“Il vento e l’assassino” di Christian Gonzales y Herrera, Il Ciliegio editore. A cura di Vito Ditaranto

Il vento e l'assassino -Christian Gonzales y Herrera

Le parole sono uniche e inconfondibili, soprattutto quelle non dette, come le voci, i passi, i volti o le impronte digitali, eppure nessuno vi presta attenzione.

Per tanto tempo non ho parlato, ma ora sono tornato.

Purtroppo nella vita non tutto dipende da noi, ma soprattutto da quello che ci accade intorno.

Sono tornato a recensire e il mio ritorno è segnato dalle parole de Il vento e l’assassino” di Christian Gonzales y Herrera:

Impara a guardare dentro agli occhi di un uomo” gli aveva detto un giorno il Maestro, “e arriverai al significato che lui dà alla vita. Alla sua vita.”

Fin dalle prime pagine, “Il vento e l’assassino” si dimostra un romanzo diverso dai soliti lavori di genere.

In primo luogo per il ritmo ampio e posato, che si snoda attraverso luoghi ed episodi intrecciati con intelligenza.

Poi per il linguaggio ricercato, che dimostra un’attenta programmazione del lavoro e un alto livello professionale.

E infine per l’atmosfera, che scaturisce da una raffinata ricostruzione di culture e di affreschi d’ambiente, descritti con precisione.

L’aria che si respira è quella dei gialli di stile vintage, quelli che sono ancora in grado di esercitare grande suggestione sul lettore godibili, frutto di un accurato lavoro preparatorio, di studi e ricerche non occasionali.

Grazie allo stile lento, quasi essenziale che richiama le soffuse atmosfere di regine del brivido del calibro di Isabel Oustander, Anne Perry E Carolyne Wells anche se riesce a evitare certi liricismi romanzati, tipici di una certa leziosità narrativa, lasciando spazio al vero protagonista del genere quell’intrigo che graziosamente abbraccia un certo gusto del paradosso, dell’improvvisazione magistralmente esemplificata da dialoghi aspri e caustici.

Adrenalina che egregiamente sostiene una situazione di mistero che si dipana grazie a una trama complessa, a tratti filosofica e al contempo moderna per quella sua volontà di mostrare anche il lato più deviante della natura umana fiore all’occhiello di ogni thriller che possa degnamente cosi definirsi. Ecco che il caos fa capolino, come se abitasse in un mondo parallelo affacciandosi beffarda sulle vite intricate dei protagonisti. 

Un giallo rivelatosi una piacevole scoperta, un ottimo intreccio narrativo.

La storia narrata si richiama alla filosofia delle arti marziali, che colorerà l’intera vicenda.

Badate bene, non ha caso ho parlato di filosofia, poiché nel testo si richiamano le arti marziali nella loro più alta accezione filosofica.

Duncan, il protagonista principale, è un uomo che ha fatto delle arti marziali la sua unica ragione di vita.

Si ritroverà giorno dopo giorno a combattere il male, come una specie di supereroe. Proprio come nei romanzi di Agatha Christie, vi è lo sfondo e l’intreccio sentimentale, che crea una storia nella storia, ma il protagonista difficilmente si farà trasportare dalle emozioni. Duncan non perderà mai di vista l’obbiettivo principale della sua ragione di vita, ossia la ricerca del bene, cercherà di bloccare i piani malvagi di uno scienziato che ha in pugno il destino dell’umanità.

Qui, vi sono riferimenti reali e romanzati riguardo al famosissimo progetto HAARP:

«Il governo americano ne è parte attiva» rispose glaciale lei. «Nel 1996 è stato pubblicato un documento in ambito militare USA: Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025, un programma di sperimentazioni con l’obiettivo di, cito testualmente “Possedere il clima entro il 2025, allo scopo di distruggere la logistica e le comunicazioni nemiche con nebbie, acquazzoni e alluvioni”. I nuovi armamenti sono ormai incentrati sull’utilizzo militare della ionosfera e degli strati più alti dell’atmosfera, grazie appunto al progetto HAARP.» «Non ne avevo mai sentito parlare» commentò Duncan.

La descrizione del progetto, non è pura fantasia, ma corrisponde alla realtà, per il resto possiamo solo immaginare quanto viene descritto nel romanzo.

Al di là di quella che può essere una buona trama, coinvolgente e di grande suspance, l’autore nasconde tematiche assai più profonde:

l’ineluttabilità del destino che si manifesta nelle maniere più strane e imprevedibili ma che raggiunge sempre il suo scopo finale, l’eterna lotta tra bene e male, la capacità di quest’ultimo di trovare sempre una via per manifestarsi.

Il romanzo, ha uno stile che lascia senza respiro fino all’ultima pagina, permeando ogni singola riga con un senso di tensione unico: mai una parola di troppo o un passaggio prolisso, mai una frase fuori posto.

Tutto è voluto e tutto concorre al fine ultimo.

Ci si trova, inspiegabilmente trascinati nella storia.

Toni cupi, quelli in cui ci si addentra, è tenebra fitta, un bianco e nero perpetuo, fino all’arrivo dei personaggi che sembrano colorare finalmente l’universo attorno a cui ruota l’enigma.

Bene e male diventano concetti astratti, guidati solo dall’istinto, dalle parole spezzate, dal respiro che trema, dalla frenesia che si scioglie tra le pagine. Una dopo l’altra fino alla fine.

La narrazione è come il sogno e l’incubo dentro al quale si crede di vivere.

Quando i minuti perdono importanza.

In un mondo che marchia a fuoco i ” diversi”, ci sono spie di “Luce” sempre accese, come fari nell’oscurità dell’ottusità umana, alle quali aggrapparsi per non crollare. Scelte da compiere, nemici che diventano amici e quasi protettori nascosti delle nostre pacifiche vite. Un mix di arsenico e ambrosia.

Un libro che diviene una musica dai toni altissimi.

Ovviamente, non so se la mia descrizione del romanzo vi abbia appassionato, ma anche io sono un lottatore del bene, forse non sarò in grado di vincere come il protagonista, ma di sicuro non mi arrenderò.

Essere forte per essere utile? Certo, come sempre, ma poteva anche accettare le proprie emozioni come parte integrante di se stesso. E il demone, alimentato dalla violenza e soprattutto dalle sue paure più intime, non aveva più avuto nessuna presa. Si voltò a guardare felice la cagnolina. Dormiva, fiduciosa e tranquilla.”

Buona lettura.

***

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“Il margine della notte” di Ferdinando Salamino, Golem edizioni. A cura di Alessandra

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Tre anni fa ci fu una poetessa, tra l’altro molto talentuosa, che mi chiese di recensire la sua raccolta.

Pur amando la poesia, mi prese quasi un colpo.

Non ero adatta a immergermi nei misteri delle rime e della struttura ritmica, io piuttosto mi dilettavo nella ricerca del significato del testo e dalla sua oscura semiotica.

Eppure ci furono dei versi che colpirono profondamente la mia anima:

vorrei vivere con gli angeli attraverso gli angoli

nella vita più eterna

anziché vivere la vita piena di incoerenze e falsità!

E mi chiesi perché esaltare gli angoli della vita?

Cosa si celava di cosi importante ai margini?

La rima raccontava una vita diversa da quella oserei dire conscia, più autentica, più vicina a valori eterni e più aliena alla cosiddetta convenzionalità sociale.

Mi sono spesso chiesta se questa visione edulcorata o poetica dell’esistenza al limite, all’angolo o ai margini della società, fosse davvero cosi ricca di significato.

Mi sono mai risposta?

No.

In realtà ho solo sprazzi di coscienza, frammentati dalla poetica pasoliniana del meraviglioso pianto della scavatrice.

In una borgata lontana dal perbenismo e dall’ambiente adatto all’intellettuale medio, il nostro baldo Pier Paolo trovava il senso del suo vagare, il centro della sua ricerca filosofica e quella stessa eternità raccontata dall’Accarpio.

Come se la vita reale cosi piena di maschere, necessarie e fondamentali all’interazione umana, non sia altro che alibi per nasconderei il nostro vero volto.

Si recita a soggetto, sempre, in modo più o meno artistico.

E cosi quando tra le mani mi è capitato il libro di Salamino “Il margine della notte”, le stessa domande partorite dalla mia strana mente tre anni fa, sono tornate a danzare davanti ai miei occhi spauriti.

Perché i margini sono cosi importanti?

Cosa si cela di straordinario in quegli angoli da noi ignorati?

Cosa c’è in quel limite che tentiamo di non osservare e che bolliamo come deviato?

E allora ho letto di un fiato questo romanzo, immergendomi nella stessa oscura e fangosa realtà che tanto aveva amato Pierpaolo.

Il margine della notte diviene così sì un atto di accusa davanti alla volontà di una società, di un paese, di non vedere il lato oscuro della convinzioni politiche e sociali rappresentate dal degrado periferico.

Rappresenta sì il fallimento di tante ideologie e di tanti ideali che infarciscono le parole del politico di turno.

Rappresenta si il nostro tentativo di risolvere le contraddizioni e i conflitti negandoli o adattandosi ai compromessi che essi, costantemente partoriscono.

Quindi il margine della notte è il solito documento di accusa di stampo dickenserniano verso un mondo che non riesce a raccontarsi e a risolvere i suoi contrasti a riempire le cesure tra il politicamente corretto e la volontà di soddisfare i bisogni primari, lasciando che esso si riempia di scarti come violenza, distruzione e perdita di sé.

Ma.. esiste un grande ma.

Il personaggio scelto è la chiave di lettura di tutto il testo.

Il nostro amato Michelino, il simbolo di una società che relega la creatività nella tenebra dell’inconscio.

Un protagonista che fa emergere ogni falsità quando crediamo di essere perfetti cittadini.

Lui che alza il tappeto sotto cui nascondiamo il marcio e ce lo mostra beffardo.

Lui che conosce il limite tra buoni e cattivi, che sguazza nel grigio che rende più autentico quel nostro affranto dibattersi tra bianco e nero. Michelino ci ha raccontato come in realtà fossero le sfumature a dominare l’animo umano.

E come fossimo noi sbagliati a voler per forza far combaciare la realtà con il concetto che la racchiude e la ingabbia.

Nel margine della notte non c’è solo degrado.

C’è l’uomo con tutte le sue sfaccettature.

L’odio razzista è solo frustrazione per i sogni svaniti all’alba. E allora ci resta solo l’invidia, la rabbia di non essere i privilegiati in un mondo che determina il valore umano dalla riuscita economica.

Il successo è solo il tentativo di riscattare un etichetta affibbiata alla nascita, considerata degradante. Allora l’immigrato, che odia se stesso e la sua origine, non fa altro che sbattersi dalla mattina alla sera per conquistare i premi che la società occidentale mostra come indispensabili per definirsi uomini.

Senza pensare che il baratto peggiore è quello della propria identità, a favore della crescita del sistema. E cosi si partecipa felici salla stratificazione tra vinti e vincitori. Come se avessimo bisogno di qualche stereotipo per essere rispettati.

Le donne perdute sono solo le illusioni di un mondo perfetto che si scontra con la verità di una dimensione che ha bisogno come un vampiro di mangiarsi ogni energia. La violenza del killer non è altro che un amore imbrattato dalla realtà di una città, di un mondo che oramai ha perso se stesso.

Ecco che i margini della notte non sono altro che uomini che ci guardano con occhi affranti dalla voragine di questo mondo che ci rende tutti vittime.

Chi sceglie di perdere la propria onestà, di Michelino che per reagire al male compie altro male.

Di qualcosa che ci comanda e ci rende burattini.

E allora capisco l’amore di Pasolini per questi margini.

La la vita non cerca altro che un occhio attento compassionevole per essere guardata e magari da quello sguardo curare ogni ferita.

A volte la storia meno nobile va solo raccontata, va solo fatta emergere dall’invisibilità per tornare a dire la sua.

Magari a urlare contro il destino infame.

Ma per essere, esistere e raccontarsi.

Ferdinando è il menestrello che al pari di de Andre queste storie non le scorda e la regala a noi. Magari non saranno storie di eroi veri. Non saranno sogni brillanti di unicorni e brillantini, di vampiri buoni e sexy. Ma sono quelle che ci servono perché la vita ai margini non venga dimenticata ma venga onorata con l’impegno personale di ognuno di noi di onorarla, magari con una parola, una canzone, un libro o una recensione.

Nel margine della notte c’è tutta la poesia di cui abbiamo bisogno.

Perché è solo dal fondo dall’abisso che si vedono davvero le stelle:

Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.

Fabrizio de Andrè

“Caffè coppede” di Daniele Botti, Alter ego edizioni. A cura di Alessandra Micheli


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Si svegliò, guardò nell’alba e l’alba era lì senza memoria;

camminò la terra ormai da anni senza tempo e senza storia:

e fin dove gli occhi andavano non un suono,

non un fiore rise e raddrizzò le sagome dei suoi alberi in cartone;

strinse in tasca i semi inutili come il torto e la ragione:

nel cervello già sfumava l’ombra e con l’ombra ci viveva…

s’infilò come abitudine l’ago,

quello di ogni sera

e i fantasmi ritornarono per tenerlo vivo ancora.

E’ il nuovo anno che bussa alla mia porta.

E mi invita a guardare la possibilità e le novità che ha da donarmi.

Anche lui vuole essere protagonista della storia.

Magari non con guerre e orrori.

Vorrebbe regalarci sogni e cultura, parole e poesie.

Vorrebbe solo che una musica diversa risuonasse per queste strade deserte, deserte di gioia e sorrisi.

E’ da tanto troppo tempo, che viviamo come morti, zombie comandanti da un Enneade di saggi, che forse neanche ci manipolano, quello lo facciamo benissimo da soli.

Loro sono assisi su troni d’oro intenti a indicarci per noia come vestirci, come pensare, su cosa indignarci.

Ci obbligano a ballare la musica più stridente, spacciandocela per un opera di Paganini.

Balliamo convulsamente la nota del diavolo, in cerca di un oblio o di un emozione che ci faccia sempre sentire il cuore in gola.

E mastichiamo slogan che perdono il peso e il senso della parola.

Perdono la magia demiurga di creare porte per arrivare su altri universi e perdono la capacità di farci ridere delle nostre assurde ossessioni.

La libertà ci è negata, come se fossimo costantemente osservati da un occhio onnipresente e onnisciente, come se vivessimo davvero dentro una città comandata da qualche strana setta.

Allora ho invitato il nuovo anno a entrare cercando di indagare nella sua mente.

Sei davvero un anno che vuole fare la differenza?

O Sei il solito millantatore da cui debbo difendermi?

E allora nel dubbio ho preso il mio libro preferito, Caffè Coppede e l’ho usato come scudo per evitare ogni assalto pericoloso.

Ho aperto quelle pagine che profumano di fiori, di rose e ho iniziato a leggere nuovamente le assurde avventure del mio Saverio Trinca. Sapendo che la risata avrebbe sconfitto le ombre e che il vedere i difetti resi eclatanti dalla bravissima penna di Daniele mi avrebbero aiutato a crescere.

Perché solo attraverso quelle pagine in bilico tra denuncia sociale e irriverente humor nero, posso trovare la chiave per maturare.

Nasciamo tutti come Trinca, impegnati alla ricerca della sicurezza, impegnati a inchinarci fantozzianamente al re di turno.

Impegnati a nascondere la peggiore verità sotto il tappeto del simbolo.

E cosi se un libro vi svela la via della consapevolezza, vi svela che siamo tutti sudditi di potenti che si divertono a giocare a intellettuali o chissà che esoteristi, mentre mangiano e bevono godendosi la nostra servile compiacenza, allora forse una speranza di essere migliori di come oggi appariamo, esiste.

Caffè Coppede, al pari di Forno inferno è il libro che rivela, meglio di un dotto Picatrix.

Migliore di un Corpus Hermeticum.

Svela che l’unico vero esoterismo, ossia ciò che è celato ai più, è quello di un compianto scomparso uomo, che oggi si indigna per le scemenze ma lascia che fatti di cronaca si svolgano sotto il suo sguardo complice.

Vi invito a trovarli in questo testo.

Vi invito a scavare grazie alla risata il substrato sociale che fa da sfondo alle esilaranti e al tempo stesso amare vicende di questa strana setta, che governa Roma, dove in fondo assassini e vittime si confondono in una folla danza carnevalesca.

Cosi come la vita confonde gli indizi e fa passare il truce come un eletto, il brigante come un eroe, il cattivo come il buono di turno.

Che fa passare l’umanità vestita come un clochard il male assoluto mentre la violenza nascosta dietro lo smoking viene quasi invidiata.

E allora Grazie Daniele per spiazzarci, perché ogni risata nasconde una domanda.

E la domanda, anche senza risposta, ci invita a cercare.

E quindi a muoverci e viaggiare.

E chi viaggia non torna mai come prima.

Ogni assurdità, a tratti eccessiva e grossolana ci fa riflettere su che razza di mondo stiamo difendendo.

E magari una volta compreso questo arcano segreto, capiremo che la vera bellezza del grottesco rappresentata dalla stranezza del Coppedè è nell’armonica imperfetta simbiosi di ogni elemento.

Bizzarro e logico convivono.

Assurdo e consuetudine si abbracciano fondendosi in qualcosa di unico e di bello.

Nessuno lotta per primeggiare.

Allora anche l’oscurità, che torna a casa, torna a essere inserita in una complessità che oggi vogliamo solo negare, diviene meno pericoloso.

Perché è isolando ogni elemento del nostro vivere, ogni tassello della nostra anima che rende il mondo una selva oscura da temere.

E’ quindi con la riunione degli opposti, che forse l’etica diventa più umana.

Mentre i grandi discorsi, l’esaltazione della banalità del grande ideale non è altro che un alibi dietro cui si nascondono i potenti.

Ma sono davvero potenti?

Perché in caffè Coppede sono tutti macchiette, sono tutte grottesche caricature.

Sono cosi esagerati da rappresentare loro l’eccezione.

L’uomo è molto di più di cosa leggiamo.

E allora è lo stupirsi l’indignarsi e il ridere di quell’abominevole illogicità la nostra arma di difesa contro il “male”.

Ecco perché visto che non so che anno sei caro 2020 mi difendo da te e dai tuoi eventuali tentacoli, stingendo a me questo prezioso libro.

 

 

“Nero Dostoevskij” di Antonio Mesica, Scrittura & Scritture. A cura di Alessandra Micheli

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La risata è capace di creare meraviglie.

La risata sconfigge anche il male.

Non è un caso che la nostra amata Rowling la usi come rimedio per il male oscuro, quel dissennatore/depressione che ruba ogni ricordo felice, lasciandosi dietro solo macerie e nero abisso.

E’ un concetto che ho ripetuto più volte e che non mi stanco di ripetere: è solo con la leggerezza, che possiamo guardare ogni dettaglio del nostro più acuto dolore come se fossimo assisi su un trono nell’alto dei cieli.

E come appaiono limitati gli orizzonti e cosi piccoli gli uomini!

E cosi capiamo che persino quel male che ci terrorizza, quello che non fa che tentare di distruggere un armonia discesa direttamente dalla mente di dio, ci appare per quello che è, il patetico tentativo di attirare la nostra attenzione, di un finto distruttore messo in un angolo, come punizione per qualche atavico sgarbo. Ogni schiaffo, ogni piccolo sopruso appaiono solo i capricci di un infantile lagnoso personaggio.

E cosi anche i grandi orrori sono altro che la banalità di chi, quel cielo, non riesce a raggiungerlo. Se lo raggiungessimo non avremmo bisogno di null’altro, perché basteremmo a noi stessi.

Anche i peggiori crimini che oggi veleggiano nei nostri Tg, non sono altro che frutti di un banale quando oscuro sentimento, quello che al pari del dissennatore divora ogni sentimento positivo e ogni creatività, la noia.

Ci annoiamo cosi tanto da non farci bastare ciò che abbiamo.

Ci annoiamo cosi tanto che cerchiamo sempre qualcosa in più.

Bateson lo chiamava l’acme, il raggiungimento di un apice che agirà su di noi come una droga.

Vogliamo sempre di più, sempre maggiori dosi.

Desideriamo con un ossessione che rasenta la follia, il livello successivo andando sempre un po’ oltre il confine del lecito e dell’etica.

E cosi all’osservazione di quei pochi eletti capaci di apprezzare il solo fatto di essere vivi e di respirare, appaiamo come impazzite formiche ubriache di eccessi.

La noia.

Sembra cosi stupido da raccontare eppure è il peggior male che apre le porte dell’abisso.

La noia di sentirsi semplicemente umani.

In fondo il burlone che propagandò nel 46 il mito dell’uomo qualunque non era cosi fesso; era il tentativo di riportare alla normalità un mondo che aveva conosciuto il peggiore degli acmi. Quella volontà pazzoide e esacerbata di sentirsi unici di dominare il mondo, di porsi come balsamo graaliano del nostro malato tempo, fino a dividere il mondo in utili e inutili in esseri umani e in scorie. Un’assurda cesura che aveva rosicchiato qualcosa dentro di noi aprendo la strada all’illecito.

Ma questa è un altra pessima storia.

La risata ci fa scendere dal piedistallo fatto di ossa e di macerie.

Ci fa comprendere che la nostra visuale era semplicemente offuscata da questa strana noia che ci faceva illudere di essere sovrumani, che ci raccontava come la semplicità fosse solo per uomini mediocri.

E’ quello che oggi ci tortura.

E ci condanna a una vita in eterna competizione l’uno con l’altro, per emergere, per darci una spinta, per sentirci meravigliosi, sexy, intelligenti, colti, talentuosi.

In fondo, Nero Dovstojasky nella sua assurdità, in quella risata amara, nel descrivere con cruda semplicità tutto questo edotto mio “trattato”, è uno specchio di noi stessi.

Capitati per una botta di culo in un mondo privilegiato, capaci di prendere in modo ossessivo tutto quello che possiamo, riempendoci occhi, mani e bocca di parole e di emozioni, di oggetti e di possibilità.

Ma la noia, compagna di ogni giorno, vizio dei ricchi, di chi non sente più ogni piccolo privilegio come un dono, determina il crollo del nostro brillante protagonista.

E non si può non provare simpatia per lui.

In fondo lui è una parte di noi stessi

. Siamo noi Oscar Peretti, ognuno con il proprio demone.

Ognuno con la propria padrona da gestire o da sognare di far fuori. Magari è la bolletta di equitalia, più che un vizio.

O magari è la consapevolezza di sogni perduti.

La certezza di vivere in un mondo di furbi e dover lasciare i sogni per adattarsi a questo gioco di poker in cui si sa, il bluff è la prassi.

E cosi Oscar diviene una macchietta, un eroe che non si fa prendere, ma che al tempo stesso cerca invano di salvare qualcosa: la sua fantasia. Oscar è capitato in un mondo brillantinato, fatto di proprie leggi.

Ma è fondamentalmente alieno e tiene stretto dentro di se la capacità di ridere, di se e degli altri.

E nelle bugie che inventa, nel racconto dissacrante del suo dramma, ci dona un sorso di aria pura.

Strano essere vicini a Perotti vero?

Io ligia alla giustizia e alla legalità.

Eppure una parte di me, mentre rideva a crepapelle, si diceva ehi in fondo il nero non è altro che lo specchio della vita di tutti i giorni.

In fondo non era quello che ci raccontava il nostro buon Dostoevskij?

Nei suoi libri non denigrava forse la società cosi ligia al dovere e alla giustizia?

Non era lui che ci sbeffeggiava con l’idiota?

Il nostro Fedor mi piaceva perché lucidamente l’insoddisfazione dell’essere umano. E indagava nei meandri oscuri del proprio io, cosi legato alle idee e a un certo concetto morale

E allora ogni personaggio, cosi come ci insegna Fedor, non è altro che una parte di una coscienza che si dibatte tra le forze di un mondo che ci muta, che ci cambia e che ci mette alla prova, che ci regala qualcosa, ma al tempo stesso ci rende lucidi che non è quello di cui avevamo bisogno. Non è la ricchezza che farà di Oscar un uomo felice e libero.

Non è l’amore che lo renderà davvero uomo.

Non è nulla di ciò che esternamente bramiamo.

E’ forse dentro di noi, è forse un attimo, un istante, un fuggire e ricostruire in un mondo meno ancorato alle convenzioni. Un mondo meno patinato, meno politicamente corretto, meno improntato sul non si fanno è conveniente.

Magari è un costruire l’intera nostra esistenza semplicemente…sulla propria anima.

O forse anche Oscar è alla ricerca della verità su se stesso.

E forse è quando cade, sbaglia, cede che diventa davvero uomo.

E mette a nudo se stesso.

E cosi Mesica mentre ci fa ridere, ci regala domande.

Domande a cui non ho forse risposta, ma che sono importanti anche solo perché permettiamo loro di invadere il cuore.

E darci la possibilità di muoverci, verso una risposta che forse non avremo mai.

Ma che diventerà la nostra meta.

E cosi diventiamo uomini dell’idea.

Non saggi, non ideologhi ma mossi dalla volontà di raccoglierla quest’idea come l’unica speranza per uscire da questo manicomio che noi chiamiamo vita.

Allora ridiamo con questo libro e muoviamoci alla ricerca di qulla chimera che ci sfugge.

Anche se significherà guardarsi profondamente, fino in fondo al proprio io.

In fondo Oscar Peretti si guarda davvero.

Non è bellissimo, non è intelligentissimo, non è saggio.

Non è un eroe.

Ma alla fine mi è simpatico lo stesso.

“Natale Rosso Sangue” Autori vari, Edizioni Cento autori. A cura di Alessandra Micheli

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Calore umano e dolcezza nelle strade.

Ma senza che essa intacchi il gelo dei volti.

Natale non è solo neve e tintinnio di campanelli.

E’ anche il momento in cui la solitudine si fa sentire più forte.

Come un grido stridente che squarcia il silenzio di una notte.

Una notte che deve richiamare alla mente il calore del focolare.

Almeno secondo la nostra assurda tradizione.

Ma sapete cosa penso davvero?

Che in quel freddo strano, con le luci che irrompono e cercano di illuminare ogni anfratto buio a far da padrone è semplicemente il meno nobile dei sentimenti: la rabbia.

La vendetta, il senso di colpa, la nostalgia e la perdita.

Proprio perché qualcosa deve nascere bisogna far spazio al cuore.

E per farlo bisogna portare alla luce anche quel fondo nero pulsante, che si agita senza stancarsi mai.

E sta acquattato con i suoi tentacoli in un luogo inaccessibile, chiuso a chiava, lontano dalla veglia.

E cosi in una notte magica, lo spirito di natale può assumere il ghigno arrabbiato di uno strano barbuto essere.

Il re agrifoglio che sta per cederei l passo al re nuovo, quello che deve rinascere dalla macerie.

E forse è allora in quella notte celebrata dai migliori autori, che i fantasmi escono dalle tombe e iniziano a bussare ai nostri cuori rivendicando torti subiti, tentando di riportare a galla la verità, anche nel momento in cui essa rischi di diventare una lama tagliente e feroce.

Ecco perché credo che natale rosso sangue sia il libro per aiutarci lungo il nostro cammino.

E sia un testo adatto anche a questa notte troppo nascosta nella sua vera identità da una caramelloso e zuccheroso velo. Tutto per annullare ai nostri occhi la libertà della verità. Quella che in questa storie si dipana con tutta la sua efferata crudezza e si rivela a noi con quel suo lascito di dolore, con le sue urla da banshee con la sua ribella voglia di annichilire quell’immobilità della consuetudine.

E cosi abbiamo la gelosia e la follia aprire la strana segreta degli impulsi più feroci, che si nascondono dietro a sorrisi lieti e brindisi allegri.

Esiste il mostro che strappa la vita alle sue vittime per impedire che il male venga osservato e quindi fermato e che si scontra con la giustizia che come nemesi viene per fissarlo in volto e rivelarne i lineamenti. Abbiamo la vendetta che punisce la superficialità, rea di infangare con la sua lordura la meraviglia dell’amore.

Abbiamo l’orrore del fallimenti che trasforma l’uomo in vigliacco, colui che straccia ogni sentimento buono perché incapace di risalire dal baratro e accettare la mano che l’amore stesso gli porge.

Un viaggio oscuro verso l’antro più desolato dell’abisso dell’animo unano, li a scovare le ombre a ascoltarle a farsi ferire dalla loro violenza. Fino a che la nostra corazza di indifferenza non viene totalmente distrutta.

Fino a che da quelle ferite la maschera che troppo spesso indossiamo, cade rivolendo il nostro vero volto, quell’essenza che seppur imperfetta fa di noi semplicemente uomini.

E cosi in mezzo alla barbarie esiste una lacrima, un racconto una dolcezza improvvisa quasi a ricordarci che ogni allucinato viaggio, in fondo, non è vero la perdizione ma verso la redenzione.

Finché tolta e abbandonata in un angolo la nostra maschera possiamo offrirci cosi nudi e cosi fragili alla vera luce di questa notte magica. Quella che rivela i volti e non li nasconde sotto un ipocrita oh oh ho. E’ solo cadendo che si possono alzare gli occhi e vedere le stelle. E’ solo perdendo, quando la vita è al capolinea che si può sognare di raggiungere il cielo.

Magari è solo la giustizia ristabilita:

la giustizia talvolta riesce a ricomporre le fratture emozionali e sentimentali che l’iniquità ha prodotto.

O magari è la compassione che in questa notte rinasce nei cuori induriti da tanto, troppo dolore imparando:

Che il valore di una creatura può essere nullo agli occhi del mondo, pur tuttavia ci potrebbe essere qualcuno per il quale essa vale più di qualsiasi altra cosa.

Allora il natale rosso sangue, sangue del cuore che finalmente di risveglia dal torpore, avrà davvero un senso.

Un libro in cui i talenti incantati degli autori non dipingono solo un affresco armonico, ma che infondono nelle loro parole, il dono migliore che un autore può fare a noi assurdi, semplici lettori: loro stessi.

Buon natale di sangue a tutti voi.

“Feroce è la notte” di Mattia Molino, Golem edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

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Il carnevale non è solo una festa.

Ma un vero e proprio moto dell’animo.

Nell’abitudine di mascherarci noi, in realtà, ci stiamo raccontando tramite l’uso degli archetipi.

E cosi questa festa che per molti è solo la baraonda del caos diviene, in realtà, la danza della verità.

Quella impossibile da raccontarsi nelle riunioni di ufficio, quella da tenere nascosta sotto il tappeto durante lo svolgersi delle azioni consuete nelle ore diurne.

Eppure è in quell’apparente disordine che ci cela la vera essenza umana, quella ridicola, cosi patetica da rendere la violenza l’estremo ultimo atto di un guitto caduto in disgrazia.

Feroce è la notte non è altro che il rocambolesco racconto di una notte diversa dalle altre, in cui il confine tra reale e irreale cade e con lui cadono tutti gli alibi, le giustificazioni logiche che diamo, come abilmente spiegò Vilfredo Pareto, a emozioni che derivano dall’irrazionale.

E la città che conosciamo, cosi concreta e cosi reale diviene illusoria e evanescente tanto da far affiorare, come emergesse dai fondali del nostro io, la domanda fatidica: Perugia è stata sempre cosi?

Forse si.

Forse le città che noi conosciamo cosi monotone e stantie, sotto il suolo nascondono un mondo cacofonico, colorato e al tempo stesso agghiacciante.

Un mondo dove il grottesco regna fino a strapparci un sorriso che sa, comunque di amaro, di tristezza.

Sotto la coltre grigia di quell’anonimato rassicurante emergono come vulcaniche macerie le scorie da troppo tempo nascoste, che bruciano tutto quello che si conosce, i sentimenti, la morale, persino l’etica dei valori.

E tra violenza che viene accettata con una enigmatica noncuranza, tra strani sogni che confondono il lettore abituato alle regolari trame, le nostre percezioni, il viaggio confuso dipana una matassa che nessuno di noi aveva il coraggio di sbrogliare, quella che fa dell’uomo descritto nei romanzi in modo spesso troppo edulcorato da tratti che sanno di follia, lodato da troppi attestati di stima, un semplice co-protagonista che recita a soggetto, incurante se la sceneggiatura sia retta o piuttosto occhieggi divertita all’abisso.

Il bene e male lasciano il posto a una sorta di schizofrenia folle, in una danza macabra senza fine.

E cosi, finalmente, un libro racconta di quella parte onirica che non è solo sogni e magia, bellezza e immaginazione, ma anche cupezza, mondo ctonio che spesso si sposa con la demoniaca voglia di evadere dalla solita routine, fino a bracciare con naturalezza e perfidia il limite che divide appunto la vita dalla morte.

In questa strana commedia dell’arte non troviamo personaggi, troviamo caricature, deformate e serafiche della nostra complessa interiorità troppo tempo taciuta.

Troviamo azioni riprovevoli che però, al tempo stesso, stuzzicano il nostro lato dissennato.

In fondo è solo un libro e lasciarsi andare in questi balli sfrenati non è altro che una sana azione redentiva.

Eppure, ci sarà chi ancora sussulterà di fronte a una brutalità eseguita quasi senza rimorso, all’omicidio presentato come una burla, alla voglia di potere raccontata in modo quasi comico.

Quello che il libro lascerà è il fiato corto di una lunga corsa, le fauci secche come dopo una bevuta, una testa intontita come chi troppo indugia nei regni onirici.

E una domanda martellante, incessante e enigmatica: davvero la nostra realtà è anche questa strana violenza che sa di libertà?

Un libro indimenticabile che scorre tra le vene con il leggero aroma dei peggiori seducenti veleni.

Un libro che è come l’assaggio di assenzio che diede luogo alla visioni bizzarre di Rimbaud.

Eppure, indispensabile come il sorso di infinito che si respira in certi posti selvaggi, laddove le leggi umane non possono, non hanno diritto di attecchire.

E’ la meraviglia della contraddizione, del mondo che si rivolta e che diventa specchio del nostro vero io.

“Occhioperocchio” di Giovanni Corti, Il ciliegio editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono libri che non sono semplicemente incanti intessuti di parole, ma molto di più. Bussano all’anima e la invitano a partecipare al volo libero del pensiero.

E per mano con questi strani folletti, si viaggia su in alto nel cielo.

Cosi distante la terra, eppure cosi visibile.

E solo da una considerevole distanza, li sulla cima di un monte o grazie a una diversa visuale del reale, che tutto appare diverso.

Ciò che era bello si ammanta di oscurità, gli ideali nascondono ferite purulente sul fianco.

E le meraviglie del tempo brulicano di strani esseri vermiformi che rosicchiano lentamente la loro struttura.

Dall’alto i draghi appaiono solo buffe e patetiche figure di cartone.

E le certezze…certezze che non sono altro che i pregiudizi con cui nascondiamo la paura degli altri.

Occhioperocchio affronta tutto.

Quella storia vista dal lato meno nobile, quello che serve solo come alibi per le nostre assurde perversioni, quella che tenta di dissetare quella sete di potere.

E cosi nel giorno più sacro, più intoccabile, orgoglio per ogni italiano, in quel 1945 che doveva segnare la nuova vita, in favore di una libertà tanto agognata, diviene il trito riparo per vigliacchi e aridi furfanti.

Che per rifarsi dei torti di una vita, considerata non più come maestra ma come carnefice, vogliono per forza pagare con uno schiaffo, la botta al viso ricevuta.

E sei li ad assistere come in un film, come un lento lungometraggio una mano invisibile che solleva i tappeti e ci rivela marcio e polvere.

E si torna indietro nel tempo, quando il diverso era considerato figlio di satana. Quando in onore della più bestiale divinità, non certo dio, si tentava di preservare una purezza apparente.

E cosi anche in quel monastero si trapiantava nel Dna l’idea che solo i furbi possono vincere in questa vita.

Che agli innocenti non è risparmiato il dolore.

Che il diverso, in fondo, è solo il male incarnato, uscito fuori da noi stessi e personificato in un essere che vive e respira come noi.

Ma che non è come noi.

Che è privo di diritti e persino di dignità e quindi può essere il contenitore di ogni nostra malsana idea, che può essere il capro espiatorio capace di redimerci da ogni nostra scelta sbagliata, da ogni istanti in cui decidiamo di favorire il lato bestiale, dimenticandoci la nostra origine divina.

Allora è facile che tute le frustrazioni, i dolori e i disagi divengono solo il frutto dell’azione del nemico.

E cosi dal lontano medioevo, tempi oscuri instillati di pregiudizi e di malignità, questa malcelata convinzione arriva fino ai giorni nostri, in anni resi difficili da un benessere apparente, che sfocerà nella crisi del post moderno, quando ogni contraddizione non riuscirà più a stare muta e si sfogherà contro l’essere che da uomo è divenuto massa.

Nutrito dallo stesso male, portato avanti in un tempo lontano da chi doveva garantire in realtà la redenzione dell’anima si assisterà a una triste commedia dell’arte in cui vendette, disperazione, orrore quotidiano, quello che lascia ai bambini un triste dono: nessun riparo potrà preservarli dalla brutalità della vita. E persino la loro blanda fantasia non alimenterà il regno del sogno, ma si trasformerà solo in una stolta imitazione dei peggiori odiosi, difetti umani.

Una banda che non vuole scoprire tesori, o cercare il significato della pioggia, ma vuole solo imporsi dominare, portare avanti la vera maledizione.

Che non è quella di avere un difetto o un segno maligno: ma è quella di lasciar morire la compassione.

Una compassione che rinasce forse, negli occhi puri di un uomo, un ispettore che si salva, perché il dolore lo ha allattato.

E chi è nutrito da queste amare stille, ha un anima aperta al mondo.

La vita per chi ha davvero sofferto non fa paura.

La vita fa paura a chi la vive come un aguzzino da sconfiggere.

O come un torto da riparare, un debito antico da salvare.

La maledizione è nell’incapacità di dire no alle insensate certezze che vedono nel diverso la possibilità di sentirsi migliori.

Che fa del diverso il nemico da uccidere.

E in quei pianti che ancora risuonano tra boschi e montagne, ci sarà chi si perde e chi tramite l’amore riuscirà a vincere.

Contro il mondo, contro il potere, contro il passato, contro gli ideali stuprati da interessi per nulla alti.

E cosi impareremo a conoscere anche il lato oscuro.

Quello che nessuna storia racconta, perché la storia la fa chi apparentemente vince.

E si pone come eroe.

Ma io so che anche nella lotta per la libertà, eroe sarà chi proverà compassione per il nemico, come fece Piero nella sua triste ballata.

Sullo sfondo di una natura che racconta a suo modo il peccato umano, divenendo il pozzo oscuro dove ribollono le nostre mancanze.

E che rubano ossigeno, rubano il domani, rubano la vita.

E’ da un lago che parte il cammino verso la scoperta di molte verità.

Ma è dal un lago morente che urla i nomi dei responsabili, che per ironia della sorte scopriremo un altra storia: quella che rende occhioperocchio la speranza.

Se volete scoprire perché accostatevi con riverenza al libro.

Chiedetegli il permesso e sfogliatelo.

Vi racconterà una storia…starà a voi scegliere se abbracciare quella della caduta o quella della speranza.

***

Per mia madre

che confonde il suo sorriso con il vento.

E come sempre

lo regala alla gente

anche da lassù

“Il giallo Pasolini. Il romanzo di un delitto italiano” di Massimo Lugli, Newton Compton editori. A cura di Alessandra Micheli

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Eccomi qua davanti al foglio virtuale, pervasa da mille differenti emozioni, in cerca delle parole adatte per raccontarvi un libro che, non posso non asserirlo, è entrato nella mia anima e si è comodamente seduto iniziando a intessere i fili di un arazzo meraviglioso.

Ecco che in quel luogo inaccessibile ai più, quest’arazzo è in bella vista e domina la stanza segreta dalla chiave di bronzo.

Ma non è un arazzo silente.

No assolutamente.

Racconta molto di me, dei miei sogni impoveriti, pieni di ragnatele eppure ancora cosi brillanti e cosi preziosi.

Parla delle mie passioni, di un autore che, con i suoi versi, ha dato l’avvio a uno strano motore, sbuffante forse, molto ingolfato a volta, ma che mi ha portato in giro per un Italia apparentemente sonnacchiosa.

E in quell’Italia io, incosciente cosi come il protagonista Marco Corvino, ho infastidito alzando i veli, alzando i tappetti e riflettendo sul sudiciume che nascondevano.

Parla dei miei ideali, un po’ ammuffiti forse, ma sempre vivi.

Nomina i personaggi che hanno, volente o nolente, invaso il mio angusto mondo intellettuale, stimolando e coccolando quell’amore eterno per la scrittura, che mai come oggi, ritengo salvifico, migliore (non me ne vogliano professionisti della mente) di una seduta di psicoterapia.

Il giallo Pasolini di Lugli, è uno di quei libri guida che orientano la mia offuscata mappa, verso la riscoperta di un territorio che ho lasciato incolto, troppo presa da altro, dalla necessità o anche, perché no dalla delusione e dalla frustrazione.

Innanzitutto l’ambientazione.

Anni settanta, gli anni più difficile per il nostro paese, ma dove ancora si ergeva orgoglioso il nome del comunismo.

Ancora esisteva una sinistra, sicuramente minacciata dall’ipocrisia, minacciata da una borghesia che, lungi dal combatterla, proponeva un piano ancora più agghiacciante: inglobarla, spegnerla riempendole di lusinghe e di alternative, acqua sul fuoco cocente della passione politica. E’ vero.

La sinistra raccontata da Lugli ha già in se i semi del disfacimento.

Ha già iniziato i patti scellerati con il potere, ma ancora si agitavano in se i germogli tenaci di un ideale che aveva nella verità il suo bardo, il suo capo, il suo alter ego.

Non era ancora il capitalismo mascherato da finto buonismo, non era ancora la Leopolda che con una raffinata ascia la seviziava, lasciandola morente e noi, idealisti, a guardarla disperati, soli e spauriti.

C’erano le minacce, ma c’era ancora la volontà di crederci, magari di revisionare i suoi assunti più intransigenti, ma esisteva ancora quella necessità di lottare non contro l’altrui pensiero, ma contro le sue distorsioni.

Forse troppa violenza, forse troppa rabbia, ma qualcosa di molto più puro di ciò che viviamo oggi.

Sotto questa meravigliosa corazza di ideali stava una Roma nera, cattiva, brutale, tutta dedita alla virtù della malavita.

Ragazzi di strada, perduti e incattiviti dalla difficoltà e dalla noncuranza apparente di un potere politico che era troppo intento a nascondere le proprie perversioni sotto gli eleganti tappeti.

Eppure, in quei ragazzi di strada, Scaracchio, persino Johnni lo zingaro, esisteva quella purezza che permetteva al vero intellettuale di non staccarsi dalla realtà, di non aderire alla faciloneria della teoria arzigogolata e inesistente, alla filosofia alta creata ad hoc per vantarsi agli incontri colti, ma creata dal basso per il basso.

Esponente di questa intellettualità vera, non una caricatura da salotto borghese, era Pier Paolo Pasolini.

Forte, passionale, anche conscio che è nel “letame” che si crea l’arte, viveva tra due dimensioni: quella alta del pensiero e quella bassa della realtà cacofonica e spesso perduta.

In quella vita violenta ci sguazzava.

Nella rabbia e negli orrori lui trovava il bandolo della matassa da sbrogliare, con coraggio, senza rifugiarsi in dissertazioni poco attinenti con la dimensione materiale.

Eppure, quei suoi racconti, i suoi libri tacciati di perversi vizi, si trovavano le risposte e le basi per una filosofia o una sociologia più attenta all’uomo, posta al suo servizio e non al dominio della vanità. Pasolini era amante del vero, colui che portava avanti una filosofia antica che considerava materia e spirito indissolubilmente legati: non si poteva creare cultura con la pancia vuota, in assenza di diritti, in assenza di opportunità.

E nel Pianto della scavatrice, poesia che mi ha profondamente influenzata, si ritrova la bellezza del basso, del piano tangibile schifato e deriso dai nostri puerili intellettuali.

E capisco come soltanto passeggiando per la Roma perduta, per la Roma derisa, stuprata, venduta, invasa dalla “mondezza” si può riconoscere la vera funzione del pensiero, conoscere, capire, provare a dare una soluzione e sciogliere i nodi.

E Pasolini, quei nodi ha tentato di scioglierli.

Con il suo romanzo più controverso, eretico, Petrolio.

Sappiamo tutti com’è ansata.

1975.

L’anno più funesto, insanguinato da recrudescenze fasciste, da un sangue che non lascerà mai più i ciottoli di Roma.

E’ l’anno del massacro del Circeo.

E’ l’anno in cui muore uno dei migliori esponenti della nostra cultura. Gli anni settanta, in genere iniziano con una voglia di orrore assurda. Nel 73 viene orribilmente violentata Franca Rame, definito oscenamente “stupro di stato”.

Sono gli anni in cui traffici di armi, doppiogiochisti che agiscono come provocatori negli ambienti di sinistra e di destra, che informano i carabinieri, che instaurano un vero e proprio clima di terrore.

Sono gli anni di piombo.

Sparatorie, agguati.

Scontri e le famose e mai del tutto comprese, stragi di stato.

Ci sono i comitati studenteschi, c’è la bolgia di combattere un sistema ormai morente, da cambiare e da modificare nei suoi erronei assunti.

Il sistema uscirà vincitore, divenendo quello zombie che oggi si disfa ai nostri attoniti occhi.

Eppure, nonostante l’oscenità di questi sistemi di terrore, ancora si poteva lottare, ancora esisteva la speranza che, il vero guerriero, il giornalista e l’intellettuale poteva agire per fare la differenza e iniziare una trasformazione necessaria, che avrebbe reso gli anni ottanta e novanta meno perversi.

Ecco che il giornalismo visto con gli occhi di Lugli, mi ricorda il perché mi appassionai da piccola, a questo mestiere.

E mi ricorda altresì perché, oggi, ho perso tutta la voglia di intraprenderla quella strada, se non in solitaria.

Il giornalismo raccontato in questo testo, sa di coraggio.

Sa di dita odorose di nicotina, imbevuta di inchiostro.

Si ode il lontano ticchettio convulso delle macchine da scrivere.

Si vede una redazione piena di professionisti che, nello scrivere, si dimenticano di se stessi.

Sa di censura, forse ma anche di volontà di aggirarla quella censura.

Un quotidiano come paese sera era sicuramente dominato dalla logica del potere, dalla volontà di un partito comunista di entrare con dignità in Montecitorio e poter dire la sua.

Esisteva, dopo la fine della seconda guerra mondiale, un ferreo ostruzionismo contro i PC che restava sempre nelle retrovie.

Era la DC e tutti gli altri finti partiti,a voler evitare un progresso di un partito che diveniva il polo che attirava tutte le speranza di cambiamento dei lavoratori e dei cittadini.

Era un Italia spaccata in due, ma meno ipocrita di oggi.

Era l’Italia che, nonostante l’orrore ancora sperava.

E la redazione esprimeva questa volontà di combattere.

Un giornalista si sentiva totalmente preso dal suo lavoro.

Nonostante una certa identità quasi comica nel vestiario e nell’atteggiamento, la descrizione della modalità con cui i giornalisti di Paese sera scrivevano i loro articolo graffianti rivoluzionari, a tratti crudeli, fa scappare una lacrima:

Ugo Massori, il mio mentore, inviato di nera con un passato da ex partigiano, un omone vociante, collerico, incontenibile, che avevo preso a modello come esempio di mestiere e di vita, non partecipava alla discussione e sedeva alla sua Olivetti imperversando sulla tastiera, una ms accesa all’angolo della bocca, un posacenere strapieno sulla scrivania, intento a scrivere uno dei suoi fantastici reportage che sfornava a getto continuo con una velocità da mitragliere. Provare a parlarci, in quei momenti di furore creativo, era più rischioso che infilarsi nella gabbia dei leoni per rubare il pranzo…..

Ugo tornò a sedersi, accese una sigaretta e si rilassò. Mi avvicinai quatto quatto e mi accomodai su una sedia rimasta miracolosamente sgombera accanto alla sua postazione…Dopo venti minuti di silenzio e imbarazzo stavo considerando seriamente l’idea di tornarmene a casa senza che nessuno si fosse preso la briga di notare la mia presenza o quantomeno di rivolgermi la parola quando vidi Ugo alzarsi, stiracchiarsi, rimettere la macchina da scrivere in posizione verticale (restavano lì, sull’attenti come soldatini, fino al momento di essere usate in modo da lasciare più spazio sul tavolo) e consegnare quattro fogli al caporedattore, che li scorse velocemente, più proforma che per altro, approvò con un cenno di ammirazione e si fiondò in corridoio alla posta pneumatica senza neanche chiamare un commesso. Ugo tornò a sedersi, accese una sigaretta e si rilassò. Mi avvicinai quatto quatto e mi accomodai su una sedia rimasta miracolosamente sgombera accanto alla sua postazione….«Ciao Ugo…».Mi guardò come se mi vedesse per la prima volta in vita sua. Conoscevo quello sguardo vacuo. Quando era immerso nella scrittura entrava in una sorta di trance e gli ci voleva sempre un po’ per tornare sulla terra.

Questa sono io.

Quando scrivo, quando mi appassiono, quando il sacro fuoco mi invade. E questi non sono gli autori di oggi, ne i giornalisti di oggi, troppo presi a gloriarsi mettendo due parole in fila per guadagnarsi il pane.

Questo è l’essenza del giornalismo.

Un essenza che, Marco Corvino, porta con se fino in fondo come una macchia, un marchio tatuato sul cuore, quando sceglie di proseguire le indagini per scoprire la verità su Pasolini.

E paese sera, nonostante la sua fissazione di assecondare le voci di un PC che stava per perdersi, lo premia.

Magari non lo incoraggia apertamente, ma silente lo segue e alla fine riesca a comprendere quel furore, fino a chiudere un occhio sulle sue ingerenze.

Ecco che in questo stupendo ritratto, vero e nostalgico, Pasolini rialza la testa martoriata e ci racconta un altra storia.

Lo fa ispirando l’inchiesta dell’europeo scritta da una strepitosa Fallaci.

Lo fa donandoci come sprazzo di questa Roma nera, di verità lampanti, ma taciute per oscene connivenze tra potere statale e potere sovversivo. Il delitto Pasolini qua restituisce dignità alla violenza subita dal nostro intellettuale.

Non una storiaccia di omosessuali.

Ma un vero delitto politico che, secondo Giuseppe Lo Bianco e Sandra rizzo (vi consiglio di leggere Profondo Nero Chiare Lettere Editore), prende l’avvio dal caso Mattei, passa per di Mauro e finisce all’idroscalo. Una storia di stragismo, di complicità, di P2.

Una storia di potere in cui la Edison fa capolino.

In cui la volontà di annichilire un popolo e uno stato, oggi sorride beffarda. Ma la verità non può essere taciuta. La verità non muore perché dei malavitosi seduti a Montecitorio, hanno deciso di camuffarla. Pasolini oggi tuona orgoglioso, nonostante la violenza subita

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)….Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

E questa voce echeggia tra le pagine di un libro che è schiaffo per tutti i dormienti, e balsamo sul cuore ferito di tutti gli idealisti, che la verità ancora la cercano.

E gioia per gli occhi stanchi di chi, come me, cerca il senso autentico della letteratura, quello che si sposa con le parole meravigliose di un Pasolini reso eterno dall’insensata e oscena violenza di stato.

 

 

Review Tour “Heimaey” di Ian Mannok, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Una delle teorie che mi hanno più intrigato negli ultimi anni, è quella che vede la divina commedia del sommo Dante, ambientata in Islanda. Li, in quella terra misteriosa, assolutamente unica, divisa tra acquea e fuoco, il nostro poeta massimo avrebbe immaginato l’inferno, il paradiso e il purgatorio.

Forze della natura che sembravano unirsi in un coro soprannaturale, vortici di acqua bollente, fanghi ustionanti, solfare ribollenti sembrano davvero usciti dalle migliori illustrazioni di Gustavo Dorè, quelle che da ragazzina infestarono i miei oscuri sogni.

E leggendo il libro di Ian Mannok, con le sue descrizioni che ammantano la mente di odori sulfurei, non puoi non esserne ancor di più persuasa. L’Islanda diviene non tanto un mondo fatato, come Irlanda o Germania, ma luogo in cui la potenza di un dio che tuona dal turbine contro l’ingratitudine umana, si fa parola, e poi immagine e al tempo stesso carne e realtà.

Una volta entrati in Heimaey ci si sente prigionieri di una veglia che sa di incubo ma chel al tempo stesso, titilla l’animo arricchendolo di suggestioni che fanno della bellezza gotica, il proprio Dio.

E’ bello il libro.

Nonostante l’orrore la bellezza selvatica, indomita della forza naturale avvince il lettore, tanto che la vera protagonista assoluta del testo, resta l’ambientazione.

Una forza primigenia in cui noi, attoruncoli, piccoli esseri infimi davanti a tanta potente maestosità, ci muoviamo come formiche, pallide comparse di una storia millenaria fatta di erosioni, di mutamenti e di forze incontrollabili.

Davanti alla nostra piccolezza la natura gloriosa del libro ci deride: persi in vendette privata, in amori limitati, in vizi e poche virtù, in drammi costanti che ci rendono perdine sulla scacchiera manovrate da qualche dio inferiore, forse un arconte geloso della magnificenza di un creato che in Islanda si manifesta senza limiti.

Ecco che la descrizione che dona un sorso di infinito, cozza contro le vicende umane, troppo limitate, troppo assurde descritte con una penna ironica e pungente, che non fa sconti, non salva, non dipinge mai redenzioni ma solo la nostra storditaggine.

Non ci sono eroi.

Non c’è vittoria, ne restituzione dei torti.

Tutto è un ciclo continuo di nascita e morte, di conti mai pagati e di debiti mai saldati.

Di una cacofonica amalgama di voci fastidiose che ci distraggono dall’incanto di una natura che in questo testo domina.

Persino il buon Kornelius, figura quasi mitologica, è assimilato a una delle prorompenti forze della natura, che i nostri progenitori hanno mitizzato nella figura del Troll, possente, senza regole, totalmente preso dai propri bisogni.

Non era, forse il troll delle leggende svedesi, il demoniaco abitatore di boschi, montagne e luoghi solitari?

E non è un termine usato oggi indicante colui che intralcia il normale svolgimento di un evento, di una discussione, di un tema?

Il troll Kornelius è fuori dal mondo.

Immerso nelle leggende e nella tradizione antica tanto vada intonare come una cantilena una musica folkloristica:

Questo canto lugubre!».

Il lamento del corvo, il krummavísur?Quest’aria mi butta sempre giù. La versione metal eseguita da In Extremo passi pure, al limite, ma così, a cappella in modo mistico, c’è da farsi saltare le cervella».

Kornelíus scruta la dottoressa della scientifica con occhio sorpreso. La donna sta fotografando attentamente il corpo, scatta brevi raffiche coscienziose, con il flash nonostante il sole estivo e con una messa a fuoco manuale per isolare i dettagli.

«Ida, il krummavísur fa parte del nostro patrimonio», si offende Kornelíus.

«È roba del Medioevo, questa solfa sinistra del folclore non ha più senso. I corvi di oggi non hanno nessun motivo di lagnarsi. Ai giorni nostri, per i corvi è un fast-food a qualsiasi ora nelle nostre pattumiere. Quegli uccelli del malaugurio mangiano più di noi»

Ecco che il lamento del corvo, diviene il lamento della tradizione dimenticata, che si vendica marchiando a fuoco un mondo che tenta di andare per la sua strada, dimentico dei legami antichi, dei valori e persino della cavalleria di strani figuri immersi nelle nebbie delle leggende.

Ma L’Islanda, diversamente dal resto d’Europa a smettere di cantare non ci pensa affatto e cosi rimbomba la sua voce melodica e al tempo stesso stridente per tutte le pagine, con la forza dirompente del movimento tellurico e con la sognante nenia del potente oceano che ribolle sotto di noi:

Tutto un tumulto millenario di rocce fuse irrigidite nell’istante, di cui lei intravede ancora le colate molli e dense. Esplosioni pietrificate come sagome dilaniate che sgorgano dalla terra con terrore. Bolle solidificate di lava, alte come colline, spaccate al centro come meringhe sventrate sulle loro viscere nere e cave.E di colpo, a una svolta della pista, un muro di lava. Una lunga lingua di roccia nera e tormentata che venti e piogge non hanno avuto il tempo di smussare. Una parete alta molti metri, priva di vegetazione, vestigio di un’ultima fusione. Beckie è subito ipnotizzata da quella forza brutale, da quella violenza immobile e da tutto quello che ciò implica di cataclismi infernali e di caos dantesco. All’orizzonte, in lontananza, coni scuri si stagliano contro il cielo bianco e lei si chiede quale di quei vulcani abbia vomitato fin lì la sua melassa incandescente. E quale vento gelido l’abbia rappresa. La colata è perpendicolare alla pista che l’attraversa da parte a parte, scavata rozzamente per più di un chilometro. Beckie guarda sfilare contro il vetro la roccia porosa, schiuma nera di pietra carbonizzata, e Soulniz la sbircia con la coda dell’occhio, felice del suo stupore.

E il mare risponde a questa oscura meraviglia:

Il mare è là sotto, ancora invisibile, ma agitato, mutevole e cupo, improvvisamente percorso da esplosioni di schiuma quando le sue onde s’infrangono contro la falesia che erodono da migliaia di anni…..L’acqua è gelida e lei soffoca, ma, passato il tremito, capisce perché Soulniz ha insistito. Sono là, nella sera islandese, sospesi in una vasca naturale scavata nel fianco di una falesia nera a strapiombo sul fragore delle onde. Tutto l’oceano sembra ondeggiare le spalle per darsi delle arie sotto di loro e ogni tanto un’ondata più forte solleva spruzzi più alti della scogliera. Il frangente disperso su di loro fa piovigginare un’acquerugiola di schiuma leggera che crepita sulle loro spalle e scompare.

Ed è in questa strana dialettica che il libro rapisce:

È l’esatto contrario di Gunnuhver, l’altra faccia dello stesso furore. L’acqua contro il fuoco. Il continente mobile dell’oceano gelato contro la forza ardente della Terra che si scioglie. Lo stesso inferno che vomita le sue lave conquistatrici e subito erose da tempeste caparbie. Per alcuni minuti rimangono sospesi nel tempo e nello spazio a impregnarsi di tutta l’eternità di quella violenza. Sotto di loro la collera millenaria dell’oceano e dietro di loro la rabbia eterna delle viscere terrestri.

Un mondo in collera.

Un mondo arrabbiato.

Un mondo che in fondo si sente deturpato e tradito da un umanità patetica che nei sordi traffici e nelle irriverenti ripicche, tradisce la sua origine numinosa.

Ed è in questo spettacolare affresco, che l’anima assetata, a tratti turbata da cotanta potenza, riesce a sognare e perdersi nel volo immaginario di un corvo.

Si librano sulla scogliera, alteri e sicuri di sé, indifferenti agli schiamazzi degli uccelli marini, e vengono a mangiare nella sua mano

Che forse il corvo sia la nostra anima tradita?

“Servizi e segreti” di Roberta Costantini, Scatole Parlanti editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Peter Simmons non ha la vocazione della spia, ma la vita a volte prende direzioni che non ci saremmo mai immaginati.

Tra la Germania e la Francia, una spy story che tiene con il fiato sospeso fino a una conclusione inattesa.

Un romanzo conciso con un ritmo incalzante, dove l’azione lascia spazio anche alla descrizioni di splendidi panorami urbani.

Intrighi e segreti, un ambiente difficile per chi, come il protagonista, ha un animo pieno di ideali.

E il lettore alla fine dell’opera è portato a chiedersi quanti avvenimenti vengano risparmiati al cittadino comune, all’uomo “normale” che si alza ogni mattina per andare al lavoro, salendo su un mezzo pubblico, o al turista che si trova a visitare un museo.

Quale realtà parallela corre insieme a quella che ci è concesso vedere?

E soprattutto, come l’opera stessa suggerisce, quali ampi giochi di potere sono esercitati da “alti papaveri” mentre il soldato semplice porta avanti coraggiosamente la missione che gli viene affidata?

Certo, questo è “solo” un romanzo, ma mi ha lasciato dentro questa verosimile sensazione.

Il nodo del conflitto Oriente contro Occidente, Islam contro gli infedeli.

Protagonisti che incarnano i peggiori estremismi che portano solo morte e distruzione.

Ma la spirale delle esaltazioni religiose ha come soggetti gli uomini, biecamente trasformati in macchine che uccidono.

Si perde il senso stesso di umanità e sacralità della vita.

Le ambientazioni del libro sono curate e realistiche, i personaggi credibili.

Lo stile veloce e incalzante.

Un libro per gli amanti del genere ma anche per i neofiti che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo del noir.