“Famiglia, cultura e valori” di Claudio Torrero, Effatà edizioni. A cura di Micheli Alessandra

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Ho scelto di recensire il libro famiglia cultura e valori, alla ricerca di radici comuni” perché, essendo un mediatore culturale e avendo avuto esperienza nel campo dell’immigrazione ma soprattutto dell’integrazione, considero chiunque affronti l’argomento del ponte tra culture o dell’affannosa ricerca di radici comuni un vero pioniere e un benefattore di questa strana umanità.

Perché il testo parte evidenziando una perturbante verità: oggi l’occidente e in particolare l’Italia vive una drammatica crisi d’identità, in quanto i suoi assunti culturali vengono messi in discussione senza che, però, ci sia la controparte di un modello sociologico e antropologico sostitutivo. Mettiamo tutto sotto i raggi della logica scientifica ma senza partire da una motivazione valide: totale rifiuto, volontà di far combaciare in equilibrio perfetto modernità e tradizione o presa di posizione ribelle che propone un modello totalmente nuovo da contrapporre a quello considerato stantio.

E questa critica esacerbata ma quasi irrealistica nei suoi presupposti o contenuti, investe tutti i capisaldi di quella che possiamo definire la pregiata roccia su cui, un tempo si fonda la nostra cultura: ossia la famiglia. Dalla riflessione sulla famiglia, come giustamente ha osservato il professor Torrero, scaturiscono le sotto riflessioni sul ruolo genitoriale relativo all’educazione, sul rapporto uomo e donna e sulla contrapposizione tra modernità e tradizione e su come esse possano amabilmente convivere. Queste riflessioni scaturiscono da un’ottima ricerca, che la quarta classe del Liceo Economico-sociale dell’Istituto Superiore Federico Albert di Lanzo Torinese ha condotto sotto l’abile guida del professore Claudio Torrero, nell’ambito delle Scienze Umane. Contesto, metodologia e conclusioni sono state eseguite secondo un’attenzione al contesto storico sociale, una consapevolezza della necessità di idelatipi alla Weber ma anche di quanto, spesso, siano soltanto utili strumenti epistemologici che descrivono una realtà rendendola fruibile ai nostri limitati sensi umani, pur non rappresentando la realtà complessiva. Questo significa che, se le categorie divengono abili strumenti conoscitivi per rendere intellegibile il complesso reale, non lo esauriscono essendo appunto il mondo un’entità molto più articolata e sfuggente alla percezione di noi, mortali. È la capacità di costruire una mappa, rendendosi conto che essa non sarà mai il territorio ma una guida per il nostro viaggio che ci può aiutare a districarci in questa crisi di valori, nelle domande che essa ci pone e nel trovare, se non soluzioni immediate almeno sentieri percorribili.

E l’educazione alle differenze è qua il nucleo centrale. Ma come possiamo accorgerci di queste differenze, facendone scaturire la necessaria comunicazione (del resto come direbbe Gregory Bateson l’informazione alla base dell’atto comunicativo, non è che la consapevolezza di registrare, appunto una differenza) se noi stessi ci siamo persi l’identità?

La famiglia o il nucleo familiare è in discussione. Il ruolo uomo/ donna è terribilmente confuso. La relazione con l’altro (in questo caso il migrante) in quest’ottica di deprivazione (nostra) culturale appare più uno scontro che un incontro. Proprio perché siamo in una totale crisi rifiutiamo l’ingerenza dell’altro, portatore di valori chiamati tradizionali, e quindi minacciosi per questa nostra ansia di modernità così poco concreta e così tanto declamata. Siamo convinti assertori di un eurocentrismo senza per, che questa parola sia connotata da veri elementi fondanti. come dire siamo noi, in virtù di storia e progressi scientifici a dover dominare culturalmente. Peccato che, una volta osservata, la nostra cultura appaia tentennante, disastrosamente ricca di falle e poco assertiva. Siamo oramai seguaci della negazione a ogni costo più che della capacità di trovare compromessi, contatti o alternative cedibili. no alla famiglia tradizionale sì alla famiglia moderna tutto senza spiegare cosa si intenda famiglia moderna. tutto quello che abbiamo è una verità di modi di vivere senza un ordine, senza una concreata linearità. Un enorme calderone di contestazioni e di ribellione da cui nessuno si prende la briga di rimestare per collocarli in un eventuale, nuovo mosaico.

E l’altro, il migrate, di conseguenza porta se stesso, la sua esperienza i suoi forti valori che rendono ancor più precario il nostro labile sistema decadente. Pertanto, la ricerca di Torrero non mira solo a comprendere la portata ontologica dell’altro, ma attraverso l’altro sviluppa una riflessione filosofica su noi stessi. Del resto non è l’altro il nostro specchio? Deformante e volte ma con atto coraggioso possiamo davvero, attraverso le domande che la ricerca sviluppa. Il contrasto tra tradizione e innovazione, tra progresso e status quo risulta un processo molto più complesso irrisolvibile da una netta cesura con il passato. Lo stesso Bateson dice a proposito dell’incontro scontro nuovo/ tradizione:

L’immaginazione e la creazione di nuove forme, vengono così temprate dal rigore e si fanno strada nel confronto (e anche nello scontro) con la rigidità del sistema che vogliono cambiare. Ogni sistema cui venga affidato l’apprendimento, rappresenta un filtro critico sotto cui deve necessariamente passare il nuovo. Pianificare tutte le soluzioni o tenere sotto controllo tutte le variabili di un progetto educativo, è pressoché impossibile; conviene piuttosto ampliare le domande e riformularle al fine di inserire le risposte in una prospettiva più grande. Quello che serve per educare l’uomo verso una strada che, passando attraverso i tradizionali metodi educativi porta alla pace, all’integrazione etnica, è ripensare il pensiero, la nostra umanità, le nostre epistemologie alla luce di una Gestalt più vasta, per riconsiderare, alla luce del fondamento biologico della vita e della conoscenza, i contesti entro cui ragioniamo di apprendimento e i contesti dove viene programmata la trasmissione culturale dei contenuti e dei metodi educativi.

 In sostanza, non serve demolire totalmente la tradizione ma ripensarla alla luce dei nuovi eventi, delle nuove richieste che il mondo ci pone davanti, riuscendo a trovare un’armonia tra la tendenza dell’organismo umano a mantenere una certa coerenza culturale, tendente a rifiutare del tutto ciò che avverte letale per il suo equilibrio e il nuovo stimolo che ci porta verso la modifica dei comportamenti, dei fondamenti del pensiero e la nuova percezione stuzzicata dal cambiamento del contesto.

Che il nuovo però, non sia soltanto un uso sconsiderato della libertà ( il tutto è possibile) o ignorare l’esistenza di limiti quanto piuttosto una nuova forma che riesca a coniugare novità e tradizione:

 

 

Così come l’uomo, pur trasformando la natura, non può distruggerla se non distruggendo sé stesso, allo stesso modo non va distrutto l’ecosistema culturale entro cui l’intera vicenda umana ha preso forma.

 

 

Educare ossia far apprendere comporta l’unione con il conosciuto ( tradizione) e lo sconosciuto ( modernità) e quindi necessita di una sostanziale riorganizzazione del disequilibrio dei valori e della cultura a cui oggi, assistiamo inermi. Ecco che la ricerca di Torrero può aiutarci, poiché fornisce non una verità banale, pret a porter quanto ci elargisce agilità mentale con l’arte antica del far domande. E queste domande ci spingono a rileggerci in chiave meno individualistica come esseri complementari, come parti uniche e straordinarie di un mosaico donatoci da un dio creatore.

E in questo caso lodo la bellezza del senso religioso che permea questo scritto, e che considera la religione nel suo vero autentico significato di collante dei legami tra noi e l’universo, tra no e l’altro e tra noi e l’energia che amo chiamare Dio:

 

 

È per questo che credi, e il rapporto con la religione è molto stretto: ti dice cosa devi fare quando non lo sai, ti dà un motivo per vivere, ti dà un motivo per fare tutte le cose che fai nella tua vita. Il nostro libro sacro ci accompagna per tutta la vita, risponde a ogni domanda; se noi apriamo il libro, troviamo

una risposta. C’è una risposta per ogni tema, per ogni argomento È come se tu avessi una mappa, e quella mappa è la religione.

 

A cosa può servire immergersi nella lettura di questo libro?

 

 

L’auspicio sarebbe che i grandi valori – connessi con il valore stesso della vita – non scompaiano, ma anzi, diventino il fondamento di un nuovo modo di relazionarsi. Un esempio paradigmatico potrebbe essere quello relativo all’emancipazione della donna, vista non soltanto come rifiuto del dominio maschile, ma come recupero di un modello culturale legato alla vita, alla terra, alla natura.

 

E grazie alla Casa Editrice Effatà per aver contributo, con i suoi testi, al millenario sogno di un’umanità interconnessa equilibrata e armonica, che sia davvero il cielo che si specchia sulla terra.

 

Falliti – Storie di ordinaria quotidianità” di Vito Maselli Edito Les Flaneurs Edizioni. A cura di Ilaria Grossi ( fonte https://reviewsrose.wordpress.com/…/recensione-per-falliti…/)

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Chi sono i Falliti ?

Quando per la prima volta ho guardato la cover di questo libro è stata la prima domanda che mi sono posta. Si tratta di una raccolta di racconti, legati da un visibile e sottile filo che lo scrittore con estrema bravura, come un abile “chirurgo”, è riuscito a tenere assieme, ricucendoli e ciascun racconto è un microromanzo perfettamente riuscito e di cui il lettore ne resterà particolarmente colpito.

Ogni racconto, racchiude un piccolo mondo, un pezzo di vita, un fallimento personale o lavorativo, il non sentirsi all’altezza,“arrendersi” come unica alternativa e non c’è cosa più triste. I fallimenti, a volte, possono condurre gradualmente al successo, come? Andare avanti e rialzarsi sempre. Siamo complicati, ne siamo fin troppo consapevoli, ognuno con piccoli o grandi drammi, con debolezze e paure, ciò non significa essere dei“falliti”. Il vero fallimento è non concedersi una seconda, terza o quante possibilità siamo in grado di concederci. Nulla impedisce di rimediare ai nostri errori, commiserarsi? No. E’ la commiserazione, il vero veleno dei nostri giorni. Mi sono piaciuti, particolarmente due racconti “Nido di vespa” e “269”, quali saranno i vostri preferiti?

Lo stile di Vito Maselli è fresco, diretto, con una scrittura cristallina e interessante, in grado di mantenere alta l’attenzione del lettore. E vi assicuro che è davvero un bel traguardo. Dunque, senza troppi giri di parole, vi invito a leggere “Falliti” e vi garantisco una piacevole lettura. Complimenti Vito , continua così.

 

A volte le storie reclamano con tanta insistenza di essere raccontate che si finisce per scriverle solo per farle tacere”

 

Buona lettura

 

 (fonte, Reviews Rose blog)

 

“Harry Potter e i doni della Morte” J. K. Rowling, Salani editore. A cura di Francesca Giovannetti

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“Mi apro alla chiusura”.

 

 

E’ uno dei tanti enigmi lasciati da Silente con cui Harry Potter deve confrontarsi in questo ultimo, settimo libro. È la saga stessa, giunta alla sua conclusione. Harry, cercherà disperatamente la verità, affrontando ogni genere di avventure , acquistando consapevolezza del suo ruolo. Finalmente tutti gli interrogativi avranno le loro risposte. Il viaggio alla ricerca degli Horcrux per distruggere definitivamente Voldemort lo porterà in contatto con nuove emozioni, nuovi pericoli e finalmente la maturità raggiunta lo renderà capace di chiudere il cerchio.

È con un pizzico di emozione e dispiacere che ci avviciniamo a questo libro. L’emozione è data dalla consapevolezza che finalmente tutto ci sarà chiaro, che ogni evento lasciato in sospeso sarà  completato e finito; il dispiacere sta nel fatto che dovremo dire addio ai personaggi che  ci hanno incantato e accompagnato per tanti anni.  La Rowling lo  annuncia fin dalla dedica “ …e a te che sei rimasto con Harry fino alla fine”. Dunque ci siamo. La fine. Quale ambiente più adatto per narrarla se non Hogwarts? Qui tutto è iniziato, qui tutto si conclude, in una straordinaria, epica battaglia finale dove la parole d’ordine, oltre a coraggio, è sacrificio: è un lieto fine a metà. L’autrice ci ha abituato a dire addio a molti personaggi, ma il numero delle perdite nello scontro finali sarà altissimo. Altrimenti non sarebbe potuto essere o il messaggio  sarebbe stato troppo banale. Fare la cosa giusta implica sacrificio e perdite. Non si arriva in cima a una montagna senza la sofferenza della scalata.

Ma il viaggio che porta Harry alla maturità è lungo, pericoloso e travagliato. La sua fiducia in Silente vacillerà in più di una occasione, e anche noi lettori scopriamo con una punta di amarezza quanto possano essere machiavelliche le grandi menti quando hanno un unico scopo da raggiungere. Voldemort è un grandissimo manipolatore. Silente non è da meno: anche se il suo scopo è annientare il Male non si farà scrupoli a manovrare chi gli sta vicino dando od omettendo indizi secondo la sua volontà.

Il viaggio alla ricerca degli horcrux rischierà di incrinare la solida amicizia fra Harry, Ron ed Hermione. Di nuovo Ron dovrà fare i conti con il fatto di essere a fianco di Harry. La sua insicurezza lo porterà ad abbandonare gli amici, dubitando dell’amore che Hermione prova per lui.  Il suo ritorno  segnerà la sua crescita definitiva.

Harry si troverà a fare una scelta dolorosa: continuare la ricerca degli Horcrux , recuperare la bacchetta più potente al mondo prima di Voldemort, o mettere insieme i doni della Morte? Ormai consapevole del proprio destino, seguirà il consiglio di Silente.

Il ritmo del libro è rocambolesco. Le descrizioni sono ridotte all’osso, le avventure sono innumerevoli: fuga, pericolo, mistero. Tutto si mescola e si amalgama alla perfezione in un susseguirsi mai caotico ma serrato.

I temi che l’autrice ci propone sono molteplici: l’amicizia e le sue difficoltà mano a mano che si sviluppa; le insinuazioni che entrano a tormentare le nostre certezze, in questo frangente rappresentate da un libro non propriamente obiettivo sulla vita di Silente; e infine il grande tema del rapporto dell’uomo con la morte.

Soltanto non temendola Harry vincerà sul Male.

L’autrice ci regala nelle ultime pagine uno sguardo sul futuro che molti fan della saga avevano creduto essere l’ultimo. Ma le sorprese non finiscono mai…

 

La rubrica “paradisi artificiali” in collaborazione con il blog di Monika M. Autrice, presenta “Per una cipolla di tropea” di Alessandro Defilippi. ( fonte https://autricemonikamblog.wordpress.com/2017/08/12/i-paradisi-artificiali-6/)

 

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Cosa mi ha spinto ad acquistarlo?

Il titolo, lo trovo davvero divertente!

Quarta di copertina:

In una giornata di sole splendente, capace di illuminare anche i caruggi più angusti e bui di Genova, un cadavere viene recuperato nelle acque del porto. Sembrerebbe il corpo di un pescatore, ma la pistola e il silenziatore rinvenuti nelle sue tasche aprono scenari non previsti. Il colonnello Enrico Anglesio, chiamato sul posto a occuparsi del caso, viene catturato da un insolito indizio, che si rivelerà il suo asso nella manica: le cipolle di Tropea trovate nella barca del presunto pescatore… Se vi piace “Per una cipolla di Tropea”, in libreria e in ebook è disponibile “Giallo Panettone”, che riunisce, insieme a questo, i racconti di Angela Capobianchi, Alfredo Colitto, Valeria Corciolani, Marcello Fois, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Gianfranco Nerozzi, Marcello Simoni e Sandro Toni.

Lunghezza stampa 72  pagine

Genere Gialli Thriller

Incipit

Il coltello era un Laguiole. L’uomo lo pulì dal sangue su un sacco di juta e, sporgendosi dalla fiancata del gozzo, tagliò la cima che tratteneva la rete. Poi lo fece scivolare nella tasca dei pantaloni.

Notte, luna crescente. Mare deserto, se non per la luce di una lampara, a mezzo miglio di distanza. All’alba mancavano ancora tre ore. Con un grugnito, l’uomo trascinò il cadavere a poppa, ricoprendolo con il sacco.

Sedette, cercando di dominare il tremito che lo aveva assalito. Si sporse nuovamente e vomitò un liquido nerastro e amaro. Si sciacquò il volto con l’acqua salata e iniziò a remare, lottando con la corrente che lo spingeva verso la costa.

Presto la lampara fu solo una scintilla contro la massa oscura di Genova. Continuò a remare a lungo, fendendo l’acqua priva di onde. Oltre Nervi intravide finalmente, a qualche centinaio di metri, la sagoma del peschereccio. Accelerò il ritmo della vogata, mentre sul ponte dell’imbarcazione un uomo accendeva e spegneva per tre volte un fanale. Accostò alla fiancata, da cui pendeva una scala di corda. Vi si afferrò e con un calcio spinse via il gozzo, nella corrente.

Solo quando vide la barca allontanarsi, ancora aggrappato alla scaletta, si accorse di non avere sulle spalle il peso familiare della bisaccia. Non c’era più tempo. Sputò in mare un ultimo grumo di saliva e di bile e riprese a salire.

 

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Quanti di noi hanno mai dato importanza ad una cipolla? Eppure in questo giallo diviene il fulcro attorno a cui tutto ruota! A dire il vero inizialmente le cipolle sono essenziali per la caponata che   il colonnello Enrico Anglesio vuole cucinare per una cenetta a due, che dovrà però rimandare! Il motivo? Un misterioso omicidio avvenuto proprio nella sua Genova. Incredibilmente l’unico indizio lasciato sulla scena del crimine è proprio un sacchetto contenente due cipolle di Tropea e del pane. Ma chi può aver lasciato lì quella cipolla introvabile in zona? Lo sa bene   il colonnello Enrico Anglesio che si dovrà accontentare di semplici cipolle bianche per la ricetta che intende cucinare, non avendone trovate da nessuna parte.  Chi può quindi averle condotte lì?

La narrazione è molto divertente e scorre piacevolmente, si entra poi subito in empatia con i personaggi perché con espedienti capaci l’autore ci porta nel loro quotidiano, tanto da affezionarci subito alle loro avventure. Insomma avrete l’illusione di conoscerli da sempre, anche se di loro vorrete sapere sempre più.

Molti sono gli accenni storici/politici, non solo italiani, affrontati nella narrazione che conferiscono al libro uno spessore che lo libera dalle etichette di genere, è insomma un libro per tutti …anche per coloro che non  amano i gialli.

La trama, partita da un omicidio, si sviluppa in intrighi politici molto ampi e confesso che i personaggi mi hanno fatto pensare alla celebre frase di Che Guevara :” Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.” Essere partigiani, lo capirete leggendo il libro non è stato un modo di lottare del passato, partigiani lo si resta…siempre!

Io lo consiglio, adatto da portare in spiaggia!

Monika M.

Aforisma legato al libro:

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“Ti faranno del male” di Andrea Ferrari, Edizioni Leucotea. A cura di Vito Ditaranto

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“…E’ meglio allontanarsi dalla vita come da un banchetto – né sobrio, né ubriaco…” (Aristotele)

 

 

 

Avevo iniziato la lettura di questo romanzo in maniera titubante, ma qualcosa dentro di me mi spingeva a leggerlo. Ebbene, mi hanno proposto la recensione di questo libro, che oserei dire senza esagerare “magnifico”, a primo impatto non mi ha detto nulla, le apparenze spesso ingannano, ma l’intuito non sbaglia mai.

Osservando e leggendo l’incpit mi son sentito come quando sei seduto su una sedia e ti sporgi all’indietro fino a restare in equilibrio su due gambe della sedia e poi ti sporgi troppo e stai quasi per cadere ma all’ultimo momento riesci a riprenderti? Io mi sono sentito così per tutta la durata del libro.

Il romanzo di Andrea Ferrari mi ha fatto riflettere e ho scoperto leggendo tra le righe il messaggio dell’autore, che non si può cambiare il mondo, il meglio che si possa fare è imparare a convivere in equilibrio con esso, cerchiamo l’equilibrio e ci innamoriamo di chi ce lo sposta. Fortuna che il mondo si regge sull’equilibrio sottile che esiste tra il bene e il male.

 

 

“…Entrai nel mio appartamento gentilmente concesso dal Dipartimento di salute mentale. Era già quasi un anno che vivevo qui, ormai otto mesi passati. Ero a metà della mia vita, avevo trent’anni quasi compiuti, senza una donna che mostrasse interesse verso il sottoscritto, pochi soldi sul conto in banca, alcuni amici con cui ormai avevo poco a che spartire e, un’auto vecchia di sedici anni, ridotta male. Un quadro poco confortante…”

 

 

Andrea, il protagonista del romanzo vive in un suo mondo, in un mondo che per alcuni versi riporta alla mente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, trascorre le sue giornate tra il lavoro, le lunghe passeggiate in città e la sua casa, sempre in solitudine accerchiato ossessivamente dai suoi pensieri. Le donne le sogna ma non osa accostarle, anzi le evita, gli amici non esistono. Andrea riversa tutta la sua malinconia nella stesura di un romanzo il quale gli dona una speranza. Ma quello che cambierà per sempre la sua vita sarà l’incontro di Carolina una donna di ampie vedute e che riuscirà a trasformare la vita di un uomo ormai perduto.

La lettura del testo è comunque veloce, tra crudezza e ironia, descrivendo la profondità dei sentimenti dell’autore immedesimato perfettamente nei panni del protagonista in un vivere un destino apparentemente già scritto, ma che riserva invece un epilogo differente e che cambia completamente la visione del lettore.

Il lettore sembrerà quasi immerso nella lettura di un diario dalle pagine sobrie e modeste, in un viaggio intimo in cui sognare diviene un obbiettivo. La parte iniziale dell’opera è narrata in prima persona e ciò comunque non dispiace affatto, anzi abitua il lettore a immergersi completamente nella lettura.

Lo stile della narrazione e alcuni episodi narrati mi hanno riportato alla mente anche “Alaska”  di Brenda Novak, e proprio come in questo testo, l’ambientazione è da urlo piena di brividi che fanno venire la pelle d’oca talmente le emozioni sono efficacemente costruite e descritte in maniera molto accurata tale da essere definita “certosina”.  L’ambientazione è uno degli elementi più importanti di un buon romanzo. Se sviluppata correttamente, può davvero portare il romanzo a vivere e affascinare i lettori come in questo caso.

Andrea Ferrari crea un buco aperto nelle pagine facendo cadere il lettore nel suo mondo.

Le lettura altro non è che un percorso tortuoso e in salta, un sentiero in un viaggio onirico, un viaggio nel passato, nel presente, verso un sogno da realizzare, un viaggio nella mente carico di suspense. La storia è veramente ben costruita.  Ogni personaggio ha una sua personalità delineata con zelo.  Il male è solo la creazione dell’uomo, il bene è invece il risultato di un prodotto artistico, ebbene questo libro è un prodotto artistico.

L’autore è caparbiamente capace di trasmettere parola dopo parola un senso opprimente introspettivo nell’animo del protagonista che attraversa il lettore sino a farlo divenire un ossessivo-compulsivo, poiché, non riesce a staccarsi dalla luttura, cercando il finale inaspettato.

Sant’Agostino, cantore innamorato della bellezza, riflettendo sul destino ultimo dell’uomo e quasi commentando ante litteram la scena del quadro del Giudizio che similmente  si prospetterà davanti agli occhi del lettore, così scriveva:

 

 

“…Godremo, dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza…”.

 

 

Andrea Ferrari, diverrà quindi agli occhi di tutti coloro che amano i romanzi carichi di emozioni la pittrice del quadro campestre descritto da Sant’Agostino. 

E’ stato davvero un grande piacere leggere questo libro. Alla fine le emozioni pure trionfano  portando via tutti i pregiudizi.

Romanzo con dose perfetta tra leggerezza e peso. Un romanzo ben scritto.

La storia narrata appare avvincente, affascinante, singolare, dilettevole!

Lettura consigliata a coloro che credono nei sogni.

 

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

 

 

 

 

“7.62 Nagant” di Alessandro Vannel,Porto Seguro Editore. A cura di Milena Mannini

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In questo libro, che incuriosisce dal primo capitolo, l’autore Alessandro Vannel da vita ad un personaggio dai tratti comuni che tutti possono incontrare nella propria vita.

Albert, un giovane adolescente che finito la maturità, vede stravolgere la sua vita dalla morte dei genitori.

 

 

 “Devi farti forza ragazzo. Uno stronzo non ha rispettato lo stop e ha preso i tuoi in pieno. Erano con la moto ed è stato uno sfracello.”

 

 

Nonostante i consigli degli zii, che diventeranno per lui come genitori, decide di lasciare la sua città per cercare di sfuggire a quel dolore che sembra non dargli tregua.

In questo viaggio incontra il Ten. Col. Gerard Fleury, l’amicizia con questo colonnello in pensione della legione straniera,  cambierà per sempre la sua vita, in sua compagnia matura l’idea di arruolarsi e dopo un periodo di  5 anni,  Albert/Alain torna a quella che era la  sua vecchia vita forgiato nel corpo e nello spirito.

Una sequenza di avvenimenti e l’incontro con Miriam portano Albert a diventare quello che forse era destinato ad essere fin dalla nascita un giustiziere, che aiuta chi è in difficoltà, che colpisce solo persone che cercano di far o hanno fatto del male a persone che non sono in grado di difendersi, vivendo due vite distinte,  uomo educato e rispettoso di tutto e di tutti quelli che lo circondano, con un lavoro e hobby  di giorno e spietato giustiziere di notte prendendo di fatto il posto che aveva ricoperto il colonnello prima di lui.

 

 

“Ed Albert si divertiva. Trovava quel secondo lavoro molto gratificante e soprattutto stimolante: dover trovare un punto debole, cercare il modo per colpire, colpire e scoprire di aver avuto successo era per lui una vera delizia! E cosa non da poco, quel lavoro era dannatamente redditizio”

 

 

Devo dire che leggendo questo libro mi sono spesso trovata a gioire,  quando l’Albert giustiziere, attuava i suoi piani per proteggere o vendicare persone indifese. L’autore racconta con dovizia di particolari scene che possono sembrare crude ma mai volgari grazie alla sua scrittura che porta il lettore a voler scoprire quale sarà il finale della storia, che personalmente mi ha lasciato soddisfatta e felice.

 

“Prigioniera di me stessa” di Anna Pulinaro, self publishing. A cura di Sabrina Giorgiani

 

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“I silenzi non sono altro che metamorfosi delle parole, ma pur essendo tali fanno molto rumore…non hanno bisogno di lessico poiché tutto ciò che traspare da un silenzio, rende ogni cosa ascoltabile”

 

…Se ad ascoltare un silenzio estremo fosse un’adolescente impreparata ai mostri che, a volte, la vita ci pone davanti?

…Se quell’urlo silenzioso, carico di vergogna fosse per lei indecifrabile?

…Se , troppo tardi, la causa di quel silenzio si palesasse,  quell’adolescente, disperatamente cresciuta in fretta, come reagirà?

Mi scuso con l’autrice del libro perché non mi soffermerò affatto sull’intera storia se non per dire che è molto ben strutturata, di piacevole lettura, e ben proporzionata nelle parti tra dialogo e narrato.

La lettura sembra essere addirittura “leggera” perché all’autrice va un ulteriore merito, quello di riuscire ad affrontare argomenti difficili senza rendere pesante l’insieme. Ciò non toglie sia riuscita, mirabilmente, ad analizzare problemi e conseguenze.

Il cuore del libro.

Un traumatico episodio sconvolge un’adolescente.

Ella, che già subisce la fragilità tipica dell’età, non riesce a capire in tempo, la gravità di una situazione, questo fatto la porta a disprezzare se stessa. Inoltre l’incapacità di assumere un’adeguata reazione , la spinge a credere di meritare la stessa sofferenza.

A tal scopo si autopunisce con ciò che i giovani hanno a disposizione: cibo e alcool.

Il suo credersi inadeguata la spinge ad isolarsi.

Togliamo ora nome e protagonista, trasponiamo il tutto nel reale, ecco il quadro della situazione.

Il dolore, quello che dentro ti distrugge, si pensa di eliminarlo col silenzio, quasi questo sia uno strumento unico ed indispensabile per renderlo invisibile ed impalpabile.

Ma esiste, e il dolore logora creando reazioni a catena.

Spesso, quando un dolore forte ci investe, si erge un muro tra noi e il resto del mondo.

Gli si dà il compito di proteggere un’anima resa fragile. Non è permesso a nessuno abbatterlo perché al di là del muro c’è la nostra fragilità calpestata e va protetta.

Ma il muro costruito col silenzio ha un’enorme falla, che è quella di rendere il reale distorto. Non permetto a nessuno di entrare perché ho sofferto e ho sofferto perché sono egoista, cattivo, insensibile, inadeguato, in una parola: sbagliato.

La mente da sola vola in un altrove che non è reale ed il muro non protegge più ma respinge prima di tutto se stessi.

Alcool, droghe, anoressia, bulimia , trasgressione, autopunizione, sono conseguenze di chi si guarda allo specchio che riflette un se stessi disgustoso.

Mi alieno perché non valgo, sprofondo perché non merito luce.

Il dolore non ti abbandona, prima poi bussa ancora alla porta.

Si trasforma invece, creando mostri spesso più forti da sconfiggere, che spingono con forza sempre e solo davanti quel muro.

Allora, l’unica possibilità per non essere “prigioniera di me stessa” è togliere mattone dopo mattone, far entrare la luce, rendere la mano a chi, stringendola tra le proprie, riporta, o almeno tenta, armonia.

 

“lo guardo e mi rendo conto che se solo gli avessi teso la mia mano, mi sarei potuta riscattare da quell’incubo “

 

Complimenti, riuscire a trasmettere così tanto attraverso una storia d’amore, non è davvero facile impresa.

 

 

il blog Les fleurs du mal assieme alla Bertoni editore è lieta di presentarvi un grande evento:Domenica 13 agosto 2017 alle ore 20.00 a Locorotondo (BA) Mercoledì 16 agosto 2017 alle ore 19,30 a Martina Franca (TA) ci sarà la presentazione di due nuovi libri “Il Ritorno” e “Distretto D’amore”. Non potete perdervelo!

 

 

 

 

 

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Presenta:

 

 

 

 

 

Domenica 13 agosto 2017 alle ore 20.00 a Locorotondo (BA)

 

locandina LA ROCCA

 

 


Mercoledì 16 agosto 2017 alle ore 19,30 a Martina Franca (TA)

 

 

locandina BELLOPEDE

 

 

 

Dall’Umbria alla Puglia per presentare due nuovi libri
della Bertoni Editore:
“Il Ritorno” e “Distretto D’amore”
Doppia presentazione in terrà pugliese per la casa editrice perugina che nel mese dedicato alle ferie si sposta nella regione più ambita per le vacanze

 

 

 

09 agosto 2017 – Dopo il grande successo della trasferta torinese con il Salone del Libro, la Bertoni Editore apporda anche in Puglia con ben due nuove presentazione.
La prima in programma è per domenica 13 agosto 2017 alle ore 20.00 a Locorotondo (BA), presso la Libreria L’Angoloretto di Paolo Giacovelli, con Floriana La Rocca e il suo “Distretto D’Amore”. Un’iniziativa per promuovere un Ferragosto pieno di poesia tra i vicoli del caratteristico paese della Valle D’Itria. In una confidenziale stradina di pietre bianche del centro storico, l’autrice-attrice, affiancata da Ermelinda Prete (Assessore alla Cultura del Comune di Locorotondo), dalla relatrice Maria Sofia Sabato e dall’editore dell’opera Jean Luc Umberto Bertoni, proporrà brevi performance attoriali collegate al verso e al suo libro e sperimenterà le capacità poetiche di ciascuno.
Tra sole, mare e buona cucina, la regione più ambita per le vacanze estive, quest’anno ospita anche momenti culturali con due autori della casa editrice perugina.
Il secondo appuntamento mercoledì 16 agosto 2017 alle ore 19,30 a Martina Franca (TA) con il libro “Il ritorno” dell’autore martinese Francesco Bellopede, edito da Bertoni Editore. In questo libro il professor Bellopede tratta un tema molto attuale come quello della “emigrazione intellettuale”, il racconto di un viaggio dal sole verso la nebbia, dalla fame verso la speranza, un viaggio accompagnato da pazienza, resa, sfida e precarietà,  come quello che affrontavano gli emigranti che dagli anni ‘50 in poi dal Sud salivano al Nord, portando miseria e dignità in valigie e grandi pacchi chiusi con le corde.
La presentazione si terrà in Contrada Cupina, presso la Chiesa della Cupina di Martina Franca, davanti al Trullo di Mammà.
Alla presentazione, organizzata in collaborazione con il Gruppo Umanesimo della Pietra, prenderanno parte: Cristina Comasia Ancona, Domenico Blasi, Francesco Convertini del Gruppo Umanesimo della Pietra; Giovanni Lenti, che leggerà alcuni brani del libro; Mariangela Taccone della casa editrice Bertoni Editore e l’autore Francesco Bellopede. La manifestazione di concluderà con la lettura di poesie ed esecuzione di brani dialettali in martinese a cura dell’Accademia della Cutizza.
Insomma un’estate ricca per la Bertoni Editore che dall’Umbria approda nella bella regione pugliese per presentare le proprie novità editoriali.

 

BERTONI EDITORE
Via Campo dii Marte 9 – Int.9 Piano 4
06124 Perugia (PG)

TEL: 329/8881111 MAIL: info@bertonieditore.com
www.bertonieditore.com

“Un Attimo ancora” di Davide Ioime, self publishing. A cura di Milena Mannini

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“Un attimo ancora” è il secondo libro di Davide Ioime, dove ritroviamo Daniel, il protagonista del primo romanzo.

L’opera infatti è il sequel di “Somewhere I Belong” e, già dalle prime righe, si percepisce il tono narrativo leggero e soave che accompagnerà per manoil lettore portandolo a vivere una storia d’amore adulta,narrata in modo semplice, ma con una raffinatezza di scrittura che non è facile trovare negli autori emergenti.

Il racconto inizia con Daniel che, dopo essere riuscito a realizzare il sogno di scrivere e pubblicare un libro, è in viaggio per Palermo, città dove si terrà la prima presentazione ufficiale organizzata dall’editore. Nonostante l’emozione per la novità, il suo animo è ancora segnato dalla storia avuta con Alessia.

 

 

“Le nubi sotto di me, con i loro giochi di luce e ombra, davano vita a forme tra le quali mi parve di riconoscere quello di un volto a me caro e familiare”

 

 

In questi pochi giorni che trascorre lontano da casa, il nostro protagonista incontra diverse figure femminili.

La prima, nelle braccia della quale Daniel cerca un po’ di conforto a quel dolore sordo che lo accompagna da tempo, è una giovane cameriera –Yon – con la quale passa una notte di amore. Due anime sofferenti in maniera differente che si trovano e si consolano senza nessuna aspettativa in quello che succederà il giorno dopo.

 

 

“Per due ore la sentii come fosse la mia donna e mentre la guardavo completamente nuda, rilassata e a pancia in giù, ebbi la certezza che lei, quella sera, aveva fatto una scelta di libertà e che anche per lei, quella, era una bella sera.”

 

 

Ma è durante la presentazione del libro che Daniel incontra le tre donne che più lo colpiranno, e con le quali instaurerà rapporti diversi. Agnese, un’anziana signora che confessa di aver partecipato all’evento per curiosità suscitata in lei da una persona a cui è legata.

 

 

“Sono venuta qui senza invito, mi sono imbucata perché ero curiosa. Una persona a me molto cara questa notte ha letto il suo romanzo e mi ha detto che l’ha trovato bellissimo”

 

 

Andrea, concierge dell’albergo, legge il romanzo di Daniel di nascosto e, avendone scritto uno a sua volta, chiederà al suo amico scrittore, del quale subirà il fascino arrivando a innamorarsene, di leggerlo e aiutarla a correggerlo.

 

 

“Io credo che ogni donna vorrebbe essere amata come la protagonista del suo libro”

 

 

Infine Serena, una donna matura che da subito suscita in Daniel ammirazione, con la quale passerà momenti meravigliosi ma senza mai spingersi oltre, quasi che entrambi avessero paura di soffrire nuovamente.

 

 

“Si presentò e chissà come, pensai che Serena non avrebbe potuto chiamarsi diversamente”

 

 

L’intero libro è arricchito da descrizioni che permettono di vivere la città, lasciandoal lettore la sensazione di aver visitato davvero i luoghi che fanno da contorno alla narrazione.

L’autore è riuscito, grazie alla sua padronanza di scrittura, a rendere ogni situazione, ogni sentimento, talmente reale che leggendolo mi sono ritrovata a ridere e a piangere. È capace di scatenare quelle sensazioni che senti nella pancia quando provi quelle emozioni direttamente sulla pelle. Il finale decisamente inaspettato mi ha fatto ricordareil primo romanzo in cui non nego di essermi “innamorata”, se così si può dire, del protagonista. Un libro che non si riesce ad abbandonare e che porterò nel cuore.

 

“Harry Potter e il principe mezzosangue” di J. K Rowling, salani editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Voldemort è tornato e l’aria che si respira ad Hogwarts è pesante e piena di paura. Harry troverà per caso un libro di testo appartenuto in passato a un studente che chiama se stesso “ il Principe Mezzosangue”; il libro è pieno di annotazione e appunti che rendono ancora più perfette le pozioni da preparare. Aiutato dagli appunti del Principe , Harry per la prima volta eccellerà nella composizione delle pozioni. Nel frattempo, con la guida di Silente, percorrerà attraverso il pensatoio , le fasi cruciale della vita di Tom Riddle che lo hanno portato a trasformarsi in Voldemort e apprenderà l’esistenza dei diabolici Horcrux, gli oggetti in cui il Signore del Male ha riposto pezzi della sua anima per garantirsi l’immortalità.

 

 

Il sesto capitolo della saga vede la luce nel 2005. Con questa opera l’autrice si prepara egregiamente il terreno per l’ultimo, definitivo, capitolo. Sarebbe un errore considerarlo banalmente un libro “ di passaggio”, anzi, è estremamente essenziale per comprendere la conclusione della saga.

Il nuovo personaggio introdotto è il professor Lumacorno; porta un grande segreto e si sente colpevole per aver spiegato al giovane Riddle, quando era ancora studente, la potenza e la malvagità degli horcrux . Consapevole della sua debolezza e delle doti manipolatrici di Riddle, il professor Lumacorno farà di tutto per nascondere la verità, che Harry inevitabilmente porterà alla luce.

La complicità fra Harry e Silente si fa sempre più stretta: l’unico nodo da sciogliere è la fedeltà del professor Piton, su cui i due personaggi dissentono totalmente.

Lord Voldemort fa la sua apparizione ancora nei panni del giovane Riddle. Il viaggio nella sua infanzia non suscita nel lettore alcun tipo di empatia. Tom Riddle è crudele e spietato fin dalla sua prima adolescenza; potremmo imputare ciò alla perdita dei genitori, ma la simile condizione di Harry, che lo ha portato invece ad allontanarsi dalla magia oscura, azzera completamente l’ipotesi. Tom Riddle ha una natura malvagia che ha sempre manifestato, senza spiragli di redenzione o compassione; è il Male.

Lo stile della Rowling tiene il passo con quello approcciato nel quinto capitolo: maturo, fluido e scorrevole. I toni sono indiscutibilmente più cupi, ma annunciano le catastrofi future.

L’amicizia fra Harry , Hermione e Ron è ancora il pilastro portante delle dinamiche fra i personaggi ma Ron ed Hermione, anche se non ancora ufficialmente, sono a tutti gli effetti una coppia.

Altro tema positivo è l’amore che Harry capisce di provare per Ginny, la sorella di Ron.  Un raggio di sole può squarciare anche le nubi più scure che si addensano su Hogwarts.

La presenza non vista che aleggia accanto a Harry per tutto il libro è quella del Principe Mezzosangue, talentuoso ex studente di Hogwarts.

La generazione che è cresciuta con Harry Potter sa perfettamente chi sia, ma consapevole che molte altre generazioni hanno ancora tutto da scoprire, non sarò certo io a svelarne il nome. Buona lettura a tutti.