1945 Anno zero sul lago, romanzo di Franco Rizzi: un pilota inglese di origini italiane ritorna sul luogo di un misfatto. (fonte http://oubliettemagazine.com/2018/02/15/1945-anno-zero-sul-lago-di-franco-rizzi-un-pilota-inglese-di-origini-italiane-ritorna-sul-luogo-del-misfatto/)

received_1634974599915033.jpeg

 

 

 

Durante la navigazione le onde, colorate dalla tinteggiatura mimetica a forti toni di verde e di marrone aggiunta da pochi mesi, si rincorrono lungo le fiancate del battello, ma nessuno pensa che in questo modo il battello sia diventato invisibile, semplicemente tutti sperano che mai nessuno si sognerebbe di attaccarlo.

 

Domenica, 5 novembre 1944, sul lago Iseo un battello fa la spola tra i vari paesini. Sono più o meno le dieci del mattino quando il battello lascia il pontile di Iseo.  A bordo si trovano adesso quarantaquattro persone tra passeggeri ed equipaggio. Sono tutti silenziosi perché, in quei giorni la spensieratezza non trova spazio, malgrado lo scorrere del panorama particolarmente piacevole in quella giornata di sole brillante che sembra ancora estate.

Tre cacciabombardieri inglesi sorvolano all’altezza di Brescia, il campo d’aviazione militare di Ghedi ormai deserto e abbandonato dopo l’ultima incursione, poi virano verso il lago d’Iseo. Keeler Martini è il capo squadriglia della spedizione e con la coda dell’occhio vede una bianca scia sull’acqua. Aggancia il bersaglio. Per tre volte gli aerei scendono in picchiata sul battello e sparano. I proiettili progettati per forare robuste corazze scaricano una potenza inaudita sulle povere lamiere del piccolo battello. Un massacro di quattro minuti ed i tre caccia rientrano all’aeroporto di Pescara per fare rapporto.

L’acqua si tinge di rosso. Il battello affonda a pochi metri dall’approdo di Montisola. Due uomini, un duro pescatore dell’isola cui si affianca un giovanissimo e inesperto sottotenente della X Mas, si muovono con difficoltà per organizzare il trasporto dei feriti in ospedale. Una donna corre in casa, strappa le lenzuola da un letto e si prova a usarle per tentare di tamponare il sangue dei feriti.

Fermì el sang Cristi” urla ai due, ma non si capisce se sia una bestemmia o una preghiera.

Diversi feriti moriranno prima di arrivarvi.

1945 Anno zero sul lago” è stato pubblicato nel 2012 dalla casa editrice La Riflessione e vedrà una seconda ristampa, tra qualche mese, per La Paume Editrice. L’autore, Franco Rizzi, ci trasporta negli anni della Seconda Guerra Mondiale attraverso personaggi legati fra loro dal lago Iseo.

 

received_1634974683248358.jpeg

 

 

Alcuni personaggi ed episodi sono stati presi dalla realtà di quei giorni un po’ burrascosi, altri sono stati aggiunti per dare corpo al racconto. […] L’inizio della stesura risale al 1988, quale deviazione, mentre scrivevo un’altra storia. […] Dedico questo romanzo ai miei nipoti con l’augurio che non abbiano mai a vivere tempi così bui. Ed anche a quella giovane donna che ha visto il padre spirare a pochi metri dall’ospedale, mentre un pescatore spingeva la barca allo spasimo.” ‒ Nota introduttiva

 

“1945 Anno zero sul lago” inizia il suo narrare in una domenica pomeriggio del 30 agosto 1945. Una casa a due piani pitturata di rosa che presenta a lettere cubitali blu il suo nome: Bredina sul lago. Si trova davanti a Montisola, l’alta montagna che emerge dal lago. I proprietari sono in giardino quando il capitano d’aviazione Keeler Martini, che indossa una divisa azzurra ben stirata, percorre un vialetto di ghiaia che porta al giardino sul lago dove incontra il capofamiglia Mario Consolo.

La guerra è terminata ad aprile ed il popolo italiano raccoglie faticosamente i cocci dei tragici eventi ancora troppi vicini per esser pienamente compresi e che forse ancora oggi non hanno una spiegazione univoca. Mario Consolo si dimostra amichevole nei confronti del suo inaspettato ospite sia perché non è mai stato fascista, sia perché piuttosto incuriosito dal motivo della visita.

 

Ma che strana coincidenza, anche il cognome di mia madre era Martini. Allora lei deve essere di origine italiana! Chissà magari alla lontana i suoi antenati erano parenti dei miei! Magari erano emigrati dall’Italia molti anni prima. Lei sa di quale parte fossero?

 

Una domanda alla quale il capitano Martini non seppe rispondere forse per la limitata conoscenza della lingua italiana o forse perché il capofamiglia parlò velocemente compitando una frase troppo lunga.

Seguono capitoli che alternano passato e presente nei quali Franco Rizzi ci presenta la giovinezza dei due protagonisti, due realtà di vita completamente diverse, una in quell’isola del nord così ricca di prospettive grazie alle sue Colonie sparse per il Mondo e l’altra in una penisola che rincorreva, ormai fuori tempo, il desiderio di appropriarsi di un’ultima colonia africana.

Un turbinio di ricordi che ci mostra due uomini ‒ e due popoli ‒ che non erano abbastanza informati sui fatti che avevano portato al terribile conflitto. Forse anche i due avevano partecipato passivamente agli eventi malgrado ognuno di loro fosse attivo nel suo operato.

Mario cercò addirittura di intraprendere una impossibile avventura militare per cercare di fare fortuna come geometra in Etiopia ma ben presto il suo sogno si rivelò un fallimento.

 Keeler prima della guerra aveva lavorato alla Manchester Machinery Works, più di due anni ma non era stato un periodo molto facile, era stato preso di mira da un malefico capo squadra, Dave il cane, e lo scontro era durato a lungo.

 

Dave fece un brutto sorriso… preparandosi a sferrare un pugno in faccia all’avversario, ma Keeler con decisione gli calò la riga sul volto: il colpo fece un rumore sordo e la riga d’acciaio causò un profondo taglio al volto…”

 

Poi da meccanico motorista iniziò casualmente la carriera militare da pilota per la “fortuita” penuria di piloti.

 

Al distretto militare avevano subito apprezzato il fatto che lui fosse esperto di motori e lo avevano arruolato in aeronautica, trasferendolo il giorno successivo in un piccolo aeroporto a sud di Londra. […] La merce che si consumava più rapidamente però erano i piloti. Quando un caccia non ritornava mancava anche un pilota. I nuovi piloti che arrivavano ai campi d’aviazione attorno a Londra erano sempre più giovani e sembravano arrivare con il contagocce.

 

Altri tre personaggi si intrecciano all’incontro nel giardino della Bredina sul lago espandendo il discorso sul quale verte il romanzo: chi è la vittima e chi è il carnefice.

Luigi Stabilini, il sottotenente diciannovenne dell’X Mas che, lasciato solo a custodire lo stabilimento ormai non più produttivo della Caproni di Montecolino, con una manciata di altri ragazzi inesperti, aspettava invano ordini dalla Repubblica di Salò.

Mario Bonardi, detto Spinù, l’anziano pescatore che si accascia sul pagliolo della barca dopo l’approdo in ospedale, spossato da quella veloce attraversata del lago che ha salvato la vita a sedici anime.

Giovanni Ferrari, un macchinista della Nazionale che con grande abilità guidava le vecchie locomotive a vapore e che divenne celebre per l’esser scampato all’avvistamento del temibile aereo “Pippo”.

Infine il ventisei di aprile la guerra in Italia era giunta al suo epilogo.

 

Così aveva assistito alla tosatura delle ragazze e delle donne che erano state legate affettivamente ai fascisti o ai tedeschi. Fortunatamente, dopo quella violenza, in fondo abbastanza piccola visti i tempi che correvano, tutte furono lasciate libere di allontanarsi, sconciate e con il volto arrossato di pianto. Altre donne più pietose, invece di brandire delle forbici, le aiutarono a nascondere quello sfregio avvolgendo il loro capo con i fazzoletti che avevano portato.

 

Le donne di “1945 Anno zero sul lago” fanno da corollario ad un mondo di uomini in tempo di guerra e di decisioni prese in modo frettoloso. Le pagine dedicate alle figure femminili sono perlopiù ricordi di fiamme amorose che si disperdono tra bombe ed omicidi. Piccoli attimi felici che proiettati nel presente espandono la desolazione della mente sino ai limiti della depressione.

Così Keeler Martini non è il tipico vincitore inglese che si aggira nel territorio italiano fiero ed arrogante ma, infestato dai fantasmi, si interroga contemporaneamente sul passato e presente mettendo in dubbio le azioni svolte da ogni fazione in gioco.

 

Il capitano Martini invece cercava solo di spostare la sua mente e la propria attenzione su cose che lo tenessero lontano dai cupi ricordi del passato, ma faticava poi a rimanere concentrato sui vari argomenti. […] Si chinò in avanti e depose di nuovo sul tavolo il bicchiere di limonata che aveva ripreso in mano. Nelle narici gli pareva di avere un orribile sentore di disinfettante.

Written by Alessia Mocci

Addetta Stampa

 

 

 

Info

Sito Franco Rizzi

http://www.francorizzi.it/

Facebook La Paume Editrice

https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

 

 

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/02/15/1945-anno-zero-sul-lago-di-franco-rizzi-un-pilota-inglese-di-origini-italiane-ritorna-sul-luogo-del-misfatto/

 

Annunci

“A girl for two” di Evelyn Storm, self publishing. A cura di Sabrina Giorgiani

girls for two

 

 

Un licenziamento ingiusto e inaspettato, e rapporti d’amore precari e inconcludenti, spingono Nicole Smith verso un periodo buio della sua giovane vita. Un periodo caratterizzato da insicurezza, ansia, paura di affrontare il futuro.

Come spesso accade, quando giungono momenti simili, la vita non ci dà tregua ponendo davanti a noi, dei percorsi ricchi di ostacoli.

Due incontri fortuiti le faranno conoscere Jake e Kayle  e altrettanto contemporaneamente i due giovani  si scopriranno innamorati di Nicole tanto che , la protagonista, si troverà a doversi destreggiare con due differenti sentimenti, in una strana alternanza, rendendo la sua situazione emotiva ancor più ingarbugliata.

Evely Storm si cimenta con un romanzo contemporaneo dove inserisce i classici canoni distintivi del romance:

-Personaggi ben caratterizzati.

-Buona descrizione degli intricati problemi che rendono confusa la situazione emotiva.

-Buona la trattazione degli eventi che aggiungono complicanze alla situazione.

-Chiara e ben delineata la risoluzione

Quindi, la struttura del romanzo è ineccepibile e possente, in grado di rendere la lettura scorrevole e piacevole.  Il testo, inoltre, rispecchia benissimo i nostri giorni, la modernità, riuscendo a collocare sapientemente personaggi, eventi, situazioni in questo contesto attuale, incastrandoli in un armonico mosaico. La scelta stilistica e linguistica è in grado di dare al libro un’impronta di leggerezza, prediligendo la lettura immediata e la facile interpretazione dei contenuti.

Arricchito con scene di sesso mai al limite del volgare, rischio che potrebbe correre, visto la scelta di descrivere una situazione le cui complicazioni avrebbero potuto sfociare un scene scabrose, che avrebbero trasformato l’eros in pornografia. Un ulteriore merito quindi va dato all’autrice.

Detto questo, come lettrice avrei preferito trovare, oltre il piacere della lettura, un insegnamento, un monito, un voler provocare una riflessione.

L’indecisione di Nicole è un effetto scatenato da una causa precisa che però, viene solo accennata.  E sono certa che l’autrice sia molto abile e in grado di poter focalizzare. Le doti letterarie possono essere messe al servizio di un maggiore approfondimento non solo degli effetti ma soprattutto delle cause, al fine di suscitare una riflessione personale al lettore.

Anche rendere meno immediata l’interazione personale dei protagonisti avrebbe dato maggior pathos alla vicenda, dando più spazio alla conoscenza reciproca e ai meravigliosi segreti dell’incontro amoroso. Questa lentezza, riesce a sottolineare ancor di più la passione e la complicità che si instaura tra gli amanti.

Viviamo in una società che purtroppo non dà più peso al significato delle parole, quindi, almeno nell’arte, forse sarebbe opportuno che uscisse questo messaggio, questa volontà di “ingabbiare” parole di sentimento profondo laddove di questo si possa davvero parlare.

Forse, se l’insegnamento, la riflessione arrivassero anche attraverso gli scritti e le parole delle autrici e degli autori, così amati e seguiti durante il loro percorso artistico, potrebbero aiutare i giovani a avvicinarsi con profondità maggiore ai sentimenti e soprattutto fare attenzione all’uso delle parole, spesso eccessivamente sottovalutate.

Ne è un drammatico esempio il caso di Jesi dove una ragazza tappezza l’intera città di manifesti inneggianti al profondo e incondizionato amore nei confronti di un ragazzo conosciuto una sera in discoteca di cui, ahimè, non conosceva neppure il nome.

 

Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente.

Sigmund Freud

“I quattro regni” di Pietro Tulipano, Astro edizioni . A cura di Andrea Venturo

35335237._UY500_SS500_.jpg

 

 

 

Scrivere fantasy non è facile come sembra. Il fantasy ha le sue regole e nonostante si sia tentati di dire che “se ti inventi tutto che difficoltà c’è?”

Risposta: è forse la sfida più difficile.

Se Pierino torna a casa tardi da scuola e dice “l’autobus non passava” viene creduto facilmente. Se prova a dire “Un drago ha incenerito l’autobus e sono tornato a casa a piedi”… eh… ora mettetevi nei panni di quello scrittore che deve convincervi che è il ritardo dell’autobus a non essere plausibile e invece l’arrivo del drago lo sia. Pensate che scrivere fantasy sia ancora una passeggiata? La difficoltà dello scrivere questo genere è proprio questa: sospendere l’incredulità del lettore, fargli credere qualcosa che non solo non è reale, ma è raccontata attraverso elementi alieni dalla propria realtà e con leggi fisiche totalmente differenti. Magia, draghi, oscuri signori e globi luminosi che saltellano qua e là, mutaforma, elfi, orchi, Nani e tutto il resto vengono raccontati attraverso la penna di Pietro Darth Vader Tulipano con abilità e tanto entusiasmo.

La trama.

Lineare dall’inizio alla fine, ricalca in tutto e per tutto il “Viaggio dell’eroe” di Vogler & Campbell, evidentemente l’autore ha voluto andare sul sicuro… e ha scelto bene. Non si schioda di una virgola dal “modello base” per intenderci quello che Luke Skywalrker compie dalle aride distese di Tattoine alla base ribelle situata sulla luna boscosa di Endor. Cosa che non sorprende data l’affezione dell’autore per la saga di George Lucas.

Tutto qui? No. Pietro Tulipano tenta, con successo, di introdurre piccole variazioni sul tema. Senza di esse l’esperienza di lettura risulterebbe scontata dall’inizio alla fine. Invece, nonostante molte delle previsioni fatte a inizio libro si riveleranno esatte, è il modo in cui si giunge alla conclusione che segue vie imprevedibili.

Dunque abbiamo una trama prevedibile negli esiti e non banale nei modi.

Tuttavia la presenza di alcuni nèi non mi permette di gridare al “miracolo”, poiché alcune domande  rimangono senza risposta.  In particolare: come fa un personaggio, per quanto fortissimo, a liberarsi da una prigionia “senza ritorno” e percorrere miglia e miglia ferito a morte? Questo passo mi ha richiesto molta pazienza per essere digerito: mi ha dato l’idea che l’autore non sapesse come fare per salvare il gruppo di avventurosi e gli abbia “servito” su un piatto d’argento un eroico “deus ex” che li ha messi tutti sull’avviso. Probabilmente prima dell’editing il passo era messo in condizioni ancora peggiori, ma nonostante l’ottimo maquillage letterario… niente da fare, più ci ripenso e più mi rendo conto che modifiche “plausibili” a quel pezzo avrebbero comportato la riscrittura di interi capitoli. La trama, a partire dalla “deviazione” che porta all’incontro di cui sopra e fino alla svolta che l’incontro comporta, fa tornare l’incredulità e mi ha fatto pensare “no, questo è impossibile”. Cosa che in un’opera prima ci può anche stare… in fondo anche Christofer Paolini ha salvato più volte Eragon in questo modo, ma nulla mi può impedire di storcere il naso al riguardo.  Altro “neo” riguarda la caverna. Il viaggio dell’eroe, nel punto più “basso” dove l’eroe se la passa peggio insomma, attraversa la caverna ovvero il luogo dello “scatto di crescita” dove la sua parte eroica, le doti che ne fanno il protagonista, emergono e gli concedono la “forza” che in Luke è proprio quella che gli fa guidare i siluri protonici dentro la famosa luce di scarico e bum.  La caverna di Luke è la Morte Nera, con punto “più basso” concentrato tra il compattatore di rifiuti e la (non)morte di Obi Wan.

Nel libro di Pietro è piuttosto veloce e, a mio avviso, poco raccontata. L’eroe cresce linearmente lungo tutto il libro con pochi scossoni tra l’inizio e il finale e, mah, funziona. Altri buchi di poco conto riguardano l’uso dei grifoni che, onestamente, non ne comprendo l’utilità se non per comodità dell’eroe e un uso poco  credibile. I Grifoni e i Cavalli non sono buoni amici, i primi si mangiano anche i secondi. Eppure abbiamo un principe che ne possiede sette e il suo re che non ne possiede neanche uno o li avrebbe usati per scortare i suoi “ambasciatori” e mandati a morte certa con buona pace del protagonista. Questa parte, giunta ormai verso la fine, non dà troppo fastidio e si riesce a sorvolare in scioltezza anche perché il volo sul grifone viene descritto molto bene.

L’ambientazione.

Curata, in modo certosino. Il mondo dei quattro regni pare diviso col coltello, in particolare quel che riguarda la razza degli orchi. In compenso è dinamico e viene narrato in modo plausibile il concetto che il battito d’ali di una farfalla può scatenare una tempesta. Insomma non sarà un mondo strapieno di luoghi esotici e incantati, ma si muove, si agita e fa sentire la propria voce sopra il mare di gente che ci abita sopra. Apri una chiusa da una parte, sommergi un nemico dall’altra, allaghi una valle e fai migrare delle belve. Queste si insediano altrove e altrove ha altri abitanti che cominciano a soffrire e così via in una catena che “termina” alla fine del libro un po’ come nella canzone “alla fiera dell’est”.  Oltre a questo dinamismo davvero apprezzabile c’è una buona cura nella scelta di nomi per personaggi e luoghi, con un buon “extra” per questi ultimi che sono ispirati tanto da personaggi storici che da eventi, oltre che da divinità,  creature e molto altro. Insomma c’è una bella varietà, plausibile e ben integrata. L’onomaturgia legata alla cultura locale può sembrare una cosa scontata, ma se incontrare un elfo di nome Legolas “suona bene” come reagireste di fronte all’ elfo Ciro o Sam? Idem per tutta la toponomastica e gli espedienti linguistici per definire oggetti e modi di dire. Un aspetto che Pietro ha saputo rendere in modo realistico e convincente e che salva la trama altrimenti affetta dai buchi di cui sopra.

I Personaggi.

Aldilà del protagonista, troppo buono, troppo onesto, troppo tutto… ma al quale manca la spada laser e una unità R2D2 per essere scambiato per un altro, i personaggi sono piacevoli da seguire. Caratterizzati a dovere, ognuno con il suo modo di parlare, i propri atteggiamenti, modi di agire e molto altro si fanno tutti apprezzare per le loro doti, anche l’antagonista per il quale, inutile che mi nasconda dietro un dito, ho detto “eccheqats, no, questo qua non doveva morire!”.  Appare chiaro fin dall’inizio come deve finire, non c’è spoiler in ciò. Certo se dicessi come il protagonista ci riesce allora sì che rovinerei la sorpresa. Curati sotto ogni aspetto i personaggi del libro sono credibili quanto basta per mantenere sospesa l’incredulità e strappare qualche emozione. Lacrime e sorrisi accompagneranno il lettore grazie alla cura che Pietro ha riversato sui suoi eroi, ma pure sugli antieroi, sui comprimari e tutto il contorno. Si scoprirà che i “quattro regni” sono ben più di quattro e quella divisione fatta col coltello non è poi così netta come sembra. Unica “pecca” è il protagonista che ha una gran quantità di pregi, la maggior parte solo “potenziale” e che poi emerge man mano  che si sviluppa. Forse in maniera un pelino accelerata, come accade al suo alter ego Skywalker, ma d’altro canto è uno degli elementi del “viaggio” quella di far emergere il vero eroe che si nasconde nell’umile contadino di Tattoine. E, giocoforza, nel lettore. E pure anche Deltàn, il protagonista, dovrà fare i conti col proprio lato oscuro prima o poi. Avvertenza: quel poi è rimandato alla prossima puntata. Lato oscuro che esiste, ma che… no, niente spoiler. Questo aspetto del protagonista è congegnato bene e dunque non è solo “alto e bello” e con una spada magica in mano.

Lo stile.

Sembra che lo “show, do not tell” sia stato messo da parte. Un narratore onniscente plurifocalizzato si prende cura di noialtri poveri lettori e ci inculca il concetto di καλοκαγαθία (kalokagathia) ovvero che bontà e bellezza si accompagnano e formano un connubio indissolubile. Non condivido affatto: la bellezza è negli occhi di chi guarda e il narratore dovrebbe limitarsi a mostrare chi è che sta zappando nei campi. Se è bello o somiglia a una piovra bollita (come Mark Hamill in “Il ritorno dello Jedi”) lo decide lo spettatore. All’autore/regista il compito di fornire tutti i dettagli necessari, senza sforare nell’infodump. Pietro invece pare legato ad un altro tipo di narrativa, più retrò e, appunto, al concetto che se una cosa “è bella” ha anche una serie di caratteristiche positive legate ad essa quali “conseguenze naturali” come il tuono che segue il lampo. Questo aspetto vien mantenuto coerente dall’inizio alla fine, senza mai sgarrare e quindi, se pure “ob torto collo” sono costretto ad ammettere che il suo “tell, don’t show” può funzionare. Per essere un’opera prima ne emerge uno stile molto particolare: pare naif, ma è evoluto ed elaborato. Classicheggiante nel suo raccontare molto e mostrare poco, ma con ritmi, locuzioni, forme verbali & sintattiche assolutamente moderne. Anche qui: il contrasto funziona e invece di far crollare miseramente la struttura ne esce fuori un’alchimia insolita e “senza tempo” che sostiene la narrazione e permette di recepire quanto raccontato. L’editing del libro appare pure curato per ciò che riguarda stile e forma, ha anche un discreto tentativo di far passare il salvataggio di cui sopra per un “colpo di fortuna davvero opportuno”, ma solo un lettore principiante può cadere in un simile “tranello letterario”. La mia impressione è che l’editor abbia suggerito delle modifiche per far suonare plausibile il tutto e abbia guidato (senza mai intervenire sul testo, mi è parso… quindi in ogni caso è stato molto bravo) l’autore nel sistemare i passaggi più impegnativi.

In Sintesi

I Quattro Regni è un buon libro per appassionati di fantasy e per chi intende avvicinarsi al genere senza affrontare mostri sacri come Tolkien, Martin o Gemmel. Letture che richiedono un pubblico capace di apprezzare le caratteristiche peculiari degli autori. È un libro adatto a ogni età e che si lascia persino rileggere per rivelare dettagli sfuggiti durante la prima lettura.

Pro:

ambientazione curata

personaggi ben caratterizzati

scene dinamiche (combattimenti, battaglie ecc…) narrate a dovere

Contro:

trama semplice, con qualche maglia un po’ troppo lasca che somiglia ad un buco.

qualche elemento narrativo da rivedere.

Inizio lento, occorre resistere un poco prima di decidere che vale la pena proseguire nella lettura.

 

“Terribile è il gioco dell’amore, dove è necessario che uno dei due giocatori perda la padronanza di sé stesso. Charles Baudelaire” in arrivo la nuova fatica di Connie Furnari, “Destroyed”un romanzo controverso che farà, sicuramente, parlare di se

27973187_1756897651029359_701706527834948138_n.jpg

 

 

Con un’atmosfera densa di passionalità e suspense, Destroyed è un dark romance che racconta una storia d’amore oltre la razionalità e il controllo, in un crescendo di suspense, fino a sfociare nella follia e nella perversione.

 

 

 

Sinossi

Per colmare il vuoto che la attanaglia, la depressione adolescenziale causata dall’essere vittima di bullismo al liceo e dalla continua pressione dei genitori, Vanessa tenta il suicidio, a diciassette anni.
Alcuni anni dopo, si laurea in psicologia alla Johns Hopkins University, decisa ad aiutare chi è ancora dentro quel tunnel oscuro, convinta di essersi lasciata la depressione alle spalle.
Vanessa comincia a fare pratica nell’ospedale del padre, noto psichiatra in pensione: Wilmot Nest è una struttura medica specializzata che accoglie persone deviate mentalmente, a Baltimora, nel Maryland.
Quando conosce Joshua Kipling, uno dei suoi pazienti, ne è conquistata e annientata: volto sfregiato da una cicatrice sul sopracciglio, spietati occhi color azzurro ghiaccio. Rude e apparentemente insensibile e sadico.
Joshua è un uomo bellissimo ma è anche uno dei pazienti più violenti dell’ospedale, affetto da una grave psicosi, segnato da un passato che nessuno sembra conoscere.
Il legame fra Vanessa e Joshua diventa sempre più profondo e ai limiti del rapporto etico fra dottore e paziente, finché i due non si ritrovano coinvolti in una relazione sessuale malsana, che riporta Vanessa ai suoi traumi non ancora risolti.
Un’inquietante sequenza di morti, suicidi all’apparenza, la convince che ci sia qualcosa di marcio in quell’ospedale. O qualcuno.
Tutti gli indizi portano a Joshua come al presunto assassino.
La linea che separa la razionalità dalla follia scompare, e Vanessa precipita in un baratro in cui il sesso, il pericolo e la seduzione la rendono schiava e succube di quell’uomo così inquietante e sensuale, che lei ama in modo perverso.
Poiché l’amore è il passo più vicino alla psicosi.

 

 

Joshua era la morte. La mia salvezza.

L’unico che riuscisse a uccidere quello che ero, a soddisfare le mie pulsioni violente, che oramai mi avevano portata alla follia. La mia libido era finalmente esplosa, il sesso mi aveva liberata da tutte le mie inibizioni.

 

 

 

Dati libro

Genere: thriller/dark romance.

Formato: Formato Kindle

Dimensioni file: 2146.0 KB

Lunghezza stampa: 183

Utilizzo simultaneo di dispositivi: illimitato

Venduto da: Amazon Media EU S.à r.l.

Lingua: Italiano

ASIN: B079WQSCN8

 

EUR 0,99 per l’acquisto

 

http://amazon.it/dp/B079WQSCN8/

 

“La parte sospesa del cuore” di Emiliano di Meo, self publishing. A cura di Francesca Giovannetti

La parte sospesa del cuore - ebook cover.jpg

 

 

Armando e Juan Carlos, un medico e  un insegnante, vivono in  un paese sperduto del Sud America nascondendo una parte delle loro vite. Javier, seguendo l’avidità del voler sapere a tutti i costi, comincia a spiarli e a raccontare ai lettori la loro vera storia. Quello che scopre è un amore puro e senza confini.

La delicatezza con la quale Di Meo descrive i sentimenti che legano i due uomini è un sublime equilibrio che oscilla fra  commozione, ostacoli, convenzione e impotenza. Costretti dagli inevitabili pregiudizi a nascondere il loro amore, i protagonisti fuggono ogni volta che possono per rinnovare le promesse del loro amore; ma è tutto solo un breve ritaglio, uno spiraglio di luce, una boccata di ossigeno che è necessaria per arrivare al loro prossimo incontro. E negli intermezzi ci sono la famiglia, i figli, le mogli e  i lavori.

Perché non importa la quantità del tempo che all’amore si dedica, ma la qualità; e benché entrambi amino le loro famiglie tradizionali, al massimo delle loro possibilità, la piena realizzazione di se stessi la raggiungono quando sono insieme: un solo corpo , un solo respiro, una sola anima.

La passione e la tenerezza del rapporto vanno oltre gli schemi di famiglia e lavoro che la società impone.

Lo stesso Javier, spinto da un impulso quasi irragionevole di voler sapere, fin da subito riconosce la purezza del sentimento e rifiuta all’origine ogni intenzione di tradire il segreto. È così che colui che spia di nascosto diventa perno della trama. Che incredibile traguardo sarebbe quello di avere tutti quanti gli occhi di Javier! Occhi che guardano con amore, che non condannano, che partecipano, che soffrono e comprendono.

Un libro intenso e profondo, che tocca tematiche ancora oggi scomode, e scrivo con sgomento questo aggettivo.

Perché se leggiamo per poter arricchire la nostra anima, questo libro ci offre un’opportunità da non sprecare. Amore. Solo questo ha valore. Ciò che lo ostacola è solo una gabbia, che a una superficiale  occhiata potrebbe risultare dorata, ma  grattando via il primo strato si scopre una gabbia forgiata con materiali ben meno nobili: è la gabbia delle convenzioni, dei pregiudizi, della paura.

L’autore scende nell’anima dei protagonisti, ce li presenta nella loro totalità di pregi e difetti, forza e debolezza.

Non idealizza, non santifica né demonizza; semplicemente descrive e ci offre le sfaccettature di questa umanità che tutti i giorni ci circonda, nel bene e nel male.

Oggi il blog presenta un nuovo romanzo targato Triskell edizioni “Strike in amore” di Kate Stewart. Imperdibile!

image003.jpg

 

 

Sinossi:

April è una supereroina dei nostri tempi: di giorno zia instancabile di un’armata di nipotini e di notte centralinista del 911 di Charleston, pronta a gestire le più disparate emergenze. Si è appena lasciata alle spalle una relazione durata quindici anni e, in occasione dell’organizzazione del matrimonio della sua migliore amica Alice, non si sarebbe mai aspettata di trovarsi a ballare con l’uomo più sbronzo, ma anche più bello e sincero, che abbia mai incontrato, l’ex giocatore di baseball Andrew Pratch.

Durante il loro primo, rocambolesco e singolare incontro, lui le strappa un ballo e una promessa: dovrà donare quel suo cuore così grande solo a un uomo che davvero lo meriti…

 

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 19 Febbraio

 

COLLANA: Romance

 

Titolo: Strike in amore

Titolo originale: Major love

Serie: Balls in Play #2

 

Autrice: Kate Stewart

Traduttrice: Cristina Fontana

 

ISBN EBOOK: 978-88-9312-366-2

 

Genere: Contemporaneo

Lunghezza: 326 pagine

 

Prezzo Ebook: € 6,99

Intervista di Alessia Mocci a Massimo Pinto: vi presentiamo la silloge poetica Cento Farfalle e… più (fonte http://oubliettemagazine.com/2018/02/12/intervista-di-alessia-mocci-a-massimo-pinto-vi-presentiamo-la-silloge-poetica-cento-farfalle-e-piu/)

28190751_1630771723668654_1410740851_n.png

 

 

Come ogni sera ancora,/ con la tua onda lunga/ tu mi addormenti, mare,/ e mi culli amoroso/ nella notte stellata./ Sicuro come un bimbo/ sulla barca ondeggiante/ si affollano nel sogno/ le domande di sempre:/ perché mai proprio tu,/ tu che non sai perché,/ sei stato un giorno eletto/ ad elemento primo/ di questo nostro globo?/ […]” ‒ “Sogno del pescatore (Cantico del mare)”

 

Edita a dicembre 2017, “Cento Farfalle e… più” è la prima raccolta poetica di Massimo Pinto, autore conosciuto con il romanzo storico “Il trono del padre ‒ L’Innocenza” pubblicato nel 2016 dalla casa editrice romana Bastogi Libri.

 

Massimo Pinto è nato e vive a Roma, laureato in Economia alla Sapienza ed in Teologia presso l’Ateneo Romano della Santa Croce. È Croce al Merito Melitense del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1998 ha pubblicato il saggio “Stato sociale e persona”.

 

28109142_1630771820335311_1878399811_n.jpg

 

“Il trono del padre ‒ L’innocenza” è stato premiato il 17 giugno 2017 con una Segnalazione Particolare della Giuria presso la prestigiosa Abbazia di San Fedele a Poppi (Arezzo) per la 42° edizione del Premio Letterario Casentino, nella sezione narrativa/saggistica edita.

La prefazione de “Cento Farfalle e… più” porta la firma di Massimiliano Grotti:

 

Al pari di pennellate sicure di mano esperta, la poesia di Massimo Pinto diviene magia della parola e questa muta, si trasforma da crisalide a farfalla dando voce al silenzio intimo del sé ma allo stesso tempo è in grado anche di rivivere quello stesso silenzio, per dare identità a un viaggio poetico che si fa diario di vite vissute.”

 

 

Concorde con Grotti intravedo nella silloge una trasformazione da crisalide a farfalla, dalle poesie giovanili a quelle più mature in una compostezza che tende all’onirico, al divino, al realismo.

Massimo Pinto è stato molto disponibile nel rispondere a qualche domanda sulla sua nuova pubblicazione.

 

A.M.: Ciao Massimo, ti ho conosciuto con “Il trono del padre ‒ L’innocenza” e non ti nascondo la mia sorpresa quando ho saputo della pubblicazione di una raccolta poetica. Vorrei, dunque, esplorare con te il momento in cui hai iniziato a cimentarti nella scrittura in versi.

Massimo Pinto: Molto presto, infatti la mia scrittura in genere, ma in particolare quella in versi, risale al tempo del ginnasio, anzi addirittura delle medie, con liriche scaturite di getto e, come è proprio di quella età, sentite, ingenue, vere, ma anche dolenti e liberatorie. Avrai notato che la raccolta “Cento farfalle e… più”, “e… più” perché i componimenti riportati sono 114, ha uno sviluppo cronologico e si snoda dalla giovinezza all’attuale tarda età, passando per la pienezza della maturità. Le prime poesie di questa raccolta sono state scritte a quindici-sedici anni, avendo scartate quelle troppo ingenue e/o incerte. Ma ti dico di più: da principio le conservavo, in stampatello e a matita, su fogli di blocco notes, poi cominciai a raccoglierle in una cartellina, più tardi presi a ricopiarle a macchina, la mitica Olivetti Lettera 22 di mio padre, ma è accaduto tre o quattro volte che quella cartellina, tra università, lavoro, matrimonio, figli e traslochi, l’abbia perduta, eppure, superato il panico, sono sempre riuscito a riscrivere tutte quelle composte sino a quel momento, semplicemente a memoria. Da ultimo è intervenuto il computer.

A.M.: “Cento farfalle e… più” si apre con la prefazione di Massimiliano Grotti. Com’è nata questa collaborazione?

Massimo Pinto: Dopo aver scritto il romanzo “Il Trono del Padre (L’innocenza)” lo feci vagliare da una nota Agenzia Letteraria di Roma e, dopo quattro mesi dall’incarico, mi giunse una lettera di esegesi critica a tutto tondo, era scritta magistralmente da Massimiliano Grotti, con anche “stroncature” sapienti e motivate (altre meno). Parlai allora telefonicamente a lungo con questo giovane letterato, poi passai quattro mesi a correggere il romanzo, sulle linee giuda dei consigli del Grotti, per quanto riguardava lo stile e la correttezza linguistica, ma non recependo invece i suoi suggerimenti, per quanto riguardava la trama. Così il romanzo ne uscì molto più gradevole da leggere, anche più corto di 40 pagine, strutturato in più capitoli (8 anziché 6) ma assolutamente lo stesso in quanto a contenuti e significati. Questo sodalizio tra me settantenne e il bravo trentenne si fece più stretto alla presentazione del libro e poi, dopo aver letto le mie poesie, fu il Grotti stesso che si offrì per stenderne la prefazione, in quanto, a suo dire, le erano piaciute e molto. Indubbiamente la prefazione di Massimiliano Grotti, dotta, sapiente ed ispirata, ha aggiunto valore al libro.

A.M.: Ho apprezzato il tuo “consiglio” al lettore sul tempo di lettura di un libro di poesie. La poesia è una forma di riflessione che evoca archetipi e dunque immagini simboliche che non son di immediata comprensione. Secondo te qual è il tempo necessario per la lettura di “Cento farfalle e… più” e qual è stato il libro su cui ti sei soffermato di più?

Massimo Pinto: Nessuna opera letteraria dovrebbe essere letta una volta per tutte e ciò, se vale per i saggi ed i romanzi, vale molto di più per le poesie, perché la lettura ripetuta dà sempre spunti nuovi, diversi e talvolta persino antitetici ai precedenti, dipendendo anche dalle diverse fasi della vita del lettore. Ciò premesso però, dato che la vita non è eterna e la giornata finita, ci si limita a rileggere quelle opere che più hanno inciso sul nostro sentire. Per quanto riguarda la poesia, poi, ciò (intendo più riletture) dovrebbe avvenire sempre perché è anche più facile. I libri di poesie dovrebbero restare sempre aperti e mai chiudersi definitivamente, pronti ad essere sfogliati di tanto in tanto. Molte sono le poesie che rileggo, però il mio libro di poesie sul mio comodino ideale è senza dubbio “Vittorio Sereni Tutte le poesie a cura di Maria Teresa Sereni, con prefazione di Dante Isella, Garzanti”. Mi sento infatti così affine, anche se lui è irraggiungibile, a questo grandissimo poeta!

A.M.: Nella raccolta colpisce una ricercata variatio di metro, infatti spazi dagli endecasillabi ai versi liberi, dai novenari ai settenari e così via. Cosa stavi cercando esattamente?

Massimo Pinto: La scelta della metrica non è per me una scelta (scusa il bisticcio di parole), non cerco mai qualcosa con la metrica di un determinato componimento, esso nasce così. Ti spiego meglio: la poesia, subito dal momento della sua ispirazione, al primo fermare le parole sopra un supporto (anche una busta della spesa al momento), nasce immediatamente con una sua metrica, anzi sono io che, come se le stesse scrivendo un altro, conto le sillabe per capire di che verso si tratti e così vado avanti. E, ti dirò, la metrica finale, la musicalità dettagliata e dell’insieme, sono sempre molto coerenti col contenuto. Ti do un’altra chiave, qui di seguito, quasi un segreto mio, che però non devi prendere in senso assolutamente rigoroso. Le mie poesie sono così: se la metrica è espressa in maniera esatta, il componimento è diviso in strofe, e c’è anche la rima, baciata o alternata, si tratta di una ispirazione compiuta, pacificata, che esprime tutto, senza quasi altre domande. Se, invece, si tratta di una struttura ben definita, come la precedente, ma non c’è rima, si è al cospetto di una composizione sì di ispirazione compiuta, con concetti altrettanto delineati, ma con molti interrogativi aperti per me e per il lettore. Se si tratta, infine, di un verso libero, i significati, il coinvolgimento, il pathos interiore non hanno confini, e così la drammaticità: è una poesia che io chiamo “aperta”. Ho voluto poi indicare, per ogni componimento, la metrica e la struttura semplicemente per preparare il lettore a leggere meglio. Lo sai che le poesie dovrebbero essere lette, sia con gli occhi che con la bocca, quasi cantando, come nell’antichità classica? Perché anche quelle a versi liberi hanno sempre una loro musicalità.

A.M.:Sotto quel marmo tu/ in eterno ormai giaci,/ tu che vivesti solo/ nel ricordo del padre,/ intorno alla cui rossa/ ara trionfante stanno/ i turisti distratti./ […]” Così inizia la lirica “Napoleon II”, la cito non a caso per riprendere il tuo romanzo edito nel 2016, “Il trono del padre – L’innocenza”. Cosa significa essere padre e cosa significa essere figlio? Perché consideri Napoleone II “fratello ed amico”?

Massimo Pinto: Essere padre significa essere votati e pronti al sacrificio e al martirio, perché, come padri, non solo dobbiamo permettere e tollerare che nostro figlio, ad un certo punto, ci uccida, beninteso in senso metaforico e apparentemente incruento, ma non meno terribile, e, come figli (maschi), dobbiamo essere quanto prima consapevoli che, se non diventiamo parricidi, non evolveremo mai in una persona compiuta. Perché Napoleon II è mio fratello e amico, fratello e amico di Fausto?  Perché sono la stessa persona in due epoche storiche diverse, in quanto non hanno potuto uccidere i rispettivi genitori perché questi ultimi si sono loro nascosti, e allora l’hanno dovuto fare tardivamente e solo in effige, non con la presenza di entrambi i padri. Tutto questo non è vero per le madri e le figlie femmine, ma quello è un altro mondo che esula dal nostro discorso. A proposito lo sai perché il mio romanzo piace soprattutto alle lettrici? Perché leggendomi imparano a conoscere un po’ quella psicologia, e di conseguenza fragilità, maschile che spesso sottovalutano (e viceversa per noi maschi).

A.M.: La lirica “Domande”, dal titolo esplicativo, districa un argomento assai caro: la curiosità. Infatti in incipit troviamo: “Sono infinite/ dell’uomo le domande,/ ed è questo il problema:/ perché a ciascuna/ ci son mille risposte/ e certa quasi mai/ nessuna./ Si moltiplicano, allora,/ e si accavallano/ e la curiosità/ in angoscia si muta.// […]”. Qual è il tuo rapporto con la divinità?

Massimo Pinto: Il rapporto con Dio alberga in quasi tutte le mie poesie o almeno in moltissime, è il mio cruccio, il mio tormento e la mia estasi (rileggiti, ti prego, “Sogno del pescatore – cantico del mare”), ma la mia non è una preghiera, non è neppure un’adorazione, bensì, certo conscio della mia finitezza, della limitazione dei sensi e dell’intelletto, è un rapporto dialettico, a volte persino un litigio. Io ci parlo e sovente ci litigo, perché l’uomo è consapevole dell’infinito ma è finito, con un contrasto, tra comprendere, capire e poter fare, insormontabile e penoso, privo di un autentico “libero arbitrio”, condizionato sin dalla nascita e poi sempre e con la morte in agguato ed inevitabile. È lo stesso rapporto anche di rimprovero e quasi sfida che persino un papa ha pronunciato, almeno una volta a mia conoscenza, Paolo VI: “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”. Ma analogo lo pronunciò lo stesso Cristo, stando al vangelo: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Poi ci sarebbe da fare un altro discorso sul merito dell’esistenza di Dio (e “il soffiare del vento” che non svela il segreto è la metafora del “silenzio di Dio”), adombrato nel mio romanzo, quando pongo la possibilità che la nostra realtà sia soltanto una illusione, quando dico che la soluzione di tutte le congetture di fede e scientifiche, sulla esistenza nostra e del creato, potrebbe risiedere nella eguaglianza, corrispondenza tra zero (il nulla) e infinito (il tutto). Faccio notare che il problema dell’esistenza di Dio potrebbe trovare una seria spallata, e ne ho paura, dalla possibilità attuale dell’uomo di clonare animali superiori e, quindi, anche l’uomo. Ma rabbrividisco di sgomento al pensiero!

A.M.: “Dolce e iraconda”, “Grandiosa e sordida”, “Gloriosa e vile”, “Arida e romantica”, “Ribelle e noncurante: c’è un mercato/ove fu il rogo di Giordano Bruno”, “Pigra e operosa”, “Scontata e imprevedibile”, “Virtuosa e meretrice”, “Dignitosa e scurrile”, “Odiata e amata”, “Sacra e profana”, “ove l’apoteosi/ s’incontra del divino con l’umano”. Come si vive a Roma? Hai mai pensato di trasferirti in un’altra città?

Massimo Pinto: Con quella lirica ho ottenuto quello che volevo: dare l’esatta dimensione e sensazione dell’abisso di turpitudine che, anche storicamente, oltre che fisicamente, Roma presenta, che non può scalfire l’infinita e sovrumana bellezza della più grande apoteosi metaforica dell’incontro del divino con l’umano ‒ addirittura effigiata nella Cappella Sistina ‒ esistente al mondo. Si può vivere più o meno bene in tutto il mondo, però, se uno ha avuto la sorte, direi la fortuna, di nascere qua, dove peraltro spesso si sente estraniato, tanto più forte di lui è l’“aura” di questo luogo (città è riduttivo), si sentirebbe estraneo e orfano in qualunque altro posto.

A.M.: Un poeta. Un musicista. Un pittore. Un regista.

Massimo Pinto: Ti rispondo proprio di corsa, senza ripensamenti. Poeta? Oddio è una bella lotta per me tra Eugenio Montale e Vittorio Sereni, mi sento tanto affine, anche se altrettanto inferiore, ad entrambi. Diciamo “Montreni”? Musicista? George Gershwin: la musica perfetta, interprete del secolo appena trascorso (il ventesimo), ma oggi non lo è di questo (il ventunesimo). Pittore? Mino Maccari, così verista pure se espressionista, sia negli oli che nei bozzetti, che ha dipinto e disegnato dal 1916 al 1989, interpretando grandezze, meschinità e drammi del suo secolo formidabile e terribile, che è anche in prevalenza il mio. A me sembra di essere me stesso, se sapessi disegnare e dipingere. Un regista? Senza dubbio un’altra dicotomia: Ettore Scola e Dino Risi. Mi dispiace ma non riesco a far prevalere l’uno sull’altro: Il primo più dolente e problematico, il secondo apparentemente, ma solo apparentemente, più “leggero”. Due geni, due facce di un’anima sola, la vogliamo chiamare “Scrisi”?

A.M.: Hai in programma delle presentazioni di “Cento farfalle e… più”? Se sì, in quale città?

Massimo Pinto: Certo, ci sarà una prima presentazione ufficiale a Roma, la data precisa non è ancora stata fissata ma posso anticipare che sarà per il mese di marzo. Seguiranno, poi, presentazioni in altre città italiane.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Massimo Pinto: Non posso che ripetere quella che ho riportato alla fine del mio libro di poesie, attribuita alla buona, libera e grande Alda Merini: “Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita”. Perché senza la follia, che sia poca o molta, non c’è poesia.

A.M.: Massimo mi hai donato una bellissima chiusura con Alda Merini. Ti ringrazio per la sincerità delle tue risposte nelle quali si nota l’uomo e l’artista in un unicum indissolubile. Ti saluto con le parole dell’amatissimo Plotino: “Bisogna, però, spiegare la portata della purificazione, in maniera tale da chiarire con chi avviene l’assimilazione e con quale Dio l’identificazione. […] È probabile che, una volta liberatasi dal corpo, l’Anima converga in se stessa, per così dire, con tutte le sue parti, e in questo stato si estranei da ogni passione, accettando solo quelle sensazioni piacevoli che sono strettamente necessarie e hanno un valore terapeutico nel rintuzzare gli affanni, e nell’evitarne le angustie.

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

Sito Bastogi Libri

http://www.bastogilibri.it/

Acquista “Cento Farfalle e… più”

https://www.lafeltrinelli.it/libri/pinto-massimo/cento-farfalle-e-piu/9788894894417

massi.pinto@tiscali.it

 

 

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/02/12/intervista-di-alessia-mocci-a-massimo-pinto-vi-presentiamo-la-silloge-poetica-cento-farfalle-e-piu

“La voce delle ombre” di Paolo Lanzotti, Oscar Giallo Mondadori editore. A cura di Alessandra Micheli

la voce delle ombrer.jpg

 

 

 

Una delle attrattive del giallo storico è quella di rivolgersi principalmente alle doti dell’intelletto per risolvere anche i casi più intricati. Perché nel passato, quando non esisteva la comoda valigetta stile CSI, quando erano ancora un miraggio le innovazioni della tecnica, l’esame del DNA o delle impronte digitali, quando le conoscenze dei medici legali erano limitate e non esisteva ancora la medicina forense e il criminal profiling, e si era ben lontani dal far parlare il corpo con strumenti che hanno del futuristico, l’unica risorsa era e restava l’intelletto. Era quella parte molto più sviluppata della nostra, oramai intorpidita dalle comodità moderne, che si preoccupava di cogliere i dettagli, di osservare, di formulare ipotesi coerenti non solo con i fatti ma soprattutto con indizi molto scarsi. E in questo libro emerge l’elogio del particolare, uno dei metodi investigativi da me più amati:

 

c’era qualcosa, nel ricordo che avevo appena trascritto. Un particolare, piccolo ma insignificante. Un dettaglio che, fino a quel momento mi era sfuggito

Come nei migliori gialli è il dettaglio che stona, quell’elemento che infastidisce ma che è così poco evidente, così misero, così nascosto che, a dispetto delle tonanti voci dell’ovvio, appare invece l’unica autentica chiave per risolvere il caso. E questo elogio del dettaglio e, quindi, un elogio della mente, colei che osserva, accumula fatti e dà loro una dimensione gerarchica e un posto preciso in una ricostruzione sempre più simile al mosaico, che verrà poi ripresa più tardi dai contemporanei Wolf Durne e Donato Carrisi. Così, quello che sembrava cosi scontatamente un delitto politico, si rivela qualcosa di molto più vicino all’animo umano cosi poco ligio a identificarsi davvero con gradi slanci ideali. E qua Lanzotti fa un altro salto filosofico che mi ha deliziata: riflette e filosofeggia, senza pur tuttavia appesantire il testo, su quello che Pareto chiamerà il “residuo delle azioni”. Ogni lettore accanito delle mie recensioni saprà che il residuo paretiano non è altro che la radice non logica alla base di un’azione spacciata come logica. Ossia: quello che noi consideriamo frutto di un ragionamento razionale, organizzato e strutturato, proviene, in realtà, dalle oscure regioni della mente, quelle che conservano e proteggono l’ombra fatta di istinti più o meno biechi, di creatività e persino di istinti di conservazione e distruzione. Questo ragionamento, apparentemente cinico, in realtà scientifico, è inserito in uno dei contesti storici più romantici del nostro percorso nazionale: il Risorgimento. Anzi, quella ventata di ardore politico rivoluzionario che nel 1848 si espresse nell’esperimento, tanto amato dagli storici, della Repubblica Veneta e la Repubblica Romana; o, meglio ancora, nel tentativo di proporle come alternativa all’assolutismo, che oramai crollava a pezzi, nato dall’assurdo conservatorismo del congresso di Vienna. Ma per noi, amanti della sociologia, il 48 fu anche un florido e intrigante terreno di ricerca per poter al meglio comprendere cosa davvero può accadere a una società dilaniata e circuita da due opposte e antitetiche idee di stato e di politica: la rivoluzione e lo status quo che, per quanto odiate e detestate dalle classi più in fermento, erano accettate con rassegnazione dal popolino. Questo scontro è evidente nel testo “La voce delle ombre” che dal giallo puro, si dirige anche verso la riflessione ontologica portata avanti da un personaggio a dir poco straordinario, un uomo vittima di una sorta di perdita dell’identità, resa ancor più acuta da un dolore con cui non riesce a convivere. E per mantenere la sua anima spezzettata, ancora unita, per non crollare miseramente a pezzi, usa, come unico collante, il valore meno reo di poter essere messo in discussione: ossia la giustizia. È interessante vedere come, durante le indagini che lo portano a interagire con quel mondo in subbuglio, in cui persino le istanze rivoluzionarie sono frammentarie, divise tra moderati e anarchici, questi valori di libertà, di patriottismo, di voglia di unità, divengano solo maschere grottesche davanti alla fede incrollabile di Valier nella legalità.

E questo perché la Rivoluzione, con quei suoi eroi esaltati e ammirati, diviene una sorta di tentativo, a tratti patetico, di colmare un vuoto simbolico e reale nella gerarchia valoriale di una società morente. L’assolutismo era agli sgoccioli e il congresso del 1815 non fece altro che tentare di mascherare lo scheletro prossimo alla scomparsa di un’epoca, con vestiti sgargianti e eleganti. Ma questi non furono in grado di salvare gli assunti culturali su cui si reggeva un sistema che non rappresentava più né i diversi tempi, né l’evoluzione delle coscienze, naturali e legittime in un essere umano, né poteva assecondare i diversi bisogni che, durante le transizioni, la collettività manifesta. E cosi l’unico modo per compensare un vuoto è rivolgersi ai valori che Sant’Agostino chiamò Verità Eterne.

Cosa sono?

Sono quegli archetipi che restano sempre in piedi nonostante il passaggio delle ere, nonostante l’aumento della tecnologia, nonostante l’avanzare del dominio scientifico. Libertà, rispetto, legalità, giustizia, uguaglianza, sono modelli impressi a fuoco su di noi. Però, se mentre la legalità e la giustizia possono essere poco contestati in quanto di rivolgono all’elemento del rispetto dei limiti e della persona umana, sulla libertà, sull’eguaglianza si possono compiere notevoli evoluzioni filosofiche.

Cos’è la libertà?

È assoluta o va limitata?

E davanti a chi sono uguale?

E essere uguali non significa, anche, omologazione?

Fino a quanto si può sacrificare per un ideale?

Perché come esemplifica Valier:

 

l’entusiasmo è una grande dote ma non può tenere su un castello

Abituato a usare la ragione e l’arte dell’osservazione, Valier non scopre soltanto un cadavere ma anche quelle pecche insidiose presenti in un progetto unitario che, comunque, non può non ammirare, ma che ritiene possa essere solo il frutto di una lenta conquista, che trasformi prima di tutto le persone, le menti, i valori prima che il territorio

forse quest’italia la vedranno i nostri nipoti

Ed ecco che dietro l’ideale si nasconde, come sempre, un muro di omertà, menzogne e convenienze create da uomini che mettono al primo posto non tanto l’altro e il bene comune ma la loro personale finalità cosciente:

 

qui dovremmo essere tutti uniti. abbiamo un nemico comune da combattere . Invece, in alto, trovano ancora il tempo di farsi la guerra a pugnalate nella schiena. I signori non cambiano mai.

Ed ecco un altro elemento che rende meno poetica la rivoluzione: accanto alla vera capacità di comprendere come sia necessario non ostacolare la naturale evoluzione umana e la tendenza positiva alla cooperazione (simboleggiato da un pregevole Manin) ci saranno sempre piccole fette di privilegiati che non rinunceranno mai e poi mai al personale ed egoistico godimento dei loro bisogni soddisfatti. Anzi, si riempiranno la bocca di parole altisonanti come umanità, unità, giustizia: maschere per nascondere ambizioni di potere. Che questo potere sia soltanto quello di darsi il tono da “superuomo” di nietzschiana memoria o di esercitare un dominio reale, dipenderà dalle personali attitudini.

Ecco che l’eroe diviene soltanto

 

un fanatico. uno di quelli che cercano il martirio per entrare nella storia

E forse è il nichilismo di Valier, un uomo che

 

semplicemente non credevo più nel mondo

 

ma ancora capace di sentirne il suadente richiamo:

 

ma il mondo continuava a inseguirmi facendosi beffe del mio disinteresse

È questa sua anima così ferita e così, al tempo stesso, sveglia, quasi che il dolore abbia reso più vigili i suoi sensi, che riporterà ordine nel caos, svelando non soltanto verità scomode ma anche la oggettività dietro la commedia, capace di rispondere all’eterno dilemma

 

Chi è l’eroe? Colui che comprende quando è il momento di fermarsi o quello che spinge il proprio ardore fino a sacrificare se stesso e gli altri in una lotta divenuta oramai inutile?

 

Lascio a voi la risposta. Ma vi ricordo che l’uomo, deve essere e sarà, sempre più importante del sabato.

Intanto io aspetto ancora, in compagnia di Teodoro Valier che si crei l’unità di Italia. Ma quella vera, quella fatta di condivisione e non di furbizia, di cooperazione e non di scontro, di volontà generale e non elitaria. quella che si nutra di speranze e non crolla con gli scandali, quella che rifiuta il clientelismo e si vanta di avere come standard la meritocrazia. Quella che ama le sue tradizioni ma non se ne fa scudo contro l’innovazione. Insomma una vera nazione che si faccia stato e non illusione di stato.

Tornando al libro, non posso non definirlo di una bellezza spettacolare, in grado, attraverso la leggerezza di uno stile pregiato e al tempo stesso privo di ridondanze, riesce a ammaliare, incantare ma non solo. Riesce Libro a stimolare quel pensiero, che spesso stentiamo a usare o che ci vergogniamo a usare perché, forse non è tanto cool. Invece il cogito ergo sum sarà sempre di moda, sarà un capo di classe da indossare in ogni occasione. sarà opportunità di crescita.

 Leggetelo e assorbite non guardate soltanto in modo sterile e meccanico le parole scorrere sulle pagine. Questo semplice codice riportato su carta è il dono che un grande autore ci elargisce, parole di uno Scrittore, che fa della bellezza, non soltanto letteraria ma umana, il suo mantra.

 

“La saggezza sistemica” di Alessandra Micheli

saggezza sitemica.jpg

 

 

Il mondo post moderno, desidera fortemente che, l’uomo, in particolare l’uomo occidentale, veda se stesso integrato in un più ampio sistema che lo incorpori e al tempo stesso lo trascenda. Si tratta di ricevere un nuovo dono, quello della saggezza sistemica.

Cos’è la saggezza sistemica?

Si tratta di una percezione in grado di farci contemplare un orizzonte più vasto, in cui noi siamo una piccola componente di un complesso e raffinato sistema cibernetico naturale che tende all’equilibrio omeostatico di tutte le sue parti e dove queste componenti, dipendono per la propria sopravvivenza, le une dalle altre. Concependo il mondo in questo modo è logico che, se le componenti di questo organismo entrano in conflitto tra di loro, il risultato non potrà non essere quello della morte del sistema totale. Per questo esso va trattato con responsabilità ed amore.  Per saggezza si intende:.

 

 “la conoscenza del più vasto sistema interattivo, quel sistema che, se è disturbato, genera con ogni probabilità, curve di variazione esponenziale…l’amore può sopravvivere solo se la saggezza ( cioè la capacità di sentire o di riconoscere la realtà circuitale) sa parlare con voce efficace

 

L’amore implica una disponibilità a rapportarsi nel modo in cui la saggezza riconosce come la struttura fondamentale della creatura. Speciali esperienze come la perdita del sé, il desiderio di fondersi in un unico corpo, sono basate su un’accurata percezione della natura sistemica di particolari relazioni. La saggezza sostiene l’amore attraverso il riconoscimento del tipo di mondo in cui quel tipo di amore è la più fondamentale esperienza.

La saggezza, comunque, differisce dall’amore nel senso che, nell’amore le computazioni della relazione possono rimanere inconsce, risuonando nella coscienza solo sotto forma di emozioni. La saggezza, invece, richiede non solo il riconoscimento della circolarità, ma richiede un riconoscimento cosciente radicato nell’esperienza.

I percorsi che alcuni filosofi hanno indicato come una via verso la crescita della saggezza, includono l’amore (l’amore verso i sistemi naturali), le arti e la religione e tutti agiscono in modi differenti e a differenti livelli. La società contemporanea include molti modi istituzionalizzati di funzionamento parziale delle persone, ovvero di negazione del processo primario, separando il corpo dalla mente, l’emozione dalla ragione. Poiché i nostri attuali sistemi cognitivi enfatizzano solo le parti, essi rafforzano le parti stesse, il meta-messaggio sottinteso si riassume nella convinzione che queste divisioni sono appropriate.

La saggezza dunque non è solo un’esperienza, la saggezza è la conclusione di un processo multistratificato di cognizione a tutti i livelli della mente e questo è li motivo per cui le tradizioni spirituali sono così sovente contrassegnate da paradossi dell’esperienza di dissonanza tra livelli che devono essere trascesi. La saggezza, come riconoscimento della natura del sistema creato attraverso la partecipazione, è l’equivalente della autocoscienza sistemica.

Quando gli esseri umani si riconoscono come parti della mente, piuttosto che quali singoli individui, essi hanno raggiunto la saggezza.

Questa considerazione evoca un intero spettro di tradizioni artistiche e religiose, chiamando in causa personaggi dotati di saggezza sistemica quali Gesù, Buddha e Pitagora. La saggezza si avvicina così all’area del sacro.

 

“Mezzosangue” di Vincenzo Romano, 0111 edizioni. A cura di Andrea Venturo

793-1742-large.jpg

 

 

Quello che abbiamo davanti è un fantasy, con tutti i crismi. C’è un mondo tutto da scoprire, ci sono tante razze differenti, ci sono bestie immaginifiche e trovate tanto improbabili quanto geniali per sfruttare queste particolarità e dar vita ad un’ambientazione incredibile eppure plausibile che per me è stata molto divertente. La forma è quella del romanzo di Formazione: attraverso quasi sempre gli occhi di Narog, il mezzosangue protagonista della storia, seguiremo l’evolversi e il maturare suo e del compagno Kai, mezzosangue pure lui.

Trama

Chi è quel cacciatore che caccia prede umane e non? Cosa sono i frammenti di cui è alla ricerca? Cosa ne fa di essi? Almeno sul perché ne uccide i proprietari il motivo si scopre subito. La risposta è nel piacere che gli dà la caccia, non a caso si fa chiamare “Il Ragno”.

La storia è molto lineare: i mezzosangue del titolo sono in fuga da un assassino, poi da un altro e da un altro ancora, in un ritmo sempre più serrato dove la distinzione tra cacciatore e preda si fa sempre meno netta, finché… be’ si intuisce fin da quando si tiene in mano il volume, 300 pagine e rotti, che i due protagonisti non moriranno tanto presto.

Una storia semplice, lineare e quasi scontata. Quasi: nel finale si riscatta e anche bene regalando un paio di sorprese davvero gradite.
Ci sono un paio di questioni che mi son piaciute poco, aspetti che se approfonditi avrebbero portato la lunghezza del testo a circa 1/3 di più e riguarda la fase della “caverna” (il ben noto tema del viaggio dell’eroe che si studia quando si apprendono i rudimenti di Sceneggiatura) e del rapporto col mentore. Se ci si attiene alla trama principale, questa scorre bene e senza intoppi. Se ci si sofferma sulle sotto-trame tuttavia emergono dei difetti che vedremo meglio più avanti.

 

Personaggi

I protagonisti sono caratterizzati in modo preciso, certosino. Rozzo e con un fondoschiena di proporzioni epiche (in senso metaforico) Narog, colto e un po’ pessimista Kai, hanno una storia alle spalle che si rivela pian piano e ne spiega i comportamenti. Il registro espressivo è sempre adeguato e la progressione è ben raccontata. Tutti gli altri personaggi fanno da contorno e ne puntellano la crescita. Alcune soluzioni le ho trovate poco credibili come la presenza di un Nano a cavallo di un grifone. Insomma: vedere una creatura tipica della roccia, il cui cielo è costituito da una volta scolpita e a cui la vista di una nuvola o di un cielo stellato mette profondo disagio, sfrecciare con disinvoltura tra le nubi novello Nembo Kid ha un poco spiazzato. Non che fosse raccontata o scritta male eh? Anzi. Tuttavia mi ha dato l’impressione del the corretto col caffè. «Tu bevi caffè e latte? Gli inglesi bevono The e latte? E io che sono metà inglese e metà italiano bevo the e caffè, che c’è di strano?» e io penso sempre che sia sbagliato. Problema mio, d’accordo, se un Nano vuole può benissimo salire in sella a un grifone e… mah, continuo a sentire la necessità di una montagna sotto i piedi.

Meno chiaro è il ruolo dei comprimari, che sono parecchio compressi e sembrano più i “power up” che si trovano nei vecchi videogiochi a scorrimento, dove l’eroe (un guerriero, un’astronave o… un idraulico) trova degli oggetti che regalano punti, armi, denaro ecc… e se pure ben caratterizzati (è facile riconoscerli anche dal modo in cui parlano) lasciano aperte delle domande che non trovano risposta. Che ci sta a fare un Nano su un grifone proprio lì, in mezzo al nulla? E perché dopo aver incontrato i due mezzosangue non riprende la propria missione? Insomma: è un pezzo grosso di una struttura militare potente, non si muove a casaccio o va in pattuglia “perché sì”.

Altri comprimari e comparse sono pure tratteggiati con maestria, ma il loro ruolo si limita a consegnare un’arma, un indizio, una ciotola di minestra avvelenata…

L’antagonista e i suoi sodali hanno via via meno spessore. Il ragno è un gran bel cattivone, crudele, affascinante e definito fin nei minimi dettagli.  Il falco, il secondo assassino, è un po’ meno definito e l’avrei voluto conoscere meglio, mentre la terza assassina… non fa una bella figura e c’è un errore di editing clamoroso che rovina un po’ tutta l’esperienza di lettura. Il loro mandante, purtroppo, appare come il tipico oscuro signore che assiso sul suo trono attende l’arrivo dell’eroe epico (o degli eroi) cui, prima della fine, tenterà di propinare il suo venefico spiegone con la chiara intenzione di soffocarli nei loro stessi sbadigli. Questa previsione (e alcune delle altre) verranno ampiamente smentite: non è questo il finale del libro che, anzi, offre momenti di sana e piacevole evasione.

Ambientazione

Molto curata. Città, villaggi, festività, ambienti, professioni: Vincenzo ha pensato molto, ha pensato a lungo e si deve essere anche divertito parecchio. Come da programma si comincia con un villaggio, poche case, si conoscono tutti e il protagonista è bene accetto nonostante la sua diversità, anche se gli viene sempre ricordato che deve nascondere le orecchie con un berretto, un cappuccio o altri sistemi onde non ricordare ai compaesani qual è la metà peggiore del suo sangue. Gli orchi infatti se li ricordano tutti per le efferatezze dell’orda guidata dal micidiale Lugbag e della sua ascia. Impressionante è la fortezza dei cavalieri dell’aria, la città che la circonda e l’economia indotta dalla fortezza. Davvero ben fatto. Di ogni ambiente si riesce ad avere una visione chiara e nitida: sembra di essere lì. Anche le scelte dei nomi sono curate e legate filologicamente al territorio o alla cultura cui appartengono tranne Kai, che mi è rimasto senza un etimo preciso. Qualcosina da ridire sugli scontri e sugli effetti delle ferite, almeno finché non viene data una spiegazione precisa almeno per queste ultime. Molto da ridire sul duello finale: appare evidente che il Ragno avrebbe fatto fuori facilmente anche il maestro di Kai e allora,mah, forse non era poi tutto ‘sto granché e mi spiego perché l’allievo a momenti veniva affettato dal Ragno nonostante le sue evidenti capacità.

Testo e stile.

(e buchi nella trama) 
Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire (Dante, Commedia, Inferno canto V).

Lo stile è decisamente naïf: semplice, ordinato, pulito. La scrittura di Vincenzo è pura, limpida e priva di quella malizia presente in altri autori più navigati ed esperti e pure, nonostante questo stile apparentemente semplice, riesce a dare risalto a situazioni drammatiche dalle tinte forti e sanguigne. Se da una parte può far storcere il naso una scrittura tanto lineare, dall’altro ti trascina a pagina 150 nel giro di un paio d’ore. Non ci si annoia mai. Tuttavia il testo avrebbe avuto bisogno di ben altro che della correzione di bozze: se da una parte non ci sono refusi e l’impaginazione è curata, dall’altro ci sono situazioni che, onestamente, l’editor avrebbe dovuto segnalare e far riscrivere all’autore e infine ricontrollare che tutto filasse liscio o proporre una modifica “blindata” da accettare senza possibilità di ulteriori repliche.

Certe cose, in un libro pubblicato da una casa editrice, non le voglio proprio leggere e a quanto capisco l’editore non ha controllato che cosa andava a pubblicare. Il risultato? Veleni ad azione selettiva, cavalli fantasma che ci sono\non ci sono, fenomenali entità malvage appena accennate e più simili ad un baubau dipinto sul fondale di cartone.

A salvare in parte la situazione c’è la caratterizzazione dei personaggi, che grazie alla fortuna sfacciata di Narog (invero ben raccontata) che lo fa arrivare in modo rocambolesco fino da un guaritore, poi da un altro e via così fino al finale che poteva essere reso meglio. Un editor capace avrebbe segnalato i  problema e dato indicazioni su quale parte tagliare e quale riscrivere. Kai è un mezz’elfo: ha vissuto con sua zia per buona parte della propria infanzia e sottoposto a violenza razziale da parte degli altri elfi purosangue… e ci sta tutto: gli elfi sanno essere infami come poche altre creature del Fantasy contemporaneo. Per muoversi attraverso la foresta incantata gli elfi non hanno problemi… lui invece (Kai) ne ha: non trova i sentieri, la foresta nasconde le tracce e costringe lui e il moribondo Narog a cacciare cinghiali e fare strani tentativi per tener traccia del passaggio. Bene. Poi scoprono che mangiare le foglie di una certa pianta simile all’alloro (usata per condire il cinghiale cacciato poco prima) permette di vedere i sentieri. Ok, bene. Più avanti la zia di Kai ricorda al nipote che basta una tisana con quelle foglie.
Questo è come incrociare i flussi: è male. Dover credere che la zietta ha tenuto suo nipote per dieci e passa anni con sé e non gli hai mai insegnato questo semplice sistema per evitare di morire di stenti nella foresta che circonda la sua rigogliosa città è troppo. O è il nipote che, pur dotato di fenomenali poteri cosmici, non ricorda questo semplice sistema? Al pari dell’assassina che non sa fare il proprio lavoro, un elfa che non spiega al nipote le basi per sopravvivere nella foresta, dove pure il ragazzo ha vissuto mentre si addestrava a diventare custode (una sorta di spadaccino/mistico) prima di intraprendere la lunga ricerca che lo ha infine riportato a casa, merita un’ascia in fronte. Sarebbe bastato che un editor avesse messo mano al testo, per indicare all’autore di tagliare il pezzo della foresta (inutile) e dare più spazio al killer che poteva irrompere in casa della zia, farla a pezzi come meritava insieme ad altri orecchiopuntuti infestatori d’alb… oh, scusate, tutto questo parlare di tagliare e di elfi mi ha provocato la fuoriuscita della bipenne dal fodero. Comunque c’era spazio per una resa dei conti col killer prima della sorpresa finale. Sarebbe bastato poco: Vincenzo è un autore alle prime armi, certo, ma dotato di grande creatività e senso dell’umorismo. Avrebbe senz’altro trovato degli espedienti per apportare le necessarie correzioni e lasciare il senso della trama intatto.

Nonostante la scarsa attenzione dell’editore per il libro, la storia si tiene in piedi (caparbiamente, con una gamba sola) e là dove cade, al pari di Enrico Toti, lancia la stampella contro il nemico.

Non stai a domandarti “ma come ha fatto uno zoppo a finire in prima linea” ma “ah, però! Irriducibile fino alla fine!” perché chi sta raccontando ha talento e riesce comunque a farti sognare.

Conclusione

Un libro semplice, di facile e veloce lettura, capace di regalare qualche ora di pura evasione. Adatto a tutti.

Pro:

Ambientazione curata

Protagonisti credibili e di facile immedesimazione

Stile limpido e di veloce lettura.

Nessun refuso (salvo sviste del sottoscritto)

Contro

Editing non in grado di esaltare il testo

Trama eccessivamente semplificata, potrebbe risultare a tratti poco corposa.