“L’anno senza estate” di Luce Loi, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono accadimenti che segnano la vita dei protagonisti in maniera indelebile, ma che sfuggono alla storiografia ufficiale.

Eppure sono in quei ritagli di tempo, in quei funestati episodi che la natura umana si rivela e trasborda dai suoi confini fino ad invadere con la sua vischiosità anche la natura circostante.

Ci sono momenti passati quasi in sordina, troppo insignificanti rispetto ai grandi mutamenti epocali.

Eppure esistono e qualche coraggioso autore, o storico o semplice appassionato li riporta alla luce, contribuendo a completare un mosaico che, altrimenti ci appare lacunoso.

E’ cosi la storia.

Non solo grandi gesta, ma piccoli quasi insignificanti attimi, in cui il destino si compie rivelando sotto il tappeto dell’apparente immobilità, le radici non logiche delle nostre azioni.

In questo libro macrocosmo (i grandi eventi storici conosciuti da tutti) e il microcosmo (i piccoli gesti quotidiani) si incrociano, rivelando un interdipendenza essenziale per inquadrare un preciso fotogramma storico.

L’anno senza estate non è più, dunque, un titolo accattivante capace di focalizzare precisamente la tensione del thriller, ma riguarda il motivo per cui il thriller è nato.

I veri protagonisti divengono non tanto i personaggi, ben delineati e figli del loro sociale, ma i segreti, le omissioni, i vizi ( e poche virtù) che da sempre, purtroppo, caratterizzano quest’Italia abbandonata dal dio di turno.

Denaro, potere e brama inondando il paesaggio cosi tranquillo, cosi quotidiano di una coltre innevata color del sangue, quasi a sottolineare la malvagità che come un vulcano sotterraneo borbotta nelle regioni infere. Ecco che la maschera cade, rivelando una verità scomoda, ma che conosciamo bene tutti noi: sotto la serenità si cela il male.

E il male non è un demone ghignante, ma siamo noi, con le nostre ossessioni e la nostra ricerca dell’apparenza.

Per l’italiano medio l’apparenza è tutto.

E’ il modo per sentirsi migliori pur con la coscienza di nutrire una mostruosità aberrante.

E’ la consapevolezza che possiamo mostrare una facciata pulita, conservando intatti i vizi più oscuri.

E sapendo che la complicità del popolo o dei potenti, proteggerà la nostra farsa.

Eppure in quell’anno strano e straordinario, l’immobilità è interrotta da un nume naturale che decide di non tacere, di riversare sulla neve e riflesso negli occhi degli uomini la colpa sperando che, qualche anima coraggiosa raccolga la sfida, rivelando i segreti nascosti sotto il manto. Un manto sanguinolento, color rosso, un manto che urla con la forza di un vento sferzante e di un freddo che penetra nelle ossa, quel freddo di chi è rimasto, per un patto scellerato con gli inferi, senza coscienza.

E’ l’anno 1816.

Un anno importante per l’Europa, un anno di sconvolgimenti politico culturali, un anno di possibilità e di sogni appena sbocciati.

Un vento di rivoluzione ne che inonda anche un Italia abituata a chinar la testa.

E persino un sud reso schiavo dei potenti, legato all’ignoranza e la superstizione.

E quale miglior modo di sfruttare tale mentalità per quel dio beffardo se non di presentarsi in tutta la sua ruggente maestosità?

Nell’evento naturale, per nulla frutto di una maledizione arcana, sembra di udire la voce tonante del dio che si rivolge adirato di fronte all’ipocrisia di Giobbe.

Chi sei tu per infastidire con i tuoi piagnucolii il mio agire?

Chi siete voi, piccoli e fragili esseri, cosi arroganti da interferire con il mio sacro disegno?

E sullo sfondo si agita un umanità piccola, patetica, priva di ideali, dedita solo alla venerazione di Mammona.

Legata a rassicuranti stereotipi e pregiudizi, verso il popolo, la fonte della vera sovranità, verso la dignità dell’altro, considerato solo feccia, verso la donna, considerata un essere inferiore da guardare in modo compassionevole.

Eppure, sarà la donna, colei che dall’altro dei cieli, è stata relegata in un angolo sporco e ammuffito e arricchita di tutte le peggiori colpe.

Una donna che prende su di se il male del mondo e lo deve esorcizzare assurgendo al ruolo di Maddalena redente.

Da chi di colpa si è macchiato le mani.

Lo dimostra quella neve rossa come il sangue, cosi gelida come gelidi sono i cuori dei tanti protagonisti, come gelida è la mano dell’ingiustizia.

E cosi come nell’anno mille, reo di portare con se l’apocalisse, ossia la rivelazione di un sistema errato, il 1816 utilizzo un evento che noi conosciamo e che ignoriamo nella sua forza terrificante come monito per quella società chiusa e claustrofobica.

Dal 5 aprile 1815 ci fu l’eruzione del vulcano Tambora nell’isola di Sumbawa (indie olandesi l’attuale indonesia). Furono le condizioni climatice inusuali a causare questo spettacolare evento naturale vissuto come l’ira di dio sulla terra.

Fu quest’eruzione che diffuse grandi quantità di cenere vulcanica NEGLI STRATI superiori dell’atmosfera. E furono le aberrazioni climatiche a suggerire che ci si trovasse di fronte a una maledizione, la macchia causata da un gesto contro l’umanità.

Da troppi segreti incapaci di tacere.

Da troppe omissioni, da vizi indicibili.

E in un Europa che si stava lentamente riprendendo dalle guerre napoleoniche, cercando di portare tutto a uno status quo rassicurante, l’anno senza estate forse fu la resa dei conti.

Che fece comprendere come non si torna indietro.

E le idee seminate sbocciano.

Le idee seminate prima o poi eruttano e inondando il biancore dell’immobilismo con il colore amaranto del movimento.

E forse l’anno senza estate, celebrato nello spettacolare libro di Luce Loi, sarà monito per tutti noi.

Che continuano a tenere segrete le brutture.

Esse prima o poi risorgeranno.

E ci accuseranno di ogni malefatta, chiedendo semplicemente il risarcimento dei danni.

E forse mi piace pensare che ogni modifica climatica non sia altro che la voce tuonante di dio che ci rimprovera per i nostri sbagli.

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“Il collezionista di bambole” di Erika Tamburini, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Come sempre la Triskell editore propone, con la sua collana Redrum, un vero gioiello, un ibrido in grado di amalgamare perfettamente il thriller classico con la sua dose di orrori, il noir con la sua attenzione al contesto sociopolitico, e la detective stories, con un investigatore caparbio, deciso ma profondamente umano.

E’ grazie al connubio di più elementi che il lettore resterà avvinto come soggetto a un’arcana malia pagina dopo pagina, sedotto da una molteplicità di emozioni che non lasciano scampo: terrore, indignazione, commozione, rabbia e compassione.

E solo per il fatto di stimolare cosi tanto in profondità l’intelletto umano il libro di Erika per me è un capolavoro indiscusso che oltrepasserà, ne sono certa, i tempi.

Ma, come voi ben sapete, non sono solo questi i dati che mi fanno affermare con decisione il giudizio di capolavoro.

Vari sono gli elementi che definiscono in cotal modo un libro.

Deve esserci un significato in primis, cosi potente da servire per noi, per il passato e per il domani che si dipana ai nostri occhi.

Deve oltrepassare i ristretti confini della sua ambientazione richiamando il filo rosso dei disagi che racconta, come se ci si trovasse di fronte al dedalo intricato del labirinto del Minotauro: passano i secoli, il progresso fa occhiolino, ma il Minotauro è ancora al centro del labirinto e divora le sue vittime.

E pertanto il libro che vuole scovarlo o almeno denunciarne la presenza deve trovare la sua Arianna capace di srotolare il suo gomitolo e creare un percorso che, forse un giorno, porterà un Nuovo Teseo a affrontare il demone.

Deve esserci poi un ambientazione coerente con la trama ma sopratutto con l’intento dell’autore, capace di raccontare con le sue descrizioni i fatti che l’inchiostro fa nascere: sono quelle suggestioni a rendere un libro immortale.

E poi deve essere in grado di costruire un suo mondo, specchio di quello che viviamo, sfumatura della nostra cacofonica realtà.

Ed è il dato più difficile per un libro, più arduo per uno scrittore dare voce alla multiforme realtà che fa nascere i suoi demoni, che li nutre ma al contempo da anche vita alle sue nemesi.

A volte, un thriller, un giallo o anche un noir, si concentra soltanto su un aspetto ed è quell’aspetto a definirne il genere.

Questo perché portare avanti un progetto con più voci, intricato e capace di dare risalto a più elementi, rischia di rinunciare al suo status di perfetta melodia per divenire cacofonico.

Ecco che allora l’autore sceglie di concentrarsi su un elemento o su un personaggio simbolo dell’elemento stesso.

Abbiamo il thriller quando ci si concentra solo sull’isolare il male e il crimine che lo rappresenta.

A volte si sceglie di evidenziare il contesto economico, sociale e storico, con le sue idiosincrasie e le sue imperfezioni che spesso, se non raccontate divengono perniciose proprio per la loro invincibilità che permette di prosperare indisturbate.

Altre si racconta il percorso dell’eroe/ investigatore la sua umanità o la sua aura originale dell’eroe eterno simbolo di un uomo rinnovato ma aleatorio.

O si racconta la vittime e il suo dolore.

O si sceglie di introdurre la storia attraverso personaggi secondari, cosi come fece la buona Charlotte Bronte dando voce alla balia per raccontare il dramma d’amore di Chaterine Heathcliffe.

In questo libro la Tamburini rompe gli induci, distrugge uno schema e si propone il difficile compito di…dare voce a tutti.

Vittime, carnefici, personaggi secondari ma indispensabili al racconto, eroi e persino la società di Chicago dell’epoca con i suoi gasngster, i suo vizi e le sue virtù.

Ecco che tutto si dipana attraverso il punto di vista di una addolorata mater lacrimurum come Mama Blue.

Si conosce il killer non solo attraverso le sue gesta ma anche attraverso gli occhi delle sue vittime.

Si conosce l’investigatore Aidan non solo grazie al suo impegno ma sopratutto grazie al disimpegno dei suoi colleghi.

Tutto questo crea un quadro perfetto, dai tratti luminosi e oscuri che inchioda Chicago e il mondo intero alle sue colpe.

Colpe mai ammesse e pertanto mai scontate colpe che addirittura risalgono alla cupa epoca vittoriana.

Chicago raccoglie la sua sanguinaria eredita. Perché il collezionista di bambole ha il suo antesignano ossia Jack The ripper, che agì indisturbato nella Londra vittoriana complice la sua predilezione per gli strati dimenticati e scomodi della perfetta società borghese.

Essa lasciava che le vittime di White Chapel lavassero con il proprio sangue quelle oscurità presenti non solo in seno a loro stessi ma anche frutti di una società che tentando di emergere come la migliore, doveva evitare di mostrare al mondo la sua macchia.

Come posso presentarmi come impero dominante, se all’interno di me stesso sto disgregandomi?

Come posso essere portatore di una civiltà in grado di dominare le mie colonie, in nome del progresso, se premetto l’orrore a casa mia, nel quartiere vicino, nelle fabbriche, nei sobborghi?

Lo stesso dramma di White Chapel e dell’Inghilterra intera, rivive oggi nei fatti italiani come L’Ilva di Taranto, la terra dei fuochi, ottimi per fare share, ma pessimi per la reputazione di terra di santi eroi e navigatori. La colpa va sotterrata, lo scarto va ignorato e usato come valvola di sfogo per i capisaldi di una società morente.

Il vizio non è combattuto, lo si mostra al mondo che lo si ostacola, ma serve per dividere l’indivisibile in buono e cattivo, sano e folle, degrado e lusso come monito per chi non si attiene alla regole.

Chicago, la bella città d’America è il prolungamento di questo dramma. Dall’Inghilterra delle fumose fabbriche, al vento gelido sferzante dell’America al tempo del proibizionismo, al tempo dei gangster, delle stragi e della corruzione.

Il tempo dei quartieri eleganti, della vita mondana e dei bassifondi da dimenticare.

Il collezionista è il nuovo Jack, indisturbato si nutre degli scarti di una società che non vuole vedere la sua decadenza e pertanto, in un orrendo canto conosciuto crea il suo olocausto salvifico.

E chi sono i designati partecipanti a questo rito finto redentivo?

I diversi, coloro che mettono a repentaglio quel perbenismo borghese che oggi ci fa tanto ridere, che sa di vecchio, di out, di patetico ma che invece rappresenta ancora oggi un sistema di vita: dominanti e dominati, sottomessi e padroni, scarti e gente proba e retta.

Un bacino umano che serve alla signora impellicciata per fare beneficenza, all’illustre imprenditore per soddisfare la propria depravazione, al padre di famiglia frustrato di essere finalmente se stesso e alla malavita a fare soldi.

Sono coloro che mettiamo alla berlina a cui togliamo lo status di esseri umani, perché rei di compiere chissà quali orrori ai danni dell’armonia di una società.

Un’armonia che non esiste perché la società è oramai marcia dentro. Ecco che il noir si trasforma in coraggioso e fiero atto di denuncia:

Non erano scarti della società a cui non pensare, ma erano vittime. Vittime a cui dare giustizia; ma più di ogni altra cosa, erano ragazzi sventurati, molti nemmeno maggiorenni, costretti a vivere in strada e a vendere il loro corpo per poter sopravvivere.Vittime, che per non morire di fame erano cadute nelle mani di un pazzo sadico.

E ancora:

Perché nessuno capiva che bisognava dare voce anche a quei ragazzi, rendere loro giustizia? Che cambiava con chi andavano a letto o il modo in cui si guadagnavano da vivere? Meritavano di essere uccisi in quel modo e abbandonati in strada come fossero spazzatura solo perché si prostituivano?

In questo libro i complici abbondano.

Chi resta in silenzio, chi volta lo sguardo, chi finge sia una punizione divina, chi si barrica in dietrologie razziste. Ma sullo sfondo di questo mondo fatto di compromessi, persino tra la legge e la malavita (noi italiani sappiamo benissimo come funziona) il coraggio di un uomo solo, non un eroe ma imperfetto, porta al luce nel buio.

Che noi tutti, leggendo questo libro, possiamo acquistare un po di coraggio di quel piccolo ma grande poliziotto, che non si vergogna di se stesso, ne di amare, ne di provare compassione anche per i reietti, per i deviati, per gli abbandonati.

Ecco, l’ho osservata il giorno in cui l’ho conosciuta, in centrale, ma anche sul luogo dei ritrovamenti e mi piace come lavora, come si appassiona ai casi senza discriminare le vittime. Mi piace come ragiona, come segue il suo istinto, ma anche gli indizi, senza lasciare nulla al caso. Non tutti i poliziotti sono così affranti per le vittime, molti preferiscono giudicarle.

Se esiste un dio, prego perché faccia nascere dieci, cento, mille Aidan nelle nostre coscienze.

 

“Leonardo e la morte della Gioconda” di G.P. Rossi, Diarkos edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Innamorarsi del thriller storico è facilissimo.

Basta una grande curiosità per il passato, un’amore immenso per gli enigmi e i misteri e la volontà di provare a svelarli solo grazie alla propria logica.

Ecco perché è un genere che spadroneggia.

La differenza con i suoi fratelli moderni, sta nell’uso esclusivo della mente, dell’intuito e della capacità razionale di legare a se piccoli indizi e trovare il dato stonato, quello che da una sorta di ombrosa oscurità al quadro perfetto, apparentemente stabile che fa da sfondo o da paravento ai misteri.

In assenza delle tecniche moderne, l’investigatore medievale o ottocentesco deve contare solo sul proprio indubbio genio.

Nel caso del libro di GP Rossi lo svelamento dell’intrigo è facile, visto che a impegnarsi nell’arduo compito è il genio per eccellenza, il maestro di ogni tempo, colui che unisce il passato e il presente annullandone le distanze: lui il mitico Leonardo Da Vinci.

Tanto si è scritto del grande Leonardo.

Non negherò di aver letto tutto d’un fiato questa sua avventura guidata dall’immenso amore e dalla grande stima per un uomo che è e resta il mio mentore.

Una mente in grado di vedere attraverso le stringhe della dimensione spazio temporale, capace quindi di compiere autentici viaggi nel tempo e anticipare non soltanto le scoperte dei tempi ma persino la mentalità.

La tecnologia non ha mai conosciuto freni.

Volenti o nolenti siamo pieni di oggetti che contrastano con le nostre limitate vedute scientifiche. Basti pensare ai reperti archeologici chiamati outparts, ossia fuori dal tempo.

Il genio umano è conosciuto e capace di voli pindarici anche se il nostro assurdo senso di superiorità ci costringe ad considerare i nostri antenati dei simpatici primitivi senza capacità.

Noi siamo i grandi e loro sono guardati con compassionevole benevolenza.

In realtà, la visione storico scientifica etnocentrica ha subito un grosso danno da quando è rivelato che, l’America, non è stata una scoperta ma una ri-scoperta, che il ferro era conosciuto anche dagli egizi e che gli stessi operavano in modo perfetto e pregevole (non esistevano casi di malasanità nell’antico regno ) in campo neurologico.

Quello che rende i tempi divisi in progresso e arretratezza non è, dunque, la capacità di creare e inventare strumenti capaci di alleggerire il lavoro umano o divenire momenti di estremo vanto, di stuzzicare quindi la nostra egoica vanità.

Ma è il pensiero che decide e fa decidere se una civiltà, se un epoca è civile o no.

L’epoca vittoriana lo dimostra: si possono avere scienziati all’avanguardia ma credere ancora in idee antiquate e perniciose.

Si può creare il sogno dell’uomo di volare, ma al tempo stesso essere convinti che gli uomini sono divisi in inferiori e dominanti.

Leonardo era oltre i tempi proprio per la sua capacità di avere un mente flessibile e moderna, nelle idee ragazzi miei, non nell’azione meccanica. Ci stupisce qua il suo pensiero, non tanto le sue creazioni.

Il libro diviene elettrizzante per le sue idee avanzate sulla stregheria, non tanto per la creazione di perfetti modelli meccanici.

In questo testo, (lo ammetto mi ha appassionato terribilmente, tanto che lo custodisco come una sacra reliquia) le vicende del mio mito si intrecciano con quelle di banale quanto orribile quotidianità: ossa il cambio di un potere che non avviene mai dal basso, ossia per violazione del patto costitutivo dello stato, ma per beceri sotterfugi che hanno sempre il sapore della cospirazione, della violenza è del fine giustifica i mezzi (quanti danni hai provocato mio buon Machiavelli!).

Sullo sfondo di una Milano che è sull’orlo del cambiamento di padrone e con una Francia che fungerà da rifugio per il nostro grande uomo, si dipana e si svela non solo l’orrore degli intrighi di corte, ma anche il mistero del suo quadro più amato e più studiato: la Gioconda.

Il suo sguardo quasi evanescente, capace di deriderti per la sua capacità di lungimiranza, osserva da sempre il turista inquieto.

Che sa che dietro la perfezione stilistica si cela un segreto. Forse la stessa concezione religiosa e ontologica del sommo.

E il libro, divenendo non più tomo di evasione ma documento storico ci propone la sua visione, la sua spiegazione, non meno affascinante anzi a parer mio più convincente di quelle esoteriche o complottiste.

Un libro che si legge tutto di un fiato, che è difficile lascia andare, ma che non si può leggere e rileggere come se una strega avesse lanciato il suo incanto maliardo sulle parole scritte.

In tal caso, siamo tutte fanciulle che, una volta indossato scarpette rosse non possiamo smettere di ballare.

Solo che al contrario della tetra fiaba, qua troviamo solo la bellezza dell’arte a tenerci avvinti al magico potere del verbo.

Un libro che non deve assolutamente mancare nelle vostre biblioteche, se davvero vi definite lettori avidi e innamorati della sublime arte della scrittura.

 

“I custodi e la pergamena del potere” di Federica Loreti, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

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Credo che il mio amore per i libri, un amore atavico iniziato ancor prima della mia nascita, si stia ingigantendo grazie ai nuovi talenti.

Mai come quest’anno il mio senso della bellezza si sente coccolato, e venerato.

Libri che brillano come fari un una notte oscura, sarà retorica, ma è cosi che valuto il mondo letterario moderno.

Troppo funestato da tante polemiche, da tante lamentele inutili e tentativi abietti di affossare gli stili ricchi e pieni di significato a favore di un mostrare ma non raccontare che è l’anticamera del nulla.

Un libro che mostra ma non racconta è un libro fallito.

E’ un libro che sgarra la sua prima regola narrare.

L’autore anche oggi che la tradizione orale è andata scemando deve recuperare il suo tempo perduto a rincorrere chimere e riallacciare i fili del rapporto con la gente che è e rappresenta il suo unico referente. Pertanto per narrare, come ha dimostrato un grande saggista Francesco Amoruso, bisogna falsificare il reale e irrorarlo di simboli eterni e sempre nuovi capaci di illuminare anche le parti scabrose della nostra esperienza umana.

I custodi della pergamena del potere è un libro che coniuga storia e invenzione e che quindi, udite udite, si comporta da libro.

Prende un evento e lo colora, lo veste di nuovo e lo regale la pubblico che estasiato, abbandona i sensi comuni per bearsi di quel sesto cosi poco considerato e troppo spesso disprezzato.

Abbiamo terrore, un terrore strano inquietante, verso l’immaginazione. Ci va bene purché non raggiunga mai un limite elevato: si ci piace la fantasia ma che sia poco fantasiosa.

E cosi l’uomo resta a terra, schiavo delle sue mondane ossessioni, perdendo la strada verso l’infinito.

Federica, invece, ci dona la chiave per le porta del cielo, che si spalancano davanti ai nostri sensi rapiti e ci immergono in quel mondo delle idee di cui tutti parlano e che è riservato ai pochi.

Laddove gli angeli esitano si trova il libro.

Altrimenti è solo un insieme più o meno grammaticalmente e sintatticamente corretto di parole.

Ma non è un libro.

Non è porta, non è significato, non è evasione non è quell’input che ci spinge a ribellarci alle stantie convinzioni finto borghesi e abbracciare il vero unico moto umano: la scoperta.

Nel testo di Federica (dio come venero questa saggia donna) c’è l’uomo che ci aspetta e che ci guiderà negli abissi ma anche nel paradiso più radioso, quello in cui un personaggio apparentemente noioso, abulico e antipatico può divenire eroe responsabile del suo tempo e del tempo di tutti noi.

L’ossessione è sempre quella: il potere.

Non la gestione responsabile di essa ma la possibilità di usarlo per scopi privati non sempre brillanti e leciti.

E cosi per il proprio successo si deve per forza dare in cambio a mammona la propria coscienza.

Una bella pala e una bara pronta per darle l’estremo ultimo saluto.

Il potere corrompe perché non viene compreso.

Il potere logora perché chi non lo possiede fa di tutto per abbracciarlo. Chi lo abbraccia non si accorge che esso non è una bellissima fata, ma una vergine e di Norimberga che ti stritola nel suo mortale abbraccio.

E come sempre, dietro le quinte come racconterebbero i nomadi c’è un re che muove ridendo crudele i fili.

E noi burattini che non hanno più libertà, che non hanno più speranza di esserlo e giocano la partita di scacchi sanguinosa chiamata guerra. Perché il potere ha sempre come mezzo la guerra.

Ascoltate le parole di questa grande donna e imparate da esse:

Il mondo è in pericolo, ci sono forze che intendono attaccare

gli uomini e punirli per la loro crudeltà. Arriveranno tiranni

che penseranno di poter vincere facendo del male agli altri, ma

condurranno lentamente le vittime e se stessi alla distruzione

del genere umano.

Vi devo descrivere gli eventi che rendono questa frase verità?

Non credo.

E qua l’è allora l’unica speranza di questo mondo atrocemente disfatto?

finché i Custodi del Potere proteggeranno la Pergamena e i suoi segreti, il mondo sarà al sicuro,

Finché ci sarà l’uomo che si stanca di essere “qualunque” e vorrà divenite esso stesso custode e paladino di questa perduta umanità. Allora avremo speranza.

Anche se accanto ai prodi per l’equilibrio del mondo ci saranno sempre:

ma attenzione a chi percorrerà questa strada: non sei il solo cavaliere che trotta verso il Potere.

E allora una persona quasi invisibile come Gabin, che in fondo è n po’ il simbolo di tutti noi, annoiati e affranti, diventerà il protagonista di una strana ma indispensabile storia della salvezza, fino a crescere e scegliere la via meno facile

Io ho la Pergamena e non intendo usarla: voglio trovare l’ultimo simbolo del potere e tornare a Londra dove questo segreto mi seguirà fin nella tomba.

Perché l’atto supremo di coraggio è affrontare la conoscenza e non esserne soggiogati.

L’atto di coraggio più grande è vedere quel re che comanda, e forse comanderà sempre e sapere che tu, uomo piccolo e quasi evanescente, hai saputo dire no.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

Io spero sempre che la prossima strofa da aggiungere sia la seguente:

c’è un re che è stato FINALMENTE spodestato dal trono.

“Il soffio della morte” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli


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Che gloria c’è nella vendetta?

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Mentre leggevo il libro di Grimandi, oltre a emozionarmi come sempre per il perfetto stile narrativo accattivante e mai sopra le righe ma dotato di un’eleganza interna che dà lode alle lezioni americane di Calvino, non riuscivo a smettere di pensare alla canzone dei Tazenda Mamoiada.

Che gloria c’è nella vendetta?

Che benefici ci porta occhio per occhio e dente per dente?

Io stessa spesso incespico in questa lunga strada chiamata vita su questo tema.

Azioni che feriscono peggio di lame roventi e che generano spesso dolori atroci che si ripercuotono su tutta la nostra vita.

Possiamo provare a scacciarli.

Possiamo tentare di combatterli con l’arma sfavillante della purezza, ma tutti noi, abbiamo provato per un solo istante l’atroce seduzione di lei, signora vendetta.

Nera e fiera oscura e grondante di sangue si presenta apparentemente come la nemesi la giustizia riparatrice di torti.

E invece, non è che un demone ghignante che sbava sulla nostra anima. Perché in fondo la vendetta non ci dona la pace eterna ma solo un eterno atroce tormento.

E nonostante io spesso venga visitata da questa fiera feroce, oramai conosco il volto dietro la maschera e so dirle soavemente, no grazie. Posso cullarmi nell’idea di un azione che renda pan per focaccia, ma è poi la scelta che effettuo a determinare, in fondo chi sono.

E seppur posso apparire una scassaballe con i miei pomposi ( a parere di alcuni) discorsi etici, so viverli davvero e mi sforzo di portare la differenza nel mondo.

Ciò non significa che rifiutare la vendetta non comporti combattere per i propri diritti, per il rispetto.

Significa solo brandire l’arma della giustizia che non può non essere venata dallo scintillio della compassione, piuttosto che brandire l’oscura spada della rivalsa e della frustrazione.

Perché in fondo la vendetta è scaturita da questo.

La frustrazione di essere vittime di un sistema basto sulla legge atavica del più forte e soccombere.

Ma, invece, di osservare con occhi orgogliosi il centro del problema, lo si schiva accettando quel metodo che da azione comporta reazione uguale e mai contraria.

Perché se uno davvero credesse nella ribellione contro la violazione dei diritti, violati, negati, recisi, non può usare nella sua salvifica azione riparatrice, lo stesso metodo sdoganato dal sistema che li nega e li violenta.

Non può assolutamente essere ogni volta trascinato in una vorticosa danza circolare, quella che funestò la vanità della protagonista di scarpette rosse.

La vendetta, appunto, è paragonabile alla fiaba, laddove la protagonista è sedotta a indossare, per vanità, scarpe rosse, brillanti e seducenti, illusa che esse siano le uniche accettabili in quella società, e ballare, ballare fino a morirne.

Il ballo della vendetta non è piacere o gioia.

E’ costrizione e violenza.

Grimandi tutto questo lo sa e lo racconta spesso nei suoi libri.

Ma mai cosi incisivamente come nel soffio della morte, che nasconde dietro il perfetto giallo un significato ben più ampio: una società malata, corrotta che fa del compromesso e del marcio la sua unica ragione di vita, genera sia carnefici che vittime e il loro ruolo si offusca fino a scomparire.

Siamo tutti scarpette rosse in quest’infernale ballo.

Sebbene per molti versi potesse considerarsi fortunata non si sentiva per niente felice. In lei delusione e sconforto crescevano di giorno in giorno più forti, bestie orrende che divoravano le sue energie e i suoi sogni. Al fine di fermarle aveva deciso di agire, ma il rimedio si stava rivelando peggiore del male. Quello che aveva fatto non avrebbe mai estinto quanto aveva patito e la vendetta, altrettanto feroce e crudele, non poteva che dispensarle un blando sollievo.

In una Bologna che perde pezzi di se stessa, i diritti femminili vengono ignorati, calpestati e la donna diviene mero oggetto.

Mentre infuria la guerra, mentre le parti duettano insieme in un canto blasfemo, la vendetta seduce la protagonista rendendola già morta.

Già si conosce l’omicida.

Quello che scoprirete durante la lettura è come si arriverà a stanarlo, ma sopratutto capirete come da fanciulla sognante, annoiata, forse viziata, si può divenire feroce bestia senza etica.

E non so se proverete repulsione o compassione.

Se sia lecito agire per fermare la violenza che in quella Bologna sembra essere oramai sdoganata.

Da parte mia, penso che l’unico modo per risorgere dalle ceneri dell’orrore ci sia solo un modo: l’amore.

E’ solo quello che resta la nostra unica speranza.

E da parte mia so che la bellezza del libro di Griamndi, la sua forza evocativa,la sua capacità di creare una porta temporale, uno stargate è il mio antidoto all’orrore.

Pertanto leggerlo sarà sempre il mio personale e unico paradiso

In fondo, si disse, vicino alla persona giusta la vita ha un altro sapore. E vale la pena di essere vissuta, nonostante le inevitabili rinunce e i sacrifici.

 

“Il sigillo delle cento chiavi” di Daniela Tresconi, Panesi edizioni. Illustrazioni di Elena Galati Giordano. A cura di Alessandra Micheli

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Ma io penso che Dio nella sua infinita saggezza abbia nascosto l’inferno in mezzo al paradiso. Per fare in modo che stessimo sempre attenti. Per non farci dimenticare la colonna del rigore, mentre viviamo la gioia della misericordia

Paulo Coelho

Mentre scorrevo le pagine del libro di Daniela Tresconi, questa frase non mi lasciava in pace.

Martellava la mia mente, la pungeva costantemente e al tempo stesso, al pari di una favolosa rosa, diffondeva il suo estatico profumo.

E allora ho compreso che, il senso dell’intero libro di Daniela, fosse racchiuso in esso e che a me, capace di ascoltare la voce dei libri era dato l’arduo compito di spiegarla.

Come sempre avverto te lettore.

Puoi scegliere anche adesso se continuare ad avventurarti nelle mie parole, quelle che formeranno questa mia umile analisi, o continuare a interpretare il libro come un semplice piacevole, bellissimo thriller storico.

E perderti il viaggio nel pozzo profondo dei suoi significati.

Chi avrà l’ardire di accompagnarmi, sosterà meravigliato davanti all’architrave che decora la porta segreta attraverso cui scendere nei meandri del libro, laddove pulsano i suoi arcani misteri e laddove una voce antica ci narrerà degli incanti della tentazione e della misericordia, entrambi aspetti fondamentali di una fede che, da sempre incentiva e sostiene l’impalcatura della storia.

Come direbbe Balzac ogni accadimento ha due volti, uno solare della storia ufficiale e uno più tenebroso di quella esoterica, nascosta celata ai più, dono di chi è cosi intuitivo da non accontentarsi delle spiegazioni ortodosse ma sente anch’egli un odore strano e straordinario titillare le sue narici.

E’ l’effluvio dei secoli, delle ricerche spirituali di tutti i tempi, è il regalo di chi si impegna in un sentiero di riverita adorazione del sacro e che ha l’onore di osservare da vicino la magia che dallo stesso scaturisce.

E’ un qualcosa che cambia totalmente la vita.

La ricerca dei segreti è fondamentale non tanto per le scoperte ma perché ci fa intraprendere una via piena di prodigi.

Ma anche di tentazioni.

Del resto solo il probo riesca ad ammirare il fulcro del divino, che sia un vaso o sia una fonte miracolosa, che sia una reliquia o una semplice pietra che emana calore, o un fazzoletto con impresso il segno della resurrezione.

Ogni fede, dalla più complessa e strutturata alla più semplice e quasi di impronta contadina ha bisogno che il sacro, che Dio scenda in terra e si manifesti.

Ecco perché ogni borgo ogni città ha la sua storia di prodigi. Manoppello dove il volto del salvatore è impresso sul lino, dando a tutti la sensazione che il dio sia li a sorridere.

Torino con la figura sofferente ma gloriosa di un corpo che esplode di luce imprimendo la sua evocativa forza sul telo.

Roma con le sua prova della crocifissione, la vera croce legno in cui è impresso tutta la sofferenza del martirio e pertanto dotata di poteri taumaturgici straordinari, perché solo il dolore sa curare.

O pensiamo a Bari a Castel del Monte manifestazione fisica del sacro calice, contenitore di ogni energia che dall’alto illumina questa nostra terra afflitta.

E anche nel libro della Tresconi, un piccolo innocente, invisibile borgo con il suo orgoglio, con quella sua voglia di emergere dall’oblio è pieno di aura sacrale perché dentro le cavità sotterranee qualcosa fa vibrare gli animi di alti ideali.

Di pensieri che si elevano a dio fondendosi con esso per ritrovare l’originaria armonia cosmica.

Ecco perché le acque, memento di un tempo in cui la spiritualità l’emotività che tale incontro genera, diviene simbolo di luoghi intrisi di incanto, di potenzialità curative immense.

Acque limpide, dal suono glorioso come quelle che ho sentito gorgogliare allegre sotto il pavimento di San Clemente, portano con esso una linfa magica, sangue del Dio che decise di farsi carne e in un abbraccio soave portare tutti coloro ingabbiati nella materia verso la luce.

L’acqua scorre, cosi come deve scorrere la verità.

Cosi come la misericordia deve poter irrigare il campo arido di ogni anima.

Ma ecco che accanto alla manifestazione fisica del prodigio un dio saggio, molto più saggio di noi, inserisce l’abominio della tentazione: accanto alla vita eterna esiste e può e deve esistere il putridume della morte.

Sono le fonti sacre simboli della via verso la conoscenza, e di come essa e i prodigi che nascono dal suo ventre possono cambiare, migliorare o devastare il mondo umano.

E’ come noi usiamo i doni, sono le nostre scelte a decidere se saremmo santi o peccatori o peggio demoni.

E spesso il probo cade, cade perché in fondo, il sacro rivela quello che davvero si cela nel nostro io più intimo, lo porta allo scoperto e ci sprona a combatterlo.

Ma spesso la cupidigia di chi si sente superiore appunto perché toccato dal marchio del “santo” diviene incontrollabile.

E allora il segreto torna a riposare nella terra, per sempre, in attesa che l’eroe senza macchie e senza paura affronti nuovamente la suprema prova: abbracciare il mistero senza cedere alla tentazione di usarlo per una finalità cosciente che non redime ma condanna.

I due protagonisti saranno di fronte al bivio che ogni ricercatore ha sperimentato: se rendere essoterico o manifesto l’arcano, o se custodirlo puro e incolume dentro di se.

Perché la meraviglia non è tanto nel trovare il Graal, perché in questo libro di una forma di Graal si narra.

Ma di averlo visto, sfiorato e essere stati da lui segnati.

E’ il percorso verso la ricerca che ci modella, non il risultato.

Bravissima Daniela capace di tessere con aggraziato stile un libro immenso, un libro che rapisce e seduce.

Ma che sopratutto insegna.

E bravissima l’illustratrice, demiurga fiera che imprime il suo divino tocco creatore ai suoi disegni, cosicché i personaggi di carta, sembreranno cosi vivi da sorriderti.

 

“La città dell’assedio” di Luca Buggio, La Corte editore. A cura di Alessandra Micheli


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La città dell’assedio di Luca Buggio è un thriller storico che racconta le intricate vicende dei personaggi che abbiamo lasciato nel libro precedente “ la città delle streghe” Laura e Giustin, alle prese con un nuovo mistero.

E tutto sotto le mire francesi nella lunga guerra che assediò Torino nel 1706. Lo stile è fluido e al tempo stesso elegante capace di creare un vero e autentico patto interpretativo tra lettore e autore.

E tutto perché i personaggi sono ben delineati e tracciati nella loro complessità umana…….

Vi piacerebbe finalmente una recensione “normale?”

Vi piacerebbe che smettessi di raccontarvi le visioni oniriche ricavate dalla lettura e la poesia che il libro e il talento dell’autore riescono a infondere?

Mi spiace.

Cambiate blogger.

Io non posso non dipingere con le parole, ma senza la stessa bravura di Buggio, le sensazioni visive, tattili e emozionali che mi ha procurato immergermi in questo libro.

Accomodatevi, voi che restate, e provate a seguirmi in questo onirico viaggio.

E adesso iniziamo.

Vi avverto state per entrare in un affresco pieno di meraviglia.

Una delle frasi che ripeto più spesso quando mi chiedono a cosa serve il libro è tratta da una splendida canzone di Roberto Vecchioni

per tutti quei ragazzi che difendono un libro un libro vero

cosi belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendoci il pensiero

E purtroppo, è quello che vedo in ogni mio passo, in ogni mio incontro con il lettore e con l’uomo di oggi, pieno di illusioni ma mai di sogni, cosi assediato da tanti stimoli ma poca, troppo poca fantasia.

Ecco la parola chiave: ASSEDIO.

Mura fortificate minacciate da forze estranee, quelle che il nostro stesso animo non riconosce come accettabili per la sua crescita.

Assedio di immagini e mai di emozioni, di libri che parlano ma non raccontano, che narrano ma non comunicano, come canzoni stonata, senza ritmo e senza….essere chiavi.

Ho sempre pensato a libro come uno stargate, una porta delle stelle capace di aprire uno spiraglio verso una dimensione di luce.

Una realtà alternativa molto meno vicina alla nostra logica, ma capace di abbracciare i nostri sensi più nascosti.

Non tutti i libri sono capaci di creare questa magia.

Alcuni li leggi e ti scivolano addosso senza lasciare tracce.

Altri trasudano inchiostro, come sangue che cola sui nostri pensieri e li marchiano in modo indelebile.

Tornare da un viaggio simile è sentirsi stanchi ma con gli occhi ancora pieni di meraviglia.

O di orrore.

Con l’animo ricco di emozioni di amore, di odio e vendetta.

Ed è attraverso quei personaggi che inizi ad amare, quando riesci a fissarli non fai altro che rivedere te stesso.

La città dell’assedio inizia laddove la città delle streghe non è finita. Continua tessendo l’arazzo di una Torino diversa, meno conosciuta e più oscura, ma di uno oscurità brillante come i bellissimi racconti di Cheretien de Troyes.

Nei sotterranei di un città che si sveglia ciarliera, che continua la vita di ogni giorno, sotto le bombe dei francesi, si dipana una storia occulta fatta di antichi e strani riti, a volte blasfemi a volte potenti come è potente l’incanto delle antiche masche.

E sotto la luce del giorno si occulta la verità di una lotta millenaria di cui la guerra è solo la manifestazione più accettabile.

Forze che si incontrano e si scontrano in una danza macabra a impossibile da non osservare, perdersi nei movimenti veloci, ferini ed eleganti dei suoi guerrieri.

Di luce e tenebra rivestiti.

E cosi all’improvviso le pagine mi risucchiano e mi trovo a passeggiare per il balon.

Mi trovo a annusare i profumi celestiali di Laura.

Mi trovo a rabbrividire la notte quando sogni angosciosi dominano la mia mente, mentre Castore e Polluce soffiano verso un’ ombra tentacolare, ghignante.

Una che ci racconta come dietro la tranquilla routine si nasconde sempre il mistero.

Esistono due storie, una ufficiale e una più segreta, quasi tenebrosa quella che non vogliamo sapere e da cui ci difendiamo con una logica serrata e rigida.

E allora io so di essere negli occhi di Giustin, con la mia voglia di spiegare tutto, di riportare tutto alla razionalità.

Scappando dalle ombre, dalla sera che come una macchia di olio, si allunga su di me perché vuole divorarmi e riportami all’origine dei tempi, quando era solo un fuoco l’unica arma per difendersi dal demone. Allora non sono le bombe francesi a spaventarci.

Non è l’assedio “normale” della guerra a terrorizzare e far sparire le persone.

E’ una lotta che prosegue da secoli, laddove il toro che simboleggia forza resistenza e l’amore materno di una Dea che oggi chiamiamo Madonna, combatte contro il drago dagli occhi di brace.

Un drago che promette ai suoi servi la liberazione da ogni remora morale e da ogni responsabilità

E li benedice con viscere e sangue.

Con un potere illimitato.

Che li divora e li rende semplicemente meno uomini.

Perché l’essere umano senza compassione e empatia, non è che un pupazzo di cera.

Si muove per un meccanismo fatto di fili, manovrato da un ghignante demone fatto di scaglie, ogni scaglia un dolore.

Forse il drago ha bisogno della vita, delle energie per risvegliarsi, perché da solo non può nulla.

E cosi la bella Torino, la città dei miei sogni a occhi aperti, fatta di antiche credenze, diviene il centro da cui solo noi possiamo decidere quale energia nutrire.

Se quelle della Madonna, madre e simbolo di empatia o dell’essere che sotto la sabbia striscia, spaventato dal sole e dalla brillantezza del bianco. L’Assedio è iniziato.

E sarà ancora più spaventoso perché occulto, segreto e difficile da osservare.

Perché osservando, io come Giustin, dovrei rinunciare al mio cinismo, alla mia corazza fatta di scienza e raziocinio e ballare sotto la luna piena, la danza antica che tesse i destini degli uomini.

Dovrei ammettere che il mondo non si spiega.

Che alcune forze sono oltre il nostro umano sentire.

E forse capirlo significherebbe ritrovare la fede e essere cavalieri.

Giustin uomo apparentemente semplice, è invece dotato di un coraggio indiscusso.

Lui aiuta il debole, ama la fragilità e ha una ferita profonda nel cuore. Ed è quella ferita che lui vuole far diventare corazza per proteggere il suo animo, che lo rende fantasticamente unano.

Ed è quello che lo fa nominare cavaliere.

Ricordate quando leggemmo le cronache della Tavola Rotonda?» Maria parlava alle sue protette, ma Gustìn fece lo stesso un segno d’assenso con il capo, e poi si sentì sciocco. «Vi dissi che valenti cavalieri vivono nella nostra epoca, al servizio di giusti sovrani e giusti ideali. Ebbene, monsieur Augusto, che questa sera ci ha fatto l’onore di farci visita, è uno di quei cavalieri. Preghiamo perché continui a essere valoroso.»Le tremava la voce, impregnata di magia e dolcezza, e le sue parole erano capaci di cullare come un incantesimo.

Che meravigliose pagine!

Lette e rilette con occhi bagnati e sognanti, avvinti dalla musicale magia delle parole.

E con queste sia io che Giuitin siamo tornati a noi stessi, alla consapevolezza di una responsabilità più grande, che nasce quando in certi momenti della storia, il pericolo è grande. E allora siamo tutti cavalieri che devono proteggere la vita, quando essa è messa in pericolo.

«Ho vissuto molti anni in Scozia.»

«Avete scelto un momento poco felice per tornare.»

«Al contrario. Non sarei mai tornata, se non in una circostanza come questa.

Perché ci sono momenti in cui dobbiamo per forza “tornare.

Le parole di Buggio mi ricordano quando da bambina volevo essere il cavalieri di Artù.

Non una principessa, non una fata, non una maga.

Un cavaliere.

Uno che si sveglia e affronta il momento peggiore, dove rischia di perdere la battaglia più grande: quella che mette a rischio la fede.

E poco importa sei potenti non ci credono.

Noi esseri speciali, probi cavalieri o benandanti dal volto selvatico, siamo tutti qua a combattere l’assedio del male.

Allora la città diventa il nostro profondo io, subissato da tentazioni, da cadute e da cedimenti.

Allora diventiamo noi stessi mura, quelle chiamate fiducia, quelle che devono essere difese.

E Torino simboleggia quella compenetrazione tra magia e progresso che fa di noi splendidi esseri umani.

Vorrei raccontarvi la trama.

Raccontarvi ogni sfaccettatura dei personaggi.

Vorrei farvi comprendere il talento puro di questo autore.

Ma forse solo raccontandovi la mie visione, nel leggere il libro, solo narrandovi la mia folle estatica interpretazione, posso convincervi a aprire la porta creata da Buggio.

E entrare nel mondo da lui descritto.

Oggi noi siamo assediati.

Da tanta troppa banalità da tanta volgarità, da tanta grettezza.

Da mediocrità e forse stupidità.

E soltanto un libro, un libro vero come ci canta Vecchioni, può farci vincere l’ultima guerra: quella contro l’annichilimento dei sensi.

E leggere Buggio è l’arma migliore.

E’ l’unico modo per tenere vivi i sogni.

Anche se spesso essi assumono le rapaci forme di incubi.

Ma scuotono la mente, risvegliano l’anima e ci armeremo della brillante spada della fede per azzittite, per sempre, quel drago.

O forse ci renderà cosi vivi, vigili e di ampie vedute che guardandolo fisso negli occhi, ci renderemo conto che è solo un patetico, inutile drago di Cartone.

Viaggiate con me a Torino.

Leggete e ammaliate i sensi di bellezza.

In questo libro essa è diffusa e capace di emanare la sua luce dalle pagine.

«I destini di molti sovente passano per le mani di pochi.»

 

“I morti non fanno festa” di Massimo Blasi e Laura Zadra, Alter Ego edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

 

Lart, l’imbalsamatore di professione protagonista del precedente “Quel che è di Cesare” torna a indagare nella tenuta di Nummi, i padroni da cui è stato liberato venti anni prima.

Una serie di delitti apparentemente inspiegabili lo porteranno a seguire gli indizi in una spirale temporale dove il presente si fonde col passato… quel momento in cui Lart aveva perso l’amato figlio Corvino.

Razionale e lucido, l’investigatore/libetinario non perde mai la concentrazione.

Attento osservatore e parco di parole, riesce a tollerare ogni protagonista e con esso i suoi difetti.

Un ex padrone irascibile, testardo e irriverente nei confronti degli dei, una ex padrona logorroica e attenta più all’apparenza che alla sostanza, uno schiavo vanesio con un’intelligenza non acuta, una suocera scostante e sprezzante.

Una girandola di caratteri che vorticano intorno a Lart, il punto fermo della narrazione. Solo attraverso i suoi occhi, al lettore, tutto acquista senso.

Un romanzo molto acuto, con un taglio investigativo basato su indizi e deduzioni ma un contorno storico assolutamente originale e divertente.

Lo stile passa dall’ironia al dramma con grande disinvoltura, strappando più di una risata davanti ai siparietti dello schiavo Silvius e alle imprecazioni uniche del vecchio Giusto che hanno come oggetto i più svariati dei dell’Olimpo.

Ma allo stesso tempo il dramma della perdita di un figlio, il clima di diffidenza che si crea nel sapere che un assassino si aggira nella tenuta dei Nummi; le dinamiche familiari e i rapporti fra schiavi e padroni.

Un assaggio del mondo romano dove si descrivono le emozioni e i sentimenti che uniscono liberi e non liberi, matrone e ancelle, schiavi liberati e soldati.

Una panoramica acuta sulla società del tempo, dove ogni personaggio rappresenta, bene o male, un ceto.

La trama regge, il ritmo anche.

Incuriosisce e invoglia il lettore.

Una passeggiata nell’antica Roma condita coi vizi, le paure, le emozioni tutt’oggi comuni.

Un libro originale, ben studiato, accurato nel modo di descrivere la storia ma con una vena ironica assolutamente godibile.

Da leggere.

“La voce delle ombre” di Paolo Lanzotti, Oscar Giallo Mondadori editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Una delle attrattive del giallo storico è quella di rivolgersi principalmente alle doti dell’intelletto per risolvere anche i casi più intricati. Perché nel passato, quando non esisteva la comoda valigetta stile CSI, quando erano ancora un miraggio le innovazioni della tecnica, l’esame del DNA o delle impronte digitali, quando le conoscenze dei medici legali erano limitate e non esisteva ancora la medicina forense e il criminal profiling, e si era ben lontani dal far parlare il corpo con strumenti che hanno del futuristico, l’unica risorsa era e restava l’intelletto. Era quella parte molto più sviluppata della nostra, oramai intorpidita dalle comodità moderne, che si preoccupava di cogliere i dettagli, di osservare, di formulare ipotesi coerenti non solo con i fatti ma soprattutto con indizi molto scarsi. E in questo libro emerge l’elogio del particolare, uno dei metodi investigativi da me più amati:

 

c’era qualcosa, nel ricordo che avevo appena trascritto. Un particolare, piccolo ma insignificante. Un dettaglio che, fino a quel momento mi era sfuggito

Come nei migliori gialli è il dettaglio che stona, quell’elemento che infastidisce ma che è così poco evidente, così misero, così nascosto che, a dispetto delle tonanti voci dell’ovvio, appare invece l’unica autentica chiave per risolvere il caso. E questo elogio del dettaglio e, quindi, un elogio della mente, colei che osserva, accumula fatti e dà loro una dimensione gerarchica e un posto preciso in una ricostruzione sempre più simile al mosaico, che verrà poi ripresa più tardi dai contemporanei Wolf Durne e Donato Carrisi. Così, quello che sembrava cosi scontatamente un delitto politico, si rivela qualcosa di molto più vicino all’animo umano cosi poco ligio a identificarsi davvero con gradi slanci ideali. E qua Lanzotti fa un altro salto filosofico che mi ha deliziata: riflette e filosofeggia, senza pur tuttavia appesantire il testo, su quello che Pareto chiamerà il “residuo delle azioni”. Ogni lettore accanito delle mie recensioni saprà che il residuo paretiano non è altro che la radice non logica alla base di un’azione spacciata come logica. Ossia: quello che noi consideriamo frutto di un ragionamento razionale, organizzato e strutturato, proviene, in realtà, dalle oscure regioni della mente, quelle che conservano e proteggono l’ombra fatta di istinti più o meno biechi, di creatività e persino di istinti di conservazione e distruzione. Questo ragionamento, apparentemente cinico, in realtà scientifico, è inserito in uno dei contesti storici più romantici del nostro percorso nazionale: il Risorgimento. Anzi, quella ventata di ardore politico rivoluzionario che nel 1848 si espresse nell’esperimento, tanto amato dagli storici, della Repubblica Veneta e la Repubblica Romana; o, meglio ancora, nel tentativo di proporle come alternativa all’assolutismo, che oramai crollava a pezzi, nato dall’assurdo conservatorismo del congresso di Vienna. Ma per noi, amanti della sociologia, il 48 fu anche un florido e intrigante terreno di ricerca per poter al meglio comprendere cosa davvero può accadere a una società dilaniata e circuita da due opposte e antitetiche idee di stato e di politica: la rivoluzione e lo status quo che, per quanto odiate e detestate dalle classi più in fermento, erano accettate con rassegnazione dal popolino. Questo scontro è evidente nel testo “La voce delle ombre” che dal giallo puro, si dirige anche verso la riflessione ontologica portata avanti da un personaggio a dir poco straordinario, un uomo vittima di una sorta di perdita dell’identità, resa ancor più acuta da un dolore con cui non riesce a convivere. E per mantenere la sua anima spezzettata, ancora unita, per non crollare miseramente a pezzi, usa, come unico collante, il valore meno reo di poter essere messo in discussione: ossia la giustizia. È interessante vedere come, durante le indagini che lo portano a interagire con quel mondo in subbuglio, in cui persino le istanze rivoluzionarie sono frammentarie, divise tra moderati e anarchici, questi valori di libertà, di patriottismo, di voglia di unità, divengano solo maschere grottesche davanti alla fede incrollabile di Valier nella legalità.

E questo perché la Rivoluzione, con quei suoi eroi esaltati e ammirati, diviene una sorta di tentativo, a tratti patetico, di colmare un vuoto simbolico e reale nella gerarchia valoriale di una società morente. L’assolutismo era agli sgoccioli e il congresso del 1815 non fece altro che tentare di mascherare lo scheletro prossimo alla scomparsa di un’epoca, con vestiti sgargianti e eleganti. Ma questi non furono in grado di salvare gli assunti culturali su cui si reggeva un sistema che non rappresentava più né i diversi tempi, né l’evoluzione delle coscienze, naturali e legittime in un essere umano, né poteva assecondare i diversi bisogni che, durante le transizioni, la collettività manifesta. E cosi l’unico modo per compensare un vuoto è rivolgersi ai valori che Sant’Agostino chiamò Verità Eterne.

Cosa sono?

Sono quegli archetipi che restano sempre in piedi nonostante il passaggio delle ere, nonostante l’aumento della tecnologia, nonostante l’avanzare del dominio scientifico. Libertà, rispetto, legalità, giustizia, uguaglianza, sono modelli impressi a fuoco su di noi. Però, se mentre la legalità e la giustizia possono essere poco contestati in quanto di rivolgono all’elemento del rispetto dei limiti e della persona umana, sulla libertà, sull’eguaglianza si possono compiere notevoli evoluzioni filosofiche.

Cos’è la libertà?

È assoluta o va limitata?

E davanti a chi sono uguale?

E essere uguali non significa, anche, omologazione?

Fino a quanto si può sacrificare per un ideale?

Perché come esemplifica Valier:

 

l’entusiasmo è una grande dote ma non può tenere su un castello

Abituato a usare la ragione e l’arte dell’osservazione, Valier non scopre soltanto un cadavere ma anche quelle pecche insidiose presenti in un progetto unitario che, comunque, non può non ammirare, ma che ritiene possa essere solo il frutto di una lenta conquista, che trasformi prima di tutto le persone, le menti, i valori prima che il territorio

forse quest’italia la vedranno i nostri nipoti

Ed ecco che dietro l’ideale si nasconde, come sempre, un muro di omertà, menzogne e convenienze create da uomini che mettono al primo posto non tanto l’altro e il bene comune ma la loro personale finalità cosciente:

 

qui dovremmo essere tutti uniti. abbiamo un nemico comune da combattere . Invece, in alto, trovano ancora il tempo di farsi la guerra a pugnalate nella schiena. I signori non cambiano mai.

Ed ecco un altro elemento che rende meno poetica la rivoluzione: accanto alla vera capacità di comprendere come sia necessario non ostacolare la naturale evoluzione umana e la tendenza positiva alla cooperazione (simboleggiato da un pregevole Manin) ci saranno sempre piccole fette di privilegiati che non rinunceranno mai e poi mai al personale ed egoistico godimento dei loro bisogni soddisfatti. Anzi, si riempiranno la bocca di parole altisonanti come umanità, unità, giustizia: maschere per nascondere ambizioni di potere. Che questo potere sia soltanto quello di darsi il tono da “superuomo” di nietzschiana memoria o di esercitare un dominio reale, dipenderà dalle personali attitudini.

Ecco che l’eroe diviene soltanto

 

un fanatico. uno di quelli che cercano il martirio per entrare nella storia

E forse è il nichilismo di Valier, un uomo che

 

semplicemente non credevo più nel mondo

 

ma ancora capace di sentirne il suadente richiamo:

 

ma il mondo continuava a inseguirmi facendosi beffe del mio disinteresse

È questa sua anima così ferita e così, al tempo stesso, sveglia, quasi che il dolore abbia reso più vigili i suoi sensi, che riporterà ordine nel caos, svelando non soltanto verità scomode ma anche la oggettività dietro la commedia, capace di rispondere all’eterno dilemma

 

Chi è l’eroe? Colui che comprende quando è il momento di fermarsi o quello che spinge il proprio ardore fino a sacrificare se stesso e gli altri in una lotta divenuta oramai inutile?

 

Lascio a voi la risposta. Ma vi ricordo che l’uomo, deve essere e sarà, sempre più importante del sabato.

Intanto io aspetto ancora, in compagnia di Teodoro Valier che si crei l’unità di Italia. Ma quella vera, quella fatta di condivisione e non di furbizia, di cooperazione e non di scontro, di volontà generale e non elitaria. quella che si nutra di speranze e non crolla con gli scandali, quella che rifiuta il clientelismo e si vanta di avere come standard la meritocrazia. Quella che ama le sue tradizioni ma non se ne fa scudo contro l’innovazione. Insomma una vera nazione che si faccia stato e non illusione di stato.

Tornando al libro, non posso non definirlo di una bellezza spettacolare, in grado, attraverso la leggerezza di uno stile pregiato e al tempo stesso privo di ridondanze, riesce a ammaliare, incantare ma non solo. Riesce Libro a stimolare quel pensiero, che spesso stentiamo a usare o che ci vergogniamo a usare perché, forse non è tanto cool. Invece il cogito ergo sum sarà sempre di moda, sarà un capo di classe da indossare in ogni occasione. sarà opportunità di crescita.

 Leggetelo e assorbite non guardate soltanto in modo sterile e meccanico le parole scorrere sulle pagine. Questo semplice codice riportato su carta è il dono che un grande autore ci elargisce, parole di uno Scrittore, che fa della bellezza, non soltanto letteraria ma umana, il suo mantra.

 

“L’orizzonte di Aton” di Francesco Grimandi. A cura di Micheli Alessandra

 

Scegliere un testo da proporre al pubblico che sia credibile, ben scritto ma anche accattivante non è semplice. presuppone genio, intuito e una certa sfrontatezza nell’ignorare i finti dati sui gusti dei lettori. Finti perché, dalla mia misera esperienza, non noto questo tremendo calo di cultura. Più che altro vedo un interesse a farlo credere proponendo libri di basso profilo emotivo o culturale. Un romanzo, per essere un romanzo, non ha bisogno di paroloni altisonanti, di trame psicologiche o di chissà quale arcano significato. Deve essere perfettamente articolato, armonico e con vari livelli di significato adatti a ogni tipologia di lettore: dal più esigente al più pigro. E la Delos non ha mai deluso. Non inserisco mai complimenti nelle mie recensioni per non essere tacciata di favoritismi. Eppure oggi sono decisa a farlo, perché questo splendido mistery vi sia di insegnamento: saper scrivere è un dono e Grimaldi lo ha dimostrato. Pagine che scorrono leggiadre, facendo provare al lettore la stessa sensazione dei primi cinematografi, stupore reverenziale, la sensazione di camminare tra gli scenari e quel senso di grandezza che solo i capolavori sanno ispirare. Definisco questo mistery un capolavoro? Si. Perfetto in ogni dettaglio, accurato nelle descrizioni rese vive dall’amore che si avverte per la storia antica, e con la capacità, rara per chi si diletta con gli storici di rendere reali e vivi miti resi immortali dagli studiosi. E che invece sono uomini come noi. E Francesco ha affrontato il più controverso, immaginifico, affascinante leader folle forse, di un lontano polveroso passato Akhenaton al secolo Amenofi IV. Chi era costui?

Personaggio che ha ammaliato molti storici e persino uno scienziato razionale e straordinario come Freud che ravvisava in questa figura il progenitore del popolo ebraico: Moshes.

Eh sì miei cari lettori. Vi annoierà un poco saperlo ma nel suo saggio L’uomo Mosè e la religione monoteista del 1938 il nostro padre della psicoanalisi discute le origini della religione monoteista fornendo la sua rivoluzionaria opinione sulle vere origini del principe del deserto Mosè e del suo rapporto con il popolo ebraico.  In sintesi, proponeva l’azzardata ma ora dibattuta idea che Mosè non fosse ebreo ma egiziano di antica nobiltà (come racconta la bibbia in fondo) che trasmise al popolo ebraico la religione monoteista del faraone Akhenaton. Una religione che seguendo la scia dei secoli, abbandonò del tutto le origini distaccandosene profondamente.

Questo breve excursus storico serve a farvi comprendere come questa complessa, sfaccettata figura, sia di notevole impatto emotivo per il lettore e per chi si immerge nelle sue strabilianti follie, in un mondo, come quello dell’antico Egitto fondamentalmente permeato su un forte senso dell’ordine cosmico, dell’armonia del cielo portata dall’Enneade in terra. Non solo divinità ma principi astronomici, fisici e strutturali dell’universo stesso, fattesi carne viva. E questa carne, queste realtà cosmiche erano le fondamenta di un sistema sociale, economico e politico che volgeva il suo eterno sguardo al cielo. Le moltitudini di divinità rappresentavano principi matematici o naturali da cui poteva snodarsi il flusso armonioso della vita, una legge sacra la Maat che rappresentava un ordine preciso, un ordine prestabilito di cui il faraone in quanto scelto dagli dei era la manifestazione. La teoria politica egizia, infatti, non può essere semplicemente definita diritto divino del re. Il faraone, diventava un Osiride. Ma per acquistare il venerato titolo doveva seguire un difficile rito chiamato intronizzazione. In questo viaggio astrale egli, al cospetto della personificazione della sovranità accettava di rispettare la Maat alla quale doveva rispetto e riverita e timorosa devozione. Come abilmente scrive Grimandi:

Non si può contrastare la volontà del popolo anche se si è il sovrano d’Egitto.

L’abbandono del politeismo egizio patrocinato dal faraone, in favore se non di un netto monoteismo sicuramente di un enoteismo monolatrico. Tranquilli non è una parolaccia. E’ il termine colto, coniato da Fedrich Max Muller uno storico delle religioni nonché filologo, che indica una religiosità che pone in rilievo un dio su tutti gli altri. La differenza con il monoteismo è semplicemente in una netta preferenza non in una negazione dell’esistenza di altre divinità ritenute, comunque minoritarie.

Perché tale preferenza?

la spiegazione di Grimandi è apocalittica ma perfetta:

All’epoca in cui la grande disgrazia calò su di noi, spesse nubi nere discesero da settentrione e il cielo si chiuse, bloccando i raggi del sole. Gli dei ci vollero punire perché avevamo dimenticato le nostre origini; gli insetti si moltiplicarono, guastando i magri raccolti, e le malattie e la fame falciarono la popolazione.

Come si rimediò a tale catastrofe ambientale?

 

allora Akhenaton propose le sue riforme, appoggiato da noi militari e da una piccola parte del clero.

– Ossia, dichiarò che Aton era l’unico vero dio?

E quest’accettazione di un totale stravolgimento dell’antico ethos egizio fu accettato in quanto

Accettammo le nuove imposizioni, anche se estranee alle nostre tradizioni, perché la situazione appariva disperata. Aton era un antico dio adorato a Heliopolis, e Akhenaton l’elevò al rango di divinità unica. Al principio la soluzione parve funzionare; il cielo lentamente si schiarì e le cose presero a migliorare. Tutti erano grati ad Aton, principio di Vita, e al suo profeta e servitore, Akhenaton.

Il problema però investì non soltanto la religione ma visto che come ho citato il sacro egizio investiva ogni settore della vita, dalla politica all’etica, all’arte si tratto di un abbandono totale delle tradizioni, delle idee, della forma mentis di ogni egiziano che trovava nella bonarietà dell’amore incontrastato e poco realistico di una divinità lontana, fonte sì di vita, ma quasi evanescente e non ancorata al mondo visibile, la salvezza e la compassione ma anche un invito al lassismo etico e morale. Nel promulgare l’uguaglianza di tutto di fonte all’Aton si creava una omologazione che lungi dal rendere davvero tutti sullo stesso piano, li spersonalizzava. Questo dramma della democratizzazione quello che creò lo strappo mai ricucito tra il principio sovrano e il popolo, fu abilmente svelato, secoli più tardi da Tocquieville: nella trappola dell’uguaglianza si nasconde la perdita di identità personale, di capacità e di stimolo per migliorarsi. Se un mosaico è eseguito alla perfezione da parti diverse che, però, riescono perfettamente a incastrarsi, se il buon Agrippa ci invitò a amare la diversità come unico mezzo del sostentamento di un organismo (collaborazione nella diversità) l’uguaglianza ci rende tutti piatti, schiavi di un sogno folle e pigri di fronte agli stimoli esterni per evolverci. Se siamo tutti uguali lo stimolo non esiste. E infatti Grimandi:

La rivoluzione imposta da Akhenaton negava la ricompensa della Valle dei Giunchi dopo la morte; le anime, stando ai nuovi dettami, si sarebbero invece trasformate in uccelli al sorgere del sole, per vivere sotto tali sembianze accanto ai mortali.

Negare la ricompensa nega, quindi ogni sforzo per meritarla. E rende tutti incapaci di spezzare le catene e il dio di tutti, i poveri e i potenti si manifestò come una sorta di parassita che:

sta prosciugando la linfa vitale del nostro popolo.

L’atto sognatore di Akhenaton si rivela più che altro una sorta di braccio di ferro con il clero di Tebe, potente e dominatore, sostituendo a esso quello di Amarna. E come ogni innovatore in realtà si assiste a un dittatore che costringe i suoi sudditi a costruire il suo sogno di grandezza, simboleggiato nella città di Akhetaton:

 

Così erano stati messi al lavoro tutti i maschi, anche i bambini.

Come larve scheletrite si consumavano ogni giorno per portare acqua, scaricare le navi che giungevano sui moli e costruire i grandi edifici in pietra che il faraone aveva dato ordine di innalzare.

Non si può non ravvisare in queste parole il dramma di ogni “tiranno autocratico” che con il sogno di una vita migliore fa dello sforzo e della coercizione il simbolo della sua potenza. E se all’inizio il grande faraone eretico, sembrò invogliato da un ideale, ovviamente, come abbiamo visto durante ogni storia, questo sogno di rivelò semplicemente un delirio di un uomo fragile e insicuro.

un sovrano che annienta istituzioni sacre antiche di secoli, e riduce il suo valoroso esercito a uno stuolo di manovali, è un pazzo o un tiranno.

Ma il dramma è vicino più di quanto si pensi, perché:

lo strappo creato riemerse in tutta la sua asprezza. Il popolo chiese di tornare al passato, alle vecchie usanze

Sordo alle proteste, affrontate con un’imposizione e con una feroce repressione, scatenarono le sue conseguenze più disastrose. Come la storia ci insegna ogni volta. Era una fede o un’ossessione l’Aton?

lo svelarsi di questo dubbio si snoda attraverso le pagine che, si tingono di giallo. Un giallo perfetto dal finale sconvolgente e annunciato. Ed è su questo elemento, che ovviamente non intendo svelarvi che lo stile unico e perfetto di Grimandi crea un testo che avvolge, intriga ma soprattutto incuriosisce. Tutto corredato da uno stile impeccabile, linguaggio adeguato al contesto eppure di facile fruibilità, ma soprattutto, una precisione storica che non appesantisce ma invade fluida l’intera impalcatura del testo. L’autore non inventa, elabora. L’autore intesse i fili di una storia esistente riassumendo in poche pagine tutti gli elementi scientifici, antropologici, attorno a quest’intensa e a volte odiata figura storica. Tutto concentrato in poche pagine. Se non è arte questa!

Un’ultima considerazione.

Le cause della morte di Akhenaton sono tuttora, sconosciute. Non esistono menzioni nei documenti, e il lasso temporale che si estende dalla metà del suo travagliato regno alla successione del figlio Tutankhamon è uno dei più oscuri, enigmatici e intricati dell’intero studio egittologico.

 Grimandi riesce, con maestria a colmare questo vuoto ontologico.

 Solo per questo dovreste precipitarvi a leggere il libro. Io fossi in voi lo farei immediatamente.