“Gli occhi invisibili del destino” di Silvia Casini, Golem edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Silvia Casini, finalmente mi rende felice (sono sicura che lo hai scritto per me) e mi regale un thriller.

Non uno qualunque, ma uno che contiene un pizzico, anzi una generosa dose di buon esoterismo. E ciò che si cela sotto l’apparente superficie, ciò che è nascosto, stuzzica la mia innata curiosità.

Potrei, dunque parlarvi di quel tocco di magia, potrei raccontarvi dell’amore che redime dal male e allontana le tentazioni terrene. Potrei parlare per ore e ore, per la vostra felicità, del tema cardine del testo ossia la purezza come scudo contro le illusioni del potere.

Ma a colpirmi, in modo profondo, lasciando una cicatrice luminosa è l’ambientazione scelta da Silvia, ossia la mia amata e denigrata Roma.

Roma, la città misterica per eccellenza, regno di alchimisti e di maghi, di arcani segreti e di strani sussurri.

Voi conoscete la mia città solo per la cronaca, quella meno nobile che rende la vetusta città solo un spazio che fa germogliare gossip. Eppure…ricca di storia, di orgoglio quello dell’impero romano che non abbassa la testa di fronte a nessuno, ricca di misteri, con i suoi mitrei, le sue divinità e quel suo strano culto dello stato, come se la Sovranità fosse una divinità da incensare e da coccolare, non solo un mero strumento di sottomissione.

Roma con la sua res pubblica, con i suoi eroi e le sue miserie, ma sempre fiera.

Roma vecchia signora, con i suoi strani culti, con quella statua parlante di Pasquino sempre pronta a denunciare le malefatte dello stato.

Roma dei papi, anche quelli massoni, quelli che non si accontentavano delle versioni ufficiali della dottrina e immaginavano arcane conoscenze in mano di oscure cavità della terra.

Roma etrusca, Roma dell’alchimia.

Roma con la sua porta magica del Marchese di Palombara, posta nell’affollata piazza Vittorio e troppo spesso ignorata dai turisti ma che, per tutti coloro che credono nell’esistenza di un piano dimensionale meno ordinario, rappresenta una via di scampo dalla banalità.

Dalla “monnezza” dai raggiri dei potenti.

E in mezzo all’adrenalina, al terrore, alle seduzioni magiche e demoniache, Silvia rende omaggio alla nostra perduta città, citando storie, racconti e leggende.

Gli occhi invisibili del destino, sono dunque di più di un thriller, della scoperta dell’arcano.

E’ restituire alla nostra Italia una città magica, quella del biondo Tevere, quella delle superstizioni (sapete perché ogni balcone di trastevere ospitava almeno una pianta di Rughetta?

O di ruta?

Perché tali piante allontanavano il male, e il malocchio).

Restituisce a questo mondo pieno di veri orrori, pieno di decadenza, un mondo che rende le nostre città solo enormi discariche quella magia necessaria per poter vivere.

Come si vive senza arcano?

Come si sopporta il lungo trascorrere di ore assolata ma senza significato?

La protagonista perde i ricordi.

Non possono non pensare al un simbolo preciso e pertinente alla situazione romana.

Anche Roma, al pari di Eilis, ha dimenticato.

Frammenti e flash di istanti, di pezzi di vissuto.

Frammenti di una narrazione che ha reso Roma la signora elegante che conosciamo.

Pezzi di storia che si intersecano con altri vissuti, che rimandano a altri misteri come se la città tutti li contenesse e tutti li ospitasse.

Abbiamo scordato la nostra magnificenza, di quell’essere definito umano come un dono.

Di quell’essere fatto più grande di stelle e angeli che ha impresso la sua impronta sui secoli.

Abbiamo scordato cos’era Roma.

La vediamo oggi, e la critichiamo come se fosse la fogna rigurgitante solo disgusto. Al pari di Eilis non possiamo vedere, perché non abbiamo occhi screziati di mille sfumature.

Al pari di Eilis, lei Roma la guardiana della macina del tempo siamo attanagliati, minacciati da rozzi demoni, meno eleganti del patto del Faust, vestiti in giacca e cravatta, eleganti e composti nei loro scranni da cui decidono il colore da dare alla nostra bella città.

«Roma è piena di misteri e durante il corso di storia, scoprirete che come altre città europee, nasconde dei veri e propri segreti alla luce del giorno. Non sapete di essere dèi? Meditate sulle mie parole, lo afferma anche la Bibbia, nei Salmi 82,6: voi siete dèi. È uno dei pilastri degli antichi misteri. Come sopra, così sotto… l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Il messaggio della natura divina dell’uomo, del suo potenziale nascosto è un tema molto ricorrente nei testi antichi

Ecco che Roma deve tornare e torna nel testo di Silvia, il baluardo dell’eterno sogno di immortalità dell’uomo.

E possiamo scoprirlo solo trovando la vera vista, quella che dietro il velo, quello che è usato per impedire alla massa di profanare i misteri, riesce a sgorgare la meraviglia:

Esistono luoghi di sconfinata bellezza. Esistono terre assolate e intrise di colori. Esistono vallate innevate e distese di gelo. Esistono vie afose e paesaggi lunari: terre aride rivestite da licheni e muschi che lottano per sopravvivere. Esistono strade, dove il freddo è monarca e signore di lande desolate. Esistono città piene di fantasmi e spiriti irrequieti. Esiste la luce che non muore mai e vince il pendolo costante della livida notte. Esistono bivi e sentieri da intraprendere, ma ricordatevi: la mente è il posto più pericoloso dove è possibile perdersi. Non permettete a nessuno di dominare la vostra mente, altrimenti il mondo si assottiglierà, si frantumerà e la follia dilagherà. È garantito: il pigro cielo blu cobalto si tingerà inesorabilmente di nero e diverrete solo corpo tra i corpi. Ciò che ci rende veramente unici è l’anima e i nostri occhi. Per vederla ci vuole coraggio. Per leggere e ascoltare questa storia ci vuole coraggio

Silvia ha dato alla luce un testo poetico, di una vena soffoca che i ingigantisce ogni aspetto di Roma, la fotografa e fotografa le esistenze che in essa si muovono, le speranze, i sogni e persino l’orrore.

Perché è dietro quella capacità di affrontarlo il male che si cela la vera salvezza.

E sapete il nome della redenzione quale è’?

Amore.

Che sia per un uomo, un animale, uno sporto o per una città che piange disperata la sua libertà perduta.

Roma bella, Roma mia,

te se vonno portà via

er Colosseo co’ Sampietro,

già lo stanno a contrattà

Qui se vonno venne tutto

cielo sole e st’aria fresca

Abbiate il coraggio di scovare la bellezza anche sotto il fango.

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“Il diario della Verità Perduta” di Giacomo Fratini, edizioni Efesto. A cura di Alessandra Micheli

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E doveva arrivare il giorno X, quello in cui avrei osservato il candore del foglio, rendendomi conto che non ero in grado di inserirvi le mie idee e le mie emozioni.

Non fraintendete.

Vi vedo li a ridacchiare e sussurrare.

Non ci riesco perché il libro non è solo un capolavoro ( e fidatevi, sapete che non uso le parole a caso) ma perché questo testo ( mi inchino di fronte alla magica arte di Fratini) mi colpisce nel profondo, titilla la mia mente, accarezza soave la mia anima, stuzzica la mia curiosità.

Che finalmente si accende di mille bagliori e inizia a viaggiare con la fantasia.

Di libri belli, belli da strapparti cuore e viscere, ne ho letti.

Ma vedete questo, questo piccolo prezioso gioiello, contiene dentro la sua struttura scorrevole, accattivante, seducente, ricca di fasti e di adrenalina, tutti i miei anni di studi.

Quasi 20 per l’esattezza.

E, quindi, potete immaginare la mia emozione, il mio giubilo nel riconoscere i tratti di quelle ricerche abbozzate nei miei dodici saggi, nei miei mille articoli e in chili di fogli contenuti nella mia preziosa cartellina.

Come essere obiettiva?

Beh perdonatemi.

Ma non ci riesco.

Quindi la recensione sarà diversa, sarà ricca di quel piacere sottile ma invadente, che mi procura la ricerca.

Iniziamo, dunque, l’arduo ma intrigante viaggio.

E in che ambiente ci porta il Fratini, tanto da aver conquistato una vecchia orsa come me?

Attraverso la tradizione.

E non la tradizione folcloristica, ma archeologica, mistica, esoterica e occulta, quella che fu definita dal grandioso Renè Guenon, la scienza sacra.

E di scienza sacra, seppur romanzata ma con punti solidi e precisi, questo libro ne è fortemente pervaso.

Ora, prima di raccontarvi il libro dovrei fare qualche necessaria premessa.

Ovviamente non intendo narrarvi la trama, quella penso siate in grado di leggerla da soli.

Forse, io posso solo suggerirvi spunti di riflessione e elementi capaci di affascinare i sensi, ammaliare le menti e spingere a immergervi nella vera letteratura e ad abbracciare la sua reale funzione: quella di comunicare.

La prima precisazione, fondamentale luce per il buio degli scettici, è nella apparente contraddizione, tutta occidentale, tra i termini occulto, esoterico e scienza.

Siamo oramai mentalmente rigidi riguardo alla necessaria distinzione tra materia e spirito, o per dirla alla Gregory Bateson tra pleroma e creatura.

Lo stesso Cartesio divise i due piani di indagine: da un lato la scienza che indaga i fenomeni umani e dall’altro l’afflato alla spiritualità, ai vagheggiamenti mistici che sono soltanto illusioni della materia.

La realtà è concreta e precisa.

La realtà è misurabile, dio no.

La cesura tra spiritualisti e materialisti è, oggi, cosi ampia da provocare quel solco pericoloso dove vengono erroneamente inserite motivazioni meno nobili, oserei dire blasfeme, utili per colmare tale abisso tra le due differenti visioni della realtà.

Beh vi illumino: non sono visioni opposte.

L’esoterismo, ciò che è nascosto, l’occulto, ciò che è sepolto, non rappresentarono altro che una peculiare modalità di indagine scientifica. Ciò che era ignoto sembrava possedere una strana energia, che non quantificabile veniva chiamata magia, mana, o potere. Era la capacità di “manipolare” “plasmare” trasformare la materia dopo una lunga esperienza interiore e esteriore che portava alla conoscenza di precise leggi.

Vi sembra cosi assurdo?

Oggi è possibile compiere gli stessi atti “magici” degli antichi sacerdoti, degli antichi maghi ossia manipolare intervenire sulla materia.

Oggi i zoroastriani si chiamano, udite udite, fisici dei quanti. E tramite l’atto del plasmare la materia si hanno energie che viaggiano su due binari: distruzione e costruzione. La stessa energia nucleare è sia benevola che malevola.

Basta osservare il procedimento scientifico per comprendere come esso assomigli a un atto rituale: strumenti, concentrazione, studio danno la possibilità di interagire con le particelle subatomiche.

E abbiamo anche mantra e formule specifiche: la forza arcana della relatività ha il suo seduttivo potere della formula magica : E=mc².

E grazie a questa si compiono, oggi, strabilianti azioni.

Non vi tedierò con le conseguenze di tale formula ( dall’antimateria alla possibilità dei multiuniversi) certo è che, forse, tale scoperta contrasta con la primitiva legge di Newton, confermando, tramite la genialità della fisica quantistica, la sua inesattezza.

Quindi come si narrerà nel libro : Newton ha sbagliato

Infatti, lo spazio e il tempo ASSOLUTI non esisteranno più e saranno rimpiazzati da un’entità chiamata SPAZIO/TEMPO dove essi si influenzeranno a vicenda.

Insomma protesterete, siamo sempre di fronte alla scienza, che c’entra quindi l’esoterismo?

C’entra miei cari, c’entra.

Avrete oramai capito che il Vangelo della verità perduta, si rivolge all’antica sapienza di popoli persi nei mari del tempo, che un manipolo di arditi uomini, uniti da un antico patto, (quello di migliorare la società civile) si impegneranno a comprendere e a riportare in luce.

Ebbene, queste conoscenze che in fondo sembrano riportare alla nuova fisica, erano in possesso, pare, di vetusti popoli.

Che li descrissero nei loro sacri libri.

Uno di questi concetti scientifici di avanguardia, era il potere del suono.

Per i nostri progenitori, il suono era un’energia capace di influire con le sue vibrazioni, su ogni tipo di materia. Anche quella più pesante, più dotata, cioè di massa.

Quindi, per forza Newton era diciamo sorpassabile.

Le trombe di Gerico, la costruzione delle piramidi egizie, i racconti dei monaci tibetani, erano forse testimonianze di conoscenze scientifiche perdute.

E a chi ribatteva che si trattava di scritti allegorici, un simpatico geniale omuncolo dimostrò che non era cosi.

E nel libro si fa riferimento a Coral Castle.

E non ditemi che non conoscete Coral Castel?!

E come immaginavo a illuminarvi tocca a me.

Trattasi di una struttura architettonica in pietra calcarea progettata da un certo Edward Leedskalnin. E si trova, nientepopodimeno che in Florida ad Homestad.

Ora immaginate un castello, anzi un vero e proprio parco, adornato di blocchi di pietra lavorati e scolpiti a forma di mura, grandi tavoli e sedie, bassorilievi e un torrione abitabile.

Tutto innalzato nell’arco di 28 anni dal 1923 al 1951.

E dove sta il mistero?

Che il nostro Leedskalnin mantenne uno strano, ambiguo riserbo sulle tecniche utilizzate ( il blocco più grande pesava circa 30 tonnellate).

Ogni tanto, stuzzicava l’interesse dei giornalisti l’accenno a segreti costruttivi della grande piramide di Giza. E in più, scrisse brevi memorie autobiografiche come il Magnetic current in cui sono condensava le sue idee come l’elettromagnetismo e anche un accenno all’utilità del suono come strumento per spostare grandi massi.

Intrigante vero?

Ovviamente il riferimento alla piana di Giza, più il fatto che l’Egitto e gli antichi regni sumeri (misteriosi e avvolti da un aura di strano mistero grazie a Sitchin) rimandano la mente ai misteriosi poteri del suono. Il suono stesso, in fondo risulta una forza indispensabile per dare sprint all’umanità: se si legge la bibbia (anch’essa mutuata dagli antichi scritti mesopotamici, come vedete tutto torna) si racconta come era il verbo ( il suono) l’elemento creatore per eccellenza. Anche il famoso tempio di Salomone (sancta sancturoum, fulcro della religiosità ebraica) pare abbia avuto, sopratutto, la funzione di custode di conoscenze complicate. Addirittura c’è chi proponeva l’arca dell’alleanza come prototipo di una macchina ad energia nucleare.

Ardito e blasfemo.

E chi ebbe l’opportunità e l’onore di sostare sotto le rovine del tempio?

Ma si!

Proprio loro!

I Templari!

Ed ecco il secondo riferimento alle arcane conoscenze: l’ordine guerriero fu, secondo molti scritti e molte teorie, il depositario di segreti inconfessabili.

Cosa fossero beh possiamo fare solo congetture.

Chi propone il ritrovamento del vangelo Q, in cui si sancirebbe l’umanità del Cristo.

Chi il ritrovamento della salma di Gesù.

Chi documenti attestano un’altra verità: non Pietro come il fondatore della chiesa, ma la Maddalena.

Chi la stirpe sacra nata dal matrimonio di due nobili stirpi, appunto la Maddalena e Joshua.

Chi addirittura l’arca dell’alleanza.

Chi altri manufatti sacri ebraici.

E chi, appunto, scritti attestanti le conoscenze evolute della mistica ebraica, mutuate proprio dai Sumeri, la cui origine “aliene” viaggia ancora nella fantasie odierna.

Cosa secondo Fratini, i nostri protagonisti ritroveranno, beh lo dovete scoprire voi leggendo.

Altro riferimento.

Quale fu la regione di maggior sviluppo templare?

La Linguadoca.

Il Razes.

La Francia meridionale.

E in quella zona prosperò un altro movimento occulto, capace di dare la sua impronta duratura nella nostra tradizione sacra.

Ed Emile vi ricorderà, ed è qua che la mia emozione raggiunge le stelle, un altro paesino protagonista di strani accadimenti e funestato da orribili morti, con un parroco, anzi due all’avanguardia : Rennes Le Chateau.

Da anni io viaggio a Rennes sia fisicamente, sia con la fantasia.

Sosto nella sua strana chiesa e prego davanti alla tomba di Berenger Saunniere.

Leggo e contemplo il lascito di Henry Boudet, La Vraie Langue Celtique.

Racconto a me stessa la sua arcana storia, sviluppata in un regno di leggende di miracoli e dotato di una geografia arcana, capace di formare, con i suoi monti e le sue fonti, un pentacolo vivente.

Sede di grandi enigmi e di ordini esoterici di fondamentale importanza, alcuni mitici come il priorato di Sion guidato dal geniale Plantard e la massoneria che in quella zona fa sentire la sua acuta voce.

Emile e Rennes, vivono di leggende rese reali dalla legittimazione del pensiero.

La Giana e la Dea Bianca respirano in questo luogo magico, soffuso di bagliori e di incredibili opportunità.

Sono sedi di tesori inestimabili che partono dai visigoti all’eredità templare.

Vivono nelle grotte strani personaggi, strane figure che soltanto il nostro imperituro sentire cattolico ce li fa apparire demoni.

Secondo, Mariano Bizzari, sotto Rennes si dirama una tradizione occulta, demoniaca, iniziata con un lontano esoterista un certo Gerard de Nerval e finita con un vangelo perduto quello dei Cainiti, strana setta gnostica che venerava come salvatore e redentore, non il povero Abele ma il crudele Caino.

Un Caino si fratricida, ma stranamente intoccabile dal marchio che lo stesso dio aveva apposto nelle sue carni.

Nessuno tocchi Caino

è oggi, il mantra di coloro che sono contro la pena di morte.

Peccato che, ehm, secondo la Bibbia, Caino non era uno stinco di santo. Insomma ammazzare il fratello non è contemplato nel manuale del bon ton.

In quella regione, secondo lo storico Louis Fediè, si narra dell’esistenza di cunicoli sotterranei il cui ingresso di collocherebbe sotto il peyte dreto il menhir posto sotto il meridiano zero nel comune di Peyrolles.

E in quegli anfratti vivevano le fate del mondo altro, las Encantados.

Alcuni studiosi, raccontano che questi encantadores, in fondo, non erano altro che una popolazione celtica, la cui caratteristica era un acre odore della pelle ed un incarnato pallido, dai capelli cosi biondi da risultare bianchi, seguaci “sanguinari” di una vetusta divinità chiamata appunto Dea bianca ( la dea oggetto di studi del grandioso Robert Graves).

E quella popolazione, parrebbe essere risorta nelle vesti di una strana etnia, bistrattata durante il medioevo, derisa e oggetto di terrore cieco: i cagots.

Andrei avanti per giorni a raccontarvi di queste tradizioni.

Ma spero che questo viaggio, attraverso la bravura di Fratini, vi abbia intrigato, tanto da farvi immergere in questo libro fantastico e abbeverarvi alla fonte, riconoscendo i passaggi e i capitoli oggetto della mie recensione.

E fidatevi, questo percorso vi trasformerà del tutto, facendovi avvicinare all’incanto, facendo si che il mistero confluisca in voi.

In fondo, è questo il sogno di uno strano abate un certo Boudet che voleva rendere un antico Cromlech una sorta di trasformatore e purificatore di energia.

Una sorta di macchinario capace di spezzettare le particelle subatomiche e ricomporle in una forma nuove e evoluta.

Passando attraverso la porta arcana, noi diventeremmo uomini di intelligenza superiore.

Beh, io non posso offrirvi una struttura fisica, ma posso invitarvi a cambiare attraverso questa piccola, grandiosa porta che è il libro di Fratini.

“L’eremo del deserto” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli

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Il sogno di cambiare la storia, quell’illusione di poter incidere su uno solo dei meccanismi di quel marchingegno preciso che è il nostro cosmo, è qualcosa che da sempre ha stuzzicato la fantasia degli uomini.

Perché molto spesso la partita tra vincitori e vinti è giocata davvero all’ultimo momento: un piccolo atto incomprensibile che rivela i suoi frutti nel nostro presente, una piccola bugia che in realtà fonda e mantiene intatti imperi e egemonie, ideali e religioni.

Quel granitico conglomerato che oggi chiamiamo cristianesimo di stampo romano, non è altro che, per molti, un semplice errore di traduzione: messia in quanto redentore, come i mille dei salvifici di un umanità perduta che solcarono il fecondo suolo dell’oriente.

Religioni misteriche adombrate e incoronate dal segreto iniziatico, dall’incanto e dall’azione divina energie che si materializzavano in un mondo abituato, ma per questo mai dissuaso, che esistesse la magia.

Tempo fa, ebbi l’onore di presentare un libro che sconvolse e agghiacciò gli astanti, rendendo le loro certezze friabili come una roccia calcarea: “La Maddalena, storia di una religione inventata”.

Per me i concetti espressi dal testo, non erano una novità.

Da tempo mi confrontavo con le teorie degli studiosi che raccontavano una diversa versione della vincita del cristianesimo, meno agiografica ma sicuramente più interessante. Il cristianesimo non fu che un insieme di opportunità, una commistione di idee diverse, una volontà di rinnovare e di scuotere un mondo sull’orlo del disastro che portò alcuni a recidere i legami tra la nascente fede e l’antico ebraismo.

Storia di ieri quella della non volontà dello stato di Israele di chinare il capo verso i loro oppressori.

Entrambi portatori di due visioni della vita cosi opposte da essere inconciliabili, incapaci di trovare un vero compromesso un vero punto di incontro ma destinate e inglobarsi a vicenda, una sopraffacendo l’altra.

Pragmatismo e fede cieca dimostrarono, già nei tempi lontani, la loro naturale inconciliabilità, decidendo cosi le sorti dei secoli a venire, dove il dominante raramente, se non in alcuni casi, riuscì a prendere nozioni e a rispettare il dominato.

Tranne forse nell’esperimento della Linguadoca, laddove sembra, secondo un libro interessante la Leggenda aurea, ebbero riparo e ristoro gli esuli della disfatta del sogno ebraico, quello di tornare agli antichi fasti narrati dal vecchi testamento.

Gesù, nella loro concezione non fu quindi un redentore nel senso orientale del termine.

Non si dedicava a redimere un’umanità caduta nell’errore, cosi come sosteneva il mitraismo e la religione di Zoroastro, era piuttosto un vero Messiah erede al sacro trono di Israele erede del lascito dei grandi re della casata di Davide destinato a portare non pace ma spada, capace di abbeverarsi al sangue del nemico e da quell’olocausto, per far nascere un vero impero, possente ed eterno.

Il sogno si avverò con protagonisti diversi che presentarono l’idea del re sacerdote, per dominare coscienze, società e menti dei loro seguaci, dei loro “sottoposti” dei loro sudditi.

E fu un errore, un uomo deciso a mantenere intatta la nuova setta, cosi fu definita dai romani il nascente cristianesimo, liberandolo dalla pesante eredità giudaica, fatta di sanguinarie ribellioni, una scia di morti agghiaccianti e di una serie di elitarie promesse.

Il popolo eletto era ora quello battezzato e avvinto all’esempio della croce, non più strumento di tortura ma riparazione di torti non materiali ma spirituali.

Capite bene che un idea del genere aveva conseguenze straordinarie.

Una era quella di far partecipare, per la prima volta ai sacri riti di stampo davidico, anche i gentili e impiantare su essi un concetto mutuato dalle religioni misteriche d’oriente, meno pragmatiche e più esoteriche.

Il secondo fu che staccare la religione e quindi il legame tra politica e spiritualità, rendeva gli uomini più malleabili e poteva aprire nuovi scenari di conquista, di potere e di privilegi.

Ed è qua che si apre il libro eccelso e perfettamente documentato di Grimaldi L’eremo del deserto, raccogliendo in se tutte le conseguenze della “religione inventata”.

Essa, ce lo racconta l’autore, fu anche e sopratutto strumento di comando; i sacerdoti si dedicarono a atti di conquistare politica più che alla cura dell’anima, usando la concezione di popolo eletto del passato impero ebraico e aggiungendo la loro sacralità di vicari di cristo in terra.

Gesù che con il suo sacrifico non più considerato anatema e abominio, innalzò l’uomo da semplice mortale a una sorta di semidio, partecipe tramite la transustanziazione, della divinità materiale di dio incarnatosi nel suo figlio.

Tramite la complicata cerimonia della comunione, ogni servitore di dio divenne al tempo stesso capo del gregge.

E di quel gregge, ovviamente, poteva farne ciò che voleva.

Ecco che il sogno di uno sparuto manipolo di arditi uomini, alimentati sia dalla mistica islamica sia alle idee più radicali ossia quelle dei bogomili e degli gnostici, cercarono tramite lo svelamento dell’inganno di Saulo di Tarso, di creare un mondo diverso, in cui la regalità fosse emblema non di potere terreno ma immagine del cielo.

Il regnante doveva garantire la giustizia, l’armonia, la comunione di ogni uomo, concetto che richiama l’amore di Grimandi e mio dei concetti regali egizi, ossia quella Maat che era garanzia di un potere controllato e non esclusivo del regnante.

Qualora un re, un imperatore o un rappresentante politico, tenti di violare o violi i codici fondamentali, mutuati dal cielo, allora il popolo sarebbe stato libero di ribellarsi contro il sovrano.

Che si chiami imperatore o semplicemente papa.

In questo testo ci sono riferimenti precisi, quindi, a delle correnti eretiche con cui il cattolicesimo e il cristianesimo tutto ha dovuto fare i conti: lo gnosticismo che contrastava apertamente i canoni della neonata religione, e quella corrente che faceva capo ai veri depositari della missione di Cristo o come preferisco chiamarlo io Yoshua: i desposyni, eredi forse delle tradizioni essene.

Ecco che vengono citati i loro oggetti più sacri, rotoli veramente esistenti che raccontano una strana storia, diversa da quella conosciuta chiamati i rotoli di Qumran.

Ovviamente, nel testo essi sono diversi dalla loro reale natura, sono più romanzati, ma sicuramente entrambi raccontano una figura del messia molto diversa, più autentica, mano irreale e evanescente, profondamente imbevuta e formata dalle reali condizioni socio economiche e politiche dell’epoca.

Questi si intrecciano e si intersecano con altri documenti essenziali che sono i vangeli gnostici anch’essi fonte interessante a fondamentale per capire l’evoluzione della religione più venerata. Questi documenti, reali, divengono nel testo, spunto di una acuta riflessione sul potere e sulla capacità della storia scritta dai vincitori di occultate la realtà materiale di ogni accadimento. Cosi i vangeli sono considerati l’unica fonte diretta dell’esperienza crtistica, anche se oramai sappiamo che non sono stati scritti dagli apostoli. E diviene quasi oscurata l’esistenza di una tradizione antecedente a tali documenti, tra l’altro rimaneggiati che fa capo, secondo alcuni, a una vera tradizione orale, quindi difficile da analizzare per ritrovare la sua origine, e per altri risalente a un documento unico, fondamentale e originale, forse scritto direttamente da uno dei testimoni degli accadimenti chiamato vangelo Q.

Ecco che la scoperta della “bugia” di San Paolo, potrebbe avere ancoraggi una valenza distruttiva epocale, lacerando non solo i privilegi di molti ma sopratutto distruggendo la nostra percezione del passato, del futuro e del presente. Il libro controverso di Dan Brown lo ha dimostrato: basta un solo sospetto per minacciare l’impalcatura di potere dietro la quale si nasconde la chiesa cattolica.

Ma la mia domanda alla fine di un libro cosi coinvolgente e accattivante, capace di fungere da porta coeli e portarmi direttamente in quell’eremo, funestato da atti indicibili e da uomini coraggiosi e con una fede pura e salda, è : serve davvero distruggere le credenze del popolo?

Serve davvero raccontare la realtà, quando questi racconti, veritieri o non, hanno stimolato uomini straordinari a portare una luce nel mondo?

Forse senza i vangeli non avremmo avuto Don Bosco, San Francesco, San Vincenzo da Paoli, Don Milani, il grande papa Giovanni XXIII e tanti giovani audaci sacerdoti capaci di raccogliere i lamenti dei tanti esclusi del mondo.

Non avremmo avuto la bellezza della teologia della liberazione, o piccoli grandi gesti nati da una fede semplice, autentica e sentita.

No.

Credo che per battere il potere tentacolare che tutto sporca e inquina, la fede serva.

Non importa se cristo è esistito o no.

Se è morto in croce e davvero risorto.

Importa che questo abbia suscitato atti di estremo coraggio.

Perché a volte la ricerca della verità, la voglia di distruggere un nemico, non fa altro che servirsi di atti contro la vita e contro il bene supremo.

E il libro ce lo dimostra, vincente non è chi conosce il segreto dei rotoli a chi davanti la disastro e alla morte non si tira indietro e scava a mani nude per salvare una vita nata e donata da un dio che si è sacrificato per noi.

Ed è questo, l’esempio che può rinnovare, oggi, la chiesa e il mondo.

“V.I.T.R.I.O.L. L’artigliatore” di Vito Ditaranto, Mezzelane editore. A cura di Micheli Alessandra

 

Recensire Vito Ditaranto è sempre un’emozione duplice, composta da un senso di orgoglio profondo, visto i complessi argomenti che si snodano tra le sue pagine, ma anche una maledizione, poiché gli stessi che hanno nutrito la mia vita emotiva e spirituale, pur essendo impressi a fuoco nella mia anima, pur facenti parte del mio percorso evolutivo, in questo lungo viaggio chiamato vita, sono difficili da incidere su un semplice foglio.

Tutti noi siamo viaggiatori intimoriti dalla vastità del sapere e tutti noi preferiamo osservare quest’avventura da un solo lato, dove batte forse la luce più fioca, timorosi di addentrarci oltre il regno delle forme, delle ombre e delle immagini.

Eppure, queste immagini che noi consideriamo la realtà assoluta, non sono altro che frutto esclusivo della nostra percezione totalmente personale.

Vediamo solo un riflesso di noi stessi, in quella cosmogonia straordinariamente complessa che è chiamata vita, che è l’universo, che è il mondo intero. E così possiamo osservare le forme dando la sostanza che reputiamo più semplice, più gestibile, meno invasiva per la nostra umana che ha la strana tendenza a mantenere lo status quo.

 Lo riassume perfettamente il mito che Vito introduce all’inizio del libro, quello della caverna di Platone. Siamo prigionieri della nostra volontà, o del destino che ci ha posto nella condizione di schiavi, di prigionieri di un mondo di ombre, mentre fuori la vastità ci chiama con voce quasi minacciosa, quasi ostile.

Come mantenersi saldi davanti a un sistema cosi immenso, cosi interconnesso e pertanto di difficile decifrazione nell’assenza di un codice unico, di direttive e di leggi prestabilite?

E, infatti, il filosofo, il saggio, il folle, il mistico sono coloro che coraggiosamente e in maniera ardita hanno scelto di capovolgere totalmente gli assunti su cui si basa oggi la nostra società e i suoi valori: lo zeitgeist.

Cosa sarà mai?

Con questo colto termine tedesco, nato con la storiografia otto-novecentesca, si intende indicare la tendenza culturale e sociale predominante in una determinata epoca e che avvolge di ombre o di luce, la realtà immanente di noi uomini. Ci corteggia, ci ingloba e ci influenza il pensiero e dunque la visione delle cose e del mondo.  Per alcuni filosofi, immersi più nel campo dell’esoterismo che in quello scientifico, lo zeitgeist rappresenta non tanto un mero concetto, quanto un essere reale incorporeo che viene identificato con il livello angelico dei principati (come sostiene Steiner) o nel suo senso più cupo con quello degli arconti.

Cosa determina la sua identificazione?

Con la capacità o meno di far evolvere l’umanità.

Per esempio, il rinascimento può essere identificato con lo zeitgeist angelico, mentre la controriforma può essere di tipo arcontico. Tutto questo dipende, però, da un fattore personale collegato all’identità precisa di ogni mente che, a secondo della sua maturità, identifica uno spirito in grado di rappresentare l’anima in cammino.

Come dire, non tutti possono salire gli stessi gradini o per dirla con un termine cibernetico ognuno a seconda del suo modello di mente, può supportare un programma più o meno evoluto. Se inseriamo un programma più potente in un meccanismo non in grado di accoglierlo, avremmo un overload di impulsi e sensazioni che spesso portano alla follia. O al classico delirio mistico.

L’intero libro di Vito si rende partecipe di un simile concetto esoterico ma anche educativo: l’intento dell’anima Joshua di portare alla luce dei segreti, delle precise categorie di pensiero in un mondo dominato, nientedimeno che, da una losca figura, lo zeitgeist rappresentato dall’artigliatore.

L’artigliatore non è soltanto una tenebrosa presenza, la personificazione del male, ma è qualcosa di più sottile, il simbolo inquietante della resistenza al cambiamento. Non a caso, nel testo di Vito, l’oscuro figuro si scaglia con voracità e brutalità sui gatti.

I gatti, non sono soltanto esseri coccolosi e teneri, ma lungo il percorso della storia dei simboli hanno svolto il ruolo di intermediari tra il mondo fisico e quello spirituale, tra forma e sostanza.

Non solo.

Animale sacro per eccellenza, racchiude in sé tutti gli elementi che danno contorni ben definiti al sacro, intero sia come purezza che come impurità. Sacro, dal latino sacer, è una sorta di cartina di tornasole delle cose dello spirito e ingloba, pertanto, opposti e elementi apparentemente distanti, unendoli in un mosaico perfetto. Ecco perché il gatto diventa una sorta di portale verso il mondo altro, un mondo che deve essere in grado di penetrare nel nostro piano di realtà e favorire un cambiamento cosmico, che si traduce nella capacità di percepire l’unità nella dicotomia.

In sostanza il gatto è il punto focale della legge magica per eccellenza

 

come in alto così in basso

come è dentro cosi è fuori

Distruggere o meglio smembrare questo portale (non a caso l’artigliatore si scaglia sulle zampe dei regali felini) significa privare di energia questo portale, di lasciarlo senza il necessario movimento rotatorio in grado di mettere in circolo l’energia in ogni punto del corpo, dell’anima, della psiche o dello spirito limitando il percorso verso la salvezza. (l’energia cioè, non riesce a risvegliare i cosiddetti chakra).

Tale percorso è evidentemente “sabotato” da un insieme di resistenze, tra cui la più emblematica riguarda il settore del sapere. Emblematico è l’episodio rivelatore del libro: l’incontro di Johua con l’élite del potere accademico. Le sue teorie spaventano, fanno fuggire le menti non ricettive, fanno terrore e sono totalmente rifiutate. La scienza, negando la parte simbolico- alchemica e magica della sua natura, diventa dominio dell’angelo del male, anzi della discordia e della separazione.

E in questo concetto entra di prepotenza la Kabbalah.

Venerata ricercata, usata anche per scopi non nobili ma relativi alla moda del momento, (anche la cantante Madonna si vanta di aderire alla cabala…o dio dei cieli perdonaci) è una scienza Sacra (come direbbe Renè Guenon) che traduce in numeri e archetipi l’intera fenomenologia del vivente, della creatura per dirla alla Gregory Bateson.

Perché numeri?

E che legame hanno i numeri con gli archetipi?

Iniziamo con il dire che la Kabbalah rappresenta la storia, anzi il percorso mistico esoterico di un popolo che non è soltanto quello ebraico ma nasce molto prima, quando gli Dei (Annunaki) camminavano con gli uomini. Oppure torniamo ancora più indietro, quando i Figli di dio portarono come dono d’amore, le conoscenze relative all’universo alle loro donne. E tra queste conoscenze figuravano matematica, astronomia e linguaggio.  Si linguaggio, le parole, il famoso Verbo creatore. Ora la parola Verbo, presente nella meravigliosa genesi va tradotta esattamente, se vogliamo essere pignoli, con suono. E il suono, spero lo sappiate, è un evento acustico vibratorio che nei numeri e nella matematica e nella geometria trova i suoi codici per essere interpretato, compreso e descritto. Chi studia musica sa quanto i numeri siamo fondamentali:

 

La musica è una scienza che deve avere regole certe: queste devono essere estratte da un principio evidente, che non può essere conosciuto senza l’aiuto della matematica. Devo ammettere che, nonostante tutta l’esperienza che ho potuto acquisire con una lunga pratica musicale, è solo con l’aiuto della matematica che le mie idee si sono sistemate, e che la luce ne ha dissipato le oscurità 

Jean Philippe Rameau, trattato dell’armonia ridotto ai suoi principi 1722

Questo rapporto stretto è stato studiato fin dall’antichità e posso citare il grande Pitagora che oltre a ragionare sulla scoperta di come   i differenti toni di una scala sono legati ai rapporti fra numeri interi, fu in grado di influenzare la scienza occidentale intuendo come, la matematica, fosse in grado di descrivere il mondo.

Da quest’intuizione abbiamo i risultati nell’architettura sacra, le cattedrali gotiche tipo Rosslyn o Notre Dame o Charteres che usavano come elemento costitutivo il famoso phi greco o numero aureo, per infondere una sorta di eternità alle pietre inanimate, rendendole vive e vibranti.

E non è un caso che tra queste arcane mura si ritrovi la scienza amata dal protagonista Joshua fatta non solo di numeri ma di simboli e di archetipi. Andiamo ora a conoscere gli archetipi presenti in quantità industriale nel libro. Gli archetipi sono considerati una sorta di prototipo universale per le idee attraverso il quale, l’individuo, interpreta ciò che osserva e sperimenta.

È, per Jung, l’immagine primordiale (urtümliches Bild) dell’inconscio collettivo. La parola deriva dal greco ρχέτυπος col significato di immaginearché (“originale”), típos (“modello”, “marchio”, “esemplare”). E’  utilizzata per la prima volta da Filone di Alessandria e successivamente, da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata. È anche plausibile che derivi da άρχή (“arché”), col significato di “principio”, “inizio”. Pertanto essi sono la forma preesistente e primitiva del pensiero in germoglio, della potenzialità del pensiero per indicare idee innate nell’inconscio che, tramite il linguaggio, la parola, prendono una forma precisa.

E la Kabbalah si occupa di inserire gli archetipi in simboli e numeri. Chi padroneggia questa scienza padroneggia l’essenza di una cosa o una persona, un’essenza collegata all’unità originaria o dio di cui essa è emanazione. Questo passaggio, permetterà la manifestazione di Dio nella natura dell’universo e umana.

Uno degli elementi della Kabala è l’albero della vita composto da diverse Sephiroth (emanazioni) a cui, durante i secoli, sono state concesse attribuzioni precise, tra cui i nomi di dio ossia una precisa essenza. Punto che ci interessa per capire il libro è che, dietro all’essenza di luce, se ne nasconde un’altra diciamo oscura chiamata qliphot, (gusci) e non sono altro che, prosaicamente, il rivestimento protettivo di un concetto: ossia i cosiddetti guardiani della soglia.

Questi elementi distruttivi sono i limiti citati dai libri di Igor Sibaldi, con cui l’adepto o il maestro deve confrontarsi per superarli, riconoscerli, affrontarli o soltanto comprenderli e quindi nominarli. Ed è questo che esegue Joshua; comprende e conosce facendo in modo che, l’artigliatore, venga sconfitto. E lo fa semplicemente indagando la sua storia e nominandolo.

E il libro sacro, il testamento, pieno dei segreti arcani torna illeso all’origine del tempo. Chi non affronta questo ostacolo, questo lato distruttivo, sarà per sempre inglobato nel significato contrario della sepiroth, il guscio,  restando sospeso in un tempo senza tempo, in un limbo considerato dai nostri mistici, il vero, originale,  inferno.

L’intera storia dello scontro/ incontro di Joshua con il “male” è la storia del percorso liberatorio di un’anima che, per essere eterna, per travalicare tempi e le ere, spirito del tempo e cultura stantia, deve affrontare l’ombra.  Pertanto questo libro ricorda altri testi esoterico iniziatici come il meraviglioso Le nozze chimiche o il recente il nome della rosa o il club dumas. Sono testi che nella loro apparente semplicità nascondo il senso vero del nostro viaggio esistenziale per tornare la piano astrale e immutato dello spirito.

Un altro importante accenno: i nomi.

I nomi non sono scelti a caso. Joshua per esempio significa il signore è la mia salvezza, YHWE è salvezza o il salvatore dato da Dio. Ed è il nome di un iniziato scelto dalla una divinità precisa, ossia quella della forma, per trovare la salvezza intesa come gnosi e come sostanza.

Non a caso Joshua si occupa proprio di questa incredibile azione di ripristino dello spirito dei nomi delle parole e dei concetti, che rappresentano il vero segreto del linguaggio universale. Johsua si dirige verso l’abbraccio dell’altro volto di dio il fondamento ossia l’elohim che indica l’intera forma energetica unica che è la forza che va oltre, che supera la staticità di colui che è per abbracciare il cambiamento e quindi il ritorno a casa.

In questo senso la morte è soltanto il novo inizio e il compimento del cammino: Joshua infatti torna all’inizio diventando concetto immortale nel testo sacro e proibito del libro dei segreti (un accenno non troppo velato al libro della formazione).

E non è un caso che Joshua Tree sia anche il nome di uno straordinario album degli U2 che fa riferimento a una pianta la yucca brevifolia detto appunto albero di Joshua che cresce in california. Questa pianta è stata considerata dalla tribù americana dei Cahuillia una risorsa preziosa chiamata humwichawa usata come nutrimento, cosi come per noi la kabbalah è il nutrimento dell’anima.

E che dire di Simone il finto allievo?

Simone significa che ascolta egli ha ascoltato. E Simone ascolta ma non crede, non recepisce non metabolizza perché in fondo rifiuta il cambiamento. E non è un caso che da Simone derivi la simonia ossia ottenere il potere di compiere miracoli in cambio di denaro. E Simone, il finto allievo nel libro di Ditaranto, non cerca conoscenza ma utilità immediata, vantaggio, fama e potere. E non sarà lui, esponente dell’élite accademica chiusa e bigotta, a recepire e personalizzare il messaggio di Joshua ma sarà un simpatico personaggio, umile, semplice quasi schivo che non vi rivelerò…

Testo complesso, mosaico meraviglioso, ricco di significati iniziatici e esoterici è da leggere assorbire, rileggere per poter trovare sempre nuovi indizi e nuove idee costruttive. Ma non limitatevi a essere semplici “simoni”, fare vostro il messaggio, non ascoltatelo ma vivetelo per potere fiori nell’arido deserto dell’anima.

 

 

” Le sei sfide del profeta” di Walt Miller, Serarcangeli editore. A cura di Micheli Alessandra

 

Il romanzo di Walt Miller si pone in quella nicchia di elite, perfettamente in bilico tra azione, thriller e esoterismo. Appartiene alla folta schiera di autori che hanno deciso di raccontare, oltre a colpi di scena, delitti insoluti e impenetrabili moti dell’animo umano  anche, in  quel settore arcano di conoscenza denominato esoterismo.

Del resto cos’è l’esoterismo se non quello che il sociologo Vilfredo Pareto, definii la radice non logica delle azioni umane. Esoterismo, infatti, evidenzia ciò che è celato, cioè che non è manifesto, e di solito riguarda quelle molteplici dottrine che fanno parte del lato oscuro della scienza, intendendo con oscuro quel lato più sotterraneo, direi ctonio, che fa parte dell’humus che si manifesta nello strato più inferiore ( nel senso fisico nono valoriale) caratterizzante ogni percorso scientifico,  che ambisca a considerarsi scienza. E’ la parte che ci sfugge, quella ancora da analizzare, il cosiddetto DNA spazzatura, che non è affatto spazzatura nel senso gergale del termine ma è semplicemente un enorme contenitore di informazioni non ancora elaborato in concetti.  Ed è in questo strato che confluiscono tradizioni, conoscenze, teorie forse troppo all’avanguardia per il momento storico e che con la sperimentazione diventeranno di dominio pubblico conquistandosi il loro posto al sole. Ed è in questo recipiente che ritroviamo anche quelle particolarità religiose spesso impenetrabili per la mentalità moderna, che finiranno per essere raccolte e etichettate  come magia, folclore o superstizione. Walt Miller, nel suo testo si occupa proprio di queste tradizioni misteriche, attraverso si un testo di diletto, ma  che ha anche l’ambizione  di potere a conoscenza dell’ignaro lettore e alla riscoperta di noi addetti del mestiere, non soltanto di mitologie dimenticate, ma soprattutto di  un testo troppo spesso sottovalutato ma antropologicamente essenziale per meglio comprendere l’antica cultura italica, quella da cui emergeranno finissime civiltà molto più studiate come quella etrusca, romana o addirittura celtica. Dell’antico  mondo italico dell’epoca James Frazer intelligentissimo antropologo, ne parlerà nello splendido libro  “Il ramo d’oro”. Questo rappresenta uno dei testi culto per tutti gli studiosi e non, è  una ineccepibile analisi del mito e della magia effettuata partendo da un oscuro rituale antico, quello che aveva come centro nevralgico il misterioso boschetto di Nemi.

Ed è in questo bosco, importante per la sua valenza simbolica di antro misterioso punto di partenza per ogni vera evoluzione spirituale, proprio perché il bosco, come l’albero,e la foresta, deve la sua importanza  al concetto di fuori ( il termine stesso foresta risale al latino forestis silva, cioè “selva esterna“, posta “fuori“ dal pomerium, la cinta urbana che separava i centri abitati dalla natura circostante).  E quel “fuori“ suggerisce l’idea dell’ignoto, del mistero in cui propriamente consiste il Sacro. Pertanto, era qua si svolgevano i primi riti iniziatici, spesso crudeli, spesso quasi privi di senso per l’osservatore moderno, che Miller riporrà in chiave più sensazionalistica ma non per questo meno colta, nel suo libro. Grazie a strategici accorgimenti letterari, che riflettono una notevole esperienza nel campo della stesura dei libri, Miller li fa rivivere connotandoli del necessario binomio bene contro male, seppur a una lettura più approfondita del romanzo, innumerevoli colpi scenici non hanno solo la funzione di emozionare e ammaliare, ma anche di rimettere in discussione il pensiero quasi istintivo che si fa ribrezzo nell’osservare il contorto mondo maligno delle sette li rappresentate. Simon Mago è descritto si come un criminale, ironizzando anche sui veri motivi per cui, spesso, l’esoterismo di trasforma in satanismo, mai per reale interesse quanto per noia, per delirio di potere, per ottenere adrenalina. Ma è anche profondamente reale, colui che, ribellandosi all’autorità si inserisce in un percorso gnostico che non può non affascinare e non attrarre. La patina quasi etica del testo non nasconde una riflessione profonda sul bene e male, da ogni osservato come una linea netta di confine ma che in realtà appare molto meno rigido e più sfumato. Gli eroi di Miller non sono eroi totali, sono elementi di un palcoscenico in cui lavorano e si incontrano forse opposte e complementari, non tanto a contendersi davvero il potere, quanto a mantenere un necessario equilibrio fra potenzialità, quelle ribelli ( perché Simon Mago è un ribelle) e quelle più pacate, quasi conservatrici (rappresentate dal femminile Mammarossa). La potenzialità maschili dominante viene cosi controllata, quasi monitorata dalla controparte femminile più rispettose di equilibri( per questa sua caratteristica protettrice l’ho denominata conservativa) in un gioco di cui i protagonisti sono solo comparse, manovrate da poteri reali, vivi soltanto grazie  alla  forza motrice data dalla contraddizione presente in ogni religione antica tra crudeltà e armonia.

E per quanto noi leggendo il testo ne restiamo terribilmente e eticamente sconvolti non possono non toccare parti inconsce di noi stessi stuzzicando quel bagaglio cultura inciso a fuoco nel nostro DNA.

Quella che il protagonista si ritrova a vivere è una fiaba iniziatica, dotata del necessario orrore di chi tocca con mano l’altro mondo. Rispetto alla fiabe edulcorate di fate e elfi qua si tocca con mano l’impatto devastante che, il mondo reale quello spirituale cosi dotato di significati spesso contrastanti con la nostra morale e con un certo sprezzo della vita cosi come noi la conosciamo, ha spesso sull’ignaro umano, messo a contatto diretto e visibile con il terrore, con l’orrore quelle emozioni necessarie a cambiare, a svegliarsi. Precetto fondamentale di ogni religione iniziatica è la concezione che ,l’uomo addormento reso inconsapevole della propria natura divina ( ecco allora il significato profondo dello sprezzo della vita che è soltanto sprezzo della morale limitante del mondo visibile terreno patria dell’arconte) viene brutalmente destato alla verità con prove quasi al limite, quasi crudeli, che agiscono come un detonatore nell’intricata bomba mentale dell’uomo, come un ordigno pronto a scattare e scoppiare devastando si ma anche ricostruendo.

Un libro multistrato, riflessivo, potatore di grandi domande che hanno sempre torturato l’uomo in cui il mondo altro, e il mondo consueto, una volta incontratosi, scontratosi e risvegliatosi nell’animo umano, purificato dalla conoscenza di se, rende la vita ancor più misteriosa e sacrale, cosi come Miller ci racconta nello splendido finale. Un libro prezioso da leggere più di una volta, per potersi impadronire dei suoi mille segreti, segreti che ho solo scalfito con la mia modesta analisi.