostri meno favolosi anni duemila, sicuramente noteremo che assumono un andamento che, se fossi un esperto di diagrammi, oserei chiamare discendente..

La curva è calante e le aspettative correlate al nuovo millennio sono sicuramente disattese.

Se negli anni passati si favoleggiava su cosa sarebbe accaduto al nostro mondo alle soglie del magico 2020 la risposta che oggi abbiamo ottenuto è devastante: nulla. Non è accaduto nulla. Forse abbiamo una tecnologia avanzata capace di collegarci in tempi infinitesimali uno all’altro, capaci di unire i popoli e le culture, capaci di donarci informazioni istantanee. Ma a un’attenta osservazione tutto questo è assolutamente virtuale. In realtà tutto questo circolare di possibilità di opportunità non ha fatto altro che renderci più soli e più diffidenti uno con l’altro.

E cosi lo stesso atteggiamento distorto ,lo abbiamo nei confronti del crimine. Se prima il fatto delittuoso era un’aberrazione e i libri, come quelli della Ostander lo dicono chiaramente:

Era un detective, un tutore della legge, impegnato nell’incessante lotta al crimine. Un uomo, non importa quali peccati avessero macchiato la sua vita privata, quale malvagità avesse corrotto la sua natura, era stato vilmente ucciso, e il suo cadavere giaceva appena oltre una parete, invocando in silenzio l’unica giustizia rimasta che potesse venirgli dispensata in questo mondo: la vendetta sul suo assassino

Nella lettura dei gialli odierni troviamo sempre nascosta tra le righe un spiegazione psicologia dei mali di una società che rende l’uomi un criminale.

Per carità.

Con queste mie parole non voglio assolutamente denigrare il tentativo montessoriano di dare una rilevanza alla società e all’educazione che da questa ne scaturisce. Però, l’eccessiva attenzione alla sfumatura può sembrare quasi una giustificazione all’atto, più che un’utile appendice, un escamotage letterario per dare pathos e instaurare il famoso patto tra autore e lettore.

A volte il crimine non va spiegato ma semplicemente condannato.

A volte le sfumature non sono necessarie, se non contribuiscono allo svelamento finale del omicida e alla sua necessaria assicurazione alal giustizia.

Ecco che il detective deve essere non tanto un clichè vuoto e vanesio ma una sorta di baluardo contro la mancanza di compassione e di partecipazione sociale che porta all’azione distruttiva suprema: l’omicidio. E un omicidio come ci spiega benissimo la Rowling con tutte le sue componenti di arroganza, di potere, di non necessità è sempre un atto non solo contro natura ma contro anima.

Pertanto, nel libro perfetto in ogni suo dettaglio ( oh quanto mi mancate Aghata e Isabel oggi!) esiste anche questa visione che lungi dall’essere rigida è semplicemente etica.

Una parola che sembra scuotere di disgusto l’essenza della nostra beffarda società.

All’una e trenta del mattino, è pertanto, il giallo per definizione: indizi, protagonisti impelagati in azioni che prendono una velocità improvvisa, con personaggi caratteristi presi a prestito proprio dalla società che è attraverso la loro descrizione, anche fisica, persino nel vestiario, la rappresentano perfettamente.

Ecco che l’America degli anni 20 appare in tutta la sua fulgida bellezza; un paese di facili opportunità ma anche di disastrose cadute, di finanza irriverente anticipazione di quella post moderna, che nei suoi giochi sfrontati spesso causa dei grossi danni ai stessi personaggi che sono alla base della sua esistenza.

Ecco che temerari imprenditori, investitori senza scrupoli tentano proprio quelle assurde manovre che noi ben conosciamo e che, anzi spesso lodiamo come mirabili furberie.

In questo libro esse sono punite. Del resto è troppo incentrata su una strana morale l’America, in bilico tra spregiudicatezza e morigerato comportamento apparente, che sarà causa e declino di tanti crolli finanziari.

Ma tutto questo uscire dalle righe non viene assolutamente premiato. Anzi è evidente il biasimo verso certe operazioni presenti nel libro

Ma proprio in quel periodo i socialisti si erano fatti avanti e avevano sollevato tutto quel polverone contro il capitalismo e il monopolio del denaro e le iniquità dell’alta finanza, e per me non ci fu alcuna possibilità.

E infatti, non c’è assoluzione.

Il crimine finanziario innesca una serie di comportamenti sempre più distruttivi che rendono la vittima quasi un predestinato.

La sua apparente intoccabilità lo spingono verso il peggior declino umano, fino a soccombere nel modo più banale possibile, come se il suo delirio di onnipotenza non sia altro che una discesa verso l’abisso.

Ma non voglio svelarvi sicuramente altro.

In questo meraviglioso e anche patetico affresco umano, il nostro detective, Damon Gaunt (perdonami Poirot ma oramai io amo lui) diventa sempre più simbolo di quella giustizia che si sa trionfare, che aborrisce il crimine ma che a differenza della Christie conserva una sorta di occhio benevolo verso la debolezza umana.

E infatti, a differenza del suo alter ego Hecule Poirot ma anche della rigida Miss Marple, Gaunt ha un senso di compassione molto più accentuata, un umanità che è flessibile come l’America che gli ha dato natali.

E’ si ferreo sulle sue posizioni etiche. E’ completamente devoto alla risoluzione del crimine e alla cura della giustizia, ma altrettanto partecipe della miseria umana. Per lui la giustizia, quella vera è molto altro, diverso dalla certezza della pena. La giustizia è riparazione dei torti e svelamento dei nodi ingarbugliati. E’ mostrare il vero volto del male e arginarlo con la conoscenza.

Le sue incredibili capacità deduttive, infatti, non nascono dalla logica della razionalità, ma dall’intuizione, dal cuore che gli permette di oltrepassare i confini stabilità dalla sua apparente menomazione. Gaunt è si un detective cieco, ma al contempo riesce a vedere più in profondo degli altri proprio perché compensato da un istinto e da un intuito che parte dall’irrazionalità.

Gaunt è molto più umano nonostante apparentemente lo si descriva come rigido.

Vive di profumi, di tatto, vive di elementi che, in fondo, non fanno altro che toccare e vivere dentro il cuore.

La ringrazio” mormorò in un soffio, ma la donna doveva essersi involontariamente sporta verso di lui, perché il profumo semplice e puro dei suoi capelli e del suo corpo, privo di ogni traccia di aromi dolciastri o pungenti, s’impadronì dei suoi sensi e parve intorpidirli. Con uno sforzo di volontà, Gaunt si ricompose e parlò con un tono più severo di quanto avesse voluto, pur di nascondere il proprio smarrimento.

Poesia pura!

Ed è questa sua grande empatia che lo rende adatto a rappresentare il vero senso della rettitudine che diviene la sua sconfitta. Tramite l’osservazione, avviane il suo svelamento.

Mettendo in mostra con crudezza il crimine, lo rende meno appetibile e più triste e patetico.

Ma, sopratutto, sa individuare il vero fulcro del male.

Perché a volte il vero crimine è salvare le apparenze rivestendo un orco delle vesti eleganti e dorate del principe.

Cosa dire di più di Isabel e del suo perfetto libro?

Solo questo: non son degna di raccontarlo, ma ci ho provato.

Spero potrai perdonare queste insensate parole.

 

“Claire Morgan serie. Sorridi e muori” di Linda Ladd, Triskel Redrum edizioni.

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Oggi viviamo più che mai nell’era dell’apparenza.

Lo vediamo dai social che postano istanti rubati a una vita che sfugge alla complessità del reale, per congelarsi in un’ eternità fittizia.

Manca nelle foto di oggi, anzi scusate i selfie, l’essenza stessa del significato di una foto.

Che sarebbe quello di cogliere l’anima, tanto che per alcuni popoli primitivi, la nostra macchina fotografica, era un demone capace di fagocitare la vera essenza di un uomo.

In pratica di rubargli l’anima.

Oggi, invece, serve solo per fare i numeri, crearsi un seguito di follower, mettersi in mostra in una perfezione plastificata.

In fondo Carmen Consoli ebbe una grande intuizione quando scrisse l’agghiacciante un amore di plastica.

Ma come posso dare l’anima e riuscire a credere
Che tutto sia più o meno facile
Quando è impossibile
Volevo essere più forte di ogni tua perplessità
Ma io non posso accontentarmi 
Se tutto quello che sai darmi
È un amore di plastica

Prevedeva un’era in cui le pose, la gara a chi più bella appariva (specchi specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame) così che l’apparenza diventasse preponderante rendendo gli altri elementi della vita, quelli degni di essere vissuti, totalmente inutili.

E’ la morte della realtà in un eccesso di tecnologia.

Non solo il computer, non solo il cellulare con le foto, ma anche il dominio del ritocco estetico sia fisico ma sopratutto virtuale.

Photoshop domina come un bizzarro demiurgo, alterando volti, alterando la vita stessa, in una cacofonica corsa all’eccesso.

Ecco che i programmi di oggi ci permettono di cambiare colore di capelli, di occhi e persino diventare amabili elfi.

Tutto ciò è sicuramente più inquietante di un thriller, considerando che esso è finzione letteraria mentre ciò di cui parlo è attualità, vita di ogni giorno.

Si fotografano paesaggi ma non solo per mantenerne viva la memoria o per proteggere qualcosa da vari disastri naturali.

Io ho foto di Amatrice dei tempi d’oro e oggi per me sono cimeli, memoria che resiste.

No.

Oggi noi fotografiamo per poter apparire.

Non per rendere eterni gli attimi.

Non per divenire racconto e eco, ma per esistere.

Ecco che la bellezza, unico valore capace di salvarci dal baratro, per ironia della sorte diviene feticcio di una società morente, che si sostiene solo mostrandosi mentre crolla pezzo per pezzo.

Nessuna esistenza, solo scenografia adatta per una patetica recita, degradante, affatto simile alla mia commedia dell’arte, laddove l’ironia prendeva in giro i costumi e aveva quel tocco ribelle.

La bellezza è perfezione assoluta, è mancanza di specificità è omologazione e desiderio insano di mostrarsi.

Ecco che uno dei peggiori frutti di questo mondo impazzito sono i concorsi di bellezza per le bambine.

Conoscete no i programmi americani?

Sono tutta infanzia che rinnega la sua infanzia, che congela l’innocenza in un sorriso malizioso non degno di un età di scoperta e di fantasia. Ecco che Linda Ladd, fantastica come sempre, nasconde una sorta di personale orrore con un thriller dai tratti davvero crudi.

Credo sia il suo libro più brutale.

Nelle descrizioni di infanzie violate, di un mondo effimero pieno di marcio nascosto sotto le luci brillanti della passerelle.

Di bambini costretti a crescere per soddisfare la sete di strane ambizioni dei genitori.

I protagonisti finiscono in un vortice di violenza che lascia i segni, divenendo piccole star, o solo comparse in un mondo di adulti irresponsabili, uccidono non solo la loro innocenza, o l’integrità di un anima che preservò spesso i nostri eroi ma anche noi stessi dal male.

Essi divengono fantocci che rappresentano i vizi di oggi, di questa società malata e li impersonano senza sapere che, i finali, possono essere assolutamente diversi, vari e strabilianti.

Non necessariamente devono soddisfare la sit com del degrado, dello share o dei voti.

Possono essere imperfetti e bellissimi.

Possono avere lentiggini, capelli crespi, denti storti senza che questo infici la loro meraviglia unica e indiscutibile: quella di essere umani, ricci di sfaccettature, di sogni e di emozioni.

Dietro il thriller quindi, si agita l’accusa di un mondo che, pur di andare per la sua strada anche se questo significa abbracciare l’abisso, sacrifica la sua parte migliore.

Perché i danni di un esempio pessimo, i conflitti irrisolti e le lacerazioni causate ai bambini nella nostra sfrenata corsa verso l’acme di ogni emozione, significa creare altri adulti completamente inadatti a salire sulla giostra della vita.

Significa creare ferite che quasi mai vengono curate con coraggio o con sentimenti opposti a quelli che le hanno procurate.

Significa dare ai ragazzi dei vuoti, da colmare con le peggiori nefandezze, sprecando il dono unico e inestimabile della vita.

Claire in questo libro è meravigliosa nella sua imperfezione come un contrasto per reginette algide e quasi vuote.

Lei con la sua rabbia, il suo dolore, le cicatrici anche visibili, il suo sarcasmo, e quel suo irriverente essere fuori dagli schemi, diviene il perno su cui, coloro che sono caduti nel vortice dell’orrore, possono aggrapparsi per risorgere.

In fondo, solo Claire con tutta la sua umanità anche scomoda, con i suoi urli, con la lacrime la sua chiusura è l’unica che può combattere con il serial killer.

Perché soffrendo e sputando sangue che sgorga dal cuore, diviene intoccabile dal male.

E allora ancora una volta sono le cose meno apparentemente belle a salvare.

E’ quel dolore che rende gli occhi gonfi, che rende i visi devastati, e l’amore che scompigli la perfette acconciature che rappresentano le uniche vere cose per cui lottare, rialzarsi e lottare ancora.

Ancora una volta è il dolore la vera unica bellezza e l’arma da impugnare per non soccombere di fronte agli orrori che sostano lungo la nostra strada.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli

“Fughe e ritorni” di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati, Scatole parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre scrivo questa recensione, ho nelle cuffie la musica di Lucio Battisti.

E una canzone in particolare, forse meno blasonata, meno conosciuta ma che mi ha sempre procurato i brividi.

Anche per te

vorrei morire e io morir non so

anche per te

darei qualcosa che non ho.

E perché la rapporto a questo libro?

Perché un libro dovrebbe dare al lettore ciò che non ha.

O che questa società distratta tenta di toglierci.

E non penso solo alla fantasia, all’immaginazione ingabbiata dai sociale e dalle fretta.

Penso alla coscienza, alla consapevolezza e agli ideali.

Perché se non ci accorgiamo che, anche il mondo più incantato nasconde un po’ anzi molto marcio sotto il tappeto e se non impariamo a ascoltare e osservare, allora perdonatemi il termine siamo fottuti.

E penso che lo siamo davvero.

Cosi un libro dovrebbe morire per te lettore, affinché possa rinascere nella tua mente sotto forma di ideale.

Cosi come un bruco muore per rinascere farfalla.

Non a caso il mio adorato Vecchioni, paragona le idee a mille farfalle colorate che non intendono smettere di muovere le ali.

A cui le ali non vengono affatto strappate.

Fughe e ritorni è un adorabile giallo.

Piacevole e scorrevole.

Per tutti e per chi ama una Miss Marple svampita e intelligente, alla faccia dello stereotipo che vuole le vecchine adorabili dispensatrici di torte e di ricami.

Che palle insomma.

No.

Onorina è arguta, è sopratutto curiosa e sa osservare.

Non vedere.

Quello lo sappiamo fare tutti.

Ma entrare come una lama nell’interno del involucro che nasconde l’essenza delle cose.

Sopratutto, e qua parlo ai lettori più smaliziati, la sciura Marple conosce la vita.

Non quella tutti cuori fori e origami.

Quella che scorre tra gli angoli, dove in genere, convinti di non essere visti, i benpensanti nascondo la loro sporcizia.

Perché l’apparenza in un piccolo paese, in un quartiere, in un élite societaria è tutto.

Cosi un furto, o un suicidio nascondo molto di più del colpevole: nascondo il nostro vero volto.

Quello che si bea della sopraffazione e della perversione.

Quello che protegge i vizi e mia le virtù.

Quello intransigente, quella che fallisce ogni volta la sua prova con dio.

E forse la fallisce con se stesso.

Ecco che fughe e ritorni acquista una connotazione dolceamara nelle riflessioni sagge e forse ferite, di una donna che non ha paura di osservare la sua realtà.

Anche se questo significa togliersi gli occhialoni rosa a forma di cuori e iniziare a odorare il nauseabondo odore della colpa.

Perché Odorina la vita la ama.

E solo chi ama davvero la vita, non si fa fregare dalle lusinghe di quel potere tentacolare che tenta di chiuderci gli occhi.

E non lo fa con violenza ma con un ipnotica ninnananna, attutendo il dolore e dando a chi brama scappatoie per non vedersi mai davvero allo specchio.

Beneficenza per nascondere il vizio.

Coscienza di classe per non vedere dove il baratro ci chiama.

Pettegolezzi per non parlare mai davvero con la propria coscienza.

Ecco questo libro da a voi qualcosa che non avete: occhi aperti sul mondo.

E il coraggio di farsi infettare ma di prendere antibiotici in modo da esserne immuni dal male.

Perché chi vi dice di no, vi sta uccidendo dentro.

Brave le autrici, perché oltre che a un giallo, a una detective sotires in grado di far viaggiare la mente, sanno anche usare le spine delle rose e pungervi, fino a far si che quel sangue che inizia a scorrere formi il vostro personale scudo contro la banalità del male.

“Il collezionista di bambole” di Erika Tamburini, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Come sempre la Triskell editore propone, con la sua collana Redrum, un vero gioiello, un ibrido in grado di amalgamare perfettamente il thriller classico con la sua dose di orrori, il noir con la sua attenzione al contesto sociopolitico, e la detective stories, con un investigatore caparbio, deciso ma profondamente umano.

E’ grazie al connubio di più elementi che il lettore resterà avvinto come soggetto a un’arcana malia pagina dopo pagina, sedotto da una molteplicità di emozioni che non lasciano scampo: terrore, indignazione, commozione, rabbia e compassione.

E solo per il fatto di stimolare cosi tanto in profondità l’intelletto umano il libro di Erika per me è un capolavoro indiscusso che oltrepasserà, ne sono certa, i tempi.

Ma, come voi ben sapete, non sono solo questi i dati che mi fanno affermare con decisione il giudizio di capolavoro.

Vari sono gli elementi che definiscono in cotal modo un libro.

Deve esserci un significato in primis, cosi potente da servire per noi, per il passato e per il domani che si dipana ai nostri occhi.

Deve oltrepassare i ristretti confini della sua ambientazione richiamando il filo rosso dei disagi che racconta, come se ci si trovasse di fronte al dedalo intricato del labirinto del Minotauro: passano i secoli, il progresso fa occhiolino, ma il Minotauro è ancora al centro del labirinto e divora le sue vittime.

E pertanto il libro che vuole scovarlo o almeno denunciarne la presenza deve trovare la sua Arianna capace di srotolare il suo gomitolo e creare un percorso che, forse un giorno, porterà un Nuovo Teseo a affrontare il demone.

Deve esserci poi un ambientazione coerente con la trama ma sopratutto con l’intento dell’autore, capace di raccontare con le sue descrizioni i fatti che l’inchiostro fa nascere: sono quelle suggestioni a rendere un libro immortale.

E poi deve essere in grado di costruire un suo mondo, specchio di quello che viviamo, sfumatura della nostra cacofonica realtà.

Ed è il dato più difficile per un libro, più arduo per uno scrittore dare voce alla multiforme realtà che fa nascere i suoi demoni, che li nutre ma al contempo da anche vita alle sue nemesi.

A volte, un thriller, un giallo o anche un noir, si concentra soltanto su un aspetto ed è quell’aspetto a definirne il genere.

Questo perché portare avanti un progetto con più voci, intricato e capace di dare risalto a più elementi, rischia di rinunciare al suo status di perfetta melodia per divenire cacofonico.

Ecco che allora l’autore sceglie di concentrarsi su un elemento o su un personaggio simbolo dell’elemento stesso.

Abbiamo il thriller quando ci si concentra solo sull’isolare il male e il crimine che lo rappresenta.

A volte si sceglie di evidenziare il contesto economico, sociale e storico, con le sue idiosincrasie e le sue imperfezioni che spesso, se non raccontate divengono perniciose proprio per la loro invincibilità che permette di prosperare indisturbate.

Altre si racconta il percorso dell’eroe/ investigatore la sua umanità o la sua aura originale dell’eroe eterno simbolo di un uomo rinnovato ma aleatorio.

O si racconta la vittime e il suo dolore.

O si sceglie di introdurre la storia attraverso personaggi secondari, cosi come fece la buona Charlotte Bronte dando voce alla balia per raccontare il dramma d’amore di Chaterine Heathcliffe.

In questo libro la Tamburini rompe gli induci, distrugge uno schema e si propone il difficile compito di…dare voce a tutti.

Vittime, carnefici, personaggi secondari ma indispensabili al racconto, eroi e persino la società di Chicago dell’epoca con i suoi gasngster, i suo vizi e le sue virtù.

Ecco che tutto si dipana attraverso il punto di vista di una addolorata mater lacrimurum come Mama Blue.

Si conosce il killer non solo attraverso le sue gesta ma anche attraverso gli occhi delle sue vittime.

Si conosce l’investigatore Aidan non solo grazie al suo impegno ma sopratutto grazie al disimpegno dei suoi colleghi.

Tutto questo crea un quadro perfetto, dai tratti luminosi e oscuri che inchioda Chicago e il mondo intero alle sue colpe.

Colpe mai ammesse e pertanto mai scontate colpe che addirittura risalgono alla cupa epoca vittoriana.

Chicago raccoglie la sua sanguinaria eredita. Perché il collezionista di bambole ha il suo antesignano ossia Jack The ripper, che agì indisturbato nella Londra vittoriana complice la sua predilezione per gli strati dimenticati e scomodi della perfetta società borghese.

Essa lasciava che le vittime di White Chapel lavassero con il proprio sangue quelle oscurità presenti non solo in seno a loro stessi ma anche frutti di una società che tentando di emergere come la migliore, doveva evitare di mostrare al mondo la sua macchia.

Come posso presentarmi come impero dominante, se all’interno di me stesso sto disgregandomi?

Come posso essere portatore di una civiltà in grado di dominare le mie colonie, in nome del progresso, se premetto l’orrore a casa mia, nel quartiere vicino, nelle fabbriche, nei sobborghi?

Lo stesso dramma di White Chapel e dell’Inghilterra intera, rivive oggi nei fatti italiani come L’Ilva di Taranto, la terra dei fuochi, ottimi per fare share, ma pessimi per la reputazione di terra di santi eroi e navigatori. La colpa va sotterrata, lo scarto va ignorato e usato come valvola di sfogo per i capisaldi di una società morente.

Il vizio non è combattuto, lo si mostra al mondo che lo si ostacola, ma serve per dividere l’indivisibile in buono e cattivo, sano e folle, degrado e lusso come monito per chi non si attiene alla regole.

Chicago, la bella città d’America è il prolungamento di questo dramma. Dall’Inghilterra delle fumose fabbriche, al vento gelido sferzante dell’America al tempo del proibizionismo, al tempo dei gangster, delle stragi e della corruzione.

Il tempo dei quartieri eleganti, della vita mondana e dei bassifondi da dimenticare.

Il collezionista è il nuovo Jack, indisturbato si nutre degli scarti di una società che non vuole vedere la sua decadenza e pertanto, in un orrendo canto conosciuto crea il suo olocausto salvifico.

E chi sono i designati partecipanti a questo rito finto redentivo?

I diversi, coloro che mettono a repentaglio quel perbenismo borghese che oggi ci fa tanto ridere, che sa di vecchio, di out, di patetico ma che invece rappresenta ancora oggi un sistema di vita: dominanti e dominati, sottomessi e padroni, scarti e gente proba e retta.

Un bacino umano che serve alla signora impellicciata per fare beneficenza, all’illustre imprenditore per soddisfare la propria depravazione, al padre di famiglia frustrato di essere finalmente se stesso e alla malavita a fare soldi.

Sono coloro che mettiamo alla berlina a cui togliamo lo status di esseri umani, perché rei di compiere chissà quali orrori ai danni dell’armonia di una società.

Un’armonia che non esiste perché la società è oramai marcia dentro. Ecco che il noir si trasforma in coraggioso e fiero atto di denuncia:

Non erano scarti della società a cui non pensare, ma erano vittime. Vittime a cui dare giustizia; ma più di ogni altra cosa, erano ragazzi sventurati, molti nemmeno maggiorenni, costretti a vivere in strada e a vendere il loro corpo per poter sopravvivere.Vittime, che per non morire di fame erano cadute nelle mani di un pazzo sadico.

E ancora:

Perché nessuno capiva che bisognava dare voce anche a quei ragazzi, rendere loro giustizia? Che cambiava con chi andavano a letto o il modo in cui si guadagnavano da vivere? Meritavano di essere uccisi in quel modo e abbandonati in strada come fossero spazzatura solo perché si prostituivano?

In questo libro i complici abbondano.

Chi resta in silenzio, chi volta lo sguardo, chi finge sia una punizione divina, chi si barrica in dietrologie razziste. Ma sullo sfondo di questo mondo fatto di compromessi, persino tra la legge e la malavita (noi italiani sappiamo benissimo come funziona) il coraggio di un uomo solo, non un eroe ma imperfetto, porta al luce nel buio.

Che noi tutti, leggendo questo libro, possiamo acquistare un po di coraggio di quel piccolo ma grande poliziotto, che non si vergogna di se stesso, ne di amare, ne di provare compassione anche per i reietti, per i deviati, per gli abbandonati.

Ecco, l’ho osservata il giorno in cui l’ho conosciuta, in centrale, ma anche sul luogo dei ritrovamenti e mi piace come lavora, come si appassiona ai casi senza discriminare le vittime. Mi piace come ragiona, come segue il suo istinto, ma anche gli indizi, senza lasciare nulla al caso. Non tutti i poliziotti sono così affranti per le vittime, molti preferiscono giudicarle.

Se esiste un dio, prego perché faccia nascere dieci, cento, mille Aidan nelle nostre coscienze.

 

“La baia” di Kate Rhodes, La corte Editore. A cura di Alessandra Micheli

la baia

 

 

Ogni volta che leggo un libro edito dalla corte editore è un vero disastro. Sono cosi belli, cosi perfetti sia a livello di intreccio narrativo che di stile, che poi leggere altro è impossibile.

Per almeno qualche giorno si lasciano decantare le emozioni provate, si rivivono mentalmente i passaggi più avvincenti o emozionanti e si rileggono le parti sottolineate come se si fosse in preda di un incantesimo ossessivo.

E sono convinta che, i loro autori siano dei maghi.

Degli apprendisti stregoni capaci con un semplice gesto,quello dello scrivere di creare scenari di incanto.

Nonostante siano i thriller i miei preferiti, o i romanzi gotici, non posso non asserire quanto essi siano dotati di una loro poetica malia.

Saranno le descrizioni, sarà quel ritmo lento che non annoiata ma intesse pagina per pagina una sedizione che entra fin dentro il sangue e le ossa.

Sarà quel flusso di fantasia immaginativa, di falsificazione del reale pur parlando del reale che scorre libera e quasi naturale come acqua che sgorga dalla fonte.

Avete mai visto quel fenomeno?

E’ una scena di rara bellezza: dalla sorgente spesso sotterranea si iniziano a diramare bollicine che rendono la superficie acquea per nulla monotona ma in un movimento circolare che si allarga sempre di più, ipnotizzando il visitatore che intuisce soltanto quella forza ribollente sotto l’apparente tranquillità di quel fluido cosi prezioso per noi.

E’ cosi che posso iniziare il racconto della Baia.

Uno scenario paradisiaco, quasi irreale si staglia ai nostri occhi sognanti. Ma sotto la superficie di un colore quasi petrolio, tanto è profonda la radice del mare, si intuiscono mille piccole bollicine che ci fanno intuire la forza ctonia di un qualcosa che deve essere celato, una forza che è stata nascosta ma che all’improvviso si risveglia.

E inizia a far tremare le fondamenta delle nostre assurde convinzioni: che il male sia identificabile, circoscrivibile e sopratutto prevedibile.

Per noi il killer ha sempre un preciso identikit, ha precisi segnali e per noi diviene quasi tranquillizzante sapere che la scienza, la criminologia può darci le coordinate per evitarlo o stanarlo.

Ma non è cosi.

Il male è una creatura fatta di ombra, multiforme che si nutre piano piano di emozioni umane fino a renderle contagiate con la sua oscurità. Sono dai gesti sempre più caotici, sempre più violenti che si diventa crudeli, come se il fatto stesso di assaggiare la crudeltà ci rende pericolosamente vicini a osservare con interesse e attrazione l’abisso. Nella Baia sono tutti partecipi di un contagio oserei dire primordiale, che trova la sua origine nella volontà di costruire comunità omogenee bastanti a se stesse, capaci di ristabilire quella solidarietà contadina infranta dal vivere moderno.

Ecco perché le piccole località, strette una attorno all’altra, cosi come sono spesso strette le case in un vicolo di un paesino di montagna, sono spesso il terreno più facile su cui il male ama prosperare.

La volontà di fare la differenza, la voglia di opporsi a una modernità che seppur ci garantisce sempre più comunicazione ci rende, però, terribilmente soli è il più pericoloso alleato della violenza.

Perché ogni impulso oscuro viene non conosciuto e liberato dalle sue scorie, ma allontanato come la minaccia più aggressiva per quella parvenza di paradiso che sono le comunità chiuse.

Isolate e arroccate sulla difesa del proprio status quò.

O della propria zona di comfort.

Le isole Scilly, in particolare Bryher protagoniste di questo dramma rappresentano perfettamente il tipico paesino che isola il male relegandole nelle caverne più oscure dell’io.

E questo significa seppellire i propri segreti più inconfessabili sotto la patina del perbenismo.

La comunità deve sopravvivere e per farlo deve allontanare ogni tentazione mondana.

Ma la stessa è connaturata a una strana esigenza umana capace di nutrirsi di rabbia e bestialità.

Del resto il proverbio indiano dice che in noi convivono due lupi, uno rabbioso e uno pacifico.

Dipende a chi si dona più nutrimento.

E spesso, per una sorta di strano congegno mentale si nutre la parte rabbiosa, forse perché meno ignota di quella che decide di cambiare totalmente prospettiva.

Rabbia per il tempo che passa.

Per i sogni traditi, per la gioventù che fugge senza che le nostre aspettative siano dissetate.

Chi, dunque può portare ordine nel caos brutale che diviene, per un efferato delitto quella bella baia assolata e baciata dal mare?

Solo chi nell’abisso è disceso.

E come un novello Orfeo non si è lasciato sedurre dalla voce che lo invita a voltarsi indietro.

E’ chi fa parte di quella mentalità e di quella comunità ma al tempo stesso ha deciso che il mondo è più ampio per poter essere contenuto in un pezzo di terra.

Eppure, nonostante la brama di conoscenza porta nel suo DNA la natura selvaggia di chi ha dovuto lottare e lotta ogni giorno contro le intemperie, il mare che è spesso un pessimo compagno, che ribolle di rabbia, sotto la placidità dei suoi colori sfumati.

Chi conosce il peso dei fallimenti e si nutre di senso di colpa.

E solo grazie alla verità scoperta, redime se stesso.

Ben trova la sua strada tra le ombre del suo dolore dei rimpianti grazie alla volontà di proteggere il suo posto del cuore dalla barbarie della negazione.

E’ dalla volontà di non vedere, di continuare a illudersi che l’ingiustizia naviga solo nelle grandi città, nella fantasia di poter creare un posto privo di ogni pericolo che esso il male può prosperare ridente, nutrendosi di quella volontà di seppellire le parti scabrose sotto un tappeto.

Solo la verità rivelando segreti e cadute, togliendo la maschera a ogni protagonista, potrà redimere l’isola assicurare la giustizia.

Una giustizia a metà, perché a uscirne sconfitto è il progetto di creare una zona idilliaca, priva di ogni malignità.

Un libro stupendo da divorare tutto di un fiato e bersi di ogni emozione che riesce a suscitare.

Cosa dire ancora per convincervi a leggerlo?

“Viento ‘e terra” di Luigi Gianpetraglia, Il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

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Faticano a capire i motivi per i quali non puoi chiudere un occhio e fare finta di non vedere… come fanno tutti gli altri. Gli altri, che si dimostrano sempre riconoscenti e apprezzano in egual misura consigli e regali più o meno disinteressati. E che accettano volentieri un caffè o, perché no, un aperitivo, tanto che male c’è?

Gli altri.

Quelli che scendono a compromessi, senza vergogna, perché tanto così va il mondo e non saranno certo loro a cambiarlo.

Questa frase mi ha accompagnato durante tutta la lettura di Viento e terra.

Mi risuonava nella testa, come un mantra dal tono acuto, incessante dialogo tra la mia coscienza e una certa stanchezza tipica di noi idealisti.

Noi che combattiamo, anche solo con la penna, contro l’immobilismo di un Italia che stenta a muoversi.

Apparentemente un grande paese dalla storia eccelsa, dalla presenza di grandi geni, di inventori, santi e poeti.

Ma, come direbbe il buon Lando Fiorini, di troppi mafiosi e pochissimi preti.

Gianpetraglia con la sua profonda semplicità, omaggio alla bellezza sfolgorante delle idee di Italo Calvino, affronta uno dei temi più scomodi, meno amati da chi accetta il valore tutto italico del tira a campare.

Tanto nulla cambia.

Meglio avviarsi verso il flusso acclamato come unico possibile da un umanità abbruttita, degradata, nonostante l’eleganza della tecnologia e dei vestiti di marca. E chi va controcorrente è solo un fastidio

È per questo che ti odiano: per ciò che sei

diventato nonostante ciò che eri.

Ti considerano un infame, nu traditore, un

venduto allo Stato per una placca dorata da appendere al collo.

E cosa in realtà tradisci?

La volontà dell’immobilità, del tutto cambi affinché nulla in realtà si modifichi.

Una frase tratta dal libro il gattopardo, terrificantemente attuale, sintesi di una società che perde inesorabilmente la sua sfida con la modernità.

Ci consideriamo il paese evoluto, fiore all’occhiello dell’Europa unita, perfetto alleato del grande sogno americano.

Ma siamo solo pusillanimi che la forza di dire no alla corrente della maggioranza, non lo ha mai avuto e forse mai lo avrà. Viento e terra racconta una storia diversa.

Una storia sognata da me, e forse da altri, pochi un pugno di prodi che allo status quo non ci vuole credere.

In un mondo che si mantiene grazie alla reiterazione di valori al contrario, distorti eppure accettati come unici validi, contrappone la fede eterna in una giustizia che non è solo legge, norma o punizione, ma è un sentire profondo dell’animo, che risveglia la coscienza e la arma con una lucente spada.

E’ la volontà si di riparare ai torti, ma senza l’ombra nefasta della rabbia o della vendetta.

Senza che essa si trasformi alla fine nell’accettazione del valore della sottomissione e della subordinazione alla atavica legge della giungla. Perché è questo che oggi dimostriamo noi, e dimostra il sud. Nascondendosi dietro il disastro dell’unità d’Italia, il mito del brigantaggio come unico baluardo contro uno stato che non ha creato cittadini liberi come prometteva, ma sudditi, si arma dell’orribile e patetica maschera dell’avvoltoio, che si ribella alla sua sudditanza con lo scellerato patto faustiano: scappare dal male accettando il male.

Un vero controsenso in fondo, evidente e irridente ma chissà per quale arcano sortilegio oscurato dal mito della forza, dell’onore, della ribellione rivoluzionaria.

Cosa c’è di rivoluzionario in un essere che da uomo si degrada a bestia?

Che gloria c’è nell’accettare di essere sudditi di un illegalità che ci rende si tutti uguali, ma uguali archè inginocchiati davanti a signora morte.

Noi che crediamo di ribellarci a uno stato in cui non ci riconosciamo, che ci ha tradito, tradito il patto originario che doveva proteggerci e non umiliarci, alla fine accettiamo di essere mere pedine di un potere che si ingigantisce, che diventa cosi fagocitante da demolire ogni parvenza d’umanità in un essere che di uomo ha ormai solo il nome.

Perché io non vedo umanità nelle cronistorie di azioni criminose. Non vedo eroi nei telefilm che inneggiano mafia e camorra.

Non trovo seducente né Rosy Abate, né Tonio Fortebracci.

Anzi.

Li trovo solo tentativi patetici per farci comprendere che il no è soltanto un utopia.

Che nulla si può contro questo mostro multiforme.

Trovo aderente a questa coscienza ferita ma non battuta il sentimento di autentica rivalsa di Mimi del testo, quello che decide di agire nonostante si senta appiccicato un identità che non sente, non può sentire sua.

Che nonostante debba lottare contro il passato, un passato a cui è legato, sa che in fondo il senso di giustizia, la fede vera va riservata solo a un ideale più grande, quello che protegge e vivifica di nuova linfa vitale uno dei migliori sentimenti di rivalsa che ho mai letto in un giallo.

E’ Mimi il vero eroe, che nonostante il peso dell’affetto non rinuncia a seguire la voce della sua coscienza.

Non smette di sperare in un cambiamento.

E’ questo il sentimento autentico di rivalsa: decidere che una società diversa, un Italia diversa, una Napoli diversa sia ancora possibile. Ma siamo noi a doverci credere.

“L’ombra di Rol” di Enzo Orlando, Bonfirraro editore. A cura Alessandra Micheli

l'ombra di rol

 

Ho avuto la fortuna di incontrare la straordinaria figura di Gustav Rol leggendo, circa quattro anni fa, un libro che oserei dire straordinario Il mistero di Rol di Mario Pincherle.

Uno scienziato che affrontava l’arduo compito di farci conoscere e di decifrare il mistero del “mago” anche se considerare Rol un mago è insopportabilmente riduttivo.

Da quella lettura intrigante ma al tempo stesso particolare che cozzava con la mia formazione scientifica, inizia a studiare e a comprendere cosa ci fosse di cosi seduttivo in Rol, quale poteva essere il suo straordinario messaggio.

Al di la delle controverse capacità, il suo agire ,il suo scioccare il suo stupire i salotti bene, quel suo conquistare menti eccellenti della nostra cultura da Fellini a Buzzati fino a sedurre Enzo Biagi (stiamo parlando del più grande giornalista della storia occidentale) per non parlare della conquista di uno degli intellettuali più difficili e più esigenti come Roberto Gervaso deve, per forza, andare oltre la magia da salotto.

Io conosco Roberto Gervaso.

E’ un uomo dall’ironia graffiante e dalla mente raffinata, capace di vivisezionare ogni problema italiano, figurarsi farsi “sedurre” dal prestigiatore di turno.

Allora cosa si cela in quest’oscura, contraddittoria figura per aver affascinato i miei miti e anche me, che seppur attratta dall’esoterismo, lo sono perché la considero una scienza a tutti gli effetti?

Semplice.

Io Batesoniana convinta, ho sempre guardato con sospetto e con poca simpatia la divisione dell’indivisibile operata dal sistema cartesiano: mente e natura, pleroma e creatura, sono i risultati della nostra scelleratezza che hanno sezionato l’universo senza però poi ricomporlo nella sua originaria forma che è, e resta, monistica.

Il dualismo imperante della moderna filosofia occidentale ha oramai dimostrato la sua assurdità creando i mostri che fagocitano, pezzo per pezzo cultura e senso civile.

Senza la capacità in integrare ogni nostra azione in un contesto più ampio interdipendente e sopratutto dotato di un senso di responsabilità verso ogni singola parte, considerata non più come solitaria ma come un ingranaggio del grande orologio chiamato vita, abbiamo permesso all’egoismo sfrenato, alla finalità cosciente, alla de- responsabilizzazione verso le conseguenze delle nostre azioni (la retroazione o il cosiddetto effetto farfalla) di primeggiare, rendendo potente la frase aberrante del fine giustifica i mezzi.

E il fine senza eticità, senza la Maat egizia significa spesso, orrore.

Separare, dunque bene e male, spirito e materia ha come conseguenza quella di esorcizzare ma non demolire il lato oscuro presente in ciascuno di noi.

Esso vive, si ingrandisce creando archetipi dannosi quali potere, successo, denaro e arrivismo.

Oggi sono questi i residui logici alla base di ogni nostro movimento.

Cosa significa, dunque, immettere la figura di Rol in un giallo che tutto contiene tranne la spiritualità?

La risposta già ve l’ho consegnata.

Il delitto, la brutale soppressione dell’altro è nata in seno alle distorsioni aberranti che portano soltanto al disastro, come la volontà di imporsi, di sopraffare e di spiccare come unico pezzo d’eccellenza nell’antiquariato della vita.

E’ come se un singolo tassello di un mosaico etrusco, rivendicasse la propria unicità e il diritto a comandare l’intero disegno.

Capite bene che un singolo pezzo non è il mosaico e che da solo non è altro che una strana e incompleta macchia di colore.

Il tassello ha senso nel sui posto predestinato, insieme agli altri. Sono tutti loro a formare l’incredibile beltà del disegno.

E in questo libro, l’indagine non è solo verso indizi e verso la creazione della giusta nemesi atta a ristabilire l’ordine violato, è sopratutto un indagine degli archetipi oggi creati dalla stupidità umana, che portano a compiere le brutalità e i torti che oggi la giustizia cerca di riparare.

Ecco che accanto allo scioglimento dei nodi, si indaga su queste forme in cui il pensiero si esprime e si materializza e si organizza.

Esse sono funzioni di intelletto che consentono di aprire orizzonti conoscitivi nuovi o deleteri, posso riparare la lacerazione dell’animo umano che ha eclissato la responsabilità verso l’altro in regioni troppo lontane dalla coscienza.

Ma sopratutto, sono forme di pensiero simili a catene, anelli che si propagano dal passato al presente, in una orrorifica sequela di sopraffazioni.

Non è un caso che il testo fa intersecare eventi del tempo che fu con l’attimo odierno, come se questi archetipi di nutrissero, via via che la soperchieria continua, sempre più nell’oscurità umana, incarnandosi di volta in volta e creando un ponte che collega l’orrore di ieri all’orrore di oggi.

Ogni azione umana non può non avere ripercussioni sul presente, perché il lascito dei secoli non è altro che lo stesso: i potenti regnano, decidono, devastano e i sudditi sono sacrificati al dio mammona.

E quale istante migliore per raccontare questa catena, dell’unità di Italia?Creata a tavolino per interessi diversi dal benessere del popolo si è nutrita di oscurità fino a creare, oggi, il distacco profondo tra cittadino e stato, umiliando e degradando un senso di cittadinanza e di solidarietà sociale sempre più in pericolo.

Ecco che Rol, che appare sulla scena del delitto, rappresenta il seme del cambiamento.

Rol non è solo colui che rende possibile l’impossibile, ma è sopratutto l’uomo che tenta di superare se stesso e le sue imperfezioni, costruendo con sudore e impegno un mattone diverso, fatto non si sopraffazione ma di cooperazione, con cui costruire una realtà totalmente opposta a quella ritenuta valida.

E cosi il pensiero diviene una vera arma che lanciata attraverso la nostra mente può agire ristrutturando costruendo e rielaborando il reale.

La presenza di Rol sulla scena del crimine è qualcosa di più che una semplice scelta stilistica; è la volontà dell’autore, di prendere una precisa posizione etica.

Rol restituisce dignità ai vinti, ripara i torti, aiuta chi ha scelto la strada della giustizia perché al mondo improntato su diversi valori ci crede, e ci crede davvero.

Ecco che Rol rappresenta una verità fondamentale: l’aura di malvagità o di bontà dipende dall’uso che noi ne facciamo e dal tipo di pensiero con cui noi la carichiamo.

Un pensiero impuro, distorto, pieno di scorie non elaborate genera disastri.

Un pensiero disciplinato, dedito alla bellezza all’armonia, consapevole di essere parte di una mente più grande genera paradisiache realtà.

Perchè in fondo come dice Mario Pincherle:

il male è disfunzionamento. E’ il credere di bere un bicchiere d’acque e tracannare un anticrittgramico. Il funzionamento di un anticrittogamico può essere perfetto. Ma non è certo il bene. Funziona bene sulle viti da uva e da vino. Non sull’uomo.”

Quando leggo gialli che in realtà con forza tentano di incidere sul mondo, i miei occhi brillano e la mia anima assetata trova ristoro.

Questi sono libri da leggere, libri che nutrono la mente, libri che non sono solo abili mezzi di evasione ma chiavi per aprire le celle delle nostre personali prigioni.

Che l’ombra di Rol vegli sempre su di noi.

Note.

Mario Pincherle scienziato innovativo famoso per la sua strabiliante scoperta di come, tramite uno straordinario marchingegno (chiamato Zed) la grande piramide non è altro che un ricettore di energia, di un energia particolare, quella scoperta da Einstein ( o meglio riscoperta) e che fa parte della costituzione dell’universo stesso.