“The Outsider” di Stephen King, Sperling e Kupfer. A cura di Vito Ditaranto

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È quasi ora di andare a letto.

Quando mi metto sot­to la doccia, guardo il mio corpo perfettamente normale: pelle normale, capelli normali, normali unghie delle mani e dei piedi, apparato genitale normale.

Certo ci saranno persone normali che preferiscono come me sapone senza profumo, la stessa temperatu­ra dell’acqua, la stessa consistenza nella stoffa degli asciugamani.

Fatta la doccia mi lavo i denti e sciacquo il lavandi­no.

Il mio viso nello specchio è il mio solito viso: è il viso che conosco meglio.

La luce irrompe nelle pupil­le dei miei occhi e porta con sé le informazioni che sono alla portata del mio periplo visivo, porta con sé il mondo; ma quando io guardo il punto dove la luce penetra vedo solo un nero profondo e vellutato.

La lu­ce vi penetra e il buio mi scruta di rimando.

L’imma­gine è nel mio occhio e nel mio cervello oltre che nel­lo specchio.

Spengo la luce nel bagno.

Vado a letto, e spengo la luce dopo essermi seduto sulla coperta.

L’immagine residua della luce arde nel buio.

Chiudo gli occhi e ve­do la coincidenza degli opposti nello spazio.

Prima le parole, e poi le immagini che sostituiscono le parole.

La luce è l’opposto del buio.

La pesantezza è l’op­posto della leggerezza.

La memoria è l’opposto della dimenticanza.

Ok, per entrare nelle tenebre devo aprire il mio libro.

Se non siete consapevoli del buio, non aprite questo libro.

“… riflettere sulla propria sanità mentale probabilmente non era un buon segnale. Era un po’ come pensare al battito del proprio cuore: se ti trovi nelle condizioni di doverlo fare, quasi certamente sei già nei guai…”

Il Buio è vivo, difficile da descrivere ma chi viene toccato dal Buio corre il rischio di smarrirsi e trasfigurare in modo inevitabile.

The Outsider è l’ultimo libro di Stephen King, autore di cui ho letto tutto più e più volte.

È indubbio che The Outsider ci sia stato presentato come un romanzo horror. La verità è, però, che questo libro non è un romanzo dell’orrore, io lo definirei più un thriller.

La sera del 10 luglio, davanti al poliziotto che lo interroga, il signor Ritz è visibilmente scosso. Poche ore prima, nel piccolo parco della sua città, Flint City, mentre portava a spasso il cane, si è imbattuto nel cadavere martoriato di un bambino. Un bambino di undici anni, Frank Peterson. A Flint City ci si conosce tutti e certe cose sono semplicemente impensabili. Le indagini scivolano rapidamente verso un uomo: Terry Maitland. Il suo arresto spettacolare, allo stadio durante la partita e davanti a tutti, fa notizia e il caso sembra risolto.

Solo che Terry Maitland, il 10 luglio, non era in città.

Ma allora chi ha ucciso Frank Peterson?

Né i nostri protagonisti né il lettore potranno mai immaginarlo prima della fine.

Il male ha molte facce. E King le conosce tutte.

Finalmente King torna a scrivere qualcosa che non mi abbia fatto storcere il naso.

“The Outsider”, finalmente, rimette un po’ in luce la grandezza di Stephen King, pur rimanendo lontano dagli splendori de “Il miglio verde” ma anche del più recente “22/11/’63”.

Questa storia si è rivelata piuttosto originale, nella prima metà un poliziesco-noir, per poi trasformarsi, in qualcosa di più simile al King che ci ha spaventati tutti.

Questa storia si ricollega con la trilogia di Mr. Mercedes. Molti hanno paragonato questo romanzo a “IT”, io personalmente lo trovo completamente diverso, l’unica assonanza tra i due romanzi è data da una leggera velatura di svrannaturale.

The Outsider è un romanzo davvero “imponente”. Un modo particolare di struttura narrativa, diverso dai suoi soliti lavori. I personaggi sono ben tratteggiati e molto ben costruiti, gli stessi danno al lettore la sensazione che ritorneranno in un prossimo romanzo.

Il ritmo della narrazione è serrato ma al tempo stesso, molto tecnico, inoltre durante la lettura si nota lo sfociare dell’autore verso tematiche soprannaturali.

La storia che inizialmente sembra paradossale alla fine dona al lettore il suo reale volto e la storia non appare mai scontata.

Leggendo quest’opera si attraversa un mondo in cui nulla è scontato dimostrando che l’apparenza inganna sempre. Solo un occhio e un cuore sensibile può cogliere quanto amore ci sia dietro tutto ciò. Un amore per i dettagli, che il maestro descrive in maniera inimitabile. Il libro, non è solo un thriller o un horror secondo molti, ma un viaggio profondo nel buio dell’animo umano, dove simbolicamente la lotta per ritrovare la verità scappando dalla realtà rappresenta l’atavica lotta tra il bene e il male.

Il libro può rappresentare un test squilibrante al lettore poco attento e facilmente influenzabile dalle immagini descritte che a volte possono assomigliare a incubi.

La penna di King è come sempre, sciolta e suggestiva, la cadenza è modulata in modo minuzioso con colpi di scena sempre dietro l’angolo.

Il maestro non fa scorrere il sangue nei palazzi, ma nelle vostre vene; non vi conduce in paesi lontani, ma vi porta in luoghi vicini; non vi espone al pericolo di essere divorati dai selvaggi, ma ve lo fa sentire sulla pelle; non si rinchiude in luoghi clandestini di perversione, ma vi porta dentro; non si perde mai nelle regioni della fantasmagoria, ma vi conduce in pozzo profondo e senza luce. Il luogo della scena è il mondo in cui viviamo; il nucleo del suo dramma è vero; i suoi personaggi sono estremamente reali; i suoi tipi sono i vostri conoscenti; le vicende che descrive sono conformi agli usi e ai costumi di tutte le nazioni civili; le passioni che egli dipinge sono le stesse che sperimento in me; sono le stesse motivazioni che le agitano, hanno l’energia che io riconosco in loro; le traversie e le afflizioni dei personaggi hanno la stessa natura di quelle che mi minacciano continuamente; egli ci mostra le cose che ci circondano.

Il rischio che correte non leggendo questo libro con occhi attenti è quello di perdere il vostro senso del reale, il vostro spirito si piegherebbe facilmente e senza fatica a visioni chimeriche, l’illusione potrebbe divenire la vostra realtà.

Non è esagerato definire quest’opera un capolavoro, il ritorno del Maestro alle grandi opere del passato.

Un libro da non perdere.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

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La Quixote editore è instancabile e oggi vi presenta “Seta” di K.C. Wells. Imperdibile!

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Trama

 Matt Dornig la sua vita piace così com’è. Fare l’escort gli fa guadagnare abbastanza soldi da poter vivere nella sua città preferita, New York, e lo fa da abbastanza tempo da conoscerne le regole: non darlo via quando ci sarà sempre qualcuno che pagherà per averlo; lasciarli sempre desiderosi di averne di più; mai, mai innamorarsi di un cliente. Lucas Sawyer sta per mettere in discussione tutte le regole di Matt. È un uomo bellissimo che non avrebbe bisogno di pagare per far sesso, eppure Matt sa di essere l’ultimo gigolò di una lunga serie. Lucas vive una vita che Matt può solo sognare, ma che non sembra renderlo felice: c’è qualcosa che non va sotto quell’aspetto composto e sicuro di sé. E Matt sa anche che il suo tempo con Lucas non durerà per sempre: gli escort hanno una certa data di scadenza quando si tratta di lui.
Quindi cosa accade quando l’uomo che non ‘vuole’ relazioni comincia a mettere in discussione la sua vita? Lucas sta per imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di sé… E la vita di Matt sta per complicarsi.

L’autrice

Nata e cresciuta nel nord-ovest dell’Inghilterra, K.C. WELLS ha sempre amato scrivere. Le parole sono importanti, punto e basta. Però, quando l’infanzia ha ceduto il passo all’età adulta, la vita si è messa di mezzo e lei ha smesso di scrivere. K.C. ha scoperto la narrativa erotica nel 2009, quando l’acquisto di uno di questi racconti ha portato alla sconvolgente scoperta che leggere di uomini innamorati gli uni degli altri è incredibilmente sexy. Nel 2012, un brutto momento della sua vita le ha fatto provare il disperato bisogno di fare qualcosa di creativo e una scoperta anche più sconvolgente attendeva dietro le quinte: scrivere di uomini innamorati gli uni degli altri è anche più sexy… K.C. adesso scrive a tempo pieno e ama ogni minuto della sua nuova carriera. Il computer portatile non ha ancora capito che cosa gli sia accaduto… e tutto quello che vuole è un attimo di riposo. Deve ancora abituarsi all’idea che ovunque vada K.C., lui deve andare con lei. E per quanto riguarda quegli uomini innamorati di cui scrive? La lista di storie che aspettano di essere raccontate diventa sempre più lunga…

 

Dati libro

TITOLO: Seta

TITOLO ORIGINALE: Silk

AUTRICE: K.C. Wells

AMBIENTAZIONE: Manhattan

TRADUZIONE: Calogero Marra

SERIE: A Material World Tale

GENERE: QLGBT Contemporaneo

FORMATO: Ebook PAGINE: 320

PREZZO: € 3,99 su Amazon (disponibile su Ku)

DATA DI USCITA: 2 novembre 2018

Intervista di Alessia Mocci ad Angelo Lamberti: vi presentiamo Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/11/08/intervista-di-alessia-mocci-ad-angelo-lamberti-vi-presentiamo-il-pompiere-salta-cavallerescamente-il-kamikaze/)

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[…] E non ho tempo di guardare se fuori/ è rimasta la comicità della luna/ o la crudeltà dell’alba.” ‒ “La casa dell’infanzia”

 

Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze” edito nel 2010 dalla casa editrice Negretto Editore è una silloge poetica di Angelo Lamberti. L’autore nato nel 1942 a Castel d’Ario, in provincia di Mantova, vanta un ricco curriculum di pubblicazioni tra poesia e teatro.

Ricordiamo brevemente ‒ per non tediare il lettore in un elenco troppo vasto ‒ la prima raccolta poetica del 1994 con la casa editrice Trito e Ritrito “Colpevoli d’innocenza” e l’ultima nel 2018 con Ace International “La morte non esiste”; in campo teatrale sono varie le collaborazioni con registi quali Mattia Giorgetti, Nanni Fabbri, Buno Garilli, Maria Grazia Bettini, Luigi Tani, Pino Manzari, Gherardo Coltri, Ruggero Jacobbi e le rappresentazioni a New York, Lugano, Mantova, Milano, Roma, Verona.

Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze” è suddiviso in quattro parti, la prima denominata “Scene di vita da un cimitero” presenta le date 1942-1958; la seconda “Alfredo, non fu possibile diversamente” vede come determinazione gli anni che vanno dal 1980 al 1988; la terza “Lea, il malessere dell’attesa” va dal 1995 al 2007; infine la quarta “Parole di sesamo” che chiude la raccolta con un pugno di versi che mettono in luce ciò che si è seminato nelle precedenti parti.

La raccolta di cui parleremo in questa intervista è risultata vincitrice nel 2011 al Premio “Garcia Lorca” di Torino.

 

 

A.M.: Angelo ti ringrazio per aver accettato questa intervista. Vorrei partire da una domanda che forse ti avranno già rivolto ma a cui non posso fare a meno: “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”, perché un titolo così particolare?

Angelo Lamberti: Colgo l’occasione di questa intervista per dire che il libro è uscito soprattutto per le insistenze di Giorgio Bàrberi Squarotti, il quale, per convincermi alla pubblicazione, mi ha sedotto con il dono della sua preziosa prefazione. Nella prefazione Bàrberi Squarotti svela il mistero del titolo, che mi è stato ispirato dalla didascalia di un’immagine calcistica, più precisamente di un derby milanese disputato nei primi anni cinquanta. Infatti, il “Pompiere” è l’ex centravanti del Milan Gunnar Nordhal; il “Kamikaze” è l’ex portiere dell’Inter Giorgio Ghezzi. Il ricordo della succitata didascalia, lo devo alle letture (quand’ero bambino) del quotidiano socialista “l’Avanti”, a casa di mio nonno. Il cosiddetto mistero è poeticamente svelato a pagina 40 del volume. Nelle sezioni che compongono la silloge, può esserci per il lettore, il mistero di un altro titolo, aggravato perdipiù, (per colpa mia), da un refuso. Si tratta del titolo assegnato a una sezione: “unciduncitrinciquariquarinci”, che altri non è che un conteggio giocoso e progressivo, (uno-due-tre-quattro-cinque…), armoniosa-mente deformato a scioglilingua-filastrocca, e adottato da noi bambini a mo’ di conta, per l’assegnazione dei ruoli nei giochi di gruppo.

A.M.: La tua silloge presenta numerosi cenni autobiografici di forte rilievo come la nascita durante la guerra in una stanza del cimitero o come il ritorno di un padre lontano. Perché l’uomo attraverso l’arte sente l’esigenza di raccontare la sua vita?

Angelo Lamberti: Forse per la conferma e la conseguente sublimazione di un tempo vissuto. Fors’anche per una romantica (e/o poetica) forma di risarcimento spirituale.

A.M.: Nella lirica “La casa dell’infanzia” scrivi: “[…] Mi aspetta un lavoro di raspa e di lima/ora che sciolgo il nodo della memoria/e come al suo vizio il baro/mi corro incontro a ritroso// […]”. Ed ancora nella lirica “Asilo di Castel d’Ario”: “[…] e la memoria non ha più pagine/per rintracciare intrecci/ormai privi di trama// […]”.

Angelo Lamberti: Quando accade che l’essere umano – il poeta – incorre nella necessità di intraprendere un viaggio nel suo passato? Non so se e quando l’uomo – il poeta – senta esattamente questa necessità. Per quanto mi riguarda, penso di averla sempre avuta; in ragione anche di un’infanzia (la mia) segnata da episodi ed eventi indelebilmente impressionabili.

A.M.: Ne “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”, la figura di tuo padre è quella che compare maggiormente, dalla sua lontananza al suo ritorno, dalla sua attività di barbiere alla sua morte, dal vestito della domenica che diviene l’abito funerario, alle continue domande sulla vita di un uomo dipinto: “[…] come premeditato riflesso/ d’universo://ogni volta diverso.”

Angelo Lamberti: Parlare di mio padre me lo impone l’umana valutazione di un rapporto (il nostro) caratterizzato da scambi, che hanno avuto momenti intensi quanto fortemente aspri e contradditori; all’inizio certamente più bui che luminosi. Nella raccolta, già dall’inizio ho cercato di dare una traccia del clima che si respirava nella realtà famigliare, con il capitolo introduttivo dal titolo: “Risaie e rasoi” (pagina 17). È stato un rapporto condizionato e difficile, a volte con esiti contrari ai nostri reali sentimenti e alla nostra volontà (“Non fu possibile diversamente” – pagina 25). Con mia madre il rapporto è stato più dolce e comprensivo. Della raccolta mi limito qui a segnalare una poesia: “L’acqua nell’acqua”, (pagina 67), che, senza dilungarmi in pleonastiche spiegazioni, (esplicitarla negli anfratti delle sue ragioni, mi occuperebbe diverse pagine), vuole essere la dichiarata speranza che ci sia un domani, in un altrove, (altrimenti il vivere sarebbe inutile), in cui io la possa rivedere e riabbracciare, come quaggiù la nuvola di pioggia diventa un tutt’uno con l’acqua del fiume…

A.M.: La Solitudine. Un dono e una dannazione.

Angelo Lamberti: Più che un dono e/o una dannazione, la solitudine è una condizione. Vedasi: Gesù Cristo: “Elì, Elì, lemà sabactani?”; Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra…”; Leo Longanesi: “Sono talmente solo, che lo specchio non mi riflette più.” Il poeta: laureato/e non/malinconico/solingo/depresso/, paradossalmente può finanche ringraziare la dannata Solitudine, per avergli ispirato ed elargito, il dono di versi divini. Da parte mia, credo che la solitudine, unita alla vecchiaia, sia la miglior preparazione per la conoscenza della Morte. (Dico questo anche in ragione degli anni che ho trascorso in un cimitero, (sedici, in un periodo, che va dalla nascita all’adolescenza), che mi induce a ritenere d’essere, (seppur da teorico dilettante), un esperto in materia).

A.M.: Eugenio Montale in un’intervista del 1959 sostiene che i poeti sono i lettori dei poeti, e che non c’è un vero e proprio mondo di lettori di poesia. Pensi che Montale avesse ragione?

Angelo Lamberti: Montale aveva ragione. Del resto lui stesso ha ammesso che quando doveva dichiarare verbalmente o apporlo per iscritto sui dei documenti, qual era la sua effettiva professione, preferiva adottare quella generica di Giornalista. Quello della poesia è un mondo frequentato da soggetti che formano, loro malgrado, un circolo chiuso di emarginati (vedi l’albatro dalla “Ballata di un marinaio” di Coleridge). Anche se (umoristicamente quanto giustamente) Gesualdo Bufalino dice che: “Tutti al mondo sono poeti, persino i poeti.” In concreto c’è da dire che viviamo in un’epoca in cui le case editrici privilegiano, (prevalentemente), quegli scrittori che assicurano loro un vantaggio economico. Ecco quindi spuntare e crescere come funghi, cultori della remunerativa forma cosiddetta del: noir, giallo, suspense, thrilling… Fermo restando che la forma di scrittura più difficile e poco redditizia, rimane per me quella teatrale. Del resto il più grande scrittore di tutti i tempi (Shakespeare) è diventato Shakespeare scrivendo per il teatro; forma oggigiorno mal-considerata dagli Editori.

A.M.: Ogni poeta ha un fanciullesco riferimento, mi piace denominarlo “un padre di poesia”. Quali sono i versi che ti hanno amorevolmente seguito nel corso della tua giovinezza?

Angelo Lamberti: L’albero a cui tendevi/ la pargoletta mano…” Successivamente ho amato un numero sterminato di poesie partorite, tra gli altri, da: Leopardi, Baudelaire, Dickinson, Rimbaud, Kavafis, Ungaretti, Montale, Corazzini, Borges, Landolfi, Caproni, Campana, Bufalino, Neri Pontiggia, Cappi, Malagò, etc… Per la mia formazione poetica, un “grazie” cordiale, devoto e senza confine lo devo riconoscere ed elargire a Franz Kafka e a Umberto Bellintani (il quale mi considerava: “un figlio spirituale”). Umberto Bellintani lo vorrei inoltre ricordare per una sua caustica affermazione: “Le poesie vanno lette nel silenzio più assoluto, e nella più completa solitudine. Ecco perché ritengo che il luogo più congeniale sia il cesso.

A.M.: Come ti sei trovato con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Angelo Lamberti: Con Silvano Negretto c’è da sempre un rapporto di amicizia, di stima, e di affinità ideologiche, che si è graniticamente confermato e consolidato nel corso degli anni. Consiglio a trecentosessanta gradi la Casa Editrice Negretto, precisando però, (onde evitare malintesi), che il titolare (Silvano Negretto) non ha mai pubblicato (non ne sarebbe capace) da Imprenditore sensibile alle esigenze di un successo economico, ma soprattutto (sarebbe forse meglio dire unicamente) da Editore sensibile alle ragioni intellettuali ed ideologiche che può rintracciare e cogliere tra le parole scritte cui è sottoposto a valutare.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Angelo Lamberti: “Il coito quale punizione della felicità di stare insieme.” ‒ Franz Kafka

La morte non esiste.” ‒ Umberto Bellintani

C’è chi crede che la rettitudine sia una disfunzione intestinale.” ‒ Giuliano Parenti

Una testa può anche non servire, quando c’è un cappello.” ‒ Angelo Lamberti

A.M.: Angelo ti ringrazio per il tempo che hai concesso a questa intervista e ti saluto anche io con quattro autori provando a continuare la conversazione. Cito Henri Frederic Amiel “Tutte le colpe producono da sé la propria punizione.”; Arthur Schopenhauer “Non v’è rimedio per la nascita e la morte, salvo godersi l’intervallo.”; Fedro “Sopporta che ti siano pari nella dignità quelli che sono inferiori a te per valore.”; ed infine Harold Pinter “È impressionante a quanta gente la propria testa serva unicamente quale supporto per i capelli e i cappelli.”.

Written by Alessia Mocci

Ufficio Stampa Negretto Editore

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Acquista “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”

https://www.amazon.it/pompiere-salta-cavallerescamente-kamikaze/dp/8895967186

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Sito Odori Suoni Colori

http://www.odorisuonicolori.it/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/11/08/intervista-di-alessia-mocci-ad-angelo-lamberti-vi-presentiamo-il-pompiere-salta-cavallerescamente-il-kamikaze/

“Oscurità di cenere” di Tanya Torriuolo. A cura di Alessandra Micheli

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Essere giovani, avere dalla propria parte l’entusiasmo e la passione dei vent’anni e desiderare scrivere. Non per successo, fama o per il seguito di grupie capaci soltanto di incensare, ma chiuse mentalmente tanto da essere incapaci di comprendere appieno tale bisogno.

E provarci, mettersi in gioco, esporsi anche al lubrico linciaggio dei tanti professoroni, armati di manuali colti e polverosi che brandiscono la spada del show don’t tell contro i vanesi che si permettono di bussare alla rigida e ermetica porta dell’arte. Perché se è vero che l’arte deve restare elitaria, è pur vero che essa sa difendersi benissimo da sola, riconoscendo chi bussa al suo uscio animato da un sacro amore verso il mondo delle idee e chi invece vuole intrufolarsi, non invitato nel convitto esclusivista del talento.

Ma non voglio crocifiggere eccessivamente questi custodi della nobile abilità dello scrivere. Sì, sono eccessivamente esagitati, poco attenti alla sostanza, tutti dediti al Dio della forma. Ma su una questione hanno ragione: spesso il giovane autore, al suo esordio, va sul sicuro. Si garantisce cioè la vendita di alcune funestate copie, grazie alla pavida scelta di un genere facile, sicuro, scontato e privo di impervie difficoltà: il rosa.

Capite che quando la dolcissima Tania mi ha contattata, proponendomi di leggere, al suo esordio, un horror, con un umiltà che i grandi filosofi dell’editoria, oggi, dovrebbero solo che imparare, non ho potuto non sentire l’esigenza di leggerlo.

Capite?

La ragazza ha avuto più palle di tutti voi, immergendosi con passione ( e in questa recensione non userò altri sinonimi perché è ora che, quest’aggettivo si tatui indelebilmente nella corteccia cranica) in una letteratura ostica, difficoltosa che richiede una tecnica precisa e un ambientazione quasi maniacale.

Eh si miei cari e fulgidi uditori.

Non si crea paura soltanto raccontando di membra decadenti, di vermi che banchettano con le nostre spoglie mortali, di sgozzamenti e sventramenti vari eseguiti con somma e chirurgica maestria dal demone di turno. Serve un ambiente che ci renda consci di una cupezza originaria, data non tanto da oscure presenze quanto da un eredità malsana. Il male deve uscire come un oscuro fiume da sotto porta apparentemente normali. Un semplice villino deve essere il fulcro il centro di un orrore ben più antico, capace di impregnare di malsani sentimenti ogni pietra, ogni intonaco, ogni finestra.

E la nostra autrice, anzi ti chiamo scrittrice, ci è riuscita.

Ha perfettamente risolto il più difficoltoso dei problemi del genere: rendere reale e vera l’atmosfera di claustrofobica rassegnazione.

Ogni personaggio di ogni horror, deve essere talmente invischiato nel magma tenebroso dei peggiori sentimenti, dei peggiori vizi, dei peggiori impulsi umani, da sapere che, ogni suo sforzo è in realtà una decisa e fatale discesa negli abissi.

La morte già viaggia accanto a ogni personaggio. Amici sì, ma funestati da una terrificante mancanza di personalità. Da una totale mancanza di movimento e sogni. Sono statici e il loro unico sentore ancora umano, è l’amicizia. Ognuno chiuso nel suo mondo, abbracciato come un disperato naufrago al labile ma al tempo stesso salvifico sentimento di amicizia.

Daniel è il perno su cui ruota la storia.

Lui cammina accanto alla morte, alla fine, all’inevitabilità di un destino avvertito come un dio beffardo e crudele. Gli altri sono comparse che piano piano, annienta con la sua stessa tragica cupezza.

Daniel si redimerà solo con il sacrificio supremo che chiuderà il suo cerchio.

Gli altri, Paloma, Rosa Matthias non saranno altro che pedine, svegliate all’improvviso dal loro torpore dall’incontro con…la paura.

A volte è solo uno shock che ci risveglia alla vita.

A volte è solo un impatto devastante con l’ignoto che ci fa comprendere l’incommensurabile bellezza del dono.

La casa, in fondo, non è che il simbolo della nostra psiche.

E in questa si agitano fantasmi demoni che sono figli della nostra stessa anima.

Siamo noi a custodire dentro di noi le porte segrete del disastro. Dell’orrore, della dannazione.

Siamo noi a contatto con le storie, a raccontare e raccontarci la fine. E questa fine potrà essere tragica, inspiegabile o solo eroica.

E alla conclusione di ogni percorso sarà solo il fuoco purificatore a spazzare via ogni sentimento ambiguo, lasciando però, intatta la cenere. E sarà il nostro vento interiore che la solleverà e la farà salire fino in alto ad abbracciare il cielo, o in basso e fondersi con l’oscurità del crepuscolo.

Ogni parole ha una sua conseguenza. E esprime, come nel racconto, la presenza di polverosi, bui angoli nascosti dentro di noi.

Ho letto questo libro in una sera, al buio, con uno strano vento fuori. Scricchiolii sinistri. Sussurri e il sentore di presenze strane.

E questo significa che dietro una scrittura acerba, esiste sicuramente una dote che va premiata.

E sviluppata

Non smettere di scrivere.

Non smettere di essere il demiurgo della tua realtà, di rendere sogni, ma anche incubi, reali imprimendoli su carta.

La tecnica si impara.

Il percorso vero la perfezione si acquisisce.

I successivi libri saranno abbelliti dalla tua esperienza umana.

Ma la sensibilità di captare le atmosfere e donarle al lettore, incarnandole in parole, è un talento che non si insegna.

O lo si ha.

O non c’è corso di scrittura che lo faccia apparire dal cilindro.

E’ più facile che appaia un coniglio.

Tu lo hai.

Coltivalo.

Sviluppalo.

Non perderlo mai

Blog tour dedicato alla campagna del romanzo”La torre delle maschere” di Luigi Nardi. Terza tappa: I personaggi inventati.

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Il nostro blog partecipa con sommo orgoglio alla campagna del libro “La torre delle maschere” di Luigi Nardi,  in corso su BookRoad.

Un viaggio incantato, come solo pochi autori possono permettersi di creare.

il link della campagna

https://www.bookroad.it/prodotto/latorredellemaschere/

 

 

 

Oggi iniziamo insieme a parlare dei protagonisti creati dalla fantasia dell’autore: Ciarda MacElvie, Reeford e Joseph Desmerci.

Ciarda MacElvie, la protagonista principale del romanzo, scozzese, cresce in una famiglia di attori. È dotata sin dall’infanzia di una voce melodiosa e ambisce a diventare una lady. Perde gradualmente la propria ingenuità assorbendo suo malgrado i comportamenti della vita di corte. Mettendosi al servizio di Agnes Randolph entra quasi in simbiosi con lei, arrivando ad assomigliarle sempre di più non solo fisicamente ma soprattutto caratterialmente. Ciarda è una persona conscia del proprio talento che imparerà nel corso della storia a sopravvivere di compromessi mettendo a repentaglio la propria moralità. Talvolta sfruttata, talvolta intraprendente, sarà lei la chiave per le sorti della Scozia.

“La pena di Ciarda nasceva dalla novità di dover combattere contro la gelosia di un’altra donna, una lotta a cui era impreparata, e per la quale incolpò Lady Agnes. Non l’aveva istruita contro la principale conseguenza del suo comportamento.”

Reeford, il padre di Ciarda, capocomico della compagnia MacElvie. L’entusiasmo per la nascita di Ciarda, unica figlia femmina dopo tre maschi, si affievolisce progressivamente quando si scopre incapace di crescerla. Abituato da sempre a recitare, essendo la compagnia teatrale un’eredità della famiglia, dedica la propria vita al teatro e mette al primo posto l’istruzione dei figli in tal senso, ma l’educazione di Ciarda differisce da quella dei suoi fratelli e rappresenta una sfida per lui.

“Nemmeno il tempo di calcare le piastre di marmo dell’entrata principale, che gli effetti del prestigioso palcoscenico divamparono: Reeford batté le mani sulla schiena di Ian indicandogli la carrozza che, in quel momento, stava giusto attraversando i cancelli. Uomini in livrea nera, diplomatici o nobili, chiarì, e salutò la buona sorte per quell’ulteriore e raffinato pubblico. La scelta coraggiosa presentava già il suo benefico frutto. Inforcò il braccio della giovane suonatrice, poi quello di Ian, e marciò senza altri indugi verso la guardia all’ingresso.”

Joseph Desmerci, un ambasciatore e vescovo francese, cinico e pratico, protettore del legittimo re di Scozia David Bruce. È proprio Desmerci a incaricarsi il ruolo dell’accompagnatore di Ciarda quando lei si recherà in Francia, alla corte del re, ma invaghendosi di lei, sconfinerà in comportamenti fatali.

 

 

“Sir Joseph era stato l’occulto burattinaio che aveva indotto Ciarda a esigere un provvedimento. Lui, che aveva sposato pazienza e cautela finché aveva potuto, finché la gola tagliata della terza vegliarda non aveva scatenato tumulti irreprimibili. Aveva allora prestato ascolto alle paure della ragazza, fino a quel momento disattese per non compromettere gli interessi suoi e di Lady Agnes, e aveva quindi suggerito a Ciarda di sfruttare il suo ascendente sul re per imporgli un drastico intervento. Era evidente che anche per Joseph Desmerci valeva più uno sporadico passo indietro che un cammino sbarrato del tutto, soprattutto perché l’artefice dei crimini di corte non era stato ancora smascherato.”

 

 

Prossima tappa del 15 Novembre:

I personaggi realmente esistiti, a cura del blog “La stamberga di inchiostro”.

Mi raccomando non perdetevela!

 

In arrivo l’ultima fatica della nostra Emily Storm,”Insensibile al cuore”, una storia ricca di emozioni, capace di far sognare sia gli amanti del genere e che stupirà i neofiti. Imperdibile!

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La notte le apriva un varco nelle sue emozioni più intime. Passava dal dolore per Dylan alle fantasie erotiche per Nicolas. Tante emozioni che la portavano in paradiso, per poi discendere nelle viscere dell’inferno, dove lingue di fuoco le scottavano la pelle bianca come la neve.

 

SINOSSI:

Helen Priscol è avvolta da un’aurea di malinconia. Da quando è morto il suo fidanzato Dylan, in un incidente stradale, la sua vita ha smesso di andare avanti. Ogni cosa le sembra inutile senza di lui. In unico giorno tutti i suoi sogni si sono infranti; tutta la sua vitta si è disintegrata; soltanto la danza è riuscita a stanarla dalla sua tana di dolore; l’unica rinascita in ogni momento di sconforto nella sua vita. Un giorno, al Milk&Coffee, incontra gli occhi di tenebra del bel capitano dell’esercito, Nicolas Straind. Il suo cuore torna a battere; mille farfalle vorticano nello stomaco di lei, ma tutte quelle emozioni la fanno sentire in colpa nei confronti di Dylan. Una guerra interiore la sconvolgerà tra lacrime e batticuore. Al suo fianco c’è la sua amica del cuore, Katy Losten, un miracolo nella vita di Helen, ma non è tutto rosa e fiori, Katy nasconde un segreto dentro di sé, che potrebbe mandare in frantumi l’amicizia con Helen.
Una storia d’amore e odio è quella di Nicolas e Helen, ma lo zampino del diavolo, lo metterà la bionda dagli occhi nocciola, Teresa Streaple, che farà di tutto per accaparrarsi il bel capitano.
Un triangolo d’amore che non va a genio a Helen; lei vuole Nicolas tutto per sé, non ha la minima intenzione di dividerlo con Teresa, che con il suo fascino attrae tutti gli uomini di Sunset City.
Ognuno dovrà fare le proprie scelte, a costo di perdere le persone che amano; a costo di vivere una vita solitaria con i rimorsi e i rimpianti.
Helen è una ragazza ribelle, ma dal cuore sensibile. Riuscirà a squarciare il cuore di pietra e insensibile del bel capitano?
Teresa, con i suoi artigli affilata da gatta, riuscirà a prevalere su Helen Priscol?
Una guerra a tutti gli effetti che spezzerà il cuore del lettore, ma che riuscirà a suscitare anche attimi di ilarità.
Entrate a Sunset City, lasciatevi coinvolgere nella vita di Helen e Nicolas.

Helen percepiva una presenza fra quell’immensità, ma non aveva paura; aveva bisogno di liberare il suo cuore; di arrivare in cima alle nuvole per annusare il loro profumo di zucchero filato. Le immaginava proprio così, soffici nuvole di zucchero, che avrebbero fatto gola ad ogni bambino del mondo.

 

 

 

Dati libro

SCHEDA AUTORE:

TITOLO: INSENSIBILE AL CUORE

AUTRICE: EMILY STORM

GENERE: ROMANCE

CASA EDITRICE: SELF

DISPONIBILE CON KINDLE UNLIMITED

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“Favole felici per bimbi bravi. Volume primo.” di Francesco Curti, Geeko Editor. A cura di Alessandra Micheli

 

Qual’è il vero valore delle fiabe?

Per molti, me compresa,va ricercato nell’intento didattico e sociale del mezzo comunicativo: la fiaba non solo aiuta il bambino a rapportarsi con i valori generali dell’essere umano, ma anche con quei significati e assunti culturali propri di una società. Ecco che la cultura si mantiene, cresce e prospera attraverso il veicolo del racconto. E’ questo a introdurre il futuro cittadino, il futuro membro dello status quo, nel ruolo che questa strana associazione gli destina. Ecco che le fiabe, quindi, portano dentro di se l’accettazione della tradizione, del proprio personaggio, persino della modalità con cui dovranno vivere il loro essere uomo o essere donna.

Accanto ai principi etici universali, che non si modificano con i tempi con le ere, si ritrovano quelli più moraleggianti capaci di mantenere intatto un agglomerato urbano. Sappiamo come la città, la nazione, il paese o soltanto la comunità può restare intonsa qualora si riesca a non modificare la loro specifica cultura.

E’ ovviamente impossibile che essa, però, rimanga pura. Ci saranno sempre delle contaminazioni, dei flussi esterni che la preserveranno dalla morte per inedia. Ciononostante, le fiabe sono anche cosi granitiche che è difficile poi, da adulti, superarle.

Prendiamo il favoloso mondo di Biancaneve. Per secoli molte donne sono state incapaci di sfuggire a situazioni difficili, spesso tragiche, spesso anestetizzanti, se non grazie alla presenza del principe, del grande amore, dell’anima gemella. Nulla da eccepire, se non fosse che essere principessa, quindi padrona del proprio destino, non dovrebbe andare di pari passo con la necessità di un elemento esterno capace di guidarci e salvarci. Non per un bieco femminismo, quanto per un semplice principio psicologico fondamentale: se il cambiamento non parte da noi stessi, difficilmente sarà di lunga durata, o peggio attecchirà nel fertile terreno della psiche.

A tal proposito riporto le parole di un Don Chisciotte moderno,Ciro Campanella che ha tentato di sfidare il nostro simpatico sottosistema italiano:

si possono mutare le cose soltanto se si ha il potere di cambiare gli uomini chiamati ad attuare tale trasformazione. Se gli uomini responsabili del cambiamento non mutano il loro modo di pensare e non si convertono a tale obiettivo, nulla è possibile

Ecco perché oggi, Biancaneve, Cenerentola addirittura Cappuccetto Rosso non riescono più a attuare la loro funzione educativa. Colpa dei tempi, colpa dei cambiamenti e colpa di una scienza che non fa altro che progredire.

Eh si birbante scienza che comprendi sempre di più il nebuloso animo umano!!

Per questo è necessario individuare una terza funzione più post moderna della fiaba: il cambiamento della modalità interpretativa della persona.

Che sia bambino o che sia un adulto, proporre fiabe che innescano un diverso tipo di apprendimento si rivela, oggi fondamentale, per non incorrere nel disastro.

Anche se immersi nel disastro ci siamo di già.

Le fiabe “scorrette” di Francesco Curti, hanno l’importante funzione di aiutarci a rinnovare la nostra ammuffita cultura e introdurre un diverso modo di pensare. E come lo si ottiene?

Con lo stile del non senso, (che in realtà non è che il raggiungimento di un diverso livello di significato) e con favole che destrutturano l’antico schema ontologico.

Come penso sappiate, la fiaba segue un preciso percorso ( andamento a tre fasi)

1. inizio

2. crisi

3. soluzione

E’ quindi, il problema da risolvere il vero nucleo della fiaba, laddove per superare la crisi, o l’ostacolo, o il dramma c’è bisogno di trovare nuove strade e nuove opzioni. E per farlo è necessaria la netta distinzione tra buono e cattivo.

Il problema è che, in questa nostra fase storica e sociale, tale distinzione netta non è più attuabile; siamo in un mondo scompensato che utilizza l’entità nemico non per gestire il male, ma per scansarsi da ogni responsabilità. Il drago, l’orco, la strega sono avvertiti come entità esterne da cui proteggersi e oggi, con l’annientamento delle barriere comunicative, si rischia di far confluire un male generico in una persona, gruppo, etnica, specifica.

C’è bisogno di un altra filosofia capace di rendere l’ombra un’alleato da raccontare, da plasmare e perché no, un elemento da trasformare da negativo a positivo.

Mi spiace per i pedagoghi ma oggi non possiamo più permetterci la visione del mondo dicotomica. Va sostituita con quella chela sociologia moderna chiama logica fuzzy.

E cos’è mo sta parola” direte voi mie adorabili menti curiose.

Ve lo spiego subito.

Per logica fuzzy si intende una logica sfumata o sfocata che si può applicare a ogni proposizione un grado di verità diverso da 0 a 1 e compreso tra loro. E’ una logica polivalente e quindi si può benissimo inserire in situazioni umane che non sono capibili secondo schemi standard appunto perché pieni di elementi diversi e diversificati, difficilmente inquadrabili in uno schema binario amico/nemico giusto/ingiusto ordine/disordine

come asseriva il grande Einstein:

Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e, finché sono certe, non si riferiscono alla realtà.»

Applicata, quindi ai contesti sociali, dalle operazioni di pace alla mediazioni culturali di ogni tipo significa attuare una continua e costante comprensione di contesti altamente diversificati, in cui la necessità di negoziazione deve tener conto di varie esigenze, dalla sicurezza alla costruzione di confidenze e empatia. Scrive a tal proposito Battistelli:

la logica fuzzy presuppone anziché l’alternativa chiusa amico/nemico, l’alternativa aperta ovvero amico/nemico/neutro o anche molto amico/ amico/abbastanza amico/neutro/neutro quasi amico/abbastanza nemico/nemico/molto nemico

E pertanto il geniale Cruti non fa altro che creare fiabe e storie fuzzy, in cui la logica classica viene meno.

E perché lo fa?

Semplicemente perché si intende focalizzare non sul suggerimento per la risoluzione del problema, ma sulla consapevolezza che il problema, in realtà, esiste.

Senza la coscienza di una falla del sistema, come possiamo correre ai ripari?

Ecco che queste fiabe a volte surreali, inquietanti, divertenti e sarcastiche non fanno altro che metterci di fronte alle nostre mancanze e alle mancanze della società intera.

Fama, apparenza, successo facile, mancanza di empatia, volontà di cancellare il passato con una gettata di cemento in modo da non dover mai pensare al futuro, bullismo, ipocrisia, ma sopratutto l’infinita variabile di possibilità insite in un’azione ( il re malvagio è davvero un omaggio alle teorie di Russell).

Tutti questi strani racconti non faranno altro che spostare il focus di attenzione dal tutto alla parte per poi tornare a inserire l’analisi dell’elemento nel tutto.

E che effetti positivi avrà?

L’agilità mentale.

La capacità di individuare il dramma, di affrontarlo con leggerezza, di comprenderlo in una teoria del tutto, necessaria per una vera responsabilizzazione di ogni nostra azione.

Solo capendo il vero dilemma potremmo mai pensare a una soluzione valida.

Il resto, altrimenti, rischia di essere semplicemente uno stantio reiterarsi di azioni atte a legittimare una società oramai morente.

E leggere Curti forse, serve più a noi che ai nostri bimbi.

Perché a livello mentale, siamo ancora in un mondo in cui l’infantilismo regna sovrano.

Oggi il blog consiglia “L’inverno nel Texas” di R. J. Scott, Triskell editore. Imperdibile!!

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Sinossi:

Il passato di Riley torna a dargli la caccia, sia professionalmente sia nella vita privata.
La morte del fratello si è lasciata dietro ben più degli odiosi ricordi con cui Riley dovrà fare i conti. Quando entra in gioco l’FBI, tutto d’un tratto il giovane rischia di perdere qualcosa di molto più prezioso del suo buon nome.
Jack è sempre al suo fianco, ma per quanto ancora riuscirà a essere comprensivo?
Specialmente quando, durante una luna di miele troppo a lungo rimandata, Riley scopre di avere una figlia di otto anni di cui non conosceva neanche l’esistenza…

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 13 Novembre

Collana: Rainbow

Titolo: L’inverno del Texas
Titolo originale: Texas Winter
Serie: Texas #2

Autrice: R.J. Scott
Traduttrice: Rita Demaria

ISBN EBOOK: 978-88-9312-448-5
Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 176 pagine

Prezzo: € 3,99

 

“Cronache di un anno italiano” di Margherita Pace, Geeko editor. A cura di Alessandra Micheli

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Penso che in questo mondo sconvolto, difficile da gestire, le peggiori “vittime” siano i giovani.

La carenza di sogni, l’idea che la passione non sia necessaria ma che conti l’apparire privano i giovani di qualcosa di indispensabile: la capacità di creare strade alternative, quell’ansia ribelle che ci fa reagire contro le ingiustizie e quel tentativo di inserirci a forza in categorie che non ci appartengono.

La ribellione: quale migliore strumento per rendere intellegibile un mondo che ci sfugge?

Per contestare le certezze e crearne di nuove?

Senza sogni, il nostro mondo è spacciato, senza la capacità adolescenziale di arricchirlo con acerbe energie, il nostro domani non arriverà mai.

Ma davvero i giovani sono così fragili, così sperduti?

In questo libro si racconta la parte migliore dei nostri ragazzi, una sorta di reazione contro quelle tristi immagini che li identificano come piccoli zombie con il pensiero offuscato, anestetizzato dalla banalità.

I ragazzi descritti sono un omaggio a tutti noi, perché tutti noi un tempo siamo stati in cerca di noi stessi. Alcuni ancora devono trovarsi, me compresa, ma solo l’atto di cercare, di interrogarsi, di provare persino a cambiare contesto è la vera unica forza.

E forse l’unica speranza.

Leggete la delicatezza di questo libro, con la scoperta di una verità che neanche noi abbiamo mai del tutto compreso o assimilato: che l’amore non ha altra dimensione, altra natura, che quella di crescere. Di espandersi così tanto da rompere ogni schema e ogni sicurezza.

Non gliene frega nulla delle diversità, del genere sessuale, dell’adeguatezza, del buon costume. L’amore invade tutto, lo modifica, lo trasforma.

Perché all’amore basta l’amore.

Perché, se non vieni letteralmente frantumato dal mulino della passione, non riuscirai mai a essere cibo per l’esigente palato del dio che veneri.

E in questo affresco di una poeticità verace, sincera e schietta, l’abbraccio di due esseri spogliati di ogni ruolo, di ogni correttezza, di ogni borghese ipocrisia è l’emozione più intensa che si possa leggere.

Non c’è nessun significato politico, né etico, né di denuncia. Esiste solo il racconto di cosa sia l’amore dei giovani, quello che non ha paura, che non si nutre di alibi, ma che semplicemente vive…

E forse è il miglior modo quello di raccontarlo con semplicità, quello di legittimarlo. Perché semplicemente si accetta che quello sfiorarsi di labbra ha la stessa validità di ogni bacio.

Abbiamo legna da ardere nello stesso fuoco
E la voce che canta la stessa canzone

 

Due ragazzi alle prese con la loro identità. E con la volontà di non perdere questa essenza, ma di farla brillare. Di farla rispettare a costo di essere degli esclusi.

Ragazzi sognanti, forti; talmente belli da leggere e immaginare, e così potenti da dover salvare questo disperato sogno d’esser uomo.

E uomini in piccolo lo sono.

Lo sono perché, a differenza di noi sconfitti, si interrogano, si muovono, hanno il coraggio di reinventarsi e di perdere ancora. E perdendo, in realtà conquistano ogni volta un pezzetto del loro “se”.

Leggere questo libro non è solo una magica esperienza, ma il ritrovare un senso della nostra perduta adolescenza. Proprio oggi in cui siamo così disillusi, e così incapaci di accettare il nostro sprofondare nell’abisso. In cui il nostro rischiare per amore, o solo per follia, si disperde in un refolo stanco.

Il nostro pedissequo difenderci con il perbenismo e con la moralità si scontra con la bellezza di occhi che si guardano, e si scorgono davvero. Con mani che non hanno paura di toccarsi e non lo fanno attraverso uno schermo.

Persone che ancora vogliono tramare per un bacio, per l’attesa di un incontro. Che assorbono il dolore e lo vivono fino a sentirsi il respiro troncato nel petto, convinti che, in fondo, la vera vita è quella che si brucia in un solo istante e poco importa che quell’istante potrebbe farci male.

Abbiamo molto da imparare dagli adolescenti descritti dalla bravura di Margherita Pace. Abbiamo solo da tatuarci dentro l’anima una sola frase:

 

Certe volte agli adolescenti l’amore basta sognarlo.

 

Ecco, io vorrei che rimparassimo a sognare anche noi.

Perché, un mondo che non sogna è soltanto un mondo sconfitto.

 

Hanno treni fermi e una stazione
Persa tra il cielo e il mare
Hanno la prima metà di una canzone
L’altra metà da ritrovare

Hanno le vostre fandonie nelle orecchie
Conoscono le vostre facce di culo
Madri piene di tranquillanti
Padri che vanno sul sicuro

I ragazzi nascondono lacrime sospese
Come gatte gelose dei figli
Hanno un bagaglio di speranze deluse
Come onde che s’infrangono sugli scogli

Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato
Hanno un piccolo fiore dentro
Che c’è da chiedersi com’è nato

E cercano di amare
Domani come ieri
Questi miei piccoli comici spaventati guerrieri
E cercano di amare come uomini veri
Questi miei piccoli comici
Spaventati guerrieri

Non azzardatevi a toccarli mai
Non azzardatevi a giudicarli
Tirate via le vostre sporche mani
Non confondetevi coi loro sogni

Continuate a costruire un mondo perfetto
Dove potete specchiarvi
I poeti non saranno anche nessuno
Ma hanno il potere di sputtanarvi

E vorrebebro amare
Domani come ieri
Questi miei piccoli comici spaventati guerrieri
E vorrebbero amare
Come uomini veri
Questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

Roberto Vecchioni

L’importanza dell’istante nel concorso dell’agenzia editoriale “Grafèin” Selezione foto-letteraria nazionale. Per partecipare c’è tempo fino al 31 gennaio

Locandina concorso foto-letterario promosso da Grafèin.jpg

 

 

 

Catanzaro, 5 novembre 2018 –

Valorizzare l’importanza dell’attimo attraverso la forza espressiva della fotografia e con le trame narrative del racconto. Con questo intento nasce il concorso foto-letterario nazionale “Istanti: racconti dietro l’obiettivo” promosso dall’agenzia editoriale “Grafèin”. L’iniziativa gode del patrocinio morale del Comune di Montepaone, in provincia di Catanzaro.

Ogni partecipante può proporre un racconto dattiloscritto a tema libero per descrivere la fotografia associata al proprio testo candidato. Il tema è quello dell’istante, dell’attimo. L’autore o l’autrice della fotografia può essere persona diversa dall’autore o dell’autrice del racconto. La partecipazione è gratuita.

Per la presentazione delle opere c’è tempo fino al 31 gennaio 2019 secondo le modalità specificate nel bando pubblicato sul sito web di Grafèin, www.grafein.net.

Dietro lo scatto fotografico si cela l’intento di immortalare luoghi, scorci, attimi, che lasciano negli occhi di chi sta dietro l’obiettivo, e di chi osserva, emozioni e suggestioni”,

afferma la direttrice di Grafèin, Laura Montuoro.

Foto 1 di Laura Montuoro, direttrice Grafèin.jpeg

“La fotografia – prosegue – è quindi un prodotto artistico, vettore di emotività, di vissuti dalle mille sfaccettature e possibilità interpretative che il concorso pensa in sinergia con l’arte della scrittura con lo scopo di mettere su carta ciò che uno scatto nasconde “tra le righe”. L’obiettivo  è dunque quello di raccontare un’immagine, un istante, per condividere e promuovere sensi e mondi rappresentativi di luoghi ed emozioni destinati a un uomo ormai fin troppo anestetizzato per cogliere il bello nel quotidiano e nello straordinario che caratterizza ciò che lo circonda e lo accompagna nell’intimo della propria persona”.

La redazione dell’agenzia Grafèin selezionerà dieci finalisti, i cui nomi saranno resi noti entro il 28 febbraio 2019.

In un secondo momento, una giuria di esperti esaminerà i racconti dei finalisti scegliendo la rosa dei tre vincitori che si aggiudicheranno un premio secondo quanto indicato nel bando.

I primi dieci racconti classificati e le rispettive fotografie associate verranno pubblicati in un’apposita sezione del sito web di Grafèin, la rubrica “Un racconto al mese”.

Grafèin esprime inoltre gratitudine nei confronti degli sponsor, tutti citati nel bando di concorso, per il loro sostegno all’iniziativa.

——

Per ulteriori informazioni:

Pagina Facebook dell’agenzia di servizi editoriali Grafèin:https://www.facebook.com/agenzia.grafein/?fref=ts

Sito web di Grafèin: https://www.grafein.net/

E-mail Grafèin: agenzia.grafein@gmail.com

 

 

 

About us

L’agenzia editoriale Grafèin nasce non soltanto con l’intento di offrire dei servizi specifici (consultabili sul sito www.grafein.net) per gli autori alle prese con il proprio inedito letterario e con la voglia di pensare ad una pubblicazione dell’opera, ma vuole creare un rapporto sinergico tra autori e case editrici, fungendo da “mediazione” tra essi.

Grafèin nasce dal rispetto per la sensibilità con cui ciascun autore ha costruito la propria storia. Alla base della nostra attività ci sono la voglia e la passione con cui ci prendiamo cura a tutto tondo degli scritti che giungono in redazione anche solo per una prima valutazione.

La nostra professione è paragonabile ad una sorta di “missione”, che diventa bisogno di dare voce, anche in chiave progettuale, all’unicità con cui gli autori esprimono il proprio microcosmo tra le righe.