“Reazioni” di Emily Hunter. A cura di Sabrina Giorgiani

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Fate solo ciò che vi incanta.

L’istinto è una cosa meravigliosa.

Non può essere spiegato né deve essere ignorato.”

Agatha Christie

 

Attraverso dieci racconti, la Hunter non solo riesce a descrivere questo meraviglioso impulso naturale ma ha capacità di mettere in parole le sensazioni e le vibrazioni che lo determinano.

Lo fa attraverso storie ognuna delle quali potrebbe essere, o essere stato, uno spaccato di vita di molti lettori.

Risulta facile persino immedesimarsi nei personaggi perché l’autrice decide siano persone comuni, con una vita, un’attività, un modo di essere semplice. Insomma, ognuno di noi potrebbe essere il personaggio descritto.

Ho particolarmente apprezzato questa scelta letteraria perché sono dell’opinione che per descrivere il sesso, un ottimo sesso, il sesso estremo, la prima esperienza sessuale, non debbano necessariamente “salire in cattedra” personaggi come il classico miliardario di turno o lo psicopatico in cerca, seppur inconscia, di una carezza, né, tanto meno, crocerossine vergini disposte a tutto.

Il sesso è una componente importante della vita. Arriva un’età in cui si comincia a percepire questo istinto naturale, istinto, insito nell’uomo, che lo accompagnerà per gran parte della sua esistenza.

Altra cosa è l’erotismo.

Questo si sviluppa con il tempo, con le esperienze, con la curiosità dell’individuo, con le sue scelte di vita e tanto altro ancora.

Nei racconti si parla di erotismo, e la Hunter riesce attraverso il contesto che crea intorno ai vari personaggi, tutti perfettamente caratterizzati in base alla situazione, a individuare e analizzare il “tipo” diverso di erotismo che quella persona, in quel contesto, potrebbe naturalmente sviluppare.

L’autrice però non si limita a questo, va oltre e mette in evidenza quanto di più semplice esista, ma che, purtroppo e per diverse ragioni, non lo si accetta.

Non necessariamente dell’ottimo sesso è anticamera di una relazione amorosa.

Riesce cioè a scindere l’amore dal sesso oltre a individuarne l’erotismo.

Mi spingo oltre anche io… forse questo romanzo potrebbe essere un “manuale d’uso” , ecco spiegati i sottotitoli che iniziano sempre con:

Quando un dono…

Quando un uomo…

Quando la distanza…

e così di seguito, quasi per ogni situazione ci fosse una possibile via di utilizzo.

Ultima, ma non necessariamente tale, la dedica del libro:

A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” .

La legge della fisica quantistica di Newton.

Ogni racconto individua un’azione la cui conseguenza è una reazione di intensità uguale o superiore o contraria a quella di origine.

Si rende vitale una legge fisica che di pulsante ha ben poco ma che si adatta magnificamente al cuore del messaggio che il libro ci propone.

Complementi anche per essere riuscita a trattare argomenti senza cadere mai nel banale o nel volgare.

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Le novità estive di Leggere editore. Imperdibili!

 

 

Il vero desiderio di Graces Burrrowes

 

 

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Personaggi interessanti e una trama intricata terranno i lettori incollati alle pagine… Toccante e intenso.”
Library Journal

Dopo Il vero gentiluomo, tornano le ragazze Haddonfield con il secondo capitolo della trilogia Regency, di Grace Burrowes. Cos’hanno in comune un uomo di chiesa e una nobildonna sicura di sé? Apparentemente nulla, ma le strade dell’amore sono infinite e condurranno il lettore in questo romanzo piena di desiderio e dramma, raccontando una storia profondamente commovente e sensuale

La sorella silenziosa di  Diane Chamberlain 

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“Un melodramma da leggere tutto d’un fiato.” Kirkus Reviews


Firmato dall’autrice bestseller in vetta alle classifiche statunitensi, La sorella silenziosa racconta la storia di due sorelle e di un segreto di famiglia. Un romanzo sulla perdita e l’amore tra fratelli, coinvolgente e appassionante, dalla trama ben congeniata e ricca di sorprese e colpi di scena. Perché Lisa ha sempre creduto sua sorella maggiore morta suicida da adolescente quando invece è viva con una nuova identità?

Desiderio di vendetta di Maya Banks

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“Un intrigante mix di azione militare e sensualità.” 

Publishers Weekly

 

Il nuovo emozionante racconto di vendetta e lealtà della serie KGI. La storia è quella dell’abile cecchino P. J. e di Cole, compagni della stessa squadra che decidono di assecondare la reciproca attrazione. Ma una difficile missione li porterà ad allontanarsi… riuscirà Cole a riprendersi P.J. senza sacrificare la sua lealtà al KGI e senza mettere a repentaglio le loro stesse vite?

Una buona dose di azione, romanticismo e suspense firmata da una delle più versatili autrici di romance.

“Bianca di polvere” di M. Mc Law, Ianieri editore. A cura di Vito Ditaranto

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Il nostro amore resterà disperso nell’aria, come una manciata di polvere, quando è ferma su un palmo di

mano appena prima che il vento la possa soffiare via.

Noi eravamo amore e polvere.

L’amore tra i corpi è solo un amore di polvere.

Ma quello che provo ora resterà. Eternamente.

Noi eravamo amore e polvere.

Io ero Bianca di polvere.”

Il testo è un viaggio che si articola in passaggi continui tra ambienti grigi e tristi e le sensazioni della giovane Bianca…sensazioni che diventano un tutt’uno con l’ambiente che la circonda.

Un colpo di pistola alla tempia: suicidio. Così ne parla Bianca alla polizia, ma lei era lì. Bianca non può esserne certa: una nebbia di cocaina e alcol gli fotte la testa. Il mondo non l’ha mai compresa fino in fondo. E lei non ha mai compreso il mondo.

Il viaggio nella caduta della ragazza nella droga viene interamente raccontato in questo romanzo che va ad adattarsi perfettamente con le sensazioni e le emozioni di una ragazza che non ricorda le visioni di un apparente suicidio.

Il libro rappresenta un viaggio tra sogni infranti, tra realtà opprimenti, tra amici veri che a causa della droga finiscono per diventare simili a sconosciuti. Un libro atipico sia nella forma che nel contenuto.

Un viaggio nella solitudine.

Un viaggio nell’abbandono da parte della società.

Un viaggio nella nebbia.

La nebbia.

La nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente.

Tra le righe si riesce a percepire questo malessere, questa tristezza…ma allo stesso tempo anche la serenità e la pace dopo l’assunzione di droghe, che inizialmente sembrano migliorare la vita alla ragazza, ma che dopo la fanno precipitare del tutto. La droga vista come il metodo di evasione e allo stesso tempo di accettazione da parte del gruppo, o almeno questa è l’idea di Bianca.

Un susseguirsi di disintossicazioni accennate, quasi riuscite e subito dopo buttate al vento. La droga che doveva essere un qualcosa per trovare un’evasione, diventa una necessità per la sopravvivenza, o meglio per non stare male. Un testo molto forte. Un’infinita corsa verso il “nulla”, però contornata da spazzi di speranza.

Il ritmo del racconto procede con tratti lenti alternati da tratti serrati, gli indizi sono molti e il lettore deve stare sull’attenti per non perdere il filo.

Si è curiosi di sapere come evolvono le indagini ma a volte ci si perde. In ogni caso, nel complesso, rimane un libro avvincente, scritto dalla parte dei ragazzi e da quella dei genitori, riuscendo a farci immedesimare nella storia. La scrittura è scorrevole, con un linguaggio diretto e incisivo. Anche se le scene non sono cruenti, l’abilità dell’autrice coinvolge perfettamente il lettore negli avvenimenti che si susseguono.

La trama è ben congeniata, lasciando nel dubbio il lettore sulla verità finale.

Lo stile della scrittura garantisce una lettura piacevole. Si tratta di un libro scritto molto bene.

Il ritmo della narrazione non risulta per niente noioso.

La lettura è stata per me un ostinata presenza, intollerabile realtà, interminabile provocazione, ineccepibile alternatività, scomoda, inquietante, demoniaca. La protagonista è stata un eterna presenza tutti i miei pensieri, ma…Nei sogni… Sublime.

Così come sublimi sono i sobbalzi spazio-temporali che l’autrice crea in maniera ineccepibile e che rendono la narrazione stessa più interessante.

Leggendo questo libro vi ritroverete sicuramente dentro un sogno, il Sogno della Coscienza. Sarà come essere dentro una Proiezione Olografica, la proiezione della Coscienza.

Vi ritroverete dentro una realtà che sol apparentemente sembra lontana. Comunque vale la pena leggere questo libro, che vi porterà a riscoprire, attraverso le emozioni della protagonista, le vostre emozioni più intime. Un ottimo libro, da non perdere assolutamente. Uno spaccato sociale dei giorni nostri, in cui l’apparenza inganna come regola e mai, davvero mai, come eccezione.

“…Forse ti rivedrò, Bianca. Forse rivedrò ancora il tuo viso. Sono pronto. Salgo sulla sedia. Lei mi sta aspettando…”

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

Oggi il blog consiglia “Superhero” di Eli Easter, edito da Triskell editore. Imperdibile!

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Sinossi:
Non è facile per un giovane artista gay come Jordan Carson crescere a Jefferson, nel Wisconsin, dove il pensiero fisso di tutti, alle scuole medie e al liceo, sono le squadre sportive. Ma Jordan è stato fortunato. Ha incontrato Owen Nelson in seconda elementare, e da allora i due sono diventati migliori amici. Owen è un grosso ragazzone biondo di bell’aspetto ed è il campione di lotta libera della scuola. Nessuno infastidisce lui né chiunque gli sia vicino, e si oppone all’opinione popolare tenendo Jordan sotto la sua ala anche dopo che l’amico si dichiara gay a scuola.

La loro amicizia sopravvive, ma il peggiore nemico di Jordan potrebbe essere lui stesso: non sembra riuscire a smettere di essere follemente innamorato di un caso disperato: il suo amico etero, Owen. Owen non vuole permettere che nulla gli tolga l’amicizia di Jordan, ma non avrebbe mai pensato che Jordan sarebbe scappato via per vivere una vita lontana da lui. Dovrà affrontare la natura della loro relazione se vuole riconquistarlo.

Dati libro 

Data di pubblicazione: 11 Luglio

COLLANA: RAINBOW

Titolo: Superhero
Titolo originale: Superhero

Autore: Eli Easton
Traduttrice: Valentina Chioma

ISBN EBOOK: 978-88-9312-407-2

Genere: Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 107 pagine

Prezzo Ebook: € 3,99

“Satana Buono” di Luciano dal Pont. A cura di Alessandra Micheli

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Il male è sempre stato rappresentato fisicamente e simbolicamente come uno strano essere fiammeggiante, dalle enormi corna e dai piedi caprini, orribile e spregiudicato, con un tocco di strana e inquietante ribellione in grado di minacciare l’ordine costituito dalla divinità venerata. Non a caso il termine stesso Satana, con cui questa figura viene denominata, è un termine che evoca un oppositore, un avversario specie nella pratica dialettica, quella che tenta di convincere fino alla manipolazione le anime ingenue, per abbracciare una o l’altra concezione del mondo. Perché bene e male non sono altro che questo, diverse concezioni della nostra esistenza spesso in conflitto una con l’altra e pertanto fondamentalmente e ontologicamente antitetiche. Il male è la spregiudicatezza senza limiti, che anzi quei limiti li mette in discussione e li supera. Il bene è il pedissequo rigoroso asservimento all’ordine. Ma anche in questo campo ci aiuta la filosofia di un grande autore, Gregory Bateson, che ci chiese cosa fosse in realtà ordine e disordine. Ebbene ecco la risposta:

Gregory Bateson, indagava sul perché le cose finivano in disordine. Per dare una risposta esauriente però, la domanda “perché le cose finiscono in disordine?”, era riformulata in questa maniera “perché le cose finiscono in una maniera che io chiamo non ordinata?”.

La trasformazione della domanda non è un puro esercizio semantico ma è un passo logico d’importanza cruciale.

Se ordinato significa, per me, una cosa speciale, certi ordini degli altri mi sembreranno disordini….

Ci saranno, quindi, grazie a questa relatività dei concetti d’ordine e disordine

più modi che tu chiami disordinati che modi che chiami ordinati e dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine

Ed è questa necessaria e sacrosanta relatività che può essere applicata anche al concetto di Satana e così facendo la sua etimologia diviene più intrigante, più interessante, indispensabile per entrare nello strano oscuro mondo di Luciano dal Pont. Ma attenzione. In questo caso il termine “oscuro” non è usato secondo il concetto di occidente che lo identifica come un qualcosa di cupo, buio e periglioso, ma come una necessaria fase per permettere alla luminosità soffusa e racchiusa dentro il concetto di nero, che permette al neofita, allo sperimentatore, di addentrarsi all’interno della terra del concetto e appropriarsene per contemplare una verità liberata dalle apparenze.

Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”. 


In sostanza: conosci te stesso, affronta le ombre e verrai realmente liberato. E io introduco il concetto di residui paretani, ossia osserva cosa si cela dentro al concetto, assapora l’ombra, abbracciale e potrai davvero nominare ogni cosa sulla terra. Perché senza una vera conoscenza non si può modificare nulla che esista, non si possono dare nomi, non si può dominare il fertile ma difficile terreno dell’inconscio. E si sa e ce lo racconta con un sarcasmo feroce Luciano, che molti degli assunti su cui si basa la nostra società sono fallaci, o per usare il suo stile vere e proprie stronzate.

Ecco che avversario diviene non può sinonimo di nemico, ma di controparte necessaria affinché io possa definire meglio me stesso, i miei personali valori, l’altro e nominare, ossia possedere davvero la creatura (il mondo) senza che l’incomprensione di essa mi possa rendere suddito, coprotagonista o peggio comparsa. Satana, dunque, può divenire sia mezzo di comprensione per esclusione (ossia io sono ciò che rifiuto, ma devo capire perché lo rifiuto) quali orribili conseguenze avrebbe non tanto per me ma per l’altro, l’accettare di lasciarmi andare a ogni impulso a ogni turpe desiderio. Oppure può essere sinonimo di crescita laddove la controparte svolge il ruolo di Giobbe, ossia viene messo costantemente alla prova nell’accettazione di quei valori considerati fondamentali per la costruzione della società. È davanti al dolore, alla stuzzicante provocazione rappresentata da Shaitan, che vengono fuori idiosincrasie, ipocrisie e imperfezioni, fino a che un dio o un’energia divina stufa delle nostre lamentele non ci appare davanti agli occhi con voce tonante e ci chiede cosa noi sappiamo davvero di quel mondo che è sua creazione, che è una fitta rete di relazioni e interdipendenze, che è un inno al libero arbitrio, alla crescita. Che è fatto perché noi, come Giacobbe possiamo lottare con Dio, magari bestemmiarlo, contraddirlo e da lui, stranamente, essere benedetti. Ecco Luciano in una filosofia umanistica è benedetto proprio per la sua volontà di ribellione, per quel suo trasgredire non gli elementi etici della vita, ma quelli morali. E tra etica e morale c’è un’enorme differenza: l’etica sostiene la crescita umana della persona, una sorta di umanesimo ante litteram, e protegge la stessa libertà che oggi noi celebriamo come sacra. L’etica non dice cosa sia giusto e cosa sia errato, ma ce lo fa comprendere attraverso una sorta di gnosi interiore che ci permette di realizzare cosa sia crescita per noi, cosa alimenta il nostro lato creativo, quello che del movimento si nutre, quella forza che va oltre (Elohim) o quale sia la via della staticità, quell’essere cosa si è, che presuppone un non cambiamento eterno e asfissiante. L’etica è un’energia usata per essere completi, per migliorarci e per celebrare l’atto godurioso della vita, come una reale preghiera di ringraziamento a quel qualcosa che ci ha creato… nel totale rispetto del libero arbitrio. La morale è diversa. Essa è il modo con cui una determinata società si mantiene e si perpetua. E per farlo, ovviamente, non deve evolversi mai, non deve cambiare, non deve subire progressioni. Deve essere ferma, terrorizzata e immobile, senza poter pensare, senza poter trovare vie alternative.

Satana, così compreso è buono perché ci permette di dire no, di pensare, di riflettere e di farci domande. È la sacra arte della domanda la vera strada per l’autodeterminazione.

Come, direte voi, Satana è buono?

Nella bibbia, quella potata avanti con ardore dai bigotti, Satana non appare mai come una figura negativa al 100%. Ho citato Giobbe, ma posso anche raccontare il mito dell’Eden, in una sua forma ancor più sconvolgente del tabù erotico individuato da Luciano. Cari miei lettori, Dal Pont ha ragione: la conoscenza del mito di Adamo ed Eva, libera. Perché vedete: il mentitore, l’ingannatore, non è il serpente ma quella strana e burbera divinità che impedisce la conoscenza del bene o del male. O la scelta sessuale. O la gnosi delle potenzialità umane. O come direbbe Sitchin, l’affrancamento da una condizione di totale schiavitù (per gli antichi, infatti, la nudità era un simbolo di subordinazione e di condizione di servi, non nell’accezione di custodi ma di oggetti di utilità immediata e finalizzata del padrone). Quando il Serpente dice a Eva “non è vero che se mangi dal frutto proibito morirai” dice la sacrosanta verità. Non muoiono affatto, ma acquisiscono la conoscenza suprema e parola del nostro simpatico Jahvè, divengono simili a noi.

E non ci sta l’idea dominante a condividere con altri il proprio potere. Non ci sta la gelosia di conoscenze riservate a essere compassionevoli con l’altro, a giubilare per la crescita. Non ci sta una società che vede l’innovazione, la ribellione, la trasgressione come orrori da combattere perché necessariamente distruttivi, ad accettarla. Perché significherebbe mettere tutto in discussione e magari scoprire che la tanta millantata stabilità è in realtà coercizione, che la morale è semplicemente un muro eretto per paura del diverso, che la religione è ciò che ci lega al mondo numinoso. Che ci lega. Legare significa attuare una sorta di dipendenza dall’oggetto in questione e la religione ci lega a una divinità espressione, spesso, della nostra bassezza. Perché un dio che condanna, un dio che impedisce l’amore, il piacere, la gioia, la sperimentazione è un dio pavido e minore.

Perché la vita è e resta movimento.

Il libro di Luciano è uno schiaffo profondo, un saggio sul diritto di autodeterminare la propria strada, sul libero arbitrio, sulla compassione e perché no, sul senso del sesso, come un riconoscere nell’altro sé stesso. È un necessario urlo per rompere un silenzio inquietante, una sorta di nuovo vittorianesimo impartito così tanto dall’evoluzione da rannicchiarsi su sé stesso e limitarci fino a renderci sterili. E aridi.

Leggere Luciano è una ventata di freschezza, è il ricordo di quanto noi siamo grandi, di quanto non è l’uomo felice, realizzato, fiero di sé stesso (anche delle sue imperfezioni) perché sono lo sprone a diventare sempre più alto, sempre più vicino agli angeli. È l’uomo frustrato, insoddisfatto, chiuso in una orrenda prigione di rigidità e di concetti assurdi e lontani dalla vita. È quella che ha creato sangue, E bestialità. Non è chi fa l’amore, chi ama in ogni modo rispettando l’altro il vero pericolo, ma chi ci rinchiude in gerarchie e stereotipi. Vai Luciano.

Io sono con te.

E dico viva la libertà, viva la libera espressione!

Perché l’unico vero limite è in quella parola che presume un rispetto totale anche dell’altro. Se amo davvero il libero arbitrio, se ci credo, se lo sento dentro il sangue, non accetterò mai di far nulla che limiti questo grande straordinario diritto.

Addio catene!

È arrivata l’estate e Delrai Edizioni vi propone una nuova ed emozionante storia d’amore. Siete pronti a conoscere Daniel e Olivia? Sono loro i protagonisti di Fino a perdermi nel tuo abbraccio, romanzo d’esordio di Denise Aronica.

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«Allora è così che fai di solito?» gli domando, stando sul vago.
«Non capisco.»
«Per rimorchiare. Provi con qualche riferimento letterario, in modo da mostrarti colto, e poi porti le ragazze a fare lezione di guida? Funziona? È una strategia che ti riservi per il primo appuntamento?»
Daniel ride. «In realtà non mi era mai capitato di dare “lezioni di guida” a nessuno» dice, facendomi arrossire al pensiero che questa premura l’abbia avuta soltanto nei miei riguardi. «E di solito comunque, preferisco i riferimenti ai videogiochi, rispetto a quelli letterari. Se le ragazze non sono nerd abbastanza da afferrarli, non mi prendo neanche il disturbo di uscirci» ribatte, voltandosi poi per strizzarmi l’occhio. «Come nella serie di Super Mario. Hai presente, no? Mario deve conquistarsela, la principessa Peach, livello dopo livello. Fungo malefico dopo fungo malefico.»

Sinossi

Olivia ha una seria dipendenza dalla lettura. Da quando la sua vita è cambiata, il suo rifugio preferito sono le pagine di un libro. Lei e suo fratello abitano a casa dei nonni e la vita scorre all’apparenza normale quando si vivono vite non proprie: non ci si aspetta nulla dai personaggi dei romanzi, perciò non si soffre. È quando viene loro proposta una vacanza a casa della migliore amica della loro madre che tutto cambia. Veronica è una donna forte, con un figlio nerd affascinante e costantemente alle prese con i videogiochi. Daniel e Olivia sembrano parlare due lingue diverse, eppure sono simili: entrambi si proteggono dal mondo, entrambi non vogliono confrontarsi con la realtà ma preferiscono viverla attraverso uno schermo, che sia quello dell’e-reader o di una console. È quando prendono consapevolezza di questo che la loro esistenza subisce una svolta, e così anche i loro sentimenti.

Il romanzo d’esordio di un’autrice italiana che sa scavare nel profondo dell’anima. Quando due anime all’apparenza diverse si incontrano, non c’è più bisogno di parole, ma di sguardi teneri e complici. Esiste una crisalide dentro ognuno di noi e la vita ci sfida a rinascere come farfalle.

L’autrice

Denise Aronica ha una grande passione: le parole in ogni loro forma.
L’amore per la lettura la accompagna fin da bambina, grazie ai suoi genitori che le leggevano una favola prima di andare a dormire e le hanno trasmesso il desiderio di viaggiare con la fantasia. Quando il lavoro non la impegna, dedica il suo tempo a scrivere romanzi dei generi più svariati e a gestire il suo blog.
Ha una natura profondamente nerd, infatti non può fare a meno di guardare serie tv e scoprire nuovi giochi da tavolo, ma questa è un’altra storia.
Fino a perdermi nel tuo abbraccio è il suo romanzo d’esordio per la Delrai Edizioni, il primo della Crisalide Series

Data di uscita: 10 luglio 2018
ebook: 3.99 euro
cartaceo: 16,50 eur

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Incontro con l’autore. Maikel Maryn ci racconta la sua letteratura. A cura di Alessandra Micheli

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Che la letteratura sia una delle arti più complesse e al tempo stesso più amate non c’è nessun dubbio. I libri ancora resistono al logorio dei tempi, possiamo dibatterne la qualità, le motivazioni o la bellezza ma essi ci guardano ci osservano e a volte ci sfidano.

Il problema si pone quando si cerca di capire chi deve influire su cosa. In genere, in un mondo idilliaco e forse naif, chi decide l’andamento estetico, tecnico e motivazionale della scrittura sono due entità distinte ma interdipendenti. Lettore e scrittore. E’ il patto che si instaura tra questi due mondi, che si incontrano, si omaggiano e a vicenda si “Manipolano” che racconta l’evoluzione di quest’arte. E’ l’autore che decreta le regole tecniche e che al tempo stesso in un lampo di pura follia le distrugge, le ricrea le sorpassa e le dimentica. Ed è il lettore che lo richiede, che richiede la follia, la trasgressione, l’innovazione come risposta ai suoi mutevoli moti dell’animo.

Oggi però, si assiste a una strana rivoluzione, anzi forse per molti è un involuzione: non sono più protagonisti i reciproci detentori della chiave di volta della scrittura a decretarne limiti, pregi, difetti e perché no tecniche, ma sono i cosiddetti occulti lavoratori dietro le quinte che da figure non necessarie divengono prorompenti influencer. A decidere cosa si scrive, non è più l’ispirazione o il bisogno inconscio ma è il marketing, il business, la pubblicità impersonata da editori, editor, valutatori, promoter, il blogger e persino abili venditori di fumo vestiti a festa con gli abiti dei corsi di scrittura creativa.

Da demiurgo l’autore diviene quindi comparsa, spesso innecessaria nell’opera di produzione che è oramai, mera tecnica privata di anima, di talento e di volontà di ribellione. Prodotti omologati, pedissequamente seguaci di una rigida metodologia di lavoro che dell’arcana arte di far si che illusioni o chimera prendano vita hanno poco e niente.

Questa è la nuova sfida di questo millennio quasi scadente, un epoca di decadenza mascherata da fiera delle vanità, tanto che il buon Thackeray ne trarrebbe una nuova versione del suo romanzo che, però, perderebbe la sua carica ironica per tramutarsi in un dramma.

Ecco perché il blog ha deciso di dare voce al vero padrone di quest’arte, ossia lo scrittore, perché convinto che la sua sia una voce, non autorevole ma aggraziata e degna di essere accolta dalla nostre orecchie stanca di tanta, troppa cacofonica inutilità.

Buon viaggio.

L’autore

Maikel Maryn nasce in una notte buia e tempestosa in cui il velo tra i mondi si assottigliava, forse perché era Samhain, più probabilmente per l’ultimo di una lunga serie di bicchieri riempiti e svuotati.
Di quello che c’era prima restano anni passati a scrivere, ad ascoltare pessima musica e accumulare conoscenze che fanno paura alla brava gente.

Scrivo quello che voglio leggere: narrativa fantastica dalle tinte scure, infarcita di sesso esplicito, violenza efferata ed ettolitri di sangue.

…perché la vita d’ogni carne è il sangue… (LEV. 17:14)

Perché si scrive?

M. Iniziamo con le domande semplici eh? Da dove comincio? Immagino tu non mi stia chiedendo perché un anonimo magazziniere reale babilonese si sia messo a incidere una tavoletta di cera con un cuneo, quindi interpreto la tua domanda come “perché uno si mette a fare una cosa così maledettamente lunga e faticosa, ma potenzialmente poco redditizia, come scrivere narrativa?”

Le risposte sono tante. C’è chi ci si diverte, chi lo percepisce come un bisogno perché fissare sulla pagina delle storie libera la mente da idee fisse, chi lo usa come forma di autoterapia, c’è pure chi riesce a farci i big money. A mio avviso sono tutte risposte valide (e immagino ce ne siano molte altre), non sono tra quelli che ne considera “snob” alcune o “banali” altre. Certo credo che “per esorcizzare i propri demoni” sia una risposta stucchevole, ma al di là della forma, perché no?
Personalmente mi sono messo a scrivere “Luna Nuova” in un periodo particolarmente difficile ed è stato un modo per dimostrare a me stesso che potevo fare qualcosa di buono. Ne avevo bisogno ed è stato il mio modo per restare ancorato alle cose. È stato lungo, difficile e doloroso, perché quando la tua testa schizza da tutte le parti, costringerti a restare inchiodato al PC con le mani tremanti e il fiato corto per buttare giù almeno un’altra parola, poi un’altra ancora, è una forma di violenza autoinflitta che però è stata utile se sono qui a rispondere alle tue domande.

Con “Larvae” è stata più semplice, anche se faccio sempre molta fatica a restare focalizzato mentre i criceti corrono selvaggiamente nelle ruote scassate che ho in testa. Credo anche che si noti, visto che diverse persone mi hanno detto che “Larvae” è più fluido di “Luna Nuova”.

Cos’è un libro? Arte o svago?

M. Mettere questi due termini in contrapposizione è un vecchio vizio italiano, credo risalga a Benedetto Croce. Da una parte la cultura “alta” appannaggio delle élite, dall’altra quella “bassa” per la plebaglia. In anni recenti il rapporto si è invertito mantenendo però invariata la dinamica: una nuova nobiltà di yuppies invecchiati e arricchiti ha elevato il trash a cifra stilistica mentre una moltitudine impoverita ma istruita cerca di riscattarsi attraverso una dozzinale elevazione culturale.

Qualche tempo fa furoreggiava la diatriba tra scrittori-artisti e scrittori-artigiani, i primi impegnati a inneggiare all’arte pura, al sacro fuoco, all’ispirazione e balle varie (l’arte per l’arte non esiste, Michelangelo o Dante mica “creavano” gratis), i secondi tutti presi dal ribadire costantemente la dignità dello scrivere per puro intrattenimento e sbeffeggiando qualunque tentativo di sviluppare una narrativa secondo altre direttrici.

Ma io non sono un artista e nemmeno un artigiano, sono al massimo un sottoproletario, nella vita come nella scrittura e le due posizioni descritte sopra mi sembrano facce di una stessa medaglia fatta di latta e stupidità.

Arte o svago? Per quanto mi riguarda un libro dovrebbe avere entrambe le componenti, dovrebbe coinvolgerti, rapirti, ma anche metterti alla prova, sfidarti. Una persona molto più brava di me diceva che un libro, un film, un disco, un’esperienza, ti devono cambiare in qualche modo.

Non so se la penso proprio così, ma credo che se riesci a lasciare qualcosa a chi ti legge allora hai fatto un buon lavoro.

Quali doti deve avere un autore?

Capacità di osservazione, di ascolto ed empatia, prima di ogni altra cosa. Perchè diciamocelo, noi che scriviamo siamo dei ladri fottuti, deprediamo la nostra vita e quella di chi ci sta intorno, ruminiamo il tutto e lo vomitiamo sulla pagina in altra forma. Ma come fai a farlo se non sei capace di guardarti intorno, di stare zitto ad ascoltare o di entrare in risonanza con chi ti circonda? E sai credo che questo sia un grosso problema degli aspiranti scrittori, hanno la testa così profondamente ficcata nel culo che non riescono ad assimilare niente e quello che riversano sulla pagina è un mix di fantasie stereotipate.

Poi ci vuole determinazione, costanza, disciplina, metodo, tutte cose in cui io per altro sono carentissimo.

Quanto conta ancora il talento oggi?

Tantissimo e nulla. Credo che sia stato Stephen King (ma potrei sbagliarmi) ad aver detto che il duro lavoro vince sempre sul talento. Non basta essere portati per qualcosa, bisogna farsi un culo così. Il talento è quello che ti fa fare qualcosa due volte meglio degli altri con metà della fatica, ma devi comunque coltivarlo, allenarlo e lavorarci. Questo per fare qualcosa di buono, per vendere invece conta il marketing.

Cosa pensi della moda di rivolgersi alla legge dei manuali di scrittura, servono o sono solo un impedimento?

M. Chuck Wending dice che “i consigli di scrittura sono merda, ma la merda fertilizza”. Mi trovo abbastanza d’accordo. Non che i manuali non servano a niente, ma sono delle cassette degli attrezzi in cui rovistare per trovare quello che ci serve. Manuali e corsi di scrittura possono essere utili come è utile andare a scuola guida, ma una volta acquisita la capacità di condurre una macchina non passi tutta la vita con le mani sul volante in posizione 23 e 10. I manuali non sono un impedimento, è un impedimento il modo in cui vengono letti, come un elenco di cosa da fare e da non fare in stile dieci comandamenti.

Oggi ognuno vuole dire la sua opinione sulla scrittura, ponendo l’attenzione sull’esistenza di regole fisse e precise sulla struttura di un romanzo. Cosa ne pensi?

Beh anche io in questo momento sto dicendo la mia, in maniera anche molto immodesta probabilmente, visto che sono un Signor Nessuno. In ogni caso credo che le regole inflessibili, in letteratura come nella vita, servano alle persone insicure e agli affabulatori per vendere corsi di formazione (o di scrittura creativa).

Inoltre se esistessero davvero le Regole Auree della scrittura o i Principi Assoluti della narrativa, chi li segue e li padroneggia dovrebbe quantomeno dare alla luce un capolavoro ogni volta che pubblica. Il che, per la mia esperienza, non è.

Non che in assoluto le regole non servano, soprattutto all’inizio aiutano tantissimo a regimentare il proprio lavoro, ad avere dei binari da seguire e restano sempre come linee guida con cui confrontarsi ma, appunto, una volta acquisite devono essere un termine di confronto, non qualcosa a cui arrendersi incondizionatamente.

La nuova frontiera dall’innovazione letteraria si concentra sull’eliminazione della ridondanza e della pomposità, limitando al minimo i dettagli e le descrizioni. Cosa ne pensi?

Non è una tendenza nuova, è una corrente di pensiero novecentesca con cui, per certi versi posso essere anche in parte d’accordo. Magari potrà sembrare strano visto che in quello che ho scritto il linguaggio è sovrabbondante, ma non è un caso. Giusto pochi giorni fa il responsabile editoriale di una piccola casa editrice ha definito il mio linguaggio “pretenzioso”. Questa osservazione mi ha fatto ridere perché, per me, quella è una scelta stilistica ben precisa e funzionale a uno scopo: rendere in chiave moderna l’atmosfera del romanzo gotico ottocentesco. Magari non sono capace e non mi riesce, ma non si tratta di masturbazione letteraria. Io concepisco la scrittura come la composizione: la lingua, le parole, sono le note. I Ramones usavano chitarra, basso e batteria, Wagner usava l’orchestra. Come tutte le cose il principio di cui parli va contestualizzato e adattato, asciugare la prosa fino all’osso può avere senso se vuoi scrivere come Lansdale o come Welsh ma non se vuoi rendere atmosfere come quelle di Tolkien. Dettagli e descrizioni (come tutto il resto d’altra parte) vanno calibrati in base alla resa che si vuole ottenere. Oltretutto il mantra che sento in giro sul togliere tutti i dettagli inutili o superflui (rispetto a cosa, poi, è molto ambiguo) contrasta in parte con l’altro caposaldo dei talebani delle regole: lo Show don’t Tell.

Faccio un esempio pratico: Cappuccetto Rosso attraverso il bosco, nella favola non ci sono elementi superflui, ci sta, è una fiaba, ma se lo devi rendere in un racconto lasciare la frase così è TELL puro. Per renderlo “show” devi immergere Cappuccetto Rosso nelle ombre del bosco e quindi, per esempio, puoi dire che è un bosco di pini, o magari di querce. Questo elemento è utile alla trama o al personaggio? No, è totalmente superfluo, tanto che lo si può omettere o cambiare e il senso del discorso non cambia, però serve a creare un’immagine mentale in chi legge. E questo diventa già un po’ più SHOW. L’errore sarebbe mettersi a disquisire per paragrafi e paragrafi di botanica. Il punto è fare le cose con il giusto equilibrio.

Cosa serve davvero per creare un buon libro?

Senza dubbio un bello stile, perché una buona scrittura può riscattare una brutta storia, ma non c’è trama che possa salvare una brutta scrittura.

Quanto conta la tecnica e quanto conta la creatività?

Penso che nella scrittura le due cose siano inestricabili, più che in altre forme artistiche. Nella pittura puoi non essere granché nella rappresentazione figurativa ma giocartela tantissimo con i colori, in musica puoi essere una pippa come musicista ma se hai un buon senso della melodia e una voce particolare, stando sui registri appropriati riesci a fare grandi cose. Nella scrittura devi fare tutto con le parole, non c’è nulla di sensoriale a cui ci si può appoggiare, bisogna far girare le rotelle nella testa del lettore nel verso giusto, illuderlo di star provando certe sensazioni.

È indispensabile l’editing o un libro può essere perfetto anche nell’imperfezione?

Dipende da cosa stiamo parlando, anche perché si fa molta confusione sull’editing in italia, confondendolo con la correzione di bozze. Qualche refuso non condanna un romanzo al rogo e l’autore ai campi di sterminio dei Grammar Nazi, però leggere un romanzo che ha diversi refusi o parole mancanti in ogni pagina diventa un’agonia. Ma qui appunto parlo di correzione di bozze. Se parliamo di editing vero e proprio, quindi di stile e contenuto, la cosa è più complessa, perché gli errori rischiano di avere un impatto veramente negativo sulla percezione del lettore.

In linea teorica potrei risponderti che è comunque possibile che a uno scrittore venga tutto bene al primo colpo, ma calando la cosa nella realtà, se parliamo di narrativa medio-lunga, chi riesce a scrivere decine e decine di pagine senza prendere qualche sfondone bello grosso?

Io edito pochissimo, ma perché io non scrivo di getto, gioco con le parole come si farebbe con il lego, montando e smontando periodi e paragrafi fino a che la loro costruzione non mi sembra funzionare a dovere. È un sistema molto laborioso ma comprende in esso una buona parte del lavoro stesso di editing. Nonostante questo sia “Luna Nuova” che “Larvae” sono passati per diverse mani per essere editati e corretti al meglio perché un confronto, occhi critici e menti fresche ci vogliono.

Cosa manca oggi alla letteratura?

Sangue, sperma e whiskey.

Frasi badassiche a parte, credo che davvero alla letteratura contemporanea manchi un po’ di sturm und drang. Non leggo nessun nuovo Bukowski, nessuno P. K. Dick o Michael Moorcock, giusto per citare i primi che mi vengono in mente. In compenso c’è un sacco di roba che vorrebbe avere certi mood ma non ce la fa. Magari vende, ma non ce la fa.

Hai sfogliato qualche trilogia pseudo erotica pubblicata negli ultimi anni? Roba per casalinghe insoddisfatte. Vogliamo parlare delle varie declinazioni vampiresche per adolescenti? E in campo fantasy non mi sembra che il grimdark riesca ad avere risultati significativamente migliori: mi sembra spesso un’accozzaglia di scene e battute “cazzute” prese più dai film di Bruce Willis che dalla vita, e si vede, anzi si legge.

Sembra che quello che finisce sulla pagina sia preso da ovunque, da altri libri, dal cinema, dalla TV, dalla musica, dai fumetti, tranne che dall’esperienza dello scrittore.

Il miglior consiglio di scrittura che abbia mai letto e che sottoscrivo in toto credo l’abbia scritto Walt Popester in un post per un mio vecchio blog e suonava più o meno così: posate il libro e uscite, sbronzatevi, fate a botte, scopate, vivete.

10 scrittori che un autore deve conoscere e perché

Questa è una domanda alla quale non mi sento assolutamente all’altezza di rispondere. Io ho dei problemi con i classici, quindi manco di tantissime basi, a mia discolpa ci ho provato, ma mi ci sono schiantato con l’effetto di un carpiato su una scogliera. Non potrei mai dire cosa un autore “deve” leggere, ma siccome sono un paraculo, giro la cosa su 10 autori che sono stati fondamentali per me. In ordine assolutamente sparso…

Robert E. Howard, in particolare il ciclo celta e quello di Kull di Valusia, perché riesce a rendere l’eroismo coperto di terra e sangue come tanti oggi provano a fare senza riuscirci.

Howard P. Lovecraft. I Miti di Cthulhu e il Ciclo del Sogno sono qualcosa di grandioso, senza contare la capacità di creare universi senza dire praticamente nulla, come sottolineava polemicamente Moorcock.

A proposito, Michael Moorcock: leggete Elric, certo, ma un po’ tutto. Sapete che è anche il nonno dello steampunk? Io amo la sua capacità di inserire certi temi sociali all’interno di alcune sue opere.

Charles Bukowski, è uno dei miei autori preferiti da sempre, capace come pochi di riversare la vita, in tutta la sua tenerezza e il suo squallore, sulla pagina. In fondo tutto il suo raccontare di bevute e scopate parla di un uomo profondamente bisognoso di amare e di essere amato.

George Orwell per “1984”, per “La Fattoria degli Animali”, ma forse ancor di più per “Omaggio alla Catalogna” che ti schiaffa di faccia nel fango delle trincee della guerra civile spagnola, con tutte le sue assurdità e contraddizioni.

George R. R. Martin de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, un po’ per la grandeur dell’opera ma soprattutto per la figura complessa e profonda del Folletto. Di solito Tyrion Lannister è noto per la sua scaltrezza ma la profondità data dal suo nanismo e da tutto quello che ne è conseguito è straziante. La scena dell’amplesso nella sala dei draghi con Shae o la prima notte di nozze mancata con Sansa sono emblematiche.

Stephen King, non per l’orrore, né per il bellissimo pastiche de “La Torre Nera”, ma per la sua capacità di rendere la complessità e anche l’incoerenza dell’animo umano, la cui follia è il vero grande orrore che permea le sue opere. Leggete “Cuori in Atlantide”.

Ursula K. Le Guin, “I Reietti dell’Altro Pianeta” ha una prosa di legno ma la capacità straordinaria di descrivere la possibilità di un altro mondo possibile con tutti i suoi chiaroscuri.

Valerio Evangelisti, per i suoi personaggi, il suo modo di costruire le storie, ma anche e soprattutto per la sua capacità di abbracciare moltitudini e storie collettive.

Alan Moore, perchè “V For Vendetta” andrebbe riletto ogni 5 novembre. E sì, lo so che è un fumetto. Leggetelo lo stesso.

Un consiglio ai nuovi emergenti, devono scrivere per…

Per lasciare un segno, qualcosa che resti dopo di voi, qualcosa che rimanga nelle viscere di chi vi legge.

Ringrazio Maikel per essersi messo a disposizione della mia innata e fastidiosa curiosità ( a proposito sappi che personalmente ti adoro, specie quando hai citato i miei autori preferiti da P.K. Dick a Michael Moorcock al Dio King) e spero che altri autori, abbiano la voglia e perché no un pizzico di coraggio, di dire la loro opinione.

Noi li aspettiamo a braccia aperte.

Oggi il blog consiglia “Laurent e la bestia” di K.A. Merikan, edito da Quixote editore. Imperdibile!

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Trama

Niente può fermare il vero amore. Nemmeno il tempo. Nemmeno il diavolo in persona.
1805. Laurent. Servo a contratto. Desidera disperatamente sfuggire da una vita che sta andando in rovina.
2017. Beast. Vice presidente del club motociclistico Kings of Hell. I suoi pugni parlano per lui.
Beast è rimasto sfigurato in un incendio, ma ha coperto la sua pelle di tatuaggi per assicurarsi che nessuno confondesse le sue cicatrici con segni di debolezza. L’incidente non ha solo danneggiato il suo corpo, ma ha trafitto anche la sua anima e la sua autostima, così lui si è chiuso in un guscio di violenza e caos dove nessuno può raggiungerlo.
Fino a quella sera, almeno, quando nella sede del suo club trova un giovane uomo ricoperto di sangue. Dolce, innocente, bello come un angelo caduto dal cielo, Laurent colpisce Beast al cuore. Il giovane è così alla deriva nel mondo che lo circonda ed è un tale insondabile mistero che Beast non riesce a impedirgli di farsi strada attraverso la corazza che è il suo cuore.
Nel 1805, Lauren non ha famiglia non ha uno scopo, le prospettive per il suo futuro si stanno assottigliando.

Per sfuggire alla povertà, usa la sua bellezza ma gli si rivolta contro trascinandolo in una catastrofe che cambia la sua vita per sempre. Fa un passo verso l’abisso e viene trasportato nel futuro, pronto a combattere per una vita degna di essere vissuta.
Quello che non si aspetta di trovare è una brutale, goffa montagna di muscoli tatuati con un lato tenero che solo a lui è permesso toccare. Eppure, se Laurent vuole guadagnare la libertà, deve spezzare il cuore a quell’uomo che si è preso cura di lui quando ne aveva più bisogno.

L’Autore

K. A. Merikan è lo pseudonimo di Kat e Agnes Merikan, un team di scrittrici che vengono scambiate per sorelle con sorprendente regolarità. Kat è la sergente carogna e l’esperta di sopravvivenza del duo, e non esita mai a prendere Agnes a calci in culo quando si sta rammollendo. La sua memoria funziona come un registro ad accesso facilitato, il che permette a entrambe di gestire sia i dettagli dei libri che i social media. Serve anche come GPS d’emergenza. Agnes è la Merikan pignola e di solito la si trova impegnata nella formattazione o nella ricerca. La sua attenzione tende a essere frammentaria, e nonostante vada verso la trentina ha bisogno di truccarsi per poter comprare alcolici. Autoproclamata regina delle strade.

Amano il bizzarro e il meraviglioso, uscire dagli schemi e distorcere gli stereotipi sia nella vita che nei libri. Quando prendete un libro delle Merikan c’è una cosa di cui potete essere certi: sarà pieno di sorprese.

Dati libro

TITOLO: Laurent e la Bestia
TITOLO ORIGINALE: Laurent and the Beast
AUTORE: K.A. Merikan
AMBIENTAZIONE: Maine – USA
SERIE: Kings of Hell MC #1
TRADUZIONE: Alex Krebs per Quixote Translations
PAGINE: 450 circa
GENERE: Dark travel time
FORMATO: E-book
PREZZO: € 4,99 su Amazon (disponibile su KU)
DATA DI USCITA: 9 Luglio 2018

 

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https://www.facebook.com/quixotetranslations/
ufficiostampa@quixoteedizioni.it

“D’amore e d’italia. Il pugnale e la perla nera” di Pitti Duchamp. A cura di Alessandra Micheli

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Questo secondo capitolo della saga “D’amore e d’Italia” è sicuramente il più crudo, inclemente e meno idealistico degli altri testi. E per questo, permettetemi di dirlo, molto più affascinante. L’idea di Italia finalmente viene svelata, e purificata da tanti, troppi abbellimenti inutili.

Non sono mai stata nazionalista, ma l’idea di patriottismo legata a quella di nazione mi ha sempre affascinata.

Come non provare una sorta di profondo amore per l’idea di unità, di solidarietà do comunione di intenti?

Come non restare rapiti dall’archetipo in grado di amalgamare in un tutto omogeneo diversità rese non inconciliabili ma interdipendenti?

Sono concetti che stuzzicavano la mia formazione essenzialmente olistica o per meglio definirla, profondamente imbevuta dalle teorie cibernetiche. No tranquilli, non è una perversa pratica BDSM, ma è un’epistemologia che considera la società e ogni organismo umano non un prodotto artificiale, stabilito a tavolino pertanto studiabile solo attraverso la scienza materialistica, ma come un vero e proprio organismo biologico, dotato pertanto di meccanismi di regolazione interni che tendono all’equilibrio omeostatico. Ecco che la società si aggiusta in modo automatico come un qualsiasi ente vivente, progettando accorgimenti atti a non disperdere energia o a facilitare i cambiamento necessari alla sopravvivenza, scartando quelli che rappresentano, invece, una minaccia alla sua tendenza alla stabilità. In quest’ottica persino la nostra civiltà, la società stessa e la nazione, usano elementi per mantenersi, per prosperare e per tramandare ai posteri le conoscenze acquisite ( la cultura).

La società e quindi la nazione, non sono altro che una forma di organizzazione composta da tante piccole e microscopiche entità, singole e uniche che, come perfette tessere di un mosaico, si incastrano perfettamente una all’altra formando un disegno unico e irripetibile.

Ecco che l’idea originaria di Italia appare, quindi, una spontanea unione atta a preservare non una cultura omogenea ma una formata da tanti tasselli, da tante esperienze e da tante piccole mutazioni, che donano un costante flusso innovativo proprio perché non statiche ma in movimento. Perché un organismo vivente deve potersi modificare in armonia con i cambiamenti del cotesto o delle condizioni climatiche o delle opportunità che di volta in volta, l’evoluzione ci mette davanti. Sono i famosi bivi che determinano la trasformazione e trasmettono l’informazione utile alla modifica. E senza la modifica sostanziale di ogni assunto culturale (che rappresenta il DNA di una società) c’è l’atroce rischio della loro caduta, della loro scomparsa e del declino fino alla morte totale di una civiltà.

Le nazioni nascono, si mantengono vengono stimolate da forze esterne, si frantumano e si rinnovano: nulla si perde davvero e nulla si distrugge. Per poter crescere ogni tassello deve poter avere una propria unicità che contribuisce alla grandezza e allo splendore grazie a uniche, indispensabili e individuali caratteristiche. Ed è questo l’ideale che sostiene le diverse concezioni di unioni, che siano politiche, economiche, morali o sociali.

Ed è questa l’idea che appare nei primi libri che hanno come protagonisti la famiglia della Spada. Essa appare un’importante caposaldo del liberalismo risorgimentale, inno alla necessità di una costituzione e di uno stato unico, indipendente e unito. Come si possano unire le diversità, sotto quale bandiera lo si scopre nei vari libri: a volte è il pragmatismo cavouriano, altre l’idealismo esacerbato delle intriganti ma deliranti idee mazziniane, espletate nell’esperimentato unico e irripetibile, ma chissà come mai non pienamente sostenuto, della repubblica romana, pallido ricordo di un lontano ma presente passato di gloria.

Il risorgimento, nei precedenti libri appare, dunque, luminoso, senza ombre, idealismo allo stato puro portato avanti da menti acute e in grado di concepire alti sistemi politici e morali, una fantastica chimera sognata e progettata da fini intellettuali. Ma principalmente nobili, in grado cioè di evitare il soffermarsi sui lati pratici e pecuniari di tale impresa.

Del resto come dice il principe Filippo:

Voi parlate di idee perché di soldi ne avete, Marchesina” le rispose lui asciutto, con lo sguardo severo in contrasto con la voce dolce e accondiscendente.

 

Per i nobili abituati a lunghe e creative riflessioni politiche, alimentate da grandi classici letterari, ma sostanzialmente evanescenti e poco propense a attecchire sul solido e periglioso terreno del realismo. Essere liberali era quasi un’esigenza, un riscatto, un modo per dare un senso ai privilegi. E a volte era anche un metodo per aumentarli e sostenerli. Perché la loro ingordigia, la loro tracotanza, l’idea di essere eletti e prescelti, mal si accordava con le limitazioni di un potere centrale coeso e spesso alieno dai loro interessi, perché straniero e perché centrato più sul mantenimento non solo dello status quo, ma anche di una dose necessaria di prosperità per il popolo ritenuto, in fondo, il vero nemico da cui tutelarsi. Per i nobili popolo era un nome astratto, non ne conoscevano la natura, non ne vedevano né ne assorbivano le esigenze, ognuno deciso e fiero del suo piccolo e rigoglioso orticello. Intellettuali dai gusti sopraffini dagli studi elevati ma poco, ed è un dramma che sentiamo ancor oggi con il problema dei partiti, inseriti nel vero e profondo contesto umano e popolare. Totalmente alienati dalla conoscenza della realtà

Ed ecco l’altro volto della storia, quello cupo e meno nobile ma importante per capire oggi, questa bizzarra e oligarchica Italia, fatta sempre e inesorabilmente da élite che si considerano al di sopra delle leggi che essi stessi contribuiscono a creare. Una società non è solo composta da alti pensieri intellettuali ma anche da quello che si chiama quarto stato, il fangoso mondo degli altri, dei poveri, del popolo ed è alle istanze ai bisogni dell’entità suddetta che lo stato, i governi, i partiti devono rendere conto. E’ alle cose terrene, al fango da cui nascono i fiori, alle esigenze primarie, quasi “sporche” che l’idea di Italia doveva dare voce. E fondarsi.

Ecco che nel libro di Pitti si rivela ghignante l’altro, oscuro e per nulla degno di orgoglio, lato del risorgimento, quello che farà apparire i progetti politici non più come elevati, etiche elucubrazioni, ma come un preciso piano oligarchico e elitario con l’intento semplicemente, di cambiare i suonatori non la melodia.

Furono i nobili e i privilegiati fintamente illuminati, che decisero a tavolino il destino di milioni di contadini, di commercianti e di povera gente, che decisero di affrancarli da una riconosciuta autorità, magari anche positiva per loro, per poter spadroneggiare senza limiti. Non a caso furono i nobili a ricoprire poi, nell’Italia unita, le alte cariche, coscienti ma troppo tardi oramai che dopo l’Italia bisognava fare gli italiani.

E noi siamo qua e stiamo ancora aspettando.

Emblematica e sconvolgente è quindi, la figura del principe napoletano Filippo, che si fa portavoce di una scomoda verità, che spesso non vogliamo ascoltare

 

Come potete pensare che sia una cosa giusta che un Re straniero venga nella mia terra, spadroneggi con i suoi soldati, esiga i soldi delle tasse per portarli fino a Torino e levi alle madri i figli migliori per arruolarli nel suo esercito a nord della Penisola? Come potete voi piemontesi essere così presuntuosi e tracotanti da pensare che il popolo ne sarebbe felice? Voi non sapete di cosa parlate e immagino vostro padre ne sappia quanto voi. E ‘na bbestemmia pe’ ‘a libbertà”.

 

E, infatti, da questa “meravigliosa” unità affrettata e non pensata, il regno prospero delle Due Sicilie ebbe la peggio, divenendo da florido esempio di progresso, triste mentore dell’infamia celata dietro tanti millantati ideali.

 

Io sto dalla parte della gente, piccere’, quelli che vogliono i piemontesi sono una sparuta minoranza di ricconi. Il popolo ha esigenze concrete, vuole terra, cibo, tasse ragionevoli, istruzione, ospedali pubblici. E il Re queste esigenze le ha sempre capite e appoggiate. Al popolo non interessa farsi invadere”.

 

Pitti introduce nel testo una strana e malinconica ballata, portata alla ribalta da Eugenio Bennato che racconta cos’era in realtà il famoso brigantaggio

Leggete però con attenzione queste frasi:

 

E mo’ cantammo ‘na nova canzone tutta la gente se l’adda ‘mbarànu cumbattemmo pu’ re borbone a terra è a nosta e nun s’adda tuccà ‘a terra è a nosta e nun s’adda tuccà ….. Chi ha visto ‘u lupu s’è miso paura nun sape bbuono qual’è ‘a verità ‘u vero lupu ca magna ‘e criature è ‘o piemuntese e l’avimma caccià è ‘o piemuntese e l’avimma caccià

 

Se notate bene, nonostante il dialetto arcaico, la protesta dei briganti non è contro il Re Borbone (noi combattiamo per il re Borbone) ma rivelazione suprema, contro il piemontese, il lupo cattivo, la casa sabauda considerata invasore.

E leggete cosa scrive la nostra Pitti

 

Il mio Regno, il grande Regno delle Due Sicilie, è senza dubbio al pari di qualsiasi grande stato europeo. Esiste un sistema di previdenza sociale, il tasso di mortalità infantile è decisamente più basso che da altre parti e le città sono dotate di comode tecnologie. Ve lo ricordate quando ho voluto l’illuminazione a gas per tutta Napoli come a Londra e Parigi?” chiese il Sovrano.

Filippo annuì, non capiva ancora dove il Re stesse andando a parare. Poi continuò sfiorandosi il mento pensieroso: “Ho istituito il centro sismologico sulle pendici del Vesuvio per riuscire a salvare più vite umane possibili nei casi di terremoto. Abbiamo perfino un sistema di faro da porto con segnalazione a luce costante per rendere più sicuri gli attracchi alle navi… non ce l’ha nessun altro al mondo. Nessun altro stato sul territorio italiano ha trasporti così avanzati né industrie così moderne come quelle metalmeccaniche di Pietrarsa. Ho trattato io personalmente con il gruppo di investitori, capeggiato da Armand Bayard de la Vingtrie, per la ferrovia Napoli – Portici. Che giorno quando tre anni fa abbiamo inaugurato la locomotiva a vapore

 

E ancora.

 

Il Regno delle Due Sicilie è molto più di quello che i piemontesi vogliono far credere. Pensate che da noi esiste perfino un moderno sistema pensionistico e la fiscalità è assai meno esosa che in altri stati italiani”.

 

E cosa fece l’unità d’Italia?

L’esercito regio compì stragi sanguinose sul popolo del sud, ammazzò di tasse la sua gente abbandonando il vigore tecnologico che ne aveva caratterizzato la moderna industria.

 

E non è finita.

 

L’unione d’Italia significò la distruzione di gran parte dello stato sociale del sud e lo smantellamento del grande patrimonio industriale. Basti pensare all’abbattimento delle stazioni del telegrafo, fittissime del Regno delle due Sicilie, o a quello dell’impianto siderurgico delle Reali Ferriere e Officine della Mongiana che impiegava un migliaio di persone ed era considerato il più all’avanguardia in Europa per tecnologia e sistema pensionistico degli operai. L’esercito sardo fucilò i lavoratori in sciopero che si rifiutavano di accettare la chiusura della fabbrica. Per timore del ricordo dei Borboni, i Savoia ordinarono anche la soppressione delle mandrie di cavalli persani, razza simbolo della casata e utilizzata in prevalenza dall’esercito del sud.

Ne avete abbastanza?

Dove sono gli ideali di rinnovamento in queste parole?

Giovanna della spada e il principe Filippo sono l’altra voce di chi ha il coraggio di dire

 

Rinnego l’idea di Italia, rinnego le convinzioni con cui mi ha cresciuto la mia famiglia e le ambizioni di Vittorio Emanuele di Savoia: lo faccio per te e per Napoli a cui ormai appartengo

Ecco la vera figura ribelle, l’unica in grado di incidere fortemente sulla coscienza femminile tanto da far apparire Alida E Francesca Mastai Ferretti e persino il nostro Sebastiano della Spada, figure cosi evanescenti da rasentare l’inconsistenza.

Giovanna è vittima di un sistema sociale atroce ma reale, abbandonata da tutti, sacrificata sull’altare della ragion di stato, sperimenta fino in fondo l’amaro calice dell’esser donna in un mondo che la vuole solo come orpello o come sostegno dell’uomo. Eppure è molto più vincente, meravigliosamente vincente della madre e della cognata

Dovrai prendere in mano questa tua nuova vita, mia cara, e imparare ad amarti. Sbaglierai, cadrai e ti rialzerai. Come succede a tutti.

Soffre.

Abbraccia l’idea di morte.

E’ talmente ferita dentro da cadere a pezzi.

Ma cambia.

Rifiuta l’imposizione qualunque essa sia, sociale o morale e volta la testa all’ingombrante peso degli ideali familiari. Ed è questa la sua forza, quella di non smettere di ritagliarsi un posto unico e tutto suo nel mondo quello che la rende davvero libera

Non è necessario che le convinzioni di vostro padre debbano essere anche le vostre. Siete giovane e avete la possibilità di viaggiare e di imparare a farvi un’opinione vostra, senza il filtro delle idee della vostra famiglia”.

Dovete lottare per essere pienamente voi stesse. Anche persino contro dio, contro la società contro la vostra stessa educazione. Dovete mettere in discussione tutti i valori acquisiti e trovarne dei vostri spezzettandoli e tirando fuori il loro volto migliore. Dovete urlare il no, rifiutare e trovare alternative. Dovete apprendere ad apprendere anche qualora significasse essere emarginate, o semplicemente spaventose. Dovete fare a botte con il vostro stesso passato, con i privilegi con la vostra stessa identità perché essa sia non più maschera ma il vostro vero volto. Perché le idee sono importanti se migliorano la vostra realtà se vi fanno volare oltre il ristretto cielo che vedete dall’angusta finestra della vostra prigione. Ma se ci ingabbiano, se ci allontanano dai nostri veri bisogni e dall’altro, se si imprigionano in un gabbia stretta e soffocante, in rigide posizioni a discapito dell’umanità,se crediamo più alla necessità del sabato più che alla bellezza dell’uomo allora le idee sono solo scusa, sono alibi, sono maschere fetide. Producono bestialità e azioni riprovevoli e divengono ideologie. Non sono più una guida, la voce che ci unisce al mondo numinoso ma un mezzo di coercizione.

E’ facile essere santi con la vita degli altri. E’ facile nascondere le proprie pulsioni più tenebrose dietro grandi slanci.

O come direbbe Franco Califano:

 

è facile esser froci con il culo degli altri.

 

Brava Pitti. I miei omaggi.

“Life and Death. il risveglio” di Simona Citarrella, Lettere Animate editore. A cura di Alessandra Micheli

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Cosa c’è dietro il velo?

Cosa accade quando la signora con la falce decide di prenderci per mano e farci oltrepassare l’oscura soglia?

È una delle domande che da sempre opprimono e stuzzicano la curiosità umana. Perché pensare che i nostri giorni sono contati, che c’è una Parca pronta a tagliare con una forbice lucente il filo della nostra esistenza ci rende spaesati e indifesi davanti all’ineluttabilità del destino. Se poi iniziamo a pensare ai passi di questa strana e misteriosa avventura l’ansia sale. Immaginare il momento estremo, immaginare che saremo lì a provare quelle sensazioni, a sperimentare questo percorso è troppo per la nostra, seppur fertile e creativa mente.

Cosa accadrà quando il corpo sarà solo un guscio vuoto?

Esiste una speranza di vita, magari in una forma diversa?

O sarà semplicemente la nichilista fine di tutto?

Libri, canzoni, persino quadri si interessano di signora morte, ed è la figura più celebrata, più blandita e più temuta di tutte. Da Branduardi che cerca di sedurla con la musica, ai quadri ironici e irriverenti della Danza della morte. Fino ai libri che affrontano il tema del Revenant.

Non a caso una delle serie TV più strane e oserei dire straordinarie parla proprio di questi soggetti, risvegliati dalla morte, ma non in forma di cadaveri viventi, di zombie o si servi del negromante, ma di veri e propri redivivi. La serie Les Revenants, creata da Fabrice Gobert, fu diffusa nel 2012 come adattamento fiction del film Quelli che ritornano di Robin Campillo del 2004. La casa editrice Sperling e Kupfer diede poi alla stampa un libro della critica televisiva e giornalista Stefania Carini dal titolo “i misteri de les revenants” laddove si possono indagare e, perché no, riflettere sui mille misteri di una serie che rende reale e tangibile l’aspettativa cristiana dell’apocalisse, laddove i morti tornano in vita, si risvegliano e sconvolgono letteralmente la tranquilla routine di un paesino. È una vera e propria resurrezione dei morti, evento dalle mille inquietanti sfaccettatura e dai risvolti sociali e spirituali, che non può non creare un’atmosfera di fascinazione e terrore nel lettore e nello spettatore.

Life and death. Il risveglio di Simona Cittarella non è altro che una versione ancor più angosciosa di questo mito (ma è davvero un mito o una nostra aspettativa?) laddove, come dice appunto il titolo, vita e morte, amici e compagni, divengono i burattinai del destino umano, alternandosi e fondendosi fino a creare un connubio angoscioso e al tempo stesso commovente. Affetti spezzati, destini mutilati, amori sospesi trovano un loro strano compimento in una sorta di seconda possibilità che dona sì una certa tenebrosità, ma ammantata da un velo di commozione e di nostalgico sentimentalismo. E ci mostra come il nostro mondo tende e dividere l’indivisibile.

Eh sì, cari miei lettori.

Noi abbiamo spezzato l’arcano patto, celebrando la vita fino all’estremo piacere e disprezzando la morte, usurpando i suoi domini con l’orrore e il rifiuto. Si cerca l’eternità, si cerca di sopravvivere in ogni modo, come se Morte fosse un nemico da combattere, un ostacolo da aggirare e non un reame caliginoso forse, ma profondamente nostro. Morte era dimensione altra, laddove oggi, l’altro è osservato con un sospettoso cipiglio, reo di rubarci ogni nostra terrena conquista.

Peccato che il ciclo primigenio ci mostrava come la vera vincita era nel mantenere pura e intatta la nostra impervia anima.

In questo testo, mai noioso ma profondamente ansiogeno, il confine tra i due continenti, Ade e Realtà diviene evanescente, per qualche oscuro motivo il portale, un tempo sigillato viene letteralmente spalancato, reso agibile per tutti. Pertanto le due dimensioni tornano a sfiorarsi, a compenetrarsi, ma (ahimè) senza conoscersi veramente. Non c’è quella sensazione halloweeniana di rigenerazione ma esiste solo la minaccia di invadere il territorio altrui.

Ed è il caos.

Il panico più puro si diffonde e si contende il ruolo di co-protagonista con la speranza. I redivivi divengono sia emblemi di fiducia in quella fine che restava incompresa, sia mostri amati perché prodigiosi e temuti perché estranei. Cosa essi in realtà siano, quale natura, se malevola o benigna, sia loro elargita è oggetto di discussione. Quale motivazione profonda abbia la loro esistenza, anzi la non esistenza, diviene una domanda grondante angoscia. Ecco che la comunità apparentemente indistruttibile si spacca rivelando la sua intrinseca fragilità. E il diverso, l’altro da noi, sempre più altro, viene disprezzato poiché incapace di essere integrato nella morale e nei valori comuni. È nella ridigità del suo pensiero che il redivivo non riesce e ritagliarsi un posto, mostrando come la staticità, e non il dinamismo mentale, sia il vero oscuro demone. In fondo il criminale, lo straniero, l’immigrato, il deviante hanno una loro funzione sociale, quella di aggregare la comunità contro il nemico, consentendo un rinnovato appoggio agli assunti culturali che creano la stabilità del sistema. Ma il revenant?

Il redivivo?

Che funzione può avere mai?

In realtà questo elemento stonante non fa che rendere evidente un’incongruenza nel sistema di pensiero, demolisce ogni certezza e inceppa il meccanismo su cui si basa il consenso sociale. E il perfetto meccanismo non può non incepparsi. Tutto ciò che è fuori dalla corretta “normalità” ci rende fragili, rappresenta una forte minaccia caotica e disordinata. Il redivivo ci pone di fronte alla fallacia delle nostre costruzioni mentali, sia scientifiche che spirituali. E sferra un terribile fendente al dolore, che diviene inutile e destinato all’inesistenza. Non posso più piangere i miei cari, non posso più provare rammarico e dolore: ora tutto è un’infinita rete di possibilità che mi rendono spaesato.

In fondo nessuno di noi crede davvero nella resurrezione. È un’abitudine, non una professione di fede. E questo perché la morte è temuta. La morte è l’incognita, è la nemesi, quella da combattere con l’indifferenza. Il redivivo invece, le restituisce una voce tonante e una tangibile realtà.

Un libro particolare, intenso e riflessivo, che vi invito a scoprire e assaporare pagina per pagina.