“La Devota” di Koethi Zan, Longanesi. A cura di Andrea Venturo

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Una devota è una seguace zelante e dall’affidabilità inappuntabile. È pure una protagonista, come dire, a tutto tondo. Qual è il suo scopo nel mondo? Portare caos, distruzione o qualsiasi altra cosa ordini il suo messia.

La Trama
Riguarda la vita di Cora, la Devota del titolo. Insieme al suo messia rapiscono una povera ragazza innocente e la fanno sparire rinchiudendola in una stanza di una fattoria.
Nel mentre che la vicenda della prigioniera si avvicina all’epilogo ai ricordi e flashback sulla vita di Cora si intrecciano le indagini di un ex poliziotto che indaga su di lei, sì proprio su Cora.
Sua sorella fu rapita all’età di 7 anni e lui si è incaponito nel ritrovare quest’altra bambina scomparsa, Cora appunto.
L’avvicinarsi del poliziotto al covo dei rapitori è il conto alla rovescia che, nelle intenzioni dell’autrice, avvisa il lettore su quanto manca alla conclusione.
La storia finisce proprio nell’ultima pagina e l’autrice dimostra di saper giocare bene con la tensione. Troppo bene. Pur di ritardare la fine della storia ricorre ad ogni trucco bieco e sporco si possa immaginare. L’unico che posso rivelare senza spoilerare (come ho detto la storia finisce nell’ultima pagina) è l’email. Cora prova ad usare il computer sottratto alla vittima sfruttando la connessione WiFi della biblioteca pubblica più vicina al covo. Il risultato è che ci riesce e rimane connessa un bel po’ fino al punto di stampare delle foto di proprietà della vittima e salvate nella sua nuvola. Cosa succede invece? Si comprendono meglio i rapporti tra Cora e James e quanto bella e piena fosse la vita della vittima prima del rapimento. Polizia? Detective? Cosa essere? Non ci sono cose del genere in america: le caselle di posta elettronica delle vittime di rapimento (e dei loro familiari) non sono tenute sotto controllo… credo che questo sia stato l’unico errore dell’autrice che avrebbe potuto giocare in qualche altro modo questa carta, tipo Cora che va in una città diversa e approfitta della connessione gratuita di un FastFood dal parcheggio.
La vita di Cora è la vera protagonista: da ragazzina ha visto l’inferno in faccia, rapita anche lei dal padre che si era separato dalla moglie e non aveva accettato di non poter vedere più sua figlia. A ragion veduta si può dire che il giudice avesse visto giusto. Una strage commessa da adolescente e infine la setta del “reverendo” James che ne completò la “formazione” fino a farla diventare ciò che racconta il titolo.
Dunque la trama è incentrata soprattutto sulla trasformazione di Cora, che si conclude proprio nell’ultima pagina dopo numerosi escamotage come quello dell’email e che fa dire al lettore: “ok, adesso Julie si libera da sola e chiama i soccorsi” oppure “adesso l’ex poliziotto si accorge delle foto e capisce che…”. No, non capisce. Casomai aveste l’abitudine, come il sottoscritto, di leggere l’ultima parola prima di iniziare la lettura: evitate come la peste questa pratica. Vi rovinerà la sorpresa finale.

I personaggi
Sono in quattro: Julie , James, Cora e Adam.
Julie è la “vittima designata”. Avete presente quei vecchi film dell’orrore quando nelle prime scene viene inquadrata una bella ragazza che, per qualche “argatto” (argatto =! arcano) motivo decide di entrare in una vecchia casa abbandonata, piuttosto che rimanere alla stazione ferroviaria dopo mezzanotte per prendere l’ultimo treno? Immediatamente sapete che quella morirà o comunque gli capiterà addosso qualche guaio che sarà il vero leit-motif di tutto il film. Bene: questa è Julie. Geneticamente costruita per essere vittima. Sì, è meschino parlare così di una persona… ma questa non è una persona. È un personaggio di una finzione. Credibile, coerente e ben raccontata, ma comunque finta. Il suo compito nel libro  è quello di subire tutte le violenze che Cora e James si inventeranno per portarla entro la loro setta.
James: il messia. Un po’ manovale, un po’ mistico, un po’ diavolo e un po’ camionista questo signore passa metà del tempo in giro a raccoglier soldi anche per sostenere le spese della fattoria (ma più spesso a ubriacarsi) che lui e Cora mandano avanti (la vera proprietaria sarebbe morta da un po’, ma nessuno ci ha mai fatto caso) e metà del tempo a seviziare Julie con torture fisiche e psicologiche. Violento, tenero, ispirato… è uno psicopatico a tutto tondo che non risparmia niente e nessuno. Neanche Cora che manipola come vuole.
Adam: Prima che nascesse fu rapita sua sorella e appena giunto in culla sua madre cominciò a traumatizzarlo coi suoi comportamenti (uno per tutti: la stanza della sorella tenuta in ordine come se stesse per tornare da un momento all’altro). Non si stupisca il lettore se, da adulto, prende talmente tanto a cuore i casi di rapimento di minore che si dannerà l’esistenza pur di riuscire a risolverne almeno uno. Diventa poliziotto, poi riesce a farsi cacciare dal corpo (pur avendo uno stato di servizio molto buono) e si mette a fare il detective per conto suo in modo scrupolosissimo. E si mette alla ricerca di Cora come se fosse la sorella scomparsa e nelle prime battute può sembrare così. Non è così: i tempi non coincidono e poi, be’, la vita lo porta a considerare altro.
Cora: che dire di lei? Questo romanzo è incentrato tutto sul suo personaggio. Tanto sul suo passato, quanto sul suo presente e pure sul suo futuro.  Triste, sociopatica, violenta, repressa… tirate fuori un comportamento da Trattamento Sanitario Obbligatorio e lo troverete alla voce “Cora”. La bravura dell’autrice è stata quella di mettere insieme tutti questi aspetti negativi e tirarne fuori un personaggio coerente.

L’ambientazione
Carente è dire poco. Sarebbe ambientato negli USA contemporanei, ma ci sono numerose pecche a livello strutturale che mi hanno lasciato perplesso. Ci può stare che un furgoncino che viaggi a luci spente non venga individuato dalle telecamere di sorveglianza. Ci può stare che, nel caso in cui una ragazza si aggiri sola per una sperduta stazione ferroviaria, questa venga rapita senza che nessuno se ne accorga anche negli Stati Uniti dove ci sono più telecamere di sorveglianza che abitanti. Non ci può stare che le indagini su un rapimento si arenino così senza colpo ferire, anche se nel giro di poco tempo qualcuno accede alla casella di posta della vittima. Succede in Italia al punto che ormai nessuno più si occupa di sequestri, figurarsi nella patria del “patriot act” che ha trasformato internet in una jungla orwelliana! Mi sarei aspettato che il gesto che ho spoilerato più sopra sarebbe diventato il faro che avrebbe guidato Adam fino al covo dei rapitori. Niente da fare. Nessuno controllerà mai gli accessi all’email della vittima e si accorgerà che qualcuno è entrato, ha visto tutta la corrispondenza e poi ha richiuso la connessione. Connessione effettuata da una biblioteca pubblica, con telecamere di sorveglianza e tutto… (in teoria) e invece niente. Mah, ho perso il conto di tutti i metodi che l’autrice ha utilizzato per modificare la realtà in modo da far andare le cose come le ha immaginate, al punto che ho preferito pensare che si trattasse di una realtà alternativa (e in fondo è così) mutuata dai telefilm aMMericani dove le pistole sparano per far rumore e sollevare sbuffi di terra e se colpiscono un protagonista prima della fine è sempre “di striscio” o “a una spalla”. Le setticemie non esistono e le donne incinte hanno semplicemente le nausee e la pancia gonfia. I log di sistema non li legge mai nessuno, i coltelli uccidono sempre mentre le fucilate… vedi alla voce pistole. I poliziotti sono stupidi e non arrivano mai quando serve, in compenso… basta un filo di fumo al momento giusto per far accorrere un esercito anche nell’angolo più sperduto degli states e se la strada è sotto mezzo metro di neve poco importa: serve solo a rallentare una eventuale fuga di Julie o l’arrancare di Adam nella sua indagine.
Insomma l’ambientazione non è semplicemente carente: è proprio scollata dalla realtà, ma del resto anche la mente di Cora non è proprio a posto eh? Mi sovviene che nei paesi anglofoni “scollato” (unglued) è sinonimo di “bacato”, “folle”, “mentalmente insano” e in effetti messa in questi termini personaggi e ambientazione vanno a braccetto molto bene.

Lo stile
Pezzotta si è dato un gran da fare per tradurre al meglio questo romanzo. Nonostante le pecche mostruose (o forse proprio grazie ad esse) sono riuscito a ben comprendere tutti i meccanismi psicologici dietro i comportamenti dei personaggi. Le emozioni della prigioniera, di Cora e di Adam arrivano ben dirette almeno quanto il folle distacco di James e il suo comportamento da psicopatico  professionista. Il testo curatissimo non lascia spazio ad errori di sorta (un bravo all’editore ci sta pure) e il saliscendi della tensione impostato dall’autrice arriva al lettore potente come credo sia stato nel testo originale. Koethi Zan è abilissima nel creare tensione (ma a quanto ho visto: al prezzo di alterare la verosimiglianza di alcuni passaggi come nel caso dell’e-mail) e di sfruttare ogni mezzo pur di raggiungere lo scopo di tenere il lettore sulle spine. Dalla tortura psicologica più raffinata al più bieco dei cliché, tutto va bene pur di dare al lettore il messaggio “Amico, non puoi startene lì seduto e tranquillo. Tranquillo ha fatto una brutta fine, questo è un Thriller!”.
Sotto questo punto di vista dunque il libro centra in pieno il suo compito e la narrazione è perfettamente coerente con il testo.

In sintesi:
un thriller avvincente che, nonostante le vistose pecche e anzi anche grazie ad esse, terrà il lettore incollato alle pagine fino alla parola FINE. Adatto agli appassionati e ai neofiti del genere.
Pro:
personaggi molto ben delineati e coerenti
tensione adrenalinica anche nei flashback che, in teoria, dovrebbero smorzarla
ottima traduzione in italiano
Contro:
ambientazione non aderente alla realtà.

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“Il romanziere” di Domenico J. Esposito, Eretica edizioni. A cura di Vito Ditaranto

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Nella inconcepibile finitezza dell’universo, nel microcosmo degli scrittori, tutto spesso rimane immobile, non vi è nulla di nuovo, nulla di differente. È una questione di statistica e ciò che appare eccezionale alla mente ristretta dell’uomo appare invece inevitabile all’infinito Occhio Cosmico e tutto quello che accade tra le parole di un libro può anche inevitabilmente divenire realtà. Quel che sembra un fatto unico può essere un luogo comune. Il momento in cui la fantasia diviene realtà. Questo strano momento coglie di sorpresa Donato Bratti, questo avvenimento inconsueto, queste impressionanti coincidenze di luogo, di possibilità, di corsi e ricorsi, tutto questo si può ripetere con esattezza e precisione straordinarie, più e più volte. Vi sono stati mondi e culture a non finire, modi di scrivere e interpretare il mondo che circonda, ognuno forse sedotto dall’illusione orgogliosa di essere unico, insostituibile, irriproducibile. Ci sono stati uomini, a non finire, malati della stessa forma di megalomania da cui anche intere nazioni e mondi interi sono affetti. Ce ne saranno altri e altri ancora. Un’infinità. Questa è la storia di uno di questi uomini: un Romanziere.  Questo è Donato Bratti, uno scrittore in crisi e di scarso successo che scopre di avere poteri soprannaturali quando alcuni avvenimenti narrati nei suoi romanzi prendono veramente forma.

“Mi chiamo Donato Bratti. Faccio lo scrittore. O almeno ci provo. Per molto tempo non ci sono più riuscito. Ma non per questo ho smesso di provarci. Anzi, ho sempre insistito. È una  delle poche cose nelle quali non mi sono mai arreso. Per non dire l’unica. Perché è l’ultima cosa che mi è rimasta. La sola cosa che mi è riuscita nella vita.”

 

Il punto di forza di questo romanzo non è la trama, che in alcuni momenti può apparire ordinaria e prevedibile, ma la componente emotiva, la commozione che riesce a suscitare nel lettore. Vi sono pagine traboccanti di sentimenti, puri e profondi descritti in maniera impeccabile.  Uno scrittore fuori dal comune. Una storia che lascia il segno tra le mani del protagonista e che lascia una profonda ferita nel lettore.

Il primo ricordo che ho dopo aver terminato la lettura di questo testo è l’angoscia, la voglia da parte del protagonisti di riprendere coscienza della propria vita e di riappropriarsi di una vita divenuta evanescente. Mi sono affacciato alla cieca, senza sapere che tipo di libro avevo davanti agli occhi e non è stato affatto facile capirlo. Rimasto spaesato dalla forma in cui avviene la narrazione, tante voci e nessun vero narratore, tante storie ma un unico comun denominatore. Un coro confuso, che invoca che la storia descritta tra le parole di un romanzo venga riveduta più volte sino a ritrovare la giusta collocazione nell’universo e che non vuole, mai, saperne di affievolirsi. Raccontare la sinossi di un simile testo vorrebbe dire rovinare il piacere della scoperta di una storia che ti fa sentire il cuore dei personaggi come se fosse il tuo. Ne sono rimasto affascinato tanto quanto sconvolto, non mi aspettavo qualcosa di così avvolgente e profondo. Sotto alcuni aspetti mi ha riportato alla mente il film “The Raven”, in cui il protagonista, E.A.Poe,  è alle prese con un emulatore, uno spietato assassino che sembra uscito dalle pagine dei suoi racconti.

Comunque, il romanzo è contornato da approfondimenti sul mondo dell’editoria, che però non rendono inefficiente quello che l’autore trasmette, ossia la scoperta di un mondo soprannaturale nascosto nel profondo di ogni essere umano.

Si assiste all’apnea dei sentimenti: silenzi invalicabili, rabbia, incredulità, emozioni ribaltate e sconvolte, pianti, respiri affannosi, nostalgie, rimpianti, strette al cuore e tanti sospiri … anche nel sonno che diviene una realtà parallela.

Non vi è dubbio della genialità intuitiva dell’autore, nel descrivere le ambientazioni e gli argomenti trattati, la vostra mente sarà aperta a ogni possibilità.

Un romanzo sul quale non ritengo di aggiungere altro poiché sono sicuro di non sbagliare consigliandovelo. Concedetevi un momento solo per voi, lasciate fuori tutti i problemi lasciandovi aiutare da questo testo che oserei definire illuminante.

Non posso che consigliarne la lettura per provare con la propria mente un coinvolgimento tanto profondo.

E’ comunque un libro impegnativo, un libro che va capito fuori dall’apparenza ordinaria, bisogna entrare nella parte del personaggio principale e cercare di capire la profondità dei suoi sentimenti e della sua paura, il valore delle sue scelte. Uno di quei libri, che quando finiscono lasciano un’eco, una risonanza, come se i personaggi ormai familiari e concreti continuino a essere presenti.

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

 

 

“Pensieri di un poeta mediocre di Gerry Di Lorenzo”. A cura di Ilaria Grossi

 

 

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“La poesia è la prova della vita. Se la tua arde, la poesia è cenere”

Leonard Cohen

 

Vi svelo un segreto che poi segreto non è… “Nutritevi di poesia”

Soprattutto in quei giorni in cui le cose brutte che circondano la vita sembrano soffocare anche quello che c’è di bello.

E’ questo il mio approccio con la poesia…voglio leggere senza giri di parole tortuose ed enigmatiche, “parole” leggere come piuma e profonde come il mare, carezze e schiaffi al tempo stesso con un ritmo che è proprio quello di una canzone che non ti stanchi mai di ascoltare. Ed è proprio quello che ho riscontrato sin dalle prime pagine di una raccolta di poesie, un insieme di pensieri, stati d’animo, ritagli di vita come pezzi di un giornale, confessioni e riflessioni, un dialogo a cuore aperto dove tutto scorre in maniera fluida, incisiva e mai banale.

Filo conduttore è lei, la scrittura, è la tavolozza in cui mescolare i colori, di cui si serve il poeta per potersi esprimere, per mettere nero su bianco i suoi pensieri, emozioni, paure, illusioni.

C’è una lei, sempre presente e al tempo stesso distante, una distanza più fisica che emotiva, una presenza capace di totalizzare sentimenti, capace di comprenderlo, capace di risvegliarlo dai sogni. E’ una luce perennemente accesa nella sua anima.

 

“..

Lasciami sognare ancora una vita con te Dimmi cosa sono per te se fino in fondo non ti ho avuto mai..”

 

“..Eccomi qua pronto a respirare ogni illusione che porterà cercare un senso oltre le nuvole o come dicevi tu meglio fermarsi a pensare che il tempo è come una sigaretta e non importa quanto dura l’importante è fumarla come fosse amore..”

 

 

“Quanti sguardi hai? Uno per guardarmi dentro Uno per sentirti di più Uno che riesce a parlare Uno che non sa mentire Quante anime hai? Una che mi tiene dentro Una paga mai Una che non sai di avere Una che appartiene a me..”

 

Poesie, pensieri che compongono brani di una canzone, con ritornelli che si susseguono con punti esclamativi e punti sospensivi, a sottolineare l’incisività, profondità e musicalità delle parole.

Mi piace pensare che il mettersi a nudo con la propria anima sia la vera chiave di lettura.

Non credo siano pensieri di un poeta mediocre, sono pensieri sinceri, spontanei, riflessioni che toccano il proprio io, il chiedersi se un Dio c’è, guardarsi dentro e riconoscere limiti, errori e paranoie, sentirsi vivi grazie all’amore, alla passione e alla voglia di provare, toccare, respirare sensazioni vere per non morire dentro prima di morire davvero.

Dietro “i pensieri” c’è un mondo non sempre svelato alla luce del sole o forse si, mettere nero su bianco, come inchiostro sulla pelle, pezzi di sé, emozionando e lasciando segni indelebili come solo la scrittura è in grado di fare.

Buona Lettura

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario

In arrivo il nuovo romanzo di Cristiana Meneghin e di Maura Radice, sto parlando di “Eterno”. Non perdetevelo assolutamente!

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Sinossi

Gioia ha quattro anni, è dolce, taciturna e sicuramente troppo piccola per ritrovarsi immersa nei continui litigi che coinvolgono i suoi genitori. Una calda mattina d’estate però la sua vita cambia: sua madre Sun scopre che il marito, Alessandro, un potente uomo d’affari, la tradisce, decide di lasciare la piccola in custodia a Sara, la sua migliore amica e partire alla volta dei Mondiali di Calcio del 2014.

Sun è di origini asiatiche e si è trasferita a Milano inseguendo Alessandro, il suo unico amore e padre di sua figlia Gioia. Quando scopre il tradimento del marito decide di dedicarsi una pausa partendo per il Brasile. Questa sua scelta sarà l’inizio di un incubo che la porterà molto vicino a perdere due delle persone più importanti della sua vita e coinvolgerà Fabrizio un giovane e affascinante italiano che ancora non ha deciso cosa sarà del suo futuro.

 

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Le autrici

Maura e Cristiana sono due blogger, si sono conosciute inu “iCrewplay.com” e “La Bottega dei libri”; senza che nemmeno se ne rendessero conto si sono scelte prima ancora di incontrarsi. Nella loro vita hanno cambiato lavoro e colore ai capelli, studiato, fatto le madri e le mogli; hanno letto molto, recensito una mole straordinaria di libri, modificato i loro gusti letterari passando da Calvino alla Parker. C’è una cosa che da ora in poi resterà immutata: la forza della loro amicizia che le ha portate a scrivere “Eterno” il loro primo romanzo a quattro mani.

 

Maura Radice

Maura Radice è prima di ogni altra cosa mamma e moglie. Laureata e amante dei libri da sempre, da oltre due anni si dedica anche ai blog “La bottega dei librihttp://www.labottegadeilibri.it/, di cui è una delle admin e alla sezione libri di “icrewplayhttps://www.libri.icrewplay.com/. Di un romanzo cerca una bella trama, la perfezione sintattica, il sentimento e le parole che restano nel cuore del lettore; è questo che troverete nei suoi libri.

 

Cristiana Meneghin

Cristiana Meneghin ha esordito nel mondo editoriale nel 2016 con “Ananke” a cui sono seguiti “Artemisia” e “l’Ultima Notte al mondo” editi da Lettere Animate; ha collaborato a varie antologie dal titolo “Io me lo leggo“. I suoi romanzi sono tutti ambientati in Italia tra le alte cime del Piemonte e i paesaggi Pugliesi, vi troverete all’interno i valori in cui crede: la lotta per i sogni, l’amore e l’amicizia.

Da più di un anno collabora attivamente con il blog https://www.libri.icrewplay.com/ e con http://www.labottegadeilibri.it/ scrivendo articoli che ruotano attorno al mondo dei libri, se volete contattarla la trovate qui: https://www.facebook.com/cristianarecensoreautrice/

 

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Dati libro

Genere: romanzo, thriller/ giallo sentimentale

costo 0,99 ebook, 10,00 cartaceo

in vendita su Amazon

data d’uscita 20 settembre 2018

pagine 132

 

 

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Oggi il blog consiglia “Coinvolgimento personale” di Silvia Violet, Quixote editore. Imperdibile!

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Trama:
Parecchi mesi prima, Thorne ha assunto Riley in qualità di escort. Poi si sono follemente innamorati l’uno
dell’altro e, alla fine, hanno reso la loro relazione più personale che professionale. Ogni momento che passano
a letto è pura estasi, ma può il buon sesso risolvere tutti i loro problemi, mentre faticano a far funzionare le
cose tra loro? Thorne convince Riley a trasferirsi da lui, ma la differenza d’età e di entrate pesa molto di più
su Riley, una volta che si trovano a condividere la casa.
Se quello non fosse abbastanza, la scuola di cucina si sta trasformando per Riley in una delusione, più che un
sogno che diviene realtà, e sta considerando la prospettiva intimorente di mettersi in affari per conto proprio.
Thorne vuole intromettersi a forza e sistemare tutto, ma Riley continua a rifiutare il suo denaro o il suo
consiglio, perché si sente come se stesse perdendo il controllo della propria vita.
Thorne e Riley dovranno basarsi sull’amore reciproco per riuscire a trovare il giusto bilanciamento tra
indipendenza e coinvolgimento.

 

 

L’autore

Silvia Violet scrive romance erotico in una varietà di generi che includono il paranormale, il contemporaneo e
lo storico. Può essere vista mentre bazzica delle caffetterie in cerca della tazza di caffè più forte e nero che
riesce a trovare. Una volta equipaggiata con la necessaria benzina, può felicemente stare seduta per ore a
pigiare tasti sul suo laptop. Silvia in genere esce di casa con l’aspetto di una tipica madre casalinga, e i gestori
delle caffetterie le fanno domande divertenti del tipo: “Scrivi libri per bambini?” Adora vedere le espressioni
sulle loro facce quando comprendono di cosa si occupi realmente. Quando non scrive, Silvia si diverte a
preparare deliziosi e peccaminosi piatti, esplorando nuovi modi di cucinare e leggendo alla sua incorreggibile
progenie

 

Dati libro

TITOLO: Coinvolgimento Personale
TITOLO ORIGINALE: Personal Entanglement
AUTORE: Silvia Violet
AMBIENTAZIONE: Atlanta
TRADUZIONE: Nela Banti per Quixote Translations
SERIE: Thorne & Dash #2
GENERE: Romance qlgbt
FORMATO: E-book
PREZZO: € 4,30 su Amazon (disponibile su Ku e in preorder)
DATA DI USCITA: 20 settembre 2018

 

 

 

 

https://www.instagram.com/quixote_indie/
https://www.facebook.com/quixotetranslations/
ufficiostampa@quixoteedizioni.it

“Il quartiere. Benvenuti a Bulloland” di Ela Zanel, Fantarea editore. A cura di Alessandra Micheli

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La prima cosa che colpisce del libro di Ela Zanel è il sottotiolo: benvenuti a Bulloland.

E questo evoca i moderni scenari, atroci, della piaga sociale per eccellenza, ossia il fenomeno del bullismo. E infatti nel testo troveremo parecchi esempi di questa penosa manifestazione di debolezza, spesso associata alla teoria del branco.

Ora se in ambito etologico il branco è interessante e degno di studi, con la sua enorme simbologia della perfetta socialità degli individui, spesso usata per spiegare la nascita dello stato, nel contesto moderno o come amo dire io postmoderno, è privato di questo aspetto di coesione e si rivolge ai triti e patetici escamotage per sfuggire alle proprie banalità.

 Il branco inteso oggi dalla sociologia e dalla psicologia, è il modo non per trovare soddisfazione dei bisogni primari, per proteggersi e sopravvivere, per creare interazioni prive di picchi di violenza e di disordine ( basti pensare all’insegnamento fortemente educativo dei lupi, organizzati in branchi che condividono basilari ma fondamentali norme di rispetto, di integrazione e di primitive forme di sostegno ai bisognosi. Basti pensare all’organizzazione della caccia, in cui il più debole è posizionato a metà della catena e protetto dai maschi più forti. Nel caso voleste approfondire quest’aspetto sociale dei lupi, consiglio i libri Assieme ai lupi e il branco della rosa canina).

Il branco, quello di cui parlano oggi i giornali, è semplicemente l’agglomerato umano con cui perpetuare la sopraffazione dell’altro, compiuta di solito grazie alla spinta del maschio alfa, per sentirsi forti e meno fragili davanti a un mondo e una società che sembra oggi, negare certezze, sicurezze e diritti.

In questo senso l’individuo del branco sceglie di appartenervi perché è il modo migliore per mascherare non solo la sua fragilità, ma la sua incapacità a integrarsi e trovare un posto nel contesto sociale.

Privi di riferimenti concreti, di esempi positivi di interazione con l’altro, in preda alla sofferenza più atroce, quella di non poter mai pienamente sviluppare se stesso e le proprie capacità, vittima di pregiudizi e di carenze di affetto, spesso compensate da fallaci e stantii beni materiali, che, privi di una sorta di bellezza interna, derivata dalla conquista e non dalla compassionevole elargizione del genitore assente di turno, tentano di compensate un vuoto nell’anima che, lungi dallo scomparire si amplifica e diviene un pozzo profondo.

E come ho sempre affermato coloro che dentro nella loro psiche hanno queste profonde cesure, spesso non sono in grado di colmarle con sensazioni positive, ma con le scorie della mente rappresentate, appunto dal potere, dall’incomprensione e dai residui di una violenza scaturita dalla rabbia.

E’ la rabbia che guida i futuro bulli, la rabbia di non essere che pedine in una scacchiera fatta di interessi alti, di coercizione, di una pedissequa intenzione di frantumare, uccidere e demolire l’antica solidarietà sociale che rendeva una comunità un organismo complesso, sfaccettato e sicuro.

Perdute le certezze antiche, demoliti i valori fondanti una società, non si è mai pensato di crearne di nuovi, cosicché la cittadinanza ,quel senso di appartenere a qualcosa è stato spazzato via, rendendo il nostro spazio sociale non già un qualcosa in cui crescere, apprendere, in cui sentirsi tutelati, ma una sorta di giungla piena di oscure e spaventose minacce.

E’ a queste che il bullo tenta di reagire riprendendo l’atavica legge della giungla o il mantra biblico di dente per dente.

Mors tua vita mea è l’unica regola esistente in un mondo in cui tutti sono nemici, e tutti servono alla soddisfazione di bisogni primari NEGATI.

E qua entriamo in un altro campo che sfocia nella politica e in una sociologia molto più profonda: quella che si occupa appunto della famosa polis.

Cos’è la polis?

E’ tutto ciò che deriva dalla costruzione di uno stato, inteso come organismo atto a proteggere il cittadino, a far sbocciare la persona affinché contribuisca alla crescita di questo stesso organismo. Lo stato nasce predisponendo un territorio, una serie di esercizi di potere perché la persona possa prosperare e realizzarsi in perpetua pace. Non a caso Thomas Hobbes parlava di uomo lupo, dotato di una sorta di follia distruttiva che, rinuncia alla sua libertà in favore di uno specifico agglomerato che ne garantisca la sicurezza, la sopravvivenza e l’esercizio protetto dei piaceri.

Protetto sapete perché?

Perché quando si cerca il piacere ossia la soddisfazione mentale e fisica di un necessità, il confine con il rispetto dell’altro è molto labile. La vostra libertà pertanto finisce nel momento in cui la soddisfazione invade la sfera privata, personale e sociale del vostro prossimo. Che sarebbe semplicemente il fruitore della stessa scorciatoia stato, di cui approfittate voi.

Semplice e coerente.

Ma cosa succede quando queste problematiche etiche e politiche nascono in un terreno di degrado?

Vedete il bullismo in un contesto civile permeato di possibilità economiche e di sviluppo delle potenzialità o talenti ha un significato preciso e un altrettanto preciso iter. Quando a soffrire di mancanze è un soggetto che ha carenze umane e non reali, il percorso per la redenzione è molto differente. Si tratta di drammi psicologici, di qualcuno che compensa l’abbandono con la ricchezza. Che sostituisce il talento con la noia. Che è “vittima” del suo ruolo: ad esempio sono nato in una famiglia di avvocati e quello è il mio destino, mentre magari, io vorrei fare che so l’addestratore di cozze.

Ma se la problematica dell’abbandono e della distruzione dei sogni, avviene in un contesto economicamente e psicologicamente degradato, le soluzioni sono molto più difficili da attuare.

Bulloand soffre della sindrome del disimparados, termine sardo che significa abbandonati, coloro che, in seno alla finta società civile, fungono da rifiuti, da deviati e da disarmonici, affinché il probo esca probo da quest’imparziale confronto.

Diciamocelo.

 I quartieri di periferia con il loro degrado servono affinché gli altri brillino, spicchino e si conquistino senza merito il posto al sole nel contesto politico di oggi. Servono i delinquenti allo scopo di rendere  il cittadino retto e civilizzato. Perché di base sia a Bulloland che al quartiere in manca, e ritorno al punto di partenza, un vero e proprio spazio sociale in cui esercitare l’ardua strada dell’appartenenza e della solidarietà collettiva. Ognuno nemico di se stesso, ognuno pedina di quel gran sistema di puttane che sfruttano l’altro per poter adagiarsi sugli allori.

Bulloand serve al politico per eliminare il problema; è più facile rinchiudere il diverso, il sofferente nel suo circo piuttosto che risolvere la complicazione con atti giuridico-politici mirati a dare una possibilità all’altro. Anzi, usando questa loro marginalità come minaccia per chi non segue il proprio ruolo: sbaglia, ribellati e quello è il tuo posto.

Servono i quartieri senza speranza affinché l’altro stato, quello ufficiale possa prosperare e far crescere i potenti.

Credete davvero che n’drangheta, mafia, camorra siano soggetti parastatali?

Essi sono, e restano, emanazioni di quello stato che, perdendo se stesso e la loro vera natura, abbracciano il potere di stampo macchiavelliano. (Sapete che Macchiavelli affermava che la ragion di stato giustifica ogni mezzo vero?)

E a farne spese sono ragazzi e bambini, costretti a divenire strumenti nelle mani del potere perché  possa mantenere uno status quo di indicibile malvagità.

Ecco che il primo obiettivo di questa distruzione è ovviamente, l’istruzione. Renderli fragili, metterli uno contro è l’altro, organizzarli in branco avendo sempre manovalanza facile per loschi obiettivi, questo fa di Bulloland l’emblema più spaventoso della tragicità del nostro vivere. Rende evidente una società al collasso che come uno zombie, non vuole accettare di essere morto. E si nutre di cervelli, di creatività alimentando la rabbia senza che questa, possa essere messa al servizio dell’evoluzione.

Perché la rabbia serve per distruggere e per ricostruire un mondo possibilmente etico.

Ho voluto intenzionalmente recensire il quartiere partendo dalla sua anima di acuta e spaventosa denuncia sociale. Perché Ela divenga davanti a tutti voi la vincente. Colei che, nonostante l’orrore di un quartiere che fagocita l’innocenza, spicchi con la sua voglia di non lasciare che la compassione divenga solo tomba su cui piangere.

Perché Ela è la stella in grado di brillare in un contesto decrepito e di un dolore che si può toccare con mano.

Il dolore di chi, dall’alto, viene condannato A NON ESSERE CHE UNO SCARTO.

Chi è autorizzato a dividere il mondo in buoni e cattivi?

Chi siamo noi per decidere chi può emergere e chi deve essere annientato?

Che questo libro susciti indignazione, voglia di non chiudere occhi e di non cedere.

Voglia di volare ancora e di guardare dall’alto i draghi del potere, che in fondo, sono solo e restano pantomime e patetici draghi di cartone.

Io ho sofferto con Ela.

Riso ma con la malinconica sensazione che siamo tutti complici.

E che, in fondo, finché non si avvereranno le parole di un grande uomo, avremo perso la nostra battaglia contro l’ingiustizia.

 

Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia.

Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario

Ernesto Che Guevara

 

 Ela la mia ammirazione per te, va oltre la capacità di scrivere in modo  splendido. E’ per la donna che sei, per la tua capacità di aver attraversato l’abisso ma essere stata capace di evitare che l’abisso abbia guardato te.

“Identità culturale”. A cura di Alessandra Micheli

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Di identità culturale se ne sente parlare sempre più spesso. In questo nuovo ciclo cosmico, si assiste al disfacimento della cosiddetta omogeneità culturale e alla sostituzione di un modello culturale multietnico, o per dirla, parafrasando i sociologi, a un nuovo ambiente Fuzzy. L’ambiente fuzzy, è quello in cui le sfumature fanno da padrone. Non più una suddivisione gerarchica tra bianco e nero, tra bene e male, tra amico e nemico. Un ambiente in cui, la flessibilità, è la risposta più valida al vivere sociale e umano.  Significa scardinare modi di pensare e di vivere e questo porta con se, necessariamente, un po’ di paura. Per tale motivo, ci si aggrappa con forza all’identità culturale, alle radici, alla tradizione. Come se fosse uno scoglio sicuro che permette la conservazione di se stessi e della propria uniformità. Ci si riscopre cristiani, islamici, indiani.
Per me la situazione è molto più complessa. La mia formazione antropologica mi porta ad avere uno spiccato interesse per le altre culture e tradizioni, la mia vena storica mi porta a cercare di capire se, dietro i grandi eventi, rannicchiata nella microstoria, esistano legami indissolubili o differenze insormontabili.
Ma a dettare legge su tutto, è il mio viaggio attraverso la cosiddetta tradizione primordiale.
Questo viaggio, incominciato per caso attraverso il sacro e le sue forme, non ha sicuramente quell’impronta scientifica che caratterizza i miei interessi, ma, mi porta a credere che, la parola identità culturale, non spieghi ne esaurisce la vasta esperienza umana. Attraverso miti, storie leggende, allegorie, simboli, si cela la vera scienza dell’uomo, una scienza codificata in strabilianti ed eccezionali miti dell’origine. Non solo storie, non solo superstizioni, non solo vagheggiamenti mistici ma un vero e proprio linguaggio comune, voci di millenni che ci parlano di noi, di chi siamo, da dove veniamo. Ma, soprattutto, ci ricordano che tutto questo vociferare di razze, culture, etnie, radici, sono solo parole umane prive di senso.
Il primo lascito di questi grandi uomini del passato, di grandi patrimoni di conoscenze è che tutti noi apparteniamo al cielo. In tutte le tradizioni c’è questo splendido racconto di uomini caduti o discesi dall’alto per errori di orgoglio, cecità, per oblio, o solo per portare un dono alla terra. Da questo punto di partenza, in cui dal paradiso siamo sprofondati nel caos, vi sono stati nei secoli personaggi straordinari, gruppi di illuminati che hanno avuto l’intelligenza di conservare il patrimonio culturale dell’umanità. Non di un’etnia specifica, ma dell’umanità intera, l’adamas della bibbia. Oramai, il mondo si era diviso in cielo e terra, gli uomini erano dispersi, dimentichi della realtà del mondo. Una realtà semplice e bellissima. Nonostante le apparenti diversità, siamo tutti parte di un tutto più grande che ci comprende e ci trascende. Uniti in un’immensa rete di cause ed effetti, interazioni e scambi.
L’identità culturale vista in quest’ottica, non esiste. La tradizione primordiale appartiene a tutti. Forse l’abbiamo dimenticata. Ma ci sono sempre stati gruppi che hanno conservato piccoli frammenti del mosaico originale. Non esistono identità culturali diverse, civiltà superiori e inferiori. Esistono uomini che dimenticano e uomini che cercano di ritrovare il punto di origine. Ogni religione, ogni tradizione conserva una piccola scintilla della verità originaria.
Per questo, io non mi considero italiana, cristiana, o altro. Perché considero tali limiti semantici, concetti statici, che mal si accordano con l’originaria flessibilità e dinamicità della vita. Ognuno di noi uomini, divisi per comodità scientifica in etnie e culture, siamo participi della stessa natura. Ognuno con talenti diversi, con capacità diverse e mentalità diverse. Questo non per distinguerci ma perché ognuno porti il suo personale e unico contributo alla ricerca eterna dell’unità originaria. Bellissima a questo proposito l’immagine dell’albero con tanti rami, come tante le strade che portano alla verità. Mandei, falasha, dogon, sufi, incas, maya, taoisti,greci, etruschi, indù, celti, nativi americani,italici e tanti altri hanno trovato un piccolo ma prezioso pezzo della nostra storia.
Ma noi ci fissiamo con le parole: la mia tradizione, la mia terra, il mio progresso. Le parole sono utili ma, spesso, distolgono dalla realtà. Non esiste mio e tuo, noi e loro. La terra non può essere di nessuno, la terra esiste per tutti. Il sole splende su tutti. Un fiore profuma per tutti. Essere fieri delle proprie radici è forse una bella cosa ma, la domanda che mi pongo è: quali sono in verità queste radici? Limitarle al suolo in cui si è nati, alla cultura e religione in cui si è stati socializzati ed educati, è riduttivo. Significa porre limiti all’uomo, alla sua vera essenza. In fondo, potrebbe essere frutto del caso. O addirittura se le radici sono un argomento così importante, averle solo per diritto di nascita e non come scoperta o ricerca costante, sarebbe un controsenso che vanificherebbe la loro presunta importanza. Per me, ad esempio, L’Italia è stata un importante punto di partenza. Conoscere la storia, le culture che qui hanno prosperato, mi ha permesso di spingermi verso l’eterna ricerca della Verità. Ma, la mia identità, è qualcosa di più vasto di ciò che è racchiuso in un nome, in una nazionalità, in una tradizione. E un qualcosa che si collega con l’eternità. La vera identità non nasce come acquisizione esterna, ma nasce e si sviluppa come ricerca ininterrotta, avvicinandosi a chi, nei secoli, ha appreso la saggezza, l’ha conservata, l’ha protetta. E ha capito che questa saggezza appartiene a tutti. A noi figli del cielo.

(fonte didaweb/mediatori.it)

Torna una grande autrice di raro talento con un fantasy magico e incantato “Amber” di Antonella Arietano. Non lasciatevelo scappare!

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Osservò attentamente Amber; allungò la mano, come a voler tentare un gesto di tenerezza, ma poi la ritrasse e si levò a sedere.
«Vi ripeto che non avete colpe. Lui cercava il bambino e ha avuto la maledetta fortuna di trovare anche voi.»
La giovane scosse il capo mestamente.
«L’uomo che mi ha aggredita sapeva che ero una donna, nonostante il travestimento. Non mi aveva vista in faccia, ma era certo che fossi una donna,» disse con un filo di voce.
«Sciocchezze, vi avrà osservata mentre vi muovevate attorno alla tenda.»
«Al buio?»
«Perché no?»
«Vi dico che, quando ci hanno attaccati, sapevano di trovare anche me.»
Robert tacque e parve riflettere per un lungo attimo. Infine balzò in piedi, rosso in volto per la rabbia. «Quel miserabile di Henry, ci ha venduti! Ecco come facevano a conoscere nei dettagli il nostro accampamento, comprese le postazioni abituali delle sentinelle! Solo Henry può aver riferito loro il nostro percorso, di modo che potessero raggiungerci per tempo. Nessuno sapeva che stavamo portando il bambino in un monastero, nessuno all’infuori di voi, me e i miei uomini; Henry era uno dei miei uomini e guarda caso è sparito dopo il primo giorno di marcia!»
Lanciò un ruggito che si perse nel buio vellutato e silenzioso della notte. Afferrò una grossa pietra e la scagliò contro un tronco. Il piccolo prese a piangere ancora più forte.

 

 

Antonella Arietano conduce il lettore nell’Inghilterra del 1450, dove incontrerà una ragazza con il dono della Vista. Dono che presto si rivelerà essere una fonte di sventura per lei e per i suoi compagni di viaggio. A guidarla c’è Cassandra, sacerdotessa di Avalon.
Un romanzo fantasy, un viaggio alla scoperta di se stessi, una lotta impari tra la vita e la morte.
“Amber” sarà disponibile su Amazon a partire dal 19 settembre

 

 

Sinossi

1450. Inghilterra del Sud. La giovane Amber è in fuga dal barone Lord Shamter e trova rifugio presso Cassandra, sacerdotessa di Avalon. Grazie alla sua guida, la ragazza scopre di possedere il dono della Vista, ma deve subito fare i conti con le conseguenze di tale potere: le visioni sono presagio di sventura e solo lei può fare in modo che non si avverino. Insieme a David e a Robert, che si uniranno al suo viaggio, dichiarerà guerra al malvagio Lord Shamter. Mentre lotta fra la vita e la morte, riuscirà Amber a scendere a patti anche con la verità sulle sue origini?

 

 

L’autrice:
Antonella Arietano è nata nel 1980 e crede fermamente che gli anni Ottanta siano i migliori di sempre: la musica migliore, i migliori cartoni animati, le merendine del Mulino Bianco e Cristina d’Avena. Abita in un piccolo paese molto pittoresco vicino a Lugano, in Svizzera, con i suoi due figli, il suo compagno di vita e d’avventure e un pastore svizzero bianco di nome Axel. Insegna alla scuola dell’infanzia, dove sperimenta rare escursioni umorali sulla base del livello di monelleria dei suoi piccoli allievi. Le piace sapere di essere tante cose: una mamma, una maestra, una narratrice di fiabe, una sognatrice. Tutto questo va a finire inevitabilmente in ciò che scrive, le fiabe come i sogni. Ha pubblicato con Triskell Edizioni la prima edizione de I Talenti delle Fate, Amber – L’isola perduta e il racconto fantasy Cuore.
Link:
http://www.arietano.com
https://www.facebook.com/AntonellaArietanoScrittrice/

 

 

 

Con il quarto volume della serie Personal, l’autrice riunisce sei protagonisti dei romanzi precedenti e li pone di fronte a nuove sfide. Riuscirà l’amore e l’amicizia che li lega ad aiutarli a superare anche queste difficoltà? Will e Blake, Rick e Angelo, Ed e Colin. Riuniti in “Sfide personali”, disponibile dal 14 settembre su Amazon.

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A Colin scappò da ridere. «Sei un paradosso umano. Un attimo sei lì che mi spieghi nei dettagli quello che vuoi che ti faccia, e quello dopo ti ritrai tutto timido». Sorrise fra sé. «Ti amo».

«Anch’io ti amo. Ci pensavo giusto stamattina che non te lo dico abbastanza spesso. Forse dovrebbe essere tipo la prima cosa che ti dico quando apro gli occhi la mattina, perché Dio solo sa se non sono grato di ogni giorno che ci sei tu con me».

Per un attimo Colin rimase senza parole. Era raro che Ed esprimesse quello che provava: a sentirlo mettersi a nudo in quel modo, gli erano venute le lacrime agli occhi.

«Credo che sia la cosa più dolce che tu mi abbia mai detto».

Ed rise. «Sì, beh, adesso non t’abituare. Non sono mica un mollaccione».

«No, ma quando parli col cuore in mano divento io un mollaccione». Colin sospirò. «Buonanotte. Solo un’altra notte, dopo questa».

«Grazie al cielo. Non ti lascio più partire, non ti lascio» borbottò l’altro.

 

 

Sinossi

Will e Blake non potrebbero essere più felici. Hanno avuto un secondo figlio, Nathan, così ora anche Sophie ha finalmente il fratellino che tanto desiderava. Ma non tutto a casa Davis si svolge all’insegna della beatitudine. La dura realtà è dietro l’angolo, e cambierà le vite di tutti.

Rick e Angelo sono stufi marci di organizzare il matrimonio. Fosse per loro si sarebbero già sposati, ma la madre di Rick ha le sue idee, che sembrano diventare sempre più invadenti. Angelo vede le nubi all’orizzonte: sarà difficile coniugare un matrimonio tradizionale italiano con l’essere una coppia gay. Anzi, probabilmente sarà impossibile.

Quando riceve la chiamata da parte del suo primo ragazzo, Ray, in fin di vita a causa dell’AIDS, Colin decide di prendere un periodo di aspettativa per trascorrere del tempo con lui. Ed, il suo compagno, è felice che Colin abbia un cuore così grande, ma questa generosità rischia di mettere a dura prova il loro rapporto. Eppure, non può fare altro che restare accanto al fidanzato e sostenerlo in tutti i modi possibili.

Sembra che, col passare dei mesi, tutti e sei avranno più che mai bisogno degli amici per andare avanti…

 

 

Informazioni:

Titolo: Sfide Personali (Personal #4)

Autore: K. C. Wells

Traduttore: Martina Nealli

Editore: autopubblicato

Pagine: circa 280

Prezzo: 3,45 €

Data di pubblicazione: 14 settembre 2018

Link per l’acquisto: https://www.amazon.it/dp/B07H7JXN1Q

 

In libreria: Memorie di trasformazione. Storie da Manicomio di Cinzia Migani edito da Negretto Editore. A cura di Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/09/10/in-libreria-memorie-di-trasformazione-storie-da-manicomio-di-cinzia-migani-edito-da-negretto-editore/)

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“Se uno si soffermasse ad osservare le statistiche manicomiali redatte nel corso dell’Ottocento non potrebbe fare a meno di porsi un interrogativo: la malattia mentale è contagiosa? Quale virus contagiò la popolazione italiana in quegli anni, visto che mano a mano che passavano i giorni le persone sembravano essere sempre più insane di mente? Che si trattasse di un virus altamente contagioso? O semplicemente di un effetto della scelta di considerare più marcato e definito il confine tra normale e patologico, tra ordine e disordine sociale negli anni in cui si consolidò il sistema manicomiale in Italia?” ‒ Cinzia Migani

 

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal primo settembre 2018 è disponibile “Memorie di trasformazione. Storie da Manicomio”, pubblicato nella collana “Cause e affetti” diretta dalla stessa autrice, Cinzia Migani, per la casa editrice mantovana Negretto Editore.

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Il saggio si apre con la premessa che, oltre a esporre le motivazioni che hanno portato alla stesura di un testo che consta più di 350 pagine, ricorda e ringrazia il professor Ferruccio Giacanelli deceduto nel 2012 a Bologna e con il quale l’autrice Cinzia Migani ha potuto collaborare nell’indagine sul Manicomio di Bologna tra la fine degli anni ’80 ed inizio anni ’90. Una ricerca perseguita con gran coraggio e dedizione tra il disagio del precariato e l’assenza di fondi sino ai primi anni del Duemila.

La scelta di pubblicare nel 2018 questo trentennio di studi non è casuale, infatti, siamo nel quarantennale della Legge Basaglia (13 maggio 1978, legge n°180) che ha decretato la chiusura dei manicomi.

Lo studio attento degli archivi ha riportato la storia di persone che, per la quasi totalità, era sprovvistadi nome; l’autrice si è cimentata dunque nellamappatura di un ritratto della classe ghettizzata di cui non si ha memoria anche se è molto vicina a noi nel tempo, di uno spaccato sociale in cui la “malattia mentale” era l’unica risposta alla “problematica della diversità”.

 

“[…] un Manicomio bene costruito ed ordinato forma già per sé uno strumento massimo di cura della pazzia.” ‒Francesco Roncati, Ragioni e modi di costruzione ed ordinamento del Manicomio di Bologna, 1891

 

“L’internamento del malato di mente e il suo isolamento all’interno del manicomio sono efficaci prima di tutto perché allontanano l’individuo dalle circostanze che lo hanno fatto ammalare, poi perché all’interno dell’istituzione è possibile, almeno in teoria, strutturare lo spazio, organizzare il personale, separare le diverse forme di malattia mentale e scandire i tempi secondo quello che viene ritenuto lo strumento terapeutico fondamentale: l’«ordine». L’ordine così raggiunto entro le mura del manicomio deve essere protetto dal «contatto» con l’esterno, il peggiore dei danni.” ‒ Cinzia Migani

 

“Memorie di trasformazione. Storie da Manicomio” non conduce solo a questo straordinario lavoro di documentazione ma analizza le motivazioni che hanno portato ad occultare le persone scomode contrapponendole al presente ed all’uso smodato dei social network.

Il corposo saggio è suddiviso in tre sezioni. La prima “Storia del manicomio di Bologna nell’ultimo trentennio dell’Ottocento” presenta gli studi sopracitati dell’autrice coadiuvata dal professor Giacanelli passando dal reparto manicomiale nell’Ospedale di Sant’Orsola alla trasformazione ad uso manicomiale dell’ex convento di Sant’Isaia, dalla vita in manicomio alla legge n°36 del 1904 che portò ad un nuovo corso di sviluppo nel manicomio di Bologna.

La seconda sezione “Prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi” presenta la pazzia ai tempi del positivismo con un surplus di ingressi in queste strutture che portarono la ricerca di spazi alternativi al manicomio in Emilia-Romagna. La sezione è corredata di schede di approfondimento firmate da Cesare Moreno (“Dove sono finiti i piccoli pazzi?”), Maria Augusta Nicoli (“A quando il cambiamento?”), Andrea Parma (“Lombroso: un San Salvatore della bellezza”).

 

“Un’intera società ha dimenticato che la follia e il disagio mentale fanno parte dell’esistenza umana, che la ragione viene continuamente tentata dalla follia quando il dolore diventa indicibile, quando la solitudine diventa insopportabile. Ha dimenticato quanta fatica (e, troppo spesso, sofferenza) costi entrare nel mondo civile; soprattutto ha dimenticato quanto costi alle giovani persone che trovano questo mondo già fatto, già regolato da leggi che non conoscono.  Avendo nascosto la follia abbiamo dimenticato ancora di più la parte in ombra della nostra psiche; io sostengo invece che abbiamo bisogno dei pazzi, perché ci aiutano a capire meglio noi stessi e a non «andare in panico» quando ci imbattiamo in qualcosa che proviene dal lato oscuro dell’esistenza.” ‒ Cesare Moreno

 

La Terza sezione “Storie da manicomio” racconta le vite di tre persone che hanno vissuto fin troppi anni in questi istituti: Filippo Manservisi, l’imprenditore che non seppe adattarsi ai cambiamenti; Gaetano Emiliani, il trasgressivo da domare; Umberto Rossi, un bambino epilettico che trascorse la sua infanzia tra ospedale e manicomio per poi letteralmente sparire dagli archivi.

 

“Certifico che il bambino Rossi Umberto di anni 9 è degente allo spedale del R. Ricovero fin dal 30 aprile p.p. per Idiotismo secondario ad epilessia. Dietro suggerimento dell’Illustre Prof. Roncati fin dai primi giorni di degenza in ospedale fu somministrato il bromuro di potassio alla dose di 2 gr. al giorno, come pure si fa tuttora, (…) giacché qui la cura non ha dato gli effetti che il Prof. Roncati aveva ottenuto nell’Istituto da lui diretto. Difatti il bambino se fermato a letto urla continuamente, se lasciato libero, corre senza sosta, oppure se resta in letto prende sempre posizioni pericolose. Quando al contrario si veste perché abbandona il letto, corre per sala urlando, rompe gli oggetti fragili, e cambia posto a tutto quanto gli capita per le mani, disturbando tutti, tanto che i malati si lamentano e si è costretti a tenere per il Rossi un apposito inserviente, giacché (…) era riuscito a fuggire dall’ospedale. Per tutte queste cose si impone la necessità di riporre Rossi in Manicomio, giacché li infermieri dello Spedale del Ricovero non sono adatti per simili malati.” ‒ Dichiarazione del medico primario del Ricovero di Mendicità del 12 giugno 1892

 

Postfazione a cura di Valentina Vivoli

In copertina: fotografia artistica di Elisabetta Mandrioli

Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

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