“Controcanto. Il ritorno del gatto Pablo” di Sonia Sacrato, Golem edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Ecco nuovamente il mio amato Pablo a irriderci con la sua intelligenza soprannaturale.

Stavolta è molto più serafico.

Sta seduto sereno mentre osserva quasi distaccato i drammi che noi umani recitiamo.

E in fondo è cosi che appare il libro della Sacrato che ci conferma una delle migliori penne gialle in circolazione.

Ci ha lasciato con lo svelamento di un segreto lontano nel tempo che ha inevitabilmente stravolto il suo presente. E non soltanto perché in fondo, i segreti li creiamo noi uomini, ma perché sia la condivisione della scoperta sia la creazione del mistero stesso legano gli animi con il filo di una strana complicità.

E cosi la nostra amabile e strana fino all’eccesso protagonista Cloe deve per forza ricominciare n nuovo capitolo della sua vita. La matassa che ha sbrogliata per ironia della sorte ne ha ingarbugliata un alta, come in uno strano gioco di equilibrio ciò che è stato restituito all’ordine ha come pagamento qualcosa che invece deve essere distrutto e reso caotico. E’ di nuovo il controcanto che appare già dalle prime pagine del testo e che condizionare tutto il libro fino alla fine:

Controcanto” estratto da Treccani.it: Controcanto s. m. [comp. di contro- e canto] Nel linguaggio musicale, disegno melodico secondario sovrapposto o sottoposto al disegno melodico princi- pale: fare il controcanto.

E ogni disegno melodico principale corrispondere un altro che sarà o sottoposto o sovrapposto spesso con l’intento di riportare un originale equilibrio omeostatico: qualcosa muore e qualcosa nasce, una storia a lieto fine e un altra coperta da un dolore.

E’ cosi la vita di Cloe.

Per ogni attimo di serenità paga con un pezzettino di se, finché anch’essa troverà difficile specchiarsi senza riconoscersi, senza riconoscere quanto la sua identità sia sopraffatta da strati e strati di mura, come una torre a difesa di quel suo cuore pulsante che si libera del sarcasmo e dell’ironia soltanto quando stringe a se il gatto Pablo.

E Pablo?

Pablo sta assiso sul suo trono con quella saggezza millenaria inscritta nel Dna, osservando beffardo e sornione tutti i movimenti di quella creatura cosi grande, di quel bipede pieno di potenzialità eppure cosi inconsapevole della sua regale bellezza. E cosi il controcanto atto secondo ha inizio proprio mentre il nostro Pablo si lecca sussiegoso una zampetta: due storie si intrecciano ognuna con il suo carico di dolore, ognuna con una sua risoluzione particolare: la punizione dell’atto blasfemo per eccellenza, l’omicidio, e la memoria dei morti che non ripara affatto l’ingiustizia ma che forse serve a noi per non dimenticare i drammi che hanno accarezzato la nostra storia:

Scrivilo perché questa città pare voglia dimenticare e noi familiari ci sentiamo ancora soli. Scrivilo perché quella lapide accanto a una panchina, in un’aiuola sempre sporca, non rende giustizia a nessuno.

E’ il dramma di una ragazza che ha perduto i suoi sogni in un cinema mentre attendeva l’amato. Ma è il dramma di tanti che presi dalle faccende personali, in una banca o in una stazione sono state vittime di una brutalità insensata e assurda.

E’ il dramma di chi per conquistare un sogno ha pestato i piedi dei potenti, di chi ha abbracciato il malaffare per ottenere un riconoscimento sociale e economico. Ecco il controcanto, due storie si sovrappongono, si danno il cambio e una diventa lo specchio dell’altro e una diviene in fondo la speranza dell’altro: una riesce a scovare non solo la vittima ma anche l’omicida, l’altra resterà senza colpevole soltanto con una colpa che pesa sul cielo di Torino come una cappa oscura.

E Cloe grazie alla sua inesauribile curiosità un po’ di sole lo restituisce a quella città troppo presa da se stessa, troppo di corsa come ogni altra città italiana.

E cosi mentre Pablo ci guarda e stavolta dice tocca a voi creare il vostro destino, seppur ogni tanto una zampa ce la mette, il percorso di Cloe si dipana sempre più limpido davanti ai suoi occhi.

Ma Cloe è umana. E l’umano ahimè ama complicarsi la vita.

E cosi ci aspetta un nuovo capitolo di quella sua avventura, cosi intenta stavolta a ingarbugliarsi da sola la matassa dell’esistenza. Forse perché la tranquillità a volte è un po’ noiosa

E lasciamo al morbido Pablo la sua ultima parola su quel nostro affannarsi a recitare un dramma pirandelliano:

Alza il muso, mi fissa. E mi giudica, lo sento che mi giudica. Ha quell’espressione imparata alla Garbatella, traducibile con un: aridanghete c’arisemo. Poi, da filosofo qual è, si volta mostrandomi le regali chiappe. E torna a dormire.

Ah la saggezza felina…

“Il giallo della villa abbandonata” di Riccardo Landini. Newton Compton editore. A cura di Francesca Giovannetti

Astore Rossi torna come protagonista in un nuovo mistero tutto da svelare. Tra antichi dipinti, organizzazioni segrete e killer senza scrupoli.

La trama è ben costruita e si snoda con agilità. I protagonisti, descritti alla perfezione, suscitano simpatia e antipatia, così come deve essere davanti al lettore.

Personalmente molto apprezzabile la caratterizzazione del personaggio principale, lontano dall’essere un eroe a tutti i costi, al contrario, è coinvolto suo malgrado in una serie di delitti che possono essere ricondotti a un’unica matrice.

Astore Rossi tenta di togliersi dalla rete, ma essa lo intrappola ancora più tenacemente.

Molto accurate le descrizioni, l’ambientazione e le atmosfere.

L’espediente dei quadri che nascondono un codice ha sempre il suo fascino. Concordo sul fatto che non sia insolito imbattersi un tale tematica, ma l’autore riesce a renderla estremamente interessante, ricostruendo un affascinante percorso che è capace di toccare l’esoterismo, la fede e le credenze magiche. Un insieme che ammalia e incuriosisce l’uomo nei secoli. Sette segrete e congreghe sono la cornice ideale.

Poi arriva, come uno schiaffo, la malvagità umana, con un tuffo crudele nel passato della storia d’Italia. E insieme a essa, l’avidità.

L’autore riesce a mettere insieme una notevole quantità di elementi, incasellandoli nello svolgimento della trama, con una sicura fluidità.

Un’indagine minuziosa, attenta ai dettagli, che si chiude con un finale da maestro.

Una scrittura lineare che diventa rocambolesca. Il passaggio da una monotona tranquillità a un vortice di inseguimenti e fughe cattura l’attenzione e invoglia alla lettura.

Consigliato agli amanti del giallo e del mistery.

“L’altra riva del lago” di Gianna Baltaro, Golem edizioni. A cura di Alessandra Micheli

I gialli di oggi hanno la particolarità di essere pomposi e pretenziosi. Sono ricchi di dettagli, mischiano l’ardore per la scoperte della verità, con una certa tracotanza intellettuale che li spinge dare estremo rilievo alla descrizione etica, morale e fisica dell’ambiente in cui esso si svolge. E’ cosi che l’indagine resta nell’ombra e il giallo sfuma nel noir più puro. Spesso eccessiva predominanza della psicologia dei personaggi, della critica societaria pongono il particolare, l’indizio e la ricerca in secondo piano e il giallo snatura la propria essenza.

Tutti noi amanti del genere, sappiamo come sia l’incastro degli elementi che assieme concorrono a stanare l’assassino, il delinquente, il reo che alla fine deve diventare confesso: messo alle strette da un detective che si pone come obiettivo primario il semplice ristabilire della giustizia e la riparazione dei torti. Eh si interessante conoscere le sfumature dell’animo umano; ma nel giallo esse sono cosi precise e cosi umane da avere poca rilevanza per la colte digressioni psicologiche e sociologiche. Si uccide per vendetta, per passione o per denaro.

Si delinque per gli stessi stoici motivi.

Si evade dalla retta via perché la brama di successo, di potere e il desiderio della bella vita, uccide ogni altro eroico afflato verso l’assoluto. Quello che il giallo deve fare è semplicemente completare la caccia alla volpe, mostrando fiera al lettore la preda.

In questo palcoscenico di attori imbellettati, tutti tesi alla ricerca del dato scenografico la Baltaro diventa una luce radiosa e una ricercata mosca bianca.

Il suo giallo contiene gli elementi classici che concorrono a formare un mosaico splendido e sopratutto elegante.

Sullo scenario di anni terribili che però non coprono affatto le voci dei protagonisti, la vicenda sinuosa scorre con un sorriso remoto e beffardo quasi a sfidarci a ricercare con ossessione quei dati che, esso rifiuta con forza.

Nessuna volontà di stupire se non ricordandoci quanto sia fallace e fragile l’essere umano.

Nessun dato sanguinoso per far salire un adrenalina non necessaria all’intento del libro, che come la vita stessa richiede si occupa soltanto di sciogliere i nodi e di riparare i torti e far brillare la verità.

Ecco perché la lettura della Baltaro è al tempo stesso intrigante, perché innovativa nella sua ricercata attenzione al tradizionale giallo e al tempo stesso coinvolgente, perché posate le armi a doppio taglio della psicologia essa mostra ciò che davvero conosce, ossia i difetti di un’umanità che, in fondo, senza grandi spiegazioni sguazza nel torbido perché è la sua natura materiale che tende a prevalere.

E’ quell’incapacità di pensarci migliori dell’immagine che da secoli si prospetta allo specchio invisibile dell’io a renderci spesso carnefici ma anche vittime.

E cosi nonostante sia collegato temporalmente in modo preciso, l’altra rive del lago diventa un dolceamaro omaggio a ognuno di noi, noi esseri umani cosi gloriosi e cosi incapaci di fissare negli occhi questo temuto splendore.

E rifugiarsi nella banalità diventa la nostra zona di comfort a cui è difficile dire addio.

A volte è la rassicurazione di essere uomini qualunque senza l’affanno di dover migliorare l’isola segreta in cui rifugiarsi dopo un temporale. Quella volontà di non essere perfettibili ma orgogliosamente imperfetti. Leggere la Baltaro è sempre una grande emozione perché restituisce alla mia coscienza la consapevolezza che, in fondo, quando uno il talento lo ha dalla nascita non abbisogna di tanti, inutili e fastidiosi orpelli.

“La forza del ricordo” di Alessandro Cotticelli, Scatole Parlanti. A cura di Alessandra Micheli

Esiste un momento in cui i nodi devono essere sciolti, in cui i ricordi escono allo scoperto e ci troviamo a dover decidere cosa farci: affrontarli e imparare a piangere con loro, ricoglierli quei nodi e usare quella corda in un altro modo, magari per far uscire dall’abisso altri.

O semplicemente usare quelle rievocazioni come spade capaci di ferire e uccidere o continuare a aggrovigliare la corda della nostra vita.

E’ tutto in un attimo quando la vita svela fotogramma per fotogramma orrori nascosti, dolori mai dimenticati e grida rimasta inascoltate. E allora noi ci troviamo spettatori di un film con un finale atroce che non possiamo sopportare di vedere, che non possaimo accettare di vedere. Ecco la forza di un ricordo.

Può decidere di far brillare la vita o far vincere una morte che con passo feroce inizia a far vibrare la sua acuminata falce.

E prendersi ogni pagamento che gli spetta.

Per molti questa è la giusta conclusone di drammi aperti e mai conclusi di un cerchio che non si riesce a chiudere.

Di una pace difficile da trovare, di una colpa che ancora pende su di noi grondando sangue.

E cosi l’olocausto è il vero protagonista di questo splendido libro, la forza del ricordo.

Un ricordo di vittime sopravvissute ma piene di cicatrici.

Di un orrore con cui ancora oggi, dopo tanti anni stentiamo a guardare fisso negli occhi.

E cosi incapaci di far pace con il passato e con noi stessi creiamo dalle vittime i nostri carnefici.

Sai i ragazzi che stoltamente idealizzano il mostro chiamato razzismo, e sia chi di quel razzismo ne porta addosso ogni cicatrice.

Ancora oggi non la compassione a allungare la mano verso quelle immagini lontane eppure presenti.

E’ la violenza.

Eppure basterebbe un pianto comune per benedire quei volti che ancora non trovammo pace.

Come trovarla se ancora oggi sputiamo addosso ai morti con altri gesti inumani?

E cosi in queste pagine che presto perdono il loro intento giallo per tornare memoria, forse possiamo riavvolgere quel nastro lasciato incustodito per anni, avvolto dall’invisibilità, dall’ignavia di chi è ancora incapace di affrontare di nuovo quelle lontane rimembranze.

Ma è proprio l’incapacità di scendere a patti con il nostro senso di colpa che permette al ricordo di prendere una velocità assurda fino a diventare un uragano capace solo di lasciare una scia di sangue dietro di se. Capace solo di vendetta e mai di perdono.

E cosi quello che apparentemente si mostra come un semplice, quasi banale serial killer si rivela per quello che è : l’ondata di rabbia verso un passato che non ha mai conosciuto il coraggio della consapevolezza.

“Il maestro dei morti” di Yannick Roch, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessandra Micheli

download

 

Eccomi di nuovi in difficoltà di fronte a un libro che ho stentato a lasciar andare.

Non volevo proprio finirlo, in barba a ogni scadenza.

Perché ora con la parola fine, mi sento orrendamente sola.

Ero cosi abituata a i due investigatori, Tortue e Renard cosi simili ai miei miti della giovinezza, perfetti mix tra un Poirot e il suo fido Hastings, un Holmes con il suo amico Watson, un Maigret con un tocco di Miss Marple.

Eppure al tempo stesso cosi moderni, decisi nonostante le regole a arrivare alla verità.

Costi quel che costi.

E seppur io cosi ligia al dovere, alla regole della giustizia abbia quasi sussultato sul mio divano (disturbando il mio gatto) non ho potuto non sentire un tuffo al cuore e l’anima ingigantirsi di fronte a una certa spregiudicatezza nell’agire.

Perché a volte la giustizia cosi come la concepiamo noi, ci limita.

E la verità spesso si nasconde proprio fori dei confini ristretti e langue in solitudine per la nostra non volontà di abbracciarla, tirarla fori e curare le sue mille lacerazioni.

Allora mi chiedo se non abbia ragione il mio adorato Renard, se l’investigatore o chi risolve intricati rompicapi non debba essere un po’ sopra le righe.

In fondo non sono tutti cosi i veri, straordinari detective?

Pensiamo a Sherlock, pensiamo all’eroe di Isabel Oostander, l’ispettore cieco che pur di seguire la sua etica ha chiuso metaforicamente la sua coscienza di fronte a un male, che non era altro che riparazione dei torti. Ma c’è molto di più in questo libro.

Partiamo dalle atmosfere?

Leggete questo:

La pioggia era fitta in quel tardo pomeriggio del 22 settembre 1933. Un velo plumbeo copriva i cieli parigini; le strade erano quasi deserte. La sporcizia del palazzo si mischiava con l’acqua piovana, e sul vetro della finestra attraverso cui monsieur Tortue stava osservando la città si depositò presto uno strato grigiastro.

Solo grazie a questo incipit (cosi si dice non è vero? ) io ero trasportata nell’antro strano brumoso e conservatore di una Parigi alla soglia degli splendidi anni trenta.

Una Parigi che sembrava voler far dimenticare i suoi trascorsi ribelli riappropriandosi di una certa convenzionalità nei rapporti che sembravano presi a prestito dall’ancien regime.

E cosi la nobiltà e la borghesia indossarono maschere per essere accettati al gran ballo.

Maschere che alla fine aderivano cosi tanto alla pelle da rendere impossibile toglierle.

Maschere parte di noi che pur coprendo il volto non coprivano certo il cuore. Che ingabbiato in questa dorata prigionia si dibatteva come la farfalla della vispa Teresa stratta tram ani infantili e crudeli.

E cosi i personaggi non sono altro che volti evanescenti, ignari di se stessi, costretti a scendere sul palco e recitare per compiacere il burattinaio di turno.

Un afflato di libertà spento dall’oblio noioso della routine.

Una volontà di farsi strada in un mondo che si affacciava curioso e incosciente sul baratro, attratto dal tenebroso volto dell’abisso.

Un mondo che apparentemente era ricco di novità ma anche foriero di venti minacciosi.

Del resto nel 1933 le tensioni internazionali si riflettono sui volti dei vari protagonisti, incapaci di lasciare l’evoluzione percorrere le sue strade, decisi a far spazio al potere.

E in fondo è il potere il vero protagonista di questo splendido romanzo.

Quello negato alla femminilità resa quasi colpevole di portare avanti la bandiere del cambiamento impersonato dall’illuminismo.

Del resto non era una donna il simbolo della divinità che doveva far brillare la Francia come un fuoco immenso capace di bruciare ogni convenzione?

Ed è quel potere negato che fa scoppiare una bomba in città.

Un potere bramato a ogni costo, anche se il baratto per ottenerlo presuppone un pagamento immondo: la propria coscienza.

E forse è l’incapacità di un maschile di guardare e accettare l’altra parte della luna, che porta a abbracciare una strana melodia oscura, impersonata dall’occulto.

Vedete, in Francia in ogni regione, l’occulto fin dagli anni di fine ottocento è stato il mezzo con cui la fantasia e le singole rivendicazioni hanno potuto raggrupparsi e cercare di far sentire la propria voce.

Un esempio lampante è l’intricata vicenda di Rennes le Chateau che nella misteriosa Parigi, nella strana chiesa di San Sulpice ebbe il suo battesimo.

Li, in quell’apparente ortodossia batteva un cuore nero, esoterico, nascosto che risuonava nella strana e intrigata leggenda di San Vincenzo de Paoli. Un uomo strano, forse con il potere di sconfiggere la morte e dominarla.

E cosi ci racconta la leggenda di un Cromlech dagli arcani poteri, proprio un probo abate, un Certo Henrì Boudet.

Ma questa è un altra storia.

E cosi l’occultismo diveniva non solo un mezzo per sentirsi superiori a ogni essere vivente, ma anche per poter impiegare al meglio i propri talenti.

Talenti negati da un mondo che stava per conoscere il peggiore dei mali, mali nati che per ironia della sorte, saranno partoriti da quelle stesse deliranti teorie.

La ricerca di una purezza e di una conoscenza perduta, si sposeranno con la banalità e con l’invidia e la frustrazione di un intero popolo.

E del resto sappiamo troppo bene come basti un nonnulla per far si che la discesa acquisisca sempre maggiore velocità, basta un’aspirazione frustrata, un amore rinnegato, e una capacità sommersa dalla noia.

Un matrimonio combinato che puzza di sete di denaro, una competizione per nulla corretta, un’incapacità di guardare davvero l’altro, fin dentro la sua anima.

E le donne, protagoniste di questo libro ci urlano la loro rabbia, la loro voglia di essere a prescindere dal loro genere sessuale, la rabbia per essere in fondo, semplici fantasmi, ornamento di una sobria casa abitata da gente perbene ma cieca e sorda:

Sono invisibile. Fantasma in questo castello dove nessuno ode le mie grida e dove le mie lacrime sono dello stesso colore dell’aria. Il re e i principini non mi vedono perché non capiscono chi io sia: credono di vedermi, credono di parlarmi, ma sbagliano tutti, facendosi ingannare dalle chimere che essi stessi hanno creato

E cosi l’inganno della società con le sue atroci contraddizioni interne, sboccia con il suo livore ma anche con un grido disperato: guardatemi.

Anche per per farlo devo servire la morte, se per essere vista devo diventare senza cuore, se devo abbracciare antichi e osceni rituali.

Se devo persino arrivare all’estremo atto, colpevole di portarmi alla pazzia o alla pena capitale.

Guardami, sussurra ogni donna descritta con maestria.

Guardami e non dimenticarmi.

Anche se l’ombra è il manto con cui nascondo il mio volto, anche se ho deciso di abbracciare l’inferno pur, di non essere eternamente invisibile.

Ancora una volta il male si nasconde nei salotti eleganti, nei probi cittadini. Nell’apparente serenità di una famiglia perfetta.

In un valore che si è svuotato di significato ed è solo l’orpello con cui accompagnare tè eleganti frequentati da invisibili personaggi.

 

“La morte apre una finestra. Mourning Dove mysteries, libro secondo” di Mikel J. Wilson, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

La Morte Apre una Finestra - promo

 

Stavo parlando con una mia amica di come potevo mai recensire, anzi raccontare il secondo libro di Wilson.

Pur avendo la capacità di entrare nel cuore di ogni narrazione, questo dono sembrava quasi silente, nascosto chissà dove a farsi beffe di me.

Ma alla fine le feci la domanda suprema, quella che da quando ho il blog si presenta a ritmo cadenzato alla mia mente: come si può descrivere o solo raccontare la bellezza?

Semplice.

Non si può.

Possiamo solo sfiorarne le superficie nascondendoci dietro colti panegirici di estetica e di armonia, con filosofie più o meno colte, con dettagli e particolari scelti con cura.

Per molti la bellezza è forma, per altri sostanza, e per altri ancora uno strano alchemico mix tra i due.

Definirla è una faccenda che ha da sempre impiegato la mente di tanti egregi studiosi e io non sono nessuno per poterli contrastare o per poter proporre la mia versione.

Quindi una lettura critica di Wilson non è possibile.

Posso però provare a descrivervi perché amo cosi tanto i suoi gialli, perché il libro mi ha catturato cosi tanto facendomi scordare luogo, tempo e persino quel suono incessante di sirene in questo nostro disperato duemilaventi. Wilson scrive gialli classici, nel senso che le sue sono storia con protagonista dei detective che, raccogliendo indizi e spremendo le meningi riescono a sbrogliare la matassa intricata del crimine.

E questo signori miei, seppur considerato banale per i più e’ lo stile più complicato che esista.

Gli indizi non devono essere banali.

Non devono essere facilmente riconoscibili ma al tempo stesso debbono essere identificabili a lettura più profonde.

In una detective stories l’elemento fondamentale è proprio stupire a ogni rilettura, trovare dettagli sfuggiti in un primo momento e ricollegarli al finale che, spesso, è sconvolgente.

Eppure in ogni detective la risoluzione del caso è assolutamente banale e al tempo stesso straordinaria.

Banale perché in fondo il protagonista del delitto è sempre il peccato umano dei più semplici: vendetta, denaro e potere.

Straordinaria perché nonostante si riferisca ai più elementari e oscuri difetti umani è proprio nella particolarità chiamata cervello che si nasconde una genialità che spaventa e al tempo stesso affascina.

In Wilson cosi come in Agatha Christie o Simenon l’omicida è davvero capace di mettere in pratica i più turpi progetti delittuosi con una creatività notevole. In tal caso il delitto è davvero una terrificante opera d’arte.

E stravolgere questo quadro considerato perfetto è il compito di ogni investigatore.

In tal caso il nostro Emory e il nostro Jeff rappresentano il dato stonato, quel colore sgargiante che deturpa e distrugge il progetto artistico ideato dalla mente criminale.

E’ questo che rende il detective inquietante e affascinante, esso è l’unico in grado di orientarsi nell’enigmatico labirinto del Minotauro e utilizzare gli strumenti adatti non solo per uscirne indenne, ma anche per scovare il mostro, illuminarlo con la luce della ragione e semplicemente annientarlo, togliendogli il manto intrigante dell’invisibilità.

E cosi in tutto il nostro libro una certa dosa adrenalinica di mistero sembra agitare la placide acque del consueto.

Intricato ancor più una vicenda che appare davvero assurda. In quell’assurdità di un omicidio senza apparente movente, di muovono i nostri due eroi, sempre più umani, sempre più decisi, in particolare Emory a trovare se stesso.

E cosi ecco il secondo elemento che mi fa innamorare di Wilson: la risoluzione del caso è anche una discesa nel mondo interiore.

Perché per riportare l’armonia e la giustizia nel regno sconvolto dal caso, dobbiamo prima illuminare gli antri bui di noi stessi e fungere da vere fiaccole umane, capaci di brillare nel buio dell’incoscienza.

E il buio nasconde, purtroppo, una realtà molto poco nobile che ha come intento quello di far primeggiare il potere della ricchezza a discapito dell’umanità.

In questo libri gli unici autentici esseri umani nel senso pieno del termine, sono i due investigatori posti a loro malgrado, negli angoli della società. Mentre le forse ufficiali brancolano nel buio e non hanno nessuna volontà di fissarsi sui dettagli infimi, loro due da quella posizione privilegiata riescono a cogliere una visione d’insieme che non fa altro che portare alla verità. Cambiano prospettiva perché non adombrati dalle consuetudini e dai bavagli del politicamente corretto.

E comprendono che è dal dolore di chi viene cacciato dalle proprie case, a causa della consuetudine dell’esproprio che si deve ripartire.

E cosi la vicenda si capovolge e ancora una volta il protocollo viene gabbato dal coraggio di chi osa andare dove il buio nasconde i suoi segreti.

Un libro da leggere e rileggere, due personaggi da amare e sopratutto una domanda che ci impone una risposta:

«Perché vivi?»

«Che vuol dire?»

«Perché sei vivo? Perché sei qui sulla Terra? Cerca di capirlo, e allora saprai cosa fare.»

“I delitti dell’Orsa Maggiore” di Livia Cipriano, Graus Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

10049995_4337336

 

Ogni personaggio deve poter uscire dal libro e diventare per ogni lettore, amico e confidente.

Io credo sia necessario affinché sia l’emozione a dover vincere, piuttosto che altre suggestioni date più dalla forma che dalla sua essenza.

E i delitti dell’orsa maggiore ha questa caratteristica che amo e che ritengo essenziale per poter considerare un libro cosi prezioso da leggerlo e rileggerlo. Non vi nascondo che questo giallo ha avuto per me mille segreti da rivelare, rendendomi sua schiava tanto da scorrere le sue pagine in ogni momento della mia giornata.

Mai sazia, mai stanca, ho cercato tra le sue frasi il suo significato più nascosto, ho carpito ogni emozione che poteva donarmi, ho cercato di abbeverarmi alla bellezza soffusa di una scrittura che si dimostrava fluida come piace a voi e intensamente poetica, come piace a me.

Cosi in cielo e cosi in terra, il mantra ermetico qua si rivela in tutta la sua simbolica potenza: è l’orsa maggiore quella strana costellazione che sembra gestire i fili di una vicenda intricata che nel finale sa dipanare la matasse, sciogliere i nodi e ristabilire ciò che era lacerato: la giustizia.

E’ quindi la rivendicazione di torti che è alla base della ricerca della nostra protagonista, è lo svelamento del mistero, la rivelazione dei segreti e perché no la nemesi capace di ristabilire l’ordine scosso da un atto di pura arroganza.

Il bene spesso, vestito di un uniforma fulgida si pone come unico depositario di verità rivelate.

E’ nei paramenti sacri che il giudizio diventa condanna, che qualcuno decide di ergersi a tribunale per punire, in fondo, ciò che ci rende terrificantemente umani: l’ipocrisia, le contraddizioni, le ossessioni e le tentazioni che spesso sembrano farci oscillare sull’orlo del baratro.

Siamo imperfetti.

Questa è la verità.

In ogni nostra azione ci cela un residuo che non è assolutamente conforme agli ideali professati.

In ogni nostra parola si cela forse un significato che va oltre la nostra coscienza e sguazza in quell’ombra di junghiana memoria.

Gli ideali, i valori, persino le religioni non sono altro che un tentativo di arginare proprio questo marasma oscuro che se lasciato libero diviene un fiume in piena capace di trascinare ogni costrizione con se.

Senza dighe noi siamo inermi di fronte alla nostra condizione di esseri perfettibili forse, sempre alla ricerca di qualcosa che si faccia risplendere, cosi come i miti che tanto amiamo e gli eroi che popolano i nostri sogni.

Peccato però che spesso al sogno si palesa l’altra parte ossia l’incubo.

E allora se non esiste un argine capace di ristabilire l’equilibrio siamo dannatamente in bilico in un abisso di peccato che ci seduce e ci fa sentire deliziosamente liberi.

Il cielo che si rispecchia in atroci omicidi però, rompe l’armonia cosmica espressa nel suddetto mantra, cosi in cielo e cosi in terra, ponendo chi quell’equilibrio deve difenderlo osservando e dialogando con l’abisso presente dentro ognuno, sottolineo ognuno di noi, in una posizione peggiore di chi si fa sedurre dalla tentazione.

Il demiurgo che sceglie coscientemente di dominare le vite altrui.

Non solo le coscienze, ma l’esistenza stessa.

Essere capaci di tagliare il filo della ragnatela delle moire diventa cosi la tentazione massima, peggiore dei peccati che tanto temiamo.

Perché se quelli sono manifestazioni di umanità, il sostituirsi al tribunale divino è l’arroganza di chi non accetta la propria condizione mortale.

Un libro straordinario, brillante e al tempo stesso capace di creare una strana magica empatia con il lettore, tanto che saremo noi stessi Amèlie, saremo noi stessi a risolvere con arguzia e intelligenza un caso intricato che rivelerà come sempre la vera natura dell’uomo.

“SICE. Angeli caduti” di Fernando Santini, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

41KxBfimvEL

 

E’ molto difficile scrivere la recensione di angeli caduti.

Libro bellissimo ma tanto complicato, per le riflessioni che è riuscito a suscitare in me.

Santini come ho raccontato nelle altre recensioni, mette alla prova il lettore. Convinto di essere probo, di essere un onesto fino al punto di credere nella giustizia cosi tanto da battersi per lei.

Eppure quando ci sono certi delitti, certe azioni umane la nostra credibilità come aspiranti cittadini, ligi al dovere di proteggere quel patto sociale, le nostre convinzioni hanno due possibilità: o crollano o restano in piedi, seppur con qualche crepa.

Ed è in quel momento che noi possiamo davvero conoscere noi stessi e capire se ci crediamo davvero a cosa predichiamo o lo facciamo per il politicamente corretto.

Perché chi crede nella giustizia deve crederci fino in fondo, anche se la strada è lastricata di orrori, di sassi acuminati, di buche profonde nel quale cadere.

Nel momento in cui, quindi tale percorso è incidentato la tentazione di prendere scorciatoie è forte., tanto forte.

Ma significa abbandonare il concetto tanto amato di legalità e di giustizia. Perché è ovvio e cosi chiaro che non si può combattere l’oscurità se non co la luce.

Non certo con altro buio.

E io sono stra convinta di questa massima, tanto che nonostante viva in un paese che fa del compromesso la sua ragione di esistere, che spesso da schiaffi profondi alla dea giustizia tanto dal asciarla livida e lacera, oggi i dubbi assalgono anche me.

Non fraintendetemi.

Sono sempre sicura che il male non si sconfigge con il male.

Sono sempre convinta che bisogna resistere e non abbandonare mai le proprie convinzioni a favore della via più facile.

Ma.. Spesso la legalità o la legge è stata l’arma del è più forte.

Molte delle infrazioni punite non erano altro che spiragli di libertà da chiudere in gabbia.

Pensiamo al diritto di sciopero.

Per molti paesi esso è totalmente negato tanto che, il suo esercizio è un infrazione.

In altri non è consentito sposarsi, ne amare persone dell’altro sesso. In altri apuesi ancora il diritto alla libertà di espressione, la stampa e internet è assolutamente controllato e negato alla massa.

Insomma tante leggi non sono per nulla in linea con la giustizia, con l’equità e con la libertà.

Eppure lo stato a cui appartiene il cittadino obbliga e lo incita a assecondarlo, a credergli anche a costo della coscienza.

Quindi se vogliamo agire nella legalità non possiamo pensare che, quello che oggi è illegale, un domano invece potrà essere legale.

Uno scioglilingua?

Forse.

Ma è l’amara realtà.

Aborto, divorzio, diritto di voto non erano consentiti.

Ciò non significa che non fossero, però, giusti.

Ecco che bisognerebbe quindi comprendere il concetto di giustizia in un accezione più ampia e slegata dal concetto di stato sovrano.

La giustizia riguarderà, quindi non la morale ossia l’insieme di valori che fondano una comunità coesa, ma l’etica ossia un insieme di valori universali che trascendendo i tempi e lo stato.

E la polizia?

Essa appartiene al diritto dello stato di usare la coercizione qualora non vengano rispettate le leggi.

E si pone di fronte lo stesso dilemma: quali leggi sono giuste e create per garantire la cittadino una vita migliore e il pieno sviluppo della sua libertà e quali invece la ostacolano trattando appunto l’arbitrio come un pernicioso nemico da combattere?

La risposta può essere semplicemente che la persona ha il pieno diritto a svolgere la sua vita senza che qualcuno la ostacoli con i delitti.

In sostanza, nessuno può manipolare, uccidere, derubare l’altro perché sarebbe una privazione della sua autonomia.

E cosi la polizia e ogni agente che combatte il crimine risolve l’annoso problema etico morale con questa semplicità illuminante: l’apparato dello stato diventa cosi non coercitivo, non dittatoriale, non allineato con il potere ma posto a difesa della persona.

Anche se la conclusione non è sempre cosi facile da far combaciare con la realtà, diamola per buona.

Io credo alla polizia, ai carabinieri, ai vigili e ogni altro attore impegnato alla difesa dell’altro proprio perché posto a guardiano della mia di libertà.

Ed è qua che entra in gioco il problema scaturito dalla lettura del libro: se dentro questo settore che deve tutelarmi si annidasse corruzione e delinquenza?

Se invece di proteggere me l’apparato poliziesco proteggesse il delitto?

Di casi come questi ce ne sono, purtroppo, a iosa.

Distintivi che abusano dalla loro autorità.

Persone che per una mazzetta sprofondano nella corruzione.

Difensori non dei cittadini ma dei malvagi.

Allora se il marcio è causa della mia insicurezza, e dell’ingiustizia sociale, ARCO diviene quasi un’isola di speranza.

E se questo avviene è lo stato a perderci.

Consenso, autorevolezza, dignità, legittimità.

Nel momento che anche io dopo aver letto Angeli Caduti mi arrabbio e dico se non ci fosse stato ARCO forse l’orrore resterebbe impunito, allora il problema, la falla nel nostro sistema è cosi enorme che potrebbe crollare.

Tutto.

Allora sapere che il lupo cattivo non è quello che ringhia ma che ti sorride e comprendere che quel sorriso c’è anche chi dovrebbe proteggerti, rompe inesorabilmente qualcosa dentro di noi.

Resto ancora a tifare per il SICE.

Ma con una sorta di occhio verso l’altra faccia di una giustizia che forse giustizia non è.

Ma è la nostra ultima spiaggia.

Stavolta Santini ha fatto centro, un centro che mi ha forse per la prima volta, messa alla prova.

E lo ringrazio per questo, perché è quando dubitiamo che possiamo salvare dal disastro i nostri ideali.

“Il mistero dello stradivari scomparso. Le indagini di Maggie Scoop” di Millie Oliver, Segreti in giallo. A cura di Alessandra Micheli

www.mondadoristore

 

Crescere è una delle miglior avventure di questa strana vita.

Forse perché è eterna, una di quelle meraviglie che non finisce mai. Continuerà finché non avremo raggiunto la nostra vera essenza, o la verità che abbiamo perduto cadendo come angeli in questa dimensione. Secondo alcune religioni neanche dopo la nostra dipartita smetteremo mai di crescere, tanto da incarnarci continuamente per poter arrivare alla nostra meta.

Per questo finché esiste la volontà di conoscerci, di imparare a entrare nel profondo di noi stessi, la speranza non morirà mai.

Forse è per questo mio essere un po’ bambina che adori libri per ragazzi. Thriller o fantasy, o i rosa di harlequin mondadori o i gialli come i favolosi libri dei tre detective erano, sempre, libri di formazione.

In essi i protagonisti non cercano solo la risoluzione del loro dramma, amoroso o intrigato come la ricerca di una spiegazione.

Passo dopo passo loro cercano se stessi.

Cercano di esprimere cosa hanno dentro, cercano come nella storia di Vasilissa di dividere le lenticchie dalla fula e dai sassi.

Sembra assurdo ma senza capire cosa germoglia e cosa invece resta sempre simile a se stesso, la nostra vita non ha senso.

Ecco quindi Maggie, adorabile protagonista con la testa piena di sogni e le mani sporche di inchiostro.

Mi ricorda me da bimba, con quella voglia di raccontarlo il mondo attraverso la penna.

Al pari della mia Maggie io andavo a caccia di notizie, guardavo i TG e reinterpretavo le notizie grazie alle mie ricerche.

Quindi la sento vicina a me.

Anche se non ho la sua stressa eredità.

Però vedete, io comprendo la difficoltà di Maggie.

Ti trovi in un mondo standardizzato, in cui sembri costretto a seguire un percorso prestabilito.

Persino gli ostacoli sembrano non messi lì a caso.

Il problema è che le anime curiose vogliono vedere cosa si cela oltre quelle linea prestabilite, oltre i cliché, oltre il limite imposto dall’alto.

E così Maggie nella sua vecchia scuola no, non può trovarsi bene.

Lei è la diversa, la sognatrice, quella che magari passa ore a fissare il vuoto immaginando grandi imprese.

E sarà solo il cambiamento, con tutti i suoi orrori, che le permetterà finalmente di esprimere se stessa.

Con uno dei più intricati casi, i suoi esordi.

E la paura allora svanisce.

Non solo perché la passione prende il sopravvento e finalmente, libera di percorrere il suo di sentiero, diventa sempre più Maggie e meno personaggio.

Perché, specie da ragazzi, è davvero difficile staccarsi dai pregiudizi e dalle maschere.

Ma se iniziamo a combattere per noi stessi da ragazzi, allora sembrerà ogni volta un po’ più facile.

E cosa pazzesca, quando Maggie diventa Maggie, trova anche amici.

Non solo compagni di avventure ma persone che guardano dentro i suoi occhi e ci si specchiano, fino a definirla e definirsi.

In fondo a che serve l’incontro con l’altro se non a nominarci e donarci ciò che davvero serve? La sicurezza e una certa benevolenza verso noi stessi così imperfetti, fino a…amarsi.

E Maggie alla fine della storia si ama.

Si ama parecchio.

E noi assieme a lei non amiamo solo questo personaggio.

Ma un pochino anche quella Maggie dentro tutto noi.

Quella che magari abbiamo paura di mostrare.

Io oggi sono fiera di essere una nerd intellettuale che la tempo stesso vive fuori da questo mondo.

Eppure lo ama.

Cosi come in fondo lo ama Maggie.

E un po’ dei suoi occhi sgranati sul mondo, vorrei averli.

Tanto che qualcosa da lei rubo.

E lo conservo dentro di me, nonostante i miei anta, come il dono più prezioso che ho ricevuto in questi anni di fervide letture.

“Scarti” di Aleida Blue, Segreti in Giallo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

unnamed (2)

 

Anche con questo libro Segreti in giallo ha fatto centro.

Non si tratta solo di un giallo a sfondo finanziario, uno dei miei preferiti tra parentesi, ma anche un acuta e serafica critica sociale.

Il mondo è quello meravigliosamente brillante e patinato della moda. Moda di alto livello, moda innovativa che fonde l’amore per il lusso, tanto decantato da Coco Chanel con il rispetto per l’ambiente.

Un sogno per ogni fashion style.

In questo mondo fatto però di intrighi e di sgambetti, di corsa sfrenata verso il successo, l’apparenza diviene il mezzo con cui occultare vizi e inconfessati odi.

La protagonista è animata dalla volontà di farsi strada in questo mondo con la sola arma della professionalità.

Crede davvero nel marchio che porta avanti e nelle ferree regole, etiche, che sostengono questa grande azienda Nari.

Un lusso che cerca di coniugare una certa attenzione non solo alla qualità ma anche a come esercitare il potere economico.

Prosperare dunque, ma senza distruggere.

O almeno è questo il sogno del suo fondatore.

Che ben presto si accorge che i sogni a volte o quasi sempre, si scontrano con una realtà molto meno elegante, disgustosamente fissata sull’arrivismo sfrenato senza meritocrazia.

Il suo successo, infatti, non stimola una sana concorrenza.

Anzi.

Alimenta la voglia di scavalcare la lunga strada fatta di insuccessi e di insegnamenti prendendo la solita, trita e ritrita scorciatoia economica: il mercato nero.

Ecco che scarti diviene non solo un thriller con tanto di morto, di segreto scabroso, anzi di segreti scabrosi, ma soprattutto un modo per individuare i veri scarti della società.

Non solo i rimasugli della produzione di innovativo pellame.

Non sono quelli gli scarti interessanti.

Sono le persone che nascondendosi dietro la maschera del perbenismo e della rispettabilità sociale, vivono un mondo sotterraneo molto meno nobile di quanto ci si aspetti dalla èlite imprenditoriale.

Tradimenti, voyeurismo, menzogne, scorciatoie fino all’inevitabile mezzo con cui giungere alla conquista del potere economico illimitato: l’omicidio.

Le persone lasceranno la patina dorata per rivelarsi dei veri dissidenti, diversi a quelli a cui siamo oramai abituati in tanti, troppi libri.

Di solito il deviante è l’appartenenza alla categoria meno fortunata della società. Colui che vivendo di espedienti cerca di ritagliarsi con la violenza e perché no la trasgressione, un posto in un modo di vincenti, di lavoratori rispettabili, di probi cittadini ligi alle regole.

E’ il killer disperato logorato dalla malattia mentale, la prostituta che per sua stessa scelta lavorativa va incontro al mostro, lo spacciatore che scrive con il sangue di altri la propria condanna.

Ci aspettiamo che in questi “bassifondi” si nascondano quelli che noi stessi definiamo scarti. Ma in un ambiente elegante, glamuor, ricco e dorato, il benessere si accosta alla parola legalità.

Troppo spesso per i miei gusti. Ma è anche e sopratutto nella ricchezza e nell’ebbrezza di potere che essa riesce a comunicare che si celano i veri scarti.

Gente senza scrupoli drogata di potere, ossessionata dal successo, decisa a ogni costo a lcurare a costo persino del sogno del fondatore.

E cosi viaggiano parallele due storie quella di una volontà positiva di far valere i propri talenti e una che a quei talenti non può e non vuole credere.

Perché il talento è una strada in salita, faticosa e altrettanto ricca di insegnamenti.

La scorciatoia è immediata, è senza rischi.

Apparentemente.

Perché quando si sceglia la via breve la vita torna sempre a presentare un conto salato.

Molto salato.

Un libro dai toni forti e al tempo stesso scorrevole e leggiadro, capace di emozionare e creare la giusta necessaria empatia tra il personaggio e il lettore.

Davvero da leggere, assolutamente.