“Piccole poesie passeggere” di Andrea Casoli. A cura di Alessandra Micheli

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Per troppo tempo e ancora oggi, la poesia è stata considerata una faccenda privata tra un certo tipo di lettore e la pazzia di un uomo che declamava in versi la sua visione particolare della realtà.

Un fatto di spirito, non già di reale, qualcosa per rendere una vita ordinaria, monotona e quotidiana meno sbiadita, meno grigia.

Il vivere rendeva stanco chi ne era protagonista.

I piccoli accadimenti di tutti giorni non avevano lo stesso smalto di voli pindarici, di efficaci metafore dei tormentati viaggi di un anima assetata. Chi si accontentava del quotidiano, si accontentava del banale.

Nessuno avrebbe mai poetato di semplicità, di lavoro, di passeggiate nei vicoli, persino di un semplice incontro con un misero pescatore.

In fondo, la divisione spirito e materia a questo portava: alla differenza tra rosa e diamanti.

Il letame, il contadino, la terra brulla, erano fatti troppo monotoni per essere esaltate.

La terra diveniva etera fanciulla o oscura matrona.

Nessun campestre, ma solo saggi e barbosi filosofi capaci di interagire soltanto con l’iperuranio, quand’ancora le idee si trovano nella fase embrionale.

Una volta scese in terra, perdevano la loro sacralità.

Fu con Pasolini che si iniziò a raccontare la meraviglia della quotidianità dei borghi.

Nel pianto della scavatrice il suo passeggiare nella Roma dimenticata, quella delle borgate, diveniva un viaggio molto più iniziatico della meravigliosa e sognante avventura dantesca.

Ma dopo di lui…pochi hanno avuto il coraggio di porre rimedio allo strappo effettuato dal cogito ergo sum, dalla divisione insensata di spirito e materia, trovando una bellezza e una spiritualità anche in un fatto quotidiano.

Casoli è uno degli eredi del coraggio di questo osare, di questa reazione alla frantumazione e alla gerarchizzazione della vita.

La poesia è per tutti, non solo per gli eletti conoscitori dei segreti del verso.

La poesia è per coloro che della parola ne fanno il loro mezzo espressivo, per tutti noi che dialoghiamo, comunichiamo e informiamo l’altro.

Che sia di attualità, di un emozione, di rabbia o d’amore la parola ci unisce invece di dividerci.

La parola non deve organizzare nuovi mondi, perché ci lacera quello che abbiamo: la parola nell’espressione poetica di Casoli semplicemente dà forma e origine alla nostra di realtà, al mondo che solchiamo con i nostri piedi.

La poesia di Casoli è terra bagnata, fango e persino quel letame da cui, inspiegabilmente nascono i fiori.

Egli è il salvatore che ci fa:

recuperare il piano materico della parola riconciliandoci con il linguaggio quotidiano della vita di tutti – come direbbe Saba – della vita del padre che porta a scuola i figli, prepara la colazione, litiga con la moglie, affronta le beghe con il capoufficio…

Ed è in quel ritmo che lungi dall’essere banale, scontato e godereccio, che ci sentiamo finalmente riappacificati con l’unica autentica fonte di ogni scrivere: la vita stessa.

Il nostro svegliarci con la luce del sole.

Il dormire accarezzati dalla luna.

Il godere del calore del vino che scorre nella gola.

E’ il pane appena sfornato, il muggito di una mucca, persino il latrato appassionato di un cane.

E’ lo stiracchiarsi davanti al fuoco con le movenze seducenti di un gatto. E’ il mangiare in compagnia persino la risata scollacciata e la battuta assurda.

E’ semplicemente…vivere.

La poesia nasce dalla vita e alla vita va restituita con somma gratitudine e somma beatitudine.

educatemi al pianto,

al soffocare l’inganno che ho dentro,

poi trasportatemi avvolto in un canto

inafferrabile al vento e in silenzio

depositatemi al centro di tutto,

sopra al sorriso,

sotto allo sguardo del volto che adoro,

appena accanto alle labbra. Lì muoio.

Passami il cielo

Passami il cielo,

quello che tieni appoggiato sul palmo,

stringimi forte la mano e in silenzio

mostrami il mondo che avremo di fronte.

Passami il vento,

quello che tieni aggrappato ai tuoi sogni,

portami dove non posson finire

le mie certezze, le nostre frontiere.

“Dal ritorno al viaggio senza meditazione” di Riccardo Mazzamuto, Eretica editore. A cura di Alessandra Micheli

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Troppo spesso coloro dotati di occhi capaci di vedere oltre il reale, quello preconfezionato da chissà quale burattinaio, si sono sentiti simili al meraviglioso albatros descritto cosi perfettamente da Baudelaire.

Un maestoso volatile, capace di spiegare le sue immense ali e volteggiare soave, seguendo il ritmo arcano e libero delle correnti d’aria.

In quel volo non c’è altro che piacere infinito; non c’è meta, non c’è un perché.

L’albatros deve volare perché è la sua natura.

Deve innalzarsi per poter osservare dall’alto un mondo reso meno minaccioso, meno ostile proprio da quella prospettiva inconsueta.

Ecco che l’albatros simboleggia il viaggio che l’animo sensibile, alieno al materiale cosi privo di significato, compie per potere sviluppare appieno le ali immense della sua immaginazione.

Questo mondo sta stretto.

Troppo limitato, troppo chiuso nelle sue piccole e mefistofeliche ambizioni.

E’ prigionia e immobilismo, reiterazione costante e continua di valori imparati a memoria, mai appresi e mai interiorizzati.

Il mondo è ordinato, lasciando lo straordinario ai bambini e ai folli.

E cosi, il poeta che tenta semplicemente di abbracciare la dimensione onirica, diviene l’essere strambo da osservare con compassione o timore. Ecco che l’albatros disceso in terra, appare goffo e buffo alle menti imprigionate nei triti schemi.

Quello di Riccardo Mazzamuto è pertanto lo stesso percorso poetico intrapreso dal buon Charles, attualizzato con quel senso claustrofobico che questa società, abituata per troppo tempo a rinnegare visioni e magia, ci ha lasciato in eredità.

E’ la vita che, ironia della sorte, diviene morte, morte della fantasia e della fonte a cui attingere per far prosperare la nostra vita interiore.

Ma è anche ritorno dentro di se, instaurando con immaginari volti il dialogo atto a ritrovare la strada che porta al centro di tutto, al cuore, alla mente alla propria essenza più profonda.

Ecco che dialogando con i suoi poeti, Riccardo dialoga con la parte più oscura e al tempo stesso luminosa di se stesso, quell’ombra dove si trova il disgusto ma anche il senso di bellezza, il rifiuto ma anche l’accettazione profonda della propria unicità.

Brilla il corpo degli anni ottanta, sfuso adesso

stanco pensiero oscuro

scappo dalla società

divistica coeva…

Scappo… dalle violenze

mentali e imposte…

Scappo scappo e scappo

dalle assurde bestemmie

dei compagni da ostie…

E la parola scappo che innesca il movimento.

E’ la presa di coscienza orgogliosa e fiera, per nulla sofferta come nei grandi del passato, della differenza vista in questo mondo omologato, non più come fattore di estraneità al mondo, come dissenso e devianza, ma come valore aggiunto, come possibilità di intingere inchiostro dorato nel calamaio e scrivere da soli il proprio finale

E una volta compreso l’arcano mistero che rende il poeta, dio della sua personale storia, possiamo anche essere visti come goffi albatros dai volti confusi nella massa che ci deride, perché ora sappiamo come essi celino soltanto la menzogna.

Basta prigionia

medioevale pretendo

ciò che io decido…

Pretendo svegliarmi

al mattino e agire.

Poesie che sgorgano direttamente dalla fonte primigenia di ogni ispirazione. Oniriche e reali, materiali e rarefatte, capaci di comprendere appieno il senso ultimo dell’esperienza umana, sorpassandola in un intenso respiro che mira alla perfettibilità.

Per chi è assetato di vita, per tutti coloro che piangono sull’incapacità del mondo di raccontare le anime, la poetica di Mazzamuto è un vero e liberatorio sorso di autenticità.

“Paradosso della ricompensa” di Lucrezia Lombardo, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai delinquenti, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.
(Albert Einstein)

Ero una bambina strana lo ammetto.

Mentre le altre mie coetanee sognavano sulle storie di principesse e di donzelle salvate dal loro principe, io invece mi perdevo nei racconti dei prodi della foresta di Sherwood.

Ero io il Robin Hood vestito di calzamaglia, difensore dei deboli, ostacolo e tormento del perfido principe Giovanni Senza Terra.

Ero con fra Tuck e immersa nelle azioni guerrigliere, di un uomo che della giustizia vestiva i panni.

Quando non ero Robin ero il cavaliere del al tavola rotonda, a difesa del sogno arturiano contro Mordread.

E non è un caso che tenevo affisso sopra la mia scrivania i precetti del buon cavaliere, abilmente espressi dal film dragon Heart:

Un cavaliere è votato al coraggio, 

il suo cuore conosce solo la virtù, 

la sua spada difende gli inermi, 

la sua forza sostiene i deboli, 

le sue parole dicono solo la verità, 

la sua ira abbatte i malvagi. 

Quei precetti ancor oggi risuonano nella mia testa ogni volta che mi trovo a un bivio, ogni volta che devo scegliere la strada da seguire.

Persino in ogni mia recensioni essi sono la colonna sonora che accompagna ogni mio scritto, proprio perché sono convinta come il mio amato Albert Enistein, che il male riesce a trionfare perché tutti noi siamo sudditi del silenzio, complici di una malsano mondo in cui ordine viene annichilito da caos, senza che questo porti evoluzione.

Non ho nulla, se il drago (ossia simbolo del caso) sia l’antesignano del nuovo che si adatta e deve adattarsi alla crescita dell’essere umano.

Sono contro il sistema che rende gli uomini sudditi senza dignità, che li rende schiavi di un dio troppo permaloso e pigro per prendersi le responsabilità della sua creazione.

Dire la ricompensa del giusto è in un altro universo, in una dimensione lontana evanescente è l’alibi del vigliacco che non ha per niente volontà di movimento e si adagia, e accetta di essere calpestato.

Il vero Dio ci ama.

Il vero dio ritiene che l’umo dia più importante del sabato e non accetta che l’uomo sia crocifisso assieme alla sua divinità.

Il vero dio scende dalla croce e porta con se l’umo e lo fa avanzare verso un avvenire pieno di promesse.

Forse è per questo che l’unica religione che riesce a acquietare il mio senso di giustizia è la teologia della liberazione, liberazione dal padrone troppo ottuso per darci del vero pane, e liberazione dalle catene delle convenienza, del potere e dello status quò.

Ecco perché la ricompensa deve essere qui e ora, deve modificare alla radice gli assunti del sistema, deve illuminare l’avvenire con un sole luminoso e troppo forte per chi non ha le palle per guardarlo dritto dritto nei suoi focosi occhi.

Il sole dell’avvenire è il credo di chi non vuole essere schiavo né padrone; vuole vivere e gustarsi ogni momento di questa straordinaria avventura chiamata vita.

Ecco che Lucrezia usa la sua ars poetica in senso riformista.

Non celebra lontani assurdi sentimentalsimi.

Non è solo un modo dell’albatros di rimpiangere il suo lontano cielo, mentre viene dileggiato sulla nave da stolti marinai.

No.

La sua è poesia simile a uno schiaffo sulla guancia capace di denunciare, squarciare il velo dell’illusione della comoda stabilità e spronare l’uomo a riprendere il posto che gli spetta: al centro di quell’universo creato per lui, perché celebrasse la gloria divina.

Chi soffre non deve essere redento solo dall’oblio delle ferite.

Quel sangue copioso deve far germoliare un sentimento chiamato giustizia, unico capace non di far sopportare la costante umiliazione della propria dignità.

Ma che comporti l’azione salvifica per eccellenza: dire no e cambiarlo sto sistema marcio.

Perché solo attraverso la conoscenza dell’abisso, delle più oscura caduta che si può iniziare a fissare lo sguardo spavaldo al sole e divenire noi stessi parte di un immenso cielo.

Non più anime crocifisse, ma uomini risorti che trionfano con la loro eticità sul mondo, su mammona e su ogni suo servitore.

Il riscatto non è ultraterreno, non fatevi fregare, il riscatto è qua e ora, trascina, modifica e cambia.

E’ il giorno che illumina l’uomo nuovo che non abbassa mai lo sguardo, fa fronte al dolore, all’ingiustizia e parte in cerca di un altra vita.

Perché noi siamo stati creati per essere amore e verità. Non scimmie ammaestrate.

Vi è un legame intimo che tiene unite Giustizia e Misura: nel senso della misura vi è giustizia. La Giustizia -distribuzione equilibrata del merito e della colpa, così come dei beni e dell’avere- ha un carattere anzi-tutto quantitativo, che richiede un riassestamento del concetto di misura.

“Tormento fragile”di Valentina Casadei, Bertoni editore. A cura di Alessandra Micheli

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La poesia, quei versi sublimi discesi direttamente dalle regioni dell’essere.

Boccata d’aria per la nostra anima cosi assetata, cosi abituata al un sole luminoso e cosi caldo da offuscare con quella radiosità, anche i rifugi sicuri delle oasi ombrose di boschi e di foreste.

Noi che sotto questa vita marciamo ordinati in attesa della terra promessa.

Noi che sogniamo brumose isole evanescenti e lontane ma sostiamo, come sosta il goffo Albatros, su navi odorose di promesse, con quella possibilità di raggiungere il nostro personale eden.

Un eterno vagare, un eterno gemere alla luna i nostri sogni mancati. Quell’incapacità di osservare non solo la meta che brilla lontano, ma il viaggio stesso e le sue incantevoli oscurità, fa di noi esseri fragili bisognosi, forse, di un sorso di aria pura.

E la poesia è questo.

E’ immensità a portata di parola, è il verso ripetuto all’infinito come un mantra capace di liberarci dalle nostre prigioni.

E’ il tormento e al tempo spesso la spinta a muoverci in direzioni sempre diverse, affinché quel sole che continua a splendere glorioso, non ci renda terreni aridi.

La poesia, specie in Valentina, è pioggia soave, seppur capace di inondare di dolore le nostra labbra.

Eppure ne abbiamo bisogno, un bisogno sfrenato e ossessivo.

Abbiamo bisogno di quelle parole taglienti che colano sangue ma quel sangue che ci rende meravigliosamente e dannatamente vivi:

Un calore lieve sveglia i miei sensi

oramai arresi alla notte.

Mi avvicino

c’è un fuoco

che arde

e si spegne,

fulmineo.

Cenere su cenere,

inchiostro su inchiostro,

il buio

caliginoso

muore due volte.

Frasi, aggettivi ripetuti con armonico ritmo, immagini fuggevoli scorci di un qualcosa di oscuro e di celato alla vista, il mistero di essere donna:

signora bambina

gioco a fare la donna

con tutte le mie incertezze.

Madre prodigiosa

e vulnerabile innocente

accendo ceri

candele

e fuochi fatui

per tutti i ricoveri d’urgenza di questo cuore pazzo.

Il mistero dell’amore che non è soltanto volontà di interagire con l’altro ma sopratutto voglia intensa di eliminare ogni maschera per trovarsi nudi e fragili di fronte all’incanto acuminato di quella spinosa rosa:

Spine che trafiggono carcasse vuote

non indulgono

e cambiano subito

Noi siamo paragonati nella nostra assoluta ricerca della perfezione dell’attimo eroico, allo stesso Orfeo che vive di illusione, che ama l’amore eppure non riesce a fissarne il volto se non a costo di farlo dissolvere.

E’ nell’incanto del sognato e persino del dolore immaginato che si nasconde la forza catartica delle suggestioni poetiche, che da quell’emozione si diramano

Correndo

feci come Orfeo,

mi girai.

Non cercavo l’amore

ma ciò che sono stata,

delicata,

controllavo fossi ancora lì, premurosa,

E allora non è la fisicità dell’atto incontro a interessare la poetica di Valentina, ma la possibilità e la forza che questo momento scatena dentro di noi, la capacità di mordere e succhiare tutta la vita che scorre attorno a noi fluida come un fiume impetuoso

Correndo

non mi sono più fermata.

E ho invocato tanti cieli,

tutte le libellule in bottiglia sono state liberate

e i venti che spostavano,

le loro magre ali,

sono tornati a fare sbattere finestre

come schiaffi su guance immacolate.

Continuavo a correre

e quando perdevo il fiato

morivo correndo

dannata

per tutto l’amore ricevuto.

Tormento fragile è il diario di un anima, di ogni anima che desidera bearsi non della materialità concreta, ma della sensazione, della suggestione che dall’oggetto divine verso eterno e pertanto incorruttibile

In quel tempio

di fiamme assassine

che hanno antenati nel sangue, è il tuo tormento fragile

che resta.

Fragili come noi, esseri intessuti di mille strani e arcani fili.

Fragile come quel sogno chiamato uomo

“Il paradiso di Allah” di Puccio Chiesa, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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E’ un piccolo e snello libro quello di Puccio Chiesa, dal colore rosso come la passione e come il sangue, quasi a sottolinearne il significato.

Perché di meraviglia e di violenza quelle poesie si nutrono e divengono carne pulsante.

Dalle macerie di un Europa che rinnega se stessa e le proprie radici fino a un Islam perduto, come direbbe Fatema Mernissi, nella foschia della sue paure.

Potrei semplicemente raccontarvi la bellezza dei versi del paradiso di Allah.

Ma vedete, quando si tratta dello snodo Islam, la mia coscienza mi impone un approccio molto meno “poetico” e più professionale.

Perché è oramai sdoganato l’orrido concetto di scontro di civiltà.

E io, che per fortuna o per fato, ho studiato a fondo il binomio islam Vs Occidente arretratezza Vs sviluppo, espresso nel complesso argomento la democrazia nell’islam (utopia o possibilità concreta), non potevo non riprendere i concetti socio-politici appresi e inserirli nel contesto intessuto da ritmo e parole di Puccio Chiesa.

Vedete, le sue bellissime poesie affrontano l’attualità.

Ma l’attualità si risolve non solo nel sistema guerra che funesta la Siria o l’Afganistan, nel dilemma morale e umano del terrorismo, ma anche nella manipolazione dell’informazione, oggi eccessivamente illusoria e incentrato su tanti, troppi sentito dire e su immense omissioni storico culturali.

Come direbbe Schimdt, l’escamotage del nemico funziona ancora, non solo per riunire sotto le bandiere ideologiche popoli divenuti massa, ma anche per evitare loro di arrivare a un percorso diverso più consapevole: il famigerato uomo nuovo di guevariana memoria.

L’islam il nostro fratello rinnegato, diviene il fulcro di ogni possibile cambiamento ma anche dimostrazione di ogni nostra imperfezione. Donare a una religione il marchio satanico è purtroppo, antico affare.

E seppur presente come macchia indelebile sul nostro curriculum coscienza, seppur fonte di ogni prostrato pentimento, non si è del tutto superato il binomio occidentale noi e l’altro.

Ed è ovviamente dimostrato dagli eccessi della nostra storia che oramai questo modello costitutivo dei rapporti sociali ha espresso ogni sua potenzialità, finendo per divenire rancido e nefasto.

Lo scontro è portato avanti in modo quasi ossessivo, come se rinunciare alla tranquillità degli schemi gerarchici, o ai pregiudizi valoriali ( buono, non buono) fosse per noi un affare di vitale importanza, unico elemento che riesce a non farci affondare nel mare dell’immensità della vita. Troppo immenso, troppo variegato, troppo sfumato questo dono divino, da poter essere compreso da noi miseri omuncoli impotenti davanti alla meravigliosa organizzazione del cosmo.

Più la scienza e la tecnologia riescono a scrutare gli orizzonti, più il terrore della nostra piccolezza ci assale, tanto da farci desiderare il tranquillo ritorno al pregiudizio confortevole e stabile.

L’altro torna cosi a essere il turco perfido.

Il bene e male tornano a giocare a dadi con le nostre vite.

Il nemico torna a ghignare satanico e noi siamo sereni perché il conosciuto domina e scaccia le ombre dell’ignoto.

L’altro non diviene specchio ma ostacolo, il motivo per acquisire gloria in battaglia, gloria sul web, gloria nelle invettive.

Una gloria priva di gloria verrebbe da dire in un atroce gioco di parole, il cui senso profondo dilania l’anima.

Ecco che la vendetta per un passato troppo tentacolare, diviene l’unico mezzo per comunicare: pugno contro pugno, chiusura contro parole, cecità contro le immagini.

L’islam diviene per la prima volta l’arcano nemico, il satana che minaccia, l’orrore dietro l’angolo di ogni strada e di ogni mercatino. Diviene l’oscuro grigiore che annichilisce l’immaginazione.

Diviene l’ortodossia che pur di dominarci se ne frega dell’uomo.

Diviene tutto quello che, in realtà siamo sempre stati.

E, poco importa se sia esistito o meno, ma vi ricordo che un tempo lontano un ribelle Rabbì fu capace di denunciare l’ipocrisia del fariseo che non rende l’uomo più importante del sabato.

La religione non è altro che il contenitore che racchiude ogni elemento sovrannaturale che spesso si risolve in un tentativo estremo di decifrarlo il cosmo, di dialogare con il tempo e di comprendere in sommi capi l’eterno legame tra noi e dio.

Legame stretto, forte, a volte un patto che presuppone, come ogni ACCORDO, il cedere di quella strana creatura di una parte della sua libertà.

Una libertà che è spesso caos, che è impulso sfrenato che è, per dirla all’araba, jahilyya, il tempo zero dove la sessualità indomabile, la creatività senza scopo non sempre producevano bellezza.

La umma, ossia la comunità, diviene un po’ simile alla mano del cavaliere che domina e dirige i suoi focosi destrieri ( impulsi, necessità, bisogno e oscurità) come descritto in Platone.

Diviene luogo in cui le volontà particolari si annientano per formare il bene superiore o la volontà generale a cui l’anima irrazionale e totalmente caotica deve sottomettersi.

L’uomo lupis che diviene uomo sociale.

E perché allora se dalla filosofia dell’islam mutuata dalla meravigliosa scienza araba, noi traiamo sempre elementi che la rendono totalmente aliena al nostro modo di pensare?

Se entrambe affondano le stesse radici in quel senso di meraviglia di chi tentava di dominare il tempo e le stelle, la consapevolezza dell’immenso meraviglioso dono di Allah/Jahve/Elohim.

E furono i turchi a dare forma al mediterraneo, con incontri e scontri, scambi e contaminazioni che resero quella regione cosi intrigante, cosi effervescente da essere estatico oggetto di studio da una Alessandra incantata dalla costante scoperte che, eravamo in fondo, un solo unico popolo.

L’esile filo che lega fra loro uomini diversi per per questo potenzialmente nemici che tuttavia riescono a interagire a scambiarsi conoscenze ed esperienze comuni per esempi nella pesca, attorno alle reti di una tonnara dove è forte l’influenza nord africana o in agricoltura dove prendono a prestito gli uni dagli altri usi, strumenti e metodi di lavoro (la denominazione degli attrezzi di lavoro nel centro Europa è spesso di origine turca)

I turchi il mediterraneo e l’Europa -Giovanna Motta

Lungo le coste del bacino del mediterraneo, nei territori dove occhieggiava l’impero ottomano il contatto tra cristiani, ebrei e musulmani consentì alle diverse culture (non etnie ma culture) di attuare le prime forse limitate forme di integrazione nelle strutture mentali, negli usi alimentari, nella musica, nei termini.

Dove sono finite quelle meraviglie oggi?

L’inutilità dell’essere umano

illumina la terra che si spezza

la terra vista dalla luna

che in mare si schiuma e si arena.

Dove sono i funzionari in carriera antesignani della nostra strana burocrazia provenienti dal costume del deviscirme? ( il proto servizio militare turco)

corpi condivisi a occidente

sulla rete sociale sulle pagine vuote

corpi martirizzati a oriente

promessi al paradiso

la battaglia di Aleppo di avvicina.

Dov’è L’islam del cielo, delle stelle?

Dove sono le scienze e le meraviglie filosofiche Sufi?

Dove sono le poesie di Umayl Ibn Ziyād, Qutayla. Hassān ibn Thābit, Jamīl, Akhtal, Jarīr, Kuthayyir, Dhū’l-Rumma?

Aleppo è polvere e urla

osceno scheletro in cerca dei propri sensi

e tutto questo orrore mentre

dagli ouzeri del piereo ai bistrò di Marsiglia

alle bettole di ogni sordida città

l’Europa canta

il desiderio delle proprie macerie.

L’Europa di oggi, quella che dovrebbe essere migliore dell’Europa di Lepanto, vuole semplicemente essere sommersa dalle rovine.

Desidera morire uccidendo se stessa, l’altra parte di se che l’ha resa la bellissima regina del mediterraneo.

E noi possiamo oggi assistere solo al decadimento, disperatamente nostalgici dei tempi in cui

tra il mare e l’Eufrate

I minareti di Aleppo

le stelle inchiodate

nel cielo delle mille e una notte

segreti e racconti di oasi

sommerse nella sabbia

odore di olio di rose

sotto di portici di Kham al Kabir

il richiamo dei muezzin risveglia le strade silenziose

questo è stato

Vorrei tanto ritrovare quei sogni di sabbia dorata, di incanti e magia tra le strade della meraviglia d’oriente.

Ma la terra non è più color bronzeo.

Ma è rossa come il sangue che sgorga dai nostri infranti sogni.

no, non si può più dormire

la luna è rossa, rossa di violenza

bisogna piangere insonni per capire

che l’ultima giustizia borghese si è spenta

Banda Bassotti

“Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Se avessi lo stesso potere creativo di ogni mio autore, disegnerei la vita a colori sgargianti, come certi tessuti di seta, morbidi e perfetti nel loro maestoso intreccio, cosi tattili e al tempo stesso cosi gelidi, come se conservassero dentro di se l’ombrosità di quei minuscoli esseri che nei boschi segreti li hanno prodotti.

La seta con il suo perfetto reticolo, appare perciò simile a una vita che sembra straordinariamente organizzata in minuscoli e incantevoli dettagli, che all’occhio del mortale sfuggono.

Eppure, in quella perfetta tela, qua e la esistono delle frange e il tessuto cosi brillante non appare perfetto.

La seta produce dei fili che sembrano richiamare la loro origine solitaria, cibo inglobato da un esserino minuscolo e quasi snobbato, capaci di adornare corpi monumentali di re, regine e attori.

Ecco che il tessuto della vita si sfilaccia in mille altri labirintiche vie, fili e fili che ci appaiono sorridenti e che ci sussurrano altre storie, diverse dalla compattezza originaria.

Nel tessuto della vita le frange sono quei momenti in cui tutto può ri-niziare da capo, in un’imitazione sempre più maestosa del gioco della vita.

E sono quei momenti che interferiscono con la normale veglia a cui siamo abituati, scorci sul passato, visioni, creatività che anche in questa raccolta poetica si riversano nel ritmo.

Un ritmo antico che appunto, ci sembra riportare la memoria indietro, ai poeti che per innalzarsi al di sopra dell’umana virtù, costruivano un linguaggio possibilmente più vicino alla parola che diede l’avvio a questo pazzo mondo.

Ecco che la Caiati cerca appunto di riportare indietro l’attimo della generazione, non tanto della vita quanto di quel suono che si costruì attorno al primo organismo.

Ritmo e linguaggio fanno da padrone più delle immagini, più delle emozioni è il suono che gorgheggia lieto:

Faccio breccia nel cuore della poesia

e, spavalda,

insegno al vento a soffiare,

alle nuvole a navigare,

all’acqua a sgorgare,

e, mentre tutto scorre,

pianto i miei piedi nell’arsura della terra perché lì, immobile,

possa nutrirmi di linfa vitale.

Lei la dea suprema intesse la propria tela lasciando pendere nei confini dell’esistenza le sue frange, in attesa che altri ominidi possano intrecciare con lei la trama del reale:

Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

E’ un percorso assolutamente creativo, laddove si incontrano e si inchinano:

mie false partenze,

le infinite rincorse

ignara o forse decisa a contrastare:

tra la cecità di un mondo indifferente.

È uno specchio in cui si riflette, prepotente, la mia immagine del Niente.

Ed è il riflesso, di se stessi, dei desideri, di un lontano perduto ideale che diventa gigantesco durante questo strano accidentato ma assolutamente estatico percorso poetico:

Crediamo a quel che siamo,

a quel che vediamo.

Mai a quel che crediamo di essere o di vedere”.

Il riflesso è menzogna

e manca di sinapsi con l’oggetto.

Il sole, vecchio collante,

non avrà più cura d’allungar le sue braccia per omaggiare il mondo

con il mirabile fascino dei riflessi.

Quanta energia disperde!

Quanti sguardi illude!

E ciascuno di noi inciampa

lì dove crede di vedere una via

o l’abbondare della duplicità.

E soltanto parlando con se di se stesso, è solo indagando i luoghi remoti del paradiso di idee precluso ai più che il poeta si stacca dalla quotidianità per divenire di tutto diritto egli stesso creatore:

Imparai da sola a camminare

quando tutti, ai primi passi,

iniziarono a ripetermi:

vai,

ritmicamente,

vai,

burlandoti

dell’asincrono battito

ch’ hai nel petto”.

Ed è nella sua costante voglia di seguire le frange dell’esistenza, gli angoli attraverso cui gli angeli ci parlano, che il poeta inizia a conoscere i misteri.

Da sempre a ripeterci

che la natura è lo spettacolo più bello a cui possiamo assistere,

ma io voglio origliare dietro le quinte per scoprire le ore

nell’istante fecondo

in cui fanno l’amore

per far nascere il giorno.

Ecco che il vero ruolo della poesia torna ad appartenere alle parole del buon vecchio Shelley, consigli e moniti di cui la Caiati fa tesoro

La poesia toglie il velo di bellezza celata al mondo e fa sì che oggetti a noi familiari ci appaiano sotto una luce diversa… La poesia traduce tutte le cose in amore, esalta la bellezza di ciò che è più bello, aggiunge bellezza a ciò che manca di grazia, sposa l’esultanza l’orrore il dolore e il piacere, l’eternità e il mutamento tutte le cose inconciliabili che unisce sotto il suo giogo leggero….La poesia ci fa abitanti di un mondo diverso di cui quello che comunemente conosciamo è solo un’ombra…La poesia libera il nostro animo dal velo dell’abitudine che ci impedisce di scorgere la meraviglia del nostro essere, ci spinge a sentire ciò che percepiamo e a immaginare ciò che conosciamo”

In difesa della poesia

Shelley

“All’ombra di un albero spoglio” di Virginia Montanelli  Eretica edizioni. A cura di Lady of Shalot.

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Amore: parola più usata e abusata credo non vi sia. Da sempre considerato il motore della vita, permea la letteratura mondiale fin dagli albori.

Amore eterno, indissolubile, etereo, spirituale, carnale e passionale, osannato e disprezzato, condannato, esiliato, consumato, vissuto.

E potrei aggiungere ancora ogni sorta di qualità, sicura di non sbagliare.

Chi , infatti, almeno una volta nella vita non ha provato le palpitazioni o le farfalle nello stomaco?

Chi non ha mai pensato che l’Amore non sia eterno? Che debba esistere un “per sempre felici e contenti”?

Eppure, nel nostro immaginario collettivo, le storie d’amore che sono rimaste più impresse sono quelle travagliate o tragiche.

Un esempio lampante, è quello dell’infausto amore tra Giulietta e Romeo. Un amore talmente intenso e travolgente da infischiarsene persino delle rivalità tra casati. E anche se alla fine gli sfortunati amanti moriranno, il loro amore non finirà con loro.

La morte è quesi un deus ex machina che “risolve ” il problema degli sfortunati amanti. Non vivranno più nel nostro universo materiale, ma la loro storia non si esaurirà sulla Terra. Il loro amore vivrà per sempre e la morte sarà solo una cornice e uno sfondo.

Più indietro nel tempo, troviamo “l’amor cortese” la cui massima espressione l’abbiamo nel “DOLCE STIL NOVO” e nella “SCUOLA SICILIANA” fondata da Federico II di Svevia.

Si esalta l’amore impossibile, quello fra una dama e il suo cavaliere. Una dama che appartiene ad un altro uomo, ma il cui destino si legherà in maniera indissolubile al fato di un cavaliere, diverso dal marito.

Questo è il caso che ci presenta Dante Alighieri attraverso le immortali figure di Paolo e Francesca, i quali si innamorano a causa di un libro che in qualche modo riflette la loro stessa situazione. L’amore impossibile tra Lancillotto e Ginevra.

Più tardi nel tempo, questa consuetudine verrà esaltata anche dal Boccaccio nel Decameron.

Ma cosa effettivamente conosciamo dell’amore?

Sappiamo per esperienza, diretta o indiretta, che esso ha bisogno , per essere sempre eternamente fresco come il pane appena sfornato, di tre condizioni:

Fiducia

Rispetto

Passione.

Quando una di queste tre cose decade l’Amore dapprima si annichilisce perchè il cuore è bravo a mentire poi, se non si trova un equilibrio, inevitabilmente muore.

Forse una sorta di ricetta si intravede nella tragedia di Alcesti, dove la giovane sposa del re Admeto, si sacrifica morendo al posto del marito. Splendido esempio di agape.

In definitiva, solo quando l’amore supera il confine dell’eros, della filia e si tramuta in agape, quindi è pronta al sacrificio anche massimo, merita l’appellativo di vero amore?

Io credo che il perfetto equilibrio tra le tre forme di amore

Eros: tu < di me,

Filia : tu=me

Agape: tu> me

costituiscano il rapporto ideale. Se c’è complicità (Filia) sacrifico (agape ) e desiderio (eros) il rapporto funziona alla perfezione, ma il rischio è quello dell’appiattimento e della morte stessa dell’amore. La vita è caos o come sostiene la fisica “entropia”. Si è vivi perché ci si muove, quando si arriva all’equilibrio , un sistema è morto.

Se idealmente le tre forme d’amore dovrebbero avere la stessa importanza, nella vita reale cambiare la concentrazione degli elementi genera vivacità, sempre che si torni poi alla formula ideale. Un rapporto di eccessiva complicità a scapito dell’eros può generare un rapporto di amicizia, che nel caso di moglie e marito non è auspicabile. Dove a predominare è solo l’eros, o ci si stanca presto o si degenera verso la gelosia. L’agape è importante, ma solo quello finisce per destabilizzare la coppia perché crea martiri.

L’ideale è tenere d’occhio l’equilibrio perfetto sapendo spostare l’ago della bilancia di volta in volta secondo le occasioni.

E come ci ricorda la nostra Virginia siamo là con

Brandelli di cuore

Lungo la salita sterrata

Io che cerco di alzarmi a raccoglierli

E le gambe che tremano

Disappunto e compassione:

Tutti mi guardano

Anche se preferiamo il lieto fine, anzi ne abbiamo un disperato bisogno, quello che più resta nel nostro immaginario è invece la tragedia. Forse perché in fin dei conti più che l’amore il desiderio è ciò che conta. Più del mero piacere carnale è l’attesa ad essere bramata.

Vorremmo poter dire insieme a Montale

“Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale e ora che non ci sei più è il vuoto a ogni gradino . Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio”

struggendoci per la perdita non voluta della persona amata e invece ci accorgiamo di guardare l’oggetto -soggetto del nostro amore, passione follia e scoprire di abbracciare un estraneo

Ma non eri neanche più tu.

Eri

Loro.

E ancora lo sei.

Mi chiedo

Se te ne accorgerai prima o poi.

Ti hanno contaminato

Amore,

Diventasti adulto in una notte

E mi lasciasti lì

Orfana

A crescere

Ci si rende conto a un tratto che l’amore può non essere eterno e questo ci uccide più della morte stessa.

La fine di un amore cosa induce?

Pazzia, depressione, morte.

Leggendo parole come queste:

La nostra casa si allagò al tuo ritorno

Forse era un segno

Forse l’allagai io

Perché non ci tornassi con nessuno .

In pochi giorni era distrutta

Come lo eravamo noi.

Ci si rende conto della potenza distruttiva che la fine di un rapporto può determinare nell’altro, quello che rimane a guardare i propri sogni infrangersi.

E osservando la realtà che ci circonda non posso fare a meno di pensare che non esista una terza via. Che la fine di un amore porti inevitabilmente a una distruzione: di sé o del soggetto amato. Quasi un prolungamento sfortunato della storia di Paolo e Francesca. I due amanti sorpresi e giustiziati.

Persone che non si rassegnano alla fine della loro storia e che trovano la conclusione nell’unica via che nessuno può loro sottrarre: la morte, coltivando l’insano desiderio che solo così potranno evitare la parola fine.

 Forse avrei dovuto lasciare quel

Piacere”

Un piacere vano,

Privo di ogni interesse;

Uno di quelli che ripeti cordialmente come routine Quando ti presentano qualcuno, che aleggia nell’aria Mano nella mano ad un finto sorriso,

Sforzato,

Che pronunci con la testa altrove.

Maledetto il giorno in cui il mio “piacere” fu vero perché Quella mano avrei voluto stringerla per tutta la vita.

Maledetti i tuoi occhi in cui mi hai insegnato a nuotare e poi Mi hai affogato senza pietà.

“Storie incompiute” di Emanuele Martinuzzi, porto seguro editore. A cura di Irene Ceneri. Introduzione a cura di Alessandra Micheli

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La luna inciampa nei miei sogni

per ergersi volto nella notte.

Ogni testo è e deve rappresentare una forma di comunicazione.

Ma attenzione è comunicazione diversa da quella parlata perché l’attenzione deve ricadere non tanto sulla perfetta comprensione del codice che è il fulcro del messaggio, ma sul rumore, ossia su tutto ciò che è ridondante rispetto all’intenzione. E nella poesia alta forma di letteratura che in un certo senso si ribella all’ordine corretto e coerente del romanzo, la ridondanza e il rumore ossia tutto quello che parla delle radici non logiche di azioni, sentimenti e pensieri, diviene l’elemento principe e unico protagonista di questa forma di dialogo. Ed è un dialogo interiore che si reinventa ogni volta, senza quella fine che in ogni narrativa è doverosa.

Un romanzo ha un incipit e una conclusione.

Nella poesia invece, il concetto è aperto, e accoglie come un mare tutti i fiumi che in esso si riversano. La poesia è incompiuta proprio perché libera dai rigidi schemi mentali ogni frase, elogiando soltanto il ritmo e la sensazione che l’andatura porta con se.

Ecco perché Martinuzzi ascolta talmente tanto bene se stesso da rendersi conto che ogni nostra creazione dell’anima è incompiuta perché ogni volta , a ogni frase si ricrea, seguendo un percorso affatto lineare ma oserei dire circolare: tutto torna all’inizio e tutto al tempo stesso si manifesta in modo diverso.

Ascoltiamo dalla voce sognante della nostra Irene le fascinazioni che tale componimento ha scatenato in lei, sapendo che la rasion d’etre dell’ars poetica è proprio nelle immagini che essa suscita in noi.

Buona lettura!

Alessandra Micheli

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Sicuramente non sono le classiche poesie che ci si aspetta di leggere. In poche righe l’autore cerca di racchiudere concetti di una certa importanza.

Ogni lettore credo abbia la possibilità di interpretarle a proprio modo, seguendo i propri pensieri.

Il titolo della raccolta esprime quanto di più reale emerge dalla lettura dei componimenti poetici.

Storie incompiute.

Storie che attendono un pensiero per essere del tutto sensate.

I perché senza pace sgranchiti nelle ultime ore del giorno diventano sogni”

Un esempio lampante di ciò che ho appena detto.

A chi di noi non capita una simile situazione?

Essere avvolti dai perché senza risposta, che verso il crepuscolo del giorno si fanno sentire più forti, più indelicati, più dolorosi.

Addormentarsi per sognare poi ciò a cui stavamo pensando.

Questo genere non piacerà a tutti, ne sono consapevole, così come credo lo sia anche l’autore stesso EMANUELE MARTINUZZI.

Ma nessun autore potrà mai piacere a tutti i lettori.

Sento di dovervi lanciare una sfida, quella di sfogliare le pagine di questo libro e lasciarsi librare non tra ciò che è scritto, ma tra ciò che si legge tra le righe del foglio, grazie all’anelito di follia che sono le STORIE INCOMPIUTE di tutti noi. 

Un’estasi in comune questo mio solitario cuore,

frammentato in aurore e remoto al mondo

“Cortocircuito” di Marcello Affuso, Guida editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

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Leggere la raccolta di Affuso ha un potere stranamente terapeutico.

Non sono solo parole, sono pezzi di anima che emergono dall’inconscio e rapiscono in modo quasi feroce, la forma delle parole.

E di parole si tratta.

Ma non le solite, quelle che con il loro ritmo quasi meditativo creano una sorta di estasi mistica, ma sono lame, graffi, getti di puro dolore che come vapore acqueo lasciano marchi rossastri sull’anima.

Si parla di dolore.

Quel dolore che crea, spesso e troppo spesso, un vero e proprio cortocircuito in noi stessi.

E il termine che dà il suo identificativo al testo spiega tutto e spiega non sol il senso del libro ma anche la sua missione il suo fine.

E per questo vi invito a recuperare la sua etimologia:

Riduzione parziale o totale della resistenza, o dell’impedenza, di un tratto di circuito elettrico, dovuta a un contatto diretto fra i suoi estremi: può avere conseguenze dannose per l’eccessivo riscaldamento che ne consegue.

Figurativo

Difficoltà, cedimento, disorientamento.

Andare in cortocircuito, cedere improvvisamente allo stress.

Vediamo il primo significato cosa ci dice dell’opera di Affuso.

E’ una sorta di impasse tra due punti estremi di un circuito che ha resistenza prossima a zero, che non impone vincoli o ostacoli alla corrente, che quindi, passa attraverso di esso, assumendo anche valori molto elevati.

Riflettiamo sul dolore e sul senso di abbandono.

I due punti estremi che congiungono l’esse sono identificabili in due estremi: serenità e prostrazione, opposti ma al tempo stesso indispensabili per renderci vivi, per attuare il movimento necessario all’azione.

Per non soccombere alla prostrazione ossia a uno stato di totale inerzia e spaesamento, ci muoviamo per raggiungere il suo opposto, ossia estasi felicità, serenità e soddisfazione.

E questo movimento circolare, ossia che torna all’infinito in una serie di corsi e ricorsi storici, è regolato da alcuni ostacoli, da meccanismi di difesa affinché nessuno dei due estremi raggiunga l’acme.

L’eccesso di felicità può portare a una sorta di sovreccitazione che toglie le inibizioni.

L’eccesso opposto ci rende statici perché incapaci di reagire.

Entrambi bloccano il movimento procurando la morte della mente, ossia la stasi.

Il cortocircuito è la mancanza di queste “valvole”.

Se paragoniamo, come fanno i cibernetici, l’organismo a una sorta di computer intelligente, ecco che il valore alto blocca l’andamento ondulatorio del passaggio emozionale e provoca difficoltà, cedimento, disorientamento e stress.

L’abbandono, la massima ferita che un umano possa avere, connesso con il rifiuto e con l’idea di non essere abbastanza, non fa muovere l’individuo che resta in un limbo eterno.

La parola, il verso, riescono a salvarci.

Isolando questi sentimenti che ci appaiono atroci e immobilizzanti, e inserendoli su carta essi creano arte.

Creano bellezza e la bellezza è movimento.

Quello che di giorno rischiano di comprometterci la stabilità mentale, in poesia, in letteratura, nei dipinti, in musica diviene meraviglia, miracolo e sacro.

Ecco che il cortocircuito con questa cacofonia emozionale può essere la servizio degli altri, altri che si riconosceranno nelle immagini dure, forti e al tempo stesso poetiche di Affuso.

Il libro diviene esperienza reale, un viaggio che appunto perché esula dal mondo di ogni giorno, abbraccia le emozioni “scarto” capaci di instaurare una sorta di cambiamento prospettico.

Solo l’arte rende amabile il dolore, accettabile la solitudine, poetico e commovente l’abbandono.

L’arte dipinge i momenti e li congela in istanti da usare come modello per se.

Magari non nutre la volontà di reagire ma almeno ci regala sensazioni, ci permette di abbeverarci alla fonte primaria dell’esistenza, il fiume delle idee, il rio abajo il rio, il mondo segreto.

O semplicemente il nostro io interiore, da cui derivano tutte le fasi vitali più importanti, dalla nascita, alla distruzione e alla rinascita.

Siamo noi ad avere i mano la capacità di creare dalle semplici spine rose profumate, da un giorno nefasto di pioggia un arcobaleno.

Marcello Affuso ci prova e vi dona se stesso.

E magari anche voi potete ricambiarlo, leggendo e amando questo libro.

Perché i ricavati saranno devoluti in beneficenza.

E allora non soltanto aprirete le porte dell’anima e vi arricchirete, ma donando anche la stessa speranza che sboccerà nei vostri cuori agli altri. Perché senza gli altri, non siamo nessuno.

“Un paese di emozioni” di Francesco Spadafino. A cura di Alessandra Micheli

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Una delle cose che adoro fare, quando recensisco, è comparare i libri, anzi, mi spiego meglio. Non tanto i libri intesi come stile, trama e struttura, quanto le emozioni che essi contengono e che hanno suscitato in questo vecchio e arido cuore. Il libro che più si avvicina al viaggio intrapreso con “un paese di emozioni” è senza dubbio Cielo chiaro di Romano Battaglia.

Entrambi gli autori, con una tecnica diversa ma al tempo stesso accattivante e intensa, dipingono un paese particolare, uno di quelli che si incontrano, se si è fortunati, in quei momenti di totale spaesamento, di totale smarrimento, quelli in cui ci si ritrova tremanti e spaventati davanti a un bivio.

Sono i capolinea, sono i momenti di bilancio, quelli che ci pongono di fronte allo specchio magico di potteriana memoria, e si fanno i conti non con i risultati raggiunti, ma con i desideri del cuore, quelli veri, quelli infantili, quelli colorati di sogno.

E spesso si comprende come, il nostro fanciullino interiore, si senta abbandonato, maltrattato e negato alla coscienza vigile.

I risultati raggiunti, quindi, non sono quelli che il nostro Io, o la nostra anima si merita, perché si raggiungono a scapito di sensazioni autentiche, semplici e al tempo stesso più ricche di quello che questo mondo di apparenza ci promette.

E così, come mi capitò tanti ma tanti anni fa, mi sono ritrovata nel paese gemello di Cielo chiaro, un paese che, però, rispondeva ad altri miei quesiti, ad altri miei bisogni, forse meno cervellotici della mia adolescenza e più…basilari.

Dio per esempio, i valori della famiglia, il rapporto con il dolore e con un estremo e quotidiano senso di abbandono.

Quel sentirsi come giramondo senza un vero centro, perduto a rincorrere chissà cosa, forse un brillio lontano, forse un’idea di rivalsa contro un mondo che senti distante. Perché oggi è facilissimo perdersi, nei meandri di una ragnatela di opportunità, di possibilità, persino di conoscenze, dove tutto è a portata di mano, dove le distanze fisiche si annullano. Ma quelle interiori diventano profondi burroni, in cui è facile cadere, in cui è difficile distinguere la luna, il sole o persino le stelle. E arrivata al mio personale bivio, piena di domande ma per una volta scarsa di risposte, mi sono abbeverata alla fonte di Spadafino. Non è un libro di grandi interrogativi, eppure è un testo che personalmente mi ha aperto un mondo, un universo colorato di emozioni semplici, di saggezze quasi scontate, eppure sono quelle che arricchiscono di significati l’esistenza mia e vostra.

Vedete, a volte abbiamo questa strana perniciosa smania di contestare ogni valore, famiglia e persino Dio, come se le saggezze antiche fossero incapaci di guarire noi stessi e quel nostro distratto modo di essere “umani”.

Ma se come me decidete di sedervi e di affrontare la salita che porta a quel paese dell’anima:

Ho sognato ancora di quel paese un po’ strano,

dove la gente si saluta senza dare la mano.

Dove si chiacchiera e qualcuno canta una canzone;

tutti in piazza senza guardare la televisione.

Dove al mattino non ti offrono un caffè o un biscotto…

così tutto intorno, case di pietre e legno,

caratteristiche strutture di ormai nobile sostegno,

abbracciano le stradine naturalmente colorate

da piante e fiori, agli usci e alle balconate, e le finestre, da ricami e da pizzi abilmente abbellite,

sembrano quadri familiari di armoniose tradizioni antiche.

Nel borgo vecchio, stretti vicoli, alti muri ed arcate senza tempo, nascondono luoghi, dove non s’incontra mai, né sole né vento.

Questo, un paese di montagna dall’aria pulita,

con poche strade, corte e tutte in salita.

Con la rima, Spadafino, rende la parola demiurgo ed è capace di creare un incanto, una sorta di portale dimensionale, fino a farci riscoprire frasi della nostra infanzia, una fede semplice che sa che, la divinità qualsiasi nome a essa gli darete, non ha mai camminato distante da noi, prendendoci in braccio quando le ferite facevano troppo male. E allora ogni cosa torna al proprio posto, e come diceva De Mello va tutto bene.

La mente si acquieta, l’anima si nutre di lacrime, pioggia, paesaggi, si diventa un po’ folli ma autentici; si riscopre il gusto del lavoro manuale, la gioia per un calcio a un pallone.

E in quel paese che abbiamo snobbato perché alla ricerca di emozioni luccicanti come le luci di quelle città ripiegate su sé stessi, così soli, così tristi, forse ritroviamo noi stessi.

Un po’ bambini, un po’ saggi.

Pazzi e capaci di correre incontro all’unico sogno per cui vale la pena: quello che ci rende così pieni di gloria e di stelle, e poco più su di angeli e Dei lontani.

È il sogno di essere davvero uomini e non più burattini.