“Claire Morgan serie. Sorridi e muori” di Linda Ladd, Triskel Redrum edizioni.

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Oggi viviamo più che mai nell’era dell’apparenza.

Lo vediamo dai social che postano istanti rubati a una vita che sfugge alla complessità del reale, per congelarsi in un’ eternità fittizia.

Manca nelle foto di oggi, anzi scusate i selfie, l’essenza stessa del significato di una foto.

Che sarebbe quello di cogliere l’anima, tanto che per alcuni popoli primitivi, la nostra macchina fotografica, era un demone capace di fagocitare la vera essenza di un uomo.

In pratica di rubargli l’anima.

Oggi, invece, serve solo per fare i numeri, crearsi un seguito di follower, mettersi in mostra in una perfezione plastificata.

In fondo Carmen Consoli ebbe una grande intuizione quando scrisse l’agghiacciante un amore di plastica.

Ma come posso dare l’anima e riuscire a credere
Che tutto sia più o meno facile
Quando è impossibile
Volevo essere più forte di ogni tua perplessità
Ma io non posso accontentarmi 
Se tutto quello che sai darmi
È un amore di plastica

Prevedeva un’era in cui le pose, la gara a chi più bella appariva (specchi specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame) così che l’apparenza diventasse preponderante rendendo gli altri elementi della vita, quelli degni di essere vissuti, totalmente inutili.

E’ la morte della realtà in un eccesso di tecnologia.

Non solo il computer, non solo il cellulare con le foto, ma anche il dominio del ritocco estetico sia fisico ma sopratutto virtuale.

Photoshop domina come un bizzarro demiurgo, alterando volti, alterando la vita stessa, in una cacofonica corsa all’eccesso.

Ecco che i programmi di oggi ci permettono di cambiare colore di capelli, di occhi e persino diventare amabili elfi.

Tutto ciò è sicuramente più inquietante di un thriller, considerando che esso è finzione letteraria mentre ciò di cui parlo è attualità, vita di ogni giorno.

Si fotografano paesaggi ma non solo per mantenerne viva la memoria o per proteggere qualcosa da vari disastri naturali.

Io ho foto di Amatrice dei tempi d’oro e oggi per me sono cimeli, memoria che resiste.

No.

Oggi noi fotografiamo per poter apparire.

Non per rendere eterni gli attimi.

Non per divenire racconto e eco, ma per esistere.

Ecco che la bellezza, unico valore capace di salvarci dal baratro, per ironia della sorte diviene feticcio di una società morente, che si sostiene solo mostrandosi mentre crolla pezzo per pezzo.

Nessuna esistenza, solo scenografia adatta per una patetica recita, degradante, affatto simile alla mia commedia dell’arte, laddove l’ironia prendeva in giro i costumi e aveva quel tocco ribelle.

La bellezza è perfezione assoluta, è mancanza di specificità è omologazione e desiderio insano di mostrarsi.

Ecco che uno dei peggiori frutti di questo mondo impazzito sono i concorsi di bellezza per le bambine.

Conoscete no i programmi americani?

Sono tutta infanzia che rinnega la sua infanzia, che congela l’innocenza in un sorriso malizioso non degno di un età di scoperta e di fantasia. Ecco che Linda Ladd, fantastica come sempre, nasconde una sorta di personale orrore con un thriller dai tratti davvero crudi.

Credo sia il suo libro più brutale.

Nelle descrizioni di infanzie violate, di un mondo effimero pieno di marcio nascosto sotto le luci brillanti della passerelle.

Di bambini costretti a crescere per soddisfare la sete di strane ambizioni dei genitori.

I protagonisti finiscono in un vortice di violenza che lascia i segni, divenendo piccole star, o solo comparse in un mondo di adulti irresponsabili, uccidono non solo la loro innocenza, o l’integrità di un anima che preservò spesso i nostri eroi ma anche noi stessi dal male.

Essi divengono fantocci che rappresentano i vizi di oggi, di questa società malata e li impersonano senza sapere che, i finali, possono essere assolutamente diversi, vari e strabilianti.

Non necessariamente devono soddisfare la sit com del degrado, dello share o dei voti.

Possono essere imperfetti e bellissimi.

Possono avere lentiggini, capelli crespi, denti storti senza che questo infici la loro meraviglia unica e indiscutibile: quella di essere umani, ricci di sfaccettature, di sogni e di emozioni.

Dietro il thriller quindi, si agita l’accusa di un mondo che, pur di andare per la sua strada anche se questo significa abbracciare l’abisso, sacrifica la sua parte migliore.

Perché i danni di un esempio pessimo, i conflitti irrisolti e le lacerazioni causate ai bambini nella nostra sfrenata corsa verso l’acme di ogni emozione, significa creare altri adulti completamente inadatti a salire sulla giostra della vita.

Significa creare ferite che quasi mai vengono curate con coraggio o con sentimenti opposti a quelli che le hanno procurate.

Significa dare ai ragazzi dei vuoti, da colmare con le peggiori nefandezze, sprecando il dono unico e inestimabile della vita.

Claire in questo libro è meravigliosa nella sua imperfezione come un contrasto per reginette algide e quasi vuote.

Lei con la sua rabbia, il suo dolore, le cicatrici anche visibili, il suo sarcasmo, e quel suo irriverente essere fuori dagli schemi, diviene il perno su cui, coloro che sono caduti nel vortice dell’orrore, possono aggrapparsi per risorgere.

In fondo, solo Claire con tutta la sua umanità anche scomoda, con i suoi urli, con la lacrime la sua chiusura è l’unica che può combattere con il serial killer.

Perché soffrendo e sputando sangue che sgorga dal cuore, diviene intoccabile dal male.

E allora ancora una volta sono le cose meno apparentemente belle a salvare.

E’ quel dolore che rende gli occhi gonfi, che rende i visi devastati, e l’amore che scompigli la perfette acconciature che rappresentano le uniche vere cose per cui lottare, rialzarsi e lottare ancora.

Ancora una volta è il dolore la vera unica bellezza e l’arma da impugnare per non soccombere di fronte agli orrori che sostano lungo la nostra strada.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli

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“Fughe e ritorni” di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati, Scatole parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre scrivo questa recensione, ho nelle cuffie la musica di Lucio Battisti.

E una canzone in particolare, forse meno blasonata, meno conosciuta ma che mi ha sempre procurato i brividi.

Anche per te

vorrei morire e io morir non so

anche per te

darei qualcosa che non ho.

E perché la rapporto a questo libro?

Perché un libro dovrebbe dare al lettore ciò che non ha.

O che questa società distratta tenta di toglierci.

E non penso solo alla fantasia, all’immaginazione ingabbiata dai sociale e dalle fretta.

Penso alla coscienza, alla consapevolezza e agli ideali.

Perché se non ci accorgiamo che, anche il mondo più incantato nasconde un po’ anzi molto marcio sotto il tappeto e se non impariamo a ascoltare e osservare, allora perdonatemi il termine siamo fottuti.

E penso che lo siamo davvero.

Cosi un libro dovrebbe morire per te lettore, affinché possa rinascere nella tua mente sotto forma di ideale.

Cosi come un bruco muore per rinascere farfalla.

Non a caso il mio adorato Vecchioni, paragona le idee a mille farfalle colorate che non intendono smettere di muovere le ali.

A cui le ali non vengono affatto strappate.

Fughe e ritorni è un adorabile giallo.

Piacevole e scorrevole.

Per tutti e per chi ama una Miss Marple svampita e intelligente, alla faccia dello stereotipo che vuole le vecchine adorabili dispensatrici di torte e di ricami.

Che palle insomma.

No.

Onorina è arguta, è sopratutto curiosa e sa osservare.

Non vedere.

Quello lo sappiamo fare tutti.

Ma entrare come una lama nell’interno del involucro che nasconde l’essenza delle cose.

Sopratutto, e qua parlo ai lettori più smaliziati, la sciura Marple conosce la vita.

Non quella tutti cuori fori e origami.

Quella che scorre tra gli angoli, dove in genere, convinti di non essere visti, i benpensanti nascondo la loro sporcizia.

Perché l’apparenza in un piccolo paese, in un quartiere, in un élite societaria è tutto.

Cosi un furto, o un suicidio nascondo molto di più del colpevole: nascondo il nostro vero volto.

Quello che si bea della sopraffazione e della perversione.

Quello che protegge i vizi e mia le virtù.

Quello intransigente, quella che fallisce ogni volta la sua prova con dio.

E forse la fallisce con se stesso.

Ecco che fughe e ritorni acquista una connotazione dolceamara nelle riflessioni sagge e forse ferite, di una donna che non ha paura di osservare la sua realtà.

Anche se questo significa togliersi gli occhialoni rosa a forma di cuori e iniziare a odorare il nauseabondo odore della colpa.

Perché Odorina la vita la ama.

E solo chi ama davvero la vita, non si fa fregare dalle lusinghe di quel potere tentacolare che tenta di chiuderci gli occhi.

E non lo fa con violenza ma con un ipnotica ninnananna, attutendo il dolore e dando a chi brama scappatoie per non vedersi mai davvero allo specchio.

Beneficenza per nascondere il vizio.

Coscienza di classe per non vedere dove il baratro ci chiama.

Pettegolezzi per non parlare mai davvero con la propria coscienza.

Ecco questo libro da a voi qualcosa che non avete: occhi aperti sul mondo.

E il coraggio di farsi infettare ma di prendere antibiotici in modo da esserne immuni dal male.

Perché chi vi dice di no, vi sta uccidendo dentro.

Brave le autrici, perché oltre che a un giallo, a una detective sotires in grado di far viaggiare la mente, sanno anche usare le spine delle rose e pungervi, fino a far si che quel sangue che inizia a scorrere formi il vostro personale scudo contro la banalità del male.

“Il collezionista di bambole” di Erika Tamburini, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Come sempre la Triskell editore propone, con la sua collana Redrum, un vero gioiello, un ibrido in grado di amalgamare perfettamente il thriller classico con la sua dose di orrori, il noir con la sua attenzione al contesto sociopolitico, e la detective stories, con un investigatore caparbio, deciso ma profondamente umano.

E’ grazie al connubio di più elementi che il lettore resterà avvinto come soggetto a un’arcana malia pagina dopo pagina, sedotto da una molteplicità di emozioni che non lasciano scampo: terrore, indignazione, commozione, rabbia e compassione.

E solo per il fatto di stimolare cosi tanto in profondità l’intelletto umano il libro di Erika per me è un capolavoro indiscusso che oltrepasserà, ne sono certa, i tempi.

Ma, come voi ben sapete, non sono solo questi i dati che mi fanno affermare con decisione il giudizio di capolavoro.

Vari sono gli elementi che definiscono in cotal modo un libro.

Deve esserci un significato in primis, cosi potente da servire per noi, per il passato e per il domani che si dipana ai nostri occhi.

Deve oltrepassare i ristretti confini della sua ambientazione richiamando il filo rosso dei disagi che racconta, come se ci si trovasse di fronte al dedalo intricato del labirinto del Minotauro: passano i secoli, il progresso fa occhiolino, ma il Minotauro è ancora al centro del labirinto e divora le sue vittime.

E pertanto il libro che vuole scovarlo o almeno denunciarne la presenza deve trovare la sua Arianna capace di srotolare il suo gomitolo e creare un percorso che, forse un giorno, porterà un Nuovo Teseo a affrontare il demone.

Deve esserci poi un ambientazione coerente con la trama ma sopratutto con l’intento dell’autore, capace di raccontare con le sue descrizioni i fatti che l’inchiostro fa nascere: sono quelle suggestioni a rendere un libro immortale.

E poi deve essere in grado di costruire un suo mondo, specchio di quello che viviamo, sfumatura della nostra cacofonica realtà.

Ed è il dato più difficile per un libro, più arduo per uno scrittore dare voce alla multiforme realtà che fa nascere i suoi demoni, che li nutre ma al contempo da anche vita alle sue nemesi.

A volte, un thriller, un giallo o anche un noir, si concentra soltanto su un aspetto ed è quell’aspetto a definirne il genere.

Questo perché portare avanti un progetto con più voci, intricato e capace di dare risalto a più elementi, rischia di rinunciare al suo status di perfetta melodia per divenire cacofonico.

Ecco che allora l’autore sceglie di concentrarsi su un elemento o su un personaggio simbolo dell’elemento stesso.

Abbiamo il thriller quando ci si concentra solo sull’isolare il male e il crimine che lo rappresenta.

A volte si sceglie di evidenziare il contesto economico, sociale e storico, con le sue idiosincrasie e le sue imperfezioni che spesso, se non raccontate divengono perniciose proprio per la loro invincibilità che permette di prosperare indisturbate.

Altre si racconta il percorso dell’eroe/ investigatore la sua umanità o la sua aura originale dell’eroe eterno simbolo di un uomo rinnovato ma aleatorio.

O si racconta la vittime e il suo dolore.

O si sceglie di introdurre la storia attraverso personaggi secondari, cosi come fece la buona Charlotte Bronte dando voce alla balia per raccontare il dramma d’amore di Chaterine Heathcliffe.

In questo libro la Tamburini rompe gli induci, distrugge uno schema e si propone il difficile compito di…dare voce a tutti.

Vittime, carnefici, personaggi secondari ma indispensabili al racconto, eroi e persino la società di Chicago dell’epoca con i suoi gasngster, i suo vizi e le sue virtù.

Ecco che tutto si dipana attraverso il punto di vista di una addolorata mater lacrimurum come Mama Blue.

Si conosce il killer non solo attraverso le sue gesta ma anche attraverso gli occhi delle sue vittime.

Si conosce l’investigatore Aidan non solo grazie al suo impegno ma sopratutto grazie al disimpegno dei suoi colleghi.

Tutto questo crea un quadro perfetto, dai tratti luminosi e oscuri che inchioda Chicago e il mondo intero alle sue colpe.

Colpe mai ammesse e pertanto mai scontate colpe che addirittura risalgono alla cupa epoca vittoriana.

Chicago raccoglie la sua sanguinaria eredita. Perché il collezionista di bambole ha il suo antesignano ossia Jack The ripper, che agì indisturbato nella Londra vittoriana complice la sua predilezione per gli strati dimenticati e scomodi della perfetta società borghese.

Essa lasciava che le vittime di White Chapel lavassero con il proprio sangue quelle oscurità presenti non solo in seno a loro stessi ma anche frutti di una società che tentando di emergere come la migliore, doveva evitare di mostrare al mondo la sua macchia.

Come posso presentarmi come impero dominante, se all’interno di me stesso sto disgregandomi?

Come posso essere portatore di una civiltà in grado di dominare le mie colonie, in nome del progresso, se premetto l’orrore a casa mia, nel quartiere vicino, nelle fabbriche, nei sobborghi?

Lo stesso dramma di White Chapel e dell’Inghilterra intera, rivive oggi nei fatti italiani come L’Ilva di Taranto, la terra dei fuochi, ottimi per fare share, ma pessimi per la reputazione di terra di santi eroi e navigatori. La colpa va sotterrata, lo scarto va ignorato e usato come valvola di sfogo per i capisaldi di una società morente.

Il vizio non è combattuto, lo si mostra al mondo che lo si ostacola, ma serve per dividere l’indivisibile in buono e cattivo, sano e folle, degrado e lusso come monito per chi non si attiene alla regole.

Chicago, la bella città d’America è il prolungamento di questo dramma. Dall’Inghilterra delle fumose fabbriche, al vento gelido sferzante dell’America al tempo del proibizionismo, al tempo dei gangster, delle stragi e della corruzione.

Il tempo dei quartieri eleganti, della vita mondana e dei bassifondi da dimenticare.

Il collezionista è il nuovo Jack, indisturbato si nutre degli scarti di una società che non vuole vedere la sua decadenza e pertanto, in un orrendo canto conosciuto crea il suo olocausto salvifico.

E chi sono i designati partecipanti a questo rito finto redentivo?

I diversi, coloro che mettono a repentaglio quel perbenismo borghese che oggi ci fa tanto ridere, che sa di vecchio, di out, di patetico ma che invece rappresenta ancora oggi un sistema di vita: dominanti e dominati, sottomessi e padroni, scarti e gente proba e retta.

Un bacino umano che serve alla signora impellicciata per fare beneficenza, all’illustre imprenditore per soddisfare la propria depravazione, al padre di famiglia frustrato di essere finalmente se stesso e alla malavita a fare soldi.

Sono coloro che mettiamo alla berlina a cui togliamo lo status di esseri umani, perché rei di compiere chissà quali orrori ai danni dell’armonia di una società.

Un’armonia che non esiste perché la società è oramai marcia dentro. Ecco che il noir si trasforma in coraggioso e fiero atto di denuncia:

Non erano scarti della società a cui non pensare, ma erano vittime. Vittime a cui dare giustizia; ma più di ogni altra cosa, erano ragazzi sventurati, molti nemmeno maggiorenni, costretti a vivere in strada e a vendere il loro corpo per poter sopravvivere.Vittime, che per non morire di fame erano cadute nelle mani di un pazzo sadico.

E ancora:

Perché nessuno capiva che bisognava dare voce anche a quei ragazzi, rendere loro giustizia? Che cambiava con chi andavano a letto o il modo in cui si guadagnavano da vivere? Meritavano di essere uccisi in quel modo e abbandonati in strada come fossero spazzatura solo perché si prostituivano?

In questo libro i complici abbondano.

Chi resta in silenzio, chi volta lo sguardo, chi finge sia una punizione divina, chi si barrica in dietrologie razziste. Ma sullo sfondo di questo mondo fatto di compromessi, persino tra la legge e la malavita (noi italiani sappiamo benissimo come funziona) il coraggio di un uomo solo, non un eroe ma imperfetto, porta al luce nel buio.

Che noi tutti, leggendo questo libro, possiamo acquistare un po di coraggio di quel piccolo ma grande poliziotto, che non si vergogna di se stesso, ne di amare, ne di provare compassione anche per i reietti, per i deviati, per gli abbandonati.

Ecco, l’ho osservata il giorno in cui l’ho conosciuta, in centrale, ma anche sul luogo dei ritrovamenti e mi piace come lavora, come si appassiona ai casi senza discriminare le vittime. Mi piace come ragiona, come segue il suo istinto, ma anche gli indizi, senza lasciare nulla al caso. Non tutti i poliziotti sono così affranti per le vittime, molti preferiscono giudicarle.

Se esiste un dio, prego perché faccia nascere dieci, cento, mille Aidan nelle nostre coscienze.

 

“La baia” di Kate Rhodes, La corte Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che leggo un libro edito dalla corte editore è un vero disastro. Sono cosi belli, cosi perfetti sia a livello di intreccio narrativo che di stile, che poi leggere altro è impossibile.

Per almeno qualche giorno si lasciano decantare le emozioni provate, si rivivono mentalmente i passaggi più avvincenti o emozionanti e si rileggono le parti sottolineate come se si fosse in preda di un incantesimo ossessivo.

E sono convinta che, i loro autori siano dei maghi.

Degli apprendisti stregoni capaci con un semplice gesto,quello dello scrivere di creare scenari di incanto.

Nonostante siano i thriller i miei preferiti, o i romanzi gotici, non posso non asserire quanto essi siano dotati di una loro poetica malia.

Saranno le descrizioni, sarà quel ritmo lento che non annoiata ma intesse pagina per pagina una sedizione che entra fin dentro il sangue e le ossa.

Sarà quel flusso di fantasia immaginativa, di falsificazione del reale pur parlando del reale che scorre libera e quasi naturale come acqua che sgorga dalla fonte.

Avete mai visto quel fenomeno?

E’ una scena di rara bellezza: dalla sorgente spesso sotterranea si iniziano a diramare bollicine che rendono la superficie acquea per nulla monotona ma in un movimento circolare che si allarga sempre di più, ipnotizzando il visitatore che intuisce soltanto quella forza ribollente sotto l’apparente tranquillità di quel fluido cosi prezioso per noi.

E’ cosi che posso iniziare il racconto della Baia.

Uno scenario paradisiaco, quasi irreale si staglia ai nostri occhi sognanti. Ma sotto la superficie di un colore quasi petrolio, tanto è profonda la radice del mare, si intuiscono mille piccole bollicine che ci fanno intuire la forza ctonia di un qualcosa che deve essere celato, una forza che è stata nascosta ma che all’improvviso si risveglia.

E inizia a far tremare le fondamenta delle nostre assurde convinzioni: che il male sia identificabile, circoscrivibile e sopratutto prevedibile.

Per noi il killer ha sempre un preciso identikit, ha precisi segnali e per noi diviene quasi tranquillizzante sapere che la scienza, la criminologia può darci le coordinate per evitarlo o stanarlo.

Ma non è cosi.

Il male è una creatura fatta di ombra, multiforme che si nutre piano piano di emozioni umane fino a renderle contagiate con la sua oscurità. Sono dai gesti sempre più caotici, sempre più violenti che si diventa crudeli, come se il fatto stesso di assaggiare la crudeltà ci rende pericolosamente vicini a osservare con interesse e attrazione l’abisso. Nella Baia sono tutti partecipi di un contagio oserei dire primordiale, che trova la sua origine nella volontà di costruire comunità omogenee bastanti a se stesse, capaci di ristabilire quella solidarietà contadina infranta dal vivere moderno.

Ecco perché le piccole località, strette una attorno all’altra, cosi come sono spesso strette le case in un vicolo di un paesino di montagna, sono spesso il terreno più facile su cui il male ama prosperare.

La volontà di fare la differenza, la voglia di opporsi a una modernità che seppur ci garantisce sempre più comunicazione ci rende, però, terribilmente soli è il più pericoloso alleato della violenza.

Perché ogni impulso oscuro viene non conosciuto e liberato dalle sue scorie, ma allontanato come la minaccia più aggressiva per quella parvenza di paradiso che sono le comunità chiuse.

Isolate e arroccate sulla difesa del proprio status quò.

O della propria zona di comfort.

Le isole Scilly, in particolare Bryher protagoniste di questo dramma rappresentano perfettamente il tipico paesino che isola il male relegandole nelle caverne più oscure dell’io.

E questo significa seppellire i propri segreti più inconfessabili sotto la patina del perbenismo.

La comunità deve sopravvivere e per farlo deve allontanare ogni tentazione mondana.

Ma la stessa è connaturata a una strana esigenza umana capace di nutrirsi di rabbia e bestialità.

Del resto il proverbio indiano dice che in noi convivono due lupi, uno rabbioso e uno pacifico.

Dipende a chi si dona più nutrimento.

E spesso, per una sorta di strano congegno mentale si nutre la parte rabbiosa, forse perché meno ignota di quella che decide di cambiare totalmente prospettiva.

Rabbia per il tempo che passa.

Per i sogni traditi, per la gioventù che fugge senza che le nostre aspettative siano dissetate.

Chi, dunque può portare ordine nel caos brutale che diviene, per un efferato delitto quella bella baia assolata e baciata dal mare?

Solo chi nell’abisso è disceso.

E come un novello Orfeo non si è lasciato sedurre dalla voce che lo invita a voltarsi indietro.

E’ chi fa parte di quella mentalità e di quella comunità ma al tempo stesso ha deciso che il mondo è più ampio per poter essere contenuto in un pezzo di terra.

Eppure, nonostante la brama di conoscenza porta nel suo DNA la natura selvaggia di chi ha dovuto lottare e lotta ogni giorno contro le intemperie, il mare che è spesso un pessimo compagno, che ribolle di rabbia, sotto la placidità dei suoi colori sfumati.

Chi conosce il peso dei fallimenti e si nutre di senso di colpa.

E solo grazie alla verità scoperta, redime se stesso.

Ben trova la sua strada tra le ombre del suo dolore dei rimpianti grazie alla volontà di proteggere il suo posto del cuore dalla barbarie della negazione.

E’ dalla volontà di non vedere, di continuare a illudersi che l’ingiustizia naviga solo nelle grandi città, nella fantasia di poter creare un posto privo di ogni pericolo che esso il male può prosperare ridente, nutrendosi di quella volontà di seppellire le parti scabrose sotto un tappeto.

Solo la verità rivelando segreti e cadute, togliendo la maschera a ogni protagonista, potrà redimere l’isola assicurare la giustizia.

Una giustizia a metà, perché a uscirne sconfitto è il progetto di creare una zona idilliaca, priva di ogni malignità.

Un libro stupendo da divorare tutto di un fiato e bersi di ogni emozione che riesce a suscitare.

Cosa dire ancora per convincervi a leggerlo?

“Viento ‘e terra” di Luigi Gianpetraglia, Il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

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Faticano a capire i motivi per i quali non puoi chiudere un occhio e fare finta di non vedere… come fanno tutti gli altri. Gli altri, che si dimostrano sempre riconoscenti e apprezzano in egual misura consigli e regali più o meno disinteressati. E che accettano volentieri un caffè o, perché no, un aperitivo, tanto che male c’è?

Gli altri.

Quelli che scendono a compromessi, senza vergogna, perché tanto così va il mondo e non saranno certo loro a cambiarlo.

Questa frase mi ha accompagnato durante tutta la lettura di Viento e terra.

Mi risuonava nella testa, come un mantra dal tono acuto, incessante dialogo tra la mia coscienza e una certa stanchezza tipica di noi idealisti.

Noi che combattiamo, anche solo con la penna, contro l’immobilismo di un Italia che stenta a muoversi.

Apparentemente un grande paese dalla storia eccelsa, dalla presenza di grandi geni, di inventori, santi e poeti.

Ma, come direbbe il buon Lando Fiorini, di troppi mafiosi e pochissimi preti.

Gianpetraglia con la sua profonda semplicità, omaggio alla bellezza sfolgorante delle idee di Italo Calvino, affronta uno dei temi più scomodi, meno amati da chi accetta il valore tutto italico del tira a campare.

Tanto nulla cambia.

Meglio avviarsi verso il flusso acclamato come unico possibile da un umanità abbruttita, degradata, nonostante l’eleganza della tecnologia e dei vestiti di marca. E chi va controcorrente è solo un fastidio

È per questo che ti odiano: per ciò che sei

diventato nonostante ciò che eri.

Ti considerano un infame, nu traditore, un

venduto allo Stato per una placca dorata da appendere al collo.

E cosa in realtà tradisci?

La volontà dell’immobilità, del tutto cambi affinché nulla in realtà si modifichi.

Una frase tratta dal libro il gattopardo, terrificantemente attuale, sintesi di una società che perde inesorabilmente la sua sfida con la modernità.

Ci consideriamo il paese evoluto, fiore all’occhiello dell’Europa unita, perfetto alleato del grande sogno americano.

Ma siamo solo pusillanimi che la forza di dire no alla corrente della maggioranza, non lo ha mai avuto e forse mai lo avrà. Viento e terra racconta una storia diversa.

Una storia sognata da me, e forse da altri, pochi un pugno di prodi che allo status quo non ci vuole credere.

In un mondo che si mantiene grazie alla reiterazione di valori al contrario, distorti eppure accettati come unici validi, contrappone la fede eterna in una giustizia che non è solo legge, norma o punizione, ma è un sentire profondo dell’animo, che risveglia la coscienza e la arma con una lucente spada.

E’ la volontà si di riparare ai torti, ma senza l’ombra nefasta della rabbia o della vendetta.

Senza che essa si trasformi alla fine nell’accettazione del valore della sottomissione e della subordinazione alla atavica legge della giungla. Perché è questo che oggi dimostriamo noi, e dimostra il sud. Nascondendosi dietro il disastro dell’unità d’Italia, il mito del brigantaggio come unico baluardo contro uno stato che non ha creato cittadini liberi come prometteva, ma sudditi, si arma dell’orribile e patetica maschera dell’avvoltoio, che si ribella alla sua sudditanza con lo scellerato patto faustiano: scappare dal male accettando il male.

Un vero controsenso in fondo, evidente e irridente ma chissà per quale arcano sortilegio oscurato dal mito della forza, dell’onore, della ribellione rivoluzionaria.

Cosa c’è di rivoluzionario in un essere che da uomo si degrada a bestia?

Che gloria c’è nell’accettare di essere sudditi di un illegalità che ci rende si tutti uguali, ma uguali archè inginocchiati davanti a signora morte.

Noi che crediamo di ribellarci a uno stato in cui non ci riconosciamo, che ci ha tradito, tradito il patto originario che doveva proteggerci e non umiliarci, alla fine accettiamo di essere mere pedine di un potere che si ingigantisce, che diventa cosi fagocitante da demolire ogni parvenza d’umanità in un essere che di uomo ha ormai solo il nome.

Perché io non vedo umanità nelle cronistorie di azioni criminose. Non vedo eroi nei telefilm che inneggiano mafia e camorra.

Non trovo seducente né Rosy Abate, né Tonio Fortebracci.

Anzi.

Li trovo solo tentativi patetici per farci comprendere che il no è soltanto un utopia.

Che nulla si può contro questo mostro multiforme.

Trovo aderente a questa coscienza ferita ma non battuta il sentimento di autentica rivalsa di Mimi del testo, quello che decide di agire nonostante si senta appiccicato un identità che non sente, non può sentire sua.

Che nonostante debba lottare contro il passato, un passato a cui è legato, sa che in fondo il senso di giustizia, la fede vera va riservata solo a un ideale più grande, quello che protegge e vivifica di nuova linfa vitale uno dei migliori sentimenti di rivalsa che ho mai letto in un giallo.

E’ Mimi il vero eroe, che nonostante il peso dell’affetto non rinuncia a seguire la voce della sua coscienza.

Non smette di sperare in un cambiamento.

E’ questo il sentimento autentico di rivalsa: decidere che una società diversa, un Italia diversa, una Napoli diversa sia ancora possibile. Ma siamo noi a doverci credere.

“L’ombra di Rol” di Enzo Orlando, Bonfirraro editore. A cura Alessandra Micheli

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Ho avuto la fortuna di incontrare la straordinaria figura di Gustav Rol leggendo, circa quattro anni fa, un libro che oserei dire straordinario Il mistero di Rol di Mario Pincherle.

Uno scienziato che affrontava l’arduo compito di farci conoscere e di decifrare il mistero del “mago” anche se considerare Rol un mago è insopportabilmente riduttivo.

Da quella lettura intrigante ma al tempo stesso particolare che cozzava con la mia formazione scientifica, inizia a studiare e a comprendere cosa ci fosse di cosi seduttivo in Rol, quale poteva essere il suo straordinario messaggio.

Al di la delle controverse capacità, il suo agire ,il suo scioccare il suo stupire i salotti bene, quel suo conquistare menti eccellenti della nostra cultura da Fellini a Buzzati fino a sedurre Enzo Biagi (stiamo parlando del più grande giornalista della storia occidentale) per non parlare della conquista di uno degli intellettuali più difficili e più esigenti come Roberto Gervaso deve, per forza, andare oltre la magia da salotto.

Io conosco Roberto Gervaso.

E’ un uomo dall’ironia graffiante e dalla mente raffinata, capace di vivisezionare ogni problema italiano, figurarsi farsi “sedurre” dal prestigiatore di turno.

Allora cosa si cela in quest’oscura, contraddittoria figura per aver affascinato i miei miti e anche me, che seppur attratta dall’esoterismo, lo sono perché la considero una scienza a tutti gli effetti?

Semplice.

Io Batesoniana convinta, ho sempre guardato con sospetto e con poca simpatia la divisione dell’indivisibile operata dal sistema cartesiano: mente e natura, pleroma e creatura, sono i risultati della nostra scelleratezza che hanno sezionato l’universo senza però poi ricomporlo nella sua originaria forma che è, e resta, monistica.

Il dualismo imperante della moderna filosofia occidentale ha oramai dimostrato la sua assurdità creando i mostri che fagocitano, pezzo per pezzo cultura e senso civile.

Senza la capacità in integrare ogni nostra azione in un contesto più ampio interdipendente e sopratutto dotato di un senso di responsabilità verso ogni singola parte, considerata non più come solitaria ma come un ingranaggio del grande orologio chiamato vita, abbiamo permesso all’egoismo sfrenato, alla finalità cosciente, alla de- responsabilizzazione verso le conseguenze delle nostre azioni (la retroazione o il cosiddetto effetto farfalla) di primeggiare, rendendo potente la frase aberrante del fine giustifica i mezzi.

E il fine senza eticità, senza la Maat egizia significa spesso, orrore.

Separare, dunque bene e male, spirito e materia ha come conseguenza quella di esorcizzare ma non demolire il lato oscuro presente in ciascuno di noi.

Esso vive, si ingrandisce creando archetipi dannosi quali potere, successo, denaro e arrivismo.

Oggi sono questi i residui logici alla base di ogni nostro movimento.

Cosa significa, dunque, immettere la figura di Rol in un giallo che tutto contiene tranne la spiritualità?

La risposta già ve l’ho consegnata.

Il delitto, la brutale soppressione dell’altro è nata in seno alle distorsioni aberranti che portano soltanto al disastro, come la volontà di imporsi, di sopraffare e di spiccare come unico pezzo d’eccellenza nell’antiquariato della vita.

E’ come se un singolo tassello di un mosaico etrusco, rivendicasse la propria unicità e il diritto a comandare l’intero disegno.

Capite bene che un singolo pezzo non è il mosaico e che da solo non è altro che una strana e incompleta macchia di colore.

Il tassello ha senso nel sui posto predestinato, insieme agli altri. Sono tutti loro a formare l’incredibile beltà del disegno.

E in questo libro, l’indagine non è solo verso indizi e verso la creazione della giusta nemesi atta a ristabilire l’ordine violato, è sopratutto un indagine degli archetipi oggi creati dalla stupidità umana, che portano a compiere le brutalità e i torti che oggi la giustizia cerca di riparare.

Ecco che accanto allo scioglimento dei nodi, si indaga su queste forme in cui il pensiero si esprime e si materializza e si organizza.

Esse sono funzioni di intelletto che consentono di aprire orizzonti conoscitivi nuovi o deleteri, posso riparare la lacerazione dell’animo umano che ha eclissato la responsabilità verso l’altro in regioni troppo lontane dalla coscienza.

Ma sopratutto, sono forme di pensiero simili a catene, anelli che si propagano dal passato al presente, in una orrorifica sequela di sopraffazioni.

Non è un caso che il testo fa intersecare eventi del tempo che fu con l’attimo odierno, come se questi archetipi di nutrissero, via via che la soperchieria continua, sempre più nell’oscurità umana, incarnandosi di volta in volta e creando un ponte che collega l’orrore di ieri all’orrore di oggi.

Ogni azione umana non può non avere ripercussioni sul presente, perché il lascito dei secoli non è altro che lo stesso: i potenti regnano, decidono, devastano e i sudditi sono sacrificati al dio mammona.

E quale istante migliore per raccontare questa catena, dell’unità di Italia?Creata a tavolino per interessi diversi dal benessere del popolo si è nutrita di oscurità fino a creare, oggi, il distacco profondo tra cittadino e stato, umiliando e degradando un senso di cittadinanza e di solidarietà sociale sempre più in pericolo.

Ecco che Rol, che appare sulla scena del delitto, rappresenta il seme del cambiamento.

Rol non è solo colui che rende possibile l’impossibile, ma è sopratutto l’uomo che tenta di superare se stesso e le sue imperfezioni, costruendo con sudore e impegno un mattone diverso, fatto non si sopraffazione ma di cooperazione, con cui costruire una realtà totalmente opposta a quella ritenuta valida.

E cosi il pensiero diviene una vera arma che lanciata attraverso la nostra mente può agire ristrutturando costruendo e rielaborando il reale.

La presenza di Rol sulla scena del crimine è qualcosa di più che una semplice scelta stilistica; è la volontà dell’autore, di prendere una precisa posizione etica.

Rol restituisce dignità ai vinti, ripara i torti, aiuta chi ha scelto la strada della giustizia perché al mondo improntato su diversi valori ci crede, e ci crede davvero.

Ecco che Rol rappresenta una verità fondamentale: l’aura di malvagità o di bontà dipende dall’uso che noi ne facciamo e dal tipo di pensiero con cui noi la carichiamo.

Un pensiero impuro, distorto, pieno di scorie non elaborate genera disastri.

Un pensiero disciplinato, dedito alla bellezza all’armonia, consapevole di essere parte di una mente più grande genera paradisiache realtà.

Perchè in fondo come dice Mario Pincherle:

il male è disfunzionamento. E’ il credere di bere un bicchiere d’acque e tracannare un anticrittgramico. Il funzionamento di un anticrittogamico può essere perfetto. Ma non è certo il bene. Funziona bene sulle viti da uva e da vino. Non sull’uomo.”

Quando leggo gialli che in realtà con forza tentano di incidere sul mondo, i miei occhi brillano e la mia anima assetata trova ristoro.

Questi sono libri da leggere, libri che nutrono la mente, libri che non sono solo abili mezzi di evasione ma chiavi per aprire le celle delle nostre personali prigioni.

Che l’ombra di Rol vegli sempre su di noi.

Note.

Mario Pincherle scienziato innovativo famoso per la sua strabiliante scoperta di come, tramite uno straordinario marchingegno (chiamato Zed) la grande piramide non è altro che un ricettore di energia, di un energia particolare, quella scoperta da Einstein ( o meglio riscoperta) e che fa parte della costituzione dell’universo stesso.

 

 

“Beata gioventù” di Vincenzo Galati, Oakmond Publishing. A cura di Francesca Giovannetti

 

 

 

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Un giallo condito di ironia, una ventata di freschezza nonostante i protagonisti vivano rocambolescamente la loro terza età.

Olga assiste all’omicidio della sua vecchia amica Anna mentre entrambe attendono la valutazione dei rispettivi oggetti antichi presso lo studio di un antiquario. Mentre la vecchia teiera di Olga non ha valore, lo stesso non può dirsi della rarissima moneta che viene sottratta all’amica. Decisa a scoprire l’assassino Olga coinvolgerà tutta la combriccola del centro anziani nell’indagine.

Fresco, vivace, divertente, arguto, spassoso. Un libro che si legge con il sorriso sulle labbra ma nello stesso tempo offre tutti gli elementi del giallo classico con la caccia agli indizi e le deduzioni logiche.

Olga tiene le fila di tutto lo svolgimento delle indagini, guidando come un generale in battaglia il suo piccolo esercito di anziani pronti a buttarsi in una vera e propria “mission impossible”

Fra i vicoli di una Genova silenziosa e genuina, le avventure spericolate e i piani quasi folli, ma efficaci, della squadra di detective improvvisati, porteranno alla soluzione finale, lasciando tutti sorpresi.

Non manca il poliziotto accondiscendente e corrotto dai favolosi biscotti; non manca quello scontroso, pronto a mettere il bastone fra le ruote.

Ma i “vecchietti” sono la vera forza del libro: ognuno ha una sua mania, un tratto caratteristico che li rende riconoscibili. Tratteggiati con poche parole ma tanta originalità, l’autore ce li presenta come i vicini della porta accanto che nascondono singolari attività. In questo caso è quella di una spiccata vena investigativa, unita alla solidarietà d’età e a un pizzico di incoscienza.

Il lettore riesce quasi a vederli uscire dalle pagine e sono tutti irresistibili. Raramente di un libro può essere detto che “sprizza simpatia”, ma questo è un caso dove la definizione è molto appropriata.

Simpatico, divertente ma nello stesso tempo intrigante: c’è un delitto da risolvere ed è necessario giocare d’astuzia, non di forza, perché il cattivo esiste ed è uno dei peggiori in circolazione.

A questi elementi si unisce una vera e propria lezione di numismatica, che incuriosisce e può portare il lettore a desiderare di approfondire l’argomento.

Sicuramente in libro da consigliare, che esce fuori dagli schemi rispettando sempre i canoni del genere.

“L’energia del vuoto” di Roberto Bragalone, Alter Ego edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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L’energia del vuoto è un libro costruito con una precisione millimetrica tra passato e presente.

Un gioco di flashback continuo che svela con misurata calma la dinamica dei fatti. Se cercate adrenalina, passate oltre, perché questo testo è un lavoro di cesello studiato e di ottima riuscita.

Un giallo “classico” in cui si cerca di capire chi sia l’assassino e una scelta “innovativa” di personaggi caratterizzati alla perfezione. Lasciando nel cassetto investigatori ossessivi e ossessionati dalle indagini, l’autore offre un quadro realistico di protagonisti veri.

L’ispettore Pacini, divorziato, con due figli, uno stipendio da gestire con cura, il vice ispettore Montali, zelante, brillante, ligio al dovere, il giovane agente Terrinoni, che farebbe volentieri a meno della prima fila, preferendo rifugiarsi in guardiola, il commissario Quattrucci, una donna con qualche errore passato con cui fare i conti. Ognuno ha il suo vuoto, a ognuno manca un tassello, una fase della vita in cui avrebbero potuto agire o comportarsi diversamente.

Paradossalmente i vuoti permetteranno loro di mettere insieme le tessere di una indagine all’apparenza quasi scontata, ma che si rivelerà ben altro.

Un gioco continuo di deduzioni quasi ovvie, condite con sapienti colpi di scena, che spiazzano e intrigano il lettore. Siamo a Roma, dove regna la politica che si mischia col denaro, il sesso e la voglia di potere.

Ma niente è come sembra e il lettore lo percepisce con uno svelamento graduale di pensieri, situazioni, sentimenti.

Cacciatori , vittime, prede: tutti entrano in gioco, tutti sono indispensabili per la riuscita della trama.

O per meglio dire: il vuoto di ciascuno di loro è indispensabile.

Nessun elemento è in eccesso, nessun personaggio di troppo.

Un libro dove ogni cosa è nel posto in cui deve essere, regalando un ritmo costante e pretendendo attenzione al dettaglio e alla sfumatura.

Una trama ben intrecciata, affiancata da una ottima caratterizzazione dei personaggi.

Consigliato.

 

 

“Omicidio sul lago di fuoco” di Mikel J. Wilson, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

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Per fortuna il thriller è un genere che sta tornando alla ribalta.

Per fortuna per me intendo.

Nuovi modi di uccidere, nuove idee macabre per raccontare la violenza, quella che noi pazzi vogliamo esorcizzare tramite un testo.

Perché lo ripeto, ognuno di noi viaggia su un filo sottile, sospeso sull’abisso.

E basta davvero poco per cadere di sotto e far male e farsi male.

Quello che però mi mancava era l’omicidio semplice, pulito ma non per questo meno macabro,alla Aghata Christie.

Nei suoi gialli, e nei gialli dei grandi classici, si trovavano omicidi apparentemente banali ma inquietanti, simboli di una quotidianità che la vendetta, l’odio, la passione, la paura di perdere il proprio benessere, stravolgevano definitivamente.

Veleni, accidentali cadute dalle scale, … raramente uno stiletto o una pistola.

Molto spesso era uno strangolamento o un incidente con una stufa manomessa a decretare la punizione terrena.( in questo caso il migliore di tutti era Chesterton con padre Brown).

Insomma, questa vecchia signora, vintage, sorseggiatrice folle di tè al gelsomino, sentiva un po’ la mancanza di arsenico e vecchi merletti.

Però, al tempo stesso, era assuefatta alle sottili introspezioni psicologiche dei personaggi, veri e propri profiler, assurdamente perfette dei thriller contemporanei. In questi, infatti, l’indagine verteva sopratutto sul movente e sulle implicazioni psicologiche profonde, che illuminavano i lati più oscuri della mente. Era questa attenzione all’impulso junghiano ad avere il suo primo piano sulla scena, protagonista vanesio e indispensabile, che adombrava gli altri elementi, vissuti come mere comparse, intenzionate soltanto a omaggiare l’ombra.

Spesso erano le componenti inconsce a costruire il vero senso del libro. La trama non era altro, in fondo, lo sopratutto su cui le altre note dovevano risuonare nell’anima.

Quindi cosa fare?

Tornare a rileggere i miei amati gialli?

Le mie adorate detective stories?

O semplicemente accettare che il tempo passa e non torna più?

Mentre mi dibattevo su questo dilemma, mi è venuta incontro la Dunwich, la mia “spacciatrice” di orrore quotidiano, proponendomi un titolo accattivante dalla suadente e musicale promessa: omicidio sul lago di fuoco.

E come posso io, restare inerme e silente di fronte a queste lusinghe?

Infatti non ci sono riuscita e mi sono immersa nella lettura.

Primo dato di rilievo, non è la solita trita americanata.

Intendo con questo termine il batter cassa sul dato scenografico a ogni costo, immortalando le prodezze in scene al limite del credibile.

Badate bene.

Io adoro quelle azioni rocambolesche.

Però quell’acme fatto di adrenalina e di emozioni tirate fino al parossismo, fanno perdere al tema centrale, l’investigazione e lo scoprire i lati bui della società, delle persone e di noi stessi, di mordente.

E per carità adoro i delitti artistici, laddove le più turpi fantasie divengono realtà.

Ma mi manca la semplicità e la bellezza dell’indizio, perché per creare tensione esso deve essere sacrificato in un rito antico al dio Visibilità.

E come sapete la accessibilità, l’immediatezza, la cacofonia del elemento scenico, l’eccesso, il kitsch, dopo un po’ mi procura noia.

Anzi rende l’omicidio anche cruento, un’abitudine.

Tipo si vabbè lo ha sgozzato che noia.

Altro che rabbrividire.

Io direi che provoca intorpidimento della mente.

E questo sicuramente non mi fa bene.

Ecco perché l’idea dell’autore ( dio benedica la Dunwich) restituisce una classe, non meno angosciosa, all’atto criminale, senza però esaltarlo.

Anzi quella volontà investigativa di contrappasso ci fa comprendere come sia di primaria importanza non raccontare l’arte incompresa, per dirla alla De Quincey, del pazzo di turno, ma l’impellente necessità che esso venga scoperto e fermato.

L’importanza di porre ordine nel caos, perché l’atto criminale, quello descritto perfettamente dalla Rowling come narcisismo estremo per poter essere immortali come un dio, è in fondo solo una macchia in un armonico quadro.

Ma soprattutto, l’indagine deve per forza contemplare la parte psicologica dell’assassino.

E quindi ecco che, per dirla in modo folcloristico, ho preso due piccioni con una fava: antico e moderno si fondono in un libro dalla bellezza abbagliante….come un fuoco.

E altro elemento importante.

Wilson ti sconvolge senza splatter.

Ti sconvolge ogni certezza, distrugge ogni percorso lineare, creando brusche inversioni, e capovolgimenti estremi…rendendo questo testo un degno e riverito erede della mia adorata Agata.

Ecco che il finale vi stupirà e soprattutto vi farà comprendere che la vita non è un rigoroso percorso di causa e effetto, ma è spesso accompagnato da imprevedibili e appassionanti deviazioni. Ed è in quelle deviazioni che si trovano i veri significati: è nel dato che stona che si possono davvero capire gli abissi oscuri in cui si precipita quando la barriera tra vorrei e posso cade.

Inesorabile.

Cosa dirvi di più?

Entrate nel lago di fuoco, affrontate i mille misteri, svelate gli enigmi e osservate i draghi negli occhi: vi appariranno di cartone.

Mentre le innocue blatte, schifate se non considerate inutili, fastidiosi esserini che brulicano invadendo un mondo votato alla realizzazione del se, diverranno scorpioni dalle code acuminate.

E velenose.

E sapranno colpire senza essere mai scoperti.

A volte l’essere più anonimo, la vittima predestinata, il nerd forse nasconde un ombra cosi nera da far impallidire la notte.

Buona lettura.

E attenti a pattinare.

“Steambros investigation. L’anatema dei Gover” di Alastor Maverick e L.A. Mely, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ammetto. Odio Alastor e Mely. Perché ogni volta che riesco a mettere le mani su un loro libro ne rimango cosi estasiata che è poi difficile immergermi in altre letture. Il loro steampunk ammalia, attrae e seduce così profondamente l’anima che è molto difficile mettere fine alla magia. Una volta arrivati alle ultime pagine le parole hanno oramai preso vita, tanto da divenire immagini reali che continuano a danzare sorridenti serafici dinanzi ai nostri occhi. La mente è oramai conquistata e non smette di restare legata, non solo alle emozioni suscitate dalla bravura stilistica dei due autori, ma soprattutto dalle descrizioni, cosi vivide e realistiche da divenire vere fotografie, veri scorci di un paesaggio che riconosciamo in ogni luogo. Mi è capitato di convincermi che, le ville e le magioni protagoniste del libro fossero riconoscibili in ogni mio peregrinare, convinta che una o l’altra fossero l’ispirazione per i loro racconti.

È questa la vera arte, fatta non solo con pregiate tecniche stilistiche ma con un arte quasi negromantica capace di infondere la vita nei personaggi di carta. I fratelli Hoyt sono talmente veri da fuggire totalmente dal rischio di essere stereotipi. Il genio dei due autori è stato quello si di scavare a fondo nel calderone dell’archetipo tramandatoci dalla letteratura vittoriana, madre del moderno steampunk, e nel cogliere i migliori e più intriganti aspetti e renderli unici e totalmente originali. La logica quasi ossessiva di Melinda, pur essendo presa a prestito da due dei più grandi investigatori della letteratura mistery quali Sherlock e Poirot, diventano tratti unici e personali. La sua onestà intellettuale rigida e quasi composta, rifuggente da ogni compromesso tipico dell’adorabile ma inquietante miss Marple diviene un tratto autentico e unico.

E cosi Nicholas cosi autenticamente dandy ma al tempo stesso di fanciullesca memoria, cosi galante e al tempo stesso cosi terrificantemente acuto, tanto da ricordarci i personaggi wildiani ma anche di sfuggita la perfezione e l’intelligenza dei personaggi di Leblanc. E poi un caleidoscopio di influenze letterarie che rimangono quasi echi lontani, amalgamanti in un prodotto letterario unico e perfettamente riconoscibile. Il tratto distintivo di questo secondo libro è senza dubbio la perfetta capacità di cogliere i dettagli, quelli che sfuggono a un occhio pigro, minuziosa ricerca dell’essenza, ritratto acuto e disadorno al tempo stesso, della compagine umana. Una perfetta ricostruzione di un’epoca perfettamente riprodotta dallo spirito stemapunk.

Eh sì cari miei lettori.

Anche in questa seconda e più inquietante avventura, lo steampunk abbracciato allo spirito del vittorianesimo, domina incontrastato, fondando in un testo di apparente evasione i due spiriti caratterizzanti un evo che tuttora affascina e intriga non soltanto gli addetti ai lavori ma autori e lettori stessi. Ho già raccontato nella mia precedente recensione cosa è, anzi cosa rappresenta a livello educativo l’età vittoriana. In questa cercherò di incentrare la mia analisi su come lo steampunk sia l’unico e il vero narratore di quella cultura che, lungi dall’essere passata, abbraccia anche il nostro fallace postmoderno. Il contesto sociale e economico dei libri dei fratelli Hoyt è un tempo non tempo. Mi spiego. Nella favolosa età vittoriana tutto sembrava possibile e al tempo stesso tutto era frenato. Una scienza che produceva incredibili invenzioni, che dava speranza e vita alle migliori menti scientifiche e che, tuttavia era terribilmente ingabbiato in una morale che, lungi dallo spingere al massimo questo vento rinnovatore, lo costringeva in rigidi limiti. La moralità era così alta da impedire per ironia della sorte la scienza a più alte conquiste.

Babbage, lo stesso Tesla venivano “sfruttati” soltanto in rapporto alla finalità cosciente, al mantenimento di un alto livello economico che producesse benessere e ricchezza senza contestare la stratificazione sociale. E questo perché, se portata ai suoi massimi estremi, la scienza avrebbe completamente destrutturato il pensiero che giustificava l’esistenza stessa dell’élite al potere. Ecco il potere della conoscenza lasciata a briglia sciolta. Prendete le conquiste einsteiniane. Esse hanno avuto il potere di mettere in discussione il pensiero razionalistico e meccanicistico che giustificava una presunta superiorità di una parte della popolazione e giustificava la stratificazione sociale nel senso piramidale. Lo stesso concetto di divinità elargitrice di beni materiali, a patto di ottenere una sottomissione e un cedimento dei propri doni intellettuali in cambio di benessere e prosperità, ne è un esempio eclatante. Non a caso quello che reggerà la compagine sociale e politica del periodo in questione, nella sua corsa vero una sorta di neo-capitalismo sarà sostenuta, nientedimeno che dalla morale protestante o anglicana (vi invito a leggere il saggio di Max Weber a tal proposito).

Lo steampunk, invece, è la possibilità resa viva e corporea del “e se invece…”

E se invece di restare soltanto progetti sulla carta Babbage e Tesla avessero davvero realizzato le loro strabilianti macchine?

E se invece di restare ancorati strenuamente a una oramai stantia tradizione, il vittorianesimo avesse avuto un moto di orgogliosa ribellione fino a creare una modernità totale?

Ecco che lo steampunk rende viva questa probabilità, facendo compiere a quel periodo che oscilla tra auree prospettive e oscurantismi medievali un balzo in avanti che è totale movimento. E nel movimento esiste la speranza di una totale evoluzione che non colpisca soltanto i beni materiali o immediati bisogni, ma soprattutto combatta in modo totale e spregiudicato gli assunti culturali. Ecco perché Melinda e Nick sono cosi moderni da essere loro stessi, più che le macchine che appaiono beffarde nel racconto, anacronistici. La loro mentalità stra-logica è spinta all’estremo andando a riflettere in modo estremamente ribelle, sulle modalità di vita di quella nobiltà e di quella borghesia che nella storia rappresentarono non opportunità ma semplici freni all’innovazione. E ancora una volta questo indomito e folle coraggio i nostri eroi lo dimostrano nell’andare con piglio caparbio a scoperchiare un altro vaso di pandora, stavolta molto più pericoloso e inquietante del primo libro.

E si trovano in una magione che non è altro che il simbolo di quell’era strana e straordinaria, mostruosa direi dove tutto è ossessivamente incongruente, eccessivo, stonato e pieno di imitazioni. Ed è così che il secondo libro rende manifesta la convivenza di due temi antitetici: ossia la chiusura, accanto alla ventata di novità. Tutto deve restare al proprio posto in una sfarzosa esibizione di un perbenismo che risulta eccessivo, stonato, soffocante e soprattutto pacchiano, imitazione grossolana dei valori etici. E come nella villa, sussurrante di segreti scabrosi nascosti in mille stanza chiuse a chiave, vittime di un immobilismo che ha del patologico arriva il vapore, arriva la velocità, l’azione a dare movimento al tutto. E non è un caso che la loro presenza fastidiosa, troppo logica in un mondo che dell’illogicità dei segreti fa il suo prediletto scudo contro il cambiamento, è l’emblema della capacità di azione del nostro steampunk. Perché questo filone è e resterà necessariamente movimento e lo si vede nella scelta del termine steam ossia vapore, quel vapore che con la sua forza eppure con la semplicità di un principio, da vigore e energia a pezzi di metallo altrimenti fissi e senza vita. E’ il principio vitale (acqueo) che porta energia agli eventi, apparentemente disastrosi è vero (leggetelo per capirlo) ma che daranno finalmente l’avvio alla vera storia.

A volte bisogna portare allo scoperto un segreto, una verità difficile da digerire affinché finalmente la storia abbia un inizio.

E magari una fine.

Questa è evoluzione.

Libro perfetto, altamente filosofico in ogni sua parte, con un tocco in più: una sorta di velata nostalgia che rende i personaggi forse più umani, più fragili ma non per questo meno degni di stima. Ed è forse il lieve, virgineo rossore delle guance di una sempre agguerrita Melinda quel perfetto contrasto, che dona quel tocco di poeticità keatsiana che mancava, forse, nel precedente libro.

Ecco cosa colpisce ogni volta che leggo questi due veri Scrittori…. la perfezione di ingranaggi che sanno muoversi in sincronia tra loro, grazie a un talento innato.