Inquietante al punto giusto e al tempo stesso profondo e appassionato, “Un villaggio scomparso” di Tim Weaver, Fanucci time Crime, ha tutti gli ingredienti giusti. Cosa aspettate a leggerlo?

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Un’indagine serrata, complessa, sullo sfondo di una storia intensa e misteriosa.

Un nuovo caso per David Raker.

 

Sinossi:

Durante la notte di Halloween, i nove residenti di Black Gale si riuniscono per una cena. Mangiano, bevono e ridono. Giocano e scattano delle foto. Le foto saranno l’ultimo ricordo di ciascuno di loro. La mattina seguente, infatti, l’intero villaggio sembra svanito nel nulla.
Senza cadaveri, prove o indizi di sorta, il mistero sull’accaduto a Black Gale rimane irrisolto per i successivi due anni e mezzo. Ma alla fine le famiglie delle persone scomparse ingaggiano un investigatore, David Raker, come ultima, disperata speranza per scoprire cosa sia accaduto quella notte, là dove la polizia sembra essersi arresa. E da quel momento, l’ossessione delle famiglie coinvolte diventa anche la sua…
Quali segreti condividevano i tranquilli abitanti di Black Gale? Cosa nascondevano alle loro famiglie? Erano veramente quello che sembravano? David Raker è sulle tracce di nove persone scomparse o di nove cadaveri?
Scavando nel passato per fare luce sui fatti di quella terribile Notte dei morti, Raker si ritroverà invischiato nel caso più difficile, contorto e misterioso che abbia mai affrontato, in cui emergeranno strane connessioni tra Los Angeles e gli abitanti di Black Gale.

Biografia dell’autore:

Tim Weaver è nato nel 1977 a Bath, dove vive con la moglie e la figlia. Giornalista dai molteplici interessi, ha esordito con il romanzo Morte sospetta, primo capitolo della serie dedicata a David Raker, l’investigatore specializzato nella ricerca di persone scomparse, di cui fanno parte Tracce di morteSvanitoNessun ritornoOscure veritàTriplice omicidioCuore infrantoChi sono? e La verità su David Raker, tutti pubblicati da Fanucci Editore nella collana Timecrime. Un villaggio scomparso, il suo ultimo romanzo, è un già un bestseller, presente nella top 10 del Sunday Times per tre settimane consecutive.

Il blog è lieto di presentare il libro di Simone Leoncini “Un altro mondo” il Seme Bianco editore. Assolutamente da non perdere!!!

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Latinos in guerra, un cadavere tra gli hippies, No-Global che indagano. Guai in vista per il commissario Maris.

***

 

Quelli delle pandillas vivevano in posti di merda, bevevano come spugne, si ammazzavano di botte e vivevano nell’odio. Gli hippies di Rocchetta stavano in un’incantevole oasi di pace, fumavano solo marjuana autoprodotta, erano non violenti e professavano l’amore universale. Per entrambi i casi era nebbia.

 

SINOSSI:

Genova, capitale europea della cultura 2004, è travolta dalla guerra delle bande di latinos. Intanto a Rocchetta, piccolo e incantato borgo hippie, viene ritrovato il cadavere di un uomo. Il commissario Maris, per scovare l’assassino, dovrà indagare fra questa bizzarra gente, mentre la guerra che dilania le comunità latinoamericane non concede tregua.

BIOGRAFIA:

Simone Leoncini, nato a Genova nel 1974, è operatore sociale e culturale, già presidente del Municipio Genova-Centro Est. Ha pubblicato La posta in gioco e Un omicidio banale, due noir con protagonista il commissario Jacopo Maris. Un suo racconto è stato pubblicato su «Il Secolo XIX» e selezionato per la raccolta Racconti Liguri.

DATI LIBRO 

AUTORE: Simone Leoncini

TITOLO: Un altro mondo

SOTTOTITOLO: Due grattacapi per il commissario Maris

© 2020 – Il Seme Bianco

ISBN 9788833612003

PAGINE: 128

PREZZO: 12,90 euro

“Ribelle senza causa” di Vincenzo Cantarella, Scatole Parlanti. A cura di Alessandra Micheli

Ribelle senza causa- Vincenzo Cantarella

 

Essere ribelli oggi sembra quasi una sorta di colto passatempo.

Quasi uno status di radical chic, di boriosi intellettualoidi che si beano della loro sapienza e si vantano di una sorta di ozioso rifiuto di chissà cosa.

Si è ribelli contro un sistema che nessuno sa cosa sia, perché troppo fumoso, troppo evanescente, troppo lontano da noi.

In fondo, lo si è attraverso post sui social, sulle foto di libri pomposi su intangramm.

Ribelle è oramai un altro modo per essere allineato con il potere.

Un post moderno che è una medusa tentacolare, che ha infettato tutti e che ha lanciato una ferita purulenta su ogni coscienza.

Anche su chi un tempo aveva grandi ideali.

Su chi mai e poi mai avrebbe ceduto e rinnegato l’ideale.

Cosi quando ho letto Ribelle senza causa, un libro che sentivo di dover leggere, mi sono venute in mente le parole dell’unica canzone di Vasco Rossi che io abbia mai amato, Stupendo.

E mi ricordo chi voleva Al potere la fantasia

Erano giorni di grandi sogni sai

Erano vere anche le utopie

Ma non ricordo se chi c’era Aveva queste queste facce qui

Non mi dire che è proprio così, Non mi dire che son quelli lì…

Però ricordo chi voleva
Un mondo meglio di così
Sì proprio tu che ti fai delle storie ma dai
Cosa vuoi tu più di così

E cosa conta chi perdeva
Le regole sono così
È la vita ed è ora che cresci
Devi prenderla così

Vasco Rossi

Negli apparenti sproloqui del nostro protagonista ho ritrovato un intera generazione, distrutta, demotivata e delusa.

Delusa.

Che parola terribile.

Noi che volevamo davvero cambiare il mondo.

Noi che volevamo non solo criticare e demolire ma proporre un alternativa valida a questa tentacolare medusa.

Noi che aborrivamo la finanza sposata con la politica.

Si noi, ribelli senza causa, innestati in un mondo che no può accettarci, che tanta di sedurci ma che ci rigetta.

Perché troppo alieni, troppo distanti da quel pensiero che si tiene intatto a furia di rammendi.

Oggi, dove pure il dissenso non è che una forma nascosta del consenso, essere rivoluzionari come ci raccomandava un comandante, morto per fortuna ancora puro, incapace di insozzarsi con i segreti oscuri di una politica che aveva venduto l’anima a Mammona, bisogna soltanto chiudere gli occhi.

E accettare di comportarsi nel miglior modo possibile. E cosi quei gironi che come dice Vasco

di grandi sogni

dove erano vere anche le utopie

sono sacrificati per divenire un perfetto yuppies.

Inserito nel sistema e deciso a vendere cara la pelle del popolo facendolo diventare massa.

Deciso a sostituire l’uomo con un suo perfetto clone a cui manca, però il potere decisionale.

Deciso a fermare corrompendo ogni soggetto incapace di diventare ingranaggio di una macchina che macina coscienza per trarne un uomo nuovo, perfetto in ogni occasione interscambiabile e capace di adattarsi.

Un uomo che accetta il futuro deciso a tavolino in cui la crisi non ha fatto che scoperchiare il vaso di pandora delle debolezze, che lungi dall’essere aborrite divengono il consueto e il politicamente corretto.

Uomini finti inseriti in una post modernità glaciale e immutabile, in cui nulla di nuovo o di innovativo, sconvolge la regolare routine del sistema.

Dove le regole:

sono cosi ed è ora che cresci.

E io, come Santi sono incapace di crescere.

Non in quest’Italia che assomiglia sempre di più alla visione post apocalittica di Cantarella. Non in un sistema che mania guadagni sacrificando volti divenuti sempre più indistinti e confusi.

Non in una società che deride chi, seppur nella disillusione più pura, tenta di mantenere intatta la sua etica.

E cosi al pari di Santi mi rifugio in quelle canzoni Rock che promettevano la rottura definitiva di quel muro omertoso di complicità e connivenze e che, invece erano la disperata fuga del folle e del sognatore, in un luogo desolato, dove essere accolto da un portiere di notte che ti prometteva che da quell’hotel non saresti mai più andato via.

Al pari di santi ho sentito sempre di più e lo sento tuttora la mia alienazione, il mio dolore forte di chi non riesce più a avere tra le mani la causa giusta per cui proporre un azione politica.

Ma al contempo troppo abituato ormai a ribellarsi.

E cosi questo libro è dedicato a tutti noi, che usiamo la musica per evadere, per creare il nostro oblio, il nostro Hotel California.

A tutti noi arrivati al bivio della vita a fare i conti con un se stesso che per mantenersi puro ha ricevuto cazzotti in faccia, e mostra quasi con orgoglio i lividi.

A tutti noi ribelli senza causa, eroi romantici catapultati in un mondo distopico eppure cosi tangibile in ogni orrore quotidiano.

Noi che nonostante tutto preferiamo i fantasmi del nostro passato, ai demoni in giacca e cravatta che lanciano slogan pesanti come bombe.

E in questo mare di rassegnazione, forse potremmo essere si giunti all’epilogo finale, meno fulgido di quanto sognavamo, ma con quell’ideale stretto nel pugno, cosi forte da essere colorato con il sangue del nostro disfatto credere.

Racconteranno che adesso è più facile

che la giustizia si rafforzerà

che la ragione è servire il più forte

e un calcio in culo all’umanità

Ditemi ora se tutto è mutevole

se il criminale fu chi assassinò

poi l’interesse così prepotente che conta solo chi più sterminò

Romba il potere che detta le regole

cade la voce della libertà

mentre sui conti dei lupi economici

non resta il sangue di chi pagherà

Tutto si perde in un suono di missili

mentre altri spari risuonano già

sopra alle strade viaggiate dai deboli

la nostra guerra non si spegnerà

E torneranno a parlarci di lacrime dei risultati della povertà

delle tangenti e dei boss tutti liberi

di un’altra bomba scoppiata in città

Spero soltanto di stare tra gli uomini

che l’ignoranza non la spunterà

che smetteremo di essere complici

che cambieremo chi deciderà

Pierangelo Bertoli

“Obtorto collo” di Camilla H. Maturi, edito da Scatole Parlanti, a cura di Francesca Giovannetti

  obtorto colloObtorto collo, espressione latina che significa “controvoglia, malvolentieri”.

Qualcuno potrebbe obiettare che non sia un titolo allettante…ebbene dissento, perché è assolutamente azzeccato. Una protagonista decisamente sui generis, con cui il lettore crea un’empatia che non sempre è scontata, dal punto di vista letterario.

Ipazia, giovane donna maltrattata dalla vita, può quasi “bollare” ogni sua decisione con queste parole: “obtorto collo”. Dilaniata nell’adolescenza dal suicidio della madre, cerca di impostare la sua vita all’insegna della routine, di una normalità cercata quasi con frenesia ma nello stesso tempo temuta. Lavorare nella stesso negozio del padre, sposare un uomo non eccessivamente complicato né singolare, tutto per garantirsi un’esistenza che pareggi i conti con il suo trauma.

Ma raramente siamo così padroni del nostro destino. Ci tentiamo, illudendoci di raggiungere la meta, ma basta un leggero soffio per scompigliare un castello di carta. E quello che subisce Ipazia è un vero e proprio tsunami. E nonostante tutto, bisogna reagire. E allora è necessario tirare fuori le unghie, abbandonare il sogno di un’esistenza tranquilla. Mi ricordo una frase sul web, di cui non rammento l’autore, che recitava pressappoco così:

Salvate i rapporti, non le apparenze. E se non c’è niente da salvare, salvatevi voi.

È perfetta per Ipazia, è necessaria per chiunque voglia approcciarsi a questo libro.

Una narrazione psicologia fra passato e presente, un intreccio che si dipana e rivela in un finale eccellente il vero senso del titolo “obtorto collo”.

Una narrazione piena, cruda e angosciante. Una protagonista indimenticabile segnata da eventi tragici, che sopravvive e capisce che, come già detto, non c’è niente da salvare. Tranne se stessa.

Un thriller psicologico da assaporare parola per parola, scritto con cura quasi maniacale verso ogni vocabolo e il suo significato. Una padronanza della lingua eccellente e rara, che scava nei personaggi e nel lettore. Assolutamente consigliato.

Titolo : Obtorto collo

Autore : Camilla H. Maturi

Casa Editrice : Scatole Parlanti

Collana : Voci

La rubrica Cinema e parole presenta “Matrix”. A cura di Aurora Stella

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Poiché (mi è stato detto) ho una innata inclinazione a essere Montessoriana, non posso (per natura quindi) esimermi dalla mia missione: donarvi chiavi diverse di lettura per analizzare film (o libri). Così, dopo aver presentato il viaggio dell’eroe in occasione della recensione di Star Wars, i paradossi temporali per Ritorno al futuro, adesso è il turno del mito della caverna di Platone per Matrix e altri film simili. Alla fine, collezionerete talmente tante chiavi che San Pietro non potrà che invidiarvi.

Scherzi a parte, una visione non esclude un’altra: anche una trilogia come Matrix può essere osservata attraverso il filtro del viaggio dell’eroe e volendo anche dei paradossi (in particolare il loop), ma per questo genere di film non sono sufficienti. Occorre inoltrarsi nell’inesplorato, quanto mai bistrattato, territorio della filosofia. In particolare, di quella greca facendo palare il diretto interessato: Platone

Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro.

Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada sia stato eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attirerebbe l’attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un’eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.

Mentre un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall’infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, animali, piante e persone reali.

Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l’uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del sole ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.

Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s’irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.

Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell’acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi. Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno. Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:


«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano.»I prigionieri immobilizzati davanti al muro, incapacitati nel guardare indietro, fissano la parete e vedendo delle ombre, in realtà modellini proiettati dalla luce di una torcia, credono che esse siano vere figure umane.

(PlatoneLa Repubblica, libro VII, 516 c – d, trad.: Franco Sartori)

Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all’ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall’ascesa con “gli occhi rovinati”. Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento e, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell’accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte.

Ora se vi siete annoiati me ne farò una ragione (e Platone pure), ma se leggendo avete tentato di allargare i vostri orizzonti, vi sarete resi conto di quanti film e libri avete visto e letto, supportati in maniera più o meno consapevole da questo mito.

Non ve ne viene in mente neanche uno?

Vi aiuterò io: per i libri le distopie come 1984 o farenight 451, per il film The Truman show. Anche questo film come Matrix prende spunto, per l’intera vicenda, proprio da questo intramontabile e inossidabile mito, pur essendo una commedia.

Andando indietro nel tempo c’è la fuga di Logan, ma anche film insospettabili come Shutter Island o più palesi come Inseption.

Ma veniamo alla nostra trilogia.

In questi film niente è come sembra e ce ne accorgiamo anche dall’utilizzo delle tecniche. Infatti, credo che Matrix abbia influenzato il modo di fare cinema. Un po’ come era accaduto a Sergio Leone e alle sue famose inquadrature “fumettistiche”. Prima dell’avvento del grande regista italiano, ci si limitava a girare le scene in campo lungo, medio, rari primi piani ecc, dopo Leone la cinepresa ha iniziato a viaggiare dai volti alle mani, soffermandosi a volte sugli occhi per balzare repentina al campo lungo per poi tornare su un particolare e così via dando l’impressione, allo spettatore, di trovarsi in un caleidoscopio di emozioni create dal vortice di immagini e suoni. Qui invece è l’utilizzo del bullet time che la fa da padrone. Non che fosse una grande novità girare scene al rallentatore, ma qui vengono inserite in momenti che avrebbero dovuto essere veloci, con lo scopo di restituire l’impressione visiva di un distaccamento nel tempo e nello spazio dalla prospettiva della telecamera, o dell’osservatore, rispetto al soggetto visibile. Il bullet time, unito a un mito intramontabile, da quel momento ha scatenato l’inferno. Non c’è più stato film d’azione o parodia che non abbia avuto un momento di bullet time…

Ma vi avevo promesso Platone e come al solito mi sono lasciata prendere la mano parlando di cose tecniche di cui ho competenza limitata…

Difatti solo quando sceglieremo la famigerata pillola rossa cominceremo a scoprire quanto è profonda la tana del bianconiglio.

Iniziamo dai parallelismi con il mito (nel caso aveste fatto i furbi e aveste evitato di leggere).

Matrix non è nient’altro che la caverna in cui tutti noi viviamo e a cui tutti siamo legati. Lo voglio dire però con le parole di Morpheus a Neo: “come tutti gli altri sei nato in catene, nato in una prigione che non ha sbarre, non ha mura, una prigione per la tua mente”.

Tosta eh? E ancora insistete che non ha nulla a che fare con il mito? Devo scollegarvi per farvene rendere conto?

Ci accontentiamo delle ombre che vediamo proiettate. Ombre di un mondo che fu (nella trilogia) e che adesso vive in parte a Zion E che ci piaccia o no, potremmo essere noi quei corpi utilizzati dalle macchine come fonte energetica per la loro sopravvivenza. Quante volte vi sarà capitato di fare sogni talmente realistici da non distinguere al risveglio la realtà dalla fantasia? E se come dice Morpheus da un sogno del genere non ci dovessimo più svegliare?

O se l’unico modo per svegliarsi fosse, come per inseption, morire?

Da questa frase (ne sono convinta) uno dei miei registi preferiti (Nolan) deve aver tratto il suo inseption, di cui parleremo in un altro momento.

Neo è l’uomo che esce fuori dalla caverna e resta accecato dal sole (forse, tutto sommato, la pillola blu poteva non essere male), gli uomini pronti a uccidere colui che intendesse risvegliarli sono tutti coloro che permettono agli agenti di Matrix di infiltrarsi, praticamente ognuno di noi.

In the Truman show la faccenda è più palese. La caverna è nient’altro che una gigantesca cupola fittizia costruita intorno a un bambino. Tutto il suo mondo è falso. In Matrix siamo noi, che lo riempiamo. Dopo aver visto questo film mi sono spesso chiesta se non fosse così. Se la nostra realtà non fosse nient’altro che una proiezione. Quando poi è arrivato inseption è stato il clou.

C’è persino una Teoria ella fisica quantistica che spiega come noi non siamo altro che proiezioni…

Non ci credete? Ma come? Lo dicono pure su the big bang theory.

Quante volte osservando come stiamo riducendo il nostro povero pianeta, nell’erronea convinzione che esista un pianeta B su cui fare affidamento, le guerre che ciclicamente ci coinvolgono, la totale mancanza di emopatia, ho davvero pensato che questa fosse una realtà immaginaria da cui prima o poi dovrei svegliarmi. Ve lo dico perché, che vi piaccia o no, se questa simulazione collettiva fosse reale e Matrix fosse una sorta di guida, la cosa che ho trovato tremendamente rivelatrice è la frase dell’agente Smith dove paragona gli esseri umani ai virus. Parlando con il prigioniero Morpheus, in attesa che le sue difese inizino a crollare, gli rivela che uno dei primi tentativi delle macchine per assicurarsi un buon raccolto era stato quello di creare una realtà ideale: niente guerre, niente malattie, niente discriminazioni e… sorpresa? Interi raccolti andarono perduti, perché l’uomo non riconosce come propria una realtà paradisiaca. Se non guarda dall’alto in basso i suoi simili, se non vede degrado e violenza non si sente a casa.

Ecco perché non siamo veri mammiferi: ci installiamo in un punto, consumiamo tutte le risorse e poi ci spostiamo da un’altra parte…

E onestamente non riesco a dargli torto.

Dopo questa simpatica considerazione, tralasciamo i pensieri funesti e torniamo per un momento al primo film e al suo finale “aperto”. Neo che fa sapere a Matrix che presto mostrerà all’umanità la verità e poi nei due sequel il film tradisce sé stesso mandando a benedire Platone.

Questo è il vero problema di molti film in generale. Come vi avevo detto anche per i prequel di Star Wars, se ci si discosta troppo dagli archetipi si finisce per tradire lo spirito del film (o del libro). Perché la trilogia originaria di Star Wars funziona, i sequel un po’ meno e i prequel non funzionano? Non parlo a livello di incassi o di critiche, ma di memoria.

Perché tutti, ma proprio tutti, ricordano Luke Skywalker, adesso Kylo Ren (e anche se devono anora digerire alcune cose rimarrà nella memoria), hanno temuto Darth Vader, ma Anakin e i maledetti midiclhorian non hanno fatto breccia? Perché questi ultimi si sono allontanati troppo dalla sicurezza che il viaggio dell’eroe ci fornisce.

Star wars, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un perfetto connubio di fantascienza e fantasy, ma se si sposta l’ago della bilancia in una direzione piuttosto che nell’altra, si fanno danni. Nella trilogia prequel la fantascienza (clonazione, midiclhorian ecc) sottrae il posto al misticismo della forza. I Jedi più che cavalieri sono guardie del corpo armate…e poi? Girano con un kit che fa le analisi del sangue? Quindi la forza è un fattore genetico come gli occhi azzurri? ma per favore…dov’è andata a finire la guerra nessuno grande fa?

Ecco che lo stesso avviene per Matrix reloaded e Matrix revolution. Cosa c’è che non va, vi chiederete? Semplice. Il tradimento dell’idea del mito della caverna. Il finale, seppur aperto del primo film, lasciava intuire che Neo avrebbe potuto distorcere quella realtà a suo piacimento e invece si trova a combattere con i sistemi di prima. Il kung fu per capirci. Quindi fa un passo indietro e si rimette le catene. Ok sono d’accordo che il film si intitola reloaded, però…

Vogliamo parlare poi del più gande buco nella trama? Talmente grande da far apparire la fossa delle Marianne come un lieve avvallamento? Il ritorno dell’odioso agente Smith, riacciuffato per i capelli con l’escamotage di essere divenuto un virus, dopo essere stato eliminato da Neo. In nessuna parte del primo film si dà adito a pensare che non sia stato rimosso. Niente, neanche un pezzettino piccino picciò, una misera inquadratura, un’apparizione sui titoli di coda. Perciò, stramaledetto agente Smith, da dove sbuchi?

Ecco qui il deus ex machina uscito male. Vi avevo già parlato di questo losco figuro a proposito di Star Wars (parliamo del IX film). Ma se su Star Wars in qualche modo Abrams riesce a inserire l’imperatore come burattinaio di tutto, su Matrix l’agente Smith è proprio buttato dentro a calci, peggio del peggior mondo perduto di Crichton (parlo del libro in questo caso) dopo lo splendido Jurassic park.

Nell’insieme i due sequel fanno l’effetto di un riempitivo di pagine. Tutto un parapiglia tra architetto, oracolo, programmi ribelli per poi arrivare a un compromesso che scontenta tutti, dove entalpia e entropia si stringono la mano? Un eterno ritorno dell’uguale dove scopriamo che l’eletto compie le stesse scelte da innumerevoli volte, che Zion non viene mai distrutta definitivamente pur avendone l’opportunità perché anche questo serve alle macchine per avere il controllo (opinabile), che la vera rivoluzione è in una scelta individuale piuttosto che verso la collettività?

Dove mandiamo a far friggere la massima di Spock che recita “ le esigenze dei molti contano più di quelle dei pochi o di uno solo” in questa versione alla Kirk de alla ricerca di Spock, dove l’individuo (in tema Nietzsche appunto) supera la collettività?

Forse. Ma questi concetti cozzano con il mito della caverna e rendono dimenticabili i due sequel. Una volta scoperto il vero mondo, che importanza può avere come intenda liberare dalle catene gli altri uomini? Vi svelo un segreto. Di tutti gli orribili sequel creati, Matrix reloaded e revolution sono quelli che mi hanno deluso di più. Avrei preferito a questo punto immaginare piuttosto che vedere Neo pestare tutti per cercare un oggetto magico di cui non ha bisogno (il fabbricante di chiavi). Apprezzo il tentativo dei fratelli Wachowski di dare un volto ai creatori della caverna, ma tranquillamente avremmo potuto vivere senza.

Volete fare i pignoli e dirmi che alla fine Neo viene accecato come nel mito? Non vi rispondo nemmeno.

Vi consiglio invece di rivedere Matrix (il primo ovviamente) e se proprio volete rivedere anche i sequel vuol dire che bene o male purché se ne parli funziona ancora.

L’autore si svela: incontriamo Paolo Bardelli autore del libro piccola guida degli anni dieci. A cura di Alessandra Micheli

 

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Piccola guida degli anni dieci è un libro straordinario.

In un viaggio intrigante e pregno di sogni ci lascia intravedere quel famoso spirito del tempo che caratterizza ogni nostra era, dalla più vicina alla più remota. E lo fa senza assumerei l tono pomposo del libro colto. E’ un libro popolare intendendo con questo termine il senso più autentico della cultura, ossia quell’insieme di emozioni, valori, racconti narrati o visivi che forgiano oggi il nostro vivere. E che forse lastricheranno il nostro domani.

Gli anni dieci sono cosi importanti eppure poco compresi proprio perché troppo vicini a noi. E scoprire pagina dopo pagina il loro esplosivo significato ci apre nuove strade, nuove possibilità dandoci conto di opportunità cosi come dei limiti.

Per questo oggi abbiamo deciso di farci raccontare dall’autore i perché e le sue impressioni su quella stessa società che ha delineato nel suo testo. E sono sicura che le sue parole le custodiremo gelosamente dentro di noi per costruire un ponte che dall’attimo presente ci immerga in un domani radioso e meno difficoltoso.

Buon viaggio

Alessandra Micheli

***

A. Perché scrivere un libro su un eventi cosi vicini a noi?

P. Perché credo sia importante parlare del presente o, quantomeno, del passato prossimo. Viviamo in un’epoca di immersione in una sorta di “eterno passato” (remoto): musicalmente sulle riviste, cartacee o online, si festeggiano continuamente gli anniversari dei dischi storici, politicamente leggo e sento tanta retorica relativa a logiche storicamente superate, chi è della mia generazione analizza le nuove tendenze sociali con il confronto nostalgico di “quando eravamo giovani noi” (leggasi “era meglio”), quindi siamo immersi in una bolla di passato immobile che mi intristisce. Il presente invece è in divenire, ha in sé – in potenza – tutte le possibilità. Cercare di capirlo aiuta a viverlo meglio. Gli anni Dieci certo sono passati, ma è un trascorso talmente vicino a noi, come dici tu, che sa molto di presente.

A.Ogni periodo storico lascia la sua impronta, cosa lasciano secondo te gli anni dieci?

P. Sono i primi anni in cui l’umanità ha iniziato a essere immersa in una digitalizzazione spinta, per cui si annotano i primi passi e soprattutto i primi errori nell’ambito di un cammino di alfabetizzazione informatica nell’attesa della più completa era dell’intelligenza artificiale. Le fake news certo, le “echo-chambers” dei social anche, ma pure tutte le infinite possibilità della connettività, dell’open source, delle informazioni e della cultura a disposizione di tutti. Nella musica è arrivato lo streaming, e ha cambiato tutto: la musica non si possiede più, si ascolta in abbonamento e basta, ed è l’evoluzione della tecnologia informatica che ha mutato tutto il nostro rapporto con essa. Allo stesso modo l’informatizzazione sta cambiando i nostri rapporti umani e il nostro modo di pensare, finanche sta talmente attaccandosi alla nostra attenzione che la sta prosciugando. A noi l’arduo compito di direzionare la nostra attenzione a quello per cui valga la pena di dedicare il nostro tempo, che è il nostro bene più prezioso, e soprattutto è un bene finito.

A. Come potremmo descrivere con una parola gli anni dieci?

P. Pop. Sono stati “popular”, il che mi pare in connessione sia con l’estetica di Instagram sia con i populismi politici che conosciamo, ma anche con un’apertura ai bisogni diffusi che potrebbe anche essere positiva.

A. Il mondo di oggi sembra non aver imparato nulla dalla storia, anche quella cosi vicina a noi. Secondo te perché?

P. È una domanda a cui rispondere è un po’ difficile. Forse perché c’è sempre un principio di azione e reazione, tendiamo a dare per scontato le nostre conquiste, di benessere, di libertà, di democrazia, per cercare “qualcosa di nuovo” dimenticandoci che il nuovo può essere peggio, e magari è già stato dimostrato, dalla storia, sia peggio. Mi viene in mente un meme che gira sulla Rete in cui un dinosauro dice all’altro: “Abbiamo bisogno di cambiamento, io voto asteroide”. Questo a livello politico-sociale. Però credo anche che il futuro vada vissuto con slancio, e con una positività che cerchi di portare avanti quello che c’è stato di buono senza aver paura del futuro.

A. Il mondo globalizzato è opportunità o perdita di opportunità?

P. È sicuramente opportunità, bisogna però non perdersi nel mare di scelta e andare avanti avendo comunque dei punti fermi. Faccio un esempio musicale: oggi si può ascoltare il più sperduto gruppo australiano che qualche minuto fa ha messo le sue canzoni su Soundcloud, ma bisogna stare attenti a non utilizzare il proprio tempo solo alla ricerca di tali “piccolezze” se poi ci si perde delle uscite molto più importanti. Quindi occorre fermarsi, ragionare, e rimettersi in carreggiata attraverso gli autori o i pensatori autorevoli che abbiamo individuato per non smarrirsi.

A. Siamo davanti all’evoluzione, seppur lenta della società o a un involuzione?

P. Credo evoluzione, però i codici comunicativi sono cambiati e bisogna riappropriarsene in maniera nuova. Così facendo la sostanza della cultura resterà immutata e anzi non potrà che migliorare. La velocità e la sinteticità della comunicazione possono appiattire i concetti e la capacità di ragionamento, ma possono anche valere, al contrario, come puntualizzazione e sprone per il successivo approfondimento. Insomma, conta sempre come si utilizzano – se bene o male – gli strumenti, e la società ha ora in mano strumenti nuovi (informatici) che deve imparare a usare per evolversi. Ad esempio il giornalismo classico ha bisogno degli youtuber e del loro modo di fare informazione, ma anche viceversa.

A. La tecnologia virtuale, ha davvero ucciso la realtà?

P. No, tutto è ancora reale, è solo diversamente reale.

A. Quale è il demone che oggi minaccia i giovani?

P. Premettendo che l’essere inquieti deve essere una caratteristica dell’essere giovane, perché in cerca di un proprio posto nel mondo, e che comunque tutte le generazioni hanno i loro demoni, anche i quarantenni o in cinquantenni, per i giovani nel 2020 direi che un rischio insito nelle nuove forme di comunicazione sia la solitudine, perché i nuovi metodi di comunicazione tramite device mobili amplificano la comunicazione ma azzerano l’empatia, per cui alla chat va sempre associata la cara e vecchia chiacchierata di persona.

A. Perché la musica è cosi legata allo spirito del tempo?

P. Beh, ci è immersa, come ogni altra forma d’arte ne è condizionata e, se importante, la condiziona.

A. Quale è la musica che ti ha rappresentato di più, tra quelle scelte per il libro?

P. Fondamentalmente sono un amante del rock, per cui nella seconda parte di questo decennio in cui ha imperato il pop (e l’hip-hop) mi sono trovato un po’ a disagio e ho dovuto colmare questo gap con la conoscenza e il confronto con persone più giovani di me che hanno fin da subito amato i nuovi linguaggi pop. E credo di averli capiti, ora.

Chiaro che, nella mia ottica personalissima, mi ha rappresentato di più l’indierock spensierato dei primi anni Dieci, per esempio di Kurt Vile, perché è stato coevo di quando mi sono innamorato, le ballad senza tempo di Sufjan Stevens dedicate alla madre perduta quasi in contemporanea in cui purtroppo è mancata anche la mia, e lo psych-rock digitale dei Tame Impala, che ha fatto da colonna sonora della nascita del mio primogenito.

A. Per molti la musica dal duemila in poi ha perso il suo valore ribelle. Tu cosa ne pensi?

P. Circa i messaggi secondo me continuano ad essere veicolati messaggi “ribelli” anche oggi: di uguaglianza di genere, di sesso, di razza, che non sono ancora assunti nel dna di tutti per cui sono ancora (e aggiungerei purtroppo) se non dirompenti quantomeno antagonisti. Nel libro ho fatto tanti esempi, da Beyoncé a Kendrick Lamar. È vero invece che le sonorità si sono ammorbidite perché tutto è visto con una lente più estetica, e meno cruda e diretta.

A. La colonna sonora degli anni dieci.

P. Nel libro ho individuato 50 album e 50 canzoni, credo – anzi spero – siano un bignami più che sufficiente!

A. Cosa speri comunichi ai giovani di oggi il tuo libro? E a noi più vintage?

P. Chi è più giovane potrebbe apprezzare il tentativo di mettere tutto in fila, quello che musicalmente era avvenuto prima con quello che successo nel decennio, senza contrapposizioni. Chi ha qualche anno in più può essere incuriosito e scoprire qualche nome che non avrebbe mai ascoltato. Il libro avrà raggiunto il suo scopo se avrà fatto innamorare qualcuno di un qualche artista che non si sarebbe altrimenti conosciuto.

A. Quali sono i libri più importanti degli anni dieci?

 P. Nell’ottica oggetto del mio libro, un paio di libri importanti che mi hanno aiutato a sviscerare qualche prospettiva interessante sono, dal lato sociale “Attenzione! Capire l’economia digitale ti può cambiare la vita” di Beamino Pagliaro (Hoepli, 2018) e, da un punto di vista musicale, “Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato” di Simon Reynolds (Minimum Fax, 2010).

A. Calvino stilò una lista di valori da portare con se nel nuovo millennio. Puoi stilare la tua?

P. Coraggio, umanità, passione.

A. Lasciaci con una frase che ti rappresenti.

P. A tutto c’è rimedio, all’infuori di rompersi l’osso del collo.

***

Ringrazio Paolo per la sua disponibilità e per averci regalato, ancora una volta, una parte di se.

Senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette.

Frank Zappa

“Grosso guaio a Roma Sud”, di Marzia Musneci, Todaro Editore. A cura di Alessandra Micheli

Grosso guaio a Roma SudNon è possibile recensire questo libro senza ascoltare Alberto Griso. Come non lo conoscete?

Male.

Molto male.

È un cantante di “borgata” e la sua canzone e nun ce vojo sta è la colonna sonora di squadra antimafia.

Del mitico Tomas Millian, pietra miliare per tutti noi romani.

Chi non è cresciuto con la sua burbera e sprezzante irriverenza per il potere?

Era quello che ci piaceva, un poliziotto non solo incorrotto, ma scanzonato, comico e al tempo stesso venato di una malinconia, tipica di una città splendida stritolata da tanti troppi meccanismi osceni.

Grosso guaio a Roma Sud ha lo stesso odore di quelle dei lontani film degli anni Settanta.

E i loro protagonisti, gli stupendi gemelli Zac e Sam, hanno la stessa caratteristica che rese celebri quei film: una comicità involontaria, un dolore soffuso, una sorta di purezza, nonostante la loro abitudine a rimestare nel torbido. È l’idea di una vecchia periferia cosi amata da Pasolini ed  esemplificata nel pianto della scavatrice ( lo so, lo so vi siete quasi scocciati di sentirmi nominare questa poesia, ma io spero stavolta di essere una vera influencer e costringervi a leggerla. Perché fidatevi, lì si parla di vita e oggi di vita si blatera troppo, ma si conosce poco).

È la periferia dei perduti, stretti a sè da un patto di sopravvivenza, con sue regole che in fondo, nonostante quella certa prepotenza, restano profondamente umane.

Un po’ come le canzoni romanesche, che raccontano di una città, di un popolo che incapace di risorgere, si nascondeva negli anfratti lasciati scoperti da un potere più crudele delle mille scorciatoie.

In quei solchi lasciati liberi e ignorati dai ricchi, il popolino si rintanava creando un suo mondo alternativo, fatto di leggi sì basate sull’onore, ma un onore che mai, e sottolineo mai, si è macchiato di indifferenza verso l’umo.

Nonostante la passatella, nonostante le storie di bulli e der più.

C’erano legami forti, amori appena sbocciati e una grande voglia di ribellarsi alla consuetudine sociale. In fondo la malavita di Roma era profondamente ribelle.

In Regina Coeli c’è tutto il dolore per chi non vede altra via del crimine ma al tempo stesso sa di essere irrimediabilmente perduto.

Il Canto del carcerato, la condizione improvvisa di chi ha scelto l’altra parte della barricata per non allinearsi, ma che sente la solitudine resa ancora più profonda dalla coscienza di essere dimenticato dallo stato, di essere servo di un potere che lo usava come deterrente.

Vedete la fine che fa chi non abbassa la testa?

Grosso guaio a Roma Sud ha lo stesso sapore dolce amaro dei miei stornelli, dei film e di un mondo, persino quello dei bassifondi totalmente snaturato dalla nuova finanza alleatasi con uno stato che non protegge più.

Ma che tace e acconsente.

E chi è davvero il criminale?

Lo sbandato che ha, però, ancora la capacità di vedere il limite e di porgere una rosa all’amata, o l’onorevole perso nei suoi vizi deciso a viziarsi con soldi sporchi di sangue?

Allora il mondo della periferia è soltanto un ultimo baluardo di eroi se non romantici disperatamente decisi a non essere fagocitati dal sistema. E cosi i gemelli sono goffi e sinceri.

Sono assurdi e a tratti insopportabili. Ma dentro i loro occhi la purezza esiste, come esisteva nello sguardo del grande Bombolo. Un criminale anomalo, cosi deciso a fare il salto e farsi rispettare, ma con occhi così puri che non poteva non essere, in fondo, il migliore amico di un ispettore sui generis.

Non ho mai amato e rinnego con forza l’illegalità.

Ma odio ancor più profondamente chi manovra i fili, che ha interessi a dividere il mondo in disperati e fortunati, in poveri e ricchi, dettando troppo spesso le condizioni per rendere prigionieri gli altri, convinti di partecipare il banchetto ma lasciati a bramare avanzi come cani affamati. E cosi Zac E Sam gli antieroi, così adorabilmente assurdi, così testardi nella loro discesa negli abissi, restano, ad oggi i personaggi che più ho nel cuore. Angeli spezzati capaci di volare con la stesa ala, ma al tempo stesso impossibili da infangare, dimostrando che è vero ciò che ci disse un vetusto professore improbabile: solo un’ anima integra può resistere alle tentazioni.

 

Io con i guai che mi potevano far male

io a vivere ma senza respirare

Io con tanto di passato da scordare

io un uomo nuovo tutto da scoprire

Franco Califano

 

 

Per te che mi ha lasciato giocare con il fango

convinta che avevo ali abbastanza forti per volare verso casa,

Nell’infinito del cielo

Dove adesso sorridi tu.

“Io sono Beril Kart” di Ilaria Galanti. A cura di Alessandra Micheli

Io sono Beril Kart-Ilaria Galanti

 

Anche io ho dei limiti.

Ci sono due generi con cui ho uno strano rapporto.

Da un lato mi attraggono, dall’altro li sfuggo perché richiedono un eccesso di creatività che contrasta con il mio amato e coltivato lato razionale.

Mi considero una persona intuitiva che, cioè si colloca a metà tra ragione e istinto, riuscendo a unirli in un qualcosa di omogeneo e nient’affatto contrastante.

Per questo la fantasia lasciata a briglia sciolta mi crea ovvi problemi. Il fantastico e il fantasy a differenza dalla fanta-scienza ossia una scienza oserei dire eretica, comporta un viaggio totale e libero tra le pieghe dell’immaginario.

Rendendo necessario il tralasciare la parte più mentale di noi.

Non si può approcciare il genere richiedendo la credibilità e la verificabilità dei fatti.

A meno che non vi drogate o ubriacate dubito riusciate a vedere elfi, unicorni o troll.

E cosi pur avendo bisogno di questo strano viaggio dimensionale, mi immergo più che volentieri nel consueto e nel conosciuto.

E cosa dire poi del rosa?

Io che sono refrattaria alla manifestazione pubblica di sentimenti, io che grugnisco una frase strana che per me ha il sapore del ti voglio bene, io che custodisco con eccessivo pudore ogni emozione dentro di me, maneggio come se scottasse ogni libro che parla di sentimenti.

Quindi innanzitutto grazie a Ilaria per avermi aiutata a sfondare questi miei limiti.

Perché ha avuto la lungimiranza e ammetto la bravura di unire due generi in modo molto equilibrato, senza che nessuno dei due, con la loro importanza emotiva, potessero sopraffare l’altro.

E credetemi, ha scelto due generi imponenti, molto ligi alle regole. Uno deve la sua origine al percorso dell’eroe scoperto da Campbell ma raccontato dai trovatori, tanto amati anche da me (anche se lodavo più che le immagini la loro allegoria politica. Cosa volete farci, sono incorreggibile). E’ nella scoperta della propria specificità e della necessaria gestione di tali potenzialità che si incentrano tutti i racconti che oggi sono denominati fantasy.

Magari non tutti ma una buona parte.

Io sono Beril Kart quindi all’inizio segue proprio questo schema: lei è diversa da ogni terrestre proprio perché appartenente a una stirpe che, in fondo non fa altro che garantire ordine nel caos dell’universo. Del resto non ce lo ha detto la scienza che in fondo noi andiamo sempre verso l’entropia ed è il nostro ribellarci a questa legge a suscitare il necessario movimento creativo?

Ok l’ho rifatto, ho portato la scienza nel libro. Insomma abbiamo una donna dotata di poteri strabilianti, quasi un flusso oscuro senza che questa parola richiami necessariamente un qualcosa di fondamentalmente negativo.

Ma è e lo deve essere il suo doppio, tutto ciò che per consuetudine e per educazione, Beril non può e non deve essere.

Ecco che il suo maestro deve necessariamente insegnarle a gestire questo flusso energetico.

E lo fa semplicemente innamorandosi.

E ragazzi fidatevi, l’amore è l’unica mano capace di frenare i cavalli più impetuosi.

Non sottovalutatela

Ed ecco che la parte rosa entra con passo leggiadro, ma mai invadente nel testo, rendendo la nostra Beril meno distante, meno divina e forse più vicina a tutti noi.

Ama, odia, si arrabbia come ognuna di noi.

E rimpiange persino la sua vita nella fase incosciente.

Perché quando non si sa, la responsabilità che ne deriva è molte minore. E’ nella scoperta dei nostri talenti e quindi del posto che noi rivestiamo nello splendido mosaico della vita, che aumentano i doveri e disuniscono i piaceri.

Ma ecco qua la straordinarietà del libro: Beril non è esattamente ligia al proprio destino.

Si ribella.

Lotta, in sostanza, come fece Giacobbe nella tenda, con il suo personale Dio.

Beril non ci sta a eseguire passo passo il copione stabilito dal canone. Esce dalla penna di Ilaria e diviene pura ribellione.

Diventa si speciale, ma non tanto per i suoi talenti ma per la sua capacità di scegliere.

E nello scegliere diviene un elemento discordante ma piacevole come un sorso di acqua fresca nel panorama del genere, di eroi troppo convinta di te, troppo politicamente corretti.

Forse oggi, proprio perché la vita ci impone tante, troppe scelte costrette, abbiamo bisogno di più Beril capaci di dire no, e scendere dal proprio panteon per tornare, sicuramente cambiate, sicuramente con più esperienza e più forza, nel mondo di ogni giorno.

Perché oggi il vero eroe è chi compie si un percorso di evoluzione.

Ma che poi è capace di tornare tra noi mortali a regalarci un po’ della sua conoscenza.

Ecco che dalla penna di Ilaria esce finalmente un libro che pur usando i cliché li supera e li allontana, divenendo davvero originale e intrigante.

E ammetto che, accanto alle battaglia un po’ di amore non guasta. In fondo non è attraverso la sublime seduzione dei sensi che cresciamo?

E’ solo dopo aver attraversato abisso, paradiso e inferno, possiamo dire davvero e con convinzione Io sono.

E lei è profondamente unicamente Beril Kart.

Nuove uscite Io me lo leggo editore da non perdere!!!

 

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IL MERCANTE DEL NORD di ALESSANDRO ZOPPINI 

TerraVerde,fiordi meridionali, 986 d.C.

L’onda si infranse contro la prua lavorata a intaglio,

abbracciando la testa di serpente marino con una

forza devastante e dividendosi in bianchi sbuffi di

spuma ai due lati dello scafo. La nave vichinga si drizzò di poco all’impatto e con fragore

atterrò sulla superficie del mare, sollevando schizzi d’acqua salata fin sopra la vela quadra

gonfiata dal vento.

Alzando i remi al cielo per non guastarli, la ciurma esultò quando la chiglia di legno,

cozzando contro l’onda, emise uno schiocco tale da rimbombare nei petti di tutti. Entrati nel fiordo, l’incontenibile moto ondoso del mar Oceano andava acquietandosi via via che lo risalivano. Così, colto da un’improvvisa bonaccia, il dreki si ritrovò a sfrecciare

silenzioso su una limpida pianura d’acqua circondata da ripide creste montuose, mosso

verso riva solo per inerzia e incalzato dalla corrente.

– Giù i remi! Rallentiamo – comandò con tono austero un uomo massiccio aggrappato al cavo di strallo, sporgendosi verso babordo per analizzare la profondità delle acque artiche che li circondavano.

I regni cadranno uno dopo l’altro, le città verranno saccheggiate, i villaggi bruciati e le genti moriranno per carestie o pestilenze, ma il commercio, amico mio, resisterà a ogni rovina”. È una fresca mattina dell’anno del Signore 1238 e la vita di un umile uomo timorato da Dio, della sua giovane moglie e del loro primogenito, stanno per cambiare. Inganni e rapimenti, omicidi premeditati e laidi tradimenti, battaglie navali e congiure all’ordine del giorno, mari ignoti e pericolose bufere di neve. L’Islanda è nel caos: non c’è pace per i feroci casati islandesi che si contendono il predominio dell’isola, da anni vessata dall’anarchia. Nemmeno l’Irlanda è sicura, invasa dagli anglonormanni e seviziata da signori gaelici dalla mente contorta e attorniati da cavalieri rinnegati.  Un’antica leggenda, riportata su un vecchio codice miniato, sembra essere l’unica via di salvezza per sopravvivere alle crudeltà di uomini senza scrupoli e avidi di potere.

Cosa attende a chi si avventura nell’oscura terra della morte?

***

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LA VILLA DEI MISTERI di IRMA CICIRIELLO 

«Livia, perché questa morte ti ha sconvolta tanto?» Kiros le si inginocchiò accanto ponendole una mano sulla spalla. «Qualcuno sta cercando di impedirmi di compiere il rituale.» Si aggrappò ai vestiti del ragazzo. «Non capiscono. Succederà qualcosa di terribile e dobbiamo quietare il dio Bacco.» «E allora preghiamo per compiacerlo.» «Non capisci», disse ancora Livia scuotendo il capo. «C’è bisogno di più, molto di più.»

Pompei,79 d.C. Inquietanti tremori scuotono la terra e gli animi della popolazione.  Che siano cattivi presagi?

Gli dei sono forse adirati?

Questo pensa Livia, sacerdotessa votata al culto di Dioniso.

Eulalia, sua schiava ed adepta, sarà testimone di terribili omicidi, complotti e trame di vendetta.

Perduti nella loro sete di rivalsa chi riuscirà a salvarsi dall’imminente eruzione che nessuno di loro sospetta? 

 

Il blog presenta un giallo da non perdere:  “Grosso guaio a Roma Sud”, di Marzia Musneci, Todaro Editore.

Grosso guaio a Roma SudI gemelli congiunti Zek e Sam, piccoli balordi della periferia romana, ricevono l’ordine da Chick Lanzetta, boss del quartiere, di dare una lezione a un vecchio orologiaio. Peccato che poco dopo il negoziante venga ritrovato morto. 

Qualcuno cerca di addossare il crimine ai due fratelli che, mentre cercano di discolparsi, vengono aggrediti, seguiti, minacciati. Ma i ragazzi hanno alcuni improbabili complici nella loro indagine: il vice ispettore Nick Castillo, convinto che stavolta siano solo capri espiatori; Bob Carrezza, un giornalista di cronaca nera; Minny Morelli, il loro allenatore di boxe; Abbe e la “magica” Luz.

Una storia ai limiti della realtà e una periferia romana, quella del quadrante sud, che ci regala atmosfere contrastanti, tra malavita e personaggi memorabili.

Una serie di personaggi, comici e drammatici al contempo, si susseguono in questo romanzo veloce, accattivante e ben architettato. Marzia Musneci sfrutta gli stilemi del giallo per immergere il lettore in una Roma periferica e atipica, in cui i tentacoli della criminalità organizzata si intrecciano con le vite di persone al margine, con antiche credenze popolari, con il dramma che ogni personaggio, a modo suo, si porta dentro.

L’autrice

Marzia Musneci è nata a Roma e vive ai Castelli Romani. Giallista di vecchia data, ha vinto il premio Tedeschi 2011 con il romanzo Doppia indagine. Ha pubblicato sempre per il Giallo Mondadori, Lune di sangue (Premio Ciampino 2013), Dove abita il diavolo. Scrive racconti per diversi editori. Quando nessuno guarda, Marzia scrive haiku. Ha vinto il premio internazionale di haiku indetto da Cascina Macondo nel 2013, ed è presente nelle raccolte Hanami (Inverno, Autunno, Primavera, Estate).

Collana: Impronte – 312 pagine – 16,00 Euro.