“Un giorno verranno a chiederti di me” di Vincenzo Alba, Eretica Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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E’ difficile raccontarvi di un libro che è riuscito finalmente a farmi commuovere.

Non perché io sia un cuore di ghiaccio (o forse si) ma perché le emozioni sono un qualcosa di sacro e profondamente mio, che devo custodire nel cuore.

Odio le manifestazioni eclatanti di dolore, nostalgia o tristezza.

Perché apparire, nel caso di faccende del cuore, è terribilmente banale.

E sapete che la banalità non fa per me.

Sono convinta che noi uomini, siamo qualcosa di profondamente unico, un esperimento senza precedenti.

Esseri di materia e fango con una scintilla di divino.

Che tentiamo ogni istante di abbattere con le scelte più idiote.

Quando, in fondo, basterebbe davvero qualcosa di microscopico per far sbocciare quella scintilla.

E cosi tendo a recensire in modo molto asettico.

Ma ultimamente, vuoi per situazioni personali, vuoi perché il libro è un qualcosa di vivo e decide di apparire nel momento giusto.

Ci sono state parole che mi hanno toccato con mano a volte soave a volte ferma il cuore.

E costretto seppur felicemente, a dire la sua.

Un giorno verranno a chiederti di me è uno di questi libri.

Si è quasi imposto con cipiglio severamente dolce ai miei occhi.

E costretto le mie mani a sfogliarlo e in ogni capitolo, in ogni pagina mi stingeva la mano.

Perché vedete qua si parla di malattia, di morte ma anche di rinascita. Due storie apparentemente diverse si intrecciano, si guardano e forse si innamorano.

E come nelle migliori storie, una prende dall’altro, scambiandosi ruoli, e esperienze, togliendo finalmente le maschere a dei volti belli anche nella sofferenza.

Andrea troppo chiuso in se, con quella voglia di scappare che lo rendo preda di oscuri esseri privi di coscienza.

E donando loro un po’ di se, Andrea in fondo è come morto.

Barattando la sua anima con i soldi, si imbozzola in un limbo fatto di nulla.

Andrea esiste, ma non è vivo.

Non più.

E nella notte peggiore della sua vita, sullo sfondo di un umanità degradata, qualcuno, come il lampo nel cielo illumina la sua non esistenza.

E lo fa incontrare con la morte che, diventa stranamente vita.

A volte è il toccare con mano la fine del percorso che ci cambia.

Anche se non siamo noi i soggetti scelti dalla “Maledetta”.

Ma lei ci passa danzando accanto, ci toglie tutto, persino gli orpelli con cui nascondevamo il nostro spirito e ci fa vedere cosa in realtà sia l’immenso dono che un essere soprannaturale ha concesso noi, solo perché lo vedessimo con occhi pieni d’amore.

Poi c’è Laura.

Successo, apparenza, amore tutto le appartiene.

Lei è congelata in un istante infinito, che gli permette di non fissare lo sguardo né indietro, ne avanti a lei.

Laura si sente cosi morta dentro che senza accorgersene incappa tra le braccia crudeli o amorevoli dipende dai punti di vista della bianca signora.

Eppure…ecco che il contrario si manifesta a noi.

Andrea è morto pensando di essere vivo.

Laura sta morendo eppure stranamente è viva.

Viva perché inizia a affrontare un passato e lasciarlo andare.

Perché nell’ultimo respiro si fa finalmente abbracciare.

Via sensi di colpa.

Via odio per se stessa, per non aver indagato nelle stringhe della sua esistenza.

Per aver concesso agli altri di colpirla.

Per aver sostituito la beatitudine di un bacio con l’obnubilamento della fama. Lei in quel momento in cui tutti la giudicano moribonda vie.

Vive anche nel maledetto coma, che spesso si porta via le persone amate, in una dimensione cosi distante, cosi lontana da noi.

Noi che restiamo a urlare i nomi di chi amiamo e ci sentiamo cosi distrutti, perché dannatamente soli.

In quel momento Laura sente tutto.

Ascolta tutto.

E sorride oramai lieve, con quel passo delicato che oltrepassa i confini del tempo.

E ama.

Lascia che l’amore evapori da lei e si posi sulla narici di Andrea fino a costringerlo a inalarlo quel profumo.

E a vivere, finalmente svegliandosi dalla morte.

Morte e vita giocano nel libro, unite da un solo rosso filo, che si trasforma in bacio, in sogno, in contatto.

Un unico istante che redime due vita, cosi costrette da una società crudele a sentirsi sempre spezzate.

E allora Andrea racconterà a tutti noi che non apprezziamo questi meravigliosi istanti, del coraggio di chi ha voluto fissare negli occhi la maledetta e vincerla, rendendosi etera in una storia.

Che ogni volta sarà raccontata e ogni volta costringerà, come Ballo in fa diesis minore, la morte a chinare la testa e mettere ai piedi di uno straordinario essere umano, la sua corona.

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo

Posa la falce e danza tondo a tondo

Il giro di una danza e poi un altro ancora

E tu del tempo non sei più signora

Angelo Branduardi

***

per te 

ovunque sei,

che sorridi fiera perché la morte l’hai sconfitta

e rinasci ogni giorno nel mio sorriso

Il blog presenta “Sonetti per un anno Vignette di satira politica e quotidiana” di Carlo Marchesi. Da non perdere!!

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Questa raccolta di sonetti, rifacendosi a Giuseppe Gioachino Belli per l’ispirazione e a Luigi Pirandello per il titolo, ripercorre un anno di vicende politiche e quotidiane: le prime riguardano la singolare esperienza del governo Cinquestelle-Lega, tramontata nell’agosto 2019; le seconde danno spunto a riflessioni semiserie sul vivere comune. Con ironia, mitigata da un pizzico di autoironia, nella forma concentrata del sonetto, da degustare senza fretta.

 

L’autore. 
Carlo Marchesi (1947), laureato in lettere classiche, è stato docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico Manzoni di Milano. In passato ha pubblicato articoli di divulgazione letteraria e due piccole antologie su Giovanni Pascoli e sui corsi di scrittura da lui tenuti. Da anni legge e recita testi classici presso circoli culturali, scuole e biblioteche.

“Chiudi gli occhi” di Floriana Naso, Convalle editore. A cura di Alessandra Micheli

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C’era un volta una giovane piena di sogni.

Dentro era un principessa ma fuori era costretta e vestire di stracci.

Un giorno, per caso durante una delle sue passeggiate di totale relax, incontrò un uomo molto elegante, con una carrozza ricca di ghirigori dorati, di intarsi di madreperla trainata da vigorosi cavalli arabi di un biancore immacolato.

L’elegante gentleman era di bella presenza.

Unico neo, era uno strato e ritorto pelo blu che spuntava come una strana anomalia, da una barba perfettamente castana.

Quel pelo disturbava la giovane, mettendola non so per quale motivo, in allarme. Eppure il giovane era galante, gentile, premuroso e ogni giorno si presentava ora con un mazzo di profumate rose screziate, ora con i dolci di una pregiata pasticceria elegante, ora con un gioiello di squisita fattura, come se fosse lavorato dai misteriosi gnomi della montagna.

Piano piano, grazie ai doni, alle parole piene di passione, il pelo della barba sembrò meno blu.

Fino a non essere quasi per nulla notato.

Il padre della giovane sprovveduta, però, non era per nulla convinto.

La madre le sorelle la spingevano a contrarre un matrimonio vantaggioso, pieno di sfarzo che l’avrebbe messa in una condizione si sicurezza e di agiatezza senza precedenti.

Cosi, la giovane rinunciò ai propri sogni e si concesse al nostro nobiluomo.

Che la portò in una villa piena di mobili lussuosi, con tende di broccato, statue di marmo, giardini floridi, fontane zampillanti tutte d’oro.

Stanze con camini intarsiati, soffitti dipinti con le scena più belle delle leggende di tutto il mondo.

Tutte tranne una stanza, con la porta di legno scuro deteriorata che stonava con il resto al pari del pelo blu della barba.

E una chiave proibita, nascosta alla vista della giovane, che però la attraeva sempre di più sempre più irriferibilmente nonostante il veto posto quasi con ferocia dal so ricco marito.

Il resto della storia?

La giovane aprirà la porta probità e troverà una stanza piena di sangue, ossa e corpi martoriati, delle precedenti mogli del perfido..Barbablu.

E cosi il velo leggiadro che copriva la natura profonda del nostro principe azzurro, cade a terra.

E ne esce un mostro, un crudele predatore che sposa giovani vergini per cibarsi della loro prezza e restare..immortale.

Questa è la storia antica,  ma sempre poco conosciuta, del famigerato Barbablu, una satiro che anticamente le madri raccontavano alle figlie per metterle in guardia contro i pericoli dell’apparenza.

Oggi, questa storia, è relegata ne profondi meandri della nostra natura inconscia, seppellita da chili e chili di frasi rassicuranti, usate persino da chi dovrebbe proteggerci per convincerci che, in fondo quel pelo strano della barba non è poi cosi blu.

Una volta convinte che l’anomalia, in fondo, non esiste imbocchiamo nel castello sfarzoso dove tra agi e vizi si nasconde la stanza segreta.

Ecco la camera rossa non è la sede di sessuali perversioni ma del male più radicato che si getta contro la femminilità e la purezza di ogni giovane, per vampirizzarlo e succhiare dalla sua mente ogni energia.

Ecco il dramma di oggi rappresentatore nel libro chiudi gli occhi.

In un contesto di crisi profonda non solo economica ma dei valori, veniamo educate a chiudere gli occhi, persino il nostro intinto più profondo simboleggiato dal padre, viene ostacolato dalle tentazioni, suadenti del mondo dell’apparenza.

E chiudiamo gli occhi.

Davanti al baratto di noi stesse, dei nostri sogni alla ricerca di un sicurezza che, in fondo, non avremmo davvero mai, perché regalo dall’alto del vampiro di turno.

Tutti coloro che vi promettono meraviglie sono, in fondo dei Barbalu, tutti quelli che vi prospettano la via più facile sono dei Barbablu.

Tutti coloro che in cambio di benessere, identità e certezze vi chiedo il baratto dei vostri sogni sono dei Barbablu.

Tutti gli uomini che vi trattano come una fata, mettendovi in vetrina sono dei Barbablu.

Chi non vi ascolta, non vi comprende con vi guarda come un miracolo di vita feconda, ma con possesso è un Barbablu.

E allora ben venga il libro “chiudo gli occhi” a ricordarci che se osserviamo un anomalia strana, inquietante che mette in discussione anche il più fastoso contesto, dobbiamo scappare.

Via lontano.

O brandire la spada e iniziare a difenderci.

Altrimenti l’epilogo poterebbe essere davvero tragico.

“Dante” di Luca Giuliano, Eretica Editore. A cura di Alessandra Micheli

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E’ molto difficile per me scrivere di un libro illustrato.

Eppure Dante, di Luca Giuliano, mi ha intrigato da subito.

O forse perché mi consentiva di mettermi alla prova in un modo inconsueto.

Vedete, il libro da leggere evoca in me suggestioni particolari.

Sono le parole e il modo con cui sono legate tra loro, con le regole, con il collante di anima dell’autore a parlarmi.

E’ il verbo, il complemento che assieme iniziano una danza fatta di significati e aspetto, di sintassi e grammatica ma che al tempo stesso non si fermano sicuramente al dato prettamente formale.

Quindi è analizzando trama, semantica, motivazioni profonde e persino il contesto (genere) scelto dall’autore che mi permette id scrivere recensioni.

Ma cosa accade quando alla parola si accosta la figura, l’immagine e il disegno?

La situazione si capovolge.

La parola non è altro che il banditore che presenta con voce soffusa il piatto principale, l’immagine, fatta di simboli linee e colori.

E allora la mente si distrae e si divide in due: da una parte quella conscia che sofferma sulla parola scritta, l’altra la creativa che viaggia verso luoghi sconosciuti, dove l’immagina are la porta su una dimensione totalmente nuova, almeno per me, che ha il profumo del sogno e del simbolo.

Dante quindi non diventa solo narrazione.

Diventa anche dipinto, fotografia di un significato, congelamento di una semiotica che esula, spesso dalla forma scritta.

Cosa sarà mai questa semiotica?

E’ lo studio di come certi segni acquisiscano durante lo scorrere del tempo, tramite educazione e convenzione significati precisi.

E’ quello studio che si concentra sul legame che intercorre tra due elementi, nel caso di dante ci sono il narrato e il figurato.

Il visivo ci sussurra altro.

La visione reale di Dante precostituita e sbocciata dalla peculiare percezione dell’autore, si scontra con cosa noi otteniamo dallo scritto.

Dante diviene cosi eroe e vittima ma al tempo stesso è visualizzato come un incrocio tra un disperato e un ribelle.

La figurazione del personaggio appare cosi ai nostri occhi dicotomica e anche disarmonica: piena di contraddizioni tra cosa noi leggiamo e cosa l’autore ci mostra.

Un uomo che tenta la fuga dal reale ma che al contempo la sua fotografia è irreale.

E’ un essere dai capelli arancioni e la pelle blu.

E’ quindi già fuori realtà e il viaggio che apparentemente Luca ci mostra, quella con la voglia di evasione è in fondo solo un accettare una diversità acclamata.

Dante non è come noi e al tempo stesso Dante è quella parte di noi che dalla terra si stacca e partecipa della nascita di stelle e costellazioni.

Cosi come il senso del testo,  che sembra evadere direttamente dalla canzoni dei Pink Floid ossia la dipendenza da qualcosa, nello scorrere di immagini diviene altro.. un oggetto apparentemente innocente che, però diviene il mezzo per tornare ad appartenere a quell’irrealtà di cui Dante è fatto.

Ecco che il libro è quasi stridente e al tempo stesso affascinante.

E il contrasto tra scrittura e immagine viene risolta della nostra mente divenendo semplicemente uno dei mezzi con cui immergersi nel nostro assurdo mondo interiore.

Un mondo che come ogni pannello dipinto ad arte, che esula le perfette leggi della concordanza e della prospettiva è in costante mutamento.

Dante torna a appartenere alla fantasia, la stessa da cui è nato.

Dante riavvolge il cordone ombelicale dell’immaginario e lo stringe forte forte a se.

Un testo strano, ma profondamente affascinante anche per gli anziani come me, che restano eccessivamente ancorati alla parola.

Il blog è lieto di presentare “E alla fine c’è la scrittura” di Davide Rossi. Da non perdere!!!

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Un manuale di scrittura creativa, fruibile gratuitamente, scaricabile online, adatto a tutti, curiosi o appassionati, che permetterà al lettore di approfondire le tecniche di scrittura e comprendere come nasce un romanzo.

La preghiamo di darne notizia ai Suoi lettori.

Un viaggio attraverso le parole, le storie, la grammatica, la punteggiatura, gli stili ma sopratutto la passione che divora migliaia di lettori: l’amore verso la scrittura.
Un manuale di scrittura creativa che guida passo dopo passo nella realizzazione di un romanzo, una poesia o un semplice ammasso di frasi, con un unico intento: crescere artisticamente e innamorarsi del proprio scritto.

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“Bella in rosa” di Daniela Perelli, Little Dress Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Ho letto il libro di Daniela.

E in un attimo mi sono voltata, mentre la strada brulica apparentemente di gente.

L’ho riletto, per trovare dentro di me un calore, capace di sciogliere questo iceberg che è diventato il cuore e la coscienza, troppo abituata a chinare gli occhi per terra e rifugiarsi nei suoi pensieri.

Perché, direte voi, questo libro può essere quel calore che cerco?

Ve lo spiego.

Non faccio altro che vedere aspetti radiosi, giovanili, volti privi di rughe e forse anche di emozioni.

Algidi, freddi quasi di plastica.

Tanto da ricordare quasi con orrore la profezia/canzone di Carmen Consoli un amore di plastica.

Tutti sentimenti spendibili in ogni occasione portati avanti da linee di viso perfettamente levigate, quasi anonime con la loro bella dicitura made in Taiwan.

Sorrisi finti e passi pensati, studiati, che irrompono sulla scena porgendoti il loro biglietto da visita: una Disneyland dove è bandita ogni profondità, ogni vera lacrima, di quelle che si feriscono il cuore lasciandolo pieno di cicatrici ma cosi fashion da spendere nei talent nei reality, negli show dove tutto è mostrato, appunto show, ma poco vissuto.

E cosi vedo perfezione che danza serafica davanti a me, in cerca costante di una sensazione che mi demolisca il cuore per ricostruirlo, magari sempre meno patinato, ma sempre più pulsante.

È come se il dolore, la sofferenza ci facesse tanta paura da congelarci, in attesa di un click che immortali questa nostra eterea figura, sempre più evanescente sempre meno reale.

Sempre più sociale e sempre meno viva.

Carne che è rifiutata perché i suoi effluvi sono quasi primordiali e ci parla di tempi in cui con il fango ci si giocava, ci si sporcava e si rideva anche una volta cadutici dentro.

Era la purezza di noi fanciulli pieni di croste sulle ginocchia, decisi a correre e mordere la vita anche quando rischiava di prenderti a pugni.

Qua è tutto ibernato.

E noi non esistiamo.

Esistono cloni bellissimi, sempre se davvero capiamo cosa sia la bellezza. La bellezza è una madre che piange con quei rigagnoli a riempire le rughe.

Bellezza è una casa piena di disordine cosi viva e cosi ricca di grida.

La bellezza è nelle morbide forme, cosi generose come è generosa e feconda la vita.

Bellezza è il godere quasi sensuale di ogni piacere.

Che sia il sole sulla pelle, un bicchiere di vino rosso, corposo, meno chic, capace di macchiarla quella camicia di marca.

Bellezza sono i baci che rendono le labbra gonfie e ridenti, cosi screpolate e cosi dure cosi come dura ma meravigliosa è la vita.

Bellezza è un corpo che danza e richiama, in quel movimento il mistero sacro della creazione, il ventre gravido della mia amica che porta con orgoglio i suoi anni e il miracolo nato da un abbraccio.

Bellezza è mia madre che da lassù sorride con quel volto solcato,  e la sofferenza che l’abbandona per tornare a essere parte del tutto.

Bellezza sono occhi pieni di lacrime e nostalgia verso il cielo troppo lontano per raggiungerlo.

Belle siete voi ragazze mie.

Con le vostre imperfezioni che non sono altro che i canti con cui la vita vi accoglie, con quel vostro corpo frutto di un miracolo, non solo un contenitore da mostrare all’esterno, ma da curare perché è il mezzo con cui la vostra anima potrà creare, urlare, soffrire e e amare.

Belle cosi come siete, contro gli standard di chi vuole rami secchi da spezzare con una mano invece di tronchi forti che sfidano stagioni secoli e inverni gelidi.

Belle con il sorriso che è l’unico vero vesti da indossare, ogni volta, ogni occasione. Belle in rosa, in celeste, in fucsia, in amaranto.

Belle perché siete voi raggi di sole a illuminare questo mondo perduto, nascosto dall’apparenza che è solo la paura di essere, in fondo dannatamente umane.

E così un libro, un piccolo libro mostra qualcosa di diverso, finalmente a chi cerca un po’ di autenticità in un mare di falsi miti e di false promesse, di falsi volti di false speranze.

Trova una donna femminile nella sua fragile forza, cosi ricca di contraddizioni ma così capace di rendere formidabile solo l’averla incontrata, l’averla sfiorata, aver avuto il piacere di ascoltare le sue parole e di vederla danzare come una Venere uscita da acque spumose.

Quella donna siete voi ragazze.

È dentro che prema e prega di uscire e andare per la strada, fiera orgogliosa di essere semplicemente se stessa.

Grazie Daniela per questo grande, immenso libro, cosi fondamentale per noi, che oggi dobbiamo davvero farci un gran culo per vivere. Per non essere fagocitate dall’orrore di un apparenza che inganna e stritola ogni velleità ribelli.

Siamo donne e perciò miracoli.

Siamo donne e ribelli per nascita, noi le nostre madri e nonne, le bisnonne.

Una catena che se unita davvero non si spezzerà mai di fronte a una mano gelosa e crudele che vuole sbriciolare ogni femminilità. Rendendola sterile come sono sterili oggi questi tempi.

 

Voglio per prima cosa dirti che sei bellissima e hai un

sorriso luminoso e che infonde gentilezza.

 Devi focalizzarti

molto su questo tuo aspetto solare e vedrai che chiunque intorno a te lo percepirà, ci vuole solo tempo

Cover reveal. Il blog presenta “Noi non siamo sabbia! di Tiziana Lia. Da non perdere!!

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«Solo fronteggiando il tuo rivale imparerai ad arginare i danni arrecati dai suoi colpi fino a discernere come schivarli del tutto e restarne indenne.»

Trama:

Strappato alla propria città, Marco non desidera affatto vivere a San Polo, un luogo che gli ha già tolto molto. Nonostante la rabbia per la propria storia e la ribellione che gli alberga nell’animo, tenta di ambientarsi. Leo e Filippo, gli amici di un tempo, sono sempre lì ad attenderlo. Eppure il desiderio di scappare diventa ogni giorno più grande, complice il rapporto conflittuale che ha con suo padre.

A vent’anni tutto appare semplice e quando la fuga diventa un tarlo, anche la sua relazione con la provocante Melania perde valore, né servono gli ammonimenti di Chiara, l’unica che fa vibrare le corde più nascoste del suo animo. Un amico cui fare giustizia, conflitti interiori e un passato che bussa di nuovo alla porta con le stesse ammalianti promesse: nel caos quotidiano sta a lui decidere o forse al suo cuore che palpita per quell’amore nascosto, prezioso, dolce e prepotente che lo stordisce. Ma le scelte a volte hanno conseguenze che bisogna pagare e Marco, determinato a prendere in mano il proprio futuro, lancerà il suo grido di guerriero per dimostrare a tutti quanto vale. La riconquista di un cuore tradito, però, non è sempre facile…

SCHEDA LIBRO

Titolo: Noi non siamo sabbia

Autore: Tiziana Lia

Genere: Narrativa young adult

Tipo di romanzo: autoconclusivo

Editore: self publishing

Data pubblicazione: marzo 2020

Formati disponibili: ebook e cartaceo

Prezzo: € 2,99/€ 15

Pagine: 400 (cartaceo)

“Se mi ami sopravvalutami” di Viviana Viviani, Controluna editore. A cura di Alessandra Micheli

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Non sono molto brava con le poesie.

Nel senso che inserire una visione totalmente oggettiva, intessuta di dotte disquisizioni sulla metrica e sull’uso di figure retoriche, non mi appartiene.

Non in quel fluido fiume di versi che mi attraversa senza però riuscire a essere vivisezionato dalla mia estrema e noiosa, mente logica.

Se nella prosa riesco a vivere di ragione e di razionalità scavando e scavando fino a riportare alla luce il significato, la poesia mi apre una percezione totalmente e oserei dire, spirituale.

Grazie alla cantilenante sequela di immagini, io non esisto più.

Sono ritmo musica e verso, sono parola che gronda di volta in volta sensazioni diverse.

Sono realtà e illusione.

Sono tutto e il contrario di tutto.

La poesia, in fondo non è che un incantesimo, capace di stuzzicare una percezione che si apre su dimensioni non consuete.

E ti fa librare come l’albatros, nel cielo.

Non è un caso il nome del blog, che evoca le suggestioni di un poeta fuori dal mondo che però nel mondo trovare stimolo per comporre.

Nonostante sia definito un visionario Baudelaire era profondamente carnale.

Non per nulla molte delle sue poesie sono state censurate perché troppo vivide le immagini evocate, troppo pregne di una sessualità per nulla eterea ma profondamente corporea, come a smentire il dogma imperante della produzione poetica, che vorrebbe la lirica un terreno di immacolato candore, totalmente slegato al gretto e banale vivere terreno.

Ecco che la poesia divine agiografica riproduzione di mondi irreali, di qualcosa di sfuggente e totalmente evanescente da non poter essere stretto in una mano.

Eppure, nonostante un mio lato mistico, considero la spiritualità una questione, come direbbe de Mello, profondamente concreta: spirituale è che vive nel mondo e dal mondo se ne distacca perché non ne viene usato.

Chi gode di ogni gioia ma al tempo stesso sa che è transitoria, che è vanesia e serve solo alla nostra sostanza formata il suo motivo di evoluzione.

Sostanza formata, sostanza che può essere edotta appunto dal contenitore e al tempo stesso il contenitore deve essere riempito dalla sostanza per poter pesare sulla bilancia della vita.

E cosi il fango, le cose di ogni giorno, quotidiane erroneamente chiamate banali, hanno la loro elegante bellezza, affatto volgare ma dotata, appunto di una poeticità non meno nobile dei voli pindarici di una fantasia caotica.

Il verso concreato a cui la nostra Viviana da origine è una poesia che è al tempo stesso leggera e profonda, che vive e si nutre di fatti che i finti intellettuali considerano banali, come se l’amore stesso il provare trasporto per l’altro da se, sia fatto banale.

Oggi l’amore è un qualcosa di profondamente necessario capace di ancorarci a una terra che ci costringe a dividere l’indivisibile: forma da una parte, cliché dell’apparenza e sostanza riservata ai possessori della gold card.

Viviana si ribella a tutto ciò ma non lo fa con la rabbia frustrata dell’intellettuale tradito, ma con la leggiadria della donna che, per sua intima essenza riesca a trovare il centro in ogni azione, in ogni emozione persino nella banalità di un amore in chat.

Oggi è il virtuale che regna sovrano.

Ci raccoglie davanti a un monitor con la sete della vicinanza, ci nutre di abbracci sognati e di amori immaginati ed è dai più irrisa e derisa.

Eppure l’amore è sempre stato essenzialmente prima accadimento mentale e poi fuoco che divampa.

Ricordo i sogni di Gaspara Stampa su carta, le passioni immaginata delle Bronte, le poesie che profumavano di resina di tanti, troppi poeti, cosi intenti a cantar l’amore staccato, per necessità o orrore dal mero contatto fisico.

Le poesie di un Leopardi non sono meno sensuali o sofferte del nostro Neruda, sono due sistemi di incontro diversi uno limitato dalla distanza che rende appunto l’oggetto più desiderato perché non consumato:

Solo le rose non colte sopravvivono. Verrò io da te un giorno quando sarò certa di non trovarti e se per un caso assurdo ci sarai il destino urlerà la sua resa.

L’altro profondamente immerso in un delirio estatico di sensi:

Non ho sovrapposto le impronte digitali per vedere se si assomigliano e nemmeno disegnato ghirigori tra le nocche delle tue mani.

Non ho contato una ad una le tue ciglia nel sonno o soffiato parole audaci nel labirinto delle tue orecchie.

Non ho ancora cercato l’orsa maggiore tra le costellazioni dei tuoi nei né dato un nome a quelle senza nome sulla volta della tua schiena.

Non conosco le risse dietro le tue cicatrici

E cosi Viviana con la sensibilità di una divinità che conosce dolore, amore e persino la morte di quei sentimenti, tratteggia un percorso umano che si dipana tra nuove difficoltà portate avanti da un distanza reale che si tenta di annullare con la passione.

Mi hai mandato una rosa fatta di punteggiatura. I petali sono parentesi e virgole le spine, io ti mando una foto in cui filtro la bellezza e il volto tu, per dirmi che sono bella, rubi la poesia di un altro. Io fingo di non accorgermene e butto ogni giorno il tuo nome nel labirinto di google.

E anche in quel virtuale che oggi gli intellettuali scappano aborriti, se si ha la volontà di osservare, si notano scampoli di dolcezza, quel non voler più venerare signora solitudine, quel basarsi più sull’interiorità stuzzicata dalla parola che apre porte sconosciute di un io che ancora oggi ha bisogno del verbo per essere creato.

Abbiamo dato troppo per scontato il toccarci, quasi sempre a livello fisico e mai mentale.

Oggi il ridicolo amor scritto, sulla lastra fredda ma luminosa di un PC ha la stessa forza sognante delle mille utopia giovanili nate sotto il ruggente sole della parola.

E per quanto noi consideriamo la poesia aliena da questi scadenti fatti umani, è in quel bisogno di sentirsi vicini ma non solo con il corpo, che possiamo ritrovare noi stessi e il senso del nostro cercare l’altro.

Non solo mani che si sfiorano ma desideri, immagini più o meno illusorie, ideali e bellezza possono manifestarsi in quelle frasi che racchiudono davvero tutto il nostro ardore.

Viviana non ridicolizza il mondo di oggi, ne per fortuna, lo accusa.

Semplicemente comprende che dietro la maschera di effimero esiste la ribellione contro la solitudine, la voglia di essere compresi, persino sopravvalutati e tentativi di sopravvivere a un vuoto che, da un po’ di anni, ci minaccia.

E cosi gioca con la rima, con una dolce ironia racconta il dramma dell’adulto, con tocchi lievi e mai frustrati strappandoci un sorriso e un sospiro di nostalgia:

Solo ieri rovesciavo formicai lanciavo sassi nel sole facevo correre cavalli in verticale cucinavo torte invisibili a Ken mi nascondevo dietro porte trasparenti dalle maniglie d’oro e di diamanti. Volavo in alto tra le loro mani e cavalcavo sulle loro schiene mentre si confrontavano assegni anelli cilindrate e io non capivo. Oggi ho una casa e un’automobile quando si rompono le faccio aggiustare e mi sveglio tutti i giorni sempre uguale: addebiti accrediti cose da sbrigare muovo i miei cavalli tre più due e compro surgelati tre per due. Non so come sia potuto accadere addormentandomi con il mio cane accanto. Un giorno mi svegliai e lui era di stoffa e io, io ero come loro.

Ma il tocco eccelso lo raggiunge con la poesia che da il titolo alla silloge: se mi ami sopravvalutami:

Se mi ami sopravvalutami non cadere nell’inganno di amarmi per quello che sono sono stanca di faticare di dovermi sempre impegnare tu indossami senza provarmi comprami senza garanzia se mi ami sopravvalutami sii bello e condannato un premio estratto a sorte un dono immeritato.

L’amore è una giostra che gira veloce, dove l’oggetto dei desideri diviene un po’ la cima da raggiungere, quella da cui si sa e si crede fortemente, è possibile osservare l’universo, il cielo, dove le stelle spiccano in tutto il loro splendore.

L’amore non può essere la banalizzazione dell’essere umano, trasformato nell’uomo qualunque.

Io amo quando riesco a considerare l’altro fonte di incessante meraviglia, un essere magico fatto di mille sottilissimi fili, pronto a stupirmi, un dono, appunti immeritato.

E’ la giusta doverosa esaltazione a un qualcosa di cosi magico che, come ripeto spesso, è considerato più importante degli angeli e coronato di rose e spine.

Se mi ami, dunque sopravvalutami.

Dammi quello status di regal divinità da cui pendere in adorazione, con riverito rispetto, come un miracolo accaduto quasi senza accorgersene nella tua vita.

Ecco che la poetica di Viviana diviene balsamo su ferite che noi stessi ci siamo auto inflitti, quando deridiamo i sogni, le illusioni, gli amori platonici, quando il verbo per noi non ha la stessa importanza di un bacio.

Quando l’altro diviene scontato e amato per la sua banalità.

Quando nascondiamo lo straordinario nella vita di ogni giorno, persino negli atti meno nobili.

Ogni volta che consideriamo la vita cosi insulsa da dover ricercare, con affanno l’acme di ogni emozione, la poesia della Viviani ci restituisce, oggi, un istante, un qui e ora degno di essere vissuto appieno.

 

Il romanzo di Tutankhamon “La città dei morti” e “Il sigillo di Anubis”. di Isabel Giustiniani. A cura di Alessandra Micheli

La mia professoressa di storia dell’università, sosteneva sempre che è nella cosiddetta piccola storia che si può individuare l’unico, vero elemento che rende questa disciplina indispensabile: lo spirito del tempo.

I secoli che passano, tra eventi più o meno sanguinari, i cambiamenti sociali e politici, le alleanze, e le conquiste, non sono altro che indicatori dell’ autentica motivazione alla base di questo strano percorso a spirale: l’evoluzione.

E per evoluzione si intende un qualcosa di non meramente scientifico, quando intimo e morale.

Sono le macine del grande mulino che, dando spazio a un era o l’altra, possono donarci complessivamente una visione di insieme laddove è il fulcro dell’essere umano a cambiare, è la sua mentalità, la prospettiva, i valori e persino la sua anima.

Ecco, la meraviglia dello spirito del tempo che, timido, si nasconde dietro accadimenti puramente e fintamente logici che vanno vivisezionati per tirar fuori le cosiddette radici illogiche di ogni azione e di ogni evento.

E cosi noi studiamo la storia per comprendere chi siamo e forse il mondo verso cui sogniamo di dirigerci, quasi mai simile a quello delle nostre utopie.

I grande fatti, come le battaglie, come gli intrighi politici sono, dunque, specchietti per le allodole.

E’ nella vita di tutti i giorni, in come essa dagli stessi viene trasformata, a celare il vero autentico sentimento storico.

Non è nella battaglia di Lepanto, ad esempio, il vero interesse nello storico, ma a tutto ciò che ruota attorno e che ci fa comprendere come, anche le realtà più brutali fanno nascere ibridi interessanti, fanno avvicinare le culture e creano la nostra sfaccettata identità.

E cosi una semplice guerra navale si arricchisce di quelle piccole storie che la rendono unica, che ne isolano il vero significato, che stravolgono le vite degli umili più che dei potenti, che cambiano drasticamente gli occhiali con cui guardare il mondo.

Non è tanto nella battaglia di Annibale il tratto particolare, quanto nell’impatto che esso ebbe sulla popolazione a rendere leggendarie le sue gesta.

Furono forse, i suoi 37 elefanti a diventare storia più della sua meravigliosa tattica e strategia.

E cosi bisogna, se si vuole immergersi nel passato, trovare spiegazione non tanto nel clamoroso quanto nel piccolo, nel consueto per comprendere come cambia il quotidiano di fronte alle grandi storie che irrompono quasi mai a passo leggiadro, nella nostra esistenza.

La Giustiniani lo ha compreso bene, tanto che il suo racconto del meraviglioso Egitto, specie dei periodi più traumatici, si interseca con vicissitudini apparentemente banali ma che contengono tutta la rivoluzionaria specificità di quegli anni confusi.

Di che età stiamo parlando?

Non so quanti di voi masticano le storia del sacro Egitto, ma per noi appassionati il momento più tragico e al tempo stesso più interessante, fu il periodo che va dall’ascesa del faraone eretico alla sua morte, fino a toccare il breve regno del suo sfortunato erede.

E’ in quell’attimo che si compie il vero cambiamento dell’Egitto che si troverà a dover cambiare la sua radicata identità culturale.

Amenofi IV, conosciuto più comunemente Akhenaton, fu un sovrano molto particolare, oserei dire eccessivamente particolare.

Egli, infatti operò una riforma religiosa che non toccava solo il culto formale ma sopratutto sostanziale ossia introdusse un culto solare al posto di quello “stellare” dell’antichità.

Secondo molti studiosi e io sono concorde, non si trattò di una vera rivoluzione monoteistica, come è passato nell’immaginario popolare. Non introdusse una religione rivelata che potesse dare origine e radici al cristianesimo.

Più che altro si potrebbe individuare un substrato semitico dell’innovazione tanto che, meraviglioso Freud, fu convinto di una strana e inquietante somiglianza tra Mosè e il re eretico.

Fu, quindi una solarizzazione delle divinità, riunite nella forma di Amon Ra.

Il risultato fu una sorta di religione universalistica che però è molto lontana dal vero monotesimo, tanto che Max Muller verso la fine del XIX secolo parlò di enoteismo.

Con tale termine si indica una religione che si contrappone fortemente all’animismo, ossia all’esistenza di una moltitudine di divinità ognuna con una sua identità ben definita, per passare a una divinità principiale, unica, da cui si irradiavano divinità secondarie.

Parti dello stesso tutto.

Diciamo che forse, Akhenaton fu un proto-cibernetico.

Ma bando alle ciance filosofiche…quello che va sottolineato, dunque, è la conseguenza sociale e politica di tale “innovazione”: il riunire le varie personificazioni della natura sotto un unico elemento, significava limitare sensibilmente il potere sacerdotale.

Se la divinità era secondaria e emanazione dell’unico, anche il potere della casta andava a diminuire.

Fu quindi più che manovra religiosa profondamente politica, evitando la delega del sacro a un clero specializzato.

Aton, permise la percezione immediata dal divino in netta opposizione alla divinità quasi nascoste del pantheon stellare.

Ciò significava la perdita costante di influenza di Osiride e di tutte le pratiche funerarie egizie: grazie a Aton tutti potevano sperare nel paradiso del Duat.

Se per molti storici l’influenza sul popolo fu minima, quella sul clero e sull’èlite fu sicuramente di grande importanza.

L’assolutismo teocratico ne usci rafforzato, raggiungendo quasi lo stesso potere del diritto medievale del re.

Mentre il popolo continuava in fondo a venerare le divinità tradizionali, capaci di rassicurare un identità messa in crisi non solo da questa riforma ma dalle pressioni ai suoi confini da parte di ittiti e Mitanni, le alte cariche dello stato iniziarono una sorta di muta ribellione.

Dopo la sua morte e l’avvento la regno del re bambino Tutankhamon, la situazione mostrò tutta la sua crisi interna:la messa in disparte di istanze locali in favore dell’amministrazione centralizzata, provocò un sistema di corruzione, intrighi contro cui, più tardi dovette combattere il faraone Horemheb.

Ecco che la Giustiniani usa, come scenario per le avventure/disavventure di Nimaat proprio questo contesto di transizione.

Ricco di complotti, di insicurezza, di tradimenti e di valori messi in discussione, i protagonisti si muovono sul filo del rasoio alla ricerca di un identità del se, messa in discussione proprio dai cambiamenti.

Il culto di Aton messo poi da parte dal Tutankhamon che ristabilì, forse costretto, l’antico culto pone i nostri protagonisti in una sorta di limbo in cui tutto è confuso e nulla è certo.

Lo stesso rapporto tra padre e figlia Thutmosi e Nimaat sembra richiamare questo conflitto tra il faraone, padre di tutto l’Egitto e i suoi sudditi, che non si riconoscono più nelle leggi e nelle sue parole, non si riconoscono più in una terra che ha visto troppi ripensamenti, che è sta preda di troppe rivisitazioni, e di poche certezze.

Che non riesce più a essere immagine del cielo e della Maat cosmica e troppo immagine del principio caotico di Seth.

E cosi nel primo libro, la città dei morti o la città Set-Maat, la nostra eroina, tenta di trovare se stessa attraverso la manualità creativa, trovandosi, però il blocco di convenzioni sociali che la osteggiano e al tempo stesso la stimolano, fino a costringerla a infrangerle.

Nimaat è l’immagine di un Egitto che non si arrende e che tenta d salvare se stesso coniugando il passato con il presente, un presente meno coinvolgente meno certo e meno avvolgente.

L’Egitto di questi libri appare cosi fragile, in costante pericolo non più unito sotto lo sguardo benevolo degli Dei.

Essi si sono ritirati, essi hanno sciolto l’Enneade, e lasciato i propri figli abbandonati, nel caos.

Nel sigillo di Anubis è il dio dei morti a dominare.

Con il suo sguardo di fuoco osserva il mondo conosciuto sfaldarsi lentamente, sotto giochi di potere che compromettono il legame originario tra la terra e il sovrano, tra il sovrano e il popolo sempre più in balia di scelta più impronta alla ragion di stato che al raggiungimento della vera unica finalità del patto di governo degli antichi: la concordanza di cielo e terra.

Ecco che si assiste non solo al crepuscolo di una dinastia, ma di un intero paese. L’Egitto di Nimaat non sarà più quello raccontato nelle leggende, lontano dal Zep Tepi, lontano da ogni sogno e da ogni utopia.

Il suo ultimo regalo al mondo sarà appunto la città dei morti, dove un giovane Carter scoprirà tesori inestimabili ma anche la maledizione che accompagnerà il giovane sfortunato sovrano per tutta la vita: essere stato incapace di divenire il collante tea passato e futuro, figli odi tempi fragili, figlio di una decadenza che, forse è inscritta nel DNA delle grandi civiltà.

L’Egitto, da allora non sarà mai più lo stesso.

Diretto verso il declino, si lascerà alle spalle un passato glorioso quasi sommerso dalla sabbia del tempo.

Tra amori e lacrime, tra avventure e meravigliosi intrighi, l’Egitto dei miei sogni mi parla attraverso il contesto tornato a vivere grazie alla penna talentuosa di Isabel:

Arriverà il momento in cui si vedrà che gli Egiziani hanno onorato gli Dei con sincera pietà e assiduo servizio; e si vedrà che tutta la nostra santa adorazione sarà stata inutile e inefficace

Perché gli Dei torneranno in cielo dalla Terra.

L’Egitto sarà abbandonato e la Terra che una volta fu la casa della religione rimarrà vuota, sprovvista della presenza dei suoi Dei.

Questa terra e regione sarà piena di stranieri; e gli uomini non si occuperanno più del servizio per gli Dei,ma anche…; e l’Egitto sarà occupato da Sciiti o Indiani e da qualche razza dei paesi barbari della zona. Quel giorno la nostra terra più sacra, terra di santuari e templi si riempirà di funerali e cadaveri

. e questa terra che una volta fu santa, una terra che amava gli Dei e nella quale , come ricompensa della sua devozione, gli Dei si degnarono di risiedere sulla Terra, una terra che fu la maestra dell’umanità per santità e pietà, questa terra andrà aldilà di ogni fatto crudele….

Oh Egitto, Egitto, della tua religione non rimarrà che racconto vuoto, a cui i tuoi stessi in futuro non crederanno; non rimarranno altro che delle parole scolpite e solo le pietre parleranno della tua pietà.

E in quei giorni gli uomini saranno stanchi della vita, e smetteranno di pensare all’universo come degno di rispetto e ammirazione.

E così la religione, la più grande di tutte le benedizioni, perché non c’è niente e non c’è stato nè ci sarà cosa che possa considerarsi una benedizione più grande, sarà minacciata dalla distruzione; gli uomini la considereranno un peso e arriveranno a disprezzarla.

Non ameranno più questo mondo che ci circonda, questa opera incomparabile di Dio, questa struttura gloriosa che egli ha costruito, quella somma di beni composti da molte forme diverse, questo strumento con il quale la volontà di Dio opera su quello che lui ha fatto, favorendo diligentemente il benessere dell’uomo, questa combinazione e accumulo di tutte le molteplici cose che possono provocare la venerazione, l’adorazione e l’amore di chi è osservante.

Si preferirà l’oscurità alla luce e la morte sarà considerata più redditizia della vita;nessuno alzerà gli occhi al cielo; i pietosi saranno considerati pazzi e gli empi saggi; il pazzo sarà considerato un uomo di valore e i malvagi buoni.

In quanto all’anima, e la credenza che è immortale per natura o può sperare di raggiungere l’immortalità, come ti ho insegnato, si burleranno di tutto ciò e si convinceranno che è falso.

Nessuna parola di reverenza o pietà, nessuna dichiarazione degna del cielo e degli Dei del cielo, sarà ascoltata o creduta.

E così gli Dei si allontaneranno dall’umanità, una cosa grave! E rimarranno solo angeli malvagi che si mescoleranno con gli uomini e condurranno i poveri disgraziati con la forza verso ogni genere di crimini insensati, guerre ruberie e frodi e tutte quelle cose ostili alla natura dell’anima….

Così la vecchiaia scenderà sul mondo. La religione già non esisterà più e tutte le cose saranno disordinate storte, tutto ciò che è buono scomparirà.

Asclepio III

 

La rubrica politica società e costume presenta “Una cattedrale per l’eternità”. A cura di Alfredo Betocchi

Notre Dame

NOTRE DAME de Paris, è la chiesa più famosa al mondo dopo San Pietro a Roma.

La cattedrale di Parigi ha attraversato nove secoli nei quali è stata più volte sull’orlo della catastrofe.

Incendiata varie volte, minacciata di distruzione nelle rivolte parigine del XIX secolo, è arrivata a superare l’anno duemila per poi rischiare di sparire incenerita dalle fiamme il 15 aprile del 2019.

Notradame in fumo

Dopo l’eroico intervento dei vigili del fuoco di Parigi, il presidente Macron ha promesso che verrà ricostruita in cinque anni. Ce lo auguriamo tutti.

La sua costruzione fu decisa nel 1160 dal vescovo Maurice de Sully d’accordo col re dei Franchi Luigi VII ed è stata più volte rimaneggiata e abbellita.

Ogni angolo delle sue mura trasudano storia e grandezza: lì sono stati incoronati re, sono stati celebrati trionfi militari, sepolti uomini importanti e potenti sovrani.

La sua bellissima facciata di tre portali gotici ha visto innanzi a sé folle inferocite, guerre, patiboli e roghi di eretici.

Le sue statue hanno un che di paganeggiante e nella stagione delle rivoluzioni di fine ‘700 la massoneria e i cabalisti ebrei sostennero la tesi di simbologie arcane.

Le sculture dei 24 re d’Israele che fregiavano gli interni furono distrutti in Place della Concorde dai repubblicani fanatici che li avevano scambiati per i re Merovingi.

Nel 1870 la Comune, una dittatura insurrezionale fanatica e velleitaria, minacciò la distruzione della cattedrale. Fortunatamente, malgrado gli eccessi, la ragione e la repressione dei monarchici sventò questo pericolo mortale.

Ma vediamola più da vicino per coloro che ancora non l’hanno ammirata in tutto il suo splendore:

  1. LA GUGLIA: prima dell’incendio del 2019 era alta più di 90 metri, ma non era quella originale. Fu infatti ricostruita nell’800 al posto di quella medioevale distrutta nel corso del 1700.

  2. I CONTRAFFORTI: sono enormi pilastri di pietra sui quali poggiano gli archi rampanti.

  3. LE VETRATE: Per metà sono ancora quelle del XIII secolo. Il magnifico Rosone Nord è composto da 432 vetrate e misura quasi 13 metri di diametro.

  4. IL CORO: è la parte finale della Cattedrale orientato dove sorge il sole che due volte l’anno, il 1° maggio e il 15 agosto, tramonta proprio lungo l’asse del coro. E’ uno spettacolo meraviglioso da non perdere.

  5. IL TRANSETTO: è la parte che separava i religiosi (coro) dai fedeli (navata). Costruito nel XII secolo, fu ampliato circa cento anno dopo.

  6. LA FORESTA: è il nome dato alla colossale armatura in quercia danneggiata dall’incendio dell’anno scorso. I tronchi erano incastrati tra loro senza chiodi.

  7. LA NAVATA: raggiunge un’altezza di 35 metri, seconda in Francia solo alla cattedrale di Reims. Il tetto è composto da 1326 placche di piombo e pesa ben 210 tonnellate.

  8. LE VOLTE: sono sostenute da immense crociere. Fasci di nervature in legno salgono ad altezze impensabili. Alzando gli occhi si ha un senso d’infinito.

  9. IL VESCOVADO: fu costruito dallo stesso vescovo che volle l’erezione della cattedrale. Andò a fuoco nel 1831 e venne ricostruito in stile finto gotico.

  10. LE STATUE: sopra il portale ce ne sono 28. Quelle originali, come ho già accennato, furono distrutte durante la Rivoluzione Francese. Sono sormontate dalla statua della Madonna che dà il nome alla cattedrale.

  11. LE TORRI: Sono poste soprai i due portali laterali. La torre sud, quella a destra della facciata, è alta ben 69 metri e ospita la più grande campana della cattedrale, pesante 13 tonnellate.

  12. LE PORTE: una antica leggenda narra che il fabbro che le fuse fu aiutato dal Diavolo in cambio ovviamente della sua anima. Il giorno della inaugurazione, nel 1163, il Diavolo si presentò in piazza per riscuotere il suo compenso ma le processioni religiose lo fecero fuggire e il fabbro potè così salvare l’anima.

  13. I GARGOIL: statue che raffigurano mostri. Il loro scopo è esorcizzare le forze del male per difendere la Cattedrale.

  14. LA STRADA: fu costruita per fare transitare i carri dei cantieri poi, una volta finito l’immenso edificio, fu smantellata. Attorno ad essa sorgevano numerose botteghe e chiese ora scomparse.

Pare che questo capolavoro debba realmente attraversare i secoli, nonostante le minacce, gli incendi e le devastazioni della Storia. Sono sicuro che fra quattro anni la rivedremo restaurata e più bella di prima!