“Servizi e segreti” di Roberta Costantini, Scatole Parlanti editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Peter Simmons non ha la vocazione della spia, ma la vita a volte prende direzioni che non ci saremmo mai immaginati.

Tra la Germania e la Francia, una spy story che tiene con il fiato sospeso fino a una conclusione inattesa.

Un romanzo conciso con un ritmo incalzante, dove l’azione lascia spazio anche alla descrizioni di splendidi panorami urbani.

Intrighi e segreti, un ambiente difficile per chi, come il protagonista, ha un animo pieno di ideali.

E il lettore alla fine dell’opera è portato a chiedersi quanti avvenimenti vengano risparmiati al cittadino comune, all’uomo “normale” che si alza ogni mattina per andare al lavoro, salendo su un mezzo pubblico, o al turista che si trova a visitare un museo.

Quale realtà parallela corre insieme a quella che ci è concesso vedere?

E soprattutto, come l’opera stessa suggerisce, quali ampi giochi di potere sono esercitati da “alti papaveri” mentre il soldato semplice porta avanti coraggiosamente la missione che gli viene affidata?

Certo, questo è “solo” un romanzo, ma mi ha lasciato dentro questa verosimile sensazione.

Il nodo del conflitto Oriente contro Occidente, Islam contro gli infedeli.

Protagonisti che incarnano i peggiori estremismi che portano solo morte e distruzione.

Ma la spirale delle esaltazioni religiose ha come soggetti gli uomini, biecamente trasformati in macchine che uccidono.

Si perde il senso stesso di umanità e sacralità della vita.

Le ambientazioni del libro sono curate e realistiche, i personaggi credibili.

Lo stile veloce e incalzante.

Un libro per gli amanti del genere ma anche per i neofiti che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo del noir.

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“La nuova inquisizione” di Carlo Legalupi, Alter Ego editore. A cura di Alessandra Micheli

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La meraviglia della narrazione di Carlo Legalupi si ritrova nella sua capacità di creare inquietudine persino orrore, senza eccedere in particolari eccessivamente truculenti.

Il suo è un thriller di classe, arricchito da uno stile raffinato, scorrevole, capace di provocare il giusto pathos nel lettore e pieno zeppo di colpi di scena.

Ma, ovviamente, per chi mi conosce, sa benissimo che non sono questi gli elementi che mi convincono in un romanzo.

Di testi scritti bene, organici e coerenti ne passiamo trovare a iosa.

Di racconti che elegantemente rendono omaggio al nostro meraviglioso idioma per fortuna abbondano nelle librerie.

Il problema lo si ritrova quando chi come me, eterno idealista, tenta di ritrovare nascosto nelle parole quel senso etico, di responsabilità civile che è oggi, il vero e unico obiettivo di un romanzo.

Come ha scritto in una prefazione Erri de Luca

Oggi un libro può fare la funzione della torre: trasmettere il grido, suscitare volontà di difesa e forza di riscatto. Come si legge in una delle pagine: quell’area maledetta un giorno sarà trasformata in parco giochi. Non ho misurato la temperatura corporea, prima di leggere. Al termine so lo stesso ch’è aumentata, segno che l’organismo ha alzato le sue difese e ha deciso di battersi.

Erri De Luca

Dovrebbe fare questo ogni addetto all’editoria, curare il significato prima che la forma.

Perché se la forma si può sempre migliorare, il contenuto dipende dalla nostra educazione e dalla nostra coscienza.

E se esso manca, allora le domande che ne scaturiscono possono avere risposte devastanti.

Per fortuna, il mio buon Carlo (dico mio perché è un autore che intendo curare e raccontare nel mio blog) diviene la favolosa eccezione che smentisce la regola e possiamo indagare, oltre alla forma a cui mi inchino, l’universo incantato dell’etica.

Perché ogni azione, ogni rocambolesca avventura serve da corollario e da contorno al vero motivo che regge il libro, il suo perno, la sua pietra d’angolo: scagliarsi contro il fanatismo religioso e ideologico.

Per loro il Sabato è più importante dell’uomo.

Loro sono i Farisei che vendono le vite in cambio di denaro. Loro sono ii rapaci che distruggono il gregge.

Perché la nuova inquisizione, seppur romanzata, seppur frutto di fantasie ha un substrato reale in questo mondo allo sbando, pericoloso e terrificante.

L’ideologia esiste.

E crea mostruosità.

L’ideologa è l’ultima spiaggia per i disperati, per quelli a cui bussa alla portala frustrazione di sogni spezzati e ambizione insoddisfatta.

Quando la nostra unica ambizione dovrebbe essere soltanto quella di vivere.

Quella di costruire quel mondo che è custodito nell’iperuranio di stampo platoniano.

Oggi i talk show pieni di saggi consigli in cui autorevoli psichiatri o life coach che dispensano perle di saggezza su come autorealizzarsi.

E mentre loro tuonano dalle TV nel mondo vero, reale scoppiano bombe o litigano per il dominio di quel dio o dell’altro.

Lottano per la supremazia di qualcosa che dovrebbe essere esiliato dalle faccende umane.

Troppo immerso enormità di una vita che non può assolutamente dividersi in pezzi se desidera sopravvivere.

Se davvero un dio esiste, se davvero il mondo è stato creato da un entità distante e bastante a se stessa, sicuramente non appoggerebbe mai le nostre cazzate.

Fatte solo per emergere dal fango vischioso in cui noi stessi siamo precipitati.

In cui noi vogliamo sostare e accontentarci di osservarle da lontano le stelle.

Invece di raggiungerle.

Il fanatismo, l’ideologia esacerbata sono solo i muri con cui nascondiamo noi stessi e il nostro fallimento societario e mondiale.

Fidatevi, a Dio, Allah, Jahvè, Elohim, Bharma non frega nulla della vostra assurda venerazione.

Non se essa disgrega in modo definitivo lo sforzo creativo della loro eccelsa mente.

E Carlo lo comprende e ci dona un significato capace di risvegliare quelle menti manipolate da un Re assiso sul trono che ride beffardo nel sangue versato per glorificarlo.

Mentre il fucile urla fuoco tutto il giorno

volano avvoltoi nel cielo blu attorno,

avanza il battaglione, brilla il ferro e l’ottone,

e cadono sull’erba mille bravi cittadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

Mentre il cannone lancia lampi nel cielo,

rullano tamburi incalzano zampogne,

insieme nella polvere, sangue e sudore,

e cadono sull’erba mille bravi contadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

C’è un re, c’è un re

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa l’ultimo dono.

Nomadi

“Il collezionista di bambole” di Erika Tamburini, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Come sempre la Triskell editore propone, con la sua collana Redrum, un vero gioiello, un ibrido in grado di amalgamare perfettamente il thriller classico con la sua dose di orrori, il noir con la sua attenzione al contesto sociopolitico, e la detective stories, con un investigatore caparbio, deciso ma profondamente umano.

E’ grazie al connubio di più elementi che il lettore resterà avvinto come soggetto a un’arcana malia pagina dopo pagina, sedotto da una molteplicità di emozioni che non lasciano scampo: terrore, indignazione, commozione, rabbia e compassione.

E solo per il fatto di stimolare cosi tanto in profondità l’intelletto umano il libro di Erika per me è un capolavoro indiscusso che oltrepasserà, ne sono certa, i tempi.

Ma, come voi ben sapete, non sono solo questi i dati che mi fanno affermare con decisione il giudizio di capolavoro.

Vari sono gli elementi che definiscono in cotal modo un libro.

Deve esserci un significato in primis, cosi potente da servire per noi, per il passato e per il domani che si dipana ai nostri occhi.

Deve oltrepassare i ristretti confini della sua ambientazione richiamando il filo rosso dei disagi che racconta, come se ci si trovasse di fronte al dedalo intricato del labirinto del Minotauro: passano i secoli, il progresso fa occhiolino, ma il Minotauro è ancora al centro del labirinto e divora le sue vittime.

E pertanto il libro che vuole scovarlo o almeno denunciarne la presenza deve trovare la sua Arianna capace di srotolare il suo gomitolo e creare un percorso che, forse un giorno, porterà un Nuovo Teseo a affrontare il demone.

Deve esserci poi un ambientazione coerente con la trama ma sopratutto con l’intento dell’autore, capace di raccontare con le sue descrizioni i fatti che l’inchiostro fa nascere: sono quelle suggestioni a rendere un libro immortale.

E poi deve essere in grado di costruire un suo mondo, specchio di quello che viviamo, sfumatura della nostra cacofonica realtà.

Ed è il dato più difficile per un libro, più arduo per uno scrittore dare voce alla multiforme realtà che fa nascere i suoi demoni, che li nutre ma al contempo da anche vita alle sue nemesi.

A volte, un thriller, un giallo o anche un noir, si concentra soltanto su un aspetto ed è quell’aspetto a definirne il genere.

Questo perché portare avanti un progetto con più voci, intricato e capace di dare risalto a più elementi, rischia di rinunciare al suo status di perfetta melodia per divenire cacofonico.

Ecco che allora l’autore sceglie di concentrarsi su un elemento o su un personaggio simbolo dell’elemento stesso.

Abbiamo il thriller quando ci si concentra solo sull’isolare il male e il crimine che lo rappresenta.

A volte si sceglie di evidenziare il contesto economico, sociale e storico, con le sue idiosincrasie e le sue imperfezioni che spesso, se non raccontate divengono perniciose proprio per la loro invincibilità che permette di prosperare indisturbate.

Altre si racconta il percorso dell’eroe/ investigatore la sua umanità o la sua aura originale dell’eroe eterno simbolo di un uomo rinnovato ma aleatorio.

O si racconta la vittime e il suo dolore.

O si sceglie di introdurre la storia attraverso personaggi secondari, cosi come fece la buona Charlotte Bronte dando voce alla balia per raccontare il dramma d’amore di Chaterine Heathcliffe.

In questo libro la Tamburini rompe gli induci, distrugge uno schema e si propone il difficile compito di…dare voce a tutti.

Vittime, carnefici, personaggi secondari ma indispensabili al racconto, eroi e persino la società di Chicago dell’epoca con i suoi gasngster, i suo vizi e le sue virtù.

Ecco che tutto si dipana attraverso il punto di vista di una addolorata mater lacrimurum come Mama Blue.

Si conosce il killer non solo attraverso le sue gesta ma anche attraverso gli occhi delle sue vittime.

Si conosce l’investigatore Aidan non solo grazie al suo impegno ma sopratutto grazie al disimpegno dei suoi colleghi.

Tutto questo crea un quadro perfetto, dai tratti luminosi e oscuri che inchioda Chicago e il mondo intero alle sue colpe.

Colpe mai ammesse e pertanto mai scontate colpe che addirittura risalgono alla cupa epoca vittoriana.

Chicago raccoglie la sua sanguinaria eredita. Perché il collezionista di bambole ha il suo antesignano ossia Jack The ripper, che agì indisturbato nella Londra vittoriana complice la sua predilezione per gli strati dimenticati e scomodi della perfetta società borghese.

Essa lasciava che le vittime di White Chapel lavassero con il proprio sangue quelle oscurità presenti non solo in seno a loro stessi ma anche frutti di una società che tentando di emergere come la migliore, doveva evitare di mostrare al mondo la sua macchia.

Come posso presentarmi come impero dominante, se all’interno di me stesso sto disgregandomi?

Come posso essere portatore di una civiltà in grado di dominare le mie colonie, in nome del progresso, se premetto l’orrore a casa mia, nel quartiere vicino, nelle fabbriche, nei sobborghi?

Lo stesso dramma di White Chapel e dell’Inghilterra intera, rivive oggi nei fatti italiani come L’Ilva di Taranto, la terra dei fuochi, ottimi per fare share, ma pessimi per la reputazione di terra di santi eroi e navigatori. La colpa va sotterrata, lo scarto va ignorato e usato come valvola di sfogo per i capisaldi di una società morente.

Il vizio non è combattuto, lo si mostra al mondo che lo si ostacola, ma serve per dividere l’indivisibile in buono e cattivo, sano e folle, degrado e lusso come monito per chi non si attiene alla regole.

Chicago, la bella città d’America è il prolungamento di questo dramma. Dall’Inghilterra delle fumose fabbriche, al vento gelido sferzante dell’America al tempo del proibizionismo, al tempo dei gangster, delle stragi e della corruzione.

Il tempo dei quartieri eleganti, della vita mondana e dei bassifondi da dimenticare.

Il collezionista è il nuovo Jack, indisturbato si nutre degli scarti di una società che non vuole vedere la sua decadenza e pertanto, in un orrendo canto conosciuto crea il suo olocausto salvifico.

E chi sono i designati partecipanti a questo rito finto redentivo?

I diversi, coloro che mettono a repentaglio quel perbenismo borghese che oggi ci fa tanto ridere, che sa di vecchio, di out, di patetico ma che invece rappresenta ancora oggi un sistema di vita: dominanti e dominati, sottomessi e padroni, scarti e gente proba e retta.

Un bacino umano che serve alla signora impellicciata per fare beneficenza, all’illustre imprenditore per soddisfare la propria depravazione, al padre di famiglia frustrato di essere finalmente se stesso e alla malavita a fare soldi.

Sono coloro che mettiamo alla berlina a cui togliamo lo status di esseri umani, perché rei di compiere chissà quali orrori ai danni dell’armonia di una società.

Un’armonia che non esiste perché la società è oramai marcia dentro. Ecco che il noir si trasforma in coraggioso e fiero atto di denuncia:

Non erano scarti della società a cui non pensare, ma erano vittime. Vittime a cui dare giustizia; ma più di ogni altra cosa, erano ragazzi sventurati, molti nemmeno maggiorenni, costretti a vivere in strada e a vendere il loro corpo per poter sopravvivere.Vittime, che per non morire di fame erano cadute nelle mani di un pazzo sadico.

E ancora:

Perché nessuno capiva che bisognava dare voce anche a quei ragazzi, rendere loro giustizia? Che cambiava con chi andavano a letto o il modo in cui si guadagnavano da vivere? Meritavano di essere uccisi in quel modo e abbandonati in strada come fossero spazzatura solo perché si prostituivano?

In questo libro i complici abbondano.

Chi resta in silenzio, chi volta lo sguardo, chi finge sia una punizione divina, chi si barrica in dietrologie razziste. Ma sullo sfondo di questo mondo fatto di compromessi, persino tra la legge e la malavita (noi italiani sappiamo benissimo come funziona) il coraggio di un uomo solo, non un eroe ma imperfetto, porta al luce nel buio.

Che noi tutti, leggendo questo libro, possiamo acquistare un po di coraggio di quel piccolo ma grande poliziotto, che non si vergogna di se stesso, ne di amare, ne di provare compassione anche per i reietti, per i deviati, per gli abbandonati.

Ecco, l’ho osservata il giorno in cui l’ho conosciuta, in centrale, ma anche sul luogo dei ritrovamenti e mi piace come lavora, come si appassiona ai casi senza discriminare le vittime. Mi piace come ragiona, come segue il suo istinto, ma anche gli indizi, senza lasciare nulla al caso. Non tutti i poliziotti sono così affranti per le vittime, molti preferiscono giudicarle.

Se esiste un dio, prego perché faccia nascere dieci, cento, mille Aidan nelle nostre coscienze.

 

“Sa funtana ‘e s’ulumu” di Antonio Carta, Scatole parlanti editore. A cura di Vincenzo de Lillo

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Un libro che, raccontando una vicenda a tinte gialle, riesce ad essere un omaggio e un’ode affettuosa e accorata alla Sardegna, ai suoi abitanti e alle sue tradizioni.
Questo è Sa funtana ‘e S’ùlumu di Antonio Carta.
Ma anche, e qui dobbiamo fare un primo plauso allo scrittore per il lavoro di ricerca e documentazione svolto, uno sguardo pertinente e informato agli aspetti politici e sociologici dell’isola, che dà a tutto lo scritto un tono ed un gusto particolare.
E parlo di gusto non a sproposito, perché chi si troverà a immergersi nelle pagine del libro di Carta, ambientato nella prima metà del 900, a Ittiri, nel Nord della Sardegna, in pieno ventennio fascista, si troverà ad assaggiare, assaporare, gustare, come detto, le atmosfere che si vivevano in quel periodo.
Un periodo in cui povertà e ignoranza, fame e, in un certo senso, una velata rassegnazione allo stato delle cose, erano compagne fedeli di quasi tutti, tranne di pochi fortunati possidenti.
E proprio dalla morte di uno di questi, il conte don Francesco Gutierrez, parte la nostra storia.
E allora ecco il maresciallo dei Carabinieri, Luca Crobu, incaricato delle indagini dalla Procura di Sassari, addentrarsi tra i segreti incoffessabili della famiglia Gutierrez e di alcuni abitanti del luogo, gente comune e operosa che lotta coi denti pur di sopravvivere, ma che, come tutti, ha i suoi immancabili scheletri negli armadi.
Conosceremo inoltre la storia di Giommaria, giovane testimone, involontario e inconsapevole, del presunto omicidio, di suo padre Giovanni e di sua madre Antonia.

Il primo, emigrante proprio per garantire il sostentamento all’amata famiglia e la seconda, donna forte e madre premurosa a cui vi affezionerete molto presto.
Un libro scritto molto bene, ricco di accurate descrizioni, che punta il dito contro le politiche sociali e i motivi dolosi che hanno fatto in modo che una terra così ricca e florida, sia rimasta per tanto tempo indietro rispetto al resto dell’Italia.
E ciò l’autore lo riporta al lettore con oggettività e senza remore, con la stessa forza del maestrale che spazza l’isola e la storia raccontata senza sosta, essendo mosso dall’amore per questo angolo di mondo e dall’orgoglio tipico della gente che ci abita.
Un testo che, nel suo piccolo, ha il merito di mostrare uno sguardo nuovo su una terra baciata da Dio, ma che troppo spesso è stata mortificata da chi l’ha scelleratamente governata.