Rendiamo frizzanti queste imminenti festività con un libro da brivido “Dipingere non è un resto” di Alberto Rudellat, Nero presso edizioni.

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Sinossi

Lucio Sartori gestisce una piccola galleria d’arte in via Barbaroux, a Torino, eredità di suo padre, che manda avanti con difficoltà. Un giorno, gli viene recapitato un pacco anonimo, con all’interno un quadro inquietante che ritrae un efferato delitto. Ad accompagnarlo, un biglietto scritto a mano da un misterioso pittore. Lucio non fa in tempo a esporre il dipinto che qualcuno entra e lo acquista senza pensarci. Poi arriva un secondo pacco, e un terzo… i quadri sono uno più tenebroso dell’altro, ma sembrano avere un che di magnetico sulla gente. Pochi giorni dopo Lucio, leggendo il giornale, si imbatte nella notizia di un efferato omicidio che sembra ritrarre esattamente uno dei quadri venduti. Da quel momento la corrispondenza con il misterioso pittore si fa più assidua e le sue notti sono tormentate da strani sogni. Lucio sta impazzendo, o c’è davvero qualcosa di sinistro in quei dipinti?

Note autore

Alberto Rudellat è nato in Sardegna, ma lontano dal mare, un ottobre di 39 anni fa. Da oltre dieci anni vive e lavora a Torino.
Legge e scrive fin da quando ne è capace, e ha una passione per i racconti. Ha pubblicato in riviste, antologie (Giallo Mondadori; Nero Press; Cut-up edizioni) e vinto diversi premi letterari, tra cui il Mystfest – Premio “Gran Giallo Città di Cattolica” e il premio “Nella Tela!”

 

Dati libro 

Titolo –Dipingere non è reato

Nome autore –Alberto Rudellat

Editore Nero- Press Edizioni

Genere –horror

Formato disponibile –ebook

Data di pubblicazione- 25/11/2019

 

Link

http://neropress.it/prodotto/dipingere-non-e-reato/ 

Prezzo – 0,99 €

“Purple lilies” di Lavinia Morano, Brè editore. A cura di Alessandra Micheli


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Lavinia mi ha molto colpito come autrice perché, a differenza di molti non si ammanta dell’aura di saggia consigliera di vita o novella Bronte, sicura di cambiare il corso della letteratura.

Con semplice umiltà asserisce questa straordinaria verità che lo scopo di ogni racconto è quello di divertire e intrattenere, di donare un solo istante di agognata serenità.

E per lei cresciuta a suon di racconti e fantasia il raccontare, intrattenere come la cantastorie di una volta diviene vitale, essenza stessa della sua esistenza.

E cosi come un moderno menestrello, entra nel mondo del pensiero, l’iperuranio di platoniana memoria, prende parti dell’eterna tradizione fantastica e ce li consegna, con grazia e talento.

Mentre leggevo, mi immaginavo questa ragazza che scappa dalla modernità fatta di apparenza e di virtualità, per rifugiarsi e far rifugiare nel mondo della parola scritta, immaginando storie e ricamando con esse il telaio immenso ed eterno, dell’arazzo chiamato tradizione.

E gli elementi del viaggio imperituro dell’eroe ci sono tutti: i cattivi, la ricerca del senso della vita, e un corollario di personaggi che, sembrano altrettante parti del suo io ma che, per ironia della sorte o per un incanto maliardo, sembrano ripercorrere gli archetipi umani o quei tipi psicologici individuati da Jung.

Ecco che abbiamo la disillusione umana di chi di fronte alla difficoltà si adagia nel fallace traguardo di una stabilità materiale, spesso a discapito di un benessere interiore che porta la serenità anche laddove il nero delle nubi tempestose minaccia il nostro cielo.

Oppure la genuinità dell’innocenza che non può non essere idealista e anche sfacciatamente e assurdamente venata di ottimismo sfrenato, la sete del potere che rende ardii e sterili i cuori e distrugge mondi e universi.

E poi ci sono ossessioni e imperfezioni umane come il cinismo, ma anche la perseveranza, il godere dei beni materiali come il cibo senza assaporarli davvero, l’orgoglio e la fragilità e la speranza, muta musa che ci tiene per mano e tenta di non farci sprofondare nell’abisso. Utilizzando questi eterni simboli del nostro umano errare, Lavinia racconta e si racconta, finché essa stessa e la sua anima si fonde con una voce antica, ma potente che, partendo dalle velleità artistiche che fanno del racconto luogo e oasi di puro piacere, ci accompagna in una zona poco confortevole, irta di pericoli e di splendori inimmaginabili: la nostra personale evoluzione.

Purple lillies lascia cosi il comodo terreno della commedia dell’arte, per immergersi in una saggezza antica ma di primaria importanza, specie oggi, che semplicemente tenta di restituire dignità a particelle divine di luce imperitura sfuggite per un atto di orgoglio o per un momento di stupidità folle, alla fonte primaria di ogni creazione: l’amore.

Il suo testo, non so se inconsapevolmente o no, si addentra nei terreni impervi ma altrettanto indispensabili per far respirare la nostra anima, chiamato gnosticismo e che e lei abilmente descrive in modo semplice e immediato. 

Per lei l’amore non è altro che quella forza superiore a ogni mortale impulso, parte infinitesimale di un universo molto più ampio, più complesso della porzione che arriva alla nostra limitata percezione.

E cosi, il male che non ha spazio in quest’armonia cosmica, per lei diventa qualcosa di estraneo alla vera natura umana. E tale germe non può quindi corrompere totalmente qualcosa che nasce direttamente dal pensiero divino, ma solo una piccola parte, quella che non vive nelle regioni profonde del nostro io.

Qualcosa di puro resta, e sta a noi farla risaltare, farla brillare, farla vincere.

E credetemi non sono frasi banali e scontate.

Vi svelo un segreto arcano: tutta la letteratura gnostica è venata di questa profonda Consapevolezza che in mezzo alla lordura, al peccato, alla trasgressione, alle rovinose cadute dell’anima ingabbiata dagli arconti, esiste sempre una piccola scintilla di pura luce che va, semplicemente, liberata per potere tornare in seno alla sua mater divina.

La stessa storia della Pistis Sophia, scritto gnostico trovato nelle caverne di Nag Hammadi, è abilmente raccontata in modo meno pomposo e con un linguaggio meno complicato, grazie allo stile narrativo del fantasy, che crea un impatto e immediato in grado di penetrare i cuori dei più scettici.

Ecco che il racconto classico, diviene al tempo stesso innovativo.

Proprio perché accostato alla filosofia tradizionale.

Ed ecco che la pistis da scintilla di luce posta in un altra dimensione, diviene l’alieno (letteralmente l’altrui, l’altro da se) piombato sulla terra per un giocoforza di eventi catastrofici, rei di aver distrutto il loro pianeta e soprattutto di averli privati della loro unica forma di sostentamento nutritivo.

Il nutrimento perduto, diviene la parabola perfetta per la descrizione della creazione umana, considerata non un dono ma una maledizione.

Scendendo in un piano materiale che vibra con energie inferiori, l’unica reazione plausibile e condivisibile è quella di un retaggio mnemonico di perdita, trasmesso forse dalla memoria collettiva e che causa e procura odio e un senso di umiliazione costante.

Questo perché non si annulla la percezione di antichi fasti, non si annulla la sensazione scomoda eppure viva di aver smarrito un qualcosa di importante e vitale per il proprio benessere.

E tale frustrazione la si riversa sul mondo materiale, la prigione per antonomasia perché imperfetto e cruento, poco attinente ai ricordi di grandezza di un tempo.

In questo piano malsano (la terra) essi si comportano come imitatori dei più arroganti arconti.

Distruggono, disprezzano, odiano rendendo cosi i loro corpi e i loro cuori talmente aridi da non permettergli più di procreare.

E non è un caso che procreare significhi etimologicamente dare alla luce, ossia tornare alla luce e ritrovare la via perduta.

Tutto il testo è un inno alla gnosi, l’unico vero puro amore liberato da ogni egoismo e da ogni finalità cosciente che diviene unica strada per tornare a nutrirsi di polvere di stelle, la sostanza fatta di purezza, di energie positive, di felici ricordi, di immagini di incantate valli, ossia semplicemente quell’amore venato di compassione e empatia.

Ecco che Lilith e Keith, ma anche Luke e Carla troveranno nelle vicenda e volte oscure, come oscura è ogni caduta, la strada per tornare ad appartenere a un universo fatto di pura beatitudine, quello senza l’ansia dell’arrivismo, o di successo ma fatto di puro piacere intellettuale.

Un universo improntato su gesti, scelte, azioni, compiute solo per nostro piacere, solo per rispetto ai nostri talenti e non per rispondere alle aspettative, spesso malsane, di qualcuno e di un intera compagine sociale.

Ecco che l’antica filosofia accantonata e resa “ridicola” da troppe dotte spiegazioni capaci solo di isolarla dalla realtà concreta e pratica, torna a brillare nel testo e nei significati  di questa giovane e meravigliosa ragazza.

E cosi oltre a divertire, emozionare, scioccare e appassionare, forse è in grado anche si risvegliare quella sopita ma mai del tutto distrutta fame di stelle, concetto primario e essenza di tutta la forza magica e retentiva degli scritti gnostici.

E sopratutto per questa sua maturità filosofica che il libro merita da parte mia una menzione d’onore e un infinito grazie per aver dato alla luce ciò che mancava a questo mondo distratto: la consapevolezza di non appartenere al mondo che ci raccontano come reale ma a una dimensione più alta e splendente, che ci aspetta ansiosa di stringerci in un abbraccio.

Chapeu Lavinia.

“Le dodici porte. Sacrificio d’amore” di Veronica Pellegrino. A cura di Alessandra Micheli

 

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Immagino o meglio spero, conosciate le dodici fatiche di ercole. Quella meravigliosa parabola epica non è altro che un viaggio interiore alla scoperte del vero sè dell’eroe, operazione che, ovviamente, comporta una serie di prove iniziatiche, allo scopo, appunto di togliere il velo che nasconde il volto originario dell’uomo.

Il suo autentico aspetto divino.

E’ un po’ il compito che si prefigge Pirandello quando ci sussurra nelle sue fantastiche commedie, che il nostro vivere non è che una recita a soggetto.

Indossiamo la maschera preconfezionata che la società, l’educazione o semplicemente l’abitudine all’anonimato, ci consegnano quando usciamo dall’infanzia per precipitarci di colpo nel mondo assurdo degli adulti.

E cosi abbiamo due identità: quella sociale spesso adombrata da limiti e impedimenti, che celano ai nostri e altrui occhi i talenti e quella interiore, spesso oscura, fonte di ogni meraviglia come di ogni perdizione.

In quell’abisso strano, simile a una grotta sotterranea, conserviamo tutto ciò che il mondo diurno considera disdicevole.

Non soltanto quindi gli impulsi pericolosi e rei di disgregare la società ma anche competenze e potenzialità che, seppur fuori logica, potrebbero servire per alimentare e far crescere la realtà in modo meno anonimo.

Che l’anonimato, la massa sia un po’ il nostro seduttore è palese.

Si pensi all’originale provocazione fatta alla soglia della liberazione, quando nell’ardua decisione tra un ritorno al passato e un salto nel buio per il futuro, ci fu chi propose la rassicurante immagine dell’uomo qualunque divenuto simbolo di un fare politica, di uno stare in società retto da una stasi tranquilla e monotona.

Questo uomo qualunque esce fuori ogni volta che una crisi ci minaccia, quando il nostro stesso costrutto mentale, immagine e creazione della realtà in cui troviamo comodo muoverci, viene messa in pericolo da un male che ne svela le falle e le cesure.

Questo succede anche, in modo per nulla simbolico, nell’Egitto descritto dalla Pellegrino.

In un mondo che torna su se stesso, in un tempo sospeso tra il mito e il reale, la minaccia del potere corrotto disgrega la società ideale antica eppure moderna, immagine della perfetta organizzazione del cielo.

Non è un caso che l’Egitto sia stato scelto come contesto e ambientazione.

Lo stesso sacro suolo che tanto stuzzica la nostra curiosità, era una favolosa composizione in cui il sacro e il profano danzavano all’unisono dando realizzazione al concetto per nulla astratto ma reso concreto della cibernetica: un organismo onnicomprensivo che al tempo stesso ci ingloba e trascende.

Questa meraviglia agorà, laddove il potere sovrano non deriva soltanto dall’alto, ma da un patto,benedetto dagli dei, tra il faraone e il popolo che ha come scopo quello di far rispettare un’antica legge di armonia cosmica.

La famosa e poco considerata Maat.

Che la perfidia dell’elemento disgregatore, il Seth redivivo nel malvagio Darchonir mette in serio rischio.

E come in ogni storia iniziatica è un eroe che si pone come elemento di speranza.

La differenza di questo fantasy rispetto agli altri, è di aver scelto una donna come prescelta.

Non è un caso che l’elemento femminile è quello che, con il suo lato creativo, immaginativo e materno, mette un freno alla brama maschile di sopraffazione.

Non è un caso che in Egitto sia la regina del cielo con il suo amore a ridare vita al compianto Osiride, proponendosi altresì come fautrice della continuazione del futuro, di equilibrio dando alla luce il frutto dell’unione delle due energie: Horus.

E cosi Aley in tutta la sua imperfezione, inizia a procedere attraverso le dodici porte alla ricerca del segreto per aprirle e per permettere al domani, agli universi e alle mille sfaccettature di questo futuro, di unirsi e di intrecciarsi di nuovo.

La sua capacità materna di empatia e la sua pazienza saggia di intessere i fili, gli permette di rammendare gli strappi nelle dimensioni che hanno permesso il passaggio della disgregazione.

In questo meraviglioso arazzo, infatti, sono i buchi nella trama, i luoghi in cui l’energia oscura penetra che mettono a rischio l’intera esistenza: una sola dimensione minacciata significa la distruzione del tutto.

Cosa serve allora ad Aley per ritrovare la chiave capace di riunire i pezzi di questo immenso mosaico?

L’amore.

Ha sperimentato tutto.

La costruzione e la distruzione del se.

La scoperta delle sue potenzialità.

Ha riunito a se l’energia del drago.

Ritrovato la capacità di compassione.

Ora deve per forza sperimentare il potere supremo, quello che ha reso ogni eroe impenetrabile al male.

Eh si miei cari lettori.

Proprio quella immensa forza che

muove il sole e le altre stelle.

Ed è solo quando Aley/Iside torna a congiungersi con il suo Osiride, l’Egitto e il mondo intero avranno una speranza di salvezza.

Ed è emblematico che Aley troverà il senso di ogni accadimento e persino la ricetta per la redenzione e per la sconfitta dell’oscurità, in un libro.

Con personaggi che, nonostante la loro umanità profondamente carnale, non rinunciano al loro ruolo di simbolo, le dodici porte Sacrificio d’amore ci rinnova il ricordo della magia suprema, quella che attraverso la carta apre i cuori e ci dona quella strana ma appagante sensazione di immenso e di infinito.

Buon viaggio.

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “Sulle ali del vento l’epopea del cavallo” A cura di Alfredo Betocchi.

 

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Correre, viaggiare, trasportare…al servizio dell’uomo ci sono oggi motori e macchine di ogni sorta ma, fino all’inizio del secolo scorso, l’uomo disponeva di un meraviglioso e fedele compagno: il cavallo.

Esso è servito sin dal 4000 a.C. a sopperire con la sua forza, la pazienza e l’irruenza, al dominio dell’uomo sulla Terra per dissodarla, attraversarla e per conquistarla.

All’inizio dei tempi, i cavalli correvano liberi, organizzati in gruppi dominati da un capo branco che li guidava per i vasti pianori dell’America, dell’Europa e dell’Asia.

Durante il paleolitico l’uomo capì l’enorme importanza di utilizzare questi animali per trasportare, per lavorare i campi e per spostarsi più velocemente.

Dopo averlo addomesticato comprese che il cavallo era anche una formidabile arma da guerra; grazie ad esso si passò dagli imperi statici, come l’antico Egitto o il primo regno di Babilonia, a imperi in rapida espansione, come quello Ittita, Assiro e su su fino all’ultimo impero fondato sulla forza della cavalleria, quello di Napoleone.

L’introduzione della cavalleria nell’arte della guerra dell’antichità ebbe la stessa importanza dell’utilizzo delle armi da fuoco nel XIV secolo.

Come riuscì l’uomo a dominare il cavallo? Dapprima con una semplice corda poi, avendo capito che non poteva domarlo con un semplice legame al collo, adottò il morso, trovando che la bocca era la parte più sensibile e il suo punto debole.

Furono fatte così le “imboccature”, dapprima di semplice legno, poi di bronzo e in seguito di materiali più preziosi come l’oro dei morsi degli imperatori romani.

Il cavallo apparve sulla Terra nell’era Terziaria e, a questo proposito, sono stati scoperti in Argentina i resti del più antico equino del Sudamerica, predecessore del cavallo. Il ritrovamento è stato fatto da un gruppo di paleontologi argentini i quali, dai fossili ritrovati, (alcuni molari ben conservati di entrambi i lati della mandibola inferiore), hanno dedotto che l’antenato del cavallo non fosse più grande di un cane; dall’”Eohippus”, piccolo come un gatto, al cavallo moderno sono passati ben quaranta milioni di anni.

Fra i cavalli che contribuirono all’origine e alla diffusione delle razze odierne, conquistando l’area geografica più estesa, primeggiavano quelle orientali che vivevano in particolare nelle regioni temperate di Asia e Africa.

Tra queste vi è il famoso cavallo arabo, nobile razza snella, muscolosa, veloce e resistente.

L’origine della razza araba si fa risalire ai sette ceppi scelti, si dice, dal re d’Israele, Salomone 1. I cavalli europei derivano da questi, quando gli Arii originari dell’India, invasero lentamente dall’oriente il nostro continente.

Conviene rilevare la strana circostanza che, sebbene i fossili dei più antichi equidi si siano trovati nell’America nord occidentale, nel 1492, al tempo della scoperta dell’America, essa era completamente priva di cavalli. Cos’ era accaduto?

Diverse torme di cavalli, provenienti dalle steppe dell’Asia, erano passate in America attraverso lo stretto di Bering, che oggi divide i due continenti, ma che con l’ultima glaciazione era coperto di ghiacci eterni.

Questi branchi si erano temprati alle rigide temperature polari e poterono raggiungere le immense praterie dell’America settentrionale. In seguito per cause varie, (predatori, clima ostile, forse epidemie di qualche genere) essi diminuirono di numero fino a scomparire 2.

Quando i Conquistadores spagnoli sbarcarono in America, nel XV secolo, portarono con loro numerosi cavalli. Dopo di essi, anche inglesi, francesi, olandesi e danesi portarono molti cavalli i quali, con il passare degli anni, si liberarono dei loro padroni, perdendosi o fuggendo e si moltiplicarono, formando enormi branchi selvaggi. Questi furono in seguito domati dai nativi americani (i Pellirossa).

E’ così che i coloni che si avventuravano nel Selvaggio West trovarono di nuovo i cavalli e li credettero autoctoni.

La durata della vita del cavallo non oltrepassa i trent’anni, tuttavia questo tempo è sufficiente per creare un attaccamento molto forte con il suo cavaliere; molti esempi si potrebbero citare, nella storia, d’unione affettiva tra il cavaliere e il suo destriero.

Nell’Iliade di Omero i cavalli di Achille, Xanto e Balio piangono la morte del suo amico Patroclo e infine ammoniscono così lo stesso eroe:

«Oggi ti abbiamo salvato portandoti fuori della mischia, impetuoso Achille, ma bada che il giorno della tua morte è prossimo.» 3

Altrettanto amore correva tra Alessandro Magno e il suo destriero Bucéfalo , che nessuno riusciva a cavalcare. Alessandro lo aveva domato a quattordici anni, riuscendoci solo tenendolo girato verso il sole, così che non potesse vedere l’ombra del suo cavaliere.

 

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Con lui conquistò il vasto Impero Persiano, dall’Europa all’India. Dedicò a Bucéfalo perfino una delle numerose città da lui fondate, Bucephalia (oggi Shelum in Pakistan), a ricordo di un affetto leggendario.

Nell’Evo Antico, il cavallo ebbe un importante ruolo per tutti le civiltà succedutesi nel corso dei secoli.

Una delle principali cause della caduta dell’Impero Romano fu la superiorità delle orde barbariche: l’invincibile fanteria romana venne, infatti, spazzata via dalla poderosa cavalleria dei vari eserciti invasori che poterono così dominare l’Europa per più di un millennio.

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Gli Arabi, grazie all’irresistibile energia della loro cavalleria formata dai migliori purosangue che la razza equina avesse mai prodotto, conquistarono in meno di cento anni un territorio vastissimo, che andava dall’oceano Atlantico all’India.

 

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Un discorso a parte si deve fare per la razza del cavallo dell’Asia orientale: talmente duro, tozzo, resistente al freddo e alla fatica che fece la fortuna di uno sterminato e crudele dominio quale quello mongolo di Gengis Khan prima e di Tamerlano poi. Il cavallo mongolo era tutt’uno col suo cavaliere che trascorreva tutta la vita in groppa al suo destriero.

Nel Medioevo durante il Feudalesimo, il soldato europeo si coprì di un’armatura quasi impenetrabile e anche al cavallo fu forgiata una corazza analoga che lo proteggesse dai colpi mortali dei nemici. L’armatura del cavaliere era così pesante che esso doveva venir issato sulla sella con una carrucola e se nella battaglia il cavallo cadeva, l’uomo era perduto: sia il destriero che il suo padrone venivano poi finiti con un pugnale detto, per questo, “Misericordia”.

Le massicce razze equine europee, convenientemente spronate, potevano essere spinte al galoppo ma non potevano competere con i veloci e leggeri cavalli asiatici ed africani. Il povero cavallo europeo doveva sopportare sulla sua groppa, un peso fino a quattro quintali; lanciato in avanti aveva una formidabile potenza di sfondamento e poteva essere paragonato a una vera e propria locomotiva vivente.

Con l’invenzione delle armi da fuoco, il ruolo della cavalleria scemò lentamente e nonostante alcuni sprazzi di gloria, (chi non ricorda le cariche del 7° Cavalleggeri che salva la carovana dei cowboy dagli indiani scatenati?), dalla “Belle Epoque” (1870-1914), essa sparì quasi completamente dagli eserciti di tutto il mondo.

Prima di sparire, la cavalleria compì un’ultima azione memorabile durante la Seconda Guerra Mondiale: è stata la carica della cavalleria italiana di Isbuscensky, nel 1942 in Russia, a scrivere la sua ultima pagina di gloria.

Bisogna ricordare che vi sono tanti nomi per altrettanti usi dei cavalli: il “destriero”, grande cavallo da guerra; il “corsiero”, cavallo da lancia per i tornei che si tenevano nelle Corti europee nel Medioevo e per le moderne corse ippiche; il “palafreno”, cavallo da viaggio per l’andatura comoda; l’umile “ronzino4 usato come bestia da soma e infine il “cortaldo” che portava l’equipaggiamento dei fanti e al quale venivano mozzate le orecchie e la coda, per riconoscerlo facilmente qualora fosse venuta la voglia, a un altro fante, di impadronirsene.

L’amore dell’uomo per il cavallo ha portato i popoli a raffigurarlo spesso come simbolo dell’orgoglio della Nazione: su affreschi, sui vasi, scolpito o posto su aste, dipinto su stemmi araldici e bandiere5. Etruschi, greci, romani fino ai moderni Stati della Terra, tutti l’hanno portato a simbolo di potenza militare.

Quando non serviva per scopi bellici, il cavallo era utilizzato per parate o svago.

Oggi è usato unicamente per lo sport. L’Ippica nei tempi moderni si è talmente diffusa che è universalmente praticata: trotto, galoppo e quant’altro sono diventati sport olimpici e gli italiani, in particolare, sono stati eccellenti fantini, facendo man bassa di medaglie. Come tacere, infatti, dei fratelli D’Inzeo che, nella seconda metà del Novecento, fecero di ogni gara una splendida vittoria?

C’è da aggiungere, a conclusione di questa breve memoria sul cavallo, che ci sono anche coloro che …“se lo mangiano”! Fortunatamente oggigiorno non è una pratica molto diffusa, così che le povere bestie possono tirare un “nitrito” di sollievo.

 

Note 

1 Bibbia, Re, I, 26.

2 Analoga evoluzione ebbe il cammello, che in origine non era animale dei deserti subtropicali, bensì delle zone fredde dell’America del nord.

3 Iliade, XIX, 324 e segg.

4 Ricordate il celebre cavallo di Don Chisciotte, “Ronzinante”?

5Ancora oggi la Renania e la Sassonia hanno raffigurato nella bandiera un cavallo.

 

***

L’autore ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e “Ramesse XI”.

CRIMINI RITUALI, MISTERI E MAGIA NELLA PISA DI MARCO BERTOLI ARRIVA IN LIBRERIA “PERCUSSOR. I DELITTI DEL REAME PISANO” NPS EDIZIONI.

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Cosa sarebbe successo se Pisa non fosse stata sconfitta nella Battaglia della Meloria?

Come sarebbe cambiata l’antica repubblica marinara?

Il pluripremiato scrittore Marco Bertoli, geologo, bresciano di nascita e pisano d’adozione, prova a rispondere, regalandoci la sua versione. Se poi, a questo nuovo corso preso dalla Storia, aggiungiamo un po’ di magia, un rito d’evocazione e una sfilza di omicidi rituali, otteniamo la ricetta del suo nuovo libro: “Percussor. I delitti del Reame Pisano”, edito da NPS Edizioni.

Ambientato in una Pisa alternativa del ‘600, una potenza regionale guidata dal monarca discendente da Ugolino della Gherardesca, il romanzo segue le indagini del colonnello dei Reali Moschettieri, il prode Manfredi Gambacorti, e del suo fido aiutante, il mago giudiziario Gentilini, chiamati a risolvere un intrigo che rischia di far crollare l’attuale dinastia regnante. Coadiuvati da una giovane sensitiva, in grado di percepire le anime dei morti, e da un sergente delle Guardie di Città, proveranno a fermare Percussor, il più famoso sicario del regno, e i suoi mandanti.

«Scrivere “Percussor” è stata un’esperienza sorprendente e istruttiva» dichiara l’autore. «Durante la fase di ricerca, mi sono immerso nella storia di Pisa e ho scoperto aspetti della città che non conoscevo. Mi sono divertito a giocare con la storia e con la magia, elemento quest’ultimo presente nel romanzo, sia pur dosato e filtrato dalle leggi scientifiche fissate da Galileo Galilei».

A breve inizierà anche il tour di “Percussor”, che porterà Marco Bertoli in giro per la Toscana, per incontrare i lettori durante presentazioni e fiere. Già confermata la presenza di NPS Edizioni a Lucca Città di Carta (24, 25, 26 aprile 2020), al Salone del libro di Torino (maggio 2020) e a Volterra Mistery & Fantasy (6 e 7 giugno 2020).

Percussor. I delitti del Reame Pisano” è disponibile in prevendita sul sito NPS Edizioni (https://www.npsedizioni.it/), il marchio editoriale dell’associazione Nati per scrivere, e ordinabile in libreria e su tutti gli store di libri e ebook dal 15 dicembre 2019.

Biografia autore:

Marco Bertoli è geologo. Vive a Pisa. Numerosi suoi racconti hanno vinto concorsi, o si sono classificati finalisti, e sono stati pubblicati in duecento antologie e riviste.

Tra i suoi numerosi romanzi: La Signora che vedeva i morti (Felici Editore), vincitore del Premio Scrittore Toscano 2012 selezione online e quello della Giuria al Concorso “Città di parole”, 2013; il giallo storico L’avvoltoio. Delitti all’alba della scrittura, e il romanzo steampunk 1886. Quando le Lunatermiti invasero la Terra, entrambi editi dall’associazione culturale “I doni delle muse”.

​​​​​​​Per NPS Edizioni, ha scritto racconti per il progetto “Bestie d’Italia”.

Dati libro 

Titolo: Percussor. I delitti del Reame Pisano

Autore: Marco Bertoli

Editore: NPS Edizioni

Genere: giallo ucronico

Pagine: 214

Formato: 14,8*21 cm (cartaceo)

Prezzo: 14 euro (cartaceo) / 2,99 euro (ebook)

Data di uscita: 1 dicembre 2019 (ebook) – 15 dicembre 2019 (cartaceo)

Disponibile su tutti gli store di ebook e di libri.

Ordinabile in libreria e sul sito NPS Edizioni.

Prevendita aperta sul sito NPS Edizioni dal 1 dicembre (con sconto 30%)

Amazon (ebook): https://www.amazon.it/Percussor-delitti-del-Reame-Pisano-ebook/dp/B081M2Y7PH/

Sito NPS: https://www.npsedizioni.it/p/percussor/

“L’ultimo amico” di Edmondo De Amicis, Caravaggio Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Una sera come tante, mi trovavo come sempre seduta sulla mia poltrona preferita sorseggiando la mia tisana, con in mano un libro.

In genere quando leggo il pensiero si rilassa.

In quell’istante no.

Tutti i problemi che durante il giorno affrontavo con coraggio, improvvisamente si sono liberati dalle catene della ragione e riversati rabbiosi nella mia mente.

E cosi dolori, nostalgie, rimpianti e perdite hanno iniziato a colpire ripetutamente il mio fragile cuore.

E in quell’istante, non so se lo avete mai provato, il respiro si mozza.

Ci si trova davvero sperduti e ci si lascia affogare nel marasma cacofonico di tante, troppe sensazioni diverse.

All’improvviso, in questo istante di totale disfatta, una zampina morbida si è semplicemente adagiata sul mio cuore in tumulto. I battiti sembravano voler sfondare il torace e il respiro mozzo non contribuiva certo ad alleviare tale malessere.

Cosi la zampina, con i suoi gommini cosi leggeri e cosi morbidi hanno iniziato a accarezzare il petto piano piano.

Una linguetta rasposa ha iniziato a lambire la mia guancia in fiamme e un suffuso ma potente ronfare si è unito ai battiti tumultuosi.

In un istante questo calore felino ha semplicemente acquietato la tempesta che si è trasformata in una pioggerellina sottile.

Siamo rimasti cosi per un eternità, finché sono semplicemente diventata parte di quella “burrasca” di quelle onde e da spaventose sono divenute leggiadre e una sorta di nenia che ha cullato la mia mente.

Sono tornata a far pace con i pensieri, e a avvertire il dolore non come uno stelo acuminato, ma come un lieve battito di ali che semplicemente voleva essere abbracciato.

Per molti è una pet teraphy.

Per me è semplicemente il sommo risultato dell’amore interspecie, che annulla le differenze e semplicemente ci rende meno soli.

L’ultimo amico di De Amicis è il racconto di un anima che si stanca della banalità della vita, della cecità umana e ritrova in un amico la sua ultima speranza. Quella che non lo fa assolutamente naufragare nella malinconia e nella disillusione.

Un incontro fortuito, una casualità e occhi marroni iniziano a osservare l’anima ferita e curarla con la sola presenza le ferite del cuore.

Concepito in un periodo particolarmente funesto, L’ultimo amico è la prova di quanto poco conosciamo Edmondo.

Troppo bersagliato da pregiudizi assurdi, troppo poco amato nella sua penna cosi apparentemente ridondante ma pregna di una semplicità che parte dall’animo.

Troppo poco ringraziato per il suo strenuo tentativo pedagogico di fare della massa un popolo coeso.

Nell’ultimo amico si avverte tutto il dolore di un uomo che sta perdendo non solo affetti ma anche voglia di provarci a dare una direzione etica a questa strana compagine umana chiamata massa.

Una vita dedicata alla costruzione di un sogno, che ancora oggi vediamo sfumato ( quando, quando inizieremo a sentirci italiani?) una vita piena di voglia di lasciare un ultima parola, omaggio alle generazioni a venire.

Tanto che considero il libro cuore, osteggiato dai fautori della nuova educazione, un libro importantissimo per crescere i ragazzi in valori sani e la certezza che le azioni devono dividersi in costruttive e distruttive, lasciando poco spazio all’indeterminatezza delle sfumature, al diktat del politicamente corretto, all’imperare del dubbio.

C’è tempo per comprendere il peso che sostiene le scelte.

Ma può essere eseguito solo dopo aver messo punti fermi, da tutelare contro la strana volontà di oggi di mettere tutto in discussione fornendo spesso troppi alibi al male.

Uno schiaffo è un gesto violento. E forse poco ci importa perché viene concepito come soluzione finale, se non per prevenirne ancora la genesi,

In questo mondo che piano piano dissolve le certezze, che mette alla prova le grandi anime l’ultimo amico rappresenta la summa dei grandi valori di De Amicis i gesti semplici, spontanei nati semplicemente per amore e che sono frutto di un intelligenza che non parte dalla semplice ragione, ma dal profondo di una zona anche oggi poco visitati: dal cuore.

E come è successo a me, sarà un adorabile Dick miglior esempio della fedeltà canina a venire in soccorso nei momenti bui di Edmondo, con quei tratti che spesso, ahimè mancano all’uomo, considerato cosi perfetto da essere messo a capo di questa meraviglia chiamata creazione.

Spesso sono i nostri anici a quattro zampe a ricordarci dei nostri talenti.

 Sì, caro Dick: tu non sei più un cane per noi: sei un amico. E sei proprio quello che ci voleva per la nostra casa: un amico che non parla e non ride. Non mi badare; non parlo che tra me; dormi pure.

Nuove uscite leggereditore da non perdere!

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Il club dei cantanti morti Susanna Raule

Un detective indaga sulla morte di una rockstar, potrebbe non essere ammessa al Club esclusivo dei Cantanti Morti…
Un thriller ironico e geniale con colpi di scena dal ritmo crescente

A cavallo fra tradizione e moderna tecnologia, detective story e cultura pop, in uno scenario favoloso.”
La Stampa


“Susanna Raule è una penna sopraffina, sa come tenere incollati alle pagine.”
Mondo Fox

Un mix molto personale di iperrealismo, fantastico e brillante ironia.”
L’Indice


 Ironia e tinte noir sono gli ingredienti che fanno apprezzare lo stile della scrittrice sprugolina ben oltre i confini provinciali.”
Il Secolo XIX

Sinossi:

Jimmy Razor è appena morto nella sua lussuosa villa di Los Angeles, strafatto e solo. Era giovane, era dannato, era forse l’ultima rockstar a vivere all’altezza del mito. Nessuno sa come sia potuto accadere e questo è un problema. In primis al Club dei cantanti morti, che deve decidere se accoglierlo o meno tra i suoi iscritti. Per il presidente, John Lennon, la cosa rappresenta una grana gigantesca. Cobain e Morrison sono fieramente contro, Janis Joplin è possibilista, Sid Vicious vuole solo bere qualcosa. La morte di Jimmy crea problemi anche ai ragazzi della Morte, il più alto ordine di funzionari della Trista mietitrice, per cui la sua dipartita immotivata è un’onta professionale da lavare al più presto. Crea problemi a Weasley Pennington e Nastasia Scott-Greene, inglesi titolati e ficcanaso, assunti dal club per far luce sulla sua morte. Ma specialmente crea problemi al detective Jack Wyte della polizia di Los Angeles, che si trova per le mani un caso ad alta esposizione mediatica. E Jack è stanco, beve troppo, fuma come una ciminiera e vorrebbe imparare a fregarsene di tutto, però non ci riesce. Questa volta, poi, è tutto spaventoso, irritante e strano, a partire da Dare, la misteriosa ragazza vestita di scuro, che compare dall’ombra e svanisce nel buio. La prima a capire che la casa di Jimmy, la villa in cui è morto inspiegabilmente, ha qualcosa di sbagliato. O almeno che un pezzo di cemento, per quanto lussuoso, non dovrebbe dare l’impressione di leccarsi i baffi, no?

Biografia dell’autrice:

Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta, è nata a La Spezia nel 1981 e lavora, inoltre, come traduttrice e sceneggiatrice per vari editori. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, con i disegni di Armando Rossi, in seguito finalista al Premio Micheluzzi (Napoli Comicon). Nel 2010 è tra i finalisti del premio “Io Scrittore” promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce per Salani e con cui pubblica anche Satanisti perbene e L’architettura segreta del mondo. Pubblica la prima stesura de Il Club dei Cantanti Morti con Iniziative Editoriali; il graphic novel Inferno uscito in Francia per Casterman e successivamente in Italia per RW; I ricordi degli specchi e l’antologia di racconti a tiratura limitata Perduti Sensi,entrambi autoprodotti. L’ombra del commissario Sensi è stato selezionato da Il Sole 24 Ore nella collezione dei migliori gialli italiani.

Dati libro

Prezzo Ebook: € 6,99
Prezzo Cartaceo: € 16,00

 

***

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Il grande libro degli zombie
Otto Penzler

Dalla penna di inarrestabili autori di fama mondiale come Stephen King, Joe R. Lansdale, Robert McCammon, Robert E. Howard, Il grande libro degli Zombie delizierà e verrà divorato dai fan dell’orrore.

• Morsi mortali
• Piccioni satanici
• Una sfilata di cadaveri
• Zombie, zombie e altri zombie

Sinossi:

Il grande libro degli Zombie è la più oscura, la più viva, la più spaventosa, la più terrificante – e oseremo dire, la più raffinata – raccolta di storie di zombie mai assemblata.
Non c’è mai un momento di noia nel mondo degli zombie.
Sono superstar dell’orrore e sono ovunque, stanno arrivando per assaltare la stampa e la televisione. La loro interminabile marcia non si fermerà mai. È lo zombie 
Zeitgeist!
Con la sua mastodontica conoscenza e il suo occhio attento alla narrazione, Otto Penzler cura una notevole antologia di narrativa zombie.

Biografia dell’autore:

Otto Penzler è un editore di romanzi gialli negli Stati Uniti e proprietario di The Mysterious Bookshop a New York City, dove vive.

Dati libro

Pagine: 1280
Prezzo Ebook: € 9,99
Prezzo Cartaceo: € 28,00

“Il profumo del pane”di Guido Baraldi. A cura di Vincenzo De Lillo

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Se fosse possibile descrivere con un solo aggettivo il libro di Guido Baraldi, quello che troverei più opportuno sarebbe certamente “calmo”.
Calmo per il tono e le parole utilizzate dallo scrittore mantovano, che, forse, vista la sua passione per la cucina, sa che per l’ottima riuscita di un piatto, la pazienza, la tranquillità nella preparazione e l’attenzione alla scelta degli ingredienti giusti, qui intesi come frasi e lettere, è fondamentale.
Ma calmo anche come il protagonista Roberto, un uomo che al tramonto di un amore si trasferisce da solo in una casa fuori mano, in montagna, per ricominciare, quasi da eremita, a prendersi cura della sua vita e di se stesso da solo, con la sporadica compagnia di una strano cane randagio.
Vivendo soltanto dei suoi raccolti, del suo pane, di ciò che gli offre la natura, e di ciò che riesce a comprarsi con la vendita di quello che coltiva o delle sculture di legno che ama intarsiare.
Una scelta estrema, quella di Roberto, difficile da comprendere per noi abituati al mondo contemporaneo, frenetico, ipertecnologico e terribilmente complicato, ma al quale, puntando sulla capacità che ha ognuno di rigenerarsi, e di adattarsi al cambiamento, ci si può abituare.


“Si vive seguendo il ritmo delle stagioni, luce e buio.

Ci si fa l’abitudine.

Si fa l’abitudine a tutto.”

 

scrive infatti il Baraldi, con saggezza. 

E poi la calma che infonde il racconto dei lavori di Roberto dai sapori e dagli usi antichi. Lavori necessari per vivere nella natura, ma che servono al protagonista per ritrovare la forza di vivere, quella di impegnarsi in qualcosa che dia speranza, oppure, semplicemente, per ritrovare dei motivi per andare avanti, quando questi sembrano mancare di colpo.
Mestieri che lo scrittore descrive con una minuzia di particolari tali, da farti quasi sembrare di sporcarti le mani insieme al protagonista, dimostrando anche una certa conoscenza dei lavori manuali.
E ancora calma, se mi passate l’abuso di quest’aggettivo, è la storia della sua rinascita, aiutato da una donna che conosce per caso, Emma, per la quale Roberto, travolto dal cuore, è disposto a cambiare di nuovo stile di vita.

Fino al finale, che diventa d’un tratto tumultuoso e spiazzante, dove, con calma, il nostro Baraldi lascerà il lettore di sasso, drammaticamente colpito.
Così colpito che consiglio di leggerlo a tutti.
Con calma, appunto, senza fretta, immergendosi nelle sue pagine come tra le acque di un pacato lago alpino, da cui uscirete sicuramente arricchiti.

Per lo meno per me è stato così.

“Babbo natale e il bambino che voleva tutto” di Fabrizio Palma, Illustrazioni di P. Papacena, La Strada per Babilonia edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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C’era un tempo, neanche tanto lontano, in cui il natale era sopratutto una sensazione di magia, un qualcosa di straordinario che sarebbe capitato per arricchire la vita, donare emozioni e cambiare totalmente il cuore.

Da piccoli, stavano a guardare fuori dalla finestra con il naso schiacciato le mille luci colorate appese nei balconi, i riflessi cangianti degli alberi e a assaporare uno strano effluvio di legno bruciato.

La notte era piena di aspettative, qualcosa avrebbe fatto sicuramente capolino tra le nuove e ammantato di straordinario il nostro quotidiano. Eravamo bambini strani, amanti delle storie narrate sia attraverso quelli che oggi chiamereste audio libri sia dai racconti fantastici in cui fantasmi, grilli e campane sarebbero diventati protagonisti.

Elfi e folletti, fate delle nevi, incanti e arcani segreti si sarebbero svelati nella magica notte in cui il sole tornava allo zenit e prometteva una primavera radiosa.

Noi ancora non lo sapevamo, non conoscevamo i segreti dell’astronomia.

Alcuni erano totalmente inebriati dai racconti evangelici di un bambino in una grotta, coccolato da un bue e un asinello e illuminato da una stella radiosa.

Era magia, era la promessa di un domani migliore.

Io ricordo che quello che mi faceva felice del natale non era il regalo, le feste con i parenti, l’abbondanza, ma proprio quella atmosfere silenziosa eppure cosi vibrante, come se tutto il mondo, la natura e gli animali stessi fossero in attesa.

Oggi, alla mia veneranda età i ricordi appaiono sfumati.

Il mondo ha ripreso la sua corsa, con i suoi affanni e il suo dolori.

Tutti sono impegnati a correre, chi dietro a un sogno, chi per sfuggire al dolore.

Chi intento a seminare ricordi troppo pesanti perché il cuore, cosi fragile perché privato della fantasia infantile, riesca a reggerne il peso.

E non vedo visi radiosi, felici, pieni di speranza.

Ne sorrisi, ne la voglia di ascoltare il calore che, credenti o no, in questo periodo cade dal cielo. Che si chiami bambin Gesù o Re agrifoglio è sempre il nuovo che irrompe nella vita e la risveglia dopo la lunga notte oscura di novembre.

Sono gli inizi del risveglio della natura che rigogliosa trionferà nei primi di febbraio per sfociare in una risma di colori proprio a pasqua.

Questo senso di aspettativa non esiste.

Il nostro io è impegnato alla ricerca di effimere soddisfazioni, di oblio e di autocompiacimento.

I social sostituiscono il tatto, le foto sostituiscono il reale e gli otufit nascondono la nudità dell’anima. E cosi tutto patinato brilla di una luce che nulla a che vedere con l’autentica magia di natale.

Forse è il nome a indurci in inganno.

Forse se lo chiamassi Yule o sol invictus d sarebbe diverso.

Eppure il natale stesso ha l’accezione etimologica di natività.

E qualcosa in noi deve nascere affinché sconfigga un buio che è ormai stanziato nei nostri cuori.

Abbiamo tutto.

Vogliamo tutto, proprio come il bimbo della fiaba.

Ma in fondo, dentro non abbiamo nulla.

Voragini di malessere, vertigini di fronte a un infinito che ci fa comprendere quanto noi siamo piccoli e fragili.

Ferite che continua a infettarsi perché incapaci di depurarsi dal veleno delle delusioni, delle perdite e delle sconfitte.

E dietro la patina del mondo glamur tutto dedito all’apparenza, al lusso, alla bellezza. ci ritroviamo profondamente soli.

Le lacrime solcano un viso che nessun lifting può riportare al suo antico splendore infantile, quando ci bastava soltanto guardare fuori dalla finestra e sognare…

Ci manca lo stare assieme.

Ma non solo fisicamente.

Ci manca il contatto emotivo che un vetro di un iphone o di un tablet ci impedisce totalmente.

Manca il tatto e il vedersi occhi negli occhi, il sentire il respiro dell’altro adattarsi la nostro.

Come direbbe Vecchioni ci manca l’altro, l’altro che noi no siamo.

E forse da questo confronto possiamo iniziare davvero a definirci.

Il bambino che ha tutto, in fondo cerca solo questo di essere visto, guardato nel profondo, amato per quello che è.

Ha bisogno di genitori che si liberino dalle prigioni del proprio io e aprendosi a lui si aprano all’infinito.

Abbiamo bisogno di famiglia.

Ma non del solo nome, ma del sentirsi parte di qualcosa e curarla questa strana compagnie.

Abbiamo bisogno di sorrisi veri e di giocare liberi da ogni costrizione. Liberi di tornare veramente a sognare.

Oggi abbiamo tutto.

Possiamo parlare con ogni persona dall’altra parte del globo.

Possiamo entrare a contatto con ogni diversità.

Ma in realtà non abbiamo nulla.

Non abbiamo il gusto, il tatto e la vista ma solo la loro versione virtuale.

Fissiamo il cellulare, i photoshop e non riconosciamo nulla.

Cosi fissati su noi e su un irraggiungibile perfezione da risultare evanescenti e irreali.

Siamo robot virtuali

torniamo a sforarci, ad abbracciarci e sporcarci di fango come bambini. Torniamo a emozionarci a immaginare e con un atto irriverente a cercare l’imperfezione.

Torniamo a vivere.

***

A te

che abbracciando la morte

mi hai insegnato ad amare la vita

 

Vincitrice del Garfagnana in giallo – Barga noir 2019 per la sezione miglior romanzo edito “Il delitto di via Crispi n. 21” di Lidia Del Gaudio. Da non perdere!

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LIDIA DEL GAUDIO HA LA CAPACITÀ DI RENDERE REALE L’IRRAZIONALE.

A 80 ANNI DALLA4 PROMULGAZIONE DEL MANIFESTO DELLA RAZZA, UN THRILLER STORICO CHE TIENE IL LETTORE INCOLLATO ALLA SEDIA.

UN ROMANZO A CAVALLO TRA LA NARRATIVA E IL MISTERO, IN CUI SI LEGGE MOLTO BENE LA PASSIONE DI QUESTA AUTRICE PER LA STORIA.

Sinossi:

1938. Il commissario Alberto Sorrentino viene richiamato con urgenza in città per indagare sulla morte di tre ragazze vittime di un tagliagole, che ha lasciato sui loro corpi incisioni incomprensibili e sulla scena del crimine un messaggio altrettanto misterioso. Sei anni prima, Sorrentino aveva risolto dei casi simili e il questore Massari spera che possa dare una svolta anche a questa indagine che sta mettendo a dura prova la questura. Le pressioni degli apparati di regime sono forti: una delle vittime era tedesca e lavorava in una rivista legata alla gioventù hitleriana. Dopo qualche giorno, alla serie di delitti se ne aggiunge un quarto con le stesse modalità, ai danni di un giovane universitario.

La situazione peggiora e, mentre la polizia politica cerca di inserirsi nell’indagine e un agente dell’OVRA cerca di nascondere l’identità di una delle vittime, Sorrentino si troverà a fare i conti anche con il proprio passato… L’indagine sui delitti, sempre più complessa e dolorosa, porterà il commissario a confrontarsi con l’abisso che alberga nell’animo umano.

L’autrice

Napoletana, laureata in lettere e filosofia. Ama musica e libri, in particolare il genere noir e il mistery/horror, la cinematografia di Hitchcock, i romanzi di King. Ha pubblicato con piccoli editori No Eap una raccolta di racconti e due romanzi, uno dei quali finalista alla manifestazione Un libro per il cinema di Roma nel 2017. Premiata al Garfagnana in Giallo per il miglior racconto 2015 e vincitrice nel 2017 del Gran Giallo di Cattolica (racconto pubblicato sui Classici del Giallo Mondadori); nel 2018 seconda classificata al Premio Scerbanenco (racconto pubblicato sul Messaggero Veneto).