“Fughe e ritorni” di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati, Scatole parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre scrivo questa recensione, ho nelle cuffie la musica di Lucio Battisti.

E una canzone in particolare, forse meno blasonata, meno conosciuta ma che mi ha sempre procurato i brividi.

Anche per te

vorrei morire e io morir non so

anche per te

darei qualcosa che non ho.

E perché la rapporto a questo libro?

Perché un libro dovrebbe dare al lettore ciò che non ha.

O che questa società distratta tenta di toglierci.

E non penso solo alla fantasia, all’immaginazione ingabbiata dai sociale e dalle fretta.

Penso alla coscienza, alla consapevolezza e agli ideali.

Perché se non ci accorgiamo che, anche il mondo più incantato nasconde un po’ anzi molto marcio sotto il tappeto e se non impariamo a ascoltare e osservare, allora perdonatemi il termine siamo fottuti.

E penso che lo siamo davvero.

Cosi un libro dovrebbe morire per te lettore, affinché possa rinascere nella tua mente sotto forma di ideale.

Cosi come un bruco muore per rinascere farfalla.

Non a caso il mio adorato Vecchioni, paragona le idee a mille farfalle colorate che non intendono smettere di muovere le ali.

A cui le ali non vengono affatto strappate.

Fughe e ritorni è un adorabile giallo.

Piacevole e scorrevole.

Per tutti e per chi ama una Miss Marple svampita e intelligente, alla faccia dello stereotipo che vuole le vecchine adorabili dispensatrici di torte e di ricami.

Che palle insomma.

No.

Onorina è arguta, è sopratutto curiosa e sa osservare.

Non vedere.

Quello lo sappiamo fare tutti.

Ma entrare come una lama nell’interno del involucro che nasconde l’essenza delle cose.

Sopratutto, e qua parlo ai lettori più smaliziati, la sciura Marple conosce la vita.

Non quella tutti cuori fori e origami.

Quella che scorre tra gli angoli, dove in genere, convinti di non essere visti, i benpensanti nascondo la loro sporcizia.

Perché l’apparenza in un piccolo paese, in un quartiere, in un élite societaria è tutto.

Cosi un furto, o un suicidio nascondo molto di più del colpevole: nascondo il nostro vero volto.

Quello che si bea della sopraffazione e della perversione.

Quello che protegge i vizi e mia le virtù.

Quello intransigente, quella che fallisce ogni volta la sua prova con dio.

E forse la fallisce con se stesso.

Ecco che fughe e ritorni acquista una connotazione dolceamara nelle riflessioni sagge e forse ferite, di una donna che non ha paura di osservare la sua realtà.

Anche se questo significa togliersi gli occhialoni rosa a forma di cuori e iniziare a odorare il nauseabondo odore della colpa.

Perché Odorina la vita la ama.

E solo chi ama davvero la vita, non si fa fregare dalle lusinghe di quel potere tentacolare che tenta di chiuderci gli occhi.

E non lo fa con violenza ma con un ipnotica ninnananna, attutendo il dolore e dando a chi brama scappatoie per non vedersi mai davvero allo specchio.

Beneficenza per nascondere il vizio.

Coscienza di classe per non vedere dove il baratro ci chiama.

Pettegolezzi per non parlare mai davvero con la propria coscienza.

Ecco questo libro da a voi qualcosa che non avete: occhi aperti sul mondo.

E il coraggio di farsi infettare ma di prendere antibiotici in modo da esserne immuni dal male.

Perché chi vi dice di no, vi sta uccidendo dentro.

Brave le autrici, perché oltre che a un giallo, a una detective sotires in grado di far viaggiare la mente, sanno anche usare le spine delle rose e pungervi, fino a far si che quel sangue che inizia a scorrere formi il vostro personale scudo contro la banalità del male.

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“Senza far rumore” di Riccardo Castiglione, La Ponga edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Tutti vogliamo attraversare la vita con passo rumoroso.

Vorremmo lasciare un segno, sogniamo grandi slanci.

Ma alla fine tutto il nostro mondo mentale così agile, così ricco, non si manifesta nella nostra realtà di ogni giorno.

E passiamo attraverso questa nostra esistenza senza far rumore.

Troppo presi delle nostre paure, delle nostre frustrazioni, da quei problemi che lungi dallo spronarci, divengono massi enormi che ostacolano il cammino. Sollevarli non è facile, non è da tutti.

Molto meglio rifugiarsi in un mondo di sogno, fino a diventare cosi evanescenti, fantasmi così lievi, così invisibili.

La vita del protagonista, il buon Antonio, è semplicemente una vita scolorita.

Lui cammina, si muove, sogna, legge, ma non esiste.

In realtà, prima del dramma finale non esiste quasi nessuno dei protagonisti. Troppo chiusi in sé, nelle insoddisfazioni, in nodi irrisolti per poter solamente pensare una vita diversa da quella di comparsa.

Mai protagonisti.

Se è vero che spesso la vita vera si realizza negli angoli del mondo, dell’esistenza quotidiana, si sviluppa nelle periferie, in questo caso è una non vita.

Non esistono angoli ma semplici nascondigli sotterranei.

Lì in quella coltre di neve, congelati in un attimo, che non vuole vedersi fuggire, in un sogno, che per paura di esser perso, si cristallizza.

In questo caso i libri, i veri protagonisti del meraviglioso testo di Castiglione, sono solo voci lontane, non più rappresentazioni delle infinite possibilità umane.

Non sono solo immagini lontane e quasi invidiate di grandi gesta, di dolori indicibili, di colori brillanti anche quando essi hanno l’odore ferroso del sangue. Per pagine e pagine, con una strana malia si atrofizza il senso del movimento. Eppure è un qualcosa che rassicura e conquista, seducendo il lettore.

La noia, la ripetizione quotidiana di gesti rassicuranti ha lo stesso sapore antico del ventre materno, lì dove eravamo possibilità e mai azione concreta.

Nascere in fondo è questo: affrontare la sfida della perdita, del male.

Rischiare la morte dell’anima con il dolore che ferisce, ma con la consapevolezza che poi la ferita diviene semplice cicatrice che provoca l’orgoglio del sopravvissuto.

Di chi è passato indenne tra le tempeste della vita.

In un primo tempo non si può non essere ammaliati dalla noia.

E la sensazione di sicurezza, di protezione, lontano dal male, dall’orrore, dalla sofferenza.

Un bozzolo fatto di apparente serenità.

Eppure qualcosa non quadra.

Siamo persone e una parte beffarda di noi pungola.

Stuzzica, si ribella.

E l’inquietudine serpeggia.

Perché vedete per quanto la sicurezza e l’ordine ci possano sembrare un miraggio, senza cadere, senza disordine senza caos, non li si apprezza.

L’uomo deve poter osare, deve poter per un giorno solo, per un attimo sentirsi aquila.

E rischiare.

Senza il rischio la vita non è vita.

Non è esistenza.

Non siamo uomini né persone.

Siamo solo prototipi di idee.

Apparenza, ombre.

Ecco che d’improvviso Castiglione fa precipitare la rassicurante quotidianità nell’abisso.

E l’abisso ci seduce a sua volta, rendendo incomprensibile il nostro passare senza far rumore.

Fatelo il rumore.

Urlate, osate, combattete.

Fatevi male.

Vivete.

Perché soltanto con il coraggio della responsabilità, il coraggio che deriva dal movimento inizia la vita.

La vita inizia con un urlo di rabbia o di dolore.

Un vagito che fa rumore.

Noi iniziamo davvero a essere nel rischio costante che il percorso umano porta con sé.

Diventiamo uomini o donne solo quando l’abisso ci sorride.

E noi sorridiamo a lui.

Sapendo che solo incontrandolo, sfiorandolo, e facendoci preda, potremmo davvero scegliere di combatterlo.

Senza male, senza la scelta di dire no, noi no, siamo che pallide imitazioni di esseri viventi.

Respiriamo.

Ma non viviamo.

Ecco che la storia con la sua carica distruttiva dona qualcosa che non avremmo mai avuto nel nostro tram tram quotidiano: la sensazione che, stavolta, il passo pesante con cui calpesteremo questo sentiero momentaneo, quell’impronta la lascerà.

Stavolta davvero e per sempre.

Accattivante seducente, e poetico, un libro capolavoro che non si dimentica facilmente.

Ma che resta impresso a fuoco dentro di noi.

Tutti vogliamo attraversare la vita con passo rumoroso.

Vorremmo lasciare un segno, sogniamo grandi slanci.

Ma alla fine tutto il nostro mondo mentale cosi agile, cosi ricco, non si manifesta nella nostra realtà di ogni giorno.

E passiamo attraverso questa nostra esistenza senza far rumore.

Troppo presi delle nostre paure, delle nostre frustrazioni, da quei problemi che lungi dallo spronarci, divengono massi enormi che ostacolano il cammino. Sollevarli non è facile, non è da tutti.

Molto meglio rifugiarsi in un mondo di sogno, fino a diventare cosi evanescenti, fantasmi cosi lievi, cosi invisibili.

La vita del protagonista il buon Antonio è semplicemente una vita scolorita.

Lui cammina, si muove, sogna, legge, ma non esiste.

In realtà, prima del dramma finale non esiste quasi nessuno dei protagonisti. Troppo chiusi in se, nelle insoddisfazioni, in nodi irrisolti per poter solamente pensare una vita diversa da quella di comparsa.

Mai protagonisti.

Se è vero che spesso la vita vera si realizza negli angoli del mondo, dell’esistenza quotidiana, si sviluppa nelle periferie, in questo caso è una non vita.

Non esistono angoli ma semplici nascondigli sotterranei.

Li in quella coltre di neve, congelati in un attimo che non vuole vedersi fuggire, in un sogno che per paura di esser perso si cristallizza.

In questo caso i libri, i veri protagonisti del meraviglioso testo di Castiglione, sono solo voci lontane, non più rappresentazioni delle infinite possibilità umane.

Non sono solo immagini lontane e quasi invidiate di grandi gesta, di dolori indicibili, di colori brillanti anche quando essi hanno l’odore ferroso del sangue. Per pagine e pagine, con una strana malia si atrofizza il senso del movimento. Eppure è un qualcosa che rassicura e conquista, seducendo il lettore.

La noia, la ripetizione quotidiana di gesti rassicuranti ha lo stesso sapore antico del ventre materno, li dove eravamo possibilità e mai azione concreta.

Nascere in fondo è questo: affrontare la sfida della perdita, del male.

Rischiare la morte dell’anima con il dolore che ferisce, ma con la consapevolezza che poi la ferita diviene semplice cicatrice che provoca l’orgoglio del sopravvissuto.

Di chi è passato indenne tra le tempeste della vita.

In un primo tempo, non si può non essere ammaliati dalla noia.

E la sensazione di sicurezza, di protezione, lontano dal male, dall’orrore, dalla sofferenza.

Un bozzolo fatto di apparente serenità.

Eppure qualcosa non quadra.

Siamo persone e una parte beffarda di noi pungola.

Stuzzica, si ribella.

E l’inquietudine serpeggia.

Perché vedete per quanto la sicurezza e l’ordine ci possa sembrare un miraggio, senza cadere, senza disordine senza caos non la si apprezza.

L’uomo deve poter osare, deve poter per un giorno solo, per un attimo sentirsi aquila.

E rischiare.

Senza il rischio la vita non è vita.

Non è esistenza.

Non siamo uomini né persone.

Siamo solo prototipi di idee.

Apparenza, ombre.

Ecco che d’improvviso Castiglione fa precipitare la rassicurante quotidianità nell’abisso.

E l’abisso ci seduce a sua volta, rendendo incomprensibile il nostro passare senza far rumore.

Fatelo il rumore.

Urlate, osate, combattete.

Fatevi male.

Vivete.

Perché soltanto con il coraggio della responsabilità, il coraggio che deriva dal movimento inizia la vita.

La vita inizia con un urlo di rabbia o di dolore.

Un vagito che fa rumore.

Noi iniziamo davvero a essere nel rischio costante che il percorso umano porta con se.

Diventiamo uomini o donne solo quando l’abisso ci sorride.

E noi sorridiamo a lui.

Sapendo che solo incontrandolo, sfiorandolo, e facendoci preda, potremmo davvero scegliere di combatterlo.

Senza male, senza la scelta di dire no, noi no, siamo che pallide imitazioni di esseri viventi.

Respiriamo.

Ma non viviamo.

Ecco che la storia con la sua carica distruttiva dona qualcosa che non avremmo mai avuto nel nostro tram tram quotidiano: la sensazione che, stavolta, il passo pesante con cui calpesteremo questo sentiero momentaneo, quell’impronta la lascerà.

Stavolta davvero e per sempre.

Accattivante seducente, e poetico, un libro capolavoro che non si dimentica facilmente.

Ma che resta impresso a fuoco dentro di noi.

“collezione privata” di Antonio Villani, Scatole parlanti edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Eccomi qua di nuovo.

Si sono io Alessandra, che umilmente si fregia del termine pomposo di blogger.

Eppure, sono solo una signora in stile arsenico e vecchi merletti, con tanti ideali tra le mani, alcuni accucciati come gatti accanto ai miei piedi, che ancora oggi fanno le fusa.

Come a ricordare a se stessi di essere ancora vivi.

Sparsi ho i libri.

Quei compagni di mille pindarici voli di fantasia, altri con le voci tonanti dei filosofi che hanno forgiato la mia coscienza e il senso civile. Parole, che oggi hanno un suono orrendamente antico, come oggetti passati fuori moda.

E sono qua, a sorridere amaramente mentre il mondo in cui credevo sta cadendo pezzo per pezzo.

No, non parlo del mondo reale, quello lo mantenete sempre vivo con il perbenismo e i valori assunti a egemonia culturale.

Parlo del mondo che avrei voluto lasciare in dono ai giovani, quelli che oggi si annichiliscono con i social, con le foto in cui immortalano una felicità che cercano all’esterno.

Ma io, nonostante la decadenza delle idee, badate bene idee e non ideologie, sono qua imperterrita a raccontarvi storie.

Non sono storie mie ma divengono mie ogni volta che leggo e che le amo.

E allora ci provo anche oggi a raccontarvi del mio novo amico, seduto vicino a me intento a sorbire un buon te con adorabili biscottini.

Vi presento Saverio Pontecorvo, che oggi ha preso la poltrona riservata a un altro mio amico, che immusonito per essere stato spodestato se ne sta in un angolo a fare l’offeso.

Mi spiace Hercule Poirot.

Per quanto io ti ho adorato, ho sempre ritenuto che il tuo borioso acume fosse sorpassato per questi nostri tempi.

Non fraintendermi.

Ho ammirato e ammiro la tua tenacia, anche quel tuo quasi odio per la società banale che in barba alla meraviglia ficca la testa nella sabbia.

Ma vedi, oggi abbiamo i reality show e tanti programmi in cui al pari tuo, i boriosi ci danno lezioni di vivere.

Di etica.

Tutto mentre rovistano nell’immondizia ovvio.

E cosi credo che l’essere eccessivamente sicuri di se, convinti delle proprie teorie, idee e persino dei propri talenti, sia un po’ il male del nostro oggi.

Tu eri un ribelle al tempo di Agatha.

Una spanna sopra l’uomo qualunque, che tanto ci piaceva.

Oggi però ha vinto Nitzsche.

E sono tutti superuomini e si riempono la bocca di terminologia colte, di acute osservazioni sul mondo e sulla necessità di primeggiare.

Per me restano cazzate.

Ma per il resto della società sono acute verità populiste.

Che sanno di fregatura lontano un miglio per me cinica, vecchia signora. E sai qua l’è il vero unico rimedio?

L’ironia.

Ecco perché oggi è Pontecorvo a sedersi sulla poltrona preferita, quella stile luigi XIV per intenderci, quella riservata alle grandi personalità. Pontecorvo ti assomiglia per acume e irriverenza.

Per lo sprezzo delle convezioni e dell’autorità.

Ma ti batte, o se ti batte, per un certo modo di vedere la vita, sarcastico, ironico, devastante.

Con le sue battute taglienti che non fanno altro che farci ridere delle caricature e delle stolte idee che oggi attanagliano i giovani.

Pensiamo ai populismi.

Si sono fissata con questa distorsione.

Perché non è altro che una brillante catena che ingabbia la nostra intelligenza.

Magari infarcita di diamanti.

Ma sempre catena è.

Eppure, quando ci dicono come siamo meravigliosi, come abbiamo tutti i diritti di dominare, sembra tanto il contentino che mi dava mia nonna, per non sentire le mie noiose lamentele.

Un po’ come dire si bella di nonna, hai ragione ma non rompere i coglioni.

Ecco cosi fanno con voi.

Pontecrovo lo sa.

Vede la patetica danza dei burattini, felici di imitare le mosse del leader di turno ( tipo il balli di gruppo ai matrimoni) che in beffa degli ideali si fa grasse risate nei nostri confronti.

Chi tuona di più senza avere la minima idea di cosa dire.

Basta urlare al lupo al lupo, per distogliere la vigile attenzione della mente in modo che, quando verrà il vero predatore, ci troverà addormentati e istupiditi.

Magari staremo a vedere la partita, o la lite a Montecitorio.

Ecco il dramma.

Rendere anche queste idee degne di entrare nella rosa dei pericolosi ideologismi.

E non vederle mai per quelle che sono.

Cazzate signori miei.

Patetici tentativi per sentirci migliori, verso cosa non si sa.

Perché per farlo tolgono l’altra parte, quella con cui confrontarci, non ritenendola assolutamente degna di un rapporto dialettico.

E’ l’oscuro nemico, il lupo di cappuccetto rosso, la strega di Biancaneve che ci segue con quella mela nel bosco.

Pontecorvo non le prende neanche sul serio.

Le detesta come le detesto io perché veneriamo la scienza e la logica.

E non riusciamo a capire neanche come è possibile dare loro peso.

Perché anche a contrastarle a diffonderle ci si sente dei deficienti. Complotti e corruzione divengono arcani inghippi da temere.

E signori miei spiegateci cosa c’è di misterioso e suadente nelle idee di complotto?

L’uomo lo fa da sempre.

Non è sto granché da temere.

E’ solo il mezzo dei poveri per sentire di contare qualcosa.

O di farsi un lussuoso hotel in centro.

Avete presente quando in una comitiva, si formano i gruppetti di dileggio per la bellona del gruppo?

È un complotto.

Misero e infimo.

Avete presente quando per non invitare il barzellettiere sfigato si va a organizzare la pizza nei bagni del bar ammuffito?

È un complotto.

E sapete cosa significa complotto?

Folla, riunione di persone.

Intrighi rivolti a terzi.

Ve lo siete mai chiesto perché nei TG sto complotto, cosa purtroppo banale per ogni essere umano che non ha masi imparato a volare, faccia tanto terrore, quando è cosa di sempre?

Perchè vi manipolano.

Trovano il nemico e ve lo presentano come Satana.

Satana ha già chiamato i suoi avvocati per eccesso di nomea.

Vorrebbe i diritti di autore pagati.

Ecco che dietro l’intrigo, il segreto da svelare Ponterocrvo non fa altro che evidenziare la nostra stupidità.

Non rendendo i vaneggiamenti degni di essere accettate come idee.

Ma rendendoli evidenti per cosa sono: farneticazioni.

Non ci si arrabbia.

Magari si intristisce per la stupidità dell’altro.

Magari si consiglia un bravo psichiatra.

O una tisana calmante.

Ma le dileggia, le distrugge con la migliore arma a nostra disposizione: l’ironia.

Allora cos’è direte voi, collezione privata?

Un thriller o un romanzo di denuncia?

Tutti e due.

Ecco perché lo amo.

E’ il romanzo di un uomo o di un ragazzo, che si è stufato di voi e della vostra ottusità e crea chi, con quella scanzonata modalità lessicale, immensamente colta, vi smonta ogni scusa, vi distrugge ogni muro, smentisce ogni falsità.

E lo fa mentre con la logica mette ordine in una situazione ingarbugliata, creata ad hoc da chi usa le fantasie per sentirsi potente, per sentirsi importante, per contare qualcosa.

Come se essere umano non fosse abbastanza.

E non è mai abbastanza.

Come se il solo fatto di vivere, e pensare, non fosse abbastanza.

E inframmezza questo splendore narrativo anche con accenni colti, sperando che nominando Locke accanto a proprietà privata, o ragione accanto a Spinoza e Feuerbach, foste spinti a cercare e scoprire le radici, non solo della cultura ma anche di parole usate a casaccio e storpiate. Perché è con la cultura e l’ironia che si creano gli anticorpi contro le aberrazioni del pensiero.

Io e Saverio vi aspettiamo.

Unitevi a voi nella risata in grado di distruggere questo ridicolo mondo. Perché è la risata la vera arma di un popolo.

“La nuova inquisizione” di Carlo Legalupi, Alter Ego editore. A cura di Alessandra Micheli

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La meraviglia della narrazione di Carlo Legalupi si ritrova nella sua capacità di creare inquietudine persino orrore, senza eccedere in particolari eccessivamente truculenti.

Il suo è un thriller di classe, arricchito da uno stile raffinato, scorrevole, capace di provocare il giusto pathos nel lettore e pieno zeppo di colpi di scena.

Ma, ovviamente, per chi mi conosce, sa benissimo che non sono questi gli elementi che mi convincono in un romanzo.

Di testi scritti bene, organici e coerenti ne passiamo trovare a iosa.

Di racconti che elegantemente rendono omaggio al nostro meraviglioso idioma per fortuna abbondano nelle librerie.

Il problema lo si ritrova quando chi come me, eterno idealista, tenta di ritrovare nascosto nelle parole quel senso etico, di responsabilità civile che è oggi, il vero e unico obiettivo di un romanzo.

Come ha scritto in una prefazione Erri de Luca

Oggi un libro può fare la funzione della torre: trasmettere il grido, suscitare volontà di difesa e forza di riscatto. Come si legge in una delle pagine: quell’area maledetta un giorno sarà trasformata in parco giochi. Non ho misurato la temperatura corporea, prima di leggere. Al termine so lo stesso ch’è aumentata, segno che l’organismo ha alzato le sue difese e ha deciso di battersi.

Erri De Luca

Dovrebbe fare questo ogni addetto all’editoria, curare il significato prima che la forma.

Perché se la forma si può sempre migliorare, il contenuto dipende dalla nostra educazione e dalla nostra coscienza.

E se esso manca, allora le domande che ne scaturiscono possono avere risposte devastanti.

Per fortuna, il mio buon Carlo (dico mio perché è un autore che intendo curare e raccontare nel mio blog) diviene la favolosa eccezione che smentisce la regola e possiamo indagare, oltre alla forma a cui mi inchino, l’universo incantato dell’etica.

Perché ogni azione, ogni rocambolesca avventura serve da corollario e da contorno al vero motivo che regge il libro, il suo perno, la sua pietra d’angolo: scagliarsi contro il fanatismo religioso e ideologico.

Per loro il Sabato è più importante dell’uomo.

Loro sono i Farisei che vendono le vite in cambio di denaro. Loro sono ii rapaci che distruggono il gregge.

Perché la nuova inquisizione, seppur romanzata, seppur frutto di fantasie ha un substrato reale in questo mondo allo sbando, pericoloso e terrificante.

L’ideologia esiste.

E crea mostruosità.

L’ideologa è l’ultima spiaggia per i disperati, per quelli a cui bussa alla portala frustrazione di sogni spezzati e ambizione insoddisfatta.

Quando la nostra unica ambizione dovrebbe essere soltanto quella di vivere.

Quella di costruire quel mondo che è custodito nell’iperuranio di stampo platoniano.

Oggi i talk show pieni di saggi consigli in cui autorevoli psichiatri o life coach che dispensano perle di saggezza su come autorealizzarsi.

E mentre loro tuonano dalle TV nel mondo vero, reale scoppiano bombe o litigano per il dominio di quel dio o dell’altro.

Lottano per la supremazia di qualcosa che dovrebbe essere esiliato dalle faccende umane.

Troppo immerso enormità di una vita che non può assolutamente dividersi in pezzi se desidera sopravvivere.

Se davvero un dio esiste, se davvero il mondo è stato creato da un entità distante e bastante a se stessa, sicuramente non appoggerebbe mai le nostre cazzate.

Fatte solo per emergere dal fango vischioso in cui noi stessi siamo precipitati.

In cui noi vogliamo sostare e accontentarci di osservarle da lontano le stelle.

Invece di raggiungerle.

Il fanatismo, l’ideologia esacerbata sono solo i muri con cui nascondiamo noi stessi e il nostro fallimento societario e mondiale.

Fidatevi, a Dio, Allah, Jahvè, Elohim, Bharma non frega nulla della vostra assurda venerazione.

Non se essa disgrega in modo definitivo lo sforzo creativo della loro eccelsa mente.

E Carlo lo comprende e ci dona un significato capace di risvegliare quelle menti manipolate da un Re assiso sul trono che ride beffardo nel sangue versato per glorificarlo.

Mentre il fucile urla fuoco tutto il giorno

volano avvoltoi nel cielo blu attorno,

avanza il battaglione, brilla il ferro e l’ottone,

e cadono sull’erba mille bravi cittadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

Mentre il cannone lancia lampi nel cielo,

rullano tamburi incalzano zampogne,

insieme nella polvere, sangue e sudore,

e cadono sull’erba mille bravi contadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

C’è un re, c’è un re

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa l’ultimo dono.

Nomadi

“La baia” di Kate Rhodes, La corte Editore. A cura di Alessandra Micheli

la baia

 

 

Ogni volta che leggo un libro edito dalla corte editore è un vero disastro. Sono cosi belli, cosi perfetti sia a livello di intreccio narrativo che di stile, che poi leggere altro è impossibile.

Per almeno qualche giorno si lasciano decantare le emozioni provate, si rivivono mentalmente i passaggi più avvincenti o emozionanti e si rileggono le parti sottolineate come se si fosse in preda di un incantesimo ossessivo.

E sono convinta che, i loro autori siano dei maghi.

Degli apprendisti stregoni capaci con un semplice gesto,quello dello scrivere di creare scenari di incanto.

Nonostante siano i thriller i miei preferiti, o i romanzi gotici, non posso non asserire quanto essi siano dotati di una loro poetica malia.

Saranno le descrizioni, sarà quel ritmo lento che non annoiata ma intesse pagina per pagina una sedizione che entra fin dentro il sangue e le ossa.

Sarà quel flusso di fantasia immaginativa, di falsificazione del reale pur parlando del reale che scorre libera e quasi naturale come acqua che sgorga dalla fonte.

Avete mai visto quel fenomeno?

E’ una scena di rara bellezza: dalla sorgente spesso sotterranea si iniziano a diramare bollicine che rendono la superficie acquea per nulla monotona ma in un movimento circolare che si allarga sempre di più, ipnotizzando il visitatore che intuisce soltanto quella forza ribollente sotto l’apparente tranquillità di quel fluido cosi prezioso per noi.

E’ cosi che posso iniziare il racconto della Baia.

Uno scenario paradisiaco, quasi irreale si staglia ai nostri occhi sognanti. Ma sotto la superficie di un colore quasi petrolio, tanto è profonda la radice del mare, si intuiscono mille piccole bollicine che ci fanno intuire la forza ctonia di un qualcosa che deve essere celato, una forza che è stata nascosta ma che all’improvviso si risveglia.

E inizia a far tremare le fondamenta delle nostre assurde convinzioni: che il male sia identificabile, circoscrivibile e sopratutto prevedibile.

Per noi il killer ha sempre un preciso identikit, ha precisi segnali e per noi diviene quasi tranquillizzante sapere che la scienza, la criminologia può darci le coordinate per evitarlo o stanarlo.

Ma non è cosi.

Il male è una creatura fatta di ombra, multiforme che si nutre piano piano di emozioni umane fino a renderle contagiate con la sua oscurità. Sono dai gesti sempre più caotici, sempre più violenti che si diventa crudeli, come se il fatto stesso di assaggiare la crudeltà ci rende pericolosamente vicini a osservare con interesse e attrazione l’abisso. Nella Baia sono tutti partecipi di un contagio oserei dire primordiale, che trova la sua origine nella volontà di costruire comunità omogenee bastanti a se stesse, capaci di ristabilire quella solidarietà contadina infranta dal vivere moderno.

Ecco perché le piccole località, strette una attorno all’altra, cosi come sono spesso strette le case in un vicolo di un paesino di montagna, sono spesso il terreno più facile su cui il male ama prosperare.

La volontà di fare la differenza, la voglia di opporsi a una modernità che seppur ci garantisce sempre più comunicazione ci rende, però, terribilmente soli è il più pericoloso alleato della violenza.

Perché ogni impulso oscuro viene non conosciuto e liberato dalle sue scorie, ma allontanato come la minaccia più aggressiva per quella parvenza di paradiso che sono le comunità chiuse.

Isolate e arroccate sulla difesa del proprio status quò.

O della propria zona di comfort.

Le isole Scilly, in particolare Bryher protagoniste di questo dramma rappresentano perfettamente il tipico paesino che isola il male relegandole nelle caverne più oscure dell’io.

E questo significa seppellire i propri segreti più inconfessabili sotto la patina del perbenismo.

La comunità deve sopravvivere e per farlo deve allontanare ogni tentazione mondana.

Ma la stessa è connaturata a una strana esigenza umana capace di nutrirsi di rabbia e bestialità.

Del resto il proverbio indiano dice che in noi convivono due lupi, uno rabbioso e uno pacifico.

Dipende a chi si dona più nutrimento.

E spesso, per una sorta di strano congegno mentale si nutre la parte rabbiosa, forse perché meno ignota di quella che decide di cambiare totalmente prospettiva.

Rabbia per il tempo che passa.

Per i sogni traditi, per la gioventù che fugge senza che le nostre aspettative siano dissetate.

Chi, dunque può portare ordine nel caos brutale che diviene, per un efferato delitto quella bella baia assolata e baciata dal mare?

Solo chi nell’abisso è disceso.

E come un novello Orfeo non si è lasciato sedurre dalla voce che lo invita a voltarsi indietro.

E’ chi fa parte di quella mentalità e di quella comunità ma al tempo stesso ha deciso che il mondo è più ampio per poter essere contenuto in un pezzo di terra.

Eppure, nonostante la brama di conoscenza porta nel suo DNA la natura selvaggia di chi ha dovuto lottare e lotta ogni giorno contro le intemperie, il mare che è spesso un pessimo compagno, che ribolle di rabbia, sotto la placidità dei suoi colori sfumati.

Chi conosce il peso dei fallimenti e si nutre di senso di colpa.

E solo grazie alla verità scoperta, redime se stesso.

Ben trova la sua strada tra le ombre del suo dolore dei rimpianti grazie alla volontà di proteggere il suo posto del cuore dalla barbarie della negazione.

E’ dalla volontà di non vedere, di continuare a illudersi che l’ingiustizia naviga solo nelle grandi città, nella fantasia di poter creare un posto privo di ogni pericolo che esso il male può prosperare ridente, nutrendosi di quella volontà di seppellire le parti scabrose sotto un tappeto.

Solo la verità rivelando segreti e cadute, togliendo la maschera a ogni protagonista, potrà redimere l’isola assicurare la giustizia.

Una giustizia a metà, perché a uscirne sconfitto è il progetto di creare una zona idilliaca, priva di ogni malignità.

Un libro stupendo da divorare tutto di un fiato e bersi di ogni emozione che riesce a suscitare.

Cosa dire ancora per convincervi a leggerlo?

“Ombre di vetro. Bologna non muore mai” di Fabio Mundadori Damster editrice. A cura di Francesca Giovannetti

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Qualcosa di regalato. Qualcosa di smarrito. Qualcosa che non verrà mai restituito”

Da qui inizia il tutto.

La ricerca di un sadico serial killer, ricomparso dopo 30 anni, conduce l’ispettore Naldi in uno spaventoso viaggio nel tempo.

Sospeso fra l’indagine passata e quella presente, la tenacia e l’intuito di questo protagonista sono la forza principale del romanzo.

Una storia intrigante e spietata, scritta in modo sapientemente crudele ed elegante. La penna di Fabio Mundadori svela quel tanto che basta, tenendo il lettore col fiato sospeso, intento ad elaborare personali teorie sulla soluzione del caso.

Luci e ombre, sacro e profano.

La sacralità di un bambino portato in grembo lacerata dall’efferatezza del crimine, la sacralità della religione contaminata da antiche credenze popolari, un sacerdote la cui devozione vacilla.

In tutto ciò i due protagonisti, Bologna e l’ispettore Naldi; non possono esistere l’una senza l’altro.

Ogni strada, edificio, locale o aerea di periferia è territorio di questo personaggio fuori dall’ordinario, che ha imparato a trasformare la sua maledizione in un prezioso alleato. Non si può e non si deve svelare oltre.

Una trama complessa e articolata, espressa in maniera impeccabile.

Ogni pezzo trova il suo posto, senza forzature.

Un noir vero, italiano, abile.

Una scrittura raffinata, lontana dalla commercializzazione che spesso in maniera turbolenta, arriva da oltre oceano.

Nessuna spettacolarizzazione fuori luogo, ma un’opera da manuale, studiata e resa viva da un ritmo crescente.

Un equilibrio di stile che dona lo stesso, alto, livello a dialoghi, descrizioni, caratterizzazione dei personaggi.

Una trama non scontata, mai banale, con un epilogo che lascerà senza fiato.

Assolutamente consigliato.