“Ombre di vetro. Bologna non muore mai” di Fabio Mundadori Damster editrice. A cura di Francesca Giovannetti

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Qualcosa di regalato. Qualcosa di smarrito. Qualcosa che non verrà mai restituito”

Da qui inizia il tutto.

La ricerca di un sadico serial killer, ricomparso dopo 30 anni, conduce l’ispettore Naldi in uno spaventoso viaggio nel tempo.

Sospeso fra l’indagine passata e quella presente, la tenacia e l’intuito di questo protagonista sono la forza principale del romanzo.

Una storia intrigante e spietata, scritta in modo sapientemente crudele ed elegante. La penna di Fabio Mundadori svela quel tanto che basta, tenendo il lettore col fiato sospeso, intento ad elaborare personali teorie sulla soluzione del caso.

Luci e ombre, sacro e profano.

La sacralità di un bambino portato in grembo lacerata dall’efferatezza del crimine, la sacralità della religione contaminata da antiche credenze popolari, un sacerdote la cui devozione vacilla.

In tutto ciò i due protagonisti, Bologna e l’ispettore Naldi; non possono esistere l’una senza l’altro.

Ogni strada, edificio, locale o aerea di periferia è territorio di questo personaggio fuori dall’ordinario, che ha imparato a trasformare la sua maledizione in un prezioso alleato. Non si può e non si deve svelare oltre.

Una trama complessa e articolata, espressa in maniera impeccabile.

Ogni pezzo trova il suo posto, senza forzature.

Un noir vero, italiano, abile.

Una scrittura raffinata, lontana dalla commercializzazione che spesso in maniera turbolenta, arriva da oltre oceano.

Nessuna spettacolarizzazione fuori luogo, ma un’opera da manuale, studiata e resa viva da un ritmo crescente.

Un equilibrio di stile che dona lo stesso, alto, livello a dialoghi, descrizioni, caratterizzazione dei personaggi.

Una trama non scontata, mai banale, con un epilogo che lascerà senza fiato.

Assolutamente consigliato.

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“L’ombra di Rol” di Enzo Orlando, Bonfirraro editore. A cura Alessandra Micheli

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Ho avuto la fortuna di incontrare la straordinaria figura di Gustav Rol leggendo, circa quattro anni fa, un libro che oserei dire straordinario Il mistero di Rol di Mario Pincherle.

Uno scienziato che affrontava l’arduo compito di farci conoscere e di decifrare il mistero del “mago” anche se considerare Rol un mago è insopportabilmente riduttivo.

Da quella lettura intrigante ma al tempo stesso particolare che cozzava con la mia formazione scientifica, inizia a studiare e a comprendere cosa ci fosse di cosi seduttivo in Rol, quale poteva essere il suo straordinario messaggio.

Al di la delle controverse capacità, il suo agire ,il suo scioccare il suo stupire i salotti bene, quel suo conquistare menti eccellenti della nostra cultura da Fellini a Buzzati fino a sedurre Enzo Biagi (stiamo parlando del più grande giornalista della storia occidentale) per non parlare della conquista di uno degli intellettuali più difficili e più esigenti come Roberto Gervaso deve, per forza, andare oltre la magia da salotto.

Io conosco Roberto Gervaso.

E’ un uomo dall’ironia graffiante e dalla mente raffinata, capace di vivisezionare ogni problema italiano, figurarsi farsi “sedurre” dal prestigiatore di turno.

Allora cosa si cela in quest’oscura, contraddittoria figura per aver affascinato i miei miti e anche me, che seppur attratta dall’esoterismo, lo sono perché la considero una scienza a tutti gli effetti?

Semplice.

Io Batesoniana convinta, ho sempre guardato con sospetto e con poca simpatia la divisione dell’indivisibile operata dal sistema cartesiano: mente e natura, pleroma e creatura, sono i risultati della nostra scelleratezza che hanno sezionato l’universo senza però poi ricomporlo nella sua originaria forma che è, e resta, monistica.

Il dualismo imperante della moderna filosofia occidentale ha oramai dimostrato la sua assurdità creando i mostri che fagocitano, pezzo per pezzo cultura e senso civile.

Senza la capacità in integrare ogni nostra azione in un contesto più ampio interdipendente e sopratutto dotato di un senso di responsabilità verso ogni singola parte, considerata non più come solitaria ma come un ingranaggio del grande orologio chiamato vita, abbiamo permesso all’egoismo sfrenato, alla finalità cosciente, alla de- responsabilizzazione verso le conseguenze delle nostre azioni (la retroazione o il cosiddetto effetto farfalla) di primeggiare, rendendo potente la frase aberrante del fine giustifica i mezzi.

E il fine senza eticità, senza la Maat egizia significa spesso, orrore.

Separare, dunque bene e male, spirito e materia ha come conseguenza quella di esorcizzare ma non demolire il lato oscuro presente in ciascuno di noi.

Esso vive, si ingrandisce creando archetipi dannosi quali potere, successo, denaro e arrivismo.

Oggi sono questi i residui logici alla base di ogni nostro movimento.

Cosa significa, dunque, immettere la figura di Rol in un giallo che tutto contiene tranne la spiritualità?

La risposta già ve l’ho consegnata.

Il delitto, la brutale soppressione dell’altro è nata in seno alle distorsioni aberranti che portano soltanto al disastro, come la volontà di imporsi, di sopraffare e di spiccare come unico pezzo d’eccellenza nell’antiquariato della vita.

E’ come se un singolo tassello di un mosaico etrusco, rivendicasse la propria unicità e il diritto a comandare l’intero disegno.

Capite bene che un singolo pezzo non è il mosaico e che da solo non è altro che una strana e incompleta macchia di colore.

Il tassello ha senso nel sui posto predestinato, insieme agli altri. Sono tutti loro a formare l’incredibile beltà del disegno.

E in questo libro, l’indagine non è solo verso indizi e verso la creazione della giusta nemesi atta a ristabilire l’ordine violato, è sopratutto un indagine degli archetipi oggi creati dalla stupidità umana, che portano a compiere le brutalità e i torti che oggi la giustizia cerca di riparare.

Ecco che accanto allo scioglimento dei nodi, si indaga su queste forme in cui il pensiero si esprime e si materializza e si organizza.

Esse sono funzioni di intelletto che consentono di aprire orizzonti conoscitivi nuovi o deleteri, posso riparare la lacerazione dell’animo umano che ha eclissato la responsabilità verso l’altro in regioni troppo lontane dalla coscienza.

Ma sopratutto, sono forme di pensiero simili a catene, anelli che si propagano dal passato al presente, in una orrorifica sequela di sopraffazioni.

Non è un caso che il testo fa intersecare eventi del tempo che fu con l’attimo odierno, come se questi archetipi di nutrissero, via via che la soperchieria continua, sempre più nell’oscurità umana, incarnandosi di volta in volta e creando un ponte che collega l’orrore di ieri all’orrore di oggi.

Ogni azione umana non può non avere ripercussioni sul presente, perché il lascito dei secoli non è altro che lo stesso: i potenti regnano, decidono, devastano e i sudditi sono sacrificati al dio mammona.

E quale istante migliore per raccontare questa catena, dell’unità di Italia?Creata a tavolino per interessi diversi dal benessere del popolo si è nutrita di oscurità fino a creare, oggi, il distacco profondo tra cittadino e stato, umiliando e degradando un senso di cittadinanza e di solidarietà sociale sempre più in pericolo.

Ecco che Rol, che appare sulla scena del delitto, rappresenta il seme del cambiamento.

Rol non è solo colui che rende possibile l’impossibile, ma è sopratutto l’uomo che tenta di superare se stesso e le sue imperfezioni, costruendo con sudore e impegno un mattone diverso, fatto non si sopraffazione ma di cooperazione, con cui costruire una realtà totalmente opposta a quella ritenuta valida.

E cosi il pensiero diviene una vera arma che lanciata attraverso la nostra mente può agire ristrutturando costruendo e rielaborando il reale.

La presenza di Rol sulla scena del crimine è qualcosa di più che una semplice scelta stilistica; è la volontà dell’autore, di prendere una precisa posizione etica.

Rol restituisce dignità ai vinti, ripara i torti, aiuta chi ha scelto la strada della giustizia perché al mondo improntato su diversi valori ci crede, e ci crede davvero.

Ecco che Rol rappresenta una verità fondamentale: l’aura di malvagità o di bontà dipende dall’uso che noi ne facciamo e dal tipo di pensiero con cui noi la carichiamo.

Un pensiero impuro, distorto, pieno di scorie non elaborate genera disastri.

Un pensiero disciplinato, dedito alla bellezza all’armonia, consapevole di essere parte di una mente più grande genera paradisiache realtà.

Perchè in fondo come dice Mario Pincherle:

il male è disfunzionamento. E’ il credere di bere un bicchiere d’acque e tracannare un anticrittgramico. Il funzionamento di un anticrittogamico può essere perfetto. Ma non è certo il bene. Funziona bene sulle viti da uva e da vino. Non sull’uomo.”

Quando leggo gialli che in realtà con forza tentano di incidere sul mondo, i miei occhi brillano e la mia anima assetata trova ristoro.

Questi sono libri da leggere, libri che nutrono la mente, libri che non sono solo abili mezzi di evasione ma chiavi per aprire le celle delle nostre personali prigioni.

Che l’ombra di Rol vegli sempre su di noi.

Note.

Mario Pincherle scienziato innovativo famoso per la sua strabiliante scoperta di come, tramite uno straordinario marchingegno (chiamato Zed) la grande piramide non è altro che un ricettore di energia, di un energia particolare, quella scoperta da Einstein ( o meglio riscoperta) e che fa parte della costituzione dell’universo stesso.

 

 

Whiborne & Griffin. Widdershins” di Jordan L. Hawk, Triskell Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Miei adorati lettori.

Permettetemi una breve digressione.

Come ormai ben saprete, io ho un approccio strano ai libri.

Devo entrare dentro i mondi creati, devo familiarizzare con i protagonisti e trovare entro di loro un po di me.

E pertanto, siccome quello descritto è un evento raro, ho scelto l’approccio oggettivo.

Cosa mi fa “innamorare” del testo?

È un insieme di elementi apparentemente strutturali.

Le descrizioni ad esempio.

Sono quelle che iniziano a farmi intravvedere il dipinto.

La psicologia dei personaggi.

Ognuno dei protagonisti incontrati, cosi come le comparse, non erano altro che sfaccettature di un io umano ricco e variegato che, il buon autore, decideva di aggiungere al dipinto.

E poi qualcosa che è impossibile da spiegare se non con una parola: il talento.

E’ la capacità di renderei il mondo nato nella mente, pertanto immaginario e illusorio, credibile.

E riporlo con cura su carta.

E dalla carta per mezzo dell’arcano potere della parola, farlo rivivere.

E trasportare il lettore attraverso i significati che le frasi e i loro simboli possono raccontare.

Ci sono testi apparentemente semplici che, per me, non sono altro che scrigni segreti di cui io solo ho la chiave.

E ridente e un po’ vanitosa la guardo e la rimiro estasiata, finché non mi decido ad aprirlo e balzano con allegria lettere, parole, emozioni, sensazioni e frasi e mi prendono per mano, iniziando un ballo circolare. Un canto hondo come lo chiamerebbe la Pikola Estes.

E dal quel canto ripetuto come un incantesimo, (in-canto appunto) ripetuto nella fertile mente di un’eterna sognatrice, iniziano a manifestarsi i personaggi che contribuiscono a comporre la schiera dei miei amici, quelli che mi accompagnano per strada e che mi strappano un sorriso o una risata nei momenti meno opportuni, mentre la gente mi fissa strana.

O che mi fanno l’occhiolino quando mi annoio o prendono il tè con me e con il mio accompagnatore, fisso messer Cappellaio Matto.

Da oggi avrò nuovi amici con me, Messer Griffin e Messer Whiborne. E la spavalda Chaterine.

Anche ora sono accanto a me e mi sorridono mentre mi accingo a raccontarvi la loro storia.

Vi sembro matta forse?

Ah la meraviglia della sana pazzia!

Percival Whiborne e Griffin Flaeherty, mai persone e più diverse si ritrovano a lavorare accanto, pelle a pelle tanto da far scattare le scintille…ma alt.

So che per molte lettrici la parte migliore e più succosa del libro è sicuramente un amore un po’ inconsueto tra due anime affini ma divise dal genere sessuale.

Ma il libro non è solo questo.

Griffin mi sussurra che ci sono vicina alla verità del loro messaggio.

Cosi mi concentro e tendo l’orecchio verso la loro acuta eppur melodiosa voce.

Prima di tutto mi avvertono di indicarvi il periodo in cui la storia inizia. Fine ottocento, America, New England.

Insomma, la patria della novità, dell’ambizione e del self made man.

O almeno cosi ci narrano le cronache.

Ma è davvero cosi?

E’ l’America la patria migliore, l’oltreoceano laddove ci si possa liberare dalla moralità angosciosa di un vittoriano che cadeva pezzo per pezzo?

La risposta è no.

Widdershins, contea creata da uno strano e ambiguo personaggio, è in realtà una sorta di baluardo del puritanesimo.

Conoscete un po’ la storia di questo stato vero?

Tolti i vestiti pesanti dei padri pellegrini, e indossati quelli dell’uomo che si affacciava nel millennio ricco di promesse, i fondatori, i ricchi, i nobili la crema della crema, un freno all’innovazione assoluta dovevano metterlo.

Per quanto decisi a cavalcarle l’onda del progresso, con omnibus, commercio, allettanti scoperte scientifiche e tecnologiche, non potevano rinunciare alla sicurezza delle concezioni, delle leggende e delle superstizioni del passato.

Vi ricordate per caso il mistero di Sleepy Hollow?

E’ la parabola del progresso che si arrende, inerme, davanti alla comodità di tante tradizioni che di scienza hanno poco.

Sono i deliri soprannaturali che tolgono ai personaggi l’aridità dell’imprenditore, li allontanano dal ruolo di protagonisti scarni e rigidi di una società che si apprestava a diventare capitalista, sicuri e convinti della loro identità.

Culti antichi, vecchie storie di spettri, demoni e di antichi dei…

L’atmosfera del testo ricorderà quella del libro di Arthur Macham, il grande Dio Pan.

E qua a far capolino sotto il substrato dell’apparente normalità, c’è proprio un richiamo a quelli dell’altra parte…

Non vi viene in mente nulla?

E se vi parlassi di grandi antichi?

Ecco che i vagheggiamenti occultistici prendono il posto di quella parte religiosa che all’America manca.

Devota al dio successo, al dio denaro, all’arrivismo sfrenato, alla decisione di creare una nuova opportunità per chi era fuori dalle rigide gerarchie inglesi.

Sapete benissimo che lo spirito capitalistico è nato in seno all’etica protestante.

Se non lo sapete beh leggetevi Max Weber.

E’ proprio, per ironia della sorte, i voler togliere orpelli mistici e spirituali a una religione che doveva solo servire a mostrarsi migliori al mondo e per migliori significa ricchi, che creò una notevole mancanza nell’animo umano.

La conoscenza al servizio della crescita economica e industriale era una conoscenza a metà, che sopprimeva quegli istinti e impulsi atavici dell’uomo a appropriarsi dell’ignoto.

Anzi soffocava proprio quest’istinto.

Pericoloso, reo di condurre al caso e forse…all’anarchia.

Pensate a una conoscenza capace di rendere consapevoli gli uomini della loro diversità e al tempo stesso della loro fondamentale comunione di diritti, non solo di doveri.

Ecco che, specie nell’America nostra, tanto sognata, ma profondamente denigrata da studiosi del calibro di Tocqueville, la cosiddetta mancanza apparente di stratificazione sociale si risolveva in un tutti uguali, quindi nessuno uguale.

L’omologazione diventava lo strumento in mano a pochi, i più furbi, per decidere le sorti del paese ma mantenendo il controllo sociale grazie alla diffusione che, siccome tutti uguali, ognuno con il lavoro, l’iniziativa e la liberà imprenditoria poteva far parte della cerchia benedetta.

Widdeshins smentisce l’assunto culturale americano.

La città è fondata da poche famiglie che la gestiscono a loro piacimento, in attesa dell’occasione giusta per ottenere altri vantaggi.

Chi denaro, chi potere, chi una sorta di riparazione dei torti.

E ognuno di loro legato a una sorta di decoro che serviva da facciata per continuare a essere i migliori, gli esempi, le forze propulsive della società.

Niente caos ma ordine, quello che portava il progresso senza che però la società progredisse davvero.

Del resto primato economico o no, l’America è uno dei paesi più razzisti che esista.

Ne è una prova la fede nel modello WASP, o l’insorgere di terribili società segrete, assai peggiori della massoneria come Skulls and Bones, o il Ku Kluk Klan.

In questo caso, esiste la Fratellanza.

Rispettabilità e superiorità.

E per garantire questi due irreprensibili caratteristiche, bisognava soffocare gli istinti.

Quelli che permettevano al modello di sfaldarsi.

Come immaginare, leggere, sognare, scrivere, osare e persino amare fuori dagli schemi.

Perceval è l’anello debole della catena del potere familiare.

Non è manipolabile, è goffo ma al tempo stesso cosi forte da dire no a un destino tracciato.

Capace di lasciarsi andare, anche se questo cozza contro gli insegnamenti paterni.

E’ l’uomo più coraggioso che abbia mai incontrato.

E ancor più di Edmond Dantes.

Mi scusi Edmond e non arrossire Perceval, lo penso davvero.

Una persona che, nonostante le convezioni è capace di dire no e tracciare la sua personale via di felicità, è a tutti gli effetti un grande eroe.

La sua purezza e persino il suo sentirsi sbagliato lo rendono profondamente umano ma al tempo stesso capace di rappresentate…ognuno di noi.

Immerso nella sua privata rete di legami, di obblighi e di maschere.

Ecco che dall’ambientazione esce un monito, un consiglio o una seduzione: essere se stessi a costo di perdersi.

Perché ciò che si perde è solo una recita, una finzione una terrificante farsa a cui ci hanno costretti da piccoli.

Ma è anche la miglior parabola della purezza che vince il male.

E’ il sacrificio di chi vuole che Widdeshins smetta di essere antioraria o di girare per un verso contrario al sole, ossia alla luce della verità e della compassione, e tornare a splendere e se non eliminare a affrontare con coraggio i suoi demoni.

I demoni presenti in questo libro sono le aberrazioni di istinti asserviti alla volontà di potere senza etica.

E potrei anche definire quelle sue terrificanti e oscene immagini come un ulteriore avvertimento verso un umanità che tenta di sostituirsi all’energia creatrice, senza però avere il suo medesimo rispetto per la vita.

Perché se consideriamo la scienza, la conoscenza, la sperimentazione non un atto che intende omaggiare l’intero cosmo, ma solo un modo per auto esaltarci, creeremo solo abomini.

L’amore esiste in questo libro.

Ma non è solo l’amore tra due persone.

E’ l’amore per il bello, per il giusto, per il sole, per la libertà.

Anche se questo significa accettare signora morte, o il dolore, o la delusione, o gli affronti, le ingiurie.

Perché in fondo la vita è fatta anche di questi orrendi abissi.

E solo il prode, il giusto, il coraggioso dall’abisso sa osservare con ardore e stupore il cielo.

Ora vi saluto.

Griffin e Perceval hanno ancora delle avventure da narrarmi.

 

“La macchia sul muro” di Danilo Colangeli, Nero Press Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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I migliori studiosi si sono impegnati per carpire il segreto più imponente dell’uomo.

L’immortalità direte voi?

No, assolutamente.

E’ qualcosa di più profondo che riguarda la composizione stessa della realtà, ossia la percezione. Ed è questo il fattore psicologico che ci rende dei veri demiurghi.

Secondo studi importanti, tra cui quelli di Gregory Bateson e di JR Ames, quello che noi consideriamo materiale e oggettivo non è altro che una rappresentazione costruita ad hoc dai nostri sensi. E ciò significa che, il vero protagonista totalmente oggettivo della nostra realtà è proprio quel cervello e quelle sinapsi che elaborano consapevolmente le immagini e le trasformano negli oggetti che ci appaiono materiali. E non solo. E’ la nostra mente a costruire, addirittura, giorno per giorno il nostro universo cosi come lo conosciamo.

Ecco che si apre uno scenario futuribile ai nostri occhi: non un solo piano di materia ma diversi livelli di realtà, quanto diverse sono le percezioni delle persone.

Ecco che il multi universo non è poi cosi tanto lontano e la fantascienza diviene accadimento con cui noi ci scontriamo quotidianamente.

Più sono le persone che osserveranno un oggetto, un accadimento,un valore e più si costruiranno immagini e più universi di significato e dimensioni materiali si fabbricheranno.

Questo è un processo inconscio poiché se l’inconscia conoscenza di questo meccanismo, diventasse conscia, renderebbe cosi relativo il nostro piano di esistenza fino a renderci statici, insicuri e quasi anarchici. Infatti, se la realtà non è corporea, ma per ognuno essa appare colorata con tinte diverse e quindi evanescente e quasi illusoria, la vita stessa potrebbe essere privata di ogni sua valenza emotiva.

A che serve vivere se in realtà sono immerso in una costante illusione?

Ecco perché il famoso velo di maya degli gnostici non va sollevato se non dopo un attenta preparazione mentale, onde evitare squilibri di ordine psichico. Perché accorgersi che vediamo tutto in modo personale e forse distorto rispetto all’oggetto in questione e alla sua vera essenza può turbarci tanto da renderci folli.

O in rari casi geni.

Una volta scoperta questa caratteristica umana, molti agenti di pressione o centri di potere occulto o solo scienziati spinti al limite, la cui volontà di conoscenza supera i livelli di sicurezza, hanno tentato di interagire e manipolare proprio la percezione umana, e la rappresentazione del reale connessa ad essa.

Non so se avete sentito parlare del progetto Mk-Ultra?

Si denomina in cotale modo il progetto CIA atto a effettuare sui soggetti prescelti un vero e proprio controllo mentale.

Era a tutti gli effetti un programma illegale, clandestino con lo scopo di identificare droghe e procedure che, integrate ad altre tecniche di tortura, potevano rendere malleabili le persone portandole a una confessione “spontanea”. Ovviamente, tali esperimenti erano spesso praticati all’insaputa dei soggetti scelti, e avevano lo scopo di sviluppare tecniche per la tortura, per l’interrogatorio, possibili farmaci atti a ottenere il totale controllo delle percezioni dell’individuo e addirittura alla creazione di assassini inconsapevoli o il controllo di leader stranieri scomodi.

Ecco uno stralcio del report della CIA:

Devono essere prese precauzioni non solo nell’evitare che le forze nemiche vengano a conoscenza delle operazioni ma anche nel celare le attività al pubblico in generale. Sapere che l’agenzia è coinvolta in attività non etiche ed illecite avrebbe serie ripercussioni negli ambienti politici e diplomatici..»

Ed è questo che succede al protagonista di questo strabiliante libro, una perla rara nel panorama moderno.

Grazie a arditi esperimenti (che molto richiamano lo scellerato programma USA) il povero studente si troverà a viaggiare su piani di realtà che spesso chiamiamo incubi, sfiorando a volte la vera essenza dell’umanità: vampiri e demoni soggetti ai più biechi impulsi.

In fondo, il comodo tranquillo condominio fatto di gente proba e timorata, non è altro che una gabbia in cui sono rischiosi coloro che temono l’esterno. Persi nelle proprie fantasie, o nei propri progetti che sfiorano la criminalità essi sono davvero i rappresentati di quella società cosi sconvolta da voler chiudere gli occhi sugli orrori. E manipolare le coscienze altre è forse lo stimolo più abbietto in possesso di tanti dominatori di questo mondo portato al disfacimento. La peggior colpa dei condomini è quella di non voler sapere, di voler restare nella comodità del non indagare, nella condizione statica ma serena di chi le domande non vuole porsele.

Ed è questa la vecchiaia di cui ci parla l’autore, non la normale decadenza fisica quanto lo stop alla curiosità e alla voglia di scoprire sempre e ricercare la verità.

E’ il silenzio, il non movimento che ci preclude quelle energie giovani e creative che rendono l’organismo umano capace di evolvere. E’ il rannicchiarsi nella ripetizione senza senso di gesti e di pensieri che ci rende, in fondo, vicini alla vera, orrorifica morte: una mente che non si domanda si sfalda, si atrofizza e perisce.

L’altro elemento da sottolineare nel testo è la cosiddetta scienza anti-etica.

Esiste un limite alla voglia di sapere.

E questo limita risiede nel rispetto per l’altro e per la vita in generale.

La spinta evolutiva non è la risposta a ogni costo, ma lo stimolo che la domanda ti fornisce, lo stimolo a cercare, a indagare anche se non si arriverà mai alla teoria concreta.

La scienza, invece, non coccola la volontà di domandare ma inneggia all’ansia della risposta a ogni costo.

Questo significa andare contro l’etica, poiché se lo stimolo è arrivare a ogni costo alla meta, questo può voler significare che, pur di ottenere la soddisfazione del fine “la conoscenza” si possono utilizzare i mezzi più disparati.

Come sosteneva Macchiavelli il fine giustifica i mezzi.

Ma la vera sapienza, la vera conoscenza, la scienza “Sana” non si interessa nell’ottenimento ossessivo delle risposte, ma si interessa soltanto ad esercitare la nobile arte del porsi quesiti. E dalla domanda scaturiranno altre domande e cosi fino alla fine, rendendo non l’arrivo, ma lo stesso viaggio degno di essere vissuto.

Da saggista amante della scienza vi dico che non è l’esperimento che ci interessa.

Non è la teoria a cui sogniamo di arrivare.

Non vogliamo scoprire tutto.

Ma avere sempre nuovi elementi a svelare.

E pertanto la vera etica della scienza è quella che si nutre soltanto del piacere di intraprendere l’esplorazione sapendo che, durante questo percorso possiamo anche guardarci attorno, fino a sentire quant’è grande l’universo in cui siamo inseriti e quanto mistero ancora ci avvolge.

Come disse Gregory Bateson lo scienziato studia con meraviglia la formica rispettandone i movimenti.

Il folle cerca di capire come usare la forza della formica.

Ed è quest’ultimo essere immorale il protagonista, vero, del testo.

Da una semplice macchia sul muro, possiamo davvero riflettere sull’infinita bellezza del nostro cervello, ma anche sulla sua tendenza assurda e spesso dannosa, che ci porta alla macchinazione.

Ecco che a volte un libro ci scuote più di mille inutili discorsi, spesso tacciati di moralismo.

Le questioni che il libro mostra sono FONDAMENTALI non solo per la conoscenza scientifica, ma per la nostra stessa anima, troppo spesso barattata con un titolo e con una copertina su Science.

“Il diario della Verità Perduta” di Giacomo Fratini, edizioni Efesto. A cura di Alessandra Micheli

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E doveva arrivare il giorno X, quello in cui avrei osservato il candore del foglio, rendendomi conto che non ero in grado di inserirvi le mie idee e le mie emozioni.

Non fraintendete.

Vi vedo li a ridacchiare e sussurrare.

Non ci riesco perché il libro non è solo un capolavoro ( e fidatevi, sapete che non uso le parole a caso) ma perché questo testo ( mi inchino di fronte alla magica arte di Fratini) mi colpisce nel profondo, titilla la mia mente, accarezza soave la mia anima, stuzzica la mia curiosità.

Che finalmente si accende di mille bagliori e inizia a viaggiare con la fantasia.

Di libri belli, belli da strapparti cuore e viscere, ne ho letti.

Ma vedete questo, questo piccolo prezioso gioiello, contiene dentro la sua struttura scorrevole, accattivante, seducente, ricca di fasti e di adrenalina, tutti i miei anni di studi.

Quasi 20 per l’esattezza.

E, quindi, potete immaginare la mia emozione, il mio giubilo nel riconoscere i tratti di quelle ricerche abbozzate nei miei dodici saggi, nei miei mille articoli e in chili di fogli contenuti nella mia preziosa cartellina.

Come essere obiettiva?

Beh perdonatemi.

Ma non ci riesco.

Quindi la recensione sarà diversa, sarà ricca di quel piacere sottile ma invadente, che mi procura la ricerca.

Iniziamo, dunque, l’arduo ma intrigante viaggio.

E in che ambiente ci porta il Fratini, tanto da aver conquistato una vecchia orsa come me?

Attraverso la tradizione.

E non la tradizione folcloristica, ma archeologica, mistica, esoterica e occulta, quella che fu definita dal grandioso Renè Guenon, la scienza sacra.

E di scienza sacra, seppur romanzata ma con punti solidi e precisi, questo libro ne è fortemente pervaso.

Ora, prima di raccontarvi il libro dovrei fare qualche necessaria premessa.

Ovviamente non intendo narrarvi la trama, quella penso siate in grado di leggerla da soli.

Forse, io posso solo suggerirvi spunti di riflessione e elementi capaci di affascinare i sensi, ammaliare le menti e spingere a immergervi nella vera letteratura e ad abbracciare la sua reale funzione: quella di comunicare.

La prima precisazione, fondamentale luce per il buio degli scettici, è nella apparente contraddizione, tutta occidentale, tra i termini occulto, esoterico e scienza.

Siamo oramai mentalmente rigidi riguardo alla necessaria distinzione tra materia e spirito, o per dirla alla Gregory Bateson tra pleroma e creatura.

Lo stesso Cartesio divise i due piani di indagine: da un lato la scienza che indaga i fenomeni umani e dall’altro l’afflato alla spiritualità, ai vagheggiamenti mistici che sono soltanto illusioni della materia.

La realtà è concreta e precisa.

La realtà è misurabile, dio no.

La cesura tra spiritualisti e materialisti è, oggi, cosi ampia da provocare quel solco pericoloso dove vengono erroneamente inserite motivazioni meno nobili, oserei dire blasfeme, utili per colmare tale abisso tra le due differenti visioni della realtà.

Beh vi illumino: non sono visioni opposte.

L’esoterismo, ciò che è nascosto, l’occulto, ciò che è sepolto, non rappresentarono altro che una peculiare modalità di indagine scientifica. Ciò che era ignoto sembrava possedere una strana energia, che non quantificabile veniva chiamata magia, mana, o potere. Era la capacità di “manipolare” “plasmare” trasformare la materia dopo una lunga esperienza interiore e esteriore che portava alla conoscenza di precise leggi.

Vi sembra cosi assurdo?

Oggi è possibile compiere gli stessi atti “magici” degli antichi sacerdoti, degli antichi maghi ossia manipolare intervenire sulla materia.

Oggi i zoroastriani si chiamano, udite udite, fisici dei quanti. E tramite l’atto del plasmare la materia si hanno energie che viaggiano su due binari: distruzione e costruzione. La stessa energia nucleare è sia benevola che malevola.

Basta osservare il procedimento scientifico per comprendere come esso assomigli a un atto rituale: strumenti, concentrazione, studio danno la possibilità di interagire con le particelle subatomiche.

E abbiamo anche mantra e formule specifiche: la forza arcana della relatività ha il suo seduttivo potere della formula magica : E=mc².

E grazie a questa si compiono, oggi, strabilianti azioni.

Non vi tedierò con le conseguenze di tale formula ( dall’antimateria alla possibilità dei multiuniversi) certo è che, forse, tale scoperta contrasta con la primitiva legge di Newton, confermando, tramite la genialità della fisica quantistica, la sua inesattezza.

Quindi come si narrerà nel libro : Newton ha sbagliato

Infatti, lo spazio e il tempo ASSOLUTI non esisteranno più e saranno rimpiazzati da un’entità chiamata SPAZIO/TEMPO dove essi si influenzeranno a vicenda.

Insomma protesterete, siamo sempre di fronte alla scienza, che c’entra quindi l’esoterismo?

C’entra miei cari, c’entra.

Avrete oramai capito che il Vangelo della verità perduta, si rivolge all’antica sapienza di popoli persi nei mari del tempo, che un manipolo di arditi uomini, uniti da un antico patto, (quello di migliorare la società civile) si impegneranno a comprendere e a riportare in luce.

Ebbene, queste conoscenze che in fondo sembrano riportare alla nuova fisica, erano in possesso, pare, di vetusti popoli.

Che li descrissero nei loro sacri libri.

Uno di questi concetti scientifici di avanguardia, era il potere del suono.

Per i nostri progenitori, il suono era un’energia capace di influire con le sue vibrazioni, su ogni tipo di materia. Anche quella più pesante, più dotata, cioè di massa.

Quindi, per forza Newton era diciamo sorpassabile.

Le trombe di Gerico, la costruzione delle piramidi egizie, i racconti dei monaci tibetani, erano forse testimonianze di conoscenze scientifiche perdute.

E a chi ribatteva che si trattava di scritti allegorici, un simpatico geniale omuncolo dimostrò che non era cosi.

E nel libro si fa riferimento a Coral Castle.

E non ditemi che non conoscete Coral Castel?!

E come immaginavo a illuminarvi tocca a me.

Trattasi di una struttura architettonica in pietra calcarea progettata da un certo Edward Leedskalnin. E si trova, nientepopodimeno che in Florida ad Homestad.

Ora immaginate un castello, anzi un vero e proprio parco, adornato di blocchi di pietra lavorati e scolpiti a forma di mura, grandi tavoli e sedie, bassorilievi e un torrione abitabile.

Tutto innalzato nell’arco di 28 anni dal 1923 al 1951.

E dove sta il mistero?

Che il nostro Leedskalnin mantenne uno strano, ambiguo riserbo sulle tecniche utilizzate ( il blocco più grande pesava circa 30 tonnellate).

Ogni tanto, stuzzicava l’interesse dei giornalisti l’accenno a segreti costruttivi della grande piramide di Giza. E in più, scrisse brevi memorie autobiografiche come il Magnetic current in cui sono condensava le sue idee come l’elettromagnetismo e anche un accenno all’utilità del suono come strumento per spostare grandi massi.

Intrigante vero?

Ovviamente il riferimento alla piana di Giza, più il fatto che l’Egitto e gli antichi regni sumeri (misteriosi e avvolti da un aura di strano mistero grazie a Sitchin) rimandano la mente ai misteriosi poteri del suono. Il suono stesso, in fondo risulta una forza indispensabile per dare sprint all’umanità: se si legge la bibbia (anch’essa mutuata dagli antichi scritti mesopotamici, come vedete tutto torna) si racconta come era il verbo ( il suono) l’elemento creatore per eccellenza. Anche il famoso tempio di Salomone (sancta sancturoum, fulcro della religiosità ebraica) pare abbia avuto, sopratutto, la funzione di custode di conoscenze complicate. Addirittura c’è chi proponeva l’arca dell’alleanza come prototipo di una macchina ad energia nucleare.

Ardito e blasfemo.

E chi ebbe l’opportunità e l’onore di sostare sotto le rovine del tempio?

Ma si!

Proprio loro!

I Templari!

Ed ecco il secondo riferimento alle arcane conoscenze: l’ordine guerriero fu, secondo molti scritti e molte teorie, il depositario di segreti inconfessabili.

Cosa fossero beh possiamo fare solo congetture.

Chi propone il ritrovamento del vangelo Q, in cui si sancirebbe l’umanità del Cristo.

Chi il ritrovamento della salma di Gesù.

Chi documenti attestano un’altra verità: non Pietro come il fondatore della chiesa, ma la Maddalena.

Chi la stirpe sacra nata dal matrimonio di due nobili stirpi, appunto la Maddalena e Joshua.

Chi addirittura l’arca dell’alleanza.

Chi altri manufatti sacri ebraici.

E chi, appunto, scritti attestanti le conoscenze evolute della mistica ebraica, mutuate proprio dai Sumeri, la cui origine “aliene” viaggia ancora nella fantasie odierna.

Cosa secondo Fratini, i nostri protagonisti ritroveranno, beh lo dovete scoprire voi leggendo.

Altro riferimento.

Quale fu la regione di maggior sviluppo templare?

La Linguadoca.

Il Razes.

La Francia meridionale.

E in quella zona prosperò un altro movimento occulto, capace di dare la sua impronta duratura nella nostra tradizione sacra.

Ed Emile vi ricorderà, ed è qua che la mia emozione raggiunge le stelle, un altro paesino protagonista di strani accadimenti e funestato da orribili morti, con un parroco, anzi due all’avanguardia : Rennes Le Chateau.

Da anni io viaggio a Rennes sia fisicamente, sia con la fantasia.

Sosto nella sua strana chiesa e prego davanti alla tomba di Berenger Saunniere.

Leggo e contemplo il lascito di Henry Boudet, La Vraie Langue Celtique.

Racconto a me stessa la sua arcana storia, sviluppata in un regno di leggende di miracoli e dotato di una geografia arcana, capace di formare, con i suoi monti e le sue fonti, un pentacolo vivente.

Sede di grandi enigmi e di ordini esoterici di fondamentale importanza, alcuni mitici come il priorato di Sion guidato dal geniale Plantard e la massoneria che in quella zona fa sentire la sua acuta voce.

Emile e Rennes, vivono di leggende rese reali dalla legittimazione del pensiero.

La Giana e la Dea Bianca respirano in questo luogo magico, soffuso di bagliori e di incredibili opportunità.

Sono sedi di tesori inestimabili che partono dai visigoti all’eredità templare.

Vivono nelle grotte strani personaggi, strane figure che soltanto il nostro imperituro sentire cattolico ce li fa apparire demoni.

Secondo, Mariano Bizzari, sotto Rennes si dirama una tradizione occulta, demoniaca, iniziata con un lontano esoterista un certo Gerard de Nerval e finita con un vangelo perduto quello dei Cainiti, strana setta gnostica che venerava come salvatore e redentore, non il povero Abele ma il crudele Caino.

Un Caino si fratricida, ma stranamente intoccabile dal marchio che lo stesso dio aveva apposto nelle sue carni.

Nessuno tocchi Caino

è oggi, il mantra di coloro che sono contro la pena di morte.

Peccato che, ehm, secondo la Bibbia, Caino non era uno stinco di santo. Insomma ammazzare il fratello non è contemplato nel manuale del bon ton.

In quella regione, secondo lo storico Louis Fediè, si narra dell’esistenza di cunicoli sotterranei il cui ingresso di collocherebbe sotto il peyte dreto il menhir posto sotto il meridiano zero nel comune di Peyrolles.

E in quegli anfratti vivevano le fate del mondo altro, las Encantados.

Alcuni studiosi, raccontano che questi encantadores, in fondo, non erano altro che una popolazione celtica, la cui caratteristica era un acre odore della pelle ed un incarnato pallido, dai capelli cosi biondi da risultare bianchi, seguaci “sanguinari” di una vetusta divinità chiamata appunto Dea bianca ( la dea oggetto di studi del grandioso Robert Graves).

E quella popolazione, parrebbe essere risorta nelle vesti di una strana etnia, bistrattata durante il medioevo, derisa e oggetto di terrore cieco: i cagots.

Andrei avanti per giorni a raccontarvi di queste tradizioni.

Ma spero che questo viaggio, attraverso la bravura di Fratini, vi abbia intrigato, tanto da farvi immergere in questo libro fantastico e abbeverarvi alla fonte, riconoscendo i passaggi e i capitoli oggetto della mie recensione.

E fidatevi, questo percorso vi trasformerà del tutto, facendovi avvicinare all’incanto, facendo si che il mistero confluisca in voi.

In fondo, è questo il sogno di uno strano abate un certo Boudet che voleva rendere un antico Cromlech una sorta di trasformatore e purificatore di energia.

Una sorta di macchinario capace di spezzettare le particelle subatomiche e ricomporle in una forma nuove e evoluta.

Passando attraverso la porta arcana, noi diventeremmo uomini di intelligenza superiore.

Beh, io non posso offrirvi una struttura fisica, ma posso invitarvi a cambiare attraverso questa piccola, grandiosa porta che è il libro di Fratini.

“L’eremo del deserto” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli

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Il sogno di cambiare la storia, quell’illusione di poter incidere su uno solo dei meccanismi di quel marchingegno preciso che è il nostro cosmo, è qualcosa che da sempre ha stuzzicato la fantasia degli uomini.

Perché molto spesso la partita tra vincitori e vinti è giocata davvero all’ultimo momento: un piccolo atto incomprensibile che rivela i suoi frutti nel nostro presente, una piccola bugia che in realtà fonda e mantiene intatti imperi e egemonie, ideali e religioni.

Quel granitico conglomerato che oggi chiamiamo cristianesimo di stampo romano, non è altro che, per molti, un semplice errore di traduzione: messia in quanto redentore, come i mille dei salvifici di un umanità perduta che solcarono il fecondo suolo dell’oriente.

Religioni misteriche adombrate e incoronate dal segreto iniziatico, dall’incanto e dall’azione divina energie che si materializzavano in un mondo abituato, ma per questo mai dissuaso, che esistesse la magia.

Tempo fa, ebbi l’onore di presentare un libro che sconvolse e agghiacciò gli astanti, rendendo le loro certezze friabili come una roccia calcarea: “La Maddalena, storia di una religione inventata”.

Per me i concetti espressi dal testo, non erano una novità.

Da tempo mi confrontavo con le teorie degli studiosi che raccontavano una diversa versione della vincita del cristianesimo, meno agiografica ma sicuramente più interessante. Il cristianesimo non fu che un insieme di opportunità, una commistione di idee diverse, una volontà di rinnovare e di scuotere un mondo sull’orlo del disastro che portò alcuni a recidere i legami tra la nascente fede e l’antico ebraismo.

Storia di ieri quella della non volontà dello stato di Israele di chinare il capo verso i loro oppressori.

Entrambi portatori di due visioni della vita cosi opposte da essere inconciliabili, incapaci di trovare un vero compromesso un vero punto di incontro ma destinate e inglobarsi a vicenda, una sopraffacendo l’altra.

Pragmatismo e fede cieca dimostrarono, già nei tempi lontani, la loro naturale inconciliabilità, decidendo cosi le sorti dei secoli a venire, dove il dominante raramente, se non in alcuni casi, riuscì a prendere nozioni e a rispettare il dominato.

Tranne forse nell’esperimento della Linguadoca, laddove sembra, secondo un libro interessante la Leggenda aurea, ebbero riparo e ristoro gli esuli della disfatta del sogno ebraico, quello di tornare agli antichi fasti narrati dal vecchi testamento.

Gesù, nella loro concezione non fu quindi un redentore nel senso orientale del termine.

Non si dedicava a redimere un’umanità caduta nell’errore, cosi come sosteneva il mitraismo e la religione di Zoroastro, era piuttosto un vero Messiah erede al sacro trono di Israele erede del lascito dei grandi re della casata di Davide destinato a portare non pace ma spada, capace di abbeverarsi al sangue del nemico e da quell’olocausto, per far nascere un vero impero, possente ed eterno.

Il sogno si avverò con protagonisti diversi che presentarono l’idea del re sacerdote, per dominare coscienze, società e menti dei loro seguaci, dei loro “sottoposti” dei loro sudditi.

E fu un errore, un uomo deciso a mantenere intatta la nuova setta, cosi fu definita dai romani il nascente cristianesimo, liberandolo dalla pesante eredità giudaica, fatta di sanguinarie ribellioni, una scia di morti agghiaccianti e di una serie di elitarie promesse.

Il popolo eletto era ora quello battezzato e avvinto all’esempio della croce, non più strumento di tortura ma riparazione di torti non materiali ma spirituali.

Capite bene che un idea del genere aveva conseguenze straordinarie.

Una era quella di far partecipare, per la prima volta ai sacri riti di stampo davidico, anche i gentili e impiantare su essi un concetto mutuato dalle religioni misteriche d’oriente, meno pragmatiche e più esoteriche.

Il secondo fu che staccare la religione e quindi il legame tra politica e spiritualità, rendeva gli uomini più malleabili e poteva aprire nuovi scenari di conquista, di potere e di privilegi.

Ed è qua che si apre il libro eccelso e perfettamente documentato di Grimaldi L’eremo del deserto, raccogliendo in se tutte le conseguenze della “religione inventata”.

Essa, ce lo racconta l’autore, fu anche e sopratutto strumento di comando; i sacerdoti si dedicarono a atti di conquistare politica più che alla cura dell’anima, usando la concezione di popolo eletto del passato impero ebraico e aggiungendo la loro sacralità di vicari di cristo in terra.

Gesù che con il suo sacrifico non più considerato anatema e abominio, innalzò l’uomo da semplice mortale a una sorta di semidio, partecipe tramite la transustanziazione, della divinità materiale di dio incarnatosi nel suo figlio.

Tramite la complicata cerimonia della comunione, ogni servitore di dio divenne al tempo stesso capo del gregge.

E di quel gregge, ovviamente, poteva farne ciò che voleva.

Ecco che il sogno di uno sparuto manipolo di arditi uomini, alimentati sia dalla mistica islamica sia alle idee più radicali ossia quelle dei bogomili e degli gnostici, cercarono tramite lo svelamento dell’inganno di Saulo di Tarso, di creare un mondo diverso, in cui la regalità fosse emblema non di potere terreno ma immagine del cielo.

Il regnante doveva garantire la giustizia, l’armonia, la comunione di ogni uomo, concetto che richiama l’amore di Grimandi e mio dei concetti regali egizi, ossia quella Maat che era garanzia di un potere controllato e non esclusivo del regnante.

Qualora un re, un imperatore o un rappresentante politico, tenti di violare o violi i codici fondamentali, mutuati dal cielo, allora il popolo sarebbe stato libero di ribellarsi contro il sovrano.

Che si chiami imperatore o semplicemente papa.

In questo testo ci sono riferimenti precisi, quindi, a delle correnti eretiche con cui il cattolicesimo e il cristianesimo tutto ha dovuto fare i conti: lo gnosticismo che contrastava apertamente i canoni della neonata religione, e quella corrente che faceva capo ai veri depositari della missione di Cristo o come preferisco chiamarlo io Yoshua: i desposyni, eredi forse delle tradizioni essene.

Ecco che vengono citati i loro oggetti più sacri, rotoli veramente esistenti che raccontano una strana storia, diversa da quella conosciuta chiamati i rotoli di Qumran.

Ovviamente, nel testo essi sono diversi dalla loro reale natura, sono più romanzati, ma sicuramente entrambi raccontano una figura del messia molto diversa, più autentica, mano irreale e evanescente, profondamente imbevuta e formata dalle reali condizioni socio economiche e politiche dell’epoca.

Questi si intrecciano e si intersecano con altri documenti essenziali che sono i vangeli gnostici anch’essi fonte interessante a fondamentale per capire l’evoluzione della religione più venerata. Questi documenti, reali, divengono nel testo, spunto di una acuta riflessione sul potere e sulla capacità della storia scritta dai vincitori di occultate la realtà materiale di ogni accadimento. Cosi i vangeli sono considerati l’unica fonte diretta dell’esperienza crtistica, anche se oramai sappiamo che non sono stati scritti dagli apostoli. E diviene quasi oscurata l’esistenza di una tradizione antecedente a tali documenti, tra l’altro rimaneggiati che fa capo, secondo alcuni, a una vera tradizione orale, quindi difficile da analizzare per ritrovare la sua origine, e per altri risalente a un documento unico, fondamentale e originale, forse scritto direttamente da uno dei testimoni degli accadimenti chiamato vangelo Q.

Ecco che la scoperta della “bugia” di San Paolo, potrebbe avere ancoraggi una valenza distruttiva epocale, lacerando non solo i privilegi di molti ma sopratutto distruggendo la nostra percezione del passato, del futuro e del presente. Il libro controverso di Dan Brown lo ha dimostrato: basta un solo sospetto per minacciare l’impalcatura di potere dietro la quale si nasconde la chiesa cattolica.

Ma la mia domanda alla fine di un libro cosi coinvolgente e accattivante, capace di fungere da porta coeli e portarmi direttamente in quell’eremo, funestato da atti indicibili e da uomini coraggiosi e con una fede pura e salda, è : serve davvero distruggere le credenze del popolo?

Serve davvero raccontare la realtà, quando questi racconti, veritieri o non, hanno stimolato uomini straordinari a portare una luce nel mondo?

Forse senza i vangeli non avremmo avuto Don Bosco, San Francesco, San Vincenzo da Paoli, Don Milani, il grande papa Giovanni XXIII e tanti giovani audaci sacerdoti capaci di raccogliere i lamenti dei tanti esclusi del mondo.

Non avremmo avuto la bellezza della teologia della liberazione, o piccoli grandi gesti nati da una fede semplice, autentica e sentita.

No.

Credo che per battere il potere tentacolare che tutto sporca e inquina, la fede serva.

Non importa se cristo è esistito o no.

Se è morto in croce e davvero risorto.

Importa che questo abbia suscitato atti di estremo coraggio.

Perché a volte la ricerca della verità, la voglia di distruggere un nemico, non fa altro che servirsi di atti contro la vita e contro il bene supremo.

E il libro ce lo dimostra, vincente non è chi conosce il segreto dei rotoli a chi davanti la disastro e alla morte non si tira indietro e scava a mani nude per salvare una vita nata e donata da un dio che si è sacrificato per noi.

Ed è questo, l’esempio che può rinnovare, oggi, la chiesa e il mondo.

“Betty’s place” di Susan Moretto, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Attenzione.

Betty’s Place è molto più di una ghost sotries.

Oserei dire che l’incontro con altro mondo è l’escamotage letterario per raccontare una storia di redenzione.

Infatti l’universo ultraterreno è lo specchio per osservare noi stessi, perché in quel limbo dimorano gli spiriti, che nella realtà materiale non sono riusciti a sciogliere i nodi delle loro psiche, a contemplare che il fallimento, il dolore, la perdita non sono ostacoli insormontabili ma la giusta chiave per aprire e liberare dagli ingombri, le porte della psiche.

E quegli stessi esseri incorporei non rappresentano altro che le frammentarie parti del nostro io. L’altro mondo non è che immagine della nostra interiorità e ogni ghost stories ci informa, in fondo, delle modalità con cui approcciare questi sfuggenti spettri. Esorcizzarli, capirli, abbracciarli, perdonarli, sono tanti i mezzi con cui rapportarsi ai “fantasmi”.

Insomma ogni fantasma non è che un archetipo in grado di rappresentare la nostra anima, spesso intessuta non soltanto di luminosi fili ma anche di buie e tetre sfumature.

 

E di ombre la protagonista, ne ha a bizzeffe.

Stella è una donna rotta.

Una donna che con gli eventi del suo passato, con il senso della perdita e della disfatta, non riesce a trovare un accordo. E’ troppo il peso da sopportare quando le aspettative divengono macerie, quando ciò che profondamente si desidera viene totalmente distrutto.

La vita cosi come la conosciamo a un tratto svanisce.

Arriva il cambiamento che non è mai fragile come un lieve vento primaverile, ma ha la forza dirompente di un tornado che spazza via tutto e ci fa ritrovare privi di difese, cosi nudi davanti al bivio.

E spesso si è incapaci di prendere una strada, perché non è quella che avremmo voluto per noi, non è il sogno che ci ha cullato da bambini, non è la vita che VOLEVAMO costruire .

E’ semplicemente un altra prospettiva, un altra immagine, che quella divinità dispettosa ci pone davanti.

E spesso sono prove che appaiono insormontabili, che ci torturano, macinano la nostra anima riducendola in polvere.

Eppure è dalla triturazione del grano che avremmo la farina per cuocere il pane.

E’ dalla distruzione del se che nascono nuovi stimoli e nuove personalità.

E’ dalla perdita, dal taglio netto del ramo, che un nuovo albero riesce a crescere.

E’ dalla putrefazione del frutto che il nuovo seme porta la vita.

Ma è difficile accettare che ogni fine, in ogni conclusione esiste il mio nuovo inizio.

Stella ha deciso di buttare i resti della sua vita nella pattumiera.

E di cambiare prospettiva e visuale intraprendendo il viaggio.

E’ morta talmente tante volte, che qualcosa di nuovo è sbocciato dentro di lei.

Ma non lo riesce a comprendere appieno, che il suo io è un qualcosa di giovane e nuovo,  non coglie i lievi cambiamenti che stanno sbocciando dentro di lei.

La perdita è stata la sua iniziazione, cosi come in tante favole è da una mutilazione che nasce la creatura magica. E forse ora Stella è un vero astro luminoso,  nonostante la sua pedissequa  convinzione di avere l’anima lacerata. I suoi occhi non sono abituati alla luminescenza forte che le vere stelle portano con se, non si  rende conto che la sua anima, semplicemente, ha cambiato forma.

E lo capiamo dal simbolo che l’accompagna, il suo animale guida: Kitty, la Gatta.

Come oramai ho scritto e riscritto più volte il gatto non è semplicemente un simpatico animale da compagnia. Nella simbologia esoterica l’adorabile batuffolo di pelo ha la capacità di osservare cosa davvero si cela dietro l’oscurità. Ne è capace di delineare le forme, di vedere la vera essenza, persino di impadronirsi dei nomi e quindi della loro energia.

Gli sciamani erano convinti che i gatti guarissero le persone. recenti studi sulle fusa dimostrano che con la loro frequenza (20-140 HZ) riescono a ridurre lo stress, le infezioni la pressione sanguigna, riducendo il rischio si contrarre patologie cardiache. Alcuni sostengono addirittura che i campi energetici di un gatto ruotino in senso antiorario, l’opposto di ciò che accade agli umani e per questo motivo avrebbero la capacità di assorbire e neutralizzare le energie negative.

Per tutte le culture, il gatto sa esattamente come muoversi nella vita, evoca il potere sopra qualsiasi illusione e guida d’istinto la visione interiore, che non è altro che la nostra vera leggenda personale, che supera e sconfigge le limitate aspirazioni umane.

E’ un caso che il gatto Kitty sia il vero protagonista della storia?

Non credo.

Sarà Kitty,  con i sensi sviluppati del magico felino a individuare i pericoli che ora la sua amata umana affronterà:

La sua stella piange di nuovo nel sonno. Lo fa sempre e Kitty non è preoccupata. Quello che hai nella testa non ti uccide. Magari è brutto, ma non ti uccide.

 

Il gatto è e resta l’anima più vicino alla psiche profonda.

E sa che a volte il dolore, appunto il mostro della mente, non uccide. Semplicemente pota l’albero della nostra anima.

Quello che uccide è fuori, nella vendetta, nell’attaccamento, nella venerazione della materia, nella volontà di possesso

Kitty è solo un gatto, ma sa che le cose belle ti portano alla rovina.
Le cose belle ti uccidono.

 

Le cose belle ci danno una sola visione della vita, quella fatta di sfavillanti luci, di bello e di pulito oscurando l’altra parte della vita, fatta a volte di morte, di marcio di tormento e del lato non bello delle emozioni.

Badate bene.

Non brutto.

Il brutto è da evitare.

Il non bello è da riunire con la totalità della nostra esperienza umana. Il fango non è bello ma serve.

La terra a volte non è bella, sporca ma serve.

Il letame non è bello, ha un odore acre ma serve.

Capite?

Il lato non bello è tutto quello che non fa parte dei sogni, ma al contempo è il terreno dei sogni.

E’ il dolore, la perdita, l’amore che è libero anche di finire, perché possa ricominciare.

E’ la morte che apre a noi nuovi scenari.

E’ la ferita che diviene cicatrice e esperienza.

E’ la fine che contempla nuovi diversi inizi.

E’ la volontà di sprofondare nell’abisso, e iniziare a guardare il cielo cosi luminoso e immenso e desiderare di raggiungerlo.

E’ il viaggio che sembra farci fuggire ma che invece di spinge a guardare la nostra sofferenza da un lato diverso

 

Mi credevo una superdonna, tanto forte da rinunciare a una vita che dal mio punto di vista non valeva la pena di essere vissuta, senza rendermi conto che l’autentico coraggio sarebbe stato rialzarmi e affrontare la sofferenza. Non avevo mai nemmeno provato a

conviverci, a superarla e trasformarla in qualcosa di sopportabile. Non c’era nessuna vergogna nel tentare e fallire, se ci si impegnava. Ma fuggire e basta…

 

Affrontare i fantasmi per Stella è soltanto…crescere.

Perché non si smette mai di evolvere.

Non si smette mai di aprire porte oscure dell’io, piangere davanti ai cadaveri delle nostre illusioni e tentare di sconfiggere quel predatore che decide di mutilarci.

Stella affronterà i suoi demoni, le sue paure rappresentate dalla volontà di vendetta, dall’odio di se, e dalla paura di perdere.

E sarà accompagnata da un gatto, il vero unici protagonista di questo libro soffice, inquietante ma ricco di poesia.

Non potrete non versare una lacrima, perché la storia di stella è la storia profonda di ognuna di noi.

E ognuna di noi si è fatta, almeno una volta nella vita questa domanda

L’avrei fatto? Avrei lottato ogni secondo della mia vita per sopportare me stessa? Ne avrei avuto la forza?

Ma chi si fa questa domanda, in fondo è già salvo.

Anche se non ha un soffice felino accanto a insegnargli a apprezzare la vita.

“Oscurità di cenere” di Tanya Torriuolo. A cura di Alessandra Micheli

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Essere giovani, avere dalla propria parte l’entusiasmo e la passione dei vent’anni e desiderare scrivere. Non per successo, fama o per il seguito di grupie capaci soltanto di incensare, ma chiuse mentalmente tanto da essere incapaci di comprendere appieno tale bisogno.

E provarci, mettersi in gioco, esporsi anche al lubrico linciaggio dei tanti professoroni, armati di manuali colti e polverosi che brandiscono la spada del show don’t tell contro i vanesi che si permettono di bussare alla rigida e ermetica porta dell’arte. Perché se è vero che l’arte deve restare elitaria, è pur vero che essa sa difendersi benissimo da sola, riconoscendo chi bussa al suo uscio animato da un sacro amore verso il mondo delle idee e chi invece vuole intrufolarsi, non invitato nel convitto esclusivista del talento.

Ma non voglio crocifiggere eccessivamente questi custodi della nobile abilità dello scrivere. Sì, sono eccessivamente esagitati, poco attenti alla sostanza, tutti dediti al Dio della forma. Ma su una questione hanno ragione: spesso il giovane autore, al suo esordio, va sul sicuro. Si garantisce cioè la vendita di alcune funestate copie, grazie alla pavida scelta di un genere facile, sicuro, scontato e privo di impervie difficoltà: il rosa.

Capite che quando la dolcissima Tania mi ha contattata, proponendomi di leggere, al suo esordio, un horror, con un umiltà che i grandi filosofi dell’editoria, oggi, dovrebbero solo che imparare, non ho potuto non sentire l’esigenza di leggerlo.

Capite?

La ragazza ha avuto più palle di tutti voi, immergendosi con passione ( e in questa recensione non userò altri sinonimi perché è ora che, quest’aggettivo si tatui indelebilmente nella corteccia cranica) in una letteratura ostica, difficoltosa che richiede una tecnica precisa e un ambientazione quasi maniacale.

Eh si miei cari e fulgidi uditori.

Non si crea paura soltanto raccontando di membra decadenti, di vermi che banchettano con le nostre spoglie mortali, di sgozzamenti e sventramenti vari eseguiti con somma e chirurgica maestria dal demone di turno. Serve un ambiente che ci renda consci di una cupezza originaria, data non tanto da oscure presenze quanto da un eredità malsana. Il male deve uscire come un oscuro fiume, da sotto porte apparentemente normali.

Un semplice villino deve essere il fulcro il centro di un orrore ben più antico, capace di impregnare di malsani sentimenti ogni pietra, ogni intonaco, ogni finestra.

E la nostra autrice, anzi ti chiamo scrittrice, ci è riuscita.

Ha perfettamente risolto il più difficoltoso dei problemi del genere: rendere reale e vera l’atmosfera di claustrofobica rassegnazione.

Ogni personaggio di ogni horror, deve essere talmente invischiato nel magma tenebroso dei peggiori sentimenti, dei peggiori vizi, dei peggiori impulsi umani, da sapere che, ogni suo sforzo è in realtà una decisa e fatale discesa negli abissi.

La morte già viaggia accanto a ogni personaggio.

Amici sì, ma funestati da una terrificante mancanza di personalità.

Da una totale mancanza di movimento e sogni.

Sono statici e il loro unico sentore ancora umano, è l’amicizia.

Ognuno chiuso nel suo mondo, abbracciato come un disperato naufrago al labile, ma al tempo stesso salvifico, sentimento di amicizia.

Daniel è il perno su cui ruota la storia.

Lui cammina accanto alla morte, alla fine, all’inevitabilità di un destino avvertito come un dio beffardo e crudele. Gli altri sono comparse che piano piano, annienta con la sua stessa tragica cupezza.

Daniel si redimerà solo con il sacrificio supremo che chiuderà il suo cerchio.

Gli altri, Paloma, Rosa Matthias non saranno altro che pedine, svegliate all’improvviso dal loro torpore dall’incontro con…la paura.

A volte è solo uno shock che ci risveglia alla vita.

A volte è solo un impatto devastante con l’ignoto che ci fa comprendere l’incommensurabile bellezza del dono.

La casa, in fondo, non è che il simbolo della nostra psiche.

E in questa si agitano fantasmi demoni che sono figli della nostra stessa anima.

Siamo noi a custodire dentro porte segrete del disastro. Dell’orrore, della dannazione.

Siamo noi a contatto con le storie, a raccontare e raccontarci la fine.

E questa fine potrà essere tragica, inspiegabile o solo eroica.

E alla conclusione di ogni percorso sarà solo il fuoco purificatore a spazzare via ogni sentimento ambiguo, lasciando però, intatta la cenere.

E sarà il nostro vento interiore che la solleverà e la farà salire fino in alto ad abbracciare il cielo, o in basso e fondersi con l’oscurità del crepuscolo.

Ogni parole ha una sua conseguenza. E esprime, come nel racconto, la presenza di polverosi, bui angoli nascosti dentro di noi.

Ho letto questo libro in una sera, al buio, con uno strano vento fuori.

Scricchiolii sinistri.

Sussurri e il sentore di presenze strane.

E questo significa che dietro una scrittura acerba, esiste sicuramente una dote che va premiata.

E sviluppata

Non smettere di scrivere.

Non smettere di essere il demiurgo della tua realtà, di rendere sogni, ma anche incubi, reali imprimendoli su carta.

La tecnica si impara.

Il percorso vero la perfezione si acquisisce.

I successivi libri saranno abbelliti dalla tua esperienza umana.

Ma la sensibilità di captare le atmosfere e donarle al lettore, incarnandole in parole, è un talento che non si insegna.

O lo si ha.

O non c’è corso di scrittura che lo faccia apparire dal cilindro.

E’ più facile che appaia un coniglio.

Tu lo hai.

Coltivalo.

Sviluppalo.

Non perderlo mai

“Formule mortali” di Francois Morlupi, Edizioni Croce. A cura di Alessandra Micheli

 

Una mia cara amica, provetta psicologa, ama definire la mia personalità come dualistica. Da una parte c’è il richiamo inconscio e molto forte verso il mondo del numinoso, del sovrannaturale che acquieto immergendomi nelle storie del folclore tradizionale e nell’antropologia religiosa, quella che si occupa delle tradizioni magiche dei vari paesi. L’altra, più spiccata fa continue profferte d’amore alla scienza, considerata l’unica vera magia.

 Queste due parti lungi dal’interagire con una certa animosità hanno finito per darsi la mano complici, fondandosi in una peculiare epistemologia che considera le due discipline sorelle e profondamente legate una all’altra. E questo riferimento si basa sulle teorie batesoniane che proponevano una terza via tra materialisti atei e religiosi spiritualisti che si situava su un confine, labile e ricco di prospettive teoriche, definito Regno del Dio eco.

Insomma, né sovrannaturale né meccanico, ma anzi una sorta di flusso costante in grado di nutrirsi di entrambe le discipline fondandosi in un qualcosa di nuovo e intrigante. E in tal senso ho iniziato a considerare l’esoterismo e la magia, una sorta di scienza ante litteram, spesso ancora da dimostrare ma con un substrato ben preciso in grado di far riferimento agli sforzi intellettuali del buon vecchio Einstein. Grazie alla sua teoria della relatività, che ha dato via poi alla concezione dei multiuniversi, delle stringhe e dell’effetto farfalla, i presupposti esoterici sono sdoganati dal regno dell’illusione e posti con orgoglio e giubilo sul trono della scienza. Ancora molto c’è da scoprire e dimostrare, persino il nostro cervello è terreno di continua meraviglia, persino il nostro universo è fonte di splendore e di riverenza.

Basti pensare alla scoperta dei numeri di Dio.

Non li conoscete?

Provvediamo subito

Secondo il meraviglioso saggio edito da Mondadori di John D. Barrow “I numeri dell’universo”:

 

i più recenti risultati della ricerca scientifica hanno portato all’identificazione di  quei numeri misteriosi che stanno alla radice di tutti i fenomeni del mondo e ne determinano il ripetersi sempre uguale. Sono i numeri dell’universo quei valori che ne definiscono l’intensità della forza di gravità e del magnetismo, la velocità della luce o la massa delle più piccole particelle di materia.

Fantastico no?

In sostanza il nostro universo, composto da formule matematiche precise (come sosteneva il mio vecchio professore di chimica) è formato da costanti regolari e meravigliose che per un disegno puramente divino, restano regolari e costanti.

Ed è questa loro “Costanza” che dà una forma invece che un’altra, che rende ogni universo peculiare e unico.

Frutto del caso o di una grandiosa energia divina?

Sono domande che mi affascinano.

 Tutto è matematica, il suono, e con esso il verbo, addirittura la musica tanto che una traduzione della bibbia parla non già di verbo ma di suono.

Insomma tutto sembra nascere da una sorta di arcana melodia che noi inconsciamente o consciamente ripetiamo quando ci lasciamo cullare da litanie, dalla musica o addirittura dal regolare reiterarsi di parole come preghiere e filastrocche.

La matematica e le leggi della fisica regolano ogni nostro passo, alcune sono straordinarie e evidenti, altre occhieggiano beffarde invitandoci a rincorrerle. Ecco perché in questo mondo in cui in fondo, domina l’oligarchia e il fondamentalismo, pensare a un mondo non più dicotomico ma unico e organico, dai diciamola questa orribile parola MONISTICO, spaventa chi, di quelle certezze rigide e fallaci ha costruito il suo mondo.

Ma, direte voi, cosa centra questo con il  libro?

E’ un altro vaneggiamento alla Micheli, tanto per spandere narcisisticamente la sua cultura?

Ovviamente sì, se posso far proseliti lungo la strada che venera una scienza diversa e appiattisce la superstizione. Ma è anche l’argomento portante del testo di Morlupi.

Formule mortali prende il suo avvio da questa lotta intestina e fratricida tra concezioni simili ma mostrate come nemesi una dell’altra: Dio e Scienza.

Chi venera la scienza rifiuta Dio, considerato un ostacolo alla ricerca scientifica. E chi venera Dio odia la scienza, considerata un ostacolo del regno divino in terra

 

Così in cielo così in terra

Come in alto così in basso

Eppure in questo mortale scontro che è l’anticamera del male, si  scordano i contendenti che i migliori scienziati, quelli che oggi venero e ammiro  erano in fondo, esoteristi.

 Come non ci credete?

Vi faccio alcuni nomi.

Newton era un alchimista.

Pitagora ad  esempio.

Paracelso, il famoso medico, appresa (secondo quanto riporta la sua biografia) le arti dalle guaritrici di campagna.

E di Galileo ne vogliamo parlare?

E di Michelangelo Lanci famoso linguista?

E Keplero appassionato di astrologia?

Boyle era un appassionato di teologia

Franklin era un massone

E per finire, il mio amato Albert Einstein era profondamente al mistero:

 

Il sentimento più bello che possiamo provare è il senso del mistero. E’ la fonte di ogni arte autentica, di ogni vera scienza.Colui che non abbia mai conosciuto un tale sentimento, che non possieda il dono di meravigliarsi, tanto varrebbe che fosse morto, giacché i suoi occhi sono chiusi” 

In questo orribile dramma, lo stesso a cui Gregory Bateson tentò di porre, rimedio rischiando di essere tacciato come folle e pazzo, ognuno si identifica con la sua ideologia, come se essa potesse assicurare quella certezza che, il nostro vivere in fondo rifiuta. Perché siamo foglie al vento, siamo bambini smarriti in una notte senza stelle, siamo Adami ed Eve cacciate dal paradiso.  Siamo capitati in un mondo ignoto da leggere e interpretare, da abbellire con le luci delle torce o di un sole che ci sembra così maestoso da renderlo un dio.

Noi uomini che consideriamo il Sabato (ossia le ideologie ferree e perniciose) più importante dell’’uomo abbracciando una vita di non empatia e di non compassione, tanto da renderci veri e propri agenti del male.

E sapete cos’è il male?

Il non considerarsi parte di questo mosaico interconnesso e spaventosamente bello.

Terribilis est locus iste

Terribile luogo ma degno di venerazione e rispetto. Fonte di sogni e incanti, ma anche di  atti reali che sperimentano e perché non compiono l’esperienza del dolore. E in questi due schieramenti uniti dalla violenza e dal sangue, il nostro autore inserisce gli Uomini.

Uomini che vivono con quella volontà di non cedere all’orrore anche se dallo stesso ne verranno toccati, blasfemamente toccati. E mentre le sterili liti intellettuali compiono il loro tetro rito, gli uomini, quelli veri, continuano a sperimentare la vita, essendone sopraffatti ma rialzando sempre quella testa dal viso striato di lacrime, con una sorta di assurda volontà di

Morire con un fucile in mano.

Ansaldi, Eugeniè sono gli eroi più emozionanti che abbia mai incontrato, così come i loro colleghi, si battono con l’ignoto, pur toccando il fango. Non muoiono neanche quando il male tenta di tranciare le loro anime.

Vivono perché, eh si sembra banale, non si arrendono.

Sanno che chi guarda nell’abisso ne viene risucchiato. Ma non lo permetteranno mai, perché hanno appreso che basta solo un passo falso per finire in pasto ai propri demoni.

Ma sanno anche che il demone può essere anche un elemento divino.

Sta a noi scegliere che identità dargli.

Sanno cosa significa lottare per un giorno solo di serenità e se la stringono forte al petto.

E di fronte a tanta vita, quella fatta e intessuta dal dolore, le sterili discussioni appaiono assurde.

Patetici tentativi di chi, di questo dono ne ha terribilmente paura.

A volte è più amante dell’esser uomo chi vive zoppicando e tenta a suo modo di rompere la paura dell’ignoto anche con piccole ossessioni.

Perché come racconta vecchioni

 


Gli uomini son come il mare: L’azzurro capovolto Che riflette il cielo;
Sognano di navigare, Ma non è vero.

Il cielo capovolto. Vecchioni

Siamo fatti più degli angeli e coronati di gloria e stelle.

 Siamo capaci si di bassezze oscene ma anche di grandi gesti.

Siamo imperfetti ma al tempo stesso perfetti.

Siamo come siamo, ma siamo soprattutto carne e sangue e dopo idee. E le idee non dovrebbero  mai, e sottolineo mai, essere più importanti del nostro sangue.

Nessuna idea, nessuna ideologia dovrà mai sottomettere la nostra umanità che non è altro che la capacità di provare emozioni.

Qualsiasi emozione ci invada.

Dio e la scienza non sono altro che sfaccettature di un immenso diamante chiamato uomo, quello che in fondo, deve godere non della meta ma del viaggio.

 

Non scendere”, mi dici, continua con me questo viaggio e così sono lieto di apprendere che hai fatto il cielo e milioni di stelle inutili come un messaggio, per dimostrarmi che esisti, che ci sei davvero. Ma vedi, il problema non è che tu ci sia o non ci sia il problema è la mia vita quando non sarà più la mia, confusa in un abbraccio senza fine, persa nella luce tua, sublime, per ringraziarti non so di cosa e perché. Lasciami  questo sogno disperato d’esser uomo. Lasciami quest’orgoglio smisurato di esser solo un uomo

La Stazione di Zima Vecchioni

 

Sono lieta di dirvi che formule mortali è più di un thriller, di una detective stories.

E’ vita, è umanità e la bellezza di quel grido che dice io sono solo un uomo, ma orgogliosi di esserlo.

Ci mette in guardia dall’orrore celato in noi stessi e di quanto, questo famoso male, si sviluppi dentro di noi, dentro quel vuoto che colmiamo troppo spesso con rigidità mentali, pregiudizi, preconcetti e un’incapacità di lasciarsi cullare dal mondo.

Leggetelo e emozionatevi.

E trovate Dio non nei grandi sistemi filosofici ma nella nascita di un fiore, nel piacere che dà un libro, nell’ammirazione estasiata di un quadro, nella forza di un commissario così buffo, così goffo, ma di una bellezza da far impallidire il sole.

 

Anteprima. “Little girls” di Ronald Malfi, Triskell Redrum. A cura di Alessandra Micheli

 

Uno dei generi che non ha conosciuto crisi e neanche lo stravolgimento tecnico tipico di questi anni convulsi, è la ghost stories. Questa tipologia di libri, resta intatta nei secoli, con la sua caratteristica ricchezza di adrenalina certo, ma anche frutto di annose domande che da sempre accompagnano questa nostra sofferta evoluzione e che riguardano ovviamente, signora morte.

Cosa c’è dietro il velo?

Cosa accade allo spirito una volta che la signora scheletrica con la falce decide di tagliere il filo del nostro destino?

La morte, assieme alle parche decide quando e quale conclusione può avere la nostra avventura terrena: dopo lo strappo non c’è che un lungo immenso mistero, il vuoto che è ovviamente arricchito da domande.

E le ghost stories, le storie di fantasmi non sono altro che tentativi per esorcizzare l’oscura paura del dopo, e seppur terrificanti, hanno in sé la scintilla della speranza che, giunti al capolinea, qualcosa di noi rimarrà.

Il problema è cosa resta, se buoni sentimenti, se vendetta o se dolore senza fine.

Ecco che da questa concezione della fine nascono i nostri racconti che divengono stimoli per migliorarsi come il famoso Canto di Natale di Dickens, dove la morte arriva per insegnare in fondo la vita. Oppure orrori indicibili, fatti di odio e vendetta come nel bellissimo libro Anna vestita di sangue. In quel caso la morte è la nemesi dell’atto malvagio per eccellenza l’omicidio e il fantasma diviene un crudele e orrorifico riparatore dei torti subiti.

Il discorso sui peccati rappresentati dall’ombra dei trapassati, lo ritroviamo anche in Janet la storta del nostro buon vecchio Robert Louis Stevenson. In questo testo la vecchia Janet, rea di avere un ruolo di strega ossia di diverso nella morigerata società bigotta, avanzerà con il suo passo claudicante verso il reverendo Soulis, sottoposto alla prova massima di fede in grado di mettere a repentaglio la sua solidità morale: confrontarsi con il non detto e con il mondo del peccato. Come Giobbe davanti al congresso dei giusti, egli affronterà l’orrore, cercando di tenere la fede salda. Se ci riuscirà o no lo scoprirete soltanto leggendo.

Ecco che il senso della colpa, nonché un certo tentativo del divino di mettere alla prova il probo e il retto, facendoli incontrare con i segreti sussurrati della tomba, diventa un mezzo per rendere il peccatore redento, nonché tema ricorrente nei nostri racconti.

Questa paura del trapassato diventerà profondamente mentale sfiorando il fantasma come simbolo della mente in bilico tra follia e sanità nei favolosi racconti di Ambrose Bierce. Ecco che i fantasmi si epurano dalla tradizione e divengono veri strumenti di indagine junghiana.

Altro fattore interessante di queste stoire è sicuramente il rilievo dato dal contesto sociale e ambientale, tanto che la Newton e Compton creerà nel lontano 1994 una raccolta di valore sociologico inestimabile, sottolineando non il lato sovrannaturale dei fantasmi ma piuttosto il loro contesto particolare: ritroveremo in esse, le specificità di ogni paese, dall’Inghilterra, all’Irlanda, dalla Francia, passando per la Germania fino all’Italia, per approdare all’America con la sua particolarità di essere una sorta di melting plot delle sopraccitate nazioni. Se riuscirete a impadronirvi di questa raccolta vedrete che ogni paese racconterà le storie di spiriti in maniera totalmente diversa ponendo rilievo e accento di volta in volta all’elemento orrorifico, tradizionale o puramente psicologico.

Dopo questa lunga digressione ( me ne dispiaccio se avrò annoiato qualcuno) possiamo ora analizzare in modo più preciso il libro Little Girls di Maffi. A che categoria appartiene?

La storia è principalmente devota alla scia di Bierce ponendo l’accento sulla colpa, sui segreti e sulla critica sociale. I fantasmi ivi citati non sono mostri ma sono residui di azioni malvagie accettate e mascherate dal silenzio complice di una cittadina. Non a caso il filone di Maffi appartiene alla grande letteratura americana, quella che racconta sia le speranze ma anche la decadenza di un America che in fondo, tradisce se stessa.

In littel girls, I segreti non sono per apprendere.

Ma sono contaminazioni di un male che è molto più concreto della colpa rappresentata dai suoi predecessori: non si tratta di disquisizioni teologiche ma di veri e propri strappi e lacerazioni nel tessuto sociale che considera il potere e la ricchezza, una sorta di attenuante della perversione. In un paese quasi stantio, fermo e immobile, il signorotto di turno, protetto dall’alone di rispettabilità acquisito non per meriti ma per la sua evidenza posizione privilegiata di nuovo ricco, può in totale libertà sfogare i suoi bassi istinti, restando impunito.

Quello che ha seminato, però, è fondamentalmente marcio e resta come emblema e prova della sua atroce colpa.

Il silenzio lo protegge.

La consapevolezza che la sua parole è legge lo tutela dalla nemesi, che eccessivamente soffocata sboccerà in tutto il suo terribile potere.

Del resto se coltiviamo il nostro terreno mentale con il marciume non può non nascere che orrore e malvagità.

E’ sotto il perbenismo che si nascondono le perversioni, l’inaccettabile decadenza dell’essere chiamato uomo, quando abbraccia la folla e il male. Sono i più probi cittadini che fanno del perbenismo una tetra facciata sotto cui nascondere azioni peccaminose, cosi disgustose, in grado di avvelenare l’aria e contagiare anche le menti più apparentemente equilibrate.

Soffocare sempre ogni voce che potrebbe mettere a repentaglio la stabilità acquisita, il non vedere, l’uccidere la voce che dissente, ecco di cosa parla nel profondo questo libro. Con una cadenza lenta, ma implacabile la pazzia, la follia e la volontà di tenere segreti taciuti, ci avvolge come un gas nocivo facendoci comprendere come la pazzia, l’orrore in fondo non sono dell’altro mondo, ma di questo privo di vere regole di convivenza civile e soprattutto di una vera empatia per l’altro. Troppo avvolti dalle soffocanti coperte del privilegio tanto da esserne assurdamente assuefatti. Privarsi di questa coltri è impensabile, bisogna assolutamente far tacere.

Ecco che la gohst stories di Maffi non fa altro che cercare di esorcizzare l’orrore celato in ognuno di noi. Quello di cadere dall’altra parte, nell’abisso, nel vortice della pazzia. Siamo acrobati che camminano su un filo sospeso in un baratro oscuro. E camminiamo attenti e tremanti, tentando di non guardare sotto di noi, perché lo sappiamo, lo sentiamo nella pelle che se guardiamo l’inferno esso ci restituisce uno sguardo ammaliante. E ci chiama, con una voce suadente, cantilenante, ci carezza con mani gelide a cui non possiamo resistere e basta una distruzione, un solo passo falso per farci perdere per sempre

E’ una storia in cui la redenzione non si realizza soltanto dando sollievo alle vittime, perché il silenzio, la volontà di non vedere, di continuare la vita di ogni giorno, l’incapacità di gridare no, lega le anime e le rende soggette al contagio.

Perché se il male non si denuncia, non si combatte diviene un cancro pronto a divorare l’organismo sociale.

Stile impeccabile, influenzato dai grandi autori, ma capace al tempo stesso di liberarsi delle vecchie e oramai sorpassate regole tecniche per sperimentare uno stile tutto personale, lento, seducente e ricco di immagini e suoni. Maffi riesce a far rivivere la storia proprio attraverso l’uso delle tecniche letterarie capaci di far lavorare sensi diversi da quelli visivi, concentrandosi sul tatto, sull’odorato e sui suoni. Striscianti, lievi eppure assordanti. Nel testo si avverte parola dopo parola l’odore nauseabondo della decomposizione, dello stantio e della paura. Tessendo un incanto oscuro tiene avvinto il lettore in una sequela di immagini sempre più soffocanti, fino all’ororrifico epilogo finale.

Non c’è redenzione in questo testo. Forse esiste l’avvertimento: possiamo beffare la vita ma mai e sottolineo mai, la nostra coscienza