“Vento di paura” Di Sonia Perin. A cura di Alessandra Micheli

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Sonia Perin è una di quelle autrici rare che silenziosamente, con garbo e con attenzione, sanno aprire le porte del cuore di ogni lettore.

Lo fanno senza eccessi, infondendo a ogni parola una arcana malia.

E i suoi libri divengono per nulla scontati, scrigni preziosi intarsiati con mille dettagli da osservare curiosi.

E sono certa che ogni volta che infonde un po’ di se nella parola, Sonia rinasce, sempre diversa e sempre più ricca di passione.

Rinasce perché noi le doniamo energia e lei a suo tempo fa rinascere lei.

Forse è l’anima dell’autrice a rivelarsi a me nel suo spettacolare candore. O forse come sospetto, inserisce un messaggio nascosto in fondo al baule della parola.

In ogni caso ci troviamo di fronte una donna nuova, tutta da scoprire a ogni testo, rendendo la lettura un’incredibile e imperdibile avventura. Ecco che dalla poesia del racconto simbolico di Favola Blu, piombiamo all’improvviso nella realtà, quella più pericolosa, brutale e spaventosa, quelal che purtroppo viviamo ogni giorno.

Vento di paura è uno scorcio sul nostro tempo, quello dominato dall’odio e dalla manipolazione mediatica. Ma, ed è un grande pregio, dietro la volontà saggia di osservare senza veli quella realtà comoda, non indugia in dettagli cruenti, né dona al testo quell’alone cinico che tanto, oggi, infastidisce. Come se per noi esistesse solo il male, diventato cosi gigantesco da adombrare i raggi del sole.

In vento di paura le azioni si susseguono con un ritmo incalzante.

Vivono e nascondo da un’attualità che ci spaventa ma che ci è familiare, cosi tanto che tentiamo di non vederla ammazzando la coscienza di banalità.

Perché sapere che l’Amore non basta ma viene ucciso decapitato da ogni finto ideale, da ogni religione fa malissimo.

A voi come a me.

E cosi sullo sfondo dell’apparente thriller di azione esiste una Siria e anche un Europa ferita.

Esistono destini trascinati con se dallo scontro di poteri.

Poteri che sembrano combattersi ma che a un attenta lettura si danno la mano.

Per manipolare le vite altrui privandole di istanti di magia, di bellezza, di bene di tutto ciò per cui vale la pena di vivere.

Asia vorrebbe solo dimenticare l’orrore tra le braccia radiosa dell’amore. Eppure si trova di nuovo a dover scodarsi di essere, in fondo, solo meravigliosamente umana.

E divenire pedina sullo scacco internazionale.

E’ vero.

Apparentemente il “buono” lo fa per proteggerci.

Per impedire al cattivo di devastare paesi, famiglie e sogni.

Ma lo fa sfruttando e usando l’altro come pedina.

E cosi ci si sente imprigionati in un eterno gioco di scacchi dover i colori si confondono e le sfumature divengono labili come i confini che separano il giusto dallo sbagliato.

E’ orribile uccidere in nome di qualsiasi dio.

Ma è altrettanto orribile erigersi a salvatore, quando l’unica musica che facciamo risuonare è quella della mitraglia.

Ognuno arroccato sulle sue posizioni, ognuno impegnato a difendere il proprio orticello.

Ognuno che, in fondo, non fa altro che salvare il sistema marcio che della divisioni si è nutrito, facendoci erroneamente credere di essere sull’orlo di una guerra, di uno scontro tra civiltà.

Semmai stiamo assistendo a uno scontro di obiettivi.

Ognuno con il suo prefissato scopo che non è mai, e sottolineo mai quello di ricucire gli strappi.

E dubito che l’obiettivo sia onorare Dio o pensare al vostro benessere.

E non sarà la guerra a darvi una speranza.

A rimettere la giustizia in primo piano.

A riparare torti o ridare dignità all’uomo.

Con mano rispettosa la Perin racconta di una speranza: forse sarà l’amore a generare nuova vita.

Forse potrà essere quel sentimento che se ne frega di confini e differenze a far nascere il nuovo.

E cosi potrete leggere questo libro sia come un bellissimo thriller.

O guardare attraverso la trama e chiedere alla parola di rivelare la vera intenzione di Sonia.

E allora forse un qualcosa di meraviglioso potrà sbocciare nei vostri cuori.

Allora la guerra tutta, il terrorismo ma anche le modalità assurde con cui vorrebbe essere sconfitto assumeranno le loro grottesche forme.

Un libro che consiglio sopratutto a chi ama andare oltre.

Grazie ancora Sonia per regalarmi ogni volta, un pezzo di te.

Che è un dono da custodire con cura e con gioia.

“Le voci dei morti” di Sergio Duma, Montang edizioni. A cura di Vincenzo de Lillo

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Non fatevi ingannare dal titolo, non è un libro thriller o horror, questo.
Se per thriller o horror s’intende una storia colma di splatter, tensioni mozza fiato o mostri.
Cioè forse mostri sì, ma di altra natura.
E non è nemmeno un libro fantasy, se in uno di questi vi aspettate di trovare orchi, fate, maghi o spettri.
Cioè forse spettri sì, e pure maghi a dirla tutta, anche se un po’ diversi da come li dipingono di solito.
E allora che libro è, se il titolo è così macabro?
La verità è che non lo so.
Ecco l’ho detto.
Non so se ciò che scrive il nostro Duma si possa considerare ironico e divertente, per il modo in cui gioca con le parole, e con una scrittura che per lunghi tratti mi ricorda quella del mio scrittore preferito, Stefano Benni.
Oppure di stretta attualità, sottolineando gli effetti del web sulla gente. Mondo virtuale in cui le fake news diventano vere perché:
“…forse non è vero ma anche se non è vero è vero lo stesso perché questo è sul web…”.
O addirittura con i tratti marcati della denuncia sociale, con uno dei personaggi, Laura, che riesce a fatica a nascondere un coming out a se stessa, prima che agli altri.
O ancora un libro che parla di sesso, quello libero e giovane della bella Elisa, che per noia e per amore, forse, entra in un gruppo di fanatici, i Delirium Boys, che creano fake news per divertimento, rischiando di fare danni irreparabili.
Senza poi contare la follia e l’ossessione del suo vicino di casa, che in preda ad una maniacale paranoia, compie gesti degni dei migliori serial killer…
E durante tutto ciò il racconto di una serie tv americana, di quelle tanto care ai giovani fruitori dell’internet, che tra magia e occultismo si intreccia a meraviglia con la storia degli altri personaggi, a volte anche con un crudo resoconto dei fatti, mentre qualcuno spia tutto da una dimensione parallela, in questa sorta di delirio universale che mette in scena il bravissimo Duma.

Cioè, che libro è questo, per voi?
Riuscireste a definire a che genere appartiene o a catalogarlo secondo i più comuni canoni?

Ma poi alla fine cosa conta, se vi piacerà come è piaciuto a me, vi giuro, ve ne fregherete.
Perché sarete travolti dalle parole, dalla fantasia e dalla storia, senza pensarci più.
E secondo me, non ne resterete delusi.

 

 

“Ombre di vetro. Bologna non muore mai” di Fabio Mundadori Damster editrice. A cura di Francesca Giovannetti

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Qualcosa di regalato. Qualcosa di smarrito. Qualcosa che non verrà mai restituito”

Da qui inizia il tutto.

La ricerca di un sadico serial killer, ricomparso dopo 30 anni, conduce l’ispettore Naldi in uno spaventoso viaggio nel tempo.

Sospeso fra l’indagine passata e quella presente, la tenacia e l’intuito di questo protagonista sono la forza principale del romanzo.

Una storia intrigante e spietata, scritta in modo sapientemente crudele ed elegante. La penna di Fabio Mundadori svela quel tanto che basta, tenendo il lettore col fiato sospeso, intento ad elaborare personali teorie sulla soluzione del caso.

Luci e ombre, sacro e profano.

La sacralità di un bambino portato in grembo lacerata dall’efferatezza del crimine, la sacralità della religione contaminata da antiche credenze popolari, un sacerdote la cui devozione vacilla.

In tutto ciò i due protagonisti, Bologna e l’ispettore Naldi; non possono esistere l’una senza l’altro.

Ogni strada, edificio, locale o aerea di periferia è territorio di questo personaggio fuori dall’ordinario, che ha imparato a trasformare la sua maledizione in un prezioso alleato. Non si può e non si deve svelare oltre.

Una trama complessa e articolata, espressa in maniera impeccabile.

Ogni pezzo trova il suo posto, senza forzature.

Un noir vero, italiano, abile.

Una scrittura raffinata, lontana dalla commercializzazione che spesso in maniera turbolenta, arriva da oltre oceano.

Nessuna spettacolarizzazione fuori luogo, ma un’opera da manuale, studiata e resa viva da un ritmo crescente.

Un equilibrio di stile che dona lo stesso, alto, livello a dialoghi, descrizioni, caratterizzazione dei personaggi.

Una trama non scontata, mai banale, con un epilogo che lascerà senza fiato.

Assolutamente consigliato.

“L’ombra di Rol” di Enzo Orlando, Bonfirraro editore. A cura Alessandra Micheli

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Ho avuto la fortuna di incontrare la straordinaria figura di Gustav Rol leggendo, circa quattro anni fa, un libro che oserei dire straordinario Il mistero di Rol di Mario Pincherle.

Uno scienziato che affrontava l’arduo compito di farci conoscere e di decifrare il mistero del “mago” anche se considerare Rol un mago è insopportabilmente riduttivo.

Da quella lettura intrigante ma al tempo stesso particolare che cozzava con la mia formazione scientifica, inizia a studiare e a comprendere cosa ci fosse di cosi seduttivo in Rol, quale poteva essere il suo straordinario messaggio.

Al di la delle controverse capacità, il suo agire ,il suo scioccare il suo stupire i salotti bene, quel suo conquistare menti eccellenti della nostra cultura da Fellini a Buzzati fino a sedurre Enzo Biagi (stiamo parlando del più grande giornalista della storia occidentale) per non parlare della conquista di uno degli intellettuali più difficili e più esigenti come Roberto Gervaso deve, per forza, andare oltre la magia da salotto.

Io conosco Roberto Gervaso.

E’ un uomo dall’ironia graffiante e dalla mente raffinata, capace di vivisezionare ogni problema italiano, figurarsi farsi “sedurre” dal prestigiatore di turno.

Allora cosa si cela in quest’oscura, contraddittoria figura per aver affascinato i miei miti e anche me, che seppur attratta dall’esoterismo, lo sono perché la considero una scienza a tutti gli effetti?

Semplice.

Io Batesoniana convinta, ho sempre guardato con sospetto e con poca simpatia la divisione dell’indivisibile operata dal sistema cartesiano: mente e natura, pleroma e creatura, sono i risultati della nostra scelleratezza che hanno sezionato l’universo senza però poi ricomporlo nella sua originaria forma che è, e resta, monistica.

Il dualismo imperante della moderna filosofia occidentale ha oramai dimostrato la sua assurdità creando i mostri che fagocitano, pezzo per pezzo cultura e senso civile.

Senza la capacità in integrare ogni nostra azione in un contesto più ampio interdipendente e sopratutto dotato di un senso di responsabilità verso ogni singola parte, considerata non più come solitaria ma come un ingranaggio del grande orologio chiamato vita, abbiamo permesso all’egoismo sfrenato, alla finalità cosciente, alla de- responsabilizzazione verso le conseguenze delle nostre azioni (la retroazione o il cosiddetto effetto farfalla) di primeggiare, rendendo potente la frase aberrante del fine giustifica i mezzi.

E il fine senza eticità, senza la Maat egizia significa spesso, orrore.

Separare, dunque bene e male, spirito e materia ha come conseguenza quella di esorcizzare ma non demolire il lato oscuro presente in ciascuno di noi.

Esso vive, si ingrandisce creando archetipi dannosi quali potere, successo, denaro e arrivismo.

Oggi sono questi i residui logici alla base di ogni nostro movimento.

Cosa significa, dunque, immettere la figura di Rol in un giallo che tutto contiene tranne la spiritualità?

La risposta già ve l’ho consegnata.

Il delitto, la brutale soppressione dell’altro è nata in seno alle distorsioni aberranti che portano soltanto al disastro, come la volontà di imporsi, di sopraffare e di spiccare come unico pezzo d’eccellenza nell’antiquariato della vita.

E’ come se un singolo tassello di un mosaico etrusco, rivendicasse la propria unicità e il diritto a comandare l’intero disegno.

Capite bene che un singolo pezzo non è il mosaico e che da solo non è altro che una strana e incompleta macchia di colore.

Il tassello ha senso nel sui posto predestinato, insieme agli altri. Sono tutti loro a formare l’incredibile beltà del disegno.

E in questo libro, l’indagine non è solo verso indizi e verso la creazione della giusta nemesi atta a ristabilire l’ordine violato, è sopratutto un indagine degli archetipi oggi creati dalla stupidità umana, che portano a compiere le brutalità e i torti che oggi la giustizia cerca di riparare.

Ecco che accanto allo scioglimento dei nodi, si indaga su queste forme in cui il pensiero si esprime e si materializza e si organizza.

Esse sono funzioni di intelletto che consentono di aprire orizzonti conoscitivi nuovi o deleteri, posso riparare la lacerazione dell’animo umano che ha eclissato la responsabilità verso l’altro in regioni troppo lontane dalla coscienza.

Ma sopratutto, sono forme di pensiero simili a catene, anelli che si propagano dal passato al presente, in una orrorifica sequela di sopraffazioni.

Non è un caso che il testo fa intersecare eventi del tempo che fu con l’attimo odierno, come se questi archetipi di nutrissero, via via che la soperchieria continua, sempre più nell’oscurità umana, incarnandosi di volta in volta e creando un ponte che collega l’orrore di ieri all’orrore di oggi.

Ogni azione umana non può non avere ripercussioni sul presente, perché il lascito dei secoli non è altro che lo stesso: i potenti regnano, decidono, devastano e i sudditi sono sacrificati al dio mammona.

E quale istante migliore per raccontare questa catena, dell’unità di Italia?Creata a tavolino per interessi diversi dal benessere del popolo si è nutrita di oscurità fino a creare, oggi, il distacco profondo tra cittadino e stato, umiliando e degradando un senso di cittadinanza e di solidarietà sociale sempre più in pericolo.

Ecco che Rol, che appare sulla scena del delitto, rappresenta il seme del cambiamento.

Rol non è solo colui che rende possibile l’impossibile, ma è sopratutto l’uomo che tenta di superare se stesso e le sue imperfezioni, costruendo con sudore e impegno un mattone diverso, fatto non si sopraffazione ma di cooperazione, con cui costruire una realtà totalmente opposta a quella ritenuta valida.

E cosi il pensiero diviene una vera arma che lanciata attraverso la nostra mente può agire ristrutturando costruendo e rielaborando il reale.

La presenza di Rol sulla scena del crimine è qualcosa di più che una semplice scelta stilistica; è la volontà dell’autore, di prendere una precisa posizione etica.

Rol restituisce dignità ai vinti, ripara i torti, aiuta chi ha scelto la strada della giustizia perché al mondo improntato su diversi valori ci crede, e ci crede davvero.

Ecco che Rol rappresenta una verità fondamentale: l’aura di malvagità o di bontà dipende dall’uso che noi ne facciamo e dal tipo di pensiero con cui noi la carichiamo.

Un pensiero impuro, distorto, pieno di scorie non elaborate genera disastri.

Un pensiero disciplinato, dedito alla bellezza all’armonia, consapevole di essere parte di una mente più grande genera paradisiache realtà.

Perchè in fondo come dice Mario Pincherle:

il male è disfunzionamento. E’ il credere di bere un bicchiere d’acque e tracannare un anticrittgramico. Il funzionamento di un anticrittogamico può essere perfetto. Ma non è certo il bene. Funziona bene sulle viti da uva e da vino. Non sull’uomo.”

Quando leggo gialli che in realtà con forza tentano di incidere sul mondo, i miei occhi brillano e la mia anima assetata trova ristoro.

Questi sono libri da leggere, libri che nutrono la mente, libri che non sono solo abili mezzi di evasione ma chiavi per aprire le celle delle nostre personali prigioni.

Che l’ombra di Rol vegli sempre su di noi.

Note.

Mario Pincherle scienziato innovativo famoso per la sua strabiliante scoperta di come, tramite uno straordinario marchingegno (chiamato Zed) la grande piramide non è altro che un ricettore di energia, di un energia particolare, quella scoperta da Einstein ( o meglio riscoperta) e che fa parte della costituzione dell’universo stesso.

 

 

Whiborne & Griffin. Widdershins” di Jordan L. Hawk, Triskell Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Miei adorati lettori.

Permettetemi una breve digressione.

Come ormai ben saprete, io ho un approccio strano ai libri.

Devo entrare dentro i mondi creati, devo familiarizzare con i protagonisti e trovare entro di loro un po di me.

E pertanto, siccome quello descritto è un evento raro, ho scelto l’approccio oggettivo.

Cosa mi fa “innamorare” del testo?

È un insieme di elementi apparentemente strutturali.

Le descrizioni ad esempio.

Sono quelle che iniziano a farmi intravvedere il dipinto.

La psicologia dei personaggi.

Ognuno dei protagonisti incontrati, cosi come le comparse, non erano altro che sfaccettature di un io umano ricco e variegato che, il buon autore, decideva di aggiungere al dipinto.

E poi qualcosa che è impossibile da spiegare se non con una parola: il talento.

E’ la capacità di renderei il mondo nato nella mente, pertanto immaginario e illusorio, credibile.

E riporlo con cura su carta.

E dalla carta per mezzo dell’arcano potere della parola, farlo rivivere.

E trasportare il lettore attraverso i significati che le frasi e i loro simboli possono raccontare.

Ci sono testi apparentemente semplici che, per me, non sono altro che scrigni segreti di cui io solo ho la chiave.

E ridente e un po’ vanitosa la guardo e la rimiro estasiata, finché non mi decido ad aprirlo e balzano con allegria lettere, parole, emozioni, sensazioni e frasi e mi prendono per mano, iniziando un ballo circolare. Un canto hondo come lo chiamerebbe la Pikola Estes.

E dal quel canto ripetuto come un incantesimo, (in-canto appunto) ripetuto nella fertile mente di un’eterna sognatrice, iniziano a manifestarsi i personaggi che contribuiscono a comporre la schiera dei miei amici, quelli che mi accompagnano per strada e che mi strappano un sorriso o una risata nei momenti meno opportuni, mentre la gente mi fissa strana.

O che mi fanno l’occhiolino quando mi annoio o prendono il tè con me e con il mio accompagnatore, fisso messer Cappellaio Matto.

Da oggi avrò nuovi amici con me, Messer Griffin e Messer Whiborne. E la spavalda Chaterine.

Anche ora sono accanto a me e mi sorridono mentre mi accingo a raccontarvi la loro storia.

Vi sembro matta forse?

Ah la meraviglia della sana pazzia!

Percival Whiborne e Griffin Flaeherty, mai persone e più diverse si ritrovano a lavorare accanto, pelle a pelle tanto da far scattare le scintille…ma alt.

So che per molte lettrici la parte migliore e più succosa del libro è sicuramente un amore un po’ inconsueto tra due anime affini ma divise dal genere sessuale.

Ma il libro non è solo questo.

Griffin mi sussurra che ci sono vicina alla verità del loro messaggio.

Cosi mi concentro e tendo l’orecchio verso la loro acuta eppur melodiosa voce.

Prima di tutto mi avvertono di indicarvi il periodo in cui la storia inizia. Fine ottocento, America, New England.

Insomma, la patria della novità, dell’ambizione e del self made man.

O almeno cosi ci narrano le cronache.

Ma è davvero cosi?

E’ l’America la patria migliore, l’oltreoceano laddove ci si possa liberare dalla moralità angosciosa di un vittoriano che cadeva pezzo per pezzo?

La risposta è no.

Widdershins, contea creata da uno strano e ambiguo personaggio, è in realtà una sorta di baluardo del puritanesimo.

Conoscete un po’ la storia di questo stato vero?

Tolti i vestiti pesanti dei padri pellegrini, e indossati quelli dell’uomo che si affacciava nel millennio ricco di promesse, i fondatori, i ricchi, i nobili la crema della crema, un freno all’innovazione assoluta dovevano metterlo.

Per quanto decisi a cavalcarle l’onda del progresso, con omnibus, commercio, allettanti scoperte scientifiche e tecnologiche, non potevano rinunciare alla sicurezza delle concezioni, delle leggende e delle superstizioni del passato.

Vi ricordate per caso il mistero di Sleepy Hollow?

E’ la parabola del progresso che si arrende, inerme, davanti alla comodità di tante tradizioni che di scienza hanno poco.

Sono i deliri soprannaturali che tolgono ai personaggi l’aridità dell’imprenditore, li allontanano dal ruolo di protagonisti scarni e rigidi di una società che si apprestava a diventare capitalista, sicuri e convinti della loro identità.

Culti antichi, vecchie storie di spettri, demoni e di antichi dei…

L’atmosfera del testo ricorderà quella del libro di Arthur Macham, il grande Dio Pan.

E qua a far capolino sotto il substrato dell’apparente normalità, c’è proprio un richiamo a quelli dell’altra parte…

Non vi viene in mente nulla?

E se vi parlassi di grandi antichi?

Ecco che i vagheggiamenti occultistici prendono il posto di quella parte religiosa che all’America manca.

Devota al dio successo, al dio denaro, all’arrivismo sfrenato, alla decisione di creare una nuova opportunità per chi era fuori dalle rigide gerarchie inglesi.

Sapete benissimo che lo spirito capitalistico è nato in seno all’etica protestante.

Se non lo sapete beh leggetevi Max Weber.

E’ proprio, per ironia della sorte, i voler togliere orpelli mistici e spirituali a una religione che doveva solo servire a mostrarsi migliori al mondo e per migliori significa ricchi, che creò una notevole mancanza nell’animo umano.

La conoscenza al servizio della crescita economica e industriale era una conoscenza a metà, che sopprimeva quegli istinti e impulsi atavici dell’uomo a appropriarsi dell’ignoto.

Anzi soffocava proprio quest’istinto.

Pericoloso, reo di condurre al caso e forse…all’anarchia.

Pensate a una conoscenza capace di rendere consapevoli gli uomini della loro diversità e al tempo stesso della loro fondamentale comunione di diritti, non solo di doveri.

Ecco che, specie nell’America nostra, tanto sognata, ma profondamente denigrata da studiosi del calibro di Tocqueville, la cosiddetta mancanza apparente di stratificazione sociale si risolveva in un tutti uguali, quindi nessuno uguale.

L’omologazione diventava lo strumento in mano a pochi, i più furbi, per decidere le sorti del paese ma mantenendo il controllo sociale grazie alla diffusione che, siccome tutti uguali, ognuno con il lavoro, l’iniziativa e la liberà imprenditoria poteva far parte della cerchia benedetta.

Widdeshins smentisce l’assunto culturale americano.

La città è fondata da poche famiglie che la gestiscono a loro piacimento, in attesa dell’occasione giusta per ottenere altri vantaggi.

Chi denaro, chi potere, chi una sorta di riparazione dei torti.

E ognuno di loro legato a una sorta di decoro che serviva da facciata per continuare a essere i migliori, gli esempi, le forze propulsive della società.

Niente caos ma ordine, quello che portava il progresso senza che però la società progredisse davvero.

Del resto primato economico o no, l’America è uno dei paesi più razzisti che esista.

Ne è una prova la fede nel modello WASP, o l’insorgere di terribili società segrete, assai peggiori della massoneria come Skulls and Bones, o il Ku Kluk Klan.

In questo caso, esiste la Fratellanza.

Rispettabilità e superiorità.

E per garantire questi due irreprensibili caratteristiche, bisognava soffocare gli istinti.

Quelli che permettevano al modello di sfaldarsi.

Come immaginare, leggere, sognare, scrivere, osare e persino amare fuori dagli schemi.

Perceval è l’anello debole della catena del potere familiare.

Non è manipolabile, è goffo ma al tempo stesso cosi forte da dire no a un destino tracciato.

Capace di lasciarsi andare, anche se questo cozza contro gli insegnamenti paterni.

E’ l’uomo più coraggioso che abbia mai incontrato.

E ancor più di Edmond Dantes.

Mi scusi Edmond e non arrossire Perceval, lo penso davvero.

Una persona che, nonostante le convezioni è capace di dire no e tracciare la sua personale via di felicità, è a tutti gli effetti un grande eroe.

La sua purezza e persino il suo sentirsi sbagliato lo rendono profondamente umano ma al tempo stesso capace di rappresentate…ognuno di noi.

Immerso nella sua privata rete di legami, di obblighi e di maschere.

Ecco che dall’ambientazione esce un monito, un consiglio o una seduzione: essere se stessi a costo di perdersi.

Perché ciò che si perde è solo una recita, una finzione una terrificante farsa a cui ci hanno costretti da piccoli.

Ma è anche la miglior parabola della purezza che vince il male.

E’ il sacrificio di chi vuole che Widdeshins smetta di essere antioraria o di girare per un verso contrario al sole, ossia alla luce della verità e della compassione, e tornare a splendere e se non eliminare a affrontare con coraggio i suoi demoni.

I demoni presenti in questo libro sono le aberrazioni di istinti asserviti alla volontà di potere senza etica.

E potrei anche definire quelle sue terrificanti e oscene immagini come un ulteriore avvertimento verso un umanità che tenta di sostituirsi all’energia creatrice, senza però avere il suo medesimo rispetto per la vita.

Perché se consideriamo la scienza, la conoscenza, la sperimentazione non un atto che intende omaggiare l’intero cosmo, ma solo un modo per auto esaltarci, creeremo solo abomini.

L’amore esiste in questo libro.

Ma non è solo l’amore tra due persone.

E’ l’amore per il bello, per il giusto, per il sole, per la libertà.

Anche se questo significa accettare signora morte, o il dolore, o la delusione, o gli affronti, le ingiurie.

Perché in fondo la vita è fatta anche di questi orrendi abissi.

E solo il prode, il giusto, il coraggioso dall’abisso sa osservare con ardore e stupore il cielo.

Ora vi saluto.

Griffin e Perceval hanno ancora delle avventure da narrarmi.

 

“La macchia sul muro” di Danilo Colangeli, Nero Press Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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I migliori studiosi si sono impegnati per carpire il segreto più imponente dell’uomo.

L’immortalità direte voi?

No, assolutamente.

E’ qualcosa di più profondo che riguarda la composizione stessa della realtà, ossia la percezione. Ed è questo il fattore psicologico che ci rende dei veri demiurghi.

Secondo studi importanti, tra cui quelli di Gregory Bateson e di JR Ames, quello che noi consideriamo materiale e oggettivo non è altro che una rappresentazione costruita ad hoc dai nostri sensi. E ciò significa che, il vero protagonista totalmente oggettivo della nostra realtà è proprio quel cervello e quelle sinapsi che elaborano consapevolmente le immagini e le trasformano negli oggetti che ci appaiono materiali. E non solo. E’ la nostra mente a costruire, addirittura, giorno per giorno il nostro universo cosi come lo conosciamo.

Ecco che si apre uno scenario futuribile ai nostri occhi: non un solo piano di materia ma diversi livelli di realtà, quanto diverse sono le percezioni delle persone.

Ecco che il multi universo non è poi cosi tanto lontano e la fantascienza diviene accadimento con cui noi ci scontriamo quotidianamente.

Più sono le persone che osserveranno un oggetto, un accadimento,un valore e più si costruiranno immagini e più universi di significato e dimensioni materiali si fabbricheranno.

Questo è un processo inconscio poiché se l’inconscia conoscenza di questo meccanismo, diventasse conscia, renderebbe cosi relativo il nostro piano di esistenza fino a renderci statici, insicuri e quasi anarchici. Infatti, se la realtà non è corporea, ma per ognuno essa appare colorata con tinte diverse e quindi evanescente e quasi illusoria, la vita stessa potrebbe essere privata di ogni sua valenza emotiva.

A che serve vivere se in realtà sono immerso in una costante illusione?

Ecco perché il famoso velo di maya degli gnostici non va sollevato se non dopo un attenta preparazione mentale, onde evitare squilibri di ordine psichico. Perché accorgersi che vediamo tutto in modo personale e forse distorto rispetto all’oggetto in questione e alla sua vera essenza può turbarci tanto da renderci folli.

O in rari casi geni.

Una volta scoperta questa caratteristica umana, molti agenti di pressione o centri di potere occulto o solo scienziati spinti al limite, la cui volontà di conoscenza supera i livelli di sicurezza, hanno tentato di interagire e manipolare proprio la percezione umana, e la rappresentazione del reale connessa ad essa.

Non so se avete sentito parlare del progetto Mk-Ultra?

Si denomina in cotale modo il progetto CIA atto a effettuare sui soggetti prescelti un vero e proprio controllo mentale.

Era a tutti gli effetti un programma illegale, clandestino con lo scopo di identificare droghe e procedure che, integrate ad altre tecniche di tortura, potevano rendere malleabili le persone portandole a una confessione “spontanea”. Ovviamente, tali esperimenti erano spesso praticati all’insaputa dei soggetti scelti, e avevano lo scopo di sviluppare tecniche per la tortura, per l’interrogatorio, possibili farmaci atti a ottenere il totale controllo delle percezioni dell’individuo e addirittura alla creazione di assassini inconsapevoli o il controllo di leader stranieri scomodi.

Ecco uno stralcio del report della CIA:

Devono essere prese precauzioni non solo nell’evitare che le forze nemiche vengano a conoscenza delle operazioni ma anche nel celare le attività al pubblico in generale. Sapere che l’agenzia è coinvolta in attività non etiche ed illecite avrebbe serie ripercussioni negli ambienti politici e diplomatici..»

Ed è questo che succede al protagonista di questo strabiliante libro, una perla rara nel panorama moderno.

Grazie a arditi esperimenti (che molto richiamano lo scellerato programma USA) il povero studente si troverà a viaggiare su piani di realtà che spesso chiamiamo incubi, sfiorando a volte la vera essenza dell’umanità: vampiri e demoni soggetti ai più biechi impulsi.

In fondo, il comodo tranquillo condominio fatto di gente proba e timorata, non è altro che una gabbia in cui sono rischiosi coloro che temono l’esterno. Persi nelle proprie fantasie, o nei propri progetti che sfiorano la criminalità essi sono davvero i rappresentati di quella società cosi sconvolta da voler chiudere gli occhi sugli orrori. E manipolare le coscienze altre è forse lo stimolo più abbietto in possesso di tanti dominatori di questo mondo portato al disfacimento. La peggior colpa dei condomini è quella di non voler sapere, di voler restare nella comodità del non indagare, nella condizione statica ma serena di chi le domande non vuole porsele.

Ed è questa la vecchiaia di cui ci parla l’autore, non la normale decadenza fisica quanto lo stop alla curiosità e alla voglia di scoprire sempre e ricercare la verità.

E’ il silenzio, il non movimento che ci preclude quelle energie giovani e creative che rendono l’organismo umano capace di evolvere. E’ il rannicchiarsi nella ripetizione senza senso di gesti e di pensieri che ci rende, in fondo, vicini alla vera, orrorifica morte: una mente che non si domanda si sfalda, si atrofizza e perisce.

L’altro elemento da sottolineare nel testo è la cosiddetta scienza anti-etica.

Esiste un limite alla voglia di sapere.

E questo limita risiede nel rispetto per l’altro e per la vita in generale.

La spinta evolutiva non è la risposta a ogni costo, ma lo stimolo che la domanda ti fornisce, lo stimolo a cercare, a indagare anche se non si arriverà mai alla teoria concreta.

La scienza, invece, non coccola la volontà di domandare ma inneggia all’ansia della risposta a ogni costo.

Questo significa andare contro l’etica, poiché se lo stimolo è arrivare a ogni costo alla meta, questo può voler significare che, pur di ottenere la soddisfazione del fine “la conoscenza” si possono utilizzare i mezzi più disparati.

Come sosteneva Macchiavelli il fine giustifica i mezzi.

Ma la vera sapienza, la vera conoscenza, la scienza “Sana” non si interessa nell’ottenimento ossessivo delle risposte, ma si interessa soltanto ad esercitare la nobile arte del porsi quesiti. E dalla domanda scaturiranno altre domande e cosi fino alla fine, rendendo non l’arrivo, ma lo stesso viaggio degno di essere vissuto.

Da saggista amante della scienza vi dico che non è l’esperimento che ci interessa.

Non è la teoria a cui sogniamo di arrivare.

Non vogliamo scoprire tutto.

Ma avere sempre nuovi elementi a svelare.

E pertanto la vera etica della scienza è quella che si nutre soltanto del piacere di intraprendere l’esplorazione sapendo che, durante questo percorso possiamo anche guardarci attorno, fino a sentire quant’è grande l’universo in cui siamo inseriti e quanto mistero ancora ci avvolge.

Come disse Gregory Bateson lo scienziato studia con meraviglia la formica rispettandone i movimenti.

Il folle cerca di capire come usare la forza della formica.

Ed è quest’ultimo essere immorale il protagonista, vero, del testo.

Da una semplice macchia sul muro, possiamo davvero riflettere sull’infinita bellezza del nostro cervello, ma anche sulla sua tendenza assurda e spesso dannosa, che ci porta alla macchinazione.

Ecco che a volte un libro ci scuote più di mille inutili discorsi, spesso tacciati di moralismo.

Le questioni che il libro mostra sono FONDAMENTALI non solo per la conoscenza scientifica, ma per la nostra stessa anima, troppo spesso barattata con un titolo e con una copertina su Science.

“Il diario della Verità Perduta” di Giacomo Fratini, edizioni Efesto. A cura di Alessandra Micheli

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E doveva arrivare il giorno X, quello in cui avrei osservato il candore del foglio, rendendomi conto che non ero in grado di inserirvi le mie idee e le mie emozioni.

Non fraintendete.

Vi vedo li a ridacchiare e sussurrare.

Non ci riesco perché il libro non è solo un capolavoro ( e fidatevi, sapete che non uso le parole a caso) ma perché questo testo ( mi inchino di fronte alla magica arte di Fratini) mi colpisce nel profondo, titilla la mia mente, accarezza soave la mia anima, stuzzica la mia curiosità.

Che finalmente si accende di mille bagliori e inizia a viaggiare con la fantasia.

Di libri belli, belli da strapparti cuore e viscere, ne ho letti.

Ma vedete questo, questo piccolo prezioso gioiello, contiene dentro la sua struttura scorrevole, accattivante, seducente, ricca di fasti e di adrenalina, tutti i miei anni di studi.

Quasi 20 per l’esattezza.

E, quindi, potete immaginare la mia emozione, il mio giubilo nel riconoscere i tratti di quelle ricerche abbozzate nei miei dodici saggi, nei miei mille articoli e in chili di fogli contenuti nella mia preziosa cartellina.

Come essere obiettiva?

Beh perdonatemi.

Ma non ci riesco.

Quindi la recensione sarà diversa, sarà ricca di quel piacere sottile ma invadente, che mi procura la ricerca.

Iniziamo, dunque, l’arduo ma intrigante viaggio.

E in che ambiente ci porta il Fratini, tanto da aver conquistato una vecchia orsa come me?

Attraverso la tradizione.

E non la tradizione folcloristica, ma archeologica, mistica, esoterica e occulta, quella che fu definita dal grandioso Renè Guenon, la scienza sacra.

E di scienza sacra, seppur romanzata ma con punti solidi e precisi, questo libro ne è fortemente pervaso.

Ora, prima di raccontarvi il libro dovrei fare qualche necessaria premessa.

Ovviamente non intendo narrarvi la trama, quella penso siate in grado di leggerla da soli.

Forse, io posso solo suggerirvi spunti di riflessione e elementi capaci di affascinare i sensi, ammaliare le menti e spingere a immergervi nella vera letteratura e ad abbracciare la sua reale funzione: quella di comunicare.

La prima precisazione, fondamentale luce per il buio degli scettici, è nella apparente contraddizione, tutta occidentale, tra i termini occulto, esoterico e scienza.

Siamo oramai mentalmente rigidi riguardo alla necessaria distinzione tra materia e spirito, o per dirla alla Gregory Bateson tra pleroma e creatura.

Lo stesso Cartesio divise i due piani di indagine: da un lato la scienza che indaga i fenomeni umani e dall’altro l’afflato alla spiritualità, ai vagheggiamenti mistici che sono soltanto illusioni della materia.

La realtà è concreta e precisa.

La realtà è misurabile, dio no.

La cesura tra spiritualisti e materialisti è, oggi, cosi ampia da provocare quel solco pericoloso dove vengono erroneamente inserite motivazioni meno nobili, oserei dire blasfeme, utili per colmare tale abisso tra le due differenti visioni della realtà.

Beh vi illumino: non sono visioni opposte.

L’esoterismo, ciò che è nascosto, l’occulto, ciò che è sepolto, non rappresentarono altro che una peculiare modalità di indagine scientifica. Ciò che era ignoto sembrava possedere una strana energia, che non quantificabile veniva chiamata magia, mana, o potere. Era la capacità di “manipolare” “plasmare” trasformare la materia dopo una lunga esperienza interiore e esteriore che portava alla conoscenza di precise leggi.

Vi sembra cosi assurdo?

Oggi è possibile compiere gli stessi atti “magici” degli antichi sacerdoti, degli antichi maghi ossia manipolare intervenire sulla materia.

Oggi i zoroastriani si chiamano, udite udite, fisici dei quanti. E tramite l’atto del plasmare la materia si hanno energie che viaggiano su due binari: distruzione e costruzione. La stessa energia nucleare è sia benevola che malevola.

Basta osservare il procedimento scientifico per comprendere come esso assomigli a un atto rituale: strumenti, concentrazione, studio danno la possibilità di interagire con le particelle subatomiche.

E abbiamo anche mantra e formule specifiche: la forza arcana della relatività ha il suo seduttivo potere della formula magica : E=mc².

E grazie a questa si compiono, oggi, strabilianti azioni.

Non vi tedierò con le conseguenze di tale formula ( dall’antimateria alla possibilità dei multiuniversi) certo è che, forse, tale scoperta contrasta con la primitiva legge di Newton, confermando, tramite la genialità della fisica quantistica, la sua inesattezza.

Quindi come si narrerà nel libro : Newton ha sbagliato

Infatti, lo spazio e il tempo ASSOLUTI non esisteranno più e saranno rimpiazzati da un’entità chiamata SPAZIO/TEMPO dove essi si influenzeranno a vicenda.

Insomma protesterete, siamo sempre di fronte alla scienza, che c’entra quindi l’esoterismo?

C’entra miei cari, c’entra.

Avrete oramai capito che il Vangelo della verità perduta, si rivolge all’antica sapienza di popoli persi nei mari del tempo, che un manipolo di arditi uomini, uniti da un antico patto, (quello di migliorare la società civile) si impegneranno a comprendere e a riportare in luce.

Ebbene, queste conoscenze che in fondo sembrano riportare alla nuova fisica, erano in possesso, pare, di vetusti popoli.

Che li descrissero nei loro sacri libri.

Uno di questi concetti scientifici di avanguardia, era il potere del suono.

Per i nostri progenitori, il suono era un’energia capace di influire con le sue vibrazioni, su ogni tipo di materia. Anche quella più pesante, più dotata, cioè di massa.

Quindi, per forza Newton era diciamo sorpassabile.

Le trombe di Gerico, la costruzione delle piramidi egizie, i racconti dei monaci tibetani, erano forse testimonianze di conoscenze scientifiche perdute.

E a chi ribatteva che si trattava di scritti allegorici, un simpatico geniale omuncolo dimostrò che non era cosi.

E nel libro si fa riferimento a Coral Castle.

E non ditemi che non conoscete Coral Castel?!

E come immaginavo a illuminarvi tocca a me.

Trattasi di una struttura architettonica in pietra calcarea progettata da un certo Edward Leedskalnin. E si trova, nientepopodimeno che in Florida ad Homestad.

Ora immaginate un castello, anzi un vero e proprio parco, adornato di blocchi di pietra lavorati e scolpiti a forma di mura, grandi tavoli e sedie, bassorilievi e un torrione abitabile.

Tutto innalzato nell’arco di 28 anni dal 1923 al 1951.

E dove sta il mistero?

Che il nostro Leedskalnin mantenne uno strano, ambiguo riserbo sulle tecniche utilizzate ( il blocco più grande pesava circa 30 tonnellate).

Ogni tanto, stuzzicava l’interesse dei giornalisti l’accenno a segreti costruttivi della grande piramide di Giza. E in più, scrisse brevi memorie autobiografiche come il Magnetic current in cui sono condensava le sue idee come l’elettromagnetismo e anche un accenno all’utilità del suono come strumento per spostare grandi massi.

Intrigante vero?

Ovviamente il riferimento alla piana di Giza, più il fatto che l’Egitto e gli antichi regni sumeri (misteriosi e avvolti da un aura di strano mistero grazie a Sitchin) rimandano la mente ai misteriosi poteri del suono. Il suono stesso, in fondo risulta una forza indispensabile per dare sprint all’umanità: se si legge la bibbia (anch’essa mutuata dagli antichi scritti mesopotamici, come vedete tutto torna) si racconta come era il verbo ( il suono) l’elemento creatore per eccellenza. Anche il famoso tempio di Salomone (sancta sancturoum, fulcro della religiosità ebraica) pare abbia avuto, sopratutto, la funzione di custode di conoscenze complicate. Addirittura c’è chi proponeva l’arca dell’alleanza come prototipo di una macchina ad energia nucleare.

Ardito e blasfemo.

E chi ebbe l’opportunità e l’onore di sostare sotto le rovine del tempio?

Ma si!

Proprio loro!

I Templari!

Ed ecco il secondo riferimento alle arcane conoscenze: l’ordine guerriero fu, secondo molti scritti e molte teorie, il depositario di segreti inconfessabili.

Cosa fossero beh possiamo fare solo congetture.

Chi propone il ritrovamento del vangelo Q, in cui si sancirebbe l’umanità del Cristo.

Chi il ritrovamento della salma di Gesù.

Chi documenti attestano un’altra verità: non Pietro come il fondatore della chiesa, ma la Maddalena.

Chi la stirpe sacra nata dal matrimonio di due nobili stirpi, appunto la Maddalena e Joshua.

Chi addirittura l’arca dell’alleanza.

Chi altri manufatti sacri ebraici.

E chi, appunto, scritti attestanti le conoscenze evolute della mistica ebraica, mutuate proprio dai Sumeri, la cui origine “aliene” viaggia ancora nella fantasie odierna.

Cosa secondo Fratini, i nostri protagonisti ritroveranno, beh lo dovete scoprire voi leggendo.

Altro riferimento.

Quale fu la regione di maggior sviluppo templare?

La Linguadoca.

Il Razes.

La Francia meridionale.

E in quella zona prosperò un altro movimento occulto, capace di dare la sua impronta duratura nella nostra tradizione sacra.

Ed Emile vi ricorderà, ed è qua che la mia emozione raggiunge le stelle, un altro paesino protagonista di strani accadimenti e funestato da orribili morti, con un parroco, anzi due all’avanguardia : Rennes Le Chateau.

Da anni io viaggio a Rennes sia fisicamente, sia con la fantasia.

Sosto nella sua strana chiesa e prego davanti alla tomba di Berenger Saunniere.

Leggo e contemplo il lascito di Henry Boudet, La Vraie Langue Celtique.

Racconto a me stessa la sua arcana storia, sviluppata in un regno di leggende di miracoli e dotato di una geografia arcana, capace di formare, con i suoi monti e le sue fonti, un pentacolo vivente.

Sede di grandi enigmi e di ordini esoterici di fondamentale importanza, alcuni mitici come il priorato di Sion guidato dal geniale Plantard e la massoneria che in quella zona fa sentire la sua acuta voce.

Emile e Rennes, vivono di leggende rese reali dalla legittimazione del pensiero.

La Giana e la Dea Bianca respirano in questo luogo magico, soffuso di bagliori e di incredibili opportunità.

Sono sedi di tesori inestimabili che partono dai visigoti all’eredità templare.

Vivono nelle grotte strani personaggi, strane figure che soltanto il nostro imperituro sentire cattolico ce li fa apparire demoni.

Secondo, Mariano Bizzari, sotto Rennes si dirama una tradizione occulta, demoniaca, iniziata con un lontano esoterista un certo Gerard de Nerval e finita con un vangelo perduto quello dei Cainiti, strana setta gnostica che venerava come salvatore e redentore, non il povero Abele ma il crudele Caino.

Un Caino si fratricida, ma stranamente intoccabile dal marchio che lo stesso dio aveva apposto nelle sue carni.

Nessuno tocchi Caino

è oggi, il mantra di coloro che sono contro la pena di morte.

Peccato che, ehm, secondo la Bibbia, Caino non era uno stinco di santo. Insomma ammazzare il fratello non è contemplato nel manuale del bon ton.

In quella regione, secondo lo storico Louis Fediè, si narra dell’esistenza di cunicoli sotterranei il cui ingresso di collocherebbe sotto il peyte dreto il menhir posto sotto il meridiano zero nel comune di Peyrolles.

E in quegli anfratti vivevano le fate del mondo altro, las Encantados.

Alcuni studiosi, raccontano che questi encantadores, in fondo, non erano altro che una popolazione celtica, la cui caratteristica era un acre odore della pelle ed un incarnato pallido, dai capelli cosi biondi da risultare bianchi, seguaci “sanguinari” di una vetusta divinità chiamata appunto Dea bianca ( la dea oggetto di studi del grandioso Robert Graves).

E quella popolazione, parrebbe essere risorta nelle vesti di una strana etnia, bistrattata durante il medioevo, derisa e oggetto di terrore cieco: i cagots.

Andrei avanti per giorni a raccontarvi di queste tradizioni.

Ma spero che questo viaggio, attraverso la bravura di Fratini, vi abbia intrigato, tanto da farvi immergere in questo libro fantastico e abbeverarvi alla fonte, riconoscendo i passaggi e i capitoli oggetto della mie recensione.

E fidatevi, questo percorso vi trasformerà del tutto, facendovi avvicinare all’incanto, facendo si che il mistero confluisca in voi.

In fondo, è questo il sogno di uno strano abate un certo Boudet che voleva rendere un antico Cromlech una sorta di trasformatore e purificatore di energia.

Una sorta di macchinario capace di spezzettare le particelle subatomiche e ricomporle in una forma nuove e evoluta.

Passando attraverso la porta arcana, noi diventeremmo uomini di intelligenza superiore.

Beh, io non posso offrirvi una struttura fisica, ma posso invitarvi a cambiare attraverso questa piccola, grandiosa porta che è il libro di Fratini.

“L’eremo del deserto” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli

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Il sogno di cambiare la storia, quell’illusione di poter incidere su uno solo dei meccanismi di quel marchingegno preciso che è il nostro cosmo, è qualcosa che da sempre ha stuzzicato la fantasia degli uomini.

Perché molto spesso la partita tra vincitori e vinti è giocata davvero all’ultimo momento: un piccolo atto incomprensibile che rivela i suoi frutti nel nostro presente, una piccola bugia che in realtà fonda e mantiene intatti imperi e egemonie, ideali e religioni.

Quel granitico conglomerato che oggi chiamiamo cristianesimo di stampo romano, non è altro che, per molti, un semplice errore di traduzione: messia in quanto redentore, come i mille dei salvifici di un umanità perduta che solcarono il fecondo suolo dell’oriente.

Religioni misteriche adombrate e incoronate dal segreto iniziatico, dall’incanto e dall’azione divina energie che si materializzavano in un mondo abituato, ma per questo mai dissuaso, che esistesse la magia.

Tempo fa, ebbi l’onore di presentare un libro che sconvolse e agghiacciò gli astanti, rendendo le loro certezze friabili come una roccia calcarea: “La Maddalena, storia di una religione inventata”.

Per me i concetti espressi dal testo, non erano una novità.

Da tempo mi confrontavo con le teorie degli studiosi che raccontavano una diversa versione della vincita del cristianesimo, meno agiografica ma sicuramente più interessante. Il cristianesimo non fu che un insieme di opportunità, una commistione di idee diverse, una volontà di rinnovare e di scuotere un mondo sull’orlo del disastro che portò alcuni a recidere i legami tra la nascente fede e l’antico ebraismo.

Storia di ieri quella della non volontà dello stato di Israele di chinare il capo verso i loro oppressori.

Entrambi portatori di due visioni della vita cosi opposte da essere inconciliabili, incapaci di trovare un vero compromesso un vero punto di incontro ma destinate e inglobarsi a vicenda, una sopraffacendo l’altra.

Pragmatismo e fede cieca dimostrarono, già nei tempi lontani, la loro naturale inconciliabilità, decidendo cosi le sorti dei secoli a venire, dove il dominante raramente, se non in alcuni casi, riuscì a prendere nozioni e a rispettare il dominato.

Tranne forse nell’esperimento della Linguadoca, laddove sembra, secondo un libro interessante la Leggenda aurea, ebbero riparo e ristoro gli esuli della disfatta del sogno ebraico, quello di tornare agli antichi fasti narrati dal vecchi testamento.

Gesù, nella loro concezione non fu quindi un redentore nel senso orientale del termine.

Non si dedicava a redimere un’umanità caduta nell’errore, cosi come sosteneva il mitraismo e la religione di Zoroastro, era piuttosto un vero Messiah erede al sacro trono di Israele erede del lascito dei grandi re della casata di Davide destinato a portare non pace ma spada, capace di abbeverarsi al sangue del nemico e da quell’olocausto, per far nascere un vero impero, possente ed eterno.

Il sogno si avverò con protagonisti diversi che presentarono l’idea del re sacerdote, per dominare coscienze, società e menti dei loro seguaci, dei loro “sottoposti” dei loro sudditi.

E fu un errore, un uomo deciso a mantenere intatta la nuova setta, cosi fu definita dai romani il nascente cristianesimo, liberandolo dalla pesante eredità giudaica, fatta di sanguinarie ribellioni, una scia di morti agghiaccianti e di una serie di elitarie promesse.

Il popolo eletto era ora quello battezzato e avvinto all’esempio della croce, non più strumento di tortura ma riparazione di torti non materiali ma spirituali.

Capite bene che un idea del genere aveva conseguenze straordinarie.

Una era quella di far partecipare, per la prima volta ai sacri riti di stampo davidico, anche i gentili e impiantare su essi un concetto mutuato dalle religioni misteriche d’oriente, meno pragmatiche e più esoteriche.

Il secondo fu che staccare la religione e quindi il legame tra politica e spiritualità, rendeva gli uomini più malleabili e poteva aprire nuovi scenari di conquista, di potere e di privilegi.

Ed è qua che si apre il libro eccelso e perfettamente documentato di Grimaldi L’eremo del deserto, raccogliendo in se tutte le conseguenze della “religione inventata”.

Essa, ce lo racconta l’autore, fu anche e sopratutto strumento di comando; i sacerdoti si dedicarono a atti di conquistare politica più che alla cura dell’anima, usando la concezione di popolo eletto del passato impero ebraico e aggiungendo la loro sacralità di vicari di cristo in terra.

Gesù che con il suo sacrifico non più considerato anatema e abominio, innalzò l’uomo da semplice mortale a una sorta di semidio, partecipe tramite la transustanziazione, della divinità materiale di dio incarnatosi nel suo figlio.

Tramite la complicata cerimonia della comunione, ogni servitore di dio divenne al tempo stesso capo del gregge.

E di quel gregge, ovviamente, poteva farne ciò che voleva.

Ecco che il sogno di uno sparuto manipolo di arditi uomini, alimentati sia dalla mistica islamica sia alle idee più radicali ossia quelle dei bogomili e degli gnostici, cercarono tramite lo svelamento dell’inganno di Saulo di Tarso, di creare un mondo diverso, in cui la regalità fosse emblema non di potere terreno ma immagine del cielo.

Il regnante doveva garantire la giustizia, l’armonia, la comunione di ogni uomo, concetto che richiama l’amore di Grimandi e mio dei concetti regali egizi, ossia quella Maat che era garanzia di un potere controllato e non esclusivo del regnante.

Qualora un re, un imperatore o un rappresentante politico, tenti di violare o violi i codici fondamentali, mutuati dal cielo, allora il popolo sarebbe stato libero di ribellarsi contro il sovrano.

Che si chiami imperatore o semplicemente papa.

In questo testo ci sono riferimenti precisi, quindi, a delle correnti eretiche con cui il cattolicesimo e il cristianesimo tutto ha dovuto fare i conti: lo gnosticismo che contrastava apertamente i canoni della neonata religione, e quella corrente che faceva capo ai veri depositari della missione di Cristo o come preferisco chiamarlo io Yoshua: i desposyni, eredi forse delle tradizioni essene.

Ecco che vengono citati i loro oggetti più sacri, rotoli veramente esistenti che raccontano una strana storia, diversa da quella conosciuta chiamati i rotoli di Qumran.

Ovviamente, nel testo essi sono diversi dalla loro reale natura, sono più romanzati, ma sicuramente entrambi raccontano una figura del messia molto diversa, più autentica, mano irreale e evanescente, profondamente imbevuta e formata dalle reali condizioni socio economiche e politiche dell’epoca.

Questi si intrecciano e si intersecano con altri documenti essenziali che sono i vangeli gnostici anch’essi fonte interessante a fondamentale per capire l’evoluzione della religione più venerata. Questi documenti, reali, divengono nel testo, spunto di una acuta riflessione sul potere e sulla capacità della storia scritta dai vincitori di occultate la realtà materiale di ogni accadimento. Cosi i vangeli sono considerati l’unica fonte diretta dell’esperienza crtistica, anche se oramai sappiamo che non sono stati scritti dagli apostoli. E diviene quasi oscurata l’esistenza di una tradizione antecedente a tali documenti, tra l’altro rimaneggiati che fa capo, secondo alcuni, a una vera tradizione orale, quindi difficile da analizzare per ritrovare la sua origine, e per altri risalente a un documento unico, fondamentale e originale, forse scritto direttamente da uno dei testimoni degli accadimenti chiamato vangelo Q.

Ecco che la scoperta della “bugia” di San Paolo, potrebbe avere ancoraggi una valenza distruttiva epocale, lacerando non solo i privilegi di molti ma sopratutto distruggendo la nostra percezione del passato, del futuro e del presente. Il libro controverso di Dan Brown lo ha dimostrato: basta un solo sospetto per minacciare l’impalcatura di potere dietro la quale si nasconde la chiesa cattolica.

Ma la mia domanda alla fine di un libro cosi coinvolgente e accattivante, capace di fungere da porta coeli e portarmi direttamente in quell’eremo, funestato da atti indicibili e da uomini coraggiosi e con una fede pura e salda, è : serve davvero distruggere le credenze del popolo?

Serve davvero raccontare la realtà, quando questi racconti, veritieri o non, hanno stimolato uomini straordinari a portare una luce nel mondo?

Forse senza i vangeli non avremmo avuto Don Bosco, San Francesco, San Vincenzo da Paoli, Don Milani, il grande papa Giovanni XXIII e tanti giovani audaci sacerdoti capaci di raccogliere i lamenti dei tanti esclusi del mondo.

Non avremmo avuto la bellezza della teologia della liberazione, o piccoli grandi gesti nati da una fede semplice, autentica e sentita.

No.

Credo che per battere il potere tentacolare che tutto sporca e inquina, la fede serva.

Non importa se cristo è esistito o no.

Se è morto in croce e davvero risorto.

Importa che questo abbia suscitato atti di estremo coraggio.

Perché a volte la ricerca della verità, la voglia di distruggere un nemico, non fa altro che servirsi di atti contro la vita e contro il bene supremo.

E il libro ce lo dimostra, vincente non è chi conosce il segreto dei rotoli a chi davanti la disastro e alla morte non si tira indietro e scava a mani nude per salvare una vita nata e donata da un dio che si è sacrificato per noi.

Ed è questo, l’esempio che può rinnovare, oggi, la chiesa e il mondo.

“Betty’s place” di Susan Moretto, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Attenzione.

Betty’s Place è molto più di una ghost sotries.

Oserei dire che l’incontro con altro mondo è l’escamotage letterario per raccontare una storia di redenzione.

Infatti l’universo ultraterreno è lo specchio per osservare noi stessi, perché in quel limbo dimorano gli spiriti, che nella realtà materiale non sono riusciti a sciogliere i nodi delle loro psiche, a contemplare che il fallimento, il dolore, la perdita non sono ostacoli insormontabili ma la giusta chiave per aprire e liberare dagli ingombri, le porte della psiche.

E quegli stessi esseri incorporei non rappresentano altro che le frammentarie parti del nostro io. L’altro mondo non è che immagine della nostra interiorità e ogni ghost stories ci informa, in fondo, delle modalità con cui approcciare questi sfuggenti spettri. Esorcizzarli, capirli, abbracciarli, perdonarli, sono tanti i mezzi con cui rapportarsi ai “fantasmi”.

Insomma ogni fantasma non è che un archetipo in grado di rappresentare la nostra anima, spesso intessuta non soltanto di luminosi fili ma anche di buie e tetre sfumature.

 

E di ombre la protagonista, ne ha a bizzeffe.

Stella è una donna rotta.

Una donna che con gli eventi del suo passato, con il senso della perdita e della disfatta, non riesce a trovare un accordo. E’ troppo il peso da sopportare quando le aspettative divengono macerie, quando ciò che profondamente si desidera viene totalmente distrutto.

La vita cosi come la conosciamo a un tratto svanisce.

Arriva il cambiamento che non è mai fragile come un lieve vento primaverile, ma ha la forza dirompente di un tornado che spazza via tutto e ci fa ritrovare privi di difese, cosi nudi davanti al bivio.

E spesso si è incapaci di prendere una strada, perché non è quella che avremmo voluto per noi, non è il sogno che ci ha cullato da bambini, non è la vita che VOLEVAMO costruire .

E’ semplicemente un altra prospettiva, un altra immagine, che quella divinità dispettosa ci pone davanti.

E spesso sono prove che appaiono insormontabili, che ci torturano, macinano la nostra anima riducendola in polvere.

Eppure è dalla triturazione del grano che avremmo la farina per cuocere il pane.

E’ dalla distruzione del se che nascono nuovi stimoli e nuove personalità.

E’ dalla perdita, dal taglio netto del ramo, che un nuovo albero riesce a crescere.

E’ dalla putrefazione del frutto che il nuovo seme porta la vita.

Ma è difficile accettare che ogni fine, in ogni conclusione esiste il mio nuovo inizio.

Stella ha deciso di buttare i resti della sua vita nella pattumiera.

E di cambiare prospettiva e visuale intraprendendo il viaggio.

E’ morta talmente tante volte, che qualcosa di nuovo è sbocciato dentro di lei.

Ma non lo riesce a comprendere appieno, che il suo io è un qualcosa di giovane e nuovo,  non coglie i lievi cambiamenti che stanno sbocciando dentro di lei.

La perdita è stata la sua iniziazione, cosi come in tante favole è da una mutilazione che nasce la creatura magica. E forse ora Stella è un vero astro luminoso,  nonostante la sua pedissequa  convinzione di avere l’anima lacerata. I suoi occhi non sono abituati alla luminescenza forte che le vere stelle portano con se, non si  rende conto che la sua anima, semplicemente, ha cambiato forma.

E lo capiamo dal simbolo che l’accompagna, il suo animale guida: Kitty, la Gatta.

Come oramai ho scritto e riscritto più volte il gatto non è semplicemente un simpatico animale da compagnia. Nella simbologia esoterica l’adorabile batuffolo di pelo ha la capacità di osservare cosa davvero si cela dietro l’oscurità. Ne è capace di delineare le forme, di vedere la vera essenza, persino di impadronirsi dei nomi e quindi della loro energia.

Gli sciamani erano convinti che i gatti guarissero le persone. recenti studi sulle fusa dimostrano che con la loro frequenza (20-140 HZ) riescono a ridurre lo stress, le infezioni la pressione sanguigna, riducendo il rischio si contrarre patologie cardiache. Alcuni sostengono addirittura che i campi energetici di un gatto ruotino in senso antiorario, l’opposto di ciò che accade agli umani e per questo motivo avrebbero la capacità di assorbire e neutralizzare le energie negative.

Per tutte le culture, il gatto sa esattamente come muoversi nella vita, evoca il potere sopra qualsiasi illusione e guida d’istinto la visione interiore, che non è altro che la nostra vera leggenda personale, che supera e sconfigge le limitate aspirazioni umane.

E’ un caso che il gatto Kitty sia il vero protagonista della storia?

Non credo.

Sarà Kitty,  con i sensi sviluppati del magico felino a individuare i pericoli che ora la sua amata umana affronterà:

La sua stella piange di nuovo nel sonno. Lo fa sempre e Kitty non è preoccupata. Quello che hai nella testa non ti uccide. Magari è brutto, ma non ti uccide.

 

Il gatto è e resta l’anima più vicino alla psiche profonda.

E sa che a volte il dolore, appunto il mostro della mente, non uccide. Semplicemente pota l’albero della nostra anima.

Quello che uccide è fuori, nella vendetta, nell’attaccamento, nella venerazione della materia, nella volontà di possesso

Kitty è solo un gatto, ma sa che le cose belle ti portano alla rovina.
Le cose belle ti uccidono.

 

Le cose belle ci danno una sola visione della vita, quella fatta di sfavillanti luci, di bello e di pulito oscurando l’altra parte della vita, fatta a volte di morte, di marcio di tormento e del lato non bello delle emozioni.

Badate bene.

Non brutto.

Il brutto è da evitare.

Il non bello è da riunire con la totalità della nostra esperienza umana. Il fango non è bello ma serve.

La terra a volte non è bella, sporca ma serve.

Il letame non è bello, ha un odore acre ma serve.

Capite?

Il lato non bello è tutto quello che non fa parte dei sogni, ma al contempo è il terreno dei sogni.

E’ il dolore, la perdita, l’amore che è libero anche di finire, perché possa ricominciare.

E’ la morte che apre a noi nuovi scenari.

E’ la ferita che diviene cicatrice e esperienza.

E’ la fine che contempla nuovi diversi inizi.

E’ la volontà di sprofondare nell’abisso, e iniziare a guardare il cielo cosi luminoso e immenso e desiderare di raggiungerlo.

E’ il viaggio che sembra farci fuggire ma che invece di spinge a guardare la nostra sofferenza da un lato diverso

 

Mi credevo una superdonna, tanto forte da rinunciare a una vita che dal mio punto di vista non valeva la pena di essere vissuta, senza rendermi conto che l’autentico coraggio sarebbe stato rialzarmi e affrontare la sofferenza. Non avevo mai nemmeno provato a

conviverci, a superarla e trasformarla in qualcosa di sopportabile. Non c’era nessuna vergogna nel tentare e fallire, se ci si impegnava. Ma fuggire e basta…

 

Affrontare i fantasmi per Stella è soltanto…crescere.

Perché non si smette mai di evolvere.

Non si smette mai di aprire porte oscure dell’io, piangere davanti ai cadaveri delle nostre illusioni e tentare di sconfiggere quel predatore che decide di mutilarci.

Stella affronterà i suoi demoni, le sue paure rappresentate dalla volontà di vendetta, dall’odio di se, e dalla paura di perdere.

E sarà accompagnata da un gatto, il vero unici protagonista di questo libro soffice, inquietante ma ricco di poesia.

Non potrete non versare una lacrima, perché la storia di stella è la storia profonda di ognuna di noi.

E ognuna di noi si è fatta, almeno una volta nella vita questa domanda

L’avrei fatto? Avrei lottato ogni secondo della mia vita per sopportare me stessa? Ne avrei avuto la forza?

Ma chi si fa questa domanda, in fondo è già salvo.

Anche se non ha un soffice felino accanto a insegnargli a apprezzare la vita.

“Oscurità di cenere” di Tanya Torriuolo. A cura di Alessandra Micheli

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Essere giovani, avere dalla propria parte l’entusiasmo e la passione dei vent’anni e desiderare scrivere. Non per successo, fama o per il seguito di grupie capaci soltanto di incensare, ma chiuse mentalmente tanto da essere incapaci di comprendere appieno tale bisogno.

E provarci, mettersi in gioco, esporsi anche al lubrico linciaggio dei tanti professoroni, armati di manuali colti e polverosi che brandiscono la spada del show don’t tell contro i vanesi che si permettono di bussare alla rigida e ermetica porta dell’arte. Perché se è vero che l’arte deve restare elitaria, è pur vero che essa sa difendersi benissimo da sola, riconoscendo chi bussa al suo uscio animato da un sacro amore verso il mondo delle idee e chi invece vuole intrufolarsi, non invitato nel convitto esclusivista del talento.

Ma non voglio crocifiggere eccessivamente questi custodi della nobile abilità dello scrivere. Sì, sono eccessivamente esagitati, poco attenti alla sostanza, tutti dediti al Dio della forma. Ma su una questione hanno ragione: spesso il giovane autore, al suo esordio, va sul sicuro. Si garantisce cioè la vendita di alcune funestate copie, grazie alla pavida scelta di un genere facile, sicuro, scontato e privo di impervie difficoltà: il rosa.

Capite che quando la dolcissima Tania mi ha contattata, proponendomi di leggere, al suo esordio, un horror, con un umiltà che i grandi filosofi dell’editoria, oggi, dovrebbero solo che imparare, non ho potuto non sentire l’esigenza di leggerlo.

Capite?

La ragazza ha avuto più palle di tutti voi, immergendosi con passione ( e in questa recensione non userò altri sinonimi perché è ora che, quest’aggettivo si tatui indelebilmente nella corteccia cranica) in una letteratura ostica, difficoltosa che richiede una tecnica precisa e un ambientazione quasi maniacale.

Eh si miei cari e fulgidi uditori.

Non si crea paura soltanto raccontando di membra decadenti, di vermi che banchettano con le nostre spoglie mortali, di sgozzamenti e sventramenti vari eseguiti con somma e chirurgica maestria dal demone di turno. Serve un ambiente che ci renda consci di una cupezza originaria, data non tanto da oscure presenze quanto da un eredità malsana. Il male deve uscire come un oscuro fiume, da sotto porte apparentemente normali.

Un semplice villino deve essere il fulcro il centro di un orrore ben più antico, capace di impregnare di malsani sentimenti ogni pietra, ogni intonaco, ogni finestra.

E la nostra autrice, anzi ti chiamo scrittrice, ci è riuscita.

Ha perfettamente risolto il più difficoltoso dei problemi del genere: rendere reale e vera l’atmosfera di claustrofobica rassegnazione.

Ogni personaggio di ogni horror, deve essere talmente invischiato nel magma tenebroso dei peggiori sentimenti, dei peggiori vizi, dei peggiori impulsi umani, da sapere che, ogni suo sforzo è in realtà una decisa e fatale discesa negli abissi.

La morte già viaggia accanto a ogni personaggio.

Amici sì, ma funestati da una terrificante mancanza di personalità.

Da una totale mancanza di movimento e sogni.

Sono statici e il loro unico sentore ancora umano, è l’amicizia.

Ognuno chiuso nel suo mondo, abbracciato come un disperato naufrago al labile, ma al tempo stesso salvifico, sentimento di amicizia.

Daniel è il perno su cui ruota la storia.

Lui cammina accanto alla morte, alla fine, all’inevitabilità di un destino avvertito come un dio beffardo e crudele. Gli altri sono comparse che piano piano, annienta con la sua stessa tragica cupezza.

Daniel si redimerà solo con il sacrificio supremo che chiuderà il suo cerchio.

Gli altri, Paloma, Rosa Matthias non saranno altro che pedine, svegliate all’improvviso dal loro torpore dall’incontro con…la paura.

A volte è solo uno shock che ci risveglia alla vita.

A volte è solo un impatto devastante con l’ignoto che ci fa comprendere l’incommensurabile bellezza del dono.

La casa, in fondo, non è che il simbolo della nostra psiche.

E in questa si agitano fantasmi demoni che sono figli della nostra stessa anima.

Siamo noi a custodire dentro porte segrete del disastro. Dell’orrore, della dannazione.

Siamo noi a contatto con le storie, a raccontare e raccontarci la fine.

E questa fine potrà essere tragica, inspiegabile o solo eroica.

E alla conclusione di ogni percorso sarà solo il fuoco purificatore a spazzare via ogni sentimento ambiguo, lasciando però, intatta la cenere.

E sarà il nostro vento interiore che la solleverà e la farà salire fino in alto ad abbracciare il cielo, o in basso e fondersi con l’oscurità del crepuscolo.

Ogni parole ha una sua conseguenza. E esprime, come nel racconto, la presenza di polverosi, bui angoli nascosti dentro di noi.

Ho letto questo libro in una sera, al buio, con uno strano vento fuori.

Scricchiolii sinistri.

Sussurri e il sentore di presenze strane.

E questo significa che dietro una scrittura acerba, esiste sicuramente una dote che va premiata.

E sviluppata

Non smettere di scrivere.

Non smettere di essere il demiurgo della tua realtà, di rendere sogni, ma anche incubi, reali imprimendoli su carta.

La tecnica si impara.

Il percorso vero la perfezione si acquisisce.

I successivi libri saranno abbelliti dalla tua esperienza umana.

Ma la sensibilità di captare le atmosfere e donarle al lettore, incarnandole in parole, è un talento che non si insegna.

O lo si ha.

O non c’è corso di scrittura che lo faccia apparire dal cilindro.

E’ più facile che appaia un coniglio.

Tu lo hai.

Coltivalo.

Sviluppalo.

Non perderlo mai