“Visti dalla meta siamo tutti ultimi” di Francesca Picone, Lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

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Visti dalla meta siamo tutti ultimi non è un libro semplice.

 E soprattutto non vuole assolutamente esserlo. Anzi. C’è un’ evidente volontà dell’autrice stessa nel creare un magnificante contesto e adornarlo di una prosa a tratti lirica e a tratti quasi sognante, con una complessità semantica invidiabile. Non tanto nell’uso di parole e descrizioni altisonanti, ma nella stesura che riesce a trasmettere persino al dialetto una sorta di leggerezza e di fluidità armoniosa e a tratti ridondante. È il pathos, la liricità che abbonda in ogni frase, è quell’essere a cavallo tra il mondo del pensiero e quello della realtà che traspira da ogni capitolo, da ogni pagina emergendo in tutta la sua potenza quasi poetica. Una poesia che spesso è dissonante con gesti di vita quotidiana che smitizzano e accentuano i voli pindarici di Sally, una protagonista spettatrice, suo malgrado, del quotidiano dramma della vita. Essa fa parte di questa cacofonica commedia dell’arte, in cui burlesco e patetico si danno la mano e creano un girotondo infinito di azioni, di comportamenti standardizzati e di costanti reiterazioni di pensieri che risultano, a contatto con l’immensità della mente di Sally, estremamente rigide. Ed è questo contrasto che fa scattare la riflessione, facendo adagiare lo sguardo spaurito, incredulo dinanzi a una prosa particolare e particolareggiata, su singole frasi e descrizioni rivelatorie. E queste profumando di ariosa libertà contribuiscono, stranamente, al senso quasi claustrofobico della trama.

Su cosa riflette la Picone?

Su un qualcosa che ci circonda e a cui noi non doniamo particolare attenzione ossia l’ovvio.

E sapete cos’è l’ovvio?

È quello che sta dinanzi a noi, quello che si incontra per strada, il senso traslato tuttora in uso, qualcosa che facilmente si trova e che poco si nota. Dietro al senso dell’arte, dietro a una volontà salvifica, accanto alla volontà di elevarsi al di sopra di tutto e tutti c’è un ovvio che si nasconde ai nostri sensi addormentati. Acquattato in fondo all’inconscio di ogni grande ideale, ogni perfetta ideologia, ogni discorso complicato sui diritti, ogni formulazione legislativa per la difesa degli inferiori, esiste un sottile senso macabro di rivalsa, un sottile razzismo, un pregiudizio latente, che quasi silente, per timore di attirare attenzione ci osserva e sorride beffardo. Come raccontava Vilfredo Pareto sociologo dissacrante dietro ogni grande azione, ogni motivo si cela un residuo illogico che stona con l’acclamata logicità dei nostri assunti culturali. Per la comune morale e la comune etica, tutti noi siamo esseri dotati di fine raziocinio e ogni nostra azione deve mirare al benessere comune, alla realizzazione di ogni componente sociale, e alla difesa della nostra comunità. Baggianate.

 Questi residui sono i sentimenti più nascosti, che celiamo per paura del giudizio e che spesso profumano di marcio. Sono le giustificazioni filosofiche di passioni incontrollate, di sentimenti inconfessati di un’ombra junghiana che non cessiamo di temere.

Tutto il libro contiene riferimenti a questi “Residui” che sono emblemi di puro realismo con un tocco sottile di ribellione e perché no di disgusto per questo ovvio, cosi alieno ed estraneo a azioni profonde che incidono davvero sul tessuto sociale, come l’arte, come la cura della mente o le azioni volte a favorire la crescita di una popolazione. Dietro questi mirabili giri filosofici, dietro bellissimi sermoni sul comportamento da tenere in società, la protagonista si dibatte quasi stupita e stupefatta apprendendo, di volta in volta, un tassello diverso e sconosciuto da apportare nel mosaico umano che tanto ama osservare. Tutto inizia da una perdita, un’agenda in cui è contenuta la vita interiore di Sally. Non sono solo scritti, lì è fermata in un attimo eterno la sua stessa cangiante essenza. E perdendo questi fogli perde al tempo stesso un po’ di se stessa infrangendo quel muro di bellezza dietro cui i suoi voli di fantasia la adagiano. Questi fogli li ritrova, ma al tempo stesso ritrova una parte di verità, di realtà troppo spesso scordata per rincorrere le nuvole e le sue strabilianti forme.  E quel pezzo di mondo un po’ cozza e deturpa il suo mondo più integro della quotidianità che la circonda quasi in una sorta di rito iniziatico verso la maturità interiore. Da adolescente piena di sogni e di ingenuità, Sally diventa una donna forse più consapevole e forse più malinconica di fronte a una vita che si snoda più tra gli angoli che tra i suoi fasti, più nei vicoli bui e segreti che sulla strada principale illuminata dal sole.

Ed è in questi angoli che avviene la trasformazione che esige in fondo un sacrificio importante: la nostra volontà di sognare un mondo perfetto.  L’anima, per restare integra, deve poter osservare l’altra metà del cielo senza essersene toccata, senza subire la tentazione di inglobarlo in sé. Deve poter osservare il marcio e avere la capacità di sorpassarlo senza immergere le sue ali. Deve fare la conoscenza con il paradosso di un’ombra che avvolge le nostre azioni e corrompe la società, dove amico e nemico si sfumano fino a divenire  uniti, in un disperato, patetico muto soccorso.  Stiamo tutti sotto lo stesso cielo e, chi più e chi meno, ci arrabattiamo e  insinuiamo in quei vicoli, per difendere il conosciuto tanto agognato (che sia un ruolo, una definizione, una gerarchia, un significato) imitazione afflitta del nostro vero sé. Del resto quello che ci appare come ordinato è solo un disordine abilmente mimetizzato. Quello che ci appare bello è un brutto abilmente mascherato e così via, in un colpevole e quotidiano sotterramento delle nostre vere esigenze, quelle forse squallide, scomode e orribili.

Non essere davvero noi stessi è il muro che divide costantemente noi e l’altro, ognuno troppo preso a rappresentare la propria recita su un palco costruito da noi per un pubblico inesistente. Perché senza muri si rischierebbe di tornare uomini lupi e instaurare un bizzarro e oscuro rapporto distorto in cui il dominante si alimenta del dominato e il dominato si trova a suo agio nella comoda bambagia del suo ruolo di vittima.

Adorniamo queste spoglie pareti con valori, con parole altisonanti come umanità, tolleranza, cooperazione onde evitare che la verità ci trafigga con la sua infuocata spada fino a decostruire i nostri miseri teatrini e lasciare che finalmente l’ignoto ci abbracci e ci porga le sue leggi che sembrano troppo importanti, troppo perfette per questa triste creatura chiamata uomo. Del resto siamo soltanto piccoli mortali inetti, incapaci di concepire un mondo diverso dal nostro solito tram tram.

Ed ecco che, chi aiuta, in realtà risucchia la giovanile energia dell’aiutato, ben felice esso stesso di aggrapparsi a uno scoglio per non sprofondare in sé stesso. Ecco il benefattore che dona arte, dona opportunità e cultura privandoci della nostra istintuale natura (il verde) considerata non necessaria per la nostra sopravvivenza, facendo sì che l’essere umano si accontenti di una cultura non più simboli di un anima che si evolve, ma segno distintivo di un’orgogliosa società che si fossilizza e decade, perché svilita e depauperata dai suoi profondi contenuti.

E quali sono?

Il bisogno del confronto, il coraggio di demolire i nostri vecchi assunti culturali e sostituirli con altri, con la condivisione, con l’empatia, con il rispetto oltre la tolleranza, con la volontà pedissequa di farsi ogni tanto un profondo e benefico esame di coscienza. È il vedere il mondo che ci circonda non solo come scenario per la nostra recita, come contesto utile a chi si affanna ad arrivare alla meta per primo, stabilendo una finta gerarchia: noi gli eletti, e gli ultimi. Ultimi che al tempo stesso si affanneranno per correre alla meta e così via, in una catena di inutilità senza fine.  E cosi, concentrati sull’arrivo da perdersi la magia del percorso, del viaggio, fino a restare illusi di essere i privilegiati, orgogliosi di apparire ma incapaci di danzare l’incredibile e primordiale danza chiamata vita

 

 

Quale sarà mai il vantaggio materiale di mandare un uomo sulla luna, quando noi non riusciamo a vivere sulla Terra?

Antony de Mello

 

Un libro ingombrante ma importante, necessario per dare voce a un pensiero fin troppo spesso denigrato. Brava Francesca

 

“Volete cambiare il mondo? Che ne dite di cominciare da voi stessi? Che ne dite di venire trasformati per primi? Ma come si ottiene il cambiamento? Attraverso l’osservazione. Attraverso la comprensione. Senza interferenze o giudizi da parte vostra. Perché quel che si giudica non si può comprendere.” 

Antony de Mello

 

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Ed è quasi Natale, quale miglior modo di trascorrerlo se non davanti a un buon libro e una tazza di te? Ecco il consiglio del nostro blog “Famiglia” di Brigham Vaughn ( Traduzione Mary Durante per Quixote Translations) sempre targato la grande Quixote edizioni!

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Trama

Dopo troppe vacanze trascorse da soli, Russ Bishop e Stephen Parker decidono di invitare la famiglia di Russ a passare il Natale con loro. Russ vuole cercare di ricucire il rapporto tormentato che ha con il padre e la sorella, mentre Stephen vuole sentirsi parte di una famiglia. Ma quando Addie, la sorella di Russ, porta un ospite inaspettato, la situazione già difficile diventa ancora più complicata. Quel Natale per Stephen può non essere perfetto come aveva immaginato, ma forse la felicità si può trovare proprio nelle imperfezioni.

 

 

Dati libro

TITOLO: Famiglia
TITOLO ORIGINALE: Family
AUTORE: Brigham Vaughn
AMBIENTAZIONE: Atlanta
TRADUZIONE: Mary Durante per Quixote Translations
SERIE: Equals #3
GENERE: Contemporaneo
FORMATO: E-book
DATA DI USCITA: 11 Dicembre 2017

 

 

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In arrivo per voi romantici il nuovo libro della Triskell edizioni “The Shopping Swap. Uno scambio fortunato” di Erin Brady (Traduttore Elisa Ponassi). Non perdetevelo!

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Trama:

Maggie Andrew ha un problema: deve convincere Richard, l’avvocato con cui ha una relazione da cinque anni, che è giunto il momento di impegnarsi sul serio. Come? Pianificando un’indimenticabile serata che inizi con una cena romantica e finisca in camera da letto. E per agevolare le cose, Maggie ha speso metà del suo stipendio per acquistare nel grande magazzino Crandall’s della lingerie nera e sexy a cui Richard non potrà resistere.

Una volta arrivata a casa però, Maggie si rende conto di avere la shopper di qualcun altro e, invece della sua lingerie molto costosa, si ritrova con una vestaglia che non farebbe girare la testa a nessuno, men che meno a Richard.

Quando Maggie ritorna sul luogo in cui è avvenuto lo scambio, incontra Benjamin Sanders, uno sconosciuto alto, moro e molto bello, che non solo ha quello che lei vuole ma potrebbe avere anche quello di cui ha bisogno.

All’improvviso, Maggie si ritrova a mettere in discussione il suo rapporto con Richard e non si sente più sicura di niente.

 

 

Dati libro

Titolo: The Shopping Swap – Uno scambio fortunato

Titolo originale: The Shopping Swap

Autore: Erin Brady

Traduttore: Elisa Ponassi

 

Genere: Contemporaneo, Chick Lit

Lunghezza: 132 pagine

ISBN: 978-88-9312-337-2

 

Prezzo: € 3,99

 

 

“Saper Scrivere. Il discorso narrativo parte prima. Cenni storici” A cura di Aurora Stella

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A differenza della favola e della fiaba (ma anche dell’apologo, del mito e della parabola) che sono essenzialmente forme popolari che contengono uno scopo pratico (educare, convincere e ammaestrare attraverso un codice elementare che trasmette modelli comportamentali o suggerimenti morali), il romanzo non si pone uno scopo pratico nei confronti del destinatario, ma trasmette una visione o rappresentazione della realtà secondo gli intendimenti e la concezione di un autore senza scopo di convincimento. Mentre nelle forme narrative precedentemente nominate, il bene viene premiato, perciò bisogna agire bene, il romanzo viene percepito come un insieme di avventure o eventi, legati alla figura di un personaggio circondato da altri personaggi, che si svolgono in una successione di pagine per giungere poi alla conclusione.

Cos’è un romanzo?

Questa parola nasce nei secoli successivi alla caduta dell’impero romano per designare la lingua popolare in contrapposizione al latino (lingua dotta): l’insieme di varianti di questa lingua, che in comune hanno il ceppo latino, vengono chiamate neolatine o romanze.

Successivamente questa parola indicò le traduzioni dei testi latini in lingua romanza, infine le composizioni fatte direttamente in lingua.

All’inizio si trattò di opere narrative, lunghi racconti in versi di leggende o gesta eroiche. Soprattutto in Francia nel XIII secolo ci fu una fioritura romanzesca intorno a storie di eroi che compivano grandi gesta, lottando contro maghi e mostri per conquistare il cuore di una donna.

Soprattutto nelle corti cavalleresche questo genere di racconti ebbe un grande seguito, ma continuarono a fiorire anche dopo che la cavalleria non fu che un ricordo; un esempio di questi eroi, possono considerarsi Orlando e Rinaldo (Boiardo/ Ariosto).

Nel 1600 prevalsero invece racconti con protagonisti amori tra pastori e pastorelle su sfondi idilliaci. Fu la cultura illuminista a donare al romanzo nuovi temi e spessore.

Il romanzo assunse così la veste della prosa consentendo uno spazio maggiore di discussione e trovando nella nascente classe borghese il proprio destinatario ideale consentendo spazi di riflessione sia sulla sue capacità produttive sia per la coscienza del proprio ruolo e dei propri diritti.

Nell’ottocento con l’affermazione della classe borghese, il romanzo diverrà espressione e rappresentazione con opere di grande rilievo che nascono in tutta Europa: in Russia con Tolstoj, Turgheniev e Dostojevskij, in Francia con Sthendal, Balzac e Flaubert, in Inghilterra ad esempio con Dickens.

Da sottolineare come in Italia, sia per tradizione accademica sia per l’assenza di una classe borghese, questo fenomeno non diede frutti rilevanti.
L’esempio più notevole è costituito da I promessi Sposi.

Nella seconda metà dell’ottocento il romanzo inizia a cogliere le contraddizioni del sistema borghese e inizia a rappresentare una nuova classe, quella delle classi lavoratrici che oppresse cercano attraverso la ribellione un proprio ruolo (Zola, Verga).

Nel Novecento invece il romanzo si aprirà a vie del tutto nove e divergenti anche attraverso tecniche narrative rivoluzionarie che romperanno con le strutture narrative tradizionale, la successione temporale, i rapporti logici ecc.

 

 

“Jane Eyre” di Charlotte Bronte. A cura di Monica Maratta

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Nel 1848 il romanzo “Jane Eyre” di un enigmatico scrittore di nome Currer Bell divenne il caso letterario dell’anno. Un’ epoca in cui si affermava che la letteratura non doveva essere l’obiettivo nella vita di una donna poiché in tal modo sarebbe venuta meno ai suoi doveri primari, giustifica l’uso dello pseudonimo da parte della Bronte. Possono gli elementi autobiografici indurre al successo indiscusso di un’opera? Certo, “Jane Eyre” viene giudicato come il miglior romanzo di C. Bronte, la cui stesura avvenne nel 1847 nello stesso periodo in cui la sorella Emily componeva “Cime tempestose”. La critica lo ritenne già all’epoca un capolavoro sia per gli schemi di confezione testuale, sia per lo spessore psicologico dei personaggi. In merito alla componente autobiografica, si è tutti d’accordo nell’affermare che esistono nell’opera episodi della biografia della scrittrice facilmente individuabili.

Altro elemento che ha contribuito al felice esito di “Jane Eyre” è il tono di confessione autobiografica.

Cosa ha provocato nei lettori dell’epoca la morbosa curiosità nei confronti di questo romanzo?

Il desiderio!

In questa parola è racchiusa tutta la forza e il successo di Jane Eyre ma anche la ribellione di critici bigotti e tradizionalisti. Solo un uomo, infatti, era legittimato a provare del desiderio, di certo non una donna per di più di rango sociale inferiore, figuriamoci, poi, se potesse scriverne in libertà.  La Bronte lo fa, parla di una provinciale governante che sente una passione fortissima per un uomo sposato, non ha vergogna di ammetterlo e lo scrive. “Jane Eyre” è tutto il contrario dell’asessuata donna vittoriana. Non solo, osa lavorare fuori casa, si mantiene, è indipendente, rifiuta proposte di matrimonio che non le garbano mettendo i propri desideri al pari con quelli maschili. Quanta passione e forza d’animo in un’autrice che, nella vita reale, era considerata una donna timida, schiva, che si pronunciava con lentezza e gravità ai suoi interlocutori, ma che poi lanciava loro sguardi di fuoco.

L’elemento autobiografico che la C.Bronte usa nella narrazione, l’intelligenza, la dignità, il senso ironico e l’insofferenza verso le donne dell’epoca, buone solo a conformarsi alle condizioni dettate dall’uomo, la individuano come l’erede più diretta di George Eliot. Già nella prima parte del romanzo il lettore s’imbatterà in una piccola Jane Eyre che all’apparenza subisce i soprusi della zia e i suoi figli viziati, invece mostra il bozzolo di una personalità destinata a divenire forte e determinata.

 

“John non sentiva molto affetto per la madre e le sorelle, e per me provava avversione. Mi tiranneggiava e mi maltrattava, non due o tre volte la settimana, o due o tre volte al giorno, ma continuamente. Ogni nervo in me lo temeva, ogni muscolo si contraeva al suo avvicinarsi. In certi momenti mi sentivo impazzire dal terrore che mi ispirava, perché non avevo nessuno a cui rivolgermi per difendermi dalle sue minacce e dai suoi maltrattamenti. I domestici preferivano non offendere il signorino prendendo le mie parti contro di lui; e la signora Reed, su questo punto, era sorda e cieca; non lo vedeva mai picchiarmi e non lo sentiva insultarmi, sebbene facesse ogni tanto entrambe le cose in sua presenza, ma più spesso, è vero, dietro le sue spalle. Avevo l’abitudine di obbedire a John, e mi avvicinai alla sua sedia. Lui rimase per tre minuti a tirarmi fuori la lingua quanto poteva senza strapparla dalle radici. Sapevo che mi avrebbe picchiato e, mentre aspettavo con timore il colpo, riflettevo su quanto fosse brutto colui che mi avrebbe colpito. Forse mi lesse in viso il pensiero, perché a un tratto, senza aprire bocca, mi assestò un colpo violento. Vacillai e, riacquistando l’equilibrio, arretrai di qualche passo.

“Questo,” disse “è per la sfacciataggine con cui hai risposto alla mamma poco fa, e per il modo furtivo di nasconderti dietro la tenda, e per lo sguardo che avevi negli occhi due minuti fa, vipera!”

Abituata ai maltrattamenti di John Reed, non pensavo mai a rispondere, ma soltanto a come sopportare il colpo che sarebbe venuto dopo l’insulto.

“Che cosa facevi dietro la tenda?” mi chiese.

“Leggevo.”

“Fammi vedere il libro.”

Tornai alla finestra a prenderlo.

“Non hai il diritto di prendere i nostri libri. Sei una dipendente, dice la mamma. Non hai denaro: tuo padre non te ne ha lasciato. Dovresti chiedere l’elemosina, e non vivere con ragazzi di famiglia signorile come noi, mangiare quello che mangiamo noi o vestire a spese della nostra mamma. Ti insegno io a frugare tra i miei libri, perché i libri sono miei. Tutta la casa è mia, o lo sarà tra pochi anni. Va’ vicino alla porta, ma tienti lontana dallo specchio o dalle finestre.”

Obbedii, senza capire subito che intenzione avesse. Ma quando sollevò e soppesò il libro e poi lo vidi sul punto di scagliarlo, istintivamente mi tirai da parte con un grido, tuttavia non abbastanza in fretta. Il libro, scagliato, mi colpì, e io caddi battendo la testa contro la porta e mi ferii. La ferita sanguinava e mi faceva male. Il mio terrore aveva varcato i suoi limiti, seguito ormai da altri sentimenti.

“Sei cattivo,” gridai “crudele! Sei come un assassino, un mercante di schiavi, sei come…gli imperatori romani!” 

Un grande classico che risulta attuale anche al giorno d’oggi per l’attenzione dedicata alla psicologia e all’analisi interiore dei personaggi.

Un’autrice intramontabile che, ancora oggi, parla a chi cerca di innalzarsi superando gli ostacoli che la vita ci pone, siano essi di natura sentimentale o esistenziale.

“Proust era un neuroscienziato” di Jonah Lehrer. A cura di Massimo Della Penna

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Proust era un neuroscienziato è un saggio meraviglioso in cui umanesimo e scienze vengono accostate (come è successo ne Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, recensito su questo blog) da un punto di vista del tutto nuovo: quello delle neuroscienze.

L’autore, infatti, è un saggista di psicologia e in questo lavoro porta avanti una splendida tesi secondo cui le scienze e le altre arti sarebbero complementari nella acquisizione della conoscenza. Di più, l’autore tenta di dimostrare come le arti possano, se adoperate da veri geni più che talenti, fornire una fonte alternativa di conoscenza rispetto alla scienza e talvolta precorrerla.

Alla fine del libro, usciremo con una consapevolezza: l’arte non è un vedere altri mondi o qualcosa di diverso dalla realtà, ma solo cambiare il punto di vista.

Per sostenere la sua tesi, Lehrer presenta un florilegio di artisti che nelle loro opere hanno anticipato le scoperte di neuroscienziati. Al primo posto, Proust e il suo ormai celeberrimo pezzo sulla madelaine che sembra, secondo l’autore, aver scoperto un nesso tra gusto, olfatto e memoria. Più tardi la scienza avrebbe confermato le sue teorie “romanzate” con gli studi sull’ippocampo.

Da Proust si passa a un altro grande, Whitman, con la sua religione del corpo, passando anche da Escoffier, grande cuoco che anticipò la scoperta dell’umami, il gusto umano che solo di recente si è scoperto essere un nuovo “senso” (il senso del grasso). E ancora Cézanne e la Stein, con acutissime osservazioni sul suo “Teneri bottoni”, un’opera straordinariamente rivoluzionaria.

Di tutti gli artisti analizzati, quello più strepitoso a me è parso Stravinskij: egli ha anticipato di molti anni le scoperte su come il cervello riconosce le sequenze, le trame, le cose simmetriche (dicasi sequenze dinote). C’è una spiegazione sulle triadi e su come egli abbia fatto a pezzi millenni di leggi della musica che vale da sola la pena dell’intera spesa (il libro io l’ho pagato 22 euro).

L’approccio è quindi di sintesi tra neuroscienze, arte, letteratura e cucina! Dal libro ricaviamo, oltre che tantissimi spunti di cultura multidisciplinare che male non fanno, anche la teoria che la scienza non sia l’unica forma di conoscenza, perché i sommi artisti analizzati sembrano davvero avere acquisito con altri mezzi questa conoscenza del mondo che li circondava.

Forse per questo sono riusciti a riprodurlo nelle loro opere con una intensità che affabula chi fruisce dell’opera d’arte.

Attraverso i secoli, superando il setaccio più sottile che esista: il tempo.

Il blog consiglia il libro “Devon Drake – Cornerback” di Jean Joachim, Quixote edizioni. Imperdibile!

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Trama

Devon Drake, conerback famoso, ha tutto. Una super modella per ragazza e una carriera come giocatore professionista, ma quando un’amica d’infanzia torna nella sua vita, la sua esistenza viene messa sotto sopra. È davvero arrivato il momento di spiegare alla sua amica quello che è successo quindici anni prima?

Stormy Gregory sta fuggendo da un uomo violento. La sua migliore amica le offre un posto sicuro al rifugio per donne che hanno subito violenza. Felice di essere sfuggita a quella vita di violenza, Stormy dà una mano a organizzare un evento di beneficienza e l’ultima cosa che si aspetta è di imbattersi in Devon Drake, l’amico di suo fratello. Scapperà di nuovo piuttosto che dover sopportare un rifiuto?

Le crepe alla sua vita perfetta minacciano la sua carriera appena decollata di cornerback, mentre una sorpresa inaspettata interrompe il cammino di Stormy di crearsi una nuova vita. Riusciranno a stare insieme o il segreto che ha tenuto separati gli ex amici li trascinerà in una spirale in discesa?

L’autrice. 
Jean Joachim è un’autrice di romance di successo e i suoi libri sono in cima alla classifica Amazon Top 100 fin dal 2012. The Renovated Heart ha vinto il premio Miglior Romanzo dell’Anno del Love Romances Café, Lovers & Liars è arrivato tra i finalisti del RomCon del 2013, e The Marriage List ha conquistato il terzo posto nella classifica Miglior Romance Contemporaneo del Gulf Cost RWA a pari merito con un altro romanzo. Jean è stata nominata Miglior Autore dell’Anno nel 2012 dalla sezione di New York dell’associazione Romance Writers of America. Moglie e madre di due figli, Jean vive a New York City. Solitamente, di mattina presto la si può trovare al computer a scrivere mentre beve una tazza di tè, con al suo fianco Homer, il carlino che ha salvato, e la sua scorta segreta di liquirizia nera.

 

Dati libro 

TITOLO: Devon Drake – Cornerback
TITOLO ORIGINALE: Devon Drake – Cornerback
AUTORE: Jean Joachim
AMBIENTAZIONE: U.S.A.
TRADUZIONE: Elena Turi per Quixote Translations
SERIE: #4 First&Ten
PAGINE: 289
GENERE: Sport Romance
FORMATO: E-book
PREZZO: € 3,49 su Amazon
DATA DI USCITA: 14 Novembre 2017

 

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Per la rubrica incontro con l’autore, Milena Mannini ci porta a conoscere Enrico Lanzalone. Andiamo a scoprirlo!

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Oggi ho il piace di fare due chiacchiere con un autore al quanto misterioso, il suo genere è il fantasy

Anche se già dalla sinossi capirete che non è poi così irreale quello che scrive.

 

 

 

L’autore

Enrico Lanzalone nasce a Varese il 2 settembre 1994. Si diploma presso il liceo classico E. Cairoli e si iscrive a giurisprudenza all’università degli studi dell’Insubria. Da sempre lettore accanito e appassionato di fantasy e storia, nel 2017 pubblica il suo primo romanzo Squadra Demolizioni. Quando non disegna mappe o lavora al prossimo romanzo scrive le sue idee bislacche e tutto quello che gli passa per la mente sul blog Regogolo Boemetto.

 

 

Squadra Demolizioni

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Su Aend l’epopea fantasy è morta da un pezzo.

A Bluren, poi, è in avanzato stato di decomposizione. Un coacervo di razze diverse si ammassa entro i confini mutevoli della metropoli, dove tecnologia e arcano si mescolano insieme. La mafia delle fatine klix domina i bassifondi, i demoni gestiscono le assicurazioni, i non morti sintetizzano nuovi tipi di stupefacenti, mentre la nobiltà degli orecchie a punta vive nel lusso della città alta.

Ma questo fragile equilibrio sta per spezzarsi.

Un misterioso terrorista, armato di ferrei ideali e esplosivi ad alto potenziale, sta seminando il caos nella città. Mentre l’alta guardia brancola nel buio, l’ispettrice Rethién si trova davanti un’unica alternativa: se gli eroi preferiscono firmare gli autografi a ragazzine urlanti, solo il peggio offerto da Bluren può affrontare la nuova minaccia. Una squadra di folli; una squadra capace di far tremare le fondamenta della metropoli; in poche parole: “La Squadra Demolizioni”.

 

 

 

 

M. Se ti chiedessi di parlarmi un po di te?

 

E. Voglio divertire e divertirmi.

Di sicuro sono qualcuno che non si prende sul serio. Scrivere è prima di tutto una passione, dunque non ho alcuna pretesa né su quello che scrivo né su me stesso. Ho la fortuna di essere una persona fantasiosa e cerco di ficcare ciò che mi frulla per la testa nelle opere che scribacchio.

Due.

Molte cose, su cui alcune preferisco sorvolare, visto che non sono state per nulla piacevoli. Ma ogni esperienza entra a far parte del bagaglio personale e ritengo di essere cambiato in maniera radicale in questo biennio di avventure (e disavventure, ahimé). Ognuno di noi si porta dietro una battaglia da combattere ogni giorno, quindi preferisco affrontarle con un pizzico di ironia e un sorriso scanzonato in volto. Forse si è rivelato l’insegnamento più caro dell’ultimo periodo: non prendersela e lasciare correre.

 

 

M. Chi è Enrico nel mondo della scrittura?

E. Direi nessuno, in questo momento! Sono un semplice scrittore emergente con molte idee in testa e tanta voglia di scrivere. Non mi reputo migliore di nessuno e so che davanti c’è una strada difficile, tuttavia scrivere per me rappresenta in primis una passione, quindi finché c’è quella riesco ancora a galleggiare!

 

 

M. Cosa ti aspetti di raggiungere nella vita e nella scrittura?

E. Sono uno studente di giurisprudenza, ormai alla fine del suo percorso. Quello che spero di aspettarmi è di non essere un disoccupato! Nella scrittura? Francamente non lo so, non ho progetti precisi. Come ho detto, per ora basta la passione.

 

 

M. Questo libro è un Fantasy, ma tocca temi che possiamo trovare ogni giorno?

E. Decisamente sì, anzi forse più della media. Invece di un lontano medioevo troveremo un mondo con un’ambientazione che oscilla tra il 1800 e il 1900. Perciò, sempre sotto il velo della comicità e della parodia, Squadra Demolizioni affronta tantissimi temi odierni: politica, società, povertà, razzismo, corruzione, morte degli ideali e molto altro ancora. Io agisco per vie indirette, descrivendo il mondo come fossi un pittore, senza alcun giudizio di valore: in pratica cerco di lasciare che sia il lettore a farsi la sua idea. Prima su Aend, poi sul nostro mondo.

 

 

M. Il tuo modo di scrivere è influenzato da?

E. Mio diretto ispiratore è stato Terry Pratchett, del quale ho sicuramente ereditato la sferzante comicità. Tuttavia credo di distaccarmene per quanto riguarda lo stile di scrittura, che tende ad allinearsi a una leggerezza riscontrabile nella narrativa moderna, e per il mio amore per l’azione e la violenza. C’è molto pulp nella mia opera, molto poco fantasy oserei dire.

 

 

 

M. Hai avuto difficoltà a pubblicare?

E. Francamente no. Mi sono deciso subito e ho scelto per l’auto pubblicazione. Forse con i futuri progetti tenterò una nuova via e a quel punto saprei rispondervi!

 

 

 

M. Hai già idee per romanzi futuri?

E. La Side B di Squadra Demolizioni verrà pubblicata i primi mesi del prossimo anno, così da concluderne la vicenda, ma il progetto a cui sto lavorando in questo periodo è il primo tassello di una trilogia (sempre Aendiana) che dovrebbe narrare una vicenda molto più ampia.

 

 

 

M. Qual è la migliore pubblicità per il tuo romanzo?

 E.Quella che fa vendere più copie! Battute a parte, la migliore pubblicità sono i lettori soddisfatti che consigliano la lettura del romanzo a un parente o a un amico

 

 

 

M. Ci regali uno stralcio del tuo lavoro?

 

E.

La feroce accusa terminò. Kalligaris volse il capo verso il banchetto degli imputati. <In preliminare la difesa si esprime?>. Vikko si alzò in piedi. <Allora, io affermo che le mie clienti sono…>. Si chinò verso Talli. <Siete innocenti?>. <Sì!>. L’avvocato sorrise al giudice. <Innocenti!>. Kalligaris ondeggiò il collo. <Mmm, solo questo?>. <Uhm>. Vikko ci pensò su. <Che quello che hanno detto sono delle stronzate. E anche l’avvocato loro è uno stronzo>. Aitiamis divenne rosso di rabbia. <COME OSI?!>. La folla mormorava scandalizzata. <Dottor De Sprutz, non mi pare il luogo e il momento nel quale insultare liberamente il proprio collega, le chiedo di contenersi un minimo o dovrò farla uscire dall’aula> Ingiunse il giudice. Vikko alzò le braccia. <Va bene, va bene… escremento allora>. <Dottore!>. <Escrementi di un escremento>. Erbetta scoppiò a ridere. Talli chiese una pala per sotterrarsi. <Ho detto di smetterla con le contumelie dirette all’escr… al signor Atiamis!>. <Dottore> Puntualizzò l’eald. Kalligaris fremette. <E stia zitto anche lei!>. <Obiezione!> Starnazzò Vikko. Il giudice crollò sul suo seggio, già esausto. <Su che cosa… di grazia?>. <Secondo il decreto baronale del terzo segmento regolamentale della lega del Bisse, per l’esattezza all’articolo quattordici- sexties, comma trentanove…>. L’avvocato si mise a camminare avanti e indietro davanti allo scranno del magistrato, tormentando il lungo pizzetto. <… come riformato dal nobilissimo e compianto barone Ciano Mangiacavalli, il termine escrementi et similia può essere liberamente utilizzato in sede processuale, senza essere considerato contumelia di alcun genere>. Gli spettatori si guardavano a vicenda, Atiamis scuoteva la testa. Tuttavia, dopo una breve consultazione, Kalligaris ammise: <Uh, ha ragione. Obiezione accolta>. L’eald spalancò la bocca. <Cosa?!>. Vikko ridacchiò. <Non ha sentito, signor letamone?>. <Giuro che…>. Kalligaris alzò gli occhi al cielo. <Ha altro da dire dottor De Sprutz? Almeno riguardo alle istanze preliminari. Visto che il suo atto era praticamente illeggibile, con questi dannati disegnini di… ehm, organi di riproduzione…>. <Naaa, sono innocenti, me lo hanno assicurato, va già bene così>. Il giudice annuì, quindi passò ai riti sacri prima dell’esame dei testimoni. Atiamis e Vikko si scambiavano sguardi infuocati. Talli afferrò le spalle dell’avvocato e lo tirò a sedere di scatto. <Mi vuoi dire che questa sarebbe la tua difesa?! Dire che siamo innocenti?! E basta? Ma che grande avvocato! A parte scoprire come insultare la gente impunemente, non potresti trovare un modo per salvarci dallo squartamento?!>. <Ellapeppa, ora vi squartano pure?>. La ragazza agitò le manette e azzannò il bordo del tavolo dal nervoso. <Ma non le hai mai lette le leggi di qua?!>. <Calma, calma. Sono un avvocato, mica un secchione>. Vikko si fece accendere un altro sigaro. Poi dovette accarezzare la testa della giovane prima che avesse un attacco epilettico. <Su, non schiumare troppo. Ho un piano perfetto, vinceremo di certo>. <L-lo spero> Bofonchiò Talli, la voce cavernosa <A-anche per te>.

 

 

Un autore originale che vi invito a scoprire. E che è nato grazie alla magia di Mondo disco. Riposa in pace Terry

Alessandra Micheli

 

 

 

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“Pian della tortilla” di John Steinbeck. A cura di Beniamino Malavasi

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Parlando di “Pian della Tortilla” (titolo originale “Tortilla Flat”) John Steinbeck afferma, con una giusta dose d’orgoglio, che: “Ho scritto queste storie perché sono storie vere e perché mi piacciono. Ma le sentine della letteratura hanno considerato i miei personaggi con la stupidità delle duchesse che si divertono coi contadini e li compiangono”.

“Picaresco” è, invero, l’aggettivo più ricorrente tra i critici nel commentare questo romanzo, visto come descrizione delle avventure dei “picari”, popolani furbi, imbroglioni e privi di scrupoli.

Al riguardo Steinbeck prosegue, sostenendo che: “Queste storie sono pubblicate e io non le posso più riprendere, ma non sottometterò più al contatto degradante della gente perbene questi bravi esseri fatti di allegria e di bontà, di cortesia ben superiore a tutte le smancerie.” E conclude scusandosi con i suoi protagonisti: “Se ho causato loro dei torti raccontando qualcosa delle loro storie, me ne dispiace. Ciò non avverrà più. Adios, monte!”.

Come dargli torto?

Sì, certo, all’apparenza “Pian della Tortilla” si presenta come un testo ironico, persino comico, comunque leggero (basti pensare all’elogio del “grande orologio d’oro del sole” nel cap. XIV o ai “principi dei codici militari” nel cap. VIII o, ancora, al concetto di proprietà antitetico a quello di amicizia – cap. I).

A ben guardare, però, le cose stanno diversamente.

“Pian della Tortilla” è del 1935 (siamo in piena “Grande Depressione” causata dalla crisi del ’29) e Steinbeck vi affronta i temi a lui più cari: il problema dei reduci dalla guerra, la condizione delle minoranze etniche, il baratto come strumento per acquistare beni di prima necessità, vino incluso… (“Dove va questo Paese?” scriverà più tardi in “Furore”).

“Io non entrerò nella stanza con Padre Ramon, poiché vi si eran raccolti in intimità Pilon, Pablo, Gesù Mariae Joe Portoghese il Grande, Johnny Pom Pom e Tito Ralph, il Pirata e i cani, insomma i familiari di Danny.” Scrive Steinbeck. “La porta era stata chiusa, ed è chiusa. Gli uomini hanno dell’orgoglio dopo tutto, e vi son cose che non si possono dire ai quattro venti.” Cap. XVI. Steinbeck è sempre con le sue creature, ride con loro, soffre con loro; le rispetta e non esita a farsi da parte quando gli eventi lo impongono: tatto e delicatezza al pari degli altri paisanos, anzi, come l’ultimo di essi.

Ma è nel capitolo successivo, allorché spiega che: “La morte è una faccenda personale che suscita dolore, disperazione o sconsolata filosofia. I funerali, d’altra parte, sono una funzione sociale…..un uomo può essere oggetto di amore, di odio o di cordoglio mentre muore; ma una volta morto egli diventa il principale capo d’ornamento di una complicata cerimonia mondana.”, che si coglie il pragmatismo, la capacità di descrivere in poche righe ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno può/vuole ammettere.

Capacità di sintesi unita alla semplicità di linguaggio: doni importanti per uno scrittore e che il Nostro (non dimentichiamolo insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1962 con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta.”) ha saputo trasformare al meglio in pagine delicate e indimenticabili.

Steinbeck ama i suoi personaggi e noi con lui: “Pian della Tortilla” è un affresco che suscita nel lettore sentimenti fini, gentili, ammantati da una bontà d’animo propria di uno dei sentimenti più importanti per l’essere umano: l’amicizia.

Da leggere!!!!

 

Atmosfera tutta natalizia nel nuovo libro targato Quixote edizioni ” Una famiglia per Natale” di Jay Northcote. Non lasciatevelo scappare!

 

 

 

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Trama

Zac non ha mai avuto una famiglia tutta sua, ma Rudy ne ha una così grande da poterla condividere.
Rudy, timido e senza esperienza, ha una cotta per Zac fin dal momento in cui il suo nuovo collega è entrato dalla porta dell’ufficio. Una sera prima di Natale, Rudy trova il coraggio di farsi avanti, e iniziano a legare. Quando scopre che a Natale Zac sarà completamente solo, lo invita a passare a casa sua.
Zac preferisce tenere le persone a distanza, eppure quando Rudy gli offre un Natale in famiglia, resistere è impossibile. Lui è orfano, e rimane piacevolmente sorpreso dal modo in cui viene accolto a casa di Rudy. L’unico inconveniente è che tutti danno per scontato che loro siano una coppia. Non volendo deludere la madre di Rudy e trasformare il Natale in una situazione imbarazzante, decidono di non negarlo.
Per Zac non è certo difficile fingersi il fidanzato di Rudy, ma la recita gli fa desiderare cose che lo spaventano… per esempio avere davvero una relazione con lui. Ha già subìto abbastanza rifiuti nella sua vita, e ha paura di mettere a rischio il suo cuore. Se riesce a superarli, e a lasciar entrare Rudy nella sua armatura, per Natale potrebbe ricevere più di quanto avesse mai immaginato.

L’autore

Jay vive appena fuori Bristol, nel West England. Viene da una famiglia di scrittori, ma ha sempre pensato che con lui il dono per la narrativa avesse saltato una generazione. Ha passato anni a scrivere solo e soltanto email, articoli, o contenuti internet.
Un giorno ha deciso di provare con un racconto, giusto per vedere, se ne era capace e ha scoperto che dava dipendenza. Non ha più smesso da allora.
Jay è transgender, e in precedenza era noto come ‘lei’.

 

Dati libro

TITOLO: Una famiglia per Natale
TITOLO ORIGINALE: A family for Christmas
AUTORE: Jay Northcote
AMBIENTAZIONE: Inghilterra
TRADUZIONE: Sara Benatti per Quixote Translations
PAGINE: 177
GENERE: Contemporaneo
FORMATO: E-book
PREZZO: € 3,49 su Amazon
DATA DI USCITA: 28 Novembre 2017

 

 

 

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