Festival del Romance Italiano 2020 SECONDA EDIZIONE -Nel cuore dei lettori- 26 Settembre 2020 presso Mediolanum Forum (via G. di Vittorio, 6 – 20090 Assago (MI)

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Dopo il successo della prima edizione, con oltre 700 lettori, 150 autori, case editrici e giornalisti, torna anche per il 2020 il Festival del Romance Italiano.

L’idea alla base della kermesse letteraria made in Italy, ideata dal blog letterario Il Rumore dei Libri in collaborazione con l’agenzia internazionale di eventi Kinetic Vibe, è far riscoprire il fascino del romance italiano e i suoi protagonisti, mettendo in connessione autori e lettori all’interno di un unico grande evento.

La seconda edizione del Festival del Romance Italiano è in programma per il 26 settembre 2020, dalle 10 alle 18, presso Mediolanum Forum, sala Gallery, AssagoMilano.

Anche quest’anno saranno oltre 100 gli autori che prenderanno parte all’evento, tra scrittori editi da importanti case editrici e nomi noti del self publishing.

Un’unica signing session collettiva, alla presenza di case editrici di medio/alto livello, un libraio, esperti del settore editoriale, giornalisti, blogger, youtuber, grafici, agenti letterari e tantissimi ospiti.

Una seconda edizione, quella in arrivo, che si prospetta ricca di sorprese, ma sempre all’insegna dell’amore per i libri e la lettura.

Per maggiori informazioni sull’evento è possibile scrivere tramite mail all’indirizzo ufficiostampafestivalromance@outlook.it.

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“Il manoscritto” di Franck Thilliez, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sono arrivata a bramare la lettura del manoscritto attirata dalle tante parole non solo di lode, ma anche ricche di un miscuglio di emozioni che virano dal orrore al disagio profondo.

Chiunque abbia aperto questo libro ne è rimasto profondamente colpito, traumatizzato, disturbato, turbato, quasi disgustato.

Come se esso contenesse dentro un canto oscuro, simile a unghie che stridono sul vetro, un suono difficile da dimenticare, che irrompe magari in notti strane, quelle senza luna, senza luce, senza nulla che un buio profondo.

E’ pur vero che il thriller deve far rabbrividire.

Ma in quel brivido esiste un inizio e una fine, decretata dall’ultima illuminante pagina.

E’ una sorta di viaggio nelle menti più perverse dove, però, alla rivelazione finale i colpevoli hanno la loro giusta punizione.

Ecco che altri ne usciranno redenti, altri “puniti” e la verità scioglierà i nodi che tengono il lettore avvinto al testo.

Questo, nel manoscritto, non esisterà.

La verità, oscura viscida, strisciante non sarà affatto una redenzione, ma una condanna.

Il male, la perversione, faranno da padrone sullo sfondo di una società per nulla idilliaca che non avrà più tappeti dove nascondere il suo marcio.

L’autore vi nutrirà di quelle scorie e ve le farà conoscere come base fondante di ogni azione umana.

Nessuno si salva.

Nè le vittime ne i colpevoli.

Nessuno avrà la giustizia perché quando la pazzia e il male iniziano a dominare le menti e le azioni, nessuna eventualità di riscatto è mai possibile.

Ecco che da thriller con una sua motivazione etica, il testo diventa solo una voragine di oscurità che prende il lettore impreparato, curioso o convinto che, in fondo, la bellezza salvi e lo trascina con se.

Ecco il perché di tanti commenti che evidenziano lo stile serrato, e il ritmo sempre più cacofonico che diviene un urlo finale acuto come quello di una Banshee, nella loro testa.

Questo perché da sempre il male, la pazzia, la follia, la perversione, sono, in fondo, tollerati come sfoghi necessari di una società che perde pezzi di se.

Troppo abituata alle apparenze e totalmente estraniata dal cosiddetto patto con l’ombra, quello di junghiana memoria.

Noi di ombre, di dolore, di tragedie ne siamo costantemente informati e plasmati, tanto da riconoscerle come parte inevitabile della nostra evoluzione.

Che però, priva di slanci emotivi, di afflati ideali, di volontà caparbia di guerrieri contro questi tentacolari alieni, diviene involuzione.

Perché un mondo, una società che accettano la perversione come elemento necessario alla nostra sanità mentale non è che una società che accetta dentro di se il cancro che la porterà alla morte.

E il manoscritto, in questo senso è altamente etico, più di chi pone, come risoluzione, la luce della giustizia.

Perchè dobbiamo renderci conto che, il progresso, non porta e non può portare con se anche il disfacimento morale e mentale.

Che non significa alienazione, perché è in questo baratro che germogliano demoni e mostri.

Dobbiamo capire che non si vince sottomettendo l’altro.

Che non si sfoga il giusto dolore con la violenza e con la trasgressione. Che la trasgressione morale è una porta aperta sull’abisso, permettendogli di guardarci e di iniziare a sedurci piano piano.

Siamo troppo abituati a accettare il peccato e il male, come altra faccia della medaglia e non più come un interlocutore da affrontare con parole di speranza.

E’ vero.

Il bene ha come controparte il male.

E’ vero.

Molti psicologici parlano della necessità di non combatterlo, ma di parlarci e di modificarlo alla radice.

E’ una lotta costante, diversa da quella tra buoni e cattivi.

E’ un dissolverne le ragioni che lo sostengono e trasformalo in altro.

Ecco il significato oggi della lotta al male e al peccato.

Conoscerlo, ricordarsi della sua esistenza, parlarci e vederlo nella sua costituzione interna per iniziare a smontarlo.

E ricostruirli in un altra forma.

Dobbiamo individuare quelle cesure societarie che portano alla scelta sbagliata.

Dobbiamo imparare a prenderci cura delle componenti della nostra realtà.

Il male ci pone davanti alla nostra vera natura di demiurghi, di eredi del potere creativo di dio.

Non dobbiamo contemplarlo in una società relegandolo ai bassifondi. Dobbiamo iniziare a usare l’arte della creta e ri-modellarlo.

Altrimenti il manoscritto in tutta la sua aberrante di-sincronia, non diverrà altro che profezia.

E alle battute finali noi avremmo solo la conferma che ci siamo perduti. Inevitabilmente, orrendamente, perduti.

Il blog è lieto di presentarvi “Diario di una strega serie. Dream’s Boy” di Valeria De Luca. Da non perdere!

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Trama:

Sì può amare un’entità che viene dal mondo astrale?
L’amore esiste soltanto nel mondo terreno?
Io, Morgana, una strega bianca, posso garantirvi che l’amore viaggia anche su altre dimensioni. L’amore non ha ostacoli, età, razza e nemmeno dimensioni. L’amore è un sentimento talmente potente, che può investire chiunque come un uragano.
Nel mio diario ho scritto di questo amore: l’amore per il mio Dream’s Boy.
Un ragazzo che viene dai sogni, dal mondo astrale, ma che per magia i miei occhi hanno incontrato i suoi anche nel mondo terreno. Un legame karmico che va oltre il tempo, lo spazio. Vita dopo vita, ci siamo ritrovati, ma niente è semplice come sembra. Il mio Dream’s boy mi ha ferita nel passato e nel presente, e continuerà a ferirmi, se io non lo perdonerò. Ha ridotto il mio cuore in tanti piccoli pezzi di cristallo. Ha reso la mia anima fragile in un tormento continuo, senza fine. Ma io sono una strega. Sono risorta dalle mie stesse ceneri come una fenice.
Dream’s Boy, non ti permetterò più di farmi del male; di ridurre la mia anima a brandelli e il cuore in una gabbia di spine.

Una storia d’amore tormentata che viaggia attraverso lo spazio, le dimensioni. Morgana dovrà affrontare un viaggio dentro se stessa e fuori dal suo corpo, attraverso le linee del tempo, che la porteranno a ripercorrere le sue vite precedenti e il dolore che pulsa all’interno delle sue vene, che si espande attraverso il cuore fino ad arrivare alla sua anima antica.

 

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Titolo: Dream’s Boy

Autore: Valeria De Luca

Serie: Diario di una strega #1

Genere: Paranormal Fantasy, Paranormal Romance

Casa Editrice: Self Publishing

In uscita: 11 Ottobre 2019

Formato: Ebook €1,50

Cartaceo € 6,24

Disponibile con Kindle Unlimited

 Il romanzo è in preorder

Link d’acquisto:

https://www.amazon.it/Dreams-Boy-Diario-una-strega-ebook/dp/B07YR57R63/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=dream%27s+boy&qid=1570353944&sr=8-1

“L’arte di cavalcare il vento” di Francesco Tiberi, 96 Rue de la Fontaine. A cura di Alessandra Micheli

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Un vento può avere diversi gradi di forza.

Può essere lieve e piacevole sulla pelle, caldo o profumato di effluvi floreali.

O può essere forte, indomito e selvaggio e avere il sapore della libertà. Liberi come il vento e selvatici come gli alberi attraverso cui passa.

Ma può anche essere la tempesta che devasta tetti e case, che stappa gli alberi dalle radici e suona con un rumore quasi malvagio.

Bisogna saperci dialogare con il vento.

Parlarci e imparare a conoscerlo.

E perché no, se non domarlo imparare e cavalcarlo a essere tutt’uno con lui.

Il vento può avere mille volti.

Può essere l’amato che va via, un ideale che si spegne con la luce del giorno.

Una sensazione che non ha abbastanza ali per volare.

O passioni frustrate da una vita che di dipana tra meraviglia e stantia quotidianità.

E in questo contesto cosi sfumato e variegato, siamo tutti giocolieri o attori della nostra commedia dell’arte.

Talenti che come farfalle si dibattono in una stanza chiusa, bramando la luce della luna che brilla fuori dalla finestra.

Siamo immersi in una duplice realtà che ha il sapore dell’incanto ma anche l’amarezza della disperazione.

Ecco che Tiberi racconta di esseri che sono alieni al reale cosi chiuso e provinciale e cosi a volte scomodo, tanto da essere osservati con una sorta di timore reverenziale.

Perché leggerlo il libro da due sensazioni opposte e contrastanti.

Il sorriso di chi si riconosce nell’errante, colui che è di nessun modo e di ogni mondo, che sa guardare con il giusto distacco la vita e provare quell’empatia, quella compassione necessaria per viaggiare attraverso se stessi.

Non a caso il suo compagno è il cane, quello psicopompo capace di far orientare il viandante dentro gli impervi percorsi dell’anima.

E poi c’è chi leggere con una sorta di brividi di ripulsione perché il libro deriderà con un certo tono picaresco, tutte le sue assurde convinzioni.

Nulla è più provinciale, per un provinciale, che ripudiare il suo provincialismo” 

Ed è la consapevolezza che ci rende erranti.

Ed è nella volontà di fidare le convenzioni di camminare con un certo tono scanzonato che nulla toglie alla profondità del nostro essere.

Ecco che nel libro la vita si dipana come se fosse un enorme arazzo colorato, assurdo a tratti disturbante, ma cosi attraente per chi ha sete di infinito.

Ecco che le verità che si svelano ai nostri occhi sono semplici eppure cosi poco assorbite dal nostro io: l’amore per tutti gli esseri come riflesso dell’amore per la nostra complessità di essere umano.

L’amore e basta.

L’istinto che ci guida e che ci rende creature complesse e favolose, cosi ricche di cosa da dire e di sentimenti da regalare.

E Tiberi sa creare la giusta magia, donando sogni, donando arte. Donando un po’ di se stesso al lettore.

E il lettore ne sarà irrimediabilmente conquistato.

La rubrica Viaggi attraverso la storia presenta “Le bandiere perdute di Dante”. A cura di Alfredo Betocchi

Bandiere di Dante

Tutti sappiamo quanta poca sensibilità e quanta superficialità c’è in Italia nel trattare l’argomento delle bandiere. Forse nell’Ottocento c’era più considerazione perché i vessilli erano visti nell’ottica irredentista del Risorgimento. Quante volte abbiamo visto su stampe antiche feste imbandierate, città, castelli e perfino casali in campagna pavesati di cento bandiere, appese, ondeggianti o sventolate dalla gente.

Col passare degli anni e con il calare del sentimento patriottico per la nazione, dovuto soprattutto alla reazione, nel secondo dopoguerra, dell’esasperato sciovinismo del passato regime, è caduta anche l’attenzione verso i suoi simboli.

Negli anni ’70, a seguito dei successi calcistici della nostra nazionale, il tricolore riapparve nelle nostre strade e sui balconi.

Fortunatamente negli ultimi tempi, con il risveglio della coscienza nazionale promossa dal nostro Presidente della Repubblica, il più amato di tutti i precedenti Capi di Stato italiani, (fatta eccezione forse per Azeglio Ciampi), si è assistito a dimostrazioni popolari in cui l’esposizione della bandiera è stata la più considerevole espressione.

Tuttavia, l’incuria e il disinteresse verso tale simbolo hanno prodotto in passato immensi danni al nostro patrimonio vessillologico.

Ed ecco una storia emblematica di quanto l’indifferenza degli uomini incida nella distruzione dei preziosi cimeli del passato.

Nel maggio 1865 venne celebrata a Firenze appena proclamata capitale d’Italia, una grandiosa festa per il 6° Centenario della nascita del Divino Poeta Dante Alighieri, con la presenza del re Vittorio Emanuele II e la partecipazione di centinaia di delegazioni provenienti da tutta Italia, soprattutto da quelle regione da poco liberate in seguito alla Seconda Guerra d’Indipendenza. 

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Ogni delegazione, formata da sindaci, presidenti di Province, rappresentanti di Accademie culturali, Istituti scolastici, Società operaie e ogni sorta di organizzazioni civiche, portò con sé una bandiera con i colori nazionali o del proprio ente. Alla fine della celebrazione, tutte queste bandiere e gonfaloni furono donate alla città di Firenze e depositate in un ambiente di proprietà comunale.

Nel 1869, appena otto anni dopo l’Unità d’Italia, mentre Firenze era ancora Capitale, la raccolta di vessilli e gonfaloni, in numero di 370, venne depositata presso il Reale Museo annesso alla Chiesa di San Marco, la stessa da dove nel ‘400 governò Girolamo Savonarola e nella quale soggiornò negli anni ’70 del secolo scorso, prima di morire, il Sindaco in odore di santità, Giorgio La Pira.

Anche allora la burocrazia non è che fosse un fulmine. Dal giorno della donazione, ci vollero quattro anni buoni prima di vedere le bandiere in mostra al Museo.

Le bandiere furono esposte in un ambiente attiguo alla Biblioteca Monumentale, nella quale, detto per inciso, anch’io ho lavorato con tanti altri giovani al restauro delle pagine infangate dei testi antichi, nel novembre del 1966, dopo l’alluvione che spazzò tutta la città.

Le bandiere rimasero in quell’ambiente fino al 1878, dopo di che il Comune pensò bene di trasferirli in un’altra più prestigiosa sede: in Palazzo Vecchio, luogo preposto al governo cittadino. Essi furono sistemati prima nella Sala dei Gigli, così detta per i fiordalisi d’oro su fondo azzurro sulle pareti affrescate in onore del Re d Francia da Benedetto da Maiano nel ‘400 poi nella Sala delle Bandiere, cosi detta appunto per le bandiere ivi esposte.

Nel 1908, le bandiere furono traslocate ancora nel Museo del Risorgimento seguendolo poi, nei suoi vari spostamenti, da Palazzo Vecchio a Casa Buonarroti, l’antica dimora del celebre Michelangelo.

Il Museo del Risorgimento venne spostato, e con esso le bandiere, presso il Collegio Militare di Via della Scala, nei pressi della Stazione, dove oggi c’è la Scuola per allievi sottufficiali dei Carabinieri. Infine, dal Collegio Militare, il Museo del Risorgimento fu nuovamente trasferito in locali annessi alla Chiesa di Santa Maria Novella, non lontano da lì.

Nel 1938, il Museo venne smantellato e le opere d’arte e i cimeli di proprietà del Comune finirono in parte nei magazzini e in parte in depositi presso altri istituti, come la Biblioteca ed Archivio del Risorgimento, a tutt’oggi nel complesso dell’ex monastero delle Oblate, nei pressi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova. E’ questo il caso delle nostre bandiere. Nel 1953, in occasione della mostra “Firenze Capitale d’Italia” ospitata in Palazzo Pitti, antica residenza dei Granduchi di Lorena e del Re d’Italia tra il 1865 e il 1870, furono esposte 370 bandiere e nel catalogo della mostra sono state indicate come provenienti dalla Biblioteca e Archivio del Risorgimento. 

 

Poi, in quel tragico avvenimento che fu chiamato “l’Alluvione di Firenze”, la preziosa raccolta subì gravi danni. La protezione civile e “gli Angeli del fango”, così si chiamarono i volontari, si adoperarono generosamente per alleviare gli immensi disagi della popolazione e per salvare i capolavori dell’arte e della scultura. Ovviamente, nessuno ebbe un piccolo pensiero per gli antichi e gloriosi vessilli che tuttavia non furono portati via dalla furia delle acque e dispersi in Arno come si credette per molti decenni ma semplicemente spariti dalla memoria collettiva.

Poi, all’improvviso e sicuramente per caso, la sovraintendente di Palazzo Pitti, già reggia del re d’Italia nel quinquennio 1865-70 di Firenze Capitale,accompagnata da un professore della Scuola Normale Superiore di Pisa, scoprì nei sotterranei del palazzo decine di casse lunghissime. Aperte alcune di esse si trovò dove erano finite le famose bandiere scomparse. La gioia di aver ritrovato quelle illustre bandiere credute perdute fu unanime tra gli intellettuali e i politici italiani e la sua eco arrivò fino ai massimi livelli, fino al Presidente della Repubblica che volle un Convegno dedicato proprio a quell’evento così straordinario. Il 15 ottobre 2013, in Palazzo Vecchio, a Firenze, nel Salone de’ Dugento, parlarono illustri studiosi di Storia Patria e di Vessillologia mentre il Presidente della Repubblica inviò un messaggio di plauso. Purtroppo nessuna delle bandiere ritrovate potè essere messa in mostra a causa del loro precario stato di conservazione. Il restauro sarà lungo e costoso. 

 

 

Nuove uscite targate Ianieri editore, da non perdere!

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Sinossi

Ispirato al celebre Girotondo di Arthur Schnitzler, che l’autrice riprende con una certa elasticità, Cuori a spigoli di Cinzia Bomoll è un romanzo singolare costruito come fosse un mosaico: sedici episodi collegati tra loro, in cui la voce narrante si rivolge in seconda persona a ciascun personaggio. Nel micromondo creato dalla Bomoll tutto sembra essere mosso dalla passione e dal desiderio. Storie di amore e di sesso, raccontate sempre attraverso uno sguardo trasversale e sopra le righe. Fra i personaggi che si incrociano come in un gioco a incastri incontriamo un feticista dei piedi – che fa per l’appunto il podologo e convive con una donna i cui piedi sono invece stati amputati –, due quindicenni “pro-Ana” (fanatiche sostenitrici dell’anoressia come scelta di vita), un buzzurro che tradisce abitualmente la fidanzata, un medico legale, un antennista, un’attrice… Cinzia Bomoll si muove tra cinismo e sentimentalismo, tra i toni della commedia nera e del racconto intimista, con uno stile dai tratti spesso truci. Disegna personaggi ben congegnati, che si muovono in maniera imprevedibile e hanno tutti in comune un senso di solitudine che li rende sofferenti. Cuori a spigoli è un romanzo vivace dalle varie chiavi di lettura, da cui emerge forte quel senso di irrequietezza e incomunicabilità legato alla nostra società, una narrazione coinvolgente in cui l’amore scorre lungo ogni pagina fino al sorprendente e inaspettato colpo di scena finale.

L’autrice
Autrice Cinzia Bomoll è scrittrice e regista. Dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequenta un corso di sceneggiatura della RAI, uno di scrittura creativa della Scuola Holden di Torino e la scuola di fiction Mediaset. Nel 1998 pubblica il suo primo racconto, Figa sfiga senza fuga (in Ho qualcosa da dirvi, Einaudi Stile Libero). Dal 1997 dirige vari cortometraggi e un documentario, Il Diamante Scheggiato, per arrivare nel 2006 al suo primo lungometraggio, Il segreto di Rahil. Lavora anche per la televisione, in RAI, Mediaset e La7, e come aiuto regista per il dvd dello spettacolo musicale Notre-Dame de Paris. Nel 2008 esce il suo primo romanzo, Lei che nelle foto non sorrideva (Fazi Editore). Nel 2010 gira il suo secondo lungometraggio, Balla con noi, un musical prodotto da RAI Cinema. Sempre per Fazi Editore, nel 2011 pubblica il romanzo Sessantanove, ambientato nella Torino dell’Autunno caldo.

 

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Sinossi

Quello che resta narra la storia di una scrittrice che convive da sempre con una gelosia irrisolta nei confronti della sorella Sara. Una linea sottile di invidie e silenzi le separa all’interno di un affetto più imposto che sincero. Una profonda novità nella vita di Sara obbligherà Irene a interrogarsi sulla propria identità, a riflettere sulla propria vita matrimoniale e a porsi le grandi domande esistenziali, fino a capire che «era tutto così falso». Tra tradimenti e non detti Irene riuscirà a scoprire gli inganni di una famiglia tranquilla, infelice, ma perfetta. Con penna precisa e delicata Emanuela Amici affronta uno dei sentimenti più reconditi e frequenti che lacera l’animo femminile, e non solo.

L’autrice
Emanuela Amici vive a Roma, dove insegna Italiano nella scuola media. Dopo essersi laureata in Lettere Moderne, con indirizzo in Storia dell’Arte, ha collaborato con l’Enciclopedia Treccani, con la rivista Arte e Critica, e ha lavorato presso la galleria d’arte contemporanea La Nuvola di via Margutta a Roma. Ha pubblicato inoltre Dislessia e didattica (Armando Editore, 2018), un manuale ispirato all’approccio multisensoriale Orton-Gillingham.

 

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«Da noi si dice che il melograno è una pianta che porta fortuna, simboleggia ricchezza e prosperità. Ne ho visti molti anche sull’isola. Anche voi dite così?» «Se bastassero i melograni saremmo un popolo molto fortunato, da queste parti ce ne sono in abbondanza lungo tutta la costa e sulle isole. Ma non saranno sufficienti a salvarci, quando sarà il momento».

 

Sinossi

Un’isola della Dalmazia nel 1991, nei giorni che precedono lo scoppio della guerra nei Balcani. Una donna che trasforma il tempo della vacanza in un viaggio dentro la propria vita. Un uomo che deve scegliere da che parte stare e quale senso dare alla propria esistenza. Non ci salveranno i melograni racconta del momento in cui per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale in Europa si sono affermati i nazionalismi; di come una guerra fratricida abbia sconvolto le geografie e le anime, e delle ragioni di chi allora ha scelto di non arrendersi.

L’autrice
Maristella Lippolis ha esordito nella narrativa pubblicando racconti sulla rivista «Tuttestorie», diretta da Maria Rosa Cutrufelli. Vincitrice del Pre mio Piero Chiara 1999 con la raccolta La storia di un’altra, in seguito ha pubblicato i romanzi Adele né bella né brutta (Edizioni Piemme, 2008), finalista al Premio Stresa 2008, Una furtiva lacrima (Edizioni Piemme, 2013) e Raccontami tu (L’iguana editrice, 2017). Collabora con la rivista «Leggendaria», il «LetterateMagazine», il Magfest.

Spesso le donne sono considerate capaci di scrivere solo narrativa di genere. Ma una coraggiosa casa editrice ci dimostra che, dentro ognuna di noi, un certo lato oscuro esiste. E va raccontato. Edizioni le Assassine, ci propone un’ampia scelta di donne capaci di farci rabbrividire. Titoli da non perdere!

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Sinossi

“Una detective story esemplare…un buon esercizio mentale per il lettore che ha appena ricevuto una cartella dal Fisco. Davvero un buon libro” London Mercury Charmian Karslake, famosa e bella attrice americana, viene trovata morta il giorno dopo un ballo organizzato da Sir Arthur Penn-Moreton e dalla moglie Lady Viva nell’aristocratica dimora di campagna di Hepton Abbey. Charmian è stata uccisa nella sua stanza, chiusa dall’interno, con la propria pistola e l’unico oggetto mancante è uno zaffiro prezioso da cui non si separa mai, ma che per la sua storia sembra solo portare sfortuna. Può dunque essere il furto del gioiello il movente dell’omicidio oppure c’è dell’altro? Per risolvere il caso viene chiesto l’intervento dell’ispettore Stoddart di Scotland Yard, che ben presto scoprirà come molti abitanti e ospiti della casa abbiano dei segreti da nascondere, e come anche il passato di Charmian sia avvolto dal mistero, tanto da suscitare il sospetto che Hepton non fosse per lei un luogo sconosciuto. Le indagini si estendono così agli abitanti del villaggio, ma poi vengono temporaneamente indirizzate altrove, quando la moglie di uno dei sospettati viene brutalmente assalita, rischiando di morire. Un enigma della stanza chiusa, così caro al giallo classico con una descrizione della vita della upper class e della gente comune di una tipica contea inglese.

 

L’autrice

Annie Haynes nasce nel 1865 nel Leicestershire, nel 1923 inizia la sua carriera di scrittrice e dimostra subito un forte interesse per le storie gialle e la psicologia criminale: “capace di fare miglia in bicicletta per andare a vedere di persona la scena di un omicidio”. In un articolo dell’autorevole The Illustrated London News è nominata tra le scrittrici di detective fiction più capaci dell’epoca insieme a Isabel Ostrander, Carolyn Wells e naturalmente Agatha Christie, tutte a contendere l’alloro al creatore di Sherlock Holmes per spirito e ingegnosità.

Dati libro 

Vintage

Chi ha ucciso Charmian Karlslake?

Prezzo 13 euro
ISBN 978-88-94979-10-7
Prima edizione 1929.

 

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Sinossi

In questo giallo, che risale ormai a oltre cent’anni fa, Damon Gaunt è un detective cieco chiamato a indagare sulla morte di un ricco uomo d’affari, molto in vista nella società newyorkese che conta. La famiglia del morto si rivolge a lui, infallibile nonostante sia cieco fin dalla nascita, perché non ha fiducia nella polizia e teme che un’indagine tirata troppo per le lunghe possa infangare il buon nome della famiglia. Il romanzo è costellato di aringhe rosse, un espediente usato nei gialli per depistare il lettore nella ricerca del colpevole. Inizialmente si pensa infatti che il delitto sia dovuto a un furto, ma Gaunt smonterà l’ipotesi, scoprendo che l’omicida va cercato proprio all’interno della famiglia del morto. Centrale in tutta la vicenda è la cecità del detective, che nel risolvere il caso è in grado di utilizzare tutti gli altri sensi, oltre alla sua perspicacia fuori dal comune.

L’autrice

Isabel Ostrander fu una scrittrice americana di gialli molto prolifica, ne scrisse più di trenta, usando come nom de plume non solo il proprio, ma diversi pseudonimi maschili come Robert Orr Chipperfield, David Fox e Douglas Grant. Negli anni Venti era un’autrice molto conosciuta; Agatha Christie si ispirò a due suoi detective per creare i personaggi di Tommy e Tuppence in Partner in crime. Purtroppo morì nel 1924 a soli 41 anni, finendo tra quelle autrici cadute nell’oblio; resta comunque tra i primi scrittori a proporre nelle sue storie la figura del detective cieco. Non pochi film del cinema muto hanno attinto dai suoi romanzi.

Dati libro 

Collana: Vintage

All’una e trenta Un caso per il detective cieco di Isabel Ostrander

Edizioni Le Assassine

Euro 13

ISBN 9788894979114

 

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Sinossi

A Casablanca, città in cui si mescolano valori moderni e tradizionali, un serial killer firma i suoi delitti con citazioni del Corano, convinto di essere il designato da Dio per epurare la città dai suoi miscredenti. L’uomo, originario del profondo Sud del Marocco, è sicuro infatti di detenere tutta la verità ed è divorato da un odio profondo per coloro che per il loro comportamento considera empi: li scruta di continuo dalla sua sedia di custode di un condominio, trasformata in un punto di osservazione e di controllo del quartiere di lusso dove lavora. L’inchiesta sull’insospettabile serial killer è condotta da un commissario un po’ depresso, che ama bere: questi, durante le indagini, conosce Rita, una giornalista curiosa ed emancipata che vive sospesa fra due culture, quella occidentale e quella musulmana. L’anonimo pluriomicida continuerà le sue gesta? E Rita non sarà forse un obiettivo ideale per il solitario psicopatico?

 

L’autrice

Bahaa Trabelsi, giornalista, scrittrice e anche sceneggiatrice, ha vinto con La sedia del custode il premio letterario Sofitel 2017. Presidente della giuria che ha assegnato il premio era Tahar Ben Jelloun. L’autrice è stata insignita in passato di altri riconoscimenti per le sue opere e lo scorso anno, in occasione della Festa internazionale della donna, il suo ritratto ha fatto parte dei 100 ritratti di donne che contribuiscono

 

Dati libro

Collana Oltreconfine

La sedia del custode di Bahaa Trabelsi

Edizioni le Assassine

Euro 14

ISBN 9788894979084

 

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Sinossi

Nancy Dampier, una giovane ragazza inglese, arriva a Parigi dopo aver trascorso tre settimane di luna di miele con John, un pittore inglese naturalizzato francese. La coppia ha deciso di restare qualche giorno all’hotel Saint Ange, ma sfortunatamente è l’anno dell’Esposizione universale e gli albergatori non sono riusciti ad avvisare i due giovani che l’albergo è al completo, così marito e moglie sono costretti a dormire in camere separate per una notte. Il mattino dopo per Nancy inizia l’incubo. I Proprietari dell’albergo la trattano in modo sgarbato, e quando chiede spiegazioni riceve una sconvolgente notizia: la sera prima lei è arrivata da sola e non c’era nessuno ad accompagnarla!Da qui parte l’affannosa ricerca del marito, che però resta senza risultati. I giorni diventano così settimane e mesi, le congetture sulla scomparsa dell’uomo crescono… Che cos’è veramente successo?

L’autrice

Marie Belloc Lowndes, autrice tra l’altro di The lodger (L’inquilino), più di un milione di copie vendute, ha ispirato con le trame dei suoi romanzi diversi film, tra cui il primo film muto di Hitchcock.

Dati libro 

Vintage: Luna di miele da incubo

Pag. 204

Prezzo 12 euro

ISBN 978-88-94979-00-8

 

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Sinossi

La signorina Trumbull, una newyorkese di mezza età dai modi impeccabili e dall’eloquio facile, decide di lasciare la sua comoda dimora per andare a trovare in campagna Charlotte, una vecchia compagna di scuola, al cui invito non può più sottrarsi, anche se la giudica troppo cupa e triste per i suoi gusti. Fortunatamente la presenza di Phyllis, una giovane cugina di Charlotte, e quella di Leo, figlio di Frederick Ullathorne, noto artista del vetro, sembrano rendere piacevole il soggiorno della donna. Tuttavia la situazione precipita quando nel laboratorio dove si producono le vetrate artistiche vengono ritrovati nel forno dei resti che sembrano appartenere a un essere umano. Ben presto si arriva alla conclusione che questi siano di Frederick Ullathorne, uomo dal pessimo carattere, dispotico con i dipendenti e con il suo stesso figlio. Per questo motivo molti potrebbero essere i responsabili dell’omicidio; quando però i sospetti si addensano su Leo, la signorina Trumbull, che ha un debole per le indagini, decide di mettersi a investigare per proprio conto ed effettivamente riesce a “vedere ciò che altri non hanno visto”. Così facendo finisce però per mettere a repentaglio anche la propria vita.

L’autrice

Margaret Armstrong (1867-1944) fu una donna dai molti talenti: per gran parte della sua vita fu un’illustratrice molto apprezzata di copertine in stile Art Nouveau. Si dedicò alla scrittura piuttosto tardi, realizzando tre romanzi gialli che trovarono un’eco molto positiva nella critica; tra i suoi lettori ebbe anche Agatha Christie. Haycraft la considerò una delle migliori scrittrici tra quelle che ricorsero alla tecnica dell’HIBK (Had I But Know ovvero se lo avessi saputo), di cui Mary Robert Rinehat fu l’iniziatrice. 

Dati libro

Collana: Vintage

Il mistero della vetreria di Margaret Armstrong

Edizioni le Assassine

Euro 14

ISBN 9788894979152

 

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Sinossi

In piena notte una donna se ne sta tutta sola davanti al Pantheon e stringe tra le braccia una borsa. La donna è Anna-Marie Caravelle. Quando, ventiquattro anni prima, Monique Bonneuil decide di tenere in gran segreto con sé quella piccola dall’enorme voglia color vinaccia sul viso, non immagina di certo il mostro che avrebbe ospitato sotto il suo tetto e che lei stessa contribuisce a creare, segregandola per anni nel piccolo appartamento. La ragazza, spinta dai suoi demoni e perseguitata dal suo passato, comincerà a uccidere “dapprima poco e poi sempre di più”, un modo per regolare i conti con la vita che fin dall’utero materno non le ha mai sorriso. Questa è dunque la storia di Anna-Marie Caravelle. Ma che ci fa ora inginocchiata in piena notte nel centro di Parigi? E che cosa contiene quella borsa misteriosa che sembra custodire come un tesoro?

 

L’autrice

Solène Bakowski ha inizialmente autopubblicato La borsa su Amazon e nel giro di pochi mesi ha incontrato il favore di oltre 15.000 lettori, vincendo nel 2015 il premio della giuria di Amazon. Ora il libro è pubblicato in Francia da Bragelonne (Milady). Sul sito di http://www.edizionileassassine.it sono riportati commenti e recensioni molto positive sul romanzo.

Dati libro

Oltreconfine:

La borsa

Pag. 220

Prezzo 13 euro

ISBN 978-88-94-97-9-01-5

 

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Sinossi

Madeleine Van Norman è una giovane e bella ereditiera, molto corteggiata, che sta per sposare Schuyler Carleton, un uomo riservato e introverso di cui è molto innamorata. Alla vigilia delle nozze Madeleine viene trovata morta nella sua lussuosa villa nel New Jersey. Accanto al corpo, nella biblioteca della casa, apparentemente a prova d’intrusioni dall’esterno, c’è un foglio in cui la donna annuncia il proprio suicidio. Ma sarà stato veramente un suicidio? In realtà molti presenti nella casa hanno un motivo valido per volere la morte della donna. Le indagini condotte da due detective dilettanti e da funzionari poco capaci girano a vuoto fino all’arrivo di Felming Stone, detective privato brillante e sagace, che in due giorni saprà risolvere il caso.

L’autrice

Nata nel 1862 a Rahway nel New Jersey e morta nel 1942 a New York, Carolyn Wells è stata una scrittrice molto prolifica: ha scritto più di 170 libri. Con Il tagliacarte veneziano (titolo originale The Clue), è stata inserita nell’Haycraft Queen Cornerstone List, l’elenco dei romanzi crime e mystery più autorevole per i collezionisti e gli appassionati del genere. La lista fu infatti compilata da Howard Haycraft e aggiornata da Ellery Queen: http://www.classiccrimefiction.com/haycraftqueen.htm. Carolyn Wells è considerata un’antesignana degli autori della Golden Age, tra cui primeggiano naturalmente Agatha Christie e Dorothy Sayers.

Dati libro

Il tagliacarte veneziano

di Carolyn Wells

Collana: Vintage

Euro 12

ISBN 9788894979053

 

“L’uomo di carta” di Sharon Bolton, Newton e Compton editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sarà l’età o il particolare momento che sto vivendo, ma il libro di Sharon Bolton mi ha colpito fino in fondo all’anima.

Non è solo un thriller, non c’è solo quel senso di claustrofobia o di orrore davanti alla scelleratezza umana.

C’è molto di più.

Esiste un je t’accuse profondo e pertinente a questi strani tempi che stiamo vivendo.

Tempi in cui tutto è alla portata di tutti, le distanze si annullano, le capacità umane danno il meglio di se instaurando, per ironia della sorte, una specie di dittatura tecnocratica.

E a farne le spese sono i rapporti umani, la comunicazione fatta di gesti e di mimica facciale, sostituiti oramai dalle macchine e dai social.

Le tradizioni ci appaiono obsolete, ingombranti in questo nuovo millennio di sfide superate e di nuove da guardare con arroganza.

La superstizione è relegata nell’angolo oscuro di una mente che ha scelto di credere nella meccanica e mai più alle suggestioni dei sentimenti.

Perfetto direte voi.

Peccato che per quanto ci sforziamo restiamo umani, totalmente umani, in balia degli stessi demoni che oggi rinneghiamo.

E cosi la conoscenza diviene pugno o coltello per incidere sulla carne della nostra socialità e iniziare a servirsene per scopi non proprio luminosi.

L’uomo di carta racconta di questa costante perdita di noi stessi, palesandoci come, oggi alla soglia del terzo millennio, siamo ancora attaccati a stereotipi e tradizioni.

Solo che le capovolgiamo.

Ecco che la strega torna in una forma diversa.

Non più colei che manteneva intatte le speranze di un popolo annichilito dal potere, di chi fungeva da collante per tenere unita una solidarietà contadina lacerata dalle nuove realtà sociali delle città.

Oggi la strega è colei che si oppone alla massa, si oppone al diventare omologata e accettare in modo pedissequo, le leggi oramai legittimate e conclamate dall’alto.

L’uomo di carta è la storia di un mondo che perde se stesso, ma anche la storia di un potere femminile braccato dalla volontà di dominazione rappresentata appunto da chi, alla tradizione, preferisce la finalità cosciente.

In questa storia di colpe e di redenzioni è palese come oggi tutto sia sacrificato al dio business, al dio affare, al dio denaro.

Persino le antiche tradizioni.

Ecco l’urlo di ribellione di quelle donne rese dissidenti perché incapaci di abbassare la testa e di farsi cancellare dalla realtà:

È da tempo ormai che abbiamo smesso di fidarci degli uomini interessati alla stregoneria. Gli uomini vogliono entrare nella nostra congrega per imparare le nostre arti e poi usarle per fini sbagliati».

E questa l’Amara realtà.

Ci chiamano streghe perché non riusciamo e non vogliamo riuscirci a entrare nei loro sordidi giochi di potere.

Ci chiamano streghe e ci bruciano perché tentiamo di rendere reali i nostri sogni, di un mondo dominato dalla cooperazione e mai dalla sopraffazione.

Chi chiamano streghe perché amiamo il contatto con l’essenza di ogni cosa, fuggendo inorridite la costante apparenza.

Che è e resta prigione dei sensi e delle volontà.

Ci chiamano streghe quando non accettiamo di interpretare il ruolo che loro hanno scelto per noi, persino il modello di abito da indossare, il saluto con cui entrare in società, il trucco e la camminata, sempre sui tacchi in punta di piedi per non disturbare.

Ci chiamano streghe perché abbiamo cosi tanto amore per il nostro corpo da impedirci di mostrarlo ai lupi affamati.

Ci chiamano streghe perché immaginiamo vite diverse, immaginiamo e con questo potere plasmiamo realtà.

Ci vogliono al rogo perché rappresentiamo l’alternativa a una vita monotona e standardizzata.

Ci chiamano streghe perché proteggiamo, impastiamo con lacrime e sangue il nostro domani.

Perché il dolore lo abbracciamo e con esso danziamo un ballo tondo, un ballo persino con la morte che davanti a noi si inchina con riverita ammirazione.

Ci chiamano streghe perché sappiamo vedere oltre il velo, sollevarlo con rispetto e rimetterlo a posto, vincendo la tentazione di usarlo per i nostri fini.

Ci vogliono bruciare perché urliamo la nostra indignazione, perché cantiamo a squarciagola, perché siamo scollacciate e a volte irriverenti. Perché l’autorità per noi non è un qualcosa calato dall’alto ma donato dal popolo.

Ma mentre noi bruciamo sui roghi di anni di prigionia, noi restiamo donne.

Voi uomini di carta, cosi fragili che la pioggia vi distrugge.

E mentre scivolate via in rigagnoli di limpido liquido disceso dal cielo, noi veniamo ri-battezzate e ne usciamo diverse.

Credo che le donne battezzate in questo lago cambino»,

La donna che nuota nelle acque torbide degli eventi, non affoga.

Ne emerge diversa.

Non abbiate mai paura del flusso anche selvaggio, devastante della vita. Voi siete parte di quel flusso.

Voi siete l’oggi e il domani.

Voi rappresentate la terra e il cielo.

Non abbiate mai paura di chi vi teme.

L’uomo di carta:

è la storia delle donne e delle streghe. Dei bambini che amiamo e dobbiamo proteggere. E degli uomini che ci temono.

Nuove uscite Fanucci da non perdere!

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Il segno del caos – Le cronache di Ambra #8
L’ottavo capitolo delle 
Cronache di Ambra è una potente lettura dove segreti, cospirazioni, vendette e stregoneria vi regaleranno emozioni a non finire.

Il cavaliere delle ombre – Le cronache di Ambra #9
Il nono capitolo delle 
Cronache di Ambra è un’opera fantasy sofisticata, narrata da uno dei più importanti maghi della parola che unisce sapientemente suspense, intrighi e allegorie.

Il principe del caos – Le cronache di Ambra#10
Il decimo capitolo delle 
Cronache di Ambra è davvero imperdibile. Una letteratura fantasy che conclude degnamente una serie a dir poco strabiliante.

L’autore:

Roger Zelazny  è nato il 13 maggio 1937 a Euclid, nello stato dell’Ohio (U.S.A.). Ha frequentato la Columbia University dove ha conseguito la laurea in letteratura inglese nel ’62, studiando il teatro Giacobiano ed Elisabettiano. La passione giovanile per la fantascienza e i primi tentativi di farsi pubblicare dei racconti vengono coronati nel ’62 con l’uscita del suo primo racconto, Passion Play, su Amazing Stories. Seguiranno nei primi anni Sessanta una serie di racconti innovativi e dirompenti, che lo proclamano come uno degli iniziatori della New Wave fantascientifica americana. Nel corso della sua carriera vincerà 6 premi Hugo e 3 premi Nebula e si imporrà come autore fantasy di immenso successo proprio con le Cronache di Ambra, divise in due serie. Zelazny ha collaborato con grandi scrittori come Philip K. Dick (in Deus Irae) e Robert Sheckley, e ha continuato a scrivere sino alla morte prematura, avvenuta il 14 giugno 1995.

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I sei cloni di Mur Lafferty

Una storia ricca di suspense, con personaggi memorabili e un mondo ben costruito.” Publishers Weekly

“Un avvincente giallo che pone una delle questioni filosofiche più difficili: cosa significa essere umani?” Los Angeles Times

“Un mondo fantascientifico costruito magistralmente.” Library Journal

I sei cloni è un giallo fantascientifico che procede alla velocità della luce.” Scott Sigler, autore di La porta sull’abisso

Sinossi:

Mentre la Terra è sempre più depauperata di risorse e sfiancata da guerre, la nave spaziale Dormire trasporta nel paradiso incontaminato di Artemis, un pianeta nel sistema stellare Tau Ceti, migliaia di esseri umani addormentati. Nel viaggio di quattrocento anni necessario per raggiungere la destinazione finale, le loro vite sono salvaguardate da IAN, sofisticatissima Intelligenza Artificiale con poteri decisionali e di veto. Ma qualcosa va storto: i sei membri dell’equipaggio, tutti ex criminali che sperano di ripulire il proprio passato e ricominciare una nuova vita su Artemis, improvvisamente si svegliano. Si ritrovano in una stanza, circondati da sangue e cadaveri e con le menti, prive di ricordi, in nuovi corpi. IAN è stata sabotata e la nave è ormai fuori rotta. Questo può voler dire solo una cosa: qualcuno ha ucciso i loro sé precedenti. L’equipaggio della Dormire ha un mistero da risolvere: chi è l’assassino? E perché ha sabotato il viaggio? Per quello che ne sanno, il colpevole potrebbe essere anche uno di loro…

L’autrice
Mur Lafferty, classe 1973, vive a Durham, North Carolina. Scrittrice e famosa podcaster, è stata definita da Cory Doctorow “la Signora del podcasting sci-fi”. Ha scritto per riviste e giochi di ruolo, e ha vinto i premi letterari Parsec Awards for Best Novella nel 2008 e John W. Campbell Award for Best New Writer nel 2013. Nel 2018 il suo romanzo 
Sei cloni è stato nominato ai premi Hugo, Nebula, e Philip K. Dick.

“Stirpe” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Abbiamo un nuovo capitolo della meravigliosa saga scritta da una sempre eccellente Jordan Hawke.

E stavolta sarà il capitolo decisivo, quello che riuscirà finalmente a completare il cammino evolutivo del buon Whiborne.

Lo abbiamo visto brutto anatroccolo aggirarsi in una realtà dominata, invece, bellissimi cigni.

Cigni che lo guardavano con una sorta di ribrezzo o di compassionevole compatimento.

E non so cosa sia davvero peggio.

Cosi lo incontriamo, nascosto ai margini di una vita che gli scorreva davanti, mai protagonista e sempre attonito spettatore.

E cosi il imo primo incontro con Perceval fu strano, permeato da sentimenti contraddittori. Da un lato mi riconoscevo in lui, quel suo essere cosi distante dalle convenzioni, e dall’idea di uomo, quella acclamata come unica possibile. Dall’altra parte provavo una sorta di rabbia sorda per quella sua indefinitezza, quel suo essere quasi evanescente nonostante si avvertisse nelle buie regioni del suo io più nascosto, una certa passionalità e un certo grado di spregiudicato coraggio. La stessa autrice lo tratteggiava con penna sicura, facendo emergere da quel suo grigio oblio dei tratti di colori vividi e brillanti.

Ecco che la sua indeterminatezza lo rendeva difficile da conoscere e capire: chi era questo strano ometto cosi simile a noi nerd cosi colto e cosi poco adatto alla sua società, un alieno silenzioso e invisibile che scivolava attraverso la realtà cercando quasi di mimetizzarsi.

E poi avventura dopo avventura, complice l’incontro con quella forza che sa risvegliare le anime dormienti (l’amore) lo abbiamo visto crescere, comprendere la sua unicità e prendere sempre più consapevolezza del suo essere uomo prima che animale sociale.

E piano piano, tra tentativi ed errori si è riappropriato della sua immagine.

Finalmente si è specchiato negli occhi innamorati di Griffin e ha visto che si, forse non era un cigno.

Ma un aquila stupenda, vissuta per troppo tempo credendosi un pollo. Un percorso di crescita perfettamente descritto nel quale non è difficile riconoscersi.

Un percorso simile a quelli di tanti eroi dei racconti graaliani, ma sopratutto simile al mio che ho stentato a accettare le mie ali cosi diverse eppure cosi totalmente mie. Ma con una sostanziale differenza.

Per gli eroi della famosa Queste du Graal, il corpo non era altro che uno strumento di estasi divina. Era attraverso l’amore sognato ma anche toccato con mano che avveniva il cambiamento dell’io. Era attraverso l’amore per la dama che si trovava il proprio Graal interiore. Intento dei racconti era solo esaltarlo, raccontarlo e illustrarlo a chi ambiva alla stessa completezza.

Nella nostra realtà è totalmente diverso.

Nelal nostra realtà l’idea che ci domina e ci limita è una cesura profonda tra spirito e metaria che li considera non solo inconciliabili ma persino nemici. Chi ama il piacere terreno non può ambiare la paradiso. Chi ama il paradiso deve tenersi lontano da ogni tentazione.

Ecco che, nonostante l’apparenza di società postmoderna libertina, ci troviamo avvinti dalla più esacerbata sessuofobia.

Ne è esempio l’emergere costante e inquietante di tanti libri che reiterano l’idea di come il sesso sia trasgressivo, peccaminoso e provocatorio. Ne è esempio di come, per i diritti fondamentali, spesso ci si affidi al corpo, mostrato senza pudore come un atto dissacratorio.

Impensabile per i tempi in cui prosperarono racconti che danno il nome al nostro eroe, laddove il sesso era semplicemente un aspetto della vita cosi quotidiano che non era necessario usarlo come arma di protesta.

Era parte della vita e come tale, accettato nei cicli dei viventi.

Ecco che letto in quest’ottica, il racconto amoroso di Perceval è semplicemente un rifiuto netto e coraggioso della paura della carnalità considerata cosi naturale da essere inserita quasi con noncalanche in un testo che parla di crescita ma anche di problematiche sociali.

Senza scandalo, senza pretesa di scioccare è semplicemente parte del percorso umano del nostro “eroe”.

Ecco perche la sua presa di coscienza, non può avvenire solo a livello mentale, ma sopratutto corporeo proprio in virtù della sua iniziale inconsistenza.

La passione che aleggia in ogni libro sensualità soffusa e a tratti intensa che incendia il cuore e la mente ci fa comprendere come la passione e la carnalità non siano da sfuggire come mostri tentacolari e minacciosi, ma fiumi in cui immergersi e rinascerne mutati.

A questo punto possiamo pensare che l’evoluzione del personaggio avesse trovato la sua compattezza.

E invece no.

Cosa mancava allora a whiborne per diventare un vero eroe?

L’incontro più importante, decisivo, quello a cui è stato preparato per tutta la sua vita: quello con l’ombra.

E’ solo facendo emergere tutto il nero che è in lui, mettendo a repentaglio tutto ciò che ha conquistato, rispetto, amore di se, passione e felicità, Percival può diventare davvero pienamente “umano”.

Solo perdendo può ottenere un armatura resistente incisa con i nomi di di giustizia e rispetto per l’altro, e difendere come un vero eroe della tavola rotonda, difendere tutto ciò in cui crede.

Ma in cui crede davvero.

E non solo per sentirsi migliore, unico, diverso e dominante.

Per essere un “cavaliere” moderno deve ottenere la coscienza che, in fondo, mette a repentaglio se stesso per un’idea più grande: il bene comune.

E il bene comune non può essere difeso scendendo a patti con le stesse forse che lo minacciano.

Il bene comune non può accettare compromessi che mettano a repentaglio le parti che lo compongono: gli uomini.

Senza la tentazione, non potrà mai essere davvero libero.

Non potrà mai amare davvero.

Non potrà mai avere ideali cosi saldi da erigersi come un muro scintillante come un diamante dall’onda del male che si abbatte costantemente sulle nostre isole.

Per divenire il protettore della sua realtà e dei suoi affetti Percival deve accendere una luce nel buio.

Scendere nell’abisso sentirsi perduto e alzare lo sguardo verso le stelle.

E decidere di stringerle forti a se.

Deve perdere l’amicizia per capire quanto essa sia preziosa.

Deve rischiare di perdere l’amore per stringerlo poi forte tra le sue braccia.

Deve incontrare le lusinghe del potere, per capire la sua inutilità.

Deve sentirsi spavalderia e sicuro per capire quanto sia la sua fragilità l’unico vero bene prezioso l’unica difesa contro il male che spesso si maschera da ideale.

E capire che è sempre preferibile sacrificare il proprio sabato, le proprie convinzioni per poter difendere quel misero ma unico essere chiamato uomo.

E’ necessario dividere in buoni e cattivi per poter poi comprendere come tutto dipenda dalle sfumature e dalla visuale.

E che in fondo il mostro non è altro che qualcuno diverso da te, magari semplicemente da conoscere.

E’ necessario essere arroganti per diventare davvero umili.

Perché solamente la tentazione, come fece a Gesù nel deserto ci rende davvero forti e ferrei sulle nostre scelte e decisioni.

Perché chi troppo sicuro di se, troppo certo delle sue convinzioni lastrica la strada dell’inferno con le sue buone intenzioni.

Frasi fatte?

Forse.

Ma reali.

Perché quando l’ideale diviene più importante della compassione allora credetemi, l’abisso vi ha guardato fisso negli occhi e ha preso in ostaggio la vostra anima.

L’arrogante diventa umile nel momento in cui si rende conto che tutta la sua prosopopea non vale il sorriso dell’amato, o l’abbraccio dell’amico.

Whiborne lo impara sulla pelle, ed è quella cicatrice che pulsa che diventerà il suo marchio e il suo scudo.