“Qualche parola tra padri e figli” di Tommaso Russi, Eretica edizioni. A cura di Aurora Stella

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Dopo aver letto questa raccolta di poesie, la prima parola che mi è venuta in mente è stata

Sturm un drang”.

Ora, molti di voi assoceranno sicuramente questa parola al romanticismo, dimenticando che invece lo “Sturm un drang” affonda le radici nella corrente illuminista. E normalmente queste due correnti di pensiero vengono presentate non in continuità, ma in opposizione. Perché all’illuminismo si associa la ragione e dunque la freddezza e il calcolo, mentre al romanticismo vengono collegate le passioni e gli impulsi. In realtà, oltre a confluire una nell’altra, non sono che due facce della stessa medaglia. Perché non si vive solo di cuore o solo di testa. (Menenio Agrippa docet)

Ed è per questo che lo ribadisco per la terza volta, il Romanticismo non è che la normale prosecuzione dell’Illuminismo.

Proprio come questi componimenti che, se da un lato osannano la ragione, esaminando la crescita e lo sviluppo dell’essere umano nelle sue fasi, da bambino ad adulto, da figlio a genitore, dall’altro non dimenticano il cuore e la passione. E la stessa parola “amore” cambia prospettiva, si contrae o si allarga se lo si osserva con gli occhi di un bambino o di un adulto.

 

Un’altra bomba

Con i giusti compagni,

si torna persino a sentirsi

umani.

 

Mi viene in mente il ritornello della canzone di Gino Paoli “Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo”

Oppure

Bomba o non bomba, noi arriveremo a Roma” di Venditti

O “ Qui chi non terrorizza si ammala di terrore “ (De Andrè)

Chi non ha pensato, almeno una volta in gioventù, con l’ardore tipico dell’adolescenza, di mandare all’aria tutto il sistema, fosse pure con le bombe?

Per poi trovarsi invece, dopo che gli anni ti hanno cambiato, in questi versi

 

Vedo ragazzi appassionati

Appassire come schiavi.

 

Per quanto possa sembrare deprimente, la passione traspare da queste parole. Non per una donna o un uomo, ma sofferenza per una comunità, per un’umanità che sembra aver perso le sue peculiarità. C’è una lucidità, un razionalismo in questi versi che penso di aver visto solo in Ungaretti.

Con un’immagine racchiusa in un titolo e qualche figura retorica entrambi, con la violenza della tempesta ci gettano in faccia la realtà.

Ma lo fanno con una passione, un impulso che va assaporato e vissuto minuto dopo minuto, secondo dopo secondo.

Bevuto fino all’ultima goccia.

Sturm un drang, appunto

La vita gira in tondo e passa dall’essere figlio e rapportarsi con il proprio padre e diventare padre e rapportarsi con il proprio figlio. E dietro ogni fase della vita ci confrontiamo con l’amore, l’amicizia, la crescita e soprattutto con la percezione. Spesso finiamo per fare con i nostri figli ciò che da figli rimproveravamo ai nostri genitori.

Crescendo

Anche se di nascosto

Si somiglia ai padri…

 

E mentre cresci e conti i giorni che ti separano da quel mondo inarrivabile che è l’età adulta, corri verso quella meta

Finché un giorno ho notato che gli

Adulti hanno sempre l’orologio.

 

E quando ti rendi conto di questo

Come spifferi arrivano i ricordi

Scopro

Che di te ricordo

Più le parole che non ti ho detto

Che quelle che mi hai lasciato

 

E allora capisci che sì, il cerchio non solo si è stretto intorno a te, ma che sei passato dall’altra parte della barricata e che, in fin dei conti, questo è ciò che ti rende umano.

“Tramonti di Cartone” di Marcello Affuso, Valentina Bonavolontà, Giulia Verruti, GSM editore. A cura di Alessandra Micheli

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Che scenda in voi in questi tempi disperati, il sale della poesia capace di cauterizzare ogni ferita.

Che sia l’arte e non il disimpegno o l’oblio, a farvi brillare gli occhi e che sia la poesia a inondare il vostro cuore di parole fino a confondersi con le immagini, tanto da non potersi più distinguere.

Come un fiume fresco che spazza via una calura asfissiante, Tramonti di cartone è la sostanza che da forma ai sogni, è l’arte che finalmente non distingue più tra visivo e uditivo, è soltanto una signora che danza e danzando ti trascina con se. Ed è per ironia della sorte che in questo ballo, a volte eccessivo a volte folle, la vita viene creata e non soltanto quella come la conosciamo ma quella che ignoriamo e che si aggira nei meandri delle menti stanche assuefatte al nulla, in costante rischio di perdita di identità.

Sono le emozioni, infatti, che raccontano di noi, che intagliano sui nostri volti con sorrisi o smorfie di dolore i reticoli delle nostre personali mappe, quei volti in cui sono racchiuse le stesse storie che, tramonti fa emergere.

In questi racconti, in questi versi, non esiste più l’autore, esistiamo tutti, costantemente incessantemente creati propri da quelle parole e dai silenzi che le accompagnano da cui rifuggiamo terrorizzati.

In quegli attimi di pura estasi, leggendo e lasciando che la parola crei il suo incanto, prima di dare significati colti e importanti, noi veniamo a risorgere.

E’ solo il verbo che torna a urlare al silenzio suo complice, che noi finalmente abbiamo un identità.

E le emozioni tornano ad appartenerci, tutte, dalle più sublimi e spirituali a quelle più materiale eppure necessarie.

E cosi vivremmo la beatitudine del tramonto con i suo colori cosi suffusi quell’incontro tra terra e cielo in un esclamazione colorata e i cartoni, creati dall’albero, elemento quasi povero venuto finalmente a esigere il posto che gli spetta.

E cosi alto e basso si uniscono in questo canto che usa ogni mezzo per donarci quel brivido quella sensazione che sa di eternità, parola immagine, pittura ci raccontano e si raccontano in maniera incessante, tanto che si possono leggere e rileggere i passi del testo più di una volta, anzi milioni di volte finché si tatuano a fuoco sulla pelle.

Per non scordare quel nostro meraviglioso dono di essere umani

E anche quella recita a soggetto, quella commedia dell’arte restituita al mondo ctonio dell’emozione diviene anch’essa esperienza meravigliosa, gioiosa una danza del corpo

Mi preparo

Ad una nuova esibizione

Mi preparo

A saltare nel vuoto

E in questo salto si riscopre il valore di un umanità che, come il libro racconta, è tutto e il contrario di tutto

Tutt’intorno

Un labirinto di periodi ipotetici

Dilemmi tortuosi

E oceano di contraddizioni

Sul baratro di un palinsesto vuoto

E questo nostro essere sempre in cerca di chissà cosa che si esplica in questo viaggio tra sogni parole e musica, immagini e istanti rubati come un urlo di gioia per quella strana enigmatica creatura che la raccolta esalta e ammira l’uomo

Perché mi hai ricordato le mie qualità e costretto ad accettare il fatto che siano così ben impastate ai difetti da non poter guardare le une senza vedere gli altri.

Perché ho posato lo sguardo sulla tua pelle semplice e ho visto l’unica vera bellezza.

“Illustrami l’anima” di Marta Inkedsoul, Arianna Peres, Maria Chiara Errico, Eretica editore. A cura di Aurora Stella

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Questo mondo vomita morte

Come nettare un fiore

 

Di solito quando si inizia una recensione sulle poesie si parte con un tema iniziale. Io ho scelto, per rappresentare questa singolare raccolta, una delle poesie finali tratte dall’ultima sessione chiamata “Pillole”.

Ho utilizzato il termine singolare perché le poesie sono corredate o forse dovrei dire simbionti dei disegni inseriti nel testo.

Se avete letto qualche mia recensione in precedenza, saprete che il mio approccio è tutt’altro che tecnico. Questo non perché io non conosca le figure retoriche o la metrica, non sappia distinguere un sonetto da una lirica o da un haiku, ma temo che calcare la mano sugli aspetti tecnici non aiuti per la comprensione di un testo, ma metta in luce solo la bravura del recensore. Quasi questi fosse chiamato a sfoggiare tutto il suo sapere a mostrare che ha tanato il poeta nel suo losco intento di farci bere una metonimia o una sineddoche piuttosto che una semplice metafora. Che i suoi endecasillabi sono tali solo perché ha saputo ben dosare dieresi e sineresi, sinalefe e dialefe.

Poi mi chiedo: è per questo che si leggono le poesie? Per gareggiare a decostruire e ricostruire il percorso dell’artista?

Se fosse questo, mi deludereste.

Se è per questa motivazione che i versi di Dante su Paolo e Francesca vi hanno fatto rabbrividire, se siete tornati a riveder le stelle solo per poter contare quante figurine avete collezionato, ve lo dico spassionatamente. Leggete un’altra cosa.

Perché io la penso come Baudelaire.

Tornando a noi e alla mia definizione di “singolare”.

Perché ho usato questa parola?

Perché di solito, per darvi una chiave di lettura che non sia quella della scomposizione in fattori primi (orribile la definizione matematica per una poesia, eh?) alla ricerca di un comune denominatore per una poesia io cerco nuove possibili e soprattutto fruibili, chiavi di lettura in altre branche dell’arte.

Siano esse nei dipinti piuttosto che nella musica, ma perché no anche all’interno della letteratura e persino del cinema. La poesia è come la bellezza. Si trova ovunque. Siamo solo noi che dobbiamo aprire gli occhi e scorgerla.

Dopo questo papiro (una mia amica direbbe pippardone) ancora vi devo spiegare il perché della mia scelta.

Di solito son io che accosto una forma d’arte alle poesie. Qui le autrici mi hanno battuto sul tempo. Hanno messo loro dei quadri. Preferisco dire con le loro parole ciò che ho provato quando tra un verso e l’altro scorgevo i dipinti

È strano accorgersi

Di poter ritrovare

Ciò che non sapevi di aver perso

Soprattutto

Quando lo trovi

In un’anima

Che non sei tu

Ma che ti conosce

Nel profondo

Da molte vite.

 

Non ho dubbi che il loro canto non fosse rivolto a me.

All’interno della sessione cuore aperto si parla d’amore: verso i nonni, verso gli animali domestici, verso gli amanti.

Ma attraverso queste bervi frasi io mi sono rispecchiata.

Loro mi conoscono da molte vite e per questo mi hanno aiutata fornendomi già una parziale chiave di lettura.

Dovevo solo essere brava a tirare le somme.

Ho osservato le pitture e mi chiedevo dove le avessi già viste. Perché se lo avessi capito, avrei interpretato correttamente e interpretando vi avrei aperto la porta per consentirvi di entrare nel loro mondo.

Il primo artista che mi è venuto in mente è stato De Chirico, con la sua metafisica, ma non era sufficiente.

Parole come:

Le anime perse

Restano perse

Per sempre

Non gli appartengono.

Ho rovistato ancora nei cassetti della memoria. Sentivo di essere vicina e il mio pensiero si è rivolto a Magritte e al suo surrealismo.

Ma

Sei nero

Assorbi dentro di te

Tutti i colori della mia vita.

 

Non rientrano nelle sue corde.

L’arte di Magritte non comprende le visioni oniriche.

Quelle parole me lo stavano sussurrando.

C’era qualcosa che mi sfuggiva. Qualcosa che aveva a che fare più con queste parole, gesti semplici.

Lascia qui le tue vecchie scarpe

Potrò dire un giorno

Che abbiamo camminato insieme

Per le strade della vita.

 

Ecco cosa mancava.

L’ingenuità, il naif, il sogno.

Ecco a chi si avvicinavano i quadri all’interno del libro.

Al Doganiere.

A Henrì Rousseau.

E così ho compreso.

Il mondo descritto attraverso la semplice parabola dell’amore-guerra-perdita, noto dai tempi dei greci (che non a caso avevano fatto convivere Afrodite ed Ares) qui compie il salto e diventa onirica.

Presente dunque non solo nella vita reale, non solo in un ricordo o nel momento attuale, ma perenne. Nel bello e nel brutto. Osservate la grandezza di queste frasi tratte dalla sessione guerra

Li ho sentiti berciare

prima di accorgermi di te

Così piccola ed esile

Attorniata

Da questa massa di carne putrida

Che ti studiava

Come un pezzo di agnello da divorare

 

Non vi sono passate addosso con la potenza di un caterpillar?

Mai nella vita avete provato la sensazione di essere poco più che una pietanza?

Siete fortunati allora.

Nella vita reale, forse.

Ma avete mai avuto un incubo?

Uno di quelli da cui è difficile svegliarsi?

Paralisi del sonno le chiamano.

Vi assicuro che hanno la stessa forza di impatto della realtà.

Non avete mai provato nemmeno quella?

Doppiamente fortunati.

Tuttavia, vi avevo promesso la chiave di lettura e ve ne h fornito una parte. Ora vi do la ricetta completa.

Prima di leggere questo libro vi consiglio di dare un’occhiata al quadro di Rousseau

Zingara Addormentata”

Poi iniziate a leggere le poesie e a osservare nel dettaglio le illustrazioni.

Poi tornate di nuovo a Rousseau.

Poi potrete contestare, se avrete tempo e voglia, ciò che ho scritto.

“Diligenza del non padre di famiglia” di Riccardo Mazzamuto. A cura di Alessandra Micheli

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Chi lo ha detto che la poesia ha senso solo quando si occupa delle faccende dell’anima?

Questa frase l’ho sentita più e più volte e tende a relegare l’ars poetica nei meandri del io più profondo, come un atto magico usato per di-svelare i sottili legami tra noi e il mondo immaginativo.

In questo senso la poesia è una forma di letteratura alta, che si occupa delle faccende strane e enigmatiche dello spirito. E cosi i versi e il ritmo non sono altro che gli accordi segreti del regno del numinoso che si stacca dalle cose umane, troppo umili e troppo banali per una scelta cosi colta.

E’ per questo che ogni tanto la mia anima ribelle dileggia la poetica.

Proprio perché si estranea dalla vita reale e si immerge troppo nel sogno, senza che esso venga restituito alla quotidianità.

Io a differenza di altri miei colleghi ritengo questa forma di arte politica. Ogni faccenda mentale è in fondo il tentativo di mettere ordine nel caso dell’esistenza materiale e si incidere profondamente sui valori che la sostengono.

Mazzamuto ha questa straordinaria capacità, quella di prendere gli elementi utili alla volontà di rendere tutto ritmo, proprio dal basso, dal fango come direbbe il buon vecchio de Andrè. Nasce cosi una raccolta strana, a tratti perturbante del comodo ordine dei valori che si intitola appunto Diligenza del non padre di famiglia.

Ed è su quel non che ci incentra tutta la sua rivoluzionaria volontà di incidere sul substrato sociale. E’ il non il segreto o la chiave che apre la porta del suo sentire e del suo impegno civile prima che letterario.

Nel nostro codice civile, infatti, esistono degli strani articoli che non servono solo a dirimere questioni di interesse comune ma di porre appunto delle basi su cui impiantare una comunità accettabile.

Cosa dicono questi articoli?

Parlano appunto di diligenza DEL buon padre di famiglia.

Buon e del, sono gli elementi che qua ci interessano per comprendere l’humus su cii Riccardo impianta il suo arguto pensiero.

Tale forma sintattica esprime un concetto di diritto privato risalente a quello di stampo romano, in cui si sottolineano le linee di comportamento per adempiere a talune obbligazioni contrattuali ed extracontrattuali.

Giustiniano stesso parla di diligentia diligentis patris familiae (diligenza del padre di famiglia diligente), un concetto utile a valutare la colpevolezza nell’inadempimento di una determinata obbligazione.

In sostanza si delineavano le caratteristica utili a assumersi responsabilità sia in ambito lavorativo che provato nei temi concernenti appunto il matrimonio e la paternità.

Per il sostentamento le la conduzione di un nucleo familiare servivano, secondo il giurista, determinate attitudini caratteriali che, se non in possesso naturalmente dal soggetto dovevano essere imposte.

Quindi lealtà, impegno, rigore, onestà concretezza divenivano obblighi non solo morali ma giuridici.

Eccoci al cloud della nostra raccolta poetica: qua Riccardo in un ottica anticonformista e deliziosamente polemica si ribella a tale concetto oramai fermamente inserito nella morale odierna proponendo una diligenza totalmente contraria, che si scaglia perciò sui valori portanti del buon padre di famiglia.

Esso per esserlo rinuncia in todo alla sua creatività, alla sua fantasia, ai sogni e al regno dell’immaginario. Con il non Riccardo propone una revisione critica di questa società ancorata a questi concetti, per proporre un alternativa diversa: un uomo profondamente dialogante con la sua parte profonda e deciso a creare un alternativa valide della comunità in cui a suo malgrado è inserito.

Ecco che la poesia indaga, propone, distrugge e ricrea toccando temi che vanno dalla famiglia, al lavoro al ruolo sociale, troppo incuneato e imprigionato in canoni rigidi ma stantii.

E cosi il concetto paterno ereditato da una società patriarcale ne esce ammaccato. E sta a noi lettori suggerine l’essenza, imparare dal nostro Riccardo l’arte del pensiero e proporre, finalmente, un monello meno scontato, meno rigido ma più aderente al senso vero di una comunità retta non dall’autoritarismo ma dall’autorevolezza, non dalla necessità ma dalla genuina cooperazione.

Non sulla sopraffazione ma sulla scoperta della meraviglia dello stare assieme.

“Se mi ami sopravvalutami” di Viviana Viviani, Controluna editore. A cura di Alessandra Micheli

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Non sono molto brava con le poesie.

Nel senso che inserire una visione totalmente oggettiva, intessuta di dotte disquisizioni sulla metrica e sull’uso di figure retoriche, non mi appartiene.

Non in quel fluido fiume di versi che mi attraversa senza però riuscire a essere vivisezionato dalla mia estrema e noiosa, mente logica.

Se nella prosa riesco a vivere di ragione e di razionalità scavando e scavando fino a riportare alla luce il significato, la poesia mi apre una percezione totalmente e oserei dire, spirituale.

Grazie alla cantilenante sequela di immagini, io non esisto più.

Sono ritmo musica e verso, sono parola che gronda di volta in volta sensazioni diverse.

Sono realtà e illusione.

Sono tutto e il contrario di tutto.

La poesia, in fondo non è che un incantesimo, capace di stuzzicare una percezione che si apre su dimensioni non consuete.

E ti fa librare come l’albatros, nel cielo.

Non è un caso il nome del blog, che evoca le suggestioni di un poeta fuori dal mondo che però nel mondo trovare stimolo per comporre.

Nonostante sia definito un visionario Baudelaire era profondamente carnale.

Non per nulla molte delle sue poesie sono state censurate perché troppo vivide le immagini evocate, troppo pregne di una sessualità per nulla eterea ma profondamente corporea, come a smentire il dogma imperante della produzione poetica, che vorrebbe la lirica un terreno di immacolato candore, totalmente slegato al gretto e banale vivere terreno.

Ecco che la poesia divine agiografica riproduzione di mondi irreali, di qualcosa di sfuggente e totalmente evanescente da non poter essere stretto in una mano.

Eppure, nonostante un mio lato mistico, considero la spiritualità una questione, come direbbe de Mello, profondamente concreta: spirituale è che vive nel mondo e dal mondo se ne distacca perché non ne viene usato.

Chi gode di ogni gioia ma al tempo stesso sa che è transitoria, che è vanesia e serve solo alla nostra sostanza formata il suo motivo di evoluzione.

Sostanza formata, sostanza che può essere edotta appunto dal contenitore e al tempo stesso il contenitore deve essere riempito dalla sostanza per poter pesare sulla bilancia della vita.

E cosi il fango, le cose di ogni giorno, quotidiane erroneamente chiamate banali, hanno la loro elegante bellezza, affatto volgare ma dotata, appunto di una poeticità non meno nobile dei voli pindarici di una fantasia caotica.

Il verso concreato a cui la nostra Viviana da origine è una poesia che è al tempo stesso leggera e profonda, che vive e si nutre di fatti che i finti intellettuali considerano banali, come se l’amore stesso il provare trasporto per l’altro da se, sia fatto banale.

Oggi l’amore è un qualcosa di profondamente necessario capace di ancorarci a una terra che ci costringe a dividere l’indivisibile: forma da una parte, cliché dell’apparenza e sostanza riservata ai possessori della gold card.

Viviana si ribella a tutto ciò ma non lo fa con la rabbia frustrata dell’intellettuale tradito, ma con la leggiadria della donna che, per sua intima essenza riesca a trovare il centro in ogni azione, in ogni emozione persino nella banalità di un amore in chat.

Oggi è il virtuale che regna sovrano.

Ci raccoglie davanti a un monitor con la sete della vicinanza, ci nutre di abbracci sognati e di amori immaginati ed è dai più irrisa e derisa.

Eppure l’amore è sempre stato essenzialmente prima accadimento mentale e poi fuoco che divampa.

Ricordo i sogni di Gaspara Stampa su carta, le passioni immaginata delle Bronte, le poesie che profumavano di resina di tanti, troppi poeti, cosi intenti a cantar l’amore staccato, per necessità o orrore dal mero contatto fisico.

Le poesie di un Leopardi non sono meno sensuali o sofferte del nostro Neruda, sono due sistemi di incontro diversi uno limitato dalla distanza che rende appunto l’oggetto più desiderato perché non consumato:

Solo le rose non colte sopravvivono. Verrò io da te un giorno quando sarò certa di non trovarti e se per un caso assurdo ci sarai il destino urlerà la sua resa.

L’altro profondamente immerso in un delirio estatico di sensi:

Non ho sovrapposto le impronte digitali per vedere se si assomigliano e nemmeno disegnato ghirigori tra le nocche delle tue mani.

Non ho contato una ad una le tue ciglia nel sonno o soffiato parole audaci nel labirinto delle tue orecchie.

Non ho ancora cercato l’orsa maggiore tra le costellazioni dei tuoi nei né dato un nome a quelle senza nome sulla volta della tua schiena.

Non conosco le risse dietro le tue cicatrici

E cosi Viviana con la sensibilità di una divinità che conosce dolore, amore e persino la morte di quei sentimenti, tratteggia un percorso umano che si dipana tra nuove difficoltà portate avanti da un distanza reale che si tenta di annullare con la passione.

Mi hai mandato una rosa fatta di punteggiatura. I petali sono parentesi e virgole le spine, io ti mando una foto in cui filtro la bellezza e il volto tu, per dirmi che sono bella, rubi la poesia di un altro. Io fingo di non accorgermene e butto ogni giorno il tuo nome nel labirinto di google.

E anche in quel virtuale che oggi gli intellettuali scappano aborriti, se si ha la volontà di osservare, si notano scampoli di dolcezza, quel non voler più venerare signora solitudine, quel basarsi più sull’interiorità stuzzicata dalla parola che apre porte sconosciute di un io che ancora oggi ha bisogno del verbo per essere creato.

Abbiamo dato troppo per scontato il toccarci, quasi sempre a livello fisico e mai mentale.

Oggi il ridicolo amor scritto, sulla lastra fredda ma luminosa di un PC ha la stessa forza sognante delle mille utopia giovanili nate sotto il ruggente sole della parola.

E per quanto noi consideriamo la poesia aliena da questi scadenti fatti umani, è in quel bisogno di sentirsi vicini ma non solo con il corpo, che possiamo ritrovare noi stessi e il senso del nostro cercare l’altro.

Non solo mani che si sfiorano ma desideri, immagini più o meno illusorie, ideali e bellezza possono manifestarsi in quelle frasi che racchiudono davvero tutto il nostro ardore.

Viviana non ridicolizza il mondo di oggi, ne per fortuna, lo accusa.

Semplicemente comprende che dietro la maschera di effimero esiste la ribellione contro la solitudine, la voglia di essere compresi, persino sopravvalutati e tentativi di sopravvivere a un vuoto che, da un po’ di anni, ci minaccia.

E cosi gioca con la rima, con una dolce ironia racconta il dramma dell’adulto, con tocchi lievi e mai frustrati strappandoci un sorriso e un sospiro di nostalgia:

Solo ieri rovesciavo formicai lanciavo sassi nel sole facevo correre cavalli in verticale cucinavo torte invisibili a Ken mi nascondevo dietro porte trasparenti dalle maniglie d’oro e di diamanti. Volavo in alto tra le loro mani e cavalcavo sulle loro schiene mentre si confrontavano assegni anelli cilindrate e io non capivo. Oggi ho una casa e un’automobile quando si rompono le faccio aggiustare e mi sveglio tutti i giorni sempre uguale: addebiti accrediti cose da sbrigare muovo i miei cavalli tre più due e compro surgelati tre per due. Non so come sia potuto accadere addormentandomi con il mio cane accanto. Un giorno mi svegliai e lui era di stoffa e io, io ero come loro.

Ma il tocco eccelso lo raggiunge con la poesia che da il titolo alla silloge: se mi ami sopravvalutami:

Se mi ami sopravvalutami non cadere nell’inganno di amarmi per quello che sono sono stanca di faticare di dovermi sempre impegnare tu indossami senza provarmi comprami senza garanzia se mi ami sopravvalutami sii bello e condannato un premio estratto a sorte un dono immeritato.

L’amore è una giostra che gira veloce, dove l’oggetto dei desideri diviene un po’ la cima da raggiungere, quella da cui si sa e si crede fortemente, è possibile osservare l’universo, il cielo, dove le stelle spiccano in tutto il loro splendore.

L’amore non può essere la banalizzazione dell’essere umano, trasformato nell’uomo qualunque.

Io amo quando riesco a considerare l’altro fonte di incessante meraviglia, un essere magico fatto di mille sottilissimi fili, pronto a stupirmi, un dono, appunti immeritato.

E’ la giusta doverosa esaltazione a un qualcosa di cosi magico che, come ripeto spesso, è considerato più importante degli angeli e coronato di rose e spine.

Se mi ami, dunque sopravvalutami.

Dammi quello status di regal divinità da cui pendere in adorazione, con riverito rispetto, come un miracolo accaduto quasi senza accorgersene nella tua vita.

Ecco che la poetica di Viviana diviene balsamo su ferite che noi stessi ci siamo auto inflitti, quando deridiamo i sogni, le illusioni, gli amori platonici, quando il verbo per noi non ha la stessa importanza di un bacio.

Quando l’altro diviene scontato e amato per la sua banalità.

Quando nascondiamo lo straordinario nella vita di ogni giorno, persino negli atti meno nobili.

Ogni volta che consideriamo la vita cosi insulsa da dover ricercare, con affanno l’acme di ogni emozione, la poesia della Viviani ci restituisce, oggi, un istante, un qui e ora degno di essere vissuto appieno.

 

“Piccole poesie passeggere” di Andrea Casoli. A cura di Alessandra Micheli

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Per troppo tempo e ancora oggi, la poesia è stata considerata una faccenda privata tra un certo tipo di lettore e la pazzia di un uomo che declamava in versi la sua visione particolare della realtà.

Un fatto di spirito, non già di reale, qualcosa per rendere una vita ordinaria, monotona e quotidiana meno sbiadita, meno grigia.

Il vivere rendeva stanco chi ne era protagonista.

I piccoli accadimenti di tutti giorni non avevano lo stesso smalto di voli pindarici, di efficaci metafore dei tormentati viaggi di un anima assetata. Chi si accontentava del quotidiano, si accontentava del banale.

Nessuno avrebbe mai poetato di semplicità, di lavoro, di passeggiate nei vicoli, persino di un semplice incontro con un misero pescatore.

In fondo, la divisione spirito e materia a questo portava: alla differenza tra rosa e diamanti.

Il letame, il contadino, la terra brulla, erano fatti troppo monotoni per essere esaltate.

La terra diveniva etera fanciulla o oscura matrona.

Nessun campestre, ma solo saggi e barbosi filosofi capaci di interagire soltanto con l’iperuranio, quand’ancora le idee si trovano nella fase embrionale.

Una volta scese in terra, perdevano la loro sacralità.

Fu con Pasolini che si iniziò a raccontare la meraviglia della quotidianità dei borghi.

Nel pianto della scavatrice il suo passeggiare nella Roma dimenticata, quella delle borgate, diveniva un viaggio molto più iniziatico della meravigliosa e sognante avventura dantesca.

Ma dopo di lui…pochi hanno avuto il coraggio di porre rimedio allo strappo effettuato dal cogito ergo sum, dalla divisione insensata di spirito e materia, trovando una bellezza e una spiritualità anche in un fatto quotidiano.

Casoli è uno degli eredi del coraggio di questo osare, di questa reazione alla frantumazione e alla gerarchizzazione della vita.

La poesia è per tutti, non solo per gli eletti conoscitori dei segreti del verso.

La poesia è per coloro che della parola ne fanno il loro mezzo espressivo, per tutti noi che dialoghiamo, comunichiamo e informiamo l’altro.

Che sia di attualità, di un emozione, di rabbia o d’amore la parola ci unisce invece di dividerci.

La parola non deve organizzare nuovi mondi, perché ci lacera quello che abbiamo: la parola nell’espressione poetica di Casoli semplicemente dà forma e origine alla nostra di realtà, al mondo che solchiamo con i nostri piedi.

La poesia di Casoli è terra bagnata, fango e persino quel letame da cui, inspiegabilmente nascono i fiori.

Egli è il salvatore che ci fa:

recuperare il piano materico della parola riconciliandoci con il linguaggio quotidiano della vita di tutti – come direbbe Saba – della vita del padre che porta a scuola i figli, prepara la colazione, litiga con la moglie, affronta le beghe con il capoufficio…

Ed è in quel ritmo che lungi dall’essere banale, scontato e godereccio, che ci sentiamo finalmente riappacificati con l’unica autentica fonte di ogni scrivere: la vita stessa.

Il nostro svegliarci con la luce del sole.

Il dormire accarezzati dalla luna.

Il godere del calore del vino che scorre nella gola.

E’ il pane appena sfornato, il muggito di una mucca, persino il latrato appassionato di un cane.

E’ lo stiracchiarsi davanti al fuoco con le movenze seducenti di un gatto. E’ il mangiare in compagnia persino la risata scollacciata e la battuta assurda.

E’ semplicemente…vivere.

La poesia nasce dalla vita e alla vita va restituita con somma gratitudine e somma beatitudine.

educatemi al pianto,

al soffocare l’inganno che ho dentro,

poi trasportatemi avvolto in un canto

inafferrabile al vento e in silenzio

depositatemi al centro di tutto,

sopra al sorriso,

sotto allo sguardo del volto che adoro,

appena accanto alle labbra. Lì muoio.

Passami il cielo

Passami il cielo,

quello che tieni appoggiato sul palmo,

stringimi forte la mano e in silenzio

mostrami il mondo che avremo di fronte.

Passami il vento,

quello che tieni aggrappato ai tuoi sogni,

portami dove non posson finire

le mie certezze, le nostre frontiere.

“Dal ritorno al viaggio senza meditazione” di Riccardo Mazzamuto, Eretica editore. A cura di Alessandra Micheli

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Troppo spesso coloro dotati di occhi capaci di vedere oltre il reale, quello preconfezionato da chissà quale burattinaio, si sono sentiti simili al meraviglioso albatros descritto cosi perfettamente da Baudelaire.

Un maestoso volatile, capace di spiegare le sue immense ali e volteggiare soave, seguendo il ritmo arcano e libero delle correnti d’aria.

In quel volo non c’è altro che piacere infinito; non c’è meta, non c’è un perché.

L’albatros deve volare perché è la sua natura.

Deve innalzarsi per poter osservare dall’alto un mondo reso meno minaccioso, meno ostile proprio da quella prospettiva inconsueta.

Ecco che l’albatros simboleggia il viaggio che l’animo sensibile, alieno al materiale cosi privo di significato, compie per potere sviluppare appieno le ali immense della sua immaginazione.

Questo mondo sta stretto.

Troppo limitato, troppo chiuso nelle sue piccole e mefistofeliche ambizioni.

E’ prigionia e immobilismo, reiterazione costante e continua di valori imparati a memoria, mai appresi e mai interiorizzati.

Il mondo è ordinato, lasciando lo straordinario ai bambini e ai folli.

E cosi, il poeta che tenta semplicemente di abbracciare la dimensione onirica, diviene l’essere strambo da osservare con compassione o timore. Ecco che l’albatros disceso in terra, appare goffo e buffo alle menti imprigionate nei triti schemi.

Quello di Riccardo Mazzamuto è pertanto lo stesso percorso poetico intrapreso dal buon Charles, attualizzato con quel senso claustrofobico che questa società, abituata per troppo tempo a rinnegare visioni e magia, ci ha lasciato in eredità.

E’ la vita che, ironia della sorte, diviene morte, morte della fantasia e della fonte a cui attingere per far prosperare la nostra vita interiore.

Ma è anche ritorno dentro di se, instaurando con immaginari volti il dialogo atto a ritrovare la strada che porta al centro di tutto, al cuore, alla mente alla propria essenza più profonda.

Ecco che dialogando con i suoi poeti, Riccardo dialoga con la parte più oscura e al tempo stesso luminosa di se stesso, quell’ombra dove si trova il disgusto ma anche il senso di bellezza, il rifiuto ma anche l’accettazione profonda della propria unicità.

Brilla il corpo degli anni ottanta, sfuso adesso

stanco pensiero oscuro

scappo dalla società

divistica coeva…

Scappo… dalle violenze

mentali e imposte…

Scappo scappo e scappo

dalle assurde bestemmie

dei compagni da ostie…

E la parola scappo che innesca il movimento.

E’ la presa di coscienza orgogliosa e fiera, per nulla sofferta come nei grandi del passato, della differenza vista in questo mondo omologato, non più come fattore di estraneità al mondo, come dissenso e devianza, ma come valore aggiunto, come possibilità di intingere inchiostro dorato nel calamaio e scrivere da soli il proprio finale

E una volta compreso l’arcano mistero che rende il poeta, dio della sua personale storia, possiamo anche essere visti come goffi albatros dai volti confusi nella massa che ci deride, perché ora sappiamo come essi celino soltanto la menzogna.

Basta prigionia

medioevale pretendo

ciò che io decido…

Pretendo svegliarmi

al mattino e agire.

Poesie che sgorgano direttamente dalla fonte primigenia di ogni ispirazione. Oniriche e reali, materiali e rarefatte, capaci di comprendere appieno il senso ultimo dell’esperienza umana, sorpassandola in un intenso respiro che mira alla perfettibilità.

Per chi è assetato di vita, per tutti coloro che piangono sull’incapacità del mondo di raccontare le anime, la poetica di Mazzamuto è un vero e liberatorio sorso di autenticità.

“Paradosso della ricompensa” di Lucrezia Lombardo, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai delinquenti, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.
(Albert Einstein)

Ero una bambina strana lo ammetto.

Mentre le altre mie coetanee sognavano sulle storie di principesse e di donzelle salvate dal loro principe, io invece mi perdevo nei racconti dei prodi della foresta di Sherwood.

Ero io il Robin Hood vestito di calzamaglia, difensore dei deboli, ostacolo e tormento del perfido principe Giovanni Senza Terra.

Ero con fra Tuck e immersa nelle azioni guerrigliere, di un uomo che della giustizia vestiva i panni.

Quando non ero Robin ero il cavaliere del al tavola rotonda, a difesa del sogno arturiano contro Mordread.

E non è un caso che tenevo affisso sopra la mia scrivania i precetti del buon cavaliere, abilmente espressi dal film dragon Heart:

Un cavaliere è votato al coraggio, 

il suo cuore conosce solo la virtù, 

la sua spada difende gli inermi, 

la sua forza sostiene i deboli, 

le sue parole dicono solo la verità, 

la sua ira abbatte i malvagi. 

Quei precetti ancor oggi risuonano nella mia testa ogni volta che mi trovo a un bivio, ogni volta che devo scegliere la strada da seguire.

Persino in ogni mia recensioni essi sono la colonna sonora che accompagna ogni mio scritto, proprio perché sono convinta come il mio amato Albert Enistein, che il male riesce a trionfare perché tutti noi siamo sudditi del silenzio, complici di una malsano mondo in cui ordine viene annichilito da caos, senza che questo porti evoluzione.

Non ho nulla, se il drago (ossia simbolo del caso) sia l’antesignano del nuovo che si adatta e deve adattarsi alla crescita dell’essere umano.

Sono contro il sistema che rende gli uomini sudditi senza dignità, che li rende schiavi di un dio troppo permaloso e pigro per prendersi le responsabilità della sua creazione.

Dire la ricompensa del giusto è in un altro universo, in una dimensione lontana evanescente è l’alibi del vigliacco che non ha per niente volontà di movimento e si adagia, e accetta di essere calpestato.

Il vero Dio ci ama.

Il vero dio ritiene che l’umo dia più importante del sabato e non accetta che l’uomo sia crocifisso assieme alla sua divinità.

Il vero dio scende dalla croce e porta con se l’umo e lo fa avanzare verso un avvenire pieno di promesse.

Forse è per questo che l’unica religione che riesce a acquietare il mio senso di giustizia è la teologia della liberazione, liberazione dal padrone troppo ottuso per darci del vero pane, e liberazione dalle catene delle convenienza, del potere e dello status quò.

Ecco perché la ricompensa deve essere qui e ora, deve modificare alla radice gli assunti del sistema, deve illuminare l’avvenire con un sole luminoso e troppo forte per chi non ha le palle per guardarlo dritto dritto nei suoi focosi occhi.

Il sole dell’avvenire è il credo di chi non vuole essere schiavo né padrone; vuole vivere e gustarsi ogni momento di questa straordinaria avventura chiamata vita.

Ecco che Lucrezia usa la sua ars poetica in senso riformista.

Non celebra lontani assurdi sentimentalsimi.

Non è solo un modo dell’albatros di rimpiangere il suo lontano cielo, mentre viene dileggiato sulla nave da stolti marinai.

No.

La sua è poesia simile a uno schiaffo sulla guancia capace di denunciare, squarciare il velo dell’illusione della comoda stabilità e spronare l’uomo a riprendere il posto che gli spetta: al centro di quell’universo creato per lui, perché celebrasse la gloria divina.

Chi soffre non deve essere redento solo dall’oblio delle ferite.

Quel sangue copioso deve far germoliare un sentimento chiamato giustizia, unico capace non di far sopportare la costante umiliazione della propria dignità.

Ma che comporti l’azione salvifica per eccellenza: dire no e cambiarlo sto sistema marcio.

Perché solo attraverso la conoscenza dell’abisso, delle più oscura caduta che si può iniziare a fissare lo sguardo spavaldo al sole e divenire noi stessi parte di un immenso cielo.

Non più anime crocifisse, ma uomini risorti che trionfano con la loro eticità sul mondo, su mammona e su ogni suo servitore.

Il riscatto non è ultraterreno, non fatevi fregare, il riscatto è qua e ora, trascina, modifica e cambia.

E’ il giorno che illumina l’uomo nuovo che non abbassa mai lo sguardo, fa fronte al dolore, all’ingiustizia e parte in cerca di un altra vita.

Perché noi siamo stati creati per essere amore e verità. Non scimmie ammaestrate.

Vi è un legame intimo che tiene unite Giustizia e Misura: nel senso della misura vi è giustizia. La Giustizia -distribuzione equilibrata del merito e della colpa, così come dei beni e dell’avere- ha un carattere anzi-tutto quantitativo, che richiede un riassestamento del concetto di misura.

“Nella purezza” di Giorgio Montanari. A cura di Rita Fassi.

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Uno-due-tre.

Inizio-fine-inizio-

nascita -evoluzione-rinascita.

Ecco una probabile chiave di lettura delle poesie di Giorgio Montanari.

Uno: sé stessi. Nella nascita, nell’evoluzione, nella vita. Uno come l’inizio di tutto. L’alpha la creazione.

Osservo il disegno dello yin e yang, onnipresente nel libro.

È uno, è due è tre. Può sembrare paradossale ciò che sto cercando di spiegare, ma per farlo ricorrerò a qualcosa di familiare.

L’altra metà della mela.

Concetto espresso da Platone che ha ossessionato per anni ogni uomo o donna che ne sia venuto a conoscenza.

In un suo racconto, Primo Levi, ci illustra questo mito (rivisitato dalla cultura ebraica). Dio creò un golem , poi lo spezzò: ne uscirono due esseri, distinti e separati che tuttavia ambivano a ricongiungersi ogni volta che potevano per tornare ad essere Uno.

Una formula strana per cui un individuo sommato a un altro formano un solo individuo più evoluto che però curiosamente forma tre unità.

E cos’è il tao se non l’unione di due elementi che ne formano un terzo che però è una singola parte?

Può sembrare folle questa mia argomentazione per spiegare una raccolta di poesie.

Ma quando si leggono versi come questi

Fortificato da mura

di ego

il mondo non mi tange.

Non piango

se non da solo.

La farfalla,

prima attirata

dalla luce,

ora si agita

cercando di salvarsi

dalla lampada.

 

Non posso non pensare a una percezione di consapevolezza.

E parlando di consapevolezza, non posso non rimandare il mio pensiero a Antony de Mello e alla sua incitazione a svegliarsi. Secondo la sua visone siamo intrappolati in un sonno volontario di cui però non ci rendiamo appieno conto, un incubo per la precisione, dove come sonnambuli non facciamo altro che vivere senza vivere. Siamo proprio come questa farfalla. Attratti dalla luce finiamo per bruciarci, senza renderci conto che le mura di cui ci siamo attorniati non solo non ci hanno protetto, ma ci hanno condotto alla rovina. Questo perchè non siamo stati in grado di svegliarci in tempo. Ci siamo lasciati trascinare da quella cosa che chiamiamo vita, ma che tutto è meno che vita.

È sopravvivenza, forse.

Chi siamo in realtà?

Il caro de Mello ci ricorda che l’uomo è trinitario, proprio come lo è Dio.

Siamo corpo spirito e anima (per San Paolo) “io e me” per il gesuita.

Voi mi direte: e la terza parte? Sempre il nostro caro contenitore (il corpo) mosso da queste due identità che ci compongono, ma che non coincidono e di cui spesso non abbiamo neanche consapevolezza.

Sempre il de Mello insiste nel dirci che se capissimo che il problema non è nel mondo ma in noi, che se cambiamo noi, tutto cambia potremmo essere eternamente felici anche in questa vita e convivere allegramente con i nostri mostri perchè non ne avremmo più paura.

Che, in definitiva, la cosa più importante che possa capitarci è la consapevolezza.

Tutto molto bello, molto positivo, ma a volte il risveglio e la consapevolezza non solo non sono immediati, ma passano anche attraverso parole come queste:

 

Mangiando carne

assimiliamo il terrore

del ’animale al macello:

l’agonia insaporisce

gli ultimi attimi

di vita

del nostro boccone.

Un pesce soffoca lentamente,

dimenandosi per respirare in mare;

nello stesso istante

il pescatore

progetta come cucinarlo.

L’Uomo combatte

una guerra caramellata

contro la Natura,

incurante di essere

lui

il pesce o la carne.

La risposta è

nel proprio DNA.

 

E questa è la fase due della consapevolezza.

Due come lo yin e lo yang.

Due come l’io e il me, lo spirito e l’anima.

Troppo spesso abituati a cercare l’altro fuori di sé, non ci rendiamo conto che il primo sé che dobbiamo cercare, individuare è solo fuori da noi, nel nostro riflesso. Dovremmo imparare a guardarci con occhi che non siano i nostri, quasi fossimo estranei che giudicano altri estranei.

Comprendere che tutto sommato le guerre che combattiamo sono inutili perchè appartengono a un circolo che sempre uguale ritorna su sé stesso, spingendosi tuttavia (come una spirale) verso l’alto.

Perchè anche se tutto torna, non lo fa mai allo stesso modo.

 

Ricordi una madre

mentre ti partoriva?

È necessario ricostruire

iniziando dalle particelle,

analizzare lo scenario

terminata questa nebbia.

Hai bisogno

di un passato?

Il tuo soffio

non lascia traccia quando

respiri vicino al vetro.

Cosa accade

mentre dormi?

Uno spettro

si risveglia

e la mente

forgia idee.

Sei confuso e

non decifri

questo testo?

Al ora non hai capito che:

tu non esisti!

 

Fase tre: la completezza.

Siamo uno-due-tre. Dalle nostre ceneri possiamo rinascere, ma solo a patto di comprendere che siamo nulla.

Nulla se non una fragile farfalla attratta dalla luce inconsapevole di poter morire se non quando è già morta.

Che siamo un tutt’uno con il mondo che ci circonda , di cui siamo parte. Ci nutriamo di lui e lui si nutre di noi un cerchio infinito.

E che non abbiamo bisogno, per esistere, di un qualcosa che ci definisce, di un passato. Perchè non è il passato che fa di noi ciò che siamo, ma è la nostra essenza, la nostra purezza. E qui il cerchio si chiude attraverso il titolo della raccolta: nella purezza.

Scevri da ogni ingombro materiale possiamo infine trovare il due e il tre non solo in noi stessi, ma nell’altro.

Riconoscere una parte di noi in qualcuno e permettere allo stesso di trovare una parte di sé in noi, per arrivare al tre: una nuova creatura che viene generata dall’unione dei due e paradossalmente ci riporta all’uno.

Due entità distinte e complete che formano una terza entità nel momento in cui diventano uno.

Non è una cosa meravigliosa?

“Tormento fragile”di Valentina Casadei, Bertoni editore. A cura di Alessandra Micheli

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La poesia, quei versi sublimi discesi direttamente dalle regioni dell’essere.

Boccata d’aria per la nostra anima cosi assetata, cosi abituata al un sole luminoso e cosi caldo da offuscare con quella radiosità, anche i rifugi sicuri delle oasi ombrose di boschi e di foreste.

Noi che sotto questa vita marciamo ordinati in attesa della terra promessa.

Noi che sogniamo brumose isole evanescenti e lontane ma sostiamo, come sosta il goffo Albatros, su navi odorose di promesse, con quella possibilità di raggiungere il nostro personale eden.

Un eterno vagare, un eterno gemere alla luna i nostri sogni mancati. Quell’incapacità di osservare non solo la meta che brilla lontano, ma il viaggio stesso e le sue incantevoli oscurità, fa di noi esseri fragili bisognosi, forse, di un sorso di aria pura.

E la poesia è questo.

E’ immensità a portata di parola, è il verso ripetuto all’infinito come un mantra capace di liberarci dalle nostre prigioni.

E’ il tormento e al tempo spesso la spinta a muoverci in direzioni sempre diverse, affinché quel sole che continua a splendere glorioso, non ci renda terreni aridi.

La poesia, specie in Valentina, è pioggia soave, seppur capace di inondare di dolore le nostra labbra.

Eppure ne abbiamo bisogno, un bisogno sfrenato e ossessivo.

Abbiamo bisogno di quelle parole taglienti che colano sangue ma quel sangue che ci rende meravigliosamente e dannatamente vivi:

Un calore lieve sveglia i miei sensi

oramai arresi alla notte.

Mi avvicino

c’è un fuoco

che arde

e si spegne,

fulmineo.

Cenere su cenere,

inchiostro su inchiostro,

il buio

caliginoso

muore due volte.

Frasi, aggettivi ripetuti con armonico ritmo, immagini fuggevoli scorci di un qualcosa di oscuro e di celato alla vista, il mistero di essere donna:

signora bambina

gioco a fare la donna

con tutte le mie incertezze.

Madre prodigiosa

e vulnerabile innocente

accendo ceri

candele

e fuochi fatui

per tutti i ricoveri d’urgenza di questo cuore pazzo.

Il mistero dell’amore che non è soltanto volontà di interagire con l’altro ma sopratutto voglia intensa di eliminare ogni maschera per trovarsi nudi e fragili di fronte all’incanto acuminato di quella spinosa rosa:

Spine che trafiggono carcasse vuote

non indulgono

e cambiano subito

Noi siamo paragonati nella nostra assoluta ricerca della perfezione dell’attimo eroico, allo stesso Orfeo che vive di illusione, che ama l’amore eppure non riesce a fissarne il volto se non a costo di farlo dissolvere.

E’ nell’incanto del sognato e persino del dolore immaginato che si nasconde la forza catartica delle suggestioni poetiche, che da quell’emozione si diramano

Correndo

feci come Orfeo,

mi girai.

Non cercavo l’amore

ma ciò che sono stata,

delicata,

controllavo fossi ancora lì, premurosa,

E allora non è la fisicità dell’atto incontro a interessare la poetica di Valentina, ma la possibilità e la forza che questo momento scatena dentro di noi, la capacità di mordere e succhiare tutta la vita che scorre attorno a noi fluida come un fiume impetuoso

Correndo

non mi sono più fermata.

E ho invocato tanti cieli,

tutte le libellule in bottiglia sono state liberate

e i venti che spostavano,

le loro magre ali,

sono tornati a fare sbattere finestre

come schiaffi su guance immacolate.

Continuavo a correre

e quando perdevo il fiato

morivo correndo

dannata

per tutto l’amore ricevuto.

Tormento fragile è il diario di un anima, di ogni anima che desidera bearsi non della materialità concreta, ma della sensazione, della suggestione che dall’oggetto divine verso eterno e pertanto incorruttibile

In quel tempio

di fiamme assassine

che hanno antenati nel sangue, è il tuo tormento fragile

che resta.

Fragili come noi, esseri intessuti di mille strani e arcani fili.

Fragile come quel sogno chiamato uomo