In occasione dell’evento “Il club di Aurora” organizzato da Elisa Costa, il nostro blog presenta l’articolo “Il rosa in Aurora Stella” a cura di Alessandra Micheli,

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Che il rosa sia uno di generi di maggior diffusione è un dato di fatto.

A cui noi amanti di fantascienza e horror, dobbiamo solo rassegnarci.

Il problema però, non è tanto nel genere, di indubbio rispetto, ma nella modalità postmoderna con cui oggi esso è sviluppato.

Diciamocelo.

Siamo ben lontani dalla penna di Barbara Cartland, di Liala, della Delly. E se non vogliamo andare troppo a ritroso nel tempo, siamo anche lontanissimi dalla bravura di Nora Roberts, di Sveva Casati Modigliani e di Sophie Kinsella.

In quei rosa, in realtà libri in cui la formazione ha il suo rilievo, intrecciata con altri elementi come il thriller, la storia e l’umorismo, c’era sicuramente la volontà di approfondire il soggetto umano tramite uno dei più celebrati sentimenti: l’amore.

Del resto come ci raccontò il nostro Dante, è l’amore che

Che move il sole e l’altre stelle

(Paradiso, XXXIII, v. 145)

E’ la passione che spesso scrive sulla pergamena della vita il proprio destino, tanto nefasto quanto brillante.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona.

E neanche io, integerrima sostenitrice del noir e delle trame di sangue, posso restare sorda a tale poesia.

Una poesia che racconta davvero l’amore in ogni sua sfumatura, dalla tragica alla sublime, quella che spesso fornisce il meraviglioso mezzo di crescita personale, così come espresso dal cantico dei cantici:

Mi baci con i baci della sua bocca!

Sì, migliore del vino è il tuo amore.

Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza,

aroma che si spande è il tuo nome:

per questo le ragazze di te si innamorano.

Trascinami con te, corriamo!

M’introduca il re nelle sue stanze:

gioiremo e ci rallegreremo di te,

ricorderemo il tuo amore più del vino.

A ragione di te ci si innamora!

Cantico dei Cantici

 

E ancora

 

Belle sono le tue guance fra gli orecchini,
il tuo collo tra i fili di perle.
Faremo per te orecchini d’oro,
con grani d’argento.
Mentre il re è sul suo divano,
il mio nardo effonde il suo profumo.
L’amato mio è per me un sacchetto di mirra,
passa la notte tra i miei seni.
L’amato mio è per me un grappolo di cipro
nelle vigne di Engàddi.
Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe.
Come sei bello, amato mio, quanto grazioso!
Erba verde è il nostro letto,
di cedro sono le travi della nostra casa,
di cipresso il nostro soffitto.

E sì, miei adorati lettori.

Questa sublime poesia è parte della Bibbia, del Vecchio Testamento per essere precisi.

E ben spiega come l’amore, quel sentimento beffardo e unico, sia il mezzo con cui molti si sono avvicinati a Dio, chi sublimandolo in amor universale, chi invece vivendolo e assaporando ogni sua sfaccettatura, dalla materiale alla mistica.

E allora capirete bene come leggere libri, in cui questo sentimento è banalizzato, storpiato, reso commerciabile, togliendo la sua dimensione incorporea, quel racconto di come le anime suonando e vibrando della stessa musica riescono a evolversi, dia mortalmente fastidio.

Dov’è la musicalità nei nostri scritti di oggi?

Dove sta il dolore e la bellezza in quell’affannosa ricerca di scultorei addominali, di turpiloqui vanesi e di ginnici irreali esercizi fisici?

Forse Yuri Chechi riesce ad apprezzarli.

Io no.

Non sono romantica, è vero e lo ammetto, ma gli scimmioni malati mentali non mi procurano emozioni, neanche se dotati di ehm interessanti elementi scenici.

Io vibro con parole come queste:

La festa appena cominciata
È già finita
Il cielo non è più con noi
Il nostro amore era l’invidia di chi è solo
Era il mio orgoglio la tua allegria

È stato tanto grande e ormai
Non sa morire
Per questo canto e canto te
La solitudine che tu mi hai regalato
Io la coltivo come un fiore

Chissà se finirà
Se un nuovo sogno la mia mano prenderà
Se a un’altra io dirò
Le cose che dicevo a te

Ma oggi devo dire che
Ti voglio bene
Per questo canto e canto te
È stato tanto grande e ormai non sa morire
Per questo canto e canto te

Chissà se finirà
Se un nuovo sogno la mia mano prenderà
Se a un’altra io dirò
Le cose che dicevo a te

Ma oggi devo dire che
Ti voglio bene
Per questo canto e canto te
È stato tanto grande e ormai non sa morire
Per questo canto e canto te

Sergio Endrigo

Ecco, semplicità, vita di ogni giorno.

Basta poco perché l’amato o l’amata riemergano dall’intricata foresta dei ricordi, con la sua aura prodigiosa e ammaliante.

E allora la nostra eclettica autrice, aliena da simili giochi di apparenza, ma dotata dell’occhio acuto, per la sostanza ( non è un gioco di parole) si chiede

Cos’è che attira in una storia d’amore oggi?

Per quale motivo tali storie, seppur banali e spesso pericolose nei contenuti, seducono molte delle nostre lettrici?

E’ il brivido la risposta.

Ognuno cerca, in un modo anaffettivo e privo di slanci emotivi, cosi improntato alla realtà virtuale e alla progressiva scomparsa del corpo, di sentire ancora un palpito. E spesso quel palpito viene scambiato con la trasgressione e con l’acme delle sensazioni tali da sfiorare anche la innaturalezza.

Corpi alienati da un mondo che corre, siamo all’affannosa ricerca dell’anima. Senza capire che, in fondo essa si nasconde sopratutto in un gesto lieve e semplice.

E allora è la banalità, il profumo delle cose semplici ( non a caso l’autrice paragona l’amore al pane appena sfornato, così scontato ma dal sapore conosciuto e sublime) di quell’ovvio non così ovvio che può essere d’aiuto per ritrovare noi stessi e il tepore di una casa per troppo tempo adombrata di nubi. E’ la casa del nostro io, a cui basta solo una carezza e uno scontato ( ma neanche tanto) abbraccio.

E allora :

perchè non mostrare i difetti e far innamorare i protagonisti proprio di quei difetti

Perchè non ritrovare la bellezza, non nella patinata protagonista uscita da una rivista di moda o del macho duro ma buono ( binomio pericolosossimo per le nostre giovani. Se sei duro e animalesco di buono hai solo lo srpay al peperoncino ragazze mie)

Aurora Stella 

Ecco che il libro, propinato come rosa, diviene una divertente ma necessaria crociata contro gli stereotipi.

E non solo nella narrativa rosa, ma nella nostra stessa società, contestando temi come bellezza, accettazione identità di genere e persino come e di cosa ci si dovrebbe innamorare:

La bella che diventa una bestia e aggredisce lo scippatore, l’attore da rivista patinata che rutta e produce amorevoli suoni intestinali come un coatto e mangia come un disperato. E perchè non prendere un po’ in giro il lettore con un bel finale alternativo dove questa coppia comunque di belli ricchi e strafighi (con qualche trascurabile difettuccio che vedono solo i gatti e i cani ) non diventi per davvero una coppia normale? L’eroe calvo e ciccione mezzo ubriacone e lei una virago altrettanto in sovrappeso che va vestita come una contadina? Perchè l’abitudine e la trascuratezza devono infestare solo la vita reale e mai i libri?

Aurora Stella 

 

Ma nonostante la verve beffeggiatrice di Stella c’è il vero romanticismo.

Quello permeato di una luce soffusa che, grazie all’ottica dello sberleffo, della svalutazione dei luoghi comuni tipici, rivede la luce dorata di emozioni scevre da ogni sentimentalismo.

Quelle che si innamorano cioè, non dell’apparenza, dei grandi gesti, delle eclatanti scene in cui domina un certo voyerismo del lettore.

Ma di sensazioni quasi scontate, quelle che si nutrono di fedeltà, di onore, di compassione di sé e per gli altri, di semplicità e di piccole grandi gesta eroiche quotidiane, che siano il salvare un gatto randagio o restare abbagliati dalla veracità spontanea di una donna.

 

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Les Fleurs du mal è lieto e onorato di partecipare al blog tour, in onore dei libri di Marina di Guardo “La memoria dei corpi”. Noi oggi ci occuperemo della prima tappa “Come è giusto che sia e il concetto di giustizia nel romanzo”. A cura di Alessandra Micheli

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A volte l’incontro con un libro, non è un incontro muto.

A volte il libro prende vita e ti accompagna lungo una strada, dove, spesso, si trova un bivio ombroso.

Quando sono di fronte a questa diramazione, affatto accogliente, so che è un occasione unica, irripetibile.

Perché sono cosciente che inizia a crescere e sempre di più, quell’impulso alla domanda.

Unico porto sicuro in quell’uragano di punti interrogativi, capace di contrastare la bufera di emozioni è la semantica.

La mia passione per l’etimologia mette ordine nel disordine, restituisce la giusta collocazione dei fatti e ristabilisce l’armonia della parola.

E tutto torna a scorrere.

Uno dei temi che più mi sta a cuore è la giustizia.

Ma, se questa mia adesione alla legge del giusto viaggia su binari dritti e rigidi, ci sono alcuni libri che con il loro uragano di dubbi, bussano insistenti alla mia perfetta concezione del mondo.

E allora capisco che la giustizia, tanto millantata, da me difesa ricercata, è in realtà un concetto oggi troppo labile e troppo sfumato.

Il libro di Marina lo mostra con una beffarda crudezza.

Mi immagino l’autrice con il suo sorriso sarcastico e malevolo, mettere bellamente alla prova il povero lettore, cosi convinto della sua adesione societaria, cosi convinto della facilità con cui i difficili percorsi umani possano essere risolti dalla retta propensione del cittadino a rivolgersi al settore competente, quello che protegge.

Ma chi protegge?

In realtà la legge chi tutela?

La vittima o il carnefice?

Permette davvero la risoluzione dei conflitti?

Permette davvero la libera espressione personale?

E lo fa in modo celere o soltanto come ultima estrema ratio, rendendosi colpevole di una intrinseca capacità del nostro mondo di evitare l’avverarsi della funesta idea hobbesiana dell’uomo lupo feroce?

Per individuare il messaggio della Di Guardo dobbiamo per forza rivolgerci al dizionario: cos’è la giustizia?

Secondo la semantica, giustizia è l’ordine virtuoso dei rapporti umani in funzione del riconoscimento e del trattamento istituzionale dei comportamenti di una persona o più persone inserite in un determinate cotesto sociale.

Questo significato riguarda il concetto di applicazione pratica e si identifica in un preciso codice visibile, che classifica i comportamenti dividendoli tra i non ammessi e gli ammessi, sempre in riferimento a una precisa e certa società umana. Per effettuare poi il controllo, si dota di una struttura giudicante in grado di applicare sanzioni nel caso di violazioni gravi della libertà altrui.

In sostanza, possiamo quindi avere una legge che detta i canoni oggettivi (regole e relative sanzioni) che impediscono l’avverarsi dell’incubo di Hobbes, ossia uomini che si contrappongano uno all’altro, in modo cosi violento e rigido da sfaldare la stessa comunità di cui sono membri.

Se si considera uno stato un organismo, semplicemente si cerca di impedire che i propri organi entrino in conflitto.

Ma oltre a questo concetto, troviamo un altro, più intenso e interessante che non si rivolge al lato pratico dell’esercizio (movimento) della giustizia, quindi un concetto impositivo e codificato, ma a un moto interiore dell’animo, un impulso naturale alla conservazione e all’ordine armonico (cosi in cielo cosi in terra) chiamato senso della giustizia.

Quest’attitudine etica è considerata da sempre naturale, tanto che non può essere insegnata, in quanto riguarda una certa percezione e interpretazione della realtà e del cosmo e della società, considerata un organismo interconnesso, attraversato da reti fitte e intricate di responsabilità e influenze.

Basta rompere un solo filo di questa tela (web) per far crollare l’intero disegno originario (saprete bene che la ragnatela comune non è un banale intreccio di filamenti prodotti del ragno, ma ci mostra disegni meravigliosi artistici, cosi perfetti da restare sbalorditi).

Ecco il senso della giustizia è la consapevolezza di questa ragnatela di relazioni, che implica un concetto scientifico molto importante: azione e retroazione. Ogni nostro muoversi avrà quindi, conseguenze più o meno nefasta, scrivendo il nostro destino e colorandolo di colori opachi, brillanti o cupi.

Ed è l’ultimo concetto che impegna in un patto non scritto ( a differenza della legge codificata) i singoli individui a tenere comportamenti precisi in situazioni ordinarie o straordinarie usando criteri di giudizio, di etica, di correttezza e rispetto.

A un tradimento quindi non corrisponderà mai un atto lesivo della persona.

A uno schiaffo non dovrà corrispondere un pugno e cosi via.

Ed eccoci arrivati al libro di Marina Di Guardo: che idea di giustizia ci propone nel suo romanzo?

Due sono i protagonisti in realtà, che rappresentano le due opposte visioni di giustizia: Dalia e l’ispettore Salvatore Caruso.

La prima rappresenta quella che in gergo si chiama Giustizia vendicativa o punitiva. Anche se questo termine regola l’esercizio del potere giudiziario (ogni paese ha la sua idea di punizione, per alcuni è la reclusione con finalità redentive, per altri è una semplice vendetta che comporta l’attuazione della massima biblica occhi per occhio, dente per dente). Dalia è e resta, una nemesi, una divinità feroce che contempla non l’etica della giustizia ma la sua attuazione anche nel caso in cui, essa debba infrangere ogni tabù.

Si rese conto di non provare il benché minimo rimorso: più passava il tempo, più si sentiva giusta.

E’ il senso di compiere una sorta di risarcimento alle vittime che porta, il vendicatore a darsi il ruolo di latore di morte o salvezza. E questo per quanto ci stuzzica, ci intriga, visto il sistema troppo lento della legge, non nasconde un dato che cozza contro il concetto che ho sopra espresso:

Quel progetto la faceva sentire importante, aveva uno scopo, un obiettivo da raggiungere, qualcosa che finalmente la facesse sentire viva.

Ora, il bisogno di sentirsi viva è un bisogno personale, privato che poco o nulla a da spartire con il vero senso di correttezza, che tende a isolare il torto e la sopraffazione dalla compagine sociale. Ed è per questo che ammantato da uno strano e inquietante senso di onnipotenza, provoca un freddo mortale.

Nessuna sbavatura, niente da eccepire, poteva essere contenta di come aveva gestito la situazione. Ma il freddo non smetteva di sferzarla come un vento maligno.

Ritenere il giusto come fatto privato, come modalità non per tutelare il cosmo società, non è più un atto di giustizia che deve avere una connotazione universale (tutelare appunto l’ordine organizzato) ma una sorta di vendetta. E la vendetta è un accadimento totalmente interiore e PRIVATO.

piuttosto, aveva sperimentato un’enorme sensazione di potere. Si era sentita padrona di se stessa, capace di scegliere.

E questo deriva da una problematica psicologica che rende le persone non parti di uno stesso organismo sociale a cui aderisce CREDENDOCI:

Quando apriva quel quaderno, si sentiva bene. Finalmente se stessa. Libera da finzioni, buone maniere, rituali sempre uguali.

Questo perché gli eventi sono vissuti come estranei, come poco valorizzativi di un anima:

Un senso di disagio la riempì. Si sentì diversa dalle sue coetanee. Incapace di sognare, di aspettarsi il meglio, di credere che tutto sarebbe andato bene.

E se qualcuno si sente alieno, inserito in un contesto che non le appartiene, ingiusto, oppressivo, distruttivo per la propria personalità, si sente di dover indossare la maschera dell’accettazione, di dover chinare la testa, ciò comporta un accadimento dolente e grave: la frustrazione sfociata come “giustizia” non è che un modo per ribellarsi a un sistema ritenuto sbagliato, semplicemente usando le stesse armi che si contestano.

Perché è l’unica modalità di reazione che si conosce.

L’altra faccia della medaglia, è rappresentata da Caruso e oserei chiamarla di derivazione greca, ossia ha fondamento nella realtà naturale come principio ideale e esprime non la riparazione dei torti ad opera di una nemesi, ma la necessità di mantenere ogni cosa in ordine, nel proprio corso, seguendo un principio di Armonia e coordinazione dei rapporti umani.

Salvatore Caruso non era mai stato troppo interessato ai soldi. Se lo fosse stato, non avrebbe mai scelto di entrare in Polizia, con quella paga da fame. Alla facoltà di Giurisprudenza era tra gli alunni più brillanti, dotato di memoria ferrea e agilità intellettiva. Con tutti i trenta e lode che collezionava, sarebbe potuto diventare un avvocato famoso, un magistrato, forse anche un notaio. Invece, contro ogni previsione, aveva scelto di fare il poliziotto, con grande disappunto del padre e della fidanzata, poi divenuta sua moglie.

E perché Caruso non ha scelto la strada comoda?

Un evento traumatico da bambino, un evento che avrebbe potuto peraltro a scegliere la via della giustizia vendicativa:

Molti sapevano delle violenze che subiva in famiglia, dalla madre, ma soprattutto dal padre. I giornali avevano polemizzato per tanto tempo. Sostenevano che le indagini fossero state condotte in maniera approssimativa: si erano trascurati elementi importanti e, per questo motivo, il responsabile l’aveva fatta franca.

E cosa succede?

 Poi aveva deciso. Sarebbe entrato in Polizia. Avrebbe usato tutta la sua intelligenza, la sua preparazione per fare in modo che certi delitti non rimanessero più impuniti. Lo doveva a quel ragazzo dagli occhi tristi cui nessuno era stato capace di dare giustizia.

 

La differenza sta qua.

Mentre Dalia usa il concetto di giusto per se stessa, per rifiorire da un contesto limitante, lo stesso viene usato da Salvatore semplicemente per dare voce alle vittime, restituire a loro dignità, e pace. Serviva per non dimenticare quei nomi, perché anche soltanto la ricerca, l’impegno e la determinazione a porre freno allo squilibrio, poteva fare la differenza.

Salvatore ci prova a mantenere pulito l’armonico ordine del cosmo.

Possiamo nascere nel contesto più terribile che si voglia. La scelta ultima, però è sempre e solo la nostra.

 

È nata in un contesto non favorevole, ma avrebbe potuto cambiare la sua vita. Invece ha compiuto una scelta infelice.

 

Adesso sta a voi decidere quale concetto di giustizia sposare.

Ma Attenti.

Il gelo dell’anima vi aspetta all’angolo con un sorriso crudele.

Nuova uscita targata Quixote editore ” Come sedurre il capo” . Per tutti gli amanti del genere.

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TRAMA:
Lauren
Tornare al lavoro doveva essere una transizione indolore, ma quando il mio nuovo capo si rivela essere uno stronzo arrogante e presuntuoso, la mia vita professionale si è trasformata in una vera tortura. D’accordo, averlo chiamato stronzo prima di sapere che fosse il mio capo non è stata la migliore delle scelte. Odiarlo dovrebbe essere facile. Solo che non avevo messo in conto che fosse così fantastico e affascinante, quando non mi provoca.
Austin
Mi aspettavo che la mia nuova segretaria fosse professionale e puntuale, ma finora ci sono stati solo occhiatacce e commenti sgarbati. Quella piccola furia meriterebbe il licenziamento, ma l’unica cosa a cui riesco a pensare è di farla piegare sulla mia scrivania e infrangere ogni regola che mi sono auto-imposto. Uno sguardo. Un tocco. Una notte. Se infrangiamo le regole, le nostre vite non saranno mai più le stesse.
Fortunatamente, le regole sono fatte per essere infrante. E poi, è così bello sedurre il capo.

L’autrice 

Quando Natasha non ha il naso infilato in un libro, o non sta digitando sulla tastiera perché impegnata a scrivere, è in cucina intenta a preparare pasti deliziosi, oppure la potete trovare in auto mentre fa da autista ai suoi figli o, qualche volta, con il marito a programmare i suoi viaggi di lavoro. E sempre con un tacco dieci, mai più basso. È una cosa buona che i suoi personaggi facciano ciò che lei dice loro di fare, perché nemmeno il suo Labrador l’ascolta…

 

 

Dati libro

TITOLO: Come sedurre il Capo
TITOLO ORIGINALE: Tempt the Boss
AMBIENTAZIONE: Usa
AUTRICE: Natasha Madison
TRADUZIONE: Martina Presta
COVER ARTIST: PF Graphic Design
SERIE: Tempt Serie #1
GENERE: Contemporaneo
FORMATO: E-book (Mobi, Epub, Pdf) e cartaceo
PAGINE: 249
PREZZO: 3,99 € (e-book) su Amazon, Kobo, iTunes, Google Play, Store QE
DATA DI USCITA: 28 dicembre 2018

“XXL” di Anna Cambi, Alter ego edizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Un’intera settimana in questo posto, il ritiro per ragazze ciccione che credevo esistesse solo nei telefilm americani, con l’aggiunta delle lezioni di mamma: praticamente un incubo. E io ci sono dentro”

Leggere XXL, mi ha letteralmente proiettato in un racconto capace di ipnotizzare la mia attenzione sin dalle prime pagine, con un ritmo veloce, diretto, ironico e un grande potere descrittivo di luoghi e personaggi.

La protagonista Silvia, 14 anni, trascinata dalla perfetta mamma e le sue pupille, Helena e Astrid, sorellastre più che perfette nel fisico e nell’aspetto, per sostenere il “programma” di dimagrimento e “cura” del proprio aspetto, assieme ad altre ragazze taglia XXL, in un complesso residenziale appena ristrutturato nelle campagne della Toscana.

Silvia è come un vaso di pandora, dove al suo interno ha accumulato negli anni, odio, rancori, rabbia, poco affetto, non essere mai all’altezza delle situazioni e aspettative, sentirsi perennemente come una figlia malata, a cui è necessario trovare la cura al più presto, altrimenti non ci sarà alcuna salvezza.

Silvia e i suoi kili di troppo.

Silvia prova solo sentimenti negativi nei confronti della perfetta e impeccabile e magra mamma, mentre il papà ormai è assente e troppo impegnato con la sua nuova giovane ragazza.

Il cibo è conforto, nascondere merendine per premiarsi dopo un giorno no, il cibo è il premio per una parola offensiva che arriva all’improvviso e senza un vero motivo, uno sguardo dato con disprezzo, un abito che non calza perfettamente ad un corpo “troppo” curvy per la sua età.

Occhi che la guardano appena, come un problema da risolvere quanto prima, un indifferenza capace di essere tagliente più di una lama.

Vi troverete davanti ad un fiaba moderna che cela il suo lato oscuro, misterioso e voci che sembrano allucinazioni della propria mente.

Poi c’è il bosco ed è tutto nel bosco la chiave di un riscatto.

E’ buio dentro il bosco. 

Eppure i suoi occhi si sono abituati subito all’oscurità, i piedi sanno evitare gli intralci e trovano sentieri senza sforzo. Si muove rapido e sicuro tra gli alberi, come una bestia della notte, come un cieco dentro la propria casa. 

Perchè in fondo è lì che sono.

A casa. 

E tutto, in loro, è cambiato. Il bosco ti cambia.

 Solo un cosa è rimasta la stessa. 

La fame.

 Ma il bosco saprà come sfamarli”

Ricordate che ogni personaggio, non è solo un nome o un peso segnato dalla bilancia, ci sono innazitutto persone, ognuna con la propria storia, sentimenti ed emozioni.

Complimenti ad Anna Cambi, una scrittura precisa, pulita e un ritmo incalzante soprattutto nella metà del romanzo, un giro sulle montagne russe a cui non puoi non sottrarti sino ad arrivare a sentire la vocina “termine di corsa”.

Buona Lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

“L’ultimo nemico” di Luca Luchesini, Lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte

Lettera ai Corinzi 15,26

Quante volte abbiamo letto questa frase, sdoganata dalle lettere del buon san Paolo e resa famosa dalla nostra zia Jane?

Tutti credo.

Ma pochi come me si sono fermati a riflettere: perché considerare nemico un fatto collegato al nostro ciclo vitale?

Quello che ci accomuna a fiori e piante, che nonostante abbiamo avvinto di colori terrificanti, per chi ha una mente curiosa non sarà altro che un altra, grande scoperta.

In fin dei conti, per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura.
Albus Silente, Harry Potter e la pietra filosofale

Un avventura, una porta che ci aprirà scenari diversi, mai congrui alle nostre personali aspettative, che nessuno potrà mai descrivere.

Oh se ci hanno provato.

Poeti, scrittori, pittori, tutti a dipingere quel paesaggio che nessuno sa.

Ognuno colorandolo delle proprie idee, ideologie, credenze e speranze.

Ma nessuno riesce lontanamente a immaginare cosa si cela dall’altra parte. Possiamo solo narrarlo con gli occhi delle fede, qualsiasi fede, che sia religiosa o atea o scientifica.

Possiamo solo esorcizzare la paura dell’ignoto con la nostra arte creativa, sperando sempre di sbagliarci e che questo ultimo nemico sia diverso da come lo immaginiamo, più semplice, più riconoscibile, come un amico che non vediamo da tanto tempo e all’improvviso ci chiama sorridente.

Forse la morte è davvero un altro sogno, un altra dimensione, un altra storia da raccontare e raccontarsi, perché soltanto con le parole noi tracciamo le linee essenziali dell’eternità.

L’ultimo nemico è sicuramente un perfetto thriller colorato di distopia, da leggere con il fiato sospeso.

Ma è anche, per i fini intenditori, un viaggio filosofico attraverso la nostra più grande paura, la signora con la falce che non risparmia nessuno da secoli.

Possiamo tentare di gabbarla con la scienza, o con la musica come ci dimostra il mio amato Branduardi in ballo in fa diesis minore.

Possiamo affrontarla con occhi di brace e essere immortali grazie al nostro tentativo di confinarla in rigidi concetti.

Ma ci sfuggirà sempre.

Anche nell’ultimo nemico il sogno di Picard, intelligente e lungimirante scienziato, lei regna sovrana.

Tuttalpiù ritardiamo il nostro arduo incontro con il suo cinereo volto.

Ma palla fine bussa sempre.

Nello stravolgimento apportato dalla scoperta del Teleomerax, essa non fa altro che ballare fiera e sarcastica.

Tra morti, intrighi, velleità umane tutte improntate alla ricerca del potere, lei occhieggia beffarda.

Non potete sconfiggermi sembra sussurarci sorridente.

Eppure io, in quel sorriso feroce, non ci ho mai visto nulla di macabro.

La morte è li soltanto per amore.

E lo capisce il nostro scienziato alla fine del suo lungo, lunghissimo viaggio attraverso anni, epoche, sempre improntate alla perfidia del potere che seduce gli uomini facendoli alleare con l’unico vero nemico: l‘ingordigia e la voglia di dominare l’altro.

Ecco che la morte è solo il mezzo per aver un sano timore di Dio, affinché si possa comprendere che esiste sempre una legge sacra da rispettare, che nulla ha da spartire con l’immobilismo fanatico religioso.

La morte è lo stimolo a superare i nostri limiti a vivere sempre con maggior passione quella vita, importante finché è la nostra, da rendere CAPOLAVORO assoluto, non distruzione oscena.

E il timor di Dio, in fondo, è questo: sapere di avere nella nostra anima un lato oscuro, lato terribile, cosi degno sia di venerazione come di spavento.

Il timor di dio non è il limite da superare, ma è semplicemente il rispetto che dobbiamo portare ai nostri doni, l’intelletto, la creatività, la fantasia e tutto quello che da questi straordinari strumenti può nascere.

Vedete l’uomo è immerso in un ordine strutturato che il nostro dio, quello vero non quello creato dalla nostra finalità cosciente, ci invita a nominare.

Capite?

Nominare ossia rendere esistente.

E nominare comporta l’osservazione, e l’osservazione è il primo passo della sperimentazione tattile e mentale.

E cos’è questa se non la scienza?

La scienza è il riconoscimento della meraviglia che ci circonda.

Lo stesso Picard non fa altro che emozionarsi davanti alle scoperte del DNA dei telomeri.

I telomeri sono le strutture che permettono al DNA di replicarsi e formare una copia esatta della cellula originale, solo che con il passare del tempo diventano sempre più corti, fino a quando la cellula non è più in grado di riprodursi correttamente e muore.

Del resto come non stupirsi delle meraviglie del corpo?

La struttura perfetta, ingranaggio di un meccanismo con una precisione maniacale.

E che dire dei numeri dell’universo, quelle costanti che sono alla radice di tutti i fenomeni del mondo e ne determinano il ripetersi sempre uguale, con una perfetta sincronia.

Allora la morte non è l’ultimo nemico.

Il vero antagonista di noi stessi va ricercato in un sistema che non cambia mai, nonostante le diciture sociologiche che identificano ogni finto stravolgimento come nuovo ordine.

i grandi conflitti dello scorso secolo sono successi in periodi di tumultuoso sviluppo. Pensi solo ai progressi della fisica, alla scoperta dell’energia nucleare a cavallo delle due guerre. Tutto questo ha scatenato una sequenza di invidie, timori, risentimento e disordini economici che sono infine sfociati nella guerra. Quindi, niente di nuovo.

Un sistema che fa dello scontro, della competizione la sua raison d’etre, descritto perfettamente dal nostro Luchesini, con una bravura rara, con la capacità di coniugare tensione e riflessione.

Un mondo distopico?

Forse molto meno di quanto immaginiamo.

E’ lo scenario di chi vuole semplicemente raccogliere la sfida di signora morte e provare a cambiare se stesso, con la sua intelligenza, la sua evoluzione personale, per creare un uomo nuovo, o una razza che possa finalmente imparare dagli errori e procedere verso un apprendimento diverso, quello del terzo tipo tanto auspicato da Gregory Batson.

Allora oltre a restare avvinti da queste pagine, raccogliamo la sfida di Signora Morte e cerchiamo di superare i nostri limiti per raggiungere, finalmente, un armonia tanto agognata ma tanto lontana.

Complimenti Luca.

Emozionarmi non è affatto facile.

E tu ci sei riuscito

Il Telomerax permette di ampliare le opportunità, e questo è esattamente quanto facciamo da quando abbiamo abbandonato le caverne. Se ne fossimo stati più consapevoli, avremmo forse potuto evitare tutte le tragedie che ci siamo auto-inflitti lungo il percorso.”

Ecco che cosa ci manca: una sana, necessaria consapevolezza di noi stessi. E nulla, neanche la scienza potrà darcela.

E’ la nostra scelta.

 

Oggi il blog consiglia “Contro la Marea” di Kiera Andrews, Triskell editore. Imperdibile!!!

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Trama:
Alla deriva in un mondo post apocalittico, tutto quello che hanno è… se stessi. Sarà abbastanza?
Un virus che trasforma gli infetti in assassini simili a zombie si sparge come un incendio trasformando il mondo in un caos senza legge. Gli innamorati Parker e Adam sono in fuga in mare aperto quando sentono un messaggio che arriva da un posto chiamato Salvation Island, che dovrebbe essere un rifugio sicuro.
Orfano sin da quando era bambino, il lupo mannaro Adam ha sempre desiderato un branco. Non vede l’ora di indagare su quell’isola, ma Parker non crede nemmeno per un nanosecondo che ci si possa fidare di quella voce alla radio. Lui non si fida di nessuno tranne Adam, ed è deciso a continuare così. Non hanno bisogno di nessuno a complicare la loro lotta per la sopravvivenza. Oppure sì?
In alto mare il pericolo può arrivare alla superficie in un batter d’occhi, e se Parker e Adam non fanno attenzione, la corrente li trascinerà sotto.

Attenzione: nel romanzo vengono rappresentate scene sessualmente esplicite con contenuti forti

Dati libro

 

Data di pubblicazione: 11 Gennaio

COLLANA: RAINBOW

Titolo: Contro la marea
Titolo originale: Fight The Tide
Serie: Kick at the darkness #2

Autrice: Keira Andrews
Traduttrice: Sara Linda Benatti

ISBN EBOOK: 978-88-9312-466-9

Genere: Paranormal
Lunghezza: 294 pagine

Prezzo Ebook: € 5,99

“Yohnna e il baluardo del deserto” di Andreina Grieco. A cura di Alessandra Micheli

 

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Mentre leggevo il libro di Andreina Grieco, nelle mie cuffie  udivo le soavi poesie in musica di Angelo Branduardi.

 Nel suo album incredibile altro e altrove, mise in musica tutti i versi d’amore più belli di ogni parte del mondo.

Abbiamo la dolce Laila che è paragonata al profumo dell’erba, al biancore delle perle, alla morbidezza delle sete preziose di Lahore e all’ebbrezza del vino di Shiraz.

Pur essendo di un diverso e lontano luogo (il Nepal) la canzone ha quella dolcezza zuccherina del dattero, il profumo di spezie lontane che sanno di cannella e fiori di garofano. Quell’effluvio che sa di acqua e deserti, di spazi lontani, incantati che da Damasco fino all’Iran riempiva i miei sogni di bambina. Eh si cari miei.

Sono cresciuta con la favolosa raccolta delle mille e una notte, sognando e sperando fino all’ultimo, che la meravigliosa Shaharazad riuscisse ad addomesticare il livore del malvagio re, con la sua dolce cantilenante voce.

E mi immergevo nelle avventure incantate di Simbad, o della bella persiana, adagiata su morbidi cuscini, irrorata di acque di fiori, petali di rosa che accarezzavano a ogni mio passo, bella  fiera come le loro eroine, regale ma tremenda come una spada, pronta a ferire il cuore del mio spasimante. Immagini di una femminilità passata, per nulla vinta, ma capace di addomesticare la violenza con la fantasia.

Oh dolci sogni di diserti ricchi di geni come il mio Aladin!

 Sogni di oasi e dai bellissimi guerrieri in blu, dagli occhi di ghiaccio.

Di libri magici, di tappeti maestosi e fatati, di dune e montagne, di albe e tramonti di fuoco.

Se oggi per noi l’Arabia è solo guerra e terrorismo, maschilismo sfrenato senza rispetto per il corpo, un tempo le poesie ci ricordano una femmina diversa, anzi una donna completamente aliena dai nostri stereotipi.

 Leggete questo anonimo arabo:

io canto la ragazza dalla pelle scura

 come una quercia la vento lei cammina ondeggiando

 io avido ho bevuto il suo amore a pieni sorsi

finchè non ho sentito il mio cuore farsi acqua

 lei muove i suoi capelli come le piume del pavone

 che scuote le sue Ali

 ma non potrà mail volare

un ragazzo coraggioso oso prenderla di mira

Al cuore lo ha colpito ed a morte lo ha ferito

lo canto la ragazza dalla pelle scura,

come una quercia al vento, cammina ondeggiando.

Un lampo tra le nubi, lo sguardo dei suoi occhi

rischiara all’improvviso il buio della notte.

Le sue guance sono rose nella mano del sultano,

corallo la sua bocca, rosse le sue calde labbra.

La copre un mantello che le sfiora la caviglia,

esile, il suo braccio e una spada sguainata.

La cadenza regolare del suo corpo

è un vascello che naviga sicuro…

Lascia il porto, prende il largo e va…

Come si nota dalle frasi, l’ideale femminile arabo era un misto incredibile tra forza, grazia, acume, sensualità portata da elementi visivi e olfattivi (spesso la pelle profuma di mirra o i capelli sono setosi quasi a sottolineare l’identità sovrannaturale della donna) senza che questo ledi la sua dignità regale.

 La donna è pericolosa perché sa “difendersi” da assalti non graditi e al tempo stesso è porto sicuro per gli affetti e simbolo della stabilità di un anima che vagava persa nei suo sogni.

Come Simbad insegna.

E non a caso la nostra Grieco, accanto a un protagonista Yohnna, erede della scaltrezza di Aladin e Sinbad, esiste una perfetta figura femminile, indomita e forse pazza, capace di mostrarsi di fronte alla divinità del Jinn in tutta la sua fierezza, come la ragazza cantata da Angelo Branduardi, Salima:

 

La donna in piedi davanti a un tavolo di madreperla, fasciata in un haik grigio chiaro che le lasciava scoperto solo il viso, mi accolse a braccia aperte. La strinsi a me con lo slancio di un bambino separato troppo a lungo dalla madre. Notai quanto fossi cresciuto dall’ultima volta: il suo viso, in cui campeggiavano due occhi d’ebano simili ai miei e un naso grosso e aquilino, ora si abbandonava sul mio petto e le mie braccia riuscivano a cingerla per intero.

 

Salima è una donna dai mille segreti, capace di affrontare con ferocia la malvagità e il potere maschile senza mai abbassare la testa, senza mai chiedere perdono, quasi orgogliosa delle sue cicatrici di battaglia:

 

Le guardie entrarono in quella stanza semi-buia. Un sibilo. Una freccia attraversò il mio campo visivo. Una freccia d’oro.

Il dardo andò a spezzare la corda. Un’ anta di un armadio cadde dal soffitto e colpì alla testa tre guardie. Altre due, colte di sorpresa, si ritrovarono un mio coltello dietro la schiena, mentre l’ultima rimasta fu seccata da una freccia lucente comparsa come la precedente da un angolo buio.

«Yohnna!»

Salima uscì dalla penombra coperta da un velo, con l’arco in mano e mi abbracciò forte. Ricambiai fino a sollevarla da terra per un istante.

«Sorella, sei stata magnifica, come diamine hai fatto?»

«Quando i tuoi avversari sono più forti di te non ti resta che superarli in ingegno

 

Come non rivedere in questo racconto dalle mille sfaccettature i miei adorati, amati racconti di infanzia, rinchiusi nel cuore?

Come non ritrovare Shaharazade negli occhi di giaietto di Salima?

I racconti del Baluardo del deserto, non solo ataviche rimembranze, ma incentrano la sua riflessione su un diverso concetto di divinità.  Il folle custode della natura, reso schiavo dalla saggezza del grande Salomone, è in cerca della sua salvezza e perché no, della redenzione, che solo il contatto con l’umano può dare, e che trova nell’ammirazione per un piccolo uomo, una fonte di divertimento ma anche di passione persa nei secoli, passati a fondare e rifondare templi in grado di osannare la grandiosità dell’uomo.

Ecco che non è l’uomo a riverire la divinità, è la divinità che per mezzo dell’uomo sale verso le regioni superiori dello spirito, liberandosi dai suoi peccati. Una divinità che pecca, non ha uno squisito sapore gnostico?

Ed è questa grandezza immeritata, questa non comprensione della meraviglia della materialità, che forse fa impazzire di gelosia le divinità minori: non sono forse gli uomini semplici schiavi?

Eppure esiste un Dio superiore persino al Baluardo, che li ha resi più importanti degli angeli e coronati di gloria e stelle.

Resi padroni dell’universo mentre i suoi Jiin, sue emanazioni,  semplici custodi della bellezza del creato.

E nonostante la pazzia di questi ibridi capaci solo di scannarsi l’uno con l’altro, il Baluardo deve poterli venerare, comprendere, capire e perché no, amare.

E in fondo, nonostante i suoi tentativi spavaldi di sopraffare il piccolo Yhonna, si rende conto che la scaltrezza, i sentimenti, la sua imperfezione ma anche l’orgoglio di essere un fragile essere umano,  lo rendono grandiosamente degno di rispetto.

 

Forse io, col mio discorso, l’ho aiutato ad aggiungere qualcos’altro sul piatto della bilancia: non è più degno di onore chi fa quello che gli pare senza pensare alle conseguenze, ma chi decide di crescere e accettare i propri limiti.

 

 

E sono i limiti lo sprone che ci permette di creare attraverso le nostre storie quei  riti che danno valore e consistenza al passato, creando il presente e invitando alla danza il futuro.

Ecco che attraverso la lettura incantata d un libro che è antico e moderno al tempo stesso, possiamo ricreare il passato di un Arabia diversa, di una Siria regno fatato, di una tradizione che poco ha da spartire con quella oscurantista del post moderno:

’Islam non deve soffrire di questi arcaici terrori perché fu in grado di spezzare questo circolo e insegnò agli arabi a riappropriarsi delle stelle e del tempo per fabbricarsi un presente. L’Islam ha cambiato completamente la relazione del credente col tempo, l’ha arricchita e ha collegato strettamente la sua vita con il movimento delle stelle. L’Islam ha dato ai fedeli l’immortalità in cambio della sottomissione e dava la possibilità di entrare nella storia attraverso la porta principale attraverso la sottomissione del mondo al calendario musulmano. Questa idea ricorre in tutto il Corano. La consapevolezza delle stelle della loro luce che riflette la luminosità dei corpi celesti fu la causa principe della fioritura della matematica dell’astronomia. Comprendere il cosmo  e i movimenti delle stelle significa comprendere le meraviglie create da Allah.  Galileo non sarebbe stato perseguitato nell’Islam perché le scoperte astronomiche non possono minacciarlo la minaccia all’autorità infatti pero viene non dall’esterno ma dall’interno dell’uomo; è l’immaginazione e l’irriducibile sovranità dell’individuo a generare squilibri e caos.

La visione islamica è quella di un cosmo in continuo movimento, la ricchezza della terra e dei cieli appartiene a chi vincola il governo celeste alla traiettoria delle stelle come se queste fossero in grado di dare a loro la saggezza necessaria a gestire le cose umane come specchio della perfezione del cielo. È un’idea antica suggestiva ma che fa comprendere l’immenso patrimonio filosofico e scientifico dell’Islam e non si capisce come mai oggi ci appaia come una religione terroristica oscurantistica, violenta, inconciliabile con la civile Europa. Piuttosto vedo intere generazioni di Arabi allontanati dalle sue conoscenze e dalle autentiche tradizioni ridotti a consumatori di gadget occidentali.

Islam e democrazia

 

E in omaggio al vero patrimonio islamico, quello della venerazione del creato come immagine dell’ordine divino, in onore alla bellissimo concetto di Maat egizia, il libro di Andreina Grieco rende feconde quelle zone oggi distrutte dalla guerra, dall’odio e dalla rigidità mentale, che tanto disonorano la meravigliosa ricchezza dell’antica ricchezza scientifica, quella che portò a osare e a abbracciare il cosmo considerato scrigno di meraviglia.

Questi racconti sono questo, moderni paladini di una civiltà che ha ancora molto da dare e da dire.

Che la Siria come simbolo del mondo arabo, possa rifiorire tra le macerie del suo passato grazie alla genialità di Yohnna, alla follia di Horeb, e alla forza indomita di Salima.

Perché soltanto grazie all’arte del raccontar storie che si rimanda di notte in notte, il giorno della carneficina.

Shaharazad insegna.

“Il libro della notte” di Vito Ditaranto, Le Mezzelane Editore. A cura di Maria Sabina Coluccia

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“Verrà la notte buia e tempestosa e nell’armadio troverai un vecchio libro rilegato a mano, il suo nome è Il libro della notte”. 

 

Inizia con queste parole il nuovo romanzo di Vito Ditaranto, edito nella collana per ragazzi Black Moon Street della Casa Editrice Le Mezzelane.

Un libro con un target definito, ma che si rivela una lettura molto piacevole e istruttiva anche per i cosiddetti “grandi”, gli adulti. Vito e Andrea, i due ragazzi adolescenti protagonisti, nati dalla penna e dalla fertile fantasia dell’autore, vivono incredibili avventure, tra sogno e realtà.

Attraversano situazioni, emozioni, pericoli.

Gioiscono, amano e soffrono.

Neanche cento pagine conta Il libro della notte, ma sono sufficienti per far tornare il lettore agli anni dell’adolescenza, dove tutto è possibile, anche l’incredibile.

Mistero, paura, mito.

Creature mostruose, vampiri, streghe, lupi mannari.

Ce n’è abbastanza per restare incollati alle pagine, col respiro sospeso, per vedere come va a finire.

L’autore ci fa viaggiare per l’Europa più misteriosa, ci fa conoscere luoghi incantati e ci immerge in epoche storiche cupe e affascinanti al tempo stesso.

La narrazione scorre fluida e avvincente, il linguaggio è chiaro ma evocativo al tempo stesso, come è nello stile di Ditaranto, che si muove, come sempre, a suo agio nel mondo del sogno.

Lasciamoci condurre allora dall’autore in questo viaggio, in compagnia di Vito e Andrea, un viaggio che ricorda quello dell’eroe, racchiuso in ognuno di noi, che aspetta solo di vedere la luce per compiere l’impresa a cui è chiamato.

A guardar bene Vito e Andrea siamo tutti noi, per questo Il libro della notte è un romanzo per ragazzi di tutte le età.

I due protagonisti esprimono infatti tutta la gamma dei sentimenti umani: il coraggio, l’amicizia, la lealtà, la dedizione a una causa, e ancora, la paura, lo sconforto, l’insicurezza, a tratti anche il desiderio di sottrarsi alla prova, quando questa si presenta troppo dura da affrontare.

E dove Andrea tentenna, ricordando all’amico che avrebbe un appuntamento romantico con la ragazzina dei suoi sogni, e che cacciare vampiri e streghe non sarebbe la sua priorità nella vita, Vito incalza, spinge all’azione. Molti sono i messaggi veicolati ai giovani lettori attraverso Il libro della notte. Tra questi vi si legge in modo esplicito la necessità di agire, di non cedere alla pigrizia o alla paura. È necessario lottare per raggiungere gli obiettivi.

È necessario credere: in se stessi prima di tutto e poi nell’amicizia, nell’amore.

È un messaggio potente, soprattutto se osserviamo la difficoltà dei giovani dei tempi attuali di mantenere uno sforzo costante per raggiungere un obiettivo.

Ma Vito è uno stimolo anche per il lettore.

Le avventure dei due protagonisti, le loro azioni e soprattutto le loro reazioni sono uno specchio perfetto per chi abbia voglia di guardarsi dentro. Attraverso i due ragazzi infatti si possono scoprire le sfumature sottili dell’oscurità e della luce.

“Voi siete giovani, avete solo sedici anni, ma non siete piccoli. Siete puri, e questa è la forza che risiede nel vostro cuore. Se smetterete di dubitare di voi stessi, vincerete”

 

ricorda l’Oracolo ai due giovani eroi.

Sono parole che arrivano dritte al cuore del lettore, che spingono a partire alla ricerca di qualcosa di molto prezioso, quasi un nuovo viaggio alla ricerca del Sacro Graal, lungo una strada piena di ostacoli, inganni, imprevisti, dove però è ancora possibile la magia e i fiori si trasformano in gemme preziose, al tocco dell’amore.

E così, per ogni sconfitta subita, a Vito sarà concesso un dono, un aiuto magico, inciso a lettere d’oro su una pergamena.

Per Vito sarà come aprire gli occhi su una realtà magnifica, oscurata dal Tempo e da un potente incantesimo.

Non ti sveliamo oltre caro lettore, non vogliamo privarti del gusto della scoperta, ma ti diciamo che se vuoi, c’è un modo per sciogliere quell’incanto malefico.

Puoi farlo ora, insieme a Vito e insieme ad Andrea.

 

“Conta sino a tre…diverrai libero nel buio della notte!

Sino a quando avrai letto l’ultima pagina, l’ultima riga!”

Oggi il blog consiglia “Cercasi babbo natale disperatamente” di Eli Easton, Triskell editore. Imperdibile!!!

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Trama
È il primo incarico professionale per Gabe Martin, studente di giornalismo: scrivere di una serata di beneficenza natalizia a favore di un orfanotrofio. Sembra una noia mortale, finché Gabe non scopre che il Babbo Natale dell’evento è l’uomo del mistero. Compare già in costume e nessuno ha idea di chi sia. Rivelare l’identità di Babbo Natale è l’occasione perfetta per trasformare un articolo banale in giornalismo serio.

Mack McDonall, detto “La Montagna”, a oltre due metri di altezza è l’enorme lottatore di punta dell’Università del Wisconsin-Madison. Quando Gabe gli mette gli occhi addosso per la prima volta a un incontro di wrestling è libidine a prima vista. Jordan, un amico di Gabe, riesce a combinare un appuntamento per i due. Ma quando Gabe si lascia scappare di voler smascherare Babbo Natale Mack diventa scostante, e il loro primo incontro si rivela un fallimento totale.

Facendo ricerche sull’orfanotrofio, Gabe scopre dei segreti su Mack, che un tipo noto per essere un duro come lui non vorrebbe certo che fossero rivelati al pubblico. Riuscirà Gabe a trovare lo spirito natalizio, a scrivere un articolo da urlo, a conquistare il cuore di un burbero gigante e a regalare a tutti un Natale davvero felice?

NOTA: questa novella di 50.000 parole ha una nuova coppia di protagonisti, ma vi compaiono anche Jordan e Owen, dal romanzo Superhero della stessa autrice. Può essere letta a sé stante.

Dati libro

Data di pubblicazione: 24 Dicembre

Collana: RAINBOW

Titolo: Cercasi Babbo Natale disperatamente
Titolo originale: Desperately Seeking Santa

Autrice: Eli Easton
Traduttore: Paolo Colonna

Genere: Contemporaneo
ISBN: 978-88-9312-461-4
Lunghezza: 214 pagine

Prezzo: € 4,99

“The Hollower” di Mary Sangiovanni, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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A Lakeheaven, in New Jersey, un’inquietante presenza perseguita alcuni abitanti e non si fermerà fino a che non li avrà uccisi tutti. Dave Kohlar, insieme ad altri prescelti per l’abisso, deve trovare un modo per sopravvivere.

Per prima cosa il mio grazie va alla casa editrice Dunwich per aver portato sugli scaffali italiani l’opera di esordio di questa autrice, nominata al Bram Stocker Award nel 2007 come miglior romanzo d’esordio.

Avete letto bene, sono passati più di dieci anni ma finalmente è accessibile anche a chi, come me, fatica nel leggere in inglese.

The Hollower è il primo volume di una trilogia già conosciuta e riconosciuta nel mondo anglosassone e mi auguro vivamente che l’avventura possa proseguire anche per noi.

The Hollower è horror psicologico puro, fino a un finale dove il terrore psicologico viene affiancato a violenza e sangue. Un orrore si sovrappone all’altro, rendendo il libro, nel suo complesso, decisamente inquietante. E così deve essere.

Nessuno dei personaggi è la descrizione dell’eroe perfetto, tutt’altro. Ombre e luci caratterizzano i protagonisti, gente comune catapultata improvvisamente in un incubo e scelta per le zone di buio del proprio vissuto.

Nessuno può essere esonerato.

Tutti abbiamo sentimenti meno nobili, paure mai pronunciate, episodi spinti a forza nel nostro inconscio per non dover più essere costretti a renderne conto.

The Hollower, così viene chiamata la creatura, “ciò che è vuoto”, letteralmente.

Ma come si riempie il vuoto?

Questo vuoto trarre la sua forza dal buio.

Vuoto che prende vita con paura, disperazione, sensi di colpa, scelte sbagliate, episodi violenti.

Cosa può esserci di più mostruoso?

A mio avviso, ben poco.

Con una costruzione centellinata, l’autrice presenta al lettore, uno per volta, tutti coloro che sono coinvolti nella lotta all’essere da cui sono stati sciaguratamente scelti. Ogni personaggio presenta le sue sfumature e la sua personalità; racconta del proprio passato e il lettore comprende.

Ed è inquietante anche questo aspetto.

Ci si ritrova a pensare: so perché è stato scelto, so perché ha attirato l’ Hollower. Perché in tutti noi c’è un lato oscuro e nascosto, che ci rende capaci di comprendere il male, di riconoscerlo e annusarlo, come l’Hollower.

E qui la chiave di volta nel ritmo delle pagine: il riscatto.

La necessità di trovare una forza , dentro di noi, che possa contrastare il male, ributtandolo nell’abisso dal quale è uscito …ma per volere di chi è uscito?

È male puro che agisce di sua volontà o inconsciamente richiamato dall’orrore presente in ciascuno di noi?

Leggete Mary Sangiovanni e fatevi accerchiare dall’orrore.